Destino – 5

La quarta parte è QUI

Nonostante le tante frenesie d’amore della giornata, Holbesh non riusciva a prendere sonno. Supino, mani dietro la nuca, osservava il tetto azzurrino della sua camera al Catalano al solo chiarore della luna piena che riempiva il mondo oltre la finestra spalancata. Nel breve corridoio di accesso all’ambiente un lievissimo fruscio e un muoversi d’ombra avrebbe dovuto inquietarlo, ma la sua anima era indurita, e per nulla inatteso sembrò il muoversi della nera figura di padre Martin sino al suo giaciglio. Immobile serrò gli occhi aspettando che prendesse posto sulla seggiola di lato alla sponda.

– Se siete venuto a confessarmi padre l’ora è tarda?

Sebastien ebbe un impercettibile sussulto. Solo un attimo per tradire un residuo di sorpresa.

– Pensavo riposaste.
– Difficile quando si hanno cattivi pensieri! Ma lo sapete bene voi, giusto?
– Già.
– Notizie dai nostri amici sbirri?
– Ricordate che lo sono anch’io Holbesh e se il governo non vi avesse dato questa possibilità…
– La conosco la storiellina Martin. Notizie?
– Nulla. Vi siete già stancato delle vostre donne? Sembravate contento fino a ieri sera.
– Quanto voi della vostra bella vedova.
– Touché.
– …
– Pare che la cura però funzioni. Quanti mesi è che siamo in questo posto maledetto?
– Stronzate. La cura non serve a niente.
– Mi pare che siamo vivi e vegeti.

Holbesh sollevò il busto e ruotando il corpo si mise seduto accanto al finto prete. Per un attimo osservò i piedi poggiati sul pavimento di legno come se cercasse nella loro forma un qualche motivo di riflessione. Poi allungò la mano verso la borsa che teneva poggiata accanto al comodino. Scavò un po’ e ne estrasse un flacone trasparente di vetro con una etichetta gialla, che lancio alla sagoma seduta di fianco.
Martin lo afferrò al volo osservando con un qualche interesse le compresse in trasparenza, soprattutto in funzione del fatto che il tappo era ancora perfettamente sigillato. In altri momenti avrebbe provato a indagare, a far finta di non capire, ma quella era una notte strana e inadatta alle tattiche.

– Da quando Holbesh?
– Tre mesi.
– Pensavo di essere il solo. Ora bisogna comunicare subito…
– Cosa? Che volevamo entrambi toglierci la vita e invece scopiamo da mesi in questo buco di posto e non accade nulla di grave?
– Che ne sapete voi di cosa volevo fare io? Magari la cura opera una immunizzazione…
– Siamo troppo simili Sebastien, solo imprigionati in sponde opposte dello stesso torrente in piena. Dubito molto che si tratti della protezione dovuta alla cura e comunque non siamo più due in questo paese, ma tre.
– Tre?
– Già, tre con Pierre.
– Pierre? Ma ho confessato proprio ieri Marie.

Holbesh tornò supino con un unico movimento, sorrise tra i denti per l’ultima frase ingenua di Martin.

– Credete davvero che si dica tutto al confessore? Pensavo foste più smaliziato padre Martin. Forse che voi al vostro benamato vescovo raccontate delle sortite in sagrestia della vostra bella vedova d’Anton?
– Non sarebbe proprio il caso e vi ricordo che comunque non sono un sacerdote!
– E Marie non è una verginella. Le ultime pasticche le ho date a lui, spiegandogli di non dire nulla in giro se teneva alla sua bella.
– Tanto bene non deve volergli Marie. Senza la cura avrebbe già pianto il ragazzo da un pezzo. Spero che quanto meno lei non sospetti nulla.
– L’ho dovuta informare invece e comunque anche per Pierre adesso è solo zucchero.
– Cosa?

Holbesh tornò seduto sulla sponda, gli occhi spalancati come in preda a isteria o droghe.

– Ho fatto un piccolo esperimento. Per un mese ho dato a Pierre il farmaco degli amici vostri e per un mese zucchero.
– Placebo.
– Esatto.
– Holbesh cosa volete dirmi che il pericolo è passato?
– E i fratelli Lefèvre?
– Già!

Padre Martin si alzò di scatto e nervoso si portò alla finestra. La luna dava il meglio di sé e la vallata brillava iridescente e tranquilla. Sembrava che nulla potesse turbare quel minuscolo angolo di mondo, eppure da anni morte e dolore vi albergavano disgregando i sentimenti e le vite di donne e uomini di quella piccola comunità.

– Sebastien, qualcosa che non va in questa strana storia c’è e non credo che i nostri amici del governo vogliano aiutarci. Avete idea di cosa sostengono avere inquinato la falda almeno?
– Dicono un agente patogeno in studio presso la base di…
– Dicono, dicono, dicono un sacco di balle Sebastien. Come quella delle radiazioni e della tempesta solare. La verità è che siamo solo cavie senza via di fuga.

Padre Martin si girò nuovamente verso l’uomo seduto sul letto, ma non ebbe il tempo di controbattere nulla perché un sordo tamburellare alla porta attirò la loro attenzione. Un sussurrare attutito dietro il battente rivelava l’impaziente presenza di Marie.
Padre Martin con uno scatto si rinchiuse dentro il bagno, lasciando un solo spiraglio per ascoltare il dialogo. Holbesh liberò la serratura e accolse la faccia stralunata della ragazza.

– Pierre. Sta male. È un’ora che si è accasciato in un angolo e sente la vista affievolirsi. Mi ha fatto chiamare dalla madre. Sembra grave.

Marie non riusciva a trattenere le lacrime e avrebbe di sicuro preteso una spiegazione. Holbesh con la coda dell’occhio guardò attraverso lo spiraglio il trasalire di Padre Martin. E pure loro ne avrebbero avuto bisogno in quel preciso momento, anche solo per capire se nel loro futuro c’era una vita o una morte, una liberazione o una fuga. Meccanicamente Holbesh prese la giacca e seguì la giovane. Padre Martin attese alcuni minuti, poi si tirò fuori dal suo nascondiglio e, in silenzio, si dileguò nel buio della notte ormai alla fine.

Destino – 4

La terza parte è QUI

Il piccolo andito dava su un ambiente esterno circondato da una breve teoria di colonnine. Il relitto di un chiostro con molta probabilit. Una piccola edicola votiva, incastonata in una nicchia nella muratura, regalava un po’ di luce alla scena, brillando di lumini tremolanti. Una porta secondaria appena accostata trafilava un debole chiarore e con una certa difficoltà si faceva notare nella quasi oscurità della rientranza per un occhio ancora non adattato. Entrando, la navata buia di Santa Marta era completamente vuota e silenziosa, per nulla accogliente bensì lugubre visione delle ossa fossili del grande reliquiario. Qua e là candele quasi terminate proiettavano ombre sulle tele alle pareti. Una sagoma appena percepibile stava seduta su uno dei banchi in attesa.
La donna diede un paio di occhiate in giro, poi puntò decisa verso l’ingresso della sagrestia, non curandosi, o forse non avvedendosi, che la sagoma si fosse alzata per seguire i suoi passi poco dietro. Tutto avveniva nel silenzio più assoluto, come se entrambi i fantasmi indossassero pantofole di spugna. Ogni tanto solo un leggero fruscio d’abiti rivelava la presenza di esseri animati. Giunta nella sagrestia la vedova d’Anton si accomodò su uno degli scanni di legno sulla parete, in silenzio. Pochi istanti e anche la sagoma varcò la soglia illuminandosi e rivelando le sembianze di un uomo di mezza età in clergyman.
Si conoscevano i due, ma non accennarono a un segno di saluto. Per alcuni minuti confabularono animatamente, lei seduta, lui in piedi. Mantenevano comunque il tono della voce bassa, forse con la paura che a quell’ora i muri potessero essere troppo sottili per mantenere il segreto di quell’incontro. Poi la vedova d’Anton si alzò e fece come per tirarlo a sé di prepotenza. Una, due volte. Alla terza perse anche l’equilibrio cadendo all’indietro nuovamente seduta sullo scanno. Padre Martin, ché il suo volto avevano infine rivelato le fioche luci del luogo, le prese allora le mani come a volerla quietare.

