Happy Hour

Il signor Mattia Pilcher iniziò a raccontare della giornata mentre indossava le pantofole in finto camoscio e mai avrebbe potuto immaginare che l’ingegner Felice Masini, proprio in quel preciso momento, stesse riaprendo gli occhi perplesso di trovarsi tutta la sua rapace famiglia intorno. E ancor più strano per lui sarebbe stato apprendere come un sentimento di odio fosse stato indirizzato verso le sue salvifiche conoscenze sul massaggio cardiaco dal miracolato ingegnere.
La signora Grazia De Michelis provò a mettere in scena la faccia più interessata del suo ormai decennale repertorio, per dissimulare la noia per l’ennesimo racconto eroico dei salvamenti del marito; tra poco meno di mezz’ora sarebbe iniziato “Mai troppo tardi”, il fortunato e triste talent per signori e signore di mezz’età in forte ritardo sulla loro personalissima tabella di marcia verso il sospirato successo artistico.
Quello della signora Grazia giaceva per esempio nella mailbox dell’aiuto segretario alla produzione Omar Franchetti, più interessato al momento al talento pelvico di tal Alessandro, cognome non pervenuto, che provava a suo modo a farsi strada nella vita alleviando le solitudini di collaboratori e collaboratrici della signora e padrona dei Talent show, Piera Savasta, la procace conduttrice di “Mai troppo tardi”, detentrice del record mondiale di interventi chirurgici anti invecchiamento.
Pare poi che improvvisamente la signora Grazia fu colpita da un dettaglio del racconto e che fece ripetere ben tre volte il cognome del fortunato ingegnere, accusando una improvvisa fitta al cuore, magistralmente simulata dall’alzarsi di scatto dalla sedia e provare a passeggiare lentamente intorno alla tavola apparecchiata per cena. Voci social bene informate davano infatti per certa la relazione tra la plastica Piera e l’ingegnere fondatore della “Masini succhi genuini”, assurto ai clamori delle cronache per alcuni video erotici trafugati dal suo pc, che lo ritraevano insieme a svariate meteore dei reality procurate ad arte dall’astuta Piera. La gente italica infatti ama visceralmente i marchi dei presunti viveures immortalati nei rotocalchi. E tutto questo avevo triplicato le vendite di succhi Masini e le entrate della clinica Mater Dei che la Savasta frequentava assiduamente.
Si dovrebbe però specificare che era stato Lorenzo Pesci, social media manager del gruppo Masini, a realizzare i video utilizzando alcuni programmini per deep fake, con l’unica finalità di imporre il succo di frutta pera e basilico come simbolo di machismo suprematista, raddoppiando così le vendite di un prodotto di pessima qualità e per lui imbevibile. Più d’una volta aveva dovuto dissimulare in pubblico la sua avversità al liquido giallastro, con una sbandierata allergia alle pere che le malelingue sottolineavano non essere per sfortuna quelle in vena.
Pare infine che sia l’ingegner Masini che la signora De Michelis avessero nel medesimo istante espresso l’auspicio di una visita del buon Mattia in quella stanza d’ospedale, sebbene per motivi molto diversi.
Piera Savasta a questa richiesta aveva a dir il vero già pensato in chiave commerciale allertando il Franchetti per gestire la produzione dell’evento. Questi, molto contrariato dal dover interrompere l’interessante discorso con il citato Alessandro, si ritrovò dall’altro capo del telefono la voce tremante della De Michelis praticamente in lacrime per la notizia, ma piuttosto lucida da citare il mail famoso con il curriculum artistico e che il contrariato Omar finse di aver letto per tagliare corto e tornare a mettere la sua attenzione e le sue mani sul modello ancora nudo sul divanetto dello studio.
Il giorno dopo, l’arrivo a Villa Esperia dei coniugi Pilcher ricordò molto quella di due star sulla Croisette. In realtà il nugolo di fotografi che li accolse era formato da figuranti reclutati tra i possibili partecipanti a La spiaggia, reality autunnale sugli amori estivi. La notizia così confezionata, avrebbe fruttato molto, grazie alla precipitosa valanga di richieste dei rotocalchi disperati dello studiato riserbo che rischiava di escluderli dal lauto festino mediatico.
La signora De Michelis finalmente sentì che quel mondo, che tanto aveva agognato, la stava per accogliere tra le morbide braccia della Savasta che, con enfasi studiata a favore di camera, li aveva accolti nella hall della lussuosa clinica delle Pie Opere di Santa Esperia Martire. Piera fu inoltre molto eccitata dal contatto stretto e prolungato con la aspirante concorrente di Mai troppo tardi. Ada De Michelis aveva infatti vinto in gioventù parecchie edizioni del Miss Maglietta Bagnata di Trellaggio e Piera apprezzava molto il genere milf, nonostante continuasse ad accompagnarsi a ricchi imprenditori. Complice il caro chirurgia estetica sul tema non poteva infatti dichiarare la sua preferenza femminile: una serie di tagli al budget dovuti ai ridicoli ascolti e molti investimenti sbagliati avevano peraltro intaccato il magro patrimonio della conduttrice e solo la visibilità televisiva consentiva ancora di accedere ai ricchi patrimoni degli anziani capitani d’impresa ancora in circolazione.
Ali di figuranti in cerca di visibilità, accompagnarono la loro ascesa verso le suites della clinica, mentre fotografi ignoti scattavano centinaia di foto della scollatura vistosa della bella Ada. Giunti al piano una graziosa suorina in abito candido li accolse e preso in consegna il signor Pilcher le pregò di attendere in un salottino tranquillo proprio lì sulla destra. Le due rimasero quasi un’ora a parlare fitto fitto, mentre Mattia dietro la porta chiusa della stanza dell’ingegnere riceveva la sua dose di ringraziamenti.
Eppure quando l’infermiere tornò fuori nel lungo corridoio la sua faccia era tesa, incupita. Sarebbe stato ovvio accorgersi della sua espressione, ma né Ada, né Piera avevano molto interesse a queste cose e continuavano a sorridersi e a sfiorarsi come ragazzine.
Il tempo passò come passa veloce per tutti noi che lo misuriamo, coi nostri calendari, con i passi contati in fretta. L’ingegnere dopo qualche anno lasciò questa terra: questa volta a casa da solo non ci fu nessun Mattia a tirarlo per i capelli. E poi alla fine era giusto così, l’eternità non è roba umana e le vite, come le cose, devono avere una fine.
E un fine. Ada il suo l’aveva raggiunto e periodicamente tirava fuori le foto e i ritagli dei rotocalchi che la ritraevano in svariati sedicenti flirt con personaggi semisconosciuti che il Franchetti le incollava addosso per un po’. Con Piera si sentivano una volta a settimana. In fondo quella loro amicizia clandestina era stata l’unico vero regalo di quel periodo. Non era stato amore, sebbene una certa passione sessuale le avesse travolte. Il fatto è che nude sul grande letto della casa al mare, nei loro corpi imperfetti e in vari punti flaccidi, loro due si parlavano, si raccontavano la vita, quella di ogni giorno, fatta di code in tangenziale e carrelli della spesa. E di questa cosa qui erano felici; si carezzavano i fianchi che alla Mater Dei provavano disperatamente a modellare ed erano felici.
Ada come ultima esibizione del programma aveva fatto una poco probabile danza del ventre e il costume striminzito che aveva indossato lo custodiva in una scatola di paste di mandorle che le erano arrivate da un ammiratore siciliano. Ogni tanto lo tirava fuori e ricordava con nostalgia il momento che aveva suscitato le ire delle strutture della rete, scandalizzate dal cedimento del reggiseno a fascia in prima serata. Tutta una roba studiata a tavolino per tirare su qualche interazione social della desolata pagina Facebook.
Negli ultimi giorni Ada varcava l’ingresso dell’ex Santa Esperia Martire pensando con nostalgia a quel lontano arrivo teatralmente ordito dalla macchina del Franchetti. Adesso un annoiato custode la degnava appena di uno sguardo svogliato, mentre provava a finire il cruciverba sulla penultima pagina di un quotidiano. Al secondo piano Mattia Pilcher stava terminando la degenza per un piccolo intervento di ernia e provava a finire il triste pasto dai piatti di plastica giallastra. Accolse la moglie con un piccolo sorriso e mandò giù due sorsi dalla bottiglietta di plastica.
Si scambiarono qualche convenevole e parlarono un po’ di casa e del tempo. Poi di colpo Mattia disse: «Era stanco Masini.»
Ada lo guardò perplesso.
«Quella volta che rimasi con lui nella stanza mi disse che non poteva ringraziarmi. Che se era ancora vivo il motivo stava nel fatto che non aveva le palle per farla finita. Disse, sai che significa ogni giorno alzarsi e sperare che ti venga un colpo? E quando ti capita finalmente quel giorno lì, uno stronzo ti rimette in giro.»
Ada gli prese la mano, «ma tu hai fatto solo il tuo dovere.»
Mattia guardò fuori dalla finestra: «già, ma da quel giorno ho pensato davvero che in fondo sono uno stronzo. Anche di te, del tuo successo non me n’è fregato poi granché.»
Ada gli scosse la mano abbozzando un sorriso: «ma se sei stato sempre il mio più grande fan.»
Rimasero un po’ in silenzio, poi ripresero a parlare di robe futili e delle prossime vacanze. Prima di andare via finalmente gli chiese come si sentisse.
Mattia sembrò contrariato dalla domanda, quasi non volesse parlare di quel corpo che non sembrava volerlo accompagnare ancora per molto tempo in giro. Disse, «bene» e «ce la faremo». Disse così e mai e poi mai Ada avrebbe immaginato che quelle sarebbero state le ultime parole che avrebbe sentito da lui.
In chiesa Piera arrivò con un tailleur pantalone molto adatto al momento. Si sedette accanto ad Ada e per tutto il rito le tenne stretta la mano.
Finito tutto rimasero per un po’ a camminare sul vialetto di ghiaia bianca del cimitero.
«Tu sapevi?», chiese Ada con un filo di voce.
«Sì, mi aveva chiamato tre settimane fa. Non sapeva quanto sarebbe durata e allora s’è inventata la faccenda dell’ernia.»
Ada fece altri due passi, poi si fermò a guardare un grande albero sulla destra. «E ora?», chiese.
Piera le mise una mano sulla spalla: «Mi ha chiesto di non lasciarti sola. Vedrai, ce la faremo?»

Summer hymn

Pat dalla ringhiera del balconcino si sporse a guardare la montagna.
“Minaccia vento”, pensò. E si affrettò a rientrare le lenzuola ancora un po’ umide.
“Qui se arriva la bufera tira giù tutto”, si disse mentre le fronde del grande albero iniziavano a oscillare.

Rientrata in casa ripose il fagotto sulla cassapanca e continuò a sparecchiare il tavolo della cena. Era un piatto e un bicchiere, niente di più, ma se l’era lasciati per ultima cosa della giornata. A lavarli ci avrebbe pensato la mattina dopo però, come sempre aveva fatto in quella minuscola casa abbarbicata sul monte, oltre la curva del diavolo. La chiamavano così perché era un punto cieco, una traiettoria che vedevi all’ultimo. Non che ci fosse morto qualcuno, ma di auto e moto finite nel fosso a mollo all’acqua ne aveva aiutato a tirare fuori tante con il trattore.

Dalla madia Pat tirò fuori una bottiglia con una etichetta vecchia e scolorita.
“Pochissimo ancora fino a Natale”, rifletté osservando in trasparenza le tre dita di nocino dell’anno scorso residue. Si versò un po’ di liquore in una tazzina sbeccata e spostò la seggiola impagliata proprio davanti la persiana aperta.
Adesso l’albero sembrava danzare, spinto dal vento che continuava a salire.
“Chissà come sarebbe ballare con quell’albero”, si chiese. Quando era giovane le piacevano tanto le feste e c’erano di quelle sagre in estate che l’indomani ci volevano le bombe per alzarsi dal letto e andare a lavorare. Lei si metteva in ghingheri, con il vestito a fiori che s’era cucita da sola, e poi si buttava nella mischia provando a trovare qualcuno di nuovo. E di bei ragazzi che venivano dalla valle a prendersi il fresco ne conobbe. Qualche volta rimanevano anche la notte da lei, ma pochi tornavano poi a cercarla. Un paio in tanti anni. Non di più. Con uno addirittura iniziarono a parlare di chiesa e invitati, ma non se ne fece niente alla fine.
Pat prese un sorso dalla tazzina: “chissà poi perché andò così con quel tipo” pensò guardando le nuvole passare davanti alla mezza luna brillante in cielo. C’era questo in lei di buono, che dimenticava. Ma da sempre eh! Fin da bambina, non era una roba dell’età. Pat cancellava tutto quello che le dava dolore e fastidio. E andava avanti, ignorando per sempre quell’evento. Poi magari, come quella sera, si faceva delle domande alle quali non sapeva più che rispondere, ma era faccenda di un attimo, perché dopo un nanosecondo faceva spallucce e continuava i suoi pensieri.

