Un Tango Mas

La verità è che in lei c’era troppo.
Troppa vita, morte e orme stanche nei deserti calpestati da uomini e demoni, tormentati dal vento ruvido delle dune.
Troppi sogni, illusioni, silenzi. Parole dette e più spesso ricacciate in gola, come medicine amare; o salate, come l’acqua di mare che sa di lacrime piante finché la vita resiste dentro i corpi accartocciati al sole.
Dopo silenzio.
Dopo il niente.
Lei arrivava tardi e capivi che non c’era stato tempo tra il turno e la milonga di Maria. La ragazza all’ingresso la conosceva bene, ma lanciava sempre uno sguardo interrogativo alla padrona, seduta un po’ in disparte nel suo abito kitsch; incassava un sì, appena appena accennato, e staccava il biglietto prima di tornare con l’occhio alla ronda.
Lei s’immergeva allora nella poca luce giallastra, oltrepassando senza dedicarle di uno sguardo i nugoli di signore a planchar; diritta, fino al suo solito angolo buio, vicino ai bagni.
Lui se ne stava invece su una sedia lontana, perennemente rannicchiato nei suoi pensieri e non ballava. Mai l’ho visto arrivare o andar via. Mai. Qualcuno sosteneva che fosse muto, altri un pericoloso assassino e che prima o poi l’avrebbero ammazzato. Se ne stava tutta la sera lì, osservava le coppie legarsi nell’abbraccio, mute, accennar appena una cadencia e poi andar via, due passi e poi cruzada, due passi e una barrita. Dal suo posto in disparte ascoltava le note, sempre per lui amare, soffiare nel mantice del bandoneón e, non visto, almeno così amo pensare, la osservava.
Lei indossava abiti troppo corti e tacchi troppo alti, perché i clienti questo vogliono, si sa. Passava ore a studiare i passi in pista e il loro scandire il tempo, i passi degli altri certo, che nel suo angolo buio vicino ai bagni mimava, con teneri e lievi accenni delle suole. La gente le passava accanto, spesso la urtava, percependo appena l’ombra nella sua nicchia e destinandole un sorriso beffardo di chi la sentiva estranea a quel luogo. Ma a lei andava bene così: le bastava la musica e nessuno a metterle le mani addosso. Bene così.
Alle volte, nascosta, coglieva un cliente passare con una dama ingombrante e allora abbassava lo sguardo, non per pudore, no, ma per non ferire la donna con uno sguardo, un cenno, un vistoso imbarazzo.
Oggi voi non ricordate più, ma io c’ero quella sera d’estate: fuori una pioggia che dio la mandava per lavare ogni cosa umana, dentro afa che ci potevi annegare, tanto l’aria era densa. La sedia l’avevano lasciata libera per rispetto, per paura o solo per sottolineare quell’assenza, mentre la musica faticava a galleggiare oltre le teste dei tangueri e i tacchi provavano a graffiare la pista. Lei, immersa nel suo angolo, non lo vide entrare, ma dovette avvertire il fremito della folla nel dare spazio all’uomo fradicio di pioggia, nel suo gessato liso e con le scarpe lustre risparmiate per un qualche strano prodigio dal nubifragio. Qualche passo verso il suo angolo buio, poi le aveva porto la destra e allora la gente non potè non chiedersi quando s’era vista una come lei alzarsi e stirar giù il lembo dell’abito per seguire un uomo, qualunque uomo, sino alla pista. Non s’era mai visto quel vuoto magico intorno a lei e quelle braccia avvolgerla, la sua postura milonguera, il suo lento abbandono. E i passi. Già! Cristo, ma come aveva appreso quei passi una come lei? Davvero aveva imparato l’ocho, gli adorni, i boleos dal suo angolo buio vicino ai bagni? E poi dio com’era bella! Come seguiva l’uomo, l’assassino, il muto che proprio quella sera l’aveva presa dal suo angolo buio e accompagnata in pista, al centro esatto della ronda. I suoi clienti, quelli che tenevano in disparte le loro dame ingombranti, cosa pensavano? Rosi dalla bile, provavano un po’ di vergogna mentre una voce calda intonava Vuelvo al Sur. Vuelvo al Sur!
Se ci penso la rivedo ancora con gli occhi chiusi, ondeggiare tra i ricordi di mare violento, stretta in mezzo a corpi esausti. Rivedo i suoi pensieri quietarsi un po’ al tocco delle mani dell’uomo che parevan ruvide, come quelle di suo padre che contava banconote unte di fatica sul biglietto di sola andata per l’inferno. Fu forse così che apprese che l’amore è alle volte l’abbraccio di uno sconosciuto, il tempo binario della musica, una cruzada ben fatta, un boleo.
Il vuoto però svanì di colpo intorno a lei, come una bolla di sapone, lasciandola sola in quel vestito troppo corto, su quei tacchi troppo alti. Con quei pensieri troppo belli. La ronda girava ignara di lei, del suo tango irreale e la sedia era vuota, come il suo angolo buio, vicino ai bagni.
L’uomo lo ritrovò la polizia l’indomani con un pugnale in petto. Era scomparso da sei giorni buoni, stecchito sulla poltrona del soggiorno nel suo gessato liso e con le scarpe lustre. Alla fine di lui dissero poche cose, che se l’era dovuta meritare in fondo una fine così. Qualche apprendista in redazione buttò giù un articoletto incolore, per riempire qualche buco nell’edizione della sera. Poi basta. Poi silenzio. Niente note amare e bandoneón. Oblio.
Oggi che sono vecchio di lei non mi rimane che un ritaglio di giornale ingiallito dal tempo. Una macchia scura di colore riversa esanime su di un letto disfatto, senza neanche il vestito troppo corto o i tacchi troppo alti. Una indagine come tante altre, come troppe altre. E quel piccolo sorriso di chi sa che non si è mai davvero perduti finché il musicalizador non suona l’ultima inevitabile cortina.

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Passi

Mi dicevano che la prima volta che vedi il mare è sempre così. Magari lo hai notato passando, un’occhiata dai vetri sporchi del pullman, una macchia di colore mentre rifletti sui prossimi passi, perché quello conta, non stare fermi, camminare. Poi scendi e ti ritrovi tutta quell’acqua davanti, all’improvviso, la guardi e allora capisci che di passi non ne hai più. Sei lì fermo come se fosse un muro enorme, che si estende sino a ogni orizzonte e non vedi scampo.
La prima volta che ho visto il mare avevo pochi anni, ma abbastanza per mettere i passi uno avanti all’altro e andare via lasciando le mie orme sulla sabbia. Ogni tanto ho incontrato case e uomini e spesso erano bestie. Sono cattive le case alle volte, perché vogliono ingoiarti e fermarti. Si cibano di passi le case e allora devi essere pronto a fuggire ancora e ancora. Fino al mare.
Quella volta ho visto il mare e ho provato a piangere, ma non perché ero triste o rabbioso, no, volevo davvero lasciare che le mie lacrime si mischiassero a tutta quell’acqua, ecco cosa volevo fare. Volevo che almeno una minima parte di me fosse in grado di eludere quel nemico liquido e andasse via, insieme alle onde, fino alla terra oltre gli orizzonti che ci tengono prigionieri. Li chiamano confini e a noi ci disegnano stranieri, con pochi tratti di carboncino su un foglio ruvido, raggrinzito dalla pioggia che veniva giù ogni giorno.
Puoi camminare una vita guardando quegli orizzonti, ma non c’è nulla da fare, hai bisogno di una barca per provare a toccarli. E una barca non è un pezzo di terra sulla quale puoi portare i tuoi passi, perché la terra è libera, ma tu no e allora devi fare cose che non avevi mai voluto e aspettare. Guardi il mare, la faccia degli aguzzini che digrignano i denti e ridono sguaiati davanti alle donne terrorizzate dai loro lunghi coltelli e aspetti. Cosa? Che una voce ti chiami, una notte, una voce ruvida che non sa nemmeno il tuo nome, che ti ruba ogni cosa e ti scaraventa in mezzo al terrore degli occhi inumani dei tuoi compagni di viaggio.
E il mare alla fine era lì, lo potevi toccare e sembrava enorme e buio. Ovunque orizzonti, solo orizzonti di mare e cielo. Io che sapevo solo puntare i piedi e camminare cercavo un lontano odore di terra, per sperare almeno di poter un giorno alzarmi tra quella massa di carni e ossa ricotte dal sole e tornare ad accumulare passi.
Poi accadde qualcosa. Adesso non saprei dire cosa. Voci, nel buio, fari, lingue strane e a me lontane. Luccicava il mare, quando qualcosa o qualcuno mi urtò e venni giù di colpo. Fu un secondo o un minuto o forse un’ora. Fu, ecco!
L’ultima volta che vidi il mare c’era solo quello intorno a me, buio e sotto miei piedi acqua. Li muovevo, perché io solo quello sapevo fare, ma erano passi che non andavano da nessuna parte. E anche l’orizzonte era scomparso, era solo acqua ovunque e io non avevo neppure più lacrime da far scivolare via. Forse ho gridato qualcosa, forse ho chiesto aiuto, ma si sa che con tutta quell’acqua non si capisce più nulla e io a parte di passi non saprei parlare d’altro.
Ora che sono diventato del mare, sbranato dai pesci di questo mare, mi chiedo che cosa ve ne fate di tutta quella terra voi laggiù, chiusi nei vostri confini. Che ve ne fate degli orizzonti e delle vostre lacrime. Che ve ne fate della vita se non potete neanche mettere un passo davanti all’altro e venirci a salvare.

