La vista dall’alto

La vista dall’alto, al momento, non é chissà cosa.

Una coltre di nubi, una sorta di bambagia lattea, copre completamente la visuale.

Mi avvicino sempre più veloce a qual soffice muro bianco. Almeno io lo immagino soffice. Il sole, una palla di luce nel cielo, non dona quel calore che ci si aspetta. Forse perché in quest’aria sottile che ti rende il respiro corto, affannoso, quasi un rantolo, quel calore non ti arriva.

Intanto sparisco, inghiottito dalle nuvole e tutto si fa grigio, donandomi un sottile senso di angoscia. Dalla luce piena, dal freddo intenso, dall’aria che manca, passo in un bagno traslucido di colore indefinito, che si carica, mano a mano che cado, di una sgradevole umidità. Gli occhiali si velano di mille goccioline e l’aria, mi entra nel naso, in gola, carica di acqua che sento scendere, ma solo un filo, nei miei polmoni. Sempre più avidi d’ossigeno e avverto quella fame d’aria, di cui mi hanno parlato nei giorni dell’ addestramento.

Do un colpo di tosse e poi ancora un altro. Per liberare la gola, per mandar via quell’oppressione che schiaccia il mio petto, che non riesce a dilatarsi come vorrebbe, come dovrebbe. Al muro d’aria si aggiunge quest’acquerugiola nebulizzata e il fiato mi manca.

Un’altra boccata a cercare quell’ossigeno di cui ho bisogno, ma mordo a vuoto e ben poco mi entra in bocca, piuttosto l’aria continua a schiaffeggiarmi e sento le gote che si deformano sotto la forza e la pressione della caduta.

Stupidamente penso alle facce assurde e deformate, fotografate e sparse con dovizia in internet, in quei siti dove la deformità è regalata per strappare una risata. In questo momento, a me non scappa da ridere. Anzi, non so cosa pagherei per effettuare un respiro profondo, tanto da stordirmi per il troppo ossigeno, piuttosto che, come ora sono stordito da un principio di ipossia.

Esco dalle nubi e la terra dai toni che virano dal marrone al verde cupo, si avvicina sempre più. Quel colore grigio, in cui ho viaggiato negli istanti precedenti, non mi ha abbandonato,  anche se vedo, qua e la, sciabolate di luce più vivida, a dimostrazione di varchi luminosi. Gli occhiali si puliscono e la nebbia si scioglie e l’altimetro mi segnala che il momento è arrivato. Afferro la maniglia, sulla mia spalla destra e tiro con forza mentre invio un lampo di preghiera, affinché il paracadute faccia il suo dovere.

Come un obbediente soldatino, un fiore di tessuto colorato si apre indicando la mia presenza, in basso  e in alto. Lo strappo della frenata è tremendo; non aspettavo un colpo così forte, tanto che ho l’impressione che la ragnatela di cinghie di sicurezza, che mi avviluppa siano penetrate nelle mie carni, trovandosi benissimo. Dalla precedente posizione orizzontale, in una quasi apnea, mi trovo appeso ad uno straccio, in balia di un vento mutevole. Comincio così un lavorio con i tiranti. Da una parte per rimanere in posizione eretta, possibilmente. Dall’altra per indirizzare la vela verso il punto di raccolta, o almeno nei pressi. Lentamente e con grandi volute, continuo la discesa e ora assaporo tutta la bellezza del gesto che sto compiendo. Leggero, quasi come l’aria, dall’alto ora scorgo e ammiro cose, che normalmente non vedo. Meglio, le vedo da altra angolazione. Ho la sensazione dei meandri del fiume giù in basso e ora ne leggo tutta la sinuosità. Vedo le lanche e le lingue di sabbia e come la corrente ruba e regala le rive. Poi i tetti e di come il tempo li abbia invecchiati, consunti. Le sottili pennellate di verde che richiamano i muschi e quelle macchie più scure, che rivelano licheni antichi, ovvero polveri e morchie sedimentate.

Ancora lo sguardo si posa sul reticolo delle strade e su quello che scorre su di esse. Pezzi di metallo che custodiscono persone con le loro storie, a narrare di se e degli altri.

Intanto la terra si avvicina sempre più velocemente e debbo prepararmi all’ultimo gesto e quell’alto, che mi ha oppresso, quella vista che aveva suscitato fastidio, sento che mi mancherà.

Mi devo preparare, perché il momento si avvicina, più veloce di quanto immaginassi. Distinguo nettamente la grande lettera su cui dovrò atterrare, dando l’impressione di quella leggerezza che fino ad ora mi ha accompagnato. Non potrò certo schiantarmi, né fermarmi in maniera goffa e impacciata. Piuttosto dovrò imitare un balletto, una danza saltellante tale da poter fermarmi con grazia, quasi a terminare una coreografia iniziata con un tuffo nel vuoto a dimostrazione che per una attimo ho volato, mi sono librato sul mondo che, visto dall’alto, ha una diversa immensità.

L’ immensità vista dall’alto.

  1. bel post sulle sensazioni di un lancio col paracadute. Si segue visivamente le emozioni del paracadutista. Bravo!
    O.T. se hai qualcosa ci fa piacere leggerti a maggio. Se è un post unico la data proposta è il 5 maggio.. ei fu siccome immobile. di lontana memoria 😀 . Se invece è in due parti le date sono 19 e 23 maggio. Aspetto tue notizie.

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