Senza Motivo

Mio padre metteva in moto la 128 quando la luce del giorno stava pian piano tornando al mondo. E così che ogni anno finiva l’estate, con il sole che sorgeva e la 128 che si allontanava dalla Favara.
Io e Luca, mio fratello, guardavamo scorrere gli alberi del lungo viale oltre i finestrini e provavamo a ricordare qualcosa di bello della città. Sapevamo che da lì a poco ci avrebbe richiamato da dietro le finestre lo scroscio improvviso d’acqua, il temporale che chiudeva ogni vacanza e riapriva le porte della scuola. C’era il diario da comprare all’Upim, l’ultimo pezzo di libro da leggere, il pullover di cotone per il primo fresco.
Tutti quanti alla spicciolata si ritiravano in città. L’ultimo, a fine agosto, era Mario. Ma lui tornava dal nord dove stavano i nonni. Un tipo strano Mario, sempre in silenzio per conto suo. Percorreva i lunghi corridoi della scuola attento a poggiare i piedi solo sui quadrati chiari. Faceva delle strane traiettorie per assecondare la trama di mattonelle e una volta glielo domandai pure perché facesse quello strano gioco. Lui accennò una smorfia col viso, a dire che boh, era così senza motivo, ed era andato via, seguendo le mattonelle chiare.
Il fatto del tramonto lo iniziò Luca, uno degli ultimi anni che passammo alla Favara. Una sorta di rito prima d’andare a cena, una preghiera silenziosa a un qualche dio muto. Ci fermavamo a guardare il sole spegnersi dietro le ultime case del borgo e c’era un momento preciso, una frazione d’istante che provocava un lievissimo increspare delle labbra di Luca, un contrarsi della mascella in una espressione dura, uno strizzare gli occhi per osservare oltre i tetti, per raccogliere quanta più luce possibile prima della sera. Anche a lui, come a Mario, domandai una volta il perché di quel rito. E allo stesso modo mi rispose con una smorfia, a dire boh, così senza motivo.
Gli anni allora passavano tra un ritorno a casa e un inizio di vacanza. Spesso uguali, mai tristi che ricordi. Tranne quello della malattia del nonno, con mio padre che tornava dalla città quando poteva e Luca che andava con lui perché aveva da fare delle cose. Io dopo il rito della sera mi chiedevo che diavolo c’era da fare in città in estate, io che non l’avevo mai vista la città in estate. La luce del sole si spegneva dietro le case, mia madre chiamava per cena da dentro, io ripetevo quella liturgia non sapendo nulla del suo significato. Sempre che ne avesse uno, s’intende.
Quando la prima pioggia scrosciò fuori, mio nonno volò via e Luca, con la mano sulla spalla di mio padre, ci disse che sarebbe andato in accademia. Un posto lontano da me, dove si diventava ufficiali. L’unica cosa che ricordo dopo è la pioggia fortissima e la luce diffusa che mi impedì di osservarlo bene quel tramonto strano.
Ci saranno stati tanti altri motivi, oltre ai brevi periodi di licenza di Luca, ma dopo quell’anno alla Favara non andammo più. Io la città la vidi svuotarsi e riempirsi tante volte, mentre ogni sera meccanicamente ripetevo l’omaggio al sole morente. Non pensavo a nulla e a nessuno. Guardavo la luce e poi tornavo alla vita consueta. In città c’erano anche altri e c’erano le ragazze amiche di una mia cugina. Una la ricordo ancora, Sara. A vederla così non diceva nulla, ma per mesi le dedicai una corte spietata, finché una volta non mi invitò al suo compleanno. Ci fosse stato Luca forse avrei chiesto qualcosa, un consiglio. Non me ne intendevo tanto di ragazze io, ma Luca era in giro con la nave scuola e non poteva nemmeno chiamare quando voleva. Per due giorni avevo ripassato tutta la parte, per non sbagliare nulla, ecco. Ma fu una specie di disastro, vissuto tra i vari angoli del salone affollato di ragazzini e il balconcino da dove non si vide neppure il tramonto.
Di ragazze poi ce ne furono altre e io, pur senza Luca, avevo iniziato a capire i movimenti da fare con il mio corpo insicuro. Avevo lasciato alle spalle gli angoli desolati delle feste affollate e frequentavo il centro del ballo, senza grande ignominia a dire il vero. Ogni sera dopo il tramonto, rigorosamente omaggiato quando si poteva, cenavo e spesso poi passavo a prendere Giulia. In qualcosa ricordava la famosa Sara, forse solo per la voce bassa che mi avrebbe tirato fuori dalle solitudini dentro le quali precipitavo.
Luca spesso era in missione, in posti lontani e violenti. Di tanto in tanto, mandava cartoline che sapevano di vacanza, ma che di vacanza per lui non erano. Quando due volte l’anno tornava in città aveva uno sguardo svagato, come se stesse ancora in mare e negli occhi avesse ancora un qualche orizzonte inesplorato. Parlava poco come suo solito e raccontava ancora meno, interessato solo al nostro di vissuto. Non si era mai fermato o forse le donne che aveva avuto non erano mai riuscite a fermarlo a terra. Io stavo invece per i fatti miei con Clelia. Avevamo preso un buco all’ultimo piano di un vecchio palazzo nobiliare al centro. E piano piano stavamo fondendo le nostre vite.
Ogni anno che passava Luca tornava e trovava qualcosa di invecchiato e di nuovo. Qualcosa di futuro e sempre meno passato. Io poi ho iniziato a lavorare davvero e anche Clelia e dal buco ci siamo trasferiti in un appartamento normale, di uno dei palazzoni residenziali lontani dal centro.
Ogni anno aumentava la tacita sensazione che molte storie stessero progressivamente esaurendosi e altre appena iniziando. Lorenzo, mio figlio, osservava la sua divisa con un certo timore e diffidente non comprendeva il sangue che lo legava a quello sconosciuto. Avrebbe capito dopo ovviamente, ma ci voleva tempo.
Poi le cose in qualche modo sono cambiate, di colpo quasi, e così la settimana scorsa quando l’ho chiamato per papà, ho sentito la sua voce rompersi un attimo e ricomporsi in un silenzio. La mia no, aveva avuto il tempo di consolidarsi in una tenera amarezza. Non so come mai la prima immagine che è affiorata è stata la 128 che filava su quel viale alberato. Ho ricordato Sara e Giulia e tutte le altre ragazze che avevo baciato. Sono andato fuori sul terrazzino e ho provato a trovare un qualche punto fermo al quale assicurarmi. In qualche modo stavo scivolando e volevo una appiglio. Le plumerie fiorite davano all’aria un profumo intenso d’estate. In lontananza il cielo arrossato dal tramonto sembrava voler dare tregua provvisoria dal caldo del giorno, ma era solo una sensazione passeggera destinata a smentirsi nella sera. Clelia è arrivata in silenzio e mi ha messo una mano sulla spalla, come faceva mio padre quando voleva proteggerci da qualcosa che in apparenza sapeva di bello, ma che nascondeva un dolore.
«Hai sentito Luca?»
«Sì. Dopodomani arriva.»
«Aspetteremo.»
«Aspetterò.»
«Anche stasera il tramonto?»
«Già.»
«Come mai?»
«Come mai cosa?»
«Il tramonto. Anche stasera.»
Ho fatto una smorfia con il viso poi ho detto: «boh! Così. Senza un motivo.»

