Ricorsi

Che il viaggio dovesse avere fine stava scritto sul palmo delle cose. Già nell’inizio: un cadere dall’alto, come foglia o piuma, quasi un distacco acerbo di materia, cedevole alla forma e viva.

(Il nascere ha impronte molli e dure, da conservare e da restituire, nel cerchio dei ritorni)

La forza era arrivata piano, forse chiamata dagli ostacoli del viaggio: tutta l’energia ceduta al movimento. Vigore che prima striscia e slitta, rotola anche, poi si gonfia e diventa passo e salto e corsa, un irradiarsi verso direzioni ignote persino all’orizzonte.

(Un corpo si fa, lungo il percorso: cresce, prende e dà, è specchio della vita ai bordi, nel rinsaldarsi di certezze e modi)

C’era stata, sì, qualche sosta pigra, qualche dolcezza d’indugio o d’incertezza, un asciugarsi ai soli dell’estate, quando i pomeriggi impastano il silenzio e le cose si fanno di un colore asciutto, sagome di cartone col piede ripiegato. E c’erano state ore di tumulto, quelle col cuore che pare straripare, sotto cieli scoppiati in bolle d’acqua grossa. Niente pare linea di confine o margine sicuro. Neppure era mancato il latte della nebbia, la voglia di sparire o svaporare, come possono i ricordi o i fumi della sera, per riprendere speranza e decisione: così l’andare si era fatto piano e risoluto, un procedere senza più paura, nel disegno che muta di percorso e accoglie la svolta, l’inciampo, il gorgo.

(Pienezza a dare senso al tempo e scaglie diverse a decidere l’intero: niente di inutile arriva nella vita, foss’anche l’inarcarsi di un airone)

E poi.

E poi fu uno sgarzarsi dalle rive: slargarsi d’un tratto in un respiro capace di assorbire il cielo, slentarsi da una stretta forte che di colpo perde resistenza. Sentire due braccia d’argine che non tengono e si sciolgono, morbide, fino a scomparire. Fermarsi, allora, in un rito di lentezza, infiacchirsi per cedere la terra accumulata, l’eco di isole e di pioppi, di sponde accompagnate, di tronchi al galoppo di corrente, di argille liquide e ristagni: un pegno della vita precedente, in forma di tomboli e barene.

Per cancellare  regole e  divieti.

Per scucire il letto, aprirlo alle sabbie e alle conchiglie.

A memoria del corpo, solo il gioco d’eterna seduzione: il fiume tese una mano, terracqua che si allunga in unghie azzurre, per tentare il mare e lasciarsi prendere. Sogno e vertigine di un abbraccio antico. L’asprezza di ciottoli e di tife, di rovi e di spuntoni, lisciata onda su onda, dentro quel grembo. Le strida dei gabbiani ora lontane.

(Finire, dunque, e capire l’orizzonte, fino a lambirlo con tiepide intrusioni)

 

 

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La Nivez di Spagna

Qui da noi c’è un sogno senza età, che ormai cammina assieme alla persona.
Si fanno buona compagnia.
Non importa se le spalle di supporto hanno perso senz’altro floridezza e poco hanno memoria di passati splendori.
E’ un innocente sogno un po’ spagnolo, di affabile signora d’altri tempi.
Suggerito dal nome, che taglia l’aria, in fondo, con coda sibilante.
Annunciato dal rosso delle labbra, dal guizzo dell’occhio ben segnato.
Poi coltivato come un vizio fino, nei capelli. Blu-corvini, incuranti del cenno bianco e contrariato delle tempie. Un ricciolo che scende a tradimento.

Ora il sogno si è accampato.
Ha preso casa fissa e se la sta arredando. In forma di vestito. Con le balze. A strati fitti fitti e colorati. Molto.

L’ho visto affiorare stamattina, rosso, dall’orlo di un cappotto, mentre pioveva grigio.
Un sogno sorridente con l’ombrello.
A ridare una speranza tutta à pois.

Saper invecchiare così, con un paio di nacchere nascoste nella tasca.

