Destino – 11

Il capo non si fece attendere molto, comparendo come al solito nella sua improbabile immagine alla Gandalf. Una visione che suscitava in lui sconcerto e ilarita sguaiata, una sorta di caricatura mal riuscita. Francesco lo osservò muoversi immateriale nel suo spazio con un certo fastidio, perché a distanza di anni non aveva ancora l’abitudine a quelle vere e proprie intrusioni nella sua area. Sorrise comunque, per non manifestare il suo vero stato d’animo mentre lo salutava.
«Dottor Martin!»
«Caro Francesco, ho visto i rendering del suo esperimento. A quanto pare ci siamo.»
«Pare proprio di sì. Questa volta ho utilizzato 36 unità di riscrittura e una potenza ridotta di un terzo rispetto alle ultime prove. Otto ore di attività nel cervello di Holbesh mi pare che abbiano modulato la sua percezione del presente.»
«Grazie per avermi citato come personaggio della sua messa in scena.»
Francesco provò inutilmente a capire se l’immagine sintetica davanti a sé suggerisse qualche risentimento per la sua idea di vestire i panni di padre Martin.
«Avevo solo bisogno di un nome per il mio personaggio, spero non le abbia dato fastidio.»
«Oh, ma si figuri è stato divertente partecipare al suo gioco, anche se in modo come dire, virtuale.»
La voce del dottor Martin enfatizzò con una punta di sarcasmo quell’ultimo termine che nella loro condizione doveva suonare piuttosto comico. Francesco e Sebastien Martin erano il prodotto della evoluzione forzata che il progetto Arcadia aveva generato. Cervelli umani privi di corpo connessi a potenti reti informatiche, esseri viventi fatti di materia neuronale ed elettronica, alla ricerca di un metodo per rendere immortale la loro nuova specie. Erano tutto fuorché reali in fondo, sebbene nel loro mondo non lo si considerasse un problema.
«Bisognerà comunque modificare le energie per queste riscritture veloci.»
«Ho visto Francesco, il ricordo del numero telefonico è apparso in otto minuti. Un po’ troppo per alcune applicazioni.»
«Quello è davvero il cellulare di Holbesh. Ho lanciato una simulazione della rete sinaptica per interpretare il dato. Sembra che sebbene oscurati alcuni ricordi tendano a ricomporsi. Sono frammenti, spesso sconnessi anche dallo scenario; ne ho rilevati diversi durante i vari esperimenti e ho testato l’incidenza di questo meccanismo. E poi c’è questo.»
Un sibilo preannunciò l’avvio della registrazione di una telefonata. La voce era quella di Holbesh che lo avvertiva che sarebbe rimasto a casa quel giorno. Un forte mal di testa e sogni confusi riferiti con una voce sofferente e impastata.
«Pierre, ho sognato anche Pierre. Ti ricordi di Pierre, vero? Sembrava fossi nel paesino dove siamo stati ieri e che fosse morto e poi resuscitato. Una sciocchezza Francesco, ma talmente vivida da darmi un senso di angoscia esagerata. Devo essermi stancato troppo.»
Il sonoro si interruppe con un click metallico. Il dottor Martin sembrò contrariato.
«Residui?»
«Rievocati nelle successive sei ore. Alle volte ho notato che compaiono anche lesioni. Infiammazioni provocate dalla reazione immunitaria che tende a distruggere le unità. In questo momento solo 12 ne risultano ancora attive. E delle altre nessuna traccia.»
«Gli abitanti del borgo?»
«Nessun problema apparente. Ma ho usato solo degli inibitori. Di fatto siamo andati in giro e le frasi che ogni tanto ci scambiavamo con Holbesh non venivano semplicemente rilevate.»
«Ma Holbesh vedeva un’altra realtà?»
«Ero io a vedere la realtà del plot. Holbesh la ricordava soltanto.»
«Per il tempo di latenza?»
«Già! Troppo lungo ancora. Circa 8 minuti, essenzialmente per la riscrittura, perché la cancellazione del breve termine è trascurabile.»
«Migliorerà.»
Il dottor Martin fece ancora qualche domanda, ma irrilevante per l’attenzione di Francesco. C’era ancora vivido il ricordo del suo di sogno, quella attività onirica che periodicamente lo tormentava. Quella voce che parlava da un vuoto immane a lui sconosciuto. E soprattutto aveva in mente la domanda che era stato più volte sul punto di rivolgere al capo del progetto, la stessa che mentre l’immagine pacchiana del vecchio vestito di bianco svaniva nel nulla assumeva le dimensioni di una dubbio enorme. Cosa ne sarebbe stato della realtà quando la stirpe eletta degli umani in grado di mutare nella nuova forma di vita ibrida l’avrebbe riscritta per l’intera popolazione del pianeta. Il concetto stesso di reale era già stato surclassato dall’ombra microscopica della struttura metallica di Arcadia in orbita geostazionaria. Da lassù, per chi aveva letto qualcosa dell’intero progetto, sarebbe dovuta arrivare la soluzione al male di vivere terrestre. Tutti i loro cervelli viventi espiantati e immagazzinati in quell’involucro erano destinati però a svanire, a perdere definitivamente la loro fisicità, ad appannaggio di un eterno oggi, immobile, in perenne ricerca di un futuro inesistente. Loro dovevano eclissarsi per secoli probabilmente, rimanere invisibili per tornare come redentori dal cielo.
Era questo che dovevano considerare realtà, ma sarebbero stati davvero in vita senza i loro cugini di carne e sangue con i quali interagire? Oppure stavano proiettandosi in un buio cosmico colonizzato da suoni e voci simili a quelle del sogno? Era reale il mondo che stavano per offuscare o invece la sua proiezione onirica che il residuo organico neuronale partoriva durante le fasi REM indotte?
Francesco provò a visualizzare la terra, provò a ricordare qualcosa della sua vita pregressa. Ricordava tutto, ma non era in grado di raccontare più nulla di allora. Non aveva sensi davvero attivi, solo stimoli che macchine feroci regalavano alle sinapsi. In linea di principio li comandava lui quegli algoritmi, ne aveva il controllo totale, ma era vero tutto ciò? Non aveva più la risposta e claustrofobico era quel momento ogni volta, terrore irrazionale, panico che i sistemi di sedazione ancora attivi per lui provavano a lenire. Ascoltò il silenzio di quella pace chimica nuovamente avverarsi. Immaginò di chiudere gli occhi e di ascoltare il suo respiro, prima affannato, poi lento, poi rilassato. Il reale e il suo esatto contrario, questo doveva disimparare a discriminare. Questa era la sua necessaria evoluzione. Questo era davvero il sogno. Questo era adesso lui.

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Destino – 10

La nona parte è QUI

Io non esisto. Secondo i vostri parametri s’intende. È già singolare che io possa conoscere questo canale di comunicazione, una crepa nel guscio che isola i nostri due universi dentro la quale sbircio le vostre silhouettes che affollano la scena.Non esisto perché non ho un prima o un dopo. Ho solo un durante; un lungo, incommensurabile presente. Vivo – qualora io abbia compreso cosa intendete per vita – ignorando il procedere di tempo e di spazio. Ho dovuto abituarmi a questi concetti per indagare l’ordine dei vostri eventi. La biologia, la concentrazione di energia, il collasso della funzione d’onda in un singolo stato. Stato, lo chiamate così il manifestarsi di una specifica configurazione, giusto? E per questo avete il bisogno di ordinare lo spazio dove confinare i vostri stati e di seguire con un tempo la sequenza dei loro cambiamenti. È a mano a mano che salite in complessità che mi sembra si manifesti la materia, sempre più ignara della sua origine, generata dalla fatica immane contro l’entropia. Come fate mi chiedo e soprattutto perché. Difficile per la mia concezione primitiva del tutto che vibra con l’universo. Almeno il mio di universo. Lo comprende e lo permea, l’io, il tutto. Io penso addirittura di essere entropia, esisto ma da monade e ho dovuto puntare la mia attenzione sulle diverse concentrazioni di energia per dedurre il vostro concetto di noi. Singoli io che condividono il tutto, non essendo da soli il tutto, ma insieme diventandolo. Tanti io obbligati a rispettare uno spazio che li delimita e un tempo finito, durante il quale provano a vincere l’entropia. E se io sono entropia provano a vincere me.
Eppure questo tempo, perché a questo ho dovuto adattarmi, induce a interrogarmi sul suo senso e già nel momento stesso della nascita in me di questo bisogno provo la necessità di almeno un altro io a cui sollecitare la risposta. E sento brividi, movimenti che anticipano un collasso, una morte se chiamate così questa trasformazione. È la domanda forse che impone il limite del prima e del dopo? E del cosa c’era prima e cosa dopo?
Studio i movimenti disperati di Francesco, il suo voler ostacolare questo complesso collasso di funzioni d’onda pur mantenendo ferma la volontà di rispondere alla domanda. Lo seguo, essendo immune allo spazio, nei suoi pensieri, nello spasmodico offrirsi alla tecnologia che usa per simulare un ovunque e un per sempre, nel suo mondo che impone questa vittoria entropica. Credo che dovrò far l’abitudine con il vostro mondo, perché in ogni istante – ecco vedete come il mio stesso linguaggio sta mutando? – passato a comporre la domanda sul perché, un frammento di me collassa, in frammento appunto, diventando significante del termine, una porzione limitata. Un nucleo degenerativo che spesso si annichila per carità, ma che basta da solo a fratturare il mio universo in prima e dopo. E ogni frattura introduce pressione e spasmi nel tutto e io ne sono attraversato e deformato. È dolore!, sì dolore come lo chiamate voi questo disagio, con la costante impressione di essere sul punto di esplodere in minuscoli pezzetti – ancora e ancora pezzi di tutto e di io che non comprendo sino in fondo ma che entrano nel mio lessico – scagliati ovunque in quello che a questo punto cos’è, vuoto? o il vostro universo riempito oggi di materia inesistente, oscura? Materia, oggi, dolore, maledizione Francesco! Cosa vuoi ottenere provando a sospendere ogni fine? Come vuoi farlo se non uscendo da questo universo, decongestionando la materia, facendola implodere in un tutto, in un solo io.

