L’estate

C’è che d’estate a me mancano le altre stagioni, mitigate e paradisiache in confronto a questo caldo che blocca tutto, pure i pensieri.

C’è che d’estate il sole brucia, non accarezza; l’aria soffoca, non dà sollievo; i campi sono bruciati, non fioriti. Gli unici colori belli sono quelli del mare, però sempre troppo affollato e rumoroso a qualunque ora.

C’è che d’estate manca la poesia delle cose.

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La pioggia

E’ l’odore di pioggia il mio odore preferito, si libra leggero nell’aria come una farfalla svolazzante da un fiore all’altro in una bella giornata di primavera. La pioggia però non è solo della primavera, è di tutte e nessuna stagione, va e viene, si fa desiderare, talvolta odiare persino, quando è troppa e annega tutto in uno strato liquido impossibile da far defluire. Insegna l’arte dell’attesa, la pioggia; insegna la necessità di lasciarsi andare, di scorrere e far scorrere, di esplodere quando è accompagnata da fulmini e tuoni, potenze inafferrabili temute ancora oggi, non solo dai bambini.

Troppe poche persone la amano e ne comprendono l’essenza mutevole; sono persone-pioggia, pioggia esse stesse, nate dall’acqua e cresciute con l’acqua in tutte le sue forme ed espressioni dentro: mutevoli, leggere e dolci un momento e scure e tempestose quello successivo. Ne percepiscono l’arrivo e la accolgono con un sorriso seguito da un senso di liberazione.

Anche oggi aspetto la pioggia, in questa calda domenica di giugno dal cielo blu come il mare senza increspature. Aspetto perché la pioggia prima o poi arriverà e con lei il suo profumo che si libra leggero come una farfalla svolazzante in una bella giornata di primavera.

Vi presento la mia rottura di scatole personale.

L’ultima volta vi ho scritto i miei soliti pensieri sconnessi, oggi vi presento genericamente la mia personalissima rottura di scatole, non per vittimismo o altro, ma per condividere una parte della mia storia nella speranza sia d’aiuto a qualcuno. Nel discorso sono entrate anche esperienze di altre persone e qualche parolaccia. Spero di non esser stata troppo cruda ma era necessario scrivere così.

Ci sono troppe cose a cui diamo troppa poca importanza, ad esempio la gentilezza, l’empatia, le parole.

Un mese fa stavo per tagliarmi le vene, domenica 8 aprile, vigilia del mio 26° compleanno. Per ben due volte ho avvicinato la lametta ai polsi e ho premuto un poco, cercando il coraggio di andare a fondo e mettere un punto ai sensi di colpa, ai pensieri ossessivi, all’ansia che mi impedisce di condurre una vita normale, alla sensazione di essere un peso per tutti. Giocano brutti scherzi i pensieri autolesivi. Un attimo prima vuoi solo inciderti la pelle per attenuare la tensione e tirare fuori almeno un po’ del dolore che c’è dentro spremendo le ferite fino a far colare il sangue, un attimo dopo pensi che sia meglio dissanguarsi completamente e farla direttamente finita. Levo il disturbo, così state più leggeri. Una bocca in meno da sfamare, no? Pensieri orrendi, rivoltanti, alimentati da sensi di colpa arrivati da chissà dove e chissà chi. Sicuramente da pregiudizi e bocche che paiono fogne, così come dai “c’è gente che sta peggio”, “esci che ti passa”, “basta non pensarci” e la mia preferita “devi reagire e darti una mossa”. Chi cazzo ti dice che non lo stia già facendo, che un gesto semplice come entrare in un bar non sia per me una vera e propria conquista? C’è pure gente che grida “vergognati”, che dice che uso i disturbi come “un alibi per stare a letto a fare niente tutto il giorno”. Queste due coltellate arrivate direttamente da una “familiare”, quella che in teoria dovrebbe essere mia nonna ma, evidentemente, non lo è ora e non lo è mai stata. Pure psicologa, ve lo immaginate? Una pazza di 80 anni abbastanza lucida da sapere cosa stava dicendo che urlava a pieni polmoni che mi devo vergognare. Come direbbero in inglese “way to go! Bene così!”. E non sono l’unica con questo tipo di esperienza purtroppo.

Vedete, i peggiori nemici la maggior parte delle volte li abbiamo in casa. Hai l’ansia? Esci. Sei autolesionista? Smetti. Ti vuoi ammazzare? Non ha senso. Sei depresso/a? Fai una passeggiata. Ti strafoghi? Smettila. Rifiuti il cibo? Non vorrai mica diventare pelle e ossa. Ti strafoghi e poi ti procuri il vomito? Peggio per te. Sei alcolista/drogato/dipendente da qualcosa? Che schifo, il peggio del peggio. Agorafobica? Giro al centro commerciale come terapia d’urto e vedrai che passa tutto. Etc. etc. Si riduce tutto ad un “HO (inserire nome) che fa queste cose. MI ci mancava solo questa”. Scusa, eh.

