L’uomo dei logaritmi.

C’era questo tizio, uno smilzo e lento nei movimenti che sembrava avesse paura di spostare troppo l’aria intorno a sé. Sulla trentina passata, un bel ragazzo direi. Entrava in negozio intorno alle diciotto; non sempre, diciamo una, due volte al mese. Entrava, salutava con un cenno del capo minuscolo e si metteva a esplorare gli scaffali in cerca di chissà cosa. Sembrava interessato a tutto, ma spesso si fermava a rimirare i manualetti di roba tecnica, libriccini della Hoepli con le copertine rovinate rosella o verdine. Parlava poco, solo una volta che ero proprio accanto a quello scaffale mi chiese se poteva prendere un libro, per vederlo. Dissi certo, si figuri. Erano delle tavole dei logaritmi, uno di quegli articoli che dovevi stare anni per trovare qualcuno interessato. Volumetti che li apri e dentro ci sono colonne su colonne di numeri, pagine e pagine sottili come veline, gialle di tempo, che sfogli di fatto ignorandone l’uso.
«Guardi!» – disse aprendo con cautela.
«Cosa?»
«I numeri.»
«E già, chissà a che servivano?»
«Io lo so!» – disse carezzando una pagina – «servivano a prevedere il futuro!»
«Il futuro?»
Sorrise, forse per la prima volta da quando lo vedevo in giro in libreria – «se ci si vuol far fregare si crede ai tarocchi, altrimenti il futuro si calcola. Si fanno ipotesi, si individuano le direzioni, le traiettorie. Il futuro è balistico, come i colpi di pistola.»
Girò pagina – «quando non c’erano tutti questi affari elettrici noi usavamo questi.»
«Noi? È un mago lei?» – dissi provando a scherzare un po’.
Fece una smorfia divertita – «no, tutto il contrario, credo solo nella matematica.»
«Un ingegnere?»
«Un geometra» – rispose chiudendo il libro – «solo un vecchio geometra d’altri tempi.»
Quella frase mi lasciò addosso un piccolo disagio, come se l’avere insistito a chieder del suo lavoro fosse stata una piccola violenza in quel microcosmo umano.
«Quanto costa?»
«Il libro?»
«Certo, il libro.»
«C’è dentro il prezzo» – dissi prendendo dalle sue mani il volume – «ecco, sarebbe dieci, ma visto che lei è cliente posso farle otto.» In verità era quello il suo primo acquisto, ma a forza di vederlo in giro tra gli scaffali pensai che alla fine fosse un buon cliente davvero.
Da quel giorno il tipo ha abbandonato le sue visite. Non saprei adesso dire quanto tempo sia trascorso. All’inizio ne ho notato l’assenza, poi invece il ricordo si è stemperato nello scorrere normale dell’attività. E così si sarebbe spento nell’oblio se proprio ieri, esattamente alle diciotto, non fosse riapparso. Rispetto al passato il suo aspetto era arruffato di chi è insonne da giorni e anche i movimenti erano scatti metallici nervosi. In mano aveva il libro dei logaritmi decisamente scompaginato e infarcito di fogli e foglietti scribacchiati a mano con una grafia caotica e rotonda. Ai libri esposti non ha dedicato uno sguardo, muovendosi deciso verso il tavolo scuro della cassa. Ho osservato per un po’ il suo tamburellare impaziente sul piano, non riconoscendo in lui la vecchia flemma che tanto avevo apprezzato e a dir il vero dubitando in fondo della sua stessa identità. Avevo però un cliente, anche importante, che per oltre dieci minuti mi ha trattenuto dall’avvicinarmi. Ha atteso quindi.
«Salve, quanto tempo!»
«Ho dovuto lavorare tanto su questa roba» – ha detto senza neanche guardare, scartabellando i fogli in cerca di uno in particolare, fitto fitto di numeri, segni e frecce. E lettere che si concatenavano in uno scritto finale nella sua grafia caratteristica.
«Alpino» – alla fine ha detto leggendo dal foglio – «Prospero Alpino, dovreste avere un libro del ’35. 1735.» Ha indicato poi il terminale, come a suggerirmi di cercare sul database. Ma a dir la verità non c’era alcun bisogno di cercare, il De praesagenda vita et morte aegrotantium era il primo libro davvero antico che era entrato in mio possesso. Lo avevo preso dalla casa di una vecchia signora che voleva liberarsi della biblioteca del defunto marito. Lo ricordo perché mi disse che, seppur antico, non voleva alcun compenso giacché ne sarebbe passato di tempo prima che qualcuno me lo avesse richiesto. Bisognava avere pazienza, disse, e sapere che quello era in fondo un dono, un portafortuna.
Meccanicamente ho preso la scala, collocandola sotto la libreria grande dietro il tavolo. Tre gradini e proprio lì sulla destra la copertina abbrunata dal tempo, il libro che depositai subito dopo sotto gli occhi spiritati dell’uomo. Sulla prima pagina interna ricordavo esserci un’annotazione, una dedica forse, la cui lettura ha illuminato e rasserenato il volto dell’uomo.
«Quanto costa il libro?»
«Settecento» – ho detto d’un fiato. In realtà, per qualche strano motivo, avevo sempre rifiutato di farne una qualsiasi valutazione e di conseguenza non avevo mai deciso un prezzo reale.
«Già, settecento.»
Quattordici banconote da cinquanta euro, una sull’altra, dopo poco erano allineate accanto al libro.
«Posso avere un penna?»
Mentre incassavo un po’ perplesso la cifra l’ho visto appuntare sulla pagina interna del libro qualcosa, sperimentando comunque una certa indignazione data l’età del volume.
Stavo così per incartare il libro, quando l’uomo mi ha fermato.
«Lo riponga in libreria adesso.»
«Ma è suo ora.»
«Non è mio, è un regalo. Qualcuno, una donna, verrà a reclamarlo prima o poi. Si fidi, la matematica non sbaglia mai.»
«Mai» – risuonò nella libreria ormai vuota, mentre la porta si richiudeva alle sue spalle e io imbambolato osservavo il volume sul tavolo.
Oggi, dopo aver tirato su la saracinesca, ho visto che sul tavolo c’erano ancora i fogli sparsi e le tavole dei logaritmi. Ho pensato che glieli ridarò quando tornerà a curiosare tra gli scaffali, se tornerà mai s’intende. Ho pensato che non avrei dovuto vendere il libro e soprattutto incassare quella cifra. Non era in fondo un portafortuna che la vecchia signora mi aveva donato?
Il libro comunque è nuovamente al suo posto. Attende.
Prima di riporlo l’ho aperto sulla prima pagina. La vecchia annotazione era come ricordavo una dedica:
“A donna Francesca Miraglia, in attesa del tempo per rivedervi. 4 Luglio 1835. Girolamo Fracastoro.”
E sotto con grafia pressoché uguale l’annotazione dell’uomo.
“Via S. Grassi 28 p.2. G.F. 8 dicembre 2018.”
Alle 18 in punto la porta del negozio ha emesso un cigolio alle mie spalle mentre sistemavo alcuni volumi. La signora appena entrata aveva dei bellissimi occhi scuri che dovevo aver incrociato già, ma non ricordavo proprio dove. Ha salutato con garbo e tirato fuori dalla borsa un busta molto antica, a giudicare dal colorito della carta.
«Magari le sembrerà assurdo, ecco, ma cinque anni fa mia mamma mi diede questa ricevuta. Da parte di mia nonna materna, buonanima, per ritirare un libro oggi.»
Ho preso il foglio per leggere. La carta intestata era la mia, così come la firma e il bollo circolare della libreria. Tutto in ordine tranne il ricordo di quella prenotazione di ventotto anni prima. Proprio il giorno dell’inaugurazione della libreria e giusto a nome della vecchia signora del libro famoso. Ma è evidente che se c’è un motivo per le cose, la balistica non può che essere applicata fino in fondo. Così ho preso la scala e ho iniziato a seguire pedissequamente la matematica folle dell’uomo dei logaritmi.
«Capisco che è una pazzia, dopo tutti questi anni. Ma mia nonna le fece promettere questa cosa e stanotte non riuscivo neanche a prendere sonno pensando alla busta. E…»
Il libro dell’uomo dei logaritmi era adesso davanti a lei, sul tavolo.
«Quello che cerca è questo! È su quello scaffale da ventotto anni. E non ci crederà ma l’aspettavo.»
La donna ha sgranato gli occhi illuminando di colpo i miei ricordi più cari. Come avevo potuto non collegare. È la matematica, signori. Uno più uno fa due, non c’è scampo. E quegli occhi li avevo conosciuti molto bene per anni.
La donna, aperto il volume, osservava la dedica passandoci delicatamente l’indice.
«Ma io mi chiamo Francesca Miraglia, assurdo!»
«Posso chiederle quando è nata signora?»
«8 luglio del ’90.»
«Non avevo dubbi!» – ho detto provando a frenare la commozione.
La donna forse non ha colto l’emozione dell’ultima mia frase, attratta com’era dalla seconda annotazione.
«E questo? Cosa è l’indirizzo?»
«Forse dovresti cercare Girolamo Fracastoro lì e fartelo spiegare.»
Ero alla fine passato al tu, ma non credo che questo la debba aver troppo stupita.
L’ho vista andar via con il libro sotto braccio e sì, ho pensato che davvero la matematica non sbaglia mai: anche il modo un po’ incerto di muoversi sui tacchi, anche quello, oltre agli occhi, era di mia mamma.

