Bobbi. Una storia vera


Bobbi era uno dei cani da caccia del mio nonno materno. Dalla mia nascita era il terzo. Andavo volentieri dai nonni, che vivevano in un piccolo paese agricolo della Marsica, perché da loro si stava all’aria aperta e c’erano tanti animali da cortile. Il primo cane di nonno che io conobbi si chiamava Giancarlo, per tutti Giancherino, un bel setter inglese bianco e nero. Gliel’aveva lasciato un cacciatore che non era più tornato a riprenderlo. Mi piaceva Giancarlo anche se non considerava molto noi bambine. Lui era un cane da lavoro, non poteva perdere tempo a giocare. Un bel giorno, una domenica che andammo a trovarli, mi venne incontro un festante cagnolino. Nonno mi disse: «Questa è Lola», mentre la cagnetta faceva salti acrobatici per raggiungermi il viso e leccarlo. Lola era un bracchetto marrone e, quando crebbe, ebbe una cucciolata di ben dodici cagnolini. La trovai io nel fienile mentre stava partorendo. Corsi dentro gridando che Lola aveva avuto i figlioletti e nessuno mi credeva.

«Che ne capisci di queste cose», disse nonno ma, visto che insistevo, mi venne dietro e constatò che avevo capito bene.

Andammo via, con la mia famiglia, e rividi l’unico figlio rimasto di Lola quando era già grandicello. Nonno aveva regalato gli altri a cacciatori suoi amici che li avevano presi volentieri, dato che Lola era brava nella caccia e si sperava che anche la sua discendenza lo fosse. Il figlio rimasto fu chiamato Bobbi. Nonno diceva che era di Giancarlo e Lola, ma io avevo i miei dubbi, perché Bobbi era biondo e aveva la testa di un Golden retriver, ma di questo una bambina che ne capisce?

Nel frattempo Giancarlo era morto e io giocavo con Lola e Bobbi, un bel cane robusto e possente, ma gli piacevano i topi e a nonno non stava bene. Un giorno lo trovai con un topo attaccato sotto il collo e il mio avo mi spiegò che così si sarebbe disgustato dell’odore e non li avrebbe più cacciati; mi disse che, se avesse continuato coi topi, gli si sarebbe rovinato il fiuto per la caccia.

Mia zia materna veniva a trovarci spesso e passava del tempo con noi. Un giorno che uscimmo per fare una passeggiata insieme, ci ritrovammo Bobbi davanti al portone che ci accolse festoso. Zia lo scacciò. Il povero cane smise di scodinzolare contento e andò via senza neanche voltarsi. Bobbi aveva valicato montagne alte dell’Appennino per ritrovare la zia ed era stato mandato via. Io non capivo la situazione e mi dispiaceva che fosse stato allontanato. Allora zia mi disse che nonno lo aveva portato a morire sulle montagne perché era malato e lei cosa poteva fare? Mica potevamo portarlo a casa con noi. Io ci rimasi davvero male e non mi capacitavo di tanto disinteresse per un cane che aveva lavorato e aveva fatto mangiare carne alla famiglia di mio nonno.

Vi racconto di Bobbi perché non ho mai dimenticato quel giorno in cui ci voltò le spalle e andò via, forse a morire sulle montagne. Non era tornato da nonno che lo aveva abbandonato, ma aveva cercato aiuto da zia che a sua volta non aveva potuto dargliene. Ve ne racconto perché lo penso spesso e mi meraviglio ancora che dal paese dove era nato e vissuto, contando solo sul suo fiuto e, per strade che solo lui aveva saputo trovare, aveva rintracciato la sua padroncina. Era davvero figlio di Lola e ne aveva ereditato le caratteristiche da cane da caccia che mio nonno vantava sempre.

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