La mano del morto

La mano del morto

Già appariva sinistro quel raggio di luce contorto, uscito dal rammendo di una vecchia tendina, appesa alla finestra laterale. Sembrava una biscia fuori posto, intenta a interrompere l’umida penombra della stanza, con la sua corsa obliqua, trafitta da un pulviscolo elusivo. Una tovaglia grezza, ancora odorosa di bucato, velava lo specchio sul fondo, sovrastante la rustica credenza. Allora ero un bambino e non sapevo che – riflessa in uno specchio – avrebbe perso la capacità di viaggiare l’anima di un morto. La superficie lucida l’avrebbe imprigionata per sempre, togliendole il potere, anzi il diritto, di volare alto. Anche per questo, mia nonna, teneva alla cintura una bella chiave vecchia, con l’asta e l’occhiello lavorati. Come sarebbe stato possibile aprire la porta del paradiso senza quel prezioso attrezzo?
Era il mio primo incontro col mistero della morte quello che mi attendeva in quella stanza, quasi sempre chiusa (la camera dell’ottomana, un rigido sofà di velluto scuro, scomodissimo, ma prezioso perché era appartenuto alla nonna della nonna), dove si conservavano gelosamente i bicchieri non spaiati e un servizio di tazze da caffè, avvolto nella velina, da usare solo il giorno di Natale, per le feste grandi, battesimi, fidanzamenti e funerali.
Sì, avevo visto tirare il collo alle galline, avevo udito l’urlo straziante del maiale sgozzato dal norcino, avevo pianto per la morte del mio cane, un affettuoso meticcio, mio compagno di giochi, ma quella era la fine di animali, l’essere umano era un’altra cosa, o almeno così credevo, nella mia ingenuità di bambino.
Adagiato nella bara aperta, al centro della stanza, c’era il corpo del nonno, morto mentre sonnecchiava seduto all’ombra del noce, come usava fare tutti i pomeriggi, prima di riprendere il lavoro. Chiamava un “passacuore” questo suo breve, meritatissimo lusso. E il cuore l’aveva preso in parola, passando verso l’Altrove, una volta per tutte. Quel corpo senza vita, aveva, ai miei occhi, un’ estraneità sorprendente. Sembrava una statua di cera, una falso del padre di mio padre, di cui ricordavo la mobilità del volto simpatico e sorridente.
Le donne, sul fondo della stanza, mormoravano preghiere.
Gli uomini stavano impalati col cappello in mano. Strano, visto che di norma, non lo toglievano mai, nemmeno seduti a tavola. I pensieri correvano rapidi dentro la mia mente persa dentro tante novità, quando il silenzio fu rotto dal pianto disperato di una bambina, trascinata a forza dalla madre, che irruppe nella stanza.
Cocciuta, la donna, segaligna, animata da una bieca “buonavolontà”, sollevava quasi da terra una bimba esile, circa mia coetanea, recalcitrante e terrorizzata dall’avventura in agguato per lei. Sfilateli gli occhiali dalla spesse lenti, quella mamma intenta al bene futuro della figlia, ha accostato la mano sollevata a forza del nonno, agli occhi malati della piccola.
Mi è parso di vedere un indimenticabile artiglio tragico, attraversato dal raggio di luce polverosa, che la finestra non smetteva di proiettare. Unna scena da film dell’orrore. Tutti i presenti erano persuasi che la vista della bambina sarebbe migliorata, dopo l’ ”applicazione terapeutica” della mano del morto.
Anni dopo, ho incontrato la ragazza per caso.
Camminava a testa bassa, recando un pesante cesto di mele appeso al braccio. Non mi fu dato di vederla in volto. Non seppi mai se il nonno fosse riuscito ad operare il miracolo. (g.g.)

Grazia Giordani

Sestetto

Sestetto

La Balilla

All’inizio degli anni Cinquanta, si pativano ancora molte restrizioni postbelliche, ma papà (ed è chiaro che mi riferisco a mio patrigno, essendo mio padre, l’Artista, morto quando avevo appena compiuto un anno d’età) era riuscito – dopo tanti anni di motocicletta – ad acquistare una balilla di seconda mano.
Nera, brillante come se fosse tirata a cera, corredata di rigorose tendine, suscitò l’invidia di amici e parenti. La vedo ancora sobbalzare nei viottoli di campagna, carica di medicinali e dei ferri chirurgici per il pronto intervento del mio amorevole babbo, medico degli animali.
A proposito del suo secondo matrimonio, l’ironica, affascinante Hena usava dire: «dalle stelle alle stalle.» In effetti, il passaggio dall’intellighenzia degli artisti bolognesi – frequentando il cenacolo del mitico Caffè San Pietro, a fianco di Guidi, Saetti, Bacchelli, Minguzzi & Compagnia – alla vita piatta e agreste polesana, deve esser stato un colpo non da poco, per la vedova rimaritata.
Insomma, ritorniamo alla balilla.
Notoriamente, papà – pur amandomi molto – era un distratto, quindi mamma mi affidava malvolentieri alle sue cure, soprattutto da quando mi aveva dimenticata in un caffè veronese, consolata da un solerte cameriere che aveva telefonato a casa per il mio recupero. Quindi, Hena cedette controvoglia alle insistenze paterne di portarmi con sé in campagna a far le visite agli animali, inaugurando così l’automobile.
Era una mattinata piovosa. Papà guidava piano, canterellando stonato. Tenevo stretta in seno la mia bambola prediletta, la mia confidente. Mamma rimase a casa perché era impegnata in cucina: aspettavamo gente a pranzo. L’auto fu parcheggiata vicino a un grande fossato. Non volevo scendere, preferendo i dialoghi confidenziali con la mia bambola, all’approccio con gli animali: oche soffianti, scrofe grugnenti, mucche e cavalli rumorosamente defecanti; oltre alla pressione dei contadini che insistevano per farmi bere un “gotesato de vin”.
Fortunatamente, non l’ebbi vinta e fui costretta a scendere.
Finite le visite – questa volta si trattò della nascita di un delizioso vitellino – fummo colti dall’amara sorpresa della sparizione dell’auto. Della balilla si vedeva a malapena il tetto affiorare dall’acqua limacciosa del fossato. Evidentemente, papà non l’aveva lasciata in marcia, o non so quale altra distrazione avesse commesso. Ci vollero quattro buoi per recuperarla, grondante d’acqua, ma ancora rombante e dispostissima a riportarci a casa.

Zita Zitoška

Capelli corvini stretti dentro una treccia che le imprigionava la testa, abiti lunghi alla caviglia, viso perennemente corrucciato, pronuncia dura: questa era Zita Zitoška, la profuga croata che – per qualche mese – collaborò alle faccende di casa, quando ero bambina. Mia madre – pur non avendo simpatia per lei – non aveva il coraggio di licenziarla, viste le sue precarie condizioni di donna sola, senza patria e senza parenti, ma era infastidita dai suoi modi “slavi” e dalla sua mania per le pulizie.
Anche a me sembrava strana quando dava di piglio a ranno e spazzola, gettandosi ginocchioni sotto la tavola durante il pranzo.
(mia madre) «Zita, ma lei non mangia? Suvvia, laverà il pavimento dopo, più tardi…»
«Non posso mangiare se il pavimento non è perfetto.»
(mio padre) «Hena, lasciala fare, che male c’è se ama tanto la pulizia?»
Mi piacevano le palacinke, frittatine dolci che preparava solo per me, ripiene di marmellata, e che mi consegnava furtivamente, come se fosse un segreto fra noi.
Quando mi alzavo, il mattino, invece di salutarmi, come avevano sempre fatto le ragazze o donne che l’avevano preceduta con gli stessi incarichi domestici, mi si avvicinava, piena di mistero e mi sussurrava: «Hai fatto le cacche?»
Se l’attesa evacuazione non era avvenuta, provavo un vago senso di colpa, come se mancassi ad un dovere, continuando a provare meraviglia per quel plurale.
«Perché le cacche? – chiedevo a mia madre.»
«Loro sono slavi e le faranno doppie…»
Una mattina, all’alba, è scomparsa.
Nessuno di noi l’ha vista preparar valigie,
Semplicemente, se n’è andata.
Sul tavolo di cucina c’era, per me, l’ultimo vassoietto di palacinke.

Ma mi…

«Ma mi no so parché el gapia da verghe sempre chel muso ingrugà, chela facia triste – ma io non so perché debba avere sempre quel muso rabbuiato, quella faccia triste…» Questo era, spesso, l’esordio dei discorsi dell’Assunta, una simpatica donna che – da anni – ci aiutava nelle faccende di casa, quando ero ancora bambina.
L’immusonito di cui si lamentava era il marito, detto, sempre stando ai discorsi della consorte, el rodolfovalentinodelecasete (il Rodolfo Valentino delle “Casette”). E le Casette erano, appunto, un agglomerato di case popolari molto scalcinate, dove viveva questa povera famiglia.
L’ingrugnato, oltre a “rodolfovalentinare” e a lamentarsi, ora vedremo di cosa, faceva, occasionalmente, il falegname o il muratore, penso maluccio, tanto per tirare avanti.
«Perché suo marito è sempre così scontento? – chiedeva mia madre.
«El xe n’incontentabile – E’ un incontentabile» – rispondeva l’Assunta, asciugandosi le mani nel grembiule, mentre risciacquava i piatti.
«A xe a causa de le do fiole più grandi – E’ a causa delle due figlie maggiori. Le laora col suo. No le porta via gnente a nissuni, anzi i la dà; le laora al querto e le xe sempre controlà da le visite mediche. – Lavorano con i loro mezzi. Non portano via niente a nessuno, anzi la danno; lavorano al coperto e sono sempre controllate dalle visite mediche.»
Ancora la legge Merlin non aveva posto rimedio a queste situazioni.
In casa nostra si erano create due scuole di pensiero: mia madre parteggiava per l’immalinconito consorte, preoccupato per il destino delle due figlie, avviate alla più antica professione del mondo, mentre mio padre ammirava il serafico carattere dell’Assunta che, in ogni circostanza della vita, sapeva vedere qualcosa di buono.

