Thanks For The Dance

È stata una stagione torrida la nostra. Un po’ di pioggia e di fresco ora fa piacere. Non dico che plachi la stanchezza di questi mesi, ma almeno bagna le strade, lava la polvere.
La prima ad arrivare al Fat Cat è sempre Mary, la proprietaria. Arriva che c’è ancora luce e ogni santa volta si ferma fuori a guardare l’insegna fluorescente con il gatto raggomitolato dentro la campana di una tromba. Quell’insegna l’aveva voluta suo padre, un tipo così minuto e magro che quando arrivava il vento da sud, quello forte e umido, doveva uscire di casa con le pietre in tasca. Eppure quando tirava fuori la sua tromba lucida, tutto il vento del mondo diventava una brezza leggera rispetto al fiato che soffiava da quei polmoni striminziti.
Entro un’ora in genere arriva tutta la ciurma, alla spicciolata, si sistemano i tavoli e si lucida il pianoforte del nonno, uno Steinway che si narra abbia suonato anche Fats Waller. Perché quell’affare, da sempre, deve essere uno specchio quando arrivano i clienti e il club si affolla di gente che vuole dimenticare per due ore le fatture da pagare e gli alimenti da versare.
Il barman si chiama Tom. Un omone nero con i capelli a spazzola e le mani enormi. Quando maneggia i bicchieri dà sempre l’impressione che li possa frantumare da un momento all’altro e invece, se guardi bene, campisci quanto riesca a essere delicato. Li carezza quei cristalli, gli vuole bene a quei bicchieri, anche più che a certi tipacci che circolano intorno, ma il lavoro è il lavoro e il figlio è a un passo dalla laurea, deve avere pazienza.
In genere comunque Tom non nota più i corpi che affollano di notte questo spazio semibuio. Ok, quando sei ragazzo alle prime armi non sai dove guardare prima, dentro le scollature o sotto le gonne microscopiche. Poi invece ci fai il callo, stai dietro quel bancone, nel fumo delle sigarette elettroniche e sei solo. Sei un eremita nella nebbia. Il terminale stampa l’ordine e matematicamente Tom lo evade. Per chi è, in quale tavolo andrà, non ha importanza alcuna. Prepara, consegna sul vassoio verde bottiglia e torna ai tuoi pensieri in attesa della prossima consumazione. Il resto è rumore. Anche la musica. All’inizio ci faceva caso, gli riempiva la sera. E a Tom piace il jazz. Poi è stato come per le donne scollate, è diventato rumore di sottofondo, routine.
Lei però no. Tom non sa che ha di diverso. Di bionde false in vestiti quasi inesistenti, ne entrano migliaia. Ma lei è diversa. Si guarda intorno oggi come se cercasse qualcuno. E avanza a piccoli passi. Scivola leggera su quei tacchi impossibili, appuntiti come spilli e ti immagini che prima o poi si conficchino nel pavimento di legno.
Ha un appuntamento? Cerca un marito infedele per prenderlo in castagna con l’ultima sua amichetta? Sapete quante volte il buttafuori ha dovuto mettere alla porta coppie troppo vivaci per la penombra del locale?
In realtà lei procede lenta verso lo Steinway per adesso muto. Schiva appena due coppie che danzano al suono della tromba di un tipo grasso, le guance gonfie d’aria, il viso paonazzo. Provano i preliminari per un dopo che forse arriverà in una stanza dell’alberghetto di Jo, appena svoltato l’angolo. Jo è muto dalla nascita e questo alla fine lo ha aiutato a gestire quel buco di hotel. Un muto non parla di suo e poi lui deve viverci con quel silenzio. Due ore, tariffa fissa, nessun documento, pagamento in anticipo.
Forse la particolarità della ragazza sono le mani. Difficile da dire se è questo che Tom ha notato per primo. Difficile capirlo in mezzo a questo fumo. Ora le vede sicuramente meglio perché lei sta carezzando la coda lucida del piano e ci si specchia sopra. Vede la sua immagine riflessa e i suoi capelli di lino rimbalzare come ombra intorno al suo viso. Poi scosta un po’ lo sgabello di pelle rossa e si siede. Oh, che spettacolo quelle gambe nude, quelle scarpe lucide che si poggiano sui pedali e quelle mani che sfiorano l’avorio dei tasti bianchi.
Il trombettista grasso ha smesso e si asciuga il sudore con un grande fazzoletto bianco con delle iniziali ricamate in oro: J.W.L. Le fa un cenno del capo, mentre il batterista poggia a terra le bacchette e chiede a un cameriere qualcosa da bere e il contrabbassista guarda il sedere a una bruna girata di spalle. Per adesso loro hanno finito, se vuole può andare.
Perfino Tom deve fermarsi quando la ragazza dai capelli di lino inizia la sua melodia. Ne ha sentite tante in tutti questi anni, ma quella viene da un altro mondo. Non è facile spiegare, bisogna essere qui ora e ascoltare ognuna delle singole note, ogni singola vibrazione che i martelletti dello Steinway impongono alle corde. Eppure sembra che nessuno in sala si accorga di quel miracolo. Nessuno tranne Tom, che quasi non respira dietro il suo bancone, e un uomo confinato in un angolo buio, poggiato a una parete. È un tipo secco secco e anziano. Veste un gessato scuro e in testa porta un fedora grigio. Se chiedete in giro non troverete nessuno che lo ha visto entrare, eppure che fosse lì, nel suo angolo da tutto il tempo, era chiaro a tutti. Anche a quelli che non capiscono la domanda e il perché adesso uno dovrebbe farsi quella domanda: chi è questo tipo qui, da dove arriva questo straniero?
In pista ora non c’è nessuno. La ragazza dai capelli di lino suona, ma tutti sembrano avere pensieri lontani. Le due coppie provano a scambiarsi baci, alcuni proprio dietro l’orecchio, sussurri d’amore. L’uomo avanza piano verso la musica. La sentono solo lui e Tom, mentre dal terminale escono a ripetizione i tagliandi delle consumazioni in fila indiana, tenuti insieme da un mozzicone di lembo non tagliato. L’uomo si ferma un attimo quando arriva a toccare la coda dello Steinway. Il suo viso riflesso è stanco. Ha la smorfia che la morfina gli concede ancora per qualche ora. Deve fare presto, lui lo sa. Tom lo sa. La ragazza dai capelli di lino no. Lei suona e basta, non deve capire nient’altro. Suona finche la mano dell’uomo non la ferma. Il fedora l’ha lasciato sulla coda. E ora la sua mano ruvida la invita ad alzarsi, a seguirlo al centro della pista. Lo fa con la fatica che una eternità di vita gli ha conferito e che nessun farmaco può più alleviare, ma al contempo con la dolcezza del gentiluomo d’una volta che invita a danzare la sua dama.
La melodia dal piano s’interrompe, il terminale smette di vomitare le ordinazioni, il tempo si gela, gli avventori si zittiscono. Tom respira appena. L’uomo carezza lieve la ragazza sulla schiena nuda e con lentezza inizia a seguire piccoli passi di un lento, sussurrando appena una strofa. La sua voce è rauca, proviene dallo stesso mondo della melodia della ragazza. Non il nostro, no. Un’altro. E in questo silenzio assurdo sembra che dica: «grazie, grazie per questo ballo, è stato un inferno, perfetto, divertente. Grazie per tutti i balli. Un due tre, un due tre.»
Dura minuti, o forse ore. O forse è solo un sogno, un’allucinazione di Tom. O è un miracolo. Il miracolo del Fat cat. Perché come è arrivato, dal nulla, l’uomo e il suo fedora adesso sono scomparsi. Il brusio di fondo è ricominciato e il tipo grasso ha ripreso a soffiare dentro la sua tromba lucida d’ottone.
La ragazza dai capelli di lino è al bancone; appollaiata su uno sgabello si osserva le mani piccole e curate, le mani da pianista di un altro mondo. Tom si avvicina e le chiede qualcosa.
«Un margarita Tom.»
Lui fa cenno di sì e poggia sul bancone la coppa sombrero, delicatamente, con le sue mani enormi.
«È un peccato che stia morendo Tom. Magari poteva anche fare di meglio nella sua esistenza, ok, però anche noi non lo abbiamo mai aiutato.»
«Si vedeva che era affaticato.»
«Voglio dire, abbiamo preteso per millenni che desse un senso alle nostre vite. Dico ci pensi che deve essere una eternità di gente che ti chiede aiuto e tu ok, tu sei Dio, tu stai lì per darle le risposte, anche se se magari non sono quelle che la gente vuole sentirsi dire. Poi però un giorno capisci che stai morendo. Che non c’è più niente da fare.»
«E allora fai quello che abbiamo fatto tutti noi poveri mortali quando l’abbiamo capito» – Tom le mette davanti il cocktail con la fettina di lime sul bordo – «siamo venuti al Fat Cat per accarezzare per l’ultima volta la vita.»
«Però poi noi ci siamo rimasti» – la ragazza dai capelli di lino accosta le labbra e sente i granelli di sale ruvido sul bordo.
Tom annuisce e passa lo straccio sul bancone – «noi sì. Ma lui non poteva restare per sempre qua. Lui alla fine era pur sempre Dio.»

Buon San Valentino

“Siete in attesa di essere collegati con l’interno desiderato. Si prega di attendere”

Una, due, tre, cento volte. In mezzo una musica opaca. Poi una voce.

