Nothing to fear

Una brusca frenata che quasi si finisce a terra. Fuori solo terra bianca che sembra bruciata dal ghiaccio e qualche casa in lontananza con un filo di fumo a ricordarci che c’è vita fuori da queste lamiere.
I miei compagni di scompartimento guardano anche loro in giro, provando a capire il motivo di questa fermata imprevista. Nel corridoio una coppia si tiene per mano e osserva oltre il vetro il mondo gelato.
Uno della ferrovia prova a farsi strada e strilla qualcosa in quella bolgia di poche parole ancora dette nello spazio angusto che è diventato il treno.
Quando arriva vicino a noi, cogliamo che c’è un problema alla linea, un guasto dice e che forse bisognerà aspettare anche due giorni, perché bisogna trovare chi lo ripari.
Apriamo un finestrino, ma subito richiudiamo. Freddo e odore acro di fumi dalla locomotiva ammorba velocemente lo scompartimento. Durerà per un po’ ora e malediciamo quella inutile iniziativa che ha solo appestato l’aria.
Un tizio con i capelli rossi e le lentiggini tira fuori dalla borsa del pane e un pezzo di formaggio. Si chiama Jeff ed è salito circa sette fermate fa. Dice che sarà meglio mangiare qualcosa. Dovrebbe essere ora di pranzo, dice. Guardo fuori per avere una idea della posizione del sole e sì, dovrebbe proprio essere ora di pranzo.
Io non ho fame e non ricordo nemmeno cosa è accaduto dall’ultima volta che abbiamo mangiato. Ho della frutta e una scatola di fagioli in borsa, che tiro fuori per dare il mio contributo.
Margaret dice che è ora di fare la fila alla dispensa, non rimane più molto. E poggia sul posto accanto una piccola tanica con dello sciroppo e dei pancakes.
Il ferroviere torna indietro; fende la piccola folla nel corridoio e lancia uno sguardo furtivo nello scomparto. Rachel gli fa segno di entrare, porgendo un bicchierino con del caffè fumante dentro. L’ha versato dal thermos rosso che ogni mattina riempie in fondo al vagone. Il ferroviere si sporge dentro, finalmente rilassa il volto e accenna un lieve sorriso.
Si segga un attimo, dice Rachel. È poco più di un ragazzo e una volta avrebbe completato in un qualche liceo i suoi studi scientifici. Sì, ha proprio una faccia da futuro ingegnere, pensa Margaret, e gli porge anche un pancake bagnato di sciroppo.
Pare che si sia staccato un costone, dice il ferroviere ragazzo. E per fortuna che il macchinista aveva abbastanza visibilità per frenare in tempo. Siamo stati fortunati allora, esclama in mezzo ai denti bianchissimi Rachel.
Mi piace osservare i ragazzi guardarsi ancora e sognare. Prima non ci facevo nemmeno caso. Pensavo che fosse roba da adolescenti, che poi si cresce e si pensa alle cose serie. E invece ci siamo dovuti ricredere tutti. Sono cose serie queste, ben più dei lunghi dibattiti televisivi su questa o quella fazione politica.
Il ferroviere ringrazia con un sorriso più evidente e torna a farsi largo verso la coda del convoglio. Una ragazzina con le trecce guarda per un istante attraverso il vetro. Margaret pensa che le mancano i volti: era una maestra lei. Poi si gira e prova a piangere piano piano, in un angolo con una mano in volto.
Dal fondo del vagone qualcuno urla qualcosa e dopo poco gente infagottata inizia a imbrattare di piccole orme la neve fresca, tutti piccoli passi in fila verso il capannone di mattoni rossi e il tetto in lamiera. Il ferroviere sporge la testa nello scompartimento e dice che bisogna scendere per passare la notte lì dentro. Bisogna risparmiare carburante osserva Jeff e il prossimo rifornimento sarà a circa due giorni da qui. Rachel lo guarda interrogativo. Chiede, sai davvero dove siamo? Jeff fa un sorriso, dice che più o meno trovano una stazione attrezzata ogni cinque/sei giorni e che l’ultima l’abbiamo lasciata quattro giorni fa.
Mi chiedo cosa abbiamo fatto in questo tempo. Per fortuna ci sono dei libri che leggiamo con lentezza. Lunghe pause sui periodi che ricordano pensieri che abbiamo trascurato in passato. Immagini che ricordiamo. Sogni mai dimenticati.
E sai anche dove stiamo andando? Chiede Rachel. Jeff ci pensa un attimo e poi dice di no. In realtà ha spesso il dubbio che da un po’ si stia girando in tondo, ma prova sempre a trovare dettagli che lo possano confutare. Questo capannone, mi confessa mentre proviamo a stendere il materassino di lattice a terra, gli sembra di averlo visto passare già due volte. Dico che ci farò caso da adesso, ma in realtà non lo farò. Non mi importa più degli eventi. Fosse per me rimarrei da queste parti, in questo capannone ad attendere la fine dell’inverno. Fosse per me questi treni a gasolio starebbero fermi, sui binari morti delle stazioni vuote di viaggiatori. Invece viaggio insieme agli altri sul treno e al prossimo passaggio dirò che no, non era lo stesso capannone. Sì , ci somiglia ma non è lo stesso. Dirò così, anche se non è vero.
Delle stufe a gas provano a scaldare un po’ lo stanzone. Sembra una vecchia segheria vuota di ogni ricordo di legna. Dicono tutti che lì dove stiamo andando le linee elettriche hanno ricominciato a funzionare. Piccole installazioni fotovoltaiche o eoliche che alimentano alcuni borghi balneari. Rachel continua a parlarne del mare, si è portata dietro anche il racconto di Hemingway, il vecchio e il mare, ma dice che lo leggerà solo quando sarà arrivata. Dice che si siederà sulla spiaggia a leggere con il rumore della risacca nelle orecchie.
Non sei stata mai al mare? Le aveva chiesto una volta Margaret. Sì, certo, aveva risposto, e in realtà aveva letto anche il libro, ma quella cosa che voleva fare l’aveva promessa a sua nonna che aveva deciso di rimanere in città. Sua nonna le aveva confidato di aver fatto l’amore la prima volta proprio su una spiaggia, dietro una barca colorata di rosso, di bianco e di blu.
Dopo due ore la gente accucciata sotto le coperte termiche ha iniziato a sognare. Non io comunque, che continuo a esplorare le travi in ferro scorticate e le fiammelle azzurre delle stufe. Il ferroviere di tanto in tanto passa per controllare. Non c’è un reale motivo, ma star fermo per lui è un supplizio; così si muove, si muove sempre da un capo all’altro del treno, da un capo all’altro del capannone. Lo collegassero a una dinamo darebbe luce all’intero convoglio. Sarebbe facile per me alzarmi e andare in giro insieme a lui, tanto sono settimane che non dormo. Almeno quando tutti lo fanno. Di giorno, quando la gente parla e si racconta io sonnecchio guardando fuori. E sì quel capannone, caro il mio Jeff, è passato davanti ai miei occhi non due, ma tre volte. E chissà quante altre prima che mi sorgesse il dubbio di controllare il mondo fuori. Lo riconosco dai ganci arrugginiti che dovevano mantenere appesa una insegna. Quella della segheria o chissà di cos’altro. E così potrei alzarmi, andare incontro al ragazzo e chiedere cosa stiamo facendo. Perché giriamo in tondo da settimane. Cosa ne è stato della città e del mare. Ma rimango qui a fissare questo tetto malmesso e la fiammella azzurra. Anche perché il ragazzo potrebbe anche lui nutrire altri dubbi e in fin dei conti cosa può saperne. Probabilmente conosce poco i macchinisti e se anche così non fosse, ci sta che anche loro si son dovuti dare una qualche idea del mondo o hanno smesso di fare domande su quel girare in tondo.
Rachel nel buio tiene gli occhi aperti e a ogni passaggio del ferroviere sogna che le si avvicini e le carezzi una guancia. Ha accanto il libro di Hemingway, osserva il ragazzo e fa finta di dormire respirando piano e guardando di sbieco le ombre.
Margaret sogna di essere nella sua grande cucina a impastare i pancakes. Il suo gatto Lucas le gironzola attorno sperando in qualche boccone. È bianco il suo gatto, candido, come la neve che hanno calpestato fuori. E sul pelo distingue proprio le orme impresse per arrivare al capannone. E quella neve è davvero il pelo del gatto. Un animale enorme che è tutto il suo mondo, dove ha costruito la sua casa, con la cucina grande abbastanza per fare i pancakes per tutta la sua famiglia. Tanto grande che per andare dalla credenza al forno bisogna salire sul treno e farsi portare fin là, fino al mare, un posto caldo, dove cuoce i suoi dolci deliziosi che poi distribuisce sul treno. E il ragazzo che forse ha l’età dei suoi nipoti li morde con avidità. Poi il gatto infastidito da tutto quel via vai sul suo pelo dà uno scossone e una frana enorme si abbatte sulla ferrovia. Congelando il suo mondo in un capannone rovinato in mezzo al pelo del gatto.
Jeff dorme. In mezzo ai suoi dubbi non sogna. O se lo fa li dimentica. Rimane in fondo razionale e convinto che la struttura ferroviaria stia pensando a tutto. Anche a scrivere la storia di quei capannoni tutti uguali disseminati ovunque in quel mondo bianco. Bisogna avere fede e arrivare alla meta finale. Quando è sveglio sul treno si chiede se potrà leggere anche lui il vecchio e il mare quando il viaggio sarà finito. Potrebbe chiederlo in prestito a Rachel e stendersi sulla spiaggia poggiato allo zaino che tiene accanto e che gli regge la testa. Lì c’è scritto come ricominciare tutto daccapo. L’uomo può essere distrutto non sconfitto. Dice così giusto? E lui non si farà distruggere dai capannoni tutti uguali che hanno costruito lungo la ferrovia che conduce al mare.
Vedo tornare la luce del giorno dalle alte e strette finestre. Il ragazzo passa ancora in mezzo ai corpi distesi sui giacigli di lattice. Mi chiedo quando dorma o se come me ormai si assopisce quando tutti gli altri sono svegli. Chissà se parla e da risposte ai viaggiatori, ma in realtà dorme. Già, in realtà forse dormiamo entrambi quando gli altri ci vedono svegli, ma è un trucco, una finzione. Una difesa estrema.
Un’ora e ci dicono che tutto è stato sistemato e che possiamo tornare al treno. Lo sussurrano passando accanto ai corpi assopiti. Il ragazzo passa accanto a Margaret e a Rachel, ma non le carezza il viso. Cambia appena il tono, rallenta le parole, le scalda un poco in gola, scandendo ogni sillaba con cura.
Jeff sembra soddisfatto che la sua vita torni ancora una volta sulle rotaie, dritte e gestite della struttura ferroviaria. Io non ho bisogno di annunci sono già in piedi e riavvolgo le mia cose con calma.
Fuori la neve ha cancellato le orme di ieri. Sarà felice Lucas pensa Margaret. Non ha mai sopportato di avere il pelo in disordine. Nello scompartimento torniamo ognuno ai posti che in qualche modo ci siamo scelti. Il ferroviere passa nel corridoio ispezionando ogni scomparto, contando e ricontando i passeggeri, così come il protocollo gli ha assegnato. Rachel prova a incrociare i suoi occhi, ma il momento è di quelli che non permettono sentimenti. Ogni volta che si riparte bisogna essere gelidi, contare e stabilire con il capotreno il momento esatto che abiliti la ripartenza. Ha una suono quasi mistico: ripartenza. Le vibrazioni cupe indicano che il motore è di nuovo acceso e terminata la conta infinita il macchinista invisibile genera lo strappo che vince ogni inerzia al moto. Tutto avviene con uno stridere metallico della meccanica della ferrovia, perfetta ingegneria del viaggio verso la meta.
Il capannone di mattoni rossi ci rimane dietro e dopo poco il costone graffiato dalla frana ci si accosta sulla destra. Jeff lo guarda con orgoglio, la struttura ferroviaria ha rimosso l’ostacolo e protetto i suoi passeggeri: bene, dice a voce alta. Guarda Margaret alzarsi e andare in fondo al vagone per recuperare la colazione e sorride compiaciuto.
Io vorrei assopirmi adesso esattamente come vorrebbe fare il ragazzo. Ma Rachel lo richiama dentro con un gesto. Quindi non dobbiamo avere più paura? Chiede stringendo al petto il libro con un gesto di protezione. Il ferroviere ha solo voglia di dormire e forse non ha una vera risposta, per questo resta in silenzio. Io mi sporgo verso di loro, guardo il mondo ghiacciato oltre il vetro e allora dico no, oggi non c’è più niente di cui avere paura.

