SVOLTA A DESTRA, POI VAI SEMPRE DRITTO.

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Ally mi ha tradito.
“Svolta a destra!”
La accontento. Sterzo e proseguo in un prato, in prima, e sobbalzando ad ogni irregolarità del suolo. Continuo “sempre dritto”, proprio come desidera lei. L’auto non risponde, l’acceleratore è premuto a tavoletta; le gomme mancano la presa, turbinano a vuoto, slittano, sradicano l’erba, sputano fango. Io osservo tutto dal retrovisore. L’auto si inchioda, e come un albero resta ben radicata alla terra. Il baccano agita stormi di uccelli, che, spaventandosi, si levano in volo e disegnano nuvole nere nel cielo limpido di questa giornata fin troppo afosa.
Sferro un pugno, e faccio sul serio! Finalmente la voce petulante tace.
Il cruscotto si sfonda, si inarca, sembra fatto di cartapesta. Tic tac, batte la freccia.
Spengo il motore. Più avanti c’è un precipizio; il vento sibila, e la terra mi sostiene, ancora.
Mi hanno condotto qui. il navigatore è andato in frantumi. Nessuno riuscirà a farmi perdere, nessuno, mai più.
Mi occorre un carroattrezzi. Fanculo!

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PERLA PIRLA.

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Spesso la testa si rifiuta di credere ai suoi occhi. Tuttavia ciò non sarebbe successo se, almeno un po’, “questi” ci fossero stati sul culo.

Ops, avrei forse dovuto scrivere “sedere”?
Ciao.

NON CREDETE ALLE FAVOLE!

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“Son proprio stufa! Voglio dire la verità a tutti i bambini. Voi mi avete soccorso, e vi ringrazio, ma sono rimasta zitta e buona fin troppo a lungo. Ora BASTA!”, tuonò la giovane, emettendo un interminabile sbuffo in grado di sollevare e far ondeggiare ogni singolo capello piantato su quelle piccole teste. Poi aggiunse: “Tu, Eolo, sei lunatico, e Brontolo, sei così petulante… Pisolo, tu dormiresti sempre. Mammolo, d’ora in poi, poco ma sicuro, la tua abbondante colazione la dovrai preparare da solo. Gongolo, non sei affatto divertente. Cucciolo, caro, tu non ascolti nessuno perché non desideri crescere. E, Dotto: la cultura è solo un difetto quando la si ostenta!” Mammolo, immobile, reggeva a mezz’aria un cucchiaio colmo di cereali; Cucciolo singhiozzava. Nessuno osò proferir parola. “Spero che giunga presto la strega, poi il principe mi salverà. Certo, in lui ritroverò gran parte dei vostri difetti, ma, almeno, non sarò costretta a lavare SETTE paia di mutande ogni santo giorno!”

SULLA NATURA DEL TEMPO, E DI ALTRI DEMONI CONTEMPORANEI.

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SULLA NATURA DEL TEMPO, E DI ALTRI DEMONI CONTEMPORANEI.

Nello stesso mare si confondono le acque, muta il fondale, si cancella ogni orma sulla battigia: le onde ingoiano o sputano, dipende. Nello stesso cielo le nuvole viaggiano, svaniscono, e ricompaiono un po’ più chiare, più grosse, grigie, o talvolta nere. Sulla stessa terra non un fiore resta al suo posto e non c’è un albero che, trasformandosi crescendo, riesca a offrire i medesimi frutti. Montagne che si accorciano, sguardi che si allungano. Varia il paesaggio, case nuove, strade all’occorrenza, e, sempre all’occorrenza, si fan nuove anche le scarpe. Industrie chiuse, negozi riaperti, forse bisogna, ma mai che serva davvero a qualcosa. Bambini che crescono, vecchi che diventano bambini, o che non ritornano più. Vento che allontana, lo stesso vento capace di scompigliare capelli lunghi, poi corti, anche più bianchi. Roba vecchia da buttar via per altre cose, solo diverse. Muri di casa ridipinti, graffi, segni, spifferi. Non son più buone neanche le fogne. Trillano le sveglie, dopo, pesanti silenzi seguono l’attimo della buonanotte.
Nemmeno il sole pare splendere bene, e sulla luna… chissà cosa si combina.
Tutto cambia, persino il nulla: si credeva fosse niente, e poi, un giorno, ci si accorge che è tutto ciò che rimane.
Il mondo negli occhi, il mondo sotto ai piedi.

