Purgatorio

«Tutto bene signor Martèn?»
Lui scuote sempre la testa, con il fare tipico di chi con difficoltà vuol definire un qualche concetto. Né una parola, né un suono. Solo fatica.
Ogni giorno così, da trent’anni, in questo buco di porto: tanfo di piscio e di alghe marce, poche facce, sempre le stesse. Una è la mia, sono il custode Fernand, quello che su una vecchia bici sgangherata, in piedi sui pedali, va in giro a sorvegliare dio sa che cosa, ché qui nulla accade, da sempre. Ogni tanto una nave ormeggia, specie quando il mare fuori è in tempesta. Sta il tempo necessario a riparare e poi riprende subito la sua rotta, perché qui davvero non c’è nulla da fare o da vedere. Nulla. Non ci stanno neanche abbastanza puttane per sgranchirsi i pensieri o ubriachi per farci a botte.
Il signor Martén lo trovo sempre sul molo, seduto sulla prima bitta incrostata di ruggine e nonostante tutto ogni volta mi fermo sempre un attimo con lui.
«Tutto bene signor Martén?», chiedo più per assicurarmi che sia vivo che per ricevere una risposta, che tanto non è mai arrivata.
Cosa ci viene a fare ogni santo giorno giusto in questo punto lo sa solo lui e il diavolo, ché questo se non è l’inferno deve somigliarci proprio a una punizione divina. O almeno che ne so a un purgatorio, dove si sconta qualche malefatta in attesa di andare altrove. Dove? Che volete che ne sappia io, altrove. Forse lo sa la signora Clavert, una mezza pazza che passa il tempo a dare da mangiare ai gabbiani due bitte più in là. Una di quelle beghine da sacristia che magari di questi maneggi sa qualcosa, ma che dice solo mezze frasi che nessuno capisce.
Chiedi, «tutto bene signora Clavert?»
E lei, «sì, oggi io però…». Oppure «sì, ieri c’era lungo…» o «mah! Questo tempo… Questo colpo…» Robe così, tronche, mentre guarda i gabbiani che uno a uno si tuffano per ingollare acqua lurida e pezzi di pane ammollato. Ne porta con sé tanto, un pane nero che sembra impastato con il catrame. Deve essere il pane del diavolo, fatto con il fango degli inferi. Lo stiva dentro buste di carta sudicie, che a fine giornata ripiega con cura e porta via. Ogni giorno.
Ho visto poi che al mattino, quando arriva con le mani impegnate con il pane del diavolo, passa sempre un attimo dalla bitta di Martén e dice sempre qualcosa, mezze frasi come il suo solito immagino. E lui in qualche modo risponde, conversa a quanto appare dalla finestra del mio casotto, articola le labbra.
Devo dire che un paio di volte ho provato pure a passarci vicino facendo finta di niente, ma le parole, quelle che la Clavert sembra avvertire, sono vuote, solo movimenti della bocca senza suono, inutili. E lei, la Clavert, sorride e approva con la testa e risponde con le sue mezze frasi prive di senso. Roba che se non fossi sicuro di me crederei di essere io quello impazzito e loro in amabile conversazione.
Ieri la nave che è arrivata ha vomitato sul molo le solite facce sghembe di mare mosso e una donna che sembrava esserci capitata dentro per uno scherzo di pessimo gusto. Una bella donna, in un vestito nero elegante, capelli lunghi ambrati sistemati in una coda, scarpe dorate col tacco. La vedevi e pensavi, dio santo, che ci fa una donna così in questo lupanare. Sembra sbarcata da una nave da crociera invece che da quel mercantile fetido.
Ha subito chiesto con garbo un posto dove passare la notte. Lei! In questo mezzo inferno di noia e di tanfo un letto dove riposare? Ho detto che era caduta male, ma proprio male, perché io più che la branda sgangherata per il carpentiere non ho. Ed è lì proprio dietro la mia, non proprio una faccenda carina da offrire a una signora.
«Va bene la branda», ha detto, «sembri proprio una brava persona. Dormirò qualche ora e poi tornerò su. Mi fido.» Ha sorriso, mentre ondeggiando elegante sui tacchi entrava nel casotto.
Le donne! A dir il vero non sono mai a mio agio con loro, neanche quando le pago per farmi fare l’amore o qualcosa che ci somiglia. Figurarsi capire una che ti vuole dormire accanto e che non puoi neanche pagare. Già! Alle volte chiedo loro solo questo, stendermi vicino e sentirle respirare mentre dormono. Mi dicono tutti che sono un pazzo a pagare per questo, ma qui in questo purgatorio deve per forza esserci qualcuno che vuole dormire accanto a una puttana accanto e basta. A dirla tutta sarei anche entrato a stendermi a un certo punto, visto che ero stanco morto, ma vi dicevo che il disagio mi sovrasta quando non pago, così ho inventato altre mille cose da controllare e ricontrollare in giro, tra le bagnarole ormeggiate, finché non si è fatto buio e tutti, ma proprio tutti sono andati via.
Tutti tranne il signor Martén e la signora Clavert, s’intende. E quelli se ne stavano lì: prima bitta, terza bitta. In mezzo io: seconda bitta, ruggine, tanfo di piscio e di alghe marce, gabbiani in lotta per il pane del diavolo e una sera dolce e tiepida che sembrava dipinta dopo la tempesta della mattina.
Sto bene, ho pensato, e non credevo si potesse star bene in questo posto qui, in questo nulla in bilico sul mare. La nave che aveva trovato riparo stava ormeggiata di fronte sul molo grande. La luna iniziava a prendersi la scena nel cielo e montava come su una crema color del catrame del pane della signora Clavert.
Guardavo tutto quel mare ovunque e un ticchettio lieve dietro le mie spalle rivelava qualcuno che giungeva da un punto che il signor Martén e la signora Clavert osservavano sorridendo. Un punto che non avevo voglia di girarmi a controllare. Ho pensato, pazienza per il disturbatore, andrà via presto. E poi, chi diavolo può avere interesse a dar fastidio a quest’ora. Un ladro? E di che? Che a rivoltarmi non ci ricaverebbe un soldo bucato. Chiunque sia può tornarsene a casa sua, visto che di sicuro ne avrà una a differenza di me che ho un casotto semioccupato da un donna bellissima che dorme.
«Io la notte la passo qui», ho detto ad alta voce a un tratto, ma solo per interrompere quel silenzio e anche con un certo stupore per il suo stesso suono.
«C’è posto anche per me?», ha chiesto il disturbatore. Era lei, la donna della nave.
«Non dormite?» e subito ho pensato che razza di domanda stupida era quella, visto che se ne stava proprio dietro in piedi, con grande evidenza sveglia.
Ha scosso la testa divertita, «non più.»
Le ho fatto un poco di spazio sulla bitta, tanto per farla poggiare. Sentivo il calore del suo corpo sul mio e il profumo intenso che aveva addosso lo percepivo netto, una fragranza speziata e persistente. Eccitante.
«È bello qui la sera.»
Bello? Questo buco maleodorante, bello? Ho pensato che davvero doveva essere ben strana. Doveva aver davvero visto ben poco del mondo. Meno di me che da quel buco non spno mai uscito. Meno anche del signor Martén che neanche parla più, se mai l’ha fatto.
Poi c’è stato qualcosa che è mutato. Un punto di vista, una luce, una sfumatura. Non so. Un suono, sì. Una rumore sordo, tipo clang! Come se da qualche parte un meccanismo sulla nave di fronte si fosse azionato e avesse cambiato di colpo lo scenario, come su un grande palcoscenico. Voglio dire a ben vedere era tutto uguale e spiccicato a prima del clang, ma tutto come dire, diverso.
E lei era di nuovo in piedi e mi chiedeva qualcosa di nebuloso, quasi usasse una lingua straniera: come scusa? Ballare? Cioè io, il custode Fernand, il guardiano di questa fogna maleodorante, ballare? Dio santo, ma ne stanno accadendo cose assurde tutte insieme. E la donna che scende dal mercantile, e la branda che le devo offrire per la notte, e la musica che d’un tratto arriva dalla nave! Musica? Da dove diavolo veniva quella musica? Dal mercantile arrugginito per davvero? O era una trovata di quella pazza della signora Clavert che sulla sua bitta continuava a ridere divertita. No, no. Era nell’aria tiepida della sera. Era l’aria tiepida della sera.
Ho chiesto, «che musica è?»
«Ha importanza? Cosa ti piacerebbe che fosse?»
«Un tango. I miei genitori venivano dall’Argentina. Non ho mai ascoltato un tango. E non sono mai stato in Argentina.»
«E tango sia!» ha detto ridendo e poi mi ha preso le mani e ha iniziato a girare intorno a me e io con lei. I miei piedi si muovevano, prendevano i suoi passi, la agganciavano, come se conoscessi quelle figure da sempre, disseppellite dal mio DNA sudamericano. E giravamo, lambendo il bordo estremo del molo, incuranti di sporgere ognuno un lembo di suola sempre più oltre, rischiando il bilico sull’acqua.
La signora Clavert rideva e diceva delle mezze frasi che scaldavano l’anima. Il signor Martén muoveva le labbra per dire «bene, bene» e io lo sentivo distintamente con una voce che non avevo udito mai. Per tutta la notte fino all’alba, fino a cadere stremati sul cemento ruvido del molo. Stremati e felici. Felici, già!
Quando è risalita sulla sua nave il sole era già alto e io ho avuto appena un attimo per salutarla.
«Posso chiederti il tuo nome?», ho detto.
«A…», un lungo silenzio, «a cosa serve sapere i veri nomi? Dammene uno tu se vuoi?»
È sfilata via la nave, verso la sua inevitabile rotta. La signora Clavert sorrideva. Il signor Martén annuiva. Io, il custode Fernad, pensavo a un bel nome di donna che iniziasse per A, pronto per andare altrove. Via da questo strano purgatorio.

