La ragazza del banco dei segni

Non le dispiaceva in fondo quel lavoro, di morbida cadenza.
Fare e disfare, sull’orlo del mattino e della sera. Come i disegni di polvere e colore.
Le scaglie del tempo su una lastra di legno, a galleggiare sopra i cavalletti: un’armata di perle  scappate chissà da quale filo, di stampe  rimaste senza muro, e poi tazzine con l’eco di altre luci. Sua Muffità di fogli e di velette. Nelle retrovie, piattini scompagnati. A fare resistenza e geometria.
Questo banco sa di poesia, le disse l’uomo, con l’aria borgesiana di chi sa vedere oltre il buio.
La ragazza lo guardò senza parlare, la stanchezza tutta concentrata nel cadere diritto dei capelli.
Già lo sapeva: i mercati sono della gente.
Le cose stanno lì per far da levatrici. Di parole e di sogni addormentati. Di ricordi e di piaceri coltivati.
Le cose tengono la brace sempre accesa dello sporgersi affamato sulla vita, quello che s’appiglia almeno a una rivista, agli auguri di una vecchia cartolina: mano d’inchiostro azzurro e innamorato. Da portare a casa, come una promessa.
Ma l’uomo no, non lo sentiva, il richiamo silenzioso delle cose: forse parlava con un suo pensiero.
Anche lei sa di poesia, aggiunse con voce un po’ più bassa, preso di sé, dentro ad un suo giro.
La luce stava per finire, gli oggetti dovevano tornare, senza confusione, ben fasciati di carta e di cartone. La ragazza sentì di doversi un po’ scoprire. Almeno il fondo di un sorriso.
Allora le dirò cos’è l’amore, continuò l’uomo, quasi chiudendo gli occhi.
La ragazza si alzò: ci sono parole che vanno assecondate come pitepitele dentro il bosco, con gesti che dicano qualcosa, ma la vecchia le porse la teiera, cosa costa , questa qui, che è  anche un po’ scheggiata…
Il tempo di volgere la testa e chiedere un attimo d’attesa, col cenno gentile della mano.
L’uomo non c’era più. Più. Solo la nebbia.

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Il freddo

Siamo in tema e chiudiamo bene il 2018. Tanti auguri a tutti per un felice 2019.

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I freddi non sono tutti uguali.
Ad andare in bicicletta si riconoscono bene, nelle gambe nude.
C’è quello del mattino di settembre che formicola nell’aria: cerca  la pelle, per il gusto di sentirla fresca, ma basta il riparo di una strada  a imbuto fra le  case. Si stempera ed è ancora sole.
Poi ad ottobre c’è quello frizzantino che conosce le rotte del vento: batte insinuante a media altezza, giusto per infilarsi nelle maniche. Prende in giro i bottoni (che non difendono) e li umilia. Si ferma sulla schiena, come una placca d’argento. O una mano d’acqua di Po.
Ma quando sale dal basso, a novembre, e sembra un fiato di terra e di buio, allora il freddo punge gli occhi e porta li putini, lacrime bambine, amiche di magoni (mai risolti in pianto) e raffreddori, trucioli di lucciconi che non scendono, non scorrono, ma si arricciano ai bordi. Vetrini frantumati a orlare gli occhi.
Per un gioco di anticipi e rivalse, oggi è tempo di putini. Un novembre sospinto indietro dal calendario.
In casa, dopo una giornata di porte e finestre in dialogo sonoro (“prima sbatto io, poi sbatti tu“, “no, insieme insieme“), con un cielo tisico prostrato nelle pozzanghere, si saluta il freddo con l’uva americana.
Il succo scoppia dai grani, a bollire nella pentola grande. Nell’odore rumore ti senti bambina col nastro di traverso e l’emozione che scende per le guance. Il tuo compito è ascoltare la pentola: guai alzare il coperchio. C’è da sentire la voce dell’uva che picchia contro le pareti di rame. Bussa e poi si affeziona alle mani che schiacciano le graspe.
E’ bello il mosto rosso: è l’anima calda dell’uva.
S’incarnerà o si farà sublime?
Accoglierà la farina e lo zucchero per cuocere piano? Sarà dunque un sugolo di breve vita, dolce scacciamali, scacciapensieri, scacciadolori solo per stasera?
O si innamorerà del fuoco di un lumino, resterà ore e ore a stringersi nel rame per essere saba che aspetta la neve, vincotto che sa di secco e di umido, di radice e di corteccia, giulebbe capace di perdurare?
Chi vuol esser lieto sia.
Il sugolo scotta, stasera, nelle ciotole blu.