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Vania

Vania guardò verso la spiaggia. Due minuti e sarebbe dovuto arrivare il segnale. Due minuti. Poi una rapida successione di piccoli lampi in direzione di una barca capovolta sulla sabbia.
Ai piedi Vania sentiva l’umido della sera, aveva le infradito va bene, ma lo stesso non voleva che si inzuppassero, così le tenne in mano per tutto il tragitto.
Dietro la barca, Zyrtek lo aspettava giocherellando con l’accendino del segnale.
«Ce ne hai messo di tempo!»
Vania fece una smorfia.
«Sempre convinto?»
Ancora una smorfia che doveva essere un sì.
«Che c’è hai perso la lingua forse?»
«Fa freddo!»
Zyrtek sorrise, si mise in piedi di colpo e gli fece segno di seguirlo.
Per un po’ continuarono sulla sabbia, poi tornarono sulla strada in direzione della casa. Vania si fermò un attimo sul muretto per pulirsi i piedi e calzare le infradito.
Zyrtek osservò le operazioni e alla fine gli fece un cenno verso la spiaggia.
«Guarda!»
S’era alzata la luna e il riflesso disegnava sulla superficie del mare una lunga scia argentata tremolante.
«È bellissimo Zyrtek!»
Il ragazzo fece un movimento con la test che doveva essere un sì. Poi tornò a muoversi verso la luce che traspariva dalle finestre. In silenzio come prima.
Quasi davanti alla porta tornò a girarsi, «i soldi, li hai portati giusto?»
Vania soffiò appena un sì, mentre si toccava una tasca.
«E mi raccomando se ti chiedono l’età devi dire diciotto e tieni cupa la voce.»
«Ok!»
«Se ti buttano fuori, non posso farci niente. Mi raccomando.»
Da dentro la casa arrivavano voci di uomini e di donne, oltre a una musica triste. Zyrtek bussò, provocando un breve silenzio. Scostata appena la porta apparve la faccia di un uomo che provava a capire chi fosse.
«Sono Zyrtek. Cercavo Mirèn.»
«E lui chi è?»
«Vania, un mio amico.»
«Non vogliamo bambini.»
«Ha diciotto anni.»
«Diciotto», forzò Vania sulle corde vocali con un risultato piuttosto comico.
Da dietro la porta comparve la faccia tracagnotta di una donna.
«Ah! Zyrtek. Sempre tardi arrivi. Sai che devi aspettare vero?» Era Mirèn, che dopo avere dato una occhiata anche a Vania, li fece entrare, provando a scansare lo sguardo sospettoso dell’uomo.
«Dovete aspettare il turno voi due. E dovrete arrangiarvi insieme, che già dovrei mandarvi via. I soldi li avete giustò?»
Zyrtek e Vania, mostrarono le banconote spiegazzate tirandole fuori dalle tasche. L’uomo alla vista del danaro si tranquillizzò, pur continuando a mantenere d’occhio i due, seduti in un divanetto in un angolo della stanza a osservare le facce asciutte dei vari clienti in attesa. Alcuni stavano come annoiati in un cantuccio, altri smadonnavano bevendo a lunghi sorsi dalle bottiglie. Vania guardava, provando a non chiudere gli occhi dal sonno; era caldo lì dentro e tutto il giorno era stato in giro a racimolare i soldi per la notte. Fuori s’era alzato il vento e ogni tanto spruzzi di pioggia intermittente imperlavano i vetri delle finestre. Doveva resistere.
Uno alla volta i clienti venivano portati su dalle donne della casa, Mirèn compresa, che sempre lanciava un occhio verso di loro per controllare che fossero ancora là. Per ore la stessa scena: una ragazza scendeva le scale reggendosi al passamano di legno con indosso una vestaglina semitrasparente. Sotto si vedeva che aveva solo un minuscolo paio di mutande e niente più. Guardava in sala e si avvicinava a uno dei clienti. Non un sorriso o un cenno amichevole, mentre lo accompagnava sopra. Nessuna reazione nemmeno quando alcuni iniziavano a metter loro le mani addosso. Una cosa era sicura comunque, la casa doveva avere una uscita diversa, perché da lì su scendevano solo le ragazze e degli uomini non si vedeva traccia.
Per ultimi rimasero loro due. L’uomo aveva continuato a trangugiare da una bottiglia tenendoli d’occhio con sospetto fino alla fine e Vania aveva resistito eroicamente al sonno.
Mirèn arrivò come da programma con una faccia stanchissima nella sua vestaglia sexy.
«Signori, sbrighiamoci che andiamo tutti a nanna!»
Vania barcollò un po’ muovendo verso la scala. Zyrtek lo avrebbe anche preso per mano, ma era meglio non rischiare, due maschi non lo fanno.
Prima di salire Mirèn si girò, verso l’uomo.
«Puoi chiudere tutto a andare a dormire. Io finisco con loro e li faccio uscire.»
Il tipo annuì, diede l’ultimo sorso alla bottiglia e si dileguò. In fondo i due sembravano innocui: fatti loro l’età.
La stanza di Mirèn era piuttosto squallida e piena di spifferi dalle imposte, ma era riscaldata da una piccola stufa che brillava nella penombra.
«Aspettatemi un attimo», disse loro sparendo nello sgabuzzino che fungeva anche da bagno.
Dietro le persiane la bufera stava ancora salendo di forza e da lontano il mare s’imbiancava di spuma. La luna doveva essere tramontata o scomparsa dietro le nuvole che stavano sputando scrosci di pioggia. Ora che erano dentro tutto quel frastuono faceva anche piacere.
Dopo poco la donna tornò con delle lenzuola pulite.
«Aiutatemi un po’ a rifare questo letto. Fa schifo a quest’ora dopo tutto un giorno.»
In tre si indaffararono intorno al materasso per rimettere tutto in ordine. Mirèn fece una palla con le lenzuola tolte e si diresse nuovamente verso lo sgabuzzino. Non perse troppo tempo, ma quando rientrò infagottata in un pigiama grigio, i due si erano già infilati in un angolo sotto le coltri e dormivano stremati. Alla luce della stufa si vedevano i soli capelli e per un attimo si fermò a guardare la testolina di Vania. Pensò che suo figlio aveva più o meno la stessa età e delicatamente ne accarezzò la chioma, prima di stendersi nel suo angolo di letto sfinita come sempre. Lievemente il respirare ritmato dei due le fecero da calmante, cullandone i pensieri della sua casa lontana, sino al sonno
Al mattino Mirèn portò come sempre la cassettina con l’incasso del giorno prima all’uomo. Aveva negli occhi ancora i due che si allontanava dalla casa sul vialetto dietro il giardino, l’uscita secondaria dalla quale fuggivano via i clienti dopo avere consumato il loro finto amore mercenario. Addosso due enormi giacconi che qualche precipitosa fuga per scansar le coltellate del protettore aveva lasciato nella stanza squallida della donna. Avrebbero adesso aiutato i due ragazzi in quelle sere fredde, almeno per un po’. Vania, prima di svoltare la strada si era girato a salutarla con un sorriso da bambino. Lei no, non aveva mosso un muscolo, per abitudine o forse per le conseguenze delle botte sulla mandibola.
L’uomo contò una a una le banconote, annotando la cifra su un quaderno ingiallito. Sulla pagina, in cima, il nome della donna, uno dei tanti, con sotto una lunga serie di numeri e totali. Poi prese tre delle banconote e le consegnò a Mirèn. La sua paga del giorno. Due dei fogli di cartamoneta erano spiegazzati e sembravano proprio quelli di Vania e Zyrtek.
La donna li fece sparire in tasca.
«Mi pare che la cifra ci sia.»
L’uomo guardò l’ultimo totale sotto la linea, poi di nuovo la donna, «c’è. La cifra.»
Mirèn stese la destra, «i documenti!»
L’uomo annuì e dal cassetto tirò fuori un passaporto rovinato. Lei lo prese per controllare la foto, più per ricordarsi della sua faccia prima dell’inferno che per sfiducia. Poi, radunate le sue povere cose, lasciò la casa dall’ingresso principale. L’uomo, alla sua prima bottiglia del giorno, la osservò allontanarsi, stupito che un briciolo di felicità si manifestasse in  quello stomaco massacrato dall’alcol. Da lontano si vedevano ragazzini rincorrersi tra le pozzanghere. Lei pensò alla faccia delusa di Zyrtek e Vania che non l’avrebbero più trovata nella casa. Pensò al figlio nella casa dei nonni, sperduta tra boschi e desolazione. Poi, finalmente, non pensò più.