La gaffe

Già conoscete l’attitudine di papà – del mio secondo padre, intendo, essendo rimasta orfana dell’Artista quando avevo un solo anno d’età – alla distrazione, alla svagatezza. E chi è distratto, è giocoforza che sia anche gaffeur, sissignori, perché l’essere altrove col pensiero, fa sì che si dicano cose improprie.
Raccontava lui stesso, con dolore, che all’epoca del Ventennio, invitato a cena da un’aristocratica fiorentina che gli piaceva tanto, elegante e raffinata tipo Grace Kelly, nel bel mezzo dei convenevoli, gli saltò in mente, tanto per dire qualcosa, di lodare Mussolini – eravamo nel 1938 – credendo di rendersi gradito a chi lo ospitava. Non si era ancora al dessert, e l’aristocratica madre dell’aristocratica figlia, rivolgendosi al maggiordomo, improvvisamente disse:
«Battista, sono certa che il dottore, desidera andarsene e vuol essere accompagnato alla porta…»
E lui che non capiva questa improvvisa freddezza e la nuova piega della serata:
«Ma no, signora, non ho fretta…» E lei che insisteva: «Sono certa che si vuole accomiatare…»
Uscì da quella casa, molto perplesso, e ci assicurò che, leggendo il cognome LEVI sulla targhetta del campanello, avrebbe voluto sprofondare
Suppongo lo sapesse già, ma lo aveva dimenticato.
Questa è stata la gaffe più amara.
Quella più buffa gli è capitata dove viviamo.
Ero con lui in un caffè del centro.
Entrò un signore che gli parve nuovo, quello che i veneti direbbero foresto.
Gli si avvicinò e cominciò ad intervistarlo: «Da dove viene, cosa fa, ecc.»
Le risposte erano gentili.
Saputo il paese di provenienza, il papà esclamò: «Lo conosco bene, ci vado sempre, perché mi piace prendere il caffè nel bar centrale, servito da quella donna con la lunga barba, detta Garibaldi.»
«Sì, lo so bene è mia moglie.» – rispose il rassegnato marito di quella stranissima signora fornita di un generoso onor del mento.
Per un attimo, respirai gelo, ma il papà se la cavò rispondendo, senza imbarazzo:
«Comunque, bella donna, anche se un po’ pelosa…»

La libreria

«Non comperate altri libri, anche perché non ne posso più di acquistare nuovi mobili per riporli!» – suona alta la voce di mio marito, rivolta a me e a nostro figlio.
E non sapremmo come dargli torto.
Ma non possiamo resistere.
Madre e figlio siamo drogati della carta stampata.
La pagina scritta è il nostro hascisc e la nostra cocaina; ne assumiamo dosi massive e non siamo mai sazi. Del resto, ognuno ha i suoi vizi. Ci vuole indulgenza, suvvia!
Il figlio legge, per lavoro, testi giuridici, ma quando è a casa, negli intervalli in cui non suona il pianoforte (sua altra divorante passione!) legge soprattutto di politica, storia e filosofia. Si rilassa così. Quanto a me, sono onnivora, anche se l’età, ormai più invernale che primaverile, mi orienta sempre più verso la saggistica.
Non contenta dei libri da recensire (che mi passa la redazione veronese) e di quelli che mi inviano alcune case editrici, per lo stesso scopo, non so trattenermi dagli acquisti, quando vedo reclamizzato qualche testo che mi piacerebbe. E, nel mio disordine, il guaio è che riacquisto talvolta gli stessi libri, perché non li trovo più, sepolti in quel mare cartaceo.
Insomma, per farla breve, ieri abbiamo acquistato altre due librerie, cercando di non fare troppo caso alla rassegnata disapprovazione del padre e consorte.
Adesso, mentre scrivo, uno dei sunnominati mobili ammicca dal fondo della parete; mi lancia, dai suoi ripiani ancora vuoti, occhiate maliziose che direi essere quasi sorrisini.
Sembra dirmi: «Lo so che non ti basta, ma non hai più muro libero, la bulimia va tenuta a bada…»
E proprio adesso, mentre avrei avuto intenzione di rispondere per le rime a questa sfacciata libreria, uno splash-pataplash mi ha tolto la parola di bocca: da quella più vecchia, la decana della collezione, quella dirimpettaia, destinata ai classici, sono zompate fuori le donne perdute della letteratura mondiale. Ho la vaga impressione che Emma (Bovary) e Anna (Karenina) non siano mai andate troppo d’accordo.
Mi sbrigo a raccoglierle e a riporle in qualche modo, magari una al piano alto e l’altra a quello basso del nuovo mobile, perché sento già aria di zuffa.
«Tu hai tradito per noia, mentre io sono caduta per Amore!» – sibila Anna nei confronti di .Emma.
E ora litigheranno anche per la collocazione nei ripiani.
Di queste prime donne, non se ne può più!!!

L’orologio

Vi è mai capitato di sbagliare cresima?
Ma, andiamo per gradi, anche perché – se avete già letto il titolo – voi potreste chiedermi: «Cosa c’entra la cresima con l’orologio?»
Mio padre, re dei distratti, aveva ricevuto l’invito a una cerimonia di cresima.
«Cosa regaliamo, Hena, al cresimando?»
«A tutti i ragazzini piacciono gli orologi.»
«Bene, allora provvedi ad acquistarne uno e che sia bello.»
Accompagnai mia madre.
Ero una bimbetta, ma ricordo ancora il suo pignolo contrattare sul prezzo, la scelta attenta, l’astuccio di raso azzurro in cui fu amorevolmente adagiato il bel padrone del tempo, oltretutto, di marca.
La domenica, vestiti a festa, ci recammo alla cerimonia.
Sentimmo subito che c’era qualcosa che non andava per il verso giusto.
Al papà sembrò di non riconoscere, fra i presenti, coloro che lo avevano invitato.
Al posto del ragazzino, c’era un’esile bimbetta, soffocata fra pizzi e veli.
Insomma, avevamo sbagliato cresima…
E, nella vita, si possono fare errori anche più grossi, questo si sa.

Grazia Giordani

 

L’incontro

L’INCONTRO

Nel mezzo di una mattinata autunnale, tipica della nostra pianura, Elvira si riempì gli occhi e i pensieri di quella bruma lattescente che le opacizzava l’anima.

Guardando fuori dalla finestra, aveva l’impressione che stracci di velo uscissero dai cespugli per andarsi ad impigliare fra i rami degli alberi, sporcandone le  ultime foglie color ocra, sollecitandole all’inevitabile caduta.

Non aveva voglia precisamente di nulla, o meglio, avrebbe desiderato un diversivo.

Compose un numero al telefono, da tempo non sentiva quella lontana amica. Per tutta risposta le giunse il gracidare di un fax; provò con il numero del fratello: solo segreteria telefonica; accese la radio: un dibattito sindacale.

Decisamente non era giornata per svagarsi, scrollandosi di dosso quel male esistenziale che spesso l’assaliva, quello spleen che vive nel profondo e punge come un ago impietoso.

Non le restava che il computer, suo imperturbabile, algido amico.

Navigò svogliatamente dentro siti d’arte che conosceva a memoria: l’Hermitage, il Louvre, il Prado, Galleria degli Uffizi. Entrò in un portale che prometteva chat, conversazione libera con sconosciuti, virtualità al massimo grado, scambio di parole nell’ombra, protetti dall’anonimato più assoluto.

Un nick, urgeva un nick, o meglio uno pseudonimo dentro cui celare la sua realtà di donna sola, anzianotta, poco propensa alle relazioni sociali.

Digitò un nom de plume mutuato da Ippolito Nievo.

Le piaceva da morire quella capricciosa Pisana, croce e delizia del troppo accondiscendente Carlino, quell’eroina bizzosa, così lontana dalle sue scelte di vita, e – forse anche per questo – così tanto adorata.

Non l’avesse mai fatto!

Un’orda di: «Son pisano anch’io, sono senese, sono aretino, son fiorentino», le gravò addosso, come un campanilistico torrente. I maschi della chat sembravano assatanati di toscanità, alla ricerca di quanto forse già avevano in casa e a letto, da lungo e troppo tempo, ormai.

Uscì, come se abbandonasse un salotto, senza congedarsi cerimoniosamente dagli ospiti, e vi rientrò con una nuova identità: adesso era Eloisa, la letteraria corrispondente epistolare di Abelardo.

