Layla

La signora e il signor Londsdale trascorsero gli ultimi anni della loro lunga esistenza curando amorevolmente il loro giardino. Piantarono folti cespugli di bosso lungo tutto il confine, alberi frondosi e roseti colorati un po’ ovunque. Macchie odorose sfavillanti di verde intenso e cespugli fioriti si estesero poi su quella che battezzarono come la loro “provvidenziale collinetta”. Si trattava in realtà di un serie di piccoli massi e ciotoli che avevano iniziato ad accumulare vicino al casotto degli attrezzi, proprio accanto al costone di roccia che delimita a sud il grande parco verde. Il rilievo artificiale crebbe in fretta espandendosi in larghezza, sotto la smania creatrice dei due che lo colonizzarono anno dopo anno con piante infiltrate nei vuoti tra le pietre ricolmati di terriccio. A vederlo dopo anni di cura, tutto si sarebbe potuto pensare tranne che si fosse dinanzi a una artificiosa estensione dalla parete a strapiombo.
La coppia era divenuta nel tempo la protettrice del borgo intero, per la generosità che si era spesso manifestata negl’interventi alla trascurata edilizia pubblica locale. Esempi erano l’asilo completamente ristrutturato e la piccola ma fornita biblioteca comunale. E lo stesso ufficio del sindaco aveva ricevuto una bella rinfrescata e ammodernata negli impianti. Molta attenzione ebbe anche il parroco, nonostante la diversa confessione religiosa dei coniugi e soprattutto il pessimo carattere del prelato che potè così assicurare all’oratorio la giusta manutenzione nel tempo tanto trascurata.
Nel silenzio discreto oltre le persiane, spesso si ringraziavano i tanti piccoli ma sostanziali aiuti economici a famiglie stremate dalle cattive annate di pesca. Ma su questo, poco si seppe in realtà, perché il patto era tassativo: nessuna pubblicità e nessun riferimento diretto, pena l’esclusione dalla lista di beneficiati per sempre; mossa questa non proprio compresa dalla popolazione, non adusa a tal discreta beneficenza.
Il signor Scalici, il giardiniere fidatissimo di casa Londsdale, fu il primo quella mattina a trovarli in apparenza assopiti sulla panchina di ferro battuto e legno accanto al laghetto. Con cautela si era avvicinato e aveva provato a scuoterli per destarli, ma ciò che temeva si dimostrò vero purtroppo: quello era stato il loro ultimo giorno. Scalici era entrato da ragazzo al loro servizio, un anno esatto dopo l’acquisto della villa che i due avevano già da subito designato come ultima loro residenza.
Scalici e la signora Mannino, cuoca rinomata e sapiente, avevano poi chiamato i medici che ne avevano certificato il decesso e si erano occupati di ricomporre i due corpi esanimi nel grande letto di ferro battuto, l’uno accanto all’altra. Con un gesto amorevole la fidata governante era pure riuscita a far loro intrecciare le mani e a vederli con il loro viso sereno e quella posa tenera sembrava davvero che fossero ancora nel pieno dei sogni, dopo una notte d’amore, e che da un momento all’altro si sarebbero svegliati, chiedendosi del perché di tutto quel trambusto. Di certo si sarebbero stupiti di esser distesi ancora vestiti a festa, provando a ricordare di quali bagordi fossero reduci. Avrebbero riso della loro mente svampita e del bicchiere in più che li aveva portati a quella comica situazione. E quindi, chiesto i quotidiani da leggere, fatto le coccole a Quizzy la cockerina di due anni che li aspettava sul patio, avrebbero augurato il buongiorno con un sorriso radioso alla signora Mannino e al suo vassoio enorme di dolci fatti in casa da accompagnare con il caffè leggero della mattina. Ma niente, loro due rimanevano fermi e inanimati stringendosi per mano, finché il signor Maniscalco delle pompe funebri non reputò che era tempo di separarli nei loro ultimi avelli. La Mannino pianse mentre Scalici le teneva una mano sulla spalla: avrebbe voluto farlo anche lui, ma ritenne poco adatto a un uomo della sua età darsi a quelle manifestazioni sentimentali. Quizzy osservò tutto con circospezione provando a capire l’assenza prolungata di coccole e il motivo di tutta quella gente in giro. Non soddisfatta delle spiegazioni che la sua povera mente animale riuscì a decifrare, volse la sua attenzione sul pallido sole che riscaldava appena il prato e decise di stendersi lì, in attesa degli eventi.
