6 Settembre

Oggi avrei dovuto pubblicare la seconda parte del racconto “Vacanze in Supramonte” ma, a causa di caldo e problemini vari, non sono riuscita a trovare la concentrazione necessaria per scrivere. Quindi anche oggi, come già fatto in passato, vi parlo un po’ della mia terra. Settimana scorsa ho giocato alla turista, erano anni che non lo facevo e sia il caso che l’istinto mi hanno riportato nel quartiere storico di Castello che mi ha fatto letteralmente da scuola e quasi da casa per sette-otto anni. Non scorderò mai il suo profumo stantio e umido, carico di storie e sentimenti, come la pelle degli anziani che trasuda saggezza e vita vissuta.

Mi sono emozionata nel passare davanti alla mia vecchia scuola, un ex monastero eretto IMG_20170828_180921nel 1539 e convertito in asilo già alla fine dell’Ottocento, e ho dovuto resistere alla tentazione di citofonare e chiedere di poter vagare di nuovo in quegli spazi che da piccola mi parevano immensi e pieni di mistero. Ahimè, non ho avuto il coraggio di farlo e mi sono pentita; comunque la buona notizia è che la scuola da lì non si sposta, magari approfitterò di questa certezza in un’altra occasione.

Una curiosità: la scuola è direttamente collegata alla chiesa di Santa Lucia. Dall’architettura semplice ma d’effetto, la chiesetta apre diverse volte ogni anno, compreso in occasione di Monumenti Aperti, giorno in cui a fare da guide sono, udite udite, piccoli scolari emozionati ed impazienti che stanno sul portone nella speranza che qualcuno entri. Anche io per tre anni ho fatto parte di quella schiera ansiosa e, insieme ad una grande conoscenza della chiesa e dell’istituto in questione, ho acquisito anche un trauma. Sì, sul serio. In terza elementare, per lo meno ai miei tempi,  alle miniguide toccava illustrare la storia di Santa Lucia che si concludeva con un lapidario “ella si strappò gli occhi” e sguardo tragico verso la statua della Santa con occhi su piatto. A dirlo così vien da ridere ma vi assicuro che la cosa è tutt’altro che comica. Va bene, scendiamo a patti. E’ tragicomica. Dell’interno della chiesa non ho foto, ma vi allego la descrizione della sua architettura per chi fosse interessato.

Una delle cose che mi ha sempre colpito di Castello è il suo essere costruito in bilico su IMG_20170828_165310una rocca, a 25 anni ho ancora paura che qualcuna delle costruzioni possa precipitare nel vuoto all’improvviso, considerato anche il generale stato di abbandono di molti edifici. Credo basti la foto qui accanto per avvertire un leggero senso di vertigine. La costruzione che vedete è la Cattedrale di Santa Maria Assunta e Santa Cecilia, nome lungo ma assolutamente meritato vista la sua bellezza. Ma della cattedrale vi parlerò un altro giorno, magari affiancando alla sua gloria la triste vicenda del Convento di Santa Caterina, precipitato nel vuoto in una notte di tempesta e le cui suore ancora vagano per le stradine del quartiere in compagnia di altri spiriti tormentati, perennemente in cerca di pace.

Ma queste sono altre storie.

P.s.: se siete interessati, potete trovare tante altre foto tra i contenuti del mio profilo Twitter. Curiosate liberamente! 🙂

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Vacanze in Supramonte

Vi propongo un altro esperimento. Non avendo fantasia, ho chiesto aiuto al popolo di Twitter e mi è venuta in soccorso Cris B. . Avevo chiesto un personaggio, un luogo e una cosa e questo (vedi foto) è ciò che mi arrivato, completo di alcune linee guida che non mi aspettavo ma che mi hanno lasciata piacevolmente sorpresa. Oggi posto la prima parte del racconto, al prossimo turno arriverà la seconda. Buona lettura!

Cattura

Matteo si aspettava un mese di mare. E invece no; si era ritrovato catapultato in Supramonte, Parco del Gennargentu, Barbagia, Sardegna, Italia, Europa, Terra.