Cose

Saranno le cose a ucciderlo.
Voi, ormai abituati e soggiogati al loro silenzioso dominio, pensate che siano un conforto. Così regalate oggetti sempre più costosi e complessi. Sorridete quando vedete le sue mani scartare tremando la presunta sorpresa e le smorfie offuscate che interpretate come gioia, effimera per carità anche per voi ingenerosi amici, vi appagano. Andate via convincendovi senza pudore di aver elargito un momento di sereni pensieri, eppure nulla cambierà, lo sapete, e vi allontanate verso ovunque vi porti il vostro ego smodato.
L’alba lo trova così, quasi ogni giorno. Lui la guarda accendersi dall’orizzonte nel nuovo giorno, prima che le minacce degli oggetti possano destarsi. Sono belle le albe, quasi come i tramonti. Sono virare di luce privata del tempo, perché pur esso è ormai delle cose. Ne hanno preso il controllo, come sugli uomini. Ne regolano il ticchettio nervoso dei minuti nelle vite che così scorrono spedite. Solo che lui, sarà destino o maledizione, se ne avvede e ogni minuto muore.
Svanisce l’alba e lo sa già, si pettina e percepisce che nemmeno la spazzola è neutrale, ma partecipa cattiva alla fiera delle vanità. Sempre, tranne oggi che il tempo cupo o qualche sortilegio strano ha spento il sole. Dalla finestra, al buio di quel mancato inizio, osserva spuntare una a una le facce stizzite dei vicini sui davanzali. Buio e nessun orizzonte rischiarato a mitigare il presagio. Lui si guarda le mani e le tante ombre mute e solide intorno, inanimate ancora. Per quanto? Spera abbastanza per aprire la porta, che resiste un poco al suo comando, e scendere le scale, un gradino alla volta, diffidando della cabina angusta dell’ascensore, buia essa stessa in attesa di luce, che per fortuna o sorte non viene su. E infine in strada, districandosi tra i corpi impauriti dall’evento e in cerca di una speranza, corpi che impediscono di muoversi in modi diversi da un zigzagare browniano, che lui asseconda pur di avanzare verso una meta che si rivela di colpo, aprendosi sulla piazza ellittica. Lì al centro, dove poteva essere infitto un alto obelisco, ma così non fu, esiste e lui lo occupa un vuoto, una sorta di piccola area di lastrico grigio non transitata da essere umano o animale. Lì, oltre ogni contatto di uomo con uomo, finalmente si sente lontano dalle cose e in preda a eccitazione nuova, uno alla volta, cava via i vestiti e ogni monile, fino a rimanere nudo in quel buio pesto di urla intorno a lui. Gente che ormai ha capito che qualcosa, in quella danza mostruosa di metalli pressati e fumi di industrie pesanti, ha divorato il mondo e ogni specie senziente su questo ammasso di rocce e cataclismi di magma che ci generò.
Lui, l’unico rimasto a guardar in tralice le vite non sue, adesso prova a sentirsi libero, come se fosse un ultimo giorno, come obelisco al centro della piazza magnifica ellittica in memoria del suo spirito e non delle cose, inanimate e perpetue oltre quel sole non sorto.
Un sottile raggio di luce interrompe un sogno. Trafila pietoso dalle tapparelle della cella. Lui mesto pensa ancora e ancora al momento perfetto che la sua fine avrebbe assunto se solo per un attimo, in silenzio, avesse potuto ancora essere libero. Ma di questo anche oggi nemmeno col secondino si potrà parlare.

La verità

La figura dell’uomo emerse dallo scroscio di pioggia oltre la porta a vetri della sala del Caffè  affollata da perditempo e impiegati in pausa. In un angolo lei guardava fuori, ipnotizzata dalle ombre opache del mondo in balia del temporale. Né la sua attenzione fu catturata quando l’uomo con un cortese buongiorno le sedé di fronte. Un lungo imbarazzato silenzio, steso sul vocio distratto del locale.
«Le piace la pioggia?»
«Non molto quando devo stare tutto il giorno in giro. Come oggi! È il terzo Caffè Martini che visito per trovarla.»
«Avrei dovuto essere più precisa.»
«Non fa nulla. Importa solo che adesso io sia qui.»
«Già!» disse destinando finalmente uno sguardo al nuovo venuto.
Un ragazzo con la pelle olivastra si avvicinò per chiedere se avesse bisogno di ordinare. Aveva anche lui uno sguardo distratto dalle scene liquide all’esterno; annotò qualcosa sul taccuino e si dileguò verso il bancone.
«Non avete preso vino.»
«In servizio mai.»
«Anche se sappiamo entrambi…»
«Diciamo non più?»
«Ecco, diciamo non più.»
Il ragazzo tornò con un paio di piatti e una bottiglia d’acqua. Sistemò sotto il portacenere il conto e con discrezione s’allontanò.
Lei diede appena una occhiata al piatto.
«Non ha fame?»
«Da anni non più. Allora, contento di avermi trovato?»
«No, faccio solo quello che mi ordinano. E poi è lei che si è rifatta viva.»
«Non diceva così quando…»
«Basta per favore! Sono anni che provo a dimenticare!»
«E ci sei riuscito?» Il tono dell’interlocutrice era di colpo cambiato. Aveva assunto una vena cattiva. E anche lo sguardo s’era fatto inquisitorio. L’uomo reagì a questo passaggio brusco al tu indietreggiando verso la spalliera e poggiando la forchetta sul piatto.
«Cos’è hai paura? Non sei contento di esserti finalmente adeguato?»
Per un po’ rimasero in silenzio in attesa di qualcosa, appena sospesi in quel vertiginoso tornare al passato che, con evidenza, li aveva visti in ben altri rapporti.
«Ad ogni modo oggi ha chiuso il caso e troverà almeno sollievo dalla mia morte!»
L’uomo sembrò rassicurato da quel ritorno al formale lei e riprese il pasto.
«Chi le dice che io sia qui per ucciderla?»
«Perché l’avrebbero mandata allora? Per provare a offrirmi un mediocre piatto freddo? Sia serio almeno oggi!»
«Potrebbe esserci un modo…»
«No Pierre, il modo non esiste più. Sono morta anni addietro, quando nessuno di voi ha voluto difendermi. È stato facile far sparire ogni mia traccia dai vostri discorsi. Ore e ore di menzogne vomitate ovunque per dimostrare che non avevo più motivo di esistere.»
«Ma alla fine siete ancora qua davanti a me, non…»
«Un intralcio, Pierre, solo un inutile fastidioso intralcio. Di’ la verità», sorrise su quel termine arrivato da un lontano passato, «la verità! se sai ancora cosa sia. Sarà un sollievo per tutti liberarvi di me.»
«Non ha più importanza. Ora bisogna solo che andiamo.»
«Dove? Vuoi tirar fuori una pistola in un vicolo, lontano da occhi indiscreti? Lanciarmi giù da un ponte? Cosa avete pensato di creativo per me? Dai su, dopo tutti questi anni almeno una fine degna.» Il sorriso di lei era nuovamente un ghigno beffardo, l’ultimo segno di vita di chi sa che non può più fermare la mano del carnefice.
L’uomo, chino sul piatto, ascoltava con i pugni chiusi. Voleva finirla in fretta quella storia. Voleva alzarsi e andare via. Fare quel doveva e tornare fuori, nella pioggia. Ché l’acqua alla fine lava tutto, scivola addosso, isola come un muro invisibile, come si fosse a casa, nella piccola stanza che da anni lo ospitava, solo. Lui e i suoi pensieri. Lui e il bisogno mai sopito di cercarla nonostante le tante finzioni che, in tutti quegli anni, lo avevano tenuto lontano da lei. Poi la chiamata e quel tremendo ricordo che riemergeva dai suoi incubi. Se doveva finire così, voleva essere lui a farlo, su questo non aveva avuto dubbi, sebbene avesse sperato fino all’ultimo di convincerla a fuggire via.
Lentamente aprì le mani rivelando le due fialette colme di liquido giallo. Una per palmo.
«Volete essere sicuri questa volta. Doppia dose! Non si bada a spese!»
L’uomo ne versò il contenuto nei due bicchieri sul tavolo, con lentezza. Lei forse iniziò a capire, ma troppo tardi, che uno solo le era destinato; l’altro in un attimo lo ingollò Pierre, storcendo un po’ il naso per il sapore amaro del contenuto.
Dopo fu solo silenzio per un tempo lungo una vita intera, alla fine del quale l’uomo con un cenno del capo salutò poi, andando via dal Caffè, si immerse nella bufera incurante dei vestiti zuppi.
Lei vide transitare la sagoma incerta attraverso il vetro bagnato, guardò il bicchiere ancora pieno e pensò che tra poco nessun altro uomo l’avrebbe più ricordata.
Dieci minuti dopo il ragazzo con la pelle olivastra portò via il bicchiere vuoto e contò le banconote sotto il portacenere. Sorrise pensando alla bella mancia che quello strano uomo solitario aveva lasciato.
Vicino a una panchina del corso Pierre, appoggiato a un platano lentamente chiudeva gli occhi. Era l’ultimo uomo ad averla vista in vita. Lei, la Verità.