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La macchina rossa

La vedevi spesso alla fine del turno. Lei varcava i tornelli, si fermava sul marciapiede in cerca dell’auto che per un periodo fu grigia opaca, poi sabbia, la penultima azzurra. Era il colore delle auto di seconda mano a scandire il fluire degli anni e lui alla guida l’aspettava fuori, alla fine del turno. Anni di chilometri lasciati alle spalle, tra casa e lavoro. E in estate lunghi nastri d’asfalto sotto le ruote gonfiate a due e tre; i panini sulle panche fuori dagli autogrill, il mare che appariva di colpo sull’orizzonte oltre le curve. Lo guardavano e la faccia che facevano era sempre la stessa, come se loro due il mare non l’avessero visto mai, sbalorditi come bambini a mano a mano che si avvicinava oltre il parabrezza impolverato.
Per qualche motivo li abbiamo visti sempre in due, loro da soli. Non so se ci fossero dei figli o se c’erano stati ma già troppo grandi da aver altro da fare. Lei attraversava con cautela e si sedeva accanto. Lui metteva in moto. Lei parlava, raccontava la sua giornata probabilmente. Lui ascoltava. Per qualche motivo mi commuove ripensare la scena. Sarà che gli uomini che ascoltano mi ricordano mio padre. Stanno concentrati sulla strada, con le loro facce serene, centellinano ogni movimento dei muscoli del volto, come se temessero di perdere le singole parole e confondere il senso del racconto. Io da piccolo pensavo che in fondo fosse un peso per loro ascoltare, una necessaria seccatura alla quale sottoporsi. Invece no, era fatica la loro, lavoro di nervi nel distillare il senso delle parole. Ho imparato tardi che chi ascolta tiene nota dell’inflessione, legge le emozioni sepolte nelle modulazioni della voce. Lei sedeva e raccontava, lui guidava e distillava per sé emozioni. Ed era bello vedere accadere tutto questo, rasserenava in qualche modo.
La faccenda della macchina rossa venne fuori in un giorno di pioggia. Era il modo di concedersi almeno un lusso prima del troppo tardi, prima del doversi rassegnare a non aver mai respirato il nuovo delle auto appena uscite dall’autosalone. Lì fradicia di acqua sembrava sfoggiare una livrea elegante per una recita familiare, ma nei giorni a venire, quando la tempesta si quietò, le nubi cupe rimasero intrappolate dentro la lamiera lucente in maniera impercettibile se volete, ma non per questo meno preoccupante. Come sempre lei arrivava al suo posto passeggero, finito il turno. E come sempre iniziava a raccontare. Tutto in apparenza uguale, ma se si aveva l’accortezza di distogliere lo sguardo dalle finiture in cromo, o si puntava lo sguardo sull’uomo alla guida si capiva, non si poteva non vedere. Lui non ascoltava più. Per carità in silenzio ci stava come prima; erano però i suoi impercettibili movimenti degli occhi a essere mutati. Lei raccontava. Lui scrutava ogni singolo pericolo, ascoltava ogni fruscio della meccanica, calcolava incessantemente consumi, numeri di giri del motore, saldi del conto, intervalli di tempo tra una scalata, una frenata brusca e la prossima rata.
Lei iniziò a chiedere un passaggio il mercoledì. Pare ci fosse un qualche impegno che dovette poi coinvolgere vari altri giorni della settimana o piuttosto i tagliandi e il bollo che iniziavano a pesare sul magro estratto conto, erodendo la frequenza dei pieni possibili. Alla fine si adeguò agli orari incerti dei mezzi pubblici, perché lui aveva deciso di dare una mano in più con un lavoro serale in un bar vicino e doveva recuperare il sonno sacrificato ai cambi d’olio. Diceva che lo rilassava la sera lavorare invece di starsene davanti alla tele e in più portava qualche soldo per l’estate. Solo che l’anno dopo le vacanze le passarono sulla sdraio del terrazzino. Meglio, le passò lei da sola sulla sdraio, perché si sa che con la bella stagione si lavora di più nei locali ed era arrivato il momento di cambiare le gomme.
Ogni sera lei tornava, cenavano velocemente, poi dalla sua sdraio lo vedeva percorrere la via di casa fino all’incrocio, a piedi, perché una passeggiata fa bene dopo cena. E poi l’auto era meglio lasciarla in cortile, al suo posto, in attesa di racimolare i soldi per riparare il paraurti anteriore, che penzolava legato con uno spago da quando l’avevano trovato divelto al posteggio per colpa di qualche disgraziato che non aveva lasciato tracce, impaurito forse dall’aumento dell’RCA. Che poi la strada non era tanta alla fine, ma c’era da attraversare la circonvallazione con le macchine che la notte avevano voglia di assecondare i guidatori eccitati da alcol e chimica.
Dalla sua sdraio lei tirava sempre più tardi per curiosare i condomini, elegantemente vestiti il sabato sera. Li vedeva tornare alle volte che era quasi l’alba e tante altre lui di ritorno dal bar la trovava assopita e con delicatezza la aiutava a stendersi con lui a letto. Sempre più spesso.
Quella volta era ferragosto, circa le undici del mattino. La notte era stata parecchio calda e dormire sulla sdraio molto piacevole, sebbene una progressiva inquietudine l’aveva svegliata di frequente per i rumori delle auto che transitavano sulla via. La luce del giorno l’aveva lasciata tranquilla per un po’, poi l’aveva destata delicatamente, minuto dopo minuto, quasi carezzandola di tepore. Lei aveva guardato intorno e nella stanza da letto. S’era poi lavata, con calma, aveva controllato ancora una volta fuori, poi aveva preso le chiavi dell’auto e una sbarra di metallo pesante che adoperava per chiudere il vasistas in alto.
Quella volta era ferragosto e la trovammo così, seduta sul cofano devastato. Tanto vetro e plastica ovunque a terra. La sbarra in un canto. In silenzio, zitta e senza più voglia di raccontare.