Ombre

C’è un odore bruciato, stasera: un odore di scorza d’albero, che scopri di castagna, invece.
Caldarrosta, su mezzi di fortuna.
Un bidone riconvertito, forse per vocazione, e dita che si scottano.
Le voci dei ragazzi arrivano dritte, non smerigliate dal vapore.
Ci sarebbe bisogno di un’armonica.
E poi… poi… questo stupore di confini ben stagliati: matita a punta fine, il freddo.
E le ombre lì, riconciliate, con lo scatto vivo di chi ha ritrovato il posto, dopo un viaggio.
Le ombre son venute a ripassare la forma delle cose.
Se l’eran persa, nella nebbia.

E’ un ritrovarsi nell’orma come un credito atteso dalla vita..
E andare.

Questione di memoria e di fiducia nel flauto della strada.

Sul far della sera il fico
ricordò l’animale
sentì la sua grinzosa scorza
pelle di pachiderma
memorizzò alcune lente orme
e cominciò ad andare.

(Liscano, Fondazioni)

Pensieri di acqua e di terra

L’acqua è rimasta su, per ore, tenuta a bada da un cielo cinerino: gli si leggeva in faccia un rancore accumulato, da sospensione imposta e non voluta.
Poi di colpo, il livore si è disfatto: giù, gocce a corona, sul vetro, quasi un po’ ingiuriose.
E un senso lieve d’interna soluzione.

Piace la pioggia forte che si dice: non centellina più, né dilaziona.
Se ha d’arrivare, arrivi: i giochi son svelati.
C’è nulla, ormai, più da volere.
Se non questo sfuggire ad una obliquità.
Un trovarsi a chiedere catastrofi nel piccolo, rido fra me, obolo pagato al pendere precario.
La pioggia, il freddo vero, non truccato da un po’ di umidità, il buio alla sua ora…
Se han d’arrivare, arrivino.

Si è tornati per l’argine, a salutare l’acqua con altr’acqua ancora.
E riveder lavati certi borghi di costa, ai margini dei pioppi. (Con la pioggia, l’azzurro di vecchi caseifici, crosta di verderame e calce, è turchino vivo, da cartoccio di zucchero d’un tempo)
E innalzare, ai lati della strada d’argilla, castelli d’acqua alta, che appassiscono scroscianti in un momento. (Pure la pioggia ha le sue morgane)

La terra, all’andata così dura, ora s’accorda all’acqua, si scioglie in goccia e schizzo.
Cambia.

Piace l’umiltà della terra che si sfianca, mite.
Finché può, trattiene un filo, un guscio di lumaca, un sasso che luccica nel buio, poi lascia andare.
Apre le mani e s’ammolla.
Cedevolezza amica.
Tornerà ai bordi, dopo il suo viaggio d’acqua e vento.
Si riconoscerà terra in altra forma.

E noi?
Poter impararne, intanto, la docilità…

Foglie

Qui c’è un vecchio grosso, rimasto solo nella casa degli ippocastani.

La moglie se n’è volata via di colpo e la televisione ha alzato il volume. 

A passettini cuciti con l’ago, il vecchio grosso ha dichiarato guerra alle foglie.

Ha cominciato a primavera, con quelle che non legano al ramo e cadono, grasse e arricciate come i bruchi o le rughe.

Ha continuato d’estate, con le ostie di robinia, disossate dal sole, gialle e sottili.

Adesso tien dietro alle foglie di ippocastano, che sono grandi e spesse: le spinge più in là, e si arrabbia con l’asfalto bagnato che incolla. 

E’ fatica smuovere le foglie senza una scopa, solo con il bastone.

E’ fatica, se il vento non vuole saperne di dare una mano.

Il vecchio insulta le foglie, le insegue e non ha tenerezza la voce.

Le vuole lontane, che non abbiano a toccare il muretto e la striscia di terra, vicina.

Marce. Marce. Le foglie marce hanno la morte in tasca”- dice.

Chi lo vede chiamare gorghi di aria e dondolare lento, pesante in mezzo alla strada, sa che non sono le foglie a fargli paura.

