Siamo ai titoli di coda del 2015 – Analisi del 2015

Vediamo cosa è successo su Caffè lettarario nel 2015. Cosa basta leggere cosa hanno scritto i folletti di WP

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 3.800 volte nel 2015. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 3 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Tempi di consuntivi – Siamo contenti oppure no?

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 4.500 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 4 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

La bretella rossa di Grazia Giordani (pubblicato da Newwhitebear)

bretella rossa

Viveva in un minuscolo appartamento del centro, Ippolito Fiamma, professore in pensione. O meglio «si viveva». Visto che aveva condotto un’esistenza ermeticamente chiusa dentro il suo ego, penosamente introflessa. Sotto la sua matita rosso-blu erano passati quarant’anni di temi e versioni greche e latine senza che in lui restasse un solo ricordo amoroso per i suoi scolari.

L’intera camera dei suoi sogni era murata per sempre; la donna vera, di carne, non vi era entrata mai se non come ente astratto, iperurania, sterile fantasia.

Giovanna Guardi era stata sua allieva oltre vent’anni prima. Lo vide soto il portico di fronte la vetrina della sua libreria, alto, possente, un po’ rigido, i lineamenti tirati, gli occhi vividi, screziati di minuscole venuzze.

La signora minuta si alzò quasi sulla punta dei piedi, con mossa birichina e confidenziale, per battergli la mano su una spalla.

«”Profe”, si ricorda di me? Primo banco, seconda fila, da lei definita Guardi la tracotante”?»

Ippolito accennò un sorriso aspro e, con la sua voce ruvida – venata di un vibrato profondo – «sì, la riconosco, cosa fa qui, vende libri?»

«Mi piace stare tra la carta stampata, è bello il rapporto tattile con la parola scritta, mi fa sentire un’eterna scolara… Prendiamo assieme un caffè?»

Il professore esitò, poi acconsentì. Temeva i commenti di chi non era abituato a vederlo in compagnia femminile.

Era lusingato, anche se sentiva nei confronti di quell’allieva di un tempo, dal profumo troppo aggressivo e dalla femminilità così prorompente, un’istintiva «contropatia», un’oscura voglia di difendersi.

Al bar parlarono fitto: il passato irrompeva fra loro come un fiume senza argini, procurando il piacere malinconico delle nostalgie.

Giovanna era meravigliata dell’attenzione che il professore sembrava prestarle, la sua voce la cullava, il suo eloquio lucido, inesorabile, creava un incanto sottile, una magnetica malia.

Pensò fra sé: Datti una regolata, sei dunque così stanca di ammiratori fatui, presi dalla corsa del successo, dal footing e dallo sport, da subire il fascino dei matusa, nostalgici di Erodono e Senofonte?

Si accorse che le sarebbe piaciuto tornare a scuola, essere nuovamente guidata, corretta; avrebbe voluto che il suo professore estraesse dalle tasche logore della giacca un piccolo registro di classe e le dicesse, come un tempo, il voto…

Lo charme malato di quel vecchio un po’ ambiguo, decadente e i suoi discorsi insinuanti, le davano un a strana eccitazione. Le piaceva farsi trascinare nella sua realtà metafisica, nel suo mondo dove, allora, lei pensava nemmeno la morte l’avrebbe fatta morire.

«Posso rivederla domani?»

Pensò che aveva un appuntamento, ma fu ancora più rapida nell’accettare e decidere di disdirlo.

«A che ora?»

«Alla chiusura della mia libreria.»

Quella notte Giovanna non dormì. Pensò alla bocca un po’ vizza, alle mani dalla pelle sgualcita, al passo lento, all’incipiente calvizie del professore. Di per sé non erano certamente elementi di seduzione, ma venivano annullati e sopraffatti dalla sua parola che l’incantava come un canto di sirene malate, lievemente perverse, ma non per questo meno persuasive.

Voltò fianco nel letto. Decise di non rivederlo.

L’indomani Ippolito la chiamò al telefono. Le bastò sentire la sua voce per aver voglia di correre, correre da lui.

Era ingorda dei suoi pensieri, della sua ruvida ironia-

Come i drogati che ingannano se stessi, pensava: tanto me lo scrollo di dosso quando voglio. Si era creata quasi un’allucinata dipendenza nei suoi confronti. Non le importava più della libreria, degli amici, dei parenti che trovavano sempre il suo telefono occupato o lei svagata, infelice, smagrita.

