Summer hymn

Pat dalla ringhiera del balconcino si sporse a guardare la montagna.
“Minaccia vento”, pensò. E si affrettò a rientrare le lenzuola ancora un po’ umide.
“Qui se arriva la bufera tira giù tutto”, si disse mentre le fronde del grande albero iniziavano a oscillare.

Rientrata in casa ripose il fagotto sulla cassapanca e continuò a sparecchiare il tavolo della cena. Era un piatto e un bicchiere, niente di più, ma se l’era lasciati per ultima cosa della giornata. A lavarli ci avrebbe pensato la mattina dopo però, come sempre aveva fatto in quella minuscola casa abbarbicata sul monte, oltre la curva del diavolo. La chiamavano così perché era un punto cieco, una traiettoria che vedevi all’ultimo. Non che ci fosse morto qualcuno, ma di auto e moto finite nel fosso a mollo all’acqua ne aveva aiutato a tirare fuori tante con il trattore.

Dalla madia Pat tirò fuori una bottiglia con una etichetta vecchia e scolorita.
“Pochissimo ancora fino a Natale”, rifletté osservando in trasparenza le tre dita di nocino dell’anno scorso residue. Si versò un po’ di liquore in una tazzina sbeccata e spostò la seggiola impagliata proprio davanti la persiana aperta.
Adesso l’albero sembrava danzare, spinto dal vento che continuava a salire.
“Chissà come sarebbe ballare con quell’albero”, si chiese. Quando era giovane le piacevano tanto le feste e c’erano di quelle sagre in estate che l’indomani ci volevano le bombe per alzarsi dal letto e andare a lavorare. Lei si metteva in ghingheri, con il vestito a fiori che s’era cucita da sola, e poi si buttava nella mischia provando a trovare qualcuno di nuovo. E di bei ragazzi che venivano dalla valle a prendersi il fresco ne conobbe. Qualche volta rimanevano anche la notte da lei, ma pochi tornavano poi a cercarla. Un paio in tanti anni. Non di più. Con uno addirittura iniziarono a parlare di chiesa e invitati, ma non se ne fece niente alla fine.
Pat prese un sorso dalla tazzina: “chissà poi perché andò così con quel tipo” pensò guardando le nuvole passare davanti alla mezza luna brillante in cielo. C’era questo in lei di buono, che dimenticava. Ma da sempre eh! Fin da bambina, non era una roba dell’età. Pat cancellava tutto quello che le dava dolore e fastidio. E andava avanti, ignorando per sempre quell’evento. Poi magari, come quella sera, si faceva delle domande alle quali non sapeva più che rispondere, ma era faccenda di un attimo, perché dopo un nanosecondo faceva spallucce e continuava i suoi pensieri.