Sonno

Manuel Vertega ne aveva abbastanza davvero. Fosse stato per lui sarebbe volato via con un salto nel vuoto dalla rocca di San Sebastian, per mettere la parola fine a… Già, fine a cosa? Diciamo almeno alla domanda che la moglie Virginia gli rivolgeva ogni giorno, anche solo con gli occhi. E anche Simon il suo medico e padre Veron: Manuel, ma cosa hai dentro che ti opprime in ogni singolo secondo della tua esistenza? Cosa?
Bravi pensava lui, sebbene desse loro ragione facendo finta di averla capita quella questione. Bravi, pensava, come se il problema non fosse proprio il non saper rispondere.
Dicevano, guarda hai una bella famiglia.
Dicevano, guarda hai un bel gruzzoletto in banca.
Dicevano e poi guarda i tuoi figli, Jose Maria e Veronica, che perle e che bellezze rare.
Bravi pensava lui, perfettamente d’accordo e si rintanava sempre più in fondo a quel pozzo senza fine, con il sorriso finto, il volto tirato. Un inferno.
La prima a trovarlo fu Virginia, quando un po’ disturbata dal suo torpore posò il caffè sul comodino e provò a strattonarlo. Lui dormiva. Si percepiva il respiro nitidamente, ma nulla sembrava svegliarlo. Così, ormai preoccupata, aveva chiamato Jose Maria, il figlio maggiore, che ancora in pigiama aveva provato egli stesso a destarlo con schiaffetti prima timidi, poi sempre meno delicati da arrossare senza alcun risultato il volto contratto dell’uomo.
L’ambulanza era arrivata dopo dodici minuti esatti, squassando il silenzio del cortile e facendo affacciar tanti curiosi. Come! Manuel? Ma se stava così bene. E che pena quando lo hanno portato via. Sembrava proprio addormentato. Sì! Addormentato.
Ecco, Manuel Vertega s’era davvero assopito, meglio, faceva in modo che questo si dovesse credere. In verità la sera prima s’era trovato da solo a guardarsi le mani. Non so in quanti avete visto le mani di Manuel Vertega e le meraviglie che ha realizzato con quelle mani. Ogni uomo, donna, bambino di San Sebastian le ha viste e sa che erano fatte per costruire, per la bellezza solida senza tempo. Manuel la sera prima s’era visto quelle mani indubbiamente belle e forti, le aveva viste per come erano, senza più grazia, perché la forza non la fanno i muscoli, la fa la vita che hai dentro.
E Manuel la sera prima aveva visto quella vita a brandelli, incapace di muoverle più quelle mani. Aveva sperimentato quanto quei momenti pesassero e che a chiedersi perché, a farsi tutte le domande del mondo, quelle dei dottori che provano a capire per intenderci, anche a farlo, quella vita non ne voleva più sapere di generare un sorriso. Era pesante aprirle e chiuderle quelle mani, ma più difficile era raccontare tutta questa fatica a Virginia. Perché per spiegare qualsiasi cosa hai necessità di avere capito, di esserti rialzato da terra, trovato la pietra che ti ha fatto da inciampo, pulito il sangue e medicato l’ematoma. Manuel invece non comprendeva, niente da fare, steso a terra vedeva solo gente chinarsi e chiedere spiegazioni. Per carità non erano gli altri a fallire l’aiuto, erano le sue mani troppo stanche per reggere il peso di un corpo morto e provvedere a rialzarlo.
D’un tratto aveva pensato al padre. Se quello che diceva padre Veron era vero adesso lui poteva scrutare i suoi pensieri e, poverino, poteva osservare quella vita marcire da dentro. Lo guardava quindi dalla sua condizione eterea e di sicuro si disperava di quelle mani ormai inerti, incredulo e impotente nel mondo del figlio. Forse provava pure a fare qualcosa, ma invano: l’avesse capito in vita di sicuro l’avrebbe raggiunto quella sera, l’avrebbe accarezzato come quando da bambino Manuel tornava con le ginocchia massacrate. Avrebbe detto alzati, dammi la mano Manuel, fammi sentire dove ti fa male. T’ho visto dentro Manuel ed è una pena lo so, ma alzati, ti reggo io, almeno per un tratto. Ma i morti si sa, non sanno più parlare e carezzare. Sono morti e l’unica cosa che venne in mente a Manuel fu di salire sulla rocca. Era già iniziata la sera e Virginia non avrebbe fatto tardi. Aveva percorso quasi correndo il tratto, breve, che lo separava dalla spianata, giungendo sul dirupo e da lì aveva guardato per lungo tempo in lontananza il mare. Ma perché punirla si disse. Perché? Sapeva rispondere? No. Perché punirla se alla fine era lui a non avere la risposta? Il dolore Manuel lo sapeva di cosa era fatto e quanto fosse pesante quando trabocca, perché infliggerlo in questo modo così incomprensibile? E poi c’era il fatto dell’amore che da solo non basta ok, ma non lo puoi, non lo devi bruciare in un attimo. Non è giusto, perché è qualcosa che non si divide in parti, esiste solo quand’è intero e sacrificarne un pezzo è uguale a uccidere il tutto e le persone che lo accolgono dentro.
Tornato a casa, aveva cenato in silenzio, non che fosse una novità, e poi si era deciso per il sonno. In fondo, si era detto, la morte non è un sonno eterno? Almeno il perdurare del respiro avrebbe mitigato la perdita, mimando la vita. Il sonno, che in ambulanza lo portò nella clinica sulla parte opposta alla rocca. Il sonno che per centoventotto lunghi giorni lo avvolse in un velo inerte di non vita apparente. Un inspiegabile fenomeno che medici di ogni parte del paese provarono a interpretare, analizzare, contrastare. Nessuno però che avesse una spiegazione, ché nessuna risultò plausibile, nulla di mai conosciuto, escludendo per come inevitabilmente si fece la volontà umana.
Accadde poi che in quei giorni in molti lo andarono a trovare e spesso, seduti sulla sponda del letto, davanti a quel corpo per tutti loro insensibile a ogni stimolo, sordo in apparenza, trovarono il modo di fare una cosa che colpì Manuel nel profondo. Finanche padre Veron, nel silenzio ovattato di quella piccola stanza, iniziò come tanti altri a parlare, a raccontare di sé e delle domande che da dentro premevano pur non pretendendo risposta, ma solo perdono. Lui, Manuel, in quel letto, in quella inerzia pietrificata diventava ogni giorno di più una icona preziosa per chiunque avesse bisogno di accendere una luce nella sua vita senza esser giudicato. L’amante perfetto, l’amico fidato, il padre disinteressato. Una teoria di uomini e donne in cerca di confessione, meglio, di qualcuno che non provasse alcuna vertigine sul bilico dei loro cuori a picco su un baratro buio.
E alla fine anche Virginia, centoventotto giorni dopo, una domenica sera, seduta sulla sponda, poggiata sulla mano sinistra, iniziò il suo monologo. Cosa disse non ci è dato di sapere e ben poco interessa davvero, ma per tanto la sua voce di donna cullò quel sonno. Erano finalmente lei e Manuel. Lei e quel suo grande baratro interiore, spalancato e inondato d’aria gelida, che a dir la verità faceva bene. Manuel è quella mano poggiata sul letto che carezzò e strinse. Dormiva Manuel, ma un piccolo sorriso gl’inarcò il labbro. Virginia guardò il tocco farsi legame con quella mano da costruttore di cose solide e vive nel mondo liquido che dolcemente evaporava dentro quella sterile casa di cura. Scostò le coperte e tolte le scarpe si stese accanto, poggiando la testa sul petto dell’uomo che dormendo la cullò a sua volta. Con tenerezza Virginia ascoltò quel ritmo sereno, mentre un sonno perfetto lentamente si impadronì di lei, vincendola accanto a Manuel sino al mattino dopo, quando io, desideroso di essere ascoltato per l’ultima volta, entrai nella stanza e per fortuna sorrisi.

L’uomo dei logaritmi.