Sultans of Swing

Padre Mariano tornò all’altare per ripulire il piattino per le ostie e il calice. Usava sempre un fazzoletto grande, bianco candido, con le cifre ricamate del collegio del Sacro Cuore. Quella volta però aveva notato una piccolissima macchia rossa su un lembo, una goccia di sangue forse, e per questo ispezionò con cura le dita, trovando giusto sull’indice destro un piccolo lembo di cute sollevato e ancora sporco.
Sull’altare, il foglio giallo con il nome gli sembrò il giusto indiziato al piccolo incidente e questo tranquillizzò non poco la sua mente razionale: la causa e l’effetto davanti ai suoi occhi rivelavano la perfetta coerenza del suo mondo; poteva continuare tranquillo con il rito, confidando che tutto sarebbe andato in perfetto ordine.
Alzò quindi gli occhi verso la navata semi deserta: sui due primi banchi alcune facce scure osservavano i suoi movimenti, che indugiavano ancora per far sì che l’intera platea si preparasse al finale.
Io, in un piccolo cappotto verde scuro, scrutavo la scena che per me era piuttosto nuova. Dovevo essere il piccolo Mattia, si era detto padre Mariano, che non sapeva cosa lo avesse colpito della mia figura minuta: a ben ricordare forse proprio il fatto che fossi l’unico bambino presente. In realtà padre Mariano era stato colpito da qualcosa che gli ricordava uno sguardo visto tanti anni prima in uno specchio. L’aveva registrato quando mi aveva visto entrare mano nella mano con colei che doveva essere mia madre.
Ricordo solo che mi ero accorto subito di quella cosa poggiata al feretro e allora non avevo staccato più gli occhi dalla scena. Imbambolato completamente accanto a mia madre, in quella enorme chiesa semivuota.
Padre Mariano trovò che il tempo per meditare in silenzio fosse stato sufficiente, si alzò e tornò ad avvicinarsi all’altare. Lesse il nome ancora una volta sul foglio giallo, per non dimenticarlo all’ultimo secondo e fece segno di sedere. Tutti lo seguirono, tranne me, che rimasi fermo a guardare il feretro e la chitarra appoggiata accanto.
Sì, padre Mariano aveva intuito che quello sguardo era come il suo quando, tornato dall’oratorio, in un giorno piovoso di febbraio, si era guardato allo specchio dell’ingresso. Quella era la luce della voglia di futuro declamata in un qualche modo diverso dalla norma. Suo padre allora lo aveva visto osservarsi così da vicino e gli aveva urlato qualcosa che però non era più riuscito a ricordare. Ma quella era un’altra storia ed era tempo di pensare al rito.
«Carissimi, prima di prepararci alla benedizione, volevo invitare all’altare chi voglia dire due parole in ricordo del nostro caro Mattia», disse soddisfatto di non aver dimenticato il nome.
Padre Mariano non aveva mai amato quegli elogi funebri che ormai erano tanto di moda, ma si rendeva conto che anche quello era lo specchio dei tempi. Osservò lo schermo alla sua destra per capire se dovesse dare la parola a qualcuno in collegamento. Mentre scrutava le singole miniature per scovare la mano alzata, un’ombra tra i presenti in chiesa venne avanti, salì i tre gradini e gli si fece da presso. Sottovoce spiegò qualcosa che provocò un leggero corrugarsi stupito sulla fronte del sacerdote. Poi l’ombra digitò qualcosa sullo schermo accanto al candelabro e attese alcuni attimi prima di tornare al suo posto accanto a mia madre. I due si scambiarono un sguardo d’intesa.
Sullo schermo grande davanti al leggìo comparve il logo di Arcadia. Padre Mariano pensò che davvero il mondo era cambiato da quel pomeriggio famoso in oratorio. Allora si era seduto a guardare il giovane parroco celebrar messa e mai si sarebbe aspettato di vedere accanto a un altare apparire il marchio di un social network. Lui da bambino si era sentito dire spesso che le vie del Signore sono multiformi e imprevedibili. Che anche i social fossero entrati nel suo imperscrutabile progetto alla fine poteva starci.
Per un lungo interminabile minuto il logo 3D ondeggiò sullo schermo nero, poi un volto apparve facendo trasalire tutti tranne me, che concentrai in quell’istante la mia attenzione sul viso amico.
«Buona sera cari», disse l’uomo dello schermo con un accenno di sorriso, «no, non preoccupatevi non sono un fantasma. Mia figlia Silvia è l’artefice di tutto ciò.»
Tutti in chiesa e da casa posero l’attenzione sulla donna che rimase in silenzio con lo sguardo perso chissà dove.
«Silvia è l’erede del profilo del defunto Mattia Fabbri. E ha dato l’autorizzazione per attivare la beta di Ethernal. Poteva farlo. Lo ha fatto.»
L’uomo del video prese un attimo di pausa dando l’impressione di osservare la platea. Padre Mariano guardava invece perplesso l’immagine sullo schermo dell’altare. Pensò che no, quella frase di suo padre continuava a non ricordarla e che quello che stava ammirando nello specchio quella sera era molto diverso da ciò che la sua vita gli aveva riservato. Non che fosse scontento della sua scelta sia chiaro, ma alla fine quello che era rimasto di quello sguardo era un anziano prete che dispensava sacramenti su richiesta. Oramai solo nella sua piccola casa, da quella dannata sera di due anni prima. Pensò a Sara e alla sua bara chiara in quella enorme chiesa semideserta. La voce dal monitor continuò.
«Eccomi qua quindi, sono il primo rendering prodotto da Ethernal, ma ancora il sistema è in elaborazione. Come vi sembrò. Mi somiglio abbastanza? Le funzioni base saranno realmente disponibili tra una settimana e questo significa che presto potremo tornare in contatto. Stasera volevo solo salutarvi con i pochi dati elaborati che ho.»
Io, durante il nuovo momento di silenzio tornai a fissare la chitarra bianca adagiata sul legno lucido della bara. Aveva il corpo rovinato e il battipenna nero rigato.
«Volevo dirvi che anche se la mia vita terrena è terminata, non penso di avere rimpianti. E no. Quello che ho visto mi è servito fino all’ultimo respiro per scrivere storie. Per inventare mondi e suoni soprattutto. E questo è un privilegio, c’è gente che chiude gli occhi senza avere mai visto il mondo. Io invece ne ho visti infiniti di mondi. Tutti quelli che sono riuscito a inventare. Ecco questo volevo dirvi, perché magari oggi vi state chiedendo che cosa ricorderete di me e in quanto tempo questi ricordi si ridurranno a nebbia sottile. Accade a tutti, anche a me è accaduto. Per esempio in questo momento io non ricordo quasi nulla», rise, «ma vedete, tra una settimana avrò un bel database dove ci sarete tutti o quasi tutti. E allora forse ricomincerò a raccontarvi le storie che vi sareste dimenticati.»
Padre Mariano pensò che gli sarebbe piaciuto avere in quell’aggeggio una replica di suo padre, anche solo per chiedergli cosa gli avesse urlato quella sera. Forse se l’avesse ascoltato, adesso sarebbe in un pub a bere una birra, appena tornato dal lavoro, con un amico. Si sarebbero fermati a guardare il notiziario, mentre parlavano dei funerali del leader degli Egon, Mattia Fabbri, e avrebbero ricordato insieme i tempi dell’università quando andavano ai concerti e Sara gli stringeva la mano fortissimo perché aveva paura di perdersi. Sì, in quel momento più che a suo padre pensò a Sara e una piccola lacrima scivolò sul volto e si infranse sul telo bianco ricamato dell’altare, disegnando un piccolo alone.
Per qualche secondo la trasmissione dell’uomo sembrò essere terminata. Il logo 3D di Arcadia riprese a muoversi sullo schermo. Poi il volto di Mattia Fabbri tornò a mostrarsi. Un aggiornamento al database pensò Silvia osservando per la prima volta le facce sconvolte attorno a lei. Tutte quante tranne la mia: io con lo stesso nome del nonno e un profilo tagliente come quello di mia madre Silvia. Lo sguardo sereno di chi ancora non aveva una idea così netta della vita e della morte e che non distingueva l’immagine artificiale dello schermo da quella presunta reale delle tante videochat degli ultimi mesi.
«A proposito», disse il defunto, «volevo raccontarvi una storia che non ho mai rivelato a nessuno. La storia di quella chitarra lì», fece un cenno con il capo verso il feretro.
Silvia rimase un attimo perplessa. Un errore pensò, un neo, sulla simulazione davvero precisa dei pensieri di suo padre. Per un attimo si trovò confusa tra la bara dentro la quale aveva visto sparire il corpo del padre e il monitor con la sua immagine, che ora continuava a rivolgersi a loro per un saluto che non era un commiato, ma un benvenuto alla e dalla sua nuova forma.
«In tanti negli anni mi hanno chiesto come avessi iniziato la mia carriera. Quale fosse stata la scintilla. In fondo vengo da una famiglia di accademici. Nessun musicista, ma nemmeno un artista. Tutti uomini di scienza. Rigidi tecnocrati.
Ero poco più che bambino. Una sera che pioveva a dirotto, con mio padre, stavamo tornando a casa. Rischiavamo di inzupparci per bene, perché tutta quell’acqua io poi non l’ho più vista venire giù. L’unico posto in quella via dove ripararsi era un pub di quelli semibui, dove la gente provava a dimenticare le sue giornate riempendosi di alcol e ascoltando quattro disperati che provavano a suonare vecchia musica degli anni 80. Non ne ricordo nemmeno il nome scritto sull’insegna. Mio padre ordinò una birra e una coca per me e provò ad asciugarmi il volto e la testa con il suo fazzoletto. Ascoltammo per un’ora la band suonare, tra l’indifferenza degli altri avventori che li ignorarono anche quando finito tutto presero a smontare l’attrezzatura sul palco. Una cosa allora mi colpì: il chitarrista aveva chiuso il concerto con una foga e una felicità negli occhi che non si addicevano a quella mancanza di attenzione generale. Chiesi a mio padre se potevo avvicinarmi. Me lo concesse. Il chitarrista stava mettendo via i pedali degli effetti e mi ringraziò per essere passato a salutarlo. Disse che quella sera aveva avuto un successo enorme proprio perché io ero andato lì a dirgli che mi era piaciuto il concerto. Cristo, tutto un locale se ne era fregato di lui e della sua musica e quello diceva a me, che ero un soldo di cacio bagnato come un pulcino, che quella era stata una serata storica. Non capivo, ma lui disse di avvicinarmi e quasi come una confidenza, mi rivelò che secondo lui l’unica cosa che rimane di noi dopo la morte sono i ricordi che lasciamo agli altri. E così quello per lui era un grande giorno, perché sarebbe vissuto ancora nei miei ricordi. E vista la mia giovane età, ne avrebbe avuta tanta di vita. Disse proprio questo, che lui suonava perché non voleva morire e non conosceva metodo migliore. Poi disse, vieni. Da dietro un Marshall prese una borsa con una chitarra dentro. Disse, questa qui è la mia prima chitarra. Me la regalò un tizio importante che non puoi avere neanche sentito e che scrisse un pezzo fantastico. Uno di quelli che abbiamo suonato oggi, Sultans of swing. Una storia vecchia che ricordo ancora. Ho imparato su questa chitarra, sai? Ma ormai non la uso quasi più. La porto sempre con me solo come portafortuna, per ricordarmi del tizio e mantenerlo in vita. Prendila disse, facci vivere tu per sempre. Rideva, come se fosse davvero il giorno più felice della sua vita.»
Guardai la chitarra bianca accanto alla bara e strinsi la mano fredda di mia madre.
«Mattia?», fece il defunto, «avvicinati un attimo, Mattia.»
Io domandai con uno sguardo a mia madre se davvero potessi. Lei fece segno di sì.
«Peccato che non abbiano previsto la webcam, non posso vederti ancora, ma capisco che sei vicino.»
Con una mano feci come per accarezzare quella immagine.
«Sono qui accanto nonno», dissi con un filo di voce.
«La chitarra è quella lì, Mattia. Una Stratocaster bianca e rovinata dalle tante vite di gente che non aveva voglia di morire e allora su quelle corde ha lasciato incisa la sua anima, perché suonasse ancora. Così quando ieri sera è arrivata la mia bara dal Canada e mi hai chiesto se potevi tenerla tu per imparare a suonare, be’ ho pensato che era il più bel giorno della mia vita. Strano vero? Uno sta lì nella sua bara e di colpo si rende conto che è il momento giusto per sentirsi davvero felice. Corri Mattia, prendila, è tua. Facci suonare per sempre.»
Timidamente mi avvicinai allo strumento alto quasi quanto me. Lo adagiai nella sua logora custodia e con una certa buffa fatica lo trascinai al banco dove attendeva mia madre.
«Ragazzi, ora penso sia meglio che vi sbarazziate in fretta di quello che rimane di me», disse il defunto con una smorfia sarcastica indicando la bara, «mi pare che avevo chiesto di bruciare tutto, giusto? Vi voglio bene e mi raccomando, teniamoci in contatto.» Rise di gusto. Poi il logo 3D di Arcadia torno a muoversi sullo schermo nel silenzio generale.

Padre Mariano notò che il nodo in gola avrebbe richiesto almeno un sorso d’acqua, gesto atipico in un funerale che si rispetti. Avrebbe provveduto dopo, quando tutto sarebbe stato finito. Per settimane poi provò ancora a ricordare la frase in quella scena dello specchio, ma invano finché una domenica, in un rigattiere vicino la parrocchia, vide in un angolo uno specchio uguale. Per curiosità entrò dentro e proprio davanti a quel vecchio oggetto rovinato dal tempo sentì rimbombare quelle parole: “a forza di guardarti allo specchio diventerai una vecchia checca o un fottuto sagrestano.” Lui era diventato un sacerdote e aveva amato tanto una sola donna. La stessa che fino a due anni prima era stata con lui e lo aveva accompagnato nella sua vita. Solo allora ricordò quel recente messaggio nella posta. Tornato a casa con qualche esitazione rispose con le sue credenziali. Poi spense il pc e provò a immaginare cosa avrebbe detto Sara al loro primo incontro.
Mia madre ha scritto più volte allo staff di Arcadia. Avrebbe voluto avere le fonti del racconto della chitarra. Mio nonno l’aveva confidato solo a lei una sera e le aveva sempre raccomandato di non rivelarlo. Non aveva mai capito cosa ci fosse di così segreto in quella storia, ma almeno voleva capire chi aveva violato quel suo volere. Le hanno risposto sempre che non c’è un dato congruente con il racconto. Pare che stiano osservando comportamenti analoghi in altri profili. Come se l’algoritmo permettesse di costruire ricordi non compresi nella base dati o forse non direttamente leggibili a una mente umana.
Come so tutte queste cose su di loro? No, non mi hanno parlato di questo in vita. Ma, diciamo così, non ci siamo mai persi di vista da quando sono su Ethernal. Qui dentro siamo tutti molto più loquaci e accadono cose che neanche lo staff ci sa spiegare.
Da allora ho cambiato tante chitarre e suonato in tante band, ma non ho ancora trovato nessuno a cui regalare la Stratocaster di mio nonno. Ci vediamo spesso con lui e tante volte si è connesso ai miei concerti. Una sera mi ha pure chiesto perché non avessi mai suonato Sultans of swing. Ho risposto: “ho suonato spesso le tue canzoni nonno.” Lui ha sorriso e ha detto che prima o poi capiterà da sé.

