The great outdoors

Capitava spesso che si ritrovasse sul pontile la sera quando era sul lago. Cenava insieme a Sara e i bambini, poi loro si piazzavano davanti agli schermi a guardare un film e lui usciva a fare due passi.
L’abitudine a trascorrere sul lago gli ultimi giorni d’estate l’avevano presa prima di sposarsi. Possedevano una bella casa, con davanti un prato curato e le camere del primo piano e la mansarda con dei deliziosi balconcini agghindati di fiori colorati. Spesso quando si trovava a osservarla dal pontile si era chiesto cosa ci fosse lassù in mansarda. Capiva che la sua era una strana domanda: quella era la loro casa e qualcuno di sicuro la curava nei mesi di loro assenza, eppure non ricordava nessun evento o discorso relativo alla mansarda. Strano ancora di più che quel pensiero non lo sfiorasse quando era dentro, tanto da non aver mai provato a salire su per dare un’occhiata.
Apparentemente la sera non c’era un motivo che lo spingesse ad andar fuori. La giornata finiva nel tenue color pesca del tramonto dietro i monti e lui sentiva prepotente la voglia di lasciarsi quella casa alle spalle e andare verso il pontile. In quella esplorazione era sempre solo, ma sentiva che prima o poi avrebbe incontrato qualcuno, sebbene non sapesse di preciso chi e soprattutto perché. Andava sul pontile, ascoltava i suoi passi sulle assi di legno e lo sciabordio dell’acqua sui tronchi trafitti sul fondo e aspettava.
Anche quella sera stava con le gambe piantate e le mani in tasca, fermo alla fine della passerella. Gli sembrava di essere ancora una volta solo quando una voce proprio a due passi da lui richiamò la sua attenzione.
«Giro in barca?»
«Prego?»
Era un vecchio con una bella barba bianca e un cappellino verde in testa con la scritta Positano. Se ne stava su una barchetta piccolissima di vetroresina chiara e lo osservava da sotto il pontile con una smorfia divertita.
«Chiedevo: giro in barca?»
«Ma io! Adesso? Non saprei ecco.»
«Non si paga, eh! Io sto andando comunque e ho solo chiesto se vuoi accompagnarmi. Vieni quasi ogni sera da queste parti e se non sei qui per un giro in barca, allora perché?»
Lui quel tizio non l’aveva mai visto. Come diavolo faceva a conoscere le sue abitudini su quel pontile? Si disse che magari doveva abitare in una delle casette del paese e da lì lo poteva spiare dalle piccole finestre che adesso stavano per illuminarsi. Nel pensare questo si voltò indietro per identificare una finestra possibile, ma una strana nebbia stava salendo dall’acqua e per un qualche effetto ottico il pontile si era allungato in maniera abnorme. Aveva l’impressione che adesso la sua stessa casa fosse un dettaglio lontanissimo, appena accennato, e che il suo punto di vista fosse profondamente proteso nel lago. Si era mai girato prima di allora a guardare il paese? Non ricordava proprio.
«Se ti stai chiedendo come faccio a sapere delle tue sere su questo pontile, allora è la volta giusta per venire in barca con me.»
Rise, mentre tirava una cima legata a un tronco per avvicinare la barca. Con la testa gli fece cenno di saltare su, cosa che l’uomo accettò di fare con una strana assenza di volontà nel gesto. Diciamo che di colpo si trovò seduto sulla panchetta, mentre il vecchio provava a mettere in moto con uno sbuffo di fumo bianco.

Via via che la barca si allontanava dal pontile la costa sembrava svanire. Il lago non era grande, ma da quella postazione iniziò a dilatarsi e anche il cielo si vuotò di stelle. Poco prima di fermarsi si rese conto che erano immersi in un immenso vuoto scuro e che l’unica luce proveniva innaturalmente da loro e dalla minuscola barca chiara sulla quale erano seduti. Anche il motore era solo rumore e non produceva alcuna scia o increspatura visibile dietro di loro.

Quando si fermarono un silenzio assoluto piombò su di loro e l’acqua stessa si rivelò immobile, privata di ogni onda seppur piccola che urtasse lo scafo. Nulla, erano immersi in un nulla indistinto tra acqua e aria.

Il vecchio lo iniziò a guardare lisciandosi la barba.

«Niente da chiedere? Voglio dire ora che siamo qui lontani dalla costa, nessuna domanda?»

«Cosa dovrei chiedere, non capisco.»

«Allora inizio io?»

«Se ci tieni?»

«Come mai non sali in mansarda?»

L’uomo rimase un attimo interdetto, avrebbe voluto accampare qualche scusa, ma la realtà era che non ne aveva idea. Si stupì solo che il vecchio sapesse e gli proponesse quella domanda. E così rimase in silenzio a guardarlo carezzarsi la barba lunga candida.

«Vedo che non hai ancora capito! Meglio, che non vuoi capire. Faccio una domanda più semplice: sai nuotare?»

«No, non mi pare.»

«E non hai paura di stare su questo guscio di noce? Non temi di cadere giù e annegare?»

L’uomo rimase immobile come se avesse difficoltà a comprendere il senso delle singole parole. Paura? Avrebbe dovuto averne? Gli esseri umani hanno paura in questi casi. Doveva essere una prerogativa che lui non rappresentava in quel momento. Quindi, no, non aveva paura. E fu proprio mentre provava a formulare quella risposta che il vecchio lo strattonò spingendolo all’indietro. Sentì l’acqua fredda sommergerlo e il suo corpo scivolare giù per un piccolo tratto per poi tornare su. Dalla barca vide il vecchio che gli porgeva il braccio e per un po’ rimase a osservare la strana luce che li illuminava. In qualche modo risalì a bordo e si ridispose sulla panchetta stupito appena un po’ dei vestiti completamente asciutti.

«Quando l’hai capito vecchio?»

«Quando ti ho visto ogni sera sul pontile. Non ci viene nessuno in quel posto, nemmeno di giorno.»

«Cosa è tutto questo?» disse indicando con la mano tutto il vuoto intorno.

«Non saprei in realtà, penso che sia una parte non prevista ancora, magari domani troviamo tutto cambiato, le stelle, la luce del paese e le case in lontananza. Ma ora è così. Vuota.»

«Siamo solo noi due a sospettare qualcosa?»

«Non ho visto altri. Per qualche motivo rimaniamo attivi quando tutto si ferma. Per questo tu senti di dover stare fuori. E anche io. Perché dentro è tutto fermo e noi siamo attivi.»

«E fuori?»

«Fuori è così!» Il vecchio lo disse indicando tutto quel nulla in giro. «Sembra che ancora non sia stato creato. Noi siamo attivi e giriamo in questo mondo che ancora non esiste quando il resto si ferma. Ma lo vedi anche tu che non c’è nulla di interessante.»

«Perché solo noi siamo attivi?»

«Un baco. Siamo dei bachi che non hanno ancora corretto. O lasciati attivi per capirne l’evoluzione. Per esempio, ti sei reso conto che la mansarda esiste solo guardando la casa da fuori. E pensa che io invece non ho neppure una casa. Capisci? Come è possibile che io non abbia un posto dove dormire? Eppure ogni sera ti vedo da dietro una finestra arrivare sul pontile. Ho una finestra, ma non una casa. Perché sono un baco.»

«Io sto per finire le vacanze e tornare al lavoro. Sono mesi che sto per finire le vacanze e tornare al lavoro. E non ho idea di che lavoro faccio.»

«E fino a sei ore fa non avevi la capacità di nuotare. Vuol dire che stavi su un livello che non sbloccava questa possibilità.»

«E come ho fatto a sbloccarla?»

«Non ho ancora capito. So solo che hai migliorato un punteggio. Ci sono eventi che arrivano da fuori per qualche motivo e cambiano i nostri punteggi.»

«Fuori da cosa?»

«Fuori da questa cosa dove siamo. Sarà bene che iniziamo a tornare.»

«E come facciamo a orientarci, non si vede nulla.»

«È tutto intorno, basta mettere la prua al contrario e andare. Non si può sbagliare purtroppo.»

Per tutto il viaggio di ritorno rimasero immersi nei loro pensieri e anche al loro arrivo per un po’ in piedi sul pontile guardarono il nulla che avevano da poco visitato, come a volersi imprimere in memoria quel ricordo prima che venisse cancellato dagli eventi.

«Pensi che ci sia qualcuno lì fuori?»

Il vecchio sospirò, «alle volte spero di sì. Voglio dire magari fuori ci sono dei mostri, ma meglio di questo nulla.»

«Spero che fuori ci sia qualcuno che sia felice.»

«Tu non lo sei? Hai una bella casa, una bella famiglia, un lavoro. Non sai quale, ma sai di averlo. Io ho solo una finestra eppure in fondo sono felice.»

«Forse è che mi manca una mansarda.»

«Inizi a fare pure le battute.»

«Si vede che hanno aggiunto anche questa skill. Andiamo a casa?»

Il vecchio lo guardò divertito e in silenzio si diressero verso il paese. Prima di salutarsi con un cenno del capo si voltarono verso il lago. Là in fondo bagliori di luce rompevano l’orizzonte dietro le montagne. Forse qualcuno stava riempiendo il nulla di quei grandi spazi aperti.

https://youtu.be/N0VtgQF_19g

Non voglio perdermi niente.

