SUL PARAPETTO

Salì sul parapetto del ponte e si aggrappò ad un cartello stradale per trovare l’equilibrio. Sotto c’erano trenta metri di vuoto e in basso si dipanava il letto in secca di un torrente di montagna. Era arrivato fino lì per farla finita, anche se la malattia non gli permetteva di comprendere fino in fondo da che cosa stesse realmente scappando. Non aveva grossi problemi, se non una multa di pochi euro da pagare, più l’onta per non essere stato capace di difendere le proprie scelte davanti al vigile che lo sanzionava per un arancio che la polizia municipale aveva visto rosso. In fondo lo stipendio da manager di una grande multinazionale americana non lo metteva in condizione di finire nella rete dell’Agenzia delle entrate. Si buttava semplicemente per un gesto eroico. Aveva una vita normale, ma mai gli era capitato di finire su un giornale, seppur minore, per qualcosa di eclatante. Questo era ciò che lo angustiava, questo era il motivo di una depressione che l’aveva condotto prima dal medico, poi da uno strizzacervelli e quindi in farmacia per acquistare farmaci atti alla ricaptazione della serotonina. Voleva lanciarsi per avere uno spazio sul giornale, per mettere in difficoltà qualche amico, così che per qualche giorno ci fosse qualcuno che si sentisse in colpa per non aver capito il suo stato d’animo. Distratti, in fondo aveva amici distratti. Ecco, forse lo angustiava la distrazione che vagava per il mondo trasformando animali sociali in individui egoisti e spesso egocentrati. Era la malattia del mondo, la malattia dell’anno duemilaventuno. Ma se poi nessuno si fosse posto domande? Sarebbe morto senza quelle righe che avrebbero messo in risalto una vita normale? Decise di scrivere due righe e si lasciarle sul ciglio della strada. Ma se poi il vento avesse spazzato via quel biglietto? Si sa che il destino si fa beffe delle nostre pianificazioni. Scese dal parapetto e si mise a pensare. Doveva uscire dalla vita nel modo migliore, doveva lasciare un segno. Ma come? Aspettò che gli venisse un’idea, ma più che l’idea si accorse che stava perdendo tempo, si accorse che era sul quel ponte da circa un’ora. Risalì sul parapetto e guardò in basso. Gli sovvenne la vertigine, e la testa per un attimo virò su se stessa offuscandogli la vista. Contò fino a tre, poi contò fino a dieci, quindi contò fino a cento e quando arrivò alla prima unità della secondo centinaio decise di scendere dal parapetto. Scrisse il biglietto: farla finita è un modo per apparire. Dunque trovò una pietra per fissare sull’asfalto lo scritto e salì di nuovo sul parapetto. Questa volta decise di non contare e col la forza del coraggio chiuse gli occhi e si lanciò nel vuoto.

Dopo qualche giorno di assenza dal lavoro, qualcuno decise di cercarlo, ma non trovandolo, si rivolse ai carabinieri e fece denuncia. Nel frattempo un tale trovò il biglietto. Mancava la firma. Chissà cosa vuol dire, pensò l’uomo prima di lanciare il foglietto giù dal ponte. La firma, si era dimenticato di firmare. Era uscito dalla vita dimenticando di lasciare il nome su quel foglietto. Ritrovarono il corpo sfigurato circa tre mesi dopo, ma non avendo familiari nessuno lo riconobbe. Gli amici l’avevano dato per disperso e sapendolo sereno, in fondo non aveva grossi problemi da far pensare il peggio, immaginarono fosse scappato in qualche paese caraibico per cominciare una vita nuova. Un giornale locale diede la notizia del ritrovamento di un corpo, spiegando che nessuno sapeva riconoscere di chi fosse.

Finì presto nel dimenticatoio, tra la distrazione cosmica di un mondo che presenta solo parapetti tra il prima e il dopo.

Stefano Re

  1. ben descritto lo stato d’animo dell’aspirante suicida. Si sentiva incompreso e volle farla finita ma nemmeno da morto riuscì nell’impresa.
    Complimenti.
    O.T. per giugno è pronta la data del 2 giugno. Va bene?

  2. Nell’incespicare dell’esistenza, a volte, sfuggono quei particolari che la qualificano, ne danno senso e giustificazione. Dettagli fondamentali che rendono giustizia, anche quando credi che ti sia negata.. Una firma mancata é pari ad un’esistenza negata per sempre.

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