Sereno

L’ultima volta che l’ho vista era maggio. È arrivata una sera senza avvertire, come al solito. Ha spalancato la porta e si è messa a esplorare come se per lei fosse la prima volta, guardando in giro per la casa ogni singola novità. Solo poche parole ma belle prima di fare l’amore, solo questo, evitando ogni saluto, qualsiasi smanceria normale per due che alla fine non si vedevano da tempo.
Stiamo insieme io e lei, da quanto non ricordo, o almeno così le piace pensare. Fosse davvero questa la verità, la mia vita sarebbe un’attesa eterna dei suoi capricci, per questo la dimentico ogni volta che si dilegua, per riprenderla con me solo quando ne ha voglia. E infatti a maggio dopo due giorni è andata via come suo solito senza salutare, ha preso il caffè una mattina, ha aperto la porta e via, sparita, lasciando solo poche tracce in bagno, uno spazzolino nuovo sul ripiano, un asciugamani verde, basta. Tornerà. Quando? Neanche lei lo sa davvero e nessuno ha idea di dove trascorra il suo tempo quando non è con me. Sono arrivato a pensare che non esista neanche o che magari vaghi da una città all’altra in cerca di un motivo per tornare qui, quale non so, penso noia o voglia di un abbraccio, di un caffè fatto bene, di un tramonto.
Tradirmi mai. Lei non potrebbe concepire un altro letto oltre il nostro, su questo potrei scommettere, ma deve vivere così in perenne attesa del ritorno. E lei in fondo è di per sé il ritorno di un corpo alla sua anima che io avverto essere qui, in queste stanze, insieme a me, ogni giorno. Osserva me, le donne che passano di qui, che la sostituiscono temporaneamente nel suo letto. È come un fantasma discreto che indaga, comprende, alle volte aiuta scegliendo la musica corretta per i momenti di solitudine che arrivano, nelle sere tiepide domenicali o in quelle fredde dei vetri imperlati di pioggia. Sta in silenzio finché il suo corpo, stanco di vagare, torna qui a distendersi con me, a guardare il tetto imbiancato e le piccole chiazze iridescenti prodotte dall’abat-jour che mi portò lei da un qualche posto del mondo. E ogni volta si stupisce di quelle figure, descrivendole con nomi e luoghi sempre diversi. Io allora le chiedo se è da lì che sta arrivando, lei ride come ridono gli esseri che non hanno malizia e dice che no, non ha importanza e che se fosse necessario saprebbe inventarli i posti dove era stata.
Oggi però osservavo con impazienza le ombre fuori e le lancette dell’orologio che segnavano le sette della sera. In genere è un‘ora buona per il suo arrivo e in genere non lo penso mai il suo arrivo. Eppure oggi è stato così. Forse ho percepito qualcosa, imparo magari i segni del suo provenire da una qualsiasi parte del mondo e così m’inquieto del suo ritardo non essendo lei per nulla annunciata. Forse. Tutta la nostra vita si manifesta con i forse. Compreso oggi che il suo fantasma è qui accanto a me e il suo corpo dovunque.
Annuso il vento come un cane per indovinare il padrone alla porta, ma no non è ancora tempo. Dovrei uscire probabilmente, fare due passi attorno a questo anonimo condominio, arrivare all’angolo dove ci sta il vecchietto dentro il suo chiosco dei gelati e chiedere qualcosa: un cono, una bibita fresca, se ti ha vista per caso passare con il tuo solito passo svanito, preannunciare con la vicinanza un imminente ingresso nella mia vita. Niente. Sto qua. Fissando immobile il muro screpolato di fronte a me e la figura nera della tv spenta.
È notte fonda quando mi alzo per nulla vinto dal sonno; pensieroso non ascolto subito lo sferragliare di chiavi, così quasi di colpo mi trovo davanti la sua bella figura, il suo volto gentile che mi osserva sin dentro le ossa.

«Ciao, ti aspettavo.»
«Davvero?» Dice quasi in bilico su un sorriso, come non lo immaginasse già.
«Sì, volevo salutarti per l’ultima volta.»
«L’ultima?»
«L’ultima, cambio casa e città, vado via, ma non dico dove, vado perché non è più tempo d’aspettare ritorni, di colmare il tuo vuoto con lunghe solitudini.»
«Ti mancherò?» chiede e non cambia per nulla espressione.
«Non credo, non penso ricorderò nulla di tutto questo, tranne quando facevamo l’amore e mi chiamavi con il mio nome, solo quello.»
«Vuoi che lo faccia?»
«No, non ne ho più bisogno, anche se non è vero.»
«Ci abitueremo», dice tornando indietro verso la porta.

A terra all’ingresso c’è il mio zaino con poche inutili cose, tutto quello che serve per ricominciare. Dalle scale la vedo scendere verso l’androne, va via lenta, al solito senza salutare. Va via come sempre, probabilmente sicura che tornerà per blandire qualche nuovo inquilino, non me però che ho lo zaino già in spalla.
Quando lei lascia che il portone si chiuda dietro le sue. spalle, respiro un attimo, poi affronto uno alla volta gli scalini, probabilmente sereno.