– Ivonne, mia cara, sapete che io non posso comportarmi come ogni altro uomo del paese.
– Ma quella sera lontana…
– E proprio quella sera dobbiamo dimenticare, per non farci ancora del male.
– Ma allora perché ogni notte m’aspettate.
– Perché è davvero difficile dimenticare.

Ivonne Mercure, vedova d’Anton, piegò le labbra in un sorriso quasi beffardo poi, con lentezza studiata, iniziò a sollevare il lembo della gonna, spalancando maliziosamente le gambe.

– Potresti far di meglio che passare le notti a ricordare, magari anche considerando che quell’abito che porti è solo un travestimento, anche mal riuscito.

Sebastien Martin, agente del governo inviato in quel posto dimenticato dal mondo, osservò per l’ennesima volta la donna rimaner nuda dinnanzi ai suoi occhi. E per la seconda volta in sei mesi non ebbe la forza di rifiutarla. Scricchiolarono e gemettero gli scanni di legno, a dimostrazione di quanto Ivonne non fosse paga dei suoi incontri serali. E alla fine entrambi, abbracciati sul tappeto verde smeraldo, stremati e forse felici guardavano le travature di legno riflettendo su qualcosa di simile al futuro.

– Quando finirà questa quarantena Sebastien?
– Inizio a essere sfiduciato Ivonne. Ogni dispaccio che invio ha sempre la stessa risposta: stiamo indagando sul caso, presto avrete nostre notizie. Sono stanco di recitare questa parte del santone idiota che abborrisce il sesso e che blatera della maledizione. Siamo stati per mesi la favoletta della nazione, ma adesso anche i giornali hanno iniziato a dimenticarsi di noi.

L’uomo si girò su un fianco poggiandosi su un gomito.

– Hai idea da quanto non si veda più in giro un giornalista o un commentatore?

La vedova d’Anton chiuse un attimo gli occhi, non per appisolarsi, ma per provare a ricordare gli ultimi avvenimenti. Le prime morti erano passate quasi inosservate: cosa poteva esserci di strano in due signori di mezza età che passavano a miglior vita senza alcun motivo apparente? L’esistenza è strana e il destino ha le sue regole crudeli. Ma i casi aumentavano e il numero di vedove di fresche o antiche nozze divenne troppo strano per nascondersi dietro una presunta normalità. Il fatto produsse una macabra storiella estiva per le testate scandalistiche della nazione, il goloso racconto del paese delle vedove. È così arrivarono in paese anche strani figuri e padre Martin. L’intera popolazione maschile e poi femminile fu passata ai raggi X, raccontando in giro che quelli erano solo normali controlli che il governo stava operando un po’ ovunque per assicurare la salute pubblica. Padre Martin iniziò invece i suoi sermoni su un non ben identificato castigo divino, a causa della lussuria che aveva impestato quel borgo. Ogni settimana si svolgevano processioni e pubbliche manifestazioni di preghiera per impetrare grazia e benedizione. Eppure la moria dei mariti continuava implacabile sino ad azzerare tutte le coppie del paese, comprese quelle da mesi in rigorosa astinenza e le pochissime temerarie che irridendo la sorte provavano a ignorare il monito del sacerdote. Sull’argomento lussuria padre Martin non aveva troppi torti, visto che le donne del luogo, da secoli, avevano l’aura di grandi e insaziabili amanti, nomea guadagnata di diritto nelle alcove con sudore a applicazione. Di madre in figlia l’arte amatoria si era radicata nel codice genetico della piccola comunità e la moria dei maschi dopo il primo periodo di dolore sincero, minò seriamente la salute psichica delle povere vedove. Bisogna dire che anche i maschi celibi per timore della vita avevano, sebbene di malavoglia, applicato una ferrea astinenza sessuale. Fu così che alcune donne iniziarono a cercar refrigerio dei loro pruriti in maniera autonoma, aiutandosi vicendevolmente anche con strumenti e surrogati. A dire il vero, dopo un primo momento di paura di incappare nella maledizione e lasciarci le penne, giacché sempre di lussuria trattavasi, lo stesso padre Martin dovette giustificare l’accadimento in forma coerente con la presunta maledizione. Quelle pratiche erano, diciamo così, innocue proprio per evidenziare il degrado morale al quale anche le donne erano state condannate: accoppiarsi innaturalmente tra loro. Spiegazione dapprima poco gradita, ma in breve tempo piuttosto apprezzata dal popolo femminile, al quale, dopo vari tentennamenti, si aggiunse l’altra metà della popolazione maschile in vita, con limitato ma stabile sollievo
Tutto filò apparentemente liscio per mesi, sino a che in paese non capitò l’anomalia Holbesh. L’essere umano è infatti debole e nei confronti dello straniero purtroppo crudele. Specie con l’estraneo che fulminato dalla vedova Morel e ignaro del segreto del luogo, tanto fece e tanto disse da indurre la donna a cedere alle sue richieste, conscia lei di condannare a morte l’uomo che in fin dei conti l’amava, ma che almeno allora era solo una strumento utile alle sue mai sopite voglie. Dopo il primo incontro la giovane vedova tornò a casa appagata ma con il senso di colpa per la sorte imminente di Holbesh. E così per il secondo, per il terzo e per il quarto. Già dal quinto alcuni dubbi iniziarono a sorgerle e dopo due mesi di gustosa frequentazione assidua si decise a far visita a padre Martin per chiedere come mai Holbesh, nonostante avesse dato fondo con lei a ogni genere di pratica lussuriosa, fosse vivo, vispo e vegeto.

– Già perché Holbesh non è ancora morto?

La vedova d’Anton spalancò gli occhi e si rese conto che stava per albeggiare. Ovviamente neanche il suo Sebastien era in pericolo di vita; nonostante le sue ritrosie sia lui che Holbesh potevano dormire sonni molto più che tranquilli.

Destino – 3

La seconda parte è QUI

Pierre, terminato il turno al banco frutta dell’emporio Carver, sgattaiolò provando a nettar le mani con uno straccio. Alla fontana della piazza completò l’opera, sciacquando anche la faccia impregnata di sonno. Dalle cinque del mattino sveglio e in moto per le faccende del mercato, adesso si trovava poca energia in corpo da spendere con la bella Marie. Ma si sa, tolti i vestiti di dosso e davanti alle grazie esposte della giovane amante, la gioventù avrebbe compensato qualunque fatica pregressa. Passando dinnanzi la chiesa ebbe un brivido: la statistica, seppur inclemente, non lo induceva a prendere sul serio le conseguenze, sebbene si rendesse conto di quanto fosse oltre che temerario stupido. La stessa Marie più volte l’aveva redarguito: solo sesso tra di loro, come per tante donne in paese. Solo quello, tutto il resto ahi loro doveva essere mantenuto lontano. E perfino segreto vista la perfidia della matrigna. 
Holbesh, nello stesso istante, vedeva su di sé volteggiar le due donne, che anche tra loro ogni tanto indulgevano in pratiche che rincuoravano il suo occhio oltre a lasciar un po’ riposare il suo povero dimenar d’uomo. Eppure tra un orgasmo e l’altro, in mente ben chiaro tornava il volto sereno della vedova Morel. Era un pensiero fisso e dolce che per fortuna ben l’aiutava a recuperar foga in quella spossante danza a tre.
Due isolati a fianco, più tardi, Marie con un lenzuolo a velarla appena, seduta sulla sponda del letto, protestava il suo disappunto.