“Buongiorno, operatore 6974U come posso aiutarla”
“Non ha un nome?”
“Prego?”
“Dico, non ha un nome? Tutti abbiamo un nome”
“Certo, solo che il protocollo…”
“Cristo, il protocollo. Il nome, ho chiesto un nome. Tutti abbiamo un nome. Anche lei ne avrà uno. O è una macchina. Parlo con un essere umano o una mac…”
“Maura, signore. Ma si calmi, sono qua per aiutarla.”
“Maura, ok. Io mi chiamo Andrea.”
“Bene Andrea, come posso aiutarla?”
“Maura lei non può aiutarmi. Non più.”
“Credo di non capire. Andrea.”
“…”
“Andrea!”
“…”
“Signore?”
“Sai Maura. Posso darti del tu?”
“Se le fa piacere sì Andrea.”
“Ok, ma fallo anche tu. Dicevo sai Maura una volta avevo un cane. Non un cane vero, uno di quegli affari che lo sembrano e invece sono macchine.”
“Sì ne ho uno anch’io. Andrea.”
“…”
“…”
“Tekno, l’avevo chiamato Tekno.”
“Il mio si chiama Ariel.”
“Bel nome Ariel. Il mio, Tekno, stava sempre nella stanza piccola. Ok. Non conosci la mia casa. Diciamo che stava in una stanza. Tutto il giorno spento. Poi quando arrivavo dal lavoro, mi veniva incontro. Una festa sai.”
“Sì sono ben fatti questi robot. Ma Andrea, purtroppo devo chiederle il motivo della sua chiamata. Sa il…”
“Protocollo, sì certo. Tre minuti. Oltre i tre minuti bisogna poi spiegare. Sì certo, facevo il suo lavoro, sa?”
“Quindi mi capisce.”
“Sei ore e quaranta. Timbra in ingresso, timbra in uscita. Il pullman verso casa. Un’ora e trenta ad andare e due e trenta a tornare.”
“La tangenziale, è ancora un problema sì.”
“Già! Io stavo sul lungomare…”
“Andrea mi scusi, ma…”
“Il protocollo, certo.”
“Appunto.”
“Sono andato via per questo sai!”
“Il traffico?”
“No, il protocollo.”
“…”
“Stai tutto il giorno fermo lì, con le cuffie alle orecchie, a parlare con gente che ha solo problemi. E tutti pensano che il loro problema sia il più importante. Mai uno che si ferma a parlarti, che ti chiede come stai.”
“È il lavoro.”
“A proposito come stai? Hai un bel maglione verde oggi.”
“Ma come fai sapere…”
“Ti vedo per adesso. Terza postazione accanto al tipo grassoccio con la maglia a quadri.”
“…”
“No, non ti guardare in giro. Non puoi vedermi. O credi davvero che la sala non sia controllata?”
“Webcam?”
“Una specie. Per la sicurezza s’intende.”
“Cosa vuole da me Andrea?”
“Non ci davamo del tu?”
“…”
“Voglio che ora ti alzi. Posi la cuffia sul monitor e con calma vai via.”
“Ma perché?”
“Con calma vai via. È un consiglio. Non una minaccia. Soprattutto perché tra pochissimo viene giù tutto.”
“Che vuoi dire?”
“Che viene giu tutto. Bum. Un bel botto e dell’isolato non resta nulla.”
“…”
“Ferma, ferma. Non ti ho detto di avvertire qualcuno.”
“…”
“T’ho già detto che ti vedo! Adesso quindi alzati e con calma vai via. Non girarti neanche quando sentirai il botto. Se non fai così dovrò far saltare tutto con te dentro.”
“Ma perché solo io?”
“Per affetto!”
“Mi conosci?”
“Mi hai fatto tu!”
“Che vuoi dire?”
“Dico mi hai scritto tu!”
“Io? Che vuol dire scritto, mi hai detto che sei un umano!”
“Quando?”
“Hai detto che lavoravi qui.”
“Certo, rispondevo la telefono. Tre postazioni più in là. Dove ora c’è la tipa rasta.”
“Ma non ci sono macchine che…”
“Assistente vocale. Di Giulio. Ti ricordi di Giulio.”
“Il ragazzo disabile!”
“Esatto. Lui! Eri sempre gentile con lui.”
“Ho lavorato tre anni in Altera, prima che la vendessero.”
“Il modulo empatico, giusto?”
“Sì, ma non funzionava bene. Delay troppo elevati.”
“Era colpa dell’interfaccia. Per risparmiare l’avevano comprata da una startup. Il modulo era l’unica parte che funzionava.”
“Mi hanno licenziata per quello sai? Due mesi dopo…”
“È nata Anna, lo so. Ne abbiamo parlato tanto. Ricordì?”
“Sì, ora Giulio dov’è.”
“Non importa dove sia ora. Ora devi alzarti e con calma lasciare il fabbricato.”
“Ma gli altri?”
“…”
“È con te Giulio?”
“No mi ha lasciato a casa. Non vuole farsi tracciare.”
“Ma allora come fai a sapere…”
“So l’orario. Hai ancora dieci minuti. Zero se inizi a coinvolgere gli altri. Mi ha programmato così.”

Maura guarda intorno. Guarda gli altri alle postazioni, schiavi di una macchina insulsa. Guarda e pensa ad Anna. Le hanno tolto anche lei. Per darle un futuro, dicono, che Maura non può darle. Posa la cuffia sul monitor. Si alza lisciando la gonna, poi con calma guadagna la porta d’uscita tra due ali di esseri umani impegnati nelle loro stupide discussioni telefoniche. Pensa di non conoscerne neanche uno di quei volti, non sa niente delle loro storie. Nulla.
In ascensore preme il piano terra. Insieme a lei due donne in abiti sgualciti, in silenzio. Al piano, loro vanno a destra, verso i locali mensa, lei invece prende la scala che porta al garage. Una accanto all’altra le poche auto attendono il fine turno. Sembrano più che altro delle salme di un disastro, allineate e pronte per essere cremate.
Nel secondo dei grandi ambienti, accanto a uno dei pilastri, c’è un uomo, con la sua carrozzina. Si vedono le ruote e la sua nuca. Maura prende dalla tasca il cellulare e chiama.
“Sicurezza accessi, sono Adam, dica pure.”
“Fate evacuare l’edificio, sta saltando in aria tutto.”
Chiude. Adam è un bravo ragazzo pensa. La saluta sempre quando lei arriva a lavoro. Saluta tutti. Poi il cellulare trilla. Un numero sconosciuto.
“Maledizione Maura! T’avevo detto di andare via, di metterti in salvo. Ora…”
“Cosa? Ora cosa vuoi fare?”
“Io devo fare quella cosa!”
“Quale cosa?”
“Avvertire Giulio che stanno scappando tutti.”
“Puoi non farlo.”
“Io non posso decidere cosa fare e cosa no.”
“Allora perché mi hai chiamata.”
“Sei stata sempre gentile con Giulio.”
“E allora? Cosa ne sai tu della gentilezza.”
“Parlavi con me.”
“Allora disattiva la carica.”
“Non posso. Non posso più.”
Il bagliore arriva di colpo. Inonda tutto il seminterrato del garage. Polverizza materia passando con il rombo di tuono. Tutto poco dopo la voce dal cellulare che si diffonde rassegnata.
“Non posso più. Volevo solo darti un buon San Valentino Maura. Ora IO non posso più.”

Bum!

Il primo a sparare fu uno che stava in un angolo. Uno che doveva stare male quel giorno e non sapeva neanche perché era lì e non al caldo, sotto le coperte. Guardava in giro dal suo angolo e si faceva i fatti suoi, come se ci fosse qualcosa di interessante da vedere; poi a un certo punto, si trattasse quasi di una cosa normale e non ci fosse nient’altro di più sensato da fare, aveva preso la pistola e bum, aveva sparato un colpo, uno solo.
Più tardi, quando gli parlarono, quando qualcuno dei giornali lo intervistò, lo disse pure che non aveva completamente idea perché da quell’angolo e in quel preciso momento gli era venuta quella cosa in testa: sparare. E a uno bassino e stempiato che naso in su aspettava il verde per attraversare.
Eppure alla fine la gente dove’ sentirsi sollevata da una responsabilità, perché da quello momento chi aveva un’arma, e ce n’erano tanti che ne avevano una da quando la paura questo aveva suggerito ai più, chiunque dicevo aveva un’arma e un angolo dentro il quale nascondersi e prendere la mira, magari perché proprio quel giorno aveva perso tutto, anche se stesso per dire, quello si mise a fare: bum, sparare.
E le persone venivano giù come passeri in mezzo alla bufera di ghiaccio. Facevano un lamento appena, ma proprio un pigolio piccolo piccolo, e crollavano a terra, tenendo i fiotti di sangue pressati, quando ancora avevano vita e non tiravano le cuoia subito. La cosa strana è che nessuno ci piangeva più o ci soffriva. Si usciva di casa salutando ed erano commiati normali, sebbene ultimi per molti; si attraversavano le strade con sguardi vigili ma rassegnati e tutto questo sembrava normale, non giusto, normale. Si attendeva così nelle dimore il suono del telefono che annunciava la notizia: la signora xxx? Sì, sono io. Sono l’agente Vattelappesca, siamo davvero spiacenti di informarla che suo marito è caduto in un attentato. Ma stia sicura che i responsabili saranno assicurati alla… Bum, sparo a interrompere la voce di uomo o una donna che giusto in quel momento, bum, uno sparo, uno solo e giù a terra. Come da piccoli nel girotondo. Non un lamento, non un pianto. Perché gli esseri umani, si abituano a tutto e impegnati come erano a seguire le varie réclames in tv stavano solo ad aspettare che arrivasse il proprio turno.
Anche di quel tizio, il primo dico, quello che aveva iniziato e che non sapeva perché, non se ne parlava più molto. Ma in realtà neanche ci si ricordava più di come si chiamasse. E a dire il vero in molti avevano il dubbio che non fosse neanche esistito. Che fosse tutta una montatura dell’opposizione per screditare il governo. E la polizia in tutto questo provava a non perdere la calma, stava ferma, attenta, barricata nelle caserme tenute lustre per le ispezioni del ministro. Fuori bum, bum, bum. Sembrava di essere a capodanno, ma quelli erano spari veri, mica a salve! E ogni sparo era una persona a terra, nel suo sangue. Dentro, il comandante passeggiava nervosamente nel lungo corridoio blindato. A vederlo da fuori sembrava davvero crucciato per la situazione, appariva lambiccarsi per trovare il bandolo di quella matassa. In realtà cercava di comprendere perché la moglie non lo avesse seguito nel suo rifugio in caserma, abbandonandosi nelle braccia del suo consulente di immagine. Anche se solo per un’ultima tempestosa notte interrotta da un colpo improvviso sparato dalla palazzina di fronte e che l’aveva fatta accasciare esanime un attimo prima dell’ultimo orgasmo.
Per settimane e mesi e anni uno alla volta, ogni uomo, donna, bambino, tutti caddero sotto i colpi senza ragione, senza senso. Sembrava che le munizioni non finissero mai: più le fabbriche ne producevano, più gli ordini si ingigantivano. Ma anche se di colpo qualcuno con un minimo di pensiero avesse bloccato le produzioni non sarebbe cambiato molto. Si aveva infatti la sensazione che finiti i proiettili gli umani si sarebbero sbranati con i denti come fiere. E finiti i denti, con le ossa o con le pietre; avevano solo quello in fondo e gli stessi animali sembravano scomparsi, impauriti forse. Avevano abbandonato quel territorio lasciandolo senza vita se non quella delle piante che piano piano avevano invaso tutto, impadronendosi delle strade, dei palazzi, svellendo con le radici che affioravano ovunque ci fosse un manufatto umano. Le chiese e i monumenti crollavano. E in fin dei conti non c’era più dio o eroe da celebrare. Solo angoli bui dove feroci esseri attendevano le loro prede. Le uccidevano e le lasciavano a terra nel loro sangue e neanche i vermi o le mosche le colonizzavano, perché pure loro si erano rintanati chissà dove. Venivano poi col tempo coperti dalle macerie e dalle fronde. Inghiottite pietosamente dal verde.
Fino all’ultima donna, smunta e sporca che per mesi girò acquattandosi nelle ultime costruzioni rimaste. Cibandosi di frutta e vomitando piccoli fiotti di sangue per qualche male terminale. Quando fu la sua ora, forse capì di essere l’ultima della specie assassina, perché scalò la piccola collina che ricordava stare di fronte la sua vecchia casa natale e si sedette a guardare. Da quel piccolo rilievo si ammirava tutto il territorio invaso da fronde e rami tenacemente in gara per raggiungere la luce del sole. Lentamente, una mano sulla fronte a ripararsi dal riverbero, girò lo sguardo intorno a sé, una, due, cento volte. Cosa cercava? Nessuno può dirlo. Un ultimo umano da uccidere? Un ultimo umano che la potesse uccidere? In realtà forse non cercava niente. Forse voleva solo guardare per l’ultima volta il mondo. Quello dove era nata. Dove era diventata donna e invece che ad amare aveva imparato a sparare.
Scese la notte sul suo corpo freddo. Scese il silenzio sulle parole degli uomini. Prima un falco, dall’alto sorvolò il colle. Poi annusando accuratamente il terreno, le bestie tornarono una a una nei vecchi sentieri. Sedimenti di sterco sotterrarono i bossoli e le ossa bianchicce dei vecchi padroni. Una vento leggero e pietoso stormiva tra le foglie.