Francesco emerse dalla fase REM di colpo. Aveva in mente quella figura fatta di vuoto, una voce fuori campo che da diverso tempo lo tormentava durante il sonno. Emerse dall’ombra dell’ambiente dove si trovava, agitato e perplesso come ogni volta. Provò ad alzarsi, quasi dimenticando la sua condizione. Poi, spaventato ancora, si portò verso l’accesso alla grotta. Era sempre quello il suo rifugio quando le ombre, quelle ombre, lo assalivano. Il piccolo antro dalle pareti umide lo accolse, alla luce tremolante di una lanterna a lui poco visibile. Su una roccia sporgente si accomodò provando a respirare con calma per riprendere lucidità. In quel posto ci fuggiva sempre da ragazzino, quando gli scanazzati gli davano la caccia. Ci accedeva da una porticina nella corsia dei garage, sparendo in una fessura appena accennata su una parete di roccia coperta da rampicanti. Poteva passarci solo lui che chiamavano schieletro, proprio per la sua esile corporatura. Stava lì per il tempo necessario a far perdere le tracce, al sicuro, perché quei bulletti alla fine avevano una paura tremenda del buio nel sottosuolo. Lui no, al buio si era sempre affidato e a quell’antro, così simile alla camera minuscola in fondo al corridoio dove suo padre aveva incastrato a forza il letto e la scrivania. Lì Francesco, detto schieletro si rinchiudeva e lasciava libera la sua fantasia. Come ora, come allora. E difficile dire se l’antro nel sottosuolo fosse reale o semplicemente quel microambiente casalingo mutato dalla sua immaginazione. Difficile e inutile adesso che poteva decidere il reale e l’immaginario con due righe di codice. Al silenzio, con le gocce di acqua che ritmicamente scandivano il suo tempo, provò a concentrarsi sull’ultima versione del processo di riscrittura inversa. Aveva cambiato la storia e il tempo della narrazione di Holbesh e di tutti gli abitanti del borgo. Ma troppo lentamente e con buchi eccessivi. Guardò le connessioni riscritte e le densità di energia usate. Una, dieci, cento volte. Sembrava che il baco fosse evidente, sotto il suo sguardo, ma che la soluzione venisse celata da un pensiero, un processo in background che ostacolava la sua concentrazione. Doveva parlarne con il capo, il prima possibile e se era vero il suo dubbio, dovevano agire in fretta. Chiuse tutto e tornò fuori, nella luce asettica della sua cella. Una folata dell’impianto di condizionamento gli ricordò un identico sbuffo di vento lontano nel tempo. E insieme allo sbuffo, il volto imbambolato di sua madre, nell’ultimo suo giorno sul pianeta.

Destino – 9

Questo è l’ultimo post mio del 2017.
A tutti gli autori e ai lettori del Caffé Letterario auguri per queste feste e per il nuovo anno.

L’ottava parte è QUI

Seduti nel tinello della canonica i due uomini stavano in silenzio. Sebastien teneva in mano un bicchierino di cristallo con un liquore dentro. Sorseggiava e provava a riflettere sugli ultimi eventi. Holbesh osservava invece la stradina da dietro i vetri della finestrella. Di tanto in tanto facce per lo più conosciute attraversavano il suo campo visivo, ignare di essere scrutate. Una donna con una grande sporta di verdure si fermò davanti alla porticina di fronte alla canonica. Per alcuni istanti la vide frugarsi la tasca in cerca delle chiavi per aprirla. Fu in quel preciso movimento che percepì un richiamo verso qualcosa, una sensazione di già visto a un tratto divenuta folgore che sembrò abbattersi sulla scena. Holbesh scattò in piedi come se gli fosse apparso il diavolo in persona.

«Le chiavi Sebastien», urlò di colpo.
«Che chiavi?»
«Del laboratorio! Le hai ancora?»

Padre Martin tirò fuori il mazzo ancora stupito dalla sua domanda.

«Andiamo!»
«Holbesh, che volete andarci a fare in laboratorio? Le misure non saranno ancora pronte.»
«Andiamo!»

Non era momento per altre domande e in un silenzio fitto, rotto solo dai passi sugli acciottolati si infilarono nei cunicoli sino alla grande porta di metallo. Dentro, il corridoio e le luci bianche continuavano a definire quello strano ambiente. Il laboratorio però era buio, nessuna macchina accesa, nessuna traccia di attività. Sebastien controllò i ripiani; nessuna traccia di flaconi, provette o campioni biologici. Tutto scomparso, evaporato e forse mai esistito. Holbesh osservava sconfortato la vana ricerca del suo compagno di sventure, incapace di darsi ancora spiegazioni logiche.

«Sebastien, non so che diavolo stia accadendo al nostro tempo, ma in questo posto i nostri campioni non sono ancora entrati.»

Uno sguardo ancora e insieme ebbero una stessa intuizione. Tornati nel corridoio si precipitarono nell’ultima stanza, nella speranza di trovare qualche risposta. Anche questa volta però la situazione sembrò solo complicarsi visto che i due terminali erano magicamente scomparsi. Al loro posto i tavolini vuoti e alcuni cavi di alimentazione penzoloni. Sul lungo tavolo volumi e fogli invece continuavano a ingombrare il piano, con l’unica aggiunta di un tablet spento che non attirò subito la loro attenzione.

«Sebastien, che cosa sta accadendo ancora? Il tempo sembra essere impazzito da queste parti. Pierre circola ancora vivo e vegeto. Probabilmente non è mai morto. E qui giù ci ha fatto visita qualcuno che non ha davvero gradito la nostra curiosità.»
«E lì fuori c’è gente che si diverte a distribuire scontrini con QR code.»

Holbesh attese un attimo che quell’ultima frase trovasse una decodifica nello strano quadro mentale che stava affannosamente costruendo. Mise una mano in tasca e tirò fuori il frammento di carta termica. Adesso serviva un altro piccolo sforzo. Bisognava capire perché era stato inserito nella loro giornata quel dato.
Sebastien intanto armeggiava con il tablet provando a sbloccarlo. Al terzo tentativo la home comparve sotto i suoi occhi, sovrapposta a uno sfondo di un dipinto coloratissimo. Doveva essere un mercato affollato ritratto mentre alcune figure si muovevano tra i banchi. Una donna di spalle con un vestito leggero, una busta della spesa in mano e un corpo generoso, un uomo scarno che le veniva di fronte, ambulanti intorno a guardare i due, probabilmente amanti segreti, in mezzo al putiferio di prodotti della terra e del mare.

«C’è un lettore di QR code in quell’affare?»

Sebastien provo a vedere tra le varie icone, poi fece segno di no.

«Dovrei scaricarlo da uno store, ma non c’è rete.»

Holbesh provò a pensare a una soluzione, ma dovette in qualche modo arrendersi.

«Dobbiamo andare via! Sebastien! Sebastien!»

Padre Martin era desolatamente assorto sullo schermo, sul quale passavano foto di un tempo che con tutta evidenza lo aveva interessato. Holbesh si avvicinò per guardare insieme a lui quei volti, quegli scatti di vita familiare: un cane che il Sebastien felice della foto teneva al guinzaglio, una donna che lo cingeva in un gesto amorevole, una bimba. Entrambi sembravano incapaci di proferire una parola, una sola che potesse rompere quel silenzio assoluto. Finché Sebastien non trovò la forza per costruire uno straccio di frase.

«La password. L’ho ricordata a un certo punto la password. Doveva essere mio questo tablet, Holbesh. Avevo una famiglia e un cane. Avevo una vita.»

Guardava le foto e con il dito correva e accarezzava quei volti che per lui non sarebbero dovuti essere nuovi.