La ragazza sbucò sul viottolo d’ingresso spingendo una bicicletta con la forcella palesemente storta. Che si trattasse di ragazza si capì solo quando Pat si decise a scendere giù a vedere, perché aveva i capelli cortissimi e i vestiti zuppi di fango.
«Che è stato?», chiese Pat mettendo una mano sul manubrio.
«Una macchina sulla curva, quasi mi metteva sotto.»
«E sei finita nel fosso!», disse girandosi verso la casa, «vieni dentro che almeno ti dai una sistemata.»
Arrivati sull’uscio la ragazza si fermò a guardare intorno.
«Che c’è, non ti piace l’architettura?», chiese sarcastica Pat.
«La bici», fece la ragazza.
«La bici cosa?»
«Dove la lascio?»
Pat fece un gestaccio ed entrò borbottando, mentre la ragazza accostava quel ferro ormai vecchio alla parete di biacca. Prima di entrare cavò via le scarpe incrostate di melma e si rimboccò i pantaloni verde militare.
Pat da su le urlò di salire e la ragazza a piedi nudi si inerpicò sulla scala gelida di pietra ruvida. Al primo piano nell’attesa Pat aveva tirato fuori dei vestiti suoi da lavoro e un telo ruvido da doccia, roba vecchiotta ma pulita.
«Lì a destra c’è il bagno. E non ti aspettare troppa acqua calda che ne ho già usata io e lo scaldabagno ci sta una vita a riscaldarne di nuova.»
La ragazza scomparve con il suo malloppo di vestiti per una buona mezz’ora e al suo ritorno, sulla tavola di legno apparecchiata con una tovaglia a quadri grossi, trovò del pane, un piatto con qualcosa al sugo dentro e una bottiglia d’acqua.
«Mangia», le disse Pat, «poi chiama a casa per farti venire a prendere.»
«È in Francia casa mia.»
«Francia? E che ci sei venuta a fare fin qui?», chiese Pat sgranando gli occhi.
«Lavoro. Sono ornitologa. E da queste parti passano le migrazioni a quanto so.»
«Il figlio di mia cugina faceva questo lavoro qui.»
«Fonseca? Il professore Fonseca?»
«Ecco lui! Mi pare che è morto due anni fa.»
«Tre anni. Era il mio relatore di tesi.»
«T’ha parlato lui di questo posto qui allora.»
«Già.»
«E dove contavi di dormire.»
«Ho una tenda sulla bici.»
«Avevi, una tenda», disse Pat pensando al disastro di fango del fosso. «Mangia ora», troncò sparendo dietro una porticina malmessa. Mugugnò anche altro, ma tanto incomprensibile da risultare solo rumore.
La ragazza prese qualcosa insieme a due sorsi d’acqua. Aveva male ancora al collo per la botta. E quella camiciona a quadri sembrava fatta di cartavetrata, graffiava e pungeva ogni volta che faceva un minimo movimento. Dalle persiane aperte si vedeva l’albero grande che quasi si piegava ad ogni folata di vento. In alto il cielo ripulito di nubi rivelava un punteggiare di stelle che apparivano fremere, quasi stessero anche loro per staccarsi alla prossima raffica di vento e venir giù. Forse d’una o due le sembrò addirittura di intravedere la scia luminosa della caduta. Pensò che in effetti avrebbe dovuto chiamare qualcuno per dire che stava bene, ma il suo cellulare se ne stava in bagno insieme ai vestiti infangati, spento e inservibile. E poi chi se ne fregava di chiamare e soprattutto chi avrebbe dovuto chiamare? Suo padre? Distoglierlo dai trend di borsa? E per dirgli cosa?
L’orologio alla parete batté dei colpi. Pat, riapparsa nella cucina, guardò il magro lavoro fatto col cibo dalla ragazza.
«Fame da lupi!», esclamò sarcastica, «vieni!»
La stanzetta era minuscola, appena capiente del letto, piccolo e corto, e di Pat in piedi; la ragazza dovette star fuori a ricevere istruzioni. In alto una finestrella gestibile con la canna lunga poggiata vicina al letto, dava pochissima aria e luce all’insieme.
«Con questo vento è meglio che ti stai buona qui ad aspettare domani.»
La ragazza fece segno di sì. Pat venne fuori dal bugigattolo per farle spazio.
«E domani prima dell’alba ti ci accompagno.»
«Dove?»
«Al lago. Sei venuta dalla Francia per gli uccelli o per fare il bagno nel fosso?»
Non è chiaro se la ragazza disse qualcosa, magari fu coperta dai mugugni di Pat nell’andar via, ma di certo ebbe a pensare che togliersi da dosso quella camicia di cartavetrata era la sensazione più piacevole che avesse percepita da un anno a quella parte. Il sonno la assalì molto presto, cullata dall’ullulato del vento oltre la finestrella. Sonno che fu bruscamente interrotto da uno strattone che le scosse anche il collo dolorante.
«Andiamo, che ci vuole tempo», le fece Pat con la figura di chi tutta la notte era rimasta sveglia nei suoi vestiti ad aspettare.
Con un po’ di sforzo la ragazza tornò a indossare gli abiti ruvidi della sera prima, trangugiò il caffè che Pat le aveva versato nella tazzina sbeccata e provando a non pensare alla sensazione sulla pelle iniziò la sua lunga strada verso il lago. Fuori la notte non era per nulla finita e senza un orologio a portata di mano non capiva affatto che ora fosse. L’aveva pure chiesta a Pat, ma aveva ottenuto un “è già tardi” e qualche mugugno incomprensibile. Camminarono così in silenzio per un tempo infinito, oltrepassarono la curva della morte e poi tagliarono per uno stretto sentiero intagliato tra rocce e vegetazione che sembrava girare tutto in tondo, inerpicandosi sulla montagna. Poi iniziarono a scendere verso una valle che diventò sempre più fitta di alberi immensi. Camminavano sotto le fronde con il cielo completamente nascosto alla loro vista, ma che riapparve di colpo quando la vegetazione lasciò spazio a una radura. Un anfiteatro di alberi con al centro uno specchio d’acqua, improvviso, sul degradare morbido di un prato umido di notte. Sulla costa opposta a loro, un nugolo di ombre immobili sull’acqua rivelava nel buio la presenza dello stormo.
Pat fece cenno di fermarsi, tese a terra un telo spesso e sussurrò “aspettiamo” sedendo. Fece lo stesso la ragazza ripensando alla macchina fotografica annegata con lo zaino nel fosso e così rimasero per un tempo indefinito. Forse furono secondi. Forse ore. Ma era tutto sospeso, era tutto una attesa fragile di un segnale. E ci si potrebbe sbagliare, ma il segnale a un tratto arrivò e fu un grosso rospo che saltato in acqua sulla costa destra, produsse piccole leggere increspature concentriche che riflessero il chiarore tenue della prima luce del giorno. Pat e la ragazza per qualche motivo lo compresero subito, scattando in piedi.
Il primo dello stormo a muoversi fu uno degli uccelli più esterni, zampate veloci sul pelo dell’acqua per poi alzarsi in un violento battito d’ali. E poi dietro uno, due, dieci, cento, mille altri battiti in un frastuono d’aria e di ombre che leggere planarono in un turbine ascensionale, presero quota volando in tondo sulle loro teste. Fino a cavalcare tutti il vento verso sud. L’ultimo dello stormo, rimasto poco indietro, sembrò osservarle dall’alto per controllare che avessero visto tutto bene. Poi aveva girato il becco e si era rapidamente riunito al gruppo. Fecero ancora due passaggi come a sincerarsi di non aver dimenticato nulla e nessuno; poi sparirono oltre il bosco, dietro le chiome che oscillavano leggere al vento del mattino.

«Cercano l’estate tutta la vita», disse Pat, «appena sentono che qui sta terminando ne cercano un’altra verso sud.»
La ragazza se ne stava con il naso all’insù. Pensava che avrebbe dovuto annotare cose e fare foto, ma non aveva come e soprattutto era contenta di non averci dovuto pensare.
«È ogni anno così?», chiese a Pat con un filo di voce.
«Sempre! Ma non è mai lo stesso giorno. E lo capisci dal vento. Quando arriva quel vento lì allora puoi stare certa che il mattino dopo andranno via. Li invidio sai?»
Adesso la voce di Pat era cambiata, aveva preso un che di melodioso che consolava.
«Perché vanno via?»
«No. Perché sanno quando è ora di tornare. Fuggire è facile. Basta mettere tutto in uno zaino e mollare tutto.»
«Come ho fatto io?», chiese la ragazza.
Pat fece una piccola smorfia, «il difficile è avere abbastanza palle per tornare dove sei fuggita. Gli uccelli sanno da sempre del vento e vanno in cerca dell’estate. Io invece questo fatto del vento l’ho capito che ero vecchia e non sono mai andata via, perché non sapevo che in ogni posto prima o poi arriva l’estate. Pure qui torna se sei andata via il giorno che il vento ti ha detto di andare. E allora anche questo posto può diventare un’altra storia. Non ti ci congeli per lunghi inverni sterili, da sola, in una casupola persa nel nulla. Ci passi l’estate. Come fanno loro.»
«Potresti andar via ora», disse la ragazza.
Pat sorrise, ed era un sorriso bello e dolce, niente di sarcastico.
«Ci vogliono le ali per volare via. E io ho solo due gambe vecchie che al più possono riportarmi a casa ora.»
In silenzio ripiegò il telo e senza quasi fare caso alla ragazza riprese il cammino già fatto. Per tutto il tragitto non si scambiarono più una parola, ascoltando i rumori della foresta al mattino che si risvegliava e i loro passi scrocchiare rami e foglie secche.
Arrivate alla casa la ragazza notò che la forcella adesso stava in una posizione più naturale e che stese in bell’ordine le sue cose ripulite dal fango erano quasi asciutte. Comprese che Pat ci aveva lavorato tutta la notte. Con calma, una alla volta, ripose ogni cosa nelle borse laterali della bici e una volta finito tornò dentro, che Pat stava preparando per il pranzo. Indossò nuovamente i vestiti suoi, provando una bella sensazione di sollievo rispetto alla ruvida consistenza della camicia a quadri.
Mangiarono in silenzio ognuna prigioniera nei suoi pensieri. Alla fine del pranzo la ragazza disse, «è ora di andare adesso.»
Pat assentì muta, poi chiese «torni in Francia?»
«Non subito, vado verso sud ora. In Francia tornerò in estate.»
Sorrise Pat a quelle parole e soprattutto quando a metà del viottolo la ragazza si girò a gridarle che si sarebbero riviste l’anno dopo, in estate.
La vide sparire dietro la siepe con l’andatura sbilenca della forcella storta. E seduta all’ombra del grande albero pensò che era tempo di dare una girata al nocino nuovo.
Chiuse gli occhi annusando l’aria impercettibilmente più fresca e s’assopì, sognando di un tal Alessandro. Quello che recitava le poesie di Neruda dopo aver fatto l’amore. Qual era quella che adesso sentiva tra i rumori del bosco?
Ecco, sì: Ode all’estate.

Oh estate
abbondante,
carro
di mele
mature,
bocca
di fragola
in mezzo al verde,
labbra
di susina selvatica,
strade
di morbida polvere
sopra
la polvere,
mezzogiorno,
tamburo
di rame rosso,
e a sera
riposa
il fuoco,
la brezza
fa ballare
il trifoglio, entra
nell’officina deserta;
sale
una stella
fresca
verso il cielo
cupo,
crepita
senza bruciare
la notte
dell’estate.

[P. Neruda]

Il nulla

Nebbia sale. Leggera.
Scivola opaca sul pelo dell’acqua, mosso appena dalla risacca del lago.
Di tanto in tanto una scia di barca s’infrange in piccole onde sulla spiaggia di ghiaia, annunciate dal rumore cupo di un motore.
Una donna siede sulla panchina, oltre la balaustra, e attende.
Cosa? Per adesso non si vede risposta. E non si notano indizi neanche a guardar bene la donna.
Non è giovane, ma è molto bella.
Ha un vestito leggero su una pelle ambrata, morbida.
Labbra tumide e lucide, come se avesse messo un filo di burro di cacao.
Eppure lei sembra assente dalla scena, come di figura avulsa dal resto, messa là per riempire uno spazio. Idea più che persona. Dubito anche che sia realmente lì. Forse è solo un ricordo che affiora nella nebbia e siede proprio dove pensavo di poter star io. Che sia così? Un miraggio? Un inganno?
Il bambino, con una giacca buffa a intagli bianchi e neri, si avvicina e si sistema accanto.
Due cigni appaiono, solcando lenti l’acqua e subito si dissolvono nella nebbia.
Il bambino li indica con un gridolino.
La donna sembra non vederli: è muta. È immobile. Attende.
Chi? Non il bambino a quanto pare.
Il piccolo cane, bianco e lanuto, trotterella verso la panchina. Si ferma d’un tratto a guardare l’ombra di uno stormo in cielo.
Non è della donna il cane.
Non è del bambino.
E infatti attraversa l’immagine da sinistra a destra sparendo nell’aria fumosa.
Il bambino guarda la donna come se da lei qualcosa s’attendesse. Ma lei non gira nemmeno la testa, fissa solo davanti a sé la nebbia.
L’uomo, probabile padrone del cane, s’avvicina con un passo pesante e stanco. È anziano e per riprendere fiato occupa un angolo della panchina, l’altro essendo spazio preso dalla donna.
L’uomo guarda il bambino e con delicatezza gli ravvia i capelli fini e neri. Poi s’alza e gli porge la mano segnata da miriadi di piccole rughe. Il bambino l’accetta, guarda ancora la donna e poi con l’uomo va via.
Io adesso m’avvicino, scrocchiando nervosamente le dita della mano. Seggo accanto a lei.
Nessuno a destra.
La donna a sinistra.
La nebbia densa intorno, tanto che la donna ora è un ombra. Un fantasma. È foschia mista a odori d’acqua di lago, che adesso inspiro a pieni polmoni.
Lontano il cane rumoreggia.
Davanti a me il nulla.
«Ciao», dico, «anche stasera nebbia.»
«Anche stasera», dice con un sussurro appena.
Adesso tra noi e il resto della scena non c’è differenza. Vaporizzati entrambi nell’aria densa che ci avvolge. Suoni, rumori attutiti. Piccoli lampi rapidi inaugurano la luce presto notturna dei lampioni.
«Ci si abitua?», domando provando a indovinare qualche forma nell’aria opaca.
«Alla nebbia?», risponde con un velo di malizia misto ad apatia.
«No, a non esistere.»
«Se credi che non esisto allora sei già a buon punto.»
Ora è solo silenzio. Anche le voci, i più lontani suoni, il muoversi dell’acqua. Tutto spento.
«Penso che possa essere una forma di esistenza questa», dico.
«Sei qui da poco e ti sembra tutto vero. Ma non lo è. Nemmeno la nebbia lo è.»
«Ma ne stiamo parlando. La vediamo la nebbia.»
La donna sorride, «la vediamo? Guardati intorno e dimmi cosa vedi allora.»
La osservo, «te per esempio, vedo te. E questa panchina. Non mi pare sia poco.»
«Praticamente nulla. Io sono nulla. La panchina è nulla.» Non gira mai il volto verso di me, non muove quasi la testa. «Non ti sei chiesto ancora perché solo tu mi puoi vedere?»
Tardo a rispondere, anche perché non so cosa dire: «semplicemente non sono i loro sogni», dico.
«Già, i loro sogni. E tu che ancora credi di sognare. E se fossi solo un figurante di un sogno di non si sa chi?» Ancora quella smorfia sarcastica sulle sue labbra morbide che vorrei ancora baciare.
Una papera starnazza lì vicino. Si ode il suono, ma non si vede altro che una leggera ombra. Piano piano tutto diventa ombra e suoni opachi. La panchina, la donna, tutto si scioglie nella nebbia. Poca luce giallastra illumina la scena e anche il mio corpo sembra dissolversi nel nulla.
Vedo, se così posso ancora dire, ma non percepisco nulla.
Sento suoni, che non hanno alcuna sorgente.
Che sia vero ciò che dice la donna? E se è così perché, che senso ha tutto questo.
Di colpo mi chiedo come mai non ricordi più nulla della mia infanzia. Devo averne avuto una. Vorrei chiederlo anche alla donna, ma la mia voce pare non sia più capace di bucare la nebbia e arrivare a lei. La sento vicina, più un calore lieve che una presenza. Penso al suo corpo. È bella, molto bella. Potrei addirittura supporre che accanto a me sia nuda. Come se non fosse questa una panchina, ma un’alcova. E noi due sdraiati a guardare il tetto rosa della sua stanza.
Rifletto: come è arrivato questo pensiero, questo calore intenso. La percepisco vicina ansimare, quasi preda di un orgasmo. Ma non sono io ad averla e non era così la scena prima che la luce diventasse chiara e abbagliante. Vorrei allungare una mano, toccarla, sentire la sua pelle fremere. Ma non ho mani: santo cielo, che diavolo è capitato alle mie mani, non posso averle perse senza sentire dolore. O è questo vuoto nel petto il dolore. Seppur strano non sono sicuro di sapere più cosa sia il dolore.
Forse ora sto urlando, ma non si sente più nulla.
Forse ora sto provando a sgranare gli occhi, ma in giro vedo solo una nebbia fitta e tanti piccoli punti chiaroscuri, opachi.
Forse ora è buio.
Apro gli occhi e per qualche minuto resto immobile osservando la parete vuota.
C’era un quadro fino a un anno fa. Poi il display si è rotto e l’assistenza se l’è ripreso per smaltirlo. Altri tre crediti al mese per uno nuovo meglio di no.
Il logo di Arcadia ruota lento, sospeso dentro i miei occhi. Brilla di una luce azzurrina fluorescente, fredda. Penso alla donna. È la terza volta in una settimana che me la scopo, ma devo darmi una calmata perché sul conto ho davvero poco e la fine del mese è lontana. La terza volta che dopo lei si siede su quella panchina a guardare il lago. E allora sembra davvero che abbia un’anima. Che non sia solo un gioco elettronico.
Staccò il piccolo connettore rosso dalla nuca e lo ripongo nel dock di carica. Adesso questo è di nuovo il mio alloggio. Guardo le pareti grigie con il solito senso di claustrofobia.
Appena metto da parte qualche credito ci starebbe una finestra da appendere, almeno ogni tanto ho qualcosa da vedere anche senza questo dannato connettore.
Mi alzo per versare del caffè. E ho sempre in testa la donna e quella camera vista lago dove ci incontriamo. Sul cellulare la notifica del servizio di escort e il messaggio di fine credito illuminano lo schermo. Leggo quasi sollevato, perché almeno per sette giorni dovrò stare lontano da questo incubo. Sette giorni e i crediti sociali verranno ricaricati. Altro giro di giostra.
Poso la tazza, poi mi sposto al centro della stanza. Alzo la testa. Luce diffusa e sprinkler a vista. Piccole file di buchi per l’aerazione. Il cielo che posso permettermi fino a fine mese.
Con lentezza rientro il piano della cucina, sposto la sedia e accanto alla parete grigia srotolo il futon.
Ho bisogno di stendermi ora.
Prendo la compressa azzurra.
Ho bisogno di dormire ora.
Ho bisogno di tornare lì, nel nulla.