La donna sirena

Qui da noi ci sono donne sirena, con petto di rosatea e fianchi accoglienti.

La più bella era bruna.

Alle nespole d’inverno aveva rubato la pelle dorata: a guardarla ne sapevi la polpa nascosta.

Non chiamava, non cantava, ma, se rideva, se guardava e rideva di gola, non c’era male, non c’era dolore che restasse identico a prima.

Un riso di latte e di miele.

Lo sentì il suo ulisse, risalito dall’altra sponda del mare, fra le nebbie del fiume, vagabondo senza mappe e senza mestiere.

Lei lo lavò, lo vestì, lo prese nel letto, nella casa del caco esploso d’arancio.

Lui dipingeva su vecchi assi d’armadio: nel noce, nei muri, nella brina sui rami vedeva marine velate, trine di schiuma e conchiglie e conchiglie.

Con questa moneta pagava. E le case fiorirono di squame azzurrate, collezioni di sabbie, zaffiri d’onde e marosi…

Se ne andò, lo straniero, senza dire dove e perché.

A noi restò il mare sui muri e una donna sirena, senza latte né miele.

Perchè l’amore ha radici nell’aria.

Ricorsi

Che il viaggio dovesse avere fine stava scritto sul palmo delle cose. Già nell’inizio: un cadere dall’alto, come foglia o piuma, quasi un distacco acerbo di materia, cedevole alla forma e viva.

(Il nascere ha impronte molli e dure, da conservare e da restituire, nel cerchio dei ritorni)

La forza era arrivata piano, forse chiamata dagli ostacoli del viaggio: tutta l’energia ceduta al movimento. Vigore che prima striscia e slitta, rotola anche, poi si gonfia e diventa passo e salto e corsa, un irradiarsi verso direzioni ignote persino all’orizzonte.

(Un corpo si fa, lungo il percorso: cresce, prende e dà, è specchio della vita ai bordi, nel rinsaldarsi di certezze e modi)

C’era stata, sì, qualche sosta pigra, qualche dolcezza d’indugio o d’incertezza, un asciugarsi ai soli dell’estate, quando i pomeriggi impastano il silenzio e le cose si fanno di un colore asciutto, sagome di cartone col piede ripiegato. E c’erano state ore di tumulto, quelle col cuore che pare straripare, sotto cieli scoppiati in bolle d’acqua grossa. Niente pare linea di confine o margine sicuro. Neppure era mancato il latte della nebbia, la voglia di sparire o svaporare, come possono i ricordi o i fumi della sera, per riprendere speranza e decisione: così l’andare si era fatto piano e risoluto, un procedere senza più paura, nel disegno che muta di percorso e accoglie la svolta, l’inciampo, il gorgo.

(Pienezza a dare senso al tempo e scaglie diverse a decidere l’intero: niente di inutile arriva nella vita, foss’anche l’inarcarsi di un airone)

E poi.

E poi fu uno sgarzarsi dalle rive: slargarsi d’un tratto in un respiro capace di assorbire il cielo, slentarsi da una stretta forte che di colpo perde resistenza. Sentire due braccia d’argine che non tengono e si sciolgono, morbide, fino a scomparire. Fermarsi, allora, in un rito di lentezza, infiacchirsi per cedere la terra accumulata, l’eco di isole e di pioppi, di sponde accompagnate, di tronchi al galoppo di corrente, di argille liquide e ristagni: un pegno della vita precedente, in forma di tomboli e barene.

Per cancellare  regole e  divieti.

Per scucire il letto, aprirlo alle sabbie e alle conchiglie.

A memoria del corpo, solo il gioco d’eterna seduzione: il fiume tese una mano, terracqua che si allunga in unghie azzurre, per tentare il mare e lasciarsi prendere. Sogno e vertigine di un abbraccio antico. L’asprezza di ciottoli e di tife, di rovi e di spuntoni, lisciata onda su onda, dentro quel grembo. Le strida dei gabbiani ora lontane.

