Due giorni di ritardo…

Dovevo pubblicare il 5 dicembre ma, presa da tante faccende, me ne sono scordata. Con questo scritto prendo una pausa dal caffè letterario, poiché ultimamente riesco ad essere meno costante anche nella lettura. Auguro a tutti gli amici scrittori, entrati in questo caffè, di mantenere sempre viva la loro vena creativa e di essere portatori – ora e sempre – di un cuore fanciullo ricco si sentimenti, immaginazione e sogni.

Nel salutarvi condivido con voi una mia “vecchia” poesia:

La poesia nasce dal cuore ed al cuore ritorna

 

Certamente è il cuore la dimora dell’amore

e la poesia nasce nel cuore del poeta,

ma non rimane chiusa in casa a lungo:

la poesia è una vagabonda d’amore

la poesia indossa ali leggere per volare alla ricerca di cuori da nutrire

la poesia è una viaggiatrice discreta, non fa molto rumore,

talvolta si rende quasi impercettibile

E come i profumi sospesi nell’aria

non sono percepiti da tutti gli olfatti,

così la poesia non sarà recepita da ogni cuore:

l’impalpabile nutrice dovrà trovare

almeno uno spiraglio  nella dimora interiore,

ecco allora che l’attento lettore ne avvertirà il profumo

ed inspirandolo profondamente, lo sentirà divenire parte di sé.

Sarà un reciproco sostentamento: dalla poesia al lettore e

dal lettore alla poesia, poiché questi, a sua volta,

fornirà ai versi poetici nuove ali per volare

e lascerà aperta la porta del suo cuore per consentire

il volo.

Dopo di che, la poesia riposerà le sue ali delicate

in un’altra dimora interiore, in chi ha saputo ascoltare

con amore.

Ed il continuo vagabondare, di cuore in cuore, si rinnoverà

ad ogni battito d’ali.

 

Annita Pozzani

Poesie sui sogni

 

1) SOGNI

Ogni tuo sguardo

mi sfiora,

mi bacia ogni tua parola.

Ogni tuo silenzio

mi tocca,

m’incanta la tua bocca.

Ogni tua carezza

mi sussurra

m’avvolge la tua luce azzurra.

Ogni tua emozione

mi prende,

mi travolge,

mi sorprende.

2) DALL’ALBA AL TRAMONTO

Una scheggia di sole sanguinaria

trafigge una nube quasi esangue

riportandola in vita

per qualche istante.

Cammino ciecamente

incespicando nel ricordo

di un’alba purpurea,

quasi deserta,

tacita ospite

del nostro primo incontro.

Ben presto la sera fagocita

luci, ricordi e nubi.

Una luna discreta conduce nell’oblio

il logorante tramestio di pensieri.

Ssst, silenzio… è ora di dormire.

3) SOGNI E QUESITI

A tentoni percorro

angusti sentieri carnali.

Tra le fenditure dell’oblio

ricerco l’Immortale.

Il buio divora quesiti e presagi.

Si dilegua nella prima luce

il senso del sogno.

4) PARASSITI

Sogni strappati

al silenzio notturno,

trascinati a forza

nell’alba gelida,

per non dimenticare che i sogni

non hanno vita propria,

talvolta sono parassiti

nutriti dal nostro cuore.

Annita

Voglia di mare

ALBA MARINA

 

Pigramente la luce solare

emerge dal mare

Tra nubi velate di rosa

appaiono ideogrammi dorati

a tratti interrotti

da sprazzi d’indaco e  viola.

Questa sublime visione

quasi m’opprime.

Il mio cuore incantato

canta un assolo,

mentre vorrebbe spiccare

il volo

e fondersi con tutto quel bagliore,

divenendo pura espressione

del divino Amore.

 

 

L’ABBRACCIO

Ancora una volta

l’incanto si rinnova,

la luna e il mare

uniti nell’abbraccio

paiono danzare.

Le acque tranquille

s’accendono di mille

bagliori d’argento

e il vento

non osa spezzare

questo silenzio eloquente,

appena

lo si sente

respirare.