Quando aveva capito che la strada non avrebbe fatto altro che salire, aveva iniziato a piangere disperato, ricordandosi all’improvviso di una conversazione sentita per caso in cui sua madre diceva “lo manderei a fare un giro in Supramonte! Col cavolo che torna!”. Ora, la madre non necessariamente si riferiva al figlio, questo Matteo l’aveva capito, ma in ogni caso gli era rimasto impresso il tono fatidico associato al cuore selvaggio di quella meta estiva perennemente bruciata. Il Supramonte è quello dei banditi, per intenderci, qui in Sardegna lo impariamo presto, e il bambino, pur essendo nato nel “continente”, era sardo fino al midollo. Nemmeno i genitori erano felici del cambio di programma, solitamente trascorrevano le vacanze nella casa al mare dei genitori di lei in cui c’era posto anche per i genitori di lui. Il destino però aveva voluto che una zia di lui, tale Tzia Bona, decidesse di morire proprio la sera prima della partenza, quindi la famiglia aveva dovuto cambiare destinazione: da Stintino a Orgosolo. C’era da aiutare i nonni con la defunta, il funerale, la sepoltura e i parenti. Soprattutto con i parenti. Ah, e con il caffè. Sì, perché qui ai funerali si beve caffè, ad ogni parente che arriva si mette su un’altra caffettiera e via! Un altro giro per tutti, manco fossero shottini. A fine giornata si sta tutti nevrotici come chi passa una giornata in un ingorgo cittadino. Ah, poi ci sono le caramelle per i bambini, quelle alla panna. Nonne e zie più o meno acquisite danno vita ad uno spaccio che non si vede manco nei quartieri malfamati di Cagliari. E guai a dire no, che sia no al caffè o alla caramella, se ti azzardi a rifiutare, ti inceneriscono con lo sguardo. Allora ti tocca rimediare dicendo che la caramella la mangi dopo e la metti in tasca, ma il caffè è un problema, ci devi ripensare subito e mandarlo giù tutto.

Tornando al piccolo Matteo, i giorni di lutto passarono lenti ma finalmente, una volta sepolta la povera donna, la casa dei nonni si fece più tranquilla e tutta la famiglia (genitori, nonni, zii, parenti, vicini e cani) optarono per una gita in Supramonte per prendere aria.

“Non voglio andare in Supramonte! Non voglio morire lì!”

“E mica ti ci lasciamo, tesoro! Torni a casa con noi!” gli disse la madre prendendolo per mano e strascinandolo verso l’auto mentre il padre quasi rotolava dalle risate.

Il Supramonte non era poi così male, constatò il bambino appena sceso dalla macchina. La foresta di Montes con i suoi lecci secolari gli si parava davanti in tutto il suo splendore. Si trovavano nell’area picnic vicino alla sorgente di Funtana Bona, a pochi metri da una foresteria che ospitava un piccolo museo naturalistico; in men che non si dica la tavola fu preparata e sommersa da xivedde di malloreddus conditi con sugo di salsiccia e di culurgiones inondati di pecorino stravecchio, poi taglieri di salumi e formaggi, compresa una forma di casu martzu di contrabbando, barattoli di olive in salamoia, quelle buone preparate in casa da Nonna Maria, l’olio buono di Tziu Tonino,salsiccia fresca da grigliare perché qui non solo mangiamo quella fresca, ma la facciamo pure essiccare, ché di salsiccia non ce n’è mai abbastanza. E da bere? Cannonau,Nepente e, per digerire, Fil’e Ferru, anche questo di contrabbando perché lo stesso Tziu Tonino di cui sopra diceva che “L’ho sempre fatto e mai sono morto!” Infatti uno non crepa fino a quando non crepa, no?

Dopo pranzo i grandi si dedicarono a pettegolezzi e pisolini mentre i bambini organizzarono una partita di calcetto improvvisando delle porte con dei rami trovati sul limitare del bosco. Guai ad andare oltre il primo albero! Gli adulti li avevano avvisati: se ci si perde in Supramonte, a casa non si torna più.

