POLITICALLY INCORRECT

Verso mezzanotte Lucia andò in bagno. Si stava divertendo molto: quella festa era riuscita perfettamente e aveva conosciuto molte persone simpatiche. Mentre si ritoccava il trucco, fu raggiunta da Monica, la padrona di casa. La frequentava da pochi giorni, si erano incontrate per la prima volta in palestra ed avevano familiarizzato subito. Erano coetanee, entrambe trentenni; nessuna delle due era veramente bella, tuttavia risultavano senz’altro attraenti, bruna la prima, rossa la seconda. Lucia lavorava in un’agenzia di viaggi, Monica si occupava di import export.
“Tutto bene, cara?”
Lucia annuì. Si sentiva euforica, era la sua prima uscita in società da quando si era lasciata con Piero. Monica le porse un bicchiere. “Bevi.”, disse, “Vedrai che è qualcosa di speciale!” Lucia mandò giù un sorso, storcendo il naso; non era una bevanda particolarmente gradevole, aveva un retrogusto amaro. Monica sorrise. “Su, finiscilo. Ti assicuro che dopo ti sentirai in paradiso.” Un po’ controvoglia, Lucia le obbedì.

Quando riprese i sensi, si trovava in una camera avvolta nella penombra. Era nuda, sdraiata su un grande letto matrimoniale, aveva polsi e caviglie legate. Con lei c’erano due persone, anch’esse svestite. Avvertiva un forte profumo di incenso, che si mescolava all’odore di una donna eccitata. Monica le stava succhiando un capezzolo, un nero dall’aspetto atletico si accarezzava il pene, che era di dimensioni enormi. Ambedue avevano i corpi lucidi di sudore. “Cosa mi state facendo? Chi è lui?”, biascicò la giovane. Prima non lo aveva visto alla festa. Ad un tempo, si sentiva confusa e impaurita. Inoltre non sopportava la lingua di Monica, non perché non fosse abile, ma per il semplice motivo che non amava le donne. Amava gli uomini e comunque non gli sconosciuti. Inoltre, era prigioniera, alla loro mercè, e questa era una condizione che non tollerava. “Liberatemi immediatamente!”, esclamò con un tono di voce più risoluto. Improvvisamente era diventata lucida, e pienamente consapevole di ciò che stava accadendo. Per tutta risposta Monica si sdraiò su di lei, nella classica posizione del 69, e incominciò a leccarla avidamente. Nel frattempo, il nero continuava a masturbarsi; il suo pene era diventato ancora più grosso, turgido, pulsante sangue.
“Per favore, basta! Mi fa schifo!”
Parole al vento. Monica sciolse i nodi che le assicuravano le caviglie, le sollevò le gambe e penetrò a fondo in lei con una lingua che diventava sempre più vorace. Suo malgrado, Lucia iniziò a contorcersi sul letto. Con raccapriccio si rese conto che adesso le piaceva. Monica cambiò posizione, cercandole la bocca. Incredula di se stessa, Lucia ricambiò il bacio. Fu allora che l’uomo la penetrò. Malgrado la straordinaria consistenza del membro, duro come l’acciaio, lei era già completamente bagnata, e non provò alcun dolore. Solo passione. Una passione che si fece sfrenata, mentre lui la possedeva con incredibile vigore, e Monica le mordeva i capezzoli oppure le leccava il viso. L’orgasmo la travolse con un’intensità straordinaria; gridò.
Monica le liberò anche i polsi. Ormai sapeva che Lucia non si sarebbe ribellata; l’aveva desiderata fin dal primo momento in cui l’aveva vista in palestra, intuendo che, dietro a un’apparente riservatezza, celava un temperamento passionale. Monica amava le ragazze, ma soprattutto adorava condividerle con Max. Non era la prima, non sarebbe stata l’ultima. Mentre il nero la possedeva nuovamente, la baciò per l’ultima volta sulla bocca. Poi le cinse la gola con le lunghe mani forti. E strinse. Le avrebbe donato la morte più bella e più raffinata.
Lucia comprese le sue intenzioni.
Ma era troppo tardi.

IL SEME DELL’AMORE

“Ti insegnerò i segreti del fuoco.”
Molti anni dopo si sarebbe ricordato di quelle parole. Quando ormai sarebbe stato troppo tardi per apprenderli.
Ma quel giorno il giovane scosse la testa. “Voglio imparare altre cose.”, disse.
“E così sia!”, replicò il vecchio. “Anche tu hai molto da donarmi, e io farò tesoro dei tuoi insegnamenti.”
Nella grotta le fiamme guizzavano simili a serpenti sinuosi. “Tu conosci ogni cosa.”, disse il giovane. Lo pensava veramente: lungo tutte le strade che aveva percorso, aveva sempre sentito parlare di lui e, conoscendolo di persona, si era reso conto che la sua sapienza non aveva limiti.
“Nessuno conosce ogni cosa. Non sarebbero sufficienti tre vite per arrivare a tanto: scoprire i segreti del mondo, entrare nel cuore delle persone, capire in anticipo cosa porterà il vento. Però, io conosco te e so chi sei. Questo mi basta per dichiararmi un uomo felice.”
Ci fu un lungo silenzio, nel quale entrambi si immersero. Si erano conosciuti tre giorni prima, ma era come se si frequentassero da una vita. Spesso non avevano bisogno di parlare; una magia nascosta conduceva i pensieri dell’uno all’altro, e ambedue erano consci di quanto importante fosse stato il loro incontro.
Il vecchio sapeva che un giorno lui sarebbe arrivato. Il giovane aveva affrontato un viaggio interminabile, senza un’idea precisa di cosa avrebbe potuto trovare in quella terra grande e sconosciuta. Ma in qualche modo immaginava che avrebbe incontrato una persona in grado di arricchire la sua conoscenza, sebbene essa fosse già incommensurabile. Lo guardò negli occhi, provando un grande affetto per quella figura scarna, segnata da un’esistenza in cui dolore e comprensione, saggezza e ricerca della verità gli avevano lasciato un solco profondo, nell’anima come nel corpo. Si era sottoposto a digiuni che avrebbero condotto alla morte anche il più forte fra i guerrieri, aveva accettato sfide durissime che se da un lato lo avevano provato irrimediabilmente, da quell’altro lo avevano innalzato sulle vette del sapere.
Conosceva la magia, ma non solo: era in grado di ignorare ogni tipo di sofferenza terrena per elevarsi nel cielo, quale puro spirito. Molti giuravano che era stato in due posti contemporaneamente, altri sostenevano di averlo visto sollevare un masso grande quasi come una montagna unicamente grazie alla forza del suo pensiero.
Il vecchio si alzò per alimentare il fuoco. Il giovane pensò che c’era una sola cosa che li divideva. E sapeva che nessuno dei due sarebbe riuscito a far cambiare idea all’altro. Non ne avevano ancora parlato apertamente, ma prima o poi sarebbe successo. Forse quando si sarebbero lasciati. O forse, si disse, avrebbero evitato l’argomento, dato che si sarebbe trattato di un discorso del tutto inutile. Ma, dentro di sé, invece, sentiva che sarebbe stato il vecchio a sollevare la questione.
Perché gli voleva bene.
Quando il giovane partì, il vecchio pensò che se il falco vuole volare nessuno è in grado di fermarlo. Guardò verso oriente. C’era aria di tempesta. Un cattivo presagio.