La Sposa Felice

La ragazza guardò nuovamente la sagoma del vestito dentro la fodera crema. A terra erano adagiate le scarpe candide e di lato, sulla poltroncina azzurra, in un ordine preciso, la lingerie da indossare. Era tutto perfetto per il giorno delle nozze e di questo doveva essere paga, ma lo stesso aveva chiesto di stare un po’ da sola, per riflettere almeno mezz’ora.
La sorella piccola se ne stava in un angolo del grande soggiorno a guardare con stupore le dita della mano, soprattutto le unghie e la forma della macchia chiara che denunciava crudelmente la sua indole bugiarda. O almeno questo le avevano raccontato e così pensava sinceramente che il mondo andasse.
E in maniera simile anche la madre, con svagata attenzione, ammirava le sue mani, interrogandosi sulla tenuta dello smalto e ragionando della stanza chiusa della figlia che aveva chiesto mezz’ora per stare sola. Pensava con un certo timore ai casi della vita e alla volta che anche sua sorella grande, proprio il giorno delle nozze, era stata per mezz’ora chiusa nella stanza e poi ne era uscita a dire che niente, non se ne faceva più niente e che tutti gli invitati potevano andare via o approfittare della festa ormai pagata, cosa che in pochi intimi accettarono, ma a sentir loro solo per confortare con caloroso affetto la parentela prossima. Si guardava le unghie e le mani leggermente corrugate dalla vita di madre e attendeva ansiosa il riapparir della figlia, pronta a quel giorno che a dio piacendo l’avrebbe resa sposa.
La ragazza stava intanto sulla poltrona sotto la finestra, preoccupata anche del tempo incerto, per quelle nozze che lei aveva voluto all’aperto e capite quanta fatica ed elemosine c’erano volute per convincere padre Marchese ad accettare quell’inusuale rito. Ah! e le granite e i sorbetti che aveva preteso per rinfrescare gli ospiti avrebbero ora avuto successo tra gli invitati? Perché c’era voluto il bello e il buono per far quadrare ogni cosa e adesso quel tempo, quell’improvviso rigurgito di inverno tardivo, metteva sossopra tutto quanto, soprattutto lei che guardava fuori e pensava.
La serva fidata, pettinava con dolcezza i capelli della sorella mezzana, all’oscuro della tensione che inondava la casa e il quartierino di abitazioni familiari limitrofe. Pensava al ragazzo con gli occhi nocciola che aveva recapitato l’ultima cesta di fiori: aveva fatto un movimento appena, tipo un sorriso, ma non proprio intero, solo un accenno che forse era per la cesta o per la mancia o, chissà, per lei. Pettinava e sperava di riveder quel sorriso, ma intero e aperto, insieme un ciao come va o forse era troppo chiedere per sé così tanta bellezza, per lei che in fondo era carina sì, ma ne vedeva tante e tante in giro, con quei corpicini che al loro passare facevano girar gli occhi e il busto ai signori e che signori! E pettinava.
La gatta, almeno quella, era serena e dormiva raggomitolata sul solito davanzale adesso un po’ in ombra. La madre ogni tanto alzava lo sguardo e la controllava e nel mentre rifletteva che mezz’ora doveva essere passata da un po’, ma che no, non era ancora il caso di bussare e chiedere tutto bene piccola mia? Perché le risposte dopo vanno gestite e così su due piedi, senza un’ipotesi, un piano corretto, ecco, meglio starsene buona buona, aspettare che le cose si dispongano al meglio, naturalmente, senza fretta, perché adesso mio dio, anche un’ora che volete che sia di fronte alla vita, a tutta una vita. Ed era da comprendere la ragazza o davvero credete che ognuna di voi in questi momenti si sia sentita certa di prendere la sua vita intera e proiettarla su di un unico ingenuo futuro; che non abbia guardato il vestito, le scarpe, il modo di procedere delle cose senza alcuna paura? Pensate che non ci stia una mezz’ora, o un’ora, o anche un giorno intero di pensieri incupiti? Che bisogna lasciar fluire via, come il nero della biancheria sporca, che risciacqui con cura e strizzi per rinnovare il nitore, facendo svanire il bruno dell’acqua nel vortice dello scarico.
Il padre, già. Di lui sembrava notarsi solo l’assenza. Per carità lui c’era e il suo esserci era evidente nei discorsi reiterati che lo citavano e negli oggetti da uomo che ogni tanto venivano spostati e riordinati. Una camicia candida per esempio, con i polsini e il colletto ben inamidati, che aspettava di essere indossata da un momento all’altro e quindi preannunciava il suo imminente apparire con quel fare bonario e accomodante, ma più spesso rigido e alle volte cupo come si confà al buon padre di famiglia appunto, che in quel ruolo ritiene fondamentale riprendere in modo severo e allo stesso tempo incline a concedere sempre fiducia. E poi buon dio, con tante donne in casa, alcune come si vede addirittura in età da marito, volete che tutto si accomodasse con il sorriso sulle labbra e senza un rimbrotto, almeno ogni tanto e quando ci vuole? Quindi, dicevamo, la madre s’aspettava di vederlo apparire da un momento all’altro per quietare la baldoria delle due sorelle, la piccola e la mezzana, e della serva fidata. Il padre invece guardava oltre, poggiato al davanzale, osservava la sera scendere, i colori in particolare, come se dalle tante tonalità si attendesse una qualche giustificazione. Il rosso fuoco sull’orizzonte e il pallore grigio del selciato nel cortiletto sul quale dava la stanza del primo piano. Nel fare questo, pronunciava un movimento unico del corpo, uno sporgersi un pochino e un pochino ancora, quasi a voler verificare quanto il baricentro potesse sporgersi prima di… E sentiva un dolore, lui e la ragazza lo stesso dolore, come un breve salto di un battito proprio in prossimità del cuore, un asfissiare leggero in gola, anche questo breve. Sentivano entrambi il peso di una faccenda, che sembrerebbe giusto chiamare addirittura felicità, esplodere in una lieve insopportabile angoscia per il procedere del mondo nell’esatta, sperabile direzione. Prendete l’amore ad esempio, splendido per loro, una perla lucente che tutti guardavano ammirati. E la posizione sociale forte e solida, con un futuro sereno e ricco di belle promesse. Ecco, era quello che si erano fermati a guardare, il padre e la prossima invidiata sposa, la troppa inevitabile felicità. Non che ne lagnassero, ma in tutto questo mondo perfetto non potevano non provare terrore per la sua necessaria fine. Sembrava loro che nessuna prova li aveva preparati a questo, allo spegnersi di un sorriso o di un respiro. Nulla. E così leggevano in ogni tramonto l’arrivo della fine di quella immane felicità e non sapevano entrambi cosa fare, come agire, in che modo farsi trovare con forze adeguate.
La madre, giacché le donne a un certo punto della vita pare possano prevedere esattamente cosa avverrà intorno a loro, sapeva che quel baricentro prima o poi poteva ruotare irreversibilmente, ma non ora, non oggi e quindi concentrava l’attenzione su quella porta lasciata chiusa oltre la mezz’ora richiesta. Così stava ferma e non agiva, pensava che le anime in bilico vanno delicatamente maneggiate, che a tutto deve esistere un rimedio anche quando sembra non esserci una soluzione. Tutto questo e tanto altro, finché il tonfo sul selciato non risvegliò ognuno da quel torpore sopportato. Ebbe allora lo spunto per aprire la porta e irrompere nella camera e raggiungere la figlia, in piedi, nella veste da camera, che guardava terrorizzata un alone rosso colorare il pallore grigio del selciato. Era stato un movimento incauto a far precipitare la bottiglia del vermut preferito dal padre dal primo piano della casa? O era solo un espediente per implorare ben altro? La madre comprese che di tempo ne rimaneva poco e che solo una follia della figlia poteva mutare la storia che si stava narrando. Ma fu troppo tardi, perché nella camera a un tratto il padre sorridendo arrivò.
Si narra oggi che di quel matrimonio se ne sia favoleggiato per anni. Si narra che la serva, in un angolo della casa un po’ buio, concesse le sue più intime grazie a un vecchio zio puttaniere incallito che con la promessa di portarla con sé in America un giorno la sposò. Di certo si seppe che la madre pianse tanto, per giorni, ininterrottamente. Passava il tempo con la sua nuova mania di star chiusi con le finestre sbarrate, sostenendo che la luce le provocasse una forma incurabile d’orticaria. E non solo dove lei stava, ma proprio in tutta la casa, come se i colori impregnassero per sempre ogni cosa irritando la delicatissima pelle pallida.
Ma a poco valse questa messa in scena, perché il padre in un giorno di maggio, inspiegabilmente, da un vagone di terza classe di un treno in corsa, scivolò fuori da uno sportello lasciato per disgrazia aperto, forse dopo essere inciampato in un bimbo zoppo dalla nascita, e rotolò sul selciato pallido della stazione di una piccola località sul lago fracassandosi il cranio.
La ragazza, giunta dopo alcune ore insieme alla madre, rimase una buona mezz’ora a guardare la chiazza rossastra di sangue rappreso e alla fine capì e a quanto sembra in quel momento si salvò. Da allora vive e lavora in un bordello di una città di mare della quale nessuno ricorda più il nome.