 

Torre

La torre ha grosse aquile arcigne, sulla facciata, ma ha la testa piena di piccioni.
Non quelli che si danno dell’aria, con le zampe a stivale di piuma, mosse a scatti nervosi.
Neanche quelli gozzuti e dondolanti, lunghi di collo a corolla, nella stagione degli amori.
I piccioni torraioli nemmeno ricordano la gentilezza di certe colombine bianche bianche che indugiano sui loro passi per guardarsi intorno. Son piccioni quasi di terra, loro, con colori d’autunno e di nebbia.
Le zampe storte.
Camminano come i vecchi: avessero le braccia, le terrebbero dietro la schiena; portassero un maglione, l’avrebbero col collo alto e ghignoso, che stringe e fa tirare la testa a tartaruga, per via del soffoco.
Ci stavano Volando e sua moglie, sulla torre, insieme con gli uccelli, amici e scorta per l’inverno.
Alto e sornione, lui: le mani in tasca e certi occhi chiari…
Piccola e tonda, lei: grembiule pronto ad ogni cosa.
Due piccioni, con carriola al traino: piccole fascine di Po, a bruciare su, in alto.
Nel giro dalla piazza al fiume, in fila indiana, uno davanti, la seconda dietro, in compagnia della ligéra, che è l’arte del vivere con poco, di un orto preso in prestito a stagione.
Sulla torre, più vicini al vento, lei riparava ombrelli, lui, con l’ago, passava filo in un chicco di granturco: collane di esche per piccioni, sui merli della torre.
Sapeva aspettare che il grano viaggiasse nello stomaco, per tirare piano: “Ci vuole occhio”-diceva. ” E pasiensa“-aggiungeva lei.
D’inverno, con la stufa intubata verso una finestra, tagliavano la latta raccolta nell’estate, quella delle scatole grandi dei pomodori. Ne uscivano stelle e galline, mobili su bastoncini: girandole da vento, per chiamare la primavera.
E nessuno ricorda bene chi volò via per primo

La vecchia dello stallo

Qui da noi c’era una vecchia minuta, dai modi gentili: capelli raccolti con l’onda, incarnato di cera giallina, caviglie un po’ grosse. Mai un tono più alto, mai una nota nervosa o una parola di troppo.
Restava padrona della casa dell’angolo e signora del muro che costeggiava la strada, con gli anelli di ferro scurito.
Le pietre grigie cintavano uno spazio di bocche scure e sterrate, tettoie aperte e antri senza porte. Chè un il marito, lì, dentro e fuori, ospitava come si deve carrozze, cavalli e carretti. In odore di cuoio, di corda e di fieno.

Ma il tempo che passa si mangia cose e persone.

La vecchia minuta reggeva, in deboli solitudini.
Ora, il giorno di mercato, camicetta bianca con spilla sul petto, davanti al portone apriva un banchetto: scatola di ferro, biscotti osvego, come scrigno di numeri.
Ospitava biciclette, nel vecchio stallo, senza più carrozze, cavalli e carretti. Senza più signori e contadini col cappello.
Biciclette.
Con bella maniera, ordinata e pensosa, da guardarobiera dell’Opera, le prendeva in consegna, decideva sicura uno spazio, legava con lo spago un numero al manubrio, e in perfetto italiano diceva : consegna prima dell’una, altrimenti…e le mani disegnavano un segno imperioso e assoluto, solfeggio di perfetta regia.

Chè si è regine di dentro.
E i modi restano.
Anche in mezzo alle ortiche.

 

La donna con il nome strano

Qui da noi, una volta, c’erano magrezze asciugate, quelle che spuntano ossute dalle spalle, prepotenti: non tengono la carne e neppure le lane. La pelle,  senza pieni, solo asseconda fosse, lunghe, alla radice del collo.
Vecchie magrezze sposate con il nero, di grembiuli e di gonne sovrapposte, lo scialle incrociato sulla schiena, a cancellare il seno.
Le calze spesse, anche d’estate.
Così era la donna con il nome strano.
Nessuno le aveva  mai visto il petto: i gomiti piantati nel costato a difendere o a nascondere, chissà.
Nessuno l’aveva mai vista mangiare. Non una pesca nelle giornate calde, la pesca che canta nella gola, sciroppando liscia liscia. Non una castagna che brucia fra le mani e inganna il primo gelo.
Era una mosca scura, con la testa aguzza, le ali aperte a spingere il carretto.