«Dobbiamo andare via da qui», disse Holbesh con una certa nuova dolcezza. 
«Dove?»
«Non ho idea, ma questo è un posto maledetto. Dobbiamo andare.»
«Come?»
«A piedi intanto. Non possiamo fidare in nessun aiuto.»
«Ho sonno Holbesh, non ho la forza per scappare ora.»
«Hai ragione, dobbiamo riposare un po’. Aspetteremo la sera, sarà più semplice fare perdere le nostre tracce.»
«Questa sera?»
«Sì, prima andiamo via, prima capiremo cosa sta accadendo.»
«Ne sei convinto?»
«No, ma è l’unica possibilità che vedo. Qui siamo in gabbia.»

Sebastien annuì e in silenzio ripercorsero a ritroso la strada verso la superficie. Attraversarono la chiesa sempre deserta e tornarono in canonica, sprofondando nei due lettini del secondo piano. Difficile dire se qualcuno dei due riuscì davvero a dormire. Di sicuro rimasero sdraiati, immersi nei loro cupi pensieri evitando di aprire altri discorsi. Holbesh provava anche un senso di colpa nei confronti della vedova Morel, ma anche quella donna era parte di quello strano mondo che dovevano in fretta abbandonare. Per qualche ora la stanchezza lo vinse, facendolo piombare in un sonno pesante interrotto dalla strana sensazione di essere osservato. E in effetti aperti gli occhi Sebastien lo guardava seduto ai piedi del letto. In mano aveva il mazzo di chiavi.

«Il laboratorio. Non c’è più il laboratorio. Neanche il cunicolo, il passaggio, la porta. Solo un muro solido. Nessun segno di varchi. Sparito tutto.»
«E ti stupisce ancora?»

Sebastien accennò un no con il capo, «volevo portare con me il tablet, il mio tablet. Tutto sparito Holbesh. Tutto.»

Fuori c’era ancora chiarore nonostante il sole stesse preparando il tramonto. All’ingresso trovarono i due zaini con le poche cose che avevano preparato per la fuga. Non si voltarono neanche una volta a guardare ciò che si lasciavano dietro, guadagnarono in fretta le ultime case del borgo e si diressero verso il ponte sulla vallata. Sotto, il fiume scorreva rapido in piccoli gorghi sulle rocce affioranti. Per un po’ camminarono in silenzio, ognuno nei sui pensieri, ognuno nel suo mondo scosso da quelle ultime ore. In un paio di ore, raggiunsero la vetta della collina e iniziarono a scendere sull’altro versante. In lontananza il ponte di un’autostrada occupava con i suoi piloni stretti e alti lo spazio tra i due versanti di un vallone. Ricominciarono a parlare delle loro cose, sempre più rilassati a mano a mano che la loro storia recente si allontanava, anche fisicamente, dietro le loro spalle. Una strada a stretti tornanti incrociò il loro percorso, indicando per un po’ il tragitto. Camminavano spediti, mostrando una certa familiarità del posto. Dopo due curve, in una piazzola che si protendeva a mo’ di belvedere sul dirupo, due auto attendevano coperte di brina.

«Siamo arrivati. Allora Holbesh come ti è parsa la nostra montagna? Certo non è quella della tua Polonia! Ma per oggi penso che possa bastare.»
«Da rifare, come si chiamava quel borgo dove abbiamo pranzato?»
«Verrazze!»
«Un posto davvero fuori dal tempo.»
«Già, fuori dal tempo. Vai piano Holbesh, mi raccomando e tornando a casa e salutami Sara.»
«A lunedì allora e non ti dimenticare di passarmi le foto su una chiavetta.»
«Mandami un messaggio così non lo dimentico, dai. A proposito, no è che conosci un certo padre Martin, Sebastien Martin.»
«Non mi viene nuovo il nome, ma non lo ricordo. Perché?»
«No niente un tipo strano che ti cercava venerdì al lavoro.»
«No proprio non ricordo ora. Se era importante tornerà.»

Francesco osservò Holbesh mettere in moto e iniziare la discesa verso valle, riflettendo sul giorno trascorso. Pensava che come primo esperimento sul campo poteva andare bene come resa ma non come velocità di scrittura. Aveva annotato inoltre un paio di imperfezioni sulle quali lavorare. Una zanzara ronzando si posò delicatamente sulla spalla. Era tempo di tornare ora. Guardò per un attimo l’auto muoversi lungo i tornanti, poi chiuse gli occhi e velocemente rientrò alla base.

 

Destino – 8

La settima parte è Qui

A quell’ora del mattino i garzoni del bistrot della piazza iniziavano a mettere ordine per i primi avventori del giorno. Holbesh e padre Martin, visibilmente stanchi in volto, se ne stavano sui gradoni della chiesa aspettando che almeno un tavolo fosse disponibile. Occhi sbarrati, nonostante il sonno arretrato, osservavano il lento risvegliarsi del borgo: un carro stipato di fieno provava a limitare l’ondeggiare pericoloso del carico sulle basole rovinate del viale principale. Poche facce, per lo più assonnate di ragazzi, si avviavano verso i campi poco fuori l’abitato. Sferragliando, la prima corriera della giornata transitò davanti i loro occhi, per fermarsi proprio accanto la cinta del sagrato. Holbesh richiamò l’attenzione del suo amico, indicando la piccola truppa di lavoranti che dai borghi vicini arrivavano di buon ora, per allestire bancarelle e portare mercanzie per il mercato.

«Vedi per caso qualcuno con un cellulare in mano?»

Sebastien accennò un no striminzito con la testa. Aveva in mente la sequenza ritrovata del suo numero nella rubrica del terminale di Holbesh e non aveva voglia di trovare ancora spiegazioni. Dopo aver subito quell’ennesimo shock si erano meccanicamente diretti fuori, per riprendere aria vera non filtrata dal sistema di condizionamento nel sottosuolo e assicurarsi che la loro idea di mondo coincidesse ancora con la realtà che avevano percepito sino a quel momento. In giro, nel borgo dove avevano vissuto per tutto quel tempo, sembrava che il tempo fosse stato portato indietro. Avevano tutti dimenticato cosa fosse uno smartphone, una connessione internet. Anche gli schermi del laboratorio erano temporalmente lontani da quell’epoca. Sebastien nel suo tentativo di capire aveva trascurato quelle tracce, le aveva considerate normalità, dimenticando che nel mondo estreno c’erano invece rari televisori a tubo catodico e telefoni in bachelite per lo più dislocati nei caffè e in pochissime case della borghesia.
Il cameriere più giovane fece segno che potevano accomodarsi sotto la tettoia. Ordinarono due caffè neri e qualcosa di dolce da mandare giù, poi prima che riuscisse a fare un passo verso l’interno del locale, Holbesh lo richiamò.

«Saresti così gentile da ricordarmi la data? Siamo un po’ assonnati quest’oggi io e il reverendo.»
«Certo! Cinque maggio, duemilaventi.»

Padre Martin ringraziò e sorrise. Holbesh rimase impassibile. Per cinque minuti buoni attesero così, guardandosi i polpastrelli delle mani adagiate sul tavolino di legno a doghe.

«Professore, il problema non è che questo non è il nostro duemilaventi. Il problema è che il nostro tempo sembra essere stato cancellato e invaso da questa strana replica di passato. E soprattutto che noi due non lo abbiamo mai notato sinora. Voglio dire, anche quando io mi barricavo in quel laboratorio la mia mente si rifiutava di vedere il controsenso. Che diavolo ci hanno fatto Holbesh?»
«Non è detto che siamo noi a non ricordare. Si ricorda qualcosa che è avvenuta nel proprio mondo. Ma questo potrebbe non essere il nostro mondo. Magari qui, in questo mondo dico, noi non siamo mai esistiti davvero. Siamo comparsi attraverso una porta tra due sistemi che si è aperta di colpo. Noi ci troviamo da questa parte ed è per questo che rimaniamo immuni dalla maledizione di questo borgo. Noi siamo di un’altra specie e il morbo non può attaccarci. Resta da capire il famoso governo che ci ha inviato qui inventando la favola della cura miracolosa da che parte stia.»
«E in che mondo sia il laboratorio. Potrebbe essere quella la porta che si è spalancata. E qualcuno ci ha dato le chiavi.»

Sebastien guardò il cameriere posare davanti a lui la tazza e la pasta ricoperta di zucchero impalpabile. Al centro del tavolo, sotto il portatovaglioli, aveva bloccato lo scontrino con il conto. Solo una parte della striscia di carta si poteva leggere con facilità, abbastanza però da far sussultare ancora Holbesh: sollevato il parallelepipedo di latta richiamò l’attenzione di Sebastien. Con un solo gesto del corpo si alzarono e scattarono verso il locale interno con il biglietto in mano. Dentro, dietro una vecchia cassa verde con i tasti grandi bianchi e neri, il signor de La Pucé leggeva il giornale e masticava la punta di un vecchio sigaro mezzo consumato.

«Cosa è questo disegno sullo scontrino?»

L’omone rivolse appena un’occhiata al quadrato e alla sua strana trama bianca e nera.