C’era questo tizio, uno smilzo e lento nei movimenti che sembrava avesse paura di spostare troppo l’aria intorno a sé. Sulla trentina passata, un bel ragazzo direi. Entrava in negozio intorno alle diciotto; non sempre, diciamo una, due volte al mese. Entrava, salutava con un cenno del capo minuscolo e si metteva a esplorare gli scaffali in cerca di chissà cosa. Sembrava interessato a tutto, ma spesso si fermava a rimirare i manualetti di roba tecnica, libriccini della Hoepli con le copertine rovinate rosella o verdine. Parlava poco, solo una volta che ero proprio accanto a quello scaffale mi chiese se poteva prendere un libro, per vederlo. Dissi certo, si figuri. Erano delle tavole dei logaritmi, uno di quegli articoli che dovevi stare anni per trovare qualcuno interessato. Volumetti che li apri e dentro ci sono colonne su colonne di numeri, pagine e pagine sottili come veline, gialle di tempo, che sfogli di fatto ignorandone l’uso.
«Guardi!» – disse aprendo con cautela.
«Cosa?»
«I numeri.»
«E già, chissà a che servivano?»
«Io lo so!» – disse carezzando una pagina – «servivano a prevedere il futuro!»
«Il futuro?»
Sorrise, forse per la prima volta da quando lo vedevo in giro in libreria – «se ci si vuol far fregare si crede ai tarocchi, altrimenti il futuro si calcola. Si fanno ipotesi, si individuano le direzioni, le traiettorie. Il futuro è balistico, come i colpi di pistola.»
Girò pagina – «quando non c’erano tutti questi affari elettrici noi usavamo questi.»
«Noi? È un mago lei?» – dissi provando a scherzare un po’.
Fece una smorfia divertita – «no, tutto il contrario, credo solo nella matematica.»
«Un ingegnere?»
«Un geometra» – rispose chiudendo il libro – «solo un vecchio geometra d’altri tempi.»
Quella frase mi lasciò addosso un piccolo disagio, come se l’avere insistito a chieder del suo lavoro fosse stata una piccola violenza in quel microcosmo umano.
«Quanto costa?»
«Il libro?»
«Certo, il libro.»
«C’è dentro il prezzo» – dissi prendendo dalle sue mani il volume – «ecco, sarebbe dieci, ma visto che lei è cliente posso farle otto.» In verità era quello il suo primo acquisto, ma a forza di vederlo in giro tra gli scaffali pensai che alla fine fosse un buon cliente davvero.
Da quel giorno il tipo ha abbandonato le sue visite. Non saprei adesso dire quanto tempo sia trascorso. All’inizio ne ho notato l’assenza, poi invece il ricordo si è stemperato nello scorrere normale dell’attività. E così si sarebbe spento nell’oblio se proprio ieri, esattamente alle diciotto, non fosse riapparso. Rispetto al passato il suo aspetto era arruffato di chi è insonne da giorni e anche i movimenti erano scatti metallici nervosi. In mano aveva il libro dei logaritmi decisamente scompaginato e infarcito di fogli e foglietti scribacchiati a mano con una grafia caotica e rotonda. Ai libri esposti non ha dedicato uno sguardo, muovendosi deciso verso il tavolo scuro della cassa. Ho osservato per un po’ il suo tamburellare impaziente sul piano, non riconoscendo in lui la vecchia flemma che tanto avevo apprezzato e a dir il vero dubitando in fondo della sua stessa identità. Avevo però un cliente, anche importante, che per oltre dieci minuti mi ha trattenuto dall’avvicinarmi. Ha atteso quindi.
«Salve, quanto tempo!»
«Ho dovuto lavorare tanto su questa roba» – ha detto senza neanche guardare, scartabellando i fogli in cerca di uno in particolare, fitto fitto di numeri, segni e frecce. E lettere che si concatenavano in uno scritto finale nella sua grafia caratteristica.
«Alpino» – alla fine ha detto leggendo dal foglio – «Prospero Alpino, dovreste avere un libro del ’35. 1735.» Ha indicato poi il terminale, come a suggerirmi di cercare sul database. Ma a dir la verità non c’era alcun bisogno di cercare, il De praesagenda vita et morte aegrotantium era il primo libro davvero antico che era entrato in mio possesso. Lo avevo preso dalla casa di una vecchia signora che voleva liberarsi della biblioteca del defunto marito. Lo ricordo perché mi disse che, seppur antico, non voleva alcun compenso giacché ne sarebbe passato di tempo prima che qualcuno me lo avesse richiesto. Bisognava avere pazienza, disse, e sapere che quello era in fondo un dono, un portafortuna.
Meccanicamente ho preso la scala, collocandola sotto la libreria grande dietro il tavolo. Tre gradini e proprio lì sulla destra la copertina abbrunata dal tempo, il libro che depositai subito dopo sotto gli occhi spiritati dell’uomo. Sulla prima pagina interna ricordavo esserci un’annotazione, una dedica forse, la cui lettura ha illuminato e rasserenato il volto dell’uomo.
«Quanto costa il libro?»
«Settecento» – ho detto d’un fiato. In realtà, per qualche strano motivo, avevo sempre rifiutato di farne una qualsiasi valutazione e di conseguenza non avevo mai deciso un prezzo reale.
«Già, settecento.»
Quattordici banconote da cinquanta euro, una sull’altra, dopo poco erano allineate accanto al libro.
«Posso avere un penna?»
Mentre incassavo un po’ perplesso la cifra l’ho visto appuntare sulla pagina interna del libro qualcosa, sperimentando comunque una certa indignazione data l’età del volume.
Stavo così per incartare il libro, quando l’uomo mi ha fermato.
«Lo riponga in libreria adesso.»
«Ma è suo ora.»
«Non è mio, è un regalo. Qualcuno, una donna, verrà a reclamarlo prima o poi. Si fidi, la matematica non sbaglia mai.»
«Mai» – risuonò nella libreria ormai vuota, mentre la porta si richiudeva alle sue spalle e io imbambolato osservavo il volume sul tavolo.
Oggi, dopo aver tirato su la saracinesca, ho visto che sul tavolo c’erano ancora i fogli sparsi e le tavole dei logaritmi. Ho pensato che glieli ridarò quando tornerà a curiosare tra gli scaffali, se tornerà mai s’intende. Ho pensato che non avrei dovuto vendere il libro e soprattutto incassare quella cifra. Non era in fondo un portafortuna che la vecchia signora mi aveva donato?
Il libro comunque è nuovamente al suo posto. Attende.
Prima di riporlo l’ho aperto sulla prima pagina. La vecchia annotazione era come ricordavo una dedica:
“A donna Francesca Miraglia, in attesa del tempo per rivedervi. 4 Luglio 1835. Girolamo Fracastoro.”
E sotto con grafia pressoché uguale l’annotazione dell’uomo.
“Via S. Grassi 28 p.2. G.F. 8 dicembre 2018.”
Alle 18 in punto la porta del negozio ha emesso un cigolio alle mie spalle mentre sistemavo alcuni volumi. La signora appena entrata aveva dei bellissimi occhi scuri che dovevo aver incrociato già, ma non ricordavo proprio dove. Ha salutato con garbo e tirato fuori dalla borsa un busta molto antica, a giudicare dal colorito della carta.
«Magari le sembrerà assurdo, ecco, ma cinque anni fa mia mamma mi diede questa ricevuta. Da parte di mia nonna materna, buonanima, per ritirare un libro oggi.»
Ho preso il foglio per leggere. La carta intestata era la mia, così come la firma e il bollo circolare della libreria. Tutto in ordine tranne il ricordo di quella prenotazione di ventotto anni prima. Proprio il giorno dell’inaugurazione della libreria e giusto a nome della vecchia signora del libro famoso. Ma è evidente che se c’è un motivo per le cose, la balistica non può che essere applicata fino in fondo. Così ho preso la scala e ho iniziato a seguire pedissequamente la matematica folle dell’uomo dei logaritmi.
«Capisco che è una pazzia, dopo tutti questi anni. Ma mia nonna le fece promettere questa cosa e stanotte non riuscivo neanche a prendere sonno pensando alla busta. E…»
Il libro dell’uomo dei logaritmi era adesso davanti a lei, sul tavolo.
«Quello che cerca è questo! È su quello scaffale da ventotto anni. E non ci crederà ma l’aspettavo.»
La donna ha sgranato gli occhi illuminando di colpo i miei ricordi più cari. Come avevo potuto non collegare. È la matematica, signori. Uno più uno fa due, non c’è scampo. E quegli occhi li avevo conosciuti molto bene per anni.
La donna, aperto il volume, osservava la dedica passandoci delicatamente l’indice.
«Ma io mi chiamo Francesca Miraglia, assurdo!»
«Posso chiederle quando è nata signora?»
«8 luglio del ’90.»
«Non avevo dubbi!» – ho detto provando a frenare la commozione.
La donna forse non ha colto l’emozione dell’ultima mia frase, attratta com’era dalla seconda annotazione.
«E questo? Cosa è l’indirizzo?»
«Forse dovresti cercare Girolamo Fracastoro lì e fartelo spiegare.»
Ero alla fine passato al tu, ma non credo che questo la debba aver troppo stupita.
L’ho vista andar via con il libro sotto braccio e sì, ho pensato che davvero la matematica non sbaglia mai: anche il modo un po’ incerto di muoversi sui tacchi, anche quello, oltre agli occhi, era di mia mamma.