Ovviamente la palla non aveva niente di cui preoccuparsi, dato che una casa vera non l’aveva, per cui al primo tiro andò a piazzarsi dietro un arbusto oltre la seconda fascia d’alberi. Matteo, con tutto il coraggio che aveva in corpo, andò a recuperare il pallone e, proprio mentre lo stava tirando fuori dal cespuglio, si accorse che il vento portava un verso flebile non molto lontano. Lanciò il pallone al cugino ma non lo seguì quando questo si voltò per tornare a giocare; si diresse invece nella direzione opposta, addentrandosi nella foresta alla ricerca di quello che pareva un piccolo uccellino. Camminò per un po’ senza curarsi delle raccomandazioni di genitori e parenti che dalla mattina non avevano fatto altro che ripetere “Non allontanatevi troppo e, SOPRATTUTTO, non addentratevi nel bosco!”. In effetti gli sembrò di sentire qualcuno chiamare il suo nome ma fece finta di nulla e continuò la sua ricerca. La sua curiosità era troppa, irrefrenabile. Arrivò in una radura e trovò una piccola poiana di Sardegna caduta a terra; la raccolse con delicatezza e guardò in alto alla ricerca del nido. I rami erano fitti e non sapendo esattamente che cosa cercare, si girò sui suoi passi per portare la piccola malcapitata agli zii che sicuramente avrebbero saputo cosa fare. Camminò per quello che gli parve un tempo interminabile e ancora dell’area picnic non c’era traccia. Chiamò allora i cugini per nome, uno per uno, ma ancora niente. Sentì un fruscio alla sua destra e allora pensò che qualcuno gli stesse facendo uno scherzo per dargli una lezione, magari lo zio Luca che quelle zone le conosceva bene e sicuramente gli era venuto dietro appena si era accorto del suo ingresso nella foresta, ingresso non seguito da un’uscita.

“Puoi uscire fuori adesso! Mi dispiace.”

Niente.

Iniziò allora a sentire il panico crescere dentro il suo petto e si mise a correre di qua e di là, urlando a perdifiato e con il piccolo uccellino stretto al petto.

Incontri

La città cambia faccia di notte: silenziosa, dormiente, rilassata; è l’esatto opposto del tumulto caotico e stressante che la popola durante il giorno ma non è meno vera. Più sfumata forse, con i suoi contorni diluiti e i rumori attutiti. A Sara è sempre piaciuto gironzolare la notte, fin da adolescente ha imparato a calarsi giù dalla sua finestra per poter pedalare in lungo e in largo per le strade deserte e pensare, attività generalmente considerata inconsueta per una ragazzina; gli adolescenti dovrebbero preoccuparsi principalmente dei primi baci dati in un angolo con la paura mista ad emozione per il rischio di venire scoperti. Ma Sara non è come tutti, Sara è… semplicemente Sara. Pensa tanto, scrive di più e sogna durante il giorno ad occhi aperti mentre fissa un punto imprecisato del vuoto pieno di qualche bar. E’ durante una di queste meditazioni che un cameriere imbranato quasi le rovina il cappotto nuovo verde speranza; si chiama Leo e in quel bar lavora da pochi mesi; ha notato subito quella donna di poco più di trent’anni persa in sé stessa e ha passato giornate intere a pensare a come presentarsi e chiederle un po’ del suo magico tempo. Manco a farlo apposta, perché davvero non l’ha fatto apposta, l’occasione si è presentata da sola; è bastato un vassoio troppo carico e in precario equilibrio recuperato all’ultimo secondo con le stoviglie perfettamente al loro posto in barba ad ogni legge della fisica. Leo è mortificato per l’incidente e resta basito per un momento quando lei scoppia a ridere appena dopo aver ripreso colore; ha una risata leggera, primaverile. Gli chiede se stia bene, lui risponde di sì e le rivolge la stessa domanda cui lei risponde con un cenno del capo; una marea di riccioli biondi si agitano ribelli andando ad incastrarsi nella montatura degli occhiali che Sara porta da quando ha memoria. Leo si scusa ancora una volta e torna al suo lavoro senza avere il coraggio di chiedere quello che veramente gli interessa. Pazienza, pensa. In fondo non è mai stato un uomo coraggioso, non ha mai fatto la prima mossa e forse è proprio questo il motivo per cui si sente come se la vita gli stesse scivolando via tra quelle mani grandi e screpolate incapaci di afferrarla. Si gira verso il bancone e il cuore gli balza nel petto; Sara lo fissa dritto negli occhi e gli chiede semplicemente “domani quando finisci il turno?”. Lui risponde sì. Si salutano con un cenno della mano. Alla fine ci ha pensato la vita ad organizzare tutto.