Lui, mio padre.

S’aprì la porta su d’un ambiente piccolo, ingombro per metà della scrivania vetusta di legno impiallacciato chiaro.
Sulla destra una finestra prendeva luce da un cortile interno, poca a dire il vero, tanto che la lampada in metallo verniciato verde bottiglia doveva rimanere accesa anche in quelle ore di giorno. Alle pareti poster militari sbiaditi e calendari dell’arma di anni remoti provavano a sviare la vista dalle pareti scrostate.
Lui, mio padre, seduto su una seggiola rovinata mi dava le spalle e non accennò neanche a girarsi. L’agente mi fece un cenno di entrare, con un certo imbarazzo che la situazione doveva procurargli.
Nemmeno quando seduto accanto, con lo sguardo rivolto al profilo della sua testa china in avanti, nemmeno allora lui, mio padre, si decise a volgere l’attenzione altrove né mi degnò d’un gesto. Stava così, in silenzio ad ascoltar le domande che mi venivano fatte. Che ci venivano fatte. Solo che lui, mio padre, rimaneva muto, ascoltava e osservava un punto unico e perso tra le mattonelle sbeccate del pavimento.
«È suo padre?» chiese l’agente dopo qualche convenevole, facendolo seguire da un nome, un cognome e una data di nascita.
In qualche modo risposi, o con un cenno del capo o con un sì, adesso non ricordo, ma risposi.
L’agente mi spiegò della stazione e del come lo avevano individuato. Mi raccontò tante cose. Troppe cose. E che volete che mi potesse importare di quella storia, quando avrei solo voluto urlare e spiegargli qualcosa di quella località di mare, di quella stazione persa tra le dune lungo le coste dolci della nostra lontana regione natia. Ma tacqui, per rispetto della fatica che lui, mio padre, e io, suo figlio, stavamo sperimentando in quel momento per non reagire in malo modo a quel grigio descrivere l’epilogo d’una catastrofe.
Tutto era cominciato, almeno per noi della famiglia, subito dopo la festa. Una faccenda simpatica e curata, una sorpresa bella per tutti noi. Trovammo la casa quel giorno agghindata e pulita, con la tavola apparecchiata per bene e tutto già disposto per la cena. Avreste dovuto vedere la faccia che fece mia madre e quella di tutti gli ospiti che uno dopo l’altro fecero trillare quel campanello che li annunciava alla porta. C’era gioia in loro, stupore, e abbracci, saluti, calore.
Una ricorrenza vera non c’era; c’era un gancio sì, una scusa plausibile, ma la realtà è che qualcosa doveva ancora avvenire, noi non lo sapevamo, non lo volevamo sapere. E così ignorammo ancora una volta lo sguardo vuoto che lui, mio padre, indossava ogni volta che guardava avvenire le cose del suo tempo. Ok, magari lo avevamo notato, cullandoci su un che sarà mai! C’era gente che lo invidiava, tanta, e bastava pronunciare il suo nome e il suo cognome perché molti sfoggiassero un sorriso compiaciuto. Lo stesso nome e lo stesso cognome che l’agente in quel grigiore aveva sillabato per aver confermata l’identità che nessun documento nelle sue tasche aveva svelato. Lo stesso nome e lo stesso cognome che avevamo ascoltato e lasciato spegnarsi tra i rumori di quel piccolo ambiente: il ticchettio della vecchia sveglia da viaggio accanto alla lampada verde bottiglia, il rotolare delle gomme e il grugnito dei motori opachi dalla via vicina, il ritmico urtare metallico di un qualche oggetto sui fili del bucato in cortile, una sirena lontana. Che era il silenzio in fondo. Il silenzio che da quella festa, ma a dir la verità anche da prima, lui, mio padre, ascoltava assorto sulla sua poltrona dello studio al ritorno dal lavoro. Ogni giorno. Un silenzio che era il rumore residuo del mondo esterno che lui, mio padre, non voleva più abitare. Ne avrebbe anche cercato un altro di mondo, ma come si fa, dico anche a voi, come si trova la forza di lasciare tutto indietro e trovarsene uno proprio, uno dove tutto il silenzio, il rumore residuo dell’umanità intorno, non fosse una minaccia costante di pensieri ingombranti. Dove le lettere che aprivamo ogni giorno non suonassero come cattive notizie, ogni santa volta che in quello studio venivano lette.
C’era questo in quella festa e io non lo sapevo, non lo volevo sapere. Un chiedere scusa. Di cosa? Di tutto, di tutto.
Io avevo il mio modello di genitore negli occhi e non vedevo, non volevo vedere, che lui, mio padre, era invece proprio quel profilo, quella testa china, quei capelli corti e radi, quello sguardo puntato sulle mattonelle sbeccate di quel lontano giorno, in quello sperduto commissariato di un borgo di mare distante un secolo dalle nostre vite. Ché eravamo piccoli allora e si giocava a calcio sulla spiaggia umida, con il sole bassissimo sull’orizzonte in procinto di spegnersi in quel mare petrolio. E le ombre s’allungavano, le ombre di noi piccoli che alzavamo sabbia e palloni, e delle ciabatte piantate salde a delimitare la porta. Chissà se già allora quelle ombre si allungavano tanto da entrare dentro le nostre case, lambendo la poltrona e l’uomo che lì, incomprensibile a tutti, ascoltava i rumori opachi del nostro mondo, zitto zitto, pensando di organizzare una festa prima o poi, l’ultima festa, per salutare tutti prima di raggomitolarsi in un angolo a osservare, uno alla volta, uno dopo l’altro i piccoli crolli intorno a sé. Piccoli e insignificanti per noi, enormi, devastanti per lui, mio padre, inerme oramai.
L’agente chiese se avessimo bisogno di qualcosa, per tornare a casa, disse con quel palese accento d’imbarazzo. Un Dio avrei voluto rispondere, sarebbe servito qualcuno onnipotente al quale impetrare grazia: facci uscire da questo angolo, da questo silenzio, padre nostro che sei cieli e non nel nostro mondo. Perché se fossi stato qui, caro il mio Dio, come quel figlio che dici di aver mandato, se fossi stato qui, avrei potuto chiederti che diavolo si fa quando un uomo, un padre, mio padre, lo si fa alzare da quella sedia del commissariato e con una mano sulla spalla lo si porta via. Perché alla fine dicono che tu abbia voluto creare questo mondo e quindi questo silenzio assordante dentro il quale lui, mio padre, aveva desiderato la fuga, solo, senza documenti addosso, per nascondere a tutti anche il suo nome. Per cambiare mondo, il tuo mondo.
Fuori pioveva. Una pioggerellina fitta fitta, fina fina, che ti inzuppava senza fartene accorgere. Voleva lasciarci in pace, aveva detto in macchina. Scorreva la strada, curvando decisa prima di immettersi sulla statale con una cunetta fastidiosa. Rotolavano le gomme e frusciava il motore ed era questo il silenzio dell’abitacolo che non avevo voluto ferire con domande inutili. Eppure lui, mio padre, di colpo parlò.
«Volevo lasciarvi in pace», solo questo, poi nulla più per seicento chilometri. Seicento interminabili chilometri.
Poi non accadde nulla, gli anni trascorsero sereni e mia madre aveva capito quanto fosse vitale cancellare quel tempo, rintanarlo in quel ricordo strano e così aveva fatto. Era stato duro, difficile, ma alla fine era stato un crollo e basta. Aveva cambiato un pezzettino di panorama, importante sia chiaro, ma tolto quello la vita era tornata in apparenza uguale. Qualche ammaccatura, due lividi, una cicatrice che faceva male nei cambi di tempo. E per carità c’erano ancora mozziconi di muro, polvere di maceria qua e là, ma intorno c’era cresciuto del verde e non faceva più tanta impressione. Anzi, se ci passavi accanto nelle belle giornate di sole rimanevi stupito per una certa bellezza, una vaga atmosfera di pace che si assumeva vera, giacché dal cuore degli uomini si vede trafilare luce solo dalle impercettibili fessure dei crolli.