I’d rather go blind

Il ragazzo guarda la figura oltre il cancello e sente che quello che deve accadere accadrà. È inutile che provi a muoversi o a fuggire, la figura è là e nessuno può convincerla a desistere dalla sua caccia.
Fa freddo ora, ma il ragazzo sa che non importa quanto dovrà ancora battere i denti, raggomitolato nel suo angolo. Aspetta e basta, fermo, respirando quel tanto che serve per tenerlo vivo. È tutta qui la strategia: meno il suo corpo si manifesta, più la possibilità di farla franca è alta.
Eppure era cominciato bene il mattino. La solita routine di un giorno qualsiasi: la signora Patrewskij lo aveva incontrato nel vialetto e il suo piccolo sorriso l’aveva accompagnato, mentre carezzava con il palmo il corrimano.
«Buongiorno signora Patrewskij.»
«Buongiorno caro, vai di fretta?»
«Farò tardi a scuola se non mi sbrigo.»
«Se quando torni nel pomeriggio hai voglia di una bella tazza di cioccolata calda, io sono a casa.»
La cioccolata della signora Patrewskij è una vera porcheria. E la casa della signora Patrewskij è un incubo. Eppure qualcosa in quella bicocca lo attira. Qualcosa che non sa ancora adesso ben spiegarsi.
Tornando da scuola, aveva gettato una occhiata verso il cancello della casa della donna: il muro della villetta era davvero rovinato e suo padre aveva ragione a temere che prima o poi quella stamberga sarebbe crollata su se stessa. Aveva girato due volte la catena della bicicletta attorno al palo del lampione e con animo allegro era entrato in casa.
L’ombra ora si allunga e si accorcia rivelando i movimenti della figura, che non sembrano finalizzati a cercare qualcuno, quantomeno lui. Sembra che aspetti e basta. La notizia in sé è buona, non fosse per quel freddo che lo avvolge, per quel buio che lo asfissia. Dalla casa di tanto in tanto si sente il vocio di una trasmissione TV, una di quelle che la signora Patrewskij si ostina a vedere a volume altissimo. Stanno intervistando qualcuno che da poco ha scoperto di essere stato tradito dalla moglie. Deve essere qualcuno di famoso e ha una voce gracchiante e lamentosa. Ogni tanto un applauso spezza l’aria. A un tratto forse piange.
«Sei stanco?», aveva chiesto la signora Patrewskij, mentre versava la brodaglia scura nella tazza sbeccata. «Hai una faccia sciupata in questo periodo. Non starai covando qualcosa? Te ne vai in giro con quella bicicletta e adesso comincia a far freddo. Dovresti coprirti meglio.»
Parlando l’aveva toccato su un braccio e lui aveva sentito un brivido salire sulla schiena, come quelli che ora gli tenevano compagnia in quell’angolo, soprattutto ora che l’ombra si avvicina fino a sfiorare il buio che lo contiene.
Il ragazzo prova a misurare la distanza tra lui e il cancello della sua casa. Troppi metri e troppa luce per fuggire inosservato. E anche la casa della signora Patrewskij non sembra un buon posto dove rifugiarsi. Adesso sente anche la voce di un uomo, ma non dalla TV. Sembra qualcuno nella stanza che parla a tono moderato. Non si colgono le singole parole, solo un fondo basso, sul rumore della TV.
«Ancora un po’?», aveva chiesto la signora Patrewskij sporgendosi verso il bricco ancora fumante. Il ragazzo avrebbe voluto dire qualcosa, ma era rimasto fermo a guardare quel movimento. Non che ci fosse qualcosa di strano o perverso in quello, solo una sensazione che dal basso ventre lo aveva turbato, un gesto morbido che lo aveva appena sfiorato, visto che la signora Patrewskij amava sedersi proprio accanto a lui sul grande divano ecrù. E questo non era passato inosservato, perché rivoltasi al ragazzo aveva accolto con un leggero sorriso quello sguardo che la esplorava in ogni suo più intimo pensiero.
Da alcuni minuti l’ombra sembra essersi allontanata dalla casa. Il ragazzo, nel suo nascondiglio, guarda con timore anche dietro le sue spalle. Se la figura dovesse sospettare qualcosa potrebbe fare il giro della piccola costruzione e arrivargli dietro, ma anche questa via almeno per adesso sembra sgombra.
Il ragazzo trasale, quando un gatto fa crepitare le foglie sotto il grande albero al confine tra le due case. Dalla TV risate rispondono ai discorsi di un qualche comico. Battute becere che il ragazzo non sente in realtà, ma capisce che la dinamica è quella. La voce bassa si è chetata o affievolita sotto il rumore.
Dire perché è scappato via da quella casa in quel modo rovinoso è difficile, soprattutto per noi che lo conosciamo. La stessa signora Patrewskij non si capacita, e di ragazzi lei ne ha visti. Soprattutto in quell’età che dal nulla li realizza uomini. Aveva visto i suoi figli, che giusto quella sera dormivano dal padre. Ma questo il ragazzo lo ignora, perché per tutti la signora Patrewskij è la vedova e i figli solo dei bambini cattivi, affidati spesso alle cure del collegio. Si sono comportati male dicevano, che deve fare la povera vedova, sola com’è in quel tugurio; e tanti di noi bambini hanno masticato il terrore di questa colonia penale per discoli, incubo dei sogni notturni dopo innocenti malefatte.
Lei guarda spesso dalle sue finestre quel mondo, che preferisce piangerla vedova invece che divorziata, e sorride esattamente come ha fatto guardando i movimenti timidi delle mani del ragazzo.
Adesso è quasi mezz’ora che non si avverte alcun rumore all’esterno e anche la figura sembra avere abbandonato il campo di battaglia. La immagina così questa sera, una lotta tra il bene e il male. E a lui è riservato il male, s’intende, perché le sue mani hanno indugiato troppo. O troppo poco. Per questo la figura sta cacciando la sua anima. Ma fortuna che il ragazzo ha fiutato nell’aria il pericolo in tempo e che con un balzo deciso, proprio mentre le sue mani cercavano il calore del corpo di donna, è riuscito a mettersi al sicuro.
Il ragazzo trema e si chiede al sicuro da cosa? Perché in verità non sa da cosa sia fuggito. E soprattutto non sa perché la signora Patrewskij ogni sera davanti alla TV piange. Non lo sa nessuno in realtà, perché la signora Patrevskij appartiene a quella moltitudine che nella nebbia ha perso ogni necessità di vita. Così nella sua casa che cade a pezzi, lei accoglie spesso la figura nelle sue stanze. E solo quando è davvero notte può guardare i fantasmi diventare carne e sangue.
La signora Patrewskij la vede con la coda dell’occhio l’ombra del ragazzo fuggire verso casa, piccola nuvola opaca oltre il vetro. È bella la signora Patrewskij, molto. E forse questo nella vita l’ha danneggiata. Fosse stata insignificante come la sorella allora il marito non l’avrebbe lasciata alla prima ruga. Fosse stata grassa come la madre, non avrebbe dovuto pagare le ombre per placare la sua sete di vita. Perché lei è bella, ingombra ogni vita vissuta e gli uomini l’hanno sempre voluta e mai hanno lasciato che lei li avesse. Il marito, i figli a loro modo, il padre del ragazzo che dietro le tende ricamate con cura dalla moglie, si interroga su cosa avviene lì fuori e che non potrà fare domande per non rischiare di scoperchiare la tomba della sua vita felice.
La signora Patrewskij è bella e il ragazzo lo sa. È l’unica cosa che potrebbe spiegare quel brivido e quella fuga. Ma lui non la vuole avere, per questo è fuggito. Non sa neppure cosa significhi bella, ma non la vuole. Vuole invece che qualcuno abbia lui. Vuole affondare in un abbraccio diverso da quello della madre. Vuole essere almeno per poco di qualcuno. Vuole essere usato forse, non per diventare ombra come suo padre, che dietro le tende vede le vite degli altri disfarsi come la casa della signora Patrewskij. Usato e gettato in un angolo ad aspettare che un’ombra se lo porti via, verso l’età adulta.
La signora Patrewskij guarda le immagini della TV in sottofondo. Guarda tutto quel mondo di ombre che le gira intorno e pensa a quel bacio, a quell’abbraccio caldo. Guarda sempre, guarda tutto e pensa che sarebbe stato meglio, per una volta, essere ciechi.

Tutti i santi giorni

Guido rientrò in casa e depose le chiavi nella ciotola di ceramica colorata. Aveva evitato di accendere la luce dell’ingresso, ma la penombra era abbastanza per muoversi in quello spazio familiare.
Toni in cucina stava asciugando due piatti, lo vide entrare e fece un segno per dire “e allora?”
«Andata», disse guardandosi qualcosa di invisibile in una mano.
Toni rispose con un cenno minimo di ok e continuò a sfregare il piatto.
Respirarono in silenzio ancora un po’. Fermi nelle loro inerti posizioni.
Fu per primo Guido a turbare la stasi versandosi un bicchier d’acqua che non doveva aver alcuna voglia di bere. Lo fece solo perché non poteva star ancora fermo in quello spazio chiuso. Ne prese un sorso osservando con attenzione il disegno geometrico stampato sopra e imperlato di condensa. Poi lo lasciò sul ripiano ad attendere di essere vuotato nel lavabo.
Toni finito con le ultime stoviglie, si diresse al balconcino, posò le mani sulla ringhiera e guardò in direzione delle piante, a destra. Di tanto in tanto il lampione vicino faceva un piccolo lampo che ne preannunciava l’accensione. Qualche secondo ancora nell’ultimo chiarore lontano del giorno, oltre i palazzi di fronte. Poi la luce gialla si prese la scena, colorando un gatto maculato fermo lì sotto a leccarsi il pelo.
Toni sede’ sulla seggiola in vimini rovinato, s’aggiustò i lembi della vestaglina e poggiò la testa alla mano aperta. Chiuse gli occhi, per ascoltare le macchine transitare di sotto e sentire l’odore buono del basilico vicino.
Guido deluso dall’acqua si era dedicato all’ultima birra in frigo, armeggiando col manico di una forchetta per cavar via il tappo. Non trovava l’apribottiglia e non voleva disturbare i pensieri di Toni, solo che a quel giro anche lui sembrava incapace di articolare una qualsiasi azione costruttiva. Al terzo tentativo, con un certo dolore all’indice, c’era riuscito e in piedi accanto allo stipite della portafinestra provava a sorseggiare fingendosi interessato anche lui al suono delle auto.
«Dobbiamo prendere una pianta di basilico da Mimmo. Questa mi pare messa male.»
«Non è tempo», disse Toni senza neanche aprire gli occhi.
Guido prese un altro sorso e continuò a guardare fuori, «aspettiamo che torni allora.»
«Il tempo?»
«Sì. Il tempo.»
Si guardarono un attimo per scambiarsi una idea, un silenzio che parlava di una vita insieme, di notti insonni, compiti per le vacanze. Aerei.
«Mino», disse a un tratto Guido come a voler mandar giù un nodo in gola.
Toni aggrottò le ciglia, «cosa?»
«La pizzeria, si chiamava da Mino.»
«Ah!» sospirò appena Toni, «quella dove facevano quel gelato…»
«Nocciola.»
Sorrisero sbiaditi. Un uomo con una valigetta osservò dai due lati prima di attraversare all’incrocio. Già a quell’ora non c’era più nessuno in giro e l’asfalto suonava del suo scalpiccio. La birra era finita e Guido si rigirava la bottiglia vuota pensando che anche quella andava comprata la prossima volta al supermercato in fondo alla strada. A dire il vero iniziava a fare freschino, ma ancora per qualche settimana una birretta la sera l’avrebbe apprezzata.
Toni cambiò posizione sollevando la testa e fissando lo sguardo verso un punto lontano, uno preciso che nella sua mente doveva stare a nord. Non aveva importanza che questo fosse vero, serviva un riferimento cardinale al quale appendere un nome e una volta individuato lo accolse con un sonoro sospiro e un “mah”.
«Cosa?» chiese Guido.
«Niente.»
Guido alzò la testa al cielo per trovarci qualcosa, una stella, una nuvola, uno spicchio di luna da guardare. È ch’era buio pesto, ambrato dalla luce timida del lampione di fronte: buio e nessuna battuta intelligente su quella pizzeria da buttare lì in mezzo a loro due.
«Andrà tutto bene», disse mordendosi quasi la lingua.
Toni però non sembrò cogliere e fece un segno con la testa che andava interpretato. Poteva essere un sì o qualunque altra cosa, ma quella non era serata per porre e porsi domande; al più mandar giù una birra e tener d’occhio il cielo, provando a seguire una stella cadente fuori tempo massimo, esprimere un desiderio e aspettarne l’esito.
Però Toni era lì seduta a dieci centimetri e allora bisognava fare qualcosa, dire qualcosa. E quell’andrà tutto bene gli era sembrato adatto e giusto per quell’attimo; passato quello era però rimasto a mezz’aria, inadeguato.
«Sai cosa non capisco?», disse Toni non distogliendo lo sguardo da quel punto invisibile a nord.
«Cosa?»
«Che alla fine lavori una vita per questo. Inizi che sembra un gioco, poi piano piano ti accorgi che il tempo ti sfugge dalle mani. Lo vorresti fermare mentre hai così tante cose da fare, ma devi correre tra una lezione di chitarra e un saggio di fine anno. Sbuffi perché non vedi l’ora che tutto finisca, perché hai così tante cose da fare.»
Guido osservò il profilo di lei nella penombra della luce gialla del lampione. Non era una espressione triste, stava fissa come se non potesse abbandonare il legame con quel punto. Dava l’impressione che sarebbe bastato un attimo, un battito di ciglia per perdere il contatto per sempre. Superò quel loro ultimo silenzio con un leggerissimo sospiro, per prendere il fiato necessario a pensare di dire, “e poi una sera capisci che non era quasi nessuna importante di quelle cose, ma che comunque andavano fatte tutte. Perché generare significa perdere un pezzo di te per sempre, lanciarlo oltre il tempo, mentre il tempo lo vendi per altro.” Doveva averla letta da qualche parte quella cosa che gli rimbombava in testa mentre le carezzava i capelli mossi dalla leggerissima brezza. Eppure quella frase gli rimase in gola con l’ultima schiuma di birra e il ricordo di nocciola di Mimmo.
Toni si voltò a guardarlo, aveva un’aria stanca ma non tesa. Respirava lo stretto indispensabile per non fare rumore. Sorrise. Forse aveva letto i suoi pensieri o ne aveva tanti simili da inseguire.
«Ne avrei preso un sorso», disse guardando la bottiglia vuota.
Guido guardò l’etichetta sconsolato, «è l’ultima!»
«Fa nulla», disse Toni.
L’uomo con la valigetta tornò ad attraversare la strada. Guido lo riconobbe per la pelata brillante sotto la luce del lampione. Aveva un sacchetto di spazzatura che depositò di fronte questa volta e anche gli abiti adesso erano comodi e informali. Non tornò subito indietro, ma iniziò a passeggiare sul marciapiede perso nei suoi pensieri. Per un attimo alzò gli occhi verso Guido. Aveva gli occhi stanchi gli venne da pensare, non li vedeva da laggiù, ma di questo si convinse. Guido non sapeva come mai di questa conclusione, ma se quell’uomo fosse salito su gli avrebbe fatto notare questo, che aveva gli occhi stanchi.
«Hai gli occhi stanchi», disse Toni.
Guido, sbattè le palpebre. Adesso che ci pensava era tutto il giorno che sforzava la vista su Whatsapp. Organizzare le ultime cose, controllare i movimenti da casa in aeroporto e ritorno. Doveva avere gli occhi rossi come se avesse pianto. Guardò l’etichetta umida della bottiglia per trovare un appiglio.
«Sarà che non tengo più l’alcol», finse di guardare la gradazione per trovare risposte.
Toni rispose con una smorfia fintamente divertita.
L’uomo giù da basso si era dileguato verso la piazzetta con il suo dubbio in testa e i suoi pensieri in bilico su chissà quale desiderio inespresso. Passando accanto al gatto lo avevo guardato appena, ricambiato per lo stretto necessario dal felino, e aveva proseguito giocando con il ciondolo del portachiavi.
Le luci di un aereo bucarono il cielo e in sincronia Toni e Guido le osservarono sbiadire in silenzio. Anche l’uomo con la valigetta, poggiato alla spalliera di una panchina devastata, le vide muoversi e lampeggiando rapidamente scomparire dentro una nuvola buia che per un attimo si rivelò alla notte.
«Vado a letto», disse Toni alzandosi dalla seggiola. «Per il resto dei piatti ci pensi tu?»
Guido fece cenno di sÌ, mentre lei passando accanto lo sfiorò con una mano sulla spalla. Per un attimo ne percepì il calore del corpo, e il profumo intenso dei suoi capelli lavati di fresco. Come sempre guardò la vestaglina scoprirle un po’ il seno. Come sempre da chissà più quanto tempo.
Rimasto solo si poggiò alla ringhiera guardando la strada deserta e l’ombra dell’uomo con la valigetta rientrare verso casa. Giunto sotto il suo balcone alzò nuovamente lo sguardo verso di lui e Guido ebbe la netta sensazione che l’uomo avesse proprio gli occhi stanchi. Si chiese se avesse bevuto anche lui, sottolineando il pensiero con un sorriso.
L’uomo fece un cenno di saluto con la testa che Guido ricambiò, provando a immaginare il nome e la storia di quel tipo solitario con la calvizie pronunciata. E anche cosa portasse in quella valigetta che aveva visto poco prima. Poi, chinato lo sguardo sulla strada, l’uomo continuò il suo viaggio verso il portone di casa che lo inghiottì in un fragore metallico.
Guido ascoltò il silenzio ferito dai riverberi delle tv dalle case vicine. Guardò il basilico esalare uno degli ultimi effluvi della stagione e la luce del lampione svanire in un frantume di scintille minute; rabbuiato il gatto sul marciapiede sfuggì all’improvvisa tenebra portando la sua ombra distante. Guido depose la bottiglia nel bidone del vetro e pensò che l’unica cosa importante era che la primavera sarebbe tornata, insieme al basilico fresco e al gelato alla nocciola di Mino. E che fino a quel punto aveva avuto davvero una bella vita. Aveva ballato tante musiche, aveva letto tante favole, aveva bevuto da bicchieri bellissimi e guardato tante volte il tramonto sul mare. E aveva sentito cantare suo padre, accarezzato sua figlia quando aveva la febbre, abbracciato sua madre quando ne aveva avuto bisogno. E fatto l’amore con Toni così tante volte che anche adesso quello era l’unica cosa che gli andava di fare.
Così diede l’ultimo sguardo a quel punto a nord che significava qualcosa, rivolse un pensiero colpevole ai piatti nell’acquaio e si diresse verso la camera da letto.
Toni come al solito si sarebbe schernita e infastidita, ma la primavera bisognava aspettarla come si deve. E ricordare che esiste tutti i santi giorni.