Annunci

La Sera Che Il Vecchio Fu Felice

«No, no!»
Il vecchio osservava le piccole mani screpolate fare ombra e riparo agli occhi rosi dal sale.
«No, no!»
Sembrava un disco incantato, uno dei suoi tempi, di quando la musica la suonavano da quegli affari tondi, scuri come la pelle di quel marmocchio che non la smetteva di lamentarsi.
Alla fine riuscì a fendere la difesa minima del bimbo con una carezza leggera sulla testa. Una alla volta le mani, piccole e impaurite, si staccarono dal volto. Un lungo graffio sulla guancia s’era incrostato di sangue rappreso. Gli occhi arrossati provavano a guardare meglio quel nuovo nemico.
«Stai calmo», provò a dirgli, «don uorri». Non sapeva se era detto bene, ma riteneva fosse qualcosa di tranquillizzante in una lingua che somigliava all’inglese. O almeno lo sperava, da quello che lui capiva dalla radio: questi sono stranieri e tutti gli stranieri parlano inglese. Punto
Il bimbo sembrò quietarsi. Chissà che cosa ha capito, pensò il vecchio, ma se funziona ha funzionato. A quel punto doveva trovare da dove diavolo arrivava quell’esserino in quel posto assurdo. Spiagge vicine neanche a parlarne: la cosa più simile al mare che ricordava era una pozzanghera fangosa che giù in paese usavano per innaffiare le patate. Eppure quello era lì, bagnato fradicio come se fosse appena sbarcato da uno di quei gommoni che si vedevano nella TV dell’emporio di Nino.
Gli fece segno di seguirlo, allontanandosi di due passi, ma il bimbo niente, stava fermo come uno scimunito, seduto a terra. Guardava e non sembrava interessato ad andare da nessuna parte.
«Hai fame?», chiese ignorando la possibilità di una lingua diversa, e poi «mangiare?» accompagnandolo con le dita della destra racchiuse verso la bocca.
I gesti in questo piccolo mondo valgono cento parole, pensò il vecchio, perché il piccolo si sollevò finalmente da terra e in perfetto silenzio si mise a trotterellare dietro di lui. A vederlo in piedi si era accorto che non aveva le scarpe. Bella questa! Aveva pensato guardando i suoi vecchi arnesi ai piedi. Vuoi vedere che devo mettermi a cercarne pure per questo? Si era pure accorto che in uno dei piedini, il destro, mancava un dito. Non che fosse stato tagliato via, ma proprio doveva essere così dalla nascita perché sembrava tutto in ordine, tranne il numero di dita.
La baracca del vecchio stava proprio due metri dietro la curva che saliva verso la collina. Lui stava lì da quando la moglie l’aveva mollato, decidendo di tirare le cuoia di colpo. I figli, se poteva davvero chiamarli ancora così, s’erano mangiati tutto e l’avevano lasciato in mutande per strada. Perché lui una casa l’aveva! Oh sì; niente di faraonico s’intende, e aveva anche un piccolo pollaio e un cane: Fulmine detto Ful. Che fine avrà fatto quel mangiapane a tradimento? Pensò; avrà preferito qualcuno che gli ha assicurato una ciotola piena. Bell’amico dell’uomo, disse fra sé mentre provava a liberare la porta dal catenaccio arrugginito.
Il bimbo entrò guardandosi intorno. Non sembrava troppo interessato all’arredamento, se di mobili si poteva parlare. Da una scatola di latta il vecchio tirò fuori un pezzo di pane scuro, una crosta di formaggio e un residuo di salame pericolosamente virato al marroncino. Il piccolo guardò il cibo perplesso.
«Non sarai mica un baluba che non mangia maiale?»
Il bimbo non modificò di una virgola l’espressione, ma con circospezione afferrò il pane e cominciò a rosicchiare con calma. Poi si diede alla crosta di formaggio. Il salame no, quello non doveva fargli molta simpatia e dall’aspetto rancido di sicuro non aveva tutti i torti. Deve essere un baluba, pensò il vecchio, o come si chiamano questi qua. Rimaneva il fatto di cosa diavolo ci faceva dalle sue parti, ma erano anni che aveva smesso di farsi domande e non aveva voglia di rispondere. Da quando per la precisione la sua vecchia si era fatta trovare con gli occhi all’indietro sulla poltrona gialla del tinello. Gli erano finiti tutti in una volta i punti interrogativi.
Da uno stipetto sgangherato il vecchio tirò fuori due bottiglie di plastica stropicciata. L’acqua da bere la prendeva giù in paese alla fontanella poco oltre la chiesa. Il bimbo fece di segno di sì con la testa e disse qualcosa, chissà cosa e in quale lingua o dialetto. Ma insomma doveva aver sete. Un bicchiere di vetro lo possedeva ancora e lo riempì per metà, prima di avvicinarlo al piccolo, che per un po’ stette in silenzio, quasi perplesso che fosse proprio per lui, poi lo afferrò con entrambe le manine per bere piano piano il contenuto.
A quel punto c’era il fatto della notte, ché il bambino da qualche parte doveva dormire. Ah! E le scarpe, ma quello era veramente difficile. Per carità in quel posto per lui potevano dormirci in dieci, basta che nessuno si mettesse in testa di prendersi il suo letto. Lui quello solo aveva: il letto, l’unica cosa che gli avevano lasciato i suoi figli e non lo voleva toccato nemmeno da quel marmocchio. Al tempo se l’era proprio caricato sulle spalle e s’era fatto tutta la strada fino alla baracca, con le guardie che gli urlavano dietro perché dovevano sequestrare tutto, pure il letto.
Per le scarpe gli veniva in mente solo la parrocchia, ma le beghine spettegolavano che il prete lo avevano spedito lì per punizione, che gli piacevano i bambini, mentre lassù erano tutti vecchi e zitelle e se ne doveva stare buonino. No, non era il caso. Osservava il piedino con un dito in meno e no, meglio scalzo che mangiato. Rise, come se fosse comica la faccenda.
Il bimbo guardava fuori da quella che più che una finestra era uno squarcio tra le lamiere oscurato al bisogno da un pesante telo scuro. Stormi di rondini rumoreggiavano intorno ai nidi sparsi sui cornicioni del vecchio edificio di fronte, sgretolato dagli anni e dall’abbandono. Sembrava incantato a vederli così rumoreggiare, mentre il sole stava sparendo dentro la valle.
Il vecchio lo seguì in quella strana visione; erano anni che ogni stagione quegli uccelli facevano quel can can fuori e solo ora lui se ne era accorto. Iniziò a raccontare qualcosa con la sua voce roca, una storia antica o una filastrocca che si era nascosta bene nelle pieghe dei ricordi. Raccontava e guardava fuori pensando che tutto quello era stato lì per anni ed era bello. Quando il vecchio si girò nuovamente verso il bimbo, lo vide poggiato sulla spalliera, con la testa poggiata sulle braccia. Dormiva. Provò a sistemare un poco di stracci a terra per farne un giaciglio, ma dopo un po’ si disse che no, non andava quella storia. In fondo lui una cosa possedeva: il letto. E chi ci dormiva lo decideva lui. Punto. Così si avvicinò al bimbo e delicatamente lo prese in braccio dalla sedia di legno per adagiarlo sulle lenzuola chiazzate, coprendolo un po’ perché stava iniziando a rinfrescare. Poi si mise a rimirarlo: ricordava che tanto tempo prima anche i suoi figli dormivano così, perché magari poi diventi un bastardo nella vita, ma quando sei piccolo e dormi sei così, fragile e bello. E pensò che in fondo allora quando i suoi figli dormivano così e lui li guardava era felice.
Il vecchio tornò a rassettare la tavola. Con un occhio guardava il baluba piccolo e con l’altro la notte che calava. Si erano quietati gli uccelli e l’indomani mattina avrebbe chiesto alla moglie di Nino di prestargli la bici per arrivare in città. Ce le avranno delle scarpe da bimbo in città! È tutta gente ricca, laggiù. Vuoi che nessuno mi aiuti?
Quando si stese accanto fece scricchiolare la rete mezza arrugginita. Si sentiva una cosa strana vicina allo stomaco. Un affare tiepido che non era nuovo, tipo quello di quando dormivano i suoi figli piccoli e lui li guardava. Tipo quando allora li guardava dormire e si sentiva, sì, felice.