Il Bigliettaio

Dietro questo vetro transita il mondo. In tanti svagati si spostano lenti osservando il tabellone dei treni in arrivo e in partenza, mani in tasca, una destinazione tra i pensieri. Sono spesso uomini, meno donne e deve esserci un motivo per questo, una specie di selezione nella fila per il biglietto o forse è la natura stessa dei viaggiatori di questa stazione a indurre questa statistica.
Entrano dalle grandi arcate dell’ingresso centrale, scrutano intorno per capire dove è meglio dirigersi, poi si avvicinano e accostano la bocca alle feritoie del microfono esterno. Specificano luogo, ora, chiedono quanto. Vorrei alle volte domandar qualcosa di loro. Tipo perché vadano in quel preciso luogo e come mai proprio oggi. Certe volte piove e soffia un vento freddo, che fa ringraziar iddio di potersene stare in questi cubicoli tiepidi e invece capita che il tipo bassino chieda un biglietto per una località di mare, nemmeno vicina. Una volta sola mi informai sul perché volesse andare proprio lì, giusto in quel giorno di bufera. Una volta sola, perché il tipo bassino mi guardò male, come se insano fosse l’interesse per i fatti suoi. Ma no, no, era solo per capire, per trovare un nesso tra i vari luoghi che ascolto citare ogni santo giorno e le facce in attesa dietro il vetro. Cos’è? Sono casuali le tante destinazioni che avete in mente o hanno una logica, una regola non immediata da comprendere per me? Una sola volta provai a capire, poi basta, poi solo tepore sintetico del cubicolo, mentre gli aghi della stampante acquistata dall’amministrazione incidevano il cartoncino spesso del biglietto con i dati utili. Ecco, per voi tutto ciò è solo una transazione tra voi e la burocrazia ferroviaria. Non vedete me essere tramite, né il mio inquieto cambiar posizione sulla poltrona, pur essa dell’amministrazione, per scaricare in punti mutevoli il contatto corpo/proprietà aziendale e la mia stanchezza di uomo. No, non lo vedete avvenire: io o una macchina, io o la stampante ad aghi siamo comunque l’oltre il vetro. Adoperiamo le nostre energie per fornirvi il tagliando che autorizza a salire sul vagone, a sedere nel posto che l’algoritmo ha assegnato. Ci pensate? Sono decine i posti e il caso o la simulazione elettrica ha scelto quello per voi sino all’arrivo finale, come una sentenza sino alla meta. Perché voi per fortuna ne avete una codificata dal numero inciso dagli aghi, che si materializza nella destinazione reale. Io invece no o forse sì se per meta s’intende questo cubicolo e per scopo il pronto rifornire i rettangoli di carta dalla fessura alla base del vetro per poi vedervi gelidamente allontanare con l’ipocrisia di un grazie.
Lei invece arrivò tenendo stretto un incarto cilindrico al petto. Dietro il vetro provò a sbirciare lo spazio che occupavo, le mie mani, il fatto che avessi tolto il giaccone per muovermi agevolmente sul minuscolo piano di lavoro. Disse buongiorno. Anch’io. Disse si gela oggi. Risposi davvero si gela. Poi si zittì, quasi aspettasse lei una mia richiesta. A quel punto dovetti provare io con il dove. Non sapeva. Dissi che senza un dove era complicato anche il quando. Lei si guardò come smarrita intorno, poi si informò sul primo treno in partenza. Risposi con un luogo che però non ricordo, strano, ché di regola memorizzo finanche le monete di resto che consegno. Ma per lei la mia attenzione fu sconnessa dai singoli eventi e destinata al suo muovere nervoso le dita delle mani ossute sull’incarto. Disse ok, che andava bene. Prese il biglietto, pagò, andò via.
Sarebbe stata dimenticata come le tante altre facce e corpi se un mese dopo non la avessi rivista dietro il vetro, stesso sguardo smarrito, stessa richiesta d’attenzione, nessuna meta precisa. Questa volta notai che osservava le mie mani, senza parlare, con uno sguardo delicato come avesse paura che ad ogni sfiorare la tastiera potessi subire un qualche trauma dal congegno meccanico. Avrei voluto rivolgerle qualche nuova parola, sapere meglio che so il suo nome ecco. Ma dietro la coda incombeva così lei prese il biglietto, pagò e andò via.
E così ogni mese per mesi, a intervalli pressoché regolari, lei tornava a farsi scegliere una nuova destinazione, una andata e ritorno sempre diversa. Capitava che altri sportelli fossero liberi, ma lei disciplinatamente attendeva il suo turno al mio. Una volta le chiesi il nome, feci finta fosse per una qualche offerta speciale. Lei disse no grazie, che preferiva pagare l’intero per qualche strana ragione. Mai invece domandai lumi su quel singolare comportamento, una forma di pudore la mia verso quella immagine di donna propagata oltre il vetro. Lei ascoltava il nome della destinazione che proponevo, annuiva tranquilla e andava.
L’ultima volta che la vidi arrivò con una valigia nera. La poggiò a terra e mi chiese un città precisa. La guardai stupito per l’abitudine inveterata in quella strana storia di andate e ritorni dei quali io ero in fondo un artefice. Disse che quello era un addio, solo andata verso una nuova storia. Disse che le dispiaceva, che quello che si lasciava alle spalle era più di ciò che l’attendeva, anche perché nulla aveva di certo davanti a sé.
Solo in quell’istante notai la sua pelle, ambrata più della nostra, il suo accento diverso e la sua lingua addomesticata all’idioma non suo. Domandai perché con potesse rimanere, dissi che avrei potuto aiutarla, ché in fondo potevamo essere soli insieme, almeno per un po’, fino a che non avessimo avuto di nuovo compagnia. Lei scosse la testa e disse probabilmente grazie, ma era già lontana ancor prima di prendere il biglietto, di pagare e di andare per sempre via.
E adesso ogni volta, come ora, che una donna varca le grandi arcate dell’ingresso, mi sovviene quel brivido per quel volto dietro il vetro del finestrino del vagone in partenza e per il mio sopravvivere sognando le mete d’altri.

Destino – 11

Il capo non si fece attendere molto, comparendo come al solito nella sua improbabile immagine alla Gandalf. Una visione che suscitava in lui sconcerto e ilarita sguaiata, una sorta di caricatura mal riuscita. Francesco lo osservò muoversi immateriale nel suo spazio con un certo fastidio, perché a distanza di anni non aveva ancora l’abitudine a quelle vere e proprie intrusioni nella sua area. Sorrise comunque, per non manifestare il suo vero stato d’animo mentre lo salutava.
«Dottor Martin!»
«Caro Francesco, ho visto i rendering del suo esperimento. A quanto pare ci siamo.»
«Pare proprio di sì. Questa volta ho utilizzato 36 unità di riscrittura e una potenza ridotta di un terzo rispetto alle ultime prove. Otto ore di attività nel cervello di Holbesh mi pare che abbiano modulato la sua percezione del presente.»
«Grazie per avermi citato come personaggio della sua messa in scena.»
Francesco provò inutilmente a capire se l’immagine sintetica davanti a sé suggerisse qualche risentimento per la sua idea di vestire i panni di padre Martin.
«Avevo solo bisogno di un nome per il mio personaggio, spero non le abbia dato fastidio.»
«Oh, ma si figuri è stato divertente partecipare al suo gioco, anche se in modo come dire, virtuale.»
La voce del dottor Martin enfatizzò con una punta di sarcasmo quell’ultimo termine che nella loro condizione doveva suonare piuttosto comico. Francesco e Sebastien Martin erano il prodotto della evoluzione forzata che il progetto Arcadia aveva generato. Cervelli umani privi di corpo connessi a potenti reti informatiche, esseri viventi fatti di materia neuronale ed elettronica, alla ricerca di un metodo per rendere immortale la loro nuova specie. Erano tutto fuorché reali in fondo, sebbene nel loro mondo non lo si considerasse un problema.
«Bisognerà comunque modificare le energie per queste riscritture veloci.»
«Ho visto Francesco, il ricordo del numero telefonico è apparso in otto minuti. Un po’ troppo per alcune applicazioni.»
«Quello è davvero il cellulare di Holbesh. Ho lanciato una simulazione della rete sinaptica per interpretare il dato. Sembra che sebbene oscurati alcuni ricordi tendano a ricomporsi. Sono frammenti, spesso sconnessi anche dallo scenario; ne ho rilevati diversi durante i vari esperimenti e ho testato l’incidenza di questo meccanismo. E poi c’è questo.»
Un sibilo preannunciò l’avvio della registrazione di una telefonata. La voce era quella di Holbesh che lo avvertiva che sarebbe rimasto a casa quel giorno. Un forte mal di testa e sogni confusi riferiti con una voce sofferente e impastata.
«Pierre, ho sognato anche Pierre. Ti ricordi di Pierre, vero? Sembrava fossi nel paesino dove siamo stati ieri e che fosse morto e poi resuscitato. Una sciocchezza Francesco, ma talmente vivida da darmi un senso di angoscia esagerata. Devo essermi stancato troppo.»
Il sonoro si interruppe con un click metallico. Il dottor Martin sembrò contrariato.
«Residui?»
«Rievocati nelle successive sei ore. Alle volte ho notato che compaiono anche lesioni. Infiammazioni provocate dalla reazione immunitaria che tende a distruggere le unità. In questo momento solo 12 ne risultano ancora attive. E delle altre nessuna traccia.»
«Gli abitanti del borgo?»
«Nessun problema apparente. Ma ho usato solo degli inibitori. Di fatto siamo andati in giro e le frasi che ogni tanto ci scambiavamo con Holbesh non venivano semplicemente rilevate.»
«Ma Holbesh vedeva un’altra realtà?»
«Ero io a vedere la realtà del plot. Holbesh la ricordava soltanto.»
«Per il tempo di latenza?»
«Già! Troppo lungo ancora. Circa 8 minuti, essenzialmente per la riscrittura, perché la cancellazione del breve termine è trascurabile.»
«Migliorerà.»
Il dottor Martin fece ancora qualche domanda, ma irrilevante per l’attenzione di Francesco. C’era ancora vivido il ricordo del suo di sogno, quella attività onirica che periodicamente lo tormentava. Quella voce che parlava da un vuoto immane a lui sconosciuto. E soprattutto aveva in mente la domanda che era stato più volte sul punto di rivolgere al capo del progetto, la stessa che mentre l’immagine pacchiana del vecchio vestito di bianco svaniva nel nulla assumeva le dimensioni di una dubbio enorme. Cosa ne sarebbe stato della realtà quando la stirpe eletta degli umani in grado di mutare nella nuova forma di vita ibrida l’avrebbe riscritta per l’intera popolazione del pianeta. Il concetto stesso di reale era già stato surclassato dall’ombra microscopica della struttura metallica di Arcadia in orbita geostazionaria. Da lassù, per chi aveva letto qualcosa dell’intero progetto, sarebbe dovuta arrivare la soluzione al male di vivere terrestre. Tutti i loro cervelli viventi espiantati e immagazzinati in quell’involucro erano destinati però a svanire, a perdere definitivamente la loro fisicità, ad appannaggio di un eterno oggi, immobile, in perenne ricerca di un futuro inesistente. Loro dovevano eclissarsi per secoli probabilmente, rimanere invisibili per tornare come redentori dal cielo.
Era questo che dovevano considerare realtà, ma sarebbero stati davvero in vita senza i loro cugini di carne e sangue con i quali interagire? Oppure stavano proiettandosi in un buio cosmico colonizzato da suoni e voci simili a quelle del sogno? Era reale il mondo che stavano per offuscare o invece la sua proiezione onirica che il residuo organico neuronale partoriva durante le fasi REM indotte?
Francesco provò a visualizzare la terra, provò a ricordare qualcosa della sua vita pregressa. Ricordava tutto, ma non era in grado di raccontare più nulla di allora. Non aveva sensi davvero attivi, solo stimoli che macchine feroci regalavano alle sinapsi. In linea di principio li comandava lui quegli algoritmi, ne aveva il controllo totale, ma era vero tutto ciò? Non aveva più la risposta e claustrofobico era quel momento ogni volta, terrore irrazionale, panico che i sistemi di sedazione ancora attivi per lui provavano a lenire. Ascoltò il silenzio di quella pace chimica nuovamente avverarsi. Immaginò di chiudere gli occhi e di ascoltare il suo respiro, prima affannato, poi lento, poi rilassato. Il reale e il suo esatto contrario, questo doveva disimparare a discriminare. Questa era la sua necessaria evoluzione. Questo era davvero il sogno. Questo era adesso lui.