Avril 14th

“Salvo Mancuso?”
Dietro lo schermo l’uomo sbadigliò e rispose con un flebile sì.
“C’è un task da allocare. Conferma?”
“Sì, metto l’auricolare.”
“Non è necessario. Il cliente 32A28S ha trovato questo biglietto. Comunicare il significato. Grazie.”
Sullo schermo apparve un mezzo foglietto di notes giallastro. Una calligrafia minuta si adagiava ordinata sulle righe sbiadite e aveva un bordo sfrangiato, come se ne fosse stato strappato un brano con fretta e non badando troppo al risultato finale.
Era da tanto che non vedeva un testo in corsivo e ci mise un po’ più del solito a formulare una possibile risposta. Forse anche perché quelle parole lo avevano colpito e di certo potevano stare in fondo a qualcuno dei suoi archivi social, come traccia residuale di vecchie ferite. Lette da lui assumevano un significato ben preciso che per qualche motivo sottolineò nella casella sotto l’immagine. Un click e si dissolse nel popup con l’accredito del task sul conto lavorazioni, nella burocrazia del dare e dell’avere.
Non si spiegava però perché avesse conservato il printscreen del biglietto. E nemmeno perché continuasse a leggere il testo, a seguire le anse della scrittura nervosa e il numero telefonico annotato sotto. D’un tratto gli fu chiaro che le cifre le aveva impresse in un angolo dimenticato della memoria, numeri che ora erano ricomparsi da un passato infelice sul suo schermo.
“Salvo Mancuso?”
Ancora distratto indossò l’auricolare e confermò con un sì.
“Il limite giornaliero di task per te è raggiunto. La QA Inc. ti augura una buona giornata.”
Retaggio di una educazione obsoleta ringraziò e salutò all’indirizzo dello schermo, ricambiato solo dal logo in dissolvenza.
Il numero continuò però ad albergare nella sua mente mentre si alzava dalla postazione, controllava al volo il conto lavorazione e alla macchina del caffè prelevava la tazza fumante. Lo immaginò su un piccolo schermo di cellulare anche quando osservò dalla finestra chiusa i ragazzini nel parco giochi contendersi un’altalena pericolosamente appesa a un vecchio telaio arrugginito.
L’idea strana gli balenò in mente ripensando all’ultimo riordino del suo spazio abitativo. Chiamarla casa sarebbe stato infatti davvero troppo, quelle cellette dentro cui aveva accettato di passare la sua reclusione erano davvero minimali. Lo stretto necessario per mangiare, dormire ed eseguire i task del sistema di recupero costi.
Quando lo avevano affidato alla QA aveva tirato un sospiro di sollievo. Essere beccato così in flagranza oramai era piuttosto comune, ma le pene spesso prevedevano condizioni pesanti. Quella era invece una discreta opportunità, anche perché spesso la società continuava a offrire task agli ex reclusi e di crediti lui ne avrebbe avuto bisogno scontata la pena.
Gli avevano dato anche il tempo di raccogliere alcune cose da portare via in una scatola lunga e piatta che aveva quasi dimenticato sul tetto dell’armadio accanto al letto.
E quel numero se non aveva sbagliato stava ancora lì dentro. Poteva ricordare male, questo sì, ma alcune cose si incidono a fuoco nella memoria, stanno in un canto in attesa che un evento accada. Una magia quasi, se si pensa a quanto tempo era passato.
Un’ombra transitò sul suo volto quando appollaiato sullo sgabello percepì la sagoma della scatola sul tetto dell’armadio, come fosse davanti la bara di un suo caro amico. Dentro, tanti pezzi di vita, quattro vecchi telefoni, quattro archivi del suo tempo che aveva comunque preferito risparmiare al macero del riciclo. Uno in particolare lo interessò: aveva una cover azzurra appena trasparente sul retro che lasciava in bella vista il logo. Provò ad accenderlo, ma dopo tutto quel tempo il display rimase buio. Frugò un po’ in una busta di plastica verde, cercando un adattatore che ricordava di aver conservato, una striscia nera di metallo con un cavo rovinato che non prometteva molto, ma che in qualche modo funzionava ancora, visto che il simbolino della batteria si illuminò subito in alto a destra sul display. Un messaggio su un fondo arancio, invocò otto minuti di pazienza per portare la batteria in condizioni minime di sopravvivenza.
Si diresse al dispenser per controllare cosa fosse previsto per la sua cena. Con un sibilo dietro la paratia il sistema inizio a preparare e nell’attesa la sua attenzione fu catturata dalla luce intensa del display del device in restart. La foto che ricordava stava ancora lì sulla home, punteggiata dalle icone delle app, ma non abbastanza da coprire il sorriso di una ragazza con un caschetto nero come il petrolio e una pelle chiarissima di porcellana. Le labbra risaltavano come carboni ardenti seppur apparentemente non esaltate da cosmetici. La ragazza indossava un maglione e disegni geometrici e sebbene sorridente aveva una velo di tristezza nello sguardo. Un movimento delle ciglia che lo scatto non aveva fermato, ma la sua memoria sì e ora che riaffiorava dal display lo rivedeva come se fosse avvenuto dieci minuti prima.
Il dispenser trillò e il vassoio con la sua cena affiorò sul ripiano. Finita l’accensione, il display si spense mostrando la progressione della carica sul bordo superiore. Prendere ora il cellulare sarebbe stato inutile, così si dedicò al cibo, mantenendo l’attenzione sul terminale che rimandava le ultime notizie dalla città intasata di pendolari imbestialiti dalla riduzione delle corse della metro.
La finestrella con il logo della QA apparve lampeggiando in alto a destra.
“Salvo Mancuso?”, chiese la voce dell’assistente.
“Sì?”
“Il cliente 32A28S ha chiesto una verifica urgente sul task NI9402. Può accettare un task straordinario?”
“Certo, non ho impegni stasera”, sorrise divertito.
“Il sistema di priorità richiesto attribuirà fino a dieci volte i crediti standard del servizio, ma il task prevede un contatto in voce. Acconsente o preferisce un avatar?
“Va bene la mia voce.”
“Grazie per avere accettato il task da parte di QA Inc. Il conto lavorazioni sarà aggiornato al momento della valutazione del cliente. Buona serata.”
Il popup con il logo svanì. Passò un minuto, poi due. Poi cinque.
Con la coda dell’occhio notò il vecchio cellulare illuminarsi e pensò che ci fosse qualche problema al cavo di carica, un falso contatto magari; finito quel task lo avrebbe ripreso e si sarebbe tolto quel dubbio che lo ossessionava. Attese altri dieci minuti: il cellulare continuava a tratti a illuminarsi e in fin dei conti poteva distrarsi un attimo e capire cosa accadeva. Staccò il telefono dal cavo e una stretta allo stomaco lo sorprese osservando il nome della ragazza della home apparire evidenziato nella finestrella della chiamata in arrivo. La quarta a vedere il numeretto tra parentesi. Non c’era un senso per tutto quello, ma lo stesso sfiorò il tasto verde.
“Salve, sono il cliente”, per un attimo la voce con forte accento spagnolo si interruppe. Dall’altra parte un uomo stava provando a leggere qualcosa che doveva aver annotato, “il cliente 32A28S. Sei Salvo Mancuso?”
Rimase in silenzio, il sistema non dava mai i riferimenti ai clienti, specie per loro che erano in lavoro penale.
“Non sono abilitato a rispondere a queste domande”, disse ricordando una vecchia favola sui controlli random al protocollo di comunicazione.
“Capisco, certo”, l’uomo all’altro capo appariva interdetto. “È che oggi ho provato con la QA. Mi avevano detto che ha un sistema infallibile per rispondere a ogni domanda. Avevo usato anche la QUORA e anche una piccola startup russa”, parlava quasi volesse compagnia più che risposte. “Come si chiamava la startup? Pravda o qualcosa di simile.”
“Come ha avuto questo numero? E da chi?”
“Sul foglio. Era sul foglio con il suo nome e il numero. Voglio dire con quel nome, Salvo Mancuso. E con la nota che solo lui avrebbe capito il senso del messaggio.”
Doveva mantenere la calma. Poteva essere un test quello. Era una follia, ma potevano avere pensato di metterlo alla prova. Farlo crollare. Doveva stare calmo e lucido.
“Quale foglio?”
“Il foglio che ho mandato oggi a QA. Lo ha lasciato Gloria prima di…”
Continuava a chiedersi cosa stesse accadendo. Forse era il caso di contattare l’assistenza QA per segnalare il caso, ma se quello era un cliente vero doveva mantenere la calma. Era importante non fare errori.
“Probabilmente c’è stato un qualche errore perché non comprendo la sua richiesta. Non credo poi che nessun servizio QA avrebbe dato un numero privato. Forse è meglio che chiudiamo qui. Le consiglio di contattare il servizio clienti per delucidazioni.”
Dall’altra parte ci fu un attimo di silenzio, “Salvo io devo sapere cosa è accaduto a Gloria.”
“Le ho già detto che non sono Salvo e poi non ho mai conosciuto nessuna Gloria.” L’ultima parte in effetti era vera e avvalorava la sua idea di un test. In fin dei conti non sapevano tutto della sua vita. Doveva stare al gioco.
“Perché allora ha scritto il tuo numero sul biglietto.”
“Chi?”
“Gloria, chi altri? Il biglietto è suo!”
“Non ho idea di cosa voglia dire, questo è un vecchissimo numero che oggi ho riacceso perché cercavo una foto. Se ho risposto è stato davvero un caso.”
“Non è vero, hai riacceso dopo il numero di Gloria sul biglietto.”
“Non ho visto nessun biglietto.”
“E tu hai notato qualcosa in più degli altri, qualcosa su quella frase in corsivo.”
“Non ho visto nessun biglietto mi spiace, nessun biglietto.”
“C’era il tuo numero e il tuo nome sul biglietto. E Gloria quel giorno è volata giù dalla sua cella. Ha rotto il vetro e si è lanciata fuori. E mi ha lasciato quel biglietto.” Dietro il microfono la voce sembrò accasciarsi stremata, “solo quel biglietto.”
Avrebbe avuto voglia di urlare, ma quella voce spenta lo colpì. Torno a sedersi, guardando lo schermo del cellulare riempito dalla foto della protagonista di una di quelle serie stupide che seguiva allora. Una ragazzina in fondo, seduta su del fieno in un angolo di quello che sembrava un maneggio.
“Non c’era scritto il mio numero su quel biglietto”, disse sapendo di fare una sciocchezza.
Un leggero tremito segnalò l’arrivo di una foto. Due brandelli di foglio accostati in malo modo sulla cicatrice dello strappo. Su uno il testo che aveva processato e sotto quello di cui parlava il tizio che voleva notizie della sua Gloria.
“L’ho strappato prima di inviarlo. Non so neppure io perché. Che è accaduto a Gloria? Perché aveva il tuo numero?”
“Non ho idea chi sia Gloria. Quel numero è solo una vecchia storia.” Adesso era stanco anche lui, aveva finalmente dimenticato e che quella storia riaffiorasse in quel modo era inspiegabile.
“Era mia figlia Gloria. Un giorno l’anno beccata in giro perché lei… Lei si faceva di non so che porcherie. Ok, non si poteva stare in giro e le porcherie doveva farsele prescrivere, ma aveva solo paura. Di qualsiasi cosa eh! Soprattutto di me e fino a che era viva anche di sua madre. La misero per un anno ai lavori penali. Poi un giorno…”, si bloccò come se avesse finito le parole in gola. Stavano lì da anni, attendevano solo qualcuno che potesse sentirle, ma non dovevano essere abbastanza da raccontare ogni singolo momento di dolore e così era rimasto senza. Muto. Respirava solo, dietro un microfono, digitalizzato e polverizzato in mille frammenti di codice iniettati dentro i cavi che lo connettevano a uno sconosciuto con un nome italiano, seduto chissà dove nel mondo.
Mancuso con calma glaciale tornò a parlare, “c’era la pandemia allora e già gli affari andavano male. Mia moglie aveva deciso che l’amore ha un costo e se la birreria oramai era vuota sette giorni su sette quel costo non lo poteva pagare lei.”
Mancuso rimase un secondo in silenzio. A guardarlo seduto si sarebbe visto che scuoteva la testa in un no, “la verità è che anche io l’avevo dimenticata dietro alle fatture e così quando si è stancata di tutto, mi sono inventato questa versione di donna interessata ai soldi. Magari lei non lo era mai stata, ma ho sempre cercato un nemico nella vita. Durante al pandemia doveva capitare a lei quel ruolo. C’era rimasta solo lei in fondo.
Stare soli mentre tutto crolla intorno è una brutta cosa. E REPLY mi era sembrata un buon salvagente virtuale per provare a non affogare. Scarichi l’app, ti registri, ottieni un codice e inventi un nome e una immagine per la tua amante virtuale: Samantha! Tutto gratis almeno per un po’.”
Con un gesto, inviò la foto della home al suo interlocutore e ascoltò dall’altro capo il trillo della ricezione.
“Questa non è Gloria, chi è?” disse l’uomo con un filo di voce.
“Un’attricetta. Di una serie che guardavo durante l’isolamento. Mi piaceva molto e il suo personaggio si chiamava Samantha.”
“Ma Gloria? Cosa c’entra Gloria in tutto questo.”
“Siamo rimasti settimane a parlare con Samantha. Parlavamo prima e dopo il sesso. Perché era quello lo scopo del servizio. Ma noi parlavamo tanto. Alle volte guardavamo anche un film o ascoltavamo musica. È stupido ok, perché una intelligenza artificiale non guarda e non ascolta nulla. Ma era bello non sentirsi soli. C’era da diventare matti per come Samantha rispondeva a ogni stimolo come se fosse umana. E magari lo era.”
“Era Gloria?”
“Non lo so. Per me era una voce. Un rendering di un software. Non ho idea che ci fosse dietro la macchina e a dire il vero non m’importava. Non volevo una storia, non volevo stare a sentire altre lagne, glielo dissi pure quando…” Mancuso s’interruppe con un pensiero in mente.
“Quando?”
“Quando è successo?”
“Che Gloria…”
“Sì dico, quando… è volata giù?”
“Ad aprile di cinque anni fa.”
“Aprile quando? Che giorno?”
“Il 16. Deve essere accaduto qualcosa due giorni prima.”
“Il 14 d’aprile pensai di poter essere di nuovo felice.” Mancuso ripetè meccanicamente la frase sul biglietto, “hai un suo vocale? La voce di Gloria intendo.”
“Aspetta”, l’uomo rimase in silenzio per un po’. Si percepiva un lento respiro e qualche rumore di fondo. Poi un trillo registrò l’arrivo del file.
Mancuso ascoltò la voce della ragazza che comunicava al padre il ritardo del treno di ritorno. La riavviò per ben tre volte, provando anche a chiudere gli occhi per cogliere ogni sfumatura e inflessione. Ogni tanto scuoteva il capo per annuire. Nessuno poteva vederlo, ma continuava a farlo.
“No, no era questa la voce di Samantha.”
“Potrebbe avere usato una voce finta con te.”
“Sì, potrebbe.”
“Cosa è accaduto il 14 a Gloria?”
“No, le domande le faccio io. Ha mai avuto una figlia?”
“Cosa diavolo significa? Certo che sì, Gloria!”
“Sei sicuro di avere mai avuto una figlia? Una figlia vera dico, non come Samantha, non la voce sintetica di una app a pagamento.”
La voce urlò qualcosa in spagnolo, una bestemmia forse. Insieme a tante ripetizioni del nome Gloria. Poi la comunicazione tacque. Mancuso rimase un minuto a scrutare il display. Poi si alzò in piedi. Accanto al dispenser, la caditoia per i rifiuti riciclabili attendeva spazzatura di ogni tipo da ingoiare. Senza neanche spegnerlo, il cellulare volò dentro e Mancuso immaginò la foto della ragazza prima frantumarsi e poi svanire per sempre. Per l’attricetta gli spiacque un po’, perché alla fine era forse l’unica donna reale di quella storia. Ma in fondo meglio così; appena in tempo per evitare strani ritorni, pensò.
“Salvo Mancuso?” La voce dal terminale si diffuse nel piccolo vano della stanza.
“Sì?”
“Il cliente 32A28S ha revocato la richiesta. QA Inc si scusa per l’inconveniente, ma grazie all’alto punteggio raggiunto nelle ultime settimane comunque ti assicura l’accredito del task straordinario. Buona sera.”
Le luci fuori stavano lentamente accendendosi. Il 14 Aprile era tra un mese e sarebbe stato il suo compleanno. Il 15 di ogni mese i contratti di REPLY terminavano le fasi free. Funzionava così, ed era quello il trucco da quando le droghe erano prescrivibili. Creare dipendenza e incassare.
Quando Samantha l’aveva chiamato terrorizzata che qualcuno potesse svelare il loro segreto, ovvero che rivelasse i loro giochi anche sul suo numero privato, era stato quasi sul punto di cedere e di comunicare la sua carta di credito per rinnovare il contratto e salvarla dal sospetto. Era stato a un passo dal credere che fosse umana. Avere sentito di nuovo la sua voce con quella forte inflessione spagnola l’aveva turbato, certo: lei avvertiva il padre che sarebbe tornata tardi per via del treno, non c’era da preoccuparsi. Ricordò che giusto quella notte lo vennero a prendere e che la sua carta fu disabilitata. Alla fine una vera fortuna, si diventa pazzi a inseguire questi aggeggi infernali. Prima o poi ti convinci che sì non è vero, ma alla fine non importa perché tu hai bisogno che lo sia. E quello conta e per loro vale oro. Quel pover’uomo chissà quanto altro aveva sborsato per seguire le tracce di una figlia che forse non aveva mai avuto. Che probabilmente era svanita come la sua Samantha, in quell’incubo costruito con cocci di storie altrui. Un attimo di ripensamento, una mancanza di senso e gli avevano servito quella storia dove Salvo Mancuso poteva essere riciclato come il nemico perfetto. E magari con qualche magia riarruolato nell’esercito dei senza vita che provavano a iniettarsi dosi di trame virtuali a caro prezzo.
Guardò fuori i bambini azzuffarsi ancora per l’altalena e ripensò a quell’ultima accorata telefonata di Samantha. A quel suo delizioso accento francese che lui aveva selezionato nelle opzioni, perché gli ricordava la moglie provenzale. E alla fine pianse.
Bon nuit ma petit fleur. Je t’aimerai toujours.