Ci sono mestieri  che chiedono le dita e corrono agili dietro al chiacchierino, inventano nodi, han confidenza con le cose fine: vivono d’ago, filo e pensieri bianchi.
Ci sono mestieri che chiedono le braccia: ne cercano le vene, ne vogliono i cordoni, ne succhiano la carne che non c’è.
La donna con il nome strano lavorava di braccia come un uomo.
Spostava casse su e giù dalla corriera, fra casa e casa guidava transiti di mobili e stufe, di quadri grondanti cristi e croci, di sacchi di terra per le dalie.
Ad ogni giro con il carrettino perdeva un po’ di donna, piallata come un legno.
Ma a chiederle del figlio… A chiederle del figlio si fermava, la bocca solo un po’ rotonda come in un bacio imploso.
-Sta beeeene sta beeeene – diceva con tante ‘e’ fresche di paradiso –  Lu l’è ‘l me cor, al me cor..
E si lisciava il petto col palmo della mano.
Ci sentivi il latte e un miele antico.

Caleidoscopi

Ci sono giorni di colori e densità diverse.
A volte mi sveglio col ghiaccio di certi stringimenti d’anima, che nascono da paure naviganti e spumose: quelle che durante la notte non se ne vanno, battono e ribattono.
Ti aspettano, quasi ti salutano, la mattina.
Piccoli condor da comodino.
Così, per il ghiaccio interiore, è un attimo diventare mattone: metamorfosi domestica e senza pretese.
Il mattone, opaco e corposo, sa dove andare: si colloca fra te e il mondo.
A fare il salto del mattone, pensieri e speranze si stancano subito e allora restano lì, in esilio: ciondolano.
Potendo, si prenderebbero un diversivo, invece macché.
Sul mattone c’è poca vita: stanno lì, aspettando una svolta del destino.
Il bianco grigiolino del ghiaccio interiore si sfilaccia in una tinta ibrida, screziata in tortora, che non è il colore della vita, è il colore della vivenza, quella che perde tutte le preposizioni. Modello basic.
Poi, si va.
Intanto il sole si commuove e saluta, freddo ma presente. E non è poco.
Vagamente cominci a pensare che è più economico lasciare da parte gli universi irritati inquinati intristiti: meglio farsi prendere dalle cose da fare.
Sposti il mattone e affronti l’arena.
Lì prevale il rosso, che accompagna equamente emozioni e ortiche trattenute, agitazioni da timidezze cementanti e sanissimi istinti di soppressione. Il rosso ha i toni aranciati del fuoco ma sa incupirsi e diventare violaceo.
Poi, torni.
E quando torni dal mondo, niente è mai come prima.
Le paure sono in pausa pranzo, i sacri furori (che convivono con gli alti doveri) escono un attimo.
Hai bisogno di trasparenze azzurre, come sanno fare certi vetri che conservano la memoria dell’acqua. Cerchi aquiloni di musica e di parole: ti acquieti sulle tinte della stanchezza buona, che non è spossatezza ma misura del già fatto.
E’ questo approdo l’indizio. Se cambiano i colori nel gioco delle biglie della giornata, un motivo ci sarà.
Io credo di avere capito: ci hanno inserito nel Segreto Caleidoscopio Galattico.
Siamo i vetrini colorati, i chicchi di melagrana, che ruotano sul piano opaco, a formare meravigliose figure sempre uguali, sempre diverse, combinazioni multiple e cangianti : architetture senza persistenza.
Siamo tracce di colore in movimento.
Ci muovono, ci cambiano, ci sbattono, ci spingono, ci trattengono, ci sfumano, in un vorticare senza fine, per la gioia di qualcuno. Simmetrie di specchi e di destini incrociati.
Ad ogni gentile rotazione del Caleidoscopio, noi urtiamo dolorosamente contro le pareti del mondo.
Hanno previsto ogni cosa.
“Soffre, signora? Rigidità alla spalla? …Artrosi…”.

ps) è bello tornare:)

La Rosa

Che il lavoro di mio padre lievitasse in spazi impropri, inghiottisse la casa, invadesse i pensieri, il tempo e le energie era una certezza.
Il campanello d’ingresso suonava a ore strane e onde larghe d’umanità finivano in salotto: presenze corpose o sottiline, di durata alterna.
A metà fra ‘l prete e ‘l maresciallo, con l’anima del giusto di campagna, mio padre assorbiva ogni giorno proteste e preghiere: rotolavano da noi, crespe di vergogna, nella stanza porto di mare che dava sulla strada.
Cose della vita. Insegnavano a non chiedere e a non stupire.