7 Maggio

E’ una bellissima domenica di maggio, il sole è alto nel cielo limpido come dovrebbe sempre essere in una giornata di tarda primavera. Mi verrebbe da descrivere la mia terra come “un quadro che ha dipinto Dio”, citando Arisa e la sua “Meraviglioso amore mio”. Ebbene sì, oggi niente racconti e nemmeno esperimenti letterari, ma uno spaccato di vita quotidiana in diretta dalla mia casa dolce casa, la Sardegna. Avevo in programma di proporvi un racconto un tantino agghiacciante ma proprio non riesco a finirlo, sarà che questa settimana abbiamo sciolto il voto fatto nel 1656 a Sant’Efisio (Sant’Efis, Sant’Efisi o Efisietto per noi che lo adoriamo non soltanto in senso religiosamente stretto), sarà che posso godermi ancora – per poco – il sole senza bruciarmi, fatto sta che di parole lugubri non riesco a tirarne fuori quindi vi tocca immergervi nel sole isolano. Chi di voi sta seguendo il Giro d’Italia, ha già avuto modo di ammirare panorami spettacolari, a tratti cristallini, a tratti brulli e arsi dal sole, di questa terra perennemente spazzata dal vento che tutto modella, rocce e persone, senza alcuna differenza. Bene, oggi quei poveri ciclisti sudati e sicuramente bruciati passeranno a pochi metri da casa mia, proseguiranno ancora per chilometri fino ad arrivare a Cagliari, sperando che quest’anno nessuno scivoli sui lastroni di Via Roma spalmandosi per terra, esperienza vivamente sconsigliata. Sul serio. In prima persona ancora non ho avuto l’onore “alliscinare” (scivolare) in quel tratto di strada ma, conoscendo bene i lastroni, posso immaginare il male che fa.

Di Cagliari e della Sardegna in generale potrei parlarvi per ore, annoiandovi a morte, ma siccome siete simpatici e non voglio farvi fuori con dissertazioni di vario genere, vi racconterò delle piccole curiosità e scoperte tanto quotidiane quanto carine.

I fenicotteri: nello stagno di Molentargius se ne trova una colonia stanziale che rallegra le giornate specialmente a coloro che si dirigono a Cagliari. I fenicotteri qui non sono per niente timidi ed è spesso possibile osservarli a pochissimi metri di distanza, talvolta anche a meno di un metro. Vi posto una foto di un pullo che mi ha fatto il favore di mettersi in posa; mi sono pentita di non aver fatto un video, faceva un verso buffissimo mentre filtrava il fango alla ricerca di pappa.

La Sella del Diavolo: ce l’abbiamo solo noi. Affacciata sul Golfo degli Angeli, sede di una delle tante battaglie tra le schiere angeliche e quelle demoniache, si dice che sia la sella di Lucifero, in alternativa il destriero stesso completo di sella oppure ancora, nella versione più popolare, l’impronta rovente dell’infernale didietro lasciata dal proprietario stesso del didietro in questione caduto dal suo cavallo al momento della sconfitta.