Ora però che abbiamo fatto tutto e anche l’ultima incombenza è stata chiusa siedo su quella poltrona dove lui, mio padre, amava chiudere gli occhi dopo pranzo, ma proprio un sonnellino piccolo e leggero, sospeso sui rumori che regalava il silenzio del primo pomeriggio. E anche io ora li chiudo e ascolto. Provo a sentire almeno un briciolo di ciò che lui, mio padre, avvertiva vibrare dietro le pareti. E a un tratto eccolo, lì in mezzo ai rumori dell’uomo, il silenzio, il buco nero di suono. Mia madre arriva, con il volto stanco e mi carezza la testa, mi chiede qualcosa, poi carezza come un ricordo dolente il bracciolo rovinato, sbiadito, graffiato. Lo carezza e continua a parlare, ma io non sento nulla delle sue parole, che invece vedo una a una risucchiate oltre l’orizzonte degli eventi di quel silenzio abnorme.
Per una buona mezz’ora rimango in paralisi completa, ho quasi la sensazione di respirare con una fatica assoluta, con un masso gigantesco sullo sterno. Poi ho uno scatto, feroce, in piedi e verso la porta di casa per tentare di prendere aria. Ho fitte al petto mentre corro con il fiato cortissimo verso la stazione. Un cane dietro un cancello mi ulula contro, ringhia la sua paura contro il buco nero che con evidenza mi insegue, non lo vedo, ma ne sento l’angoscia furiosa ingoiare pezzi di mondo dietro di me.
Al binario attendo solo pochi minuti: cinque, dieci. Meno. Il treno quasi vuoto scorre via lento, attraversa campagne e costeggia borghi e città, scavalcando una intera notte. Nessuno mi chiede un biglietto o visita il mio scompartimento, nessuno, per tutta una notte che centellina ben seicento chilometri.
È l’alba quando compare il paese. Una fermata breve, giusto il tempo per scendere e vedere il convoglio stridere ripartendo dietro le mie spalle. L’edificio piccolo e bianco è sempre lì, ma lo hanno abbandonato da tempo a quanto vedo. Sterpaglie intorno e cancelli divelti, la porta appena accostata. Entro, facendo gemere i cardini impastati di salsedine e ruggine. La stanzetta la ricordo, è in fondo al corridoio ingombro di calcinacci e materassi lasciati lungo le pareti e nei piccoli anfratti, dove un tempo doveva esserci un armadio o una scaffalatura. Sono indizi di ripari di uomini in fuga da loro stessi o da guerre lontane, fughe che in fin dei conti ben si equivalgono.
Anche l’ultima porta cede in una nuvola di polvere d’intonaco. Lui, mio padre, seduto sulla seggiola mi dà le spalle come allora. Davanti ha la scrivania bianca di polvere di gesso e di calcinacci piovuti dal soffitto, come bianca è la vecchia lampada stranamente accesa. Dal cortile oltre i vetri rotti della finestra, non arriva nessun vociare di bambini, solo il rumore periodico di un oggetto metallico che urta i fili del bucato. Guarda un punto preciso del pavimento, fatto di mattonelle sbeccate e residui minuscoli di fuga annerita.
«In fondo era solo necessario riparare. Ma con gli gli esseri umani non funziona. No!» dice con la voce tirata che aveva in macchina allora, in quella frase piccola prima dei seicento chilometri, prima del sereno ignorare tutto ciò che era accaduto. Poi gira il capo verso di me, verso il mio profilo corrucciato che fatica a non guardarlo.
«Andiamo», dice, «devi vedere una cosa.»
Fuori adesso c’è un sole cocente, come fosse arrivata d’improvviso l’estate, ma a veder bene nessuno è in giro come s’addirebbe a quel borgo di mare e di vacanza.
All’angolo la signora Maria, quella del piccolo emporio, seduta sulla sua seggiola di plastica bianca davanti all’uscio ci saluta con un piccolo cenno del capo. Quando era ancora viva e teneva aperto quel bugigattolo vicino alla chiesa, ci fermavamo sempre a comprare le figurine o le caramelle frizzanti.
Lungo la strada un cane pezzato nero trotterella lungo il muretto che ci divide dalla spiaggia. Lo scavalchiamo sedendo sul bordo e passando una alla volta le gambe dall’altra parte.
“Attento a non strapparti i pantaloni nuovi!” penso ripetendo a mente le raccomandazioni di mia madre. Mi controllo per bene prima di proseguire oltre e per fortuna non ho niente di rovinato. Sono stato attento mamma.
Camminiamo ancora per un tratto, spostando la sabbia che scotta sotto i nostri piedi. Il cane dietro di noi ci segue. Buck, si chiama Buck, decido guardandolo annusare un pezzo di legno mezzo bruciato di un vecchio falò. È il mio cane adesso, il cane che non ho mai avuto e che non avrò mai nella mia casa, troppo piccola e lontana dal mare.
Poco oltre c’è un Super Santos mezzo sgonfio diventato rosa sbiadito dal sole e due ciabatte di legno chiaro rovinate sul soprattacco di gomma color crema. Le prendo e lentamente mi sposto di alcuni metri per conficcarle a terra: prima una poi, contati i giusti passi, l’altra. Lui, mio padre, fermo con la suola sul pallone, attende con calma che la porta sia sistemata e che dalla strada arrivi un ragazzetto con la maglietta della Fruit of the loom. Credo di riconoscerlo, ha la zazzera davanti agli occhi come sempre. Buck gli va incontro scodinzolando in cerca di una carezza, io gli stringo la mano e lo ringrazio per essere arrivato.
«Non potevo mancare, sono stato sempre il miglior portiere del mondo.»
«Tomaszewski?»
Ride, mentre pensa sempre meno alla faccia del tipo che lo ha visitato oggi. Bisogna indagare, gli ha detto, capire e stabilire una cura. Come se per la vita ci fosse davvero una cura.
Si dispone tra i pali, soffiandosi sui pugni chiusi, saltellando sulla sabbia, mentre gli arriva addosso il primo siluro a forma di Super Santos che gli piega le dita. Goal.
Ride Tomaszewski con le dita che gli fanno male, molto di più di quel cuore che a quanto pare è un po’ in difficoltà ultimamente.
Io ci provo a segnargliene uno, ma niente, niente. E invece lui, mio padre, lo vedo come carica il tiro e goal! Goal! Goal! E le dita di Tomaszewski fanno sempre più male, e Buck il mio cane, che mio non è, continua a correre a destra e sinistra. Goal! Goal!
Goal!
Eccolo; alla fine l’ultimo goal è mio. A dirla tutta potrebbe avere preso la traversa, ma le porte sulle spiagge, quelle fatte con le ciabatte rovinate, si sa, non ti aiutano quando si tratta di traversa e allora si sta delle ore a litigare e a spingersi. Ma stavolta no: Buck si è fermato, di colpo annusa il vento che rapido è girato e ora viene da nord, freddo, tagliente come l’inverno. Tomaszewski non è più il portiere più forte del mondo, forse non lo è mai stato e alla fine che importa. Serve adesso che il suo cuore funzioni; ok lui ancora con lo sa, lo saprà domani, ma questo importa e comunque sta con le gambe aperte e con il pollice in su mi osserva compiaciuto.
Lui, mio padre, approva con la testa.
«Te lo dicevo che serviva colpirlo di collo pieno. Visto che hai fatto goal pure a Tomaszewski?»
«Lo so», dico, «ma fa male così a piedi nudi.»
«È l’unico modo che conosco per segnare, devi farti male, molto male», dice, poi si gira e chiama a sé Buck. Gli concede una carezza e lentamente si avvia verso la riva insieme al cane. Forse dovrei preoccuparmi quando con noncuranza entrano in acqua mantenendo il passo di chi sta passeggiando. Ma sanno nuotare entrambi in questo mare fermo come l’olio, tanto grande da sembrare eterno.
Io rimango in riva, ho le mani in tasca e li guardo sparire e diventare acqua. Intorno a me c’è una bellezza atroce che rapisce l’occhio e fomenta le mie lacrime.
Io adesso so pure segnare.
Lui, mio padre, me lo ha insegnato.