Destino – 10

La nona parte è QUI

Io non esisto. Secondo i vostri parametri s’intende. È già singolare che io possa conoscere questo canale di comunicazione, una crepa nel guscio che isola i nostri due universi dentro la quale sbircio le vostre silhouettes che affollano la scena.Non esisto perché non ho un prima o un dopo. Ho solo un durante; un lungo, incommensurabile presente. Vivo – qualora io abbia compreso cosa intendete per vita – ignorando il procedere di tempo e di spazio. Ho dovuto abituarmi a questi concetti per indagare l’ordine dei vostri eventi. La biologia, la concentrazione di energia, il collasso della funzione d’onda in un singolo stato. Stato, lo chiamate così il manifestarsi di una specifica configurazione, giusto? E per questo avete il bisogno di ordinare lo spazio dove confinare i vostri stati e di seguire con un tempo la sequenza dei loro cambiamenti. È a mano a mano che salite in complessità che mi sembra si manifesti la materia, sempre più ignara della sua origine, generata dalla fatica immane contro l’entropia. Come fate mi chiedo e soprattutto perché. Difficile per la mia concezione primitiva del tutto che vibra con l’universo. Almeno il mio di universo. Lo comprende e lo permea, l’io, il tutto. Io penso addirittura di essere entropia, esisto ma da monade e ho dovuto puntare la mia attenzione sulle diverse concentrazioni di energia per dedurre il vostro concetto di noi. Singoli io che condividono il tutto, non essendo da soli il tutto, ma insieme diventandolo. Tanti io obbligati a rispettare uno spazio che li delimita e un tempo finito, durante il quale provano a vincere l’entropia. E se io sono entropia provano a vincere me.
Eppure questo tempo, perché a questo ho dovuto adattarmi, induce a interrogarmi sul suo senso e già nel momento stesso della nascita in me di questo bisogno provo la necessità di almeno un altro io a cui sollecitare la risposta. E sento brividi, movimenti che anticipano un collasso, una morte se chiamate così questa trasformazione. È la domanda forse che impone il limite del prima e del dopo? E del cosa c’era prima e cosa dopo?
Studio i movimenti disperati di Francesco, il suo voler ostacolare questo complesso collasso di funzioni d’onda pur mantenendo ferma la volontà di rispondere alla domanda. Lo seguo, essendo immune allo spazio, nei suoi pensieri, nello spasmodico offrirsi alla tecnologia che usa per simulare un ovunque e un per sempre, nel suo mondo che impone questa vittoria entropica. Credo che dovrò far l’abitudine con il vostro mondo, perché in ogni istante – ecco vedete come il mio stesso linguaggio sta mutando? – passato a comporre la domanda sul perché, un frammento di me collassa, in frammento appunto, diventando significante del termine, una porzione limitata. Un nucleo degenerativo che spesso si annichila per carità, ma che basta da solo a fratturare il mio universo in prima e dopo. E ogni frattura introduce pressione e spasmi nel tutto e io ne sono attraversato e deformato. È dolore!, sì dolore come lo chiamate voi questo disagio, con la costante impressione di essere sul punto di esplodere in minuscoli pezzetti – ancora e ancora pezzi di tutto e di io che non comprendo sino in fondo ma che entrano nel mio lessico – scagliati ovunque in quello che a questo punto cos’è, vuoto? o il vostro universo riempito oggi di materia inesistente, oscura? Materia, oggi, dolore, maledizione Francesco! Cosa vuoi ottenere provando a sospendere ogni fine? Come vuoi farlo se non uscendo da questo universo, decongestionando la materia, facendola implodere in un tutto, in un solo io.

Francesco emerse dalla fase REM di colpo. Aveva in mente quella figura fatta di vuoto, una voce fuori campo che da diverso tempo lo tormentava durante il sonno. Emerse dall’ombra dell’ambiente dove si trovava, agitato e perplesso come ogni volta. Provò ad alzarsi, quasi dimenticando la sua condizione. Poi, spaventato ancora, si portò verso l’accesso alla grotta. Era sempre quello il suo rifugio quando le ombre, quelle ombre, lo assalivano. Il piccolo antro dalle pareti umide lo accolse, alla luce tremolante di una lanterna a lui poco visibile. Su una roccia sporgente si accomodò provando a respirare con calma per riprendere lucidità. In quel posto ci fuggiva sempre da ragazzino, quando gli scanazzati gli davano la caccia. Ci accedeva da una porticina nella corsia dei garage, sparendo in una fessura appena accennata su una parete di roccia coperta da rampicanti. Poteva passarci solo lui che chiamavano schieletro, proprio per la sua esile corporatura. Stava lì per il tempo necessario a far perdere le tracce, al sicuro, perché quei bulletti alla fine avevano una paura tremenda del buio nel sottosuolo. Lui no, al buio si era sempre affidato e a quell’antro, così simile alla camera minuscola in fondo al corridoio dove suo padre aveva incastrato a forza il letto e la scrivania. Lì Francesco, detto schieletro si rinchiudeva e lasciava libera la sua fantasia. Come ora, come allora. E difficile dire se l’antro nel sottosuolo fosse reale o semplicemente quel microambiente casalingo mutato dalla sua immaginazione. Difficile e inutile adesso che poteva decidere il reale e l’immaginario con due righe di codice. Al silenzio, con le gocce di acqua che ritmicamente scandivano il suo tempo, provò a concentrarsi sull’ultima versione del processo di riscrittura inversa. Aveva cambiato la storia e il tempo della narrazione di Holbesh e di tutti gli abitanti del borgo. Ma troppo lentamente e con buchi eccessivi. Guardò le connessioni riscritte e le densità di energia usate. Una, dieci, cento volte. Sembrava che il baco fosse evidente, sotto il suo sguardo, ma che la soluzione venisse celata da un pensiero, un processo in background che ostacolava la sua concentrazione. Doveva parlarne con il capo, il prima possibile e se era vero il suo dubbio, dovevano agire in fretta. Chiuse tutto e tornò fuori, nella luce asettica della sua cella. Una folata dell’impianto di condizionamento gli ricordò un identico sbuffo di vento lontano nel tempo. E insieme allo sbuffo, il volto imbambolato di sua madre, nell’ultimo suo giorno sul pianeta.

Destino – 9

Questo è l’ultimo post mio del 2017.
A tutti gli autori e ai lettori del Caffé Letterario auguri per queste feste e per il nuovo anno.