– Perché Pierre ti ostini in questi discorsi? Perché? Non hai sentito in chiesa padre Martin redarguir noi tutte sull’accampar pretese per chicchessia uomo del paese o forestiero?
– Ma padre Martin potrebbe sbagliarsi, potrebbe esser solo un caso e non una…
– Caso? E mio padre e Morel. E il signor Chassisse, Veron, Peregrine. D’Anton!
– Ma rifletti, tua madre allora?
– Allora cosa? Cosa? Stai parlando di prima della guerra?
– E che cosa avrebbe dovuto causar di così astruso la guerra?
– Non è cosa che una locandiera o un garzone di bottega possono capire. Ma tant’è se vogliamo ancora stare insieme dobbiamo fare come tutte le mie amiche e parenti.

E dicendo questo fece scivolare maliziosamente il lenzuolo rivelandosi nuovamente a lui completamente nuda. Pierre dovette pensare che la vita ci regala istanti da cogliere e che per quei discorsi sicuramente c’era tempo. Così, anche lui pronto all’amore, si rituffò in tutto quel ben di dio che attendeva solo d’essere preso e ridotto ancora a corpo stremato e ansimante.
Da poche ore, mesta e preoccupata, la vedova Morel era rientrata e seduta sul piccolo patio davanti casa, rifletteva sugli stessi argomenti che torturavan l’anima di Pierre. Lei, da brava fedele osservante, credeva alle parole di padre Martin; eppure ripensando agli struggimenti di Holbesh, ai loro stupidi altalenanti incontri, si faceva assalire da dubbi e speranze. Certo ripensava al marito, spentosi improvvisamente in un bel giorno di primavera proprio mentre rientravano da una delle prediche più accorate del sacerdote. Ancora sentiva dentro di sé quel sentimento di colpa misto a rabbia. Quello era un destino per lei e per le tante rimaste a rifletter troppo sui fatti, guidate dalla ragione più che dal cuore, che s’eran opposte alla realtà, perdendo cari affetti e tranquillità. 
Già, anche lei doveva farsene una ragione, come Marie e le altre sue conterranee, accettando la sua condizione per accontentarsi delle gioie del sesso. E in mente sua, pensando adesso alla giornata appena trascorsa con Holbesh, già l’accontentarsi sembrò ben riduttivo.
A tarda notte Holbesh e Pierre, piuttosto acciaccati si incrociarono sulla piazzetta del santuario e con uno sguardo inequivocabile si confessarono tante cose. Rimasero un attimo come a voler condividere i loro pesanti fardelli. L’amore signori, l’amore che li distruggeva piano piano, giorno dopo giorno, insensatamente devoti a quello che per loro era solo un infausto destino.
Poi, così come erano apparsi nella oscurità della piazza, sparirono per strade opposte a guadagnar finalmente un letto, dove semplicemente riposare nelle poche ore ancora disponibili alla notte.
La vedova Morel, infreddolita e triste, rientrò anche lei per prender meglio sonno. Marie e la matrigna, guardandosi vicendevolmente dalle finestre buie, speravano che anche quella volta nessuna di loro avesse avuto consapevolezza dei maneggi amorosi dell’altra.
La vedova D’Anton, rientrando verso casa, fece improvvisamente una svolta a destra, infilandosi dritta dritta dentro una palazzina buia ma ad occhio e croce ancora insonne. A quanto pare per lei la notte sarebbe stata lunga e per nulla tranquilla.

Destino – 2

La prima parte è Qui

La carcassa verde della corriera sparì per un po’ oltre la curva tra i pini. Holbesh, poggiato alla balaustra sul ponte, la osservò ancora per un attimo transitare davanti alla cappella del Redentore e poi perse il suo sguardo sui vigneti nella vallata ormai buia.

– Pessima sera Holbesh per prendere decisioni.
– Dite mademoiselle?

La giovane Marie lo osservò con il suo solito sguardo malizioso.

– Siete in pena per la pessima annata delle vigne o per qualche bella vedova che conosco?
– Sono in pena perché stasera non ho dove andare a dormire. Ho perso la corriera come vedete.
– O bella! Ma se siete qui sul ponte da un’ora buona. Dite che l’avete voluta perdere almeno.
– Voluto o no, adesso devo cercar qualcuno di buon cuore…
– Se pensate di tornar nella famosa stanzetta senza saldare per questa mattina potete rimaner qui tutta la notte. A meno che…
– Marie voi siete troppo giovane, vi prego. Io…

La ragazza strinse un po’ le spalle e fece per girar e andar via.

– Io dico non potete approfittare di un povero diavolo indeciso tra una morte onorevole da un ponte e l’azzardo della vedova Morel. Abbiate almeno la creanza di…

La bella Marie sembrò ben poco interessata all’argomentare dell’uomo e quando ebbe già guadagnata la fine del ponte Holbesh si arrese a dover distrarre ancora una volta l’insopportabile matrigna, mentre la ragazza si concedeva alle attenzione dell’altrettanto giovane Pierre. Così con due falcate decise la raggiunse, pregandola di recare un messaggio galante da parte sua a madame de L’ail. Risero entrambi, Holbesh a dir il vero con una artefatta mestizia, per quel nomignolo poco rispettoso ma ahimè esaustivo delle abitudini della locandiera del Catalano.
Genevieve era giunta in paese in una sera d’inverno molto mesta per Morice, il padre della bella Marie. Era giusto la sera che l’aveva reso vedovo e con una ragazzina ribelle da consolare e tener cheta. Genevieve già allora non passava inosservata a causa delle sue straripanti grazie e soprattutto per l’innata incapacità a mantener addosso i vestiti in presenza di uomini e donne diciamo così benestanti. Adesso non vi avventurate in facili moralismi, perché fu la guerra e il governar flaccido del ministro Defous a privare la giovane Genevieve della famiglia e della verginità, lasciandola povera e sola, ma con una grande certezza. Uomini e donne vogliono possedere più che amare e visto che la proprietà si paga per questo sono ben disposti a diventar stupide scimmie ammaestrate. Il povero Morice pagò e anche caro accettando in casa le attenzioni e i tradimenti della maliarda, più volte avvistata con affaticati spasimanti sotto le lenzuola.
Il suo debito lo estinse con un bel funerale in una mattina di primavera, tra le lacrime della povera Marie e lo sprimacciare allegro dei cuscini della pensione, da quel giorno proprietà esclusiva della molto consolabile vedova Dalembert. Ma le donne si sa, sono più diaboliche di Bel Zebù e dopo alcune settimane, ogni notte, rumori improvvisi e ombre iniziarono a popolare la stanza da letto di Genevieve, sapientemente orchestrati dalla scaltra Marie e dal suo giovane spasimante Pierre. E questo sarebbe già stato un innocente scherzo se qualcuno, evidentemente ben addestrato dalla figliastra, non avesse consigliato ampio uso di aglio per tenere lontani spiriti maligni e vampiri notturni. Di settimana in settimana la credulità della povera vedova la portò a divenir la madame de L’Ail che l’intero borgo scansava oramai anche per strada a causa dei nauseabondi effluvi. Non potendo diseredarla a norma di legge, Marie la convinse almeno ad affidare a lei la locanda evitando per loro due un triste tracollo e a ritirarsi in due stanzette in fondo all’atrio. Genevieve da maliarda esperta di letti divenne acida e puritana, iniziando a vessare la povera Marie rea di voler di tanto in tanto concedere la propria grazia di Dio al fortunato Pierre.
La situazione iniziò a diventar pesante e disperata, finché in paese non transitò quel buon a nulla di Holbesh. Povero essere che per un motivo o un altro trovava sempre il modo di farsi incastrare da Marie. Lui rendeva per una notte felice la madame de l’Ail, evitando il controllo feroce della figliastra e Marie riservava per lui la stanzetta famosa per le tante avventure amorose dello strano vagabondo.
A dire il vero Holbesh avrebbe dovuto non omettere un trascurabile particolare: a causa infatti di un forte trauma da ragazzo era purtroppo affetto da una rara forma di disosmia. Il sacrificio per lui sarebbe quindi risultato davvero piacevole se non fosse già provato dalle golose attenzioni mattutine della vedova Morel e soprattutto se alla porta della sfortunata Genevieve non avesse fatto capolino la simpatica vedova D’Anton nel suo delizioso costume evitico apposta diciamo così  indossato per dilettare la sua perversa amica.