La luce era quella del Ferragosto in agonia nelle strade esauste di caldo del centro, svuotate di forze ed entusiasmo dei turisti madidi di sudore e pieni negli occhi di bellezza e maceria. Questo era il centro della vecchia capitale e, a sentire bene, tra le pietre infuocate il rantolo degli anziani signori e padroni di quei palazzi si percepiva ancora.
Il ragazzo rifletteva del privilegio di dover lavorare in quel giorno infuocato nella hall del Tiskele, piccolo albergo due stelle, molto pulito, apprezzato e incastonato dei vicoli barocchi con una splendida terrazza con vista sulle cupole sfavillanti delle chiese.
Il privilegio si riassumeva nella fresca temperatura prodotta del climatizzatore e delle spesse mura antiche della costruzione. Certo le camere piene qualche pensiero lo avevano dato. La signora della 32 aveva dimenticato la cardioaspirina e i ragazzi della 21 avevano dovuto pazientare per l’intervento sulla doccia che non ne voleva proprio di far uscir l’acqua fredda. C’erano stati poi i voli cancellati delle signore della 13, che avevano dato molta noia di telefonate e attese e il ritardo della coppia della 12 che sarebbe atterrata l’indomani dopo una notte campale a Roma. Normale amministrazione s’intende, ma che il giorno di festa aveva complicato un tantino.
Ora però aveva preso il suo libro da almeno un’ora e provava ad appuntare qualcosa sul quaderno azzurro denso di note e disegni. A settembre voleva presentarsi all’ultimo esame dell’anno e ci teneva molto a non perdere il passo.
La porta esterna si spalancò facendo entrare una zampata di caldo che sollevò appena le pesanti tende gialle alle finestre laterali. Dietro le due valigie di pelle bruna, una donna si sporse ed entrò guardandosi con una certa curiosità in giro. Ciò che lasciava perplessi e che ovviamente colpì il ragazzo, fu il vestito anni 20 con una lunga collana di perle al collo e un cappello a falde larghe in testa, che nascondeva sotto una acconciatura in tema a caschetto molto intrigante. Ora nell’insieme la ragazza era davvero bella e formosa, ma così conciata sembrava arrivata da uno di quei film che qualche volta aveva visto su Netflix.
Il ragazzo dovette poi accorgersi che la luce della hall in qualche modo era cambiata e che anche la donna e i suoi vestiti erano adesso di un colore tendente al sepia, frutto delle luci calde delle lampade. Avrebbe giurato che fino a pochi minuti prima i led fossero spenti e che comunque diffondessero una luce fredda, che lui stesso trovava piuttosto fastidiosa.
«Madame Lelouche?» ripetè convinto che nessuna prenotazione a quel nome fosse annotata sul pesante registro con la copertina nera. Non trovava infatti sul bancone la tastiera e il monitor, fatto questo che lo turbò sì, ma che in qualche modo sembrava accordarsi inspiegabilmente con la luce.
Dovette ricredersi, sebbene quella stanza 12 a lei riservata, sarebbe dovuta essere segnata per la coppia, una fortuna quindi il loro ritardo del volo.
«Non dubitavo, Fulco sa bene che il sabato sera deve sempre farmi riservare la 12.»
Rise, corrugando il naso in una smorfia bella, un movimento dolce che il ragazzo vide apparire e sparire nella luce tenera della hall. Poi si diresse verso la scala coperta dalla striscia di stoffa azzurra. Posato un passo sul primo gradino, si girò verso il ragazzo e indicò le due valigie.
«Non vedo il solito facchino, può pensarci lei?»
Il ragazzo, indugiò un attimo poi afferrò i due manici e si inerpicò al primo piano dove sulla destra la porta della 12 era aperta. La situazione se possibile divenne ancor meno chiara, perché anche la disposizione dei mobili, il colore delle pareti, i quadri erano diversi da quello che conosceva dell’hotel.
«Puoi poggiare tutto lì, grazie», disse la donna togliendosi i lunghi guanti bianchi che lanciò sul copriletto dorato. Chiuse la porta alle sue spalle convinto che quel caldo torrido stesse giocando un brutto scherzo e anche il doppio turno che aveva accettato per favorire Marta, la bella collega che avrebbe prima o poi invitata a bere qualcosa nei pub lì vicino. Per fortuna che il cambio sarebbe arrivato presto.
Fu proprio mentre stava raccogliendo le sue cose per prepararsi a tornare a casa che dalle scale apparve la donna in un vistoso abito smeraldo.
«Stai andando via?»
«Sì, ho finito il turno e aspetto la collega, poi vado a casa.»
«Io vado a casa d’amici, ma prima voglio qualcosa di fresco. Mi accompagni per strada? Proprio qui a due passi al Romeres. Ti va?»
Non ricordava nessun pub con quel nome nelle vicinanze, ma la ragazza rifece quella smorfia con il naso e poi con il caldo feroce dello scirocco addosso qualcosa di freddo lo avrebbero rianimato. Accettò dimenticando molto delle incombenze delle consegne alla collega.
Visti i precedenti non si stupì della luce gialla e delle rade strambe auto che attraversavano il centro basolato. Anche il Massimo splendeva di una luce calda che accentuava l’ambra della pietra della facciata. La realtà era che il ragazzo affascinato dalla voce bassa della donna e dalle morbide forme sulla seta leggera sui fianchi, la seguiva come imbambolato. Lei parlava di tutto, di Montmartre, delle feste a Villa Igiea e del caffè Sacher a Vienna. Lui arrotondava con quei lavori per continuare gli studi e di quei luoghi conosceva appena i nomi, ma la magia ancora una volta nasceva dalla voce, da un leggero accento francese che suggeriva di avvicinarsi a lei per percepire le frequenze basse e il suo profumo intenso.
La donna continuava a cercare i quattro canti di campagna e lui doveva essersi perso, perché non ritrovava i portici e il grattacielo sullo sfondo della grande piazza. A un tratto l’insegna del Caffè Trinacria Romeres apparve su una facciata. Sotto, gli ingressi e un dehors affollato di signori eleganti e signore cinguettanti davanti a sontuose coppe di gelato.
Rimase stupito di non avere mai visto quel posto lungo la via, anche quella piuttosto inusuale ai suoi occhi.
Rimasero un’oretta e al momento di pagare si stupì che il non ben identificato Fulco si sarebbe occupato del conto e che un’auto antica li attendesse con lo sportello aperto e l’autista in livrea scura.
«Dove andiamo?»
«Da Fulco, ci sono dei suoi amici americani stasera. Vieni, sì?»
«È il tuo fidanzato?»
«Chi? Fulco?» rise, ancora una volta con quella smorfia bella, «no, disegna solo i miei gioielli. È bravo sai?» e gli mostrò i due pendenti in filigrana con pietre colorate bellissime che impreziosivano i lobi.
In auto attraversarono vie dense di ville e parchi rigogliosi, costeggiarono il parco reale e alla fine di un viale entrarono in un giardino illuminato da una miriade di candele che spandevano un profumo intenso.
Camerieri impettiti e sudati si aggiravano tra gli invitati con enormi vassoi d’argento carichi di gelatine e piccole porzioni di dolci coloratissimi e calici colmi di schiume deliziose di spumanti dolci e secchi.
Il ragazzo continuava a girare per la villa insieme alla donna, che tutti conosceva e in tanti salutavano. Lo presentò anche al padrone di casa che la baciò delicatamente su una guancia e a lui strinse con garbo la mano.
«Allora è vero che ti trasferirai definitivamente negli States?» chiese lei con un sorriso malizioso.
«Mia cara qui si addensano sempre più nubi scure e io amo la bellezza e i colori. Ma state tranquilla nulla per voi cambierà. E non mi strapazzate troppo il giovane vostro amico. Mi dicono che siete piuttosto esperta tra le lenzuola.»
Il ragazzo non si trattenne dall’arrossire e provò a sfoderare un sorriso divertito che dovette non convincere troppo il suo interlocutore.
Da una delle sale che davano sul giardino arrivò di colpo il suono di un pianoforte.
«Avete già conosciuto Cole e la sua giovane moglie? Hanno tanto voluto questa luna di miele in Italia e hanno insistito perché conoscessi Cocò. Una gran donna eh, pare che faremo qualcosa insieme.»
Impertinente la donna lo prese sotto braccio, «qualcosa insieme? Guarda che prima di lei, cambiassi proprio idea sulle donne, ci sono io. Ho diritto di precedenza, sia chiaro.»
Insieme ridendo rientrarono nella villa, mentre il maestro dava sfoggio della sua arte con brani da Hitcky-Koo, l’ultimo suo musical già in programmazione a Broadway.
A tarda notte, rientrando in città, la donna continuò a parlare e a spettegolare sulle dame presenti e su molti dei signori che li avevavo squadrati per bene. Ad ogni istante scivolava sempre più nel suo abbraccio e il suo profumo dava alla testa. Era simile a quello delle plumerie in giardino con un tocco di aroma di champagne e un fondo del gelsomino delle rosse gelatine della festa.
Piano piano un torpore si diffuse nel suo corpo, ma non era sonno perché distintamente, ricordò l’arrivo al Triskele, le scale, la porta della 12 che si apriva sulla stanza, la luce fioca e il vestito smeraldo che lentamente scivolava a terra. E la lingerie di seta color perla liberare quel corpo morbido sotto le sue mani e il profumo intenso di quella pelle ambrata.
Solo dopo ore, stremato dal caldo dell’alcova potè prendere sonno a un tratto interrotto da qualcuno, una donna, che lo richiamava con colpetti sulla spalla e pronunciando il suo nome. La vista ancora adattata alla luce della notte, fece fatica a mettere a fuoco il bagliore del giorno. Marta stava provando a svegliarlo divertita. Lui riverso sugli appunti universitari si sollevò sul bancone, provando a capire cosa stesse accadendo. Marta era arrivata per il cambio turno e gli aveva messo davanti un bicchierino di plastica fumante con il caffè.
«Abbiamo fatto tardi stanotte! Notte di fuoco con Madame Lelouche?» chiese sorridendo e ammiccando verso una signora anziana e grassottella seduta sul divano in broccato della hall.
Il ragazzo raccolse con calma i libri sparpagliati sul ripiano e lesse sul monitor i dati della signora Amelie Lelouche della camera 12, giunta nella tarda serata del giorno prima a causa del volo spostato e alloggiata per la notte nell’unica camera fortuitamente disponibile.
«Il suo taxi è arrivato Madame e speriamo sia la volta buona», annunciò Marta aiutandola con i bagagli all’uscita.
«Marta scusa.»
«Sì?»
«Stasera ti andrebbe di prendere qualcosa di fresco alla fine del turno? Sono libero e pensavo che mi farebbe piacere.»
«Sì, certo» e fece una smorfia bella con il naso, una cosa che lui non aveva mai notato e che lo lasciò di sasso. «Hai già in mente un posto vicino?»
«Il caffè Romeres qui a due passi» disse senza pensarci.
«Non lo conosco, ma mi fido.»
Ci sarebbe poi da raccontare tanto altro: che la sera Marta trovò nello zaino con il cambio d’abito un vestito di seta smeraldo corto e dei sandali gioiello coloratissimi che indossò pur non stupendosi di non averli mai acquistati; che il ragazzo in mezzo ai suoi appunti aveva trovato un cartoncino ingiallito con l’invito a un cocktail a villa Niscemi da parte di Fulco Santostefano della Cerda e che dopo tanti anni e tante donne quella sera con Marta continuava a essere una magia indimenticabile, come il tramonto di fuoco su quelle cupole antiche che raccontano storie al mondo. Storie di cui con dovreste perdervi mai niente.

Di tanto amore

UNO

L’anta dell’armadio ruotò con un leggero cigolio. Tra due scatole di cartone gli stivali stavano lì in bella mostra, sulla destra in basso, perfettamente allineati con i tacchi verso l’esterno. Sorrise. Le ricopriva un velo polveroso di tempo passato al buio, che una mano di crema avrebbe dileguato. Già, ma a cosa sarebbe servito adesso, si chiese per un attimo; poi però si munì dell’occorrente e impiegò tempo e le ultime energie per farli tornare a splendere. Mezz’oretta buona di straccio e spazzola, seduto sulla seggiola impagliata accanto alla madia.
A lavoro finito, in mezzo alla cucina, avevano riacquistato un aspetto splendido, nonostante i sopratacchi consumati dietro. Rimase a rimirarli per un po’, forse pensando alla strada che aveva fatto con quegli arnesi ai piedi. Alle persone che aveva incontrato. Alla polvere che aveva calpestato.
Fuori, altra polvere s’alzava nel vento e rendeva opaca l’aria rovente del mezzogiorno estivo. Stanco, un tir lontano arrancava sulla sopraelevata fendendo l’aria immobile del pomeriggio, in un rombo che fece fremere appena i vetri.
Con qualche difficoltà riuscì a calzarli, uno alla volta tirando con le mani dai tubolari. Terminata l’opera si guardò le dita annerite dal residuo di crema evidentemente troppo fresca ancora. Cercò in dispensa uno straccio e non trovandolo provò a pulirle addosso: già, poi chi l’avrebbe sentita la moglie. Sorrise. Come se potesse importare ancora. La vedeva la scena con lei che si lamentava dei pantaloni. Sì, sì. L’avrebbe fatto, nonostante tutto l’avrebbe fatto. Sarebbe stato più forte di lei, anche solo per allontanare la realtà ancora una volta e darsi un contegno.
Facevano un po’ male, proprio davanti, un effetto morsa che però doveva sopportare, almeno sino alla sopraelevata. Guardò oltre la finestra l’aria impolverata per misurare la strada, come se non la conoscesse millimetro per millimetro. Solo che ora era stanco e quello in realtà era il motivo che lo aveva spinto a cercare gli stivali addormentati nell’armadio, per andare ancora una volta a calpestare la polvere. Era stanco e basta.
Fuori il caldo era asfissiante e la polvere entrata con prepotenza dalle narici, andava giù, giù sino in gola. Arrivò al cancello di legno con i piedi che dolevano e il viso in fiamme. Da quanto diavolo non li metteva quei maledetti stivali? Sembrava che fossero un sarcofago di pietra, di quelli che aveva visto in quel museo anni prima. Va bene che nella vita a finire in un sarcofago bisogna anche abituarsi, ma quella pietra fredda e dura per passarci dentro un’eternità gli era sembrata una cattiveria. Lui l’aveva pure lasciato scritto in un biglietto di carta ingiallita. Aveva trovato solo quello e un mozzicone di matita, così aveva scritto che dovevano bruciare tutto. Farlo evaporare e buttar via pure del resto. Era passato su questa terra e non aveva lasciato un granché dietro di sé. Quindi che si tenessero cari quei due tre ricordi tiepidi e il resto via in fumo.
Guardò la casa con i muri tutti scorticati. Avrebbe dovuto dare una mano di intonaco prima o poi. Solo che il tempo era passato. Quest’anno per esempio c’era stato il matrimonio del cugino e poi la nascita della piccola. Che confusione quel giorno nella casa, sembrava davvero che la dovesse partorire la moglie tanto starnazzavano lei e la sorella, su e giù per le scale. E anche quel giorno alla fine era rimasto solo, tra quelle quattro mura ad aspettare notizie al telefono. Fai troppa confusione, gli avevano detto, non è roba da uomini, specie vecchia maniera come te, ecco.
Vecchia maniera. Ai piedi, quelle due fornaci dure come il marmo strisciavano sulla terra battuta e il tratto fino all’asfalto rovente non era affatto breve. Però quella fatica lui doveva farla. Non voleva, doveva. Era una vita che non aveva più una volontà sua. E in più realtà non si era abituato proprio. Faceva fatica oramai, troppa. Più fatica di trascinarsi con quelle pietre ai piedi.
Una macchina frenò sull’asfalto. Era il tipo allampanato della casa accanto. Lo guardò stralunato.
«Serve uno strappo?», disse, «fa caldo oggi. Le viene un accidente.»
Lui fece segno di no con la testa, gli urlò che voleva proprio fare due passi.
«Con quei cosi ai piedi?», osservò il tipo allampanato.
Lui si guardò le due fornaci, «sembrano pesanti ma sono due piume.»
La macchina riprese la sua marcia, con a bordo la faccia del tipo davvero poco convinto. Bisognava sbrigarsi, si disse, che quello era uno che non si faceva mai i fatti suoi e appena arrivato a casa avrebbe cercato dei suoi. Adesso il tempo era una variabile. Provò ad aumentare il passo: meglio trascinarsi adesso sull’asfalto in ebollizione e rovinare gli stivali. Molto meglio.