Perché fermarsi un attimo a chiedersi cosa ci sia dietro costa troppo. Capisco che i disturbi psichiatrici facciano paura, ma non sono MAI una vergogna. Mi chiedo se vi fermiate mai a pensare a quanta paura facciano a chi li combatte giorno e notte, sette giorni su sette, h24, senza poter mai riposare. Le pilloline non fanno le magie, non sono davvero “happy pills”, pillole della felicità, perché non sempre si trova quella giusta, a volte funzionano per un po’ e poi “ciao, è stato bello  finché è durato”, altre volte creano altri problemi, tra cui disturbi del sonno che noi “disturbati” spesso abbiamo già; insonnia, incubi, terrori notturni, ipersonnia, etc. Ah, senza dimenticare i fantastici mix tra un disturbi del sonno che contribuiscono, insieme agli atteggiamenti sopracitati, a peggiorare notevolmente i sintomi, la qualità della vita e a rallentare la guarigione.

Mi chiedo un’altra cosa: davvero la gente si stupisce quando una persona s’ammazza? Dopo aver ripetuto di star male, dato spiegazioni fino allo sfinimento, sopportato pregiudizi, incomprensioni e minchiate varie. Davvero ha il coraggio di stupirsi? Uno cerca aiuto, gliene dicono di tutti i colori e poi “era troppo fragile”. No, bestie. Non era lui/lei ad essere fragile, siete voi che l’avete gambizzato/a quando vi ha chiesto aiuto. La gente che si suicida non è fragile e nemmeno egoista, non ha altra via d’uscita. È diverso. E quando il danno è fatto, “eh, ma poteva farsi aiutare, la mia porta era sempre aperta”. Ah sì? E quante volte gliel’hai sbattuta in faccia con “c’è gente che sta peggio… sapessi io… devi darti una mossa… reagisci… esci e vedi come ti passa”e tutto il resto. Quante volte? Troppe. Sicuramente troppe.

Mi chiamo Giuliana e ho 26 anni. Ho disturbo d’ansia generalizzata, disturbo ossessivo compulsivo, pensieri suicidi, altre robe che manco ricordo, ho pure una tendenza alle dipendenze e sono una (ex) autolesionista. Sono una persona, non una serie di diagnosi motivo per cui non mi sento una vittima e nemmeno malata. Ho deciso di condividere la mia storia e pezzetti di storie di altre persone perché sono incazzata, stufa di dover subire uno stigma sociale insensato e malato. Scrivo nella speranza di accendere un piccolo lumicino nella “selva oscura”, per citare un grande, di pregiudizi e ignoranza testarda e per invitarvi a riflettere sempre, essere gentili ed empatici sia nei gesti che nelle parole. Non possiamo mai sapere chi abbiamo davanti e dove sia persa la sua testa, dove sia sospesa la sua vita e una parola sola potrebbe fare una grande differenza, in alcuni casi addirittura tra la vita e la morte. Ho deciso soprattutto di condividere per chi ha rotture di scatole come le mie o peggiori, per dire “ehi, tu! Non sei solo. C’è gente che ti capisce perfettamente da qualche parte nel mondo e ti vuole un gran bene e ti reputa importante anche se non ti conosce nemmeno”.

Alla prossima, sperando in temi più allegri.

Riflessioni dal fondo del pozzo III

C’è che a 26 anni ho paura del buio. Non è normale. O forse sì? In fondo chi siamo noi, piccoli granelli di sabbia nell’universo sconfinato, per decidere cosa è normale e cosa non lo è?

Non avevo paura del buio fino a qualche anno fa, fino a quando le tenebre hanno iniziato a farsi nuovamente strada, striscianti. C’è che certe ferite restano aperte e forse non si richiudono mai. C’è che scrivo troppo poco e resta tutto dentro.

C’è che i pregiudizi sono tanti e il veleno ancor di più. Fanno paura le teste bacate. Come potrebbero non farne quando la “pazzia” può colpire chiunque, all’improvviso.

Scusate per i pensieri sconnessi e bui, però questo è quello che oggi sono riuscita a tirare fuori. Un pezzetto di anima ferita, nero su bianco.

