L’incontro

L’incontro

Silenziosa e delicata come una piccola bambola, la ragazzina sedeva sulla panchina di legno.  Mordicchiandosi l’unghia e facendo ballare le ginocchia per l’agitazione non contenuta, la giovane aspettava, persa nei propri sogni.
Dalla sua casa accanto al parco comunale, la vecchia signora guardava quel bocciolo compito che attendeva qualcosa o qualcuno, forse il suo stesso futuro.
Il voluminoso televisore rallegrava l’aria con ricette e chiacchiere ma l’anziana donna non riusciva a togliere gli occhi dalla solitaria figura vestita di azzurro.
I minuti si protraevano infiniti e quell’attesa, mostrata dall’ansia negli sguardi della ragazzetta, all’improvviso mise in apprensione la signora Eugenia.
Fu come se il tempo non potesse bastare.
Eludendo la sorveglianza della badante occupata in cucina, la donna si spinse nel vestibolo, desiderosa di alleviare quella pena sul quel viso minuto e triste.
Camminando con lentezza, appoggiandosi al bastone, suo fido compagno, Eugenia non stette ad ascoltare le fitte del suo povero cuore, non si curò delle proteste delle ginocchia deboli, né il brivido sulla sua pelle quasi centenaria, e con fatica uscì fuori.
Aggrappata alla ringhiera, ci volle molto tempo prima che riuscisse a riprendere l’equilibrio e ancora di più per raggiungere l’angolo di giardino che confinava con il parco e si affacciava sulla panchina che aveva visto tanta vita susseguirsi. Attenta a sollevare i piedi nelle pantofole accollate, curva con la schiena, cercando appiglio nel solido cespuglio di ginepro, l’anziana signora si fece avanti, simile a una lenta chiocciola che percorreva la via di un orto rigoglioso.
Quando giunse infine alla rete, si accorse con tristezza che la giovinetta aveva lasciato la sua postazione solitaria e stava percorrendo il sentiero di sassi bianchi. Con la borsa penzoloni, la gonna spiegazzata, la testa china e i capelli che brillavano nel sole, era il ritratto della desolazione.
Incapace di chiamarla a causa dello sconforto, l’anziana la guardò allontanarsi mentre gli occhi acquosi e velati si perdevano tra le lacrime.
Volgendo lo sguardo verso il suo giardino risvegliato da quella primavera che sembrava evocata dal passato, la signora Eugenia si rassegnò all’ineluttabilità della vita, che toglieva ciò che si voleva, per poi prolungare l’esistenza nell’assenza con crudeltà infinita.
Ripensò ai suoi famigliari morti da tanti anni, le parve di vedere sua madre china sul gomitolo, il padre nell’uniforme di guerra, il figlio maggiore seduto all’ombra assieme a suo marito nel completo di lino, ma le bastò scacciare le lacrime con l’indice ossuto per accorgersi che erano tutte fantasie da vecchia.
Raddrizzò un poco la schiena lasciandosi baciare dal sole, e si rese conto con certezza che sarebbe stata la sua ultima primavera e toccò le rose appena sbocciate lasciandosi avviluppare dal loro caldo profumo antico. Con cautela si appoggiò alla vecchia fontana di pietra che non zampillava acqua da innumerevoli anni, nella sua vasca erano cresciute erbacce che, anch’esse in fiore, le mostravano come la vita proseguisse imperterrita, anche quando non c’era più una mano gentile a curarsi di lei.
Le ortensie erano cresciute vicino al capanno, mostravano qualche bocciolo e le larghe foglie le ricordavano i pomeriggi lunghi d’estate, passati a leggere sulle sedie a sdraio di legno e tela, quando il mondo girava lento, sempre uguale e affidabile, non come quei tempi moderni dove la fretta era padrona.
Con rassegnazione nonna Eugenia fece scorrere lo sguardo sul giardino e fu certa che non avrebbe mai visto i girasoli aprirsi al sole, né avrebbe raccolto le more che crescevano lungo il muro. Se c’era spazio per un rimpianto, ci sarebbe stato quello di non vedere maturare il pero, o l’autunno colorare il castagno. La cascata di foglie non avrebbe rallegrato l’ottobre, così com’era stato per i petali degli alberi da frutto a maggio. Non sarebbero ripartiti gli uccelli migratori sotto il suo sguardo vigile, né il passerotto avrebbe beccato le briciole sul davanzale, trovando rifugio sotto la tettoia.
Ne era certa: la calura d’agosto non l’avrebbe trovata, al suo arrivo.
Esattamente come quel giovanotto che ora si passava le mani tra i capelli, volgendo il capo in tutte le direzioni, che non aveva trovato la ragazza bella ad attenderlo.
Il sorriso dolce di Eugenia si accentuò quando incrociò lo sguardo dell’innamorato infelice, uno dei giovani d’oggi con i baffi a manubrio come il suo povero papà. Rispose alla muta domanda del ragazzo alzando la mano secca e diafana, e con lo stesso indice che aveva scacciato le lacrime di nostalgia, gli aveva indicato la via bianca e assolata. Per di là, aveva articolato con voce gracchia.
Lanciandole un bacio in punta di dita, il ragazzo aveva imboccato la strada, correndo veloce.
Eugenia lo seguì finché fu in vista e poi si volse verso la casa, sorridendo a Helena e a tutti i suoi cari che la attendevano sotto il porticato.
“Adesso arrivo.”, disse.
E se ne andò.

