Come ipotesi

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Posso controllare i colori e scegliermi le ombre,
posso disegnare l’amore e la sua storia…
posso pensare di te ciò che non si dice
o dirti ciò che non riesco a pensare…
posso bagnare la tua forma nel desiderio
oppure asciugarti di rabbia per non averti…
posso lanciare in aria la moneta del destino
ed attendere la sua bizzarra indecisione,
per vederti poi sdraiata sul lato tuo migliore.
Posso… come ipotesi di “non possesso”…
uscire da me stesso per andare incontro ai sogni,
colorarli del mio azzurro più improponibile
e farli scendere quaggiù,
su questo languido nero fumo,
su questo bianco incontinente,
sopra e sotto righe poco parallele
virgole, punti e sospensioni inquiete.
Posso prenderti la mano
e raccontare la favola che ti ho taciuto…
vedere l’acqua pioverti sul viso
ed arginarsi sulle tue labbra…
posso avere cura della nostalgia
dedicandomi alle dita tue sottili
che scorrono invisibili sopra di me.
Posso lasciarti torcere di passione,
per una rabbia antica senza l’urlo che ti vizia
su questa tavolozza d’attenzioni e d’intenzioni
che mi piace sussurrarti piano tra l’orecchio ed i capelli.
Oppure posso, come ipotesi,
uscire dal silenzio che ci nega il proprio accordo
e squarciare il tempo sulla tua pelle d’ambra
mare intatto del piacere che ti sei dipinta addosso!

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©blu


Da grande…!

Solitamente scrivo per fermare qualche capriccio che mi passa per la gola, la serenità, la gioia e le cose belle che, sempre più raramente, s’avvertono mentre sei indaffarato a cercar di vivere… tanto che ci si dimentica persino di sorridere! Seduto allo scrittoio davanti la finestra i pensieri volano più facilmente e fatalmente vanno sempre a rintanarsi tra i desideri trascurati. Li stuzzicano, li incantano, li illudono di fantastiche promesse sino a convincerli che vale la pena d’essere vissuti come un calore addosso! Così, quando siamo pronti (io e i miei desideri), ecco che la scrittura diventa musica impercettibile… la mano piega sull’asse mediano della penna e si lascia trasportare, si fa corrompere dalla marea delle emozioni… si fa abbindolare dalle lusinghe del silenzio e così racconta… dei tanti segreti che fanno capolino tra le nuvole e dei piaceri inconfessati che bollono sotto pelle come tesa di tamburo. China e socievole poi continua a scrivere… e scrive fino a volare via anch’essa… fuori da quella carta e da tutti i margini possibili, giustificati o meno… per cercare, in surreale enfiteusi, il diritto a diventare proprietaria di tutto il bene lasciato a brustolire da un amore dimenticato, da un bacio mai vissuto, da un sorriso carico di parole addosso ancora tutto da dipingere. In quel momento, proprio i miei occhi si fanno “cinema”… ed è una prima assoluta! Altro che terza dimensione… il mio cinema personale ne ha cinque, dieci, mille, centomila dimensioni… tutte senza bisogno di lenti supplementari!
Serve solo fare un gran respiro quello si molto lungo e poi, nel momento stesso che si espira, lentamente, si dovranno chiudere entrambi gli occhi affinché il buio di un calamaio ormai desueto possa trasformarsi in pentolaccia e tirar via un arcobaleno carico di fantasia. Così, capita anche che oggi, 12.12.2012, si riesca a scorgere (al di la dei pessimi e negletti pessimismi) almeno con il “quarto occhio”, il ghigno della sorte a cui faccio omaggio, con olistico dissenso, al grande buio dei perdenti che ci vogliono veder finiti per antico paradigma, per sciatta diceria o bieca ignoranza da imbratta pagine di testata. L’era nuova è solo un rinnovamento, un passaggio temporale, come una stagione, come il polline di un soffione a cui affidi il compito di fecondare nuovi solchi per dare vita a molte menti ancora, per dare tempo a mani molto più agili ed intonate delle mie, di fantasticare sulle ali del sorriso che mi hai accordato e che non ho mai più scordato! Voglio sostanzialmente “esondare” questo tempo con qualcosa che sappia dilagare in noi, crescere e diventare grande… qualcosa simile ad un sorriso, alla fiducia, al dissenso, allo sprezzo o la condanna, al dialogo o a tutto il resto… basta che non sia silenzio! Dovrà essere un momento positivo per noi tutti, fautore di una vigile crescita interiore, per riprenderci ciò che ci ha tolto l’ignoranza, la mediatica dittatura dell’arroganza, dell’appartenenza subdola a questa od altra casta… ecco chi sono i nuovi partigiani… coloro che hanno il coraggio del futuro!