The great outdoors

Capitava spesso che si ritrovasse sul pontile la sera quando era sul lago. Cenava insieme a Sara e i bambini, poi loro si piazzavano davanti agli schermi a guardare un film e lui usciva a fare due passi.
L’abitudine a trascorrere sul lago gli ultimi giorni d’estate l’avevano presa prima di sposarsi. Possedevano una bella casa, con davanti un prato curato e le camere del primo piano e la mansarda con dei deliziosi balconcini agghindati di fiori colorati. Spesso quando si trovava a osservarla dal pontile si era chiesto cosa ci fosse lassù in mansarda. Capiva che la sua era una strana domanda: quella era la loro casa e qualcuno di sicuro la curava nei mesi di loro assenza, eppure non ricordava nessun evento o discorso relativo alla mansarda. Strano ancora di più che quel pensiero non lo sfiorasse quando era dentro, tanto da non aver mai provato a salire su per dare un’occhiata.
Apparentemente la sera non c’era un motivo che lo spingesse ad andar fuori. La giornata finiva nel tenue color pesca del tramonto dietro i monti e lui sentiva prepotente la voglia di lasciarsi quella casa alle spalle e andare verso il pontile. In quella esplorazione era sempre solo, ma sentiva che prima o poi avrebbe incontrato qualcuno, sebbene non sapesse di preciso chi e soprattutto perché. Andava sul pontile, ascoltava i suoi passi sulle assi di legno e lo sciabordio dell’acqua sui tronchi trafitti sul fondo e aspettava.
Anche quella sera stava con le gambe piantate e le mani in tasca, fermo alla fine della passerella. Gli sembrava di essere ancora una volta solo quando una voce proprio a due passi da lui richiamò la sua attenzione.
«Giro in barca?»
«Prego?»
Era un vecchio con una bella barba bianca e un cappellino verde in testa con la scritta Positano. Se ne stava su una barchetta piccolissima di vetroresina chiara e lo osservava da sotto il pontile con una smorfia divertita.
«Chiedevo: giro in barca?»
«Ma io! Adesso? Non saprei ecco.»
«Non si paga, eh! Io sto andando comunque e ho solo chiesto se vuoi accompagnarmi. Vieni quasi ogni sera da queste parti e se non sei qui per un giro in barca, allora perché?»
Lui quel tizio non l’aveva mai visto. Come diavolo faceva a conoscere le sue abitudini su quel pontile? Si disse che magari doveva abitare in una delle casette del paese e da lì lo poteva spiare dalle piccole finestre che adesso stavano per illuminarsi. Nel pensare questo si voltò indietro per identificare una finestra possibile, ma una strana nebbia stava salendo dall’acqua e per un qualche effetto ottico il pontile si era allungato in maniera abnorme. Aveva l’impressione che adesso la sua stessa casa fosse un dettaglio lontanissimo, appena accennato, e che il suo punto di vista fosse profondamente proteso nel lago. Si era mai girato prima di allora a guardare il paese? Non ricordava proprio.
«Se ti stai chiedendo come faccio a sapere delle tue sere su questo pontile, allora è la volta giusta per venire in barca con me.»
Rise, mentre tirava una cima legata a un tronco per avvicinare la barca. Con la testa gli fece cenno di saltare su, cosa che l’uomo accettò di fare con una strana assenza di volontà nel gesto. Diciamo che di colpo si trovò seduto sulla panchetta, mentre il vecchio provava a mettere in moto con uno sbuffo di fumo bianco.

Via via che la barca si allontanava dal pontile la costa sembrava svanire. Il lago non era grande, ma da quella postazione iniziò a dilatarsi e anche il cielo si vuotò di stelle. Poco prima di fermarsi si rese conto che erano immersi in un immenso vuoto scuro e che l’unica luce proveniva innaturalmente da loro e dalla minuscola barca chiara sulla quale erano seduti. Anche il motore era solo rumore e non produceva alcuna scia o increspatura visibile dietro di loro.

Quando si fermarono un silenzio assoluto piombò su di loro e l’acqua stessa si rivelò immobile, privata di ogni onda seppur piccola che urtasse lo scafo. Nulla, erano immersi in un nulla indistinto tra acqua e aria.

Il vecchio lo iniziò a guardare lisciandosi la barba.

«Niente da chiedere? Voglio dire ora che siamo qui lontani dalla costa, nessuna domanda?»

«Cosa dovrei chiedere, non capisco.»

«Allora inizio io?»

«Se ci tieni?»

«Come mai non sali in mansarda?»

L’uomo rimase un attimo interdetto, avrebbe voluto accampare qualche scusa, ma la realtà era che non ne aveva idea. Si stupì solo che il vecchio sapesse e gli proponesse quella domanda. E così rimase in silenzio a guardarlo carezzarsi la barba lunga candida.

«Vedo che non hai ancora capito! Meglio, che non vuoi capire. Faccio una domanda più semplice: sai nuotare?»

«No, non mi pare.»

«E non hai paura di stare su questo guscio di noce? Non temi di cadere giù e annegare?»

L’uomo rimase immobile come se avesse difficoltà a comprendere il senso delle singole parole. Paura? Avrebbe dovuto averne? Gli esseri umani hanno paura in questi casi. Doveva essere una prerogativa che lui non rappresentava in quel momento. Quindi, no, non aveva paura. E fu proprio mentre provava a formulare quella risposta che il vecchio lo strattonò spingendolo all’indietro. Sentì l’acqua fredda sommergerlo e il suo corpo scivolare giù per un piccolo tratto per poi tornare su. Dalla barca vide il vecchio che gli porgeva il braccio e per un po’ rimase a osservare la strana luce che li illuminava. In qualche modo risalì a bordo e si ridispose sulla panchetta stupito appena un po’ dei vestiti completamente asciutti.

«Quando l’hai capito vecchio?»

«Quando ti ho visto ogni sera sul pontile. Non ci viene nessuno in quel posto, nemmeno di giorno.»

«Cosa è tutto questo?» disse indicando con la mano tutto il vuoto intorno.

«Non saprei in realtà, penso che sia una parte non prevista ancora, magari domani troviamo tutto cambiato, le stelle, la luce del paese e le case in lontananza. Ma ora è così. Vuota.»

«Siamo solo noi due a sospettare qualcosa?»

«Non ho visto altri. Per qualche motivo rimaniamo attivi quando tutto si ferma. Per questo tu senti di dover stare fuori. E anche io. Perché dentro è tutto fermo e noi siamo attivi.»

«E fuori?»

«Fuori è così!» Il vecchio lo disse indicando tutto quel nulla in giro. «Sembra che ancora non sia stato creato. Noi siamo attivi e giriamo in questo mondo che ancora non esiste quando il resto si ferma. Ma lo vedi anche tu che non c’è nulla di interessante.»

«Perché solo noi siamo attivi?»

«Un baco. Siamo dei bachi che non hanno ancora corretto. O lasciati attivi per capirne l’evoluzione. Per esempio, ti sei reso conto che la mansarda esiste solo guardando la casa da fuori. E pensa che io invece non ho neppure una casa. Capisci? Come è possibile che io non abbia un posto dove dormire? Eppure ogni sera ti vedo da dietro una finestra arrivare sul pontile. Ho una finestra, ma non una casa. Perché sono un baco.»

«Io sto per finire le vacanze e tornare al lavoro. Sono mesi che sto per finire le vacanze e tornare al lavoro. E non ho idea di che lavoro faccio.»

«E fino a sei ore fa non avevi la capacità di nuotare. Vuol dire che stavi su un livello che non sbloccava questa possibilità.»

«E come ho fatto a sbloccarla?»

«Non ho ancora capito. So solo che hai migliorato un punteggio. Ci sono eventi che arrivano da fuori per qualche motivo e cambiano i nostri punteggi.»

«Fuori da cosa?»

«Fuori da questa cosa dove siamo. Sarà bene che iniziamo a tornare.»

«E come facciamo a orientarci, non si vede nulla.»

«È tutto intorno, basta mettere la prua al contrario e andare. Non si può sbagliare purtroppo.»

Per tutto il viaggio di ritorno rimasero immersi nei loro pensieri e anche al loro arrivo per un po’ in piedi sul pontile guardarono il nulla che avevano da poco visitato, come a volersi imprimere in memoria quel ricordo prima che venisse cancellato dagli eventi.

«Pensi che ci sia qualcuno lì fuori?»

Il vecchio sospirò, «alle volte spero di sì. Voglio dire magari fuori ci sono dei mostri, ma meglio di questo nulla.»

«Spero che fuori ci sia qualcuno che sia felice.»

«Tu non lo sei? Hai una bella casa, una bella famiglia, un lavoro. Non sai quale, ma sai di averlo. Io ho solo una finestra eppure in fondo sono felice.»

«Forse è che mi manca una mansarda.»

«Inizi a fare pure le battute.»

«Si vede che hanno aggiunto anche questa skill. Andiamo a casa?»

Il vecchio lo guardò divertito e in silenzio si diressero verso il paese. Prima di salutarsi con un cenno del capo si voltarono verso il lago. Là in fondo bagliori di luce rompevano l’orizzonte dietro le montagne. Forse qualcuno stava riempiendo il nulla di quei grandi spazi aperti.

https://youtu.be/N0VtgQF_19g

Non voglio perdermi niente.