La ragazza sbucò sul viottolo d’ingresso spingendo una bicicletta con la forcella palesemente storta. Che si trattasse di ragazza si capì solo quando Pat si decise a scendere giù a vedere, perché aveva i capelli cortissimi e i vestiti zuppi di fango.
«Che è stato?», chiese Pat mettendo una mano sul manubrio.
«Una macchina sulla curva, quasi mi metteva sotto.»
«E sei finita nel fosso!», disse girandosi verso la casa, «vieni dentro che almeno ti dai una sistemata.»
Arrivati sull’uscio la ragazza si fermò a guardare intorno.
«Che c’è, non ti piace l’architettura?», chiese sarcastica Pat.
«La bici», fece la ragazza.
«La bici cosa?»
«Dove la lascio?»
Pat fece un gestaccio ed entrò borbottando, mentre la ragazza accostava quel ferro ormai vecchio alla parete di biacca. Prima di entrare cavò via le scarpe incrostate di melma e si rimboccò i pantaloni verde militare.
Pat da su le urlò di salire e la ragazza a piedi nudi si inerpicò sulla scala gelida di pietra ruvida. Al primo piano nell’attesa Pat aveva tirato fuori dei vestiti suoi da lavoro e un telo ruvido da doccia, roba vecchiotta ma pulita.
«Lì a destra c’è il bagno. E non ti aspettare troppa acqua calda che ne ho già usata io e lo scaldabagno ci sta una vita a riscaldarne di nuova.»
La ragazza scomparve con il suo malloppo di vestiti per una buona mezz’ora e al suo ritorno, sulla tavola di legno apparecchiata con una tovaglia a quadri grossi, trovò del pane, un piatto con qualcosa al sugo dentro e una bottiglia d’acqua.
«Mangia», le disse Pat, «poi chiama a casa per farti venire a prendere.»
«È in Francia casa mia.»
«Francia? E che ci sei venuta a fare fin qui?», chiese Pat sgranando gli occhi.
«Lavoro. Sono ornitologa. E da queste parti passano le migrazioni a quanto so.»
«Il figlio di mia cugina faceva questo lavoro qui.»
«Fonseca? Il professore Fonseca?»
«Ecco lui! Mi pare che è morto due anni fa.»
«Tre anni. Era il mio relatore di tesi.»
«T’ha parlato lui di questo posto qui allora.»
«Già.»
«E dove contavi di dormire.»
«Ho una tenda sulla bici.»
«Avevi, una tenda», disse Pat pensando al disastro di fango del fosso. «Mangia ora», troncò sparendo dietro una porticina malmessa. Mugugnò anche altro, ma tanto incomprensibile da risultare solo rumore.
La ragazza prese qualcosa insieme a due sorsi d’acqua. Aveva male ancora al collo per la botta. E quella camiciona a quadri sembrava fatta di cartavetrata, graffiava e pungeva ogni volta che faceva un minimo movimento. Dalle persiane aperte si vedeva l’albero grande che quasi si piegava ad ogni folata di vento. In alto il cielo ripulito di nubi rivelava un punteggiare di stelle che apparivano fremere, quasi stessero anche loro per staccarsi alla prossima raffica di vento e venir giù. Forse d’una o due le sembrò addirittura di intravedere la scia luminosa della caduta. Pensò che in effetti avrebbe dovuto chiamare qualcuno per dire che stava bene, ma il suo cellulare se ne stava in bagno insieme ai vestiti infangati, spento e inservibile. E poi chi se ne fregava di chiamare e soprattutto chi avrebbe dovuto chiamare? Suo padre? Distoglierlo dai trend di borsa? E per dirgli cosa?
L’orologio alla parete batté dei colpi. Pat, riapparsa nella cucina, guardò il magro lavoro fatto col cibo dalla ragazza.
«Fame da lupi!», esclamò sarcastica, «vieni!»
La stanzetta era minuscola, appena capiente del letto, piccolo e corto, e di Pat in piedi; la ragazza dovette star fuori a ricevere istruzioni. In alto una finestrella gestibile con la canna lunga poggiata vicina al letto, dava pochissima aria e luce all’insieme.
«Con questo vento è meglio che ti stai buona qui ad aspettare domani.»
La ragazza fece segno di sì. Pat venne fuori dal bugigattolo per farle spazio.
«E domani prima dell’alba ti ci accompagno.»
«Dove?»
«Al lago. Sei venuta dalla Francia per gli uccelli o per fare il bagno nel fosso?»
Non è chiaro se la ragazza disse qualcosa, magari fu coperta dai mugugni di Pat nell’andar via, ma di certo ebbe a pensare che togliersi da dosso quella camicia di cartavetrata era la sensazione più piacevole che avesse percepita da un anno a quella parte. Il sonno la assalì molto presto, cullata dall’ullulato del vento oltre la finestrella. Sonno che fu bruscamente interrotto da uno strattone che le scosse anche il collo dolorante.
«Andiamo, che ci vuole tempo», le fece Pat con la figura di chi tutta la notte era rimasta sveglia nei suoi vestiti ad aspettare.
Con un po’ di sforzo la ragazza tornò a indossare gli abiti ruvidi della sera prima, trangugiò il caffè che Pat le aveva versato nella tazzina sbeccata e provando a non pensare alla sensazione sulla pelle iniziò la sua lunga strada verso il lago. Fuori la notte non era per nulla finita e senza un orologio a portata di mano non capiva affatto che ora fosse. L’aveva pure chiesta a Pat, ma aveva ottenuto un “è già tardi” e qualche mugugno incomprensibile. Camminarono così in silenzio per un tempo infinito, oltrepassarono la curva della morte e poi tagliarono per uno stretto sentiero intagliato tra rocce e vegetazione che sembrava girare tutto in tondo, inerpicandosi sulla montagna. Poi iniziarono a scendere verso una valle che diventò sempre più fitta di alberi immensi. Camminavano sotto le fronde con il cielo completamente nascosto alla loro vista, ma che riapparve di colpo quando la vegetazione lasciò spazio a una radura. Un anfiteatro di alberi con al centro uno specchio d’acqua, improvviso, sul degradare morbido di un prato umido di notte. Sulla costa opposta a loro, un nugolo di ombre immobili sull’acqua rivelava nel buio la presenza dello stormo.
Pat fece cenno di fermarsi, tese a terra un telo spesso e sussurrò “aspettiamo” sedendo. Fece lo stesso la ragazza ripensando alla macchina fotografica annegata con lo zaino nel fosso e così rimasero per un tempo indefinito. Forse furono secondi. Forse ore. Ma era tutto sospeso, era tutto una attesa fragile di un segnale. E ci si potrebbe sbagliare, ma il segnale a un tratto arrivò e fu un grosso rospo che saltato in acqua sulla costa destra, produsse piccole leggere increspature concentriche che riflessero il chiarore tenue della prima luce del giorno. Pat e la ragazza per qualche motivo lo compresero subito, scattando in piedi.
Il primo dello stormo a muoversi fu uno degli uccelli più esterni, zampate veloci sul pelo dell’acqua per poi alzarsi in un violento battito d’ali. E poi dietro uno, due, dieci, cento, mille altri battiti in un frastuono d’aria e di ombre che leggere planarono in un turbine ascensionale, presero quota volando in tondo sulle loro teste. Fino a cavalcare tutti il vento verso sud. L’ultimo dello stormo, rimasto poco indietro, sembrò osservarle dall’alto per controllare che avessero visto tutto bene. Poi aveva girato il becco e si era rapidamente riunito al gruppo. Fecero ancora due passaggi come a sincerarsi di non aver dimenticato nulla e nessuno; poi sparirono oltre il bosco, dietro le chiome che oscillavano leggere al vento del mattino.