Il figlio Karl arrivò la sera dopo con la sua giovane consorte e le due figlie piccole. Era atterrato dopo un viaggio non proprio semplice, trovando la faccia contrita di Mannino ad aspettarlo in aerostazione insieme alla sua vettura ormai a pieno titolo in lista per il registro delle auto storiche. Tenuta impeccabilmente s’intenda, ma piuttosto scomoda per la famigliola e i loro bagagli. Fortuna che il climatizzatore andava ancora bene e che la sofferenza di quelle due ore di viaggio si era conclusa con qualche rimostranza delle bimbe e un paio di sbuffate della signora. Karl era rimasto silenzioso e assente per tutto il tempo, giusto un saluto di circostanza a Mannino, ricambiato con eguale ricercato distacco. Sapeva infatti il giardiniere tuttofare di casa Londsdale, quanto per quel figlio ormai uomo fosse un sacrificio enorme tornare in quei luoghi. Tra lui e la famiglia si era aperta nel tempo una faglia incolmabile dopo quel trasferimento nella villa, ampliata poi nelle aule dei tribunali dalla contesa sull’eredità disposta dai coniugi verso un non meglio identificato Mr. Crowley, sino a quell’epilogo e alla chiamata della settimana prima del notaio Seminara. Karl aveva quindi solo anticipato quel viaggio e ancora non comprendeva l’astio che i suoi genitori avevano coltivato in tutti quegli anni verso di lui per tenerlo lontano da loro e da quella casa.
Già la casa: Karl non era mai arrivato a una giustificazione logica, ma quella villa aveva distrutto tutto il rapporto con la sua famiglia, l’aveva fatto fuggire lontano sperando davvero di non tornare mai più. Eppure proprio di quel luogo lui non voleva perdere il possesso, solo di quello e di null’altro del vasto patrimonio dei Londsdale. Rivoleva solo ciò di cui la cattiveria dei suoi aveva incessantemente provato a privarlo. C’erano due facce dei suoi genitori che si contendevano i suoi ricordi: quella amorevole del prima della villa, la vita lenta e attenta al prossimo nello Yorkshire e in realtà sperimentata per qualche anno anche in quel luogo. E poi quella feroce, solo a lui riservata fin da ragazzino, piena di limiti e punizioni per nulla giustificate, spinte per nulla velate a lasciar la casa il prima possibile.
La signora e il signor Londsdale nella loro lunga vita ebbero comunque momenti, diciamo così, di stanchezza di coppia e a dire il vero qualche giovane allievo fu visto più volte sgattaiolare fuori dalla camera da letto della signora Londsdale, dopo le lezioni di piano che impartiva nei noiosi pomeriggi nello Yorkshire. Anche il dottor Londsdale d’altronde usava sporadicamente ospitare nel suo studio medico qualche coppia annoiata, desiderosa di esibirsi per selezionati sguardi maliziosi durante sofisticati giochi erotici. Raramente, e solo con conoscenti di lunga data, si convinceva a unirsi ai corpi eccitati, non lesinando le sue attenzioni a nessun componente specifico della coppia. Due volte aveva anche portato con sé la bella moglie che, sebbene proclamasse di gradir poco le attenzioni femminili delle intervenute, in realtà era più preoccupata di ammettere che quella fosse una ben piacevole incombenza. La goccia che fece traboccare il vaso fu per lei scoprire che tra le buone conoscenze ammesse alle attenzioni attive del consorte, fossero annoverati la sorella Elizabeth e il di lei marito. Con una scusa quella volta si era quindi dileguata dallo studio, evitando di sottolineare nei giorni successivi lo sguardo deluso del cognato e del consorte che di sicuro avevano previsto un ben diverso finale per quell’incontro familiare. Non è noto sapere invece se tali pratiche fossero state mantenute dentro le stanze della villa. Si può solo riportare che alcune malelingue, poche a dire il vero e tutte fedeli frequentazioni del parroco, narravano di visite serali di coppie beneficiate dalle regalie dei Londsdale e ben assortite in termini di vigore fisico.
Posto che gran parte dei fortunati era però gente sola e umile che nulla avrebbe potuto dare in cambio, men che meno in natura oltre al magro pescato del giorno, si potrebbe anche ricordare che alcune delle malelingue e finanche una delle coppie chiacchierate sentivano spesso il bisogno di ottenere conforti religiosi in orari tardi, trovando sempre un uscio nascosto da occhi indiscreti sul retro della canonica provvidenzialmente accostato.
Karl, giunto alla villa, si era sistemato con la sua famiglia in due stanzette mansardate, che dalla terrazza enorme sulla quale si aprivano assicuravano ampio spazio di giochi alle bimbe e una vista mozzafiato verso il mare e sul grande parco verde. Da lassù la “provvidenziale collinetta” colpì subito il giovane Londsdale. Dal giorno della sua partenza si era ancor più accresciuta e ricoperta di fusti e piante che oramai solo a un occhio consapevole potevano destar dubbi sulla sua origine naturale.