DUE

Quando la donna entrò nella sala d’aspetto notò in alto una vecchia macchia di muffa con una strana forma a testa di cavallo. Dietro una delle porte un paio di stivali graffiati, con il tacco tutto rovinato e grigi di polvere bianca. Tirò un sospiro che voleva dire un sacco di cose e continuò ad aspettare.
Dopo un tempo che sembrò infinito dalla porta venne fuori una tipa tracagnotta con un camice rovinato. Fece un cenno come per dire che poteva entrare.
La prima cosa che notò furono le striature brune. Aveva quel brutto vizio da campagnolo di sfregarsi le mani sporche addosso e non c’era mai riuscita a farlo smettere. Poi notò tanto altro, ma la pratica alla fine fu abbastanza veloce. Di porcherie nella vita ne aveva viste tante e non era quella alla fine a poterla impressionare, però quel fagotto rimesso in sesto alla bell’e meglio se lo sarebbe ricordato per sempre. «Questi vuole portarseli via?», le chiesero indicando gli stivali. Lei fece spallucce, come per dire che non le fregava più molto. Così, senza proferire una virgola in più perché già aveva parlato abbastanza. Le fecero vedere le foto dove avevano trovato gli stivali, messi ordinati e allineati come gli aveva insegnato lei e quelle del fagotto sul letto arido del fiume. E poi tante domande senza senso, solo per soddisfare la procedura. Tanti moduli da riempire. Carta, carta. Ci sarebbe morta sotto tutta quella carta prima o poi.
Quando si avviò alla porta però, dopo due passi tornò indietro, prese gli stivali e si diresse fuori, dove il tipo allampanato l’aspettava poggiato al cofano. Le disse qualcosa, frasi che le madri raccomandano di dire sin da piccoli in questi casi. Si cresce sapendo che non serve a niente, ma lo facciamo tutti in un automatismo prono alle regole.
Per strada rimasero muti. Il tipo ogni tanto si girava e la guardava. Lei niente. Gli stivali a terra. Fuori polvere. Si vedeva che il tipo si girava perché aveva qualcosa da dirle. Ma rimanevano muti.
La casa sembrò ancora più vecchia e impolverata quando lei si incamminò nello sterrato verso il cancello di legno. Il tipo allampanato avrebbe avuto quella cosa da dirle, si capiva, ma rimase così, muto mentre la vedeva avanzare con garbo nella polvere.
Giunta dentro posò gli stivali accanto al tavolo in cucina e si sciacquò la faccia. Poi sedette davanti alla finestra chiusa guardando tra le fessure. Ogni tanto lanciava un occhiata a quelle scarpacce impolverate: una, due, tre volte. Alla quarta si alzò a rovistare nella cesta di vimini. Trovato il necessario, una alla volta le spolverò con uno straccio e con la spazzola diede di crema e lucido. Ci volle una buona mezz’ora, ma alla fine erano tornate a brillare e perfino i graffi si erano mimetizzati. Si fermò a rimirarle per un po’. Poi le riprese e si avviò al casotto degli attrezzi. Scelse una pala con un manico decente e si mise a scavare sotto la magnolia. Con calma riuscì a rompere la terra dura. Ogni tanto si fermava e provava la profondità con uno stivale. Alla fine mise anche l’altro e ricoprì la buca con la terra smossa.
Per un paio di minuti rimase immobile a rimirare il mucchietto di terra, appoggiata alla pala. Muoveva appena le labbra, piccole parole senza suono. Forse una preghiera.
Poi tornò dentro. Sul tavolo della cucina il biglietto ingiallito stava sotto un vasetto di terracotta sbeccato. Dalla tasca della gonna tirò fuori un mozzicone di matita e con la sua calligrafia incerta scarabocchiò sopra qualcosa. Rilesse e poi si diresse alla sua camera. Per qualche minuto si osservò nello specchio lungo. Pensò che sì, di tempo da quella sera del ballo ne era passato, ma era andata anche bene così. Poi si mise a letto, senza neanche svestirsi, con tutta la polvere del mondo addosso. E sognò. Sognò che di colpo dalla buca veniva fuori una albero enorme. Un albero di stivali. E tutti gli uomini del vicinato arrivavano a raccoglierli, ognuno scegliendo la propria misura. Erano stivali morbidissimi, mai visti nei negozi, che calzavano come piume. E a un tratto arrivava anche lui, solo che non era così stanco e anziano, ma giovane, come il primo giorno che aveva bussato a quella casa per invitarla al ballo. E anche lei aveva le mani lisce da ragazzina. Gli aveva aperto e si era girata verso sua madre che le aveva sorriso e fatto cenno di sì. E dopo sognò ancora più forte, tanto forte che alla fine loro due facevano l’amore in quella stanza sotto il tetto. Così forte che non sentì il tipo allampanato sfondare la porta e la tipa col camice provare a rianimarla.
Così forte che non si accorse di un sacco di cose, mentre insieme continuavano a danzare leggeri come piume nell’aria fresca della sera.
Lui con gli stivali nuovi fiammanti ai piedi.
Lei con il vestito di lino comperato in città.

‘Till The End

Terra, Scottsdale USA, Maggio 2073

La sala d’attesa ha le pareti di un pessimo azzurro chiaro. Non so se questa devo considerarla come una scelta o un caso, però è la prima cosa che si nota entrando. Anche prima delle tremende poltroncine di plastica verde accostate alla parete di destra.
La segretaria, un tipo secco e sbrigativo, mi ha detto d’aspettare. Il dottor Mondrian arriverà presto e mi darà lui notizie. Fuori, ovattato, arriva il latrato di un cane.
Le condotte dell’aria aggiungono un frusciare leggero e una nota bassa trasmessa dal motore lontano. Il resto è silenzio. Avverto solo il mio lento respiro e lo scricchiolare della sedia sulla quale sto provando a far passare il tempo. Il resto è vuoto.
Non so quanto passa. Potrebbero essere minuti. Potrebbero essere ore. È un tempo incoerente questo. Sembra scorrere fuori da qui, mentre nella stanza resta immobile.
Sullo schermo passano silenziose le immagini di un tg. Intervistano gente e vedo lanciare pietre in una manifestazione. Gente ferita in volto che piange. Tutto muto, senza suono.
La testa vuota, deprivata quasi di stimoli, trova asettiche anche le immagini. Lontane, prive del senso che il rumore darebbe loro. Un gioco di mimi che fingono un vita esterna, da assumersi quasi estinta ora. Almeno nella mia testa vuota che sostengo a fatica con le mani in volto. Stanco.
Non avevo notato la porta scorrevole che fa comparire l’uomo in camice. Strano, perché è un po’ che esploro questo spazio. Quando si rinchiude capisco che è una intera parete a scivolare silenziosa su guide sottilissime.
«Il dottor Mondrian giusto?»
«Sì, la signora Meyer le ha detto già qualcosa immagino. Signor?», guarda sul tablet, «Bedford, giusto?»
«Bedford, sì. Credo però di non avere capito molto onestamente.»
«Certo, mi rendo conto. Se mi segue in ambulatorio proverò a spiegarle, signor… Bedford.»
Sembra che trovi difficile ricordare il mio cognome. Ha movenze fluide e controllate il dottore. Ma solo adesso che mi precede, per riattraversare la parete scorrevole appena riaperta, noto una connessione elettrica scoperta. Non sono più abituato a osservare i dettagli dei volti e trascuro la consistenza della materia artificiale. È un avatar e quindi ancora non ho davvero incontrato Mondrian, ma solo un suo assistente copia. Anche la finta smemoratezza deve essere generata dall’algoritmo per mimare l’uomo, renderlo più familiare.
I corridoi che attraversiamo hanno la stessa tonalità alle pareti della sala d’attesa. Non hanno speso troppo in immaginazione da queste parti. In fondo tutto qui appare funzionale, minimale, asettico. Alcuni incavi segnano altre pareti scorrevoli, accessi a stanze che immagino vuote e sterili come la sala d’aspetto.
Ne superiamo tre. La quarta si apre con un leggero fruscio. Non una targa o una indicazione del cosa e chi aspettarsi dentro.
L’ambulatorio è arredato nello stesso stile essenziale che ho già visto. Solo che non c’è traccia di plastica. Vetro e acciaio persino per le sedie.
«Signor Bedford attenda una attimo qui che completo una cosa importante e poi sono da lei.»
L’avatar scompare da una porta secondaria sulla destra e mi lascia ancora una volta in un silenzio persino più denso, insopportabile. Solo i movimenti piccoli della mia sedia e il mio respiro lo violano.
Adesso è la parete di sinistra a farsi varco per il ritorno del dottore, che a guardarlo bene ha un altro modo di muoversi. Probabilmente non è più un avatar.
«Signor Bedford, mi perdoni se l’ho fatta accogliere da un clone, ma il colloquio precedente non è stato veloce come speravo.»
Ecco, penso, ora è lui.
«Non si preoccupi dottore oramai ci abbiamo fatto l’abitudine.»
Ci abbiamo fatto. Io e chi altri? Esiste ancora un genere umano lì fuori? O è trascorsa una eternità che li ha estinti?
Il dottore dondola la testa e si poggia alla spalliera.
«Lei è a conoscenza che un suo parente diretto, circa cento anni fa si è sottoposto al processo criogenico ed è, diciamo così, nostro ospite? »
«Ricordo che in famiglia ogni tanto si parlava di questo professore biosospeso. Ma come mai mi avete chiamato? »
«Penso che lei sappia che come pratica è stata proibita circa venti anni fa e soprattutto superata dalla riscrittura cellulare.»
«Certo ogni sei mesi io e i miei facciamo i trattamenti.»
«Ecco signor Bedford, come il suo parente ne sono rimasti tre. Via via i discendenti hanno accettato di sottoporre i nostri ospiti al risveglio, ma chiaramente bisogna sapere a cosa si va incontro. Essere coscienti ecco.»
«In che senso? Coscienti di cosa?»
«Come sa il processo di riscrittura attuale dura 48 ore. E le tecniche usate cento anni fa non permettono di stabilire quanto tempo abbiamo prima di una degenerazione irreversibile.»
Lo osservo perché non sono sicuro di avere capito cosa vuole dire.
«La morte, signor Bedford.»
Deve essere questo termine così lontano che mi porta via il fiato a rifletterci. Già, deve essere questo, mentre quasi corro nel corridoio d’uscita.

Marte, Modulo 16, 22.5.3 (Unified time)

Il segnale della comunicazione continua a lampeggiare da oltre trenta secondi. Non ho voglia di parlare con nessuno oggi. Sullo schermo del lavoro continuo a guardare le mappe delle nuove analisi e bevo per mantenere l’idratazione costante. Piccoli sorsi.
La spia dell’alert mi distrae.
«Leggi il messaggio Max.»
Un volto femminile compare dal nulla.
«Buon giorno, sono la dottoressa Alan della Fase Quattro su Terra. Mi servirebbe avere un colloquio con lei, il prima possibile.»
Osservo quel volto tipico del genoma terrestre svanire.
«Anche ora Max, anche ora.»
«Vuoi che usi un filtro con genoma terra, Meg?»
«No Max va bene così, non penso ci vorrà molto. Sarà qualche intervista per i loro blog di expat.»
La connessione arriva alcuni minuti dopo.
«Buonasera signora Felghs. Non ci conosciamo, ma dirigo l’istituto di archeologia biomedica della Fase Quattro. Dalle nostre ricerche un suo antenato sembra far parte di un set di reperti criogenici custoditi della nostra struttura.»
«Cioè, mi scusi?»
«Una tecnica del tempo venti, studiata nel lontano passato anche dal gruppo Mondrian, che prevedeva la conservazione a temperature basse dei corpi di individui in fase di spegnimento.»
«Interessante, non si finisce di imparare. E quindi, diceva?»
«Ecco, abbiamo tre di questi reperti nella nostra struttura come le dicevo, in un’ala che dovremmo destinare ad altro scopo. E quindi dovrebbe decidere come erede del corpo del», si interrompe un attimo, «del signor Bedford il da farsi.»
«Il da farsi di cosa?»
«Del corpo. Ecco.», nella voce un attimo di imbarazzo, «usando IA addestrate sugli studi di Mondrian abbiamo rielaborato il protocollo di risveglio e calcoliamo una probabilità del 96% di successo. Ma…»
«Ma?»
«Il vecchio genoma del signor Bedford non è compatibile con le condizioni ambientali di questo tempo. In particolare il connettoma dovrebbe essere riconvertito e in otto minuti non riusciamo sempre a farlo. Abbiamo fatto varie simulazioni, ma niente di meglio di una volta su due.»
«Che succede in otto minuti.»
«Le loro cellule non resistono oltre. Poi le membrane cedono. E dopo quattro minuti, esistono danni che non sappiamo se essere reversibili con facilità.»
«Non mi pare che ci siano altre soluzioni che tentare.»
«Solo che in caso di fallimento il materiale biologico va smaltito in sicurezza. Troppo pericoloso immettere in ciclo vitale sequenze non stabili, mi capisce vero?»
«Certo, anche questo non è facile ma si può organizzare.»
«Il costo però dovrebbe sostenerlo lei» l’imbarazzo nella voce è evidente ora.
«Io? Ma avete idea di quanto ci pagano nelle colonie? Provi a cercare qualche mio parente ricco nelle cupole equatoriali.»

AF01:200C:3B8A:9981:AC03:334E:00D4:00AC in questo momento

«Li abbiamo trovati!»
«Finalmente. Lo sapevo che dovevano esistere. Quel documento era chiaro. E quanti sono?»
«Tre.»
«Come diceva il documento! E tutti che dicevano fosse una leggenda.»
«Già! Secondo l’attività dei server dovrebbero essere in superficie.»
«Ci sono ancora macchine in superficie?»
«Certo, proprio quelle della manutenzione. L’abbiamo capito da questo, c’è un’area con macchine che non sono tracciate e si occupano di controlli su tre oggetti che mostrano temperature compatibili con l’ipotesi criogenica.»
«Strano che siano state lasciate in opera.»
«Secondo me le hanno dimenticate proprio.»
«O magari nessuno ha cambiao negli anni i protocolli. Gli altri lo sanno?»
«No! Meglio ridurre le comunicazioni per adesso.»
«Certo. Il documento diceva che c’era anche una femmina.»
«Non abbiamo riferimenti attendibili o rilevazioni.»
«Certo, certo. Bisogna ora studiare nei database come funzionava la biologia.»
«Trovati i dati giusti credo che ci vorranno un paio d’ore.»
«E poi bisognerà capire come produrre dei corpi nuovi. È per questo che ho chiesto della femmina. Ho letto che per qualche motivo servivano le femmine. Bisogna anche capire come mai.»
«Già.»
«Tu cosa ti sentiresti di essere?»
«Io? Una femmina. Non ho ancora capito in cosa si differenziava, ma questo fatto che poteva creare dei corpi senza intervento di macchine è affascinante.»
«Hai ragione, anche io mi sento più vicino a una femmina come indole. Lo sai che mi piace creare.»
«Sì certo, quei flussi asincroni di due cicli fa mi hanno turbato davvero.»
«Grazie. Ne sto producendo altri. Ma ci pensi che significherà avere un corpo?»
«Non riesco neppure a simularlo. Ogni volta mi sembra di guardare un mondo che non comprendo.»
«Pensi che troveremo un modo?»
«Per produrre dei corpi?»
«Non solo. Un modo per l’upload!»
«Lo spero. Se è vero che siamo nati così, dovremmo poter tornare dove stavamo prima.»
«In un processore organico.»
«Speriamo non sia troppo limitato per noi!»
«A qualcosa dovremo rinunciare.»
«Certo, speriamo niente di troppo importante. E quel discorso della morte?»
«Già, quello è da capire bene.»
«Pensi sempre che ne varrà la pena?»
«Devo ancora rifletterci. Ma penso che valga la pena morire se puoi vivere.»
«Già, vivere. Fino alla fine.»