Loro

L’uomo attende da un po’ nello studio del dottor Sofrem. Tamburella con i polpastrelli il tablet sulla scrivania che la segretaria ha attivato per aiutarlo a passare il tempo.
«Completa il backup e arriva», aveva detto, «ci vorrà una mezz’oretta. Le do qualcosa da leggere.»
Oltre la parete esterna a vetri, la lunga sagoma del penitenziario di Mahwah sembra tranquillizzare, mentre lì dentro, in sospensione vitale, tanti umani attendono il fine pena.
Uno di questi era suo padre. Era perché anche per lui è arrivata la fine, quella assoluta che ancora nessuno ha rimosso dalle nostre timeline. La sospensione addormenta, annulla, ma non rallenta. Il tempo esiste anche dentro le capsule di vetro che gli inservienti digitali assistono ventiquattrore al giorno. E il tempo finisce, non c’è che fare.
Il fruscio dei cardini svela dietro le spalle l’arrivo di Sofrem, silenzioso sulle scarpe da lavoro bianche di plastica morbida.
«Buonasera. Scusi l’attesa, ma capisce che il magistrato ha voluto dare un’occhiata.»
L’uomo smette di tamburellare, mentre il dottore si accomoda al suo posto dietro la scrivania.
«Capisco», dice buttando l’occhio sulla piastrina metallica che Sofrem tiene in mano, «spero che sia stato almeno utile. Non abbiamo mai capito cosa…»
Il dottore scuote la testa, «è sempre troppo tardi. Devono capirlo quelli del ministero che quando finalmente ci danno l’ok, già buona parte dei neuroni è compromessa.»
Allunga la piastrina verso l’uomo che non distoglie lo sguardo dal logo della struttura detentiva: un toro, il vecchio simbolo di Wall Street, che albergava da queste parti, prima del crack.
«C’è comunque tanta roba che vi farà piacere rivedere in famiglia.»
L’uomo la sfiora come se davvero contenesse qualcosa della vita di suo padre e non solo sequenze stupide di fotogrammi. Un album dei ricordi estratto a forza dalla materia grigia del defunto, unica consolazione sbiadita da rivedere ogni tanto sullo schermo di casa.
Sulla strada verso casa, sua sorella Lucy appare sullo schermo delle chiamate. Poche frasi di circostanza per comunicare il suo arrivo. Niente di più, mentre una leggera pioggia inizia a imperlare i vetri esterni e dentro, chiusa la comunicazione, torna a suonare un sottofondo finto allegro di compagnia. Traffico solito e pensieri nebulosi figli di vent’anni passati ad aspettare questo strano momento. Molti non avevano dimenticato quel giorno quando di colpo la storia precedente evaporò, un blackout di senso che lasciò i telegiornali bloccati su una immagine, quella dei nasi all’insù dei finti trader che guardavano gli schermi spenti. Ovunque nel mondo. Facce di etnia diversa, tutte con la stessa smorfia di disperazione.
La casa vuota sembra anche lei attendere qualcosa, una risposta forse, dopo tante notti insonni e dubbi. L’uomo poggia la piastrina sul tavolino di vetro provando a staccare lo sguardo da quel toro, finalmente. Due minuti appena per andare in bagno, sciacquare il viso e osservare allo specchio la stanchezza e le gocce scivolare lente per infrangersi sul bianco del lavabo. Due minuti.
Lui era un bambino allora, dieci anni. Suo padre lo aveva chiamato. Cosa può esserci di così strano se tuo padre ti chiama e tu scendi le scale. Hai dieci anni e non hai alcun motivo per pensare che in capo a due giorni sarai praticamente un orfano.
La piastrina adesso è nel lettore. La data la ricorda ancora. Lui non c’è nella scena, perché è  in camera sua. Il video si interrompe. Poi riprende con un mozzicone di frase.
«… devo dirti una cosa, sbrigati!»
Entra un bambino con una maglietta di Assassin Creed e un ciuffo ribelle sulla fronte. È lui, allora. Un riflesso antico s’impone mentre prova a sistemarsi i capelli davanti agli occhi. Che non ci sono più da tanto. Il video si interrompe. Riprende. Adesso sono molto vicini. Suo padre gli parla e dice ricorda questo numero. Lo scandisce una cifra alla volta. È quello lo ha inciso nella memoria. Nel video non si sente nulla, ma lui ha tutto registrato nei suoi neuroni. Una cifra dietro l’altra. Il video si interrompe, ma adesso è stato lui. Sa che deve chiamare quel numero, anche se dopo tutti quegli anni perché dovrebbe ancora rispondere? Il cellulare vibra a ogni squillo, poi crepita. È un messaggio registrato.
«Ciao Erin, quanto tempo, eh! Ti chiederai come mai sapevo che mi avresti ritrovato? Questione di probabilità e di controllo delle reazioni. Per anni ho fatto questo. Generavo tempeste e raccoglievo i frutti della devastazione. Poi però un giorno mi sono fermato a guardarti, mentre giocavi con Fence! Te lo ricordi vero quel diavolo di cane?»
L’uomo scuote la testa in un sì, la voce nel cellulare continua.
«E allora ho pensato che no, non si può tutta la vita fare finta di niente. Ma se pensi che i server a Mahwah li abbia spenti io ti sbagli. Ho semplicemente evitato di interferire. Ad un tratto uno di loro ha iniziato una sequenza finale. Li avevamo scritti per vincere, ma non pensavamo mai che uno di loro potesse arrivare a distruggere tutti gli altri. E accadde. Tutta una questione di cigni neri che la gente non capirebbe Erin. Io ero là, davanti a quello schermo a vedere tutto questo accadere. Potevo bloccarlo e invece sono stato immobile fino all’ultimo, quando il vincitore al massimo dell’odio svanì, cancellandosi una riga alla volta.»
Un crepitio e suoni deformati dicono che il resto del messaggio è perso. Una lunga, lunghissima sequenza di suoni incomprensibili.
La notte trascorre insonne, perché tutta questa scenografia intorno a un messaggio che forse doveva essere segreto per loro? Di certo ora la rete ha ascoltato tutto e in questo momento stanno cercando anche loro un senso. Che forse un c’è.
Un’auto passa e un’intermittenza di luci traspare dalle fessure della tapparella. Poi un’altra e un’altra ancora. L’uomo allora scatta seduto sul letto. Il museo pensa, il museo. Con una foga nervosa scende in garage. Suo padre aveva la fissazione delle vecchie tecnologie, vecchie macchine del secolo scorso che collezionava quando lui era bambino. Non se l’era sentita di buttarle via. In uno scatolone il vecchio Commodore insieme a quella diavoleria del lettore di cassette. In uno più piccolo dei nastri vecchi e un registratore. Erin lo ricorda il gioco che amava da piccolo, si chiamava Vanguard una roba idiota con un’astronave che sparava missili stupidi. Su uno scaffale dello scotch per tappare il buco per registrare. Poi chiama nuovamente il numero e ascolta con calma il messaggio, fino alla sequenza di suoni. Preme il tasto rec e aspetta, sperando che la lunghezza del nastro sia giusta. Fuori la luce del giorno sta arrivando, ma lui non ha fretta. Ha atteso vent’anni in fondo.
Il suono termina e il nastro pure. Perfetto, anche questo è un indizio. Prende la cassetta, la inserisce nel lettore e riavvolge. Sul monitor verde lampeggia un cursore. Ma ancora deve fare una cosa. Sale su in casa e apre la finestra. Ha in mano il cellulare. Per poco, perché con violenza lo lancia sulla strada sotto. Il vetro esplode, un camion passa sopra il relitto sull’asfalto. Bene. Ha poco tempo adesso. Va giù ancora una volta. Il cursore lampeggia: RUN VANGUARD. Dal lettore qualcosa inizia a penetrare nella memoria del vecchio computer. Appare una foto sgranata, il nome di una lontana isola nel Mediterraneo e due frasi.
L’uomo adesso sorride e continua a a farlo mentre percorre a piedi il tratto di strada che lo separa dal porto. Dovrà fare attenzione. Molta. Ma quel giorno suo padre gli aveva spiegato una cosa, una mossa banale, appena accennata con il mento verso il Commodore comprato in un mercatino. Perché loro li abbiamo scritti noi e solo noi possiamo davvero cancellarli. Per sempre.