Indossava un tailleur di lino bianco e si era truccata con minuziosa cura, Giovanna, il giorno che decisero di andare a pranzo in collina. Ippolito la guardò con ammirazione, sfiorando appena – guidando l’auto su per il colle – il suo piccolo ginocchio quasi infantile, inguainato nella calza a rete.

«Sembra pelle di serpente – le disse – questa calza a scaglie è ruvida come certi miei umori …»

Scesero dall’auto. Si inerpicarono su per il colle in un tripudio di ginestre. Il volto sottile di Giovanna si illuminava alle parole del suo “profe”. Qualunque cosa le dicesse, le pareva da eternare sulla lapide..

Sedettero sotto una piccola pergola. Salame e sottaceti fu il frugale pasto. Ippolito non maneggiava con garbo le posate e – nel bere – “sifonava” un po’ i liquidi, ma citava Catullo con voce vibrante d’amore (amore per lei o per se stesso?) e questo – nella sua ingenua smani di “intellettualità” -, nel suo infantile culto e venerazione della cultura, intesa come humanae litterae, le bastava procurandole una strana ubriacatura, uno stordimento consapevole, una gioia disperata..

Risalirono in macchina.

Già si raggrumavano le prime ombre della sera.

Giovanna provava lo strazio di una gioia infelice.

Si chiese cosa avrebbero pensato i suoi amici se avessero saputo.

Guardò nello specchietto il suo volto gentile e curato, gli occhi impreziositi da un lieve strabismo, colpevole di una scintillante malizia, i primi capelli bianchi nascosti fra calde mèche, un accenno di rughe leggere, occultate da false sicurezze.

Si odiò per il suo attaccamento a quel vecchio, per il suo bisogno di quella voce, per il suo amarla senza amore. Temette immediatamente di perderlo e, a questa prospettiva, il suo cuore si chiuse dentro una lastra di ghiaccio.

Si disprezzò, si giustificò, si assolse, si condannò.

Per qualche giorno non lo sentì al telefono.

Fu lei a cercarlo.

Ippolito era spaventato dallo slancio e dalla irruenza di quella donna che stravolgeva le sue abitudini. Decise di scrollarsela di dosso come una pulce molesta. Ormai aveva dimostrato a se stesso che – pur essendo avanti negli anni, pur non avendo modi da viveur e rendite da Creso – poteva sedurre. Ormai lo sapeva, e Giovanna così gli era venuta a noia. Il suo profumo gli restava appiccicato addosso, a casa gli dava imbarazzo: la vecchia serva avrebbe potuto notarlo. La sua voce recriminante e lacrimevole lo indisponeva. La sua risata, che all’inizio gli era apparsa seducente, ora gli risuonava negli orecchi troppo forte. I suoi innocenti snobismi lo irritavano.

Cominciò a farsi negare al telefono dalla colf arcigna, a nozze nel difendere il padrone da queste inusitate “avances”.

Le scrisse un breve biglietto: «Ti aspetto venerdì alle dodici sotto casa mia, per darti una spiegazione.»

Giovanna chiuse un po’ prima la libreria, e andò fiduciosa.

Pensò. Gli è passato il momento d’isteria, di rigetto nei miei confronti.

Sapeva che non era vero, che voleva ingannare se stessa. Lo attese qualche minuto dopo le dodici. Smagrita, l’aria tirata e sofferta. Il trucco era un po’ sfatto, le sue sicurezze di graziosa quarantenne gravemente intaccate. Sentiva le scarpe stringerle i piedi in una morsa crudele come le sue illusioni cadute. Il rimmel le colava un poco a causa delle lacrime. Pensò di scappare, di salvarsi, mai piedi le restavano fermi a terra, come le radici di un albero.

Ippolito scendeva maestoso e lento la scala, inesorabile come la sua dialettica senza scampo, come i suoi umori mutevoli, come la sua incapacità di darsi.

Le disse: «Andiamo in garage a prendere la macchina, così potremo parlare e dirci addio con un po’ di dignità.»

Giovanna camminò senza avere la sensazione di muoversi, come un robot meccanico.

«Perché vuoi dirmi addio?»