 

Annita

 

I ricordi di Silvia

Silvia, stringendosi e strofinandosi una mano con l’altra, si sorprese a pensare:  ‘Ho solo quindici anni, ma le mie mani hanno già viaggiato tanto, più delle mie gambe; hanno percorso muri, tavoli, sedie, quadri appesi alle pareti, e soprattutto hanno potuto viaggiare sui visi della gente che si è lasciata toccare. Hanno incontrato nasi piccoli, nasi grossi, curvati all’insù o adunchi, hanno accarezzato gote paffute, guance scavate, quelle lisce come il velluto dei bimbi, quelle ruvide come carta vetrata di uomini che non si erano sbarbati. Ma il viaggio più affascinante, quello che mi è rimasto appiccicato alle dita e al cuore, l’ho compiuto due mesi fa, sul viso più bello tra tutti quelli che ho toccato, persino più bello di quello della mamma: il volto di Francesco’.

Ripensando al loro magico incontro le vennero i brividi. Quel giorno, una tepida domenica di maggio, Silvia era stata invitata alla festa di compleanno di Claudia, la sua migliore amica, e tra gli invitati c’era lui, Francesco, amico di un amico, un anno più grande di lei. Era stata Claudia a presentarglielo: – Questo è Francesco, amico di Luca, i voti migliori della quinta Ginnasio, e lei è Silvia, la mia più cara amica, siamo in classe insieme da sempre, scrive poesie stupende e canta divinamente.

Seguirono i soliti convenevoli: stretta di mano, qualche parola sulla festa, sulla scuola e sulle passioni personali; poi per un po’ non si parlarono più, perché lui fu chiamato da Luca e lei fu catturata da Claudia che le volle dare tutte le informazioni del caso: – Francesco è carino, molto secchione un po’ timido, tanto che alle feste bisogna trascinarcelo, ma a detta di Luca è simpatico e con la gente giusta si lascia andare, insomma non fa solo da tappezzeria.

Silvia la invitò a descriverlo anche fisicamente: – Te l’ho detto che è carino? Ha gli occhi verdi, una bella bocca, un naso regolare, i capelli castani ricci e un po’ lunghi sul collo; è di statura media, fisico asciutto. Ti basta come descrizione?

– Sì, per ora mi basta, poi vedrò se riuscirò a conoscerlo meglio di persona.

– Noto un certo interesse! – la punzecchiò bonariamente Claudia  – Beh lo sai che sono sempre curiosa di tutto e di tutti – replicò prontamente l’amica.

Dopo l’apertura dei regali e l’assalto alla torta, qualche invitato chiese alla festeggiata se aveva il karaoke

– Certo che ce l’ho e vorrei che per prima cantasse Silvia, per chi non la conosce sarà davvero una bellissima sorpresa! – Esclamò prontamente Claudia.

Silvia adorava cantare e, fortunatamente non era troppo schiva, perciò non si fece pregare e iniziò con una canzone degli Evanescence, continuando poi con Laura Pausini e terminando con Giorgia. Al termine di ogni canzone tutti applaudivano entusiasti e Francesco la guardava con aria stupita e a tratti sognante. Quando Silvia terminò di cantare il ragazzo le si avvicinò per complimentarsi della sua bravura e stringendole la mano le diede due baci sulle guance. Da non credersi! Luca, che stava osservando la scena, rimase a bocca aperta: – Il France che azzarda tanto!

Eppure era successo e quel gesto lasciò piacevolmente stupita anche Silvia che, per vincere l’imbarazzo, disse:      – Grazie, troppo gentile, per favore mi prendi qualcosa da bere? A cantare mi è venuta una gran sete!

Francesco l’accontentò subito, prendendo un’aranciata per entrambi. Si sedettero e sorseggiando la bibita, cominciarono a raccontarsi un sacco di cose. Francesco non osava parlare della cecità di Silvia, perciò ci pensò lei stessa ad affrontare il discorso; il ragazzo l’ascoltò attentamente, e prendendole la mano le disse:  – Mi dispiace che tu abbia questo grande problema, però sei una ragazza molto forte e con tante doti che un po’ compensano il resto. Ascoltandoti quando parlavi e mentre cantavi, ho capito che tu vedi con il cuore, mentre al mondo c’è tanta gente che ha la vista ma non si accorge nemmeno di ciò che le succede intorno.