«Non ne ho idea proprio!»
«Come diavolo fate a non sapere cosa c’è stampato sui conti che portate ai tavoli.»
«Padre Martin, questo non è un mio conto. A dire il vero non abbiamo neanche il servizio ai tavoli.»
«Ma questo lo ha portato il cameriere con il caffè.»

Il de la Pucé girò lo sguardo verso il figlio bassino e tracagnotto che stava asciugando dei bicchieri dietro il bancone.

«Hai portato tu questo affare al tavolo?»

Il ragazzo lanciò un’occhiataccia per fare intendere che lui non ne sapeva niente.

«No, non lui, quello alto e giovane, con i capelli rasati di lato», urlò Sebastien.

Il titolare tolse il sigaro dalle labbra e lo poggiò vicino al giornale provando a dare un senso a quella scena.

«Reverendo non abbiamo nessun cameriere alto o giovane o con i capelli rasati. Siamo solo io e mio figlio qui, oltre a mia sorella e mia moglie che preparano lì dietro?»

Holbesh afferrò il giornale e scorse la pagina, poi con un ghigno nervoso la mise sotto il naso di Sebastien.

«Diciamo che è meglio per noi andare a dormire qualche ora, ci sono troppe porte aperte da queste parti. Non vorrei che troppi spifferi ci uccidano.»

La data sul giornale era di sessant’anni prima, coeva al clima che si respirava nel piccolo locale. Sullo scontrino in carta termica, sbiadito sui bordi, un QR code pareva invece giustificare la risposta del ragazzo svanito nel nulla.
In silenzio, percorsero il piccolo tratto sino alla porta della canonica e come se nulla fosse accaduto si salutarono con freddezza. Holbesh proseguì pensieroso per altri due isolati, ma con tutta evidenza quell’incubo privo di senso era destinato a tormentarlo ancora: un giovane, sull’uscio di una bottega lontana, lo salutò con la mano, prima di scomparire oltre la porta. Quasi di corsa Holbesh tornò indietro, verso la piazza e trafelato rientrò nel caffè del de la Pucé chiedendo di dare ancora una occhiata al giornale. Due minuti appena gli bastarono per tornare a bussare nervosamente alla porta della canonica, dalla quale preoccupata riemerse la faccia di Sebastien.

«Che altro è accaduto Holbesh? Non volete proprio farmi dormire oggi!»
«Pierre! Ho appena incontrato, Pierre!»

Padre Martin non riuscì ad aggiungere alcuna ulteriore espressione di stupore.

«E oggi non è il cinque Maggio, Sebastien. Siamo a Marzo.»
«Marzo», ripetè meccanicamente Padre Martin, «Marzo.»

Destino – 7

La sesta parte è QUI

Capita spesso, quando sei troppo concentrato sulla realtà per come credi sia, che un microscopico evento ti sposti di una frazione di grado l’angolo di visuale mutando di colpo il panorama. Per Holbesh forse fu il minuscolo riposizionarsi sulla poltrona, mentre Sebastien armeggiava sugli aggeggi illuminati dai led, un movimento minimo che dovette modificare la luce e i contorni della scena. Ciò che prima appariva simile a un quadro, una realtà bidimensionale semplice, ora diventava un corpo solido, in una prospettiva in fuga verso il fondo di quel grande padiglione. Una scenografia nuova per suggerire, finalmente, la sola domanda che in quel momento avesse davvero senso. Un risveglio anche troppo tardivo sintetizzato in un, «ma cos’è questo posto? Dove siamo?»
Sebastien non distolse l’attenzione dai tanti display che mostravano numeri e tracce grafiche.

«In laboratorio. Vi siete addormentato forse?»
«No, no. Questo lo so e sono ben sveglio. Ma cosa è davvero questo luogo?»

Si alzò in piedi, mentre lo strano finto prete provava a capire con la coda dell’occhio l’evoluzione del suo ragionare.

«Voglio dire, siamo scesi non so quanti metri sotto terra fino alla porta enorme di metallo. Abbiamo percorso in silenzio il corridoio con il tetto illuminato. Ho contato almeno venti porte chiuse. E questo ambiente enorme, le macchine, la luce diffusa. Cosa è tutto questo?»
«Il laboratorio, cosa pensate possa essere se non un laboratorio? Un cinema a luci rosse?»
«Sebastien, noi siamo in questo borgo maledetto da non più di due anni. E in due anni non ho visto uno, dico un singolo operaio in città. E voi siete arrivato anche dopo me e siete tutto il giorno in giro a rincorrere gonnelle.»
«Come voi se non sbaglio.»
«Già, come me padre Martin. E non credo che da soli avremmo potuto scavare un metro di questo…»

Con un ampio gesto indicò tutto intorno con lo sguardo spaesato che il risveglio improvviso gli aveva impresso in volto. Sebastien annotò qualcosa su un foglio. Poggiò la penna accanto a un becher pieno di un liquido giallastro e sedette sullo sgabello vicino scaricando il peso del busto sulle braccia adagiate sulle gambe.

«Potrei raccontarvi un sacco di storie Holbesh. Del fatto che questo centro infilato nella roccia ha la bellezza di dieci anni. Che prima del misfatto questo posto brulicava delle migliori menti della nazione e che io ero una di queste. Potrei dirvi che tre anni fa avevo abbandonato tutto questo per una donna e che questa donna mi ha svenduto a qualcuno per meno di venti denari, così, senza che io possa nemmeno ricordarne il motivo. Potrei dirvi che qui giù si cercava la ricetta dell’immortalità, che eravamo davvero a un passo. Riscrittura del genoma mio caro. Riprogrammazione controllato di ogni meccanismo biologico. Eravamo dei degli inferi, almeno fino a quando non mi sono risvegliato quasi senza memoria dentro la chiesa con questo abito addosso, mentre il laboratorio era definitivamente deserto.»
«Sebastien e come fate a sapere tutte queste cose se avevate perso la memoria? Pensate che abbia ancora voglia di credere alle vostre sciocchezze?»

L’uomo si alzò dallo sgabello e frugando in tasca fece tintinnare qualcosa di metallico: chiavi che sventolò sotto il naso di Holbesh.

«Avevo solo queste in tasca, non ricordavo neanche il mio nome, solo qualcosa di vago sul mio mestiere e che aveva a che fare con la biochimica. Null’altro.»

Con uno scatto si diresse alla porta sul grande corridoio, «seguitemi!»
Holbesh avrebbe forse voluto completare il discorso prima di uscir da quel laboratorio, ma comprese che il seguito stava proprio fuori da lì. In silenzio percorsero un altro tratto, sino a una porta apparentemente forzata.

«Solo di questa non avevo la chiave. Strano, perché le altre celano poco o nulla di utile.»

Holbesh osservava dubbioso.

«Sono tutte aperte, finito qui potete andare ancora in giro a piacimento e controllare da solo. Ho lanciato in corso un processo piuttosto lungo in laboratorio. Diciamo sei ore di analisi e successiva elaborazione. Di tempo ne abbiamo. Ma dopo questa stanza dubito che vorrete visitare altro.»

L’ambiente non era grande, quasi tutto occupato da un tavolo oblungo di un materiale plastico. Alle pareti una grande scaffalatura metallica reggeva il peso di un numero importante di faldoni. In un angolo due terminali sembravano spenti. Sul tavolo una quantità di fogli stampati e appunti sparsi in un disordine assoluto, oltre a due fascicoli voluminosi rilegati con una costola rigida nera a pressione. Sebastien ne prese uno in mano e lo porse a Holbesh.

«Ecco qua! Sembra che qualcuno abbia avuto cura di annotare la mia vita passata. Non è stato semplice ritrovare tutto quello che mancava nella mia memoria, ma con pazienza sono riuscito a ricostruire abbastanza.»

Holbesh prese il volume e lo scorse velocemente sempre meno convinto della narrazione che stava ascoltando da una buona mezz’ora.

«Sebastien, voi continuate a raccontare di questo e di quello, meno di cosa ci stiamo a fare in questo posto e cosa succede o succedeva qui dentro prima del nostro arrivo?»

L’uomo con i palmi poggiati al tavolo lo osservò per alcuni istanti, poi mantenendo lo sguardo fisso sul ghigno interrogativo di Holbesh, agguantò il volume rimasto sul tavolo rivolgendolo verso l’interlocutore.

«Facciamo così, date prima un’occhiata a questo. L’ho ultimato proprio ieri sera, mentre voi vi deliziavate con figlia e matrigna. Fate con calma e chissà che non sia giusto io a dover rivolgere a voi la domanda che mi fate giusto oggi.»

Holbesh prese in mano il nuovo documento e mutò espressione. Sul frontespizio in grassetto il suo nome insieme a un cognome ignoto, il tutto preceduto da un incomprensibile Prof.

«Chi diavolo sarebbe Holbesh Mondriant?»

Sebastien con un gesto della mano girò le prime due pagine, scoprendo le stampe a colori di ritagli di riviste, foto di giornali e testate web.

«Dovreste riconoscere la vostra faccia professore.»

Holbesh non provò neanche a ribattere, scorse ancora le pagine zeppe di notizie, foto, informazioni, articoli scientifici con quel nome, il suo nome.