Terminata la pratica del rito funebre, officiato da un improbabile pastore recuperato in un paese non troppo vicino, Karl si diede all’esplorazione del parco, in attesa del notaio Seminara e delle sue preannunciate novità. Puntuale come sempre il buffo omino, alto quasi quanto la scrivania dietro cui sciorinava le carte della lunga contesa, comunicò che la signora aveva accettato di non trasferire la proprietà della villa a Mr. Crowley, purché Karl e i suoi eredi non modificassero nulla del parco. Pare infatti che di questo avesse terrore la coppia. Soprattutto che la “provvidenziale collinetta” tanto amata venisse perduta o demolita.
«È stata sua madre a convincere suo padre», disse quasi sottovoce il Seminara, «e a vigilare su questo saranno Mannino e Scalici.»
«Quindi non avremo il piacere di conoscere il signor Crowley neanche questa volta», osservò Karl mentre siglava l’accordo con un accenno di sorriso, «deve essere un uomo molto riservato a quanto pare.»
Il notaio emise un mugugno che doveva contenere una qualche affermazione mista a sollievo, radunò le carte, salutò con referenza e con una certa contentezza nel cuore si avviò fuori per dare il benestare al mandato per il suo onorario, fermo oramai da mesi in attesa di quella dannata firma.
Fu il giorno dopo che un taxi ruppe la monotonia del borgo e il fatto che a chiamarlo fosse stato Karl indispettì non poco Scalici.
«Ma se aveva voglia di andare in città potevo accompagnarla io. Con quello che costano i taxi da noi!», continuava a protestare nervosamente il giardiniere.
«Sono ricco adesso, Scalici. Si riposi invece, la vedo provato e mi rendo conto che il suo legame con i miei era davvero forte», rispose Karl richiudendo la portiera della vettura.
Andato via il taxi, Scalici ebbe poi da irritarsi ulteriormente perché ben due gomme della sua amata auto erano squarciate e giacevano sgonfie e accasciate sulla ghiaia del vialetto. Che avesse in progetto di seguire il nuovo padrone a debita distanza è un sospetto difficile da smentire, ma il trambusto quel giorno non terminò con quegli eventi, perché alle due in punto del pomeriggio un rumore di cingoli squarciò l’aria sonnolenta del dopo pranzo. La Mannino, con uno straccio in mano mise la testa fuori dalla tenda antimosche e rimase raggelata dalla enorme ruspa che stava scivolando fuori dal rimorchio grigio posteggiato appena oltre il cancello d’ingresso. Rovinosamente la cuoca rientrò alla ricerca del telefono, urtando una pila di piatti che con fragore terminarono la loro vita in grossi cocci sparsi ovunque. Allo Scalici occorse quasi un’ora e un paio di passaggi su motorini scalcagnati per tornare alla villa: la voce strozzata della Mannino al telefono lo aveva infatti raggiunto mentre contrattava due gomme in buone condizioni da sostituire alla sua auto. La scena al suo arrivo era surreale: il bulldozer addentava brani della collinetta, svellendo arbusti e sbavando terriccio e radici dai denti arrugginiti; scostati quanto basta da quel putiferio di meccanica e distruzione, la Mannino e il parroco gesticolavano e urlavano verso Karl ogni possibile oscenità, sovrastati però dal rumore della ferraglia ingorda. Scalici potè solo unirsi agli improperi e aspettare con l’occhio vigile l’arrivo del Seminara, da lui subito allertato. Dal terrazzo della villa, le due bimbe intanto sembravano godersi lo spettacolo inatteso con una salva di urletti che accompagnavano il ritmo dei morsi del mostro di metallo e le buffe ruzzolate a pancia all’aria di Quizzy, che alle piccole si era unita per la sua dose di coccole.
Dopo un’altra mezz’ora un ansimante Seminara arrivò nel suo gessato d’ordinanza, trafelato come reduce dalla maratona di New York. Con una rapida occhiata salutò un disperato Scalici e provò a farsi ascoltare dal Londsdale.
«Cosa diavolo state facendo? Avevate preso un impegno, facendo così perderete tutto! Tutto!», urlava con la sua voce stridula il notaio.
Karl lo degnò appena di uno sguardo di sbieco intento a osservare qualcosa in mezzo alla povere alzata dal demolitore. Aspettava un segnale che a un tratto lo precipitò verso la zona delle operazioni: con un gesto intimò alla macchina di fermarsi. Nell’improvviso silenzio le urla dei convenuti continuarono per qualche minuto, ma uno alla volta i quattro si ammutolirono davanti ai pezzi di legno che facevano capolino tra le pietre.