Sophia e Liù

Il dottor Morel aprì la porta infreddolito e in pigiama.
«Di nuovo?» – chiese sorridendo a Sophia che in braccio teneva Liù perplessa di quella visita notturna. La bimba fece segno di sì con la testa e senza proferire una sola sillaba si infilò tra lo stipite e l’uomo per sgattaiolare nel piccolo ingresso della casa.
«Ha parlato ancora?»
«Sì, e ha detto che ha male alla pancia.»
«Prima o dopo il tuono?»
«Mmmmm dopo. Credo.»
Il dottor Morel annuì accompagnando con la mano sulla spalla la piccola nella stanzetta delle visite. Dalla finestra sulla destra si accertò che la Citroen rossa non fosse al suo posto, fatto che ovviamente giustificava quella precipitosa necessità di aiuto.
«Allora Sophia, cosa ha mangiato Liù a cena?»
«Gelato.»
«Gusto?»
«Fragola.»
Morel segnava con un certo sussiego tutto quanto su un notes a righe, annuendo con enfasi.
«Posso fargli qualche domanda?»
«A Liù?»
«Sì, certo.»
«Non risponde tanto. Parla solo a me. Quando siamo sole.»
Morel corrucciò la fronte come se stesse vagliando le possibili soluzioni.
«Capisco.  Ecco, potremmo magari farle una bella puntura di Pancinil», disse compiaciuto.
Sophia sgranò gli occhi, stringendo a se la gatta che le indirizzò un piccolo miagolio.
«Noooo, lo sai bene che Liù è allergica agli aghi di metallo. Inizia a starnutire e vomitare.»
«Ah già, non si può.»
«Eh! No, non si può.»
«Magari, la facciamo sdraiare un po’ qui e la teniamo in osservazione allora.»
«Ecco sì.»
«Magari migliora da sola. E noi due ci beviamo due tazze di tisana speciale rilassante mentre aspettiamo che stia meglio.»
«Con lo zucchero.»
«Certo!»
Morel si allontanò il tempo giusto per preparare il tutto, ma al suo ritorno Sophia già si era addormentata con Liù in braccio sulla poltrona blu. La gatta sollevò appena la testa per controllare la situazione tornando subito dopo nel suo sonnecchiare.
Il dottore posò le due tazze sul tavolo basso all’angolo e si accomodò sulla poltrona dietro la scrivania. Fuori pioveva che dio la mandava e ogni tanto un fulmine illuminava la notte in lontananza.
Marta con il viso assonnato si affacciò alla porta dello studio e chiese «tutto bene?»
«Piove», rispose Morel indicando con una mossa del viso la piccola sulla poltrona. Anche questa volta Liù si tirò un po’ su per controllare la nuova venuta e assodata l’assenza di pericoli si era riaddormentata.
«Aspetto che torni Veronica e poi vado a letto.»
Marta annuì con un mezzo sorriso di sonno e si dileguò.
Sulla scrivania, vari incartamenti raccontavano di uomini e donne preoccupati per i loro piccoli e grandi malanni. Il signor Roschark con la sua sciatica e il ragioner Milleu che s’era beccato una brutta polmonite. E la signora La Maittre che non riusciva a rimanere incinta e il marito stava andando in depressione dopo il terzo lavoro finito male. Tamburellò appena sulla scrivania con le dita e tornò a guardare ancora fuori il temporale inondare la città addormentata.
Passò del tempo prima che un rumore fuori rivelò l’arrivo della Citroen rossa che, con due manovre sotto gli scrosci d’acqua, si sistemò nel suo posto in cortile. Un fagotto ne uscì velocemente infilandosi sotto la tettoia davanti il portone per scomparire alla sua vista.
Morel allora si rialzò per riaprire la porta di casa e poggiato con la schiena allo stipite, attese con calma l’arrivo dell’ascensore al piano. La cabina sputò fuori il fagotto ancora grondante che subito si diresse verso la porta di fronte inconsapevole della presenza di Morel.
«Piove?»
Il fagotto si bloccò, volgendosi verso la voce alle sue spalle.
«Pare di sì», disse Veronica facendo scivolare via la giacca che l’aveva riparata dal fortunale. Ora che si era ricomposta, seppur grondante aveva ripreso le sembianze di donna con la faccia stanca e lo osservava interrogativa.
«Sophia?»
«No, no. Liù. Pare abbia mangiato troppo gelato alla fragola.»
«Liù?»
«Liù, sì.»
Veronica tornò sui suoi passi per entrare nel piccolo ingresso. Morel la aiutò a togliersi la giacca, che poggiò sull’attaccapanni di legno chiaro, mentre lei si ravviava i capelli neri e ricci che le avevano inondato le spalle adagiandosi sulla camicia bianca. Il dottore la guardò passare davanti per entrare nello studio delle visite, stretta nei fuseaux neri chiazzati qua e là dalla pioggia battente. Sulla poltrona Sophia dormiva tranquilla e anche Liù stava abbandonata sulle gambe della piccola. La donna si fermò un attimo a guardare la scena, mentre Morel rimaneva due passi indietro.
«Potresti lasciarla da noi quando sei di sera.»
«Non voglio dare disturbo, lo sai! E poi Sophia è grande e può badare a sé per qualche ora.»
«E già! Ha persino una gatta che sa parlare in fondo.»
Veronica si girò a guardarlo con una smorfia ironica.
«Mi aiuti a portarla a letto?»
«A che serve allora un medico per vicino?»
La donna sfiorò la gatta che si fece mettere a terra mezzo tramortita. Poi Morel prese in braccio Sophia che non accennò nemmeno a svegliarsi e seguendo Veronica oltrepassò il pianerottolo, entrò nel piccolo ingresso della casa di fronte e percorso il breve corridoio trovò sulla destra la stanza da letto. Adagiò dolcemente la piccola sul lettino con le sponde di legno scuro addossato alla parete e si guardò per un attimo in giro.
Il grande letto era ancora disfatto e sul cuscino era poggiata una camicia da notte color crema piuttosto corta a ben vedere. A terra raggomitolati vicino al comodino c’erano abbandonati degli slip azzurri. Veronica guardò il tutto con un certo imbarazzo.
«Non sono riuscita neanche a rassettare oggi. Sono una frana non c’è che dire.»
Morel non fece commenti, ma continuò a immaginare la donna con quegli indumenti addosso, provando a capire cosa riuscissero a coprire di quel corpo così vicino a lui. Avrebbe voluto allungare una mano su quella schiena che vedeva muoversi per rimboccare il piumoncino della piccola, una carezza appena, ma rimase immobile a guardare la pila dei libri accanto al comodino. Poi rifece al contrario il percorso verso casa, fermandosi per salutare sull’uscio.
«Ah! Veronica», disse prendendo qualcosa da dietro la porta, «la giacca.»
Lei si avvicinò schernendosi che sarebbe impazzita a cercarla poi a casa. Prese il fagotto ancora umido e alzandosi un po’ sulle punte dei piedi, arrivò sino alla guancia per un bacio proprio vicino all’angolo della bocca. Un bacio che durò abbastanza da indurre Morel a cingerla alla vita, quasi a sorreggerla in quel gesto. E nel farlo la avvicinò a sé sino a sentire quel corpo stanco ma morbido e accogliente avvolgerlo in qualcosa di simile a un abbraccio, solo meno evidente.
«Grazie per Sophia.»
«E per Liù?»
«Anche per Liù.»
Sorrise, e qualcosa forse avrebbero voluto dire o fare, ma Morel mollò il braccio e Veronica si allontanò sino a chiudersi la porta dietro le spalle. Lui per alcuni istanti rimase lì a guardare la targhetta con il nome di fronte. Non voleva perdere del tutto quella sensazione che il contatto con quel corpo gli aveva regalato. Poi rientrò anche lui, spense la luce dello studio e tornando verso la camera da letto notò la porta socchiusa della stanza della figlia. Marta dormiva abbracciata al cuscino e nella penombra sembrava sorridere. Starà facendo un bel sogno si disse. Ne ha bisogno, pensò.
In camera il letto era ovviamente disfatto e Morel ci entrò dentro con un brivido. Pensò che ci avrebbe messo minuti prima di scaldarlo di nuovo. Pensò alla signora La Maittre che forse in quel momento stava facendo svogliatamente l’amore con il marito; sarà il caso domani di dirle che è incinta, si disse poco prima di chiudere gli occhi. Poco prima che il calore di quella specie di abbraccio si spandesse in quel letto inutilmente vuoto per lui. Fuori pioveva che dio la mandava. Veronica intirizzita nella sua minimale mise da notte rifletteva sull’urgenza del cambio stagione. Liù nella sua cesta ogni tanto faceva un verso leggerissimo figlio di un incubo a noi ignoto. Sophia sognava di parlare ancora con Liù e la rassicurava sul suo mal di pancia e nel sonno probabilmente rideva con un buon sapore di fragola in bocca.

Cinquanta Chilometri

Le ultime due uova nel frigo attendono in una discreta solitudine. Marta con un occhio alla tele, le tira fuori pensando a come cavarne qualcosa di commestibile, ma si sa che per queste faccende lei non ha molto amore. Al più riesce a placare la fame, che normalmente risolve meglio in una di quelle bettole adatte a quelli come lei. Per i camionisti insomma.
Marta avrebbe potuto fare un sacco di cose nella vita, ma si era innamorata di quei bestioni di ferro e gomma. E s’era interstardita sulla strada o meglio, si era dedicata all’asfalto e ai chilometri per non pensare, per non avere paura. Se non ti impressioni delle dimensioni lo vedi che quelli sono rifuggi dai bombardamenti del mondo. Stai dentro quella cabina, abbarbicata allo sterzo ed è tutto lì, sotto controllo. E tutto il tuo mondo è in giro con te, non cambia, te lo porti appresso. Lui si muove, tu no e diventi uno strano astronauta di una navicella in orbita tra due caselli, sospeso nel vuoto delle autostrade di notte.
Che poi in realtà Marta non ama guidare, ma ha solo paura di pensare. Una paura che sulla terra non si placa, ma che sulla sua navicella illuminata dai led si esaurisce in cinquanta chilometri esatti. Davvero! Poi solo nero di asfalto, chilometri e orizzonti sempre lontani. E solo di giorno, per non consentire alla mente di correre, in tondo, veloce e stremata. Arde il giorno per lei, brucia come l’inferno, sulla pelle, negli occhi, nelle ossa, nel cuore.
La notte no. La notte dorme almeno e quando dorme la cosa peggiore che può capitare è morire. Nel sonno. Finire così senza neppur avere il tempo di avvertirla arrivare la fine, finché la sveglia suona e tutto torna in vita. Soprattutto lei, ogni giorno, che riprende con fatica la strada verso ciò che diventa un piccolo terribile inferno, per cinquanta chilometri. Poi nulla, poi la mente tace finalmente, riposa. Chilometri e nafta.
Ora ne avete da dirle che sì, in fondo tutti siamo su questa strana giostra, che bisogna guardare avanti e che in fondo che ti manca che non hai. Cosa?, pensa.
Cosa? Pensa.
Le uova nel padellino sfrigolano. Hanno un buon odore. Ci fosse anche del pane! Del pane fresco, non queste croste di due giorni. Perché sono due giorni che il camion è in officina. Due giorni che non ha la strada sotto il sedere. Che sta in quel buco di casa senza mettere il naso fuori. Che le manca in fondo?
Cosa? Pensa.
Alla tele due idioti ridono, uno di quei programmi dove si vincono soldi facendo robe insulse. Intorno a loro un’isola tropicale finta. E ridono. Anche a loro non sembra mancare niente e ridono, ma lei è sicura che anche per loro vale quella storia dei primi cinquanta chilometri. Anche lei rideva prima e nessuno crederebbe che l’unica cosa a cui pensava dopo era di farla finita, giù dal prossimo viadotto, lei il camion e le merci e tutto. Un frastuono unico e si chiude la pratica, diceva, e si placa la mente. Ore e ore di asfalto per assonnare la sua piccola e insignificante mente. A inventare che dopo i cinquanta chilometri si aggiustano un sacco di cose.
Intanto ora pensa. Cosa?
Fuori c’è la luna, sorta rossa, piena, bassa sull’orizzonte. Dalla cucina si vede benissimo, incastrata tra le due palazzine di fronte e da giù proviene un fischio acuto e familiare. Seduto sul predellino del camion di Marta sta Enzo, il meccanico, a guardare all’insù e a fischiare verso la finestra illuminata della cucina. E Marta ora lo vede da dietro il vetro, masticando l’ultimo boccone di uovo strapazzato. Lei guarda la luna, il camion posteggiato sotto, Enzo, e non pensa. Poi scende e perplessa si avvicina alla motrice lucidata a specchio.
«Si è convinta a riaccendersi?»
«Pare di sì! Hai cenato?»
Marta fa una smorfia che è un sì; una smorfia che la dice lunga su cosa dovrebbe essere una cena, che quasi mai lo è.
«Ti va di fare un giro?»
Marta vede che la luna è un pochino più alta, dice ok e prova a girare sul lato guida, ma Enzo con una mano sulla spalla la blocca. Una mano calda che sente quasi in trasparenza sulla pelle.
«No, no. La consegna al cliente ancora non è stata fatta e le regole sono regole. A questo giro guido io.»
Marta pensa, ai cinquanta chilometri che sono troppi e che forse è meglio per una volta lasciare fare. Siede allora, passeggera distratta che scruta la città, dalla navicella spaziale su ruote che placida si muove. Vede le luci che si abbassano a mano a mano che l’abitato si dissolve nella periferia e inizia la campagna. La strada allora quasi sparisce oltre le luci dei fari e i led viola nell’abitacolo ingigantiscono le ombre.
Enzo non parla, ogni tanto la osserva guardare il quadro e segue attento il percorso. Il motore ruggisce, Marta legge i chilometri scorrere: trenta, trentacinque, quaranta. Cinquanta!
Ora sì che ci si può fermare su una piazzola ai lati della strada. Un lampione tinge di luce gialla il mondo e oltre la recinzione due cavalli nero pece dilatano le narici per controllare gli intrusi.
Marta guarda fuori e non ha domande, meglio, sente la testa sgombra, nessun neurone in moto. Silenzio. Quasi fosse sola in tutto quell’universo, ma sola non è perché accanto c’è Enzo e la motrice spenta e i led viola accesi.
«Sai dove siamo?»
Marta fa segno di sì con la testa.
«Vuoi che scendiamo a prendere aria?»
Marta fa segno di no con la testa. Dovrebbe avere paura, ma così non è. Dovrebbe farsi domande, tipo come ha fatto quella notte a non vederla quella donna. Ma deve esserci un sortilegio strano che le impedisce di farlo. Guarda fuori: i cavalli, la notte, la curva con gli alberi in banchina dal retrovisore.
«Prima o poi bisogna perdonarsi, Marta. Non si controlla il destino di chi ha deciso di farla finita. Accade sai? E quella volta è accaduto. Il resto è caso che ti ha condannata, ma il caso è uno stronzo e basta. Non gli devi dare retta al caso.»
Stanno in silenzio ora nella vertigine della luce dei led.
«Ho sonno Enzo. Solo sonno Enzo. Solo sonno.»
Poi passò del tempo e Marta, allungata nella cuccetta dietro, pensò che quando dormi il massimo che può accadere è non svegliarsi, ma Enzo le carezzava i capelli e il massimo che quindi poteva capitare è che le venisse da piangere. Cosa che accadde, con discrezione e in silenzio. I cavalli fuori guardavano. Ignara di tutto la luna tramontava.