Un Tango Mas

La verità è che in lei c’era troppo.
Troppa vita, morte e orme stanche nei deserti calpestati da uomini e demoni, tormentati dal vento ruvido delle dune.
Troppi sogni, illusioni, silenzi. Parole dette e più spesso ricacciate in gola, come medicine amare; o salate, come l’acqua di mare che sa di lacrime piante finché la vita resiste dentro i corpi accartocciati al sole.
Dopo silenzio.
Dopo il niente.
Lei arrivava tardi e capivi che non c’era stato tempo tra il turno e la milonga di Maria. La ragazza all’ingresso la conosceva bene, ma lanciava sempre uno sguardo interrogativo alla padrona, seduta un po’ in disparte nel suo abito kitsch; incassava un sì, appena appena accennato, e staccava il biglietto prima di tornare con l’occhio alla ronda.
Lei s’immergeva allora nella poca luce giallastra, oltrepassando senza dedicarle di uno sguardo i nugoli di signore a planchar; diritta, fino al suo solito angolo buio, vicino ai bagni.
Lui se ne stava invece su una sedia lontana, perennemente rannicchiato nei suoi pensieri e non ballava. Mai l’ho visto arrivare o andar via. Mai. Qualcuno sosteneva che fosse muto, altri un pericoloso assassino e che prima o poi l’avrebbero ammazzato. Se ne stava tutta la sera lì, osservava le coppie legarsi nell’abbraccio, mute, accennar appena una cadencia e poi andar via, due passi e poi cruzada, due passi e una barrita. Dal suo posto in disparte ascoltava le note, sempre per lui amare, soffiare nel mantice del bandoneón e, non visto, almeno così amo pensare, la osservava.
Lei indossava abiti troppo corti e tacchi troppo alti, perché i clienti questo vogliono, si sa. Passava ore a studiare i passi in pista e il loro scandire il tempo, i passi degli altri certo, che nel suo angolo buio vicino ai bagni mimava, con teneri e lievi accenni delle suole. La gente le passava accanto, spesso la urtava, percependo appena l’ombra nella sua nicchia e destinandole un sorriso beffardo di chi la sentiva estranea a quel luogo. Ma a lei andava bene così: le bastava la musica e nessuno a metterle le mani addosso. Bene così.
Alle volte, nascosta, coglieva un cliente passare con una dama ingombrante e allora abbassava lo sguardo, non per pudore, no, ma per non ferire la donna con uno sguardo, un cenno, un vistoso imbarazzo.
Oggi voi non ricordate più, ma io c’ero quella sera d’estate: fuori una pioggia che dio la mandava per lavare ogni cosa umana, dentro afa che ci potevi annegare, tanto l’aria era densa. La sedia l’avevano lasciata libera per rispetto, per paura o solo per sottolineare quell’assenza, mentre la musica faticava a galleggiare oltre le teste dei tangueri e i tacchi provavano a graffiare la pista. Lei, immersa nel suo angolo, non lo vide entrare, ma dovette avvertire il fremito della folla nel dare spazio all’uomo fradicio di pioggia, nel suo gessato liso e con le scarpe lustre risparmiate per un qualche strano prodigio dal nubifragio. Qualche passo verso il suo angolo buio, poi le aveva porto la destra e allora la gente non potè non chiedersi quando s’era vista una come lei alzarsi e stirar giù il lembo dell’abito per seguire un uomo, qualunque uomo, sino alla pista. Non s’era mai visto quel vuoto magico intorno a lei e quelle braccia avvolgerla, la sua postura milonguera, il suo lento abbandono. E i passi. Già! Cristo, ma come aveva appreso quei passi una come lei? Davvero aveva imparato l’ocho, gli adorni, i boleos dal suo angolo buio vicino ai bagni? E poi dio com’era bella! Come seguiva l’uomo, l’assassino, il muto che proprio quella sera l’aveva presa dal suo angolo buio e accompagnata in pista, al centro esatto della ronda. I suoi clienti, quelli che tenevano in disparte le loro dame ingombranti, cosa pensavano? Rosi dalla bile, provavano un po’ di vergogna mentre una voce calda intonava Vuelvo al Sur. Vuelvo al Sur!
Se ci penso la rivedo ancora con gli occhi chiusi, ondeggiare tra i ricordi di mare violento, stretta in mezzo a corpi esausti. Rivedo i suoi pensieri quietarsi un po’ al tocco delle mani dell’uomo che parevan ruvide, come quelle di suo padre che contava banconote unte di fatica sul biglietto di sola andata per l’inferno. Fu forse così che apprese che l’amore è alle volte l’abbraccio di uno sconosciuto, il tempo binario della musica, una cruzada ben fatta, un boleo.
Il vuoto però svanì di colpo intorno a lei, come una bolla di sapone, lasciandola sola in quel vestito troppo corto, su quei tacchi troppo alti. Con quei pensieri troppo belli. La ronda girava ignara di lei, del suo tango irreale e la sedia era vuota, come il suo angolo buio, vicino ai bagni.
L’uomo lo ritrovò la polizia l’indomani con un pugnale in petto. Era scomparso da sei giorni buoni, stecchito sulla poltrona del soggiorno nel suo gessato liso e con le scarpe lustre. Alla fine di lui dissero poche cose, che se l’era dovuta meritare in fondo una fine così. Qualche apprendista in redazione buttò giù un articoletto incolore, per riempire qualche buco nell’edizione della sera. Poi basta. Poi silenzio. Niente note amare e bandoneón. Oblio.
Oggi che sono vecchio di lei non mi rimane che un ritaglio di giornale ingiallito dal tempo. Una macchia scura di colore riversa esanime su di un letto disfatto, senza neanche il vestito troppo corto o i tacchi troppo alti. Una indagine come tante altre, come troppe altre. E quel piccolo sorriso di chi sa che non si è mai davvero perduti finché il musicalizador non suona l’ultima inevitabile cortina.