«Cercano l’estate tutta la vita», disse Pat, «appena sentono che qui sta terminando ne cercano un’altra verso sud.»
La ragazza se ne stava con il naso all’insù. Pensava che avrebbe dovuto annotare cose e fare foto, ma non aveva come e soprattutto era contenta di non averci dovuto pensare.
«È ogni anno così?», chiese a Pat con un filo di voce.
«Sempre! Ma non è mai lo stesso giorno. E lo capisci dal vento. Quando arriva quel vento lì allora puoi stare certa che il mattino dopo andranno via. Li invidio sai?»
Adesso la voce di Pat era cambiata, aveva preso un che di melodioso che consolava.
«Perché vanno via?»
«No. Perché sanno quando è ora di tornare. Fuggire è facile. Basta mettere tutto in uno zaino e mollare tutto.»
«Come ho fatto io?», chiese la ragazza.
Pat fece una piccola smorfia, «il difficile è avere abbastanza palle per tornare dove sei fuggita. Gli uccelli sanno da sempre del vento e vanno in cerca dell’estate. Io invece questo fatto del vento l’ho capito che ero vecchia e non sono mai andata via, perché non sapevo che in ogni posto prima o poi arriva l’estate. Pure qui torna se sei andata via il giorno che il vento ti ha detto di andare. E allora anche questo posto può diventare un’altra storia. Non ti ci congeli per lunghi inverni sterili, da sola, in una casupola persa nel nulla. Ci passi l’estate. Come fanno loro.»
«Potresti andar via ora», disse la ragazza.
Pat sorrise, ed era un sorriso bello e dolce, niente di sarcastico.
«Ci vogliono le ali per volare via. E io ho solo due gambe vecchie che al più possono riportarmi a casa ora.»
In silenzio ripiegò il telo e senza quasi fare caso alla ragazza riprese il cammino già fatto. Per tutto il tragitto non si scambiarono più una parola, ascoltando i rumori della foresta al mattino che si risvegliava e i loro passi scrocchiare rami e foglie secche.
Arrivate alla casa la ragazza notò che la forcella adesso stava in una posizione più naturale e che stese in bell’ordine le sue cose ripulite dal fango erano quasi asciutte. Comprese che Pat ci aveva lavorato tutta la notte. Con calma, una alla volta, ripose ogni cosa nelle borse laterali della bici e una volta finito tornò dentro, che Pat stava preparando per il pranzo. Indossò nuovamente i vestiti suoi, provando una bella sensazione di sollievo rispetto alla ruvida consistenza della camicia a quadri.
Mangiarono in silenzio ognuna prigioniera nei suoi pensieri. Alla fine del pranzo la ragazza disse, «è ora di andare adesso.»
Pat assentì muta, poi chiese «torni in Francia?»
«Non subito, vado verso sud ora. In Francia tornerò in estate.»
Sorrise Pat a quelle parole e soprattutto quando a metà del viottolo la ragazza si girò a gridarle che si sarebbero riviste l’anno dopo, in estate.
La vide sparire dietro la siepe con l’andatura sbilenca della forcella storta. E seduta all’ombra del grande albero pensò che era tempo di dare una girata al nocino nuovo.
Chiuse gli occhi annusando l’aria impercettibilmente più fresca e s’assopì, sognando di un tal Alessandro. Quello che recitava le poesie di Neruda dopo aver fatto l’amore. Qual era quella che adesso sentiva tra i rumori del bosco?
Ecco, sì: Ode all’estate.

Oh estate
abbondante,
carro
di mele
mature,
bocca
di fragola
in mezzo al verde,
labbra
di susina selvatica,
strade
di morbida polvere
sopra
la polvere,
mezzogiorno,
tamburo
di rame rosso,
e a sera
riposa
il fuoco,
la brezza
fa ballare
il trifoglio, entra
nell’officina deserta;
sale
una stella
fresca
verso il cielo
cupo,
crepita
senza bruciare
la notte
dell’estate.

[P. Neruda]

  1. Pingback: Summer Hymn | L'ordalia dell'acqua

  2. Bello, bello questo racconto. La giovane e la vecchia. La prima giramondo la seconda stanziale. Però si ritroveranno la prossima estate. Pat è ruvida come i vestiti ma dal cuore generoso.
    Complimenti.
    O.T se per luglio sei della partita, il 18 luglio è tuo.

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