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Sto leggendo i tuoi silenzi scritti,
i tuoi pensieri colorati
i tuoi vuoti astuti su di me.
Bianca, come un’interlinea che da respiro,
come un finale inaspettato prima dell’indice…
sto leggendo i tuoi pensieri, i rumori ed i tuoi odori
le voci straripanti che t’annodano la mente…
dove la parentesi non sembra esserti d’avanzo
per scioglierle con il calore di quei tuoi occhi.
Ora immagino il tuo scrittoio, nido d’emozioni,
dal quale prendono il volo parola dopo parola…
Lanciate giù, nel vuoto d’aria, ancora un po’ impacciate
librano a favore dei tuoi sospiri come vento amico
per sfiorare con grazia e amore ogni angolo di cuore.
E’ gioia intensa, è attesa smisurata …
sono gli occhi silenziosi di qualcosa che era nell’aria.
Da quella tua penna senza tempo nasceranno nuovi voli,
nuovi versi migreranno verso pagine più calde…
la nuova era è già alle porte e nessun amore finirà
perché nessuno è qui per caso e, i più buoni,
se li ruban tutti gli angeli…
ma io t’ho aspettato eguale!

©blu

Fotografia: Sergey Popoff

Il nero

Come stelo su di un lago pettinato d’aria, un cucciolo di canna, ancora senza ciuffo, affiora… è femmina [di certo] ma così minuto ed esile che da dietro, in controluce, si può vederne il bottoncino farsi grande e grosso com’avesse boria e necessità di dire o fare o percepire… come uno grande… quasi volesse urlare a qualcheduno chissà cosa. Figlia del vento o della fortuna, senz’anima degna che l’impollini, che la renda femmina come vorrebbe, di natura… come dovrebbe, senza un limo buono che la renda fertile… che le cancelli dagli occhi grandi e chiari il riflesso vitreo di un cielo immenso che non riesce più guardare… a cui ha smesso di chiedere e di credere.

E’ bella coi suoi capelli color di grano… con le rughe piccole già madri di una terra dissepolta, grassa, pregna di vita, ricca di un nutrimento che non si dona a tutti… terra che concima desideri e dona frutti inaspettati e misteriosi dentro il crespo di un sorriso che non è mai del tutto vero, che non è deciso… che non ha una cassa armonica ed a volte sembra stonato ma dentro sé il suo ufficiale, macedone di nascita, se la ride… Clito (il nero) ride… ride per un reciproco piacere, ma reciproco con chi???… E ride ancora, di una nota, di una melodia, di una ottava o solo per una giovanile frenesia che gli sventola di sotto, dove tutto è ancora apparecchiato, dove la storia s’è fermata ancor prima di venire al mondo, proprio lì, nel mezzo della via per Samarcanda, via della seta…

Dove dileggia il suo canto dolce e corrucciato mentre annaspa e gorgheggia al filo di tanti cerchi d’oro intorno al pelo! E l’acqua si fà cheta… annotta… mi sento solo… il salmastro odore m’ascende al volto… ma prima sosta “lì”, e si fa due giri attorno come una danza piccola… che gli basta per cavitarsi in un tramonto d’acque… “lei lo stelo piccolo e lui là-stà”! Ssshhh!!… immobile… senza veri scrupoli anche se ciò detto è soltanto farsa, melodia… una celia musicale od un ischerzo! Ma non c’è da preoccuparsi daqquanto trattasi, in realtà, di banale cedimento strutturale, vieppiù… senza indifferibile ritegno, senza rimedio… Samarcanda mai cadde alle ginocchia finché con abbondanza sgorgò il solco come panacea.