Scartò subito, chiudendoli in icona, come vide prontamente che era possibile fare, quanti si presentavano con lo pseudonimo «TiScopo»o «Arrapato», capendo che da costoro non avrebbe ricavato nessuna possibilità di dialogo decente; non tenne in nessuna considerazione quanti le chiedevano se era “trans”, se era disposta a conversazioni piccanti, chiuse orecchie e cuore alle sconcezze, e – finalmente – le apparve un  archivista, colto, educato, ma pieno di fuoco e di voglia di incontri reali.

Stette al gioco, cambiando il suo “ritratto”, ovvero costruendosi una nuova identità.

Rispose con qualche voluta sgrammaticatura alle domande insistenti del partner

Sollecitata ad autodescriversi, compose uno struggente feuilleton, espresso con qualche voluta imperfezione di sintassi, diventando un’apprendista parrucchiera, povera, figlia illegittima, senza istruzione, senza parenti, “chattante” al momento, con il computer di un’amica generosa che sperava di aiutarla a sistemarsi.

In quanto al fisico, si descrisse alta, molto asciutta, un po’ piatta, capelli biondi naturali, occhi chiari, aspetto non provocante.

Così docile, timida, impaurita, questa Amalia senza attrattive, finì col provocare la curiosità del topo di biblioteca e col commuovere la sua stessa autrice.

Elvira cominciava a provare un’affezione profonda, materna, per questa creatura nata dal suo fantasioso digitare sulla tastiera.

Nel protrarsi dei dialoghi, che avvennero con maggior intensità, nei pomeriggi successivi, Giuseppe si attaccò – con desiderio di incontrarla sempre più acceso -, a questa scialba ragazza, depressa dalla sfortuna, dolcemente passiva.

Pensava che sarebbe diventato il suo pigmalione, che l’avrebbe rimodellata a suo piacere, che avrebbe ottenuto da lei – lui così inibito e poco avvenente – quello che nessuna donna gli aveva mai saputo e voluto dare.

Cominciò a chiederle l’indirizzo, a offrirle l’invio di doni o danaro.

La ragazza, inventata da Elvira, rifiutò sempre di accettarli, sommessamente, con umiltà.

Decisero un incontro.

Scelsero una piccola città a mezza via tra l’Emilia e la Toscana.

Giuseppe le diede il numero di cellulare, la via in cui si trovava il ristorante, l’orario preciso di partenza e arrivo del treno.

Avrebbe dovuto presentarsi vestita con un tailleur blu («l’unico decente che posseggo» – aveva digitato Elvira sulla tastiera -, aggiungendo qualche altro scarno particolare sul suo abbigliamento dell’incontro).

Giuseppe avrebbe recato in mano un mazzo di roselline rosse: non era possibile sbagliarsi.

Quella notte Elvira non chiuse occhio.

Che fare?

Rivelare all’archivista l’inganno?

E poi il divertimento, lo svago virtuale che si era creato sarebbe finito e lei avrebbe ritrovato tutto il grigiore del suo tran-tran a sostituire le emozioni di quei pomeriggi al computer, celando sotto Eloisa la sua Amalia inventata.

Che romanzo ne uscirebbe, pensava; che voglia di scrivere del narcisismo, della stupidità degli uomini e dell’ingenuità delle donne.

Chi ti dice che questo Giuseppe non abbia moglie e figli e che sottragga danaro alla sua famiglia e tempo al suo lavoro, “comprando”l’interesse di questa improvvida ragazza, uscita dalle mie fantasticherie?

Salì in treno con poco bagaglio; questo viaggetto era già di per sé una piacevole evasione.

Voleva andare a vedere di persona la faccia delusa dell’adescatore-adescato, solo nel ristorante, in compagnia del suo inutile bouquet.

Ridacchiando, si sentiva piacevolmente cattiva.

Che stesse vendicando, inconsciamente, sue passate sconfitte?

Facciate di case e scampoli di giardini sfrecciavano al suo fianco; li guardava con la coda dell’occhio, troppo presa dal suo rimuginare. Il vetro appannato del finestrino le riportò alla mente la bruma di quella lontana mattinata ottobrina: erano passati mesi dalla sua entrata in chat, ai danni dell’archivista.

Il pianto di un bambino la riscosse; il fumo di sigaretta di un indifferente ai divieti la infastidì; il buio di una galleria le procurò uno spavento lieve, come quello che si prova al cinematografo, sapendo che è solo una finzione.

Arrivata nella piccola città, si fece portare da un taxi nel rinomato ristorante.

Un premuroso cameriere la condusse al tavolo prenotato.

Non si vedeva nessun avventore corredato di un mazzo di rose.

Notò tranquille famigliole.

Due amiche cicalanti all’infinito.

Uno straniero in difficoltà nella scelta delle portate.

Sono venuta fin qua, per niente, si rammaricò.

Giuseppe ha mangiato la foglia; si è pentito, ha cambiato idea.

Così non potrò godermi lo spettacolino della sua delusione, derivata dal mancato appuntamento.

Recandosi alla toilette, vide un uomo solo, seduto in un tavolo d’angolo un po’ in ombra.

Calvo, anonimo nella fisionomia, vestito di scuro,  si asciugava il sudore dalla fronte con un gran fazzoletto; appoggiato sul tavolo, fra i due piatti vuoti, brillava il rosso fulgido di un mazzo di roselline.

Elvira non fece altri passi, restando a guardare divisa tra lo scontato  divertimento e l’imprevista pena.

Fu questione di un attimo.

La porta si aperse piano.

Entrò una giovane magra, con passo esitante…

Giuseppe si alzò in piedi con un balzo che fece quasi cadere la seggiola.

«Amalia, Amalia mia» – sussurrò con voce arrochita dall’emozione, stringendola teneramente al suo petto.

(g.g.)

La copertina strappata

La copertina strappata

La copertina strappata

Provò un lancinante dolore al fianco, uscendo a fatica dalla copertina del suo libro, Ginevra Valmarana. Suo, sì, proprio suo in quanto uscito dalla sua penna. Vivere fra quelle pagine l’aveva estraniata dalla normalità e adesso l’assaliva un sentimento di disappunto per il bel vestito del suo romanzo danneggiato, in contrasto col sollievo di essere tornata nel mondo. Attraverso la finestra semichiusa di quella disadorna biblioteca, sobria proprio com’era lei, vide rami spogli d’alberi che foravano un sudario di nebbia. Un gatto bigio faceva crocchiare le ultime foglie morte. Clacson gemevano in lontananza. Rassettò la gonna sgualcita, faticando a riprendere il passo sui tacchi divenuti troppo alti per la sua attuale età. Non era più tempo di frivolezze. Uscì di casa, rabbrividendo. Il pensiero del libro danneggiato stava diventando un‘ossessione. Era l’ultima copia in suo possesso di un libro ormai fuori commercio. E ora la brillante copertina era violata da uno strappo proprio nel pube della donna nuda, lì raffigurata. Uno stupro da lei stessa causato. Tornò sui suoi passi. C’era un vasetto di colla e forbici nel secondo cassetto dello scrittoio. Si mise all’opera con ostinata diligenza. Bisognava ridare al libro la sua perduta dignità esteriore. Lavorò incurante della fame e della sete, rammendatrice amorosa della sua opera vulnerata. Quando la copertina le apparve miracolosamente tornata al suo primitivo splendore (sì, forse un osservatore implacabile avrebbe potuto notare minime imperfezioni!) si guardò allo specchio. Anche il suo viso avrebbe gradito un restauro, anche la sua anima per troppi anni sacrificata dentro quel romanzo, ma ora la vita era tornare a leggere opere altrui, scrivendone di nuove, ora la vita era uscire dall’angustia di un volume solo. Prese una bracciata di libri, scegliendoli fra i migliori, determinata a lasciarli ai lettori di passaggio, sulla panchina del giardinetto all’angolo.