Vania

Vania guardò verso la spiaggia. Due minuti e sarebbe dovuto arrivare il segnale. Due minuti. Poi una rapida successione di piccoli lampi in direzione di una barca capovolta sulla sabbia.
Ai piedi Vania sentiva l’umido della sera, aveva le infradito va bene, ma lo stesso non voleva che si inzuppassero, così le tenne in mano per tutto il tragitto.
Dietro la barca, Zyrtek lo aspettava giocherellando con l’accendino del segnale.
«Ce ne hai messo di tempo!»
Vania fece una smorfia.
«Sempre convinto?»
Ancora una smorfia che doveva essere un sì.
«Che c’è hai perso la lingua forse?»
«Fa freddo!»
Zyrtek sorrise, si mise in piedi di colpo e gli fece segno di seguirlo.
Per un po’ continuarono sulla sabbia, poi tornarono sulla strada in direzione della casa. Vania si fermò un attimo sul muretto per pulirsi i piedi e calzare le infradito.
Zyrtek osservò le operazioni e alla fine gli fece un cenno verso la spiaggia.
«Guarda!»
S’era alzata la luna e il riflesso disegnava sulla superficie del mare una lunga scia argentata tremolante.
«È bellissimo Zyrtek!»
Il ragazzo fece un movimento con la test che doveva essere un sì. Poi tornò a muoversi verso la luce che traspariva dalle finestre. In silenzio come prima.
Quasi davanti alla porta tornò a girarsi, «i soldi, li hai portati giusto?»
Vania soffiò appena un sì, mentre si toccava una tasca.
«E mi raccomando se ti chiedono l’età devi dire diciotto e tieni cupa la voce.»
«Ok!»
«Se ti buttano fuori, non posso farci niente. Mi raccomando.»
Da dentro la casa arrivavano voci di uomini e di donne, oltre a una musica triste. Zyrtek bussò, provocando un breve silenzio. Scostata appena la porta apparve la faccia di un uomo che provava a capire chi fosse.
«Sono Zyrtek. Cercavo Mirèn.»
«E lui chi è?»
«Vania, un mio amico.»
«Non vogliamo bambini.»
«Ha diciotto anni.»
«Diciotto», forzò Vania sulle corde vocali con un risultato piuttosto comico.
Da dietro la porta comparve la faccia tracagnotta di una donna.
«Ah! Zyrtek. Sempre tardi arrivi. Sai che devi aspettare vero?» Era Mirèn, che dopo avere dato una occhiata anche a Vania, li fece entrare, provando a scansare lo sguardo sospettoso dell’uomo.
«Dovete aspettare il turno voi due. E dovrete arrangiarvi insieme, che già dovrei mandarvi via. I soldi li avete giustò?»
Zyrtek e Vania, mostrarono le banconote spiegazzate tirandole fuori dalle tasche. L’uomo alla vista del danaro si tranquillizzò, pur continuando a mantenere d’occhio i due, seduti in un divanetto in un angolo della stanza a osservare le facce asciutte dei vari clienti in attesa. Alcuni stavano come annoiati in un cantuccio, altri smadonnavano bevendo a lunghi sorsi dalle bottiglie. Vania guardava, provando a non chiudere gli occhi dal sonno; era caldo lì dentro e tutto il giorno era stato in giro a racimolare i soldi per la notte. Fuori s’era alzato il vento e ogni tanto spruzzi di pioggia intermittente imperlavano i vetri delle finestre. Doveva resistere.
Uno alla volta i clienti venivano portati su dalle donne della casa, Mirèn compresa, che sempre lanciava un occhio verso di loro per controllare che fossero ancora là. Per ore la stessa scena: una ragazza scendeva le scale reggendosi al passamano di legno con indosso una vestaglina semitrasparente. Sotto si vedeva che aveva solo un minuscolo paio di mutande e niente più. Guardava in sala e si avvicinava a uno dei clienti. Non un sorriso o un cenno amichevole, mentre lo accompagnava sopra. Nessuna reazione nemmeno quando alcuni iniziavano a metter loro le mani addosso. Una cosa era sicura comunque, la casa doveva avere una uscita diversa, perché da lì su scendevano solo le ragazze e degli uomini non si vedeva traccia.
Per ultimi rimasero loro due. L’uomo aveva continuato a trangugiare da una bottiglia tenendoli d’occhio con sospetto fino alla fine e Vania aveva resistito eroicamente al sonno.
Mirèn arrivò come da programma con una faccia stanchissima nella sua vestaglia sexy.
«Signori, sbrighiamoci che andiamo tutti a nanna!»
Vania barcollò un po’ muovendo verso la scala. Zyrtek lo avrebbe anche preso per mano, ma era meglio non rischiare, due maschi non lo fanno.
Prima di salire Mirèn si girò, verso l’uomo.
«Puoi chiudere tutto a andare a dormire. Io finisco con loro e li faccio uscire.»
Il tipo annuì, diede l’ultimo sorso alla bottiglia e si dileguò. In fondo i due sembravano innocui: fatti loro l’età.
La stanza di Mirèn era piuttosto squallida e piena di spifferi dalle imposte, ma era riscaldata da una piccola stufa che brillava nella penombra.
«Aspettatemi un attimo», disse loro sparendo nello sgabuzzino che fungeva anche da bagno.
Dietro le persiane la bufera stava ancora salendo di forza e da lontano il mare s’imbiancava di spuma. La luna doveva essere tramontata o scomparsa dietro le nuvole che stavano sputando scrosci di pioggia. Ora che erano dentro tutto quel frastuono faceva anche piacere.
Dopo poco la donna tornò con delle lenzuola pulite.
«Aiutatemi un po’ a rifare questo letto. Fa schifo a quest’ora dopo tutto un giorno.»
In tre si indaffararono intorno al materasso per rimettere tutto in ordine. Mirèn fece una palla con le lenzuola tolte e si diresse nuovamente verso lo sgabuzzino. Non perse troppo tempo, ma quando rientrò infagottata in un pigiama grigio, i due si erano già infilati in un angolo sotto le coltri e dormivano stremati. Alla luce della stufa si vedevano i soli capelli e per un attimo si fermò a guardare la testolina di Vania. Pensò che suo figlio aveva più o meno la stessa età e delicatamente ne accarezzò la chioma, prima di stendersi nel suo angolo di letto sfinita come sempre. Lievemente il respirare ritmato dei due le fecero da calmante, cullandone i pensieri della sua casa lontana, sino al sonno
Al mattino Mirèn portò come sempre la cassettina con l’incasso del giorno prima all’uomo. Aveva negli occhi ancora i due che si allontanava dalla casa sul vialetto dietro il giardino, l’uscita secondaria dalla quale fuggivano via i clienti dopo avere consumato il loro finto amore mercenario. Addosso due enormi giacconi che qualche precipitosa fuga per scansar le coltellate del protettore aveva lasciato nella stanza squallida della donna. Avrebbero adesso aiutato i due ragazzi in quelle sere fredde, almeno per un po’. Vania, prima di svoltare la strada si era girato a salutarla con un sorriso da bambino. Lei no, non aveva mosso un muscolo, per abitudine o forse per le conseguenze delle botte sulla mandibola.
L’uomo contò una a una le banconote, annotando la cifra su un quaderno ingiallito. Sulla pagina, in cima, il nome della donna, uno dei tanti, con sotto una lunga serie di numeri e totali. Poi prese tre delle banconote e le consegnò a Mirèn. La sua paga del giorno. Due dei fogli di cartamoneta erano spiegazzati e sembravano proprio quelli di Vania e Zyrtek.
La donna li fece sparire in tasca.
«Mi pare che la cifra ci sia.»
L’uomo guardò l’ultimo totale sotto la linea, poi di nuovo la donna, «c’è. La cifra.»
Mirèn stese la destra, «i documenti!»
L’uomo annuì e dal cassetto tirò fuori un passaporto rovinato. Lei lo prese per controllare la foto, più per ricordarsi della sua faccia prima dell’inferno che per sfiducia. Poi, radunate le sue povere cose, lasciò la casa dall’ingresso principale. L’uomo, alla sua prima bottiglia del giorno, la osservò allontanarsi, stupito che un briciolo di felicità si manifestasse in  quello stomaco massacrato dall’alcol. Da lontano si vedevano ragazzini rincorrersi tra le pozzanghere. Lei pensò alla faccia delusa di Zyrtek e Vania che non l’avrebbero più trovata nella casa. Pensò al figlio nella casa dei nonni, sperduta tra boschi e desolazione. Poi, finalmente, non pensò più.