11 Marzo

Talvolta sono i post che conosciamo meglio quelli che riservano più sorprese. Oggi vi
IMG_20180126_151932parlo nuovamente della mia Cagliari e di una piccola perla scoperta per caso poco tempo fa nel quartiere storico dove sono cresciuta. Il nome della via è facile da ricordare e rispecchia alla perfezione il carattere della strada stessa: Via Stretta. Ci si deve passare in fila indiana, soprattutto nei tratti dove il verde è più folto; ci sono piante e fiori di tutti i tipi che spuntano dai contenitori più variegati come classici vasi, contenitori di recupero, gabbie, teiere e scarpe. Qui e là, seminascoste, sedie più o meno vecchie stanno in attesa dei proprietari che immagino la sera escano a prendere il fresco nel loro giardino urbano improvvisato. Non mi dispiacerebbe abitare lì, sentirmi in un piccolo e magico mondo che pare uscito da un libro di favole.

E niente, oggi mi fermo qua. Vi chiedo scusa se lo stile non è accattivante, ma l’influenza mi ha addormentato il cervello.

Storie in pillole – IV

Non trovo l’interruttore; la luce resterà quindi spenta ma non è un problema. Conosco bene questo posto e ne ricordo bene spigoli e gradini. E i mobili. Mobili scuri e pesanti carichi di cimeli vari, fotografie, libri e ricordi. Strano. Ricordo la posizione di tutto tranne l’interruttore. Forse non mi sono mai preoccupata di cercarlo nelle notti infinite, di rischiarare il buio reso appena meno nero del nero più nero dalla flebile luce che arriva dalle grandi finestre incorniciate da pesanti tende polverose. Chissà. La casa scricchiola, sempre. Quando c’è vento, piange. Davvero. Arriva un singhiozzare dalla soffitta, nessuno sa però chi ci sia lassù. Quella porta non si apre, nessuno è mai riuscito a sfondarla. Ci sarà qualcosa che la blocca, dicono. Quindi chiunque stia lassù, lì è condannato a restare. Oggi non c’è vento. Piove. Si avvicinano anche i tuoni. Vado in cucina, prendo un bicchiere e lo riempio d’acqua. Dalle scale che portano in cantina arriva uno scricchiolio nuovo. Dei passi regolari, leggeri. Spero non abbia bisogno di sapere dov’è l’interruttore.

Storie in pillole – III

“Come fai a leggere quella roba?” chiese Daniele.

“E’ interessante.” rispose Giulia.

“D’accordo ma… non ti inquieta? Non ti fa venire il voltastomaco?”

“Perché dovrebbe?”

“Beh, sono… serial killer. Cioè, non sono normali e nemmeno sani di mente.”

“E chi lo dice?”

“Mi sembra ovvio… voglio dire, uccidono la gente per divertimento.”

“Non è proprio così in realtà.”

“Ah no?”

“No. Per alcuni è, sì, divertimento, per altri una compulsione, per altri ancora una reazione ad un trauma.”

“Anche io ho subito traumi ma non vado ammazzare persone a caso.”

“E’ proprio questo il punto: perché loro lo fanno e tu, o io, no? Dove sta la differenza? Abbiamo questo “potenziale” orribile? La mente umana è incredibilmente complessa ed è proprio questa sua caratteristica a dare vita all’individuo e ai suoi comportamenti. Non voglio giustificare le loro azioni, ovviamente, ma le voglio capire. C’è dell’oscurità in ognuno di noi e mi chiedo: fin dove può arrivare?”

Daniele prese in mano il volume a lui più vicino.

“Che dici se inizio da questo?”

Storie in pillole – II

Erano note straniere eppure stranamente familiari, una melodia dolce e aspra retaggio di una popolazione antica e austera, nata dalle radici fredde della Scandinavia.

Clio non riusciva a spiegarsi perché ma, quando sentiva quella musica, la sua mente andava subito al Nord, quello estremo delle aurore e del sole di mezzanotte che immaginava fatto di spazi sconfinati, silenzi e solitudini, caminetti accesi, neve e… “casa dolce casa”.

Accese il portatile e cercò immediatamente il primo volo disponibile per la Scandinavia, senza una meta precisa, lasciando che fosse il destino a decidere per lei: Isole Faroe, sperdute nell’oceano tra la Norvegia e l’Islanda.

Fece qualche telefonata, fece le valigie. Preparò una tazza di cioccolata bollente e si sedette sul divano, pensierosa.

“Lo sto facendo davvero…” disse tra sé e sé. “E’ il sogno di una vita e lo sto accogliendo. Finalmente.”

Eivør – Trøllabundin

 

Storie in pillole – I

Ho finito il tè!”