LA PANCHINA DEL GIARDINO ALL’ANGOLO

Le era sempre piaciuto quel posto vagamente proustiano dov’era possibile respirare l’air du temps, come se il tempo avesse lì lasciato una scia in impalpabile dissolvenza. Sotto le frange che strisciavano a terra di un salice piangente trovava posto la sua panchina prediletta, seminascosta agli occhi dei distratti, rugginosa, di ferro battuto, aveva l’aria confidenziale di una vecchia amica. Posò i suoi libri su quel piano sconnesso, curando di non scompigliarne le pagine, separandosi con tristezza dai versi di Baudelaire:”Viens, mon beau chat, su mon coeur amoureux./Retiens les griffes de ta patte,/Et lasse-moi plonger dans tes beaux yeux, /Mêlés de métal et d’agate”, impressi nella pagina affiancati a una deliziosa sanguigna che lettori precedenti (sua madre, un’amica, una cugina?) avevano lì disegnato. Lasciare un libro era separarsi da pagine di vita, da sospiri fra le righe, pensieri appena abbozzati o lungamente sofferti. Eppure, eppure era tempo che condividesse, che non tenesse tutto per sé. Messo a frutto il tesoro di parole si sarebbe ampliato. I disegni a margine avrebbero parlato altre lingue. Altre sottolineature si sarebbero aggiunte. Vedeva mani anziane succedersi a mani fresche nel voltare quelle pagine.
Chi avrebbe preso lo Zarathustra ? Si sforzò di immaginare il volto e l’aspetto del suo successore nella lettura di uno dei volumi che più le erano cari. Pensandolo, sia lazò dalla panchina, rassettando l’abito un po’ sgualcito- la sua cura dell’aspetto non veniva mai meno. E chi avrebbe preso le poesie della Dickinson? E i testi di Eliot e di Pound? Il Gattopardo, scivolato a terra, le lanciava un addio sommesso. Com’era duro separarsene. Come avrebbe voluto riprendersi Cime tempestose. Ah, se avesse potuto dissuadere Anna Karenina dal suo gesto insensato! Il Profumo di Süskind arroventava l’aria di torbido aroma.
La sera calava lenta, stendendo il suo opaco mantello su uomini e cose. Non era più possibile leggere, ma quella luce estenuata vivificava i ricordi. A passi lenti riprese il cammino di casa. Voltandosi indietro per un’ultima volta, notò la mossa agile di un uomo giovane che si accostava alla panchina. Un solo libro reggeva in mano, allontanandosi senza fretta. Pareva sapesse con preveggenza quale scegliere, a colpo sicuro. Non volle tornare sui suoi passi, Ginevra. Controllare, ora, le sarebbe parso un atto voyeuristico, una mancanza di discrezione, però aveva una voglia matta di conoscere le scelte di quell’occasionale lettore. Nel frattempo, un micio scuro era salito sulla panchina. Avrebbe graffiato i libri? Li avrebbe sciupati? I giochi sono fatti – si disse – quelle pagine vanno lasciate al loro destino.
Dormì serena, quella notte.
Un’alba di latte carezzò il suo risveglio.
La panchina era libera.
Solo un foglio fremeva nella brezza del mattino, incastrato nello schienale, lo estrasse piano, per non strapparlo. Scritto a mano, in grafia minuta, le sembrò un messaggio a lungo atteso. Una lettera d’amore del destino. Sorrise fra sé, pensando che il destino le stava scrivendo in francese.

IL DESTINO FRANCESE

Un foglietto volubile come certi pensieri di donna, quello che aveva estratto dalla spalliera della panchina. Un rettangolo di carta avorio, stazzonato ai bordi, che continuava a svolazzarle tra le dita. Ma jolie dame – lesse al centro della scrittura – je vous remercie bien pour… (per cosa, perché ringraziava una graziosa signora questo misterioso mittente e perché aveva posizionato il biglietto, proprio su quella panchina da cui erano stati prelevati tutti i libri?). Ginevra cominciò ad almanaccare se la mano misteriosa ringraziasse per l’inatteso dono o se il foglio fosse capitato lì per caso, portato dal vento. La grafia era chiara, e le sembrava virile (le sembrava o sperava lo fosse?). Due macchie d’inchiostro facevano pensare a una penna stilografica difettosa o a un gesto voluto, premeditato per prendersi gioco del destinatario. Magari chi aveva scritto quell’incipit di ringraziamento lasciato a metà ora era acquattato dietro una pianta a spiare l’imbarazzata signora e stava prendendosi gioco di lei e del suo gesto sentimentale di separarsi da libri tanto amati per condividerli con persone ignote.
Che fosse veramente un francese?
Che fingesse d’esserlo?
La monotonia dei suoi giorni si vivificava un po’ con questa piccola avventura, un’inezia che avrebbe fatto sorridere le amiche, se ne avesse avute. Riflettendoci bene, solo i libri, le parole impresse nero su bianco erano i suoi veri amici. Era vissuta senza emozioni reali, soltanto attraversata da transfert di carta. Ma ora quel biglietto era reale e meritava la pena di andare a fondo, verificandone il mittente.
Così pensando, si sedette sulla panchina, sminuzzando briciole per i passerotti che si assembrarono, amichevoli, attorno a lei.
Un ragazzino venne a sedersi sull’altro lato della panchina.
“Hai marinato la scuola?”
– Non ero pronto per l’interrogazione…
Nel vento si perse la sostanza della sua impreparazione.
Ma che importava?
Restava certo il fatto che dalla penna di quello svogliato scolaretto italianissimo non poteva esser uscita la frase francese.
Una giovane donna si accostò alla panchina, appoggiò pacchetti e involti della spesa, poco incline a conversare.
Ma era una donna e Ginevra aveva fermamente deciso che lo scrivente fosse un uomo inoltre di bell’aspetto, come lei innamorato della letteratura.
Un vecchio tossicchiante le si sedette accanto, offrendole brustoline da un sudicio cartoccio.
No, non poteva essere lui.
Passarono i giorni.
Le settimane.
I mesi.
Ginevra non smise di sperare.

Grazia Giordani

 

Enigma

Enigma

Lo infastidiva quel crocchiare delle foglie morte sotto i sandali. Persino l’aria gli appariva pesante, quasi fosse premuta da un cielo basso, sporcato da nuvole d’ardesia. I suoi tic, tenuti a bada da un’ostinata disciplina, si scatenavano proprio in quel clima di tramonto torbido, senza bagliori di luce. Anche le pagliuzze che s’impigliavano nella tonaca gli sembravano malevoli ostacoli da dover evitare con tutte le sue forze. Il monastero non si mostrava ancora all’orizzonte. Ma quel frate innervosito non sapeva vederlo come un rifugio, un luogo protettivo. Chiuso là dentro, fra quelle mura, l’oppressione voleva schiacciarlo, togliendogli il respiro. Eppure là doveva tornare, senza possibilità di scampo.
Alzando lo sguardo all’improvviso, gli apparve il massiccio portale da sempre incombente come una minaccia. Da tempo, ormai, vedeva i particolari di uomini e cose in luogo del loro complesso, come se il suo occhio interiore vivisezionasse la realtà.
Un’auto piccola, di colore chiaro, stazionava a pochi passi dall’entrata. Proprio nel momento del suo arrivo, dallo sportello spalancato, uscirono due gambe agili, nude – nonostante l’aria autunnale – cui fece seguito una figuretta snella, molto aggraziata .
«Buonasera, Padre Egidio»
– Cosa fai di bello da queste parti, Lina?
«Mi ha chiamata il Padre Priore perché lo aiutassi a riordinare la biblioteca. Sa bene quanto io ami i libri antichi.»
– Non è un po’ tardi per mettersi al lavoro?
«Il Priore ha detto che basterà poco tempo per affidarmi il primo compito che dovrò perfezionare in questi giorni…»
Entrarono insieme nel buio androne, rischiarato solo da strette finestrelle, dove si poteva respirare un mix di odori di cucina, cera da pavimenti e incenso. Egidio detestava questo cocktail olfattivo a cui si era rassegnato con dispettosa fatica.

***
Si era fatta notte e Lina, dedita al volontariato nel convento, non era tornata a casa, creando ansia nei genitori e fratelli, abituati alla sua obbediente disciplina.
Eppure, la piccola utilitaria azzurra era ancora là, parcheggiata vicino all’ingresso, in quell’alba vestita di perla.
Sì, il Priore dichiarò di averla fatta chiamare, aspettandola invano.
Nel primo pomeriggio si presentarono due carabinieri, in seguito alle sollecitazioni della famiglia, caduta nell’angoscia più nera.
Di Lina nessuna traccia.
Solo l’auto azzurra parlava silenziosamente di lei.

***
John viveva in un seminterrato del convento. Raccolto, trovatello a cinque anni d’età, in qualche modo cresciuto, riceveva dai frati vitto e alloggio, in cambio di suoi servigi nell’orto e nelle pulizie dei vasti spazi di quel tortuoso convento. Tortuoso, perché le stanze sembravano rincorrersi avvitate, insidiose, quasi fossero naturale teatro di un romanzo giallo, dove il protagonista teme la propria ombra, ascoltando la funebre cadenza del suo cammino sul cotto consunto.
Era un mezzo sangue quel povero ragazzo di cui si conosceva solo il nome. Il cognome glielo avevano regalato i benedettini – Diotaiuti -, privato persino di apostrofo, tanto non era il caso di largheggiare, visto che John non possedeva nulla, forse nato da una prostituta di colore e da un uomo bianco, non si sapeva bene come né quando.
Naturalmente, fu il primo sospettato. Lo torchiarono ben bene, mettendolo in contraddizione, terrificandolo. Tutti addosso a lui, frati compresi, senza escludere Padre Egidio.

***
Le ricerche continuarono per mesi.
Prima condannato, John ritrovò la libertà per assenza di prove. Non avendo dove andare, restò al convento, sempre più taciturno e disperato.
Un nuovo sopralluogo non diede alcun risultato.
Sembrava che Lina si fosse volatilizzata, sparita nel nulla.
I cani-poliziotto annusarono, per l’ennesima volta, da cima a fondo tutte le stanze del convento. Perlustrarono, fin dove fu possibile, la vera da pozzo, mirabilmente decorata, che troneggiava al centro del cinquecentesco chiostro ellittico, inquietante per la sua forma sbilenca. Non si trascurarono i sottotetti, le cantine odorose di mosto, gli interstizi più segreti. Le celle dei frati furono rovesciate come guanti. Si scavò nell’orto e nel giardino. Furono divelte lapidi nella chiesetta centrale.
Eppure, Lina era stata lì, perché fu trovata all’improvviso una sua sciarpetta di seta, prontamente riconosciuta dalla madre, incagliata, non si sa come, sotto un gradino della scala laterale, quasi fosse stata messa lì a bella posta, come uno sberleffo della sorte.