Con la mano Karl scostò un pò di terra da alcune tavole di legno sepolte, davanti a un incredulo Seminara e a un livido Scalici.
«Dieci anni. Avevo dieci anni e lassù in mansarda c’era la stanza dei giochi dei miei. Allora non lo capivo, ma non erano giochi da fare con qualcuno che potesse osservare. Poi per un problema di umidità dal tetto decisero di spostare tutto sul retro e gli scuri di legno pieno furono rimossi e sostituiti con le persiane. Me li ricordo per un pezzo accatastati vicino al casotto», parlava piano Karl accovacciato con gli occhi bassi, carezzando con il palmo il legno rovinato delle vecchie ante. Per qualche minuto sembrò non voler dir altro, muto in un silenzio surreale. Poi due divise da carabiniere attirarono l’attenzione di tutti. Karl si rimise in piedi e con un sorriso si rivolse ai quattro sconvolti personaggi che osservavano con sguardi preoccupati la scena.
«Ho invitato le forze dell’ordine. Spero non vi dispiaccia, perché vi vedo alquanto contrariati. Stiamo festeggiando una nostra vecchia amica in fondo, rallegratevi su!», rise nervoso dirigendo il suo sguardo all’indirizzo del parroco. «Padre Mariano! O preferite che mi rivolga a voi come reverendo Crowley?»
Il sacerdote fece appena per opporsi, ma Karl gli spense subito il fiato in gola. «Layla! La ricordate? Scommetto di sì. Quando ero piccolo e i miei avevano il loro da fare, Layla rimaneva la sera a occuparsi di me.»
Si voltò verso Scalici, «poco prima di squarciarvi le gomme, a proposito pago io la riparazione s’intende, stavo ripensando a quella volta che vi trovai insieme, mentre rassettavate gli attrezzi nel casotto. Doveva esservi caduto qualcosa nei pantaloni e
Layla stava aiutandovi a cercarci dentro. Eppure devo dire che fino a quando non sono tornato nella mansarda, non ho compreso quell’ossessione di mia madre per il parco.»
Si girò all’indirizzo del notaio questa volta, «strano, caro notaio! Mia madre forse voleva solo tenermi fuori da questo posto. Un gesto d’amore in fondo. Ed io che pensavo mi odiasse! Se no ricordo male la procuraste proprio voi quella giovane e bella babysitter ai miei. Arrivavate insieme in macchina, lei e la sua gentile consorte, che dio l’abbia in gloria! E Layla, ricordo bene? Poi voi vi dedicavate al vostro consueto intimo burraco settimanale e lei mi leggeva bellissime favole dai libri che ogni volta mi portavate in dono.»
«E voi? Mia cara signora Mannino!» A lei si rivolse con una piccola giravolta, «quanto eravate giovane e sprovveduta quando quella sera doveste prendere il suo posto. Crowley. L’avevo sentito quel cognome, ma non ricordavo più quando.»
Accanto alla cuoca il giardiniere sembrava cercare protezione, «Scalici! Quando quella sera lei venne a chiamare la sua devota signora Mannino, io fingevo di dormire per non continuare a dover seguire i suoi giochi stupidi. Solo due parole colsi dal vostro bisbiglio: incinta e un termine strano che ricordava guarda caso proprio Crowley. Diciamoci la verità la pronuncia inglese non è il vostro forte. Però, senza alcun nesso allora, per me bambino due eventi si susseguirono dopo che al mattino raccontai quello strano dialogo a mia madre. Che lei iniziò a cercare tutti i modi per cacciarmi di casa e che la “provvidenziale collinetta” crebbe di giorno in giorno.»
Sembrava che il gelo fosse sceso su quel giardino. Karl si rivolse prima ai due carabinieri, «prego, possiamo procedere a quanto pare.» E poi al triste drappello di sodali, «e anche voi miei cari, non avete voglia dopo tanti anni di salutare la nostra amata Layla e lo sfortunato figlio di Mr Crowley? Andiamo, in fondo adesso lui è il nuovo proprietario di villa Londsdale. Corretto notaio Seminara?»
Quizzy sulla terrazza uggiolava sonoramente, visto che ancora nessuno quel giorno aveva provveduto al suo pasto.

  1. Pingback: Layla su Caffé Letterario | L'ordalia dell'acqua

  2. Sono curiosissimo per il 16 maggio. Santi Abda, Ebedieso e Alipo. Tutti vescovi. E’ anche la giornata internazionale della luce. Un ricordo di pagare le bollette. Poi… tu che fai? Il tuo giallo è stile vecchia maniera e semplicemente perfetto.

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