Veronica

Mi affascina sempre la scia d’acqua sollevata dalle auto alla prima pioggia di fine estate. Da dietro i vetri imperlati, quando il vento gira, vedo la nube fina che cade leggera sull’asfalto nero luccicante.
Osservo, mentre preparo un caffè e svogliatamente esploro le notizie sull’ipad. Non è tardi e forse potrei anche aprire uno dei link e leggere. Ma fuori non accenna a smettere e il ticchettio nella grondaia distoglie ogni attenzione.
Sullo sgabello la biancheria sporca è in attesa che mi decida a sistemare la lavatrice. Potrebbe essere lo scopo di oggi per esempio. Sistemare la guarnizione dell’oblò ed evitare di allagare ogni volta mezza casa. Ecco, questo è un ottimo inizio di settimana e un buon motivo per andare via in orario dal lavoro. Mi avvicino per osservare meglio il pezzo di gomma grigia rovinata. Lo carezzo come fosse un caro ricordo, poi torno a pensare che devo mettere ordine in questo buco di posto. Devo renderlo almeno abitabile, non per me, ma perché vorrei invitare una sera a cena Veronica. Al lavoro è un po’ che ci giriamo intorno, sfruttiamo le pause caffè per parlare di fesserie, ci sfioriamo come liceali troppo cresciuti in una sbiadita voglia di ricreazione.
Sul davanzale la piantina di orchidee dell’Ikea sembra soffrire qualcosa, perdendo una alla volta le foglie verdi. Devo chiedere alla portiera se buttarla via o se c’è un rimedio. Perché io sono convinto che deve esserci un rimedio; voglio dire noi queste vite le stiamo vivendo così, come vengono, senza capirci niente di dove in effetti vanno. Pensiamo che prima o poi ci accadrà qualcosa di grandioso che ci farà deragliare su un campo di fiori bellissimi, ma buona parte del tempo lo passiamo a cercare un rimedio per piantine da quattro soldi sui nostri davanzali. Un rimedio per noi, personaggi improbabili di una recita logora.
Pesco un frammento di biscotto dal vaso trasparente vicino alla televisione. È da un po’ che neanche l’accendo, neppure la sera, perché mi annoia quasi ogni cosa da quando ho finito l’ultimo episodio di Black Mirror e no, non va bene. Non dico in generale, ma per i dettagli delle ore passate qui. Voglio dire fuori piove e dovrei fare anche attenzione a non perdere altro tempo e sbrigarmi a raggiungere la confusione delle auto che attraversano la strada bagnata. Ma a dirla tutta non ho voglia neanche di metterlo il naso fuori. Vorrei vedere Veronica, quello sì, e magari invitarla a cena lo stesso, anche con la casa che è un disastro, ma ora io l’unica cosa che davvero farei è prendere un treno, sì, uno qualunque, e passare da un paesaggio all’altro senza neppure chiedere dove siamo e dove stiamo andando. Dico, non è questo che mi avete fatto credere si chiamasse vita? Perché non dovrei allora farmi trasportare via così, senza chiedere o protestare. Altrove, ovunque esso sia.
Scelgo una camicia tinta unita azzurra. Odio le righe e non dico meglio dei quadri. Esistono fantasie applicabili a un tipo come me in un giorno scialbo come questo? Forse, e comunque questa tonalità di azzurro dovrebbe andare bene. Parlo ad alta voce e percepisco un tremolio strano nel tono, quasi mi fossi stancato del tempo che dedico a questo perplesso gestirmi, questo lento lottare contro le strane illusioni inapplicate. Sono questo, dovrei dire, questo riflesso nello specchio, né più né meno. E in realtà sembro andar bene anche a Veronica e tanto basta per lasciare questo appartamento e il suo insopportabile disordine e dirigermi verso la strada, umida di pioggia.
Fermo sul portone guardo bambini e adulti schivare pozze evanescenti d’acqua e buche nell’asfalto. Hanno un fare lieve nei loro piedi, abitudine a queste danze improvvisate per strada. Al contrario io incedo pesante, senza grazia in confronto, affondando in ogni incavo sino al cacagno. Dal pasticcere dell’angolo viene un odore intenso di burro e di zucchero. Dentro, davanti al bancone di vetro illuminato dai neon, nugoli di bambini guardano i genitori provvedere alle loro piccole voglie da primo giorno di scuola. Hanno un occhio goloso, quasi come il mio nel percepire le forme morbide di alcune madri dentro i vestiti ancora leggeri. Strano come i miei sensi si adeguino al momento. Strano come i loro movimenti sembrino ammiccanti sulla superficie curva del bancone.
Al lavoro arrivo al solito orario. Due isolati appena da percorrere a piedi e solo un minimo di bagnato sulle scarpe. Alfredo, il custode, mi saluta come sempre con un cenno. Che ricambio. Saluti sterili, formali. Per il resto mai un frammento di discorso. Mai una mano da stringere. Eppure gli voglio bene. Ha una gamba lievemente più corta e quando cammina ha un andamento gentile e ritmico. Ha anche una famiglia lontana, alla quale invia quasi tutto il suo stipendio di custode. Tutto saputo per sentito dire, inutile chiedersi se vero o no. Plausibile. Basta.
In ufficio ancora regna la calma. Sono tutti ostaggio del traffico, con i tergicristalli attivati e il piede sulla frizione. Un decimetro alla volta, tre passaggi sul vetro, qualcuno alla radio che parla di musica e di politica. Nelle mail vario spam di proposte di viaggi scontati. Per lo più montagna oggi, piccoli alberghi familiari in legno da qualche parte sulle Alpi, che danno via tre giorni a pensione completa per due lire. Potrei proporlo a Veronica e le sarebbe chiaro l’intento scegliendo un’unica camera doppia. Una scelta romantica. Bello.
Piove ancora e poche alla volta le facce di sempre entrano scrollandosi l’acqua di dosso e mettono in azione i movimenti minimi per partire con i loro grafici, il loro flusso costante di informazioni da ricevere, dare, analizzare, discriminare. Odio il colore che alcuni hanno assegnato ai singoli andamenti sui monitor, ma è questa in realtà la forma di libertà che ci hanno concesso. I colori dei dati sui nostri monitors piatti, spesso oscurati agli altri dall’angolo di vista.
Poi, dal fondo, dall’ingresso a me lontano, qualcosa o qualcuno che ruzzola. Frastuono. E urla. Uno dice che oggi la fa finita. Dice che gli abbiamo preso tutto. Uno sparo. Di colpo scivolo giù con i sensi accesi da animale in fuga. Uno sparo. Un urto metallico. Urla di gente che scappa. Che sposta ogni cosa. Uno sparo. Quello impreca chiedendo dove è il suo futuro. I suoi soldi. La sua vita. Uno sparo. Urla e fiato di morte. Qualcuno lamenta il colpo. Se si lamenta è vivo però. Uno sparo. Quanti colpi ha una pistola per dio. Sotto la scrivania vedo nulla o poco. Sento. Uno sparo. Cose cadono e si fracassano. Schegge sembrano impattare ovunque. Si infrangono in frastuono e fiato corto. Soffoco. Soffoco per dio.
Silenzio.
Tutto sembra finito e scemato.
Veronica fa capolino. La vedo con la coda dell’occhio. La vedo e giro il capo verso lei. Mi tende la mano, dice vieni via da lì. Tutto finito Veronica? Tutto calmo? Mi tende la mano ancora, dice sì vieni via da lì. Passo il palmo sulle labbra, ci alito un po’ sopra come per controllare il respiro. Fanno male le gambe e la testa. Fa male la schiena. Vieni via da lì, è tutto finito dai!
Oltre la scrivania leggo sguardi e smorfie. Colleghi arrivati alla spicciolata sotto la pioggia. Colleghi seduti o in piedi che guardano in silenzio, me e Veronica che ci teniamo per mano e veniamo fuori da lì sotto. In giro tutto in ordine, silenzio e ordine. Nulla a terra, nulla divelto o fracassato. Tutti tranquilli che guardano. Me e Veronica. Per mano.
Verresti a cena stasera Veronica? A casa. Anche se è tutto un casino.
Lei mi guarda, inclina la testa verso di me e mi stringe la mano. Magari un altro giorno, dice, che oggi ho da portare i bambini dalla pediatra. Un altro giorno ok?
Non piove più.
Va bene così Veronica.
Così ho tempo per rassettare.

