CHI DORME NON PIGLIA PESCI.

Oggi inaugurano la nuova pescheria e a tutti i clienti offrono  il Fernet Branchia.

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Stamattina sono andata in pescheria. Quando sono uscita reggendo il mio sacchettino del pesce ho sentito un dolore forte, anzi, un dolore davvero terribile. Beh, poi ho capito: mannaggia, ho preso una SPIGOLA!🤣

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Cosa succede quando un PESCECANE si accoppia con un PESCE GATTO?

Nasce un’altra RAZZA.

😊😁😅🤣

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Un nasello con un brutto raffreddore:

“Lec-cia, lec-cià. Lec-cia, lec-cià!”.

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Una fedele cliente in pescheria.

“Complimenti, davvero. I suoi pesci sono freschissimi. Tuttavia posso chiederle perché il banco è poco ordinato?”

“Si riferisce allo spazio vuoto sul ghiaccio?”

“Sì. Ho notato che la maggior parte dei pesci sono ammucchiati a destra, mentre a sinistra  ne vengono esposti sempre pochissimi.”

“Mia cara signora, per forza, da questa parte ci sono gli sgombri!”.

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Una bellissima passera con gli occhietti vispi sguazza allegra sul fondale.

“Oh no, …ci risiamo!”, brontola il pesce sega.

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Un vecchietto un po’ zoppo entra in pescheria.

“Mia moglie vuole mezzo chilo di cozze”.

“E poi che ci fa, la gratinata?”

“Magari! Quella la facevo fino a qualche anno fa, adesso mi tocca salire con l’ascensore.”

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Cosa pensa un granchio siciliano trovandosi davanti un gabbiano affamato?

Tonno o non tonno?

Tonno o non tonno?

Tonno o non tonno?

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È bene che si seppia: il palombo ha la manta.

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“E così, lei è biologo.”, esclama stupito il proprietario della pescheria, chiacchierando con un nuovo cliente.

Poi aggiunge: “E di quale branchia si occupa?”

😇😇😇

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Per fare un ROMBO ci vuole uno SQUADRO.

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Un tonno a una tonna: “La facciamo una bella tonnata?”

😅🤣🤣🤣

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In pescheria:

Vorrei questi, per cortesia.

I baccalà?

No, i due bacca qua davanti!

🤣🤣🤣

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Litigi marini.

“Ho sentito bene, mi hai chiamato vongola? Sei proprio uno scorfano.”

“Cozzati, brutta mollusca.”

“E tu vai a paguro!”.

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Perché il polipo vince tutte le gare di corsa subacquea?

Perché parte sempre in ‘polposition’.

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Ho trovato il titolo della mia nuova raccolta di barzellette:

MI PESCIO DAL RIDERE.

🤣

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VITA.

Ficcando la punta del naso tra le sbarre della recinzione che separa due proprietà, una signora domanda alla sua vicina: “Vorrei proprio sapere cosa ti ha spinto a dedicarti solo ora, e con tutta quella passione, all’arte del giardinaggio.”
Senza sollevare lo sguardo da terra, e sorridendo come in preda all’estasi, la vecchietta non tarda a risponderle: “Sapendomi negata, ho sempre temuto di far morire tutto ciò che piantavo. Da qualche tempo però, osservando spuntare alcune tenere piantine, mi sono accorta di quanto sia preziosa la vita.

IL BAR DELL’ANGOLO.

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IL BAR DELL’ANGOLO.

“Lo psicologo dice che si sente sola, ma non lo è del tutto.”

“Lo so”, risponde Marco, trascinando una spugna umida lungo il bancone.

Lory guarda giù e, con l’indice, disegna dei cerchi nella condensa apparsa sul granito.

Il locale è ormai vuoto. La macchina del caffè riflette distorta la sagoma di una donna che, sola a un tavolo, regge un bicchiere a mezz’aria e tiene lo sguardo basso, sugli spazi bianchi, tra le pagine di un giornale.

“Non c’è mai stata per te, e tu le vuoi ancora bene.”

“Credo che si tratti di una sorta di gratitudine per avermi messa al mondo.”

“È molto di più”, le risponde lui.

L’aria profuma di amaro e di dolce. Il cucchiaino tintinna sul piatto e il vapore esalato dalla tazza è un toccasana per le labbra. Fuori fa un gran freddo.

“Qui è al sicuro, sai che le annacquo la vodka! I suoi pensieri sono più alcolici di ciò che beve; e poi, questo bar è il migliore della città!” L’uomo storta la bocca in un sorriso incompiuto.