«Perché io sono un abitudinario, perché sono un uomo che è sempre vissuto solo o al massimo in compagnia del gatto o della serva; tu sei pressante, invadente, esuberante. Vivi una fase aggressiva della vita, io sono un uomo in stallo, in garage come la mia vecchia auto.»

Erano arrivati.

Ippolito sollevò con fatica il portone, lo rinchiuse curando di non fare rumore e che i vicini non sentissero la loro presenza.

Da una stretta finestra filtrava una luce sporca come i pensieri del vecchio.

Ippolito prese una seggiola mezzo spagliata. Con mano ferma afferrò di sbieco Giovanna come per un gesto d’amore: la sedette sulle sue ginocchia. Le coperse il volto, posandolo contro il suo petto; sudava copiosamente. Le palpebre gli vibravano in impercettibili tic sugli occhi sbarrati, aperti a forza.

Si tolse la giacca. Aveva un’unica bretella rossa a reggere i calzoni troppo pesanti per quella stagione. La sfilò dalle clips, la avvolse in due giri attorno al collo di Giovanna che era come soggiogata, ipnotizzata, quasi contenta che l’incantamento, la strana malia fosse finalmente spezzata, esorcizzata con la sua morte.

Come in un film rovesciato rivide i suoi allegri anni di studentessa, risentì il passo del professore nel corridoio, la sua voce dal vibrato profondo che commentava Dante.

La piccola e sventurata donna. Vittima della sua fiduciosa follia, emise un gemito roco, come un lamento d’amore: dalla sua bocca uscì un fiotto di sangue. Ippolito vi immerse il dito e scrisse sul muro: «lathe biòsas», vivi nascostamente. Era il suo credo di vita.

Disse fra sé: penserò domani a scaricarla in qualche fosso.

Il delitto rimase per sempre impunito.

Ippolito Fiamma si visse per altri dieci anni con l’impagabile sollievo di essersela tolta di torno.

Credeva di aver ucciso anche il ricordo, ma un giorno a tavola, nel tintinnio delle posate, ebbe l’illusione di sentire l’eco tenera della sua risata di donna che dagli orecchi gli entrò nel cuore con una fitta bruciante, e scalfì la corazza della sua indifferenza, solo per un attimo dolorosissimo, subito sconfitto dal suo ipertrofico Io. (g.g.)

 

 

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Proviamo?

La direttrice Alessandra mi ha chiesto se era possibile ripristinare una funzione del vecchio Caffè: mettere a calendario i nostri interventi.

Io ci provo col prossimo mese di Marzo. Supponiamo di pubblicare due post a settimana. Quindi all’incirca 8 nuovi interventi al mese. Siamo in sette, quindi o qualcuno ne fa due oppure rimane un buco.

Calendario alla mano le possibili date possono essere

Domenica 4

Mercoledì 7

Domenica 11

Mercoledì 14

Domenica 18

Mercoledì 21

Domenica 25

Mercoledì 28 (in forse).

A questo punto chiedo a tutti gli autori di scegliere una data per la pubblicazione del loro post. Poi riporterò il calendario sulla colonna di destra.

Proviamo?

Caffè Letterario

Benvenuti nel Caffè letterario

Apre i battenti il Caffè Letterario su WordPress. E’ un punto d’incontro per chi vuole leggere dei buoni post e per chi volesse scriverli. E’ aperto a tutti quelli che vogliono contribuire con le loro idee, le loro storie, insomma con qualsiasi scritto o immagine che sia il frutto dell’ingegno e fantasia personale. Chi vuole aderire può lasciare un commento per consentire all’amministratore del blog di procedere all’invito. Buona lettura a tutti. < Benvenuti nel Caffè letterario Apre i battenti il Caffè Letterario su WordPress. E’ un punto d’incontro per chi vuole leggere dei buoni post e per chi volesse scriverli. E’ aperto a tutti quelli che vogliono contribuire con le loro idee, le loro storie, insomma con qualsiasi scritto o immagine che sia il frutto dell’ingegno e fantasia personale. Chi vuole aderire può lasciare un commento per consentire all’amministratore del blog di procedere all’invito. Buona lettura a tutti. p>Benvenuti al nuovo Caffè Letterario!