Destino

Holbesh si era raggomitolato in un angolo per provare a dormire. Stanco era stanco, ma la mente continuava a rimuginare sulla strada percorsa fino a quel momento. Fuori il buio stava lentamente cedendo il passo al chiarore e il panorama scorreva monotono.
Al chilometro venti la vedova Morel si imbarcò sulla corriera con il suo cesto di frutta colta da poco. Si svegliava presto il martedì per essere di buonora al mercato. I posti davanti erano tutti occupati da anziani di varia foggia e tutti la squadrarono preoccupati che si decidesse a sedere vicino a qualcuno di loro. La vedova Morel la conoscevano in tanti nella vallata di Collins e pochi erano gli uomini che non avevano provato a concupirla, ma ogni volta il malcapitato si ritrovava a combattere con la sua mente poco incline alla logica. Pazza non era a quanto diceva il dottor Mondrian, ma da quando il povero signor Morel l’aveva lasciata su questa terra, qualcosa nella sua testa era mutata. Un peccato concludeva Mondrian, l’unico che quando la visitava poteva ancora godere del suo magnifico corpo di donna. Un peccato, diceva anche padre Martin che l’aveva adocchiata da tempo per il suo scapestrato nipote, sebbene lui stesso non disdegnasse di provar a rimirare l’areola del capezzolo, quando inginocchiata provava a lenire i tormenti dell’anima in confessione.
Attenta a non far cader nessun frutto a terra la vedova Morel percorse il corridoio, tra due ali di sguardi perplessi, fino al sedile accanto a Holbesh. Per venti chilometri rimasero così, facendo finta di ignorarsi a vicenda, non degnandosi neanche di uno sguardo, immersi nelle loro strane realtà. Poi però fu la donna a voltarsi e dire qualcosa.

– Vi recate in città per uccidervi come ogni martedì monsieur Holbesh?
– Sì madame, dal ponte del diavolo.
– Ottima scelta, molto bello il panorama sul torrente e piuttosto alto da evitare intoppi. Decisamente meglio del campanile, non pensate?
– Indubbiamente madame. Prima comunque andrò a prendere un boccone dal Catalano. Prima di volare giù intendo.
– Molto sensato come ultimo pasto, potrei unirmi a voi se non disturbo, diciamo per le dodici, dodici e un quarto. Terminato il mercato.
– Mi farebbe molto piacere madame. Se mi date la vostra presenza per certa, provvederei a riservare per noi due la camera sulla vallata. Pare che la giovane Marie si sia fatta portare dal fratello degli splendidi copriletto di fiandra turchesi.
– Siete un birichino monsieur Holbesh. Vi onoro di avermi come commensale al vostro ultimo pranzo e voi già volete infilarvi sotto le mie sottane.
– Vorreste rifiutare l’ultimo desiderio a un condannato a morte?
– Ma nessuno vi ha condannato?

Per venti chilometri Holbesh, rimase in silenzio passando una a una in rassegna le motivazioni della pena che a dir della vedova Morel nessuno aveva comminato. Ogni tanto guardava la pelle ambrata della donna far capolino dalla gonna appena al ginocchio e quello suonava già da anatema al suo proposito.

– Non pensate madame che basti il mio di verdetto?
– O bella! Siete voi giudice? Avete prove e controdeduzioni che possano validare questa vostra tesi? Dite sciocchezze come ogni santa volta monsieur e dubito che questo non sia tutto un piano per farmi cadere nella vostra rete.
– M’offende sentir dire questo. Siete libera di accettar la mia proposta. E a dire il vero, se l’ultima volta non ci fosse stato proprio sotto il campanile quel carro di fieno sarei già bello che sepolto mia cara.
– Una fortuna visto che avete così avuto modo di restituirmi la guêpiere che mi avevate un’ora prima sottratto, regalo prezioso del mio terzo marito.

La vedova Morel concluse la frase abbozzando un risolino sarcastico proprio in prossimità dell’arrivo, sistemò alcuni pomi che stavano per abbandonar la cesta e precedendolo guadagnò l’uscita.
Alcune ore dopo, finito che fu il mercato, la bella vedova si ritrovò a sorseggiare un rosso giovane poggiata al davanzale della camera al secondo piano. Le belle lenzuola di fiandra turchesi giacevano ai piedi del letto d’ottone, piuttosto stropicciate dalla fretta dell’amore dei due strani amanti.

– Madame prima di affrontare il mio triste destino, volevo porvi una questione.
– Dite Holbesh.
– Se vi avessi chiesto in sposa, avreste accettato?
– Ma non lo avete mai chiesto?
– Se lo avessi fatto, madame.

La donna con il bel busto ancora nudo si girò a guardare il fisico esile dell’uomo rivestirsi dgli abiti del giorno. Incerta nel rispondere, provò a dissimulare una certa emozione. Disse un no, poi un che idee vi fate. Poi ancora un invito ad aspettare il viaggio di ritorno in corriera per darle tempo di ragionar una risposta.

– Madame il ritorno per me vorrebbe dir rinunciare al mio proposito di abbandonare questa terra oggi, da quel ponte che vedete dalla finestra. E poi per cosa, per aspettare un no o un forse?
– Un no o un sì. Andate suvvia, ne riparliamo stasera al ritorno, fate il bravo.

Quella sera il posto di Holbesh rimase vuoto fino alla partenza. L’autista più volte sporse la testa per controllare un suo arrivo tardivo. Con grande dolcezza la vedova Morel poggiò il cesto oramai vuoto sul sedile accanto. E di questo s’ebbe da accontentare come compagnia sino al capolinea.