Breve dialogo sull’economia.

– I soldi sono una rovina, una malefica invenzione.
– Allora… se si tornasse al baratto?
– La natura umana si dannerebbe comunque per produrre di più, per avere di più.
– E se, a tutti, fosse distribuita la stessa quantità di beni e di danaro?
– Qualcuno sarebbe disposto a uccidere per possederne almeno il doppio.
– E se fosse vietato appropriarsi di quel “di più?”
– Questo verrebbe estorto con la forza, o anche illecitamente, per poi esser conservato ben nascosto.
– Dunque, l’abolizione della moneta risulterebbe inutile.
– Certo! Perché Il problema non riguarda mai l’oggetto, ma l’egoismo innato del soggetto. Non è la materia a causare la guerra, ma lo spirito inquieto dell’uomo: non si è mai abbastanza ricchi quando manca l’ingegno. Questa è la povertà.

#lungariflessione (mia). Oggi così.🤔

Ciao a tutti.10330518_1423336554594451_8790664702907140563_n

RE AHIA E LA REGINA SCUSA.

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RE AHIA E SUA MAESTA’ SCUSA.

Nel regno di Gentilezza tutti erano in subbuglio. Si bisticciava per qualsiasi cosa giungendo spesso alle mani.
Non si contavano più né le liti, né i feriti, che si scovavano ovunque: nelle campagne, nelle abitazioni, e anche dietro un angolo di strada. Quasi tutti gli abitanti di Gentilezza esibivano il naso rotto, un occhio nero, oppure, alla meno peggio, camminavano zoppicando. Inoltre non si sapeva più dove seppellire tutti i morti, magari trovati con la testa fracassata a metà da una rastrellata o di un colpo di piccone. Ogni più piccola incomprensione era in grado di scatenare una vera e propria rissa.
Eppure, solo qualche anno prima, quando la regina Scusa era ancora viva, tutti vivevano in armonia. L’unione tra Re Ahia e Sua Maestà Scusa aveva allietato tutti.
Purtroppo, in seguito alla morte della consorte, il Re cadde in una pesante depressione. Non riusciva più a riprendersi perché la parola “scusa” si udiva ovunque ed era sulla bocca di tutti. Per questo motivo Re Ahia evocava in continuazione sua moglie, e l’amore infinito che aveva provato per lei. Trascorreva giornate intere rinchiuso nelle sue stanze, senza il desiderio di mangiare e di bere, nella solitudine più assoluta. I guaritori di corte, disperati a causa della salute precaria del Re e per favorirne la sua ripresa, credevano che fosse necessario abolire per sempre l’uso di quella parola in tutto il regno.
Re Ahia accettò di buon grado il consiglio dei guaritori e affidò di persona quel compito a un suo messaggero. Questi, balzando rapido in sella a un cavallo tutto nero, galoppò per il villaggio: collina dopo collina, strada dopo strada, vicolo dopo vicolo, fattoria dopo fattoria, urlando a squarciagola: “Udite, udite popolo! Questo è il volere del nostro Re Ahia: d’ora in poi, nessuno osi pronunciare il nome di Sua Maestà la Regina, mai più, per nessun motivo. E coloro che si opporranno al volere del Re, verranno puniti con la morte.”
Il messaggero, senza rendersene conto, combinò proprio un bel pasticcio.
Quella parola era così necessaria, che, presto, tra il popolo si scatenò un gran caos; l’odio dilagò. Il paese di Gentilezza diventò pressoché irriconoscibile.
Fu allora che venne radunato con una certa urgenza il Consiglio Dei Grandi Saggi. Occorreva chiedere al più presto un’udienza al Re nel tentativo di rimediare al terribile malinteso.
Il Re accettò di ricevere il Saggio dei più Saggi, che dovette inginocchiarsi al suo cospetto, bene attento a mantenere la testa china e evitando di guardarlo dritto negli occhi.
“Sire, perdoni il mio ardire, non avrei disturbato la Sua quiete se ciò non fosse stato necessario per gli interesse del regno. Sono qui, al Vostro cospetto, per riferirle che l’ordine affidato al Messaggero è giunto al popolo, tuttavia è stato frainteso. È successo un guaio! Nessuno, da giorni ormai, osa chiedere più scusa e il rancore dilaga ovunque nelle nostre terre.”
Ma il Saggio non riuscì a proseguire, poiché il Re, infuriato per aver udito di nuovo il nome della sua amatissima moglie, sguainò la spada e trafisse in un attimo il cuore di quel pover’uomo.
Intanto, nel regno divagava il male, sempre di più, giorno dopo giorno. La rabbia del popolo si era già spinta lontano, ai confini del paese e persino oltre. La sicurezza del regno vacillava. A qualcuno giunse persino voce che i regni vicini avessero schierato un esercito per attaccare e conquistare i territori di Gentilezza. Era ormai risaputo ovunque che la discordia aveva indebolito quel regno, e, inoltre, si temeva potesse mettere a repentaglio anche la sicurezza dei paesi confinanti.
Nel frattempo, il popolo di Gentilezza, mosso dall’ira e senza un motivo, decise di insorgere per assaltare il Palazzo del Re. Ma, un altro grande esercito proveniente da Nord avanzava alla sua conquista.
Per Gentilezza e per il suo Re fu la fine.
Chi scampò a quelle battaglie dovette piegarsi al volere del nuovo Sovrano che ristabilì presto le buone maniere.
Re Ahia, e la sua adorata moglie, furono dimenticati alla svelta da tutti, mentre, per fortuna, la bella abitudine di domandare scusa, quella, no.