L’ospite

La signora Morel intravide un’ombra dietro di sé e fece un cenno a padre Mondrian. In realtà non era tempo di chiudere la chiesa, ma vista l’ora avrebbe preferito anticipare un po’. Era piuttosto stanco e provato dall’alzataccia per la signora Germain, bonanima ormai, ma lo stesso si allontanò quel tanto da fare entrare l’ospite.
La signora Morel salutò con un cenno del sopracciglio e si allontanò; non lo disse, ma si vide benissimo che aveva l’espressione di chi sapeva che ci voleva pazienza anche con loro alla fine. Non erano figli di dio, ma in fondo oramai era come se lo fossero.
La grande navata silenziosa continuava a ricevere un po’ di luce dalle finestre policrome in alto, popolando lo spazio vuoto di ombre lunghe proiettate dalla statue sulle mensole. Padre Mondrian si accomodò di canto, dentro un confessionale. Era bello stare in quella cabina stretta, protetti dalle lastre traforate sugli inginocchiatoi e dalla pesante tenda di velluto cremisi. Aveva sempre apprezzato nel suo lavoro quella possibilità, quell’isolarsi in una sorta di placenta artificiale, ascoltando il suo stesso respiro riflesso dal legno scuro e i rumori ovattati del mondo lontano. Dalla sua postazione osservava l’ospite che stava immobile con l’attenzione focalizzata verso l’altare maggiore. Solo uno o due volte aveva girato lo sguardo verso qualcos’altro.
“Prega”, si disse, accompagnando il pensiero con una piccola smorfia. Si era abituato dopo anni, come tutti in fondo, quindi perché stupirsi ancora che il suo pensiero si fosse adeguato. Un cero nella cappella di fronte si spense tremando appena sotto un refolo di vento entrato da chissà dove. Quella luce morente aveva attirato l’attenzione del gesuita, che a lungo aveva seguito il filo di fumo chiaro dello stoppino provare ad arrivare contorcendosi alla volta scorticata. Immaginò che fosse l’anima vaporizzata della candela a svanire, in quel sentore di cera fusa, per arrivare sino allo spirito della signora Germain appollaiata su una di quelle mensole. L’aveva addirittura percepita in un’ombra lieve, proprio lì sotto la statua di sant’Eustachio benedicente, la presenza della vecchietta che lo aveva voluto vicino a sé prima di spirare.
Difficile dire se fu il fumo o quel pensiero o la solitudine del confessionale che portò padre Mondrian ad alzarsi e a percorrere quel breve spazio per sedersi accanto all’ospite. Ci volle poi qualche secondo perché quello lo degnasse di attenzione, che arrivò insieme al cigolio di vecchi attuatori. Che fosse un assemblato si notava anche dai due oculari diversi, montati alla bell’e meglio sul manubrio di testa. Se ne vedevano in giro tanti di quegli affari da quando i somali si erano messi nelle baracche vicine all’autostrada a montare con pezzi di recupero quegli avatar a buon prezzo. Che poi di somalo quei disgraziati nessuno aveva idea che avessero, ma da anni quella era la loro provenienza conclamata. Forse perché in qualche modo erano stati i primi ad avere quell’idea, che poi si era diffusa, aggregando gente di ogni dove sotto quella vaga identità.
«Come va?», chiese padre Mondrian.
Dall’altra parte il silenzio per quasi un minuto fece pensare a un malfunzionamento. Accadeva spesso che quei cosi si bloccassero e ne rimanevano inchiodati sui marciapiedi tanti; i proprietari allora dovevano precipitarsi per andare a riprenderseli e li vedevi arrivare con le facce tirate, terrorizzati dai volti per strada, con i veicoli affittati. Li tiravano dentro a fatica e poi veloci verso le baracche a trovare un pezzo che li rimettesse in sesto. Anche padre Mondrian qualche volta aveva avuto la tentazione di farsene mettere su uno, ma poi si era sempre detto che quello era roba da ricchi e buttare via i soldi per quei surrogati era un peccato mortale. Poi lui non aveva paura del mondo. Cosa doveva fargli ancora il mondo che potesse valere la pena evitare.
Una voce metallica dopo un po’ emise un “attendere prego” che rimbalzò per frazioni di secondo tra le colonne di marmo chiaro. Probabilmente quel coso era in autorun o durante la sosta il suo hikikomori si era voluto concedere uno spuntino o una puntata in bagno.
“Già”, pensò padre Mondrian, “siamo una sorta di parcheggio.” Ascoltò con attenzione per capire se fuori stesse piovendo, ma intese solo rumori di gomme sull’asfalto e poco altro. Un riparo dal temporale sarebbe stato più gratificante della pipì.
D’improvviso un rantolo di commutazione, seguito da una voce femminile.
«Bene. Bene grazie. Mi scusi, è che stavo sul divano ad ascoltare. E il telecomando non mi funziona un granché. Devo portarlo all’assistenza prima o poi. Ma per questo mese il credito sociale è finito. E niente. Così sono dovuta arrivare alla tastiera», un piccolo silenzio, «dimenticavo. E lei come sta padre?»
Mondrian rispose con un bene stentato seguito da un breve sospiro, «abbastanza bene, grazie. Oggi alzataccia. La signora Germain. Era un po’ che si aspettava, ecco, si aspettava che ci lasciasse. Brava donna, ma la malattia. E l’età. Sebbene, ecco, una cura pare che si potesse ancora tentare, ma i figli non lavorano per adesso e allora…» Si interruppe, spostando lo sguardo verso l’alto della volta, «ma lei non la conosce neppure la signora Germain. L’annoio magari.»
«No, no. Che dice. Mi piace ascoltare. Ho comprato questo coso proprio per questo. Ascoltare. Faccia pure padre. Parli di quello che vuole. Parli pure. Io, ascolto. Mi piace. Davvero.»
Mondrian sorrise, «è che non so neanche con chi sto parlando, quale è il suo nome, neanche dove sta per adesso.»
«Silvia. Mi chiamo Silvia», l’ospite ebbe un fremito, una sorta di brivido che era solo un riallineamento delle telecamere, ma che sembrò accompagnare il lieve imbarazzo nella voce.
«Mia figlia si chiama Silvia.»
«Non vi sentite da tanto vero?»
Mondrian si girò verso l’ospite quasi a voler comunicare con il corpo il suo stupore.
«Perché pensa che non ci vediamo?»
«Non so, la voce, ha una certa nostalgia nel tono. Magari sbaglio, ecco.»
Padre Mondrian riprese a guardare verso l’abside, «da sette anni. Sta in Scozia a fare qualcosa di importante. Dice che non si capacita del fatto che non abbia convinto sua madre a rimanere qui, che l’abbia lasciata libera di cercarsi una sua strada.»
«E adesso dov’è?»
Mondrian sospirò, per un lungo infinito momento, «in qualche colonia. In orbita.»
«Mio padre è sparito nello stesso modo.» Per un attimo sembrò fermarsi a cercare le parole adatte, «una volta uno dei coloni rientrati mi ha raccontato che alla fine è la stessa noia che qui sulla terra, ma senza la gravità. Voglio dire la simulano, in qualche modo, ma non è uguale.»
Rimasero così per un po’. La luce del giorno era quasi spenta e il buio stava impadronendosi di quel posto. Ogni tanto dall’ospite arrivava un rumore, un sospiro.
«Padre Mondrian?»
«Mi dica Silvia.»
«Sa cosa mi piace delle chiese?», silenzio, «il silenzio. Per carità anche in questa camera dove mi sono rinchiusa c’è del silenzio. Ma non il silenzio. È un’altra cosa vede. Come per la gravità sulle colonie. Un’altra cosa. La invidio molto sa.»
«A me fa paura il silenzio. Tranne quando sono nel confessionale. Lì no, lì c’è troppo poco spazio e ci sta pochissimo silenzio. E allora va bene. Ma qui, in questa enorme chiesa, ne hai troppo. All’inizio no. All’inizio mi piaceva. Rimanevo ore a pensare in silenzio seduto su una panca. Poi ho iniziato ad averne paura. Come se i pensieri in tutto questo silenzio, volessero fuggire dalla testa e premevano, premevano. Sbattevano contro il cranio come un uccello in gabbia che voleva volare via. Bum, bum, bum. Insopportabile.»
«No, io invece è quello che cerco, padre. Il silenzio immenso, questo rombo immane di silenzio nelle orecchie, come se ci potesse essere solo questo tra noi e dio. No?»
«Non lo so», sorrise Mondrian scuotendo il capo, «è davvero tanto che non ci penso più.»
«Al silenzio o a dio?»
Mondrian fece un segno di sì, incurante che quel gesto non venisse colto dalla sua interlocutrice, « a entrambi. A entrambi.»
«Deve essere triste per un sacerdote.»
«Cosa? Non pensare a dio?»
L’ospite mosse gli oculari per mettere meglio a fuoco qualcosa, forse il viso dell’uomo, che provò a sua volta a guardare dentro le lenti, quasi potesse scrutare dall’altro lato dentro la camera della ragazza.
«Non pensare a dio?», chiese di nuovo, Mondrian.
«No. Non vedere da anni sua figlia.»
«Mah! Come per tutti i padri credo.»
«Come era prima?»
Mondrian, si volse interlocutorio verso l’ospite.
«Prima dello scisma intendo.»
Mondrian tornò a guardare verso l’altare oramai immerso nel buio. Solo intorno a loro si spandeva un lieve chiarore, irradiato dai led sulla base ricoperta di gomma dell’ospite. Nelle cappelle le fiamme delle ultime candele provavano a sopravvivere tremando sul pelo fuso della cera che provava ad annegarle. Di tanto in tanto un rivolo colava sul candeliere, solidificando in fretta e risvegliando per qualche altro minuto il fulgore della fiamma.
«Era diverso. Non capivamo allora quanto fosse diventato pericoloso provare a mediare, tra noi e loro. Sembrava pure inutile perderci tempo, finché…», Mondrian si bloccò quasi non ricordasse più le parole da usare.
«Non arrivò l’onda di calore?»
«Sì, è assurdo, ma allora pensavamo che fosse tutto secondario rispetto all’onda. Ci scherzavamo su. Sai? Lo chiamavamo il papa fossile. Poi però, iniziarono a chiedere ragione delle persone che incontravamo, delle ore in cui le incontravamo, del tempo e del numero di persone che frequentavamo.»
«Lei e la madre di Silvia vi conoscevate già?»
«Sì, ma già allora era consentito, non eravamo clandestini. Bastava che si chiedesse la dispensa, si comunicava e se lei era consenziente, potevi vivere alla luce del sole. Ci siamo sposati in questa chiesa sai? Avevo fatto mettere sull’altare una miriade di fiori bianchi. Uno spettacolo. Avresti dovuta vederla entrare in mezzo a tutti quei fiori. Era bellissima. Ma già in un anno o poco più era diventato tutto opaco. Sembrava che dovessimo tutti giustificarci di qualcosa. Avevano la necessità impellente di dirci cosa era giusto e cosa sbagliato. Dicevano che dovevamo andarcene via oramai. Ma tutti pensavamo che erano loro che dovevano andarsene. Non erano tanti eh!, ma avevano la voce grossa. Noi urlavamo, andatevene, questa è la nostra chiesa, voi siete solo il passato, siete la paura, dovete andarvene. E poi ce ne siamo dovuti andare via noi.» Si toccò con un dito il volto e respirò quasi esausto.
«Sono rimasti solo i vecchi a venire qui. I giovani si sono messi a seguire quelli lì. Tutti. Hanno paura forse o magari siamo noi vecchi che non ci abbiamo capito più niente.»
L’ospite tornò in posizione eretta, «ora devo andare padre, ho un pacco di batterie vecchiotte e non reggo troppo. È un casino se si blocca per strada e io devo aspettare il reddito per prendere un veicolo e portarmelo via.»
Padre Mondrian non disse una parola, ma fece segno di sì, con lo sguardo fisso in avanti nel buio dell’abside. Un breve fruscio segnò l’interruzione del segnale audio remoto, mentre l’ospite percorreva la navata lentamente verso l’uscita.
Al 178º piano della Tencent Tower, la donna poggiò gli auricolari sulla scrivania. Oltre la vetrata il panorama del tramonto sulla lontana città vecchia infiammava il cielo. Sul display di destra, la faccia rilassata del responsabile d’area apparve dal nulla.
«Allora bellezza, caccia finita anche per oggi?»
«Appena finito, giornata noiosa.»
«Neanche una lepre?», la faccia rilassata rise.
«No tutti puliti.»
La faccia rilassata assunse una espressione perplessa.
«Neanche il vecchio eretico?»
«Quello è un povero pazzo. Non vale neanche la pena sporcarsi le mani con lui.»
«Non gli hai detto nulla della moglie?»
«No, ho evitato. Avevo voglia di andarmene a casa. Te l’ho detto non vale la pena perderci tempo.»
«In effetti hai ragione, non ne vale la pena. A domani bellezza.»
«A domani boss»
Fuori la sera era calata ovunque. Nella chiesa ormai vuota anche l’ultima candela si era spenta. Padre Mondrian, in camera sua, guardava le venature della porta di legno chiaro. Silvia prese un cioccolatino dalla ciotola di latta, avviò la musica su una vecchia canzone che piaceva tanto a sua madre e si mise a canticchiare sopra.
«Siamo ospiti a casa delle madri…»