(Finire, dunque, e capire l’orizzonte, fino a lambirlo con tiepide intrusioni)

 

 

La Nivez di Spagna

Qui da noi c’è un sogno senza età, che ormai cammina assieme alla persona.
Si fanno buona compagnia.
Non importa se le spalle di supporto hanno perso senz’altro floridezza e poco hanno memoria di passati splendori.
E’ un innocente sogno un po’ spagnolo, di affabile signora d’altri tempi.
Suggerito dal nome, che taglia l’aria, in fondo, con coda sibilante.
Annunciato dal rosso delle labbra, dal guizzo dell’occhio ben segnato.
Poi coltivato come un vizio fino, nei capelli. Blu-corvini, incuranti del cenno bianco e contrariato delle tempie. Un ricciolo che scende a tradimento.

Ora il sogno si è accampato.
Ha preso casa fissa e se la sta arredando. In forma di vestito. Con le balze. A strati fitti fitti e colorati. Molto.

L’ho visto affiorare stamattina, rosso, dall’orlo di un cappotto, mentre pioveva grigio.
Un sogno sorridente con l’ombrello.
A ridare una speranza tutta à pois.

Saper invecchiare così, con un paio di nacchere nascoste nella tasca.

 

Torre

La torre ha grosse aquile arcigne, sulla facciata, ma ha la testa piena di piccioni.
Non quelli che si danno dell’aria, con le zampe a stivale di piuma, mosse a scatti nervosi.
Neanche quelli gozzuti e dondolanti, lunghi di collo a corolla, nella stagione degli amori.
I piccioni torraioli nemmeno ricordano la gentilezza di certe colombine bianche bianche che indugiano sui loro passi per guardarsi intorno. Son piccioni quasi di terra, loro, con colori d’autunno e di nebbia.
Le zampe storte.
Camminano come i vecchi: avessero le braccia, le terrebbero dietro la schiena; portassero un maglione, l’avrebbero col collo alto e ghignoso, che stringe e fa tirare la testa a tartaruga, per via del soffoco.
Ci stavano Volando e sua moglie, sulla torre, insieme con gli uccelli, amici e scorta per l’inverno.
Alto e sornione, lui: le mani in tasca e certi occhi chiari…
Piccola e tonda, lei: grembiule pronto ad ogni cosa.
Due piccioni, con carriola al traino: piccole fascine di Po, a bruciare su, in alto.
Nel giro dalla piazza al fiume, in fila indiana, uno davanti, la seconda dietro, in compagnia della ligéra, che è l’arte del vivere con poco, di un orto preso in prestito a stagione.
Sulla torre, più vicini al vento, lei riparava ombrelli, lui, con l’ago, passava filo in un chicco di granturco: collane di esche per piccioni, sui merli della torre.
Sapeva aspettare che il grano viaggiasse nello stomaco, per tirare piano: “Ci vuole occhio”-diceva. ” E pasiensa“-aggiungeva lei.
D’inverno, con la stufa intubata verso una finestra, tagliavano la latta raccolta nell’estate, quella delle scatole grandi dei pomodori. Ne uscivano stelle e galline, mobili su bastoncini: girandole da vento, per chiamare la primavera.
E nessuno ricorda bene chi volò via per primo

La vecchia dello stallo

Qui da noi c’era una vecchia minuta, dai modi gentili: capelli raccolti con l’onda, incarnato di cera giallina, caviglie un po’ grosse. Mai un tono più alto, mai una nota nervosa o una parola di troppo.
Restava padrona della casa dell’angolo e signora del muro che costeggiava la strada, con gli anelli di ferro scurito.
Le pietre grigie cintavano uno spazio di bocche scure e sterrate, tettoie aperte e antri senza porte. Chè un il marito, lì, dentro e fuori, ospitava come si deve carrozze, cavalli e carretti. In odore di cuoio, di corda e di fieno.

Ma il tempo che passa si mangia cose e persone.

La vecchia minuta reggeva, in deboli solitudini.
Ora, il giorno di mercato, camicetta bianca con spilla sul petto, davanti al portone apriva un banchetto: scatola di ferro, biscotti osvego, come scrigno di numeri.
Ospitava biciclette, nel vecchio stallo, senza più carrozze, cavalli e carretti. Senza più signori e contadini col cappello.
Biciclette.
Con bella maniera, ordinata e pensosa, da guardarobiera dell’Opera, le prendeva in consegna, decideva sicura uno spazio, legava con lo spago un numero al manubrio, e in perfetto italiano diceva : consegna prima dell’una, altrimenti…e le mani disegnavano un segno imperioso e assoluto, solfeggio di perfetta regia.

Chè si è regine di dentro.
E i modi restano.
Anche in mezzo alle ortiche.