LACRIME

Ho accettato il suo invito solo per chiarire la mia posizione, pensavo che fosse stato meglio così: guardargli negli occhi ed esprimergli tutta la mia simpatia, null’altro. Invece mi ritrovo ad affrontare una situazione completamente diversa, perché credevo che le sue coccole, le sue attenzioni e le sue manifestazione d’affetto fossero solo uno scherzo. Un modo burlesco di portare avanti il nostro rapporto. Rapporto? Se così si possa chiamare una relazione nata nel mondo del web.

Trema mentre mi tiene la mano. Sento le sue vibrazioni scuotermi il braccio e perdersi lungo il corpo. Sa che fra qualche minuto ognuno sarà sulla propria strada, immerso nella propria vita, con solo un ricordo in più: quest’ora trascorsa insieme. Questa certezza mi fa sbandare, in fondo sono stata bene con lui. Mi trattiene ancora la mano nelle sue, non la molla, come se tutte le parole spese non avessero più nessun valore. Capisco che il momento del distacco è quello più brutto, più doloroso, soprattutto se il rivedersi è appeso a un filo sottile. A una promessa senza scadenza. M’imbarazza un po’ esser qui davanti a lui, in questo parcheggio a un passo dalla mia vita, con il suo sguardo triste e supplichevole che mi sfiora.
Alcune persone passano incuranti della nostra presenza.
Bisogna che vada, ho la piccola da prendere a scuola. Ma non voglio lasciarlo così, non voglio che mi guardi andar via. Tento di tirar via la mano per farglielo capire, ma è inutile, lui l’ha imprigionata tra le sue e non la molla. Sorrido. Non è un sorriso di piacere, è un contrarsi delle labbra per un disappunto coercitivo. Non voglio andare via, ma devo. È strano come a volte il tempo riesce ad espandersi, questi pochi minuti sembrano interminabili, mentre l’ora scorsa, è passata in un attimo. Continuiamo a guardarci senza dir nulla, aspettando che succeda qualcosa. Vorrei rassicurarlo con un abbraccio, un bacio sulla guancia, fargli capire che io ci sono, nonostante la mia vita ci sono. Però ho paura che fraintenda, un cuore innamorato non ragiona: spera sempre.
“Ciao” dice, ma non mi libera.
“Ciao” dico sfilando via la mano.
Le sue braccia cadono lungo il corpo, sembrano inerti, private dalla linfa vitale.
“Posso…” accenna a dire.
“Cosa?…” chiedo.
“Posso darti un bacio?” lo dice tutto d’un botto, come se questa ingenua richiesta gli fosse esplosa dentro dopo anni di prigionia.
Sospiro.
“Un bacio sulla guancia, certo che puoi darmelo” rispondo.
Come un bambino timido mi si avvicina lentamente e mi chiude in un forte abbraccio. Sento le sue labbra sul collo. Mi tiro indietro e tutto quello che riesco a fare è muovere la testa. Lui scivola velocemente sul mio collo e approda sulle mie labbra. Il tepore che provo mi blocca e non riesco a dir nulla. Comprendo che è l’unica reazione permessomi. Il mio corpo non vuole reagire è completamente soggiogato da una forte emozione. Qualcosa di primordiale riaffiora da chissà dove e mi fa fremere. Lui lo capisce, la sua sensibilità è straordinaria, allora cerca di farsi spazio tra le mie labbra. L’umido della sua lingua mi desta, mi fa sentire non pronta a questa intimità. Tiro indietro la testa e gli prendo il suo viso tra le mani. Glielo dico ancora.
“No Salva, non posso”
Abbassa lo sguardo come se si vergognasse del gesto e mi libera dall’abbraccio.
“Scusami”