La Rosa miamamma ne raccoglieva un’involontaria schiuma, fra una tazza di caffè o un vermouthino, ché davvero non si poteva lasciar nessuno lì, con il magone, sul vimini intrecciato di  poltrone scomode  .
E lei, allora, avanti e indietro fra cucina e luogo dell’attesa, a tirar su lamenti e a offrire sedie, anche alla vedova, che rifiutava e rifiutava, per svelare alla fine: meglio restare in piedi, ché il suo compagno proprio col culo sulla stufa accesa l’aveva messa a sedere. Perché tacesse. Ecco. Se il sindaco poteva far qualcosa…
Camminavano storie di varia umanità.
Qualcuno chiedeva per le medicine, quelle che venivano da via: un prestito piccolino o una parola buona al farmacista.
E per scrivere una lettera al prefetto. Si poteva? E al figlio che stava a Milano? E alla Montecatini per avere il posto? Le classi di scuola così basse…
Poi c’erano le centocinquanta giornate, in campagna: non venivano, non venivano mai, e sul libretto in bottega non si segnava più. Non c’era un po’ d’erba da tagliare ai fossi?
Vero che in Russia gli occhiali li tiravan gratis, a tutti, e anche la dentiera? Se non si era rossi dentro, li davano lo stesso? Telefonando…

La Rosa miamamma ascoltava, ascoltava. Come confessare al chierichetto, far le prove in brutta. Con la Rosa non c’era la paura: un poco sorrideva, un poco consolava. Anche correggeva.
Dopo, dicevano, se tutto andava bene, per il sindaco c’erano le uova e la gallina, da portare fino a casa… Allora, la Rosa, tutta accesa, scongiurava: per carità, guai, neanche dirlo, perché a Gigi suomarito neppure un “grazie, per adesso” si poteva regalare : “per adesso” era già un’offesa e lo sapevan tutti del volo del salame sulla testa dell’agrario, latore d’indesiderata regalia.

Poi venne il vecchio.
Il vecchio fu un’altra cosa.
Muto, grigio, col tabarro pencolante, quello dell’ospizio.
Seduto in punta di sedia. A mezzogiorno.
Guardava solo le sue scarpe e pareva avere freddo.
Il salotto non era riscaldato: non eran più tempi di Warm Morning sempre accesa, coi suoi carboni diavoli. Sembrava tiepido solo a venir da fuori, ma a starci, a starci il frigido del pavimento saliva per le gambe.
“Venga qui in cucina che c’è caldo”- la Rosa non sapeva lasciare al freddo neanche gli anatrini, figuriamoci un vecchio che tremava.
“Ma lo sa che ha proprio brutta cera? Ah, è il mal di testa…”-il vecchio si toccava la fronte e stava zitto. “Lo vuole un bel Mindol? Dopo poi sta bene…”
Il vecchio disse sì e lo bevve con una tazza di brodo.
Poi rovesciò gli occhi.
Quieto.
Fermo.
Il bambino canterellava “la pancia non c’è più, la pancia non c’è più” come aveva sentito a Carosello, senza accorgersi di niente. La Rosa miamamma tutta un tremore: sulla guida a cercare l’ospedale. A dire: il brodo, oh dio, il Mindol.
Io a guardare quella faccia grigia.
A capire che il dolore ti prende all’improvviso, in un vecchio senza nome: è nausea e saliva ferma in bocca.

Si andò con mio padre all’ospedale, a piedi.
Dietro l’ambulanza.
Non era morto, il vecchio, ma non parlò mai più.
Non si seppe che storia aveva in testa, che preghiera o bestemmia lo aveva portato a casa nostra, nella sua vita sola.
Durò ancora, tanto tempo. Lo si andava a salutare coi biscotti, al ricovero dell’ospedale vecchio.
Prendeva con la sua mano d’osso la mano della Rosa miamamma.
E stava lì.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La bambina del treno

Mare.
La bambina doveva andare al mare.
Il dottore aveva detto che proprio bisognava: la tosse poteva peggiorare e le ossa chiedevano del sole ché parevano fatte con la cera. Un sole mica di campagna, con l’umido che resta sulla pelle: un sole che sa di vento e sale.
Bisognava, proprio bisognava.
Il posto c’era, là nella colonia: il dottore aveva insistito con le suore. Era uscito un sì di malagrazia, ma solo perché Sesto tagliava il rosaio della siepe, dopo l’inverno.
(Almeno vederla in chiesa, la bambina, qualche volta. Eh, in chiesa. Giusto ai funerali.
C’era un bel tempo per portarla in chiesa. Alle sei si era di trotto, a fare le giornate: persino a batter canapa nel macero, che non c’è fatica al mondo grossa uguale, no)