Essere umani

L’uomo li vedeva ogni volta che era di servizio. Arrivavano dalla stradina sterrata tenendosi per mano. Ognuno con il suo zainetto.
Alle volte Miriam aveva un fiore piccolo in mano, quello che Jusuf strappava dai bordi dei viottoli che percorrevano, mano nella mano, e che le porgeva imbarazzato. E ogni volta Miriam arrossiva e diceva «grazie Jusuf è il fiore più meraviglioso che ho mai visto». Sempre. Perché alla loro età le parole bastavano appena per raccontare l’amore e quello Jusuf voleva fare, dirle che quel pezzo di strada era l’unico posto del mondo dove si sentiva felice.
L’uomo lo notava pure da lontano che i petali brillavano di luce bella, anche se quello era un misero fiore di campo spelacchiato. Ed era vero, perché i fiori nelle piccole mani della bimba acquistavano bellezza e colore e questo piaceva moltissimo a Jusuf. Li vedeva spiccare sulla carnagione ambrata di Miriam e allora pensava che davvero quello era il fiore più bello che avesse mai visto, e le depositava lieve il suo piccolo bacio sulla guancia. Poi continuavano uno accanto all’altro fino al varco. Lui andava avanti due passi, si girava e con la mano faceva un bel gesto di saluto, poi si tuffava nella fiumara umana che caoticamente si comprimeva dietro le transenne. Giunto dall’altro lato guardava ancora una volta Miriam, alzava il pollice per dire tutto ok e iniziava la strada ripida verso il villaggio.
L’uomo se li era incisi nella memoria quei volti e anche a distanza di anni, rintracciò il viso di Miriam dentro la mimetica nella pattuglia. Pensò che non era cambiata poi tanto, la guardava scrutare il varco in attesa di qualcosa. Inquieta e pensosa. Immaginò che aspettasse ancora il pollice in su di Jusuf. E di questo si convinse, quando lo vide emergere dalla folla che straripava oltre il varco. Con quella barba e quel viso teso in pochi lo avrebbero riconosciuto, ma l’uomo quegli occhi non li aveva dimenticati. Erano sempre quelli del ragazzino che provava a far dire ai fiori di campo le parole d’amore a lui ignote.
Miriam e Jusuf si guardarono impietriti e in un attimo compresero che per loro era già troppo tardi, che il congegno che il ragazzo si era fatto fissare addosso era all’ultimo tic. Una luce, un tuono, uno squarcio nei timpani, sulla pelle e sulle ossa. E poi polvere, stridore di denti, sangue, pietre e lacrime impastate di rabbia e di odio. Tutto di loro cadde a terra, violentemente, insieme alla mimetica con dentro il viso imbrattato di Miriam.
L’uomo si avvicinò, guardò il fango e il sangue su quel volto di donn, e alzando la testa li vide bambini, in fondo alla strada tenersi per mano. Guardavano entrambi dalla sua parte e lo salutavano con le manine. Lui ricambiò con un mesto sorriso. Poi per mano iniziarono leggeri a planare sul prato vicino, carezzavano i fiori sfiorando appena le corolle. Poi volteggiando sempre più in alto e più in alto e ancora di più scomparvero alla sua vista, liberi finalmente di essere umani.

Lei

Ho solo voglia di tornare a casa da Sara, di piazzare il trolley nella cappelliera e dedicare queste due ore di volo al manoscritto. L’hostess è carina, molto, e con un sorriso sintetico da low cost s’informa se va tutto bene, mentre nel corridoio sgorgano le prime facce dei no priority. Di solito aggancio la cintura e mi barrico dietro parole rubate a qualche buon titolo portato da casa e mai recuperato nei decadenti bookshop degli aeroporti.La figlia procede lentamente scrutando i numeri, ha la stessa faccia slavata d’un tempo e ancora il vezzo di non indossare reggiseno. Dietro segue la madre: il battito accelera e s’accorcia il fiato. Io ho faccia e capelli mutati, rughe di vita incise sulla fronte che aggrotto per non tradire qualcosa, dispensare un cenno, un saluto, una emozione.
Loro due hanno i posti vicini a me. Mi racconto che è solo una coincidenza, una mia illusione, un ologramma suscitato dall’ultima narrazione. Certo, l’ultimo testo da valutare: come si chiamava il tizio Giovanni, sì Giovanni Conti, autore suggestivo e ammaliante, deve essermi rimasto in testa e adesso… Però la voce della madre è bassa, quasi roca ed è la sua. Deglutisco l’idea di essermi confuso, insieme al nodo in gola e ascolto con finta disattenzione la lamentela sulla scelta del posto. La figlia claustrofobica vuole il corridoio, la madre avrebbe preferito il finestrino, la fila ascolta le loro contumelie e mugugna, l’hostess carina osserva irritata.
Sgancio la cintura e dico «segga al mio posto, vado io sul corridoio»; no ché la figlia ha sempre smania di libertà, come allora si ricorda? Io ero a casa sua, il tempo era un altro e sua figlia fuggiva da qualcosa o da qualcuno, Lei avrebbe dovuto chiederselo allora, quando percorse rapidamente il corridoio e sbattendo la porta andò via. «Devi accontentarti di me», disse Lei con un finto e qualche malizia, ricorda?
«Posso stare al centro, se per voi va bene.» Annuite entrambe, quasi liberate dalla necessità di condividere una vicinanza indesiderata. La figlia respira, siede al suo posto, ringrazia. La madre dice che sono gentile, molto, con la sua bella voce roca. Cristo, come fa a non ricordare, non sono così lontano dal ragazzo d’allora, siamo impinguiti entrambi, Lei ha i suoi anni addosso che le camuffano i fianchi, ma portiamo in viaggio le stesse parole, dovrebbe ritrovarmi in un suo pensiero, almeno in uno, adesso che mi osserva con migliore cura da così vicino. Prendiamo tutti posto e per un attimo ho l’impressione che Lei voglia mettere le gambe di traverso sulla seduta. È solo un attimo, un fotogramma improvviso di un altro sedile, di altri divani, d’altre gambe. Istintivamente le osservo, fa caldo e le porta scoperte e scolpite di segni di vita.
Il salotto era di panno bianco e sua figlia non l’ho mai sopportata, Lei credeva che le facessi la corte non ricambiato, poggiava le gambe sui cuscini e mi interrogava sul cosa avevo letto di nuovo. Il Postal Market, dissi trovandolo poggiato sul tavolino basso, vetro e ottone sul quale tentavo di sbirciare sotto le balze adagiate sul panno. Battute banali le mie per dissimulare l’imbarazzo, incapace allora di condividere lo stesso cuscino con una donna. «I miei lo sfogliano sempre, ma non comprano mai niente.» Anche Lei se ne serviva poco, solo intimo e qualche maglia per sua figlia. Percepisco ancora oggi una stretta in gola a quella parola, «intimo», e senza rifletterci provo a violare ancora le sue trasparenze. Lei guarda fuori dal finestrino mentre procediamo verso il decollo, ha la pelle nivea di mia madre, mani aggrinzite sulle parole errate di teorie di occhi e orecchie in decollo per la vita. Alcuni si spegnevano già sulla pista, neanche rullavano, rimanevano fermi a osservare i pochi di noi pronti al primo battito d’ali. Io vivevo già d’aria e planare su di Lei mi risultò solo naturale.