l'incontro Blanca Mackenzie

Annunci

La fanciulla sognante

Il sole era cocente nei pochi attimi in cui il vento si placava, ma Rosina era troppo eccitata dalla novità, per lamentarsi del caldo sulle spalle e sul capo. Un’occasione come quella non si poteva certo rifiutare, anche se ora la curiosità la rendeva inquieta, così si muoveva e cambiava posizione in continuazione, fletteva le gambe, si passava la mano sulla fronte, scostando i riccioli biondi sfuggiti alla crocchia o strofinando il nasetto impertinente, per non parlare delle mille domande che le sfuggivano anche se l’era stato detto di stare zitta e buona.
Non era la prima volta che stava lì a crogiolarsi, ma solitamente portava una cuffietta e restava poco tempo.
Esasperato dalle sue continue interruzioni il signor Palizzi le aveva lanciato uno sguardo di fuoco, lui che era sempre tanto serio e tranquillo e, preoccupata che cambiasse idea, Rosina si era irrigidita guardando la distesa blu del mare appena increspato, che si estendeva come un’immensa tovaglia davanti a lei.

Era stato appena due giorni prima, dopo aver finito di curare le verdure che, ritirandosi per la pennichella, Rosina si era incamminata a piedi nudi sul fresco pavimento a scacchi rossi e neri dell’atrio della grande casa dove prestava servizio. Come suo solito non aveva resistito e si era sdraiata sulla scacchiera di piastrelle, come se fosse ancora una piccola mocciosa, e fingendo di nuotare si era persa nell’affresco delle sirene che decorava il grande e alto soffitto della villa. Da che aveva cominciato a fare la sguattera nella ricca dimora, quel gioco era l’unico che la ragazzetta potesse permettersi e solitamente a quell’ora nessuno passava, poiché i padroni dormivano al piano di sopra e i domestici erano tutti in veranda a riposare. Inaspettatamente quella volta era entrato il pittore, ovvero il professor Palizzi del Reale istituto di Belle Arti di Napoli, che era ospite della signora ed evidentemente aveva voglia di fare una passeggiata pomeridiana.
Rosina era ancora persa nei suoi sogni ad occhi aperti quando lui aveva tossito e, nel rendersi conto della presenza dell’uomo, si era raggomitolata con spavento, inconsapevole di somigliare tanto a uno scoiattolo impaurito: «Scusate signò.», aveva squittito mettendosi in piedi, pronta a scappare.
Lui le aveva sbarrato la via di fuga, scrutandola attentamente: «Non sei tu, che oggi prima dell’ora di pranzo, oziava sullo scoglio oltre il prato?»
Ci era andata dopo aver steso le lenzuola, era stata un’avventatezza di pochi minuti e Rosina, temendo che quella libertà le causasse guai, si era giustificata in fretta: «‘O giuro nun o’ faccio cchiu!», ma lui si era messo a ridere, la prima risata che gli avesse sentito fare, e l’aveva rassicurata, che avrebbe mantenuto il segreto.
«Piuttosto, che facevi qui, stesa sul pavimento?», le aveva chiesto appoggiando a terra la valigia che conteneva i suoi strumenti di lavoro: erano vasetti, pitture e pennelli, Rosina li aveva visti spolverando la sua camera da letto.
Arrossendo, la giovinetta gli aveva confessato la sua passione verso le donne pesce dipinte sul soffitto.