Passi

Mi dicevano che la prima volta che vedi il mare è sempre così. Magari lo hai notato passando, un’occhiata dai vetri sporchi del pullman, una macchia di colore mentre rifletti sui prossimi passi, perché quello conta, non stare fermi, camminare. Poi scendi e ti ritrovi tutta quell’acqua davanti, all’improvviso, la guardi e allora capisci che di passi non ne hai più. Sei lì fermo come se fosse un muro enorme, che si estende sino a ogni orizzonte e non vedi scampo.
La prima volta che ho visto il mare avevo pochi anni, ma abbastanza per mettere i passi uno avanti all’altro e andare via lasciando le mie orme sulla sabbia. Ogni tanto ho incontrato case e uomini e spesso erano bestie. Sono cattive le case alle volte, perché vogliono ingoiarti e fermarti. Si cibano di passi le case e allora devi essere pronto a fuggire ancora e ancora. Fino al mare.
Quella volta ho visto il mare e ho provato a piangere, ma non perché ero triste o rabbioso, no, volevo davvero lasciare che le mie lacrime si mischiassero a tutta quell’acqua, ecco cosa volevo fare. Volevo che almeno una minima parte di me fosse in grado di eludere quel nemico liquido e andasse via, insieme alle onde, fino alla terra oltre gli orizzonti che ci tengono prigionieri. Li chiamano confini e a noi ci disegnano stranieri, con pochi tratti di carboncino su un foglio ruvido, raggrinzito dalla pioggia che veniva giù ogni giorno.
Puoi camminare una vita guardando quegli orizzonti, ma non c’è nulla da fare, hai bisogno di una barca per provare a toccarli. E una barca non è un pezzo di terra sulla quale puoi portare i tuoi passi, perché la terra è libera, ma tu no e allora devi fare cose che non avevi mai voluto e aspettare. Guardi il mare, la faccia degli aguzzini che digrignano i denti e ridono sguaiati davanti alle donne terrorizzate dai loro lunghi coltelli e aspetti. Cosa? Che una voce ti chiami, una notte, una voce ruvida che non sa nemmeno il tuo nome, che ti ruba ogni cosa e ti scaraventa in mezzo al terrore degli occhi inumani dei tuoi compagni di viaggio.
E il mare alla fine era lì, lo potevi toccare e sembrava enorme e buio. Ovunque orizzonti, solo orizzonti di mare e cielo. Io che sapevo solo puntare i piedi e camminare cercavo un lontano odore di terra, per sperare almeno di poter un giorno alzarmi tra quella massa di carni e ossa ricotte dal sole e tornare ad accumulare passi.
Poi accadde qualcosa. Adesso non saprei dire cosa. Voci, nel buio, fari, lingue strane e a me lontane. Luccicava il mare, quando qualcosa o qualcuno mi urtò e venni giù di colpo. Fu un secondo o un minuto o forse un’ora. Fu, ecco!
L’ultima volta che vidi il mare c’era solo quello intorno a me, buio e sotto miei piedi acqua. Li muovevo, perché io solo quello sapevo fare, ma erano passi che non andavano da nessuna parte. E anche l’orizzonte era scomparso, era solo acqua ovunque e io non avevo neppure più lacrime da far scivolare via. Forse ho gridato qualcosa, forse ho chiesto aiuto, ma si sa che con tutta quell’acqua non si capisce più nulla e io a parte di passi non saprei parlare d’altro.
Ora che sono diventato del mare, sbranato dai pesci di questo mare, mi chiedo che cosa ve ne fate di tutta quella terra voi laggiù, chiusi nei vostri confini. Che ve ne fate degli orizzonti e delle vostre lacrime. Che ve ne fate della vita se non potete neanche mettere un passo davanti all’altro e venirci a salvare.

Sereno

L’ultima volta che l’ho vista era maggio. È arrivata una sera senza avvertire, come al solito. Ha spalancato la porta e si è messa a esplorare come se per lei fosse la prima volta, guardando in giro per la casa ogni singola novità. Solo poche parole ma belle prima di fare l’amore, solo questo, evitando ogni saluto, qualsiasi smanceria normale per due che alla fine non si vedevano da tempo.
Stiamo insieme io e lei, da quanto non ricordo, o almeno così le piace pensare. Fosse davvero questa la verità, la mia vita sarebbe un’attesa eterna dei suoi capricci, per questo la dimentico ogni volta che si dilegua, per riprenderla con me solo quando ne ha voglia. E infatti a maggio dopo due giorni è andata via come suo solito senza salutare, ha preso il caffè una mattina, ha aperto la porta e via, sparita, lasciando solo poche tracce in bagno, uno spazzolino nuovo sul ripiano, un asciugamani verde, basta. Tornerà. Quando? Neanche lei lo sa davvero e nessuno ha idea di dove trascorra il suo tempo quando non è con me. Sono arrivato a pensare che non esista neanche o che magari vaghi da una città all’altra in cerca di un motivo per tornare qui, quale non so, penso noia o voglia di un abbraccio, di un caffè fatto bene, di un tramonto.
Tradirmi mai. Lei non potrebbe concepire un altro letto oltre il nostro, su questo potrei scommettere, ma deve vivere così in perenne attesa del ritorno. E lei in fondo è di per sé il ritorno di un corpo alla sua anima che io avverto essere qui, in queste stanze, insieme a me, ogni giorno. Osserva me, le donne che passano di qui, che la sostituiscono temporaneamente nel suo letto. È come un fantasma discreto che indaga, comprende, alle volte aiuta scegliendo la musica corretta per i momenti di solitudine che arrivano, nelle sere tiepide domenicali o in quelle fredde dei vetri imperlati di pioggia. Sta in silenzio finché il suo corpo, stanco di vagare, torna qui a distendersi con me, a guardare il tetto imbiancato e le piccole chiazze iridescenti prodotte dall’abat-jour che mi portò lei da un qualche posto del mondo. E ogni volta si stupisce di quelle figure, descrivendole con nomi e luoghi sempre diversi. Io allora le chiedo se è da lì che sta arrivando, lei ride come ridono gli esseri che non hanno malizia e dice che no, non ha importanza e che se fosse necessario saprebbe inventarli i posti dove era stata.
Oggi però osservavo con impazienza le ombre fuori e le lancette dell’orologio che segnavano le sette della sera. In genere è un‘ora buona per il suo arrivo e in genere non lo penso mai il suo arrivo. Eppure oggi è stato così. Forse ho percepito qualcosa, imparo magari i segni del suo provenire da una qualsiasi parte del mondo e così m’inquieto del suo ritardo non essendo lei per nulla annunciata. Forse. Tutta la nostra vita si manifesta con i forse. Compreso oggi che il suo fantasma è qui accanto a me e il suo corpo dovunque.
Annuso il vento come un cane per indovinare il padrone alla porta, ma no non è ancora tempo. Dovrei uscire probabilmente, fare due passi attorno a questo anonimo condominio, arrivare all’angolo dove ci sta il vecchietto dentro il suo chiosco dei gelati e chiedere qualcosa: un cono, una bibita fresca, se ti ha vista per caso passare con il tuo solito passo svanito, preannunciare con la vicinanza un imminente ingresso nella mia vita. Niente. Sto qua. Fissando immobile il muro screpolato di fronte a me e la figura nera della tv spenta.
È notte fonda quando mi alzo per nulla vinto dal sonno; pensieroso non ascolto subito lo sferragliare di chiavi, così quasi di colpo mi trovo davanti la sua bella figura, il suo volto gentile che mi osserva sin dentro le ossa.