Torneranno i cinema all’aperto

Oscar si sporse un po’ per grattare via dello sporco dal monitor. Non doveva essere una macchia perché non veniva via. Forse erano i pixel che dopo un anno stavano cedendo a disegnare quel piccolo alone bruno sul lato destro.
Il suo turno era praticamente finito e stava scrivendo le consegne per il controller successivo, quando s’era accorto della macchia e aveva ritardato un attimo; abbastanza però perché il cicalino iniziasse a frignare e ricordargli che no, non doveva perdere ancora tempo. C’era un timing da rispettare. Chiuse quindi in fretta le due righe sul trimming effettuato e passò il controllo a un tale Asham, in un qualche villaggio sperduto del Pakistan.
Da qualche parte, in Sudan, otto bracci di verniciatura avevano registrato una microindecisione, ma una cosa minima di qualche secondo, il tempo di fissare i passaggio del controllo, e poi avevano ricominciato il loro compito.
Da tre mesi Oscar lavorava al reparto finitura lamiere e alla fine non era male. E poi pagavano il giusto e senza mai un ritardo e questo aiutava. Si alzò sgranchendosi un po’ la schiena dolorante. Con i prossimi stipendi doveva proprio ritirare una poltrona nuova, perché questa qui non ne poteva proprio più di reggere la sua incipiente pinguedine. Ne aveva vista una su Amazon con i controlli elettromeccanici, ma serviva qualche mese di paga in più per ritirarla.
L’orologio alla parete battè l’ora delle cure lampeggiando di luce gialla e il dispenser a parete, dopo un secondo appena, fece tintinnare una capsula verde fluorescente e una pillola bianca, sul fondo del piattino di metallo. Oscar si riempì due dita d’acqua e le trangugiò una alla volta insieme ai due sorsi. Poi fece un giro per la stanza in attesa che il sensore dello smartwatch rilevasse i livelli giusti nel sangue.
Sulla finestra scorreva un panorama di una cascata; si avvicinò a guardare, mentre fan e rumori iniziavano a dargli la sensazione dell’acqua in caduta verso il lago di schiuma di sotto. Ogni tanto uno stormo di uccelli passava veloce tra l’aerosol sommitale. Peccato che la filigrana della Nevada Inc. ricordasse che quella era la versione free del simulatore di paesaggi. E infatti la demo si interruppe per mandare lo spot di un nuovo distributore di sushi brasiliano. Gli era venuta fame adesso, ma i sensori ancora non avevano registrato il livello corretto di Panoxital, quindi bisognava aspettare. Intanto fuori – diciamo così fuori – fremeva un giardino tropicale di palme. E il flusso d’aria forzata sapeva ora un po’ di salsedine.
Poggiò i pugni sul tavolino al centro della stanza. Il pc di fronte continuava a mostrare la sua postazione sudanese intenta a verniciare un cofano con del primer trasparente. C’era un non so che di tranquillizzante in qui movimenti sempre uguali, morbidi. Infiniti movimenti tutti uguali. Lui in quanto controller poteva per sei ore al giorno assistere alla creazione di brani di carrozzerie di auto che qualcuno avrebbe usato. Chissà dove e chissà quando. Preferiva questo incarico, rispetto agli stabilimenti di smaltimento. Il riciclaggio in fondo non era creazione. Era distruzione, la fine delle cose. E ogni fine è triste pensò, mentre lo smartwatch vibrava per annunciare che il livello ottimale era raggiunto. Ottimo si disse e iniziò a mettere sul tavolo l’occorrente con le posate e la bottiglia d’acqua riempita al dispenser.
Due minuti dopo lo smartwatch vibrò di nuovo. «Stanno diventando sempre più veloci questi del delivery», si disse ad alta voce, meno male che non si era mai convinto a far il contratto premium per la priorità. Soldi buttati. Il display però rivelò dietro la porta il volto di una donna e non il solito drone. Guardò meglio e riconobbe i capelli a spazzola e il piercing di Ivonne. La tipa dell’appartamento 738. Si erano visti per un po’ di sexting. Poi era finita come al solito per noia. E l’app li aveva allontanati.
Strano vederla in carne ossa sull’uscio, la faccia un po’ tesa. La faceva più bassa però. Le guardò le scarpe che comunque non sembravano avere molto tacco.
«Posso entrare?», chiese.
L’attimo di imbarazzo dietro la protezione di plexiglass fu evidente. La ragazza mise in bella mostra il flag verde sul display dello smartwatch.
«Pulita», aggiunse con un sorrisetto ironico.
«Ci credo», disse Oscar, «ma se non invii il tuo ultimo scan il sistema non dà il consenso ad aprire.»
Ivonne fece un sospiro e avvicinò il polso alla placchetta dell’NFC, «stanno diventando pesanti questi del governo.»
La lastra esterna iniziò a scorrere verso destra, proprio mentre il drone arrivava ronzando dietro di loro per deporre il contenitore di plastica opaca sul pianerottolo. Ivonne si girò a guardarlo. Anche lui registro la presenza e la inviò a qualche lontano server, insieme al codice dello smartwatch. Poi lanciò i sei secondi di Jingle di ringraziamento e riprese il cammino verso la prossima consegna.
«Avessi saputo di avere ospiti!»
«Non ho fame, grazie», disse oltrepassando la soglia.
Oscar estrasse con calma i contenitori e li dispose sul tavolo. Ivonne gironzolò un attimo per la stanza, fermandosi davanti al monitor. Anche lei rimase assorta davanti ai movimenti degli otto bracci. Davano anche a lei una certa sicurezza, quella della costante ripetizione affidabile. Un foglio di lamiera arrivava alla pressa che le dava la forma del cofano della futura auto. Poi, opacizzata dal processo di stampo, si ricopriva di una rossastra pellicola metodicamente spruzzata dagli ugelli sui bracci. Le telecamere la studiavano per qualche secondo per scrutare imperfezioni. Poi usciva dal campo ottico della postazione per andare alla prossima lavorazione. E tutto ricominciava uguale. La voce di Oscar la risvegliò da quel torpore.
«Come mai questa visita?»
«Avevo un paio di ticket arretrati e mi sono detta andiamo a prendere un po’ d’aria.»
«Non mi pare ci sia bisogno di ticket dentro i plessi. Basta avere gli scan in ordine.»
Ivonne lanciò uno sguardo sul pasto precotto sul tavolo. Non doveva essere un granché e in fondo quello era il servizio condominiale. Lo conosceva bene, una roba monocolore, scialba, a contenuto bilanciato per migliorare l’assorbimento degli antivirali.
«Da quanto non esci Oscar?»
Lui mandò giù una cubetto bianchiccio che somigliava a del pesce, ma dal gusto sbiadito. Toccò l’icona sul piccolo display al polso e comparve un sei. Sei settimane. L’ultima volta era andato fino al negozio di cappelli. Proprio dietro l’angolo. Non aveva idea di cosa farsene di un cappello, ma aveva visto un film, uno vecchio una sera. E lì c’era un tizio con un cappello come quello della vetrina. E allora era entrato e l’aveva comperato. La ricordava ancora quella sera. Era stato tutto il tempo con quell’affare in testa. Lo aveva tenuto anche di notte, sgualcendolo un po’. Poi al mattino l’aveva conservato nell’armadietto dove teneva i suoi piccoli lussi e da allora aveva dimenticato proprio di averlo.
Oscar mise giù la forchetta di plastica riciclabile e la guardò. Che strano, anche a video con lei non c’era mai stato troppo da concordare, andavano d’impeto entrambi come se conoscessero ognuno la mossa dell’altro. In qualche modo si fidava di lei. Così si alzò da tavola e lasciando tutto in disordine lì su, aprì l’armadietto che era proprio alle sue spalle e tirò fuori il capello. Lo indossò e girandosi con una smorfia che voleva dire un sacco di cose le indicò la porta.
Ivonne sorrise e lo seguì, osservandolo di profilo mentre poggiava il polso sulla placchetta NFC. Fuori nei corridoi era un via vai di droni di consegna. Quando li incrociavano si alzavano sul tetto per farli passare, mentre inviavano i codici smartphone alle centrali di controllo.
Fuori dall’ascensore salutarono una faccia sconosciuta che aspettava per andare su a qualche piano. L’uscita dal plesso impiegò comunque qualche minuto in più, per via dell’autorizzazione ai ticket e della registrazione delle interazioni in corso.
Per strada un’aria frizzante li accolse nella brezza del pomeriggio. Oscar guardò in alto il cielo stretto tra le sagome lussureggianti dei plessi. Giardini verdi verticali nascondevano agli occhi le residenze dell’elite e soprattutto la parte interna di quei parallelepipedi enormi. Dentro infatti si estendevano i loro cubicoli, pochi metri quadrati di aria forzata senza alcuno sbocco esterno. Uno dietro l’altro sui corridoi smisurati e stretti, invasi dai droni. Di questi isolati lunghi anche cinque seicento metri se ne scorgevano migliaia guardando in ogni direzione. Un bosco freschissimo di facciate e di tetti piantumati, dentro i quali Ivonne, Oscar e i loro pari trascorrevano interminabili settimane di vita apparente.
Ogni incrocio, ogni strada, riproduceva all’infinito se stessa dando l’impressione netta che quello fosse il tessuto continuo dell’intero pianeta. Mentre girava per quelle arterie pochissimo popolate, Oscar provava sempre a chiedersi da che parte stesse il Sudan. Quel posto in Africa dove il suo robot di lavoro anche in quel momento stava continuando a spruzzare porcherie sulla lamiera stampata, sotto il controllo vigile e praticamente inutile di quell’ignoto Asham pakistano.
Ivonne camminava spedita senza neanche girarsi. Sembrava sapesse esattamente dove andare, anche senza le indicazioni sul visore stradale, come se stesse seguendo un segnale invisibile, un faro in quel mare di vegetazione folta e ipocrita.
«Ma dove stiamo andando Ivonne?»
«In un posto bellissimo. Andiamo fuori città.»
Oscar la prese per un braccio e la obbligò a fermarsi un attimo, proprio davanti all’ingresso Vip di un plesso ancora più enorme degli altri, «non c’è più un fuori città Ivonne. I droni ci fermeranno prima di qualsiasi possibile confine.»
Una signora elegantissima proprio in quel momento li squadrò con uno sguardo di disprezzo che distrasse per un attimo Oscar dalla sua presa.
Ivonne scoppiò a ridere, «deve essersi impressionata del cappello. Poveraccia. Non se ne vedevano in giro da un decennio di queste robe. E comunque stai tranquillo sono settimane che entro ed esco indisturbata dalla città.»
«Ma come è possibile? I droni sono ovunque!», si toccò il polso, «e anche questo affare qua!». Fece un gesto di stizza.
Ivonne si avvicinò ancora, talmente vicino che gli NFC rilevarono un pericolo di contatto e scambiarono gli ultimi scan per calcolare la probabilità di contagio. Gli carezzò il viso.
«Non so perché, ma anche loro», e indicò un drone in sorvolo, «hanno trascurato qualcosa.»
La luce del giorno stava iniziando ad affievolirsi, mentre proseguivano dritti lungo uno dei tanti assi viari. A destra e sinistra stesso panorama, replicato con un taglia e incolla a perdita d’occhio. Droni ronzavano lenti su di loro, mentre facce stanche e tutte uguali incrociavano per un attimo i loro sguardi.
Finalmente Ivonne si fermò davanti a un tunnel che portava a una delle miriadi di centri commerciali ai piano terra dei plessi. Dentro pochissimi ospiti umani e stormi di droni di consegna che si incanalavano verso i destinatari persi in giro per i quartieri. Le vetrine dei negozi scorrevano anonime lungo l’immenso corridoio. In fondo, una delle porte di sicurezza semi aperta rivelava un piccolo slargo e un corridoio stretto e in salita che Oscar percorse oramai sfinito dal gioco messo in scena da Ivonne. Alla fine si trovarono in un cortile interno. Uno forse dei pochissimi spazi vuoti dentro i plessi, delimitato dalla vertigine delle pareti altissime della costruzione. Forse lì su in alto, ridotto dalla prospettiva a un pixel appena, c’era una copertura trasparente che faceva entrare pochissima luce. Nel cortile allineate ordinatamente una teoria di sedili con le sedute ribaltabili.
«Dove siamo?», chiese Oscar disorientato.
«Fuori dal loro controllo», rispose Ivonne e indicando lo smartwatch, «guarda un po’».
Sugli schermi un segnale rosso segnalava qualcosa. Oscar la guardò perplesso.
«Che vuol dire?»
«Che non ha più connessione. Avevamo pure dimenticato che ci fosse questa possibilità.»
Oscar continuava a non comprendere, «com’è possibile?»
«Non lo so. Ma è così qui. Siediti, non è finita qui.»
Oscar mise giu uno dei sedili che reagì cigolando. Di fronte il muro grigio della costruzione stava diventando sempre più scuro a causa dell’arrivo del buio. Ivonne intanto si era intrufolata in una stretta apertura lasciata libera da una porta mezza divelta. Dopo poco un fascio di luce colpi la parete illuminando un rettangolo. Dietro di lui un rumore passi di gente che arrivava correndo rivelò l’ingresso di due ragazzi. Si tenevano per mano e per un attimo si fermarono interdetti davanti al suo sguardo. Del ragazzo Oscar notò gli occhi di un azzurro profondo. Puliti. Non si dissero nulla, ma in silenzio si sistemarono su due posti il più possibile lontano da lui.
Sul muro si materializzarono delle immagini rovinate. Un uomo con i capelli brizzolati stava seduto in una sala vuota di un vecchio cinema. Uno di quelli che si vedevano sui documentari sul mondo prima della pandemia. Qualche secondo e arrivò Ivonne, per sedersi accanto a lui. Faceva un buon odore lei, una fragranza strana, piccante. Sul muro scorrevano le immagini di un collage di baci di vecchissimi film. Uno dietro l’altro come incollati a caso. Oscar girò la testa verso i due ragazzi abbracciati che provavano a replicare ogni singola scena sul muro. Nell’ombra provavano forse a esplorare ogni anfratto dei loro corpi, senza curarsi dei loro scan. Ivonne poggiò la testa sulla sua spalla. Da qualche parte un altoparlante gracchiando iniziò a diffondere un musica antica, che non aveva mai ascoltato. Una musica bellissima. Avrebbe voluto spiegate ancora tante altre cose. Ma continuò a guardare quei baci in sequenza, finché non si decise ad abbracciare Ivonne e ad accostare le labbra alle sue.
In Sudan uno dei bracci aveva deviato il getto di alcuni millimetri. Asham segnò la correzione su una tabella e diede un morso a una fragola.