L’ottava parte è QUI

Seduti nel tinello della canonica i due uomini stavano in silenzio. Sebastien teneva in mano un bicchierino di cristallo con un liquore dentro. Sorseggiava e provava a riflettere sugli ultimi eventi. Holbesh osservava invece la stradina da dietro i vetri della finestrella. Di tanto in tanto facce per lo più conosciute attraversavano il suo campo visivo, ignare di essere scrutate. Una donna con una grande sporta di verdure si fermò davanti alla porticina di fronte alla canonica. Per alcuni istanti la vide frugarsi la tasca in cerca delle chiavi per aprirla. Fu in quel preciso movimento che percepì un richiamo verso qualcosa, una sensazione di già visto a un tratto divenuta folgore che sembrò abbattersi sulla scena. Holbesh scattò in piedi come se gli fosse apparso il diavolo in persona.

«Le chiavi Sebastien», urlò di colpo.
«Che chiavi?»
«Del laboratorio! Le hai ancora?»

Padre Martin tirò fuori il mazzo ancora stupito dalla sua domanda.

«Andiamo!»
«Holbesh, che volete andarci a fare in laboratorio? Le misure non saranno ancora pronte.»
«Andiamo!»

Non era momento per altre domande e in un silenzio fitto, rotto solo dai passi sugli acciottolati si infilarono nei cunicoli sino alla grande porta di metallo. Dentro, il corridoio e le luci bianche continuavano a definire quello strano ambiente. Il laboratorio però era buio, nessuna macchina accesa, nessuna traccia di attività. Sebastien controllò i ripiani; nessuna traccia di flaconi, provette o campioni biologici. Tutto scomparso, evaporato e forse mai esistito. Holbesh osservava sconfortato la vana ricerca del suo compagno di sventure, incapace di darsi ancora spiegazioni logiche.

«Sebastien, non so che diavolo stia accadendo al nostro tempo, ma in questo posto i nostri campioni non sono ancora entrati.»

Uno sguardo ancora e insieme ebbero una stessa intuizione. Tornati nel corridoio si precipitarono nell’ultima stanza, nella speranza di trovare qualche risposta. Anche questa volta però la situazione sembrò solo complicarsi visto che i due terminali erano magicamente scomparsi. Al loro posto i tavolini vuoti e alcuni cavi di alimentazione penzoloni. Sul lungo tavolo volumi e fogli invece continuavano a ingombrare il piano, con l’unica aggiunta di un tablet spento che non attirò subito la loro attenzione.

«Sebastien, che cosa sta accadendo ancora? Il tempo sembra essere impazzito da queste parti. Pierre circola ancora vivo e vegeto. Probabilmente non è mai morto. E qui giù ci ha fatto visita qualcuno che non ha davvero gradito la nostra curiosità.»
«E lì fuori c’è gente che si diverte a distribuire scontrini con QR code.»

Holbesh attese un attimo che quell’ultima frase trovasse una decodifica nello strano quadro mentale che stava affannosamente costruendo. Mise una mano in tasca e tirò fuori il frammento di carta termica. Adesso serviva un altro piccolo sforzo. Bisognava capire perché era stato inserito nella loro giornata quel dato.
Sebastien intanto armeggiava con il tablet provando a sbloccarlo. Al terzo tentativo la home comparve sotto i suoi occhi, sovrapposta a uno sfondo di un dipinto coloratissimo. Doveva essere un mercato affollato ritratto mentre alcune figure si muovevano tra i banchi. Una donna di spalle con un vestito leggero, una busta della spesa in mano e un corpo generoso, un uomo scarno che le veniva di fronte, ambulanti intorno a guardare i due, probabilmente amanti segreti, in mezzo al putiferio di prodotti della terra e del mare.

«C’è un lettore di QR code in quell’affare?»

Sebastien provo a vedere tra le varie icone, poi fece segno di no.

«Dovrei scaricarlo da uno store, ma non c’è rete.»

Holbesh provò a pensare a una soluzione, ma dovette in qualche modo arrendersi.

«Dobbiamo andare via! Sebastien! Sebastien!»

Padre Martin era desolatamente assorto sullo schermo, sul quale passavano foto di un tempo che con tutta evidenza lo aveva interessato. Holbesh si avvicinò per guardare insieme a lui quei volti, quegli scatti di vita familiare: un cane che il Sebastien felice della foto teneva al guinzaglio, una donna che lo cingeva in un gesto amorevole, una bimba. Entrambi sembravano incapaci di proferire una parola, una sola che potesse rompere quel silenzio assoluto. Finché Sebastien non trovò la forza per costruire uno straccio di frase.

«La password. L’ho ricordata a un certo punto la password. Doveva essere mio questo tablet, Holbesh. Avevo una famiglia e un cane. Avevo una vita.»

Guardava le foto e con il dito correva e accarezzava quei volti che per lui non sarebbero dovuti essere nuovi.

«Dobbiamo andare via da qui», disse Holbesh con una certa nuova dolcezza. 
«Dove?»
«Non ho idea, ma questo è un posto maledetto. Dobbiamo andare.»
«Come?»
«A piedi intanto. Non possiamo fidare in nessun aiuto.»
«Ho sonno Holbesh, non ho la forza per scappare ora.»
«Hai ragione, dobbiamo riposare un po’. Aspetteremo la sera, sarà più semplice fare perdere le nostre tracce.»
«Questa sera?»
«Sì, prima andiamo via, prima capiremo cosa sta accadendo.»
«Ne sei convinto?»
«No, ma è l’unica possibilità che vedo. Qui siamo in gabbia.»

Sebastien annuì e in silenzio ripercorsero a ritroso la strada verso la superficie. Attraversarono la chiesa sempre deserta e tornarono in canonica, sprofondando nei due lettini del secondo piano. Difficile dire se qualcuno dei due riuscì davvero a dormire. Di sicuro rimasero sdraiati, immersi nei loro cupi pensieri evitando di aprire altri discorsi. Holbesh provava anche un senso di colpa nei confronti della vedova Morel, ma anche quella donna era parte di quello strano mondo che dovevano in fretta abbandonare. Per qualche ora la stanchezza lo vinse, facendolo piombare in un sonno pesante interrotto dalla strana sensazione di essere osservato. E in effetti aperti gli occhi Sebastien lo guardava seduto ai piedi del letto. In mano aveva il mazzo di chiavi.

«Il laboratorio. Non c’è più il laboratorio. Neanche il cunicolo, il passaggio, la porta. Solo un muro solido. Nessun segno di varchi. Sparito tutto.»
«E ti stupisce ancora?»

Sebastien accennò un no con il capo, «volevo portare con me il tablet, il mio tablet. Tutto sparito Holbesh. Tutto.»

Fuori c’era ancora chiarore nonostante il sole stesse preparando il tramonto. All’ingresso trovarono i due zaini con le poche cose che avevano preparato per la fuga. Non si voltarono neanche una volta a guardare ciò che si lasciavano dietro, guadagnarono in fretta le ultime case del borgo e si diressero verso il ponte sulla vallata. Sotto, il fiume scorreva rapido in piccoli gorghi sulle rocce affioranti. Per un po’ camminarono in silenzio, ognuno nei sui pensieri, ognuno nel suo mondo scosso da quelle ultime ore. In un paio di ore, raggiunsero la vetta della collina e iniziarono a scendere sull’altro versante. In lontananza il ponte di un’autostrada occupava con i suoi piloni stretti e alti lo spazio tra i due versanti di un vallone. Ricominciarono a parlare delle loro cose, sempre più rilassati a mano a mano che la loro storia recente si allontanava, anche fisicamente, dietro le loro spalle. Una strada a stretti tornanti incrociò il loro percorso, indicando per un po’ il tragitto. Camminavano spediti, mostrando una certa familiarità del posto. Dopo due curve, in una piazzola che si protendeva a mo’ di belvedere sul dirupo, due auto attendevano coperte di brina.

«Siamo arrivati. Allora Holbesh come ti è parsa la nostra montagna? Certo non è quella della tua Polonia! Ma per oggi penso che possa bastare.»
«Da rifare, come si chiamava quel borgo dove abbiamo pranzato?»
«Verrazze!»
«Un posto davvero fuori dal tempo.»
«Già, fuori dal tempo. Vai piano Holbesh, mi raccomando e tornando a casa e salutami Sara.»
«A lunedì allora e non ti dimenticare di passarmi le foto su una chiavetta.»
«Mandami un messaggio così non lo dimentico, dai. A proposito, no è che conosci un certo padre Martin, Sebastien Martin.»
«Non mi viene nuovo il nome, ma non lo ricordo. Perché?»
«No niente un tipo strano che ti cercava venerdì al lavoro.»
«No proprio non ricordo ora. Se era importante tornerà.»