Il professore aveva alzato gli occhi al cielo, levandosi il cappello, come accorgendosi per la prima volta degli stucchi e degli affreschi che decoravano la grande stanza e lo vide aprire la bocca, sorpreso da quei disegni, ma la penombra non rendeva loro giustizia così Rosina, con lo stesso orgoglio di una padrona di casa, aveva aperto gli scuri della finestra, illuminando anche con il suo sorriso il grande atrio.
L’uomo e la fanciulla erano rimasti in silenzio parecchi minuti, in contemplazione delle movenze guizzanti delle figure mitologiche e delle onde verdeazzurre che qualcuno aveva affrescato sulla grande volta, tra le volute arricciolate degli stucchi anneriti da qualche nuova ragnatela.
Sedendo sulla panca di pietra accanto alle piante verdi, il signor Palizzi le aveva chiesto da dove venisse.
«Da Surriento!», aveva esclamato Rosina e gli aveva detto di sé, della famiglia, e del fratello soldato nella grande città di Napoli.
Dopo aver ascoltato, lui aveva proposto: «Se ti racconto una storia curiosa, poi tornerai sulla roccia perché io t’immortali sulla tela, come le donne pesce che ammiri tanto?» e aveva indicato verso l’alto con l’indice macchiato di colore.
Rosina che era ancora ingenua, adorava le favole, così non si chiese nemmeno se la padrona le avrebbe permesso di oziare, e si era fatta avanti, tutta orecchie, in posa quasi infantile.
«Conosci il motivo per cui Sorrento ha questo nome?», aveva chiesto con voce calma il professore mentre lei scuoteva il capo: «Dice la saggezza popolare che proprio in questo golfo fossero di casa le mitiche Sirene, bellissime e misteriose donne che, con il loro canto meraviglioso incantavano i marinai… Tanto tempo fa, forse proprio sullo scoglio che ami tanto, veniva a sedersi Sirentum, una ragazza bionda come te, che ebbe l’onore di conoscere una sirena vera, la bella Partenope che le predisse un futuro da regina…», e per un’ora almeno il signor Filippo e  Rosina rimasero a parlare nella frescura dell’atrio.

Così la fanciulla si era ritrovata su quello sperone di roccia, in posa, anche se non riusciva a stare calma e immobile, troppo inebriata dall’importanza del suo compito di modella, traboccante di genuina felicità.
Persa nelle fantasticherie non si era accorta che l’artista aveva lasciato il cavalletto per raggiungerla, alzando la voce severa per sovrastare il rumore del vento e del mare: «Suvvia Rosina, stai ferma! Come posso ritrarti, se ti agiti tanto? Cerca le sirene, per favore!»
E mentre il meticoloso pittore si rimetteva a lavoro, la bella fanciulla rimase assorta per ore, ripensando alle misteriose donne dal corpo coperto di squame che ingannavano i marinai, ricordando la bellissima Sirentum rapita dai Saraceni che dava nome a quel territorio spettacolare, cercando la sua presenza in ogni gioco di luce, immaginando scaglie d’oro in ogni riflesso sulle onde, e sullo scoglio di Sorrento. Rosina immortalata per sempre nella tela, persa nei suoi sogni innocenti, in quell’età sulla soglia della giovinezza, quando non si è più bimbe né donne ancora, ma sirene.

La fanciulla sognante

Filippo Polizzi,   “La Fanciulla sulla roccia a Sorrento” – 1871

Io ho inventato questo racconto basandomi sul fatto che il pittore ha inserito, nascosta tra le rocce, questa epigrafe in nero:

 Egli mi pose a giacere su questa roccia, mi dice di guardarti da mattina a sera e dirti sempre: sii felice. Felice.

Per la leggenda sorrentina, questo sito  la riporta per intero.