LA MESSA.

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I coniugi Maggi non rinunciano mai alla messa. Sempre in prima fila elargiscono sorrisi plastici alla comunità del piccolo paese di Besana. La signora Eurasia sfoggia di volta in volta dei tailleurs di Gucci o di Chanel. Ha labbra carnose dipinte di rosso cremisi e sempre tenute a culo di gallina. Martino indossa solo abiti di Pignatelli. Gli sguardi sono per loro, soprattutto all’offertorio: Martino è solito lanciare nel cestino un rotolone di banconote.
Quando giunge il momento dell’Eucarestia la nobildonna si accoda alla folla, sfilando con grazia reale e diffondendo il suo pregiato profumo. Benché presenti un’aria così umile, agli occhi più attenti non sfugge una indubbia parvenza di vanto.
Al termine della funzione i coniugi stazionano dinanzi al portone della chiesa e, con fare borghese, cortese ma distante, scambiano frasi di circostanza ricevendo in cambio sorrisi forzati, come a metà.
Martino è il direttore generale di una multinazionale, Eurasia è una giornalista. Benestanti sì, ma di buon cuore. Sono innumerevoli le iniziative benefiche sostenute dalla famiglia Maggi: in paese lo sanno tutti, anche i muri.
E quando nella piazza non rimane più nessuno, marito e moglie recuperano l’auto di famiglia: una Lamborghini grigia e lucida, parcheggiata sempre al solito posto, che nessuno osa occupare, nemmeno le rare volte in cui giungono in ritardo.
Martino ha costruito il suo successo con intelligenza. Lo stesso non si può dire di suo fratello. Enrico è sempre stato un disastro economico. A causa dei debiti ha ricevuto persino lo sfratto e ora gli sarebbe occorso un garante per poter stipulare un nuovo contratto d’affitto. Umiliandosi aveva chiesto aiuto a Martino che, ancora risentito per una vecchia questione, si era negato troncando poi ogni rapporto. “Mio fratello è inutile al mondo!”, era solito dichiarare.
Anche Enrico era in chiesa quella stessa mattina. Sedeva in ultima fila e pregava Dio affinché risolvesse i suoi problemi, ma, soprattutto, col cuore chiedeva il perdono per suo fratello Martino.