Francesco osservò Holbesh mettere in moto e iniziare la discesa verso valle, riflettendo sul giorno trascorso. Pensava che come primo esperimento sul campo poteva andare bene come resa ma non come velocità di scrittura. Aveva annotato inoltre un paio di imperfezioni sulle quali lavorare. Una zanzara ronzando si posò delicatamente sulla spalla. Era tempo di tornare ora. Guardò per un attimo l’auto muoversi lungo i tornanti, poi chiuse gli occhi e velocemente rientrò alla base.

 

Destino – 8

La settima parte è Qui

A quell’ora del mattino i garzoni del bistrot della piazza iniziavano a mettere ordine per i primi avventori del giorno. Holbesh e padre Martin, visibilmente stanchi in volto, se ne stavano sui gradoni della chiesa aspettando che almeno un tavolo fosse disponibile. Occhi sbarrati, nonostante il sonno arretrato, osservavano il lento risvegliarsi del borgo: un carro stipato di fieno provava a limitare l’ondeggiare pericoloso del carico sulle basole rovinate del viale principale. Poche facce, per lo più assonnate di ragazzi, si avviavano verso i campi poco fuori l’abitato. Sferragliando, la prima corriera della giornata transitò davanti i loro occhi, per fermarsi proprio accanto la cinta del sagrato. Holbesh richiamò l’attenzione del suo amico, indicando la piccola truppa di lavoranti che dai borghi vicini arrivavano di buon ora, per allestire bancarelle e portare mercanzie per il mercato.

«Vedi per caso qualcuno con un cellulare in mano?»

Sebastien accennò un no striminzito con la testa. Aveva in mente la sequenza ritrovata del suo numero nella rubrica del terminale di Holbesh e non aveva voglia di trovare ancora spiegazioni. Dopo aver subito quell’ennesimo shock si erano meccanicamente diretti fuori, per riprendere aria vera non filtrata dal sistema di condizionamento nel sottosuolo e assicurarsi che la loro idea di mondo coincidesse ancora con la realtà che avevano percepito sino a quel momento. In giro, nel borgo dove avevano vissuto per tutto quel tempo, sembrava che il tempo fosse stato portato indietro. Avevano tutti dimenticato cosa fosse uno smartphone, una connessione internet. Anche gli schermi del laboratorio erano temporalmente lontani da quell’epoca. Sebastien nel suo tentativo di capire aveva trascurato quelle tracce, le aveva considerate normalità, dimenticando che nel mondo estreno c’erano invece rari televisori a tubo catodico e telefoni in bachelite per lo più dislocati nei caffè e in pochissime case della borghesia.
Il cameriere più giovane fece segno che potevano accomodarsi sotto la tettoia. Ordinarono due caffè neri e qualcosa di dolce da mandare giù, poi prima che riuscisse a fare un passo verso l’interno del locale, Holbesh lo richiamò.

«Saresti così gentile da ricordarmi la data? Siamo un po’ assonnati quest’oggi io e il reverendo.»
«Certo! Cinque maggio, duemilaventi.»

Padre Martin ringraziò e sorrise. Holbesh rimase impassibile. Per cinque minuti buoni attesero così, guardandosi i polpastrelli delle mani adagiate sul tavolino di legno a doghe.

«Professore, il problema non è che questo non è il nostro duemilaventi. Il problema è che il nostro tempo sembra essere stato cancellato e invaso da questa strana replica di passato. E soprattutto che noi due non lo abbiamo mai notato sinora. Voglio dire, anche quando io mi barricavo in quel laboratorio la mia mente si rifiutava di vedere il controsenso. Che diavolo ci hanno fatto Holbesh?»
«Non è detto che siamo noi a non ricordare. Si ricorda qualcosa che è avvenuta nel proprio mondo. Ma questo potrebbe non essere il nostro mondo. Magari qui, in questo mondo dico, noi non siamo mai esistiti davvero. Siamo comparsi attraverso una porta tra due sistemi che si è aperta di colpo. Noi ci troviamo da questa parte ed è per questo che rimaniamo immuni dalla maledizione di questo borgo. Noi siamo di un’altra specie e il morbo non può attaccarci. Resta da capire il famoso governo che ci ha inviato qui inventando la favola della cura miracolosa da che parte stia.»
«E in che mondo sia il laboratorio. Potrebbe essere quella la porta che si è spalancata. E qualcuno ci ha dato le chiavi.»

Sebastien guardò il cameriere posare davanti a lui la tazza e la pasta ricoperta di zucchero impalpabile. Al centro del tavolo, sotto il portatovaglioli, aveva bloccato lo scontrino con il conto. Solo una parte della striscia di carta si poteva leggere con facilità, abbastanza però da far sussultare ancora Holbesh: sollevato il parallelepipedo di latta richiamò l’attenzione di Sebastien. Con un solo gesto del corpo si alzarono e scattarono verso il locale interno con il biglietto in mano. Dentro, dietro una vecchia cassa verde con i tasti grandi bianchi e neri, il signor de La Pucé leggeva il giornale e masticava la punta di un vecchio sigaro mezzo consumato.

«Cosa è questo disegno sullo scontrino?»

L’omone rivolse appena un’occhiata al quadrato e alla sua strana trama bianca e nera.

«Non ne ho idea proprio!»
«Come diavolo fate a non sapere cosa c’è stampato sui conti che portate ai tavoli.»
«Padre Martin, questo non è un mio conto. A dire il vero non abbiamo neanche il servizio ai tavoli.»
«Ma questo lo ha portato il cameriere con il caffè.»

Il de la Pucé girò lo sguardo verso il figlio bassino e tracagnotto che stava asciugando dei bicchieri dietro il bancone.

«Hai portato tu questo affare al tavolo?»

Il ragazzo lanciò un’occhiataccia per fare intendere che lui non ne sapeva niente.

«No, non lui, quello alto e giovane, con i capelli rasati di lato», urlò Sebastien.

Il titolare tolse il sigaro dalle labbra e lo poggiò vicino al giornale provando a dare un senso a quella scena.

«Reverendo non abbiamo nessun cameriere alto o giovane o con i capelli rasati. Siamo solo io e mio figlio qui, oltre a mia sorella e mia moglie che preparano lì dietro?»

Holbesh afferrò il giornale e scorse la pagina, poi con un ghigno nervoso la mise sotto il naso di Sebastien.

«Diciamo che è meglio per noi andare a dormire qualche ora, ci sono troppe porte aperte da queste parti. Non vorrei che troppi spifferi ci uccidano.»

La data sul giornale era di sessant’anni prima, coeva al clima che si respirava nel piccolo locale. Sullo scontrino in carta termica, sbiadito sui bordi, un QR code pareva invece giustificare la risposta del ragazzo svanito nel nulla.
In silenzio, percorsero il piccolo tratto sino alla porta della canonica e come se nulla fosse accaduto si salutarono con freddezza. Holbesh proseguì pensieroso per altri due isolati, ma con tutta evidenza quell’incubo privo di senso era destinato a tormentarlo ancora: un giovane, sull’uscio di una bottega lontana, lo salutò con la mano, prima di scomparire oltre la porta. Quasi di corsa Holbesh tornò indietro, verso la piazza e trafelato rientrò nel caffè del de la Pucé chiedendo di dare ancora una occhiata al giornale. Due minuti appena gli bastarono per tornare a bussare nervosamente alla porta della canonica, dalla quale preoccupata riemerse la faccia di Sebastien.

«Che altro è accaduto Holbesh? Non volete proprio farmi dormire oggi!»
«Pierre! Ho appena incontrato, Pierre!»

Padre Martin non riuscì ad aggiungere alcuna ulteriore espressione di stupore.

«E oggi non è il cinque Maggio, Sebastien. Siamo a Marzo.»
«Marzo», ripetè meccanicamente Padre Martin, «Marzo.»

Destino – 7

La sesta parte è QUI

Capita spesso, quando sei troppo concentrato sulla realtà per come credi sia, che un microscopico evento ti sposti di una frazione di grado l’angolo di visuale mutando di colpo il panorama. Per Holbesh forse fu il minuscolo riposizionarsi sulla poltrona, mentre Sebastien armeggiava sugli aggeggi illuminati dai led, un movimento minimo che dovette modificare la luce e i contorni della scena. Ciò che prima appariva simile a un quadro, una realtà bidimensionale semplice, ora diventava un corpo solido, in una prospettiva in fuga verso il fondo di quel grande padiglione. Una scenografia nuova per suggerire, finalmente, la sola domanda che in quel momento avesse davvero senso. Un risveglio anche troppo tardivo sintetizzato in un, «ma cos’è questo posto? Dove siamo?»
Sebastien non distolse l’attenzione dai tanti display che mostravano numeri e tracce grafiche.