***
Si era sempre più persa ogni speranza di ritrovare la sfortunata ragazza, inghiottita dal macabro convento.
Solo la madre, nel frattempo rimasta vedova, continuava a chiedere giustizia e ad invocare nuovi sopralluoghi e ricerche all’interno di quel luogo di preghiera, divenuto inesorabile tomba.
Nel frattempo, il vecchio Priore e due frati anziani erano passati a miglior vita.
Padre Egidio, sempre più assente ed incupito, sembrava coltivare un suo fosco segreto come un fiore malato, annaffiato da sordidi, carnali pensieri.
Grazia Giordani

Grazia Giordani

 

 

Jan Janácek

Jan Janácek

Erano diventati un’ossessione quei versi che le martellavano dentro come un réfrain irrinunciabile. Tempo addietro, aveva letto un racconto di E. Allan Poe – uno degli scrittori da lei maggiormente amati – in cui il protagonista ripeteva, in maniera malata, la stessa parola, fino ad annullarne il significato. Ora le stava accadendo lo stesso fenomeno con quei versi (Uomini che sopra oscuri ponti camminano/dinanzi a santi dai fiochi lumini./Nubi che sopra il cielo grigio passano/dinanzi alle chiese/dai campanili che imbrunano./Uno che al parapetto squadrato si appoggia/e guarda l’acqua serale/le mani su vecchie pietre.)
In quell’aprile strano, trafitto da nubi italiane frequenti e minacciose, Praga li aveva accolti in uno sfavillare di sole acceso, più mediterraneo che mai.
L’appuntamento con la guida era al Ponte Carlo. Dall’albergo, a quel luogo di tenebrosa bellezza, sarebbero dovuti arrivare in taxi, tanto ormai, nella capitale vltavina sono in parecchi a conoscere la lingua di Dante che pronunciano regalandole una slava durezza.
Jan Janácek li aspettava appoggiato al parapetto.
Di media statura, si muoveva in maniera legnosa, con il gestire di una marionetta triste. L’azzurro metallico dei suoi occhi brillava dentro una raggiera di piccole increspature, segni precoci di un tempo per lui non ancora passato. La bocca era una linea netta, quasi una ferita rimarginata senza sanguinare, da cui usciva una voce aspra, vetrosa, inadatta a pronunciare l’italiano che – svisato così negli accenti e nelle doppie – prendeva una allure straniera, che sarebbe stata buffa e persino divertente, se non fosse stata pronunciata da un uomo tanto serioso.
Dopo l’autopresentazione un po’ goffa e tirata, recitò – ritenendoli più che mai adatti a quella fermata sul ponte – i versi che martellavano dentro a lei (diamole ora un nome di fantasia che potrebbe essere Anna, se così vi piace), prima in lingua ceca e poi tradotti in italiano.
«Chi è l’autore?» – chiese Anna che riteneva quasi miracolosa la coincidenza fra il suo ossessivo ritornello interiore e la citazione della guida.
«Kafka» – Rispose, laconico Jan.  Li ha scritti in una lettera del 9.11.1903 a Oskar Pollak.
Nessuno degli altri partecipanti al viaggio organizzato chiese nuove precisazioni. Più che altro sembravano interessati ai souvenir, venduti su quel ponte carico di storia e di arcana bellezza, tutti presi dallo scattare foto ricordo ai piedi delle statue patinate da un’inesorabile Storia.
La breve crociera sulla Moldava, attraversando la chiusa, scompigliò i riccioli delle anziane signore che – pavide – si riparavano con gli inutili parapioggia, come se il sole praghese potesse offendere una pelle già abbronzata dalla loro vita di campagnole.
Questo sottolineò la guida, lasciano Anna nella più completa indifferenza, come se viaggiasse per conto suo e fosse lì soltanto per caso. Spesso, nella vita, era toccata da questa casualità, un po’ come se fosse una diversa che viveva guardando il mondo altrui, senza appartenervi del tutto, invidiando forse un poco la semplicità del suo prossimo, accanto a lei.

***

Ora, in un flash improvviso, tornata in patria, ripensava a quel Viaggio – sì, proprio scritto con la lettera maiuscola – e in una strana dissolvenza, aveva l’illusoria visione di Jan Janácek che entrava in una statua sul ponte, perdendo, per incanto, la sua umanità.

Grazia Giordani

Dissolvenza

Dissolvenza

Ci sono voci così luminose che brillano nel buio di una stanza. Proiettano intorno a sé ventagli irregolari di luce ora più fioca ed opalescente, ora forte come un lampo improvviso, a seconda del volume che le caratterizza nel corso della conversazione: alle vocali aperte, soprattutto a quelle, corrisponde un fascio luminoso più intenso e persistente.
Ho notato questo fenomeno ottico il giorno in cui ho cominciato a sentirla al telefono, non dico ad ascoltarla, perché l’ho proprio sentita. Non avevo notato questo fenomeno al nostro primo fortuito incontro, che pure aveva già del prodigioso, perché – ancora prima di conoscere la sua persona – mi aveva colpito la sua sagoma riflessa nella vetrina del libraio sotto casa mia. All’improvviso, tra il volume Saggi, Prose, Racconti di Virginia Woolf e un atlante aperto sul polo Sud, si era inserito il suo volto dai lineamenti irregolari ed allusivi, un viso interessante, pur non essendo bello nel senso classico, secondo i canoni della bellezza tradizionale: qualche ruga lieve contornava lo sguardo maliziosamente obliquo, le labbra rosse come il frutto del peccato, avevano sapore di provincia; guardata di profilo, mostrava un naso lievemente aquilino che regalava un contrastante tocco di nobiltà al suo volto. Da un piccolo turbante nero usciva un accenno di chioma riccia e mesciata, capelli ribelli che amavano andarsene per conto loro. Certamente, mentre io osservavo la sconosciuta, anche lei guardava me e – seppi poi – notava la mia chioma precocemente incanutita (“se sapessi come ti regala fascino!”) e non restava indifferente al “lampo dei prati in primavera” – così si espresse in seguito – dei miei occhi verdi così spesso lodati dalle donne, da rendermi ormai indifferente alla loro ammirazione.
“Anche lei ama Virginia Woolf?” – mi chiese nel più naturale dei modi. Avevo fretta di correre in redazione al giornale e – seppure incuriosito da quella signora niente affatto banale – non ero disposto al pour parler, a quei discorsi che intrecciamo in treno o mentre aspettiamo il tram o durante una rapida corsa in ascensore, tanto per dire qualcosa, speranzosi in seguito di “rimorchiare”: non abbordo mai sconosciute per la strada, né mi lascio abbordare. Eppure la voce mi uscì dalla gola, nonostante me stesso, lasciandomi meravigliato per primo.
“Posso offrirle un caffè?”
Non rispose nemmeno e mi prese sottobraccio, come se ci conoscessimo da sempre, come se fossimo vecchi amici che si ritrovavano, dopo una lunga pausa d’attesa.
Eppure non aveva nulla di equivoco o di pericoloso. Sentii un’immediata attrazione per lei, quando si tolse la pelliccia, all’interno del bar, e la gettò sulla spalliera di una seggiola: il suo seno forte, sottolineato dalla giacchetta blu, fermata da tre grossi bottoni, era un richiamo ancestrale, un morbido cuscino di delizie su cui avrei desiderato abbandonare subito la testa, sognando un po’ di mamma e un po’ di amante in un’unica edipica fantasia. Il caffè era caldo e forte, la sua voce mi entrava dentro, me ne appropriavo, prendeva spontaneamente a far parte di quell’archivio sonoro, proprietà di tutti noi, per cui ci basta quasi uno starnuto – un fulmineo eccì – di una persona nota, oppure un sintetico sì, per sapere subito di chi si tratta.
Scoprimmo – quasi sovrapponendo le nostre voci, nel frenetico parlare -, di avere un’ origine isolana comune. Parlammo di Pirandello e Sciascia, di Tomasi di Lampedusa e di Lucio Piccolo, dell”mpanata di agnello, delle panelle palermitane, degli arancini di riso, dell’intertestualità di Garcia Marquez. Litigammo blandamente su Proust che lei adorava e io trovavo e trovo stucchevole; ci riconciliammo sul caciocavallo ragusano e su Milano “capitale del capitale”.
Era bibliotecaria in una piccola città del Veneto, per questo amava tanto i libri, almeno quanto li amo io.
Ci scambiammo i numeri di telefono. La giornata passò senza intoppi. La pagina, al giornale, mi riuscì soddisfacente per equilibrio nei contenuti e nell’eleganza grafica. Pranzai con un’amica di vecchia data, risposi a parecchie telefonate. Ricevetti rassicurante conferma che il mio ultimo saggio sarebbe uscito prima di Natale: una routine senza scossoni e senza brutte sorprese.
Le ombre della sera si coagulavano liquide ed insidiose dietro i vetri della finestra; il volto di una collega che vi si specchiava, passando, mi rimandò un rapido flash della sconosciuta con cui tanto rapidamente ero entrato nell’orbita delle “affinità elettive”, quelle per cui una persona che ad altri può apparire insignificante, a noi parla un linguaggio speciale ed ineludibile, un richiamo a cui non vogliamo sottrarci.
La sera stessa la chiamai al telefono. Ero sdraiato nel divano del salotto, in penombra e avevo voglia della sua voce “interna”. Notai subito quei fasci, ora sfatti in un’opalescenza che poteva accendersi in luci più intense, e ne provai un godimento interiore di rara natura. Ripensai sensualmente a quei tre bottoni sul suo petto, chiusi da un’asola che si poteva facilmente aprire.
M’invitò nel suo cottage in montagna. La raggiunsi dopo una settimana, e finalmente slacciai, non solo con la fantasia, quegli ostili bottoni, divenuti docili, sotto la stretta delle mie dita. Il paesaggio da cartolina natalizia era persino troppo oleografico per essere veramente di mio gusto: candore di neve abbagliante, caminetto acceso con fiamma purificatrice, pranzetto al lume di candela. Detesto la banalità, gli auguri di buoncompleanno, le frasi fatte, il déjà dit, lo scontato comunque.
“Preferiresti la pioggia? Una casa fredda? Un’amante che ti resiste e ti fa faticare a sedurla?”
Non le risposi. Ero comunque contento di essere lì, anche se un po’ troppo avviluppato, forse, dalle sue effusioni, purtuttavia non ero scontento del farla così felice. Suvvia, devo ammetterlo, anch’io stavo bene con lei. Avevamo molte cose in comune.
Da Milano le mandai un biglietto – assieme al mio ultimo libro, odoroso di stampa fresca. “Ho sepolto il mio cuore dentro le vecchie mura” – le scrissi. Sapevo che amava Quasimodo e che avrebbe gradito il mio messaggio, non meno del libro che commentò in una dettagliata lettera in cui non sapeva più se lodare maggiormente “l’eleganza della prosa vaporosa o lo spessore dei contenuti umanissimi, per non parlare dell’originalità di orizzonti che sapevo aprire davanti agli occhi dei lettori”.
Non sapeva solo coccolarmi, sapeva a sua volta scrivere, e questo me la rendeva più vicina.
Il giornale mi chiamava a gran voce. Sul tavolo mi attendeva una pila di articoli da “passare” – come diciamo noi in gergo – e un saggio irto di difficoltà, sul “caso” del “Gattopardo” da recensire. Il telefono squillava in continuazione, la segreteria era affollata di messaggi, la schiena mi faceva male, i grovigli della vita mi si abbarbicavano addosso.
Avevo voglia di stare un po’ da solo e soprattutto di stare in pace.
Passarono i giorni. Anche le notti.
Feci un sogno terribile, peggio di un’allucinazione. Nel cuore della notte appresi da un quotidiano che la mia ormai conosciutissima – e da me un po’ trascurata sconosciuta – era morta. Ma come? In che modo? Nel letto mi agitai febbrilmente. Mi vidi affannosamente in viaggio per andare nella sua piccola città. La corsa in macchina fu affannosa. C’era la nebbia. Un sudario felpato e inquietante rendeva evanescente la realtà intorno a me. Sembrava salire dal serpente liquido – un sinuoso canale che tagliava in due la città. Le vie erano deserte. All’improvviso vidi un corteo scuro con una bara davanti portata a spalle; nell’aria fluttuavano nastri d’argento, come virgole di luce: sopra vi si distingueva appena un’illeggibile scritta.
Mi svegliai tutto sudato. Dopotutto era stato solo un sogno. Mi tornò la voglia della sua voce luminosa, delle sue parole tenere che io non contraccambiavo mai. Che bisogno ce n’era? Se le telefonavo, non significava che la stavo pensando? Che bisogno c’era di leziose banalità? Oddio che lagna le donne con questo loro bisogno di “infiorare” tutto, di “romanticizzare” anche gli avvenimenti più naturali della vita!
Uscii fischiettando, ancora felice di avere soltanto sognato.
Nella “nostra” vetrina – intendo quella del libraio – la vidi di profilo: sulla mezza fronte i riccioli erano scompigliati in un’arruffata frangetta che la ringiovaniva, la mezza bocca, eccezionalmente senza rossetto, era atteggiata a sorriso e così l’unico occhio che mi era dato vedere, sprigionava serenità. Sollevò una mano – voltandosi di faccia – nel consueto gesto di accarezzarmi una guancia. Mi volsi per abbracciarla, ma di spalle non avevo nessuno, o meglio solo un gattino grigio stava attraversando la strada in una lenta, onirica dissolvenza.