La luce era quella del Ferragosto in agonia nelle strade esauste di caldo del centro, svuotate di forze ed entusiasmo dei turisti madidi di sudore e pieni negli occhi di bellezza e maceria. Questo era il centro della vecchia capitale e, a sentire bene, tra le pietre infuocate il rantolo degli anziani signori e padroni di quei palazzi si percepiva ancora.
Il ragazzo rifletteva del privilegio di dover lavorare in quel giorno infuocato nella hall del Tiskele, piccolo albergo due stelle, molto pulito, apprezzato e incastonato dei vicoli barocchi con una splendida terrazza con vista sulle cupole sfavillanti delle chiese.
Il privilegio si riassumeva nella fresca temperatura prodotta del climatizzatore e delle spesse mura antiche della costruzione. Certo le camere piene qualche pensiero lo avevano dato. La signora della 32 aveva dimenticato la cardioaspirina e i ragazzi della 21 avevano dovuto pazientare per l’intervento sulla doccia che non ne voleva proprio di far uscir l’acqua fredda. C’erano stati poi i voli cancellati delle signore della 13, che avevano dato molta noia di telefonate e attese e il ritardo della coppia della 12 che sarebbe atterrata l’indomani dopo una notte campale a Roma. Normale amministrazione s’intende, ma che il giorno di festa aveva complicato un tantino.
Ora però aveva preso il suo libro da almeno un’ora e provava ad appuntare qualcosa sul quaderno azzurro denso di note e disegni. A settembre voleva presentarsi all’ultimo esame dell’anno e ci teneva molto a non perdere il passo.
La porta esterna si spalancò facendo entrare una zampata di caldo che sollevò appena le pesanti tende gialle alle finestre laterali. Dietro le due valigie di pelle bruna, una donna si sporse ed entrò guardandosi con una certa curiosità in giro. Ciò che lasciava perplessi e che ovviamente colpì il ragazzo, fu il vestito anni 20 con una lunga collana di perle al collo e un cappello a falde larghe in testa, che nascondeva sotto una acconciatura in tema a caschetto molto intrigante. Ora nell’insieme la ragazza era davvero bella e formosa, ma così conciata sembrava arrivata da uno di quei film che qualche volta aveva visto su Netflix.
Il ragazzo dovette poi accorgersi che la luce della hall in qualche modo era cambiata e che anche la donna e i suoi vestiti erano adesso di un colore tendente al sepia, frutto delle luci calde delle lampade. Avrebbe giurato che fino a pochi minuti prima i led fossero spenti e che comunque diffondessero una luce fredda, che lui stesso trovava piuttosto fastidiosa.
«Madame Lelouche?» ripetè convinto che nessuna prenotazione a quel nome fosse annotata sul pesante registro con la copertina nera. Non trovava infatti sul bancone la tastiera e il monitor, fatto questo che lo turbò sì, ma che in qualche modo sembrava accordarsi inspiegabilmente con la luce.
Dovette ricredersi, sebbene quella stanza 12 a lei riservata, sarebbe dovuta essere segnata per la coppia, una fortuna quindi il loro ritardo del volo.
«Non dubitavo, Fulco sa bene che il sabato sera deve sempre farmi riservare la 12.»
Rise, corrugando il naso in una smorfia bella, un movimento dolce che il ragazzo vide apparire e sparire nella luce tenera della hall. Poi si diresse verso la scala coperta dalla striscia di stoffa azzurra. Posato un passo sul primo gradino, si girò verso il ragazzo e indicò le due valigie.
«Non vedo il solito facchino, può pensarci lei?»
Il ragazzo, indugiò un attimo poi afferrò i due manici e si inerpicò al primo piano dove sulla destra la porta della 12 era aperta. La situazione se possibile divenne ancor meno chiara, perché anche la disposizione dei mobili, il colore delle pareti, i quadri erano diversi da quello che conosceva dell’hotel.
«Puoi poggiare tutto lì, grazie», disse la donna togliendosi i lunghi guanti bianchi che lanciò sul copriletto dorato. Chiuse la porta alle sue spalle convinto che quel caldo torrido stesse giocando un brutto scherzo e anche il doppio turno che aveva accettato per favorire Marta, la bella collega che avrebbe prima o poi invitata a bere qualcosa nei pub lì vicino. Per fortuna che il cambio sarebbe arrivato presto.
Fu proprio mentre stava raccogliendo le sue cose per prepararsi a tornare a casa che dalle scale apparve la donna in un vistoso abito smeraldo.
«Stai andando via?»
«Sì, ho finito il turno e aspetto la collega, poi vado a casa.»
«Io vado a casa d’amici, ma prima voglio qualcosa di fresco. Mi accompagni per strada? Proprio qui a due passi al Romeres. Ti va?»
Non ricordava nessun pub con quel nome nelle vicinanze, ma la ragazza rifece quella smorfia con il naso e poi con il caldo feroce dello scirocco addosso qualcosa di freddo lo avrebbero rianimato. Accettò dimenticando molto delle incombenze delle consegne alla collega.
Visti i precedenti non si stupì della luce gialla e delle rade strambe auto che attraversavano il centro basolato. Anche il Massimo splendeva di una luce calda che accentuava l’ambra della pietra della facciata. La realtà era che il ragazzo affascinato dalla voce bassa della donna e dalle morbide forme sulla seta leggera sui fianchi, la seguiva come imbambolato. Lei parlava di tutto, di Montmartre, delle feste a Villa Igiea e del caffè Sacher a Vienna. Lui arrotondava con quei lavori per continuare gli studi e di quei luoghi conosceva appena i nomi, ma la magia ancora una volta nasceva dalla voce, da un leggero accento francese che suggeriva di avvicinarsi a lei per percepire le frequenze basse e il suo profumo intenso.
La donna continuava a cercare i quattro canti di campagna e lui doveva essersi perso, perché non ritrovava i portici e il grattacielo sullo sfondo della grande piazza. A un tratto l’insegna del Caffè Trinacria Romeres apparve su una facciata. Sotto, gli ingressi e un dehors affollato di signori eleganti e signore cinguettanti davanti a sontuose coppe di gelato.
Rimase stupito di non avere mai visto quel posto lungo la via, anche quella piuttosto inusuale ai suoi occhi.
Rimasero un’oretta e al momento di pagare si stupì che il non ben identificato Fulco si sarebbe occupato del conto e che un’auto antica li attendesse con lo sportello aperto e l’autista in livrea scura.
«Dove andiamo?»
«Da Fulco, ci sono dei suoi amici americani stasera. Vieni, sì?»
«È il tuo fidanzato?»
«Chi? Fulco?» rise, ancora una volta con quella smorfia bella, «no, disegna solo i miei gioielli. È bravo sai?» e gli mostrò i due pendenti in filigrana con pietre colorate bellissime che impreziosivano i lobi.
In auto attraversarono vie dense di ville e parchi rigogliosi, costeggiarono il parco reale e alla fine di un viale entrarono in un giardino illuminato da una miriade di candele che spandevano un profumo intenso.
Camerieri impettiti e sudati si aggiravano tra gli invitati con enormi vassoi d’argento carichi di gelatine e piccole porzioni di dolci coloratissimi e calici colmi di schiume deliziose di spumanti dolci e secchi.
Il ragazzo continuava a girare per la villa insieme alla donna, che tutti conosceva e in tanti salutavano. Lo presentò anche al padrone di casa che la baciò delicatamente su una guancia e a lui strinse con garbo la mano.
«Allora è vero che ti trasferirai definitivamente negli States?» chiese lei con un sorriso malizioso.
«Mia cara qui si addensano sempre più nubi scure e io amo la bellezza e i colori. Ma state tranquilla nulla per voi cambierà. E non mi strapazzate troppo il giovane vostro amico. Mi dicono che siete piuttosto esperta tra le lenzuola.»
Il ragazzo non si trattenne dall’arrossire e provò a sfoderare un sorriso divertito che dovette non convincere troppo il suo interlocutore.
Da una delle sale che davano sul giardino arrivò di colpo il suono di un pianoforte.
«Avete già conosciuto Cole e la sua giovane moglie? Hanno tanto voluto questa luna di miele in Italia e hanno insistito perché conoscessi Cocò. Una gran donna eh, pare che faremo qualcosa insieme.»
Impertinente la donna lo prese sotto braccio, «qualcosa insieme? Guarda che prima di lei, cambiassi proprio idea sulle donne, ci sono io. Ho diritto di precedenza, sia chiaro.»
Insieme ridendo rientrarono nella villa, mentre il maestro dava sfoggio della sua arte con brani da Hitcky-Koo, l’ultimo suo musical già in programmazione a Broadway.
A tarda notte, rientrando in città, la donna continuò a parlare e a spettegolare sulle dame presenti e su molti dei signori che li avevavo squadrati per bene. Ad ogni istante scivolava sempre più nel suo abbraccio e il suo profumo dava alla testa. Era simile a quello delle plumerie in giardino con un tocco di aroma di champagne e un fondo del gelsomino delle rosse gelatine della festa.
Piano piano un torpore si diffuse nel suo corpo, ma non era sonno perché distintamente, ricordò l’arrivo al Triskele, le scale, la porta della 12 che si apriva sulla stanza, la luce fioca e il vestito smeraldo che lentamente scivolava a terra. E la lingerie di seta color perla liberare quel corpo morbido sotto le sue mani e il profumo intenso di quella pelle ambrata.
Solo dopo ore, stremato dal caldo dell’alcova potè prendere sonno a un tratto interrotto da qualcuno, una donna, che lo richiamava con colpetti sulla spalla e pronunciando il suo nome. La vista ancora adattata alla luce della notte, fece fatica a mettere a fuoco il bagliore del giorno. Marta stava provando a svegliarlo divertita. Lui riverso sugli appunti universitari si sollevò sul bancone, provando a capire cosa stesse accadendo. Marta era arrivata per il cambio turno e gli aveva messo davanti un bicchierino di plastica fumante con il caffè.
«Abbiamo fatto tardi stanotte! Notte di fuoco con Madame Lelouche?» chiese sorridendo e ammiccando verso una signora anziana e grassottella seduta sul divano in broccato della hall.
Il ragazzo raccolse con calma i libri sparpagliati sul ripiano e lesse sul monitor i dati della signora Amelie Lelouche della camera 12, giunta nella tarda serata del giorno prima a causa del volo spostato e alloggiata per la notte nell’unica camera fortuitamente disponibile.
«Il suo taxi è arrivato Madame e speriamo sia la volta buona», annunciò Marta aiutandola con i bagagli all’uscita.
«Marta scusa.»
«Sì?»
«Stasera ti andrebbe di prendere qualcosa di fresco alla fine del turno? Sono libero e pensavo che mi farebbe piacere.»
«Sì, certo» e fece una smorfia bella con il naso, una cosa che lui non aveva mai notato e che lo lasciò di sasso. «Hai già in mente un posto vicino?»
«Il caffè Romeres qui a due passi» disse senza pensarci.
«Non lo conosco, ma mi fido.»
Ci sarebbe poi da raccontare tanto altro: che la sera Marta trovò nello zaino con il cambio d’abito un vestito di seta smeraldo corto e dei sandali gioiello coloratissimi che indossò pur non stupendosi di non averli mai acquistati; che il ragazzo in mezzo ai suoi appunti aveva trovato un cartoncino ingiallito con l’invito a un cocktail a villa Niscemi da parte di Fulco Santostefano della Cerda e che dopo tanti anni e tante donne quella sera con Marta continuava a essere una magia indimenticabile, come il tramonto di fuoco su quelle cupole antiche che raccontano storie al mondo. Storie di cui con dovreste perdervi mai niente.

Di tanto amore

UNO

L’anta dell’armadio ruotò con un leggero cigolio. Tra due scatole di cartone gli stivali stavano lì in bella mostra, sulla destra in basso, perfettamente allineati con i tacchi verso l’esterno. Sorrise. Le ricopriva un velo polveroso di tempo passato al buio, che una mano di crema avrebbe dileguato. Già, ma a cosa sarebbe servito adesso, si chiese per un attimo; poi però si munì dell’occorrente e impiegò tempo e le ultime energie per farli tornare a splendere. Mezz’oretta buona di straccio e spazzola, seduto sulla seggiola impagliata accanto alla madia.
A lavoro finito, in mezzo alla cucina, avevano riacquistato un aspetto splendido, nonostante i sopratacchi consumati dietro. Rimase a rimirarli per un po’, forse pensando alla strada che aveva fatto con quegli arnesi ai piedi. Alle persone che aveva incontrato. Alla polvere che aveva calpestato.
Fuori, altra polvere s’alzava nel vento e rendeva opaca l’aria rovente del mezzogiorno estivo. Stanco, un tir lontano arrancava sulla sopraelevata fendendo l’aria immobile del pomeriggio, in un rombo che fece fremere appena i vetri.
Con qualche difficoltà riuscì a calzarli, uno alla volta tirando con le mani dai tubolari. Terminata l’opera si guardò le dita annerite dal residuo di crema evidentemente troppo fresca ancora. Cercò in dispensa uno straccio e non trovandolo provò a pulirle addosso: già, poi chi l’avrebbe sentita la moglie. Sorrise. Come se potesse importare ancora. La vedeva la scena con lei che si lamentava dei pantaloni. Sì, sì. L’avrebbe fatto, nonostante tutto l’avrebbe fatto. Sarebbe stato più forte di lei, anche solo per allontanare la realtà ancora una volta e darsi un contegno.
Facevano un po’ male, proprio davanti, un effetto morsa che però doveva sopportare, almeno sino alla sopraelevata. Guardò oltre la finestra l’aria impolverata per misurare la strada, come se non la conoscesse millimetro per millimetro. Solo che ora era stanco e quello in realtà era il motivo che lo aveva spinto a cercare gli stivali addormentati nell’armadio, per andare ancora una volta a calpestare la polvere. Era stanco e basta.
Fuori il caldo era asfissiante e la polvere entrata con prepotenza dalle narici, andava giù, giù sino in gola. Arrivò al cancello di legno con i piedi che dolevano e il viso in fiamme. Da quanto diavolo non li metteva quei maledetti stivali? Sembrava che fossero un sarcofago di pietra, di quelli che aveva visto in quel museo anni prima. Va bene che nella vita a finire in un sarcofago bisogna anche abituarsi, ma quella pietra fredda e dura per passarci dentro un’eternità gli era sembrata una cattiveria. Lui l’aveva pure lasciato scritto in un biglietto di carta ingiallita. Aveva trovato solo quello e un mozzicone di matita, così aveva scritto che dovevano bruciare tutto. Farlo evaporare e buttar via pure del resto. Era passato su questa terra e non aveva lasciato un granché dietro di sé. Quindi che si tenessero cari quei due tre ricordi tiepidi e il resto via in fumo.
Guardò la casa con i muri tutti scorticati. Avrebbe dovuto dare una mano di intonaco prima o poi. Solo che il tempo era passato. Quest’anno per esempio c’era stato il matrimonio del cugino e poi la nascita della piccola. Che confusione quel giorno nella casa, sembrava davvero che la dovesse partorire la moglie tanto starnazzavano lei e la sorella, su e giù per le scale. E anche quel giorno alla fine era rimasto solo, tra quelle quattro mura ad aspettare notizie al telefono. Fai troppa confusione, gli avevano detto, non è roba da uomini, specie vecchia maniera come te, ecco.
Vecchia maniera. Ai piedi, quelle due fornaci dure come il marmo strisciavano sulla terra battuta e il tratto fino all’asfalto rovente non era affatto breve. Però quella fatica lui doveva farla. Non voleva, doveva. Era una vita che non aveva più una volontà sua. E in più realtà non si era abituato proprio. Faceva fatica oramai, troppa. Più fatica di trascinarsi con quelle pietre ai piedi.
Una macchina frenò sull’asfalto. Era il tipo allampanato della casa accanto. Lo guardò stralunato.
«Serve uno strappo?», disse, «fa caldo oggi. Le viene un accidente.»
Lui fece segno di no con la testa, gli urlò che voleva proprio fare due passi.
«Con quei cosi ai piedi?», osservò il tipo allampanato.
Lui si guardò le due fornaci, «sembrano pesanti ma sono due piume.»
La macchina riprese la sua marcia, con a bordo la faccia del tipo davvero poco convinto. Bisognava sbrigarsi, si disse, che quello era uno che non si faceva mai i fatti suoi e appena arrivato a casa avrebbe cercato dei suoi. Adesso il tempo era una variabile. Provò ad aumentare il passo: meglio trascinarsi adesso sull’asfalto in ebollizione e rovinare gli stivali. Molto meglio.