Senza Motivo

Mio padre metteva in moto la 128 quando la luce del giorno stava pian piano tornando al mondo. E così che ogni anno finiva l’estate, con il sole che sorgeva e la 128 che si allontanava dalla Favara.
Io e Luca, mio fratello, guardavamo scorrere gli alberi del lungo viale oltre i finestrini e provavamo a ricordare qualcosa di bello della città. Sapevamo che da lì a poco ci avrebbe richiamato da dietro le finestre lo scroscio improvviso d’acqua, il temporale che chiudeva ogni vacanza e riapriva le porte della scuola. C’era il diario da comprare all’Upim, l’ultimo pezzo di libro da leggere, il pullover di cotone per il primo fresco.
Tutti quanti alla spicciolata si ritiravano in città. L’ultimo, a fine agosto, era Mario. Ma lui tornava dal nord dove stavano i nonni. Un tipo strano Mario, sempre in silenzio per conto suo. Percorreva i lunghi corridoi della scuola attento a poggiare i piedi solo sui quadrati chiari. Faceva delle strane traiettorie per assecondare la trama di mattonelle e una volta glielo domandai pure perché facesse quello strano gioco. Lui accennò una smorfia col viso, a dire che boh, era così senza motivo, ed era andato via, seguendo le mattonelle chiare.
Il fatto del tramonto lo iniziò Luca, uno degli ultimi anni che passammo alla Favara. Una sorta di rito prima d’andare a cena, una preghiera silenziosa a un qualche dio muto. Ci fermavamo a guardare il sole spegnersi dietro le ultime case del borgo e c’era un momento preciso, una frazione d’istante che provocava un lievissimo increspare delle labbra di Luca, un contrarsi della mascella in una espressione dura, uno strizzare gli occhi per osservare oltre i tetti, per raccogliere quanta più luce possibile prima della sera. Anche a lui, come a Mario, domandai una volta il perché di quel rito. E allo stesso modo mi rispose con una smorfia, a dire boh, così senza motivo.
Gli anni allora passavano tra un ritorno a casa e un inizio di vacanza. Spesso uguali, mai tristi che ricordi. Tranne quello della malattia del nonno, con mio padre che tornava dalla città quando poteva e Luca che andava con lui perché aveva da fare delle cose. Io dopo il rito della sera mi chiedevo che diavolo c’era da fare in città in estate, io che non l’avevo mai vista la città in estate. La luce del sole si spegneva dietro le case, mia madre chiamava per cena da dentro, io ripetevo quella liturgia non sapendo nulla del suo significato. Sempre che ne avesse uno, s’intende.
Quando la prima pioggia scrosciò fuori, mio nonno volò via e Luca, con la mano sulla spalla di mio padre, ci disse che sarebbe andato in accademia. Un posto lontano da me, dove si diventava ufficiali. L’unica cosa che ricordo dopo è la pioggia fortissima e la luce diffusa che mi impedì di osservarlo bene quel tramonto strano.
Ci saranno stati tanti altri motivi, oltre ai brevi periodi di licenza di Luca, ma dopo quell’anno alla Favara non andammo più. Io la città la vidi svuotarsi e riempirsi tante volte, mentre ogni sera meccanicamente ripetevo l’omaggio al sole morente. Non pensavo a nulla e a nessuno. Guardavo la luce e poi tornavo alla vita consueta. In città c’erano anche altri e c’erano le ragazze amiche di una mia cugina. Una la ricordo ancora, Sara. A vederla così non diceva nulla, ma per mesi le dedicai una corte spietata, finché una volta non mi invitò al suo compleanno. Ci fosse stato Luca forse avrei chiesto qualcosa, un consiglio. Non me ne intendevo tanto di ragazze io, ma Luca era in giro con la nave scuola e non poteva nemmeno chiamare quando voleva. Per due giorni avevo ripassato tutta la parte, per non sbagliare nulla, ecco. Ma fu una specie di disastro, vissuto tra i vari angoli del salone affollato di ragazzini e il balconcino da dove non si vide neppure il tramonto.
Di ragazze poi ce ne furono altre e io, pur senza Luca, avevo iniziato a capire i movimenti da fare con il mio corpo insicuro. Avevo lasciato alle spalle gli angoli desolati delle feste affollate e frequentavo il centro del ballo, senza grande ignominia a dire il vero. Ogni sera dopo il tramonto, rigorosamente omaggiato quando si poteva, cenavo e spesso poi passavo a prendere Giulia. In qualcosa ricordava la famosa Sara, forse solo per la voce bassa che mi avrebbe tirato fuori dalle solitudini dentro le quali precipitavo.
Luca spesso era in missione, in posti lontani e violenti. Di tanto in tanto, mandava cartoline che sapevano di vacanza, ma che di vacanza per lui non erano. Quando due volte l’anno tornava in città aveva uno sguardo svagato, come se stesse ancora in mare e negli occhi avesse ancora un qualche orizzonte inesplorato. Parlava poco come suo solito e raccontava ancora meno, interessato solo al nostro di vissuto. Non si era mai fermato o forse le donne che aveva avuto non erano mai riuscite a fermarlo a terra. Io stavo invece per i fatti miei con Clelia. Avevamo preso un buco all’ultimo piano di un vecchio palazzo nobiliare al centro. E piano piano stavamo fondendo le nostre vite.
Ogni anno che passava Luca tornava e trovava qualcosa di invecchiato e di nuovo. Qualcosa di futuro e sempre meno passato. Io poi ho iniziato a lavorare davvero e anche Clelia e dal buco ci siamo trasferiti in un appartamento normale, di uno dei palazzoni residenziali lontani dal centro.
Ogni anno aumentava la tacita sensazione che molte storie stessero progressivamente esaurendosi e altre appena iniziando. Lorenzo, mio figlio, osservava la sua divisa con un certo timore e diffidente non comprendeva il sangue che lo legava a quello sconosciuto. Avrebbe capito dopo ovviamente, ma ci voleva tempo.
Poi le cose in qualche modo sono cambiate, di colpo quasi, e così la settimana scorsa quando l’ho chiamato per papà, ho sentito la sua voce rompersi un attimo e ricomporsi in un silenzio. La mia no, aveva avuto il tempo di consolidarsi in una tenera amarezza. Non so come mai la prima immagine che è affiorata è stata la 128 che filava su quel viale alberato. Ho ricordato Sara e Giulia e tutte le altre ragazze che avevo baciato. Sono andato fuori sul terrazzino e ho provato a trovare un qualche punto fermo al quale assicurarmi. In qualche modo stavo scivolando e volevo una appiglio. Le plumerie fiorite davano all’aria un profumo intenso d’estate. In lontananza il cielo arrossato dal tramonto sembrava voler dare tregua provvisoria dal caldo del giorno, ma era solo una sensazione passeggera destinata a smentirsi nella sera. Clelia è arrivata in silenzio e mi ha messo una mano sulla spalla, come faceva mio padre quando voleva proteggerci da qualcosa che in apparenza sapeva di bello, ma che nascondeva un dolore.
«Hai sentito Luca?»
«Sì. Dopodomani arriva.»
«Aspetteremo.»
«Aspetterò.»
«Anche stasera il tramonto?»
«Già.»
«Come mai?»
«Come mai cosa?»
«Il tramonto. Anche stasera.»
Ho fatto una smorfia con il viso poi ho detto: «boh! Così. Senza un motivo.»