Sventurata figlia d’Asclepio e di Lampezia nonché sorella d’Egle, madre di tutte le Grazie… a lui soltanto mai sarà svelato d’essere egli stesso personi-fica-zione della guarigione universale ed onnipotente ottenuta attraverso una piccola piantina innamorata… E quindi tu, piccolo stelo gonfio d’umori e d’acqua lacustre, seppur ebbra della mia razio [scarno offuscamento dell’intelletto mio] cagionato da qualche fiera e veemente passione… fatti “unicum”, a capo e ai piedi d’ogni desinare, d’ogni fame… per spolverare nuovamente vita… Sà da raccontarsi questo, nuovamente in bischero quattrocentino, perché non sia ascritto mai, sotto allo mio vocabolo, che fui io in persona e canzonar me stesso con tale stolto incunabolo!!! All’uopo esorto chi non sarà mai come me d’amari umori giammai avvinto d’amore amaro… esile ed allampanato come un lampione torto nel cono giallo di propria ripudiata luce, come fosti tu per me… senza capirne il senso, il viaggio o il malsano sbaglio, se ci fù, ma dietro quella garza di fine intarsio fosti mia come un cucciolo di canna… o la memoria inganna?

©blu


Fantasia fotografica di: Bayer – Mapbrha – Yuri Bonder

Colle del vento

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– Papà, papà… corri… l’acqua è davvero “color d’oro”!!!

– Oddio Anna… ti stai bagnando nuovamente tutti i sandaletti… stasera poi come torniamo a casa??? Non penserai mica che, grande e grossa come sei, io ti porti in braccio?

– Se c’era ancora mamma, mi avrebbe preso in braccio, ecco! E poi mi avrebbe spiegato come costruiscono l’acqua colorata. Mamma me lo ha detto che voi da “annamorati” venivate qua… si, si… me lo ha detto… io lo so, ecco!

– Corri subito qui, paperina, prima che mi spazientisca oltre… se ubbidisci, proverò a raccontarti il segreto dell’acqua “color d’oro”!

A quel sentire, con i sandaletti ovviamente zupppi, Anna s’avviò sgambettando tra le braccia del padre che, seduto su di una panchina poco lontana, era solito sostare lì sul finire della giornata per una rilassante lettura e per far giocare all’aperto la sua unica figlia. Era un tardo pomeriggio di fine giugno… il caldo iniziava a schiarirsi la voce tremolando sopra il rosso di tegole e terrazzi mentre il sole, sul principio del tramonto si esibiva, sornione, sulla più estesa e spettacolare piantagione di cupole del mondo!

– Ecco, fermati e calmati un pochino, sei tutta sudata e qui tira un gran bel venticello che potrebbe farci qualche scherzetto… fammi asciugare questi piedini bagnati da piccola papera…

– io non sono una papera, uffi…

– certo che non lo sei… però se non la finisci di bagnarti ti ci farò diventare prima o poi…

– ma insomma mi vuoi raccontare la storia?…

– ahh… ecco, guarda laggiù, in silenzio… ed ascolta…

– ma io non ci vedo niente ho il sole negli occhi…

– è proprio lui che devi guardare, a quest’ora è possibile farlo per qualche secondo, devi cercare di spalancare le pupille solo quando senti che sta per entrarti dentro…

– papà ma io vedo sempre di meno e tutto nero… ho paura…

– non avere paura, ci sono io… ecco è il momento… invece di chiudere gli occhi, spalancali forte forte… dai insieme a me… ora!!!!!!

In quell’istante, una brezza di vento arrivò a donare ristoro al pressante invito dell’aurea bianca… le pupille di Anna e di suo padre si strinsero veloci come quelle di un gatto e, perforando il muro invisibile dell’aria, andarono verso il segreto mondo dove nascono i colori di tutta la terra…

– che bello papà, lasciami la mano…

– non puoi correre, Anna, qui non siamo ai giardinetti… vedi?… quella è la panchina dove io e la mamma eravamo soliti incontrarci dopo aver fatto i compiti… venivamo qui solamente per guardare insieme questo miracolo, ed eravamo veramente tanto “annamorati“… poi, da questo amore, sei nata tu ed il tuo nome…”anna

– io però non vedo niente…

– lo so tesoro mio, imparerai… il sole, per poterlo avere dentro gli occhi, dovrai farlo crescere prima nel tuo cuore. Ed egli, un giorno, sarà per te non solo una grande luce… non un bagliore irraggiungibile… sarà un amore “giusto” e “tollerante” in grado, a sera, di rimboccarti i sogni quasi fossero una coperta!

– però ho sete, portami alla fontanina… ma qui non ce ne sono, ho sete io…

– Anna, ascolta… ora chiudi gli occhi e pensa alla cosa più bella che nasconde il tuo cuoricino…

– va bene, ma io ho sete…

– dai, unisci le mani a ciotola e quando sei pronta urla forte il nome della cosa che ha pensato… ok?