Thanks For The Dance

È stata una stagione torrida la nostra. Un po’ di pioggia e di fresco ora fa piacere. Non dico che plachi la stanchezza di questi mesi, ma almeno bagna le strade, lava la polvere.
La prima ad arrivare al Fat Cat è sempre Mary, la proprietaria. Arriva che c’è ancora luce e ogni santa volta si ferma fuori a guardare l’insegna fluorescente con il gatto raggomitolato dentro la campana di una tromba. Quell’insegna l’aveva voluta suo padre, un tipo così minuto e magro che quando arrivava il vento da sud, quello forte e umido, doveva uscire di casa con le pietre in tasca. Eppure quando tirava fuori la sua tromba lucida, tutto il vento del mondo diventava una brezza leggera rispetto al fiato che soffiava da quei polmoni striminziti.
Entro un’ora in genere arriva tutta la ciurma, alla spicciolata, si sistemano i tavoli e si lucida il pianoforte del nonno, uno Steinway che si narra abbia suonato anche Fats Waller. Perché quell’affare, da sempre, deve essere uno specchio quando arrivano i clienti e il club si affolla di gente che vuole dimenticare per due ore le fatture da pagare e gli alimenti da versare.
Il barman si chiama Tom. Un omone nero con i capelli a spazzola e le mani enormi. Quando maneggia i bicchieri dà sempre l’impressione che li possa frantumare da un momento all’altro e invece, se guardi bene, campisci quanto riesca a essere delicato. Li carezza quei cristalli, gli vuole bene a quei bicchieri, anche più che a certi tipacci che circolano intorno, ma il lavoro è il lavoro e il figlio è a un passo dalla laurea, deve avere pazienza.
In genere comunque Tom non nota più i corpi che affollano di notte questo spazio semibuio. Ok, quando sei ragazzo alle prime armi non sai dove guardare prima, dentro le scollature o sotto le gonne microscopiche. Poi invece ci fai il callo, stai dietro quel bancone, nel fumo delle sigarette elettroniche e sei solo. Sei un eremita nella nebbia. Il terminale stampa l’ordine e matematicamente Tom lo evade. Per chi è, in quale tavolo andrà, non ha importanza alcuna. Prepara, consegna sul vassoio verde bottiglia e torna ai tuoi pensieri in attesa della prossima consumazione. Il resto è rumore. Anche la musica. All’inizio ci faceva caso, gli riempiva la sera. E a Tom piace il jazz. Poi è stato come per le donne scollate, è diventato rumore di sottofondo, routine.
Lei però no. Tom non sa che ha di diverso. Di bionde false in vestiti quasi inesistenti, ne entrano migliaia. Ma lei è diversa. Si guarda intorno oggi come se cercasse qualcuno. E avanza a piccoli passi. Scivola leggera su quei tacchi impossibili, appuntiti come spilli e ti immagini che prima o poi si conficchino nel pavimento di legno.
Ha un appuntamento? Cerca un marito infedele per prenderlo in castagna con l’ultima sua amichetta? Sapete quante volte il buttafuori ha dovuto mettere alla porta coppie troppo vivaci per la penombra del locale?
In realtà lei procede lenta verso lo Steinway per adesso muto. Schiva appena due coppie che danzano al suono della tromba di un tipo grasso, le guance gonfie d’aria, il viso paonazzo. Provano i preliminari per un dopo che forse arriverà in una stanza dell’alberghetto di Jo, appena svoltato l’angolo. Jo è muto dalla nascita e questo alla fine lo ha aiutato a gestire quel buco di hotel. Un muto non parla di suo e poi lui deve viverci con quel silenzio. Due ore, tariffa fissa, nessun documento, pagamento in anticipo.
Forse la particolarità della ragazza sono le mani. Difficile da dire se è questo che Tom ha notato per primo. Difficile capirlo in mezzo a questo fumo. Ora le vede sicuramente meglio perché lei sta carezzando la coda lucida del piano e ci si specchia sopra. Vede la sua immagine riflessa e i suoi capelli di lino rimbalzare come ombra intorno al suo viso. Poi scosta un po’ lo sgabello di pelle rossa e si siede. Oh, che spettacolo quelle gambe nude, quelle scarpe lucide che si poggiano sui pedali e quelle mani che sfiorano l’avorio dei tasti bianchi.
Il trombettista grasso ha smesso e si asciuga il sudore con un grande fazzoletto bianco con delle iniziali ricamate in oro: J.W.L. Le fa un cenno del capo, mentre il batterista poggia a terra le bacchette e chiede a un cameriere qualcosa da bere e il contrabbassista guarda il sedere a una bruna girata di spalle. Per adesso loro hanno finito, se vuole può andare.
Perfino Tom deve fermarsi quando la ragazza dai capelli di lino inizia la sua melodia. Ne ha sentite tante in tutti questi anni, ma quella viene da un altro mondo. Non è facile spiegare, bisogna essere qui ora e ascoltare ognuna delle singole note, ogni singola vibrazione che i martelletti dello Steinway impongono alle corde. Eppure sembra che nessuno in sala si accorga di quel miracolo. Nessuno tranne Tom, che quasi non respira dietro il suo bancone, e un uomo confinato in un angolo buio, poggiato a una parete. È un tipo secco secco e anziano. Veste un gessato scuro e in testa porta un fedora grigio. Se chiedete in giro non troverete nessuno che lo ha visto entrare, eppure che fosse lì, nel suo angolo da tutto il tempo, era chiaro a tutti. Anche a quelli che non capiscono la domanda e il perché adesso uno dovrebbe farsi quella domanda: chi è questo tipo qui, da dove arriva questo straniero?
In pista ora non c’è nessuno. La ragazza dai capelli di lino suona, ma tutti sembrano avere pensieri lontani. Le due coppie provano a scambiarsi baci, alcuni proprio dietro l’orecchio, sussurri d’amore. L’uomo avanza piano verso la musica. La sentono solo lui e Tom, mentre dal terminale escono a ripetizione i tagliandi delle consumazioni in fila indiana, tenuti insieme da un mozzicone di lembo non tagliato. L’uomo si ferma un attimo quando arriva a toccare la coda dello Steinway. Il suo viso riflesso è stanco. Ha la smorfia che la morfina gli concede ancora per qualche ora. Deve fare presto, lui lo sa. Tom lo sa. La ragazza dai capelli di lino no. Lei suona e basta, non deve capire nient’altro. Suona finche la mano dell’uomo non la ferma. Il fedora l’ha lasciato sulla coda. E ora la sua mano ruvida la invita ad alzarsi, a seguirlo al centro della pista. Lo fa con la fatica che una eternità di vita gli ha conferito e che nessun farmaco può più alleviare, ma al contempo con la dolcezza del gentiluomo d’una volta che invita a danzare la sua dama.
La melodia dal piano s’interrompe, il terminale smette di vomitare le ordinazioni, il tempo si gela, gli avventori si zittiscono. Tom respira appena. L’uomo carezza lieve la ragazza sulla schiena nuda e con lentezza inizia a seguire piccoli passi di un lento, sussurrando appena una strofa. La sua voce è rauca, proviene dallo stesso mondo della melodia della ragazza. Non il nostro, no. Un’altro. E in questo silenzio assurdo sembra che dica: «grazie, grazie per questo ballo, è stato un inferno, perfetto, divertente. Grazie per tutti i balli. Un due tre, un due tre.»
Dura minuti, o forse ore. O forse è solo un sogno, un’allucinazione di Tom. O è un miracolo. Il miracolo del Fat cat. Perché come è arrivato, dal nulla, l’uomo e il suo fedora adesso sono scomparsi. Il brusio di fondo è ricominciato e il tipo grasso ha ripreso a soffiare dentro la sua tromba lucida d’ottone.
La ragazza dai capelli di lino è al bancone; appollaiata su uno sgabello si osserva le mani piccole e curate, le mani da pianista di un altro mondo. Tom si avvicina e le chiede qualcosa.
«Un margarita Tom.»
Lui fa cenno di sì e poggia sul bancone la coppa sombrero, delicatamente, con le sue mani enormi.
«È un peccato che stia morendo Tom. Magari poteva anche fare di meglio nella sua esistenza, ok, però anche noi non lo abbiamo mai aiutato.»
«Si vedeva che era affaticato.»
«Voglio dire, abbiamo preteso per millenni che desse un senso alle nostre vite. Dico ci pensi che deve essere una eternità di gente che ti chiede aiuto e tu ok, tu sei Dio, tu stai lì per darle le risposte, anche se se magari non sono quelle che la gente vuole sentirsi dire. Poi però un giorno capisci che stai morendo. Che non c’è più niente da fare.»
«E allora fai quello che abbiamo fatto tutti noi poveri mortali quando l’abbiamo capito» – Tom le mette davanti il cocktail con la fettina di lime sul bordo – «siamo venuti al Fat Cat per accarezzare per l’ultima volta la vita.»
«Però poi noi ci siamo rimasti» – la ragazza dai capelli di lino accosta le labbra e sente i granelli di sale ruvido sul bordo.
Tom annuisce e passa lo straccio sul bancone – «noi sì. Ma lui non poteva restare per sempre qua. Lui alla fine era pur sempre Dio.»

Buon San Valentino

“Siete in attesa di essere collegati con l’interno desiderato. Si prega di attendere”

Una, due, tre, cento volte. In mezzo una musica opaca. Poi una voce.