La Sera Che Il Vecchio Fu Felice

«No, no!»
Il vecchio osservava le piccole mani screpolate fare ombra e riparo agli occhi rosi dal sale.
«No, no!»
Sembrava un disco incantato, uno dei suoi tempi, di quando la musica la suonavano da quegli affari tondi, scuri come la pelle di quel marmocchio che non la smetteva di lamentarsi.
Alla fine riuscì a fendere la difesa minima del bimbo con una carezza leggera sulla testa. Una alla volta le mani, piccole e impaurite, si staccarono dal volto. Un lungo graffio sulla guancia s’era incrostato di sangue rappreso. Gli occhi arrossati provavano a guardare meglio quel nuovo nemico.
«Stai calmo», provò a dirgli, «don uorri». Non sapeva se era detto bene, ma riteneva fosse qualcosa di tranquillizzante in una lingua che somigliava all’inglese. O almeno lo sperava, da quello che lui capiva dalla radio: questi sono stranieri e tutti gli stranieri parlano inglese. Punto
Il bimbo sembrò quietarsi. Chissà che cosa ha capito, pensò il vecchio, ma se funziona ha funzionato. A quel punto doveva trovare da dove diavolo arrivava quell’esserino in quel posto assurdo. Spiagge vicine neanche a parlarne: la cosa più simile al mare che ricordava era una pozzanghera fangosa che giù in paese usavano per innaffiare le patate. Eppure quello era lì, bagnato fradicio come se fosse appena sbarcato da uno di quei gommoni che si vedevano nella TV dell’emporio di Nino.
Gli fece segno di seguirlo, allontanandosi di due passi, ma il bimbo niente, stava fermo come uno scimunito, seduto a terra. Guardava e non sembrava interessato ad andare da nessuna parte.
«Hai fame?», chiese ignorando la possibilità di una lingua diversa, e poi «mangiare?» accompagnandolo con le dita della destra racchiuse verso la bocca.
I gesti in questo piccolo mondo valgono cento parole, pensò il vecchio, perché il piccolo si sollevò finalmente da terra e in perfetto silenzio si mise a trotterellare dietro di lui. A vederlo in piedi si era accorto che non aveva le scarpe. Bella questa! Aveva pensato guardando i suoi vecchi arnesi ai piedi. Vuoi vedere che devo mettermi a cercarne pure per questo? Si era pure accorto che in uno dei piedini, il destro, mancava un dito. Non che fosse stato tagliato via, ma proprio doveva essere così dalla nascita perché sembrava tutto in ordine, tranne il numero di dita.
La baracca del vecchio stava proprio due metri dietro la curva che saliva verso la collina. Lui stava lì da quando la moglie l’aveva mollato, decidendo di tirare le cuoia di colpo. I figli, se poteva davvero chiamarli ancora così, s’erano mangiati tutto e l’avevano lasciato in mutande per strada. Perché lui una casa l’aveva! Oh sì; niente di faraonico s’intende, e aveva anche un piccolo pollaio e un cane: Fulmine detto Ful. Che fine avrà fatto quel mangiapane a tradimento? Pensò; avrà preferito qualcuno che gli ha assicurato una ciotola piena. Bell’amico dell’uomo, disse fra sé mentre provava a liberare la porta dal catenaccio arrugginito.
Il bimbo entrò guardandosi intorno. Non sembrava troppo interessato all’arredamento, se di mobili si poteva parlare. Da una scatola di latta il vecchio tirò fuori un pezzo di pane scuro, una crosta di formaggio e un residuo di salame pericolosamente virato al marroncino. Il piccolo guardò il cibo perplesso.
«Non sarai mica un baluba che non mangia maiale?»
Il bimbo non modificò di una virgola l’espressione, ma con circospezione afferrò il pane e cominciò a rosicchiare con calma. Poi si diede alla crosta di formaggio. Il salame no, quello non doveva fargli molta simpatia e dall’aspetto rancido di sicuro non aveva tutti i torti. Deve essere un baluba, pensò il vecchio, o come si chiamano questi qua. Rimaneva il fatto di cosa diavolo ci faceva dalle sue parti, ma erano anni che aveva smesso di farsi domande e non aveva voglia di rispondere. Da quando per la precisione la sua vecchia si era fatta trovare con gli occhi all’indietro sulla poltrona gialla del tinello. Gli erano finiti tutti in una volta i punti interrogativi.
Da uno stipetto sgangherato il vecchio tirò fuori due bottiglie di plastica stropicciata. L’acqua da bere la prendeva giù in paese alla fontanella poco oltre la chiesa. Il bimbo fece di segno di sì con la testa e disse qualcosa, chissà cosa e in quale lingua o dialetto. Ma insomma doveva aver sete. Un bicchiere di vetro lo possedeva ancora e lo riempì per metà, prima di avvicinarlo al piccolo, che per un po’ stette in silenzio, quasi perplesso che fosse proprio per lui, poi lo afferrò con entrambe le manine per bere piano piano il contenuto.
A quel punto c’era il fatto della notte, ché il bambino da qualche parte doveva dormire. Ah! E le scarpe, ma quello era veramente difficile. Per carità in quel posto per lui potevano dormirci in dieci, basta che nessuno si mettesse in testa di prendersi il suo letto. Lui quello solo aveva: il letto, l’unica cosa che gli avevano lasciato i suoi figli e non lo voleva toccato nemmeno da quel marmocchio. Al tempo se l’era proprio caricato sulle spalle e s’era fatto tutta la strada fino alla baracca, con le guardie che gli urlavano dietro perché dovevano sequestrare tutto, pure il letto.
Per le scarpe gli veniva in mente solo la parrocchia, ma le beghine spettegolavano che il prete lo avevano spedito lì per punizione, che gli piacevano i bambini, mentre lassù erano tutti vecchi e zitelle e se ne doveva stare buonino. No, non era il caso. Osservava il piedino con un dito in meno e no, meglio scalzo che mangiato. Rise, come se fosse comica la faccenda.
Il bimbo guardava fuori da quella che più che una finestra era uno squarcio tra le lamiere oscurato al bisogno da un pesante telo scuro. Stormi di rondini rumoreggiavano intorno ai nidi sparsi sui cornicioni del vecchio edificio di fronte, sgretolato dagli anni e dall’abbandono. Sembrava incantato a vederli così rumoreggiare, mentre il sole stava sparendo dentro la valle.
Il vecchio lo seguì in quella strana visione; erano anni che ogni stagione quegli uccelli facevano quel can can fuori e solo ora lui se ne era accorto. Iniziò a raccontare qualcosa con la sua voce roca, una storia antica o una filastrocca che si era nascosta bene nelle pieghe dei ricordi. Raccontava e guardava fuori pensando che tutto quello era stato lì per anni ed era bello. Quando il vecchio si girò nuovamente verso il bimbo, lo vide poggiato sulla spalliera, con la testa poggiata sulle braccia. Dormiva. Provò a sistemare un poco di stracci a terra per farne un giaciglio, ma dopo un po’ si disse che no, non andava quella storia. In fondo lui una cosa possedeva: il letto. E chi ci dormiva lo decideva lui. Punto. Così si avvicinò al bimbo e delicatamente lo prese in braccio dalla sedia di legno per adagiarlo sulle lenzuola chiazzate, coprendolo un po’ perché stava iniziando a rinfrescare. Poi si mise a rimirarlo: ricordava che tanto tempo prima anche i suoi figli dormivano così, perché magari poi diventi un bastardo nella vita, ma quando sei piccolo e dormi sei così, fragile e bello. E pensò che in fondo allora quando i suoi figli dormivano così e lui li guardava era felice.
Il vecchio tornò a rassettare la tavola. Con un occhio guardava il baluba piccolo e con l’altro la notte che calava. Si erano quietati gli uccelli e l’indomani mattina avrebbe chiesto alla moglie di Nino di prestargli la bici per arrivare in città. Ce le avranno delle scarpe da bimbo in città! È tutta gente ricca, laggiù. Vuoi che nessuno mi aiuti?
Quando si stese accanto fece scricchiolare la rete mezza arrugginita. Si sentiva una cosa strana vicina allo stomaco. Un affare tiepido che non era nuovo, tipo quello di quando dormivano i suoi figli piccoli e lui li guardava. Tipo quando allora li guardava dormire e si sentiva, sì, felice.

La Linea Gialla

Bernardo guarda sempre il viso delle cassiere nei supermercati. Non ha uno scopo, gli piace solo leggere le smorfie, mentre le merci sfilano sul nastro nero trasportatore. Loro stanno così, in silenzio, concentrate. Al più un “ha la carta?” E no che non ce l’ha. Lui, Bernardo, non capisce il senso di promettere fedeltà a un negozio, svelandosi ai database di questo o quel posto.
Sugli ultimi gradini della metro, mentre scende, pensa che questa volta non gli è stato chiesto nulla, che la cassiera aveva una faccia anziana stanca, seppur l’abbia già dimenticato quel volto, e rapido oltrepassa due ragazzini che giusto all’angolo si addestrano a baciarsi con la lingua.
La piattaforma è vuota, segno che il treno è passato da poco. Lo stridere di freni deve essere arrivato dai vagoni sulla parte opposta, che con un fremito stanno ora tornando a muoversi. Una ragazza con un piercing al naso lo osserva dal finestrino che sfila via. Bernardo la nota appena, mentre cammina a cavallo della linea gialla, invalicabile; un po’ di marciapiede ancora, poi il binario sprofondato nella fossa, che ogni tanto lui costeggia con le buste della spesa in mano, illudendosi di ragionar sulla cassiera, insignificante.
Un bambino e la madre che lo tiene per mano arrivano trafelati, illusi dal rumore del treno di fronte. Si fermano a dirsi qualcosa, poi si dirigono alla più vicina panchina.
Bernardo li osserva, mentre oltrepassa ancora la linea. Fa passi piccoli, per far durare il percorso, ma in fondo sa che ogni cosa è un attimo, quell’attimo.
Sulla piattaforma di fronte, una ragazza in jeans e chador legge uno di quei giornaletti gratuiti che, forse, lasciano in giro per evitare proprio a gente come Bernardo di ragionar troppo in bilico sulla linea gialla. Lui si guarda intorno per aggrapparsi a una copia, ma niente, devono aver dimenticato quel suo lato.
Il bambino ride, la madre indica qualcosa sui binari e ride anche lei. Bernardo guarda lo stesso punto ma non nota nulla. Una delle buste fa male a una mano, però non gli va di sedersi, vuole continuare ancora un po’, sulla linea gialla. La piattaforma intanto si sta ripopolando: due signore anziane con il carrello della spesa, un ragazzo mesciato biondo con la tuta della Juve, un prete con la tonaca. Ha una faccia conosciuta il sacerdote, deve essere uno di quelli di San Matteo. Bernardo la conosce quella chiesa, perché ama il silenzio e spesso il pomeriggio ci entra quando non c’è nessuno. Si siede sul banco in fondo e guarda in giro. Sì, sì, quel prete deve venir da lì e magari lo ha visto alle volte chiedere da quel banco qualcosa a Dio. Perché lui questo fa, entra, si siede e in silenzio prova a parlarci con Dio, anche se non è convinto se lo stia ad ascoltare. Dio, se ti vuole sentire, ti legge i pensieri. Dio, se esiste, lo capisce che Bernardo è in bilico sulla linea gialla. Dio, se lo vede, lo sa che quello non è camminare, è altro.
Gli fa male anche l’altra mano ora e il treno è in evidente ritardo. Il binario è vuoto, la piattaforma si riempie, il prete si sventola con il volantino di un centro commerciale. La mano destra formicola un po’: “passata di pomodoro e aceto”, aveva scritto Marta, sua moglie. Un tipetto minuto e frenetico di donna che ci tiene alla casa. Oh! Come ci tiene. E dovreste vederla disperarsi di questo e di quello. Di questo e di quello!
Strano come il treno sia in ritardo, voglio dire in questo mondo sotterraneo il tempo trascorre in momenti sempre prevedibili e il fatto che non sia ancora sbucato dal tunnel interrompe ogni certezza. Adagiato sulle rotaie un frammento di un giornale del partito di governo. Fiumi di caratteri vuoti, massimi principi primi in fretta dimenticati e negati, che catturano comunque lo sguardo che si sporge, come il suo corpo che si sporge oltre la linea gialla, il confine ultimo di sicurezza. L’anziana signora di fronte lo osserva perplessa, fiuta il pericolo forse. Lui si sporge, la mano fa male, la busta scivola via nella fossa in un rumore di vetri rotti. Una voce all’altoparlante gracchia qualcosa, mentre la passata colora di rosso il binario vicino e l’odore d’aceto investe i vicini che iniziano comunque a guadagnare l’uscita.
“Stia attento per dio!” Urla un tizio vestito della divisa della metro.
“Stia attento se non vuole fare la fine delle bottiglie, spappolato sui binari.”
Con calma Bernardo abbandona la piattaforma, spintonato un po’ dal ferroviere che ha portato giù, insieme alla voce gracchiante, la notizia che il treno non arriverà. Fuori, un paio di pullman bianchi attendono per portare via ognuno di loro. Pare che ci vorrà tempo per riattivare la linea, che un disgraziato sia caduto dalla piattaforma. O che si sia buttato giù, proprio sotto il treno sbucato dal tunnel due stazioni prima.
“Una tragedia, una tragedia.” Continua a ripetere una signora di mezza età seduta due posti avanti.
Bernardo pensa che adesso non ha neanche la passata o una buona scusa per Marta. Guarda la mano destra con ancora i segni della busta stampati. Un uomo anziano e magro dice che la gente sta troppo bene, perché non ha fatto la guerra e poi si butta sotto i treni perché non ha le palle per affrontare la vita. Alla radio il solito politico urla qualcosa. Una goccia di pioggia riga il vetro disegnando una linea netta. Bernardo chiude gli occhi, pensa al silenzio di San Matteo e che no, lui non l’ha fatta la guerra.