Il sole splendeva implacabile nel cielo privo di nubi, arroventando la sabbia del deserto. Yehosua ripensava al giorno in cui si era separato dal vecchio. Alla fine avevano affrontato l’argomento che non avrebbe mai potuto trovarli d’accordo. Il discorso del vecchio non era stato cinico; la sua saggezza non prevedeva il cinismo, dato che nel cuore provava la compassione infinita di chi sa scrutare fra le ombre delle anime perse. Però, le parole erano risuonate aspre. Probabilmente perché Yehosua non poteva accettarle: mettevano in dubbio tutto quello che aveva appreso, rinnegavano il senso della missione che si era prefisso. Capiva che il vecchio desiderava il suo bene, e che il suo intento era quello di metterlo in guardia; tuttavia la portata di quel messaggio lo sgomentava. “Non posso avere sbagliato tutto.”, si ripeté per l’ennesima volta. “Ho un compito da svolgere, e se lui avesse ragione sarebbe come aver attraversato un oceano invano, starebbe a significare che ciò che ho fatto, quello che ho cercato di insegnare, non avrebbe alcun valore, e questo non può essere vero.”
Poi si spinse oltre. Anche se, a puro titolo di ipotesi, il mondo fosse come lui l’aveva descritto, avrebbe proseguito ugualmente il suo cammino, a costo di veder svanire nella nebbia della delusione la luce della speranza che da sempre accompagnava i suoi passi. Non dubitava di se stesso, ma anche se lo avesse fatto, non si sarebbe fermato. Glielo impediva il suo compito, e se avesse dovuto sacrificare la sua vita per quel compito, ebbene non avrebbe esitato.
Un vento improvviso sollevò la sabbia, creando vortici incandescenti. Accadde un fenomeno inspiegabile: alla calura soffocante si sovrappose un manto di gelo, come se il deserto fosse diventato una distesa di ghiaccio.
Fu allora che Yehosua lo vide.
Dapprima si trovò circondato da una quantità di rettili e di scorpioni. Era una situazione raccapricciante, ma il suo cuore rimase saldo. Con calma oltrepassò quelle disgustose creature, diretto verso un’apparizione che non riusciva ancora a distinguere con chiarezza, ma che gli sembrava una figura avvolta nella luce. Man mano che procedeva, la luce crebbe d’intensità, fino a costringerlo a chiudere gli occhi. Quando li riaprì, la bufera si era placata, gli orrendi mostri erano scomparsi e una calma quasi innaturale regnava sul deserto. Anche la luce diminuì, svelando al suo sguardo un angelo bellissimo. Non avrebbe saputo trovare un altro modo per descriverlo. Yehosua non aveva mai visto in tutta la sua vita un essere di tale sconvolgente avvenenza. Sembrava racchiudere in sé tutta l’armonia del creato, e quando parlò la sua voce era limpida come l’acqua di un ruscello.
Yehosua sostenne il suo sguardo, che era fisso su di lui, benché non fosse facile perché la bianca veste che lo sconosciuto indossava risplendeva abbacinante ai raggi del sole.
“Ti offro il mondo.”, gli disse, e Yehosua abbe una rapida visione che racchiudeva tutte le meraviglie della Terra: mari accarezzati dalla brezza del sud, tramonti che incendiavano il cielo, grandi boschi ombrosi, montagne innevate, laghi cristallini, prati ricoperti di fiori, e poi donne di una leggiadria senza pari.
“Tutto questo sarà tuo.”
Yehosua scosse il capo, come a rifiutare quello che gli veniva prospettato.
La sua reazione suscitò un sorriso, che però non era di scherno. Yehosua ebbe l’impressione che la sua scelta non avesse stupito quel misterioso essere. Pensò anche che forse egli addirittura l’approvava, e che non si sarebbe aspettato nulla di diverso, e qualora la proposta fosse stata accettata sarebbe stata accolta con un senso di disdegno. Non erano pensieri chiari, lucidi; non nascevano da un ragionamento: rappresentavano una consapevolezza superiore, che andava oltre il linguaggio delle parole.
“Ti farò un altro dono. E in cambio di questo dono tu mi adorerai.”
Questa volta Yehosua vacillò. Ebbe la nitida visione del cuore degli uomini, e ciò che vide lo sgomentò. Gli tornò alla mente quello che gli aveva detto il vecchio, quando si erano separati. Con un tono di voce che racchiudeva una profonda tristezza lo aveva ammonito, sostenendo che non esisteva alcuna speranza di riscatto per l’umanità. Yehosua aveva scosso la testa sorridendo, e lo aveva incitato ad avere fiducia. Nell’uomo e in Dio. Poi si erano abbracciati e nel lungo percorso di ritorno Yehosua aveva spesso pensato a lui.
Condivideva la gran parte di ciò che il saggio gli aveva detto, ma non quell’ultima frase. Dio lo aveva mandato proprio per cambiare il cuore degli uomini, e quella era stata la grande speranza della sua vita.
Ma ora…
“Tu sei stato scacciato dal paradiso.”, proferì con calma, non appena si fu riavuto dall’angoscia di quella visione. Trasse un profondo respiro, e pensò che ciò che gli era stato mostrato era un inganno, il frutto di una magia cattiva. La consapevolezza del vecchio nasceva da convinzioni errate, ma quello che aveva visto adesso, quello che aveva sentito, era un sortilegio, e non gli era difficile capire chi fosse in grado di penetrare così a fondo in lui, al punto da sconvolgerlo per la malvagità evocata.
I suoi occhi sereni riflettevano la certezza di quella conclusione, e si sentiva più forte.
Perché era di fronte al suo Nemico. Il Nemico di sempre.
Ma la replica non si fece attendere. Nuove immagini, che racchiudevano morte e distruzione, che svelavano cupidigia ed egoismo, falsità e invidia. Era dunque questo l’uomo?
“Non fui scacciato.” L’essere luminoso rivolse un sorriso a Yehosua, che questa volta gli parve ironico. “Io non condividevo il progetto di Colui che ha creato l’uomo. L’uomo è nato per compiere il male, per cedere alle tentazioni delle carne e dello spirito, l’uomo è infingardo di natura, corrotto e corruttore. La sua esistenza è priva di senso, e crearlo si dimostrò un errore. Il mio nome è Samhazai e ti posso assicurare che tutto quello che hanno detto di me è sbagliato e ingiusto. Io credo nella purezza dello spirito, e l’uomo ne è totalmente sprovvisto. In quanto a te, mi adorerai perché io sono il portatore della luce, e so che è a questo che tu aneli. Con me sarai felice; dagli umani, invece, riceverai soltanto delusioni e sofferenza.”
Yehosua per un attimo fu ammaliato da quelle parole, per un momento pensò che Samhazai avesse ragione, e desiderò di diventare il suo seguace, il suo più fido discepolo. Non era forse il bene che egli cercava? E Samhazai rappresentava l’essenza stessa del bene. Da lui avrebbe ricevuto amore, a propria volta lo avrebbe amato; con lui avrebbe realizzato il senso della sua esistenza. Avrebbe appreso a cercare l’assoluto, e si sarebbe scordato della meschinità di chi per condizione è destinato all’effimero. Non ignorava che la sua sapienza era infinita, e la sua bellezza rifletteva ciò che egli era interiormente.
Ma fu solo un istante.
Non era quello il suo compito.
E Samhazai aveva molti nomi.
Lui lo conosceva come Helel; e altri lo avrebbero chiamato Lucifer.
Gli voltò le spalle, e si incamminò, ignorando il suo ultimo richiamo.