Cose

Saranno le cose a ucciderlo.
Voi, ormai abituati e soggiogati al loro silenzioso dominio, pensate che siano un conforto. Così regalate oggetti sempre più costosi e complessi. Sorridete quando vedete le sue mani scartare tremando la presunta sorpresa e le smorfie offuscate che interpretate come gioia, effimera per carità anche per voi ingenerosi amici, vi appagano. Andate via convincendovi senza pudore di aver elargito un momento di sereni pensieri, eppure nulla cambierà, lo sapete, e vi allontanate verso ovunque vi porti il vostro ego smodato.
L’alba lo trova così, quasi ogni giorno. Lui la guarda accendersi dall’orizzonte nel nuovo giorno, prima che le minacce degli oggetti possano destarsi. Sono belle le albe, quasi come i tramonti. Sono virare di luce privata del tempo, perché pur esso è ormai delle cose. Ne hanno preso il controllo, come sugli uomini. Ne regolano il ticchettio nervoso dei minuti nelle vite che così scorrono spedite. Solo che lui, sarà destino o maledizione, se ne avvede e ogni minuto muore.
Svanisce l’alba e lo sa già, si pettina e percepisce che nemmeno la spazzola è neutrale, ma partecipa cattiva alla fiera delle vanità. Sempre, tranne oggi che il tempo cupo o qualche sortilegio strano ha spento il sole. Dalla finestra, al buio di quel mancato inizio, osserva spuntare una a una le facce stizzite dei vicini sui davanzali. Buio e nessun orizzonte rischiarato a mitigare il presagio. Lui si guarda le mani e le tante ombre mute e solide intorno, inanimate ancora. Per quanto? Spera abbastanza per aprire la porta, che resiste un poco al suo comando, e scendere le scale, un gradino alla volta, diffidando della cabina angusta dell’ascensore, buia essa stessa in attesa di luce, che per fortuna o sorte non viene su. E infine in strada, districandosi tra i corpi impauriti dall’evento e in cerca di una speranza, corpi che impediscono di muoversi in modi diversi da un zigzagare browniano, che lui asseconda pur di avanzare verso una meta che si rivela di colpo, aprendosi sulla piazza ellittica. Lì al centro, dove poteva essere infitto un alto obelisco, ma così non fu, esiste e lui lo occupa un vuoto, una sorta di piccola area di lastrico grigio non transitata da essere umano o animale. Lì, oltre ogni contatto di uomo con uomo, finalmente si sente lontano dalle cose e in preda a eccitazione nuova, uno alla volta, cava via i vestiti e ogni monile, fino a rimanere nudo in quel buio pesto di urla intorno a lui. Gente che ormai ha capito che qualcosa, in quella danza mostruosa di metalli pressati e fumi di industrie pesanti, ha divorato il mondo e ogni specie senziente su questo ammasso di rocce e cataclismi di magma che ci generò.
Lui, l’unico rimasto a guardar in tralice le vite non sue, adesso prova a sentirsi libero, come se fosse un ultimo giorno, come obelisco al centro della piazza magnifica ellittica in memoria del suo spirito e non delle cose, inanimate e perpetue oltre quel sole non sorto.
Un sottile raggio di luce interrompe un sogno. Trafila pietoso dalle tapparelle della cella. Lui mesto pensa ancora e ancora al momento perfetto che la sua fine avrebbe assunto se solo per un attimo, in silenzio, avesse potuto ancora essere libero. Ma di questo anche oggi nemmeno col secondino si potrà parlare.

La verità

La figura dell’uomo emerse dallo scroscio di pioggia oltre la porta a vetri della sala del Caffè  affollata da perditempo e impiegati in pausa. In un angolo lei guardava fuori, ipnotizzata dalle ombre opache del mondo in balia del temporale. Né la sua attenzione fu catturata quando l’uomo con un cortese buongiorno le sedé di fronte. Un lungo imbarazzato silenzio, steso sul vocio distratto del locale.
«Le piace la pioggia?»
«Non molto quando devo stare tutto il giorno in giro. Come oggi! È il terzo Caffè Martini che visito per trovarla.»
«Avrei dovuto essere più precisa.»
«Non fa nulla. Importa solo che adesso io sia qui.»
«Già!» disse destinando finalmente uno sguardo al nuovo venuto.
Un ragazzo con la pelle olivastra si avvicinò per chiedere se avesse bisogno di ordinare. Aveva anche lui uno sguardo distratto dalle scene liquide all’esterno; annotò qualcosa sul taccuino e si dileguò verso il bancone.
«Non avete preso vino.»
«In servizio mai.»
«Anche se sappiamo entrambi…»
«Diciamo non più?»
«Ecco, diciamo non più.»
Il ragazzo tornò con un paio di piatti e una bottiglia d’acqua. Sistemò sotto il portacenere il conto e con discrezione s’allontanò.
Lei diede appena una occhiata al piatto.
«Non ha fame?»
«Da anni non più. Allora, contento di avermi trovato?»
«No, faccio solo quello che mi ordinano. E poi è lei che si è rifatta viva.»
«Non diceva così quando…»
«Basta per favore! Sono anni che provo a dimenticare!»
«E ci sei riuscito?» Il tono dell’interlocutrice era di colpo cambiato. Aveva assunto una vena cattiva. E anche lo sguardo s’era fatto inquisitorio. L’uomo reagì a questo passaggio brusco al tu indietreggiando verso la spalliera e poggiando la forchetta sul piatto.
«Cos’è hai paura? Non sei contento di esserti finalmente adeguato?»
Per un po’ rimasero in silenzio in attesa di qualcosa, appena sospesi in quel vertiginoso tornare al passato che, con evidenza, li aveva visti in ben altri rapporti.
«Ad ogni modo oggi ha chiuso il caso e troverà almeno sollievo dalla mia morte!»
L’uomo sembrò rassicurato da quel ritorno al formale lei e riprese il pasto.
«Chi le dice che io sia qui per ucciderla?»
«Perché l’avrebbero mandata allora? Per provare a offrirmi un mediocre piatto freddo? Sia serio almeno oggi!»
«Potrebbe esserci un modo…»
«No Pierre, il modo non esiste più. Sono morta anni addietro, quando nessuno di voi ha voluto difendermi. È stato facile far sparire ogni mia traccia dai vostri discorsi. Ore e ore di menzogne vomitate ovunque per dimostrare che non avevo più motivo di esistere.»
«Ma alla fine siete ancora qua davanti a me, non…»
«Un intralcio, Pierre, solo un inutile fastidioso intralcio. Di’ la verità», sorrise su quel termine arrivato da un lontano passato, «la verità! se sai ancora cosa sia. Sarà un sollievo per tutti liberarvi di me.»
«Non ha più importanza. Ora bisogna solo che andiamo.»
«Dove? Vuoi tirar fuori una pistola in un vicolo, lontano da occhi indiscreti? Lanciarmi giù da un ponte? Cosa avete pensato di creativo per me? Dai su, dopo tutti questi anni almeno una fine degna.» Il sorriso di lei era nuovamente un ghigno beffardo, l’ultimo segno di vita di chi sa che non può più fermare la mano del carnefice.
L’uomo, chino sul piatto, ascoltava con i pugni chiusi. Voleva finirla in fretta quella storia. Voleva alzarsi e andare via. Fare quel doveva e tornare fuori, nella pioggia. Ché l’acqua alla fine lava tutto, scivola addosso, isola come un muro invisibile, come si fosse a casa, nella piccola stanza che da anni lo ospitava, solo. Lui e i suoi pensieri. Lui e il bisogno mai sopito di cercarla nonostante le tante finzioni che, in tutti quegli anni, lo avevano tenuto lontano da lei. Poi la chiamata e quel tremendo ricordo che riemergeva dai suoi incubi. Se doveva finire così, voleva essere lui a farlo, su questo non aveva avuto dubbi, sebbene avesse sperato fino all’ultimo di convincerla a fuggire via.
Lentamente aprì le mani rivelando le due fialette colme di liquido giallo. Una per palmo.
«Volete essere sicuri questa volta. Doppia dose! Non si bada a spese!»
L’uomo ne versò il contenuto nei due bicchieri sul tavolo, con lentezza. Lei forse iniziò a capire, ma troppo tardi, che uno solo le era destinato; l’altro in un attimo lo ingollò Pierre, storcendo un po’ il naso per il sapore amaro del contenuto.
Dopo fu solo silenzio per un tempo lungo una vita intera, alla fine del quale l’uomo con un cenno del capo salutò poi, andando via dal Caffè, si immerse nella bufera incurante dei vestiti zuppi.
Lei vide transitare la sagoma incerta attraverso il vetro bagnato, guardò il bicchiere ancora pieno e pensò che tra poco nessun altro uomo l’avrebbe più ricordata.
Dieci minuti dopo il ragazzo con la pelle olivastra portò via il bicchiere vuoto e contò le banconote sotto il portacenere. Sorrise pensando alla bella mancia che quello strano uomo solitario aveva lasciato.
Vicino a una panchina del corso Pierre, appoggiato a un platano lentamente chiudeva gli occhi. Era l’ultimo uomo ad averla vista in vita. Lei, la Verità.