Il tono di Miriam era a metà tra il sorpreso e il disperato. Senza il tè la dispensa era per lei vuota e la sua routine stracciata. Alle 17.00 il bollitore doveva fischiare, l’acqua colorarsi e l’aroma diffondersi; ora si ritrovava senza niente, il suo rituale rannicchiato in un angolo, in attesa.

Il tè era ciò che per lei faceva di un posto casa, la famosa “casa dolce casa” dove i problemi sembrano non solo più piccoli ma anche facilmente risolvibili. Senza il tè, quell’amorevole calore andava perso.

Chiavi. Dove sono le chiavi.” borbottava mentre cercava frettolosamente in ogni anfratto della casa.

Borsa! Sono in borsa ovviamente.”

Le afferrò insieme alla patente e a pochi soldi. Non serviva la borsa, bisognava uscire leggeri per quella missione così importante.

La sagoma familiare del supermercato le parve un’oasi in mezzo al deserto; si fiondò dentro e, schivando vecchiette sfaccendate e lavoratori perennemente di fretta, lo raggiunse: lo scaffale del tè. Tè nero, verde, aromatizzato classico al bergamotto oppure con spezie dall’estremo oriente o aromi più mediterranei… Prese di tutto un po’, senza nemmeno guardare le confezioni.

Sempre meglio abbondare e non rischiare.” disse tra sé e sé.

6 Settembre

Oggi avrei dovuto pubblicare la seconda parte del racconto “Vacanze in Supramonte” ma, a causa di caldo e problemini vari, non sono riuscita a trovare la concentrazione necessaria per scrivere. Quindi anche oggi, come già fatto in passato, vi parlo un po’ della mia terra. Settimana scorsa ho giocato alla turista, erano anni che non lo facevo e sia il caso che l’istinto mi hanno riportato nel quartiere storico di Castello che mi ha fatto letteralmente da scuola e quasi da casa per sette-otto anni. Non scorderò mai il suo profumo stantio e umido, carico di storie e sentimenti, come la pelle degli anziani che trasuda saggezza e vita vissuta.

Mi sono emozionata nel passare davanti alla mia vecchia scuola, un ex monastero eretto IMG_20170828_180921nel 1539 e convertito in asilo già alla fine dell’Ottocento, e ho dovuto resistere alla tentazione di citofonare e chiedere di poter vagare di nuovo in quegli spazi che da piccola mi parevano immensi e pieni di mistero. Ahimè, non ho avuto il coraggio di farlo e mi sono pentita; comunque la buona notizia è che la scuola da lì non si sposta, magari approfitterò di questa certezza in un’altra occasione.

Una curiosità: la scuola è direttamente collegata alla chiesa di Santa Lucia. Dall’architettura semplice ma d’effetto, la chiesetta apre diverse volte ogni anno, compreso in occasione di Monumenti Aperti, giorno in cui a fare da guide sono, udite udite, piccoli scolari emozionati ed impazienti che stanno sul portone nella speranza che qualcuno entri. Anche io per tre anni ho fatto parte di quella schiera ansiosa e, insieme ad una grande conoscenza della chiesa e dell’istituto in questione, ho acquisito anche un trauma. Sì, sul serio. In terza elementare, per lo meno ai miei tempi,  alle miniguide toccava illustrare la storia di Santa Lucia che si concludeva con un lapidario “ella si strappò gli occhi” e sguardo tragico verso la statua della Santa con occhi su piatto. A dirlo così vien da ridere ma vi assicuro che la cosa è tutt’altro che comica. Va bene, scendiamo a patti. E’ tragicomica. Dell’interno della chiesa non ho foto, ma vi allego la descrizione della sua architettura per chi fosse interessato.

Una delle cose che mi ha sempre colpito di Castello è il suo essere costruito in bilico su IMG_20170828_165310una rocca, a 25 anni ho ancora paura che qualcuna delle costruzioni possa precipitare nel vuoto all’improvviso, considerato anche il generale stato di abbandono di molti edifici. Credo basti la foto qui accanto per avvertire un leggero senso di vertigine. La costruzione che vedete è la Cattedrale di Santa Maria Assunta e Santa Cecilia, nome lungo ma assolutamente meritato vista la sua bellezza. Ma della cattedrale vi parlerò un altro giorno, magari affiancando alla sua gloria la triste vicenda del Convento di Santa Caterina, precipitato nel vuoto in una notte di tempesta e le cui suore ancora vagano per le stradine del quartiere in compagnia di altri spiriti tormentati, perennemente in cerca di pace.

Ma queste sono altre storie.

P.s.: se siete interessati, potete trovare tante altre foto tra i contenuti del mio profilo Twitter. Curiosate liberamente! 🙂