Prestabilito

Era ancora il 23 di dicembre.
Con tanta gente che attendeva il Natale, il suo Avvento finiva quel giorno.
Da venticinque anni quella data era fatidica. L’aveva scelta a caso, ma ormai era stabilita, inevitabile!
Batteva i denti fissando il nulla davanti a sé, tentennare era nella sua indole. Non poteva continuare a rimandare la fine, aveva la sua data speciale per morire, era prestabilita. E lui era un metodico. Spesso si ripeteva che, se avesse avuto un po’ di fegato, tutta la sua vita sarebbe trascorsa in modo migliore ma la sua opinione non era mai contata molto, nemmeno per lui. Sprezzante, aveva riso di sé: era un vile, lo era da sempre. Aveva perso innumerevoli occasioni, nella sua vita, per paura di essere e di fare…
Un 23 dicembre era salito sulla collina che sovrastava la città per suicidarsi, perché era un perdente, la sua vita era un susseguirsi di atti d’ignobile codardia, e non aveva scusanti. Quel posto, tristemente noto come la Rupe dei Suicidi, era ormai una tappa fissa. Da allora, quasi ogni anno prendeva un permesso al lavoro (perché un impiego poi lo aveva trovato), e raggiunto il suo costone di roccia, trascorreva ore a tentennare. In venticinque anni di tentativi aveva visto ogni genere di condizione meteorologica: mattinate nebbiose, ventose, ghiacciate, bianche di neve, coperte di brina, umide di pioggia, cariche di nuvole nere o benedette dal sole.
La prima volta si era seduto sul masso e aveva scritto una lettera d’addio sul retro di una busta, ma quando il sedere gli si era gelato e aveva perso a starnutire, il coraggio era venuto meno e se n’era andato, dandosi un’aspettativa di un anno. Il 23 dicembre seguente aveva scritto la lettera a casa, se l’era messa in tasca ed era tornato sulla sua roccia. Non si era seduto, quella volta, era rimasto in piedi, memore del raffreddore che si era preso l’anno precedente, e aveva ammirato le vie della città che si estendevano luccicanti e invitanti di promesse. Il terzo anno aveva desistito: una forte nevicata non permetteva l’accesso nemmeno ai mezzi pubblici e aveva dovuto rinunciare. Dopo il furto dell’auto, aveva preso a salire in autobus e, dopo esser sceso all’ultima fermata, proseguiva a piedi fino a quello che doveva essere il suo, di capolinea. Una volta era scivolato sulla pietra bagnata e aveva picchiato forte la schiena, tanto che aveva impiegato più di un’ora a raggiungere la strada e poi il pronto soccorso. Un’altra volta il terreno era smottato e il suo trampolino era scivolato più in basso e non aveva avuto coraggio di scendere sul terreno fangoso. Una volta era squillato il telefono cellulare e l’anno prima aveva trovato un altro aspirante suicida, al suo posto. Aveva sempre perduto la sicurezza, eppure si preparava per 364 giorni, a quell’evento! Quando l’anno era bisestile, si concedeva anche una seconda possibilità a febbraio, ma non era la stessa cosa e rimandava sempre.
Aveva sospeso il suo intento quando si era sposato, quando era entrato in analisi, quando aveva assistito sua madre in ospedale e nella sua nuova vita da single (stranamente il divorzio l’aveva reso euforico e non lo considerava un momento di debolezza). Poi l’anno della Settimana Bianca.
E pensare che tutti lo indicavano come un uomo fortunato, perché non aveva problemi economici!
Li vedeva gli uomini senza lavoro, senza casa, senza nessuno, e li stimava perché ce la facevano comunque, mentre lui da anni stava lì, aggrappato a una data, e non riusciva a staccarsi dalla vita, bloccato dall’indugio e da milioni di pensieri. Quell’anno però era fatidico!
Se lo ripeteva come un mantra. La lettera d’addio non la scriveva più, c’erano le disposizioni per postare la notizia del suo suicidio sulla sua pagina Facebook, in una mail indirizzata a suo cugino. Una mail salvata nelle bozze, non inviata, perché non si sa mai…
La nebbiolina copriva le strade ma il grattacielo dove abitava si ergeva sopra le nuvole basse. Per morire ci vuole il suo tempo, lui lo sapeva! Flettendo le ginocchia e caricando il peso per spiccare un salto, aveva pensato alla sua casa, pulita e ordinata, con il testamento nel cassetto della scrivania Era orgoglioso del suo appartamento in centro, arredato con cura e amore, e l’albero di Natale con le luci soffuse. Era stato avventato a lasciare le piccole intermittenze accese? Ma no, c’era il salvavita che avrebbe evitato un corto circuito! Che sciocchezze da pensare!
Aveva chiuso il rubinetto del gas?
Non lo ricordava.
Agghiacciante, quel pensiero lo aveva immobilizzato.
Spostando il busto si era sbilanciato all’indietro, allargando le braccia per non perdere l’equilibrio. Era sdrucciolato sulle foglie morte e aveva avuto un attimo di puro terrore, ma poi si era stabilizzato sulle gambe tremanti e, inoltrandosi fra i castagni, col cuore in gola aveva raggiunto la strada asfaltata.
Codardo, codardo, codardo! – diceva la voce dentro di sé, ma non poteva premettersi di morire con un’esplosione sulla coscienza, con dei morti: nessuno doveva pagare per la sua decisione! – Vigliacco, vile e pauroso! Non sai prendere una decisione, non hai nemmeno il fegato per morire! – ripeteva la voce ma, scendendo a rotta di collo verso la fermata, l’uomo non la ascoltava.
Una volta sull’autobus si era seduto, accaldato e col fiatone, felice di far ritorno al suo appartamento di ultima generazione, alla sua casa modernissima, dove l’impianto a gas non c’era e non ci sarebbe stato mai!
Aveva ceduto ancora una volta al coraggio di vivere.