– si papà…

Allora, il silenzio si fece musica e, dalla rosea bocca di quella bambina, si levò un grande volo d’angeli… “maaaaaaaaammmmmmmmaaaaaaaaaa”… nello stesso istante l’eco di quella parola aprì un ferita grande in cielo… iniziò a sgorgare un’acqua gialla come l’oro e fresca come una cascata… Anna, nel sentire l’acqua sulle mani, aprì incredula gli occhietti, sgomenta, immobile dalla gioia…felice come mai!

– bevi amore mio, l’acqua “color d’oro” è qui per te… è un regalo che non s’incarta… magari ne ho bisogno anch’io…

– che buona l’acqua d’oro papino… ma tu, però, perchè piangi?…

– che dici paperina, gli uomini grandi e grossi non sanno piangere… sarà il riflesso della tua gioia, il grande cuore di tua madre che mi ha lavato la tristezza… ma ora basta, s’è alzato il vento… dai, chiudi gli occhi che torniamo a casa!

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©blu

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Fotografia: Look – Giancarlo Gasponi

opera edita nella raccolta “Pensieri Volontari

Tana libera tutti

Si può essere felici solamente stando in pace son se stessi… per questo sono contento di tutti gli errori fatti e di quanti ancora ne farò, continuando ad imparare, in solitaria, da tutti gli altri sbagli lasciati per la via, da chi se ne crede esente. Per tutto questo ringrazio il Dio, o la sua idea, per quanto mi ha permesso d’essere e di conseguenza avere… di tutte le amarezze trangugiate, quasi mai digerite, e di quanto, non capendo, ho accettato in buona fede. Per tutte le porte che mi son state chiuse in faccia e per quelle occasioni che mi son lasciato andare, per la scelta o la rinunzia… e poi anche perché, solo così, si riesce a costruire, giorno per giorno, la capacità di accettare il “poco”… ed apprezzare quanto di bello ci piove attorno!

Essere felici non significa vincere la lotteria, non è una condizione di permanenza più che altro è una fase momentanea che potrebbe anche incistarsi… ma odio tutti i superlativi, gli assoluti, come odio le sottrazioni e il nichilismo. E poi ci metto anche il silenzio… il silenzio che abbiam dimenticato in bocca ad altri oppure lasciato nella ruota degli esposti o sui banchi scricchiolanti delle chiese ormai orgia di nessuno. La fede si è trasformata in un concetto anarchico privo di afflato, di confini interiori e di identità meticcie, ma non è colpa della globalizzazione… non si tratta d’essere o meno cosmopoliti, aperti alla dialettica accoglienza d’altri in casa d’altri… la fede è qualcosa di molto intimo come le mie mutande od il tuo bel reggicalze. La mia quanto la Sua al di là del mare… e non è più sacra quella che fa il botto più forte o colora di rosso altri mari distrattamente dimenticati dal tintore di turno secondo le buone 12 regole del perfetto illusionista.

Essere felici è il momento inerziale con il quale bisognerebbe sferzare  l’onestà di una giornata da guardare a testa alta consci che tutto quanto abbiam messo da parte per compiere questa immane opera ti verrà ridata in cambio come un tormento più o meno ricorrente. Per vincere a questa singolare lotteria bisogna avere solo culo… (come in tutte le umane cose d’altro canto)… l’unica vera “app” in grado ancora di farti discernere il suono di una lamiera tremolante dal frinire dell’apparato stridulatore di una cicala innamorata.

E’ quindi l’attimo, in esponenziale agitazione, che frulla e frolla dentro il dedalo di vene o tubi (di gelminesca memoria) le migliori particelle in dotazione al nostro abito sociale, ricche di protoplasmina energizzante per l’orgasmo massimo del silenzio… unica vera ed insostituibile via per arrivare scevro da qualsiasi disturbo esterno, all’ascolto massimo del sorriso. Ascoltare la deflagrante implosione di un sorriso può significare riconoscersi la capacità d’avere imparato ad ascoltar se stessi proprio grazie al supporto labiale di un qualsiasi prossimo disponibile al libero e feticistico rito in argomento, il sorriso, vera ed unica porta alla città della gioia… la felicità. Molti filosofi si sono spesi per dimostrare che essa non esiste… altri hanno dedicato parte dell’esistenza per argomentare su tutte le variabili concorrenti. Credo si debba comunque mostrare molta umiltà nel guardare le cose ad occhi nudi… nell’affrontare la giornata che s’accende per tutti eguale ma poi non tutti riusciranno a portarla a termine non corrotti dalle esigenze, dalle apparenze, dai tentennamenti.