Anfiteatro romano: o meglio quello che ne resta. Per metà scavato nel calcare e per l’altra metà costruito con grandi blocchi sempre di calcare, venne utilizzato come cava ai tempi della costruzione della “castrum Karalis”. Morale della favola: dell’anfiteatro resta poco in superficie, i suoi blocchi sono quasi tutti pochi metri più in là, impilati su una rocca a gettare le basi del quartiere di Castello, il più vecchio e denso di storia di tutta la città. Di questo non ho foto, scusate… mai pensato di farne, è stampato nella mia memoria. Un po’ come il Colosseo nella mente dei romani, forse?

Cere anatomiche del Susini: tappa obbligata per gli amanti del macabro, non visitate la mostra se siete deboli di stomaco. Più che le cere stesse, che sembrano vere, fa impressione il modo in cui sono state realizzate. Se non siete al corrente, googlate come se non ci fosse un domani. Io non ve lo dico.

Museo d’Arte Siamese: un pezzo d’Asia a Cagliari?! Giuro. Grazie a Stefano Cardu, possiamo vantare una collezione invidiabile proveniente da diversi paesi dell’Estremo Oriente. Non ve l’aspettavate, eh? Nemmeno io quando sono diventata grande abbastanza per capire che la parola “siamese” non si riferiva a gemelli congiunti ma al Siam, una delle tante zone da cui provengono questi pezzi preziosissimi.

Credo di avervi annoiato abbastanza per oggi, magari un’altra volta farò una parte 2 se vi fa piacere elencando qualche altra curiosità. Scusate invece se vi ho annoiato e se manca un po’ di verve, la cervicale infiammata mi spegne il cervello.

Ecco il pullo di cui sopra. 

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Marco

Scusate il ritardo! Prima ho avuto problemi di linea, poi mi sono dimenticata di dover pubblicare. Accidenti alla mia testolina sempre tra le nuvole! 😀 Vi propongo un racconto già pubblicato sul mio blog. Buona lettura e scusate ancora!

Marco sognava da sempre di fare lo scrittore. Aveva iniziato a scrivere i primi racconti a nove anni e aveva continuato fino ai quindici quando aveva deciso di non avere più niente da dire. Adesso, trent’anni, un matrimonio fallito e due figli dopo, aveva finalmente riaperto il suo taccuino pronto a raccontare qualunque cosa gli passasse per la mente. Peccato che la penna si fosse prosciugata. Già, il temutissimo blocco dello scrittore. Aveva sparso litri di inchiostro quando in fondo non aveva molto da dire e ora che aveva tante storie per di più sensate ma assai annebbiate nella testa, di nero non riusciva a spargere nemmeno una goccia. Aveva cercato su Google, attuato tutti i consigli che aveva trovato, era persino andato da uno psicologo ma non aveva risolto niente; le pagine rimanevano intonse, statiche e dannatamente bianche.

“Forse non ho lo stoffa per diventare scrittore.” pensò Marco mentre aspettava che Paoletto, il più piccolo dei suoi mini-me, uscisse dal campo di basket. “Bah! Marco, svegliati! Hai quarantacinque anni suonati e ancora sogni ad occhi aperti. Diventare scrittore… vivere dei tuoi racconti addirittura! Ma dove diavolo hai la testa?”

“Sulle spalle, probabilmente.” gli sussurrò la sua impulsività, la stessa che l’aveva portato a sposare Sara due settimane dopo averla conosciuta in spiaggia. Era stata un’avventura estiva lunga, durata tre anni e troncata da un divorzio e da un’aspra battaglia legale per la custodia dei nanetti. Quei due piccoli esseri umani erano l’unico motivo che scacciava via la sensazione di aver perso tempo; Marco non avrebbe mai rinunciato a loro, nemmeno per tutto l’oro del mondo. Guardando indietro erano l’unica nota positiva in una vita di fallimenti. Disoccupato, troppo giovane per alcuni e troppo vecchio per altri, andava avanti con lavori saltuari perché di far fruttare quella laurea in Economia Aziendale proprio non se ne parlava; si era laureato giusto per una promessa fatta al nonno in punto di morte.

“Ho bisogno di scrivere.”