Layla

La signora e il signor Londsdale trascorsero gli ultimi anni della loro lunga esistenza curando amorevolmente il loro giardino. Piantarono folti cespugli di bosso lungo tutto il confine, alberi frondosi e roseti colorati un po’ ovunque. Macchie odorose sfavillanti di verde intenso e cespugli fioriti si estesero poi su quella che battezzarono come la loro “provvidenziale collinetta”. Si trattava in realtà di un serie di piccoli massi e ciotoli che avevano iniziato ad accumulare vicino al casotto degli attrezzi, proprio accanto al costone di roccia che delimita a sud il grande parco verde. Il rilievo artificiale crebbe in fretta espandendosi in larghezza, sotto la smania creatrice dei due che lo colonizzarono anno dopo anno con piante infiltrate nei vuoti tra le pietre ricolmati di terriccio. A vederlo dopo anni di cura, tutto si sarebbe potuto pensare tranne che si fosse dinanzi a una artificiosa estensione dalla parete a strapiombo.
La coppia era divenuta nel tempo la protettrice del borgo intero, per la generosità che si era spesso manifestata negl’interventi alla trascurata edilizia pubblica locale. Esempi erano l’asilo completamente ristrutturato e la piccola ma fornita biblioteca comunale. E lo stesso ufficio del sindaco aveva ricevuto una bella rinfrescata e ammodernata negli impianti. Molta attenzione ebbe anche il parroco, nonostante la diversa confessione religiosa dei coniugi e soprattutto il pessimo carattere del prelato che potè così assicurare all’oratorio la giusta manutenzione nel tempo tanto trascurata.
Nel silenzio discreto oltre le persiane, spesso si ringraziavano i tanti piccoli ma sostanziali aiuti economici a famiglie stremate dalle cattive annate di pesca. Ma su questo, poco si seppe in realtà, perché il patto era tassativo: nessuna pubblicità e nessun riferimento diretto, pena l’esclusione dalla lista di beneficiati per sempre; mossa questa non proprio compresa dalla popolazione, non adusa a tal discreta beneficenza.
Il signor Scalici, il giardiniere fidatissimo di casa Londsdale, fu il primo quella mattina a trovarli in apparenza assopiti sulla panchina di ferro battuto e legno accanto al laghetto. Con cautela si era avvicinato e aveva provato a scuoterli per destarli, ma ciò che temeva si dimostrò vero purtroppo: quello era stato il loro ultimo giorno. Scalici era entrato da ragazzo al loro servizio, un anno esatto dopo l’acquisto della villa che i due avevano già da subito designato come ultima loro residenza.
Scalici e la signora Mannino, cuoca rinomata e sapiente, avevano poi chiamato i medici che ne avevano certificato il decesso e si erano occupati di ricomporre i due corpi esanimi nel grande letto di ferro battuto, l’uno accanto all’altra. Con un gesto amorevole la fidata governante era pure riuscita a far loro intrecciare le mani e a vederli con il loro viso sereno e quella posa tenera sembrava davvero che fossero ancora nel pieno dei sogni, dopo una notte d’amore, e che da un momento all’altro si sarebbero svegliati, chiedendosi del perché di tutto quel trambusto. Di certo si sarebbero stupiti di esser distesi ancora vestiti a festa, provando a ricordare di quali bagordi fossero reduci. Avrebbero riso della loro mente svampita e del bicchiere in più che li aveva portati a quella comica situazione. E quindi, chiesto i quotidiani da leggere, fatto le coccole a Quizzy la cockerina di due anni che li aspettava sul patio, avrebbero augurato il buongiorno con un sorriso radioso alla signora Mannino e al suo vassoio enorme di dolci fatti in casa da accompagnare con il caffè leggero della mattina. Ma niente, loro due rimanevano fermi e inanimati stringendosi per mano, finché il signor Maniscalco delle pompe funebri non reputò che era tempo di separarli nei loro ultimi avelli. La Mannino pianse mentre Scalici le teneva una mano sulla spalla: avrebbe voluto farlo anche lui, ma ritenne poco adatto a un uomo della sua età darsi a quelle manifestazioni sentimentali. Quizzy osservò tutto con circospezione provando a capire l’assenza prolungata di coccole e il motivo di tutta quella gente in giro. Non soddisfatta delle spiegazioni che la sua povera mente animale riuscì a decifrare, volse la sua attenzione sul pallido sole che riscaldava appena il prato e decise di stendersi lì, in attesa degli eventi.
Il figlio Karl arrivò la sera dopo con la sua giovane consorte e le due figlie piccole. Era atterrato dopo un viaggio non proprio semplice, trovando la faccia contrita di Mannino ad aspettarlo in aerostazione insieme alla sua vettura ormai a pieno titolo in lista per il registro delle auto storiche. Tenuta impeccabilmente s’intenda, ma piuttosto scomoda per la famigliola e i loro bagagli. Fortuna che il climatizzatore andava ancora bene e che la sofferenza di quelle due ore di viaggio si era conclusa con qualche rimostranza delle bimbe e un paio di sbuffate della signora. Karl era rimasto silenzioso e assente per tutto il tempo, giusto un saluto di circostanza a Mannino, ricambiato con eguale ricercato distacco. Sapeva infatti il giardiniere tuttofare di casa Londsdale, quanto per quel figlio ormai uomo fosse un sacrificio enorme tornare in quei luoghi. Tra lui e la famiglia si era aperta nel tempo una faglia incolmabile dopo quel trasferimento nella villa, ampliata poi nelle aule dei tribunali dalla contesa sull’eredità disposta dai coniugi verso un non meglio identificato Mr. Crowley, sino a quell’epilogo e alla chiamata della settimana prima del notaio Seminara. Karl aveva quindi solo anticipato quel viaggio e ancora non comprendeva l’astio che i suoi genitori avevano coltivato in tutti quegli anni verso di lui per tenerlo lontano da loro e da quella casa.
Già la casa: Karl non era mai arrivato a una giustificazione logica, ma quella villa aveva distrutto tutto il rapporto con la sua famiglia, l’aveva fatto fuggire lontano sperando davvero di non tornare mai più. Eppure proprio di quel luogo lui non voleva perdere il possesso, solo di quello e di null’altro del vasto patrimonio dei Londsdale. Rivoleva solo ciò di cui la cattiveria dei suoi aveva incessantemente provato a privarlo. C’erano due facce dei suoi genitori che si contendevano i suoi ricordi: quella amorevole del prima della villa, la vita lenta e attenta al prossimo nello Yorkshire e in realtà sperimentata per qualche anno anche in quel luogo. E poi quella feroce, solo a lui riservata fin da ragazzino, piena di limiti e punizioni per nulla giustificate, spinte per nulla velate a lasciar la casa il prima possibile.
La signora e il signor Londsdale nella loro lunga vita ebbero comunque momenti, diciamo così, di stanchezza di coppia e a dire il vero qualche giovane allievo fu visto più volte sgattaiolare fuori dalla camera da letto della signora Londsdale, dopo le lezioni di piano che impartiva nei noiosi pomeriggi nello Yorkshire. Anche il dottor Londsdale d’altronde usava sporadicamente ospitare nel suo studio medico qualche coppia annoiata, desiderosa di esibirsi per selezionati sguardi maliziosi durante sofisticati giochi erotici. Raramente, e solo con conoscenti di lunga data, si convinceva a unirsi ai corpi eccitati, non lesinando le sue attenzioni a nessun componente specifico della coppia. Due volte aveva anche portato con sé la bella moglie che, sebbene proclamasse di gradir poco le attenzioni femminili delle intervenute, in realtà era più preoccupata di ammettere che quella fosse una ben piacevole incombenza. La goccia che fece traboccare il vaso fu per lei scoprire che tra le buone conoscenze ammesse alle attenzioni attive del consorte, fossero annoverati la sorella Elizabeth e il di lei marito. Con una scusa quella volta si era quindi dileguata dallo studio, evitando di sottolineare nei giorni successivi lo sguardo deluso del cognato e del consorte che di sicuro avevano previsto un ben diverso finale per quell’incontro familiare. Non è noto sapere invece se tali pratiche fossero state mantenute dentro le stanze della villa. Si può solo riportare che alcune malelingue, poche a dire il vero e tutte fedeli frequentazioni del parroco, narravano di visite serali di coppie beneficiate dalle regalie dei Londsdale e ben assortite in termini di vigore fisico.
Posto che gran parte dei fortunati era però gente sola e umile che nulla avrebbe potuto dare in cambio, men che meno in natura oltre al magro pescato del giorno, si potrebbe anche ricordare che alcune delle malelingue e finanche una delle coppie chiacchierate sentivano spesso il bisogno di ottenere conforti religiosi in orari tardi, trovando sempre un uscio nascosto da occhi indiscreti sul retro della canonica provvidenzialmente accostato.
Karl, giunto alla villa, si era sistemato con la sua famiglia in due stanzette mansardate, che dalla terrazza enorme sulla quale si aprivano assicuravano ampio spazio di giochi alle bimbe e una vista mozzafiato verso il mare e sul grande parco verde. Da lassù la “provvidenziale collinetta” colpì subito il giovane Londsdale. Dal giorno della sua partenza si era ancor più accresciuta e ricoperta di fusti e piante che oramai solo a un occhio consapevole potevano destar dubbi sulla sua origine naturale.
Terminata la pratica del rito funebre, officiato da un improbabile pastore recuperato in un paese non troppo vicino, Karl si diede all’esplorazione del parco, in attesa del notaio Seminara e delle sue preannunciate novità. Puntuale come sempre il buffo omino, alto quasi quanto la scrivania dietro cui sciorinava le carte della lunga contesa, comunicò che la signora aveva accettato di non trasferire la proprietà della villa a Mr. Crowley, purché Karl e i suoi eredi non modificassero nulla del parco. Pare infatti che di questo avesse terrore la coppia. Soprattutto che la “provvidenziale collinetta” tanto amata venisse perduta o demolita.
«È stata sua madre a convincere suo padre», disse quasi sottovoce il Seminara, «e a vigilare su questo saranno Mannino e Scalici.»
«Quindi non avremo il piacere di conoscere il signor Crowley neanche questa volta», osservò Karl mentre siglava l’accordo con un accenno di sorriso, «deve essere un uomo molto riservato a quanto pare.»
Il notaio emise un mugugno che doveva contenere una qualche affermazione mista a sollievo, radunò le carte, salutò con referenza e con una certa contentezza nel cuore si avviò fuori per dare il benestare al mandato per il suo onorario, fermo oramai da mesi in attesa di quella dannata firma.
Fu il giorno dopo che un taxi ruppe la monotonia del borgo e il fatto che a chiamarlo fosse stato Karl indispettì non poco Scalici.
«Ma se aveva voglia di andare in città potevo accompagnarla io. Con quello che costano i taxi da noi!», continuava a protestare nervosamente il giardiniere.
«Sono ricco adesso, Scalici. Si riposi invece, la vedo provato e mi rendo conto che il suo legame con i miei era davvero forte», rispose Karl richiudendo la portiera della vettura.
Andato via il taxi, Scalici ebbe poi da irritarsi ulteriormente perché ben due gomme della sua amata auto erano squarciate e giacevano sgonfie e accasciate sulla ghiaia del vialetto. Che avesse in progetto di seguire il nuovo padrone a debita distanza è un sospetto difficile da smentire, ma il trambusto quel giorno non terminò con quegli eventi, perché alle due in punto del pomeriggio un rumore di cingoli squarciò l’aria sonnolenta del dopo pranzo. La Mannino, con uno straccio in mano mise la testa fuori dalla tenda antimosche e rimase raggelata dalla enorme ruspa che stava scivolando fuori dal rimorchio grigio posteggiato appena oltre il cancello d’ingresso. Rovinosamente la cuoca rientrò alla ricerca del telefono, urtando una pila di piatti che con fragore terminarono la loro vita in grossi cocci sparsi ovunque. Allo Scalici occorse quasi un’ora e un paio di passaggi su motorini scalcagnati per tornare alla villa: la voce strozzata della Mannino al telefono lo aveva infatti raggiunto mentre contrattava due gomme in buone condizioni da sostituire alla sua auto. La scena al suo arrivo era surreale: il bulldozer addentava brani della collinetta, svellendo arbusti e sbavando terriccio e radici dai denti arrugginiti; scostati quanto basta da quel putiferio di meccanica e distruzione, la Mannino e il parroco gesticolavano e urlavano verso Karl ogni possibile oscenità, sovrastati però dal rumore della ferraglia ingorda. Scalici potè solo unirsi agli improperi e aspettare con l’occhio vigile l’arrivo del Seminara, da lui subito allertato. Dal terrazzo della villa, le due bimbe intanto sembravano godersi lo spettacolo inatteso con una salva di urletti che accompagnavano il ritmo dei morsi del mostro di metallo e le buffe ruzzolate a pancia all’aria di Quizzy, che alle piccole si era unita per la sua dose di coccole.
Dopo un’altra mezz’ora un ansimante Seminara arrivò nel suo gessato d’ordinanza, trafelato come reduce dalla maratona di New York. Con una rapida occhiata salutò un disperato Scalici e provò a farsi ascoltare dal Londsdale.
«Cosa diavolo state facendo? Avevate preso un impegno, facendo così perderete tutto! Tutto!», urlava con la sua voce stridula il notaio.
Karl lo degnò appena di uno sguardo di sbieco intento a osservare qualcosa in mezzo alla povere alzata dal demolitore. Aspettava un segnale che a un tratto lo precipitò verso la zona delle operazioni: con un gesto intimò alla macchina di fermarsi. Nell’improvviso silenzio le urla dei convenuti continuarono per qualche minuto, ma uno alla volta i quattro si ammutolirono davanti ai pezzi di legno che facevano capolino tra le pietre.
Con la mano Karl scostò un pò di terra da alcune tavole di legno sepolte, davanti a un incredulo Seminara e a un livido Scalici.
«Dieci anni. Avevo dieci anni e lassù in mansarda c’era la stanza dei giochi dei miei. Allora non lo capivo, ma non erano giochi da fare con qualcuno che potesse osservare. Poi per un problema di umidità dal tetto decisero di spostare tutto sul retro e gli scuri di legno pieno furono rimossi e sostituiti con le persiane. Me li ricordo per un pezzo accatastati vicino al casotto», parlava piano Karl accovacciato con gli occhi bassi, carezzando con il palmo il legno rovinato delle vecchie ante. Per qualche minuto sembrò non voler dir altro, muto in un silenzio surreale. Poi due divise da carabiniere attirarono l’attenzione di tutti. Karl si rimise in piedi e con un sorriso si rivolse ai quattro sconvolti personaggi che osservavano con sguardi preoccupati la scena.
«Ho invitato le forze dell’ordine. Spero non vi dispiaccia, perché vi vedo alquanto contrariati. Stiamo festeggiando una nostra vecchia amica in fondo, rallegratevi su!», rise nervoso dirigendo il suo sguardo all’indirizzo del parroco. «Padre Mariano! O preferite che mi rivolga a voi come reverendo Crowley?»
Il sacerdote fece appena per opporsi, ma Karl gli spense subito il fiato in gola. «Layla! La ricordate? Scommetto di sì. Quando ero piccolo e i miei avevano il loro da fare, Layla rimaneva la sera a occuparsi di me.»
Si voltò verso Scalici, «poco prima di squarciarvi le gomme, a proposito pago io la riparazione s’intende, stavo ripensando a quella volta che vi trovai insieme, mentre rassettavate gli attrezzi nel casotto. Doveva esservi caduto qualcosa nei pantaloni e
Layla stava aiutandovi a cercarci dentro. Eppure devo dire che fino a quando non sono tornato nella mansarda, non ho compreso quell’ossessione di mia madre per il parco.»
Si girò all’indirizzo del notaio questa volta, «strano, caro notaio! Mia madre forse voleva solo tenermi fuori da questo posto. Un gesto d’amore in fondo. Ed io che pensavo mi odiasse! Se no ricordo male la procuraste proprio voi quella giovane e bella babysitter ai miei. Arrivavate insieme in macchina, lei e la sua gentile consorte, che dio l’abbia in gloria! E Layla, ricordo bene? Poi voi vi dedicavate al vostro consueto intimo burraco settimanale e lei mi leggeva bellissime favole dai libri che ogni volta mi portavate in dono.»
«E voi? Mia cara signora Mannino!» A lei si rivolse con una piccola giravolta, «quanto eravate giovane e sprovveduta quando quella sera doveste prendere il suo posto. Crowley. L’avevo sentito quel cognome, ma non ricordavo più quando.»
Accanto alla cuoca il giardiniere sembrava cercare protezione, «Scalici! Quando quella sera lei venne a chiamare la sua devota signora Mannino, io fingevo di dormire per non continuare a dover seguire i suoi giochi stupidi. Solo due parole colsi dal vostro bisbiglio: incinta e un termine strano che ricordava guarda caso proprio Crowley. Diciamoci la verità la pronuncia inglese non è il vostro forte. Però, senza alcun nesso allora, per me bambino due eventi si susseguirono dopo che al mattino raccontai quello strano dialogo a mia madre. Che lei iniziò a cercare tutti i modi per cacciarmi di casa e che la “provvidenziale collinetta” crebbe di giorno in giorno.»
Sembrava che il gelo fosse sceso su quel giardino. Karl si rivolse prima ai due carabinieri, «prego, possiamo procedere a quanto pare.» E poi al triste drappello di sodali, «e anche voi miei cari, non avete voglia dopo tanti anni di salutare la nostra amata Layla e lo sfortunato figlio di Mr Crowley? Andiamo, in fondo adesso lui è il nuovo proprietario di villa Londsdale. Corretto notaio Seminara?»
Quizzy sulla terrazza uggiolava sonoramente, visto che ancora nessuno quel giorno aveva provveduto al suo pasto.