La Dilma era rabbiosa. Come quei cani che stanno alla catena e l’acqua è un po’ più in là. E non c’è verso. Neanche a tirarsi il collo.
Al mare servivano le cose: grembiuli leggeri, un costume, magari fatto a ferri, a maglie fitte fitte. La sera si poteva fare. Questo sì. Ma c’era da comprare un po’ di biancheria e cucire i numeri di dentro. E mettere la piccola sul treno, ché, gli altri, erano già partiti. Da andare fino a Ferrara.

La bambina si guardò intorno: il biglietto stretto nella mano, la valigia nella rete, sopra la sua testa, la carta dell’Italia con tutte le regioni, sul fianco del vagone. Scuro, col portellone che si chiudeva truce: uno schiaffo di ferro.
E la busta dei soldi, in tasca, perché non si sa mai.
-Guarda di portarli indietro tutti, aveva detto sua mamma
E la bambina – Sì.

La campagna correva davanti al finestrino. Il gioco era aspettare il colpo sghembo, un nodo lì, sulla rotaia o una curva ribalda all’improvviso, e sbattere qua e là: veniva voglia di accompagnare la scossa con i fianchi e ridere di dentro.
Però.
Il caldo, il giallo, il finestrino chiuso facevano venire una gran sete.
Passava il ragazzo con il secchio: le bottiglie ficcate dentro il ghiaccio. Aranciate con le gocce in corsa lungo il collo. Dovevano essere gelate. Lo diceva, il ragazzo, con grido modulato, ogni volta che passava in corridoio.
La bambina gli teneva dietro, con occhi innamorati di quel fresco, ma i soldi dovevano restare nella busta.

Il treno si fermò: il ragazzo lasciò il secchio lungo il corridoio, chiamato all’uscita da una voce.
La bambina fu svelta come non sapeva: la bottiglietta nascosta dritta, fra la schiena e il dorso del sedile. In un fermo egizio.

Tutto riprese, quasi come prima: tre vecchie dentro lo scompartimento, davanti a lei, quasi un tribunale, a parlare in italiano bello. La bottiglia a fare freddo fra le ossa, e la carne, intanto, già incantata. La sete a cementar la gola, con la parola ladra di traverso.
Il ragazzo passava e ripassava col suo secchio e col suo grido: a ogni giro la paura rospa saliva su dal basso e si gonfiava, quasi il respiro fosse la sua pompa e tutto il corpo cuore.
La bambina avrebbe voluto scappar via, ma l’aranciata si era fatta un nido di ghiaccio e di rimorsi, sulla schiena, e la teneva stretta.

Scese per ultima, dopo la vecchia che le aveva calato la valigia.
La bottiglia intatta sul sedile. L’ombra bagnata sulla schiena. La suora ad aspettarla sul binario.
-Sei sudata, le disse.

Orli sottili

La mattina non arriva mai uguale.
Ha il suo modo di salutare.
E io il mio.
So spostare le lenzuola piano, quando mi sveglio.
So scendere senza fare rumore, scegliere la tazza grande e sottile e aspettare, insieme al caffè, la mattina che viene.
Ha da essere sottile l’orlo della tazza. Un guscio. Poggiato al labbro, è il primo contatto tiepido della giornata: un differire il piacere del sorso con un altro piacere che rassicura.

Fuori c’è un fresco che chiama la pelle e un ridacchiare acido di tortore dal becco debole.
E’ in fondo solo un filo di bava a dire di lumache notturne, sui piastroni a sassi grigi del terrazzo: lumachine rampicanti che lasciano la fatica di tracce in salita, sulle foglie dei fior di vetro.
A seguirle, ne esce la mappa di un viaggio fatto di sbandate e improvvisi amori.
(La panca scura racconta di un incontro e di una separazione: due scie divergenti, una dritta e impettita, senza ripensamenti, l’altra ondivaga e incerta, che gorgoglia in tondo e sparisce dietro la peonia)

Una cucchiaiata di terra smossa e raspata tradisce il passaggio di un merlo nervoso.
Non lascia niente al suo posto. Cerca e cerca e poi si lascia ingannare da una stagnola.
Fosse un umano, sarebbe l’Ulisse di Pavese…due scarponi infangati, nel mattino azzurro sulle piogge di un mese.
Una piuma di civetta, nel varco del glicine: altri transiti leggeri, dunque, altri prestiti solo pensati nel buio.