La Linea Gialla

Bernardo guarda sempre il viso delle cassiere nei supermercati. Non ha uno scopo, gli piace solo leggere le smorfie, mentre le merci sfilano sul nastro nero trasportatore. Loro stanno così, in silenzio, concentrate. Al più un “ha la carta?” E no che non ce l’ha. Lui, Bernardo, non capisce il senso di promettere fedeltà a un negozio, svelandosi ai database di questo o quel posto.
Sugli ultimi gradini della metro, mentre scende, pensa che questa volta non gli è stato chiesto nulla, che la cassiera aveva una faccia anziana stanca, seppur l’abbia già dimenticato quel volto, e rapido oltrepassa due ragazzini che giusto all’angolo si addestrano a baciarsi con la lingua.
La piattaforma è vuota, segno che il treno è passato da poco. Lo stridere di freni deve essere arrivato dai vagoni sulla parte opposta, che con un fremito stanno ora tornando a muoversi. Una ragazza con un piercing al naso lo osserva dal finestrino che sfila via. Bernardo la nota appena, mentre cammina a cavallo della linea gialla, invalicabile; un po’ di marciapiede ancora, poi il binario sprofondato nella fossa, che ogni tanto lui costeggia con le buste della spesa in mano, illudendosi di ragionar sulla cassiera, insignificante.
Un bambino e la madre che lo tiene per mano arrivano trafelati, illusi dal rumore del treno di fronte. Si fermano a dirsi qualcosa, poi si dirigono alla più vicina panchina.
Bernardo li osserva, mentre oltrepassa ancora la linea. Fa passi piccoli, per far durare il percorso, ma in fondo sa che ogni cosa è un attimo, quell’attimo.
Sulla piattaforma di fronte, una ragazza in jeans e chador legge uno di quei giornaletti gratuiti che, forse, lasciano in giro per evitare proprio a gente come Bernardo di ragionar troppo in bilico sulla linea gialla. Lui si guarda intorno per aggrapparsi a una copia, ma niente, devono aver dimenticato quel suo lato.
Il bambino ride, la madre indica qualcosa sui binari e ride anche lei. Bernardo guarda lo stesso punto ma non nota nulla. Una delle buste fa male a una mano, però non gli va di sedersi, vuole continuare ancora un po’, sulla linea gialla. La piattaforma intanto si sta ripopolando: due signore anziane con il carrello della spesa, un ragazzo mesciato biondo con la tuta della Juve, un prete con la tonaca. Ha una faccia conosciuta il sacerdote, deve essere uno di quelli di San Matteo. Bernardo la conosce quella chiesa, perché ama il silenzio e spesso il pomeriggio ci entra quando non c’è nessuno. Si siede sul banco in fondo e guarda in giro. Sì, sì, quel prete deve venir da lì e magari lo ha visto alle volte chiedere da quel banco qualcosa a Dio. Perché lui questo fa, entra, si siede e in silenzio prova a parlarci con Dio, anche se non è convinto se lo stia ad ascoltare. Dio, se ti vuole sentire, ti legge i pensieri. Dio, se esiste, lo capisce che Bernardo è in bilico sulla linea gialla. Dio, se lo vede, lo sa che quello non è camminare, è altro.
Gli fa male anche l’altra mano ora e il treno è in evidente ritardo. Il binario è vuoto, la piattaforma si riempie, il prete si sventola con il volantino di un centro commerciale. La mano destra formicola un po’: “passata di pomodoro e aceto”, aveva scritto Marta, sua moglie. Un tipetto minuto e frenetico di donna che ci tiene alla casa. Oh! Come ci tiene. E dovreste vederla disperarsi di questo e di quello. Di questo e di quello!
Strano come il treno sia in ritardo, voglio dire in questo mondo sotterraneo il tempo trascorre in momenti sempre prevedibili e il fatto che non sia ancora sbucato dal tunnel interrompe ogni certezza. Adagiato sulle rotaie un frammento di un giornale del partito di governo. Fiumi di caratteri vuoti, massimi principi primi in fretta dimenticati e negati, che catturano comunque lo sguardo che si sporge, come il suo corpo che si sporge oltre la linea gialla, il confine ultimo di sicurezza. L’anziana signora di fronte lo osserva perplessa, fiuta il pericolo forse. Lui si sporge, la mano fa male, la busta scivola via nella fossa in un rumore di vetri rotti. Una voce all’altoparlante gracchia qualcosa, mentre la passata colora di rosso il binario vicino e l’odore d’aceto investe i vicini che iniziano comunque a guadagnare l’uscita.
“Stia attento per dio!” Urla un tizio vestito della divisa della metro.
“Stia attento se non vuole fare la fine delle bottiglie, spappolato sui binari.”
Con calma Bernardo abbandona la piattaforma, spintonato un po’ dal ferroviere che ha portato giù, insieme alla voce gracchiante, la notizia che il treno non arriverà. Fuori, un paio di pullman bianchi attendono per portare via ognuno di loro. Pare che ci vorrà tempo per riattivare la linea, che un disgraziato sia caduto dalla piattaforma. O che si sia buttato giù, proprio sotto il treno sbucato dal tunnel due stazioni prima.
“Una tragedia, una tragedia.” Continua a ripetere una signora di mezza età seduta due posti avanti.
Bernardo pensa che adesso non ha neanche la passata o una buona scusa per Marta. Guarda la mano destra con ancora i segni della busta stampati. Un uomo anziano e magro dice che la gente sta troppo bene, perché non ha fatto la guerra e poi si butta sotto i treni perché non ha le palle per affrontare la vita. Alla radio il solito politico urla qualcosa. Una goccia di pioggia riga il vetro disegnando una linea netta. Bernardo chiude gli occhi, pensa al silenzio di San Matteo e che no, lui non l’ha fatta la guerra.

El Gringo

El Gringo una volta era stato felice. Qualcuno lo ricorda ancora da queste parti, quando non lo chiamavamo così, con la faccia distesa e addirittura un sorriso sereno. Quel soprannome glielo affibbiammo subito dopo il fattaccio, per via dei film western che aveva iniziato ossessivamente a guardare nella sua casa di legno e lamiere. E da allora non lo aveva visto più nessuno sorridere, anche solo per finta.
Una volta il Grezzo glielo chiese perché si fosse fissato coi western: «la pistola» – disse – «se hai le palle di ammazzare chi ti vuole portare via…» E smise lì, niente di più. Di sicuro intendeva qualcosa che aveva a che fare con il fattaccio e con tutto quello che venne dopo, ma troncò il discorso lì e non ci tornò mai più. Anche io tentai tante altre volte, ma lui niente, si girava, mi guardava e non sorrideva, nemmeno per finta, poi tornava alle sue cose, che erano i film western.
El Gringo non usciva più di giorno perché diceva che il sole gli bruciava gli occhi, così l’unico lavoro che aveva trovato era quello di portiere di notte al Paradise, una roba che più che un albergo era un ritrovo di disperati e di camionisti che volevano farsi una doccia calda e provarci con Marlena al pub accanto alla hall. Che poi hall è una parola grossa per quel corridoio fetido mezzo invaso dal bancone sul quale si allineavano le chiavi arrugginite appese all’orrendo medaglione di bronzo a rilievo bordato di gomma nera. Un blocco nero pece con di canto un piccolo televisore riparato più volte con lo scotch e un vecchio registro marrone dove appuntare le lamentele dei clienti.
El Gringo a Marlena non l’aveva mai sopportata, perché gli ricordava troppo la sua ex, ma non fisicamente, quello no, era quando parlava, per via di quel suo accento che rivelava la provenienza dall’est, una cadenza fredda e calcolata. Era convinto che di chi viene dall’est non ti puoi fidare, non per razzismo, ma per tutte le delusioni che nella sua vita venivano per qualche motivo da lì, dall’est. Anche sua madre per dire, che a due anni lo aveva mollato a quel fesso di suo padre, per andare in giro con una setta di ariani spiritati. Per questo odiava quell’accento, perché odiava sua madre, la sua ex e l’est.
Marlena invece gli voleva bene e si dannava per quel suo essere sempre così triste. Che poteva farci lei del fattaccio e di quella sua ex che appena qualche giorno dopo lo aveva lasciato a ruminare sui casi della sua vita, in quella baracca di legno e lamiera vicina al lago. Eppure ogni tanto, quando passava velocemente per aprire o chiudere il pub, e lo guardava immerso nei suoi western datati, si sentiva in colpa, come se lo avesse ridotto lei così. Addirittura una notte che stava smontando aveva pure provato a tirarlo su nell’unico modo che conosceva davvero. Era passata davanti al bancone e lo aveva sorpreso a seguirla con la coda dell’occhio. Così si era fermata e visto che a quell’ora non c’era più nessuno in giro aveva iniziato a spogliarsi, con lentezza: per un po’ le era parso che lo sguardo El Gringo lo avesse distolto dal film, solo che poi si era messo a urlare, senza neanche guardarla, che lui con le troie dell’est aveva chiuso e che lei da quel punto di vista lì lo faceva solo vomitare. Ma non era vero, perché quando Marlena era fuggita via piangendo umiliata, El Gringo s’era alzato ed era corso in bagno a scaricare in una sega rabbiosa tutta la vita che quel corpo seminudo gli aveva ricordato.
Poi Marlena aveva conosciuto il tedesco, che forse tedesco non era, ma solo un affare biondo che grugniva suoni in un idioma astruso. Lei dovette pensare che quello era un buon treno su cui saltare e da un giorno all’altro aveva spento le luci del pub e si era issata nella cabina fluorescente del tir nero. Prima di andare via era passata un attimo dalla hall, ma El Gringo come al solito l’aveva bellamente ignorata, urlando qualcosa a un turco ubriaco fradicio che non ricordava nemmeno il proprio nome.
Noi, i disperati di quel borgo, abbiamo continuato a vederci in quel buco spoglio per un po’ e parecchie volte abbiamo litigato con la vecchia tenutaria del Paradise per convincerla a rimpiazzare Marlena e riaprire il pub. Quella megera però ha sempre risposto che era stanca di rimetterci solo soldi e che ci arrangiassimo con quell’idiota del sindaco se volevamo aprire un circolo per vecchi ubriaconi perditempo. Doveva però aver dato istruzioni a El Gringo che durante le interruzioni pubblicitarie, mugugnando, spariva nel sottoscala per accendere due luci proprio, tanto per non farci inciampare e non dover poi avere noie con le ambulanze e gli sbirri. Lui faceva tutto questo di mala voglia e ci urlava sempre di non sporcare e soprattutto di non fare casino che c’erano ospiti importanti in giro. Noi ridevamo fragorosamente e lo sfanculavamo: chi diavolo poteva esserci di sopra, al più qualche cliente delle orride puttane raccattate dalla vecchia sulla statale, che con i loro quattro soldi di pigione facevano fruttare le camere peggiori.
Era al pub che stavamo quella sera, bestemmiando come sempre sulle carte bastarde che buttava via il Grezzo, uno che nella vita avrebbe dovuto fare tutto tranne che mettersi in testa di giocare, tanto era confuso e sbadato. Non avevamo fatto caso a quell’ombra nella hall che aveva poggiato a terra un borsone blu elettrico e poi si era dileguata. Fatto sta che a un tratto il pub si era illuminato a festa e noi avevamo urlato a El Gringo di andarci piano con le luci, ché la vecchia avrebbe dovuto spompinare mezza provincia per pagare la bolletta. Due minuti e Marlena era comparsa in silenzio e senza nemmeno salutare si era diretta dietro il bancone, per mettere ordine e raschiar via lo strato di polvere sul ripiano. La sera era trascorsa così, come se lei non fosse mai andata via e quel buco non avesse mai chiuso nemmeno per un giorno. El Gringo non aveva mosso un ciglio e non si era mai affacciato dentro per capire. Chissà se aveva notato l’occhio sinistro gonfio e il labbro graffiato. O se si era accorto delle tette che sembravano in procinto di esplodere dentro quella maglia nera dei Kiss. Quando andammo via Marlena aveva appena finito di sistemare tutto e ricordo che passandogli accanto El Gringo sembrava concentrato solo sulla scena di due che se le davano di santa ragione per una tipa in mutandoni bianchi rannicchiata sul letto. Insomma una sera maledettamente normale.
A tirarci giù da casa la mattina dopo fu il Grezzo, che era uscito presto per andare in città da qualche dottore. Proprio sull’insenatura vicina alla stazione aveva visto il nugolo di agenti e il camion nero del tedesco con la portiera sinistra spalancata. Da una finestra della casa di lamiera Marlena osservava in lacrime la scena, vestita solo di una camicia orrenda a quadrettoni di El Gringo. A terra stava l’affare biondo in un lago di sangue, con la testa fracassata. Di lato su un masso El Gringo, seminudo con un telo da mare annodato in vita. E sangue ovunque, su di lui, sul telo e sulla chiave inglese poggiata a terra accanto al masso.
Quando lo portarono via mi è passato accanto El Gringo e riconoscendo la mia faccia ha accennato un saluto, per la prima volta forse da quando lo conosco, e una smorfia serena che alla fine doveva somigliare a qualcosa che per lui, un tempo, doveva essere stato un sorriso.