Ripensò a Helel quando fu davanti al quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.
Prima c’era stata quella notte terribile.
Fino ad allora Yehosua non aveva mai conosciuto la paura. Le sue parabole parlavano d’amore, di comprensione, e, sebbene il suo messaggio non fosse sempre recepito nel modo più corretto, l’amore escludeva per definizione qualsiasi forma di timore. La sua vita era stata serena, e anche negli ultimi giorni si era sentito sufficientemente forte per poter affrontare il destino che lo attendeva.
Ma quella notte conobbe l’angoscia, e la sua anima ne fu devastata.
Non lo avrebbe mai previsto, tuttavia le sue certezze incominciarono a vacillare. Il dubbio si insinuò nella sua mente. Si allontanò dai discepoli per pregare. Avrebbe accettato la volontà di Dio, ma se esisteva una sola possibilità di salvezza l’avrebbe colta. Si lasciò cadere al suolo, prostrandosi. Assaggiò il sapore della polvere e della disperazione. Tornò con il pensiero all’India, al vecchio e, seppur rammaricandosene, dovette convenire con se stesso che il saggio aveva avuto ragione, e lui torto. Poi si pentì di quei pensieri. La notte era silenziosa, non c’era vento e le stelle sembravano lontane, irraggiungibili. La paura lo stringeva come una morsa implacabile; il respiro si fece faticoso; le ombre erano simili a demoni ostili. Adesso la solitudine gli pesava.
Fece ritorno dai discepoli e vide che dormivano. Ne fu profondamente rattristato. Nemmeno in quell’ora tremenda riuscivano ad elevarsi dalla condizione meschina dell’uomo? Rimproverò Pietro, e si allontanò nuovamente da loro. Quando tornò ancora, provò una profonda compassione per la debolezza dei loro cuori, e questa volta fu lui a invitarli a dormire. Comprese infatti che avevano avvertito la sua disperazione, e abituati com’erano a vederlo compiere prodigi, ne erano rimasti allibiti e avevano cercato l’oblio nel sonno.
Il tempo passava, e nulla gli era di conforto.
Poi li sentì arrivare.
Pensò di nascondersi, ma sapeva che questa non era la volontà di Dio.
A un tratto si sentì afferrare da una mano.
Si voltò di scatto. Era Pietro. “Maestro, non devono prenderti!”
Yehosua avrebbe voluto dirgli che proprio lui sarebbe stato il primo a rinnegarlo; non ne aveva la certezza, ma lo sentiva dentro di sé, così come le piante avvertono l’avvicinarsi della tempesta. Ciò nonostante, non si oppose. Si lasciò guidare lontano da lì. Il suo discepolo lo incalzava, affinché si muovesse con maggiore rapidità; ma Yehosua lo rimproverò. “Un conto è allontanarsi dal destino, pur sapendo che è inutile, altro agire con viltà. Tu non mi vedrai mai fuggire. Sarebbe come rinnegare la missione che Dio mi ha affidato.”
Comunque, lo seguì nel folto del bosco.
“Presto! Maestro, presto!”, lo incalzava Pietro.
Presero un sentiero nascosto, dove nemmeno la luce della luna riusciva a penetrare. “Sei salvo!”, esclamò Pietro. Poi sentirono dei passi. Erano a pochi metri di distanza. Il bagliore delle torce giungeva fin loro. Svoltarono a destra, addentrandosi in un groviglio di alberi e di rami, che in quella notte sembravano mani adunche, pronte a ghermirli.
In quel momento, ma forse solo in quel momento, Yehosua pensò che Pietro avesse ragione, e che fosse giusto sfuggire i suoi nemici, non già per viltà, bensì per proseguire la sua missione. Aumentarono il passo, però sentirono distintamente il rumore che facevano gli inseguitori. Avevano individuato il loro percorso, e come cani da caccia non mollavano la presa. Infine, raggiunsero uno specchio d’acqua, illuminato dalla pallida luce delle stelle. “Tu puoi attraversarlo.”, disse Pietro. “Maestro, tu puoi fare questo ed altro!” Yehosua sapeva che era vero: se lo avesse voluto, avrebbe camminato su quella superficie, distanziando i suoi nemici. Si sarebbe salvato. Avrebbe potuto tornare in India e godere nuovamente del piacere che la vicinanza del vecchio gli dava. Perché sacrificarsi invano? Perché rassegnarsi a un destino che gli appariva palesemente ingiusto? Forse Dio gli aveva chiesta questa assurdità?
No.
Mosse un passo, e le acque sembrarono scostarsi per agevolargli il cammino. Pietro tirò un respiro di sollievo.
Sì.
Yehosua si fermò. E andò loro incontro per abbreviare l’agonia dell’attesa.
Adesso il quinto procuratore lo interrogava.
Yehosua gli leggeva nell’anima, e non trovò nulla di malvagio in lui. Era un uomo combattuto, spesso irresoluto, probabilmente non all’altezza del suo compito. Ma Yehosua capì che lo riteneva innocente.
“Tu ti consideri il re dei giudei?”, gli chiese. Era una domanda molto importante, dato che a Pilato non interessavano le questioni religiose; il suo compito consisteva nel mantenere l’ordine in una terra ostile e incline alla ribellione. Se il prigioniero avesse negato di aver cospirato contro Roma, ogni accusa sarebbe caduta e, per quanto lo riguardava, lo avrebbe liberato.
Yehosua rispose che aveva cercato solo di far conoscere la verità.
“Cos’è la verità?”, gli domandò il procuratore.
Proprio in quel momento arrivò Claudia, sua moglie. La donna vide la sofferenza di Yehosua e invitò il marito a lasciarlo andare; l’innato intuito femminile le suggeriva che quell’uomo era buono e non si era macchiato di alcuna colpa.
Ponzio Pilato ascoltò distrattamente la risposta: era scarsamente interessato alle questioni filosofiche; inoltre, soffriva di una terribile emicrania, forse congenita e sicuramente acuita dalla permanenza in quella terra abitata da un popolo riottoso che detestava. Non gli fu del tutto chiaro quello che gli disse Yehosua, ma in ogni caso fu più che sufficiente per confermargli che era innocente. Quando il prigioniero finì di parlare, si alzò per andare ad annunciare ai giudei che non aveva ravvisato la colpevolezza di Yehosua. Non aveva complottato contro l’impero, e le sue parole, sebbene fossero confuse e prive di senso comune, escludevano qualsiasi forma di reato.
Davanti all’insistenza dei sacerdoti, ebbe un moto di stizza. Non comprendeva le ragioni di quell’accanimento, ma non voleva neppure che la sua decisione fomentasse disordini. “E’ Pasqua.”, disse. “E l’usanza prevede che in occasione di questa festa sia liberato un prigioniero. Perciò…”
“Libera Barabba!”, fu la risposta di tutti.
Ponzio Pilato li guardò, perplesso. Barabba era un assassino: trovava inconcepibile che dovesse essere liberato. Se una persona era inoffensiva, quella era Yehosua.
Decise di sfidarli apertamente. “Chi volete che rilasci: Barabba o colui che chiamano il Cristo?” Era certo che davanti a una scelta tanto semplice, la risposta sarebbe stata favorevole a Yehosua.
“Barabba!”
Il procuratore era disgustato. Si voltò per lanciare uno sguardo a Claudia, lesse l’ansia sul bel viso di sua moglie, esitò per un istante, quindi con un sospiro si girò nuovamente.
Poi si fece portare un bacile d’acqua.

Il cielo era livido. Il caldo atroce.
Il dolore insostenibile. Un dolore così grande che solo pochi giorni prima non avrebbe mai potuto pensare che esistesse. Dolore fisico. Dolore dell’anima. Un senso di delusione ma anche di pietà. Gli uomini erano così meschini, malvagi. Lui aveva predicato amore, aveva creduto in ciò che diceva, e le sue grandi parabole erano destinate al cuore di tutti. Ma esistono cuori di ghiaccio, insensibili alla sofferenza, cuori che forse non pulsano nemmeno, simili a macigni abbandonati nella sabbia del deserto.
Fu in quel momento che Yehosua comprese che il suo era stato un sogno. Un sogno bellissimo, ma illusorio. Una fiaba. Capì che quando parlava del Padre dava libero sfogo alla sua fantasia, tentava di trasformare una speranza in realtà. L’amore grande che provava si era trasformato in immaginazione. Perché avrebbe voluto che esistesse un Dio pronto ad accogliere fra le sue braccia tutte le persone buone del mondo. Ma sapeva che un Dio non c’era. Ignorava ciò che lo attendeva; improvvisamente immaginò un buio assoluto, privo di suoni, asettico, lontano oltre ogni tempo e ogni spazio.
Pensò al centurione che gli aveva dato una mistura di aceto e d’acqua perché si dissetasse, pensò a Maddalena, pensò ai suoi discepoli, pensò a tutti quelli che lo avevano ascoltato ed amato: avrebbe tanto voluto che ci fosse un paradiso per loro. Un luogo composto solo d’amore. Ma ora sapeva che li attendeva il vuoto. Ebbe una visione, forse dovuta allo strazio della carne e dell’animo. Fu qualcosa di terrificante, che gli procurò un’angoscia smisurata, che superava di gran lunga il suo destino personale, che costituiva la prova certa del suo fallimento. Vide la cattiveria imperante. Nel giro di pochi secondi, lunghi come l’eternità, vide la barbara ferocia che avrebbe dato vita a infinite guerre, sentì il suono di pianti e di invocazioni inascoltate, percepì distintamente la paura dei bambini. Era come se le cortine del tempo si fossero aperte improvvisamente, solo per lui; e sperò, sperò ardentemente che quello che gli appariva davanti agli occhi fosse un incubo causato dalla sofferenza, dalla stanchezza, dall’esaurimento di ogni sua risorsa. Ma sapeva invece che quanto gli veniva mostrato era vero. Vide nascere e svilupparsi una grande istituzione, nata dal suo insegnamento, e si rese conto che per secoli avrebbe tradito il suo messaggio, ricercando oro e potere, ciò che lui disprezzava. Ascoltò il crepitio delle fiamme che avvolgevano i corpi di donne innocenti, sentì l’odore della carne bruciata, scorse milioni di persone ridotte a scheletri che venivano sospinte in un lontano inferno.
Poi, un grande uccello di metallo che sorvolava una città. Uno strano ordigno che precipitava dal cielo. Un’intera popolazione annientata.
Avrebbe voluto urlare per lo sgomento, tuttavia gli mancavano le forze anche solo per parlare.
L’incontro con Samhazai era stato un sogno. Samhazai non esisteva, nello stesso modo in cui non esisteva il Padre. Probabilmente quel sogno era il frutto delle parole del vecchio saggio. Le aveva rifiutate, ma erano rimaste impresse nell’inconscio, e il clima infuocato del deserto le aveva riportate alla luce.
Dio lo aveva mandato proprio per cambiare il cuore degli uomini, e quella era stata la grande speranza della sua vita. Ora che aveva presente il senso del fallimento, ricordò quelle parole, e piangendo le fece sue. Poi gli sembrò di scorgere la splendente figura di Samhazai. Se ne stava in disparte, lontano dalla folla e il suo viso era cupo. Yehosua si chiese se provava compassione per la sua sorte. Sarebbe stato strano, dato che era il Signore del Male e avrebbe dovuto gioire della sua rovina. Nel deserto, Yehosua gli aveva voltato le spalle, rifiutando di adorarlo. Eppure quegli occhi non mentivano… esprimevano una profonda tristezza. Ma anche questa era un’illusione: se non c’era Dio, non poteva esserci nemmeno Samhazai.
All’improvviso si levò un grande vento, mentre una coltre di nubi nere oscurava il sole. Il corso dei suoi pensieri mutò.
Vide altre cose.
Un uomo che amava gli animali, che aveva rinunciato a ogni bene terreno per predicare l’amore. Il suo sguardo spaziò fino all’India, riportandolo in una terra che aveva amato. E scorse una figura avvolta in un manto di bontà che sfidava e sconfiggeva un grande impero unicamente grazie alla forza delle parole, al rifiuto della violenza. Vide infiniti atti di carità, uomini e donne generosi, una minoranza ma che spiccava come la più fulgida fra le luci sull’oscurità dilagante. E allora capì che non aveva fallito. Che il suo vero insegnamento sarebbe stato tramandato per opporsi all’egoismo e alla crudeltà. La barbarie non avrebbe vinto, fino a quando anche una sola persona sarebbe stata capace d’amare.
Chiuse gli occhi, colmi di lacrime. Era sfinito ma accolse la morte senza disperazione. Se aveva inventato un paradiso inesistente, era comunque riuscito a lasciare un seme.
Da quel seme sarebbe nata la pianta dell’amore. E nessuno, nessuno, sarebbe mai riuscito a distruggerla.