* * *

Sono passati molti anni, ormai. Continuo la mia vita di redazione: le piccole beghe con i colleghi, qualche amore occasionale, ancora saggi pubblicati, libri altrui recensiti, viaggi tra Milano e l’isola, spicchio di “irredimibile” terra dove chiuderò i miei giorni.
Proprio ieri, quando l’imbrunire immalinconisce le luci e dilata le ombre, nell’ora in cui il passato cerca di uscire dal vaso dei nostri ricordi, rovinandoci magari il cadere del giorno, proprio ieri – dicevo -, ho risentito quella voce, o meglio la breve risata di quella mia donna conosciuta e persa nella vetrina del libraio. Tutto è nato da un’interferenza telefonica. Avevo alzato la cornetta, dopo uno squillo irregolare, gracchiante e strozzato, un suono anomalo che poteva far pensare ad un errore.
“Sono stata in centro ad acquistare una cravatta originalissima per un uomo affascinante, superspeciale in piedi e a letto, conosciuto… [e qui un sacco di cisccisczzzcisc si sostituirono alla voce]. Se la merita proprio, questa seta di Hermès, essendo un maschio di una razza ormai in estinzione”.
Era proprio lei? Con chi stava parlando?
Provai un morso di gelosia, inusitato per la mia concezione di vita: ho sempre vissuto per me stesso, volando in cieli liberi, avulso da legami avvinghianti, e non ho mai preteso fedeltà dalla controparte. Che cosa mi stava succedendo? Invecchio, ho pensato. Che sia per questo – mi sono domandato anche -, che non “vedo” più quella voce, ma la sento, o meglio la odo soltanto? Che sia per questo che non proietta più per me lampi luminosi, ora intensi, ora sfocati come bagliori di luna?
Dai rumori di fondo riemerse la voce.
“Quando gliela consegnerai?”
“Stanotte. Dopo una cena al…” [ancora rumori, brusio, stridori di fondo]
Sembrava fosse lei, la mia donna di allora, sfumata nel nulla, in conversazione con un’amica. In effetti solo con una sua simile, con una donna, avrebbe potuto magnificare o denigrare il sesso opposto: quelle che stavo rubando erano confidenze del tutto femminili.
Ero sempre più curioso, avrei dato un anno di stipendio (facciamo sei mesi, visto che non mi piace sprecare), pur di conoscere l’identità di quell’uomo così speciale che stava oscurando la mia fama.
Alzai gli occhi e mi accorsi – vedendola ben inquadrata nello spazio aperto della finestra di fronte -, che a posare il ricevitore, con mossa rapida nella forcella, era una donna, che, pur notandola solo di spalle, aveva qualcosa, anzi molto di familiare. La taglia era simile a quella della donna del passato, scomparsa misteriosamente allora dal mio orizzonte, come fortuitamente sembrava ora essere riapparsa. Decisi di scendere precipitosamente le scale. Uscimmo quasi in contemporanea dai due portoni di fronte. Per mia fortuna caracollava su tacchi alti che le rallentavano il passo, portava in testa un turbantino simile a quello del giorno in cui ci eravamo conosciuti. La falcata era molle, la curva dei fianchi piena, come allora. Il ricordo del suo seno dolce mi procurò un sussulto di turbamento. Rividi la sua piccola stanza al cottage in montagna, mi tornò addosso il profumo della sua pelle d’ambra, il sapore della sua bocca, l’aroma dello champagne bevuto dalla stessa coppa.. Tutto in un lampo il tempo trascorso sgorgava fuori dalla moviola in cui mi illudevo di averlo imprigionato.
Salì rapida e leggera sopra un autobus all’angolo, un tacco ribelle le si impigliò nel predellino. Questo piccolo contrattempo mi diede modo di salire a mia volta, senza che lei si voltasse. Presi posto qualche fila più indietro, vicino a una vecchia che portava un micio tigrato dentro una gabbietta: la mia donna e il gatto camminano spesso di pari passo, pensai.
Scese dopo tre fermate, la seguii discretamente, tenendo sempre una distanza di sicurezza. Reggeva al braccio una borsetta elegante, affiancata ad un sacchetto colorato con una grande scritta centrale. Sarà la confezione con la famosa cravatta per l’uomo migliore del mondo, pensai indispettito. Entrò in un piccolo ristorante a luci complici, di quelle che attenuano le rughe in volto alle signore e rendono sfumati i numeri del conto salato, agli occhi dei loro accompagnatori. Un cameriere mi fece segno che non c’era posto. Gli allungai un bigliettone, che per magia, fece subito comparire un tavolo libero per me. Mangiai svogliato, tenendo sempre d’occhio la mia “inseguita” e il suo “specialissimo”. Bevevano ridendo, spensierati. Lui le teneva una mano. Quando se la portò alle labbra per baciarla, non ne potei più, fu più forte di me. Mi avvicinai concitato al loro posto e gridai forte il nome della donna che mi aveva sostituito con un uomo che a me parve abbastanza banale. L’uomo si alzò con espressione preoccupata. La donna alzò gli occhi, più chiari di come li ricordavo, ora privi di quella tenue raggiera di rughe che mi intenerivano allora, e – con voce rattristata -, mi disse: “Sono la sorella. Spesso la gente ci confonde. Sembra che ci somigliamo molto. Lei non c’è più; è morta nel suo cottage di montagna, seduta davanti al caminetto, stava sorseggiando l’ultima coppa di champagne, mentre leggeva Dissolvenza, scritto da un giornalista che le aveva prosciugato il cuore”.