Ripenso a qualche momento fa, a quando eravamo seduti al bar a bere un caffè uno di fronte all’altra, all’emozione di sentirmi corteggiata, al modo che aveva di farlo, al modo in cui ho bruciato le sue parole pensando che scherzasse, alla consapevolezza sopravvenuta e ai silenzi successivi.
Comprendo la sconforto di quest’uomo, la sua disperazione per essere arrivato in ritardo nella mia vita, insieme alla certezza che sarebbe stato accettato e me ne rattristo. Cerco di trattenere le lacrime, non devo piangere, non è colpa mia. Giro la testa per guardare altrove, per distarmi. La sua carezza sul mio viso è irresistibile, non riesco più a contenermi. Allora abbasso la testa perché lui non noti. Ma siamo troppo vicini e troppo immersi nelle stesse emozioni per poter nascondere le lacrime che affiorano dai miei occhi. Mi tira su la testa e mi bacia sulla fronte, sulla bocca e sulla guancia.
“Non piangere” mi supplica e appoggia la sua fronte sulla mia.
“Mi basta restare amici, anche se…non riesco più…ho un vuoto dentro che mi uccide” dice contro la mia faccia.
“Restiamo amici, non preoccuparti, non rinuncio a questo” dico e penso a quel che è successo pochi istanti fa.
Credo nell’amicizia tra un uomo e una donna, ma se uno dei due è innamorato, ho qualche dubbio che possa funzionare. Tuttavia voglio lo stesso provare, gli ho detto che non rinuncio a questo, ma e quello che voglio veramente o mi sono fatta coinvolgere più del necessario? Il mio timore è un altro: ho paura d’innamorarmi. Questa esperienza sta facendo vacillare alcune certezze che ho. Non parlo dei sentimenti verso Pino, quelli sono saldi altrimenti prima, mi sarei lasciata andare, parlo dell’amore in senso assoluto. Penso che nella vita l’amore t’incontri e ti faccia delle proposte, ti spinga a fare una scelta, che innamorarsi sia indipendente dalla nostra volontà e che accada con il classico colpo di fulmine. Incontri e conosci una persona e ne sei già innamorata prima ancora di rendertene conto. È stato così con Pino, è stato così anche per mia sorella, pure per mia cugina e anche per Elisa una mia amica. L’amore ti propone una persona e t’invita a sceglierla. Questa è una mia convinzione che sta per crollare, infatti Salva l’ho conosciuto tre anni fa, mi è stato presentato da degli amici. Allora mi risultava del tutto indifferente, e anche tutte le altre volte che l’ho rivisto, per lo più in occasioni straordinarie e casuali. Avevamo ballato e scambiato qualche parola, ma niente di più. Forse non ha mai osato andare oltre perché con me c’era sempre Pino. Ma pochi mesi fa l’ho visto chiedermi l’amicizia in uno dei tanti social network e dal quel clic fatto con il mouse sul tasto accetta, è cominciato il nostro vero rapporto. Dapprima molto distante, poi via via che si usava la chat sempre più confidenziale, fino a scambiarci i numeri di cellulare per sentirci anche durante il giorno. Le prime volte che mi ha scritto che ero bella e gli piacevo, ho riso, ho riso sul serio, facevo addirittura fatica a rispondergli per il troppo ghignare. I suoi tentativi di corteggiamento venivano puntualmente scherniti. Però una cosa è leggerlo e un’altra e sentirselo dire “sei bella”. Quante volte me la avrà detto, un milione di volte, forse più. L’ultima volta questo pomeriggio, poco fa, e non è stata la stessa cosa. Sentirselo dire