The show must go on

Ogni notte Anna aspetta con pazienza che il sonno giunga. L’attende in una posizione particolare, supina con la gamba destra un po’ rannicchiata sotto la sinistra. Così lieve scivola verso il sogno e Marcellino allora siede sul bordo del letto e sottovoce canta la canzone che ha scritto per lei. Lui ha sempre le unghie delle mani tinte di blu e un bel completo azzurro pastello. Le carezza piano la pancia e chiede come stai amore mio? Anna allora sorride e risponde bene Marcellino. Bene ora che sei qui.

Quel nome lì, Marcellino, gli era rimasto incollato fin da piccolo per distinguerlo dal cugino più grande che si era già aggiudicato il Marcello del nonno. Poi però si sa che la vita ha il senso dell’ironia e così era venuto fuori un omone di due metri, mentre il più anziano Marcello era rimasto un fuscello basso e mingherlino.

Quando Marcellino volò via era un mercoledì. Fosse stato un giorno diverso allora sarebbero andati in negozio insieme con Anna. Ma era mercoledì e di pomeriggio lei doveva andar in giro a sbrigar chissà quali faccende. Così disse. Quando tornò a casa già era tutto accaduto e il maresciallo le era andato incontro con una faccia che non lasciava nessuno spazio alle domande. Anche chiedere il come le sembrò superfluo e troppo fiato le rimase in gola insieme a molte altre parole non dette.

Marcellino glielo fecero vedere solo perché dovevano compilare delle carte e anche lì solo il silenzio si ebbe da lei. Non una parola, una lacrima. Buttò giusto un’occhiata pietosa su quel fagotto d’ossa rimesse insieme con cura precaria, ma nulla di più. Marcellino era ben altro nei suoi occhi; lei poi disse ok andiamo a casa ora, come se potesse ancora ascoltarla, levarsi in piedi, aggiustarsi il vestito e venirle dietro. Lenta si era incamminata tenendo stretta la borsa: fosse stata una cosa viva l’avrebbe asfissiata tanto la serrava a sé. La gente mentre passava veniva fuori a guardarla, le faceva un cenno di saluto perché di avvicinarsi non se ne parlava proprio e rientrava subito dopo. Lei procedeva e girava solo lo sguardo gelida, dura del silenzio, stritolando la borsa.

Geronimo arrivò in serata e la chiamò in disparte. Rimasero nel corridoio dieci minuti a gesticolare. Poi si lasciarono in qualche modo. Di Geronimo non lo ricordava più nessuno il nome vero, nemmeno sua madre. Lui era nato sbagliato e forse qualcosa Nina avrebbe potuto fare per metterlo un po’ meglio al mondo, ma i soldi erano pochi e già apparecchiare più volte al giorno e cucire due stracci decenti da mettersi addosso era per lei un successo. Per quello che potevano in paese l’avevano aiutato: gli spiegarono a portare il carro funebre a due all’ora e a servir messa, rassettando un po’ la parrocchia dopo i riti e prenotando le benedizioni su un foglio pulito. Per tutto questo gli davano qualche euro che a casa faceva comodo, perché Nina con le riparazioni incassava sempre meno e con la vista che le rimaneva gli orli venivano una vera schifezza. La gente però non aveva cuore di farglielo notare, così si riprendevano le loro cose, pagavano più per mascherare un obolo e poi a casa disfacevano tutto e provavano a rimediare.

La mattina dopo Geronimo arrivò presto e controllando il corteo dagli specchietti si infilò tra i vicoli silenziosi che portavano alla grande piazza assolata. La gente metteva la testa fuori e si faceva un segno della croce veloce. Qualcuno, pochi in verità, si buttò addosso una giacchetta scura e si aggiunse alla processione, più per vedere come sarebbe andata a finire che per partecipare. Marcellino era quello strano e troppe cose che aveva cantato a tanti non eran andate giù. Avevano ingoiato il rospo finché i riflettori erano rimasti accesi, poi…
Sfociati nella piazza, Anna allungò il passo appena un po’ affiancando sul lato guida Geronimo. Con una mano gli fece segno di fermarsi, mentre lei si diresse verso la scalinata della chiesa. La porta era chiusa e a vederla piantata lì davanti a guardare quell’ingresso sbarrato con la borsa stretta al petto dava l’impressione di avercela la forza per buttarla giù.
Don Mariano intanto dalla finestrella in alto la spiava e a sapere come sarebbe andata a finire, di sicuro avrebbe preferito che davvero l’avesse buttata giù quella maledetta porta. Peccato che poco dopo le vide farsi il segno della croce, girarsi e tornare indietro. Anna fece cenno a Geronimo che ora potevano andare e si rimise al suo posto lì dietro.

Per tre giorni la gente continuò a chiacchierare, zittendosi quando Anna appariva nel suo mutismo. Al quarto la osservò tirare su la saracinesca e mettere fuori le sporte con la merce nuova. E una settimana bastò perché sbiadisse Marcellino e i suoi due metri inutili. Eppure qualcosa di pesante era rimasto nell’aria e anche a respirar piano la fatica di tirare avanti riaffiorava ogni santo giorno. A sera quel peso in petto li gettava nei letti esausti e più provavano a dimenticare più la figura di Anna davanti a quel portone li torturava.

Geronimo il mercoledì dopo aveva bussato alla porta della donna e nel suo modo a gesti e spezzoni di parole aveva comunicato un messaggio di padre Mariano. Anna si era presa un minuto buono per manifestare una reazione. No, aveva detto, ora ho da fare.
Geronimo bissò la visita altre due volte, stessa scena, stessa risposta. Poi un sabato mattina Anna si preparò presto e già alle sette scampanellò alla canonica. Padre Mariano le aprì con gli occhi rossi spiritati salutandola con un cenno appena e invitandola a entrare.
Anna fece solo due passi piccoli e restò in piedi vicina alla soglia, muta mentre padre Mariano finiva di avvitare la caffettiera. Il fuoco con un guizzo si era acceso e il parroco lo aveva guardato danzare sotto la caldaietta: sibilo di gas, respiri faticosi e silenzio gelido nel breve spazio della cucina.
Silenzio che Anna ruppe per prima, «inutile che continui a mandare Geronimo. Non posso farci niente io. Lo conosci meglio di me Marcellino, dovevi pensarci prima.»

«Non potevo celebrare io. La comunità, cosa avrebbe detto la comunità?»

«Che comunità? Sai bene che non c’entra niente il funerale. Dovevi pensarci prima, quando veniva a cantare nel coro.»

Padre Mariano sorrise, «ancora con questa storia del coro. Mi pare che il suo bel successo poi lo ha avuto e con i soldini vi siete pure aperti il negozio.»

«Due anni, al terzo è rimasto sei mesi a guardare il telefono muto. Lo sapevo io e lo sapevi tu. Se lo sono mangiati vivo finché divertiva il pubblico poi, puff, tutto evaporato, da un giorno all’altro. Le mode cambiano Marcellino! Sei già vecchio Marcellino!E poi quel nome, Marcellino! Devi cambiare. E io ve lo dicevo che aveva bisogno di aiuto quando lo vedevate truccatissimo in TV. Che grandi risate, eh! Ma uno grande e grosso secondo tutti voi deve per forza spaccare il mondo, giusto? Aveva tutto in fondo e se hai tutto non devi chiedere aiuto a nessuno. Peccato che a lui piaceva cantare, solo quello sapeva fare. Cantare.»

«Devi convincerlo Anna. Ogni notte, ogni notte viene a tormentarmi.»

Rise, «convincerlo? E proprio voi credete ai fantasmi? Padre Mariano io non sono riuscita a convincerlo in vita e dovrei farlo ora che è troppo tardi? E poi sono fatti vostri questi? Solo vostri. Io non c’entro niente. Io la notte dormo. Vuol dire che non ho conti in sospeso con nessuno e dormo.»

«Ma cosa volete da me? Cosa?»

«Ma davvero non ci arrivi? Sai cosa mi ha detto due ore prima di buttarsi giù? Ha detto che comunque sia lo spettacolo deve andare avanti. Sempre. Anche se è tutto perso.»

«Ma tu avevi capito qualcosa? Potevi fermarlo. Dovevi…»

«Dovevo cosa? Era finita, lo capisci? Lo capite tu è la cazzo dì comunità? Non ce la faceva più. Se non poteva cantare non aveva senso continuare a fare i conti della cassa a fine giornata. Ogni giornata uguale a quella prima. L’unico modo per non farlo morire era obbligarlo a non vivere più. E l’unica cosa che ho potuto fare per lui è stata lasciarlo andare. E sai cosa voleva? Un ultimo spettacolo, qualcuno che cantasse per lui, per una volta. Per l’ultima volta.»

«E io che avrei dovuto fare?»

«Cantare! Solo quello. Cantare. Tu e il tuo stramaledetto coro. Eri l’unico che potevi farlo per lui. Gliel’hai contagiata tu questa malattia del canto. O hai dimenticato anche questo? Oltre a quanto faccia schifo la comunità?»

Quella notte Anna aspettò con pazienza che il sonno arrivasse. Poi, come spesso accade ancora oggi, Marcellino scivolò leggero sul pavimento e si sedette su bordo del letto.

«Canta ancora bene padre Mariano», disse carezzandole la pancia.

«Si è deciso a passare quindi.»

«Deve avere avuto solo voglia di dormire finalmente. Canta bene, eh! Ma repertorio vecchiotto. Dovrebbe aggiornarlo, le mode cambiano. È arrivato che il custode non lo voleva fare più entrare. Sembrava Ozzy Osbourne sul palco tanto era indemoniato. Bel mazzo di fiori? Eh! Gli saranno costati. E poi nel silenzio della sera ha tirato fuori un falsetto che l’avesse sentito il mio produttore si sarebbe strappato i capelli dalla gioia.»

«Posso chiederti una cosa?»

«Certo?»

«Stai meglio ora?»

«Ora che padre Mariano ha cantato per me?»

«No, ora che…»

Il primo raggio di sole trafisse il pulviscolo tenue della stanza.
Vuota.
Anna nel sonno sorrise.
Finalmente.