THRILLER

Prima c’era solo il silenzio della notte. Io avevo commesso un errore: rientrando da una breve passeggiata nel bosco, mi ero scordato di chiudere la porta a chiave. D’altra parte la casa era isolata, nel raggio di diverse miglia non c’erano altre abitazioni, e poi nessuno passava mai di lì. Tommy dormiva nel suo lettino, Paola invece sedeva a gambe incrociate sul divano. Stava leggendo un libro e la sua espressione assorta la rendeva bellissima. Era una donna alta, bruna di capelli, con uno straordinario fascino naturale. Io mi avvicinai al lettore, scelsi un cd e pregustai la musica di Bruce Springsteen. Fu in quell’istante, in quel preciso istante, mentre mi apprestavo a pigiare il dito sul tasto “play”, mentre Paola mi rivolgeva un sorriso dal significato inequivocabile che svelava i suoi appetiti sessuali, mentre la pace sembrava regnare sovrana nel nostro piccolo mondo felice, che la porta si spalancò all’improvviso, come fosse sospinta da un vento gelido e iroso.
Poi risuonarono gli spari. Due pallottole per uccidere mia moglie. Passi pesanti che si dirigevano verso la camera del bambino. Un terzo sparo. Io impietrito, davanti al lettore, con il dito a un centimetro dal tasto; la mente incapace di comprendere cosa era successo.
L’assassino uscì di casa. Io mi lasciai scivolare per terra. All’improvviso, mi fu tutto chiaro: Paola era morta, Tommy era morto. Io, invece, ero vivo. Analizzai le mie sensazioni e mi resi conto che non provavo dolore. Forse sarebbe arrivato dopo, era pressoché certo; ma per il momento mi sentivo solamente confuso. Non capivo perché fossi stato risparmiato, mi sfuggiva il senso di quella barbarie. L’assassino, di cui non avevo visto nemmeno il viso, era entrato in casa nostra, aveva ucciso a sangue freddo una donna e un bambino, non aveva rubato nulla, e semplicemente se n’era andato, ignorandomi quasi fossi trasparente. Fui raggiunto da un pensiero: conosceva l’esatta ubicazione dei locali, dato che si era diretto senza esitazioni verso la stanza di Tommy. Non aveva esplorato altre camere, sapeva perfettamente dove mio figlio dormiva. E sapeva che avevo un figlio.
Non avevo nemici. Ero un semplice veterinario di provincia, e nessun animale era mai morto a causa di una mia negligenza. A scuola tutti adoravano Paola, la professoressa più brillante e simpatica dell’istituto. In quanto a Tommy, era un bimbo buono e socievole. Chi poteva odiarci a tal punto? Accantonai momentaneamente quelle riflessioni per concentrarmi sul futuro. Sarei vissuto da solo. Provai a figurarmi le mie giornate. Mi sarei svegliato, avrei fatto colazione, mi sarei recato al lavoro. C’era un particolare che mi parve molto importante. Avrei dovuto vendere la macchina di Paola. Non saprei spiegarne la ragione, l’animo umano a volte è indecifrabile, ma pensai che quella era la cosa più importante. Vendere quella macchina era basilare. Con il ricavato avrei potuto concedermi un viaggio. Amavo andare in vacanza da solo. Guardai Paola, riversa sul divano, ricoperta di sangue, e mi dissi: “Adesso arriverà il dolore.” Trattenni il fiato, in attesa dell’angoscia che mi avrebbe annientato; tuttavia non accadde. Era più rilevante la faccenda della macchina. Avrei dovuto denunciare il fatto alla polizia o sarebbe stato sufficiente dire che Paola e Tommy erano andati dai nonni? Quali documenti occorrevano per poter vendere la sua auto? Questo era più importante del dolore che non provavo. Poi, ad un tratto, compresi una cosa fondamentale: il dolore non sarebbe mai arrivato, io sarei vissuto felicemente. Capii che da troppo tempo detestavo quella stupida donna, e quell’inutile bambino.
Nessun errore, mi dissi. Dovevo agire in maniera lucida. Sistemare tutto.
Per prima cosa andai nel bosco a seppellire la pistola.

NONNA GABRIELLA

Fu l’estate più bella della mia vita.
A volte ci penso ancora, magari mentre sto lavorando a maglia oppure quando esco di casa e mi inoltro nel piccolo bosco che mi separa dal paese più vicino. In genere, vado a fare la spesa una volta alla settimana, perché ho una vecchia macchina con le sospensioni traballanti e le gomme lisce. La strada sterrata è in pessime condizioni, e non sarebbe prudente sfidare troppe volte la sorte. Mi reco all’emporio, scambio quattro chiacchiere con Matilde, la vecchia cassiera, e mi rifornisco di quel poco che basta per affrontare i successivi sette giorni.
Ma camminare è diverso. Mi è sempre piaciuto molto passeggiare, e anche se non ho più la forza dei miei vent’anni sono ancora dotata di una buona resistenza. Amo il profumo del bosco, le sagome degli alberi che ormai considero vecchi amici, i raggi del sole che a tratti filtrano dalla verde cupola che mi sormonta, creando un gioco di luci suggestivo e quasi magico.
Ma amavo anche il mare, sebbene da allora non ci sia più andata.
Da quell’estate, per la precisione.
La vita è strana: sarei dovuta partire con Gianna; ma suo padre fu colpito da un ictus. Rimasi a Roma per starle vicino (allora abitavo lì, poi le grandi città mi sono venute a noia); però, alla fine, fu lei a convincermi ad andare in vacanza da sola. Avevamo pagato in anticipo l’albergo, e non le sembrava giusto che io sprecassi inutilmente i miei soldi. Lavoravamo entrambe come operaie, e lo stipendio non era certo alto. A malincuore, seguii il suo consiglio, preparai la valigia e andai a Gabicce.
Incontrai Giovanni la prima sera.
Stavo mangiando un gelato, seduta al tavolo di un bar che si affacciava direttamente sull’Adriatico. Non lo notai subito. Lui prese posto accanto a me e ordinò una birra alla spina. Non ricordo quali furono le prime parole che mi disse; probabilmente rappresentavano il classico approccio di chi è in cerca di avventure: questo almeno fu il mio pensiero. E a me non interessavano le avventure. Ma poi Giovanni incominciò a parlare, e io mi persi in quelle parole.
Credo che certe cose succedano una sola volta nella vita.
A me piacevano molto le canzoni di Claudio Baglioni. Lui disse che apprezzava una certa sua vena nostalgica, ma che tuttavia aveva la casa piena di dischi americani o inglesi; erano complessi che io non avevo mai sentito nominare: Jefferson Airplane, Grateful Dead, Doors, Rolling Stones. Io leggevo a malapena qualche settimanale di pettegolezzi; mi incuriosiva conoscere la vita delle principesse e delle attrici. Giovanni mi ascoltò in silenzio, e non c’era superbia in quel silenzio. Dava la sensazione di essere interessato al mio mondo interiore, e sembrava che non gli importasse che io fossi una capra. Si accese una sigaretta, chiamò la cameriera per farci portare un altro gelato e un’altra birra, lanciò un’occhiata al mare che riposava tranquillo al chiarore lunare, quindi mi parlò di Dostoevskij. Era perfettamente consapevole del fatto che io non lo conoscevo, nemmeno di nome, ma con un linguaggio chiaro, pacato, mi raccontò una storia meravigliosa: era quella di un principe che soffriva di epilessia, e che per questa ragione veniva definito idiota, sebbene fosse un uomo sensibile e intelligente. Mi spiegò che nelle intenzioni dell’autore egli raffigurava la figura di Gesù; citò alcuni passi a memoria, ed erano talmente belli, talmente ricchi di umanità, che all’improvviso i miei occhi si colmarono di lacrime.
A Roma, in linea di massima, frequentavo una compagnia di coatti. Ero abituata a prendere a schiaffi quelli che si concedevano delle libertà che io giudicavo eccessive. “Famo a capisse!”, rispondevo a chi lodava le mie tette o sosteneva che le mie gambe gli ricordavano quelle della Carrà, e che gli sarebbe piaciuto fare un giro in giostra con me.
Giovanni non era particolarmente bello. Ma era diverso.
Ci rivedemmo la sera dopo nello stesso posto, e non ci fu bisogno di parole. Mi prese per mano, scendemmo in spiaggia e facemmo l’amore. Io non ero vergine, ma quella notte capii il vero significato di quell’espressione. Poi restammo abbracciati, ad ascoltare il rumore della risacca, a guardare le stelle, e a sussurrarci parole che non scorderò mai, neppure se dovessi campare fino a cent’anni, e Dio non voglia. Poco prima dell’alba, espressi un desiderio: avrei voluto rimanere lì per sempre, con lui, assaporare il profumo del suo corpo, avvertire i battiti del suo cuore, rannicchiata come una cucciola fra le sue braccia.
Anche Giovanni era di Roma. Finite le vacanze, continuammo a frequentarci, e tutto quello che so, quel poco che so, l’ho imparato da lui.
Era un uomo meraviglioso, capace di dolcezza infinita; era un poeta e un sognatore. Stare con lui era straordinario: significava affrontare ogni nuova giornata con il sorriso sulle labbra, e una voglia incredibile di rivederlo. In precedenza, non ero mai stata infelice; ma fu con Giovanni che compresi cosa vuol dire essere veramente felici.
Il cancro lo portò via a pochi mesi dalle nozze. Rammenterò sempre i suoi occhi sereni, la forza con cui affrontava quella battaglia disperata, e le sue ultime parole: “Ti amo, Gabriella!”
Mi sposai cinque anni dopo, a un’età che incominciava a essere avanzata. Mi sono chiesta molte volte il motivo che mi indusse ad accettare la proposta di Clemente Roccioso. Forse perché era del mio ambiente, e dentro di me sapevo che l’amore di Giovanni era stato un dono del cielo, ma che io non meritavo quel dono. Con il passare del tempo, compresi di aver commesso un terribile errore. Mio marito non era affatto un uomo clemente, e di roccioso aveva soltanto l’atteggiamento arrogante e la passione per l’alcool. Mi picchiava spesso, e dato che usava la cinghia dei pantaloni, non ho la minima idea di quanto potessero essere “rocciosi” i suoi pugni. Mi considerava la sua sguattera, non sua moglie, e non mi rivolse mai una parola gentile. Era rozzo e ignorante, sapeva parlare solo di calcio e di moto; inoltre era un attabrighe nato. Per quanto ne so, al bar fu protagonista di risse infinite, ma il più delle volte le prendeva, e rincasando si sfogava con me. Quando morì in un incidente stradale, non piansi una sola lacrima. La polizia appurò che era ubriaco fradicio.
Il mio Giovanni amava scrivere e fu per questo motivo che un giorno entrai timidamente in un negozio di computer. Naturalmente non capivo nulla di pc, non sapevo da che parte incominciare. Fu la figlia di Gianna a insegnarmi come usarlo e, anche se ancora adesso non so postare le immagini quando lascio un commento, me la cavo a sufficienza per scrivere le mie fiabe. Tutte le sere, dopo cena, mi connetto ed entro nel mio blog.
So che troverò tanti amici che mi aspettano, e che mi fanno una grande compagnia. Sapete, in tutti questi anni, sono riuscita a leggere “L’Idiota”: non è stato facile, credetemi, ma sono orgogliosa di avercela fatta. E credo che Giovanni sarebbe fiero di me.
Cari amici, scusatemi se questa sera non ho raccontato una delle mie fiabe. Sono fiabe infantili, forse un po’ sciocche, lo so, ma voi siete così buoni e mi lasciate sempre dei commenti che mi arrivano dritti al cuore.
Ma… questa sera volevo parlarvi di Giovanni e, nel mio modo sicuramente approssimativo, di una parte della mia vita.
Un bacione a tutti da nonna Gabriella.