(racconto fuori tempo massimo, ma che mi andava di far conoscere 🙂

prestabilito

Sacrifici da uomo, 1874

Nadar_Photo_Berthe_Morisot_by_Nadar

Berthe Morisot photo by Nadar -1870

«Giacché me lo chiedete, ve lo spiegherò, perché son muto. Guardando queste foto, non posso che intristirmi, pensando a coloro che vi hanno stretta prima di me!», si lamentò Eugène osservando i cartoncini fotografici che ritraevano Berthe.
La donna lo guardò, sgranando gli occhi profondi: «Non potete essere geloso!», ma lui sentiva il compiacimento sottinteso nella voce di lei e rincarò la dose, facendo il broncio per capriccio.
Berthe rise: «Sareste da ritrarre, monsieur Manet!»
Esagerando l’espressione per farla ridere ancora, la guardò storto, posando i guanti sul tavolino: «Parteciperete alla collettiva degli artisti eversivi che si terrà il 15 aprile nello studio di monsieur Nadar, debbo pensare che avete posato anche per lui, oltre che per mio fratello? Corot vi ha mai ritratto? Soltanto io non posso avervi?»
La pittrice lo guardò inclinando il capo, con le sopracciglia aggrottate dal disappunto: «Non vi si addice questo ruolo da bruto, Eugène! Parlate come un villano! Non sono il genere di modella che pensate voi. Non vi permetterò di pensar male di me, non voi!»
Conscio di esser stato frainteso, l’uomo le sfiorò le dita, chiedendole perdono: «E’ perché vi amo che son geloso! Il vostro passato che traspare nei vostri racconti, le parole degli amici, persino i loro pensieri mi sono insopportabili. Cara, è perché vi ammiro, che appaio sciocco.»
Districando la mano dal nodo delle sue dita, Berthe Morisot ripose le immagini di Nadar nell’astuccio di cuoio: «Ve le ho fatte vedere non certo per turbarvi!», protestò non del tutto persuasa.
L’uomo scosse il capo, sopraffatto dai suoi stessi sentimenti: «Vi guardo, Berthe, e temo che celiate segreti. Abbiate cura di me e del mio cuore, perché se dite di tutto ciò che avete vissuto, io mi sento escluso… che mai farò?»
La pittrice si guardò attorno, imbarazzata, sotto i teli stesi a ombreggiare gli avventori del Moulin de la Galette in quel pomeriggio primaverile così caldo: le era insopportabile la sua gelosia così manifesta, ma era un Manet e a lei bastava. Prese fra le dita il bicchiere di liquore odoroso: «Sono foto fatte nello studio in Boulevard des Capucines, ancora nel 1870. Suvvia mi conoscevate già a quei tempi!», tagliò corto lei, pulendosi la piccola bocca dopo aver bevuto.
«Vi credono innamorata di mio fratello! Lo dicono tutti! Amate la sua arte, siete stata la sua modella, ma non altro vi accomuna, Berthe. Io so che Eduard ama Suzanne, è sua moglie nonostante tutto. Nonostante tutte! Lo amate? Ditemelo, una volta per tutte!»