«Che vuol dire? Io non sono questo tizio qua. Io…»
«Io cosa? Chi? Avete davvero ricordi del carcere? Dico ricordi veri? Non robe sbiadite dagli incontri amorosi con le belle signore del borgo. Se vi concentrate appena la risposta è no. Vi siete ritrovato di colpo con le idee confuse ad accettare la proposta di due tizi del governo e poco più. Vi appare così normale tutto ciò? Del faldone non ho avuto modo di leggere ancora molto, ma a occhio e croce questo centro scavato sottoterra lo portava avanti il professor Mondriant, cioè voi per la cronaca, e uno staff di decine di scienziati. E io ero uno di questi.»
«Ma non ricordo nulla io.»
«Neanche io se vi può consolare, neanche io. Ma tutto quello che c’è da sapere per un motivo strano si trova in questa stanza e dobbiamo metterci d’impegno a leggerlo.»

Holbesh guardò sconsolato la montagna di carta che li attorniava. Poi ricordandosi dei terminali chiese se non potessero essere d’aiuto.

«Ricordassimo la password forse sì, senza sono meno utili di un ferro da stiro usurato.»

Per un’altra mezz’ora rimasero in silenzio ognuno nei propri pensieri. Holbesh dal canto suo continuava a scorrere le pagine convinto ancora di star vivendo un incubo. Il suo nome compariva ovunque e tracciava una figura molto diversa da quella che aveva interpretato sino a due ore prima. A un tratto la sua attenzione si fermò su una foto, una immagine di montagna di lui che carezzava un levriere altezzoso. Una figura che sembrò riaffiorare nei meandri della sua memoria stordita.

«Wittgenstein!»

Come un ossesso osservava il foglio e ripeteva quel nome in maniera meccanica.

«Wittgenstein!»

Un condotto segreto doveva essersi spalancato, spezzoni di immagini pallide che iniziavano a sgorgare e a ricorrersi. E come spiritato, di scatto, si portò verso uno dei terminali, lo accese sotto gli occhi sbarrati di Sebastien e iniziò a battere ferocemente sui tasti. Ci volle qualche minuto, ma sul monitor apparve la bacheca con le icone sovrapposte alla stessa foto di lui in montagna insieme al cane.

«Wittgenstein!», sembrava l’unica parola che fosse in grado di proferire, in continuazione, ridendo e contorcendosi per una fatica strana, mentre Sebastien lo osservava impietrito dalla sua postazione. Holbesh batteva sui tasti e si muoveva tra le cartelle come un ossesso, ma così come aveva iniziato, allo stesso modo improvviso si fermo, basito davanti a una tabella di nomi e cifre. Sebastien si avvicinò solo allora, provando a capire la scena.

«Sebastien, guarda questi numeri e i nomi accanto. C’è anche il tuo.»

Si guardarono  spaventati e solo dopo alcuni secondi Holbesh potè riesumare dalla gola una domanda adeguata, «ma in che anno siamo Sebastien?»

Destino – 6

La quinta parte è QUI

Un mese, lungo e pensieroso per Holbesh e Sebastien. Un mese da quella sera maledetta, dalla corsa verso la piccola casa quasi fuori dal paese, inutile, per constatare che anche Pierre aveva seguito la strana sorte di tanti maschi del villaggio.Holbesh sulle rimostranze di Marie aveva negato la storia della cura, sostenendo che fosse tutta una follia d’amore del ragazzo. Pierre con evidenza non aveva mantenuto fede al giuramento di non parlare con nessuno della cura, forse per tranquillizzare Marie e convincerla a concedersi senza paura alcuna.

«Che cura volete che io possa avere, Marie? Mi sapete voi medico? Suvvia ragionate! Padre Martin, dite qualcosa anche voi!»

Sebastien aveva detto qualcosa tra i denti, ricordando che era chiaro come solo i visitatori esterni alla comunità erano immuni da quella strana sorte, che bisognava farsene una ragione, morigerare i costumi.
Un mese a chiedersi il motivo di quella morte, incrociandosi solo di rado per strada e avendo cura a non scambiar parola. Un mese con il paese sgomento, le locandiere in ambasce e la vedova Morel sempre più delusa dalla ridotta foga del bel forestiero. Non che gli incontri si fossero ridotti in numero, ma in qualità di certo. E non era colpa delle pratiche extra richieste dalla povera Genevieve, anch’ella stupita della poca baldanza e infastidita dalla presenza continua e ingombrante della figliastra, oramai scoperta nei suoi traffici, ma ahimè tremendamente triste. La bella locandiera aveva anche visto diradarsi il conforto della vedova d’Anton, più interessata alla perdizione eterna dentro la quale si era precipitato Sebastien, completamente in sua balìa da quella sera famosa.
Per fortuna che il caso volle interrompere quel rassegnato andazzo facendo scomparire improvvisamente i flaconi di compresse dall’alloggio di Holbesh. Accadde una sera al rientro da qualche baldoria sulle grazie abbondanti di Genevieve che gli venne di controllare. Un presentimento, visto che da tanto le aveva abbandonate, contando sulla loro inefficacia. Chi le aveva prese tra l’altro sapeva ben distinguere tra le vere compresse recapitate dai militari e il placebo da lui prodotto.
Quella notte, non provò neanche a prendere sonno. Aspettava, completamente vestito sul letto, guardando il soffitto e contando uno a uno i listelli di legno chiaro. Albeggiava quando un leggero grattare e due colpetti lo convinsero che l’attesa era finita.

«Holbesh!»

Con un leggero cigolio di cardini aprì il battente, scoprendo la faccia lugubre di Sebastien.

«Padre Martin vedo che anche per voi la notte è insonne. Posso fare qualcosa per consolarvi? Vi offrirei delle sane pillole governative, peccato che me le abbiano rubate tutte.»
«Zucchero Holbesh!»
«In che senso? Volete un energizzante? V’ha così tanto prosciugato la vostra simpatica vedova?»
«Non ho voglia di scherzare. Le ho prese io alcuni giorni fa le vostre pillole. Ed è da allora che faccio analisi giù in cantina. Ho un piccolo laboratorio sapete? In tempi normali sarei un microbiologo, anche bravo devo dire. Le pillole del governo sono zucchero e qualche additivo. Tutto qui, placebo.»

Holbesh sembrò quasi distendersi in volto. In fondo, seppur recondita, la colpa che sentiva dentro per la morte del povero Pierre si affacciava spesso di notte a tormentarlo. E a quanto pare le vere e le finte compresse ben poco avrebbero fatto per salvare la vita del giovane, sebbene sua rimaneva l’idea di condividere la cura con il ragazzo, incoraggiando le sue giuste pruderie.

«Fantastico Padre Martin, adesso bisogna capire solo perché noi siamo vivi e perché i vostri amici sbirri ci hanno rifilato caramelline per farci credere la fesseria della contaminazione ambientale.»
«E soprattutto che diavolo hanno fatto i miei amici sbirri, visto che sembrano anche loro introvabili.»
«Questo è già più grave giacché non abbiamo più idea di che fare con questa gente.»
«Dovremmo condurre qualche analisi noi, provare a capire da dove viene il morbo.»
«Non possiamo disseppellire i cadaveri Sebastien!»
«Non dico niente di tutto ciò, certo ci servirebbe un cadavere fresco.»
«Peccato che su di me non attacchi, altrimenti mi pregerei di farvi cavia.»
«Deve essere faticoso dover fare lo spiritoso a tutti i costi Holbesh. Vi userei con gioia quando fate così, ma abbiamo bisogno di altro.»
«Se iniziassimo a investigare sulle donne? Magari il morbo si trasmette tramite loro, potrebbe essere no? Iniziare da Marie che sappiamo essere stata letale da non troppo tempo.»
«Ho già pensato a lei e sono qua dopo aver completato le analisi su un po’ del suo sangue! Un piccolo incidente in canonica. Qualche giorno fa. Roba da niente! Provvidenziale direi.»
«E allora?»
«Niente! Non è che qui abbia strumentazioni sofisticate, ma a oggi nessuna stranezza.»
«Quindi un buco nell’acqua.»
«A meno che…»
«Cosa?»
«che non abbia sbagliato il fluido da analizzare.»
«Che intendete?»
«Che il morbo se esiste potrebbe annidarsi…»
«e trasmettersi durante gli amplessi!»
«Esatto! Servirebbe l’urina o altri liquidi vaginali, saliva, ecco.»
«Non guardate me che non saprei proprio come fare.»
«Figuratevi io che per la gente sono un prete!»
«Siamo al punto di partenza Sebastien.»
«Certo un cadavere sarebbe l’ideale. Anche se non è così detto che Marie…»
«Marie cosa?»
«Che Marie sia così impossibile da avvicinare ecco!»
«Che volete dire?»
«Ieri sera sono stato a trovare Genevieve che si dice preoccupata per la figliastra.»
«Volete che sia lei il vostro contatto? Potrebbe essere pericoloso. Senza la copertura del governo siamo soli qui e una notizia incauta potrebbe alimentare una rivolta.»
«Parlate voi che con la faccenda di Pierre stavate percorrendo giusto questa strada. Comunque no, non proprio.»
«E allora?»
«Diciamo che se nei vostri convegni si unisse anche Marie, non dovrebbe essere disagevole per voi…»
«Marie? Mio dio ma come vi vengono in mente simili sciocchezze? Come dovrei fare per convincerla poi, e proprio io?»
«No, a quello ho già pensato io. Vedete le donne di questo villaggio da secoli hanno una prerogativa, diceria forse, sebbene abbia toccato con mano che non sembri così tanto infondata. Ed è altrettanto vero che su questo tema ascoltano in qualche modo il clero. Ecco, datemi tempo e proverò a lavorar su questo. Nel frattempo mio caro amico provate a riposare. Dovete avere forze sufficienti in corpo se vogliamo venir a capo di questo arcano.»