SANDRINE DE BOIS

A Cannes soffiava sempre il Mistral.
Per questo la bambina aveva associato il vento alla felicità. Scoprì la magia del fare e l’importanza dei sogni. C’era una piccola strada che portava alla ferrovia, in direzione opposta al mare su cui si affacciava il Palais des Dunes.
Ancora adesso era in grado di ricostruire la successione dei negozi: dapprima la boulangerie del signor Mercier. Sua  figlia, Janine, era la migliore amica della bambina. Spesso si sedevano su un muretto con le gambe penzoloni, sbocconcellando una baguette appena sfornata e raccontandosi quei misteriosi segreti che non appartengono agli adulti.
Si divertivano a dare un nome a ogni nuvola e a immaginare chi vivesse lassù.
Quindi c’era una cartoleria. Quello era un posto veramente magico: era pieno di penne, di quaderni, di matite colorate. Nel periodo di carnevale facevano la loro comparsa maschere di ogni tipo, coriandoli e stelle filanti. In uno scaffale disposto vicino al banco si vedeva un assortimento di scatole dai colori vivaci; ciascuna di esse prometteva un divertimento speciale. La commessa era una giovane graziosa, con i capelli biondi e gli occhi grigi; si chiamava Corinne, e le regalava sempre qualcosa. Molti anni dopo la bambina si sarebbe ricordata di lei, dando il suo nome alla protagonista di un racconto.
Poi c’era una boucherie. Jean, il proprietario,  sosteneva di vendere le migliori bistecche della Costa Azzurra. Era un uomo affabile, dalle spalle larghe e con il collo taurino, che amava giocare a bocce. Sull’altro lato della ferrovia, leggermente spostata verso nord, si apriva una grande piazza che conteneva almeno venti campi. Lei non ci andava quasi mai; ma era comunque uno spettacolo osservare tutti quei vecchietti impegnati in  partite che si protraevano fino al calar del sole e ascoltare le loro pittoresche imprecazioni. Proseguendo in quella direzione, si raggiungeva un porticciolo di pescatori, che un promontorio separava dalla rada di Cannes.
Dopo la macelleria, c’era una rivendita di biciclette, e, proprio al termine della via, abitava una delle due sorciere della città; però era sufficiente fermarsi prima per non correre rischi.
Tornando indietro, la bambina passava accanto al porto nuovo, per raggiungere infine la spiaggia.
Il mare era lì, che la aspettava. Una serie di rocce costituiva il confine settentrionale della baia; in quel punto l’acqua era meno pulita che nei lidi a pagamento; non c’erano ombrelloni, né ristorantini, e la sabbia era umida e piena di alghe.
Tuttavia, era il luogo ideale per giocare con la fantasia invincibile dell’infanzia. Entrava scalza nell’acqua e, camminando lungo il litorale, guardava gli alberghi lussuosi della Croisette – il Martinez, il Carlton, il Majestic – con le bandiere che sventolavano, mosse dal vento, sullo sfondo del cielo di un blu intenso. Si rimetteva le scarpe per entrare nel suo negozio preferito: un negozio che vendeva giornali e libri; lì c’era sempre un profumo speciale, di carta appena stampata e di chewing-gum alla menta.
A circa trecento metri di distanza, c’era il porto vecchio; e, dall’altra parte, l’imbocco di Rue d’Antibes, la strada dei cinema, dei bistrot e delle farmacie.
Quindi, la bambina compiva il percorso inverso fino al Palais des Dunes. Come in un rituale, si fermava davanti al Petit Lapin, un delizioso ristorante, ormai scomparso, dove aveva trascorso uno splendido compleanno;  e poi ancora presso la tabaccheria sull’incrocio, da cui dipartiva un’altra via che conduceva alla Rue d’Antibes. Prima di pranzo, avrebbe giocato con il suo arco, pensando di essere Sandrine des Bois; prima di cena, avrebbe guardato il sole tramontare, e la sera farsi notte.
E una volta a letto avrebbe aspettato l’inconfondibile rumore della macchina di suo padre.
Nella sua vita, non ci fu un altro periodo simile, e a nulla valse tornare periodicamente in quella città, in cui aveva vissuto giorni tanto spensierati da apparire quasi inverosimili.
Ma un tardo pomeriggio d’inverno, dopo essersi spinta fino allo studio dell’oculista che aveva frequentato da bambina, si fermò sotto a una palma per osservare una finestra.
Fu un’attesa di pochi minuti, perché poi la luce si accese, e quella luce, e quella finestra, le stavano recando in dono un altro tipo di magia. L’incantesimo che puoi trovare a ogni angolo di strada, ma che tuttavia non sempre è possibile riconoscere.
Oppure, rappresenta soltanto un frammento e non il tutto. Un frammento destinato a svanire, assorbito dalla nebbia del ritorno, dai lacci inesorabili tesi dal destino, dall’angoscia così abile a rubare il posto alla gioia, a togliere illusioni e speranze, a cancellare anche l’ultimo squarcio di serenità.
Il cammino prosegue, dato che questa è la volontà degli dei; e ci saranno opliti e non emozioni, navi dalle vele nere e non condivisione di affetti; ci saranno giorni del colore dell’ardesia, mentre in cielo il blu scolorirà rapidamente per trasformarsi in un manto di foschia.
Poi, subentreranno noia e rassegnazione. Voltandosi indietro e guardando, attraverso le barriere del tempo e dello spazio, si scorgeranno sensazioni che furono condivise, ma che adesso sono diventate la pallida luce di una notte rischiarata da poche stelle.
Eppure un tempo, un tempo ormai così lontano da sembrare solo un sogno, le stelle brillavano a migliaia.
Quel tempo riecheggiava i passi sicuri di una bambina scalza che amava il mare e il vento.
E che amava sognare.
Ma i sogni muoiono, così come le fate.