Ci si può quindi sentire vivi anche senza straziarsi, in assenza di tormenti interiori/esteriori, di amputazioni, di marchiature tribali e/o di irriducibili pentimenti in completo distacco dalle cose, lasciando che siano esse a gestire le nostre attese. Intendo che queste benedette “cose” siano esse la variabile al nostro scorrervi oltre. Tutto ciò, oggi, mi ha dato spunto per “parlare, da dove esisto, del dove esisto…” ed è cosa molto meno astrusa di quanto possa sembrare ad una lettura sommaria e poco attenta. Perché io posso parlare solo di ciò che conosco, che vedo e che ho imparato a conoscere dentro me, terra ancora inesplorata; non per mero equilibrio tra pieni e vuoti di una bocca in lavica involuzione, ma per l’esigenza di dare patria stabile a determinati aleatori concetti. Ai legami, alle affinità, alle contiguità… a tutto ciò che appartiene alla sfera esistenziale dell’essere, in debito equilibrio emozionale, almeno sin dove esiste ancora una convivenza stigmatizzata tra i ruoli esteriori di un “noi”, sempre più “non-esseri”.  Per quanto attiene gli umanoidi (con laurea di primo livello) possono anche scendere dagli alberi e mettersi in fila per i corsi di sostegno… tana libera tutti… abbiamo grucce a sufficienza per essere felici in beata innocente e visibile ignoranza, nell’insostenibile leggerezza dell’essere (c’è sempre qualcuno che mi anticipa le battute però…). Grazie Nino… scusa il disturbo!!!

– – o – –

Se vuoi essere un cantastorie cieco, guarda la tua vita riflessa dentro di te e scrivi“…

Con queste parole il grande filosofo e drammaturgo indiano, Rabindranath Tagore, esortò il giornalista e scrittore Nino Salvaneschi (1886/1968), diventato cieco a seguito di una grave malattia, per spingerlo a fare di una privazione l’impulso per una più grande conquista! Scoprire Nino Salvaneschi, per me, (rinvenuto nella biblioteca che fu di mio padre) è stato come entrare in un tunnel buio accecato di luce ed uscirne letteralmente assetato (Breviario della felicità – Il libro dell’anima). Incuriosito, ho quindi cercato notizie trovando questa splendida descrizione su di Wikipedia che cita: “Salvaneschi è stato definito da alcuni critici Il cantastorie di Dio, colui che ha vissuto per regalare agli uomini di poca vista la meravigliosa luce della vita. Uomo di poco rumore privo d’ogni scandalo umanistico si dedicò alla sua gran passione, quella di trasmettere il suo amore, la sua fede attraverso la stesura di più opere, insegnando ad amare la vita e ad avere fede nei momenti di sconforto: proprio lui che rimase vittima di una grave malattia, quale la cecità, ha insegnato ad amare Dio e della sua vita ha fatto un bastone su cui appoggiarsi ed uno specchio a cui specchiarsi. Salvaneschi è stato un uomo che vedeva dentro di sé senza paura di scoprire realtà che non poteva vedere. Ciò gli permetteva – data la sua situazione di non vedente – di divulgare una saggezza pari al suo amore verso la vita. Fu uno dei pochi poeti ciechi ad inneggiare all’amore. Scrisse con intenzioni moraleggianti e religiose, avendo come ispiratrice l’oscurità della notte….”

Credo che quanto  sottoposto al duro vaglio d’altre menti sia una opinabilissima visione delle cose, fin troppo speziata da una personale spiritualità interiore. Non è detto esser corretta, ne che sia l’unica, ma è la mia… Sono profondamente convinto che ognuno di noi, gioco forza, prima o poi, nella penombra della propria intimità, abbia almeno una volta nella vita provato a scendere dentro di sè, anche perchè mosso solo dalla curiosità di scoprire ciò che non si era mai sentito addosso! Anche il cielo è sindacabile ma esiste e c’è,  forse non per gli anarchici o per i daltonici… ma questo solo perchè nessuno di loro si è mai sforzato di accettarne l’evidenza che è visibile, tanto che per i “non vedenti” il cielo ha un colore, una luce ed una sua precisa forma!!!

©blu

Fotografia: Aleksandra Kinskaj