UN DESTINO DA FARFALLA.

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Nella via echeggiano le note della Sinfonia n. 5 di Beethoven: ogni cosa pare che danzi in do minore. Alcune mosche eseguono dei tournants volteggiando nell’aria, e gli uccelli, con eleganti voli, improvvisano una coreografia. L’asfalto già bolle bersagliato com’è dai raggi del primo sole mattutino. Una brezza, afosa e pesante, culla le fronde di alcuni alberi. Cercando forse un po’ di refrigerio, una farfalla bianca si posa lieve su una tapparella, giù a metà, di un palazzo ristrutturato che si affaccia sulla via assolata. La musica proviene da lì.
I serramenti di legno sono spalancati. Giorgio è sdraiato sul letto, a pancia in giù. Indossa solo un paio di slip neri. Con il braccio piegato al gomito ad angolo retto e la mano chiusa a pugno sulla guancia, tiene il volto sollevato all’altezza del cuscino. È rilassato. Sfoglia una guida turistica dell’Indonesia. Questo mese di luglio, in particolare, è davvero tanto afoso. “Preparatevi a un caldo record!”, aveva annunciato il telegiornale del mattino.
Le ascelle di Giorgio sono madide di sudore, così come l’addome. Il copriletto sopra il materasso è ormai bagnato. Tenta di voltarsi un po’ su un fianco. Nella penombra nota dei piccoli filamenti bordeaux di tessuto, che si sono incollati sul suo petto emaciato: è rimasto troppo a lungo nella stessa posizione.
Le note di Beethoven, gravi e ben orchestrate, si diffondono a ritmo costante per tutta la stanza.
Dopo aver contemplato una fotografia, Giorgio socchiude gli occhi per pochi istanti. Sollecitato dalla melodia, si immagina a Bali. E’ immobile, eretto, sul ciglio del dirupo del promontorio di Tanah Lot. Il Tempio si erge nero, enorme, in controluce, occupando quasi tutto l’isolotto. Sullo sfondo, un tramonto colora il cielo e l’oceano con ogni possibile e esistente tonalità di rosa. L’aria tiepida lo investe con prepotenza, scompigliandogli un ciuffo di capelli ricaduto sulla fronte. Le onde del mare, alte, si frangono con violenza sugli scogli, quasi volessero inghiottirli. Ogni spinta genera una specie di vibrazione che Giorgio percepisce al di sotto dei suoi piedi e che si accorda, con una cadenza sincopata, ai bassi della sonata successiva e in sequenza: Au claire de lune.
Riapre gli occhi. Dalle fessure delle tapparelle filtrano segmenti di luce, che sembrano dipingere i muri e i pavimenti della camera da letto. Tutto è avvolto da un’aurea misteriosa, quasi surreale. Con un po’ di fantasia, con quel caldo, e grazie al coinvolgente sottofondo della musica classica, è facile fingere di trovarsi altrove. Ora è in una stanza di albergo e proprio a Bali.
Lo stereo, all’angolo opposto del locale, continua a diffondere melodie tanto armoniche quanto altalenanti nelle tonalità. Giorgio sfoglia le pagine e continua a sognare.
Quella guida turistica avrebbe ormai dovuto essere ridotta a brandelli! Quasi ogni giorno, in estate e in inverno e da una manciata d’anni a quella parte, quello è il suo passatempo preferito. E invece no, pare ancora nuova.
Sul basso comodino in noce, proprio accanto alla sveglia, sono posati due libri di Edward Morgan Forster, il suo autore preferito. Si trova in accordo con ogni riga letta, con qualsiasi suo pensiero, con ogni singolo concetto espresso dall’autore. Giorgio ha studiato ogni sua opera pagina per pagina, ha letto e riletto ogni suo lavoro almeno un centinaio di volte. Lo ammira, con sacralità, per quel suo modo di intendere l’arte e la letteratura, l’amore, i viaggi, e anche la vita.
Accanto ai libri di Forster c’è una cornice. È una fotografia scattata anni prima, nella quale appare con Giovanni: suo unico e migliore amico.
Giovanni c’è sempre stato. Giovanni non l’ha mai trascurato. Giovanni si è rivelato speciale dimostrando un affetto reale, sincero, e del tutto disinteressato.
Giovanni, insieme a Forster, e all’Indonesia, rappresenta tutto, tutto ciò che conta.