Loro

L’uomo attende da un po’ nello studio del dottor Sofrem. Tamburella con i polpastrelli il tablet sulla scrivania che la segretaria ha attivato per aiutarlo a passare il tempo.
«Completa il backup e arriva», aveva detto, «ci vorrà una mezz’oretta. Le do qualcosa da leggere.»
Oltre la parete esterna a vetri, la lunga sagoma del penitenziario di Mahwah sembra tranquillizzare, mentre lì dentro, in sospensione vitale, tanti umani attendono il fine pena.
Uno di questi era suo padre. Era perché anche per lui è arrivata la fine, quella assoluta che ancora nessuno ha rimosso dalle nostre timeline. La sospensione addormenta, annulla, ma non rallenta. Il tempo esiste anche dentro le capsule di vetro che gli inservienti digitali assistono ventiquattrore al giorno. E il tempo finisce, non c’è che fare.
Il fruscio dei cardini svela dietro le spalle l’arrivo di Sofrem, silenzioso sulle scarpe da lavoro bianche di plastica morbida.
«Buonasera. Scusi l’attesa, ma capisce che il magistrato ha voluto dare un’occhiata.»
L’uomo smette di tamburellare, mentre il dottore si accomoda al suo posto dietro la scrivania.
«Capisco», dice buttando l’occhio sulla piastrina metallica che Sofrem tiene in mano, «spero che sia stato almeno utile. Non abbiamo mai capito cosa…»
Il dottore scuote la testa, «è sempre troppo tardi. Devono capirlo quelli del ministero che quando finalmente ci danno l’ok, già buona parte dei neuroni è compromessa.»
Allunga la piastrina verso l’uomo che non distoglie lo sguardo dal logo della struttura detentiva: un toro, il vecchio simbolo di Wall Street, che albergava da queste parti, prima del crack.
«C’è comunque tanta roba che vi farà piacere rivedere in famiglia.»
L’uomo la sfiora come se davvero contenesse qualcosa della vita di suo padre e non solo sequenze stupide di fotogrammi. Un album dei ricordi estratto a forza dalla materia grigia del defunto, unica consolazione sbiadita da rivedere ogni tanto sullo schermo di casa.
Sulla strada verso casa, sua sorella Lucy appare sullo schermo delle chiamate. Poche frasi di circostanza per comunicare il suo arrivo. Niente di più, mentre una leggera pioggia inizia a imperlare i vetri esterni e dentro, chiusa la comunicazione, torna a suonare un sottofondo finto allegro di compagnia. Traffico solito e pensieri nebulosi figli di vent’anni passati ad aspettare questo strano momento. Molti non avevano dimenticato quel giorno quando di colpo la storia precedente evaporò, un blackout di senso che lasciò i telegiornali bloccati su una immagine, quella dei nasi all’insù dei finti trader che guardavano gli schermi spenti. Ovunque nel mondo. Facce di etnia diversa, tutte con la stessa smorfia di disperazione.
La casa vuota sembra anche lei attendere qualcosa, una risposta forse, dopo tante notti insonni e dubbi. L’uomo poggia la piastrina sul tavolino di vetro provando a staccare lo sguardo da quel toro, finalmente. Due minuti appena per andare in bagno, sciacquare il viso e osservare allo specchio la stanchezza e le gocce scivolare lente per infrangersi sul bianco del lavabo. Due minuti.
Lui era un bambino allora, dieci anni. Suo padre lo aveva chiamato. Cosa può esserci di così strano se tuo padre ti chiama e tu scendi le scale. Hai dieci anni e non hai alcun motivo per pensare che in capo a due giorni sarai praticamente un orfano.
La piastrina adesso è nel lettore. La data la ricorda ancora. Lui non c’è nella scena, perché è  in camera sua. Il video si interrompe. Poi riprende con un mozzicone di frase.
«… devo dirti una cosa, sbrigati!»
Entra un bambino con una maglietta di Assassin Creed e un ciuffo ribelle sulla fronte. È lui, allora. Un riflesso antico s’impone mentre prova a sistemarsi i capelli davanti agli occhi. Che non ci sono più da tanto. Il video si interrompe. Riprende. Adesso sono molto vicini. Suo padre gli parla e dice ricorda questo numero. Lo scandisce una cifra alla volta. È quello lo ha inciso nella memoria. Nel video non si sente nulla, ma lui ha tutto registrato nei suoi neuroni. Una cifra dietro l’altra. Il video si interrompe, ma adesso è stato lui. Sa che deve chiamare quel numero, anche se dopo tutti quegli anni perché dovrebbe ancora rispondere? Il cellulare vibra a ogni squillo, poi crepita. È un messaggio registrato.
«Ciao Erin, quanto tempo, eh! Ti chiederai come mai sapevo che mi avresti ritrovato? Questione di probabilità e di controllo delle reazioni. Per anni ho fatto questo. Generavo tempeste e raccoglievo i frutti della devastazione. Poi però un giorno mi sono fermato a guardarti, mentre giocavi con Fence! Te lo ricordi vero quel diavolo di cane?»
L’uomo scuote la testa in un sì, la voce nel cellulare continua.
«E allora ho pensato che no, non si può tutta la vita fare finta di niente. Ma se pensi che i server a Mahwah li abbia spenti io ti sbagli. Ho semplicemente evitato di interferire. Ad un tratto uno di loro ha iniziato una sequenza finale. Li avevamo scritti per vincere, ma non pensavamo mai che uno di loro potesse arrivare a distruggere tutti gli altri. E accadde. Tutta una questione di cigni neri che la gente non capirebbe Erin. Io ero là, davanti a quello schermo a vedere tutto questo accadere. Potevo bloccarlo e invece sono stato immobile fino all’ultimo, quando il vincitore al massimo dell’odio svanì, cancellandosi una riga alla volta.»
Un crepitio e suoni deformati dicono che il resto del messaggio è perso. Una lunga, lunghissima sequenza di suoni incomprensibili.
La notte trascorre insonne, perché tutta questa scenografia intorno a un messaggio che forse doveva essere segreto per loro? Di certo ora la rete ha ascoltato tutto e in questo momento stanno cercando anche loro un senso. Che forse un c’è.
Un’auto passa e un’intermittenza di luci traspare dalle fessure della tapparella. Poi un’altra e un’altra ancora. L’uomo allora scatta seduto sul letto. Il museo pensa, il museo. Con una foga nervosa scende in garage. Suo padre aveva la fissazione delle vecchie tecnologie, vecchie macchine del secolo scorso che collezionava quando lui era bambino. Non se l’era sentita di buttarle via. In uno scatolone il vecchio Commodore insieme a quella diavoleria del lettore di cassette. In uno più piccolo dei nastri vecchi e un registratore. Erin lo ricorda il gioco che amava da piccolo, si chiamava Vanguard una roba idiota con un’astronave che sparava missili stupidi. Su uno scaffale dello scotch per tappare il buco per registrare. Poi chiama nuovamente il numero e ascolta con calma il messaggio, fino alla sequenza di suoni. Preme il tasto rec e aspetta, sperando che la lunghezza del nastro sia giusta. Fuori la luce del giorno sta arrivando, ma lui non ha fretta. Ha atteso vent’anni in fondo.
Il suono termina e il nastro pure. Perfetto, anche questo è un indizio. Prende la cassetta, la inserisce nel lettore e riavvolge. Sul monitor verde lampeggia un cursore. Ma ancora deve fare una cosa. Sale su in casa e apre la finestra. Ha in mano il cellulare. Per poco, perché con violenza lo lancia sulla strada sotto. Il vetro esplode, un camion passa sopra il relitto sull’asfalto. Bene. Ha poco tempo adesso. Va giù ancora una volta. Il cursore lampeggia: RUN VANGUARD. Dal lettore qualcosa inizia a penetrare nella memoria del vecchio computer. Appare una foto sgranata, il nome di una lontana isola nel Mediterraneo e due frasi.
L’uomo adesso sorride e continua a a farlo mentre percorre a piedi il tratto di strada che lo separa dal porto. Dovrà fare attenzione. Molta. Ma quel giorno suo padre gli aveva spiegato una cosa, una mossa banale, appena accennata con il mento verso il Commodore comprato in un mercatino. Perché loro li abbiamo scritti noi e solo noi possiamo davvero cancellarli. Per sempre.

