Racconti impossibili – parte quattordicesima

Per gli appassionati, invero pochi, torna a parlare di sé frate Ethan e la sua indagine. Per chi volesse rinfrescarsi la memoria aggiungerò che il nostro frate dopo essere partito da Canterbury per indagare sui motivi per i quali Sir Percival non è più ammesso alla corte di King James, parte per Maidstone, la capitale del regno di Kent, per incontrare Glovine il bibliotecario cieco. Non è facile avvicinarlo ma si sa che gli scudi d’argento possono aprire tutte le porte. Ottenute le informazioni torna a Canterbury

Eccomi con la nuova parte di questo fueuilleton non troppo brillante. Se volete leggere anche le altre le trovate qui.

Frate Ethan rifece lo stesso percorso dell’andata ma questa volta da solo. “Dunque Gwen è rimasta nel palazzo” rifletté mentre spingeva la porta che dava nella canonica. “Chissà cosa ha in mente quella furba ragazza”.

Ad aspettarlo c’era una Maria Agnes rossa in viso per la collera di non aver potuto origliare il colloquio del frate con Glovine. Reputava, che, se avesse ascoltato i loro discorsi, gli avrebbe potuto spillare altri scudi d’argento ma adesso aveva le armi spuntate.

«Mi aspetto altri pezzi» esordì con la voce incattivita dalla mancanza di informazioni per ricattarlo. «Per colpa vostra ho rischiato di essere messa alla porta».

Frate Ethan si fermò per un attimo, fulminandola con lo sguardo. «Maria Agnes quello che avete ottenuto è più che congruo. Messere Glovine mi ha confidato che, se avessi chiesto udienza, sarei entrato dal portone principale e non in modo furtiva come un ladro da un ingresso secondario e neppure troppo segreto, visto il movimento di persone che gestite».

Il frate cercò di rimanere serio perché tutto quello che aveva detto non era vero. L’aveva intuito dalle parole di Glovine che descriveva Maria Agnes come un’arpia.

La donna sbiancò, aprì la bocca alla ricerca di aria. Le mani tremavano come le carni flaccide del suo corpo. “Dunque Glovine sa del traffico di persone che gestisco” rifletté in un lampo. Si girò e senza dire una parola uscì dallo stanzone che serviva per gli officianti di indossare i paramenti sacri.

I passi della donna si smorzarono nel silenzio della navata centrale. Frate Ethan con lentezza si avviò verso l’uscita della cattedrale. Il suo compito si era concluso. Adesso era tempo di ritornare a Canterbury. Valutò se era il caso di prendere commiato da King James. Scosse la testa avviandosi per l’ultima volta al Cervo d’oro per consumare l’ultimo pranzo del suo soggiorno a Maidstone. Poi avrebbe mandato un servo per avvertire la sua scorta che prima del vespro si sarebbero mossi per ritornare a Canterbury. “A King James qualcuno riferirà che sono partito”.

Saldato i conti al Tabarro, aspettò l’arrivo del capitano in una saletta piccola ma accogliente. Penso a Gwen, svelta e furba, con un pizzico di nostalgia. “Era davvero simpatica la ragazza. Spero che trovi presto un lavoro dignitoso e non umiliante come quello da Robert”. Il solo pensare all’uomo lo fece ringhiare sordo, perché era davvero un individuo spregevole. Emise un sospiro, mentre udì lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli nella strada principale. Erano i cavalli della sua scorta.

Si alzò per avviarsi verso la carrozza che l’avrebbe riportato a Canterbury, quando vide spuntare il viso lentigginoso di Gwen. Il frate rimase sconcertato. L’aveva lasciata da Glovine, almeno questo era il suo pensiero, prima dell’ora sesta e adesso era lì di fronte a lui.

«Messere» disse con referenza la ragazza. «Mi prendete con voi?»

Frate Ethan aprì e chiuse più volte la bocca senza proferire una parola. La guardò incredulo di tanta sfacciataggine ma ne ammirò il coraggio. “Fare un viaggio di qualche settimana con un manipolo di soldati richiede coraggio” pensò, mentre il capitano si affacciò sulla porta.

«I suoi bagagli sono stati caricati. Possiamo metterci in marcia. La strada è lunga”.

Frate Ethan si riscosse dal torpore in cui era caduto.

«Questa ragazza viene con noi. Trovatele un posto per fare il viaggio» affermò in modo perentorio avviandosi verso la carrozza che lo aspettava.

Gwen avrebbe voluto correre dal frate e baciargli la mano ma la voce dura del capitano le impedì il suo proposito. «Avete qualcosa con voi?»

«No. Solo questo piccolo fagotto» rispose correndogli dietro per tenere il suo passo.