Purgatorio

«Tutto bene signor Martèn?»
Lui scuote sempre la testa, con il fare tipico di chi con difficoltà vuol definire un qualche concetto. Né una parola, né un suono. Solo fatica.
Ogni giorno così, da trent’anni, in questo buco di porto: tanfo di piscio e di alghe marce, poche facce, sempre le stesse. Una è la mia, sono il custode Fernand, quello che su una vecchia bici sgangherata, in piedi sui pedali, va in giro a sorvegliare dio sa che cosa, ché qui nulla accade, da sempre. Ogni tanto una nave ormeggia, specie quando il mare fuori è in tempesta. Sta il tempo necessario a riparare e poi riprende subito la sua rotta, perché qui davvero non c’è nulla da fare o da vedere. Nulla. Non ci stanno neanche abbastanza puttane per sgranchirsi i pensieri o ubriachi per farci a botte.
Il signor Martén lo trovo sempre sul molo, seduto sulla prima bitta incrostata di ruggine e nonostante tutto ogni volta mi fermo sempre un attimo con lui.
«Tutto bene signor Martén?», chiedo più per assicurarmi che sia vivo che per ricevere una risposta, che tanto non è mai arrivata.
Cosa ci viene a fare ogni santo giorno giusto in questo punto lo sa solo lui e il diavolo, ché questo se non è l’inferno deve somigliarci proprio a una punizione divina. O almeno che ne so a un purgatorio, dove si sconta qualche malefatta in attesa di andare altrove. Dove? Che volete che ne sappia io, altrove. Forse lo sa la signora Clavert, una mezza pazza che passa il tempo a dare da mangiare ai gabbiani due bitte più in là. Una di quelle beghine da sacristia che magari di questi maneggi sa qualcosa, ma che dice solo mezze frasi che nessuno capisce.
Chiedi, «tutto bene signora Clavert?»
E lei, «sì, oggi io però…». Oppure «sì, ieri c’era lungo…» o «mah! Questo tempo… Questo colpo…» Robe così, tronche, mentre guarda i gabbiani che uno a uno si tuffano per ingollare acqua lurida e pezzi di pane ammollato. Ne porta con sé tanto, un pane nero che sembra impastato con il catrame. Deve essere il pane del diavolo, fatto con il fango degli inferi. Lo stiva dentro buste di carta sudicie, che a fine giornata ripiega con cura e porta via. Ogni giorno.
Ho visto poi che al mattino, quando arriva con le mani impegnate con il pane del diavolo, passa sempre un attimo dalla bitta di Martén e dice sempre qualcosa, mezze frasi come il suo solito immagino. E lui in qualche modo risponde, conversa a quanto appare dalla finestra del mio casotto, articola le labbra.
Devo dire che un paio di volte ho provato pure a passarci vicino facendo finta di niente, ma le parole, quelle che la Clavert sembra avvertire, sono vuote, solo movimenti della bocca senza suono, inutili. E lei, la Clavert, sorride e approva con la testa e risponde con le sue mezze frasi prive di senso. Roba che se non fossi sicuro di me crederei di essere io quello impazzito e loro in amabile conversazione.
Ieri la nave che è arrivata ha vomitato sul molo le solite facce sghembe di mare mosso e una donna che sembrava esserci capitata dentro per uno scherzo di pessimo gusto. Una bella donna, in un vestito nero elegante, capelli lunghi ambrati sistemati in una coda, scarpe dorate col tacco. La vedevi e pensavi, dio santo, che ci fa una donna così in questo lupanare. Sembra sbarcata da una nave da crociera invece che da quel mercantile fetido.
Ha subito chiesto con garbo un posto dove passare la notte. Lei! In questo mezzo inferno di noia e di tanfo un letto dove riposare? Ho detto che era caduta male, ma proprio male, perché io più che la branda sgangherata per il carpentiere non ho. Ed è lì proprio dietro la mia, non proprio una faccenda carina da offrire a una signora.
«Va bene la branda», ha detto, «sembri proprio una brava persona. Dormirò qualche ora e poi tornerò su. Mi fido.» Ha sorriso, mentre ondeggiando elegante sui tacchi entrava nel casotto.
Le donne! A dir il vero non sono mai a mio agio con loro, neanche quando le pago per farmi fare l’amore o qualcosa che ci somiglia. Figurarsi capire una che ti vuole dormire accanto e che non puoi neanche pagare. Già! Alle volte chiedo loro solo questo, stendermi vicino e sentirle respirare mentre dormono. Mi dicono tutti che sono un pazzo a pagare per questo, ma qui in questo purgatorio deve per forza esserci qualcuno che vuole dormire accanto a una puttana accanto e basta. A dirla tutta sarei anche entrato a stendermi a un certo punto, visto che ero stanco morto, ma vi dicevo che il disagio mi sovrasta quando non pago, così ho inventato altre mille cose da controllare e ricontrollare in giro, tra le bagnarole ormeggiate, finché non si è fatto buio e tutti, ma proprio tutti sono andati via.
Tutti tranne il signor Martén e la signora Clavert, s’intende. E quelli se ne stavano lì: prima bitta, terza bitta. In mezzo io: seconda bitta, ruggine, tanfo di piscio e di alghe marce, gabbiani in lotta per il pane del diavolo e una sera dolce e tiepida che sembrava dipinta dopo la tempesta della mattina.
Sto bene, ho pensato, e non credevo si potesse star bene in questo posto qui, in questo nulla in bilico sul mare. La nave che aveva trovato riparo stava ormeggiata di fronte sul molo grande. La luna iniziava a prendersi la scena nel cielo e montava come su una crema color del catrame del pane della signora Clavert.
Guardavo tutto quel mare ovunque e un ticchettio lieve dietro le mie spalle rivelava qualcuno che giungeva da un punto che il signor Martén e la signora Clavert osservavano sorridendo. Un punto che non avevo voglia di girarmi a controllare. Ho pensato, pazienza per il disturbatore, andrà via presto. E poi, chi diavolo può avere interesse a dar fastidio a quest’ora. Un ladro? E di che? Che a rivoltarmi non ci ricaverebbe un soldo bucato. Chiunque sia può tornarsene a casa sua, visto che di sicuro ne avrà una a differenza di me che ho un casotto semioccupato da un donna bellissima che dorme.
«Io la notte la passo qui», ho detto ad alta voce a un tratto, ma solo per interrompere quel silenzio e anche con un certo stupore per il suo stesso suono.
«C’è posto anche per me?», ha chiesto il disturbatore. Era lei, la donna della nave.
«Non dormite?» e subito ho pensato che razza di domanda stupida era quella, visto che se ne stava proprio dietro in piedi, con grande evidenza sveglia.
Ha scosso la testa divertita, «non più.»
Le ho fatto un poco di spazio sulla bitta, tanto per farla poggiare. Sentivo il calore del suo corpo sul mio e il profumo intenso che aveva addosso lo percepivo netto, una fragranza speziata e persistente. Eccitante.
«È bello qui la sera.»
Bello? Questo buco maleodorante, bello? Ho pensato che davvero doveva essere ben strana. Doveva aver davvero visto ben poco del mondo. Meno di me che da quel buco non spno mai uscito. Meno anche del signor Martén che neanche parla più, se mai l’ha fatto.
Poi c’è stato qualcosa che è mutato. Un punto di vista, una luce, una sfumatura. Non so. Un suono, sì. Una rumore sordo, tipo clang! Come se da qualche parte un meccanismo sulla nave di fronte si fosse azionato e avesse cambiato di colpo lo scenario, come su un grande palcoscenico. Voglio dire a ben vedere era tutto uguale e spiccicato a prima del clang, ma tutto come dire, diverso.
E lei era di nuovo in piedi e mi chiedeva qualcosa di nebuloso, quasi usasse una lingua straniera: come scusa? Ballare? Cioè io, il custode Fernand, il guardiano di questa fogna maleodorante, ballare? Dio santo, ma ne stanno accadendo cose assurde tutte insieme. E la donna che scende dal mercantile, e la branda che le devo offrire per la notte, e la musica che d’un tratto arriva dalla nave! Musica? Da dove diavolo veniva quella musica? Dal mercantile arrugginito per davvero? O era una trovata di quella pazza della signora Clavert che sulla sua bitta continuava a ridere divertita. No, no. Era nell’aria tiepida della sera. Era l’aria tiepida della sera.
Ho chiesto, «che musica è?»
«Ha importanza? Cosa ti piacerebbe che fosse?»
«Un tango. I miei genitori venivano dall’Argentina. Non ho mai ascoltato un tango. E non sono mai stato in Argentina.»
«E tango sia!» ha detto ridendo e poi mi ha preso le mani e ha iniziato a girare intorno a me e io con lei. I miei piedi si muovevano, prendevano i suoi passi, la agganciavano, come se conoscessi quelle figure da sempre, disseppellite dal mio DNA sudamericano. E giravamo, lambendo il bordo estremo del molo, incuranti di sporgere ognuno un lembo di suola sempre più oltre, rischiando il bilico sull’acqua.
La signora Clavert rideva e diceva delle mezze frasi che scaldavano l’anima. Il signor Martén muoveva le labbra per dire «bene, bene» e io lo sentivo distintamente con una voce che non avevo udito mai. Per tutta la notte fino all’alba, fino a cadere stremati sul cemento ruvido del molo. Stremati e felici. Felici, già!
Quando è risalita sulla sua nave il sole era già alto e io ho avuto appena un attimo per salutarla.
«Posso chiederti il tuo nome?», ho detto.
«A…», un lungo silenzio, «a cosa serve sapere i veri nomi? Dammene uno tu se vuoi?»
È sfilata via la nave, verso la sua inevitabile rotta. La signora Clavert sorrideva. Il signor Martén annuiva. Io, il custode Fernad, pensavo a un bel nome di donna che iniziasse per A, pronto per andare altrove. Via da questo strano purgatorio.