“E cosa?” chiese Paoletto dal finestrino aperto. Aveva l’aria di essere lì da un po’.

“Niente di che. Stavo pensando a voce alta. Salta su!”

Il bambino aprì la portiera posteriore, lanciò una sacca che sembrava parecchio pesante sul sedile e poi si buttò dentro pure lui facendo traballare l’auto; Marco aveva smesso di rimproverarlo ormai, in fondo piaceva anche a lui quel movimento “a budino”, come lo chiamava il suo mini-me. Si diressero tranquillamente verso casa discutendo di basket e gelato mentre il traffico serale sfrecciava loro accanto come se arrivare a destinazione fosse una questione di vita o di morte.

Un profumo di brodo di pollo ed una voce allegra che canticchiava accolsero Marco e Paoletto già nell’ingresso della piccola villetta in una zona residenziale poco fuori dalla città.

“Ah, eccovi finalmente!” disse Clelia, la suocera di Marco. “Stavamo per iniziare senza di voi! Siamo affamati!”

Clelia non era la tipica suocera, quella stereotipata che detesta il compagno/a del figlio/a senza motivo; si era affezionata subito a quell’uomo tanto alto e atletico quanto goffo che sua figlia le aveva portato senza preavviso a casa in un pomeriggio afoso. Quando i due avevano finalizzato il divorzio aveva detto, in lacrime, che ormai Marco per lei era come un figlio e che avrebbe continuato a prendersi cura di lui come aveva sempre fatto. Marco si era messo a piangere a sua volta e l’aveva tenuta stretta, lui che di una madre aveva conosciuto poco e niente.

Paoletto e Clelia si sedettero a tavola mentre Marco si diresse verso il divano per recuperare il maggiore dei suoi mini-me, Carletto, costretto a casa da un febbrone epocale.

“Vieni, cucciolo. La cena è pronta.”

“Ti ho detto di non chiamarmi così, papà! Ho dieci anni ormai!” protestò il bambino mezzo addormentato.

“Va bene! Allora visto che sei grande, in cucina vai sulle tue gambe?”

Carletto ci pensò su un attimo.

“Magari per oggi posso ancora essere piccolo.” disse deciso allungando le braccia verso il padre.

Dopo cena Clelia mise i bambini a letto e Marco ripulì in cucina; poi si sedettero entrambi in veranda con una tazza di tisana bollente in mano.

“Conosco quello sguardo perso. Cosa ti frulla in quella testa?” chiese Clelia con sguardo indagatore.

“E’ stupido.”

“Non credo. Tu non dai importanza a quello che per te è stupido; è il motivo per cui hai rinunciato a combattere per il tuo matrimonio.”

Colpito e affondato.

“Sai come la penso, Marco. Non c’era più niente da salvare tra te e mia figlia, forse non c’era mai stato. E non lo dico a cuor leggero.”

“Lo so.”

“Allora?”

“Ho comprato un taccuino, per scrivere storie.”

“Come quando eri ragazzino. Mi piace.”

“Dalla penna non esce niente. E non capisco perché.”

“Smetti di cercare di capire. Smetti di pensare. E scrivi, semplicemente.”

Quando Clelia se ne fu andata, Marco si sedette alla scrivania, prese la sua penna preferita, una stilografica che suo padre gli aveva regalato per la laurea, e iniziò a buttare giù sulla carta parole e parole. Sembrava un fiume in piena. Passate diverse ore, si rese conto che stava finalmente dando vita al romanzo che aveva sempre cullato nel cuore, quello di cui sapeva il titolo ma non il contenuto.

Tornò sulla prima pagina e scrisse in stampatello: “Tra le onde”.

Continuò a lavorare su quel romanzo per mesi e quando fu finalmente finito lo pubblicò giusto per il piacere di condividerlo con qualcuno. Se poi fosse arrivato il successo, tanto meglio; avrebbe potuto dedicarsi a ciò che più l’aiutava a mettere insieme i pezzi della sua vita incasinata. Scrivere.