Il rossore chiazzò il bel viso e mentre Eugène si copriva il viso, sentendosi ancor più colpevole per la propria follia, Berthe sospirò piano, poi bevve un altro sorso e guardò altrove: «Sono stupide voci, e io sono una donna che vuol dipingere, che può esporre ma non  iscriversi all’École des Beaux-Arts, una modella per vostro fratello. Nient’altro. Lo ripeto o lo capite, finalmente? Mi mettete in imbarazzo.»
Il tono improvvisamente deciso intendeva porre fine alla questione ma Eugène, inebriato dall’amore che provava e roso dai dubbi e dalla gelosia, voleva chiarire la situazione: «Lo maledico questo destino! Perché non avete conosciuto me, per primo? Vi avrei fatto diventare la mia musa, nascosta agli occhi famelici degli altri, vi avrei portata lontano! Ora invece ascolto le vostre parole e immagino cosa facevate prima di conoscere me e non posso resistere ancora, a non sapere…», mentre nuovamente la gelosia gli ribolliva il sangue, l’uomo strattonava il fazzoletto: «Vi conosco a memoria, preziosa come siete, non guardo altri che voi. Siete tutto ciò che al mondo voglio e non posso vivere senza di voi al mio fianco.», abbassò la voce quando vide sopraggiungere Renoir. Si scambiarono un saluto veloce e non appena quello si fu allontanato,  proseguì: «Sposatemi Berthe! Se non mi amate, v’insegnerò a farlo, o se vi basta che sia il fratello di Eduard, io non farò obiezioni! Siate la mia compagna e non vi mancherà nulla, né rispetto né amore. Vi guarderò e saprò di essere il più fortunato degli uomini! Mi amate almeno un po’?»
La donna fissò l’uomo negli occhi, lo fece così intensamente che l’animo di lui vacillò, quando prese la parola: «Siamo passionali e abbiamo il medesimo spirito, ci intendiamo immediatamente, voi ed io. Avete capito più di me la situazione e, nonostante sappiate, nonostante tutto, mi offrite l’occasione che mi tenta. Sposare voi per stare vicina a Eduard. Lo dite in questo modo crudo, qui, dove potrebbero udirci, e non provate vergogna per il vostro sentimento e non lo nascondete. Credete che non l’abbia mai pensato?»
Eugène tratteneva il fiato, aggrappato alle lacrime che le inondavano gli occhi, simili a liquidi cristalli in procinto di rotolare sulla pelle diafana, era in attesa della sentenza che poteva cambiare la sua esistenza. Berthe s’inumidì le labbra, sistemò una ciocca dietro l’orecchio perfetto, sotto il cappellino ornato di gale che la faceva apparire ancor più graziosa. La carezzò con gli occhi espandendo il suo sentimento avvinghiandolo alla decisione di quell’istante infinito e sospeso, dove nient’altro che loro due erano al mondo.
«Vi sposerò ma dovete promettermi che mi lascerete dipingere ed esporre finché avrò vita, in cambio non poserò più per nessuno, sarò vostra.», e mentre le lacrime scivolavano finalmente lungo le gote, Eugène sentiva svanire tutta la sua gelosia, lasciando il posto alla felicità più completa.

Per la cronaca:
si dice da sempre che Berthe Morisot abbia sposato Eugène pur amando in segreto Eduard Manet.

Per sport.

cal.9 per sport.