Grazia Giordani

 

 

LA SOTTOVESTE

La sottoveste

Penso che molti di noi conservino uno stipo, vero o virtuale, in cui nascondere ricordi. Nel caso mio, avevo quasi dimenticato quel cassetto in fondo che non apro da anni, in un mobile in cantina, con dentro indumenti più che datati, fra cianfrusaglie spaiate. Chiuso male, lasciava intravedere la bretella di una sottoveste, veramente, della sottoveste per eccellenza, visto che aveva vestito (o svestito?) il corpo di donne della mia famiglia, mutando foggia negli anni.
Non è un segreto il fatto che un tempo non si gettasse nulla.
Oggi, il verbo “rimodernare” non avrebbe senso e farebbe sorridere i nostri figli.
In origine, ampia e intarsiata di entre deux a sfilato siciliano (pensate la fatica delle sfilatrici e ancor più a quella delle rammendatrici che dovevano reinserire i fili erroneamente estratti!) aveva vestito la delusione sicula di zia Ignazia. Avrebbe dovuto sottostare al suo abito di nozze, se il moroso non l’avesse piantata a pochi giorni dal matrimonio.
Ridotta, accorciata, aveva in seguito, vestito la civetteria di Hena, mia madre che aveva preteso la si tingesse di rosa acceso e che i ricami e il pizzo ornassero piuttosto la scollatura, così da renderli semimanifesti in un tivedoenontivedo, di ingenua malizia. Così la ricordo occhieggiare dai suoi mitici talilleur, quelli con la gardenia all’occhiello.
In un passato meno lontano – priva di buona parte degli abbellimenti – è stata ridotta a sottovestina per i miei anni infantili. Ricordo la disperazione per averla strappata all’orlo, cercando di salire sui rami di un ciliegio, ospite di zii in campagna.
Mia madre era inesorabile nei confronti dei danni alle “cose” («lMamma, perché dai così peso agli oggetti? – Le persone potrebbero tradirti, le “cose” non ti tradiranno mai»). Un provvidenziale, certosino rammendo – ad opera di chi mi ospitava – nascose, per anni, la mia malefatta.
Ho deciso, proprio stamani, che la storica sottoveste verrà degradata a straccio, eppure, nello strapparla a strisce, mi è parso di sentire i singhiozzi di Ignazia, misti alla risata sensualissima di Hena e al mio pianto di bambina.

Grazia Giordani

Le spoglie d’Ignazia

Le spoglie d’Ignazia

Questo racconto mi è stato ispirato dalle disavventure capitate a una prozia di mia madre, naturalmente rivisitate e filtrate dalla mia penna.

Ignazia era vissuta fino a i trent’anni come sorella a carico di fratelli egoisti e non certo delicati d’animo con lei. La sua esistenza aveva trovato spazio (o chiusura?) in un’abitazione barocca densa di passato della Ragusa Ibla, quella dei nobili e della gente che aveva un casato. Le stanze un po’ cupe del vecchio palazzo avevano accolto i giochi infantili della piccola mai del tutto spensierata. Spesso corrucciata, con lo sguardo di bambina adulta che ha pochi coetanei con cui giocare. Rimasta orfana quattordicenne, crebbe negli agi, ma con pochi affetti, quasi interamente affidata alla servitù, visitata da zie aspre e sbrigative che non avevano voglia e tempo di ascoltare quella ragazzina ombrosa che – da parte sua – sembrava avere ben poco da dire.
Studiò con precettori in casa come i due fratelli che le erano minori d’età di pochi anni. Sembrò versata per il ricamo e per il disegno, anche se i suoi manufatti dimostravano più buona volontà che vero estro. Suonava regolarmente il pianoforte e si occupava di beneficenza assieme con una veccia parente bigotta e claudicante che l’accompagnava tutti i giovedì in parrocchia.
A vent’anni Ignazia era massiccia, forte d’ossatura, più alta del normale. Aveva belle gambe rigorosamente coperte da abiti lunghi, il portamento eretto, mani grandi di struttura maschile. Lontana da ogni forma di civetteria, portava i lungi capelli acconciati in strette trecce, avvolte in chignon alla base del collo, senza ombra di riccioli o “tirabaci” che ingentilissero il suo volto. Lo sguardo bruno era sincero, indurito da grosse sopracciglia, congiunte sulla sommità della fronte, curiosamente mefistofeliche. Il naso aquilino non contribuiva certo ad intenerire quel volto schietto, ma non civettuolo, di ragazza nobile e d orgogliosa, avviata al triste destino dello zitellaggio.
I trent’anni furono una meta triste per la siciliana che andava nel tempo inacidendosi – soprattutto alla vista delle coetanee maritate – spesso con nidiate di figli. Anche i fratelli, nel frattempo, si erano ammogliati e l’entrata in casa delle cognate le aveva tolto quel po’ di indipendenza e di pallida egemonia che si era guadagnata. Il suo pianoforte era diventato ormai dominio dei nipotini, i suoi lavori a mezzopunto erano quasi derisi dalle giovanissime spose dei fratelli, più civettuole di lei negli atteggiamenti e nei vestiti: nel complesso donne più attente a se stesse.
Si sentiva sfiorita, guardandosi allo specchio, vedeva già ciocche bianche insidiare la sua capigliatura chiusa in trecce sempre più strette. Diventava solitaria, «strana», come dicevano i parenti che la rispettavano, pur non amandola in maniera particolare. In lei non c’era niente che accattivasse la simpatia, anche il tono della voce era aspro, con note stridule, con quei «Maria, Maria!» – tipici delle donne del Sud – così ben descritti da Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Eppure era buona d’animo, pronta a prodigarsi, non certo pettegola o impicciona, ma le mancava quel quid che fa sì che una donna appaia femminile e desiderabile.
In quel tempo della sua vita, un cugino più anziano di lei di qualche anno, restò vedovo senza figli. Alto, distinto, con un’incipiente calvizie, non era bello senza essere brutto, aveva un’aria fine e uno studio notarile a pochi chilometri dal capoluogo.
Conosceva Ignazia da sempre, non la trovava sexy, ma la sapeva onesta, brava a condurre la casa, senza pretese, illibata nonostante la trentina, e soprattutto fornita di una ricca dote in case e terreni, attributo questo più importante di tutti fra quelli elencati. Il pretendente pensò: «L’amore l’ho già avuto e se ne è andato in fretta. La mia graziosissima consorte, ammalata quasi subito di tisi, mi ha offerto brevi consolazioni. Ignazia sarà la compagna della maturità, nessuno mi vieterà di cavarmi qualche sfizio, se lo riterrò necessario. Amministrare il suo denaro rimpinguerà i miei averi: insomma mi sembra un partito più che conveniente».
Parenti anziani fecero da intermediari. Ignazia esitò un poco, si consigliò con i fratelli scontenti di perdere una fidata presenza in casa e soprattutto l’eredità futura per i figli. Nel giro di un mese pronunciò il fatidico sì al fidanzamento. Le visite del promesso avvenivano prima di cena, nell’ampio salone del palazzo seicentesco. I fidanzati stavano seduti, a rigorosa distanza, più rigidi del rigido sofà. Scambiavano poche parole in presenza di almeno una delle cognate o dei fratelli di lei, mentre i nipoti giocavano, rincorsi dalla bambinaia o strimpellavano il pianoforte.
Ignazia prese ad avere più cura di sé. Si procurò una boccetta d’acqua di fiori d’arancio, con cui si rinfrescava le mani e le tempie. Cercò di rendere meno zitellesca la pettinatura, mise qualche merletto al collo delle camicette e dimagrì a suo vantaggio estetico, senza volerlo di proposito. Per lei era l’amore, non era un matrimonio di convenienza, come per il suo promesso sposo. Non era mai stata così felice, così elettrizzata; smemorata, illanguidita, non osava guardare in volto il suo Nicola. Avvertiva vampate di rossore e desideri inquietanti, soprattutto la notte, nel suo letto di zitella, quando immaginava i baci o le future carezze del riservatissimo fidanzato.
Si cominciò a parlare della data del matrimonio, del viaggio, del guardaroba. Gli sposi avrebbero abitato la casa di lui, già arredata, con solo qualche piccola modifica nella mobilia. Ignazia chiese timidamente – quasi a mezza voce -, che fosse cambiato il letto e ottenne di poter disporre i suoi famosi centrini a mezzopunto sui braccioli e le spalliere delle severe poltrone del salotto. Cucì febbrilmente con le sue mani le tende nuove e diede di piglio a ferri e crochet per dare vita a nuovi pizzi con cui ornare mensole e vassoi. Era al settimo cielo. Accompagnando alla porta il fidanzato, un pomeriggio – sempre sotto l’occhio vigile dei familiari – si vide riflessa fuggevolmente al suo fianco nella grande specchiera dell’ingresso. Per la prima volta in vita sua si ritenne graziosa: il pallore olivastro della donna bruna era ingentilito da un lieve rossore sulle gote, gli occhi brillavano, non più appesantiti dalle ciglia troppo folte che aveva iniziato cautamente a depilare e il corpetto aderente metteva in rilievo i seni sodi di vergine che stava per valicare il confine, quel fossato che le avrebbe finalmente permesso di essere del tutto e completamente donna fra le braccia del suo sposo.
La mattina seguente ordinò dalla prima sarta di Palermo un abito di amoerro marrone, per il giorno della cerimonia. Un modello abbastanza severo, adatto alla sua età nell’Ottocento una trentenne era già considerata stagionata) e appropriato alla circostanza di nozze con un vedovo. Avrebbe preferito un abito più gioioso, color tortora., con l’imbottitura sui fianchi e il corpetto scollato, ma non osò gratificare se stessa fino a questo punto. Il tessuto marezzato mandava sornioni bagliori. Lucentezze ammiccanti e sotterranee che parevano dire: «Vedrai, vedrai le gioie del dopo… ! ».
Ignazia pensava alle mani di lui che le sfilavano l’abito nel buio della stanza ed era presa da una frenesia di cui si vergognava un poco, era tutta in subbuglio, smaniosa di darsi allo sposo, con slancio insospettato.
Da qualche giorno il suo Nicola faceva comparizioni più brevi, visite affrettate e più fredde ancora del solito. Ignazia non vi fece caso, non volle notare la cosa. Attribuì la colpa agli ultimi preparativi, alle ansie normali di chi sta per raggiungere la meta.
Qualche giorno prima della data così attesa – quando tutto ormai era predisposto – vennero, lugubri, gli intermediari a dire che il futuro sposo rompeva la promessa. A dire il vero, non pronunciarono le terribili parole tutte d’un fiato, ma si espressero farfugliando, scusandosi con aria colpevole, cercando di giustificare il volubile promesso, chiedendo perdono a suo nome, fermi – alla fine – nell’assicurare, quasi in un rantolo, che il notaio aveva irremovibilmente cambiato idea. Apparve, senza ombra di dubbio, che erano sinceramente addolorati per lei che non meritava questo scorno.
Ignazia si chiuse nelle sue stanze, così infelice da augurarsi – anzi da sperare ardentemente – di morire. Non sapeva più se fosse maggiore la rabbia o il dolore, non aveva più desiderio di nulla, insonnia ed inappetenza erano diventate le sue amiche più fidate. Cadde in un’abulia che fece temere ai suoi familiari di doverla perdere Trascinava i suoi giorni senza occuparsi di nulla, trascurando se stessa e qualsiasi tipo do occupazione.
Una bella mattina si alzò repentinamente dal letto, in ora quasi antelucana, e svegliò tutta la casa dicendo che voleva andare a vivere in continente, presso dei lontani parenti per prendere le distanze dai luoghi del supremo affronto.
Resta un vuoto nella vita seguente di Ignazia. A documentarcela ci sono solo lettere ingiallite, spedite ai fratelli, con laconiche frasi formali, scritte in minutissima e tremolante grafia. Si sa che – cinquantenne – ha chiuso i suoi giorni in una cupa città del nord Italia. Fra le sue cose la sventurata zitella ha lasciato un abito di amoerro marrone, severo, un po’ mortuario che – al posto dei bagliori ammiccanti – ha ora opachi riflessi sinistri. I nipoti – traendolo dal baule – lo hanno trovato stranamente rigido, come se fosse abitato da un invisibile corpo.
«Cos’è questo?» – ha chiesto la nipotina più giovane, ignara delle sventure della zia.
«Ah, niente» – ha risposto indifferentemente la madre – «Sono “le spoglie di Ignazia”, l’abito del suo mancato matrimonio, ne faremo fodere per i cuscini del salotto».
Grazia Giordani