Riflessioni dal fondo del pozzo – II

Ciao a tutti, per oggi avevo intenzione di proporvi un pezzo scritto apposta per l’8 Marzo ma, ahimè, mi manca la verve necessaria per perfezionarlo e concluderlo; ve lo farò leggere più avanti, perdonatemi! Ergo, oggi pubblico un’altra riflessione dal fondo del pozzo, sempre in forma di diario. Buona lettura!

Caro diario,

l’introduzione di oggi sembra quasi adolescenziale: questo pomeriggio, mentre guidavo, un sound intimo e coinvolgente proveniente dalla mia stazione radio preferita mi ha portato subito ad alzare il volume e a scoprire una canzone dalle parole tanto semplici quanto profonde: si intitola “Fickle Game” ed è un brano della rock band britannica Amber Run. Cosa mi ha colpito? Al primo ascolto, oltre alla melodia, una frase ha catturato la mia attenzione “I’m not fast enough to get away” (non sono abbastanza veloce per scappare). Appena ho potuto fermare l’auto, ho preso il cellulare e segnato quella frase per ritrovarla più tardi nella quiete della mia stanza. E qui, dopo un ascolto attento, mi sono innamorata; un’altra canzone che sembra scritta apposta per me, ho pensato. E sempre qui un’altra frase mi ha preso dritta dritta al cuore: “I’m old enough to know I’ll end up dying and not young enough to forget again” (sono abbastanza grande da sapere che finirò per morire ma non giovane abbastanza per dimenticare nuovamente).

Frase difficile, starai pensando. Lo è, ti confermo. I giovani dovrebbero vivere, amare, sperare, giocare; dovrebbero vivere alla giornata, senza preoccuparsi del domani, credere di poter avere il mondo ai propri piedi, di poter vivere per sempre. Non dovrebbero mai avere quell’idea concreta di morte marchiata a fuoco da qualche parte nell’anima. Ma la vita, si sa, idilliaca non è, quindi chi ha il marchio, lo caccia via rinchiudendolo sotto strati di sorrisi forzati e false speranze miste a lacrime e dolore atroce.

In quelle poche parole che tanto mi hanno colpito sta una verità spaventosa: quel marchio non si può togliere; sta lì, immobile come un macigno in equilibrio instabile cui basta un alito di vento per cadere giù e trascinare con sé un Sé. Io sono davvero abbastanza grande da sapere che non vivrò in eterno, ma, almeno dentro, non sono abbastanza giovane da poterlo non tanto dimenticare, quanto mettere da parte almeno per un po’. Eppure, anagraficamente parlando, dovrei ancora essere in quella fase un po’ hippie fatta di zaini in spalla e “flower power”  in cui si è convinti di poter vivere per sempre.

Bella, l’illusione. Afferma che da qualche parte sta ancora l’innocenza, quella dei bambini che camminano senza paura incuranti dei pericoli e delle conseguenze di ogni singolo passo. Io ai passi penso troppo; nella mia testa sono sempre un passo avanti, letteralmente. E alla fine non so più dove metterli, i piedi.

In questo vortice l’unica certezza rimane l’incertezza che mai, mai dovrebbe mettere a freno sogni e speranze. Non dovrebbe ma lo fa e io resto bloccata nella mia mezza mezza età che pare essere arrivata troppo in fretta, portando con sé fardelli non suoi le cui radici affondano in una vita, la mia, e non troppo lontane nel tempo.

Ma il passato non si può cambiare, come ben sappiamo. Quindi che fare? Pensare. Riflettere. Capire. Imparare. Vivere. Sì, perché io non riesco a fare una cosa senza le altre: è uno dei miei più grandi difetti, se così lo possiamo chiamare.

Per oggi è tutto, diario. Continuerò ad ascoltare in loop “Fickle Game” finché non avrà sciolto qualcosa e magari portato a galla qualcos’altro ispirando un’altra delle mie riflessioni sgangherate.

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Riflessioni dal fondo del pozzo.