Una calibro 9. La pistola che stringeva nel pugno era una calibro nove. Significava che, quando colpivi un bersaglio, faceva un bel buco. Aprirebbe una bella finestrella sugli incisivi. Una finestra come quella dei bambini, che poi ci mettono la lingua a fare capolino. Sempre se una lingua ti rimane, pensava Sofia soppesando l’arma e sorprendendosi di come bene si adattasse alla sua mano.
Suo marito la custodiva in cassaforte, ma lei sapeva benissimo dove teneva le chiavi. D’altra parte era da tenere lontano dalla portata dei bambini e lei, trentuno anni suonati, non aveva figli. Le armi si tenevano sottochiave e scariche, era legge. Anche se poi al telegiornale c’era sempre qualcuno che si faceva male e sparava accidentalmente al congiunto che gli sedeva di fronte.
Perché mai si dovesse sparare a casaccio, in casa, seduti al tavolo di cucina, lei non lo capiva. Veramente non capiva nemmeno lo sparare a un bersaglio di carta, al poligono militare. Andava bene per soldati e forze dell’ordine, ma gli altri? Per sport.
Beh, era sempre meglio che sparare ad animali indifesi con un fucile; sempre meglio che uccidere.
Lo sguardo indugiò sul suo barboncino color champagne, Lilo, che la guardò con occhi simili a grosse gocce castane, liquidi e languidi come quelli di un adolescente innamorato. Sciò, lo cacciò via sussurrando.
Inserì il caricatore. Il peso della pistola mutava completamente. I suoi polsi dovettero abituarsi nuovamente. Un oggetto così piccolo (poco più di una spanna, ma lei aveva dita lunghe da pianista) pesava più di quanto si potesse immaginare. Puntò. Tese il braccio.
Fino a quel momento l’aveva impugnata con il gomito flesso, come una casalinga al mercato delle pulci, che rimira incerta un vasetto di ceramica, considerando se può essere degno di ornare la mensola di cucina.
Ora, quando distese il braccio, si guardò allo specchio. Sì, l’immagine migliorava, notevolmente. Era meno ridicola con il braccio teso e lo sguardo sicuro. Quasi più credibile di Travis – Ma dici a me? Ehi con chi stai parlando? Dici a me? – di Taxi Driver.
Sofia tolse il caricatore e lo appoggiò sul cassettone.
Si mise nuovamente in posa. Nell’insieme sembrava una Charlie’s Angel, ma una di quelle eleganti, quelle degli anni Settanta, Kelly o che so io. Indossava la gonna beige, sugli stivali di cuoio rossiccio, la camicetta vintage. Se avesse cotonato i capelli, sarebbe stata perfetta per una serata a tema, Revival Settanta/Ottanta. Quegli anni stavano tornando di moda, ma lei li ricordava appena. Ultimamente avevano rispolverato pure un vecchio telefilm dell’epoca ma era stato un flop, secondo il notiziario on line. Sofia non lo aveva guardato, aveva altro per la testa.
Ritornò al presente, al 2013 appena incominciato.
Aveva ripreso il lavoro da un paio di settimane. Quel lavoro che era prezioso più dell’oro, perché con la crisi non ci si poteva lamentare di scodellare piatti caldi alla mensa aziendale. Era un privilegio! Glielo diceva chiunque e lei non si lamentava, nossignore!
Anche se avrebbe potuto essere un’impiegata, in quella ditta, Sofia si accontentava di quel posto, doveva farlo. Qualche volta pensava di rubare il pane a gente che avrebbe avuto più diritti di lei, di indossare la cuffietta di nylon e la divisa da cameriera. Gente che non aveva mai perso il sonno sui libri per costruirsi un futuro. Gente che, mentre lei passava le sere in biblioteca per studiare, usciva per i locali, si scopava il mondo, si divertiva. Gente come quella stronza della sua migliore amica, che non sapendo né leggere né scrivere, adesso limava le unghie in una Spa di lusso e guidava un’auto americana.
Sofia arrossì, abbassando gli occhi: era ingiusta. Non poteva colpevolizzare Veronica per le scelte fatte dopo le scuole medie. A Veronica era andata bene, a milioni di altre persone no, perché nonostante la crisi tutte avevano una manicure perfetta. Anche Sofia stessa.
La crisi. Quella che aveva ridotto il lavoro a suo marito, che non le permetteva di mandare affanculo il cuoco quando le diceva di spicciarsi, con quel tono compiaciuto e arrogante: era una cosa che le dava sui nervi!
Senza perdere altro tempo Sofia aveva riposto la calibro 9, indossato golfino e giaccone trapuntato, e preso le chiavi dell’auto: tra mezz’ora iniziava il suo turno in mensa.
Dopo quindici minuti aveva già parcheggiato alla ditta di manifatture tessili. Si era concessa una sigaretta e poi aveva raggiunto il suo armadietto, per riporre la giacca e la borsa (imitazione Gucci) così pesante, e indossare la divisa.
Mentre la staccava dal gancio, Sofia sentì una mano forte, e purtroppo famigliare, strizzarle il sedere indugiando in modo osceno fra le natiche. Nemmeno sorpresa, lei si mise sulla punta dei piedi, per sottrarsi in qualche modo a quel contatto. La voce del cuoco le soffiò tra i capelli: -Buongiorno puttana.-, e poi l’uomo aveva mollato la presa allontanandosi lungo il corridoio, verso la cucina, fischiettando come se niente fosse.
Come tutte le volte che la trovava da sola.
Allora Sofia si ricordò della sua borsa, che quel giorno pesava più del solito. Non ebbe alcun indugio.
BUM.