Giovanni e Giorgio, durante le scuole elementari, erano capitati nello stesso banco; d’allora non si persero più di vista.
Poi, Giovanni si era sposato. Questo fu il suo desiderio. Giovanni non avrebbe mai potuto comprenderlo fino in fondo: non in quell’ambito, non appieno. Perciò, da sempre, Giorgio aveva tenuto il silenzio su un certo aspetto della sua vita, cercando di non incrinare un tale e profondo rapporto di amicizia. Celare un segreto, alla lunga, può renderlo meno importante, meno pesante, quasi sminuito.

Le note di Beethoven continuano a scivolare, ora veloci, ora lente, forti o appena accennate. L’ascolto della musica classica culla gli stati d’animo, permette di esaltarli o di spegnerli, riesce in qualche modo a dominarli.

La famiglia di Giorgio, fino a qualche tempo prima, era benestante e questo gli aveva permesso di compiere numerosi viaggi, ovunque, nei più svariati luoghi reconditi del mondo. Mai, però, aveva potuto ammirare l’Indonesia. In seguito al fallimento, poi alla morte del padre, Giorgio e sua madre dovettero fare i conti con le difficoltà economiche e con la necessità di risparmiare il più possibile. Nonostante sin da ragazzo avesse avuto ogni possibilità e avesse potuto soddisfare ogni suo desiderio, non riuscì mai a ritenersi davvero felice. Questa insoddisfazione era sorta perché, con estrema facilità, sempre gli era riuscito di realizzare ogni ambizione materiale.
Nel tempo libero era solito restare, per ore e ore, con la testa china su libri, giornali, riviste. Oggi, seppur a malincuore, Giorgio ammetteva di aver trascorso troppo tempo a studiare: questa presa di coscienza aveva originato in lui la convinzione che se si vive all’oscuro, nell’ignoranza, si vive meglio.
Poi, all’improvviso, il destino gli aveva giocato un gran brutto scherzo.
Nonostante lui non fosse di indole selvaggia, aveva sempre cercato di difendere le sue idee in maniera educata e civile. Una volta, per uno screzio, senza volerlo, era arrivato alle mani. Aveva colpito duro un tizio che lo aveva offeso, con volgarità; con una rabbia cieca gli si era scagliato addosso, facendolo finire all’ospedale. In seguito se ne pentì, ma il pentimento serve sempre a poco, a niente. In altre occasioni, lavorando in proprio, aveva aggirato il pagamento di alcune tasse. A parte questi due inconvenienti, aveva tenuto sempre una condotta esemplare, sempre encomiabile e di più. Eppure, quel nefasto giorno, fu punito: fu travolto da un’auto che gli fece perdere, in maniera rovinosa, il controllo della sua.
Il compact disc di Beethoven ripartì dall’inizio avendo ormai eseguito tutte le tracce. E di nuovo sulle note della Sinfonia n. 5 di Beethoven, rivide la sua Volkswagen, come impazzita, roteare su se stessa. Quegli attimi si tramutarono in un’eternità. Cercò di governare il volante: niente da fare. Alla fine l’auto si impennò a ridosso del guardrail che separava i sensi di marcia, sparandola incontrollata lungo la strada. In quegli attimi Giorgio udì una voce – almeno così gli parve –, una voce maschile, lenta, dolce, confortante, che lo invitò a stare tranquillo. Era quella di Giovanni. Rivide i momenti salienti della sua vita, in successione rapida, l’uno dopo l’altro. Si rese conto di quanto avesse ricevuto dall’amico, e di quanto poco, per contro, gli avesse dato.
L’impatto fu un assordante accartocciarsi di lamiere. L’auto continuò la sua corsa, capovolta, con le ruote rivolte al cielo, mentre la cappotta grattava sull’asfalto, lasciando dietro di sé fasci di scintille che parevano fiamme.
Si ritrovò a testa in giù.
Dopo aver accusato una forte botta alla tempia, dolorante in tutte le parti del corpo, perse i sensi. Quando rinvenne, era ancora aggrappato al volante, come se questo fosse stato un’ancora di salvezza.