La macchina rossa

La vedevi spesso alla fine del turno. Lei varcava i tornelli, si fermava sul marciapiede in cerca dell’auto che per un periodo fu grigia opaca, poi sabbia, la penultima azzurra. Era il colore delle auto di seconda mano a scandire il fluire degli anni e lui alla guida l’aspettava fuori, alla fine del turno. Anni di chilometri lasciati alle spalle, tra casa e lavoro. E in estate lunghi nastri d’asfalto sotto le ruote gonfiate a due e tre; i panini sulle panche fuori dagli autogrill, il mare che appariva di colpo sull’orizzonte oltre le curve. Lo guardavano e la faccia che facevano era sempre la stessa, come se loro due il mare non l’avessero visto mai, sbalorditi come bambini a mano a mano che si avvicinava oltre il parabrezza impolverato.
Per qualche motivo li abbiamo visti sempre in due, loro da soli. Non so se ci fossero dei figli o se c’erano stati ma già troppo grandi da aver altro da fare. Lei attraversava con cautela e si sedeva accanto. Lui metteva in moto. Lei parlava, raccontava la sua giornata probabilmente. Lui ascoltava. Per qualche motivo mi commuove ripensare la scena. Sarà che gli uomini che ascoltano mi ricordano mio padre. Stanno concentrati sulla strada, con le loro facce serene, centellinano ogni movimento dei muscoli del volto, come se temessero di perdere le singole parole e confondere il senso del racconto. Io da piccolo pensavo che in fondo fosse un peso per loro ascoltare, una necessaria seccatura alla quale sottoporsi. Invece no, era fatica la loro, lavoro di nervi nel distillare il senso delle parole. Ho imparato tardi che chi ascolta tiene nota dell’inflessione, legge le emozioni sepolte nelle modulazioni della voce. Lei sedeva e raccontava, lui guidava e distillava per sé emozioni. Ed era bello vedere accadere tutto questo, rasserenava in qualche modo.
La faccenda della macchina rossa venne fuori in un giorno di pioggia. Era il modo di concedersi almeno un lusso prima del troppo tardi, prima del doversi rassegnare a non aver mai respirato il nuovo delle auto appena uscite dall’autosalone. Lì fradicia di acqua sembrava sfoggiare una livrea elegante per una recita familiare, ma nei giorni a venire, quando la tempesta si quietò, le nubi cupe rimasero intrappolate dentro la lamiera lucente in maniera impercettibile se volete, ma non per questo meno preoccupante. Come sempre lei arrivava al suo posto passeggero, finito il turno. E come sempre iniziava a raccontare. Tutto in apparenza uguale, ma se si aveva l’accortezza di distogliere lo sguardo dalle finiture in cromo, o si puntava lo sguardo sull’uomo alla guida si capiva, non si poteva non vedere. Lui non ascoltava più. Per carità in silenzio ci stava come prima; erano però i suoi impercettibili movimenti degli occhi a essere mutati. Lei raccontava. Lui scrutava ogni singolo pericolo, ascoltava ogni fruscio della meccanica, calcolava incessantemente consumi, numeri di giri del motore, saldi del conto, intervalli di tempo tra una scalata, una frenata brusca e la prossima rata.
Lei iniziò a chiedere un passaggio il mercoledì. Pare ci fosse un qualche impegno che dovette poi coinvolgere vari altri giorni della settimana o piuttosto i tagliandi e il bollo che iniziavano a pesare sul magro estratto conto, erodendo la frequenza dei pieni possibili. Alla fine si adeguò agli orari incerti dei mezzi pubblici, perché lui aveva deciso di dare una mano in più con un lavoro serale in un bar vicino e doveva recuperare il sonno sacrificato ai cambi d’olio. Diceva che lo rilassava la sera lavorare invece di starsene davanti alla tele e in più portava qualche soldo per l’estate. Solo che l’anno dopo le vacanze le passarono sulla sdraio del terrazzino. Meglio, le passò lei da sola sulla sdraio, perché si sa che con la bella stagione si lavora di più nei locali ed era arrivato il momento di cambiare le gomme.
Ogni sera lei tornava, cenavano velocemente, poi dalla sua sdraio lo vedeva percorrere la via di casa fino all’incrocio, a piedi, perché una passeggiata fa bene dopo cena. E poi l’auto era meglio lasciarla in cortile, al suo posto, in attesa di racimolare i soldi per riparare il paraurti anteriore, che penzolava legato con uno spago da quando l’avevano trovato divelto al posteggio per colpa di qualche disgraziato che non aveva lasciato tracce, impaurito forse dall’aumento dell’RCA. Che poi la strada non era tanta alla fine, ma c’era da attraversare la circonvallazione con le macchine che la notte avevano voglia di assecondare i guidatori eccitati da alcol e chimica.
Dalla sua sdraio lei tirava sempre più tardi per curiosare i condomini, elegantemente vestiti il sabato sera. Li vedeva tornare alle volte che era quasi l’alba e tante altre lui di ritorno dal bar la trovava assopita e con delicatezza la aiutava a stendersi con lui a letto. Sempre più spesso.
Quella volta era ferragosto, circa le undici del mattino. La notte era stata parecchio calda e dormire sulla sdraio molto piacevole, sebbene una progressiva inquietudine l’aveva svegliata di frequente per i rumori delle auto che transitavano sulla via. La luce del giorno l’aveva lasciata tranquilla per un po’, poi l’aveva destata delicatamente, minuto dopo minuto, quasi carezzandola di tepore. Lei aveva guardato intorno e nella stanza da letto. S’era poi lavata, con calma, aveva controllato ancora una volta fuori, poi aveva preso le chiavi dell’auto e una sbarra di metallo pesante che adoperava per chiudere il vasistas in alto.
Quella volta era ferragosto e la trovammo così, seduta sul cofano devastato. Tanto vetro e plastica ovunque a terra. La sbarra in un canto. In silenzio, zitta e senza più voglia di raccontare.