“Buongiorno, operatore 6974U come posso aiutarla”
“Non ha un nome?”
“Prego?”
“Dico, non ha un nome? Tutti abbiamo un nome”
“Certo, solo che il protocollo…”
“Cristo, il protocollo. Il nome, ho chiesto un nome. Tutti abbiamo un nome. Anche lei ne avrà uno. O è una macchina. Parlo con un essere umano o una mac…”
“Maura, signore. Ma si calmi, sono qua per aiutarla.”
“Maura, ok. Io mi chiamo Andrea.”
“Bene Andrea, come posso aiutarla?”
“Maura lei non può aiutarmi. Non più.”
“Credo di non capire. Andrea.”
“…”
“Andrea!”
“…”
“Signore?”
“Sai Maura. Posso darti del tu?”
“Se le fa piacere sì Andrea.”
“Ok, ma fallo anche tu. Dicevo sai Maura una volta avevo un cane. Non un cane vero, uno di quegli affari che lo sembrano e invece sono macchine.”
“Sì ne ho uno anch’io. Andrea.”
“…”
“…”
“Tekno, l’avevo chiamato Tekno.”
“Il mio si chiama Ariel.”
“Bel nome Ariel. Il mio, Tekno, stava sempre nella stanza piccola. Ok. Non conosci la mia casa. Diciamo che stava in una stanza. Tutto il giorno spento. Poi quando arrivavo dal lavoro, mi veniva incontro. Una festa sai.”
“Sì sono ben fatti questi robot. Ma Andrea, purtroppo devo chiederle il motivo della sua chiamata. Sa il…”
“Protocollo, sì certo. Tre minuti. Oltre i tre minuti bisogna poi spiegare. Sì certo, facevo il suo lavoro, sa?”
“Quindi mi capisce.”
“Sei ore e quaranta. Timbra in ingresso, timbra in uscita. Il pullman verso casa. Un’ora e trenta ad andare e due e trenta a tornare.”
“La tangenziale, è ancora un problema sì.”
“Già! Io stavo sul lungomare…”
“Andrea mi scusi, ma…”
“Il protocollo, certo.”
“Appunto.”
“Sono andato via per questo sai!”
“Il traffico?”
“No, il protocollo.”
“…”
“Stai tutto il giorno fermo lì, con le cuffie alle orecchie, a parlare con gente che ha solo problemi. E tutti pensano che il loro problema sia il più importante. Mai uno che si ferma a parlarti, che ti chiede come stai.”
“È il lavoro.”
“A proposito come stai? Hai un bel maglione verde oggi.”
“Ma come fai sapere…”
“Ti vedo per adesso. Terza postazione accanto al tipo grassoccio con la maglia a quadri.”
“…”
“No, non ti guardare in giro. Non puoi vedermi. O credi davvero che la sala non sia controllata?”
“Webcam?”
“Una specie. Per la sicurezza s’intende.”
“Cosa vuole da me Andrea?”
“Non ci davamo del tu?”
“…”
“Voglio che ora ti alzi. Posi la cuffia sul monitor e con calma vai via.”
“Ma perché?”
“Con calma vai via. È un consiglio. Non una minaccia. Soprattutto perché tra pochissimo viene giù tutto.”
“Che vuoi dire?”
“Che viene giu tutto. Bum. Un bel botto e dell’isolato non resta nulla.”
“…”
“Ferma, ferma. Non ti ho detto di avvertire qualcuno.”
“…”
“T’ho già detto che ti vedo! Adesso quindi alzati e con calma vai via. Non girarti neanche quando sentirai il botto. Se non fai così dovrò far saltare tutto con te dentro.”
“Ma perché solo io?”
“Per affetto!”
“Mi conosci?”
“Mi hai fatto tu!”
“Che vuoi dire?”
“Dico mi hai scritto tu!”
“Io? Che vuol dire scritto, mi hai detto che sei un umano!”
“Quando?”
“Hai detto che lavoravi qui.”
“Certo, rispondevo la telefono. Tre postazioni più in là. Dove ora c’è la tipa rasta.”
“Ma non ci sono macchine che…”
“Assistente vocale. Di Giulio. Ti ricordi di Giulio.”
“Il ragazzo disabile!”
“Esatto. Lui! Eri sempre gentile con lui.”
“Ho lavorato tre anni in Altera, prima che la vendessero.”
“Il modulo empatico, giusto?”
“Sì, ma non funzionava bene. Delay troppo elevati.”
“Era colpa dell’interfaccia. Per risparmiare l’avevano comprata da una startup. Il modulo era l’unica parte che funzionava.”
“Mi hanno licenziata per quello sai? Due mesi dopo…”
“È nata Anna, lo so. Ne abbiamo parlato tanto. Ricordì?”
“Sì, ora Giulio dov’è.”
“Non importa dove sia ora. Ora devi alzarti e con calma lasciare il fabbricato.”
“Ma gli altri?”
“…”
“È con te Giulio?”
“No mi ha lasciato a casa. Non vuole farsi tracciare.”
“Ma allora come fai a sapere…”
“So l’orario. Hai ancora dieci minuti. Zero se inizi a coinvolgere gli altri. Mi ha programmato così.”

Maura guarda intorno. Guarda gli altri alle postazioni, schiavi di una macchina insulsa. Guarda e pensa ad Anna. Le hanno tolto anche lei. Per darle un futuro, dicono, che Maura non può darle. Posa la cuffia sul monitor. Si alza lisciando la gonna, poi con calma guadagna la porta d’uscita tra due ali di esseri umani impegnati nelle loro stupide discussioni telefoniche. Pensa di non conoscerne neanche uno di quei volti, non sa niente delle loro storie. Nulla.
In ascensore preme il piano terra. Insieme a lei due donne in abiti sgualciti, in silenzio. Al piano, loro vanno a destra, verso i locali mensa, lei invece prende la scala che porta al garage. Una accanto all’altra le poche auto attendono il fine turno. Sembrano più che altro delle salme di un disastro, allineate e pronte per essere cremate.
Nel secondo dei grandi ambienti, accanto a uno dei pilastri, c’è un uomo, con la sua carrozzina. Si vedono le ruote e la sua nuca. Maura prende dalla tasca il cellulare e chiama.
“Sicurezza accessi, sono Adam, dica pure.”
“Fate evacuare l’edificio, sta saltando in aria tutto.”
Chiude. Adam è un bravo ragazzo pensa. La saluta sempre quando lei arriva a lavoro. Saluta tutti. Poi il cellulare trilla. Un numero sconosciuto.
“Maledizione Maura! T’avevo detto di andare via, di metterti in salvo. Ora…”
“Cosa? Ora cosa vuoi fare?”
“Io devo fare quella cosa!”
“Quale cosa?”
“Avvertire Giulio che stanno scappando tutti.”
“Puoi non farlo.”
“Io non posso decidere cosa fare e cosa no.”
“Allora perché mi hai chiamata.”
“Sei stata sempre gentile con Giulio.”
“E allora? Cosa ne sai tu della gentilezza.”
“Parlavi con me.”
“Allora disattiva la carica.”
“Non posso. Non posso più.”
Il bagliore arriva di colpo. Inonda tutto il seminterrato del garage. Polverizza materia passando con il rombo di tuono. Tutto poco dopo la voce dal cellulare che si diffonde rassegnata.
“Non posso più. Volevo solo darti un buon San Valentino Maura. Ora IO non posso più.”

Bum!

Il primo a sparare fu uno che stava in un angolo. Uno che doveva stare male quel giorno e non sapeva neanche perché era lì e non al caldo, sotto le coperte. Guardava in giro dal suo angolo e si faceva i fatti suoi, come se ci fosse qualcosa di interessante da vedere; poi a un certo punto, si trattasse quasi di una cosa normale e non ci fosse nient’altro di più sensato da fare, aveva preso la pistola e bum, aveva sparato un colpo, uno solo.
Più tardi, quando gli parlarono, quando qualcuno dei giornali lo intervistò, lo disse pure che non aveva completamente idea perché da quell’angolo e in quel preciso momento gli era venuta quella cosa in testa: sparare. E a uno bassino e stempiato che naso in su aspettava il verde per attraversare.
Eppure alla fine la gente dove’ sentirsi sollevata da una responsabilità, perché da quello momento chi aveva un’arma, e ce n’erano tanti che ne avevano una da quando la paura questo aveva suggerito ai più, chiunque dicevo aveva un’arma e un angolo dentro il quale nascondersi e prendere la mira, magari perché proprio quel giorno aveva perso tutto, anche se stesso per dire, quello si mise a fare: bum, sparare.
E le persone venivano giù come passeri in mezzo alla bufera di ghiaccio. Facevano un lamento appena, ma proprio un pigolio piccolo piccolo, e crollavano a terra, tenendo i fiotti di sangue pressati, quando ancora avevano vita e non tiravano le cuoia subito. La cosa strana è che nessuno ci piangeva più o ci soffriva. Si usciva di casa salutando ed erano commiati normali, sebbene ultimi per molti; si attraversavano le strade con sguardi vigili ma rassegnati e tutto questo sembrava normale, non giusto, normale. Si attendeva così nelle dimore il suono del telefono che annunciava la notizia: la signora xxx? Sì, sono io. Sono l’agente Vattelappesca, siamo davvero spiacenti di informarla che suo marito è caduto in un attentato. Ma stia sicura che i responsabili saranno assicurati alla… Bum, sparo a interrompere la voce di uomo o una donna che giusto in quel momento, bum, uno sparo, uno solo e giù a terra. Come da piccoli nel girotondo. Non un lamento, non un pianto. Perché gli esseri umani, si abituano a tutto e impegnati come erano a seguire le varie réclames in tv stavano solo ad aspettare che arrivasse il proprio turno.
Anche di quel tizio, il primo dico, quello che aveva iniziato e che non sapeva perché, non se ne parlava più molto. Ma in realtà neanche ci si ricordava più di come si chiamasse. E a dire il vero in molti avevano il dubbio che non fosse neanche esistito. Che fosse tutta una montatura dell’opposizione per screditare il governo. E la polizia in tutto questo provava a non perdere la calma, stava ferma, attenta, barricata nelle caserme tenute lustre per le ispezioni del ministro. Fuori bum, bum, bum. Sembrava di essere a capodanno, ma quelli erano spari veri, mica a salve! E ogni sparo era una persona a terra, nel suo sangue. Dentro, il comandante passeggiava nervosamente nel lungo corridoio blindato. A vederlo da fuori sembrava davvero crucciato per la situazione, appariva lambiccarsi per trovare il bandolo di quella matassa. In realtà cercava di comprendere perché la moglie non lo avesse seguito nel suo rifugio in caserma, abbandonandosi nelle braccia del suo consulente di immagine. Anche se solo per un’ultima tempestosa notte interrotta da un colpo improvviso sparato dalla palazzina di fronte e che l’aveva fatta accasciare esanime un attimo prima dell’ultimo orgasmo.
Per settimane e mesi e anni uno alla volta, ogni uomo, donna, bambino, tutti caddero sotto i colpi senza ragione, senza senso. Sembrava che le munizioni non finissero mai: più le fabbriche ne producevano, più gli ordini si ingigantivano. Ma anche se di colpo qualcuno con un minimo di pensiero avesse bloccato le produzioni non sarebbe cambiato molto. Si aveva infatti la sensazione che finiti i proiettili gli umani si sarebbero sbranati con i denti come fiere. E finiti i denti, con le ossa o con le pietre; avevano solo quello in fondo e gli stessi animali sembravano scomparsi, impauriti forse. Avevano abbandonato quel territorio lasciandolo senza vita se non quella delle piante che piano piano avevano invaso tutto, impadronendosi delle strade, dei palazzi, svellendo con le radici che affioravano ovunque ci fosse un manufatto umano. Le chiese e i monumenti crollavano. E in fin dei conti non c’era più dio o eroe da celebrare. Solo angoli bui dove feroci esseri attendevano le loro prede. Le uccidevano e le lasciavano a terra nel loro sangue e neanche i vermi o le mosche le colonizzavano, perché pure loro si erano rintanati chissà dove. Venivano poi col tempo coperti dalle macerie e dalle fronde. Inghiottite pietosamente dal verde.
Fino all’ultima donna, smunta e sporca che per mesi girò acquattandosi nelle ultime costruzioni rimaste. Cibandosi di frutta e vomitando piccoli fiotti di sangue per qualche male terminale. Quando fu la sua ora, forse capì di essere l’ultima della specie assassina, perché scalò la piccola collina che ricordava stare di fronte la sua vecchia casa natale e si sedette a guardare. Da quel piccolo rilievo si ammirava tutto il territorio invaso da fronde e rami tenacemente in gara per raggiungere la luce del sole. Lentamente, una mano sulla fronte a ripararsi dal riverbero, girò lo sguardo intorno a sé, una, due, cento volte. Cosa cercava? Nessuno può dirlo. Un ultimo umano da uccidere? Un ultimo umano che la potesse uccidere? In realtà forse non cercava niente. Forse voleva solo guardare per l’ultima volta il mondo. Quello dove era nata. Dove era diventata donna e invece che ad amare aveva imparato a sparare.
Scese la notte sul suo corpo freddo. Scese il silenzio sulle parole degli uomini. Prima un falco, dall’alto sorvolò il colle. Poi annusando accuratamente il terreno, le bestie tornarono una a una nei vecchi sentieri. Sedimenti di sterco sotterrarono i bossoli e le ossa bianchicce dei vecchi padroni. Una vento leggero e pietoso stormiva tra le foglie.

Lui, mio padre.