E detto questo lo abbandonò ai suoi pensieri mentre il sole illuminava la valle oltre il fiume.
Trascorse una settimana senza nuove per Holbesh, ma alla sera del decimo giorno, carico di provette, tamponi e piccoli contenitori si trovò a percorrere dietro Padre Martin la navata destra di Santa Marta verso una porticina che, aperta, rivelava un corridoio lungo e discendente. Iniziava inestato nella muratura bruna della costruzione per diventare uno scavo nella roccia curvando varie volte a mano a mano che la quota scendeva e l’aria diveniva umida e asfissiante. Proseguirono in silenzio e concentrati per quasi dieci minuti, fino a una porta di fattura moderna, chiara, in metallo verniciato. Sebastien, armeggiò un poco con un affare che doveva azionare una serratura. Appariva impacciato, ma alla fine con uno scatto sordo il battente venne liberato mostrando la vera collocazione del laboratorio. Un lungo corridoio rivestito di lastre di materiale chiarissimo si rivelò davanti a loro. Luce fredda veniva diffusa da tubi continui sui lati alti delle pareti dove, con regolarità, porte di vetro smerigliato azzurre suggerivano altrettanti ambienti a destra e sinistra.
Sebastien entrò deciso nel terzo a destra, un lungo stanzone, con un unico bancone al centro, pieno di macchinari e microscopi, connessi alle prese nascoste alla base della struttura in metallo. Con un gesto della mano chiese la consegna del materiale portato da Holbesh che, con ordine, dispose sul bancone, trascrivendone il contenuto su un foglio di carta giallina.
«Di sicuro non vi sarete annoiato questa sera dalle locandiere, considerando quanti e quali umori di donna di avete procurato», disse con un ghigno sarcastico.
«Bene, adesso sedetevi pure comodo, mio caro Holbesh. Non sarà una notte breve per noi» e nel far questo gli indicò due poltrone color panna in fondo allo stanzone, vicine a un basso frigorifero nero.
Holbesh sprofondò dentro una di queste, stanco, mentre Sebastien, con una inusuale agilità operava sulle strumentazioni premendo sui tasti colorati comandi solo a lui noti.
 

Destino – 5

La quarta parte è QUI

Nonostante le tante frenesie d’amore della giornata, Holbesh non riusciva a prendere sonno. Supino, mani dietro la nuca, osservava il tetto azzurrino della sua camera al Catalano al solo chiarore della luna piena che riempiva il mondo oltre la finestra spalancata. Nel breve corridoio di accesso all’ambiente un lievissimo fruscio e un muoversi d’ombra avrebbe dovuto inquietarlo, ma la sua anima era indurita, e per nulla inatteso sembrò il muoversi della nera figura di padre Martin sino al suo giaciglio. Immobile serrò gli occhi aspettando che prendesse posto sulla seggiola di lato alla sponda.

– Se siete venuto a confessarmi padre l’ora è tarda?

Sebastien ebbe un impercettibile sussulto. Solo un attimo per tradire un residuo di sorpresa.

– Pensavo riposaste.
– Difficile quando si hanno cattivi pensieri! Ma lo sapete bene voi, giusto?
– Già.
– Notizie dai nostri amici sbirri?
– Ricordate che lo sono anch’io Holbesh e se il governo non vi avesse dato questa possibilità…
– La conosco la storiellina Martin. Notizie?
– Nulla. Vi siete già stancato delle vostre donne? Sembravate contento fino a ieri sera.
– Quanto voi della vostra bella vedova.
– Touché.
– …
– Pare che la cura però funzioni. Quanti mesi è che siamo in questo posto maledetto?
– Stronzate. La cura non serve a niente.
– Mi pare che siamo vivi e vegeti.

Holbesh sollevò il busto e ruotando il corpo si mise seduto accanto al finto prete. Per un attimo osservò i piedi poggiati sul pavimento di legno come se cercasse nella loro forma un qualche motivo di riflessione. Poi allungò la mano verso la borsa che teneva poggiata accanto al comodino. Scavò un po’ e ne estrasse un flacone trasparente di vetro con una etichetta gialla, che lancio alla sagoma seduta di fianco.
Martin lo afferrò al volo osservando con un qualche interesse le compresse in trasparenza, soprattutto in funzione del fatto che il tappo era ancora perfettamente sigillato. In altri momenti avrebbe provato a indagare, a far finta di non capire, ma quella era una notte strana e inadatta alle tattiche.

– Da quando Holbesh?
– Tre mesi.
– Pensavo di essere il solo. Ora bisogna comunicare subito…
– Cosa? Che volevamo entrambi toglierci la vita e invece scopiamo da mesi in questo buco di posto e non accade nulla di grave?
– Che ne sapete voi di cosa volevo fare io? Magari la cura opera una immunizzazione…
– Siamo troppo simili Sebastien, solo imprigionati in sponde opposte dello stesso torrente in piena. Dubito molto che si tratti della protezione dovuta alla cura e comunque non siamo più due in questo paese, ma tre.
– Tre?
– Già, tre con Pierre.
– Pierre? Ma ho confessato proprio ieri Marie.

Holbesh tornò supino con un unico movimento, sorrise tra i denti per l’ultima frase ingenua di Martin.

– Credete davvero che si dica tutto al confessore? Pensavo foste più smaliziato padre Martin. Forse che voi al vostro benamato vescovo raccontate delle sortite in sagrestia della vostra bella vedova d’Anton?
– Non sarebbe proprio il caso e vi ricordo che comunque non sono un sacerdote!
– E Marie non è una verginella. Le ultime pasticche le ho date a lui, spiegandogli di non dire nulla in giro se teneva alla sua bella.
– Tanto bene non deve volergli Marie. Senza la cura avrebbe già pianto il ragazzo da un pezzo. Spero che quanto meno lei non sospetti nulla.
– L’ho dovuta informare invece e comunque anche per Pierre adesso è solo zucchero.
– Cosa?

Holbesh tornò seduto sulla sponda, gli occhi spalancati come in preda a isteria o droghe.

– Ho fatto un piccolo esperimento. Per un mese ho dato a Pierre il farmaco degli amici vostri e per un mese zucchero.
– Placebo.
– Esatto.
– Holbesh cosa volete dirmi che il pericolo è passato?
– E i fratelli Lefèvre?
– Già!

Padre Martin si alzò di scatto e nervoso si portò alla finestra. La luna dava il meglio di sé e la vallata brillava iridescente e tranquilla. Sembrava che nulla potesse turbare quel minuscolo angolo di mondo, eppure da anni morte e dolore vi albergavano disgregando i sentimenti e le vite di donne e uomini di quella piccola comunità.

– Sebastien, qualcosa che non va in questa strana storia c’è e non credo che i nostri amici del governo vogliano aiutarci. Avete idea di cosa sostengono avere inquinato la falda almeno?
– Dicono un agente patogeno in studio presso la base di…
– Dicono, dicono, dicono un sacco di balle Sebastien. Come quella delle radiazioni e della tempesta solare. La verità è che siamo solo cavie senza via di fuga.

Padre Martin si girò nuovamente verso l’uomo seduto sul letto, ma non ebbe il tempo di controbattere nulla perché un sordo tamburellare alla porta attirò la loro attenzione. Un sussurrare attutito dietro il battente rivelava l’impaziente presenza di Marie.
Padre Martin con uno scatto si rinchiuse dentro il bagno, lasciando un solo spiraglio per ascoltare il dialogo. Holbesh liberò la serratura e accolse la faccia stralunata della ragazza.

– Pierre. Sta male. È un’ora che si è accasciato in un angolo e sente la vista affievolirsi. Mi ha fatto chiamare dalla madre. Sembra grave.

Marie non riusciva a trattenere le lacrime e avrebbe di sicuro preteso una spiegazione. Holbesh con la coda dell’occhio guardò attraverso lo spiraglio il trasalire di Padre Martin. E pure loro ne avrebbero avuto bisogno in quel preciso momento, anche solo per capire se nel loro futuro c’era una vita o una morte, una liberazione o una fuga. Meccanicamente Holbesh prese la giacca e seguì la giovane. Padre Martin attese alcuni minuti, poi si tirò fuori dal suo nascondiglio e, in silenzio, si dileguò nel buio della notte ormai alla fine.