Silvia sorrise e strinse forte la mano di lui.

Sentendo arrivare dallo stereo una musica da lento, il ragazzo la invitò a ballare. Mentre dondolavano abbracciati, Silvia gli chiese se poteva toccarlo in viso per capire com’era; Francesco la lasciò fare, sentendo i brividi lungo la schiena mentre le dita della ragazza gli sfioravano le labbra, le guance, le palpebre.

La musica del lento stava terminando… Francesco posò delicatamente le sue labbra su quelle di Silvia.

 

(tratto dal mio racconto: “Viaggio a regola d’arte”)

Annita

 

CARPE DIEM IN ARTE POETICA

L’haiku, a mio parere è la forma di poesia che meglio si adatta alla filosofia del “carpe diem” e del “hic et nunc” poiché nel suo breve spazio compositivo  (versi da 5+7+5 sillabe) coglie una suggestione della natura, un’intima emozione, una sensazione, una scena che tanto intensamente colpisce quanto rapidamente muta: l’attimo fuggente, appunto, che con l’haiku si cerca di fermare.

L’haiku giapponese fa sempre riferimento alla natura; in questi miei, la si può cogliere in senso metaforico con i riferimenti alla vita,  ai colori e ai versi che fungono da semi che debbono germogliare, ai solchi che richiamano quelli dell’aratro, alla rinascita interiore.

GERMINAZIONE PITTORICA

Tingo la vita

Con manciate di verdi

Sparsi su tela

 

GERMINAZIONE POETICA

Sboccia la vita

Con manciate di versi

Sparsi sul foglio

 

SCRITTURE POETICHE

La penna traccia

Sulla nuda pagina

Solchi di vita

 

LETTURE POETICHE

Leggendo versi

Di fronte a volti nuovi

Rinasco nuda

 

In conclusione di questo post propongo non propriamente un haiku, dato che la struttura presenta: 5+5+7- 5+5+7+7 sillabe; trattasi di un gioco di parole che ho chiamato

ANAGRAMMA POETICO

Nell’oscurità

del nulla  tremo

pensando alla morte.

Mi circondano

suoni celesti,

sola stonata nota:

ancor non sono nato.

Posso aprire le finestre

 

Un’insolita brezza m’accarezza i pensieri.

Con noncuranza ascolto una radio accesa in lontananza.

Posiziono l’asse da stiro lungo la corrente d’aria, tra le due finestre aperte.

Suoni e rumori si fanno più discreti, l’aria più fresca.

Passo e ripasso il ferro caldo togliendo le pieghe dai vestiti e le increspature dai pensieri.

M’abbandono all’inconsueto relax.

Il mio braccio-automa va avanti e indietro, avanti e indietro, in sincronia al ronzio della lavatrice.

La radiolina suona ancora in lontananza, ancora m’accarezza l’insolita brezza estiva.

 

Annita

 

p.s.  tutto questo succedeva esattamente un anno fa, quest’anno invece è arrivato Caronte e diventa un sogno sperare in una brezza ristoratrice…

Breve meditazione

Il sangue si muove e fluisce senza posa, non sta mai fermo. Il carattere perpetuamente mutevole dei fenomeni è una sorta di meccanismo innato. E da questo costante cambiamento è lecito dedurre che niente può durare nel tempo, niente può restare identico.

Tutto, quindi, subisce il potere o l’influenza di altri fattori. Perciò, indipendentemente dalla sua bellezza, o gradevolezza, qualsiasi nostra esperienza, in qualunque momento la facciamo, è destinata a non durare.

 

Dalai Lama

Raqs Sharqi

Raqs Sharqi  (ricordi del periodo in cui ho appreso i primi rudimenti di questa danza)

I sensi amplificati, sono pronti ad accogliere la vera essenza della Raqs Sharqi.

Dum, tak-dum, tak-tak, tak-dum… Cimbali e tamburi percuotono frenetici, risvegliando il serpente dormiente.