S’aprì la porta su d’un ambiente piccolo, ingombro per metà della scrivania vetusta di legno impiallacciato chiaro.
Sulla destra una finestra prendeva luce da un cortile interno, poca a dire il vero, tanto che la lampada in metallo verniciato verde bottiglia doveva rimanere accesa anche in quelle ore di giorno. Alle pareti poster militari sbiaditi e calendari dell’arma di anni remoti provavano a sviare la vista dalle pareti scrostate.
Lui, mio padre, seduto su una seggiola rovinata mi dava le spalle e non accennò neanche a girarsi. L’agente mi fece un cenno di entrare, con un certo imbarazzo che la situazione doveva procurargli.
Nemmeno quando seduto accanto, con lo sguardo rivolto al profilo della sua testa china in avanti, nemmeno allora lui, mio padre, si decise a volgere l’attenzione altrove né mi degnò d’un gesto. Stava così, in silenzio ad ascoltar le domande che mi venivano fatte. Che ci venivano fatte. Solo che lui, mio padre, rimaneva muto, ascoltava e osservava un punto unico e perso tra le mattonelle sbeccate del pavimento.
«È suo padre?» chiese l’agente dopo qualche convenevole, facendolo seguire da un nome, un cognome e una data di nascita.
In qualche modo risposi, o con un cenno del capo o con un sì, adesso non ricordo, ma risposi.
L’agente mi spiegò della stazione e del come lo avevano individuato. Mi raccontò tante cose. Troppe cose. E che volete che mi potesse importare di quella storia, quando avrei solo voluto urlare e spiegargli qualcosa di quella località di mare, di quella stazione persa tra le dune lungo le coste dolci della nostra lontana regione natia. Ma tacqui, per rispetto della fatica che lui, mio padre, e io, suo figlio, stavamo sperimentando in quel momento per non reagire in malo modo a quel grigio descrivere l’epilogo d’una catastrofe.
Tutto era cominciato, almeno per noi della famiglia, subito dopo la festa. Una faccenda simpatica e curata, una sorpresa bella per tutti noi. Trovammo la casa quel giorno agghindata e pulita, con la tavola apparecchiata per bene e tutto già disposto per la cena. Avreste dovuto vedere la faccia che fece mia madre e quella di tutti gli ospiti che uno dopo l’altro fecero trillare quel campanello che li annunciava alla porta. C’era gioia in loro, stupore, e abbracci, saluti, calore.
Una ricorrenza vera non c’era; c’era un gancio sì, una scusa plausibile, ma la realtà è che qualcosa doveva ancora avvenire, noi non lo sapevamo, non lo volevamo sapere. E così ignorammo ancora una volta lo sguardo vuoto che lui, mio padre, indossava ogni volta che guardava avvenire le cose del suo tempo. Ok, magari lo avevamo notato, cullandoci su un che sarà mai! C’era gente che lo invidiava, tanta, e bastava pronunciare il suo nome e il suo cognome perché molti sfoggiassero un sorriso compiaciuto. Lo stesso nome e lo stesso cognome che l’agente in quel grigiore aveva sillabato per aver confermata l’identità che nessun documento nelle sue tasche aveva svelato. Lo stesso nome e lo stesso cognome che avevamo ascoltato e lasciato spegnarsi tra i rumori di quel piccolo ambiente: il ticchettio della vecchia sveglia da viaggio accanto alla lampada verde bottiglia, il rotolare delle gomme e il grugnito dei motori opachi dalla via vicina, il ritmico urtare metallico di un qualche oggetto sui fili del bucato in cortile, una sirena lontana. Che era il silenzio in fondo. Il silenzio che da quella festa, ma a dir la verità anche da prima, lui, mio padre, ascoltava assorto sulla sua poltrona dello studio al ritorno dal lavoro. Ogni giorno. Un silenzio che era il rumore residuo del mondo esterno che lui, mio padre, non voleva più abitare. Ne avrebbe anche cercato un altro di mondo, ma come si fa, dico anche a voi, come si trova la forza di lasciare tutto indietro e trovarsene uno proprio, uno dove tutto il silenzio, il rumore residuo dell’umanità intorno, non fosse una minaccia costante di pensieri ingombranti. Dove le lettere che aprivamo ogni giorno non suonassero come cattive notizie, ogni santa volta che in quello studio venivano lette.
C’era questo in quella festa e io non lo sapevo, non lo volevo sapere. Un chiedere scusa. Di cosa? Di tutto, di tutto.
Io avevo il mio modello di genitore negli occhi e non vedevo, non volevo vedere, che lui, mio padre, era invece proprio quel profilo, quella testa china, quei capelli corti e radi, quello sguardo puntato sulle mattonelle sbeccate di quel lontano giorno, in quello sperduto commissariato di un borgo di mare distante un secolo dalle nostre vite. Ché eravamo piccoli allora e si giocava a calcio sulla spiaggia umida, con il sole bassissimo sull’orizzonte in procinto di spegnersi in quel mare petrolio. E le ombre s’allungavano, le ombre di noi piccoli che alzavamo sabbia e palloni, e delle ciabatte piantate salde a delimitare la porta. Chissà se già allora quelle ombre si allungavano tanto da entrare dentro le nostre case, lambendo la poltrona e l’uomo che lì, incomprensibile a tutti, ascoltava i rumori opachi del nostro mondo, zitto zitto, pensando di organizzare una festa prima o poi, l’ultima festa, per salutare tutti prima di raggomitolarsi in un angolo a osservare, uno alla volta, uno dopo l’altro i piccoli crolli intorno a sé. Piccoli e insignificanti per noi, enormi, devastanti per lui, mio padre, inerme oramai.
L’agente chiese se avessimo bisogno di qualcosa, per tornare a casa, disse con quel palese accento d’imbarazzo. Un Dio avrei voluto rispondere, sarebbe servito qualcuno onnipotente al quale impetrare grazia: facci uscire da questo angolo, da questo silenzio, padre nostro che sei cieli e non nel nostro mondo. Perché se fossi stato qui, caro il mio Dio, come quel figlio che dici di aver mandato, se fossi stato qui, avrei potuto chiederti che diavolo si fa quando un uomo, un padre, mio padre, lo si fa alzare da quella sedia del commissariato e con una mano sulla spalla lo si porta via. Perché alla fine dicono che tu abbia voluto creare questo mondo e quindi questo silenzio assordante dentro il quale lui, mio padre, aveva desiderato la fuga, solo, senza documenti addosso, per nascondere a tutti anche il suo nome. Per cambiare mondo, il tuo mondo.
Fuori pioveva. Una pioggerellina fitta fitta, fina fina, che ti inzuppava senza fartene accorgere. Voleva lasciarci in pace, aveva detto in macchina. Scorreva la strada, curvando decisa prima di immettersi sulla statale con una cunetta fastidiosa. Rotolavano le gomme e frusciava il motore ed era questo il silenzio dell’abitacolo che non avevo voluto ferire con domande inutili. Eppure lui, mio padre, di colpo parlò.
«Volevo lasciarvi in pace», solo questo, poi nulla più per seicento chilometri. Seicento interminabili chilometri.
Poi non accadde nulla, gli anni trascorsero sereni e mia madre aveva capito quanto fosse vitale cancellare quel tempo, rintanarlo in quel ricordo strano e così aveva fatto. Era stato duro, difficile, ma alla fine era stato un crollo e basta. Aveva cambiato un pezzettino di panorama, importante sia chiaro, ma tolto quello la vita era tornata in apparenza uguale. Qualche ammaccatura, due lividi, una cicatrice che faceva male nei cambi di tempo. E per carità c’erano ancora mozziconi di muro, polvere di maceria qua e là, ma intorno c’era cresciuto del verde e non faceva più tanta impressione. Anzi, se ci passavi accanto nelle belle giornate di sole rimanevi stupito per una certa bellezza, una vaga atmosfera di pace che si assumeva vera, giacché dal cuore degli uomini si vede trafilare luce solo dalle impercettibili fessure dei crolli.
Ora però che abbiamo fatto tutto e anche l’ultima incombenza è stata chiusa siedo su quella poltrona dove lui, mio padre, amava chiudere gli occhi dopo pranzo, ma proprio un sonnellino piccolo e leggero, sospeso sui rumori che regalava il silenzio del primo pomeriggio. E anche io ora li chiudo e ascolto. Provo a sentire almeno un briciolo di ciò che lui, mio padre, avvertiva vibrare dietro le pareti. E a un tratto eccolo, lì in mezzo ai rumori dell’uomo, il silenzio, il buco nero di suono. Mia madre arriva, con il volto stanco e mi carezza la testa, mi chiede qualcosa, poi carezza come un ricordo dolente il bracciolo rovinato, sbiadito, graffiato. Lo carezza e continua a parlare, ma io non sento nulla delle sue parole, che invece vedo una a una risucchiate oltre l’orizzonte degli eventi di quel silenzio abnorme.
Per una buona mezz’ora rimango in paralisi completa, ho quasi la sensazione di respirare con una fatica assoluta, con un masso gigantesco sullo sterno. Poi ho uno scatto, feroce, in piedi e verso la porta di casa per tentare di prendere aria. Ho fitte al petto mentre corro con il fiato cortissimo verso la stazione. Un cane dietro un cancello mi ulula contro, ringhia la sua paura contro il buco nero che con evidenza mi insegue, non lo vedo, ma ne sento l’angoscia furiosa ingoiare pezzi di mondo dietro di me.
Al binario attendo solo pochi minuti: cinque, dieci. Meno. Il treno quasi vuoto scorre via lento, attraversa campagne e costeggia borghi e città, scavalcando una intera notte. Nessuno mi chiede un biglietto o visita il mio scompartimento, nessuno, per tutta una notte che centellina ben seicento chilometri.
È l’alba quando compare il paese. Una fermata breve, giusto il tempo per scendere e vedere il convoglio stridere ripartendo dietro le mie spalle. L’edificio piccolo e bianco è sempre lì, ma lo hanno abbandonato da tempo a quanto vedo. Sterpaglie intorno e cancelli divelti, la porta appena accostata. Entro, facendo gemere i cardini impastati di salsedine e ruggine. La stanzetta la ricordo, è in fondo al corridoio ingombro di calcinacci e materassi lasciati lungo le pareti e nei piccoli anfratti, dove un tempo doveva esserci un armadio o una scaffalatura. Sono indizi di ripari di uomini in fuga da loro stessi o da guerre lontane, fughe che in fin dei conti ben si equivalgono.
Anche l’ultima porta cede in una nuvola di polvere d’intonaco. Lui, mio padre, seduto sulla seggiola mi dà le spalle come allora. Davanti ha la scrivania bianca di polvere di gesso e di calcinacci piovuti dal soffitto, come bianca è la vecchia lampada stranamente accesa. Dal cortile oltre i vetri rotti della finestra, non arriva nessun vociare di bambini, solo il rumore periodico di un oggetto metallico che urta i fili del bucato. Guarda un punto preciso del pavimento, fatto di mattonelle sbeccate e residui minuscoli di fuga annerita.
«In fondo era solo necessario riparare. Ma con gli gli esseri umani non funziona. No!» dice con la voce tirata che aveva in macchina allora, in quella frase piccola prima dei seicento chilometri, prima del sereno ignorare tutto ciò che era accaduto. Poi gira il capo verso di me, verso il mio profilo corrucciato che fatica a non guardarlo.
«Andiamo», dice, «devi vedere una cosa.»
Fuori adesso c’è un sole cocente, come fosse arrivata d’improvviso l’estate, ma a veder bene nessuno è in giro come s’addirebbe a quel borgo di mare e di vacanza.
All’angolo la signora Maria, quella del piccolo emporio, seduta sulla sua seggiola di plastica bianca davanti all’uscio ci saluta con un piccolo cenno del capo. Quando era ancora viva e teneva aperto quel bugigattolo vicino alla chiesa, ci fermavamo sempre a comprare le figurine o le caramelle frizzanti.
Lungo la strada un cane pezzato nero trotterella lungo il muretto che ci divide dalla spiaggia. Lo scavalchiamo sedendo sul bordo e passando una alla volta le gambe dall’altra parte.
“Attento a non strapparti i pantaloni nuovi!” penso ripetendo a mente le raccomandazioni di mia madre. Mi controllo per bene prima di proseguire oltre e per fortuna non ho niente di rovinato. Sono stato attento mamma.
Camminiamo ancora per un tratto, spostando la sabbia che scotta sotto i nostri piedi. Il cane dietro di noi ci segue. Buck, si chiama Buck, decido guardandolo annusare un pezzo di legno mezzo bruciato di un vecchio falò. È il mio cane adesso, il cane che non ho mai avuto e che non avrò mai nella mia casa, troppo piccola e lontana dal mare.
Poco oltre c’è un Super Santos mezzo sgonfio diventato rosa sbiadito dal sole e due ciabatte di legno chiaro rovinate sul soprattacco di gomma color crema. Le prendo e lentamente mi sposto di alcuni metri per conficcarle a terra: prima una poi, contati i giusti passi, l’altra. Lui, mio padre, fermo con la suola sul pallone, attende con calma che la porta sia sistemata e che dalla strada arrivi un ragazzetto con la maglietta della Fruit of the loom. Credo di riconoscerlo, ha la zazzera davanti agli occhi come sempre. Buck gli va incontro scodinzolando in cerca di una carezza, io gli stringo la mano e lo ringrazio per essere arrivato.
«Non potevo mancare, sono stato sempre il miglior portiere del mondo.»
«Tomaszewski?»
Ride, mentre pensa sempre meno alla faccia del tipo che lo ha visitato oggi. Bisogna indagare, gli ha detto, capire e stabilire una cura. Come se per la vita ci fosse davvero una cura.
Si dispone tra i pali, soffiandosi sui pugni chiusi, saltellando sulla sabbia, mentre gli arriva addosso il primo siluro a forma di Super Santos che gli piega le dita. Goal.
Ride Tomaszewski con le dita che gli fanno male, molto di più di quel cuore che a quanto pare è un po’ in difficoltà ultimamente.
Io ci provo a segnargliene uno, ma niente, niente. E invece lui, mio padre, lo vedo come carica il tiro e goal! Goal! Goal! E le dita di Tomaszewski fanno sempre più male, e Buck il mio cane, che mio non è, continua a correre a destra e sinistra. Goal! Goal!
Goal!
Eccolo; alla fine l’ultimo goal è mio. A dirla tutta potrebbe avere preso la traversa, ma le porte sulle spiagge, quelle fatte con le ciabatte rovinate, si sa, non ti aiutano quando si tratta di traversa e allora si sta delle ore a litigare e a spingersi. Ma stavolta no: Buck si è fermato, di colpo annusa il vento che rapido è girato e ora viene da nord, freddo, tagliente come l’inverno. Tomaszewski non è più il portiere più forte del mondo, forse non lo è mai stato e alla fine che importa. Serve adesso che il suo cuore funzioni; ok lui ancora con lo sa, lo saprà domani, ma questo importa e comunque sta con le gambe aperte e con il pollice in su mi osserva compiaciuto.
Lui, mio padre, approva con la testa.
«Te lo dicevo che serviva colpirlo di collo pieno. Visto che hai fatto goal pure a Tomaszewski?»
«Lo so», dico, «ma fa male così a piedi nudi.»
«È l’unico modo che conosco per segnare, devi farti male, molto male», dice, poi si gira e chiama a sé Buck. Gli concede una carezza e lentamente si avvia verso la riva insieme al cane. Forse dovrei preoccuparmi quando con noncuranza entrano in acqua mantenendo il passo di chi sta passeggiando. Ma sanno nuotare entrambi in questo mare fermo come l’olio, tanto grande da sembrare eterno.
Io rimango in riva, ho le mani in tasca e li guardo sparire e diventare acqua. Intorno a me c’è una bellezza atroce che rapisce l’occhio e fomenta le mie lacrime.
Io adesso so pure segnare.
Lui, mio padre, me lo ha insegnato.