Nothing to fear

Una brusca frenata che quasi si finisce a terra. Fuori solo terra bianca che sembra bruciata dal ghiaccio e qualche casa in lontananza con un filo di fumo a ricordarci che c’è vita fuori da queste lamiere.
I miei compagni di scompartimento guardano anche loro in giro, provando a capire il motivo di questa fermata imprevista. Nel corridoio una coppia si tiene per mano e osserva oltre il vetro il mondo gelato.
Uno della ferrovia prova a farsi strada e strilla qualcosa in quella bolgia di poche parole ancora dette nello spazio angusto che è diventato il treno.
Quando arriva vicino a noi, cogliamo che c’è un problema alla linea, un guasto dice e che forse bisognerà aspettare anche due giorni, perché bisogna trovare chi lo ripari.
Apriamo un finestrino, ma subito richiudiamo. Freddo e odore acro di fumi dalla locomotiva ammorba velocemente lo scompartimento. Durerà per un po’ ora e malediciamo quella inutile iniziativa che ha solo appestato l’aria.
Un tizio con i capelli rossi e le lentiggini tira fuori dalla borsa del pane e un pezzo di formaggio. Si chiama Jeff ed è salito circa sette fermate fa. Dice che sarà meglio mangiare qualcosa. Dovrebbe essere ora di pranzo, dice. Guardo fuori per avere una idea della posizione del sole e sì, dovrebbe proprio essere ora di pranzo.
Io non ho fame e non ricordo nemmeno cosa è accaduto dall’ultima volta che abbiamo mangiato. Ho della frutta e una scatola di fagioli in borsa, che tiro fuori per dare il mio contributo.
Margaret dice che è ora di fare la fila alla dispensa, non rimane più molto. E poggia sul posto accanto una piccola tanica con dello sciroppo e dei pancakes.
Il ferroviere torna indietro; fende la piccola folla nel corridoio e lancia uno sguardo furtivo nello scomparto. Rachel gli fa segno di entrare, porgendo un bicchierino con del caffè fumante dentro. L’ha versato dal thermos rosso che ogni mattina riempie in fondo al vagone. Il ferroviere si sporge dentro, finalmente rilassa il volto e accenna un lieve sorriso.
Si segga un attimo, dice Rachel. È poco più di un ragazzo e una volta avrebbe completato in un qualche liceo i suoi studi scientifici. Sì, ha proprio una faccia da futuro ingegnere, pensa Margaret, e gli porge anche un pancake bagnato di sciroppo.
Pare che si sia staccato un costone, dice il ferroviere ragazzo. E per fortuna che il macchinista aveva abbastanza visibilità per frenare in tempo. Siamo stati fortunati allora, esclama in mezzo ai denti bianchissimi Rachel.
Mi piace osservare i ragazzi guardarsi ancora e sognare. Prima non ci facevo nemmeno caso. Pensavo che fosse roba da adolescenti, che poi si cresce e si pensa alle cose serie. E invece ci siamo dovuti ricredere tutti. Sono cose serie queste, ben più dei lunghi dibattiti televisivi su questa o quella fazione politica.
Il ferroviere ringrazia con un sorriso più evidente e torna a farsi largo verso la coda del convoglio. Una ragazzina con le trecce guarda per un istante attraverso il vetro. Margaret pensa che le mancano i volti: era una maestra lei. Poi si gira e prova a piangere piano piano, in un angolo con una mano in volto.
Dal fondo del vagone qualcuno urla qualcosa e dopo poco gente infagottata inizia a imbrattare di piccole orme la neve fresca, tutti piccoli passi in fila verso il capannone di mattoni rossi e il tetto in lamiera. Il ferroviere sporge la testa nello scompartimento e dice che bisogna scendere per passare la notte lì dentro. Bisogna risparmiare carburante osserva Jeff e il prossimo rifornimento sarà a circa due giorni da qui. Rachel lo guarda interrogativo. Chiede, sai davvero dove siamo? Jeff fa un sorriso, dice che più o meno trovano una stazione attrezzata ogni cinque/sei giorni e che l’ultima l’abbiamo lasciata quattro giorni fa.
Mi chiedo cosa abbiamo fatto in questo tempo. Per fortuna ci sono dei libri che leggiamo con lentezza. Lunghe pause sui periodi che ricordano pensieri che abbiamo trascurato in passato. Immagini che ricordiamo. Sogni mai dimenticati.
E sai anche dove stiamo andando? Chiede Rachel. Jeff ci pensa un attimo e poi dice di no. In realtà ha spesso il dubbio che da un po’ si stia girando in tondo, ma prova sempre a trovare dettagli che lo possano confutare. Questo capannone, mi confessa mentre proviamo a stendere il materassino di lattice a terra, gli sembra di averlo visto passare già due volte. Dico che ci farò caso da adesso, ma in realtà non lo farò. Non mi importa più degli eventi. Fosse per me rimarrei da queste parti, in questo capannone ad attendere la fine dell’inverno. Fosse per me questi treni a gasolio starebbero fermi, sui binari morti delle stazioni vuote di viaggiatori. Invece viaggio insieme agli altri sul treno e al prossimo passaggio dirò che no, non era lo stesso capannone. Sì , ci somiglia ma non è lo stesso. Dirò così, anche se non è vero.
Delle stufe a gas provano a scaldare un po’ lo stanzone. Sembra una vecchia segheria vuota di ogni ricordo di legna. Dicono tutti che lì dove stiamo andando le linee elettriche hanno ricominciato a funzionare. Piccole installazioni fotovoltaiche o eoliche che alimentano alcuni borghi balneari. Rachel continua a parlarne del mare, si è portata dietro anche il racconto di Hemingway, il vecchio e il mare, ma dice che lo leggerà solo quando sarà arrivata. Dice che si siederà sulla spiaggia a leggere con il rumore della risacca nelle orecchie.
Non sei stata mai al mare? Le aveva chiesto una volta Margaret. Sì, certo, aveva risposto, e in realtà aveva letto anche il libro, ma quella cosa che voleva fare l’aveva promessa a sua nonna che aveva deciso di rimanere in città. Sua nonna le aveva confidato di aver fatto l’amore la prima volta proprio su una spiaggia, dietro una barca colorata di rosso, di bianco e di blu.
Dopo due ore la gente accucciata sotto le coperte termiche ha iniziato a sognare. Non io comunque, che continuo a esplorare le travi in ferro scorticate e le fiammelle azzurre delle stufe. Il ferroviere di tanto in tanto passa per controllare. Non c’è un reale motivo, ma star fermo per lui è un supplizio; così si muove, si muove sempre da un capo all’altro del treno, da un capo all’altro del capannone. Lo collegassero a una dinamo darebbe luce all’intero convoglio. Sarebbe facile per me alzarmi e andare in giro insieme a lui, tanto sono settimane che non dormo. Almeno quando tutti lo fanno. Di giorno, quando la gente parla e si racconta io sonnecchio guardando fuori. E sì quel capannone, caro il mio Jeff, è passato davanti ai miei occhi non due, ma tre volte. E chissà quante altre prima che mi sorgesse il dubbio di controllare il mondo fuori. Lo riconosco dai ganci arrugginiti che dovevano mantenere appesa una insegna. Quella della segheria o chissà di cos’altro. E così potrei alzarmi, andare incontro al ragazzo e chiedere cosa stiamo facendo. Perché giriamo in tondo da settimane. Cosa ne è stato della città e del mare. Ma rimango qui a fissare questo tetto malmesso e la fiammella azzurra. Anche perché il ragazzo potrebbe anche lui nutrire altri dubbi e in fin dei conti cosa può saperne. Probabilmente conosce poco i macchinisti e se anche così non fosse, ci sta che anche loro si son dovuti dare una qualche idea del mondo o hanno smesso di fare domande su quel girare in tondo.
Rachel nel buio tiene gli occhi aperti e a ogni passaggio del ferroviere sogna che le si avvicini e le carezzi una guancia. Ha accanto il libro di Hemingway, osserva il ragazzo e fa finta di dormire respirando piano e guardando di sbieco le ombre.
Margaret sogna di essere nella sua grande cucina a impastare i pancakes. Il suo gatto Lucas le gironzola attorno sperando in qualche boccone. È bianco il suo gatto, candido, come la neve che hanno calpestato fuori. E sul pelo distingue proprio le orme impresse per arrivare al capannone. E quella neve è davvero il pelo del gatto. Un animale enorme che è tutto il suo mondo, dove ha costruito la sua casa, con la cucina grande abbastanza per fare i pancakes per tutta la sua famiglia. Tanto grande che per andare dalla credenza al forno bisogna salire sul treno e farsi portare fin là, fino al mare, un posto caldo, dove cuoce i suoi dolci deliziosi che poi distribuisce sul treno. E il ragazzo che forse ha l’età dei suoi nipoti li morde con avidità. Poi il gatto infastidito da tutto quel via vai sul suo pelo dà uno scossone e una frana enorme si abbatte sulla ferrovia. Congelando il suo mondo in un capannone rovinato in mezzo al pelo del gatto.
Jeff dorme. In mezzo ai suoi dubbi non sogna. O se lo fa li dimentica. Rimane in fondo razionale e convinto che la struttura ferroviaria stia pensando a tutto. Anche a scrivere la storia di quei capannoni tutti uguali disseminati ovunque in quel mondo bianco. Bisogna avere fede e arrivare alla meta finale. Quando è sveglio sul treno si chiede se potrà leggere anche lui il vecchio e il mare quando il viaggio sarà finito. Potrebbe chiederlo in prestito a Rachel e stendersi sulla spiaggia poggiato allo zaino che tiene accanto e che gli regge la testa. Lì c’è scritto come ricominciare tutto daccapo. L’uomo può essere distrutto non sconfitto. Dice così giusto? E lui non si farà distruggere dai capannoni tutti uguali che hanno costruito lungo la ferrovia che conduce al mare.
Vedo tornare la luce del giorno dalle alte e strette finestre. Il ragazzo passa ancora in mezzo ai corpi distesi sui giacigli di lattice. Mi chiedo quando dorma o se come me ormai si assopisce quando tutti gli altri sono svegli. Chissà se parla e da risposte ai viaggiatori, ma in realtà dorme. Già, in realtà forse dormiamo entrambi quando gli altri ci vedono svegli, ma è un trucco, una finzione. Una difesa estrema.
Un’ora e ci dicono che tutto è stato sistemato e che possiamo tornare al treno. Lo sussurrano passando accanto ai corpi assopiti. Il ragazzo passa accanto a Margaret e a Rachel, ma non le carezza il viso. Cambia appena il tono, rallenta le parole, le scalda un poco in gola, scandendo ogni sillaba con cura.
Jeff sembra soddisfatto che la sua vita torni ancora una volta sulle rotaie, dritte e gestite della struttura ferroviaria. Io non ho bisogno di annunci sono già in piedi e riavvolgo le mia cose con calma.
Fuori la neve ha cancellato le orme di ieri. Sarà felice Lucas pensa Margaret. Non ha mai sopportato di avere il pelo in disordine. Nello scompartimento torniamo ognuno ai posti che in qualche modo ci siamo scelti. Il ferroviere passa nel corridoio ispezionando ogni scomparto, contando e ricontando i passeggeri, così come il protocollo gli ha assegnato. Rachel prova a incrociare i suoi occhi, ma il momento è di quelli che non permettono sentimenti. Ogni volta che si riparte bisogna essere gelidi, contare e stabilire con il capotreno il momento esatto che abiliti la ripartenza. Ha una suono quasi mistico: ripartenza. Le vibrazioni cupe indicano che il motore è di nuovo acceso e terminata la conta infinita il macchinista invisibile genera lo strappo che vince ogni inerzia al moto. Tutto avviene con uno stridere metallico della meccanica della ferrovia, perfetta ingegneria del viaggio verso la meta.
Il capannone di mattoni rossi ci rimane dietro e dopo poco il costone graffiato dalla frana ci si accosta sulla destra. Jeff lo guarda con orgoglio, la struttura ferroviaria ha rimosso l’ostacolo e protetto i suoi passeggeri: bene, dice a voce alta. Guarda Margaret alzarsi e andare in fondo al vagone per recuperare la colazione e sorride compiaciuto.
Io vorrei assopirmi adesso esattamente come vorrebbe fare il ragazzo. Ma Rachel lo richiama dentro con un gesto. Quindi non dobbiamo avere più paura? Chiede stringendo al petto il libro con un gesto di protezione. Il ferroviere ha solo voglia di dormire e forse non ha una vera risposta, per questo resta in silenzio. Io mi sporgo verso di loro, guardo il mondo ghiacciato oltre il vetro e allora dico no, oggi non c’è più niente di cui avere paura.

