Dal pontile

ti osservo,
specchio di giganti morbidi
che gelosi  ti nascondono
abbracciandoti

mentre tu, ciano spesso,
divertito giochi a cambiar colore
ora indaco poi ardesia
a volte arancio altre argento,
placido ascolti
della tua sommersa vita
i guizzar silenti
della mia le urla sommesse

dei  perché

All’ombra dei castagni

Conoscete il giardino comunale di Bià?
È piccino, quadrato. Al centro ha una sempre zampillante fontana tonda circondata da sette  panchine di legno, mentre ai lati c’è un boschetto di castagni, alti e floridi, attraversato da una sola stradina ghiaiosa che porta a una delle trafficate vie principali esterne al paese.

In un angolo appartato, nel fitto del boschetto, abito io.
Non l’ho scelto da me questo posto, sapete? No, no! Son mica matta. Me lo hanno assegnato loro e non immaginate quante volte mi sia chiesta: ma perché proprio a me?

Beh, a parte il fatto che da qui non riesco a vedere il blu del cielo estivo, né arriva mai un raggio di sole a scaldarmi, non sto poi così male. Alla fine, da questa postazione posso godermi, di sghimbescio, la vista del gran via vai di persone che movimenta il centro assolato del giardino ad ogni ora del giorno.

La giornata inizia molto presto, quando di gran fretta passano i pendolari che vanno a prendere l’autobus per andare al lavoro in città.
Più tardi arriva il gruppetto sparuto dei pensionati con il loro giornale fresco di stampa, occupano un paio di panchine, leggono e discutono tra loro le notizie del giorno, noncuranti delle donne che gli passano davanti silenziose con i sacchetti carichi della spesa appena fatta al vicino mercato coperto.

Ma il vero spettacolo inizia nel pomeriggio, più o meno alle 17, quando, alla spicciolata, arrivano i bambini. Fanno un tale chiasso che anche se son lontana e nascosta, ho imparato nomi e orari di ciascuno.
I primi a farsi vedere sono Tony e Chiara, i due litigiosi fratellini accompagnati da nonna Irma. Poi ecco che arriva, mano nella mano con la mamma, la bionda Giulia con il suo vestitino corto e svolazzante. Del bel bimbo (o forse una bimba, chissà)  a bordo del passeggino, invece, non sono riuscita ancora a capire il nome: la sua tata a volte lo chiama Baby  altre Honey e così io mi confondo. Mentre dei due sciamannati con gli occhi a mandorla che si precipitano correndo in bici i nomi li conosco: sono Lu’ e Vale.
Non è mica finita, ci sono anche Bely, l’occhialuto Ros, Mary, Giangi con il suo pallone, Mia, Sofi, l’orgogliosa Fede che ripete a tutti “guarda che ho dieci anni, io!”, Pat, Ludo, Marco, Riky, Terry e… Leo, il capobanda.
Entro una mezz’ora la piazza si riempie di gioia.

Ed ecco che in tutto questo  bailamme, immancabile e puntuale come le castagne in autunno, arriva l’anzianotta signorina Carmela con il pacco di dolcetti da distribuire a grandi e piccini per ingraziarsi la loro attenzione. È amata proprio da tutti, persino da Bruno, il cane randagio, che appena la vede spuntare da dietro l’angolo, scodinzolando le corre incontro per ricevere anche lui il suo biscotto giornaliero.

Un paio di ore dopo, i “Ciao”, “A domani, sempre qui” si susseguono spegnendo tutto quel gran vociare e ridere di bambini, mamme e nonni.

Poco dopo, la luce gialla dei lampioncini prende il posto del sole, arrivano i liceali e, anche loro, per qualche ora, animano il centro del giardino.
È quando cala il buio più fitto che qui da me diventa un posto perfetto per i baci di una coppietta o le lacrime sommesse di chi ha perso il suo amore.
Chissà se questa sera qualcuno  verrà a tenermi compagnia. Aspettando, chiuderò per un po’ gli occhi…

Aah! Ma che stupida che sono!  Non mi sono mica presentata.
Mi chiamo… Rina, e sono la sola panchina sola del giardino comunale di Bià.

 

Chissà

Chissà dove vanno a finire
i cappelli rubati dal vento borioso,
le stelle cadenti d’agosto

tutte le frasi solo pensate

Chissà dove vanno a finire
gli aquiloni sfuggiti di mano ai bambini,
i fischi dei treni, la spuma del mare

e le risposte che non trovano domanda

Chissà dove vanno a finire
certe certezze,
le ore volate, il tempo perduto,

e le carezze non date, i sorrisi smorzati

Chissà dove vanno a finire
i mai e poi mai, i per sempre
i forse, i chissà

e i miei sogni ad occhi aperti smessi di sognare

Già… chi sa?

Pausa pranzo

Finalmente alle 13.23, la giovane donna con la frangetta riesce a chiudersi alle spalle la porta dello studio dove lavora da un paio di anni. Appena fuori dal portone inspira una lunga boccata d’aria e libertà per cancellare dalla mente lo stress di quella mattina che – tra trilli del telefono, pazienti impazienti e medici con i nervi a fior di pelle – sembrava non finire mai.
Incamminandosi decide di fermarsi a pranzare al “Piccolo sogno”, il bar lì vicino. Sceglie di sedersi all’unico tavolino  rimasto libero all’aperto: la giornata è calda e luminosa e lei di esser circondata da mura non ne ha per nulla voglia. Per di più, gli ombrelloni arancioni che riparano dal sole le fan ricordare l’agognata spiaggia che potrà raggiungere solo tra un paio di mesi.
Al cameriere ordina ananas con prosciutto e mezza minerale naturale a temperatura ambiente. Poco più in là, una coppia di fidanzati appoggiati al muretto di recinzione di una villa liberty  stanno mangiando un cono gelato stuzzicandosi a vicenda, ridendo e perdendosi l’uno negli occhi dell’altra. Lei, dietro gli occhiali da sole neri, li osserva e sorride con l’amarezza del rimpianto, pensando alla sua storia d’amore finita già da un po’ eppure così difficile da dimenticare.
L’arrivo dell’ordinazione la distoglie dal malinconico pensiero facendole girar lo sguardo avanti a sé e…  ecco che lo vede avanzare verso di lei con passo deciso, felpato, elegante come il suo abito bianco impeccabile. Silenzioso. Senza un cenno né chiedere il permesso le si siede accanto sfoderando un’irresistibile sorriso sornione.  Impietrita, affascinata dal suo fare risoluto, stregata da quegli occhioni di giada che non han smesso un attimo di puntarla, riesce solo a sussurrargli:
«Chi sei, splendido straniero?»
Lui non fa una piega né emette suono.  Poi, continuando a fissarla, si passa appena la lingua sotto il paio di baffi da Guinness.
La donna sembra ipnotizzata. Non si guarda nemmeno attorno. Con due dita prende una fetta di prosciutto dal suo piatto e, dolcemente, gliela avvicina fino quasi a imboccarlo.
Lo straniero inclina la testa da un lato, ringrazia con un cortese «Miaaooo!» e,  addentato il bottino, scappa a divorarlo chissà dove.