Piace la mattina, prima del mio andare, gonfia dei segreti della notte, che ancora contiene.
Piace la mattina, prima del mio andare.
Orlo sottile del giorno.

L’anno dei passamontagna gialli

In effetti quello fu l’anno dei passamontagna gialli.
L’inverno di mio padre lontano.
In Sicilia.
Io grande a metà.
Mia madre grande a metà, più un pezzettino.
Mio fratello piccolo e basta.

Faceva freddo. Molto freddo. Specie al piano di sopra, nelle camere da letto, dove l’odore
dell’umido va via solo a primavera, insieme alla naftalina sbriciolata.
Per questo, la sera, la Rosa miamamma fingeva il gioco delle partenze.
Si doveva comunque andare a letto e la rampa di scale diventava lo spartiacque fra la casa da giorno, tiepida e lucida, sempre con la stufa a lingua di cane, e la casa da notte, gelida di spifferi, calda solo sotto le coperte, dove la padellina con le braci, dentro a una nicchia di legno, scottava le lenzuola e le cuoceva di un odore di pane.
Mica si poteva rischiare la traversata delle scale al freddo.
No no.
E poi il bambino aveva una cera da schifo, pallido e con la tosse.
Allora miamamma metteva al bambino un passamontagna di lana gialla e, per vincere le sue resistenze, lo metteva pure lei.
Io no: meglio la morte. Meglio assiderata coi ghiaccioli. Meglio la brina sui capelli.
Il passamontagna mai.
Però mi divertivo, sadica, a vedere la coppia in partenza per i piani alti: brutti tutti e due, con quelle testine da uovo sodo…
Alla fine si rideva insieme, perché non si può stare seri se si calza un passamontagna giallo per andare a letto, e si finiva per cantare “La mooontanaaaaraaaaa ueeeeeeeeeee….” salendo le scale con gran rumore, tre bambini nella casa grande.

L’inverno mollò un attimo.
Fu allora che la fase creativa della Rosa miamamma conobbe una sola parola: cretonne.
Inquietante stoffetta fiorita.
Con la furia delle sue decisioni rapide, con l’istinto del tappezziere, la Rosa rivestì le testiere dei letti e ricoprì gli sgabelli e le poltrone, pure aggredì le ante degli armadi con certe tendine arricciate, niente imbottitura con le puntine a capocchia, no, quella richiedeva una precisione geometrica, estranea a casa mia: solo tendine arricciate.
Senza il mio aiuto, naturalmente, perché i giri del pomeriggio mi tenevano fuori casa, ormai, sospesa come un galleggiante di sughero in un’acqua nuova.
Lontana anni luce dalla fatica della Rosa, insofferente del bambino.
Io avevo i ragazzi da guardare e incantamenti da consumare, poi, da sola nella stanza bomboniera, dove mi imbucavo come una cartolina, appena potevo, a mettere ordine nei nomi e nei volti della giornata, a rivedere a moviola le scene belle, a cercare nelle poesie le parole che avrei voluto.
Dire e Ascoltare.
Adesso ero io ad essere accompagnata a casa con certi corteggiamenti di manubrio, magiche impennate sulla ruota davanti …e “domani cosa fai”,“ non verresti domenica al carnevale” e “in gita ti siedi con me…”.
C’era da essere sempre fuori.
In casa c’era solo da provare, davanti allo specchio del bagno, risposte e capelli.
La casa non aveva più muri sirena.
Meglio il giardino, dove si poteva chiacchierare fitto, sotto il pruno rosa, con le ragazze, e pure scrivere lettere collettive di risposta ai primi biglietti d’amore, quando cominciare con “Caro Marco” faceva troppo banale, “Marco caro” troppo innamorato, alla Grand Hotel, “Marco tesoro” troppo peccaminoso. Meglio “Marco, ciao…”, sì, molto meglio.

Mio padre tornò e trovò la casa imbozzolata di cretonne, la Rosa miamamma con gli occhi fieri, il bambino cresciuto e, al mio posto, un tema dove parlavo di un’amica del cuore.
“Coi pantaloni” – disse mio padre, leggendolo.
E appoggiò al muro il ramo di mandarini che aveva portato per me, in treno, da Catania.