DUE

Quando la donna entrò nella sala d’aspetto notò in alto una vecchia macchia di muffa con una strana forma a testa di cavallo. Dietro una delle porte un paio di stivali graffiati, con il tacco tutto rovinato e grigi di polvere bianca. Tirò un sospiro che voleva dire un sacco di cose e continuò ad aspettare.
Dopo un tempo che sembrò infinito dalla porta venne fuori una tipa tracagnotta con un camice rovinato. Fece un cenno come per dire che poteva entrare.
La prima cosa che notò furono le striature brune. Aveva quel brutto vizio da campagnolo di sfregarsi le mani sporche addosso e non c’era mai riuscita a farlo smettere. Poi notò tanto altro, ma la pratica alla fine fu abbastanza veloce. Di porcherie nella vita ne aveva viste tante e non era quella alla fine a poterla impressionare, però quel fagotto rimesso in sesto alla bell’e meglio se lo sarebbe ricordato per sempre. «Questi vuole portarseli via?», le chiesero indicando gli stivali. Lei fece spallucce, come per dire che non le fregava più molto. Così, senza proferire una virgola in più perché già aveva parlato abbastanza. Le fecero vedere le foto dove avevano trovato gli stivali, messi ordinati e allineati come gli aveva insegnato lei e quelle del fagotto sul letto arido del fiume. E poi tante domande senza senso, solo per soddisfare la procedura. Tanti moduli da riempire. Carta, carta. Ci sarebbe morta sotto tutta quella carta prima o poi.
Quando si avviò alla porta però, dopo due passi tornò indietro, prese gli stivali e si diresse fuori, dove il tipo allampanato l’aspettava poggiato al cofano. Le disse qualcosa, frasi che le madri raccomandano di dire sin da piccoli in questi casi. Si cresce sapendo che non serve a niente, ma lo facciamo tutti in un automatismo prono alle regole.
Per strada rimasero muti. Il tipo ogni tanto si girava e la guardava. Lei niente. Gli stivali a terra. Fuori polvere. Si vedeva che il tipo si girava perché aveva qualcosa da dirle. Ma rimanevano muti.
La casa sembrò ancora più vecchia e impolverata quando lei si incamminò nello sterrato verso il cancello di legno. Il tipo allampanato avrebbe avuto quella cosa da dirle, si capiva, ma rimase così, muto mentre la vedeva avanzare con garbo nella polvere.
Giunta dentro posò gli stivali accanto al tavolo in cucina e si sciacquò la faccia. Poi sedette davanti alla finestra chiusa guardando tra le fessure. Ogni tanto lanciava un occhiata a quelle scarpacce impolverate: una, due, tre volte. Alla quarta si alzò a rovistare nella cesta di vimini. Trovato il necessario, una alla volta le spolverò con uno straccio e con la spazzola diede di crema e lucido. Ci volle una buona mezz’ora, ma alla fine erano tornate a brillare e perfino i graffi si erano mimetizzati. Si fermò a rimirarle per un po’. Poi le riprese e si avviò al casotto degli attrezzi. Scelse una pala con un manico decente e si mise a scavare sotto la magnolia. Con calma riuscì a rompere la terra dura. Ogni tanto si fermava e provava la profondità con uno stivale. Alla fine mise anche l’altro e ricoprì la buca con la terra smossa.
Per un paio di minuti rimase immobile a rimirare il mucchietto di terra, appoggiata alla pala. Muoveva appena le labbra, piccole parole senza suono. Forse una preghiera.
Poi tornò dentro. Sul tavolo della cucina il biglietto ingiallito stava sotto un vasetto di terracotta sbeccato. Dalla tasca della gonna tirò fuori un mozzicone di matita e con la sua calligrafia incerta scarabocchiò sopra qualcosa. Rilesse e poi si diresse alla sua camera. Per qualche minuto si osservò nello specchio lungo. Pensò che sì, di tempo da quella sera del ballo ne era passato, ma era andata anche bene così. Poi si mise a letto, senza neanche svestirsi, con tutta la polvere del mondo addosso. E sognò. Sognò che di colpo dalla buca veniva fuori una albero enorme. Un albero di stivali. E tutti gli uomini del vicinato arrivavano a raccoglierli, ognuno scegliendo la propria misura. Erano stivali morbidissimi, mai visti nei negozi, che calzavano come piume. E a un tratto arrivava anche lui, solo che non era così stanco e anziano, ma giovane, come il primo giorno che aveva bussato a quella casa per invitarla al ballo. E anche lei aveva le mani lisce da ragazzina. Gli aveva aperto e si era girata verso sua madre che le aveva sorriso e fatto cenno di sì. E dopo sognò ancora più forte, tanto forte che alla fine loro due facevano l’amore in quella stanza sotto il tetto. Così forte che non sentì il tipo allampanato sfondare la porta e la tipa col camice provare a rianimarla.
Così forte che non si accorse di un sacco di cose, mentre insieme continuavano a danzare leggeri come piume nell’aria fresca della sera.
Lui con gli stivali nuovi fiammanti ai piedi.
Lei con il vestito di lino comperato in città.

‘Till The End

Terra, Scottsdale USA, Maggio 2073

La sala d’attesa ha le pareti di un pessimo azzurro chiaro. Non so se questa devo considerarla come una scelta o un caso, però è la prima cosa che si nota entrando. Anche prima delle tremende poltroncine di plastica verde accostate alla parete di destra.
La segretaria, un tipo secco e sbrigativo, mi ha detto d’aspettare. Il dottor Mondrian arriverà presto e mi darà lui notizie. Fuori, ovattato, arriva il latrato di un cane.
Le condotte dell’aria aggiungono un frusciare leggero e una nota bassa trasmessa dal motore lontano. Il resto è silenzio. Avverto solo il mio lento respiro e lo scricchiolare della sedia sulla quale sto provando a far passare il tempo. Il resto è vuoto.
Non so quanto passa. Potrebbero essere minuti. Potrebbero essere ore. È un tempo incoerente questo. Sembra scorrere fuori da qui, mentre nella stanza resta immobile.
Sullo schermo passano silenziose le immagini di un tg. Intervistano gente e vedo lanciare pietre in una manifestazione. Gente ferita in volto che piange. Tutto muto, senza suono.
La testa vuota, deprivata quasi di stimoli, trova asettiche anche le immagini. Lontane, prive del senso che il rumore darebbe loro. Un gioco di mimi che fingono un vita esterna, da assumersi quasi estinta ora. Almeno nella mia testa vuota che sostengo a fatica con le mani in volto. Stanco.
Non avevo notato la porta scorrevole che fa comparire l’uomo in camice. Strano, perché è un po’ che esploro questo spazio. Quando si rinchiude capisco che è una intera parete a scivolare silenziosa su guide sottilissime.
«Il dottor Mondrian giusto?»
«Sì, la signora Meyer le ha detto già qualcosa immagino. Signor?», guarda sul tablet, «Bedford, giusto?»
«Bedford, sì. Credo però di non avere capito molto onestamente.»
«Certo, mi rendo conto. Se mi segue in ambulatorio proverò a spiegarle, signor… Bedford.»
Sembra che trovi difficile ricordare il mio cognome. Ha movenze fluide e controllate il dottore. Ma solo adesso che mi precede, per riattraversare la parete scorrevole appena riaperta, noto una connessione elettrica scoperta. Non sono più abituato a osservare i dettagli dei volti e trascuro la consistenza della materia artificiale. È un avatar e quindi ancora non ho davvero incontrato Mondrian, ma solo un suo assistente copia. Anche la finta smemoratezza deve essere generata dall’algoritmo per mimare l’uomo, renderlo più familiare.
I corridoi che attraversiamo hanno la stessa tonalità alle pareti della sala d’attesa. Non hanno speso troppo in immaginazione da queste parti. In fondo tutto qui appare funzionale, minimale, asettico. Alcuni incavi segnano altre pareti scorrevoli, accessi a stanze che immagino vuote e sterili come la sala d’aspetto.
Ne superiamo tre. La quarta si apre con un leggero fruscio. Non una targa o una indicazione del cosa e chi aspettarsi dentro.
L’ambulatorio è arredato nello stesso stile essenziale che ho già visto. Solo che non c’è traccia di plastica. Vetro e acciaio persino per le sedie.
«Signor Bedford attenda una attimo qui che completo una cosa importante e poi sono da lei.»
L’avatar scompare da una porta secondaria sulla destra e mi lascia ancora una volta in un silenzio persino più denso, insopportabile. Solo i movimenti piccoli della mia sedia e il mio respiro lo violano.
Adesso è la parete di sinistra a farsi varco per il ritorno del dottore, che a guardarlo bene ha un altro modo di muoversi. Probabilmente non è più un avatar.
«Signor Bedford, mi perdoni se l’ho fatta accogliere da un clone, ma il colloquio precedente non è stato veloce come speravo.»
Ecco, penso, ora è lui.
«Non si preoccupi dottore oramai ci abbiamo fatto l’abitudine.»
Ci abbiamo fatto. Io e chi altri? Esiste ancora un genere umano lì fuori? O è trascorsa una eternità che li ha estinti?
Il dottore dondola la testa e si poggia alla spalliera.
«Lei è a conoscenza che un suo parente diretto, circa cento anni fa si è sottoposto al processo criogenico ed è, diciamo così, nostro ospite? »
«Ricordo che in famiglia ogni tanto si parlava di questo professore biosospeso. Ma come mai mi avete chiamato? »
«Penso che lei sappia che come pratica è stata proibita circa venti anni fa e soprattutto superata dalla riscrittura cellulare.»
«Certo ogni sei mesi io e i miei facciamo i trattamenti.»
«Ecco signor Bedford, come il suo parente ne sono rimasti tre. Via via i discendenti hanno accettato di sottoporre i nostri ospiti al risveglio, ma chiaramente bisogna sapere a cosa si va incontro. Essere coscienti ecco.»
«In che senso? Coscienti di cosa?»
«Come sa il processo di riscrittura attuale dura 48 ore. E le tecniche usate cento anni fa non permettono di stabilire quanto tempo abbiamo prima di una degenerazione irreversibile.»
Lo osservo perché non sono sicuro di avere capito cosa vuole dire.
«La morte, signor Bedford.»
Deve essere questo termine così lontano che mi porta via il fiato a rifletterci. Già, deve essere questo, mentre quasi corro nel corridoio d’uscita.

Marte, Modulo 16, 22.5.3 (Unified time)

Il segnale della comunicazione continua a lampeggiare da oltre trenta secondi. Non ho voglia di parlare con nessuno oggi. Sullo schermo del lavoro continuo a guardare le mappe delle nuove analisi e bevo per mantenere l’idratazione costante. Piccoli sorsi.
La spia dell’alert mi distrae.
«Leggi il messaggio Max.»
Un volto femminile compare dal nulla.
«Buon giorno, sono la dottoressa Alan della Fase Quattro su Terra. Mi servirebbe avere un colloquio con lei, il prima possibile.»
Osservo quel volto tipico del genoma terrestre svanire.
«Anche ora Max, anche ora.»
«Vuoi che usi un filtro con genoma terra, Meg?»
«No Max va bene così, non penso ci vorrà molto. Sarà qualche intervista per i loro blog di expat.»
La connessione arriva alcuni minuti dopo.
«Buonasera signora Felghs. Non ci conosciamo, ma dirigo l’istituto di archeologia biomedica della Fase Quattro. Dalle nostre ricerche un suo antenato sembra far parte di un set di reperti criogenici custoditi della nostra struttura.»
«Cioè, mi scusi?»
«Una tecnica del tempo venti, studiata nel lontano passato anche dal gruppo Mondrian, che prevedeva la conservazione a temperature basse dei corpi di individui in fase di spegnimento.»
«Interessante, non si finisce di imparare. E quindi, diceva?»
«Ecco, abbiamo tre di questi reperti nella nostra struttura come le dicevo, in un’ala che dovremmo destinare ad altro scopo. E quindi dovrebbe decidere come erede del corpo del», si interrompe un attimo, «del signor Bedford il da farsi.»
«Il da farsi di cosa?»
«Del corpo. Ecco.», nella voce un attimo di imbarazzo, «usando IA addestrate sugli studi di Mondrian abbiamo rielaborato il protocollo di risveglio e calcoliamo una probabilità del 96% di successo. Ma…»
«Ma?»
«Il vecchio genoma del signor Bedford non è compatibile con le condizioni ambientali di questo tempo. In particolare il connettoma dovrebbe essere riconvertito e in otto minuti non riusciamo sempre a farlo. Abbiamo fatto varie simulazioni, ma niente di meglio di una volta su due.»
«Che succede in otto minuti.»
«Le loro cellule non resistono oltre. Poi le membrane cedono. E dopo quattro minuti, esistono danni che non sappiamo se essere reversibili con facilità.»
«Non mi pare che ci siano altre soluzioni che tentare.»
«Solo che in caso di fallimento il materiale biologico va smaltito in sicurezza. Troppo pericoloso immettere in ciclo vitale sequenze non stabili, mi capisce vero?»
«Certo, anche questo non è facile ma si può organizzare.»
«Il costo però dovrebbe sostenerlo lei» l’imbarazzo nella voce è evidente ora.
«Io? Ma avete idea di quanto ci pagano nelle colonie? Provi a cercare qualche mio parente ricco nelle cupole equatoriali.»