LA SCELTA DI SOPHIE

Le onde si scagliavano sulle rocce sospinte dalla violenza del vento. Il mare era tutto un ribollire di cavalloni; al largo il Mistral era ancora più forte e investiva con furia un vecchio peschereccio che arrancando faticosamente cercava di riguadagnare l’approdo.
Protetti dai vetri delle finestre del piccolo ristorante, Michel e Sophie stavano terminando di pranzare. Sophie era una giovane donna, bruna e graziosa; Michel un uomo già attempato di una ventina d’anni più anziano. Lei volse lo sguardo verso il cielo: grandi nubi scure lo attraversavano cancellando quel poco di azzurro che ancora rimaneva; a tratti il sole emergeva creando un magico contrasto fra la luce vivida che sprigionava e l’oscurità dilagante. I colori sembravano mischiarsi, quasi fossero creati dalle furibonde pennellate tracciate da un pittore sovrumano.
“E’ finita.”, disse Michel.
Sophie si ravvivò i capelli, un gesto che lui aveva sempre trovato irresistibile; quindi annuì guardandolo negli occhi. “Una parte di me muore, oggi.”
Michel allontano da sé il piatto vuoto. Cosa avrebbe dovuto rispondere? Che per lui non si trattava di una semplice parte, grande o piccola che fosse? Provò un moto di fastidio all’idea di essere paragonato a uno spicchio d’arancia, quando invece Sophie aveva rappresentato la ragione stessa della sua esistenza. Non aveva mai amato nessuna come lei. La donna stava ancora parlando, ma Michel non riusciva ad ascoltarla, perso com’era in un vortice di ricordi, dolci e amari, a seconda che lo vedessero con lei oppure solo, intento ad aspettare una decisione continuamente procrastinata.
Una lama di luce improvvisa lo costrinse a socchiudere gli occhi. Adesso il sole era emerso trionfante dal baldacchino di nubi scure, mentre il cielo si rivestiva di azzurro, e l’arcobaleno disegnava un’immagine prodigiosa. Un cameriere venne a sbarazzare. Michel rivolse la sua attenzione a un pomeriggio di poche settimane prima. Si erano amati nel mare, cullati dai flutti, e mentre Sophie godeva gli aveva urlato che l’amava, che avrebbe lasciato Paul e che si sarebbe sposata con lui.
“Dammi solo qualche giorno.”, aveva poi aggiunto sulla spiaggia. Ancora una volta lui le aveva creduto, sebbene non fosse la prima volta che ascoltava quelle parole, promesse che non venivano mai mantenute, continue docce scozzesi fra speranza e delusione, gioia e angoscia. Il problema era che Paul aveva solo dieci mesi più di Sophie, era il fidanzato ufficiale ormai da quattro anni, il classico bravo ragazzo per cui la famiglia di lei stravedeva. “Ma io amo te.”, aveva detto Sophie.
Si erano rivestiti e avevano lasciato il lido, si erano fermati a bere un aperitivo in un bar vicino al porto, avevano passeggiato mano nella mano, e poi erano andati a cenare nello stesso locale in cui si trovavano ora.
“Ti amo.”, aveva ripetuto Sophie.
Michel distolse lo sguardo dal passato per tornare a rivolgerlo al presente. Nella rada il mare si stava calmando; i raggi del sole scintillavano sull’acqua creando tappeti di luce. Una barca a vela uscì dal porto; al timone c’era un giovane dall’aspetto atletico, a prua una bella ragazza bionda. Intanto Sophie spiegava, parlava: era molto brava a costruire castelli di carta e poi ad abbatterli, a trovare infinite giustificazioni per se stessa, a scrivergli lettere meravigliose in cui disegnava scenari luminosi e felici fatti dell’eterno amore che li avrebbe accompagnati per il resto della vita. L’aveva conosciuta a una mostra d’arte, lui architetto lei pittrice. Si era avvicinato per farle i complimenti; era scoccata immediata una scintilla. Ma il fuoco da essa sprigionata era durato troppo poco. E infine si era spento.
Michel si lasciò sfuggire un sorriso. Tutto sommato, provava quasi pena per lei. Sophie che si sarebbe sposata con il cuore spezzato, Sophie che avrebbe pianto lacrime amare mentre trascorreva lunghe notti insonni. Sophie che però non poteva opporsi al volere dei genitori. Sophie che in quei mesi aveva fatto soffrire entrambi, lui e l’incolpevole Paul.
Prese dalla tasca della giacca il pacchetto di Gitane, ma poi notò i suoi occhi lucidi. Lo lasciò cadere sul tavolo.
Trasse un profondo respiro, le sfiorò delicatamente una mano e la consolò con le parole più dolci che il suo cuore riuscì a trovare.

PICNIC AL PARCO

Gli dissi che se mai avessi fatto il filo a una ragazza, avrei scelto Giulia. Matteo sorrise. “Perché proprio lei?”, mi chiese. “Non lo so.”, risposi. Era vero: Giulia era graziosa e simpatica, ma non particolarmente bella né di intelligenza superiore alla media. Era sincera, però. E non aveva pregiudizi. Questo per me era molto importante, forse decisivo. In ogni caso, la questione naturalmente non si poneva.
Eravamo seduti a gambe incrociate nel parco, a quell’ora deserto e silenzioso. Presi il sacchetto che conteneva un pollo arrosto e un sacchetto di patatine, tirai fuori dalla sacca sportiva stoviglie di plastica, una bottiglia di vino bianco ancora fresca e due bicchieri di carta, e preparai il nostro picnic. Mangiammo con appetito, scaldati piacevolmente dal sole primaverile. Era una bellissima giornata, con il cielo sgombro da nubi, appena un filo di brezza, e il profumo di maggio che penetrava nelle narici, suscitandomi lontani e felici ricordi che appartenevano alla mia infanzia. Ero stato un bambino felice; le cose erano peggiorate dopo. Il ricordo più brutto era legato ad un fatto che aveva sconvolto la mia adolescenza. Fui aggredito da una manciata di bulli di periferia, fieri della loro mascolinità, e finii con la testa in un cesso sporco dove poco prima aveva defecato uno di loro. Un’altra volta mi spogliarono e mi infilarono un tubo nel sedere, riempiendolo d’aria.
Quel giorno avevo rischiato di morire. Loro non si rendevano conto della gravità della cosa, ma non so se avrebbe fatto differenza. Intendo dire che per la loro logica insana, un frocio poteva anche tirare le cuoia, senza che ciò costituisse un gran danno per la comunità. Ancora oggi esiste sulla terra qualcuno che ritiene la fine di un omosessuale come un giusto castigo, dato che, per definizione, egli è un pervertito. Distolsi la mente da quei pensieri sgradevoli e mi dissi che in seguito la mia vita per fortuna era migliorata. Crescendo, ero diventato alto e sufficientemente forte per difendermi. Non avevo più subito umiliazioni fisiche, sebbene quelle morali abbondassero. E un giorno avevo conosciuto Matteo.
Si era trattato del classico colpo di fulmine: entrambi amavamo un certo tipo di cinema, la letteratura americana, la musica classica. Come me, lui adorava la natura, e stravedeva per gli animali. Avevamo una sensibilità comune, e poi Matteo era veramente bello. Le vie che conducono all’amore sono sempre misteriose; ma capii subito che eravamo fatti l’uno per l’altro. Ambedue vergini, lasciammo passare molto tempo prima di andare a letto assieme. Io ritenevo che dovessimo conoscerci bene, a fondo; era importante che le nostre anime trovassero il loro esatto punto di congiunzione, in quei luoghi apparentemente composti di astrazione ma in realtà vivi e pulsanti dove i cuori si uniscono, creando quella simbiosi che per me è l’amore. Matteo ragionava allo stesso modo. Quando finalmente ci concedemmo l’uno all’altro, scoprimmo cosa significa esattamente la parola felicità.
“Sono geloso!”, disse Matteo mentre finiva di mangiare il pollo.
Io scoppiai a ridere. “Giulia è un’amica, lo sai benissimo. Io non piaccio a lei, non in quel senso almeno, e lei non interessa a me. Parlavo così, tanto per dire. E, comunque…”
“E comunque?”, mi sollecitò.
Accesi una sigaretta e aspirai una boccata di fumo. “E comunque amo te.”, risposi a bassa voce, guardandolo negli occhi. Erano scuri, profondi, specchio di un’anima che io giudicavo straordinaria. I miei erano celesti, e li avevo sempre considerati un po’ slavati, da pesce lesso, benché Matteo sostenesse che invece erano splendidi. Lui sorrise, poi si sdraiò sul prato. Per qualche minuto restammo in silenzio.
“Ho trovato un monolocale.”, dissi all’improvviso.
Matteo si rialzò di scatto.
“Quattrocento euro al mese.”, spiegai. “Abbastanza spazioso e ben arredato. E c’è anche una specie di giardino… giardino, diciamo qualche metro di terra, ma potremmo comprare un cane.”
Il viso di Matteo era il ritratto della felicità. “Vivremo insieme!”
Annuii. “L’unico problema è la tua famiglia.” Mio padre era morto e mia mamma conosceva la verità, ma i genitori di Matteo erano all’oscuro di tutto.
“Sono maggiorenne!”, sentenziò lui deciso. “Mi troverò un lavoro, così avremo due stipendi.” Io facevo il commesso in una libreria, Matteo invece frequentava l’università. Scossi la testa. “Non è necessario. Al limite potresti dare qualche lezione privata.”
“Beh, vedremo. L’importante è che vivremo insieme.” Ripeté quella frase, come per assaporarla. Si capiva che era al culmine della gioia. Mi commossi e allungai un braccio per accarezzargli i capelli.
Poi ci baciammo sulla bocca.