«Giorgio, desideri un caffè? », gli domanda la madre, a bassa voce, affacciandosi discreta all’uscio della stanza. Poi torna da dove è venuta, senza ottenere una risposta, lasciando la porta quasi del tutto aperta.

L’incidente lo aveva cambiato mettendo sottosopra, per intero, tutta la sua vita. Da quel brutto giorno si era ripromesso che non avrebbe più viaggiato. Non così, non nelle condizioni in cui si trovava. Non gli era rimasto nulla di tanto importante, nemmeno dopo tanti anni spesi a girare in lungo e in largo tutto il mondo. Saper restare fermo, or come ora, era una vera impresa, la più avventurosa, la più difficile,

Con il palmo della mano Giorgio tenta di asciugare la fronte sempre più bagnata per via dell’afa. Si tasta la brutta cicatrice, che deformandogli la testa, nascosta dai capelli, sente proseguire fin dietro, sulla nuca.
La sera dell’incidente avrebbe dovuto raggiungere Giovanni.
Erano già trascorsi cinque anni.

Giorgio, stanco della noia nella stessa misura in cui, in passato, si era stancato di viaggiare, tra sé e sé, pensa sia giunto il momento di reagire. Si sarebbe fatto coraggio, avrebbe proposto all’amico di accompagnarlo nel suo probabile ultimo viaggio a Bali.

La moglie di Giovanni avrebbe capito: più volte aveva dimostrato di essere una donna comprensiva.

Giorgio si volta su un lato. Con il palmo della mano si ripulisce dai residui di tessuto del copriletto rimastigli incollati sulla pelle. Prima di riuscire ad afferrare lo schienale della carrozzella elettrica, arranca un paio di volte a vuoto. La accomoda parallela al letto e, con un abile colpo di reni, a fatica, quasi rotolando, riesce a balzare rigido su di essa. Preme il pulsante che avvia il suo motorino. Un ronzio meccanico si sovrappone, come in un disturbo, alla musica in sottofondo: adesso può finalmente lasciare la sua stanza e accedere al corridoio.
Le note di Beethoven continuano a colmare l’afoso vuoto della stanza di Giorgio. E la farfalla bianca lascia la tapparella. Vola via disegnando spirali leggere, giocando con il vento, attraversando strade su strade. Volteggia sopra immensi prati verdi, si spinge poi fino alle colline, rifugiandosi nel fitto di un bosco fresco e attraversato da un breve corso d’acqua.
Una volta rifocillata, si libra di nuovo nel cielo, fino a confondersi con la rara foschia all’orizzonte.

COSA SIAMO?