Destino – 4

La terza parte è QUI

Il piccolo andito dava su un ambiente esterno circondato da una breve teoria di colonnine. Il relitto di un chiostro con molta probabilit. Una piccola edicola votiva, incastonata in una nicchia nella muratura, regalava un po’ di luce alla scena, brillando di lumini tremolanti. Una porta secondaria appena accostata trafilava un debole chiarore e con una certa difficoltà si faceva notare nella quasi oscurità della rientranza per un occhio ancora non adattato. Entrando, la navata buia di Santa Marta era completamente vuota e silenziosa, per nulla accogliente bensì lugubre visione delle ossa fossili del grande reliquiario. Qua e là candele quasi terminate proiettavano ombre sulle tele alle pareti. Una sagoma appena percepibile stava seduta su uno dei banchi in attesa.
La donna diede un paio di occhiate in giro, poi puntò decisa verso l’ingresso della sagrestia, non curandosi, o forse non avvedendosi, che la sagoma si fosse alzata per seguire i suoi passi poco dietro. Tutto avveniva nel silenzio più assoluto, come se entrambi i fantasmi indossassero pantofole di spugna. Ogni tanto solo un leggero fruscio d’abiti rivelava la presenza di esseri animati. Giunta nella sagrestia la vedova d’Anton si accomodò su uno degli scanni di legno sulla parete, in silenzio. Pochi istanti e anche la sagoma varcò la soglia illuminandosi e rivelando le sembianze di un uomo di mezza età in clergyman.
Si conoscevano i due, ma non accennarono a un segno di saluto. Per alcuni minuti confabularono animatamente, lei seduta, lui in piedi. Mantenevano comunque il tono della voce bassa, forse con la paura che a quell’ora i muri potessero essere troppo sottili per mantenere il segreto di quell’incontro. Poi la vedova d’Anton si alzò e fece come per tirarlo a sé di prepotenza. Una, due volte. Alla terza perse anche l’equilibrio cadendo all’indietro nuovamente seduta sullo scanno. Padre Martin, ché il suo volto avevano infine rivelato le fioche luci del luogo, le prese allora le mani come a volerla quietare.

– Ivonne, mia cara, sapete che io non posso comportarmi come ogni altro uomo del paese.
– Ma quella sera lontana…
– E proprio quella sera dobbiamo dimenticare, per non farci ancora del male.
– Ma allora perché ogni notte m’aspettate.
– Perché è davvero difficile dimenticare.

Ivonne Mercure, vedova d’Anton, piegò le labbra in un sorriso quasi beffardo poi, con lentezza studiata, iniziò a sollevare il lembo della gonna, spalancando maliziosamente le gambe.

– Potresti far di meglio che passare le notti a ricordare, magari anche considerando che quell’abito che porti è solo un travestimento, anche mal riuscito.

Sebastien Martin, agente del governo inviato in quel posto dimenticato dal mondo, osservò per l’ennesima volta la donna rimaner nuda dinnanzi ai suoi occhi. E per la seconda volta in sei mesi non ebbe la forza di rifiutarla. Scricchiolarono e gemettero gli scanni di legno, a dimostrazione di quanto Ivonne non fosse paga dei suoi incontri serali. E alla fine entrambi, abbracciati sul tappeto verde smeraldo, stremati e forse felici guardavano le travature di legno riflettendo su qualcosa di simile al futuro.

– Quando finirà questa quarantena Sebastien?
– Inizio a essere sfiduciato Ivonne. Ogni dispaccio che invio ha sempre la stessa risposta: stiamo indagando sul caso, presto avrete nostre notizie. Sono stanco di recitare questa parte del santone idiota che abborrisce il sesso e che blatera della maledizione. Siamo stati per mesi la favoletta della nazione, ma adesso anche i giornali hanno iniziato a dimenticarsi di noi.

L’uomo si girò su un fianco poggiandosi su un gomito.

– Hai idea da quanto non si veda più in giro un giornalista o un commentatore?

La vedova d’Anton chiuse un attimo gli occhi, non per appisolarsi, ma per provare a ricordare gli ultimi avvenimenti. Le prime morti erano passate quasi inosservate: cosa poteva esserci di strano in due signori di mezza età che passavano a miglior vita senza alcun motivo apparente? L’esistenza è strana e il destino ha le sue regole crudeli. Ma i casi aumentavano e il numero di vedove di fresche o antiche nozze divenne troppo strano per nascondersi dietro una presunta normalità. Il fatto produsse una macabra storiella estiva per le testate scandalistiche della nazione, il goloso racconto del paese delle vedove. È così arrivarono in paese anche strani figuri e padre Martin. L’intera popolazione maschile e poi femminile fu passata ai raggi X, raccontando in giro che quelli erano solo normali controlli che il governo stava operando un po’ ovunque per assicurare la salute pubblica. Padre Martin iniziò invece i suoi sermoni su un non ben identificato castigo divino, a causa della lussuria che aveva impestato quel borgo. Ogni settimana si svolgevano processioni e pubbliche manifestazioni di preghiera per impetrare grazia e benedizione. Eppure la moria dei mariti continuava implacabile sino ad azzerare tutte le coppie del paese, comprese quelle da mesi in rigorosa astinenza e le pochissime temerarie che irridendo la sorte provavano a ignorare il monito del sacerdote. Sull’argomento lussuria padre Martin non aveva troppi torti, visto che le donne del luogo, da secoli, avevano l’aura di grandi e insaziabili amanti, nomea guadagnata di diritto nelle alcove con sudore a applicazione. Di madre in figlia l’arte amatoria si era radicata nel codice genetico della piccola comunità e la moria dei maschi dopo il primo periodo di dolore sincero, minò seriamente la salute psichica delle povere vedove. Bisogna dire che anche i maschi celibi per timore della vita avevano, sebbene di malavoglia, applicato una ferrea astinenza sessuale. Fu così che alcune donne iniziarono a cercar refrigerio dei loro pruriti in maniera autonoma, aiutandosi vicendevolmente anche con strumenti e surrogati. A dire il vero, dopo un primo momento di paura di incappare nella maledizione e lasciarci le penne, giacché sempre di lussuria trattavasi, lo stesso padre Martin dovette giustificare l’accadimento in forma coerente con la presunta maledizione. Quelle pratiche erano, diciamo così, innocue proprio per evidenziare il degrado morale al quale anche le donne erano state condannate: accoppiarsi innaturalmente tra loro. Spiegazione dapprima poco gradita, ma in breve tempo piuttosto apprezzata dal popolo femminile, al quale, dopo vari tentennamenti, si aggiunse l’altra metà della popolazione maschile in vita, con limitato ma stabile sollievo
Tutto filò apparentemente liscio per mesi, sino a che in paese non capitò l’anomalia Holbesh. L’essere umano è infatti debole e nei confronti dello straniero purtroppo crudele. Specie con l’estraneo che fulminato dalla vedova Morel e ignaro del segreto del luogo, tanto fece e tanto disse da indurre la donna a cedere alle sue richieste, conscia lei di condannare a morte l’uomo che in fin dei conti l’amava, ma che almeno allora era solo una strumento utile alle sue mai sopite voglie. Dopo il primo incontro la giovane vedova tornò a casa appagata ma con il senso di colpa per la sorte imminente di Holbesh. E così per il secondo, per il terzo e per il quarto. Già dal quinto alcuni dubbi iniziarono a sorgerle e dopo due mesi di gustosa frequentazione assidua si decise a far visita a padre Martin per chiedere come mai Holbesh, nonostante avesse dato fondo con lei a ogni genere di pratica lussuriosa, fosse vivo, vispo e vegeto.

– Già perché Holbesh non è ancora morto?

La vedova d’Anton spalancò gli occhi e si rese conto che stava per albeggiare. Ovviamente neanche il suo Sebastien era in pericolo di vita; nonostante le sue ritrosie sia lui che Holbesh potevano dormire sonni molto più che tranquilli.

Destino – 3

La seconda parte è QUI

Pierre, terminato il turno al banco frutta dell’emporio Carver, sgattaiolò provando a nettar le mani con uno straccio. Alla fontana della piazza completò l’opera, sciacquando anche la faccia impregnata di sonno. Dalle cinque del mattino sveglio e in moto per le faccende del mercato, adesso si trovava poca energia in corpo da spendere con la bella Marie. Ma si sa, tolti i vestiti di dosso e davanti alle grazie esposte della giovane amante, la gioventù avrebbe compensato qualunque fatica pregressa. Passando dinnanzi la chiesa ebbe un brivido: la statistica, seppur inclemente, non lo induceva a prendere sul serio le conseguenze, sebbene si rendesse conto di quanto fosse oltre che temerario stupido. La stessa Marie più volte l’aveva redarguito: solo sesso tra di loro, come per tante donne in paese. Solo quello, tutto il resto ahi loro doveva essere mantenuto lontano. E perfino segreto vista la perfidia della matrigna. 
Holbesh, nello stesso istante, vedeva su di sé volteggiar le due donne, che anche tra loro ogni tanto indulgevano in pratiche che rincuoravano il suo occhio oltre a lasciar un po’ riposare il suo povero dimenar d’uomo. Eppure tra un orgasmo e l’altro, in mente ben chiaro tornava il volto sereno della vedova Morel. Era un pensiero fisso e dolce che per fortuna ben l’aiutava a recuperar foga in quella spossante danza a tre.
Due isolati a fianco, più tardi, Marie con un lenzuolo a velarla appena, seduta sulla sponda del letto, protestava il suo disappunto.