Sultans of Swing

Padre Mariano tornò all’altare per ripulire il piattino per le ostie e il calice. Usava sempre un fazzoletto grande, bianco candido, con le cifre ricamate del collegio del Sacro Cuore. Quella volta però aveva notato una piccolissima macchia rossa su un lembo, una goccia di sangue forse, e per questo ispezionò con cura le dita, trovando giusto sull’indice destro un piccolo lembo di cute sollevato e ancora sporco.
Sull’altare, il foglio giallo con il nome gli sembrò il giusto indiziato al piccolo incidente e questo tranquillizzò non poco la sua mente razionale: la causa e l’effetto davanti ai suoi occhi rivelavano la perfetta coerenza del suo mondo; poteva continuare tranquillo con il rito, confidando che tutto sarebbe andato in perfetto ordine.
Alzò quindi gli occhi verso la navata semi deserta: sui due primi banchi alcune facce scure osservavano i suoi movimenti, che indugiavano ancora per far sì che l’intera platea si preparasse al finale.
Io, in un piccolo cappotto verde scuro, scrutavo la scena che per me era piuttosto nuova. Dovevo essere il piccolo Mattia, si era detto padre Mariano, che non sapeva cosa lo avesse colpito della mia figura minuta: a ben ricordare forse proprio il fatto che fossi l’unico bambino presente. In realtà padre Mariano era stato colpito da qualcosa che gli ricordava uno sguardo visto tanti anni prima in uno specchio. L’aveva registrato quando mi aveva visto entrare mano nella mano con colei che doveva essere mia madre.
Ricordo solo che mi ero accorto subito di quella cosa poggiata al feretro e allora non avevo staccato più gli occhi dalla scena. Imbambolato completamente accanto a mia madre, in quella enorme chiesa semivuota.
Padre Mariano trovò che il tempo per meditare in silenzio fosse stato sufficiente, si alzò e tornò ad avvicinarsi all’altare. Lesse il nome ancora una volta sul foglio giallo, per non dimenticarlo all’ultimo secondo e fece segno di sedere. Tutti lo seguirono, tranne me, che rimasi fermo a guardare il feretro e la chitarra appoggiata accanto.
Sì, padre Mariano aveva intuito che quello sguardo era come il suo quando, tornato dall’oratorio, in un giorno piovoso di febbraio, si era guardato allo specchio dell’ingresso. Quella era la luce della voglia di futuro declamata in un qualche modo diverso dalla norma. Suo padre allora lo aveva visto osservarsi così da vicino e gli aveva urlato qualcosa che però non era più riuscito a ricordare. Ma quella era un’altra storia ed era tempo di pensare al rito.
«Carissimi, prima di prepararci alla benedizione, volevo invitare all’altare chi voglia dire due parole in ricordo del nostro caro Mattia», disse soddisfatto di non aver dimenticato il nome.
Padre Mariano non aveva mai amato quegli elogi funebri che ormai erano tanto di moda, ma si rendeva conto che anche quello era lo specchio dei tempi. Osservò lo schermo alla sua destra per capire se dovesse dare la parola a qualcuno in collegamento. Mentre scrutava le singole miniature per scovare la mano alzata, un’ombra tra i presenti in chiesa venne avanti, salì i tre gradini e gli si fece da presso. Sottovoce spiegò qualcosa che provocò un leggero corrugarsi stupito sulla fronte del sacerdote. Poi l’ombra digitò qualcosa sullo schermo accanto al candelabro e attese alcuni attimi prima di tornare al suo posto accanto a mia madre. I due si scambiarono un sguardo d’intesa.
Sullo schermo grande davanti al leggìo comparve il logo di Arcadia. Padre Mariano pensò che davvero il mondo era cambiato da quel pomeriggio famoso in oratorio. Allora si era seduto a guardare il giovane parroco celebrar messa e mai si sarebbe aspettato di vedere accanto a un altare apparire il marchio di un social network. Lui da bambino si era sentito dire spesso che le vie del Signore sono multiformi e imprevedibili. Che anche i social fossero entrati nel suo imperscrutabile progetto alla fine poteva starci.
Per un lungo interminabile minuto il logo 3D ondeggiò sullo schermo nero, poi un volto apparve facendo trasalire tutti tranne me, che concentrai in quell’istante la mia attenzione sul viso amico.
«Buona sera cari», disse l’uomo dello schermo con un accenno di sorriso, «no, non preoccupatevi non sono un fantasma. Mia figlia Silvia è l’artefice di tutto ciò.»
Tutti in chiesa e da casa posero l’attenzione sulla donna che rimase in silenzio con lo sguardo perso chissà dove.
«Silvia è l’erede del profilo del defunto Mattia Fabbri. E ha dato l’autorizzazione per attivare la beta di Ethernal. Poteva farlo. Lo ha fatto.»
L’uomo del video prese un attimo di pausa dando l’impressione di osservare la platea. Padre Mariano guardava invece perplesso l’immagine sullo schermo dell’altare. Pensò che no, quella frase di suo padre continuava a non ricordarla e che quello che stava ammirando nello specchio quella sera era molto diverso da ciò che la sua vita gli aveva riservato. Non che fosse scontento della sua scelta sia chiaro, ma alla fine quello che era rimasto di quello sguardo era un anziano prete che dispensava sacramenti su richiesta. Oramai solo nella sua piccola casa, da quella dannata sera di due anni prima. Pensò a Sara e alla sua bara chiara in quella enorme chiesa semideserta. La voce dal monitor continuò.
«Eccomi qua quindi, sono il primo rendering prodotto da Ethernal, ma ancora il sistema è in elaborazione. Come vi sembrò. Mi somiglio abbastanza? Le funzioni base saranno realmente disponibili tra una settimana e questo significa che presto potremo tornare in contatto. Stasera volevo solo salutarvi con i pochi dati elaborati che ho.»
Io, durante il nuovo momento di silenzio tornai a fissare la chitarra bianca adagiata sul legno lucido della bara. Aveva il corpo rovinato e il battipenna nero rigato.
«Volevo dirvi che anche se la mia vita terrena è terminata, non penso di avere rimpianti. E no. Quello che ho visto mi è servito fino all’ultimo respiro per scrivere storie. Per inventare mondi e suoni soprattutto. E questo è un privilegio, c’è gente che chiude gli occhi senza avere mai visto il mondo. Io invece ne ho visti infiniti di mondi. Tutti quelli che sono riuscito a inventare. Ecco questo volevo dirvi, perché magari oggi vi state chiedendo che cosa ricorderete di me e in quanto tempo questi ricordi si ridurranno a nebbia sottile. Accade a tutti, anche a me è accaduto. Per esempio in questo momento io non ricordo quasi nulla», rise, «ma vedete, tra una settimana avrò un bel database dove ci sarete tutti o quasi tutti. E allora forse ricomincerò a raccontarvi le storie che vi sareste dimenticati.»
Padre Mariano pensò che gli sarebbe piaciuto avere in quell’aggeggio una replica di suo padre, anche solo per chiedergli cosa gli avesse urlato quella sera. Forse se l’avesse ascoltato, adesso sarebbe in un pub a bere una birra, appena tornato dal lavoro, con un amico. Si sarebbero fermati a guardare il notiziario, mentre parlavano dei funerali del leader degli Egon, Mattia Fabbri, e avrebbero ricordato insieme i tempi dell’università quando andavano ai concerti e Sara gli stringeva la mano fortissimo perché aveva paura di perdersi. Sì, in quel momento più che a suo padre pensò a Sara e una piccola lacrima scivolò sul volto e si infranse sul telo bianco ricamato dell’altare, disegnando un piccolo alone.
Per qualche secondo la trasmissione dell’uomo sembrò essere terminata. Il logo 3D di Arcadia riprese a muoversi sullo schermo. Poi il volto di Mattia Fabbri tornò a mostrarsi. Un aggiornamento al database pensò Silvia osservando per la prima volta le facce sconvolte attorno a lei. Tutte quante tranne la mia: io con lo stesso nome del nonno e un profilo tagliente come quello di mia madre Silvia. Lo sguardo sereno di chi ancora non aveva una idea così netta della vita e della morte e che non distingueva l’immagine artificiale dello schermo da quella presunta reale delle tante videochat degli ultimi mesi.
«A proposito», disse il defunto, «volevo raccontarvi una storia che non ho mai rivelato a nessuno. La storia di quella chitarra lì», fece un cenno con il capo verso il feretro.
Silvia rimase un attimo perplessa. Un errore pensò, un neo, sulla simulazione davvero precisa dei pensieri di suo padre. Per un attimo si trovò confusa tra la bara dentro la quale aveva visto sparire il corpo del padre e il monitor con la sua immagine, che ora continuava a rivolgersi a loro per un saluto che non era un commiato, ma un benvenuto alla e dalla sua nuova forma.
«In tanti negli anni mi hanno chiesto come avessi iniziato la mia carriera. Quale fosse stata la scintilla. In fondo vengo da una famiglia di accademici. Nessun musicista, ma nemmeno un artista. Tutti uomini di scienza. Rigidi tecnocrati.
Ero poco più che bambino. Una sera che pioveva a dirotto, con mio padre, stavamo tornando a casa. Rischiavamo di inzupparci per bene, perché tutta quell’acqua io poi non l’ho più vista venire giù. L’unico posto in quella via dove ripararsi era un pub di quelli semibui, dove la gente provava a dimenticare le sue giornate riempendosi di alcol e ascoltando quattro disperati che provavano a suonare vecchia musica degli anni 80. Non ne ricordo nemmeno il nome scritto sull’insegna. Mio padre ordinò una birra e una coca per me e provò ad asciugarmi il volto e la testa con il suo fazzoletto. Ascoltammo per un’ora la band suonare, tra l’indifferenza degli altri avventori che li ignorarono anche quando finito tutto presero a smontare l’attrezzatura sul palco. Una cosa allora mi colpì: il chitarrista aveva chiuso il concerto con una foga e una felicità negli occhi che non si addicevano a quella mancanza di attenzione generale. Chiesi a mio padre se potevo avvicinarmi. Me lo concesse. Il chitarrista stava mettendo via i pedali degli effetti e mi ringraziò per essere passato a salutarlo. Disse che quella sera aveva avuto un successo enorme proprio perché io ero andato lì a dirgli che mi era piaciuto il concerto. Cristo, tutto un locale se ne era fregato di lui e della sua musica e quello diceva a me, che ero un soldo di cacio bagnato come un pulcino, che quella era stata una serata storica. Non capivo, ma lui disse di avvicinarmi e quasi come una confidenza, mi rivelò che secondo lui l’unica cosa che rimane di noi dopo la morte sono i ricordi che lasciamo agli altri. E così quello per lui era un grande giorno, perché sarebbe vissuto ancora nei miei ricordi. E vista la mia giovane età, ne avrebbe avuta tanta di vita. Disse proprio questo, che lui suonava perché non voleva morire e non conosceva metodo migliore. Poi disse, vieni. Da dietro un Marshall prese una borsa con una chitarra dentro. Disse, questa qui è la mia prima chitarra. Me la regalò un tizio importante che non puoi avere neanche sentito e che scrisse un pezzo fantastico. Uno di quelli che abbiamo suonato oggi, Sultans of swing. Una storia vecchia che ricordo ancora. Ho imparato su questa chitarra, sai? Ma ormai non la uso quasi più. La porto sempre con me solo come portafortuna, per ricordarmi del tizio e mantenerlo in vita. Prendila disse, facci vivere tu per sempre. Rideva, come se fosse davvero il giorno più felice della sua vita.»
Guardai la chitarra bianca accanto alla bara e strinsi la mano fredda di mia madre.
«Mattia?», fece il defunto, «avvicinati un attimo, Mattia.»
Io domandai con uno sguardo a mia madre se davvero potessi. Lei fece segno di sì.
«Peccato che non abbiano previsto la webcam, non posso vederti ancora, ma capisco che sei vicino.»
Con una mano feci come per accarezzare quella immagine.
«Sono qui accanto nonno», dissi con un filo di voce.
«La chitarra è quella lì, Mattia. Una Stratocaster bianca e rovinata dalle tante vite di gente che non aveva voglia di morire e allora su quelle corde ha lasciato incisa la sua anima, perché suonasse ancora. Così quando ieri sera è arrivata la mia bara dal Canada e mi hai chiesto se potevi tenerla tu per imparare a suonare, be’ ho pensato che era il più bel giorno della mia vita. Strano vero? Uno sta lì nella sua bara e di colpo si rende conto che è il momento giusto per sentirsi davvero felice. Corri Mattia, prendila, è tua. Facci suonare per sempre.»
Timidamente mi avvicinai allo strumento alto quasi quanto me. Lo adagiai nella sua logora custodia e con una certa buffa fatica lo trascinai al banco dove attendeva mia madre.
«Ragazzi, ora penso sia meglio che vi sbarazziate in fretta di quello che rimane di me», disse il defunto con una smorfia sarcastica indicando la bara, «mi pare che avevo chiesto di bruciare tutto, giusto? Vi voglio bene e mi raccomando, teniamoci in contatto.» Rise di gusto. Poi il logo 3D di Arcadia torno a muoversi sullo schermo nel silenzio generale.

Padre Mariano notò che il nodo in gola avrebbe richiesto almeno un sorso d’acqua, gesto atipico in un funerale che si rispetti. Avrebbe provveduto dopo, quando tutto sarebbe stato finito. Per settimane poi provò ancora a ricordare la frase in quella scena dello specchio, ma invano finché una domenica, in un rigattiere vicino la parrocchia, vide in un angolo uno specchio uguale. Per curiosità entrò dentro e proprio davanti a quel vecchio oggetto rovinato dal tempo sentì rimbombare quelle parole: “a forza di guardarti allo specchio diventerai una vecchia checca o un fottuto sagrestano.” Lui era diventato un sacerdote e aveva amato tanto una sola donna. La stessa che fino a due anni prima era stata con lui e lo aveva accompagnato nella sua vita. Solo allora ricordò quel recente messaggio nella posta. Tornato a casa con qualche esitazione rispose con le sue credenziali. Poi spense il pc e provò a immaginare cosa avrebbe detto Sara al loro primo incontro.
Mia madre ha scritto più volte allo staff di Arcadia. Avrebbe voluto avere le fonti del racconto della chitarra. Mio nonno l’aveva confidato solo a lei una sera e le aveva sempre raccomandato di non rivelarlo. Non aveva mai capito cosa ci fosse di così segreto in quella storia, ma almeno voleva capire chi aveva violato quel suo volere. Le hanno risposto sempre che non c’è un dato congruente con il racconto. Pare che stiano osservando comportamenti analoghi in altri profili. Come se l’algoritmo permettesse di costruire ricordi non compresi nella base dati o forse non direttamente leggibili a una mente umana.
Come so tutte queste cose su di loro? No, non mi hanno parlato di questo in vita. Ma, diciamo così, non ci siamo mai persi di vista da quando sono su Ethernal. Qui dentro siamo tutti molto più loquaci e accadono cose che neanche lo staff ci sa spiegare.
Da allora ho cambiato tante chitarre e suonato in tante band, ma non ho ancora trovato nessuno a cui regalare la Stratocaster di mio nonno. Ci vediamo spesso con lui e tante volte si è connesso ai miei concerti. Una sera mi ha pure chiesto perché non avessi mai suonato Sultans of swing. Ho risposto: “ho suonato spesso le tue canzoni nonno.” Lui ha sorriso e ha detto che prima o poi capiterà da sé.

I’d rather go blind

Il ragazzo guarda la figura oltre il cancello e sente che quello che deve accadere accadrà. È inutile che provi a muoversi o a fuggire, la figura è là e nessuno può convincerla a desistere dalla sua caccia.
Fa freddo ora, ma il ragazzo sa che non importa quanto dovrà ancora battere i denti, raggomitolato nel suo angolo. Aspetta e basta, fermo, respirando quel tanto che serve per tenerlo vivo. È tutta qui la strategia: meno il suo corpo si manifesta, più la possibilità di farla franca è alta.
Eppure era cominciato bene il mattino. La solita routine di un giorno qualsiasi: la signora Patrewskij lo aveva incontrato nel vialetto e il suo piccolo sorriso l’aveva accompagnato, mentre carezzava con il palmo il corrimano.
«Buongiorno signora Patrewskij.»
«Buongiorno caro, vai di fretta?»
«Farò tardi a scuola se non mi sbrigo.»
«Se quando torni nel pomeriggio hai voglia di una bella tazza di cioccolata calda, io sono a casa.»
La cioccolata della signora Patrewskij è una vera porcheria. E la casa della signora Patrewskij è un incubo. Eppure qualcosa in quella bicocca lo attira. Qualcosa che non sa ancora adesso ben spiegarsi.
Tornando da scuola, aveva gettato una occhiata verso il cancello della casa della donna: il muro della villetta era davvero rovinato e suo padre aveva ragione a temere che prima o poi quella stamberga sarebbe crollata su se stessa. Aveva girato due volte la catena della bicicletta attorno al palo del lampione e con animo allegro era entrato in casa.
L’ombra ora si allunga e si accorcia rivelando i movimenti della figura, che non sembrano finalizzati a cercare qualcuno, quantomeno lui. Sembra che aspetti e basta. La notizia in sé è buona, non fosse per quel freddo che lo avvolge, per quel buio che lo asfissia. Dalla casa di tanto in tanto si sente il vocio di una trasmissione TV, una di quelle che la signora Patrewskij si ostina a vedere a volume altissimo. Stanno intervistando qualcuno che da poco ha scoperto di essere stato tradito dalla moglie. Deve essere qualcuno di famoso e ha una voce gracchiante e lamentosa. Ogni tanto un applauso spezza l’aria. A un tratto forse piange.
«Sei stanco?», aveva chiesto la signora Patrewskij, mentre versava la brodaglia scura nella tazza sbeccata. «Hai una faccia sciupata in questo periodo. Non starai covando qualcosa? Te ne vai in giro con quella bicicletta e adesso comincia a far freddo. Dovresti coprirti meglio.»
Parlando l’aveva toccato su un braccio e lui aveva sentito un brivido salire sulla schiena, come quelli che ora gli tenevano compagnia in quell’angolo, soprattutto ora che l’ombra si avvicina fino a sfiorare il buio che lo contiene.
Il ragazzo prova a misurare la distanza tra lui e il cancello della sua casa. Troppi metri e troppa luce per fuggire inosservato. E anche la casa della signora Patrewskij non sembra un buon posto dove rifugiarsi. Adesso sente anche la voce di un uomo, ma non dalla TV. Sembra qualcuno nella stanza che parla a tono moderato. Non si colgono le singole parole, solo un fondo basso, sul rumore della TV.
«Ancora un po’?», aveva chiesto la signora Patrewskij sporgendosi verso il bricco ancora fumante. Il ragazzo avrebbe voluto dire qualcosa, ma era rimasto fermo a guardare quel movimento. Non che ci fosse qualcosa di strano o perverso in quello, solo una sensazione che dal basso ventre lo aveva turbato, un gesto morbido che lo aveva appena sfiorato, visto che la signora Patrewskij amava sedersi proprio accanto a lui sul grande divano ecrù. E questo non era passato inosservato, perché rivoltasi al ragazzo aveva accolto con un leggero sorriso quello sguardo che la esplorava in ogni suo più intimo pensiero.
Da alcuni minuti l’ombra sembra essersi allontanata dalla casa. Il ragazzo, nel suo nascondiglio, guarda con timore anche dietro le sue spalle. Se la figura dovesse sospettare qualcosa potrebbe fare il giro della piccola costruzione e arrivargli dietro, ma anche questa via almeno per adesso sembra sgombra.
Il ragazzo trasale, quando un gatto fa crepitare le foglie sotto il grande albero al confine tra le due case. Dalla TV risate rispondono ai discorsi di un qualche comico. Battute becere che il ragazzo non sente in realtà, ma capisce che la dinamica è quella. La voce bassa si è chetata o affievolita sotto il rumore.
Dire perché è scappato via da quella casa in quel modo rovinoso è difficile, soprattutto per noi che lo conosciamo. La stessa signora Patrewskij non si capacita, e di ragazzi lei ne ha visti. Soprattutto in quell’età che dal nulla li realizza uomini. Aveva visto i suoi figli, che giusto quella sera dormivano dal padre. Ma questo il ragazzo lo ignora, perché per tutti la signora Patrewskij è la vedova e i figli solo dei bambini cattivi, affidati spesso alle cure del collegio. Si sono comportati male dicevano, che deve fare la povera vedova, sola com’è in quel tugurio; e tanti di noi bambini hanno masticato il terrore di questa colonia penale per discoli, incubo dei sogni notturni dopo innocenti malefatte.
Lei guarda spesso dalle sue finestre quel mondo, che preferisce piangerla vedova invece che divorziata, e sorride esattamente come ha fatto guardando i movimenti timidi delle mani del ragazzo.
Adesso è quasi mezz’ora che non si avverte alcun rumore all’esterno e anche la figura sembra avere abbandonato il campo di battaglia. La immagina così questa sera, una lotta tra il bene e il male. E a lui è riservato il male, s’intende, perché le sue mani hanno indugiato troppo. O troppo poco. Per questo la figura sta cacciando la sua anima. Ma fortuna che il ragazzo ha fiutato nell’aria il pericolo in tempo e che con un balzo deciso, proprio mentre le sue mani cercavano il calore del corpo di donna, è riuscito a mettersi al sicuro.
Il ragazzo trema e si chiede al sicuro da cosa? Perché in verità non sa da cosa sia fuggito. E soprattutto non sa perché la signora Patrewskij ogni sera davanti alla TV piange. Non lo sa nessuno in realtà, perché la signora Patrevskij appartiene a quella moltitudine che nella nebbia ha perso ogni necessità di vita. Così nella sua casa che cade a pezzi, lei accoglie spesso la figura nelle sue stanze. E solo quando è davvero notte può guardare i fantasmi diventare carne e sangue.
La signora Patrewskij la vede con la coda dell’occhio l’ombra del ragazzo fuggire verso casa, piccola nuvola opaca oltre il vetro. È bella la signora Patrewskij, molto. E forse questo nella vita l’ha danneggiata. Fosse stata insignificante come la sorella allora il marito non l’avrebbe lasciata alla prima ruga. Fosse stata grassa come la madre, non avrebbe dovuto pagare le ombre per placare la sua sete di vita. Perché lei è bella, ingombra ogni vita vissuta e gli uomini l’hanno sempre voluta e mai hanno lasciato che lei li avesse. Il marito, i figli a loro modo, il padre del ragazzo che dietro le tende ricamate con cura dalla moglie, si interroga su cosa avviene lì fuori e che non potrà fare domande per non rischiare di scoperchiare la tomba della sua vita felice.
La signora Patrewskij è bella e il ragazzo lo sa. È l’unica cosa che potrebbe spiegare quel brivido e quella fuga. Ma lui non la vuole avere, per questo è fuggito. Non sa neppure cosa significhi bella, ma non la vuole. Vuole invece che qualcuno abbia lui. Vuole affondare in un abbraccio diverso da quello della madre. Vuole essere almeno per poco di qualcuno. Vuole essere usato forse, non per diventare ombra come suo padre, che dietro le tende vede le vite degli altri disfarsi come la casa della signora Patrewskij. Usato e gettato in un angolo ad aspettare che un’ombra se lo porti via, verso l’età adulta.
La signora Patrewskij guarda le immagini della TV in sottofondo. Guarda tutto quel mondo di ombre che le gira intorno e pensa a quel bacio, a quell’abbraccio caldo. Guarda sempre, guarda tutto e pensa che sarebbe stato meglio, per una volta, essere ciechi.