Ciao a tutti! Mi fa piacere essere tornata tra voi dopo tanto tempo. Vi propongo un esperimento pubblicato la scorsa settimana sul mio blog personale: il diario. Può sembrare strano, ma in tutta la mia vita non ho mai scritto un diario vero, figurarsi uno letterario. Ho deciso di non dare nome alla protagonista, di lasciarla così ignota; non perché non meriti un nome, ma perché non so ancora quale nome le calzi a pennello. E il nome, si sa, è una cosa importante. Buona lettura! P.s.: scusate se pubblico con un giorno di anticipo, ma domani sono impegnata e, svampita come sono, è probabile che mi dimentichi di postare. 😀

Caro diario,

è da tanto che non ti scrivo. Passa un’ora. Poi un’altra e un’altra ancora. L’orologio non si ferma mai, il tempo scorre costante, corre come la strada sotto un’auto lanciata a tutta velocità e alla fine la penna cade dalla mano addormentata senza aver adagiato nemmeno una parola sulla carta. Oggi rifletto dal fondo del pozzo, lo stesso in cui ad un certo punto, un punto cruciale oserei dire, si ritrova Toru Okada, il protagonista de “L’uccello che girava le viti del mondo” di Murakami; può sembrare un posto strano per riflettere, ma cosa può esserci meglio di un buco che solitamente ospita l’acqua che per sua natura riflette?

A proposito di strade, come dice Mycroft Holmes nell’ultimo episodio di Sherlock: “the roads we walk have demons beneath”, che tradotto significa “ci sono demoni sotto le strade su cui camminiamo”. E i demoni ci sono davvero, stanno lì, nell’ombra, ad aspettare; nel frattempo affilano gli artigli e grattano la superficie al di sopra delle loro teste, la stessa che sorregge i nostri piedi, per aprire una voragine e ingoiarci interi. E’ strano, vero? Come i punti di vista possano essere diametralmente opposti. Quello che per qualcuno è il sotto, per altri è il sopra; ciò che per alcuni è bianco, per altri è nero. E’ tutta una questione di prospettiva, letale talvolta.

Non è più lo stesso il modo in cui guardo il buio, sai? D’altronde come potrebbe mai esserlo? Una volta visto e vissuto, l’Inferno, è difficile non sognarlo, figurarsi dimenticarlo. Non ricordo di aver mai temuto la notte da bambina, ma sicuramente l’ho fatto da adulta. Non molto tempo fa dormivo con la luce accesa, per davvero; non riuscivo a fare luce dentro, quindi cercavo di fare luce almeno fuori nella strana e vana speranza che filtrasse dentro per osmosi. Ridicolo, vero? Ci rido sopra, con una risata amara però. Adesso la luce la tengo spenta, eppure le tenebre stanno ancora là, come se fossero incastrate, incatenate al cuore. Forse le ho abbracciate o accettate? O magari imprigionate, perché no. Dimmelo tu, diario, che mi conosci davvero nel profondo; dimmi se sto brancolando nel buio alla ricerca di luce o tenebra.

Sei mai stato sul fondo di un pozzo? E’ una cosa strana… guardi giù e vedi fango, lo stesso su cui stai seduto, guardi su ed ecco un cerchio perfetto fatto di cielo. Sembra di vivere nella canzoncina del girotondo, quella in cui casca il mondo. Peccato che non ci sia nessuno a cui dare un bacio; sarebbe carino. Mh. Un bacio nelle tenebre. Suona romantico.

E tu hai demoni, caro diario? A parte i miei sepolti nelle pagine? Spero di no, perché se li hai, vuol dire che hai conosciuto l’Inferno. E se l’hai fatto, ti prego dimmi com’è il tuo. Vorrei sapere se somiglia al mio… buio, spinoso, con le tenebre ridotte ad un groviglio di ragnatele appiccicose e la luce, nel migliore dei casi, ad un lumicino quasi spento.

Ti prego rispondi, caro diario, ché qui tra gli umani pochi sono quelli che osano guardare nel buio e portarlo alla luce.

E con questo ti lascio.

Buonanotte,

con amore,

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