Dal chakra segreto l’energia sale, seguendo il canto sinuoso del flauto di canna.

Le corde del liuto, accarezzate con piuma d’aquila , dialogano con il rebab, le seguono spirali e arabeschi creati dai fianchi ondeggianti.

D’un tratto il suono scintillante del qanun riempie d’innumerevoli note lo spazio: il ventre pulsa, i seni fremono, le braccia s’elevano verso l’estasi mistica…

L’odore d’incenso s’effonde nell’aria, congiungendosi agli effluvi dei corpi, poc’anzi  irrorati con oli profumati.

Morbide sete trasparenti s’avviluppano alle membra, disegnando contorni inaspettati.

L’amplesso raccontato dalle movenze della danzatrice orientale, in connubio con i virtuosismi musicali degli strumentisti, crea uno stato d’ebbrezza emotiva nei partecipanti.

Tak-jum, tak-jum, tak-tak, tak-jum…

(Annita)

L’Anima del filosofo veglia nella sua testa.

L’anima del poeta vola nel suo cuore.

L’Anima del cantante vibra nella sua gola.

Ma l’anima della danzatrice vive in tutto il suo corpo.    Kahlil Gibran

 

(note)

Raqs Sharqui = conosciuta come danza del ventre

serpente dormiente = energia Kundalini

rebab = strumento musicale come la viella o fidula

qanun = strumento musicale come il salterio

Dammi un segno!

Un grido.

Un urlo straziante si disperde tra le rocce.

– Hanno rubato il corpo del mio Signore! –

Un uomo inizia la ricerca: senza quel Sacro Corpo si sente lui stesso perduto, diviso, lacerato.

Una domanda gli riecheggia dentro: – Chi è stato? –

Una domanda e mille dubbi: – Signore dammi un segno! –

Quell’uomo non vuole credere a chi gli rammenta la Parola del Maestro, del suo Signore.

La sua Fede vacilla, la verità che lui cerca non è più la Verità profetizzata.

Annaspa quell’uomo, soffocato da incertezze e paure: – Dammi un segno! –

Il raziocinio vuole prevalere sulle ragioni del cuore.

Non gli basta la parola di chi lo ha visto nella Luce, quella grande, abbagliante Luce irreale…

Non riesce a credere a chi ha udito ancora la sua Voce.

Corre, cerca, scava, piange, urla… – Dammi un segno oh Signore! –

Una nebbia fatta di rimpianti e di rimorsi gli offusca la vista superiore che, in un tempo non lontano,

gli aveva permesso di guardare oltre, di guardarsi dentro e di capire gli insegnamenti del Maestro.

Quella vista, quella Fede, ora giace sepolta sotto cumuli di dubbi, di rimorsi, sotto la sensazione di

impotenza… – Un segno, solo un segno oh Signore! –

E il Segno arriva, più tangibile di quanto osasse ormai sperare.

Quando l’uomo compie il viaggio di ritorno, quando abbandona la lotta, quando lascia andare attaccamenti,

speranze e desideri e finalmente comprende che la ricerca non va compiuta altrove ma dentro di sé… Ecco il Segno!

Ecco il ritorno della Luce! Ecco l’abbraccio con il Maestro, il suo Signore.

“Beati quelli che non avendo visto crederanno!”

Annita

 

Peccati di gola

Visto che oggi è la giornata mondiale della poesia, pubblico un post poetico

 

PECCATI DI GOLA

Una musica sensuale

come complici le stelle –

ti mettesti a disegnare

tentazioni sulla pelle:

sovra il collo mi tracciasti

uno svolazzo di nutella,

per rendere la tela

più dolce, oltre che bella.

Non dipingesti vele

ma lauti rivoli di miele

(per fortuna non dicesti:

“Pancia mia fatti capanna”,

quando in aggiunta osasti

soffici cirri di panna).

Indi, verso valle,

spargesti qua e là

violette candite, zuccherosi lillà

e per completare il profumato paesaggio,

al centro ponesti glassate rose di maggio.

In fine come un’ape vispa e golosa

t’avvicinasti a suggere una promessa d’ambrosia.

 

Annita