L’uomo della gru

L’uomo della gru

Lo vide all’improvviso annidato dentro al mostro d’acciaio. La gru protendeva il lungo braccio verso il suo terrazzo, come una minaccia sospesa, qualcosa d’irrisolto, al di fuori del reale. Da alcuni anni Ester non si occupava più degli uomini e, a dire il vero, non se ne era mai occupata troppo. Si sentiva pienamente in garage, paga delle faccende di casa, delle ricette di cucina, del lavoro a maglia, di qualche romanzo d’evasione, letto per riempire i suoi vuoti di umanità. Era precocemente invecchiata, un po’ segaligna, convinta che l’altro sesso le fosse nemico e che quindi evitarlo restava sempre il partito migliore.
L’uomo della gru le fece impressione. Risvegliò in lei qualcosa di assopito e che riteneva del tutto morto. Le sembrò maggiormente ricco di fascino più il gioco della sua immaginazione di quanto riuscì veramente a vedere. Le parve un personaggio alla Robert Redford. Prese il suo piccolo binocolo da teatro per mettere meglio a fuoco il ciuffo di capelli lisci biondi (o rossicci? I particolari non erano amici della sua miopia). Lo sguardo azzurro chiaro le parve irresistibile. Le sembrò di notare piccole efelidi sul naso, due pieghe profonde ai lati della bocca. Corse in casa a ravviarsi. Pensò: «Se facessi in tempo, mi laverei i capelli».. Si passò il piumino da cipria sul naso, stese un rimasuglio di rossetto, di cui non ricordava nemmeno più l’esistenza, sulle labbra. Indossò un vestito color pastello che non metteva da anni. Sentì quasi rifluire dentro un’ondata di vita. Rise alla sua immagine allo specchio. Uscita di casa, passò sotto alla gru.. Non vedeva quasi niente da quel punto.«Molto meglio il terrazzo». Pensò. Risalì in casa e, con la scusa di accudire ai fiori, si mise a guardare con insistenza verso il suo «Robert» formato polesano.
Cominciò ad almanaccare, a crearsi dei romanzi, ad ipotizzare inviti a cena, al cinematografo, in una piccola balera di provincia. Guardava nelle vetrine maglioni e camicie che avrebbe voluto regalare al «suo» gruista. Gustava bottiglie da stappare assieme, pensava a chicchi d’uva da rubare dalle sue labbra e rideva con piccole risate brevi, tipiche della donna che si sente nuovamente giovane, ancora desiderabile, innamorata. Robert – nelle fantasie di Ester – si faceva sempre più insistente, sempre più ardente e a lei riusciva ogni giorno meno facile respingere i sui fantasticati assalti.
Una mattina, il sosia di Redford suonò veramente alla sua porta. Faceva caldo, molto caldo. Le chiese da bere. «Che abbia notato le mie moine dal terrazzo?» – si domandò Ester intimidita e speranzosa insieme.
Visto da vicino, il gruista era meno interessante. I capelli bagnati di sudore si appiccicavano alla fronte, la mano posata sul bicchiere, mostrava unghie nemiche della manicure, la voce era secca, il vocabolario avaro; la camicia emanava un odore forte. Non si diede per vinta e scambiò per ruvida virilità, quella che lei conosceva solo nei sogni, la reale mancanza di finezza. Riprese a costruirsi romanzi legati all’uomo della gru. Arrivò a pensare ad un fidanzamento, all’invidia delle amiche nei confronti di una zitella, creduta appassita, capace di affascinare un giovanotto. Si sentì seduttrice, pericolosa, irresistibile… I giorni passavano. Fra poco la gru sarebbe stata rimossa e i suoi sogni finiti, riposti nel cassetto dello zitellaggio.
Una mattina, lo vide scendere dal suo abitacolo e avviarsi, la mano posata sulla spalla di un uomo scuro di pelle e di capelli, un tipo che la colf delle «Sorelle Materassi» avrebbe definito «un bel moro per Die», vorace e volgarotto. C’era una confidenza – tra quei due uomini – che le fece male, un feeling amoroso che non poteva sfuggirle. Si ritenne tradita; i suoi castelli in aria venivano completamente distrutti, non aveva più senso incipriarsi il naso, indossare la sottoveste di seta, profumarsi l’incavo dei seni, indossare calze che velavano le gambe di longilinea, ancora belle.
L’ondata di vita non le scorreva più, calda, nelle vene. Si sentì intristita, appassita come una foglia senza linfa. Indossò nuovamente l’abito da casa, si tolse il pettinino coi lustrini dai capelli e il bracciale d’avorio antico, ereditato dalla madre. Le parve che persino il micio tigrato la guardasse con ironia, le miagolasse dietro derisorio. Pensò:«Terrò chiuso il terrazzo fino a lavori finiti, oppure partirò per la montagna; mi rassegnerò. Adesso sono irrimediabilmente una donna senza amore. Robert mi ha dato e rubato l’ultima illusione, mi ha fatto sperare di essere notata, corteggiata. A cosa serve un’esistenza grigia, senza affetti? Chi non si sente amato e non ha nessuno da amare, campa senza vivere, non è più una persona, è qualcosa senza storia».
Le lacrime le scesero lungo le gote, lente, a cancellare le ultime tracce di belletto e di cipria.
Grazia Giordani