Stefano sputò per terra. “Luridi maiali!”, esclamò con disprezzo. Guardò gli altri. “Siete pronti?” Stefano era il capo, e nessuno avrebbe osato discutere i suoi ordini: ma in quel caso erano comunque tutti concordi. Avevano individuato da tempo le due checche e le seguivano da giorni, in attesa del momento propizio. Ora era arrivato. Scesero dalla piccola collina che sovrastava il parco, muniti di spranghe di ferro. Camminavano in fila indiana senza fare rumore. Dietro a Stefano, c’era Luca, un colosso dall’espressione bovina. Il terzo era Simone, che invece era piccolo ma aveva lo sguardo di un lupo. Il quarto, Franco, era l’ultimo arrivato. Si avvicinarono ai due froci, allargandosi per formare un cerchio attorno a loro. Quando si trovarono a pochi metri di distanza si fermarono.
Li osservarono in silenzio, finché uno dei due, quello più effemminato, un ragazzo biondo con gli occhi chiari, non si accorse di loro. Allora Stefano scattò, brandendo la spranga di ferro. Gli altri tre lo imitarono prontamente. Incominciarono a picchiare, abbaiando insulti e provando un’euforia che era quasi sensuale. Non smisero, se non quando era troppo tardi.

LA MALINCONIA DEL LUPO

Sapete cos’è una lupata? No. Non potete saperlo: ci sono cose che ci appartengono, e delle quali solo due persone possono essere a conoscenza. Si chiama linguaggio di coppia. E’ quel filo invisibile che unisce due anime, che le accomuna più di qualsiasi altra cosa. Supera i gusti comuni, le predilizioni letterarie o cinematografiche, la condivisione di principi e di idee politiche, forse perfino il sesso.
Ma andiamo con ordine.
Per lavoro io giro spesso in macchina. E in ogni paese trovo almeno una farmacia. Quando vedo quella inconfondibile luce intermittente, non riesco a non pensare a lei. Ci provo, sapete. Eccome se ci provo! Ho messo in atto tutta una serie di meccanismi di autodifesa, che io stesso ho elaborato, ma sempre senza esito. Ho studiato meccanismi nuovi, in apparenza assolutamente efficienti, però non ha funzionato lo stesso. Certi giorni in cui mi sentivo particolarmente forte, ho parcheggiato l’auto, sono sceso e sono entrato. In genere non ho bisogno di medicinali, tuttavia ho varcato quella soglia, ho atteso pazientemente il mio turno e poi ho comprato dell’aspirina. Pensavo che fosse un buon metodo, invece si è rivelato fallimentare.
Alcuni amori sono lame di ghiaccio che penetrano a fondo nel cuore. Non te li puoi dimenticare.
Quando uscivo di casa al mattino, spesso lei mi chiedeva una lupata. In quei momenti sembrava una bambina, e il mio cuore quasi scoppiava per l’intensità dei sentimenti che provavo. A volte, come me, come tutti, anche lei era antipatica o scostante; ma quando mi chiedeva la lupata era l’essere più incantevole del mondo. Lupata significava acquistare una certa medicina che necessita di una ricetta.
Ma io ho l’aspetto di una persona posata, matura, equilibrata; so sorridere nel modo giusto; non ho minimamente l’aria del tossico o dello sballato. Perciò a me davano quel sonnifero senza ricetta. Non tutte le farmacie, certo, ma la gran parte sì, e in ogni caso ormai avevo individuato i posti più sicuri dove andare, dove avrei potuto prendere la lupata senza problemi. Poi, alla sera, talvolta fingevo di essermi dimenticato di averla acquistata, però solo per un attimo. Un attimo brevissimo, perché non volevo leggere la delusione in quello sguardo.
Io volevo che fosse felice, e sapevo che la lupata l’avrebbe resa tale.
L’amore non è un castello avvolto fra le nuvole e neppure un giardino incantato colmo dei più bei fiori del mondo; non è una spiaggia bianca lambita dalle onde del mare, né una poesia di Leopardi. L’amore è un’altra cosa. E’ un’alchimia misteriosa, è chimica non filosofia. Si compone di gesti quotidiani, di presenza e di un’empatia del tutto speciale, che non è riconducibile ad altri amori, dato che ogni alchimia per definizione è unica.
Credo di poter affermare che probabilmente erano più le cose che ci dividevano di quelle che ci univano. Beninteso, quelle che ci univano non erano poi così poche: capitava che nemmeno noi le sapessimo cogliere sempre e comunque. Ma, se mi passate il paragone, la nostra vita in comune era simile a un bosco, dove, se cerchi con la dovuta attenzione, scoprirai magie su magie. Magie impalpabili, quasi invisibili, fate nascoste dietro a un faggio che ti sorridono e, se in quel momento un raggio di sole rischiara l’intrico di piante, è possibile che tu le scorga, solo per un istante, ma quell’istante, quel breve, unico istante, vale una giornata, e la vita è la somma di tante giornate, che sedimentano nell’animo, che entrano nel sangue e nel cuore, per non uscirne mai più.
Capite, adesso? La lupata apparteneva a un nostro rito; in apparenza un rito banale, ma a saper leggere dentro le righe, era il rito della nostra esistenza in comune, come quando mi augurava “buona giornata”, come quando, stringendomi forte a sé, mi sussurrava che non mi avrebbe mai cambiato con nessun altro.
Alcuni amori sono lame di ghiaccio che penetrano a fondo nel cuore. Non te li puoi dimenticare.
Io non ho scordato il mio, cerco di sopravvivere e a volte ci riesco; la natura mi è di grande aiuto, così come la musica: ma, nelle pieghe più profonde del mio essere, il suo ricordo non cesserà mai di esistere. In qualche modo, ho continuato ad affrontare la vita, spesso matrigna beffarda, raramente amica capace di donarti una piccola porzione di gioia, o almeno di serenità. La si affronta e basta, questa è filosofia spicciola, e perciò filosofia vera, reale, quella che compone il tuo cammino, fra strade piene di visi sconosciuti, fisionomie accattivanti o vagamente ostili, fra i pensieri di tutti, le gioie e i dolori che accompagnano, in parti dissimili, questo viaggio che troppo spesso mi sembra interminabile. A volte, vorrei semplicemente non esserci. Poi reagisco, salgo in macchina e vado a lavorare.
Il mio mestiere mi porta a girare in molti paesi.
E in ogni paese c’è sempre una farmacia.
Vorrei evitarlo, ma non ne sono capace: quando noto quella luce intermittente, la rivedo, con gli occhi della mente, incamminarsi verso la macchina, un cappellino in testa e un grazioso ombrello per ripararsi dalla pioggia di quella mattina, distante millenni e vicina come se fosse stata ieri.
La rivedo e so che non tornerà mai più.
Non ci saranno più lupate.
Lei mi chiamava lupo.