Il viaggio di ritorno fu più piacevole di quello dell’andata. Il bel tempo, aveva smesso di piovere, e la presenza di Gwen allietarono le due settimane di cammino.

«Ma non avete nessuno a Maidstone?» fece frate Ethan durante una delle tante soste per far riposare cavalli, cavalieri e passeggeri a una stazione di posta.

«No».

Il frate inarcò un sopracciglio e stava per chiedere spiegazioni, quando arrivarono altre informazioni.

«No. Mia madre se ne è andata quando avevo sei anni. Mio padre non l’ho mai conosciuto. Dicono che sia Robert, l’oste che avete conosciuto alla locanda. Però direi di no visto la mia diversità di carattere».

Frate Ethan scoppiò in una fragorosa risata. “Quella voce può essere vera visto il tipaccio collerico e dalla mano pesante. Non c’è da stupirsi se molte serve sono passate dal suo letto sotto la minaccia di essere cacciate”.

«Siete dunque un’orfanella».

«No. Una zia, una lontana parente di mia madre, mi ha salvata dall’orfanotrofio ma mi ha schiavizzata facendomi fare i lavori più umili e pesanti per pagarmi l’ospitalità».

Arrivati all’ultima stazione di posta prima del balzo finale, Frate Ethan si domandò dove sarebbe stato possibile collocare Gwen in modo dignitoso. “Sistemarla presso una delle tante locande di Canterbury sarebbe facile. È brava e svelta come ho potuto apprezzarla al Tabarro. Però…”. Poi rifletté di farla entrare in convento. Dietro la sua maschera glaciale rideva come un pazzo, perché non ce la vedeva proprio come novizia. Corrugò la fronte, perché le soluzioni trovate non lo soddisfacevano. Introdurla nella servitù di Sir Percival era di sicuro più interessante ma un nuovo dubbio entrò nella sua mente.

«Siete ancora un fiore da cogliere?»

Gwen arrossì per la domanda impertinente ma rispose lo stesso con un sì secco. «Perché?»

«Nulla. Stavo pensando». Conoscendo Sir Percival, immaginava come sarebbe finita. Però comunque qualcuno avrebbe colto quel fiore ma sir Prince John era il male minore.

«Stavo meditando dove sistemarvi a Canterbury e quindi…».

Gwen lo fissò con i suoi occhi blu. Non capiva il motivo della domanda e quale relazione ci fosse con il suo futuro impiego. «Perché mi avete chiesto questo?» Il viso era ancora rosso per la mancanza di tatto del frate.

«Ascoltatemi. Pensavo di farvi assumere tra la servitù di Sir Percival. il signore di Canterbury. Però vedete, quando gli vengono certe voglie non si può scappare, perché entrando al suo servizio voi non potete comportarvi in modo libero. Siete di sua proprietà».

Gwen arrossì ancora più vistosamente. Era la prima volta che parlava di sesso e verginità con un uomo, che per di più era anche un frate. Però per ogni cosa c’era sempre una prima volta. «Se devo donare il mio fiore a qualcuno, è mille volte meglio sir Percival rispetto a un buzzurro qualsiasi. Quindi se il vostro padrone mi accetta, sono pronta a tutto».

Sistemata Gwen in modo provvisorio presso le Agostiniane della madre badessa Agnes, si avviò verso Devil’s Castle per incontrare Sir Percival. Ebbe un moto d’ilarità. “Agnes è un nome gettonato e incline al denaro” si disse ripensando alla casualità dell’assonanza tra quello della madre badessa e dell’arpia di Midstone.

Se l’ultima volta aveva percorso quella salita con un il tempo inclemente, adesso era caldo e soleggiato. Frate Ethan sbuffava arrancando sotto il sole, finché non arrivò al portone di solida quercia. Bussò con energia ma non dovette aspettare molto perché qualcuno aprisse.

Con passo svelto e deciso si avviò verso il salotto preferito di Sir Percival e lì, comodamente seduto su un divanetto di velluto rosso avrebbe aspettato il suo arrivo. Era sicuro che il maestro della casa lo aveva avvertito, perché l’ultima volta aveva rischiato di essere cacciato.

Aveva tutte le informazioni cercate: il nome del mandante e di chi aveva materialmente ucciso il cognato e cosa avrebbe dovuto fare per tornare nelle grazie di King James. Sull’ultimo punto immaginava che Sir Percival avrebbe nicchiato. “Ma se vuole tornare a corte…”. I suoi pensieri furono interrotti dall’arrivo di Prince John.

«Ben tornato! Quali notizie mi portate?»

Stay tuned for next Episode.

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