Lingua affilata, lama che affetta tagliando sentimenti, senza scrupolo, conditi con veleno che si espande con violenza nell’aria, nei polmoni, in scandite parole.
Occhi: come asteroidi senza orbita, pronti a esplodere e crollare a cocci, nel vuoto creato dalle menti affamate, voraci di spazio proprio e di solitudini, perfide e volgari, che causano un crack. Qualcosa è rotto, c’è sangue che zampilla, vivo e pulsante, dalle vene ancora gonfie dei polsi e della fronte. E i tamburi battono nelle tempie: sudore freddo, nodi alla gola che stringono e uccidono passati fragili, sgualciti dal tempo che è trascorso, e ha dimenticato un sorriso.
La morte prima della vera morte, il buio apocalittico di una fine surreale.
Deliri.
Si crepano e si infrangono i muri e le certezze, le speranze sono abbattute dagli spari di un fucile caricato di odio e a salve. In fila come maiali al macello, di cui, nell’aria, echeggiano gli ultimi e disperati grugniti.
Cuori strappati come da streghe con le mani sporche e abili, dove e come capita, senza sterilità nè preparazioni.
Essere della carne in scatola, nei supermercati o contenuti di sacchetti biodegradabili, in attesa, nei cassonetti.
Solo spazzatura: amabili resti isterici.
Composti di homo, humus, e terra.
E acqua: evaporando in uno spazio e un tempo infinito, e indefinito.f7f7831b-2d91-4691-8da8-ae049b74c36a_560_420

ESTATE.

Montagne antracite che scivolano su colline verdognole, secche, e poi pianure di ambra, coltivate e un po’ squadrate. Piccoli uccelli che pettinano le creste frastagliate dei monti, e poi planano e tornano presto all’orizzonte. Il mare e gli sfavillii, i graffi in superficie. I disegni lasciati dai passaggi delle barche celano e ricoprono i segreti più neri dei suoi abissi. I turisti come puntini colorati, un profumo di creme al cocco esalato da un’aria di phon. E torna presto, ancora, la terra venata da un sangue blu. Ecco i laghi verdastri quasi immobili, ad esclusione di cigni bianchi, di libellule, o tutt’al più, di qualche rana.
Poi, di nuovo, strade in salita che si stringono diventando selvagge. Gli alberi, con i loro frutti tondi, maturi e dolci, sono solo un ricordo. Qui, solo abeti possono offrire le loro ombre, donando ristori improvvisati e accoglienti. I tronchi mozzi diventano panchine, l’aria si alleggerisce, un poco più fresca e fine. Le cascate frizzano, le baite sorridono con i loro balconi fioriti.
Si ritorna giù, in pianura, dove si incrociano sguardi allegri, ma anche facce tristi. Gente con la pelle appiccicosa e gli occhi umidi, che vorrebbe andare più piano, o forse piu’ in fretta, per salire, o scendere, oppure restare. Persone ferme sulle proprie ombre, lavoratori che tornano alle rispettive case e appaiono spossati o nervosi, magari sono solo un po’ stanchi.
I negozi semi-vuoti, le chiese fresche e i rispettivi oratori che sembrano dei formicai. Il rosso dei semafori è una bollente tortura;
intorno, nelle vie, attendono case con giardini abitati solo da canne per annaffiare, e condomini deserti e serrati, che, se potessero, fuggirebbero via. I bar sono pieni di silenzi, di odori acri di caffe’, di correnti d’aria calda e di respiri.
L’asfalto mostra svincoli infernali e esibisce dei miraggi lucidi, poi si annoia e cede il passo a sentieri polverosi fatti di sassi.
Le tavole sono addobbate con pomodori e cetrioli. I gatti dormono. I cani e i rami piegano le orecchie. Le piscine nascondono intere folle, sembrano branchi di pesci immersi in fondali tropicali.
I bambini corrono meno, gli adulti sospirano di più: i ghiaccioli piacciono a tutti.
Sete, sempre sete, desideri come bollicine.
Docce inutili: evapora presto il loro buon profumo. Scie di aerei che incidono l’azzurro tra nuvole di ovatta.
Che caldo! Viaggiando e vivendo l’estate.