– Perché Pierre ti ostini in questi discorsi? Perché? Non hai sentito in chiesa padre Martin redarguir noi tutte sull’accampar pretese per chicchessia uomo del paese o forestiero?
– Ma padre Martin potrebbe sbagliarsi, potrebbe esser solo un caso e non una…
– Caso? E mio padre e Morel. E il signor Chassisse, Veron, Peregrine. D’Anton!
– Ma rifletti, tua madre allora?
– Allora cosa? Cosa? Stai parlando di prima della guerra?
– E che cosa avrebbe dovuto causar di così astruso la guerra?
– Non è cosa che una locandiera o un garzone di bottega possono capire. Ma tant’è se vogliamo ancora stare insieme dobbiamo fare come tutte le mie amiche e parenti.

E dicendo questo fece scivolare maliziosamente il lenzuolo rivelandosi nuovamente a lui completamente nuda. Pierre dovette pensare che la vita ci regala istanti da cogliere e che per quei discorsi sicuramente c’era tempo. Così, anche lui pronto all’amore, si rituffò in tutto quel ben di dio che attendeva solo d’essere preso e ridotto ancora a corpo stremato e ansimante.
Da poche ore, mesta e preoccupata, la vedova Morel era rientrata e seduta sul piccolo patio davanti casa, rifletteva sugli stessi argomenti che torturavan l’anima di Pierre. Lei, da brava fedele osservante, credeva alle parole di padre Martin; eppure ripensando agli struggimenti di Holbesh, ai loro stupidi altalenanti incontri, si faceva assalire da dubbi e speranze. Certo ripensava al marito, spentosi improvvisamente in un bel giorno di primavera proprio mentre rientravano da una delle prediche più accorate del sacerdote. Ancora sentiva dentro di sé quel sentimento di colpa misto a rabbia. Quello era un destino per lei e per le tante rimaste a rifletter troppo sui fatti, guidate dalla ragione più che dal cuore, che s’eran opposte alla realtà, perdendo cari affetti e tranquillità. 
Già, anche lei doveva farsene una ragione, come Marie e le altre sue conterranee, accettando la sua condizione per accontentarsi delle gioie del sesso. E in mente sua, pensando adesso alla giornata appena trascorsa con Holbesh, già l’accontentarsi sembrò ben riduttivo.
A tarda notte Holbesh e Pierre, piuttosto acciaccati si incrociarono sulla piazzetta del santuario e con uno sguardo inequivocabile si confessarono tante cose. Rimasero un attimo come a voler condividere i loro pesanti fardelli. L’amore signori, l’amore che li distruggeva piano piano, giorno dopo giorno, insensatamente devoti a quello che per loro era solo un infausto destino.
Poi, così come erano apparsi nella oscurità della piazza, sparirono per strade opposte a guadagnar finalmente un letto, dove semplicemente riposare nelle poche ore ancora disponibili alla notte.
La vedova Morel, infreddolita e triste, rientrò anche lei per prender meglio sonno. Marie e la matrigna, guardandosi vicendevolmente dalle finestre buie, speravano che anche quella volta nessuna di loro avesse avuto consapevolezza dei maneggi amorosi dell’altra.
La vedova D’Anton, rientrando verso casa, fece improvvisamente una svolta a destra, infilandosi dritta dritta dentro una palazzina buia ma ad occhio e croce ancora insonne. A quanto pare per lei la notte sarebbe stata lunga e per nulla tranquilla.

Destino – 2

La prima parte è Qui

La carcassa verde della corriera sparì per un po’ oltre la curva tra i pini. Holbesh, poggiato alla balaustra sul ponte, la osservò ancora per un attimo transitare davanti alla cappella del Redentore e poi perse il suo sguardo sui vigneti nella vallata ormai buia.

– Pessima sera Holbesh per prendere decisioni.
– Dite mademoiselle?

La giovane Marie lo osservò con il suo solito sguardo malizioso.

– Siete in pena per la pessima annata delle vigne o per qualche bella vedova che conosco?
– Sono in pena perché stasera non ho dove andare a dormire. Ho perso la corriera come vedete.
– O bella! Ma se siete qui sul ponte da un’ora buona. Dite che l’avete voluta perdere almeno.
– Voluto o no, adesso devo cercar qualcuno di buon cuore…
– Se pensate di tornar nella famosa stanzetta senza saldare per questa mattina potete rimaner qui tutta la notte. A meno che…
– Marie voi siete troppo giovane, vi prego. Io…

La ragazza strinse un po’ le spalle e fece per girar e andar via.

– Io dico non potete approfittare di un povero diavolo indeciso tra una morte onorevole da un ponte e l’azzardo della vedova Morel. Abbiate almeno la creanza di…

La bella Marie sembrò ben poco interessata all’argomentare dell’uomo e quando ebbe già guadagnata la fine del ponte Holbesh si arrese a dover distrarre ancora una volta l’insopportabile matrigna, mentre la ragazza si concedeva alle attenzione dell’altrettanto giovane Pierre. Così con due falcate decise la raggiunse, pregandola di recare un messaggio galante da parte sua a madame de L’ail. Risero entrambi, Holbesh a dir il vero con una artefatta mestizia, per quel nomignolo poco rispettoso ma ahimè esaustivo delle abitudini della locandiera del Catalano.
Genevieve era giunta in paese in una sera d’inverno molto mesta per Morice, il padre della bella Marie. Era giusto la sera che l’aveva reso vedovo e con una ragazzina ribelle da consolare e tener cheta. Genevieve già allora non passava inosservata a causa delle sue straripanti grazie e soprattutto per l’innata incapacità a mantener addosso i vestiti in presenza di uomini e donne diciamo così benestanti. Adesso non vi avventurate in facili moralismi, perché fu la guerra e il governar flaccido del ministro Defous a privare la giovane Genevieve della famiglia e della verginità, lasciandola povera e sola, ma con una grande certezza. Uomini e donne vogliono possedere più che amare e visto che la proprietà si paga per questo sono ben disposti a diventar stupide scimmie ammaestrate. Il povero Morice pagò e anche caro accettando in casa le attenzioni e i tradimenti della maliarda, più volte avvistata con affaticati spasimanti sotto le lenzuola.
Il suo debito lo estinse con un bel funerale in una mattina di primavera, tra le lacrime della povera Marie e lo sprimacciare allegro dei cuscini della pensione, da quel giorno proprietà esclusiva della molto consolabile vedova Dalembert. Ma le donne si sa, sono più diaboliche di Bel Zebù e dopo alcune settimane, ogni notte, rumori improvvisi e ombre iniziarono a popolare la stanza da letto di Genevieve, sapientemente orchestrati dalla scaltra Marie e dal suo giovane spasimante Pierre. E questo sarebbe già stato un innocente scherzo se qualcuno, evidentemente ben addestrato dalla figliastra, non avesse consigliato ampio uso di aglio per tenere lontani spiriti maligni e vampiri notturni. Di settimana in settimana la credulità della povera vedova la portò a divenir la madame de L’Ail che l’intero borgo scansava oramai anche per strada a causa dei nauseabondi effluvi. Non potendo diseredarla a norma di legge, Marie la convinse almeno ad affidare a lei la locanda evitando per loro due un triste tracollo e a ritirarsi in due stanzette in fondo all’atrio. Genevieve da maliarda esperta di letti divenne acida e puritana, iniziando a vessare la povera Marie rea di voler di tanto in tanto concedere la propria grazia di Dio al fortunato Pierre.
La situazione iniziò a diventar pesante e disperata, finché in paese non transitò quel buon a nulla di Holbesh. Povero essere che per un motivo o un altro trovava sempre il modo di farsi incastrare da Marie. Lui rendeva per una notte felice la madame de l’Ail, evitando il controllo feroce della figliastra e Marie riservava per lui la stanzetta famosa per le tante avventure amorose dello strano vagabondo.
A dire il vero Holbesh avrebbe dovuto non omettere un trascurabile particolare: a causa infatti di un forte trauma da ragazzo era purtroppo affetto da una rara forma di disosmia. Il sacrificio per lui sarebbe quindi risultato davvero piacevole se non fosse già provato dalle golose attenzioni mattutine della vedova Morel e soprattutto se alla porta della sfortunata Genevieve non avesse fatto capolino la simpatica vedova D’Anton nel suo delizioso costume evitico apposta diciamo così  indossato per dilettare la sua perversa amica.