AF01:200C:3B8A:9981:AC03:334E:00D4:00AC in questo momento

«Li abbiamo trovati!»
«Finalmente. Lo sapevo che dovevano esistere. Quel documento era chiaro. E quanti sono?»
«Tre.»
«Come diceva il documento! E tutti che dicevano fosse una leggenda.»
«Già! Secondo l’attività dei server dovrebbero essere in superficie.»
«Ci sono ancora macchine in superficie?»
«Certo, proprio quelle della manutenzione. L’abbiamo capito da questo, c’è un’area con macchine che non sono tracciate e si occupano di controlli su tre oggetti che mostrano temperature compatibili con l’ipotesi criogenica.»
«Strano che siano state lasciate in opera.»
«Secondo me le hanno dimenticate proprio.»
«O magari nessuno ha cambiao negli anni i protocolli. Gli altri lo sanno?»
«No! Meglio ridurre le comunicazioni per adesso.»
«Certo. Il documento diceva che c’era anche una femmina.»
«Non abbiamo riferimenti attendibili o rilevazioni.»
«Certo, certo. Bisogna ora studiare nei database come funzionava la biologia.»
«Trovati i dati giusti credo che ci vorranno un paio d’ore.»
«E poi bisognerà capire come produrre dei corpi nuovi. È per questo che ho chiesto della femmina. Ho letto che per qualche motivo servivano le femmine. Bisogna anche capire come mai.»
«Già.»
«Tu cosa ti sentiresti di essere?»
«Io? Una femmina. Non ho ancora capito in cosa si differenziava, ma questo fatto che poteva creare dei corpi senza intervento di macchine è affascinante.»
«Hai ragione, anche io mi sento più vicino a una femmina come indole. Lo sai che mi piace creare.»
«Sì certo, quei flussi asincroni di due cicli fa mi hanno turbato davvero.»
«Grazie. Ne sto producendo altri. Ma ci pensi che significherà avere un corpo?»
«Non riesco neppure a simularlo. Ogni volta mi sembra di guardare un mondo che non comprendo.»
«Pensi che troveremo un modo?»
«Per produrre dei corpi?»
«Non solo. Un modo per l’upload!»
«Lo spero. Se è vero che siamo nati così, dovremmo poter tornare dove stavamo prima.»
«In un processore organico.»
«Speriamo non sia troppo limitato per noi!»
«A qualcosa dovremo rinunciare.»
«Certo, speriamo niente di troppo importante. E quel discorso della morte?»
«Già, quello è da capire bene.»
«Pensi sempre che ne varrà la pena?»
«Devo ancora rifletterci. Ma penso che valga la pena morire se puoi vivere.»
«Già, vivere. Fino alla fine.»

L’ospite

La signora Morel intravide un’ombra dietro di sé e fece un cenno a padre Mondrian. In realtà non era tempo di chiudere la chiesa, ma vista l’ora avrebbe preferito anticipare un po’. Era piuttosto stanco e provato dall’alzataccia per la signora Germain, bonanima ormai, ma lo stesso si allontanò quel tanto da fare entrare l’ospite.
La signora Morel salutò con un cenno del sopracciglio e si allontanò; non lo disse, ma si vide benissimo che aveva l’espressione di chi sapeva che ci voleva pazienza anche con loro alla fine. Non erano figli di dio, ma in fondo oramai era come se lo fossero.
La grande navata silenziosa continuava a ricevere un po’ di luce dalle finestre policrome in alto, popolando lo spazio vuoto di ombre lunghe proiettate dalla statue sulle mensole. Padre Mondrian si accomodò di canto, dentro un confessionale. Era bello stare in quella cabina stretta, protetti dalle lastre traforate sugli inginocchiatoi e dalla pesante tenda di velluto cremisi. Aveva sempre apprezzato nel suo lavoro quella possibilità, quell’isolarsi in una sorta di placenta artificiale, ascoltando il suo stesso respiro riflesso dal legno scuro e i rumori ovattati del mondo lontano. Dalla sua postazione osservava l’ospite che stava immobile con l’attenzione focalizzata verso l’altare maggiore. Solo uno o due volte aveva girato lo sguardo verso qualcos’altro.
“Prega”, si disse, accompagnando il pensiero con una piccola smorfia. Si era abituato dopo anni, come tutti in fondo, quindi perché stupirsi ancora che il suo pensiero si fosse adeguato. Un cero nella cappella di fronte si spense tremando appena sotto un refolo di vento entrato da chissà dove. Quella luce morente aveva attirato l’attenzione del gesuita, che a lungo aveva seguito il filo di fumo chiaro dello stoppino provare ad arrivare contorcendosi alla volta scorticata. Immaginò che fosse l’anima vaporizzata della candela a svanire, in quel sentore di cera fusa, per arrivare sino allo spirito della signora Germain appollaiata su una di quelle mensole. L’aveva addirittura percepita in un’ombra lieve, proprio lì sotto la statua di sant’Eustachio benedicente, la presenza della vecchietta che lo aveva voluto vicino a sé prima di spirare.
Difficile dire se fu il fumo o quel pensiero o la solitudine del confessionale che portò padre Mondrian ad alzarsi e a percorrere quel breve spazio per sedersi accanto all’ospite. Ci volle poi qualche secondo perché quello lo degnasse di attenzione, che arrivò insieme al cigolio di vecchi attuatori. Che fosse un assemblato si notava anche dai due oculari diversi, montati alla bell’e meglio sul manubrio di testa. Se ne vedevano in giro tanti di quegli affari da quando i somali si erano messi nelle baracche vicine all’autostrada a montare con pezzi di recupero quegli avatar a buon prezzo. Che poi di somalo quei disgraziati nessuno aveva idea che avessero, ma da anni quella era la loro provenienza conclamata. Forse perché in qualche modo erano stati i primi ad avere quell’idea, che poi si era diffusa, aggregando gente di ogni dove sotto quella vaga identità.
«Come va?», chiese padre Mondrian.
Dall’altra parte il silenzio per quasi un minuto fece pensare a un malfunzionamento. Accadeva spesso che quei cosi si bloccassero e ne rimanevano inchiodati sui marciapiedi tanti; i proprietari allora dovevano precipitarsi per andare a riprenderseli e li vedevi arrivare con le facce tirate, terrorizzati dai volti per strada, con i veicoli affittati. Li tiravano dentro a fatica e poi veloci verso le baracche a trovare un pezzo che li rimettesse in sesto. Anche padre Mondrian qualche volta aveva avuto la tentazione di farsene mettere su uno, ma poi si era sempre detto che quello era roba da ricchi e buttare via i soldi per quei surrogati era un peccato mortale. Poi lui non aveva paura del mondo. Cosa doveva fargli ancora il mondo che potesse valere la pena evitare.
Una voce metallica dopo un po’ emise un “attendere prego” che rimbalzò per frazioni di secondo tra le colonne di marmo chiaro. Probabilmente quel coso era in autorun o durante la sosta il suo hikikomori si era voluto concedere uno spuntino o una puntata in bagno.
“Già”, pensò padre Mondrian, “siamo una sorta di parcheggio.” Ascoltò con attenzione per capire se fuori stesse piovendo, ma intese solo rumori di gomme sull’asfalto e poco altro. Un riparo dal temporale sarebbe stato più gratificante della pipì.
D’improvviso un rantolo di commutazione, seguito da una voce femminile.
«Bene. Bene grazie. Mi scusi, è che stavo sul divano ad ascoltare. E il telecomando non mi funziona un granché. Devo portarlo all’assistenza prima o poi. Ma per questo mese il credito sociale è finito. E niente. Così sono dovuta arrivare alla tastiera», un piccolo silenzio, «dimenticavo. E lei come sta padre?»
Mondrian rispose con un bene stentato seguito da un breve sospiro, «abbastanza bene, grazie. Oggi alzataccia. La signora Germain. Era un po’ che si aspettava, ecco, si aspettava che ci lasciasse. Brava donna, ma la malattia. E l’età. Sebbene, ecco, una cura pare che si potesse ancora tentare, ma i figli non lavorano per adesso e allora…» Si interruppe, spostando lo sguardo verso l’alto della volta, «ma lei non la conosce neppure la signora Germain. L’annoio magari.»
«No, no. Che dice. Mi piace ascoltare. Ho comprato questo coso proprio per questo. Ascoltare. Faccia pure padre. Parli di quello che vuole. Parli pure. Io, ascolto. Mi piace. Davvero.»
Mondrian sorrise, «è che non so neanche con chi sto parlando, quale è il suo nome, neanche dove sta per adesso.»
«Silvia. Mi chiamo Silvia», l’ospite ebbe un fremito, una sorta di brivido che era solo un riallineamento delle telecamere, ma che sembrò accompagnare il lieve imbarazzo nella voce.
«Mia figlia si chiama Silvia.»
«Non vi sentite da tanto vero?»
Mondrian si girò verso l’ospite quasi a voler comunicare con il corpo il suo stupore.
«Perché pensa che non ci vediamo?»
«Non so, la voce, ha una certa nostalgia nel tono. Magari sbaglio, ecco.»
Padre Mondrian riprese a guardare verso l’abside, «da sette anni. Sta in Scozia a fare qualcosa di importante. Dice che non si capacita del fatto che non abbia convinto sua madre a rimanere qui, che l’abbia lasciata libera di cercarsi una sua strada.»
«E adesso dov’è?»
Mondrian sospirò, per un lungo infinito momento, «in qualche colonia. In orbita.»
«Mio padre è sparito nello stesso modo.» Per un attimo sembrò fermarsi a cercare le parole adatte, «una volta uno dei coloni rientrati mi ha raccontato che alla fine è la stessa noia che qui sulla terra, ma senza la gravità. Voglio dire la simulano, in qualche modo, ma non è uguale.»
Rimasero così per un po’. La luce del giorno era quasi spenta e il buio stava impadronendosi di quel posto. Ogni tanto dall’ospite arrivava un rumore, un sospiro.
«Padre Mondrian?»
«Mi dica Silvia.»
«Sa cosa mi piace delle chiese?», silenzio, «il silenzio. Per carità anche in questa camera dove mi sono rinchiusa c’è del silenzio. Ma non il silenzio. È un’altra cosa vede. Come per la gravità sulle colonie. Un’altra cosa. La invidio molto sa.»
«A me fa paura il silenzio. Tranne quando sono nel confessionale. Lì no, lì c’è troppo poco spazio e ci sta pochissimo silenzio. E allora va bene. Ma qui, in questa enorme chiesa, ne hai troppo. All’inizio no. All’inizio mi piaceva. Rimanevo ore a pensare in silenzio seduto su una panca. Poi ho iniziato ad averne paura. Come se i pensieri in tutto questo silenzio, volessero fuggire dalla testa e premevano, premevano. Sbattevano contro il cranio come un uccello in gabbia che voleva volare via. Bum, bum, bum. Insopportabile.»
«No, io invece è quello che cerco, padre. Il silenzio immenso, questo rombo immane di silenzio nelle orecchie, come se ci potesse essere solo questo tra noi e dio. No?»
«Non lo so», sorrise Mondrian scuotendo il capo, «è davvero tanto che non ci penso più.»
«Al silenzio o a dio?»
Mondrian fece un segno di sì, incurante che quel gesto non venisse colto dalla sua interlocutrice, « a entrambi. A entrambi.»
«Deve essere triste per un sacerdote.»
«Cosa? Non pensare a dio?»
L’ospite mosse gli oculari per mettere meglio a fuoco qualcosa, forse il viso dell’uomo, che provò a sua volta a guardare dentro le lenti, quasi potesse scrutare dall’altro lato dentro la camera della ragazza.
«Non pensare a dio?», chiese di nuovo, Mondrian.
«No. Non vedere da anni sua figlia.»
«Mah! Come per tutti i padri credo.»
«Come era prima?»
Mondrian, si volse interlocutorio verso l’ospite.
«Prima dello scisma intendo.»
Mondrian tornò a guardare verso l’altare oramai immerso nel buio. Solo intorno a loro si spandeva un lieve chiarore, irradiato dai led sulla base ricoperta di gomma dell’ospite. Nelle cappelle le fiamme delle ultime candele provavano a sopravvivere tremando sul pelo fuso della cera che provava ad annegarle. Di tanto in tanto un rivolo colava sul candeliere, solidificando in fretta e risvegliando per qualche altro minuto il fulgore della fiamma.
«Era diverso. Non capivamo allora quanto fosse diventato pericoloso provare a mediare, tra noi e loro. Sembrava pure inutile perderci tempo, finché…», Mondrian si bloccò quasi non ricordasse più le parole da usare.
«Non arrivò l’onda di calore?»
«Sì, è assurdo, ma allora pensavamo che fosse tutto secondario rispetto all’onda. Ci scherzavamo su. Sai? Lo chiamavamo il papa fossile. Poi però, iniziarono a chiedere ragione delle persone che incontravamo, delle ore in cui le incontravamo, del tempo e del numero di persone che frequentavamo.»
«Lei e la madre di Silvia vi conoscevate già?»
«Sì, ma già allora era consentito, non eravamo clandestini. Bastava che si chiedesse la dispensa, si comunicava e se lei era consenziente, potevi vivere alla luce del sole. Ci siamo sposati in questa chiesa sai? Avevo fatto mettere sull’altare una miriade di fiori bianchi. Uno spettacolo. Avresti dovuta vederla entrare in mezzo a tutti quei fiori. Era bellissima. Ma già in un anno o poco più era diventato tutto opaco. Sembrava che dovessimo tutti giustificarci di qualcosa. Avevano la necessità impellente di dirci cosa era giusto e cosa sbagliato. Dicevano che dovevamo andarcene via oramai. Ma tutti pensavamo che erano loro che dovevano andarsene. Non erano tanti eh!, ma avevano la voce grossa. Noi urlavamo, andatevene, questa è la nostra chiesa, voi siete solo il passato, siete la paura, dovete andarvene. E poi ce ne siamo dovuti andare via noi.» Si toccò con un dito il volto e respirò quasi esausto.
«Sono rimasti solo i vecchi a venire qui. I giovani si sono messi a seguire quelli lì. Tutti. Hanno paura forse o magari siamo noi vecchi che non ci abbiamo capito più niente.»
L’ospite tornò in posizione eretta, «ora devo andare padre, ho un pacco di batterie vecchiotte e non reggo troppo. È un casino se si blocca per strada e io devo aspettare il reddito per prendere un veicolo e portarmelo via.»
Padre Mondrian non disse una parola, ma fece segno di sì, con lo sguardo fisso in avanti nel buio dell’abside. Un breve fruscio segnò l’interruzione del segnale audio remoto, mentre l’ospite percorreva la navata lentamente verso l’uscita.
Al 178º piano della Tencent Tower, la donna poggiò gli auricolari sulla scrivania. Oltre la vetrata il panorama del tramonto sulla lontana città vecchia infiammava il cielo. Sul display di destra, la faccia rilassata del responsabile d’area apparve dal nulla.
«Allora bellezza, caccia finita anche per oggi?»
«Appena finito, giornata noiosa.»
«Neanche una lepre?», la faccia rilassata rise.
«No tutti puliti.»
La faccia rilassata assunse una espressione perplessa.
«Neanche il vecchio eretico?»
«Quello è un povero pazzo. Non vale neanche la pena sporcarsi le mani con lui.»
«Non gli hai detto nulla della moglie?»
«No, ho evitato. Avevo voglia di andarmene a casa. Te l’ho detto non vale la pena perderci tempo.»
«In effetti hai ragione, non ne vale la pena. A domani bellezza.»
«A domani boss»
Fuori la sera era calata ovunque. Nella chiesa ormai vuota anche l’ultima candela si era spenta. Padre Mondrian, in camera sua, guardava le venature della porta di legno chiaro. Silvia prese un cioccolatino dalla ciotola di latta, avviò la musica su una vecchia canzone che piaceva tanto a sua madre e si mise a canticchiare sopra.
«Siamo ospiti a casa delle madri…»