Sonno

Manuel Vertega ne aveva abbastanza davvero. Fosse stato per lui sarebbe volato via con un salto nel vuoto dalla rocca di San Sebastian, per mettere la parola fine a… Già, fine a cosa? Diciamo almeno alla domanda che la moglie Virginia gli rivolgeva ogni giorno, anche solo con gli occhi. E anche Simon il suo medico e padre Veron: Manuel, ma cosa hai dentro che ti opprime in ogni singolo secondo della tua esistenza? Cosa?
Bravi pensava lui, sebbene desse loro ragione facendo finta di averla capita quella questione. Bravi, pensava, come se il problema non fosse proprio il non saper rispondere.
Dicevano, guarda hai una bella famiglia.
Dicevano, guarda hai un bel gruzzoletto in banca.
Dicevano e poi guarda i tuoi figli, Jose Maria e Veronica, che perle e che bellezze rare.
Bravi pensava lui, perfettamente d’accordo e si rintanava sempre più in fondo a quel pozzo senza fine, con il sorriso finto, il volto tirato. Un inferno.
La prima a trovarlo fu Virginia, quando un po’ disturbata dal suo torpore posò il caffè sul comodino e provò a strattonarlo. Lui dormiva. Si percepiva il respiro nitidamente, ma nulla sembrava svegliarlo. Così, ormai preoccupata, aveva chiamato Jose Maria, il figlio maggiore, che ancora in pigiama aveva provato egli stesso a destarlo con schiaffetti prima timidi, poi sempre meno delicati da arrossare senza alcun risultato il volto contratto dell’uomo.
L’ambulanza era arrivata dopo dodici minuti esatti, squassando il silenzio del cortile e facendo affacciar tanti curiosi. Come! Manuel? Ma se stava così bene. E che pena quando lo hanno portato via. Sembrava proprio addormentato. Sì! Addormentato.
Ecco, Manuel Vertega s’era davvero assopito, meglio, faceva in modo che questo si dovesse credere. In verità la sera prima s’era trovato da solo a guardarsi le mani. Non so in quanti avete visto le mani di Manuel Vertega e le meraviglie che ha realizzato con quelle mani. Ogni uomo, donna, bambino di San Sebastian le ha viste e sa che erano fatte per costruire, per la bellezza solida senza tempo. Manuel la sera prima s’era visto quelle mani indubbiamente belle e forti, le aveva viste per come erano, senza più grazia, perché la forza non la fanno i muscoli, la fa la vita che hai dentro.
E Manuel la sera prima aveva visto quella vita a brandelli, incapace di muoverle più quelle mani. Aveva sperimentato quanto quei momenti pesassero e che a chiedersi perché, a farsi tutte le domande del mondo, quelle dei dottori che provano a capire per intenderci, anche a farlo, quella vita non ne voleva più sapere di generare un sorriso. Era pesante aprirle e chiuderle quelle mani, ma più difficile era raccontare tutta questa fatica a Virginia. Perché per spiegare qualsiasi cosa hai necessità di avere capito, di esserti rialzato da terra, trovato la pietra che ti ha fatto da inciampo, pulito il sangue e medicato l’ematoma. Manuel invece non comprendeva, niente da fare, steso a terra vedeva solo gente chinarsi e chiedere spiegazioni. Per carità non erano gli altri a fallire l’aiuto, erano le sue mani troppo stanche per reggere il peso di un corpo morto e provvedere a rialzarlo.
D’un tratto aveva pensato al padre. Se quello che diceva padre Veron era vero adesso lui poteva scrutare i suoi pensieri e, poverino, poteva osservare quella vita marcire da dentro. Lo guardava quindi dalla sua condizione eterea e di sicuro si disperava di quelle mani ormai inerti, incredulo e impotente nel mondo del figlio. Forse provava pure a fare qualcosa, ma invano: l’avesse capito in vita di sicuro l’avrebbe raggiunto quella sera, l’avrebbe accarezzato come quando da bambino Manuel tornava con le ginocchia massacrate. Avrebbe detto alzati, dammi la mano Manuel, fammi sentire dove ti fa male. T’ho visto dentro Manuel ed è una pena lo so, ma alzati, ti reggo io, almeno per un tratto. Ma i morti si sa, non sanno più parlare e carezzare. Sono morti e l’unica cosa che venne in mente a Manuel fu di salire sulla rocca. Era già iniziata la sera e Virginia non avrebbe fatto tardi. Aveva percorso quasi correndo il tratto, breve, che lo separava dalla spianata, giungendo sul dirupo e da lì aveva guardato per lungo tempo in lontananza il mare. Ma perché punirla si disse. Perché? Sapeva rispondere? No. Perché punirla se alla fine era lui a non avere la risposta? Il dolore Manuel lo sapeva di cosa era fatto e quanto fosse pesante quando trabocca, perché infliggerlo in questo modo così incomprensibile? E poi c’era il fatto dell’amore che da solo non basta ok, ma non lo puoi, non lo devi bruciare in un attimo. Non è giusto, perché è qualcosa che non si divide in parti, esiste solo quand’è intero e sacrificarne un pezzo è uguale a uccidere il tutto e le persone che lo accolgono dentro.
Tornato a casa, aveva cenato in silenzio, non che fosse una novità, e poi si era deciso per il sonno. In fondo, si era detto, la morte non è un sonno eterno? Almeno il perdurare del respiro avrebbe mitigato la perdita, mimando la vita. Il sonno, che in ambulanza lo portò nella clinica sulla parte opposta alla rocca. Il sonno che per centoventotto lunghi giorni lo avvolse in un velo inerte di non vita apparente. Un inspiegabile fenomeno che medici di ogni parte del paese provarono a interpretare, analizzare, contrastare. Nessuno però che avesse una spiegazione, ché nessuna risultò plausibile, nulla di mai conosciuto, escludendo per come inevitabilmente si fece la volontà umana.
Accadde poi che in quei giorni in molti lo andarono a trovare e spesso, seduti sulla sponda del letto, davanti a quel corpo per tutti loro insensibile a ogni stimolo, sordo in apparenza, trovarono il modo di fare una cosa che colpì Manuel nel profondo. Finanche padre Veron, nel silenzio ovattato di quella piccola stanza, iniziò come tanti altri a parlare, a raccontare di sé e delle domande che da dentro premevano pur non pretendendo risposta, ma solo perdono. Lui, Manuel, in quel letto, in quella inerzia pietrificata diventava ogni giorno di più una icona preziosa per chiunque avesse bisogno di accendere una luce nella sua vita senza esser giudicato. L’amante perfetto, l’amico fidato, il padre disinteressato. Una teoria di uomini e donne in cerca di confessione, meglio, di qualcuno che non provasse alcuna vertigine sul bilico dei loro cuori a picco su un baratro buio.
E alla fine anche Virginia, centoventotto giorni dopo, una domenica sera, seduta sulla sponda, poggiata sulla mano sinistra, iniziò il suo monologo. Cosa disse non ci è dato di sapere e ben poco interessa davvero, ma per tanto la sua voce di donna cullò quel sonno. Erano finalmente lei e Manuel. Lei e quel suo grande baratro interiore, spalancato e inondato d’aria gelida, che a dir la verità faceva bene. Manuel è quella mano poggiata sul letto che carezzò e strinse. Dormiva Manuel, ma un piccolo sorriso gl’inarcò il labbro. Virginia guardò il tocco farsi legame con quella mano da costruttore di cose solide e vive nel mondo liquido che dolcemente evaporava dentro quella sterile casa di cura. Scostò le coperte e tolte le scarpe si stese accanto, poggiando la testa sul petto dell’uomo che dormendo la cullò a sua volta. Con tenerezza Virginia ascoltò quel ritmo sereno, mentre un sonno perfetto lentamente si impadronì di lei, vincendola accanto a Manuel sino al mattino dopo, quando io, desideroso di essere ascoltato per l’ultima volta, entrai nella stanza e per fortuna sorrisi.

L’uomo dei logaritmi.