Tutti i santi giorni

Guido rientrò in casa e depose le chiavi nella ciotola di ceramica colorata. Aveva evitato di accendere la luce dell’ingresso, ma la penombra era abbastanza per muoversi in quello spazio familiare.
Toni in cucina stava asciugando due piatti, lo vide entrare e fece un segno per dire “e allora?”
«Andata», disse guardandosi qualcosa di invisibile in una mano.
Toni rispose con un cenno minimo di ok e continuò a sfregare il piatto.
Respirarono in silenzio ancora un po’. Fermi nelle loro inerti posizioni.
Fu per primo Guido a turbare la stasi versandosi un bicchier d’acqua che non doveva aver alcuna voglia di bere. Lo fece solo perché non poteva star ancora fermo in quello spazio chiuso. Ne prese un sorso osservando con attenzione il disegno geometrico stampato sopra e imperlato di condensa. Poi lo lasciò sul ripiano ad attendere di essere vuotato nel lavabo.
Toni finito con le ultime stoviglie, si diresse al balconcino, posò le mani sulla ringhiera e guardò in direzione delle piante, a destra. Di tanto in tanto il lampione vicino faceva un piccolo lampo che ne preannunciava l’accensione. Qualche secondo ancora nell’ultimo chiarore lontano del giorno, oltre i palazzi di fronte. Poi la luce gialla si prese la scena, colorando un gatto maculato fermo lì sotto a leccarsi il pelo.
Toni sede’ sulla seggiola in vimini rovinato, s’aggiustò i lembi della vestaglina e poggiò la testa alla mano aperta. Chiuse gli occhi, per ascoltare le macchine transitare di sotto e sentire l’odore buono del basilico vicino.
Guido deluso dall’acqua si era dedicato all’ultima birra in frigo, armeggiando col manico di una forchetta per cavar via il tappo. Non trovava l’apribottiglia e non voleva disturbare i pensieri di Toni, solo che a quel giro anche lui sembrava incapace di articolare una qualsiasi azione costruttiva. Al terzo tentativo, con un certo dolore all’indice, c’era riuscito e in piedi accanto allo stipite della portafinestra provava a sorseggiare fingendosi interessato anche lui al suono delle auto.
«Dobbiamo prendere una pianta di basilico da Mimmo. Questa mi pare messa male.»
«Non è tempo», disse Toni senza neanche aprire gli occhi.
Guido prese un altro sorso e continuò a guardare fuori, «aspettiamo che torni allora.»
«Il tempo?»
«Sì. Il tempo.»
Si guardarono un attimo per scambiarsi una idea, un silenzio che parlava di una vita insieme, di notti insonni, compiti per le vacanze. Aerei.
«Mino», disse a un tratto Guido come a voler mandar giù un nodo in gola.
Toni aggrottò le ciglia, «cosa?»
«La pizzeria, si chiamava da Mino.»
«Ah!» sospirò appena Toni, «quella dove facevano quel gelato…»
«Nocciola.»
Sorrisero sbiaditi. Un uomo con una valigetta osservò dai due lati prima di attraversare all’incrocio. Già a quell’ora non c’era più nessuno in giro e l’asfalto suonava del suo scalpiccio. La birra era finita e Guido si rigirava la bottiglia vuota pensando che anche quella andava comprata la prossima volta al supermercato in fondo alla strada. A dire il vero iniziava a fare freschino, ma ancora per qualche settimana una birretta la sera l’avrebbe apprezzata.
Toni cambiò posizione sollevando la testa e fissando lo sguardo verso un punto lontano, uno preciso che nella sua mente doveva stare a nord. Non aveva importanza che questo fosse vero, serviva un riferimento cardinale al quale appendere un nome e una volta individuato lo accolse con un sonoro sospiro e un “mah”.
«Cosa?» chiese Guido.
«Niente.»
Guido alzò la testa al cielo per trovarci qualcosa, una stella, una nuvola, uno spicchio di luna da guardare. È ch’era buio pesto, ambrato dalla luce timida del lampione di fronte: buio e nessuna battuta intelligente su quella pizzeria da buttare lì in mezzo a loro due.
«Andrà tutto bene», disse mordendosi quasi la lingua.
Toni però non sembrò cogliere e fece un segno con la testa che andava interpretato. Poteva essere un sì o qualunque altra cosa, ma quella non era serata per porre e porsi domande; al più mandar giù una birra e tener d’occhio il cielo, provando a seguire una stella cadente fuori tempo massimo, esprimere un desiderio e aspettarne l’esito.
Però Toni era lì seduta a dieci centimetri e allora bisognava fare qualcosa, dire qualcosa. E quell’andrà tutto bene gli era sembrato adatto e giusto per quell’attimo; passato quello era però rimasto a mezz’aria, inadeguato.
«Sai cosa non capisco?», disse Toni non distogliendo lo sguardo da quel punto invisibile a nord.
«Cosa?»
«Che alla fine lavori una vita per questo. Inizi che sembra un gioco, poi piano piano ti accorgi che il tempo ti sfugge dalle mani. Lo vorresti fermare mentre hai così tante cose da fare, ma devi correre tra una lezione di chitarra e un saggio di fine anno. Sbuffi perché non vedi l’ora che tutto finisca, perché hai così tante cose da fare.»
Guido osservò il profilo di lei nella penombra della luce gialla del lampione. Non era una espressione triste, stava fissa come se non potesse abbandonare il legame con quel punto. Dava l’impressione che sarebbe bastato un attimo, un battito di ciglia per perdere il contatto per sempre. Superò quel loro ultimo silenzio con un leggerissimo sospiro, per prendere il fiato necessario a pensare di dire, “e poi una sera capisci che non era quasi nessuna importante di quelle cose, ma che comunque andavano fatte tutte. Perché generare significa perdere un pezzo di te per sempre, lanciarlo oltre il tempo, mentre il tempo lo vendi per altro.” Doveva averla letta da qualche parte quella cosa che gli rimbombava in testa mentre le carezzava i capelli mossi dalla leggerissima brezza. Eppure quella frase gli rimase in gola con l’ultima schiuma di birra e il ricordo di nocciola di Mimmo.
Toni si voltò a guardarlo, aveva un’aria stanca ma non tesa. Respirava lo stretto indispensabile per non fare rumore. Sorrise. Forse aveva letto i suoi pensieri o ne aveva tanti simili da inseguire.
«Ne avrei preso un sorso», disse guardando la bottiglia vuota.
Guido guardò l’etichetta sconsolato, «è l’ultima!»
«Fa nulla», disse Toni.
L’uomo con la valigetta tornò ad attraversare la strada. Guido lo riconobbe per la pelata brillante sotto la luce del lampione. Aveva un sacchetto di spazzatura che depositò di fronte questa volta e anche gli abiti adesso erano comodi e informali. Non tornò subito indietro, ma iniziò a passeggiare sul marciapiede perso nei suoi pensieri. Per un attimo alzò gli occhi verso Guido. Aveva gli occhi stanchi gli venne da pensare, non li vedeva da laggiù, ma di questo si convinse. Guido non sapeva come mai di questa conclusione, ma se quell’uomo fosse salito su gli avrebbe fatto notare questo, che aveva gli occhi stanchi.
«Hai gli occhi stanchi», disse Toni.
Guido, sbattè le palpebre. Adesso che ci pensava era tutto il giorno che sforzava la vista su Whatsapp. Organizzare le ultime cose, controllare i movimenti da casa in aeroporto e ritorno. Doveva avere gli occhi rossi come se avesse pianto. Guardò l’etichetta umida della bottiglia per trovare un appiglio.
«Sarà che non tengo più l’alcol», finse di guardare la gradazione per trovare risposte.
Toni rispose con una smorfia fintamente divertita.
L’uomo giù da basso si era dileguato verso la piazzetta con il suo dubbio in testa e i suoi pensieri in bilico su chissà quale desiderio inespresso. Passando accanto al gatto lo avevo guardato appena, ricambiato per lo stretto necessario dal felino, e aveva proseguito giocando con il ciondolo del portachiavi.
Le luci di un aereo bucarono il cielo e in sincronia Toni e Guido le osservarono sbiadire in silenzio. Anche l’uomo con la valigetta, poggiato alla spalliera di una panchina devastata, le vide muoversi e lampeggiando rapidamente scomparire dentro una nuvola buia che per un attimo si rivelò alla notte.
«Vado a letto», disse Toni alzandosi dalla seggiola. «Per il resto dei piatti ci pensi tu?»
Guido fece cenno di sÌ, mentre lei passando accanto lo sfiorò con una mano sulla spalla. Per un attimo ne percepì il calore del corpo, e il profumo intenso dei suoi capelli lavati di fresco. Come sempre guardò la vestaglina scoprirle un po’ il seno. Come sempre da chissà più quanto tempo.
Rimasto solo si poggiò alla ringhiera guardando la strada deserta e l’ombra dell’uomo con la valigetta rientrare verso casa. Giunto sotto il suo balcone alzò nuovamente lo sguardo verso di lui e Guido ebbe la netta sensazione che l’uomo avesse proprio gli occhi stanchi. Si chiese se avesse bevuto anche lui, sottolineando il pensiero con un sorriso.
L’uomo fece un cenno di saluto con la testa che Guido ricambiò, provando a immaginare il nome e la storia di quel tipo solitario con la calvizie pronunciata. E anche cosa portasse in quella valigetta che aveva visto poco prima. Poi, chinato lo sguardo sulla strada, l’uomo continuò il suo viaggio verso il portone di casa che lo inghiottì in un fragore metallico.
Guido ascoltò il silenzio ferito dai riverberi delle tv dalle case vicine. Guardò il basilico esalare uno degli ultimi effluvi della stagione e la luce del lampione svanire in un frantume di scintille minute; rabbuiato il gatto sul marciapiede sfuggì all’improvvisa tenebra portando la sua ombra distante. Guido depose la bottiglia nel bidone del vetro e pensò che l’unica cosa importante era che la primavera sarebbe tornata, insieme al basilico fresco e al gelato alla nocciola di Mino. E che fino a quel punto aveva avuto davvero una bella vita. Aveva ballato tante musiche, aveva letto tante favole, aveva bevuto da bicchieri bellissimi e guardato tante volte il tramonto sul mare. E aveva sentito cantare suo padre, accarezzato sua figlia quando aveva la febbre, abbracciato sua madre quando ne aveva avuto bisogno. E fatto l’amore con Toni così tante volte che anche adesso quello era l’unica cosa che gli andava di fare.
Così diede l’ultimo sguardo a quel punto a nord che significava qualcosa, rivolse un pensiero colpevole ai piatti nell’acquaio e si diresse verso la camera da letto.
Toni come al solito si sarebbe schernita e infastidita, ma la primavera bisognava aspettarla come si deve. E ricordare che esiste tutti i santi giorni.