«Posso prenderti la mano? ho sempre paura quando ci si stacca da terra», ascolto le parole credendole attuali, nonostante nessuna sillaba venga pronunciata e nessun movimento accennato. I capelli appena appena ramati sul poggiatesta, gli occhi chiusi e la mano serrata sul bracciolo. Quel viaggio se ricorda iniziò così, Le diedi la mano come se la mia età potesse essere sufficiente a difenderla, ma adesso è diverso, come il suo profumo, lo ha cambiato vero? Ci fu una sera che ne indossò uno aspro che annebbiava la testa e bruciava le narici quando sfioravo con le labbra la sua pelle.
Forse dovrei voltarmi e dire qualcosa, un ma Lei è? Ma ho vergogna di questo pensiero lontano, di cosa confesserei muto a sua figlia persa in un momento alieno: vedi era già il mio cervello a volerla più d’ogni altra cosa, tu andavi via sbuffando per ogni piccolo ammonimento e io rimanevo ad ascoltare le singole lettere, leggevo avido i movimenti della gola, ascoltavo la voce suonare bassa nell’incavo tra i seni costretti dall’intimo del Postal Market. Era una ninnananna che teneva svegli, con i sensi alterati e lo stupore del suonare il campanello di quella casa che mi trasformò per sempre. Diveniva mia capisci? Perdeva la sua ufficiale fisionomia giornaliera e diventava la mia maestra di storie e di vite. Tu andavi via per quel corridoio in ansiosa ricerca della tua narrazione, io la mia la vedevo sorgere oltre quel corridoio, tra le sue gambe rannicchiate sul divano.
Il decollo è avvenuto, appunto «intimo» sulla prima pagina del manoscritto per suggerire una citazione d’introduzione. Giro il capo quasi intenzionato a farmene confessare una adesso, ma fuori la notte evoca una striscia d’asfalto e buio di stelle oltre i vetri sudati di pioggia. Il pullman solcava quel nulla ed era grotta e riparo il poncho ruvido a quadri vivaci. Tremavo che sembrava freddo e Lei lo aveva esteso su di me. Discutemmo, mentre si provava a recuperare sonno, di timidezza, di prese di coscienza e della sofferenza per troppi ideali. Invece il brivido era la scabra sensazione al tatto del nylon operato, la sempre maggior meraviglia di non avere imbarazzo, di non ricever diniego, protetto dagli occhi e dal mondo sotto il ruvido tessuto del poncho.
Meccanicamente sfioro con il palmo la cucitura laterale dei miei jeans, trovando con le nocche un pensiero di stoffa mai dimenticato; neanche mi scuso del potenziale contatto, come se avessi ancora – semmai ne avessi avuto – un qualche diritto o un possesso. L’hostess carina mi propone un biglietto di una qualche lotteria, la figlia alza un attimo lo sguardo distratta dalla rivista di bordo e dalle cuffie, estraniata anche oggi più d’allora. Sul tavolino aperto il manoscritto, sul frontespizio la calligrafia della parola «intimo», ordinata e netta. Immagino che Lei dedichi una occhiata vaga alla pagina; troppo comune il mio tratto di penna per impegnare la sua memoria antica, eppure credo in un suo fremito, una leggera increspatura del volto letta con la coda dell’occhio.
Giro i fogli a caso e provo a rileggere qualcosa: pagina 34 dove si parla di una lei su un divano. Chiudo, perché ogni parola vuole riportarmi a quella sera. Vorrei prenderle la mano, chiamarla per cognome provando a inflettere la voce sulle cadenze d’allora. Tolto il poncho, il tempo ci aveva rimesso al nostro posto nel mondo, come se niente fosse, come spesso doveva accadere quando andavo oltre. Io traevo benessere dai suoi pensieri, dalle sue parole, eppure provavo ogni volta a scrutare oltre la stoffa, avvicinavo la mano sino a sentire il calore di donna, terribile e igneo, sempre più vicino, sempre più ustionante.
Quella sera scelsi di non seguire gli altri, provai a chiedere alla reception una pasticca per il mal di testa, che ovviamente non avevano. Lei disse che poteva darmi un’aspirina. Bene, sarei passato dalla sua camera dopo cena, io e la mia incoscienza ancora ignota.
«Ma come proprio l’ultima sera», inveì qualcuno. Già, proprio l’ultima sera possibile ragazzi. Oltre quella non avrei potuto raccontarne altre, dovevo farmela bastare tutta quanta sino all’ultimo secondo. L’ultima sera non mi sarei imbucato con voi in quel buio frastuono di festa; no, sarebbe stata Lei la mia preziosa festa, c’era troppa vita in me e doveva straboccare, su di Lei, dentro di Lei.
La voce gracchiante del comandante avverte che inizia la discesa. Fissati al sedile proviamo a scorgere oltre il vetro il sentore della terraferma. Sulla destra l’ombra della virata spiega come il pilota sappia esattamente come variare l’assetto delle ali in manovra, come usi logica e maestria per riportarci sulla terra. Io imparai il volo sulla soglia di quella stanza azionando meccaniche precise, sequenze pensate e ripassate mentre l’ascensore scalava quei tre piani. Io e Lei dovevamo avere un qualche mantra da recitare in segreto. Rigidi e muti attendevamo qualcosa; io per esempio che non accadesse nulla e nel medesimo battito che mi lasciassi dominare dalla volontà di averla, insieme alle sue tonalità basse e alla grammatica della bocca che la percorse oltre ogni barriera, oltre ogni limite sociale, età, storia.
Con la testa poggiata al finestrino osservo i lampeggianti della pista, ho il manoscritto ancora in mano, finito. Manca la citazione iniziale sul foglio che resta bianco e potrei consigliare all’autore di ometterla, trascurardo io stesso che tutto questo sia iniziato da una frase, da una improbabile sequenza di fonemi, frequenze sgangherate di un mondo e di un tempo indimenticato. Suoni io li chiamo e non per sminuirli o per declinare l’invito ad accoppiare a loro i sensi. Come il rombo di questi motori mi hanno portato in alto, oltre ogni eterea nuvola di cielo e ricondotto a casa, tante e tante volte. Suoni densi, come il tocco degli anelli sulla maniglia della porta, il fruscio della gonna sul nylon operato, il silenzio giocoso di mani e braccia intente a scoprire uno alla volta i centimetri di donna, di pelle, i sapori, gli umori, le paure, gl’inadeguati movimenti e la fatica cocente dell’essere carezzato nell’intimo sino a svenirne.
I miei due vicini adesso sono già avanti nei loro freddi vestiti da lavoro. Trascinano i trolley parlando di già del prossimo viaggio. Lei, dolcemente, ha riattraversato questi miei giorni per lo spazio di un volo, e adesso che ho l’anima spossata e felice, sulla pagina vuota leggo nitida la giusta citazione.