C’era questo tizio, uno smilzo e lento nei movimenti che sembrava avesse paura di spostare troppo l’aria intorno a sé. Sulla trentina passata, un bel ragazzo direi. Entrava in negozio intorno alle diciotto; non sempre, diciamo una, due volte al mese. Entrava, salutava con un cenno del capo minuscolo e si metteva a esplorare gli scaffali in cerca di chissà cosa. Sembrava interessato a tutto, ma spesso si fermava a rimirare i manualetti di roba tecnica, libriccini della Hoepli con le copertine rovinate rosella o verdine. Parlava poco, solo una volta che ero proprio accanto a quello scaffale mi chiese se poteva prendere un libro, per vederlo. Dissi certo, si figuri. Erano delle tavole dei logaritmi, uno di quegli articoli che dovevi stare anni per trovare qualcuno interessato. Volumetti che li apri e dentro ci sono colonne su colonne di numeri, pagine e pagine sottili come veline, gialle di tempo, che sfogli di fatto ignorandone l’uso.
«Guardi!» – disse aprendo con cautela.
«Cosa?»
«I numeri.»
«E già, chissà a che servivano?»
«Io lo so!» – disse carezzando una pagina – «servivano a prevedere il futuro!»
«Il futuro?»
Sorrise, forse per la prima volta da quando lo vedevo in giro in libreria – «se ci si vuol far fregare si crede ai tarocchi, altrimenti il futuro si calcola. Si fanno ipotesi, si individuano le direzioni, le traiettorie. Il futuro è balistico, come i colpi di pistola.»
Girò pagina – «quando non c’erano tutti questi affari elettrici noi usavamo questi.»
«Noi? È un mago lei?» – dissi provando a scherzare un po’.
Fece una smorfia divertita – «no, tutto il contrario, credo solo nella matematica.»
«Un ingegnere?»
«Un geometra» – rispose chiudendo il libro – «solo un vecchio geometra d’altri tempi.»
Quella frase mi lasciò addosso un piccolo disagio, come se l’avere insistito a chieder del suo lavoro fosse stata una piccola violenza in quel microcosmo umano.
«Quanto costa?»
«Il libro?»
«Certo, il libro.»
«C’è dentro il prezzo» – dissi prendendo dalle sue mani il volume – «ecco, sarebbe dieci, ma visto che lei è cliente posso farle otto.» In verità era quello il suo primo acquisto, ma a forza di vederlo in giro tra gli scaffali pensai che alla fine fosse un buon cliente davvero.
Da quel giorno il tipo ha abbandonato le sue visite. Non saprei adesso dire quanto tempo sia trascorso. All’inizio ne ho notato l’assenza, poi invece il ricordo si è stemperato nello scorrere normale dell’attività. E così si sarebbe spento nell’oblio se proprio ieri, esattamente alle diciotto, non fosse riapparso. Rispetto al passato il suo aspetto era arruffato di chi è insonne da giorni e anche i movimenti erano scatti metallici nervosi. In mano aveva il libro dei logaritmi decisamente scompaginato e infarcito di fogli e foglietti scribacchiati a mano con una grafia caotica e rotonda. Ai libri esposti non ha dedicato uno sguardo, muovendosi deciso verso il tavolo scuro della cassa. Ho osservato per un po’ il suo tamburellare impaziente sul piano, non riconoscendo in lui la vecchia flemma che tanto avevo apprezzato e a dir il vero dubitando in fondo della sua stessa identità. Avevo però un cliente, anche importante, che per oltre dieci minuti mi ha trattenuto dall’avvicinarmi. Ha atteso quindi.
«Salve, quanto tempo!»
«Ho dovuto lavorare tanto su questa roba» – ha detto senza neanche guardare, scartabellando i fogli in cerca di uno in particolare, fitto fitto di numeri, segni e frecce. E lettere che si concatenavano in uno scritto finale nella sua grafia caratteristica.
«Alpino» – alla fine ha detto leggendo dal foglio – «Prospero Alpino, dovreste avere un libro del ’35. 1735.» Ha indicato poi il terminale, come a suggerirmi di cercare sul database. Ma a dir la verità non c’era alcun bisogno di cercare, il De praesagenda vita et morte aegrotantium era il primo libro davvero antico che era entrato in mio possesso. Lo avevo preso dalla casa di una vecchia signora che voleva liberarsi della biblioteca del defunto marito. Lo ricordo perché mi disse che, seppur antico, non voleva alcun compenso giacché ne sarebbe passato di tempo prima che qualcuno me lo avesse richiesto. Bisognava avere pazienza, disse, e sapere che quello era in fondo un dono, un portafortuna.
Meccanicamente ho preso la scala, collocandola sotto la libreria grande dietro il tavolo. Tre gradini e proprio lì sulla destra la copertina abbrunata dal tempo, il libro che depositai subito dopo sotto gli occhi spiritati dell’uomo. Sulla prima pagina interna ricordavo esserci un’annotazione, una dedica forse, la cui lettura ha illuminato e rasserenato il volto dell’uomo.
«Quanto costa il libro?»
«Settecento» – ho detto d’un fiato. In realtà, per qualche strano motivo, avevo sempre rifiutato di farne una qualsiasi valutazione e di conseguenza non avevo mai deciso un prezzo reale.
«Già, settecento.»
Quattordici banconote da cinquanta euro, una sull’altra, dopo poco erano allineate accanto al libro.
«Posso avere un penna?»
Mentre incassavo un po’ perplesso la cifra l’ho visto appuntare sulla pagina interna del libro qualcosa, sperimentando comunque una certa indignazione data l’età del volume.
Stavo così per incartare il libro, quando l’uomo mi ha fermato.
«Lo riponga in libreria adesso.»
«Ma è suo ora.»
«Non è mio, è un regalo. Qualcuno, una donna, verrà a reclamarlo prima o poi. Si fidi, la matematica non sbaglia mai.»
«Mai» – risuonò nella libreria ormai vuota, mentre la porta si richiudeva alle sue spalle e io imbambolato osservavo il volume sul tavolo.
Oggi, dopo aver tirato su la saracinesca, ho visto che sul tavolo c’erano ancora i fogli sparsi e le tavole dei logaritmi. Ho pensato che glieli ridarò quando tornerà a curiosare tra gli scaffali, se tornerà mai s’intende. Ho pensato che non avrei dovuto vendere il libro e soprattutto incassare quella cifra. Non era in fondo un portafortuna che la vecchia signora mi aveva donato?
Il libro comunque è nuovamente al suo posto. Attende.
Prima di riporlo l’ho aperto sulla prima pagina. La vecchia annotazione era come ricordavo una dedica:
“A donna Francesca Miraglia, in attesa del tempo per rivedervi. 4 Luglio 1835. Girolamo Fracastoro.”
E sotto con grafia pressoché uguale l’annotazione dell’uomo.
“Via S. Grassi 28 p.2. G.F. 8 dicembre 2018.”
Alle 18 in punto la porta del negozio ha emesso un cigolio alle mie spalle mentre sistemavo alcuni volumi. La signora appena entrata aveva dei bellissimi occhi scuri che dovevo aver incrociato già, ma non ricordavo proprio dove. Ha salutato con garbo e tirato fuori dalla borsa un busta molto antica, a giudicare dal colorito della carta.
«Magari le sembrerà assurdo, ecco, ma cinque anni fa mia mamma mi diede questa ricevuta. Da parte di mia nonna materna, buonanima, per ritirare un libro oggi.»
Ho preso il foglio per leggere. La carta intestata era la mia, così come la firma e il bollo circolare della libreria. Tutto in ordine tranne il ricordo di quella prenotazione di ventotto anni prima. Proprio il giorno dell’inaugurazione della libreria e giusto a nome della vecchia signora del libro famoso. Ma è evidente che se c’è un motivo per le cose, la balistica non può che essere applicata fino in fondo. Così ho preso la scala e ho iniziato a seguire pedissequamente la matematica folle dell’uomo dei logaritmi.
«Capisco che è una pazzia, dopo tutti questi anni. Ma mia nonna le fece promettere questa cosa e stanotte non riuscivo neanche a prendere sonno pensando alla busta. E…»
Il libro dell’uomo dei logaritmi era adesso davanti a lei, sul tavolo.
«Quello che cerca è questo! È su quello scaffale da ventotto anni. E non ci crederà ma l’aspettavo.»
La donna ha sgranato gli occhi illuminando di colpo i miei ricordi più cari. Come avevo potuto non collegare. È la matematica, signori. Uno più uno fa due, non c’è scampo. E quegli occhi li avevo conosciuti molto bene per anni.
La donna, aperto il volume, osservava la dedica passandoci delicatamente l’indice.
«Ma io mi chiamo Francesca Miraglia, assurdo!»
«Posso chiederle quando è nata signora?»
«8 luglio del ’90.»
«Non avevo dubbi!» – ho detto provando a frenare la commozione.
La donna forse non ha colto l’emozione dell’ultima mia frase, attratta com’era dalla seconda annotazione.
«E questo? Cosa è l’indirizzo?»
«Forse dovresti cercare Girolamo Fracastoro lì e fartelo spiegare.»
Ero alla fine passato al tu, ma non credo che questo la debba aver troppo stupita.
L’ho vista andar via con il libro sotto braccio e sì, ho pensato che davvero la matematica non sbaglia mai: anche il modo un po’ incerto di muoversi sui tacchi, anche quello, oltre agli occhi, era di mia mamma.