«In laboratorio. Vi siete addormentato forse?»
«No, no. Questo lo so e sono ben sveglio. Ma cosa è davvero questo luogo?»

Si alzò in piedi, mentre lo strano finto prete provava a capire con la coda dell’occhio l’evoluzione del suo ragionare.

«Voglio dire, siamo scesi non so quanti metri sotto terra fino alla porta enorme di metallo. Abbiamo percorso in silenzio il corridoio con il tetto illuminato. Ho contato almeno venti porte chiuse. E questo ambiente enorme, le macchine, la luce diffusa. Cosa è tutto questo?»
«Il laboratorio, cosa pensate possa essere se non un laboratorio? Un cinema a luci rosse?»
«Sebastien, noi siamo in questo borgo maledetto da non più di due anni. E in due anni non ho visto uno, dico un singolo operaio in città. E voi siete arrivato anche dopo me e siete tutto il giorno in giro a rincorrere gonnelle.»
«Come voi se non sbaglio.»
«Già, come me padre Martin. E non credo che da soli avremmo potuto scavare un metro di questo…»

Con un ampio gesto indicò tutto intorno con lo sguardo spaesato che il risveglio improvviso gli aveva impresso in volto. Sebastien annotò qualcosa su un foglio. Poggiò la penna accanto a un becher pieno di un liquido giallastro e sedette sullo sgabello vicino scaricando il peso del busto sulle braccia adagiate sulle gambe.

«Potrei raccontarvi un sacco di storie Holbesh. Del fatto che questo centro infilato nella roccia ha la bellezza di dieci anni. Che prima del misfatto questo posto brulicava delle migliori menti della nazione e che io ero una di queste. Potrei dirvi che tre anni fa avevo abbandonato tutto questo per una donna e che questa donna mi ha svenduto a qualcuno per meno di venti denari, così, senza che io possa nemmeno ricordarne il motivo. Potrei dirvi che qui giù si cercava la ricetta dell’immortalità, che eravamo davvero a un passo. Riscrittura del genoma mio caro. Riprogrammazione controllato di ogni meccanismo biologico. Eravamo dei degli inferi, almeno fino a quando non mi sono risvegliato quasi senza memoria dentro la chiesa con questo abito addosso, mentre il laboratorio era definitivamente deserto.»
«Sebastien e come fate a sapere tutte queste cose se avevate perso la memoria? Pensate che abbia ancora voglia di credere alle vostre sciocchezze?»

L’uomo si alzò dallo sgabello e frugando in tasca fece tintinnare qualcosa di metallico: chiavi che sventolò sotto il naso di Holbesh.

«Avevo solo queste in tasca, non ricordavo neanche il mio nome, solo qualcosa di vago sul mio mestiere e che aveva a che fare con la biochimica. Null’altro.»

Con uno scatto si diresse alla porta sul grande corridoio, «seguitemi!»
Holbesh avrebbe forse voluto completare il discorso prima di uscir da quel laboratorio, ma comprese che il seguito stava proprio fuori da lì. In silenzio percorsero un altro tratto, sino a una porta apparentemente forzata.

«Solo di questa non avevo la chiave. Strano, perché le altre celano poco o nulla di utile.»

Holbesh osservava dubbioso.

«Sono tutte aperte, finito qui potete andare ancora in giro a piacimento e controllare da solo. Ho lanciato in corso un processo piuttosto lungo in laboratorio. Diciamo sei ore di analisi e successiva elaborazione. Di tempo ne abbiamo. Ma dopo questa stanza dubito che vorrete visitare altro.»

L’ambiente non era grande, quasi tutto occupato da un tavolo oblungo di un materiale plastico. Alle pareti una grande scaffalatura metallica reggeva il peso di un numero importante di faldoni. In un angolo due terminali sembravano spenti. Sul tavolo una quantità di fogli stampati e appunti sparsi in un disordine assoluto, oltre a due fascicoli voluminosi rilegati con una costola rigida nera a pressione. Sebastien ne prese uno in mano e lo porse a Holbesh.

«Ecco qua! Sembra che qualcuno abbia avuto cura di annotare la mia vita passata. Non è stato semplice ritrovare tutto quello che mancava nella mia memoria, ma con pazienza sono riuscito a ricostruire abbastanza.»

Holbesh prese il volume e lo scorse velocemente sempre meno convinto della narrazione che stava ascoltando da una buona mezz’ora.

«Sebastien, voi continuate a raccontare di questo e di quello, meno di cosa ci stiamo a fare in questo posto e cosa succede o succedeva qui dentro prima del nostro arrivo?»

L’uomo con i palmi poggiati al tavolo lo osservò per alcuni istanti, poi mantenendo lo sguardo fisso sul ghigno interrogativo di Holbesh, agguantò il volume rimasto sul tavolo rivolgendolo verso l’interlocutore.

«Facciamo così, date prima un’occhiata a questo. L’ho ultimato proprio ieri sera, mentre voi vi deliziavate con figlia e matrigna. Fate con calma e chissà che non sia giusto io a dover rivolgere a voi la domanda che mi fate giusto oggi.»

Holbesh prese in mano il nuovo documento e mutò espressione. Sul frontespizio in grassetto il suo nome insieme a un cognome ignoto, il tutto preceduto da un incomprensibile Prof.

«Chi diavolo sarebbe Holbesh Mondriant?»

Sebastien con un gesto della mano girò le prime due pagine, scoprendo le stampe a colori di ritagli di riviste, foto di giornali e testate web.

«Dovreste riconoscere la vostra faccia professore.»

Holbesh non provò neanche a ribattere, scorse ancora le pagine zeppe di notizie, foto, informazioni, articoli scientifici con quel nome, il suo nome.

«Che vuol dire? Io non sono questo tizio qua. Io…»
«Io cosa? Chi? Avete davvero ricordi del carcere? Dico ricordi veri? Non robe sbiadite dagli incontri amorosi con le belle signore del borgo. Se vi concentrate appena la risposta è no. Vi siete ritrovato di colpo con le idee confuse ad accettare la proposta di due tizi del governo e poco più. Vi appare così normale tutto ciò? Del faldone non ho avuto modo di leggere ancora molto, ma a occhio e croce questo centro scavato sottoterra lo portava avanti il professor Mondriant, cioè voi per la cronaca, e uno staff di decine di scienziati. E io ero uno di questi.»
«Ma non ricordo nulla io.»
«Neanche io se vi può consolare, neanche io. Ma tutto quello che c’è da sapere per un motivo strano si trova in questa stanza e dobbiamo metterci d’impegno a leggerlo.»

Holbesh guardò sconsolato la montagna di carta che li attorniava. Poi ricordandosi dei terminali chiese se non potessero essere d’aiuto.

«Ricordassimo la password forse sì, senza sono meno utili di un ferro da stiro usurato.»

Per un’altra mezz’ora rimasero in silenzio ognuno nei propri pensieri. Holbesh dal canto suo continuava a scorrere le pagine convinto ancora di star vivendo un incubo. Il suo nome compariva ovunque e tracciava una figura molto diversa da quella che aveva interpretato sino a due ore prima. A un tratto la sua attenzione si fermò su una foto, una immagine di montagna di lui che carezzava un levriere altezzoso. Una figura che sembrò riaffiorare nei meandri della sua memoria stordita.

«Wittgenstein!»

Come un ossesso osservava il foglio e ripeteva quel nome in maniera meccanica.

«Wittgenstein!»

Un condotto segreto doveva essersi spalancato, spezzoni di immagini pallide che iniziavano a sgorgare e a ricorrersi. E come spiritato, di scatto, si portò verso uno dei terminali, lo accese sotto gli occhi sbarrati di Sebastien e iniziò a battere ferocemente sui tasti. Ci volle qualche minuto, ma sul monitor apparve la bacheca con le icone sovrapposte alla stessa foto di lui in montagna insieme al cane.

«Wittgenstein!», sembrava l’unica parola che fosse in grado di proferire, in continuazione, ridendo e contorcendosi per una fatica strana, mentre Sebastien lo osservava impietrito dalla sua postazione. Holbesh batteva sui tasti e si muoveva tra le cartelle come un ossesso, ma così come aveva iniziato, allo stesso modo improvviso si fermo, basito davanti a una tabella di nomi e cifre. Sebastien si avvicinò solo allora, provando a capire la scena.

«Sebastien, guarda questi numeri e i nomi accanto. C’è anche il tuo.»

Si guardarono  spaventati e solo dopo alcuni secondi Holbesh potè riesumare dalla gola una domanda adeguata, «ma in che anno siamo Sebastien?»