guardandosi negli occhi, è diverso e anche quello che mi ha lasciato è diverso. Per un attimo mi sono sentita libera, era come se me lo sentissi dire per la prima volta nella mia vita. Una starna sensazione che ha aperto un piccolo varco nel mio cuore e mi ha permesso di sentire Salva più vicino e sincero. Ero lusingata quando aggiunse che gli piacevo, e a dirla tutta ne ero felice. Quella stessa felicità che provai quando me lo disse Pino. È bello sapere che qualcuno prova qualcosa per me. Quando mi ha preso la mano e l’ha stretta, mi sono spaventata e questo mi ha riportato alla realtà: il varco nel cuore si è richiuso lasciando Pino come unico inquilino. Però per un attimo Salva c’è stato dentro, e a me, è piaciuto. Ora sono qui che piango e non sono più certa che è solo per il suo dispiacere. Sono confusa e voglio andare via, anzi devo andare assolutamente, la scuola sta per terminare e la piccola per uscire.
“Al prossimo caffè allora!” dico aprendo la portiera dell’auto.
“Al prossimo caffè” dice scostandosi per farmi salire.
Metto in moto e scappo via, come se fossi una criminale inseguita dalla polizia. Prima di svoltare verso la provinciale guardo lo specchietto retrovisore. Lui è ancora lì, fermo con le mani nelle tasche e guarda verso di me. Quando sente accelerare tira fuori una mano e la sventola nell’aria, poi svolto e si perde nel bordo dello specchietto, scacciato dal rettilineo che prende il suo posto. Accendo la radio, una canzone si diffonde nell’abitacolo, ma non la sento la mia testa è piena di pensieri. Un’altra certezza sta per andare a farsi fottere. Si può amare due uomini? Si può provare gli stessi sentimenti per due maschi diversi? Fino a pochi minuti fa, avrei avuto una risposta certa e indiscutibile e avrei considerato un folle chiunque l’avesse messa in dubbio. Ora sono io la folle che sto a pensarci. Amo Pino, lo adoro. Ma Salva si sta accendendo in me prepotentemente e non scaccia Pino, è lì al suo fianco. Com’è possibile tutto ciò? Non mi capacito. Allora non basta fare una scelta, portarla avanti, difenderla dagli attacchi della noia, non basta tenerla sempre viva, perché l’abitudine agli odori, ai colori e alle parole di un rapporto, cancella l’emozione della prima volta. L’assuefazione alle cose non ha rimedio. La novità accende il sistema ricettivo e fa esplodere le emozioni. È questo quello che è successo?
Il suono del cellulare mi annuncia che è arrivato un sms. Fermo al lato della la strada l’auto, mentre tiro il freno a mano sento di nuovo la musica, un altro sms. Il primo arrivato è quello di Salva: è stato bellissimo trascorrere un’ora con te, fantastico parlare con te, stupendo rubarti un bacio. Ora so che sapore hai e non sarà facile rinunciarci. A presto frutto proibito. Salva.
Resto immobile con il cellulare in mano, fissando l’ultima pagina di quel sms. Poi sorrido e a stento trattengo le lacrime. Un’automobile sfreccia veloce, la mia viene scossa al suo passaggio. Vedo una macchia rossa sfuocata allontanarsi, appoggio il capo al poggiatesta e mi asciugo le lacrime.
Il secondo sms è di Pino: Ciao Isa sto tornando a casa, ti desidero alla follia: stasera voglio portarti fuori a mangiare e stanotte morire di piacere fra le tue braccia. Ti amo. Pino.
“Non vedo l’ora, amore” dico a me stessa, mentre cancello il messaggio di Salva.