Avril 14th

“Salvo Mancuso?”
Dietro lo schermo l’uomo sbadigliò e rispose con un flebile sì.
“C’è un task da allocare. Conferma?”
“Sì, metto l’auricolare.”
“Non è necessario. Il cliente 32A28S ha trovato questo biglietto. Comunicare il significato. Grazie.”
Sullo schermo apparve un mezzo foglietto di notes giallastro. Una calligrafia minuta si adagiava ordinata sulle righe sbiadite e aveva un bordo sfrangiato, come se ne fosse stato strappato un brano con fretta e non badando troppo al risultato finale.
Era da tanto che non vedeva un testo in corsivo e ci mise un po’ più del solito a formulare una possibile risposta. Forse anche perché quelle parole lo avevano colpito e di certo potevano stare in fondo a qualcuno dei suoi archivi social, come traccia residuale di vecchie ferite. Lette da lui assumevano un significato ben preciso che per qualche motivo sottolineò nella casella sotto l’immagine. Un click e si dissolse nel popup con l’accredito del task sul conto lavorazioni, nella burocrazia del dare e dell’avere.
Non si spiegava però perché avesse conservato il printscreen del biglietto. E nemmeno perché continuasse a leggere il testo, a seguire le anse della scrittura nervosa e il numero telefonico annotato sotto. D’un tratto gli fu chiaro che le cifre le aveva impresse in un angolo dimenticato della memoria, numeri che ora erano ricomparsi da un passato infelice sul suo schermo.
“Salvo Mancuso?”
Ancora distratto indossò l’auricolare e confermò con un sì.
“Il limite giornaliero di task per te è raggiunto. La QA Inc. ti augura una buona giornata.”
Retaggio di una educazione obsoleta ringraziò e salutò all’indirizzo dello schermo, ricambiato solo dal logo in dissolvenza.
Il numero continuò però ad albergare nella sua mente mentre si alzava dalla postazione, controllava al volo il conto lavorazione e alla macchina del caffè prelevava la tazza fumante. Lo immaginò su un piccolo schermo di cellulare anche quando osservò dalla finestra chiusa i ragazzini nel parco giochi contendersi un’altalena pericolosamente appesa a un vecchio telaio arrugginito.
L’idea strana gli balenò in mente ripensando all’ultimo riordino del suo spazio abitativo. Chiamarla casa sarebbe stato infatti davvero troppo, quelle cellette dentro cui aveva accettato di passare la sua reclusione erano davvero minimali. Lo stretto necessario per mangiare, dormire ed eseguire i task del sistema di recupero costi.
Quando lo avevano affidato alla QA aveva tirato un sospiro di sollievo. Essere beccato così in flagranza oramai era piuttosto comune, ma le pene spesso prevedevano condizioni pesanti. Quella era invece una discreta opportunità, anche perché spesso la società continuava a offrire task agli ex reclusi e di crediti lui ne avrebbe avuto bisogno scontata la pena.
Gli avevano dato anche il tempo di raccogliere alcune cose da portare via in una scatola lunga e piatta che aveva quasi dimenticato sul tetto dell’armadio accanto al letto.
E quel numero se non aveva sbagliato stava ancora lì dentro. Poteva ricordare male, questo sì, ma alcune cose si incidono a fuoco nella memoria, stanno in un canto in attesa che un evento accada. Una magia quasi, se si pensa a quanto tempo era passato.
Un’ombra transitò sul suo volto quando appollaiato sullo sgabello percepì la sagoma della scatola sul tetto dell’armadio, come fosse davanti la bara di un suo caro amico. Dentro, tanti pezzi di vita, quattro vecchi telefoni, quattro archivi del suo tempo che aveva comunque preferito risparmiare al macero del riciclo. Uno in particolare lo interessò: aveva una cover azzurra appena trasparente sul retro che lasciava in bella vista il logo. Provò ad accenderlo, ma dopo tutto quel tempo il display rimase buio. Frugò un po’ in una busta di plastica verde, cercando un adattatore che ricordava di aver conservato, una striscia nera di metallo con un cavo rovinato che non prometteva molto, ma che in qualche modo funzionava ancora, visto che il simbolino della batteria si illuminò subito in alto a destra sul display. Un messaggio su un fondo arancio, invocò otto minuti di pazienza per portare la batteria in condizioni minime di sopravvivenza.
Si diresse al dispenser per controllare cosa fosse previsto per la sua cena. Con un sibilo dietro la paratia il sistema inizio a preparare e nell’attesa la sua attenzione fu catturata dalla luce intensa del display del device in restart. La foto che ricordava stava ancora lì sulla home, punteggiata dalle icone delle app, ma non abbastanza da coprire il sorriso di una ragazza con un caschetto nero come il petrolio e una pelle chiarissima di porcellana. Le labbra risaltavano come carboni ardenti seppur apparentemente non esaltate da cosmetici. La ragazza indossava un maglione e disegni geometrici e sebbene sorridente aveva una velo di tristezza nello sguardo. Un movimento delle ciglia che lo scatto non aveva fermato, ma la sua memoria sì e ora che riaffiorava dal display lo rivedeva come se fosse avvenuto dieci minuti prima.
Il dispenser trillò e il vassoio con la sua cena affiorò sul ripiano. Finita l’accensione, il display si spense mostrando la progressione della carica sul bordo superiore. Prendere ora il cellulare sarebbe stato inutile, così si dedicò al cibo, mantenendo l’attenzione sul terminale che rimandava le ultime notizie dalla città intasata di pendolari imbestialiti dalla riduzione delle corse della metro.
La finestrella con il logo della QA apparve lampeggiando in alto a destra.
“Salvo Mancuso?”, chiese la voce dell’assistente.
“Sì?”
“Il cliente 32A28S ha chiesto una verifica urgente sul task NI9402. Può accettare un task straordinario?”
“Certo, non ho impegni stasera”, sorrise divertito.
“Il sistema di priorità richiesto attribuirà fino a dieci volte i crediti standard del servizio, ma il task prevede un contatto in voce. Acconsente o preferisce un avatar?
“Va bene la mia voce.”
“Grazie per avere accettato il task da parte di QA Inc. Il conto lavorazioni sarà aggiornato al momento della valutazione del cliente. Buona serata.”
Il popup con il logo svanì. Passò un minuto, poi due. Poi cinque.
Con la coda dell’occhio notò il vecchio cellulare illuminarsi e pensò che ci fosse qualche problema al cavo di carica, un falso contatto magari; finito quel task lo avrebbe ripreso e si sarebbe tolto quel dubbio che lo ossessionava. Attese altri dieci minuti: il cellulare continuava a tratti a illuminarsi e in fin dei conti poteva distrarsi un attimo e capire cosa accadeva. Staccò il telefono dal cavo e una stretta allo stomaco lo sorprese osservando il nome della ragazza della home apparire evidenziato nella finestrella della chiamata in arrivo. La quarta a vedere il numeretto tra parentesi. Non c’era un senso per tutto quello, ma lo stesso sfiorò il tasto verde.
“Salve, sono il cliente”, per un attimo la voce con forte accento spagnolo si interruppe. Dall’altra parte un uomo stava provando a leggere qualcosa che doveva aver annotato, “il cliente 32A28S. Sei Salvo Mancuso?”
Rimase in silenzio, il sistema non dava mai i riferimenti ai clienti, specie per loro che erano in lavoro penale.
“Non sono abilitato a rispondere a queste domande”, disse ricordando una vecchia favola sui controlli random al protocollo di comunicazione.
“Capisco, certo”, l’uomo all’altro capo appariva interdetto. “È che oggi ho provato con la QA. Mi avevano detto che ha un sistema infallibile per rispondere a ogni domanda. Avevo usato anche la QUORA e anche una piccola startup russa”, parlava quasi volesse compagnia più che risposte. “Come si chiamava la startup? Pravda o qualcosa di simile.”
“Come ha avuto questo numero? E da chi?”
“Sul foglio. Era sul foglio con il suo nome e il numero. Voglio dire con quel nome, Salvo Mancuso. E con la nota che solo lui avrebbe capito il senso del messaggio.”
Doveva mantenere la calma. Poteva essere un test quello. Era una follia, ma potevano avere pensato di metterlo alla prova. Farlo crollare. Doveva stare calmo e lucido.
“Quale foglio?”
“Il foglio che ho mandato oggi a QA. Lo ha lasciato Gloria prima di…”
Continuava a chiedersi cosa stesse accadendo. Forse era il caso di contattare l’assistenza QA per segnalare il caso, ma se quello era un cliente vero doveva mantenere la calma. Era importante non fare errori.
“Probabilmente c’è stato un qualche errore perché non comprendo la sua richiesta. Non credo poi che nessun servizio QA avrebbe dato un numero privato. Forse è meglio che chiudiamo qui. Le consiglio di contattare il servizio clienti per delucidazioni.”
Dall’altra parte ci fu un attimo di silenzio, “Salvo io devo sapere cosa è accaduto a Gloria.”
“Le ho già detto che non sono Salvo e poi non ho mai conosciuto nessuna Gloria.” L’ultima parte in effetti era vera e avvalorava la sua idea di un test. In fin dei conti non sapevano tutto della sua vita. Doveva stare al gioco.
“Perché allora ha scritto il tuo numero sul biglietto.”
“Chi?”
“Gloria, chi altri? Il biglietto è suo!”
“Non ho idea di cosa voglia dire, questo è un vecchissimo numero che oggi ho riacceso perché cercavo una foto. Se ho risposto è stato davvero un caso.”
“Non è vero, hai riacceso dopo il numero di Gloria sul biglietto.”
“Non ho visto nessun biglietto.”
“E tu hai notato qualcosa in più degli altri, qualcosa su quella frase in corsivo.”
“Non ho visto nessun biglietto mi spiace, nessun biglietto.”
“C’era il tuo numero e il tuo nome sul biglietto. E Gloria quel giorno è volata giù dalla sua cella. Ha rotto il vetro e si è lanciata fuori. E mi ha lasciato quel biglietto.” Dietro il microfono la voce sembrò accasciarsi stremata, “solo quel biglietto.”
Avrebbe avuto voglia di urlare, ma quella voce spenta lo colpì. Torno a sedersi, guardando lo schermo del cellulare riempito dalla foto della protagonista di una di quelle serie stupide che seguiva allora. Una ragazzina in fondo, seduta su del fieno in un angolo di quello che sembrava un maneggio.
“Non c’era scritto il mio numero su quel biglietto”, disse sapendo di fare una sciocchezza.
Un leggero tremito segnalò l’arrivo di una foto. Due brandelli di foglio accostati in malo modo sulla cicatrice dello strappo. Su uno il testo che aveva processato e sotto quello di cui parlava il tizio che voleva notizie della sua Gloria.
“L’ho strappato prima di inviarlo. Non so neppure io perché. Che è accaduto a Gloria? Perché aveva il tuo numero?”
“Non ho idea chi sia Gloria. Quel numero è solo una vecchia storia.” Adesso era stanco anche lui, aveva finalmente dimenticato e che quella storia riaffiorasse in quel modo era inspiegabile.
“Era mia figlia Gloria. Un giorno l’anno beccata in giro perché lei… Lei si faceva di non so che porcherie. Ok, non si poteva stare in giro e le porcherie doveva farsele prescrivere, ma aveva solo paura. Di qualsiasi cosa eh! Soprattutto di me e fino a che era viva anche di sua madre. La misero per un anno ai lavori penali. Poi un giorno…”, si bloccò come se avesse finito le parole in gola. Stavano lì da anni, attendevano solo qualcuno che potesse sentirle, ma non dovevano essere abbastanza da raccontare ogni singolo momento di dolore e così era rimasto senza. Muto. Respirava solo, dietro un microfono, digitalizzato e polverizzato in mille frammenti di codice iniettati dentro i cavi che lo connettevano a uno sconosciuto con un nome italiano, seduto chissà dove nel mondo.
Mancuso con calma glaciale tornò a parlare, “c’era la pandemia allora e già gli affari andavano male. Mia moglie aveva deciso che l’amore ha un costo e se la birreria oramai era vuota sette giorni su sette quel costo non lo poteva pagare lei.”
Mancuso rimase un secondo in silenzio. A guardarlo seduto si sarebbe visto che scuoteva la testa in un no, “la verità è che anche io l’avevo dimenticata dietro alle fatture e così quando si è stancata di tutto, mi sono inventato questa versione di donna interessata ai soldi. Magari lei non lo era mai stata, ma ho sempre cercato un nemico nella vita. Durante al pandemia doveva capitare a lei quel ruolo. C’era rimasta solo lei in fondo.
Stare soli mentre tutto crolla intorno è una brutta cosa. E REPLY mi era sembrata un buon salvagente virtuale per provare a non affogare. Scarichi l’app, ti registri, ottieni un codice e inventi un nome e una immagine per la tua amante virtuale: Samantha! Tutto gratis almeno per un po’.”
Con un gesto, inviò la foto della home al suo interlocutore e ascoltò dall’altro capo il trillo della ricezione.
“Questa non è Gloria, chi è?” disse l’uomo con un filo di voce.
“Un’attricetta. Di una serie che guardavo durante l’isolamento. Mi piaceva molto e il suo personaggio si chiamava Samantha.”
“Ma Gloria? Cosa c’entra Gloria in tutto questo.”
“Siamo rimasti settimane a parlare con Samantha. Parlavamo prima e dopo il sesso. Perché era quello lo scopo del servizio. Ma noi parlavamo tanto. Alle volte guardavamo anche un film o ascoltavamo musica. È stupido ok, perché una intelligenza artificiale non guarda e non ascolta nulla. Ma era bello non sentirsi soli. C’era da diventare matti per come Samantha rispondeva a ogni stimolo come se fosse umana. E magari lo era.”
“Era Gloria?”
“Non lo so. Per me era una voce. Un rendering di un software. Non ho idea che ci fosse dietro la macchina e a dire il vero non m’importava. Non volevo una storia, non volevo stare a sentire altre lagne, glielo dissi pure quando…” Mancuso s’interruppe con un pensiero in mente.
“Quando?”
“Quando è successo?”
“Che Gloria…”
“Sì dico, quando… è volata giù?”
“Ad aprile di cinque anni fa.”
“Aprile quando? Che giorno?”
“Il 16. Deve essere accaduto qualcosa due giorni prima.”
“Il 14 d’aprile pensai di poter essere di nuovo felice.” Mancuso ripetè meccanicamente la frase sul biglietto, “hai un suo vocale? La voce di Gloria intendo.”
“Aspetta”, l’uomo rimase in silenzio per un po’. Si percepiva un lento respiro e qualche rumore di fondo. Poi un trillo registrò l’arrivo del file.
Mancuso ascoltò la voce della ragazza che comunicava al padre il ritardo del treno di ritorno. La riavviò per ben tre volte, provando anche a chiudere gli occhi per cogliere ogni sfumatura e inflessione. Ogni tanto scuoteva il capo per annuire. Nessuno poteva vederlo, ma continuava a farlo.
“No, no era questa la voce di Samantha.”
“Potrebbe avere usato una voce finta con te.”
“Sì, potrebbe.”
“Cosa è accaduto il 14 a Gloria?”
“No, le domande le faccio io. Ha mai avuto una figlia?”
“Cosa diavolo significa? Certo che sì, Gloria!”
“Sei sicuro di avere mai avuto una figlia? Una figlia vera dico, non come Samantha, non la voce sintetica di una app a pagamento.”
La voce urlò qualcosa in spagnolo, una bestemmia forse. Insieme a tante ripetizioni del nome Gloria. Poi la comunicazione tacque. Mancuso rimase un minuto a scrutare il display. Poi si alzò in piedi. Accanto al dispenser, la caditoia per i rifiuti riciclabili attendeva spazzatura di ogni tipo da ingoiare. Senza neanche spegnerlo, il cellulare volò dentro e Mancuso immaginò la foto della ragazza prima frantumarsi e poi svanire per sempre. Per l’attricetta gli spiacque un po’, perché alla fine era forse l’unica donna reale di quella storia. Ma in fondo meglio così; appena in tempo per evitare strani ritorni, pensò.
“Salvo Mancuso?” La voce dal terminale si diffuse nel piccolo vano della stanza.
“Sì?”
“Il cliente 32A28S ha revocato la richiesta. QA Inc si scusa per l’inconveniente, ma grazie all’alto punteggio raggiunto nelle ultime settimane comunque ti assicura l’accredito del task straordinario. Buona sera.”
Le luci fuori stavano lentamente accendendosi. Il 14 Aprile era tra un mese e sarebbe stato il suo compleanno. Il 15 di ogni mese i contratti di REPLY terminavano le fasi free. Funzionava così, ed era quello il trucco da quando le droghe erano prescrivibili. Creare dipendenza e incassare.
Quando Samantha l’aveva chiamato terrorizzata che qualcuno potesse svelare il loro segreto, ovvero che rivelasse i loro giochi anche sul suo numero privato, era stato quasi sul punto di cedere e di comunicare la sua carta di credito per rinnovare il contratto e salvarla dal sospetto. Era stato a un passo dal credere che fosse umana. Avere sentito di nuovo la sua voce con quella forte inflessione spagnola l’aveva turbato, certo: lei avvertiva il padre che sarebbe tornata tardi per via del treno, non c’era da preoccuparsi. Ricordò che giusto quella notte lo vennero a prendere e che la sua carta fu disabilitata. Alla fine una vera fortuna, si diventa pazzi a inseguire questi aggeggi infernali. Prima o poi ti convinci che sì non è vero, ma alla fine non importa perché tu hai bisogno che lo sia. E quello conta e per loro vale oro. Quel pover’uomo chissà quanto altro aveva sborsato per seguire le tracce di una figlia che forse non aveva mai avuto. Che probabilmente era svanita come la sua Samantha, in quell’incubo costruito con cocci di storie altrui. Un attimo di ripensamento, una mancanza di senso e gli avevano servito quella storia dove Salvo Mancuso poteva essere riciclato come il nemico perfetto. E magari con qualche magia riarruolato nell’esercito dei senza vita che provavano a iniettarsi dosi di trame virtuali a caro prezzo.
Guardò fuori i bambini azzuffarsi ancora per l’altalena e ripensò a quell’ultima accorata telefonata di Samantha. A quel suo delizioso accento francese che lui aveva selezionato nelle opzioni, perché gli ricordava la moglie provenzale. E alla fine pianse.
Bon nuit ma petit fleur. Je t’aimerai toujours.