Mattino diverso

Giovanni ha una ragazza e un cane.
Il cane dorme sempre e la sua ragazza lavora.
Lei fa le pulizie in un albergo, quattro ore il mattino e due nel pomeriggio; tre volte a settimana si ferma fino a sera, perché deve pulire anche degli uffici di una banca. Questa mattina è già uscita, deve prendere l’autobus delle 8,07 per essere puntuale.
Giovanni non ha un impiego fisso, sono mesi che non lavora ed è sempre più silenzioso. È stanco di guardare il soffitto, sdraiato sul letto sfatto, aspettando che tutto cambi. Ma non sa fare altro. Durante il giorno lui combina poco: si alza tardi, guarda la tv, a volte prepara da mangiare, al massimo raggiunge il tabaccaio. In poche parole sopravvive, fino a che non rincasa lei: allora tutto prende luce, anche se non sa dirle che gli è mancata.
Quando di pomeriggio lei rientra dal lavoro, Giovanni la spia dalla finestra, appostato come un ladro. Lo fa per guardarla incedere nella folla, ed è così bella da straziargli il cuore; così scende in strada con il cane: “Vieni con me?”, le propone anche se sa che è stanca, e insieme fanno il giro dell’isolato. Parlano del tempo, del caldo, del freddo, perché di altro non sanno più parlare. La sua ragazza non lo rimprovera, anche lei aspetta. Chissà se lo sa che, quando sono insieme, il cuore gli batte all’impazzata? Potrebbe immaginarlo, anche se poi lui resta muto e, incapace di esprimere la sua emozione, la butta sul ridere, facendola arrabbiare… ma è un’offesa che dura poco perché lei è buona, è brava, e dolce come il miele. La ama da pazzi, lei è perfetta, ed è la sua! È la migliore al mondo, non la cambierebbe con nessuna! Però non sa dirle che la adora… Quando nelle notti insonni, Giovanni annusa il calore della sua pelle, quella tenera dietro l’orecchio, lui lo sussurra piano, per non svegliarla. Le dice che la ama e le chiede perdono per ogni mancanza, mentre lei sospira ignara, persa in un sogno, e non lo guarda con i grandi occhi a mandorla.

Questo mattino però è diverso. Giovanni ha finalmente preso coscienza e ha capito. È bastato un sogno magico per farlo risvegliare dal suo anemico torpore. Ora sa quel che vuole, e ha deciso di riordinare la sua vita e di ricominciare daccapo a sperare, perché non c’è nulla che conti, oltre l’amore!
Si alza e va in bagno: quella barba troppo lunga, proprio non va! Apre le ante a specchio dell’armadietto e, mentre armeggia con il rasoio, si sorprende a cantare. Il cane abbaia forte, girandogli attorno con la stessa gioia, e Giovanni lo guarda e ride, e all’improvviso esce il sole.
Estasiato si ferma a contemplare quel raggio dorato, come se non lo vedesse da mai, e sente nel petto sciogliersi ogni paura perché ora sa cosa fare. Per prima cosa telefonerà al vecchio datore di lavoro, spedirà quei curriculum, rassetterà casa, poi comprerà fiori e chiamerà gli amici e li inviterà per quella sera. Cucinerà la pasta che lei preferisce, e ordinerà la torta di cui è golosa: ha tempo sei ore per organizzarle la sorpresa e tutta la vita per progettare il loro futuro e dirle che la ama. Lo ripeterà per sempre, per recuperare tutto il tempo che ha perduto, e la farà felice!
Con gli occhi scintillanti di vita e amore, entusiasta come un uomo nuovo, Giovanni sorride allo sconosciuto dal mento liscio che è riflesso nello specchio: chissà se al ritorno lei lo riconoscerà!

Che ne sa lui, che quella giovane donna, non è più la sua ragazza. Che non è proprio di nessuno. Che se n’è andata su un autobus che non la porterà a lavoro, ma il più lontano possibile da lui e dal suo cane.