“Hai mai desiderato una seconda possibilità di incontrare qualcuno per la prima volta?”
C. Bukowski.

Paura

Il signor Čevedet come ogni mattina attraversò il piccolo cortile e accostando con cura il portone si immerse nel fiume di gente sul corso principale diretto alle sue varie faccende. Per prima cosa sporse il capo per controllare la corrente d’uomini, poi le pozzanghere che punteggiavano il marciapiede, preoccupato per le scarpe ottusamente lucidate nonostante quel giorno già prevedesse di andar controcorrente, a zonzo in balìa di precipitazioni e fango.
Il suo passo breve e distinto lo accompagnava in quel cammino e di tanto in tanto si voltava a guardar di sbieco vetrine e donne con calze di nylon su tacchi generosi, o anche macchine e bambini con gli zaini diretti alle scuole. Già le scuole! Aveva speso mezza vita dentro quei grigi edifici a seguir pesti di età minuscola, ancorché percepisse quanto fossero proprio quelle discole miniature d’uomo a colorar le sue ore in altro modo inutili e contraddittorie.
Quella che proprio adesso incrociava il suo sguardo era per esempio una delle maestre della sua penultima scuola, una donnina pingue e nervosa, adusa a mordersi il labbro in segno di noia o stizza. Il signor Čevedet si interrogò se inscenare un lieve segno del capo, un saluto insomma, ma lei forse per disattenzione o per scarsa memoria era già passata oltre, ignara di quel fortuito incontro. Un sospiro di sollievo fu allora l’unica sua reazione, consapevole e fermo nel voler restar occulto a quella moltitudine muta di facce e storie ignote nel suo prossimo destino.
Superata l’edicola e l’emporio della signora Bœrig girò subito a destra, sulla strada che costeggiava la chiesa di Saint Marie, dritto dritto sino al ponte Rottschërlig. Il fiume sotto scorreva uggioso, denso di melma e scorie vegetali trasportate da una corrente infida. In qualche modo a seguirla si sarebbe giunti al mare, ma il signor Čevedet pensò che non avrebbe mai scorto un oceano e neanche quella foce o il fondersi inevitabile di acqua e salsedine e pesci di mare risalire e d’acqua dolce annegare. Niente di tutto quello era sul suo cammino da quando il suo tempo aveva iniziato a ridursi e involvere in faccende e insidie quotidiane, come in quel greve giorno, tanto che al fiume, ai sui gorghi, al suo incedere lento sotto le arcate dei ponti, non aveva da imputare il suo stato d’animo di mesto rimuginare sul come e soprattutto perché.
Due passi ancora e la parte nord della città sarebbe svanita via, sorpassato il fiume nel percorrere i viali ombrosi tra le villette del quartiere residenziale. La pioggia aveva concesso tregua e il signor Čevedet tirato un sospiro di sollievo per le povere scarpe di vernice provate dall’umido e dal fango. Ah la città di un tempo, quando le strade nette e curate, anche dopo un tal acquazzone, mai avrebbero prodotto tanta melma. Quel giorno pareva invece di stare con le caviglie fin dentro i mulinelli d’acqua del fiume tanta era l’incuria e tanta la voglia sua di unirsi a quell’acqua sino alla costa ignota, sino a sparire al largo, perdersi alla ricerca di una perduta Itaca, di un cane, d’un aedo, d’origine.
Il portone con la gran targa dorata lo accolse, appena svoltato sulla destra oltre il platano grande. Ebbe un attimo di ripensamento, un momento nel quale provò a riflettere sull’opportunità di evitare ogni consapevolezza, ché il sapere le cose alle volte aggrava la condizione umana, spesso uccide a dirla tutta. Ma cosa avrebbe detto alla signora Čevedet, cosa? Fu questo forse il deterrente che lo convinse a varcar quella soglia, salire senza esitare la rampa di scala che lo separava dall’ingresso, dalla graziosa segretaria che lo pregò di attendere alcuni minuti, una volta annotato il suo nome.
Alcune decine di minuti dopo il signor Čevedet osservava ancora le sue mani seduto in uno dei caffè sul lungofiume. Mani normali, ma che adesso avevano assunto un senso nuovo. Le vedeva muoversi, manipolare e flettersi assecondando una danza di dita esili e tendini. Ragionava e guardava mani e fiume entrambi in moto, pensava a cosa raccontare di quelle ore a casa, a cosa sperare, al mare alla fine del fiume, alla foce e alla strada che lui e l’acqua avrebbero voluto condividere. Non si sentiva vivo abbastanza da anelare nessuno strano desiderio e tutto intorno sembrava un attonito ripetersi in fotogrammi antichi di un esistente che riavvolgeva con troppa fretta un nastro ormai logoro. Lui era lì, le sue mani erano lì, ma nessuno dal barista, alla ragazza che provava a mantenere le balze della gonna bersagliate dal vento, al piccolo despota che ringhiava alla madre, nessuno lo voleva notare. E se appena un’ora prima tutto ciò sarebbe stato auspicio, il suo adesso sembrava presagio, un provare a far di necessità nuova abitudine.
Ritornando verso casa il viso nervoso della maestra dell’andata si distese in un saluto, accompagnato da un largo sorriso. Incrociarsi nuovamente fu alea, ma riportò un minimo di calore in quelle mani gelate da un semplice foglio inciso di parole complesse e arcane. Čevedet chinò la testa in risposta al saluto sperando che lei continuasse la sua via come era stato poco prima. Si parlarono invece, con distacco formale, ma pensieri futili e cerimonie oziose ebbero il pregio di distoglierlo da quell’isola d’inquietudine, tanto che con dispiacere accolse il saluto della donna quando lo abbandonò gentile al suo ultimo tratto di strada.
La casa nel poco tempo della sua assenza era in qualche modo mutata, irrigidita nei suoi colori, amorfa. Non aveva più parvenza di rifugio, di luogo dove lasciar fuori ogni pensiero, adesso era popolata da chimere partorite dal peggiore dei suoi sogni. La signora Čevedet vide il suo viso e non proferì parola, lui le prese le mani e disse qualcosa, poche sillabe nella sua lingua roca, non un discorso o un pensiero articolato o una storia, forse un poesia lenta e melodiosa. Forse solo lo spazio di qualche strofa e alla fine l’ultimo verso vibrò per minuti a mezz’aria, brillante come un cristallo ed era distintamente paura.

René

Questo è plausibilmente il mio ultimo post per questo 2016.
Auguri quindi per queste feste a tutti gli autori e i lettori del blog.


Marco

René lo conosciamo tutti da queste parti. Un tipo piccolo e per nulla appariscente. Gira spesso solo. Guarda tutto, risponde con garbo e si scusa spesso. Troppo spesso.
Al bar passa dopo le nove. Liquori dolci in genere, niente roba forte. Arriva al banco con l’aria di chi vorrebbe dire qualcosa, ma siede in silenzio, osservando la sua immagine riflessa dallo specchio dietro le bottiglie. C’è comunque un istante nel quale sembra riaversi da quel torpore da meditazione profonda. Guarda in giro, come se per lui quel posto fosse una scoperta improvvisa, una novità inconsueta e di colpo inizia a raccontare, irruente come acqua di diga liberata d’improvviso verso valle. Nel volto assume un che di violento, un piglio ferino nuovo e per questo affascinante. Eppure pochi notano il suo impeto continuando a bivaccare annoiati dalle piccole volute di fumo delle sigarette elettroniche. Del resto anche René li ignora sino alla fine quando si ritrae nel suo guscio invisibile, non per protezione o scoramento, ma per abitudine e stanchezza.
René può definirsi un solitario, un abitudinario, uno che ha segreti o forse che non ne ha da confessare. È che risulta complesso oggi definire bene il significato di segreto o di vita o realtà. Saranno le controparti digitali, sarà che abbiamo da tempo la mente intenta a valutare le crisi del sistema. Io l’unica cosa veramente reale che conosco è questo bancone, che ogni dieci minuti ripulisco con lo straccio. È importante che i clienti lo trovino sempre netto e asciutto. Rimangono a volte ore ad accarezzare il piano impercettibilmente venato di legno, uno degli ultimi in giro mi dicono, senza superfici touch o caricatori wireless, solo materia solida e inerte. Eppur piace perché è qualcosa che non ti profila: sta, amorfo, a reggere il peso della testa sui gomiti, supporta la fatica di un tempo che passa. Sono uomini e donne che vogliono stare soli quelli che popolano il mio bar. Anche quando discorrono tra loro non hanno voglia di parlare, solo mozziconi di parole, sì e no accennati senza camuffate identità a mediare l’interazione. Sono accenti riposanti che si alternano da un individuo all’altro, una sorta di dormiveglia pensoso, un sogno appunto.
Ecco, René sogna, cosa davvero strana per tanti di noi. Lo ha detto più volte con i suoi brandelli di sillabe. Lui racconta, porta il bicchiere alle labbra, racconta e guarda qualcosa di indefinito davanti a sé. Ogni tanto alza il braccio dal bancone e io con lo straccio pulisco la superficie, in sincronia perfetta. E racconta, racconta come se avesse davanti qualcuno interessato ad ascoltare.
René oggi mi ha stupito. È arrivato come suo solito e ha iniziato a parlare, parlare, parlare. Non la smetteva più come se avesse bisogno di sputarle fuori quelle sillabe, tutte in una volta. A un tratto si è fermato, si è guardato intorno come l’acrobata che vuole accertarsi di aver spazio per l’esercizio e ha detto che doveva andare via. Dove ho chiesto: e che importa! Via. Quindi perché portarsi appresso tutte quelle frasi mai dette, quei pensieri solo sognati. Ha voglia di viaggiar leggero René, distribuire il suo carico di racconti a noi tutti disposti a cerchio apposta per accoglierli.
Dico, stai una vita a pensare che le sue storie siano poco meno che inutili, poi un giorno entri nel mio bar, proprio quando un mezzo matto che racconta i suoi sogni decide che è tempo di andar via, magari in cerca di un altro locale, di una nuova città, di una vita diversa e allora tac, come svegliato improvvisamente dal coma ti rendi conto che quelli non erano semplici racconti, erano un panorama struggente dinanzi al quale sei passati cento, mille volte. Finché uno stramaledettissimo giorno, un matto come René dice che bisogna smontare tutto e via, che domani di orizzonte ne dovrai trovarne un altro, sempre che un altro matto voglia prendere delle parole e inventare nuovi panorami. Così capisci che una parte di quel luogo era fatta di te e che domani è a te che smonteranno un pezzo e lo butteranno via. Ecco perché oggi tutti ci siamo fermati a fissare ognuno il suo brano di vita, il suo personaggio irreale di questo bar. Tutti abbiamo acchiappato al volo due o tre parole e le abbiamo messe via con calma, registrate in analogico come una vecchia canzone d’amore da conservare con cura. Ci hai detto questo René, che saranno poche e lise e annotate sui margini di ricordi chiusi in cassetti impolverati, ma quelle parole sono nostre, ne abbiamo l’esclusiva proprietà e la grande responsabilità di custodirle per i nostri figli.
René oggi è entrato come suo solito e ci ha spiegato che in tutta la sua vita ha fatto l’unica cosa necessaria davvero. Ha registrato con cura le nostre parole, in analogico, prima che un campionamento selvaggio le devastasse. Poi un giorno, non uno qualsiasi, ma proprio quello del suo addio, una alla volta le ha tirate fuori ed erano belle e lucidate. Increduli le abbiamo osservate, mentre le consegnava nelle nostre mani come cosa preziosa, come eucaristia. Ho visto tutti gustare il sapore nuovo di ogni singolo fonema e tornando al proprio posto attendere con disciplina la fine della sua celebrazione.
Per ultima René ha pronunciato una parola nuova, mai udita e incomprensibile. Sarà stata roba sua o forse era di un’altra lingua. È rimasta a mezz’aria, sospesa nel silenzio, nella sua accecante luce di supernova; ogni tanto il rumore di un’auto lì fuori la faceva oscillare un po’ e noi la guardavamo tutti come se non ne avessimo mai vista una. Poi, così com’era arrivato, ha girato le spalle e si è dileguato nella pioggia fine della vigilia del Natale. Io, con un colpo di straccio ho cancellato l’alone del bicchiere di René; in controluce le mie parole, incise sul legno del bancone brillavano ancora, pulsavano con l’intermittenza serena di una luce di festa.