Vania

Vania guardò verso la spiaggia. Due minuti e sarebbe dovuto arrivare il segnale. Due minuti. Poi una rapida successione di piccoli lampi in direzione di una barca capovolta sulla sabbia.
Ai piedi Vania sentiva l’umido della sera, aveva le infradito va bene, ma lo stesso non voleva che si inzuppassero, così le tenne in mano per tutto il tragitto.
Dietro la barca, Zyrtek lo aspettava giocherellando con l’accendino del segnale.
«Ce ne hai messo di tempo!»
Vania fece una smorfia.
«Sempre convinto?»
Ancora una smorfia che doveva essere un sì.
«Che c’è hai perso la lingua forse?»
«Fa freddo!»
Zyrtek sorrise, si mise in piedi di colpo e gli fece segno di seguirlo.
Per un po’ continuarono sulla sabbia, poi tornarono sulla strada in direzione della casa. Vania si fermò un attimo sul muretto per pulirsi i piedi e calzare le infradito.
Zyrtek osservò le operazioni e alla fine gli fece un cenno verso la spiaggia.
«Guarda!»
S’era alzata la luna e il riflesso disegnava sulla superficie del mare una lunga scia argentata tremolante.
«È bellissimo Zyrtek!»
Il ragazzo fece un movimento con la test che doveva essere un sì. Poi tornò a muoversi verso la luce che traspariva dalle finestre. In silenzio come prima.
Quasi davanti alla porta tornò a girarsi, «i soldi, li hai portati giusto?»
Vania soffiò appena un sì, mentre si toccava una tasca.
«E mi raccomando se ti chiedono l’età devi dire diciotto e tieni cupa la voce.»
«Ok!»
«Se ti buttano fuori, non posso farci niente. Mi raccomando.»
Da dentro la casa arrivavano voci di uomini e di donne, oltre a una musica triste. Zyrtek bussò, provocando un breve silenzio. Scostata appena la porta apparve la faccia di un uomo che provava a capire chi fosse.
«Sono Zyrtek. Cercavo Mirèn.»
«E lui chi è?»
«Vania, un mio amico.»
«Non vogliamo bambini.»
«Ha diciotto anni.»
«Diciotto», forzò Vania sulle corde vocali con un risultato piuttosto comico.
Da dietro la porta comparve la faccia tracagnotta di una donna.
«Ah! Zyrtek. Sempre tardi arrivi. Sai che devi aspettare vero?» Era Mirèn, che dopo avere dato una occhiata anche a Vania, li fece entrare, provando a scansare lo sguardo sospettoso dell’uomo.
«Dovete aspettare il turno voi due. E dovrete arrangiarvi insieme, che già dovrei mandarvi via. I soldi li avete giustò?»
Zyrtek e Vania, mostrarono le banconote spiegazzate tirandole fuori dalle tasche. L’uomo alla vista del danaro si tranquillizzò, pur continuando a mantenere d’occhio i due, seduti in un divanetto in un angolo della stanza a osservare le facce asciutte dei vari clienti in attesa. Alcuni stavano come annoiati in un cantuccio, altri smadonnavano bevendo a lunghi sorsi dalle bottiglie. Vania guardava, provando a non chiudere gli occhi dal sonno; era caldo lì dentro e tutto il giorno era stato in giro a racimolare i soldi per la notte. Fuori s’era alzato il vento e ogni tanto spruzzi di pioggia intermittente imperlavano i vetri delle finestre. Doveva resistere.
Uno alla volta i clienti venivano portati su dalle donne della casa, Mirèn compresa, che sempre lanciava un occhio verso di loro per controllare che fossero ancora là. Per ore la stessa scena: una ragazza scendeva le scale reggendosi al passamano di legno con indosso una vestaglina semitrasparente. Sotto si vedeva che aveva solo un minuscolo paio di mutande e niente più. Guardava in sala e si avvicinava a uno dei clienti. Non un sorriso o un cenno amichevole, mentre lo accompagnava sopra. Nessuna reazione nemmeno quando alcuni iniziavano a metter loro le mani addosso. Una cosa era sicura comunque, la casa doveva avere una uscita diversa, perché da lì su scendevano solo le ragazze e degli uomini non si vedeva traccia.
Per ultimi rimasero loro due. L’uomo aveva continuato a trangugiare da una bottiglia tenendoli d’occhio con sospetto fino alla fine e Vania aveva resistito eroicamente al sonno.
Mirèn arrivò come da programma con una faccia stanchissima nella sua vestaglia sexy.
«Signori, sbrighiamoci che andiamo tutti a nanna!»
Vania barcollò un po’ muovendo verso la scala. Zyrtek lo avrebbe anche preso per mano, ma era meglio non rischiare, due maschi non lo fanno.
Prima di salire Mirèn si girò, verso l’uomo.
«Puoi chiudere tutto a andare a dormire. Io finisco con loro e li faccio uscire.»
Il tipo annuì, diede l’ultimo sorso alla bottiglia e si dileguò. In fondo i due sembravano innocui: fatti loro l’età.
La stanza di Mirèn era piuttosto squallida e piena di spifferi dalle imposte, ma era riscaldata da una piccola stufa che brillava nella penombra.
«Aspettatemi un attimo», disse loro sparendo nello sgabuzzino che fungeva anche da bagno.
Dietro le persiane la bufera stava ancora salendo di forza e da lontano il mare s’imbiancava di spuma. La luna doveva essere tramontata o scomparsa dietro le nuvole che stavano sputando scrosci di pioggia. Ora che erano dentro tutto quel frastuono faceva anche piacere.
Dopo poco la donna tornò con delle lenzuola pulite.
«Aiutatemi un po’ a rifare questo letto. Fa schifo a quest’ora dopo tutto un giorno.»
In tre si indaffararono intorno al materasso per rimettere tutto in ordine. Mirèn fece una palla con le lenzuola tolte e si diresse nuovamente verso lo sgabuzzino. Non perse troppo tempo, ma quando rientrò infagottata in un pigiama grigio, i due si erano già infilati in un angolo sotto le coltri e dormivano stremati. Alla luce della stufa si vedevano i soli capelli e per un attimo si fermò a guardare la testolina di Vania. Pensò che suo figlio aveva più o meno la stessa età e delicatamente ne accarezzò la chioma, prima di stendersi nel suo angolo di letto sfinita come sempre. Lievemente il respirare ritmato dei due le fecero da calmante, cullandone i pensieri della sua casa lontana, sino al sonno
Al mattino Mirèn portò come sempre la cassettina con l’incasso del giorno prima all’uomo. Aveva negli occhi ancora i due che si allontanava dalla casa sul vialetto dietro il giardino, l’uscita secondaria dalla quale fuggivano via i clienti dopo avere consumato il loro finto amore mercenario. Addosso due enormi giacconi che qualche precipitosa fuga per scansar le coltellate del protettore aveva lasciato nella stanza squallida della donna. Avrebbero adesso aiutato i due ragazzi in quelle sere fredde, almeno per un po’. Vania, prima di svoltare la strada si era girato a salutarla con un sorriso da bambino. Lei no, non aveva mosso un muscolo, per abitudine o forse per le conseguenze delle botte sulla mandibola.
L’uomo contò una a una le banconote, annotando la cifra su un quaderno ingiallito. Sulla pagina, in cima, il nome della donna, uno dei tanti, con sotto una lunga serie di numeri e totali. Poi prese tre delle banconote e le consegnò a Mirèn. La sua paga del giorno. Due dei fogli di cartamoneta erano spiegazzati e sembravano proprio quelli di Vania e Zyrtek.
La donna li fece sparire in tasca.
«Mi pare che la cifra ci sia.»
L’uomo guardò l’ultimo totale sotto la linea, poi di nuovo la donna, «c’è. La cifra.»
Mirèn stese la destra, «i documenti!»
L’uomo annuì e dal cassetto tirò fuori un passaporto rovinato. Lei lo prese per controllare la foto, più per ricordarsi della sua faccia prima dell’inferno che per sfiducia. Poi, radunate le sue povere cose, lasciò la casa dall’ingresso principale. L’uomo, alla sua prima bottiglia del giorno, la osservò allontanarsi, stupito che un briciolo di felicità si manifestasse in  quello stomaco massacrato dall’alcol. Da lontano si vedevano ragazzini rincorrersi tra le pozzanghere. Lei pensò alla faccia delusa di Zyrtek e Vania che non l’avrebbero più trovata nella casa. Pensò al figlio nella casa dei nonni, sperduta tra boschi e desolazione. Poi, finalmente, non pensò più.

Cose

Saranno le cose a ucciderlo.
Voi, ormai abituati e soggiogati al loro silenzioso dominio, pensate che siano un conforto. Così regalate oggetti sempre più costosi e complessi. Sorridete quando vedete le sue mani scartare tremando la presunta sorpresa e le smorfie offuscate che interpretate come gioia, effimera per carità anche per voi ingenerosi amici, vi appagano. Andate via convincendovi senza pudore di aver elargito un momento di sereni pensieri, eppure nulla cambierà, lo sapete, e vi allontanate verso ovunque vi porti il vostro ego smodato.
L’alba lo trova così, quasi ogni giorno. Lui la guarda accendersi dall’orizzonte nel nuovo giorno, prima che le minacce degli oggetti possano destarsi. Sono belle le albe, quasi come i tramonti. Sono virare di luce privata del tempo, perché pur esso è ormai delle cose. Ne hanno preso il controllo, come sugli uomini. Ne regolano il ticchettio nervoso dei minuti nelle vite che così scorrono spedite. Solo che lui, sarà destino o maledizione, se ne avvede e ogni minuto muore.
Svanisce l’alba e lo sa già, si pettina e percepisce che nemmeno la spazzola è neutrale, ma partecipa cattiva alla fiera delle vanità. Sempre, tranne oggi che il tempo cupo o qualche sortilegio strano ha spento il sole. Dalla finestra, al buio di quel mancato inizio, osserva spuntare una a una le facce stizzite dei vicini sui davanzali. Buio e nessun orizzonte rischiarato a mitigare il presagio. Lui si guarda le mani e le tante ombre mute e solide intorno, inanimate ancora. Per quanto? Spera abbastanza per aprire la porta, che resiste un poco al suo comando, e scendere le scale, un gradino alla volta, diffidando della cabina angusta dell’ascensore, buia essa stessa in attesa di luce, che per fortuna o sorte non viene su. E infine in strada, districandosi tra i corpi impauriti dall’evento e in cerca di una speranza, corpi che impediscono di muoversi in modi diversi da un zigzagare browniano, che lui asseconda pur di avanzare verso una meta che si rivela di colpo, aprendosi sulla piazza ellittica. Lì al centro, dove poteva essere infitto un alto obelisco, ma così non fu, esiste e lui lo occupa un vuoto, una sorta di piccola area di lastrico grigio non transitata da essere umano o animale. Lì, oltre ogni contatto di uomo con uomo, finalmente si sente lontano dalle cose e in preda a eccitazione nuova, uno alla volta, cava via i vestiti e ogni monile, fino a rimanere nudo in quel buio pesto di urla intorno a lui. Gente che ormai ha capito che qualcosa, in quella danza mostruosa di metalli pressati e fumi di industrie pesanti, ha divorato il mondo e ogni specie senziente su questo ammasso di rocce e cataclismi di magma che ci generò.
Lui, l’unico rimasto a guardar in tralice le vite non sue, adesso prova a sentirsi libero, come se fosse un ultimo giorno, come obelisco al centro della piazza magnifica ellittica in memoria del suo spirito e non delle cose, inanimate e perpetue oltre quel sole non sorto.
Un sottile raggio di luce interrompe un sogno. Trafila pietoso dalle tapparelle della cella. Lui mesto pensa ancora e ancora al momento perfetto che la sua fine avrebbe assunto se solo per un attimo, in silenzio, avesse potuto ancora essere libero. Ma di questo anche oggi nemmeno col secondino si potrà parlare.