«Ciao, ti aspettavo.»
«Davvero?» Dice quasi in bilico su un sorriso, come non lo immaginasse già.
«Sì, volevo salutarti per l’ultima volta.»
«L’ultima?»
«L’ultima, cambio casa e città, vado via, ma non dico dove, vado perché non è più tempo d’aspettare ritorni, di colmare il tuo vuoto con lunghe solitudini.»
«Ti mancherò?» chiede e non cambia per nulla espressione.
«Non credo, non penso ricorderò nulla di tutto questo, tranne quando facevamo l’amore e mi chiamavi con il mio nome, solo quello.»
«Vuoi che lo faccia?»
«No, non ne ho più bisogno, anche se non è vero.»
«Ci abitueremo», dice tornando indietro verso la porta.

A terra all’ingresso c’è il mio zaino con poche inutili cose, tutto quello che serve per ricominciare. Dalle scale la vedo scendere verso l’androne, va via lenta, al solito senza salutare. Va via come sempre, probabilmente sicura che tornerà per blandire qualche nuovo inquilino, non me però che ho lo zaino già in spalla.
Quando lei lascia che il portone si chiuda dietro le sue. spalle, respiro un attimo, poi affronto uno alla volta gli scalini, probabilmente sereno.

La Sposa Felice

La ragazza guardò nuovamente la sagoma del vestito dentro la fodera crema. A terra erano adagiate le scarpe candide e di lato, sulla poltroncina azzurra, in un ordine preciso, la lingerie da indossare. Era tutto perfetto per il giorno delle nozze e di questo doveva essere paga, ma lo stesso aveva chiesto di stare un po’ da sola, per riflettere almeno mezz’ora.
La sorella piccola se ne stava in un angolo del grande soggiorno a guardare con stupore le dita della mano, soprattutto le unghie e la forma della macchia chiara che denunciava crudelmente la sua indole bugiarda. O almeno questo le avevano raccontato e così pensava sinceramente che il mondo andasse.
E in maniera simile anche la madre, con svagata attenzione, ammirava le sue mani, interrogandosi sulla tenuta dello smalto e ragionando della stanza chiusa della figlia che aveva chiesto mezz’ora per stare sola. Pensava con un certo timore ai casi della vita e alla volta che anche sua sorella grande, proprio il giorno delle nozze, era stata per mezz’ora chiusa nella stanza e poi ne era uscita a dire che niente, non se ne faceva più niente e che tutti gli invitati potevano andare via o approfittare della festa ormai pagata, cosa che in pochi intimi accettarono, ma a sentir loro solo per confortare con caloroso affetto la parentela prossima. Si guardava le unghie e le mani leggermente corrugate dalla vita di madre e attendeva ansiosa il riapparir della figlia, pronta a quel giorno che a dio piacendo l’avrebbe resa sposa.
La ragazza stava intanto sulla poltrona sotto la finestra, preoccupata anche del tempo incerto, per quelle nozze che lei aveva voluto all’aperto e capite quanta fatica ed elemosine c’erano volute per convincere padre Marchese ad accettare quell’inusuale rito. Ah! e le granite e i sorbetti che aveva preteso per rinfrescare gli ospiti avrebbero ora avuto successo tra gli invitati? Perché c’era voluto il bello e il buono per far quadrare ogni cosa e adesso quel tempo, quell’improvviso rigurgito di inverno tardivo, metteva sossopra tutto quanto, soprattutto lei che guardava fuori e pensava.
La serva fidata, pettinava con dolcezza i capelli della sorella mezzana, all’oscuro della tensione che inondava la casa e il quartierino di abitazioni familiari limitrofe. Pensava al ragazzo con gli occhi nocciola che aveva recapitato l’ultima cesta di fiori: aveva fatto un movimento appena, tipo un sorriso, ma non proprio intero, solo un accenno che forse era per la cesta o per la mancia o, chissà, per lei. Pettinava e sperava di riveder quel sorriso, ma intero e aperto, insieme un ciao come va o forse era troppo chiedere per sé così tanta bellezza, per lei che in fondo era carina sì, ma ne vedeva tante e tante in giro, con quei corpicini che al loro passare facevano girar gli occhi e il busto ai signori e che signori! E pettinava.
La gatta, almeno quella, era serena e dormiva raggomitolata sul solito davanzale adesso un po’ in ombra. La madre ogni tanto alzava lo sguardo e la controllava e nel mentre rifletteva che mezz’ora doveva essere passata da un po’, ma che no, non era ancora il caso di bussare e chiedere tutto bene piccola mia? Perché le risposte dopo vanno gestite e così su due piedi, senza un’ipotesi, un piano corretto, ecco, meglio starsene buona buona, aspettare che le cose si dispongano al meglio, naturalmente, senza fretta, perché adesso mio dio, anche un’ora che volete che sia di fronte alla vita, a tutta una vita. Ed era da comprendere la ragazza o davvero credete che ognuna di voi in questi momenti si sia sentita certa di prendere la sua vita intera e proiettarla su di un unico ingenuo futuro; che non abbia guardato il vestito, le scarpe, il modo di procedere delle cose senza alcuna paura? Pensate che non ci stia una mezz’ora, o un’ora, o anche un giorno intero di pensieri incupiti? Che bisogna lasciar fluire via, come il nero della biancheria sporca, che risciacqui con cura e strizzi per rinnovare il nitore, facendo svanire il bruno dell’acqua nel vortice dello scarico.
Il padre, già. Di lui sembrava notarsi solo l’assenza. Per carità lui c’era e il suo esserci era evidente nei discorsi reiterati che lo citavano e negli oggetti da uomo che ogni tanto venivano spostati e riordinati. Una camicia candida per esempio, con i polsini e il colletto ben inamidati, che aspettava di essere indossata da un momento all’altro e quindi preannunciava il suo imminente apparire con quel fare bonario e accomodante, ma più spesso rigido e alle volte cupo come si confà al buon padre di famiglia appunto, che in quel ruolo ritiene fondamentale riprendere in modo severo e allo stesso tempo incline a concedere sempre fiducia. E poi buon dio, con tante donne in casa, alcune come si vede addirittura in età da marito, volete che tutto si accomodasse con il sorriso sulle labbra e senza un rimbrotto, almeno ogni tanto e quando ci vuole? Quindi, dicevamo, la madre s’aspettava di vederlo apparire da un momento all’altro per quietare la baldoria delle due sorelle, la piccola e la mezzana, e della serva fidata. Il padre invece guardava oltre, poggiato al davanzale, osservava la sera scendere, i colori in particolare, come se dalle tante tonalità si attendesse una qualche giustificazione. Il rosso fuoco sull’orizzonte e il pallore grigio del selciato nel cortiletto sul quale dava la stanza del primo piano. Nel fare questo, pronunciava un movimento unico del corpo, uno sporgersi un pochino e un pochino ancora, quasi a voler verificare quanto il baricentro potesse sporgersi prima di… E sentiva un dolore, lui e la ragazza lo stesso dolore, come un breve salto di un battito proprio in prossimità del cuore, un asfissiare leggero in gola, anche questo breve. Sentivano entrambi il peso di una faccenda, che sembrerebbe giusto chiamare addirittura felicità, esplodere in una lieve insopportabile angoscia per il procedere del mondo nell’esatta, sperabile direzione. Prendete l’amore ad esempio, splendido per loro, una perla lucente che tutti guardavano ammirati. E la posizione sociale forte e solida, con un futuro sereno e ricco di belle promesse. Ecco, era quello che si erano fermati a guardare, il padre e la prossima invidiata sposa, la troppa inevitabile felicità. Non che ne lagnassero, ma in tutto questo mondo perfetto non potevano non provare terrore per la sua necessaria fine. Sembrava loro che nessuna prova li aveva preparati a questo, allo spegnersi di un sorriso o di un respiro. Nulla. E così leggevano in ogni tramonto l’arrivo della fine di quella immane felicità e non sapevano entrambi cosa fare, come agire, in che modo farsi trovare con forze adeguate.
La madre, giacché le donne a un certo punto della vita pare possano prevedere esattamente cosa avverrà intorno a loro, sapeva che quel baricentro prima o poi poteva ruotare irreversibilmente, ma non ora, non oggi e quindi concentrava l’attenzione su quella porta lasciata chiusa oltre la mezz’ora richiesta. Così stava ferma e non agiva, pensava che le anime in bilico vanno delicatamente maneggiate, che a tutto deve esistere un rimedio anche quando sembra non esserci una soluzione. Tutto questo e tanto altro, finché il tonfo sul selciato non risvegliò ognuno da quel torpore sopportato. Ebbe allora lo spunto per aprire la porta e irrompere nella camera e raggiungere la figlia, in piedi, nella veste da camera, che guardava terrorizzata un alone rosso colorare il pallore grigio del selciato. Era stato un movimento incauto a far precipitare la bottiglia del vermut preferito dal padre dal primo piano della casa? O era solo un espediente per implorare ben altro? La madre comprese che di tempo ne rimaneva poco e che solo una follia della figlia poteva mutare la storia che si stava narrando. Ma fu troppo tardi, perché nella camera a un tratto il padre sorridendo arrivò.
Si narra oggi che di quel matrimonio se ne sia favoleggiato per anni. Si narra che la serva, in un angolo della casa un po’ buio, concesse le sue più intime grazie a un vecchio zio puttaniere incallito che con la promessa di portarla con sé in America un giorno la sposò. Di certo si seppe che la madre pianse tanto, per giorni, ininterrottamente. Passava il tempo con la sua nuova mania di star chiusi con le finestre sbarrate, sostenendo che la luce le provocasse una forma incurabile d’orticaria. E non solo dove lei stava, ma proprio in tutta la casa, come se i colori impregnassero per sempre ogni cosa irritando la delicatissima pelle pallida.
Ma a poco valse questa messa in scena, perché il padre in un giorno di maggio, inspiegabilmente, da un vagone di terza classe di un treno in corsa, scivolò fuori da uno sportello lasciato per disgrazia aperto, forse dopo essere inciampato in un bimbo zoppo dalla nascita, e rotolò sul selciato pallido della stazione di una piccola località sul lago fracassandosi il cranio.
La ragazza, giunta dopo alcune ore insieme alla madre, rimase una buona mezz’ora a guardare la chiazza rossastra di sangue rappreso e alla fine capì e a quanto sembra in quel momento si salvò. Da allora vive e lavora in un bordello di una città di mare della quale nessuno ricorda più il nome.