Paranoid Tango

Le scarpe, già.
Immaginò che le avesse scelte con cura quella mattina. Probabilmente si era guardata nello specchio in camera da letto. Si era riflessa appena sveglia, quasi nuda, e aveva pensato a quel colore, a quel tacco, al movimento del piede nel portare il passo.
Lui, fu nella bolgia in attesa che la vide muoversi leggera, quasi sospesa da terra. Pensò che no, non doveva tener fisso lo sguardo, eppure su quelle scarpe ebbe a indugiare ancora, e sulla caviglia e poi su su a scrutare avido il corpo sinuoso di donna.
Fu notato? Pensò e si convinse di sì, sebbene conoscesse il limite da imporsi. La folla intanto montava, sembrando a tratti complice nel sospingere l’uno verso l’altra, tanto da fargli avvertire a un tratto il profumo di lei, intenso, quasi perverso nel contraddire la sua necessità di fuga. A ogni allontanarsi, quasi per caso, la distanza tra loro si contraeva, costringendoli a sfiorarsi, sommessamente indotti da un volontà che non credevano loro. O almeno questo piacque a lui pensare, perché in quel moto fatto di caso lei, invece, imprimeva una ben chiara direzione e fu sempre lei che prima di ogni inutile silenzio aprì le sue parole, di circostanza per carità, ma pur sempre parole.
Si dice bene del rompere il ghiaccio, forse per il calore che alle volte questi banali eventi iniettano nelle ossa gelate degli uomini che, da soli, attendono di affrontare frammenti di vita come quelli. Già, fu proprio calore quello che fluì di colpo dentro quel ventre malmenato dalla vita. Fu il fiato delle sillabe di donna a giustificare la sua attenzione, mentre la calca in ammirata attesa contraeva il loro spazio invitandoli quasi all’abbraccio. Lui percepiva attraverso la stoffa ogni piccolo pezzo di muscolo e di pelle accoppiarsi con altrettanta pelle e muscoli. E lei cedeva, offrendo zone di contatto sempre nuove, sempre diverse e soffici. Usarono ancora parole per dissimulare il cambiar posizione relativa. Usarono disinteresse e attesa dell’evento, sommersi a tratti dal progressivo vociare e dalla musica di sottofondo.
Davanti a loro qualcuno aveva avuto un suo inizio e per questo forse preferirono restar in silenzio a osservare le teste intorno ondeggiare. Sì, era un mare quello e come acqua assumeva le forme della marea e li cullava. La musica, imperfetta per quel momento, sembro addolcirsi anch’essa. Lei avrebbe acconsentito a farsi cingere la vita per stringersi a quell’altro corpo. Lui avrebbe provato a far scorrere la mano sui capelli esplorando morbidezza e affanno appena accennato, respiro a tratti rotto da, come dire, emozione. E in effetti i loro volti si tradivano e coloravano di porpora la folla ignara, mimando un’attenzione per nulla prescritta sino a quel muoversi morbido della suola di donna.
Ogni tanto piccoli rivoli di catena umana cercavano di avanzare, obbligandoli a nuove movenze che diventavano un invito, direi quasi un ocho. Con il palmo sulla schiena la portò prima a destra, poi nuovamente indietro, e lesse un brivido nel tocco, una leggera piccola scossa, insieme alla resa del corpo di donna, bella e simmetrica nel seguire il gesto.
Difficile dire se fu l’esperienza di quel muoversi in sincronia, quello scambiarsi il fiato modulando il respirare l’attimo. Difficile anche pensare come il riff di Iommi e la voce tirata di Ozzy potessero assumere forma di melodia nelle loro menti. Ma avreste dovuto essere lì, accanto a loro, e vedere la folla fendersi, aprirsi, lasciando ai due un cerchio perfetto dentro il quale ballarono un tango sulla rabbia di Paranoid. Quella era una bolla dentro la quale la vita aveva lasciato il suo normale fluire e si era messa a correre in un’altra direzione. Giusta? Sbagliata? E cosa pensate possa importare? Cosa, a due come loro che finita la danza tornarono disciplinatamente sul sentiero uggioso dei giorni correnti. Neanche un bacio, no, neanche quello ebbero voglia di aggiungere a quel breve blackout di forma. Sciolsero le mani e l’abbraccio e abbandonarono, lievemente turbati, quello che nessuno vorrebbe considerare amore. Forse neanche loro. Forse neanche io.
Li vidi alla fine salutarsi, con garbo, quasi da sconosciuti, evitando qualunque contatto fisico che avrebbe potuto presagire un domani. Li osservai disperdersi nel mondo esterno, allontanarsi da quella bolla di vita. Lei con l’ondeggiare del tacco generoso, lui con la cura esatta nel non osservarne mai più il passo.
Ci sono gesti e attimi che andrebbero serbati così. Annotati su un foglio di carta da fare ingiallire nei cassetti e dimenticati per sempre o fino alla fine dei giorni degli autori di quelle parole non dette. Ci sono suoni che non arrivano alle orecchie per caso e profumi intensi che non abbandonano mai più le narici. Sapori che persistono in bocca per sempre e per sempre aprono l’appetito. Sono segnali di sensi mai accettati che riprendono spazi e mondi che la vita di sicuro ci nega. E tutto quello stava accadendo lì e proprio a loro due, davanti a me che uno di quei due probabilmente sono.