LA PIOGGIA DELLA VITA

Curvo sotto l’ombrello, camminava sballottato dal vento e investito da continui scrosci d’acqua.
Il cielo era una massa grigia e informe, percorsa a tratti da lampi. Con le scarpe ormai fradice, Guglielmo raggiunse il portone. Frugò nelle tasche dell’impermeabile, prima di ricordarsi che le chiavi di casa erano nei pantaloni. Le aveva già perse due volte, giungendo infine alla ragionevole conclusione che quello era il posto più sicuro dove tenerle.
Con un mazzo di chiavi non è un problema, si disse mentre faceva scattare la serratura. Si perdono e si ritrovano, e male che vada ci si si reca da un fabbro. Salì lentamente le scale fino al secondo piano, entrò nell’appartamento e si cambiò gli indumenti bagnati. Il tempo di preparare un caffè, e il suono del citofono lo sottrasse dal clima calmo e ovattato di quelle mura che da anni costituivano il suo rifugio. Era un rumore che non aveva mai sopportato. Decise di non rispondere: a quell’ora poteva essere solo il postino, e se si era preso la briga di attaccarsi al citofono significava che doveva consegnargli una raccomandata. Raccomandata uguale soldi da pagare, pensò versando la bevanda bollente nella sua tazza preferita.
Il suono si ripetè, acuto e fastidioso. Guglielmo lo ignorò, sorseggiando il caffè. Al terzo trillo, pensò che avrebbe potuto aprirgli, farlo salire e poi ucciderlo. Per certi versi, era un’idea irresistibile. Quando il citofono suonò per la quarta volta, i suoi occhi corsero ai coltelli da cucina. Valutò quale fosse il più adatto per tagliare la gola allo sconosciuto, e una volta individuatolo lo prese soppesandolo fra le mani.
Rispose, ma il rombo di un tuono non gli permise di capire chi gli stava parlando, cosa voleva da lui, e per quale sordida ragione si permetteva di disturbarlo. Comunque, aprì.
Lo ucciderò, decise. Se non fosse il postino, potrebbe essere un venditore ambulante, oppure un predicatore pazzo. In qualsiasi caso, la sua corsa sarebbe terminata quel giorno. Non avrebbe nascosto il cadavere, avrebbe atteso qualche ora, poi avrebbe chiamato la polizia. Anche la prigione poteva essere un luogo calmo e ovattato, qualsiasi posto andava bene, tranne l’ufficio dove lavorava e lo squallido bar che si ostinava a frequentare, malgrado il caffè fosse pessimo e la clientela chiassosa e volgare.
C’era un unico luogo dove avrebbe voluto veramente andare: ma esisteva solo nei suoi sogni. Una casa in riva al mare con le finestre che si affacciavano direttamente sul litorale; un comodo sentiero che conduceva in pochi minuti a una piccola spiaggia; e l’orizzonte sconfinato che alla sera si tingeva di colori prodigiosi. Era un sogno ricorrente, talmente vivido da fargli vivere ogni singola sensazione. Certe volte mangiava una grigliata di pesce sul terrazzo; poi, centellinando il vino bianco, osservava il tramonto, la discesa del sole nel mare; mentre una brezza tiepida gli scompaginava i capelli. Sebbene avesse già compiuto cinquant’anni, erano ancora biondi e folti.
Bussarono alla porta.
Con il coltello nascosto dietro la schiena, Guglielmo aprì.
All’inizio non la riconobbe. Erano trascorsi troppi anni, aveva attraversato troppi deserti, aveva solcato troppi oceani. Si era battuto con la vita, uscendone infine sconfitto. La fissò con aria interrogativa, ignorando la sua espressione perplessa.
“Non mi fai entrare?”, gli disse.
Lui si spostò meccanicamente per permetterle di varcare la soglia. “Chi sei?”, le chiese corrugando la fronte. Non era una brutta donna: benché avesse all’incirca la sua età, conservava lineamenti aggraziati e attraenti. “Mi hai telefonato tu.”, rispose lei in tono rassegnato.
Guglielmo si lasciò sfuggire una risata rauca, completamente priva di allegria. “Io non telefono mai a nessuno.”, proferì a bassa voce. Esitò per un istante, prima di aggiungere: “Solo in ufficio per dire che sto male.” Questo accadeva praticamente tutti i giorni e infatti era stato appena licenziato. Corrugò nuovamente la fronte, cercando una concentrazione che gli riusciva difficile trovare. In effetti non era stato appena licenziato: era successo tre anni prima. Guardò il divano, accanto alla finestra che dava su un cortile interno. “Adesso devo dormire.”, disse. “Non potremmo vederci un’altra volta?”
La donna scosse la testa. “Non ci sarà una prossima volta, Guglielmo.”
Lui la fissò intensamente, chiedendosi il motivo di quella risposta. Era tutto così confuso! “Perché?”, le domandò, senza invitarla a sedersi.
Lei ricambiò lo sguardo, una profonda luce di tristezza negli occhi. “Mi hai telefonato quattro volte, Guglielmo, dicendomi che volevi parlarmi . Ma sono trascorsi trent’anni… sono venuta soltanto per vedere come stavi.”
“Bene.”, replicò lui in tono svagato. “Ultimamente dormo molto.” Non ricordava di averle telefonato, e non sapeva se era più irritante il fatto di averla chiamata oppure che se ne fosse scordato. Dal velo del passato, per alcuni istanti, vide una bella ragazza che scendeva una scala.
“Lui è il mio amico Guglielmo.”, disse il fratello di lei.
“Io mi chiamo Ida.”, disse la ragazza con un sorriso quasi sfrontato, che celava ironia e interesse. Si erano rivisti la sera dopo.
Poi i ricordi si persero, come spesso gli accadeva, e Gugliemo si chiese ancora una volta per quale motivo le avesse telefonato, e soprattutto la ragione per cui se n’era dimenticato. Ida si sedette sul divano. Lui nascose il coltello con un gesto furtivo che passò inosservato, perché nel frattempo la donna si stava guardando attorno. “Da quanto tempo non pulisci questa casa?”, gli chiese notando le ragnatele, le macchie di unto sul pavimento, la polvere. Guglielmo considerò la domanda, sforzandosi di trovare una risposta sensata. Il problema era che non lo sapeva. Era sul punto di dirle che gli impegni di lavoro gli sottraevano troppo tempo; poi si sovvenne di nuovo che era stato licenziato. In realtà, passava gran parte delle giornate a dormire.
“Ma come vivi, Guglielmo?” Ida sembrava preoccupata, e ciò lo stupì, dato che nessuno si era mai preoccupato per lui.
Non rispose. Si avvicinò alla finestra e guardò fuori dei vetri. Stava smettendo di piovere; forse sarebbe tornato il sole. Sarebbe andato ai giardini pubblici. Prima, però, doveva dormire. Sono stanco. Voglio sognare.
Le indicò il frigorifero. “Ho dell’aranciata.”, disse.
“No, grazie.”, rispose lei, accavallando le gambe e scrutando il suo viso con un’espressione che denotava pena, compassione, e chissà cos’altro, si domandò lui che aveva notato la portata di quello sguardo.
Ida portava la fede. Se ne accorse guardandole le mani, appoggiate sulle ginocchia. “Sei sposata?”
“Sì. E tu invece?”
Guglielmo scrollò le spalle. “Un tempo lo sono stato.”
Ci fu un lungo silenzio. Ida si alzò dal divano. “Non abbiamo molto da dirci. Mi sembri confuso…” Gli tese la mano. “Magari ti telefonerò io una volta.”
“Non rispondo al telefono.”, replicò lui accompagnandola alla porta. Si salutarono con qualche impaccio.
Quando Ida fu uscita, Gugliemo andò in bagno. Devo dormire. Voglio sognare. Prima, però…
Aprì il rubinetto, facendo scorrere l’acqua calda. Si spogliò ed entrò nella vasca.
Fu in quel momento che si affacciò alla sua mente un ricordo di tale intensità da fargli dubitare di se stesso e di come potesse averlo smarrito nei meandri del cuore. Quando era morto suo padre aveva incominciato a bere alle sette del mattino di una gelida giornata spazzata dalla tramontana. A mezzanotte, ubriaco fradicio, era riuscito in qualche modo a ritrovare la via di casa. Il funerale si svolse qualche giorno dopo. Terminata la funzione, andò da Ida. Si sentiva depresso e infelice; si svestì e si infilò sotto le lenzuola del suo letto.
“Stammi vicino.”, le disse. “Ho bisogno di calore umano.”
Lei esitò.
Forse lo riteneva sconveniente o forse presagiva quello che sarebbe successo. Alla fine, lo raggiunse nel letto. Fecero l’amore nel modo più dolce e appassionato di sempre; un atto che che esulava dal sesso per diventare l’incontro di due anime innamorate, nella simbiosi più assoluta e totale. Come il vento d’estate, quando con dolcezza accarezza un fiore.
Rimasero abbracciati a lungo. Lei gli asciugò le lacrime dal viso. “Non devi vergognarti.”, gli disse, intuendo il nuovo corso che i suoi pensieri avevano preso. “E’ l’amore che trionfa sulla morte. E’ la vita che continua. Tuo padre sarà felice, ne sono certa.”
Il ricordo svanì, ma ne comparvero altri: rammentò che l’aveva lasciata per egoismo. Lei aveva dei problemi e lui non intendeva farsene carico. Ricordò sere umide di pioggia, e trionfi professionali che erano svaniti come neve al sole. La sua vita gli era sfuggita dalle mani insieme all’antica arroganza, come un pugno di sabbia. Non volle ricordare oltre.
Guardò il coltello che si era portato nella vasca.
Devo dormire. Voglio sognare. Ma questa volta voglio sognare il passato. Quel giorno di tanti, tanti anni fa.
Poi si tagliò le vene.

ALESSANDRA BIANCHI PRESENTA: FINE DI UN COITO SENTIMENTALE DI MOON

Era dicembre. La laguna aveva un aspetto spettrale, marcia di malinconia e agitata dai fantasmi dei ricordi. Si era rifugiato in un antico palazzo protetto da una vegetazione pletorica. Era esaurito. Aveva smesso di lavorare, di scrivere, di amare, di uscire. Aveva combattuto tante battaglie personali contro l’invidia e il bigottismo. Era un vincente sociale, un uomo di successo, ma un perdente sentimentale. Questo non lo poteva accettare. Lei se ne era andata una mattina in cui Venezia era fasciata da una luce sfatta che aveva il sapore della decadenza. Era sparita verso il sole tropicale dopo un coito che non avrebbe mai dimenticato. Rivedeva come in un film muto l’immagine di lei che ansimava sul letto sfatto.. le lenzuola di lino che si accartocciavano sotto il peso dei corpi. Era giugno. Era caldo. Lei era bella e sensuale. Bionda e fredda. Dolce e crudele, affascinante angelo puttana, madonna non timorata. Santa votata all’inferno. Lei era tutto quello che aveva desiderato. In quei mesi di passione gli aveva succhiato cervello uccello e dieci anni di vita… aveva avuto altre donne dopo, ma non era la stessa cosa. Era mezzanotte. Una nebbia allucinante e diabolica si levava per le calli e divorava la laguna come in un girone infernale. Appoggiò la bocca alla finestra e con forza le mani. Pronunciò il suo nome, disperato. Il suo profumo si sparse nell’aria. Delicato e intenso profumo di donna. Urlò il suo nome. Sentì dei passi leggeri, la porta si aprì. Guardò la donna. Le fece cenno con la testa. Era una professionista. L’aveva pagata apposta. Un solo e unico bang ed era morto.