Il Bigliettaio

Dietro questo vetro transita il mondo. In tanti svagati si spostano lenti osservando il tabellone dei treni in arrivo e in partenza, mani in tasca, una destinazione tra i pensieri. Sono spesso uomini, meno donne e deve esserci un motivo per questo, una specie di selezione nella fila per il biglietto o forse è la natura stessa dei viaggiatori di questa stazione a indurre questa statistica.
Entrano dalle grandi arcate dell’ingresso centrale, scrutano intorno per capire dove è meglio dirigersi, poi si avvicinano e accostano la bocca alle feritoie del microfono esterno. Specificano luogo, ora, chiedono quanto. Vorrei alle volte domandar qualcosa di loro. Tipo perché vadano in quel preciso luogo e come mai proprio oggi. Certe volte piove e soffia un vento freddo, che fa ringraziar iddio di potersene stare in questi cubicoli tiepidi e invece capita che il tipo bassino chieda un biglietto per una località di mare, nemmeno vicina. Una volta sola mi informai sul perché volesse andare proprio lì, giusto in quel giorno di bufera. Una volta sola, perché il tipo bassino mi guardò male, come se insano fosse l’interesse per i fatti suoi. Ma no, no, era solo per capire, per trovare un nesso tra i vari luoghi che ascolto citare ogni santo giorno e le facce in attesa dietro il vetro. Cos’è? Sono casuali le tante destinazioni che avete in mente o hanno una logica, una regola non immediata da comprendere per me? Una sola volta provai a capire, poi basta, poi solo tepore sintetico del cubicolo, mentre gli aghi della stampante acquistata dall’amministrazione incidevano il cartoncino spesso del biglietto con i dati utili. Ecco, per voi tutto ciò è solo una transazione tra voi e la burocrazia ferroviaria. Non vedete me essere tramite, né il mio inquieto cambiar posizione sulla poltrona, pur essa dell’amministrazione, per scaricare in punti mutevoli il contatto corpo/proprietà aziendale e la mia stanchezza di uomo. No, non lo vedete avvenire: io o una macchina, io o la stampante ad aghi siamo comunque l’oltre il vetro. Adoperiamo le nostre energie per fornirvi il tagliando che autorizza a salire sul vagone, a sedere nel posto che l’algoritmo ha assegnato. Ci pensate? Sono decine i posti e il caso o la simulazione elettrica ha scelto quello per voi sino all’arrivo finale, come una sentenza sino alla meta. Perché voi per fortuna ne avete una codificata dal numero inciso dagli aghi, che si materializza nella destinazione reale. Io invece no o forse sì se per meta s’intende questo cubicolo e per scopo il pronto rifornire i rettangoli di carta dalla fessura alla base del vetro per poi vedervi gelidamente allontanare con l’ipocrisia di un grazie.
Lei invece arrivò tenendo stretto un incarto cilindrico al petto. Dietro il vetro provò a sbirciare lo spazio che occupavo, le mie mani, il fatto che avessi tolto il giaccone per muovermi agevolmente sul minuscolo piano di lavoro. Disse buongiorno. Anch’io. Disse si gela oggi. Risposi davvero si gela. Poi si zittì, quasi aspettasse lei una mia richiesta. A quel punto dovetti provare io con il dove. Non sapeva. Dissi che senza un dove era complicato anche il quando. Lei si guardò come smarrita intorno, poi si informò sul primo treno in partenza. Risposi con un luogo che però non ricordo, strano, ché di regola memorizzo finanche le monete di resto che consegno. Ma per lei la mia attenzione fu sconnessa dai singoli eventi e destinata al suo muovere nervoso le dita delle mani ossute sull’incarto. Disse ok, che andava bene. Prese il biglietto, pagò, andò via.
Sarebbe stata dimenticata come le tante altre facce e corpi se un mese dopo non la avessi rivista dietro il vetro, stesso sguardo smarrito, stessa richiesta d’attenzione, nessuna meta precisa. Questa volta notai che osservava le mie mani, senza parlare, con uno sguardo delicato come avesse paura che ad ogni sfiorare la tastiera potessi subire un qualche trauma dal congegno meccanico. Avrei voluto rivolgerle qualche nuova parola, sapere meglio che so il suo nome ecco. Ma dietro la coda incombeva così lei prese il biglietto, pagò e andò via.
E così ogni mese per mesi, a intervalli pressoché regolari, lei tornava a farsi scegliere una nuova destinazione, una andata e ritorno sempre diversa. Capitava che altri sportelli fossero liberi, ma lei disciplinatamente attendeva il suo turno al mio. Una volta le chiesi il nome, feci finta fosse per una qualche offerta speciale. Lei disse no grazie, che preferiva pagare l’intero per qualche strana ragione. Mai invece domandai lumi su quel singolare comportamento, una forma di pudore la mia verso quella immagine di donna propagata oltre il vetro. Lei ascoltava il nome della destinazione che proponevo, annuiva tranquilla e andava.
L’ultima volta che la vidi arrivò con una valigia nera. La poggiò a terra e mi chiese un città precisa. La guardai stupito per l’abitudine inveterata in quella strana storia di andate e ritorni dei quali io ero in fondo un artefice. Disse che quello era un addio, solo andata verso una nuova storia. Disse che le dispiaceva, che quello che si lasciava alle spalle era più di ciò che l’attendeva, anche perché nulla aveva di certo davanti a sé.
Solo in quell’istante notai la sua pelle, ambrata più della nostra, il suo accento diverso e la sua lingua addomesticata all’idioma non suo. Domandai perché con potesse rimanere, dissi che avrei potuto aiutarla, ché in fondo potevamo essere soli insieme, almeno per un po’, fino a che non avessimo avuto di nuovo compagnia. Lei scosse la testa e disse probabilmente grazie, ma era già lontana ancor prima di prendere il biglietto, di pagare e di andare per sempre via.
E adesso ogni volta, come ora, che una donna varca le grandi arcate dell’ingresso, mi sovviene quel brivido per quel volto dietro il vetro del finestrino del vagone in partenza e per il mio sopravvivere sognando le mete d’altri.