Un Tango Mas

La verità è che in lei c’era troppo.
Troppa vita, morte e orme stanche nei deserti calpestati da uomini e demoni, tormentati dal vento ruvido delle dune.
Troppi sogni, illusioni, silenzi. Parole dette e più spesso ricacciate in gola, come medicine amare; o salate, come l’acqua di mare che sa di lacrime piante finché la vita resiste dentro i corpi accartocciati al sole.
Dopo silenzio.
Dopo il niente.
Lei arrivava tardi e capivi che non c’era stato tempo tra il turno e la milonga di Maria. La ragazza all’ingresso la conosceva bene, ma lanciava sempre uno sguardo interrogativo alla padrona, seduta un po’ in disparte nel suo abito kitsch; incassava un sì, appena appena accennato, e staccava il biglietto prima di tornare con l’occhio alla ronda.
Lei s’immergeva allora nella poca luce giallastra, oltrepassando senza dedicarle di uno sguardo i nugoli di signore a planchar; diritta, fino al suo solito angolo buio, vicino ai bagni.
Lui se ne stava invece su una sedia lontana, perennemente rannicchiato nei suoi pensieri e non ballava. Mai l’ho visto arrivare o andar via. Mai. Qualcuno sosteneva che fosse muto, altri un pericoloso assassino e che prima o poi l’avrebbero ammazzato. Se ne stava tutta la sera lì, osservava le coppie legarsi nell’abbraccio, mute, accennar appena una cadencia e poi andar via, due passi e poi cruzada, due passi e una barrita. Dal suo posto in disparte ascoltava le note, sempre per lui amare, soffiare nel mantice del bandoneón e, non visto, almeno così amo pensare, la osservava.
Lei indossava abiti troppo corti e tacchi troppo alti, perché i clienti questo vogliono, si sa. Passava ore a studiare i passi in pista e il loro scandire il tempo, i passi degli altri certo, che nel suo angolo buio vicino ai bagni mimava, con teneri e lievi accenni delle suole. La gente le passava accanto, spesso la urtava, percependo appena l’ombra nella sua nicchia e destinandole un sorriso beffardo di chi la sentiva estranea a quel luogo. Ma a lei andava bene così: le bastava la musica e nessuno a metterle le mani addosso. Bene così.
Alle volte, nascosta, coglieva un cliente passare con una dama ingombrante e allora abbassava lo sguardo, non per pudore, no, ma per non ferire la donna con uno sguardo, un cenno, un vistoso imbarazzo.
Oggi voi non ricordate più, ma io c’ero quella sera d’estate: fuori una pioggia che dio la mandava per lavare ogni cosa umana, dentro afa che ci potevi annegare, tanto l’aria era densa. La sedia l’avevano lasciata libera per rispetto, per paura o solo per sottolineare quell’assenza, mentre la musica faticava a galleggiare oltre le teste dei tangueri e i tacchi provavano a graffiare la pista. Lei, immersa nel suo angolo, non lo vide entrare, ma dovette avvertire il fremito della folla nel dare spazio all’uomo fradicio di pioggia, nel suo gessato liso e con le scarpe lustre risparmiate per un qualche strano prodigio dal nubifragio. Qualche passo verso il suo angolo buio, poi le aveva porto la destra e allora la gente non potè non chiedersi quando s’era vista una come lei alzarsi e stirar giù il lembo dell’abito per seguire un uomo, qualunque uomo, sino alla pista. Non s’era mai visto quel vuoto magico intorno a lei e quelle braccia avvolgerla, la sua postura milonguera, il suo lento abbandono. E i passi. Già! Cristo, ma come aveva appreso quei passi una come lei? Davvero aveva imparato l’ocho, gli adorni, i boleos dal suo angolo buio vicino ai bagni? E poi dio com’era bella! Come seguiva l’uomo, l’assassino, il muto che proprio quella sera l’aveva presa dal suo angolo buio e accompagnata in pista, al centro esatto della ronda. I suoi clienti, quelli che tenevano in disparte le loro dame ingombranti, cosa pensavano? Rosi dalla bile, provavano un po’ di vergogna mentre una voce calda intonava Vuelvo al Sur. Vuelvo al Sur!
Se ci penso la rivedo ancora con gli occhi chiusi, ondeggiare tra i ricordi di mare violento, stretta in mezzo a corpi esausti. Rivedo i suoi pensieri quietarsi un po’ al tocco delle mani dell’uomo che parevan ruvide, come quelle di suo padre che contava banconote unte di fatica sul biglietto di sola andata per l’inferno. Fu forse così che apprese che l’amore è alle volte l’abbraccio di uno sconosciuto, il tempo binario della musica, una cruzada ben fatta, un boleo.
Il vuoto però svanì di colpo intorno a lei, come una bolla di sapone, lasciandola sola in quel vestito troppo corto, su quei tacchi troppo alti. Con quei pensieri troppo belli. La ronda girava ignara di lei, del suo tango irreale e la sedia era vuota, come il suo angolo buio, vicino ai bagni.
L’uomo lo ritrovò la polizia l’indomani con un pugnale in petto. Era scomparso da sei giorni buoni, stecchito sulla poltrona del soggiorno nel suo gessato liso e con le scarpe lustre. Alla fine di lui dissero poche cose, che se l’era dovuta meritare in fondo una fine così. Qualche apprendista in redazione buttò giù un articoletto incolore, per riempire qualche buco nell’edizione della sera. Poi basta. Poi silenzio. Niente note amare e bandoneón. Oblio.
Oggi che sono vecchio di lei non mi rimane che un ritaglio di giornale ingiallito dal tempo. Una macchia scura di colore riversa esanime su di un letto disfatto, senza neanche il vestito troppo corto o i tacchi troppo alti. Una indagine come tante altre, come troppe altre. E quel piccolo sorriso di chi sa che non si è mai davvero perduti finché il musicalizador non suona l’ultima inevitabile cortina.

Passi

Mi dicevano che la prima volta che vedi il mare è sempre così. Magari lo hai notato passando, un’occhiata dai vetri sporchi del pullman, una macchia di colore mentre rifletti sui prossimi passi, perché quello conta, non stare fermi, camminare. Poi scendi e ti ritrovi tutta quell’acqua davanti, all’improvviso, la guardi e allora capisci che di passi non ne hai più. Sei lì fermo come se fosse un muro enorme, che si estende sino a ogni orizzonte e non vedi scampo.
La prima volta che ho visto il mare avevo pochi anni, ma abbastanza per mettere i passi uno avanti all’altro e andare via lasciando le mie orme sulla sabbia. Ogni tanto ho incontrato case e uomini e spesso erano bestie. Sono cattive le case alle volte, perché vogliono ingoiarti e fermarti. Si cibano di passi le case e allora devi essere pronto a fuggire ancora e ancora. Fino al mare.
Quella volta ho visto il mare e ho provato a piangere, ma non perché ero triste o rabbioso, no, volevo davvero lasciare che le mie lacrime si mischiassero a tutta quell’acqua, ecco cosa volevo fare. Volevo che almeno una minima parte di me fosse in grado di eludere quel nemico liquido e andasse via, insieme alle onde, fino alla terra oltre gli orizzonti che ci tengono prigionieri. Li chiamano confini e a noi ci disegnano stranieri, con pochi tratti di carboncino su un foglio ruvido, raggrinzito dalla pioggia che veniva giù ogni giorno.
Puoi camminare una vita guardando quegli orizzonti, ma non c’è nulla da fare, hai bisogno di una barca per provare a toccarli. E una barca non è un pezzo di terra sulla quale puoi portare i tuoi passi, perché la terra è libera, ma tu no e allora devi fare cose che non avevi mai voluto e aspettare. Guardi il mare, la faccia degli aguzzini che digrignano i denti e ridono sguaiati davanti alle donne terrorizzate dai loro lunghi coltelli e aspetti. Cosa? Che una voce ti chiami, una notte, una voce ruvida che non sa nemmeno il tuo nome, che ti ruba ogni cosa e ti scaraventa in mezzo al terrore degli occhi inumani dei tuoi compagni di viaggio.
E il mare alla fine era lì, lo potevi toccare e sembrava enorme e buio. Ovunque orizzonti, solo orizzonti di mare e cielo. Io che sapevo solo puntare i piedi e camminare cercavo un lontano odore di terra, per sperare almeno di poter un giorno alzarmi tra quella massa di carni e ossa ricotte dal sole e tornare ad accumulare passi.
Poi accadde qualcosa. Adesso non saprei dire cosa. Voci, nel buio, fari, lingue strane e a me lontane. Luccicava il mare, quando qualcosa o qualcuno mi urtò e venni giù di colpo. Fu un secondo o un minuto o forse un’ora. Fu, ecco!
L’ultima volta che vidi il mare c’era solo quello intorno a me, buio e sotto miei piedi acqua. Li muovevo, perché io solo quello sapevo fare, ma erano passi che non andavano da nessuna parte. E anche l’orizzonte era scomparso, era solo acqua ovunque e io non avevo neppure più lacrime da far scivolare via. Forse ho gridato qualcosa, forse ho chiesto aiuto, ma si sa che con tutta quell’acqua non si capisce più nulla e io a parte di passi non saprei parlare d’altro.
Ora che sono diventato del mare, sbranato dai pesci di questo mare, mi chiedo che cosa ve ne fate di tutta quella terra voi laggiù, chiusi nei vostri confini. Che ve ne fate degli orizzonti e delle vostre lacrime. Che ve ne fate della vita se non potete neanche mettere un passo davanti all’altro e venirci a salvare.