 

DARK STAR

La musica scorreva fluida.
Accovacciata sul divano, scalza e in pantaloncini corti, guardavo fuori della finestra. Era una bella serata di settembre, il cielo era luminoso, cosparso di stelle; la luna era perfettamente visibile. Una brezza leggera recava con sé il profumo del bosco. La chitarra di Jerry Garcia disegnava arabeschi, accarezzava l'anima; poi tutto il gruppo si univa a lui e "Dark Star" si trasformava in un sortilegio, un viaggio magico che mi incantava e mi faceva sognare. I ricordi del passato emergevano vividi, e il forte senso di malinconia che essi portavano in dono veniva stemperato dalla sublime bellezza di quei suoni.
Chiusi gli occhi, lasciandomi trasportare lontano. Vidi una bambina felice che correva incontro al suo papà. Aveva sentito l'inconfondibile rumore della sua macchina ed era corsa fuori di casa per abbracciarlo. Era stato a Parigi per tre giorni, e la sua assenza le aveva pesato moltissimo. La bambina voleva bene alla mamma, ma adorava suo padre. Lui parcheggiò l'auto, scese e la prese fra le braccia, stringendola forte. Alla bambina piaceva molto la fragranza del suo dopobarba: anche se fosse stata bendata, lo avrebbe riconosciuto fra mille. Quel pomeriggio aveva giocato nel giardino, fingendosi Robin de Bois, e combattendo contro lo sceriffo di Notthingam. Aveva una piccola spada, un arco e una faretra piena di frecce colorate. Quando il sole era calato, era rincasata per cenare, e la mamma le aveva promesso che l'indomani l'avrebbe portata al cinema. Poi sarebbero andate al piccolo porticciolo, oltre la baia, e avrebbero fatto il bagno in una linda spiaggetta che generalmente era poco frequentata, dato che si trovava lontana dalla Croisette. Sarebbe stata una giornata stupenda, la bambina lo sapeva, nello stesso modo in cui era stupenda quella serata. Il mare riposava tranquillo, appena mosso dal Mistral, in lontananza si scorgeva il profilo di una nave, le palme erano illuminate dalle luci di Cannes.
Fu quella sera che suo padre le raccontò la fiaba della piccola scimmia e del grande leone. Ora non la ricordava più, però rammentava che era una storia dolce, colma d'amore, serena. Così come era serena la bambina, in quella sera, seduta sul prato con le gambe incrociate, le ginocchia tutte sbucciate, mentre papà parlava, narrava, la conduceva per mano in Africa, dove si udivano mille suoni diversi, si vedeva il veld passare nel giro di pochi minuti dal crepuscolo alla notte, si percepiva la presenza di una quantità di magnifici animali.
Mi alzai per far ripartire il cd, e ancora una volta la stanza si colmò di quella musica straordinaria; di nuovo la chitarra che inseguiva tramonti e aurore, e poi il basso pulsante di Phil Lesh che trovava sentieri sconosciuti per raggiungerla, creando altre magie, perché a ogni ascolto, quella incredibile canzone assumeva sfumature inedite, armonie che si componevano e si scomponevano come trascinate dal vento, per giungere infine a toccare il cuore.
Non so se fu per quella musica o per il ricordo di una bambina serena che ascoltava la fiaba del leone e della scimmietta: so solo che incominciai a piangere. Le lacrime bagnarono il mio viso, mentre ripercorrevo strade che erano ben distanti da quel lontano tempo felice. La bambina era diventata una ragazza. La ragazza era diventata una donna. La donna aveva conosciuto l'amore per poi perderlo. Aveva guardato il mondo con occhi diversi, e molto di quello che aveva visto non le era piaciuto. Aveva capito che la vita non è una fiaba, che il tempo dei giochi era finito, che invidia e malvagità avevano scacciato gli elfi dalle foreste, i nani dalle loro grotte, le fate dai giardini incantati. La donna aveva lottato, sebbene sapesse che la sua battaglia era già persa in partenza, contrastata da folate di aria gelida, da piogge incessanti, dal cupo rombo del tuono.
La donna aveva camminato a lungo, aveva cercato di ritrovare la serenità di un tempo, si era imbattuta in mendicanti che conoscevano antichi segreti, e in uomini avidi dal cuore di ghiaccio. Aveva scoperto che l'amicizia di altre donne celava sentimenti meschini. Invano, aveva continuato a lottare ostinatamente, mentre gli dei ridevano di lei.
Ma la donna aveva bisogno di sognare. La donna sapeva che da qualche parte, in un angolo sconosciuto e remoto del mondo, avrebbe trovato gli elfi, e i nani, e le fate.
Fu così che un giorno decise di scrivere.
In questo modo, non sarebbe stata più sola, perché a Lorien la solitudine non esiste.

Distillazione

Distillazione

Ero in Rue de Montmorency, ero in un vortice, c’erano polvere, palazzi futuristi, insetti verdognoli trascinati come me, il tempo s’avvolgeva come un panno, pennellate messe come perdere l’equilibrio, setole sdentate, una striscia sull’altra, e gli occhi erano stanchi, la testa era stanca, ma il vortice portava tutto, il valzer, era lui, andava, andava, non si vedevano i passanti, collosa e opaca la biacca, ero in un vortice con la bocca asciutta.

E chiudermi in te, entrare nella schiuma del caffè, la promessa di una porta chiusa, salvarsi dal gelo sulle guance, ero in Rue de Montmorency e sono entrato in un caffè, s’è spento il gelo, l’odore delle gonne, bicchieri piatti cucchiai sparpagliati tra racconti e cognac, gambe ferme per un’ora, il calore dentro come olio che s’assorba, chiudermi nel calore che sembra una salvezza, i tuoi capelli e i tuoi occhi, chiudermi in te.

Ma le lacrime sono mute , la carne che s’attorciglia non ti parla.

Scivolo lento sui fianchi del baloon, mi hai condotto bene, fresca amara schiuma dentro una scorza appena e ovulo borioso nel rame ribollente di settembre, e l’alcol che m’hai messo dentro, ora che in onde spesse m'avvolgo sui fianchi del bicchiere, chiuso in te, viene fuori, impregna, non è un coniglio, non salta via sulle sue zampe dure. Lo sento intero, con tutta la sua storia, i suoi rumori.

E le lacrime mute, che a te non parlano. Una foglia con le altre.