“Grazie, Marco.”

“Va’ a casa, mettila a letto. E aspettami.”

Lory scivola scomposta dallo sgabello per lei fin troppo alto, poi si accinge a raggiungere la madre.

“Dài, andiamo. È tardi.”

“Gli uomini sono tutti stronzi!”

“Forza ma’, metti bene la giacca. Brava, ben fatto, così!”.

L’AMORE IN ASCENSORE.

“Mi dispiace, ma non va neanche oggi”, annuncia sornione il vicino, strizzandomi l’occhio.

Il figlioletto, reggendo sulle spalle uno zaino azzurro più grosso di lui che quasi lo seppellisce, lo strattona piagnucolando.

Prima che io riesca a aprire la bocca, il piccolo grida: “Papà, non ho voglia di fare le scale! Non puoi sistemarlo tu?”

“Dany, l’ascensore non è rotto, è solo occupato.”

“Da chi?”, domanda il marmocchio.

“Stanno ‘lavorando’ al piano di sopra”, risponde il ragionier Melandri, voltandosi solo un po’, per potersela ghignare sotto i baffi.

Ma quel monello non cede mai: mi capita di sentirli litigare anche tutto il giorno.

“Io voglio prendere l’ascensore!”, dichiara cocciuto.

“Sono stufo anch’io di salire e scendere queste scale a piedi. Cosa credi? Se solo l’avessi saputo un anno fa, avrei di sicuro affittato un appartamento a piano terra”, dichiara l’uomo, sorridendo ancora.

In periferia le voci corrono più veloci del vento, soprattutto quando si vive in una palazzina di medie dimensioni, com’è la nostra.

“E del costoso e inutile intervento dei tecnici ne parleremo giovedì sera. Sarà presente alla riunione, vero?”, mi chiede.

“Come sempre. Non mancherò”, dico. E non mento, benché non abbia la minima voglia di partecipare all’ennesima assemblea condominiale. Saremo in pochi, come sempre. I soliti quattro gatti.

Sono piuttosto sicura che i responsabili di questa farsa nemmeno si presenteranno, e proprio per questo mi annoierò a morte.

Ripenso al principio di questa ridicola faccenda, cominciata solo un paio di mesi fa. Le cause del malfunzionamento dell’ascensore erano ancora sconosciute. Credendo che si trattasse di un guasto, un condomino, il solito, quello che vede tutto per primo, ha pensato bene di avvertire l’assistenza. I tecnici, senza far niente, hanno poi preteso un sacco di soldi.

“Andiamo Dany, o faremo tardi”.

Il ragioniere, con un cinico sorriso stampato sulle labbra, accenna un saluto, chinando leggermente il capo. Chissà perché, mi ricorda quegli inutili giocattoli cinesi a moto perpetuo, con la ventosa, che di solito la gente ama attaccare al parabrezza dell’auto.

Rimasta sola sul pianerottolo mi accingo a chiudere a chiave la porta d’entrata. Finalmente tutto tace. Le mandate rimbombano secche nel corridoio.

Mentre infilo nella borsa il portachiavi, mi giunge all’orecchio un cigolio piuttosto sinistro.

Mi sforzo di capire da dove proviene il rumore. Mi guardo intorno.

Persino nella penombra, il nuovo orrendo portaombrelli variopinto che troneggia all’ingresso di casa Panzanera è un pugno in un occhio, e mi dà conferma del cattivo gusto della sua proprietaria: un’antipatica e scorbutica culona.

Mi dirigo piuttosto rassegnata verso le scale, ma ecco di nuovo il rumore. Stavolta è ancora più nitido. Intuisco che proviene dall’interno dell’ascensore.

Il suo ritmo è ipnotico e riesce a immobilizzarmi, mi trattiene.

Tre tonfi sommessi e poi un colpo forte, potente, così tanto violento che riesce a far vibrare persino la porta. La sequenza si ripete, è modulare. D’istinto poggio il palmo della mano all’anta in alluminio. La percepisco fredda e liscia, la sento vibrare; sembra viva sotto le dita. Sussulto, poi la accarezzo.

La borsa a tracolla scivola dalla spalla, trascinando con sé anche la manica della camicetta. Il colletto mi serra la gola in una delicata morsa.

La sequenza continua a ripetersi imperterrita: tre battiti e un colpo, ancora tre battiti e un colpo.

All’improvviso mi sembra di distinguere, in sottofondo, una voce languida e flebile, femminile.

Dunque le cose stanno così! E’ proprio vero.

E’ un lieto piagnucolare, è un solfeggio suadente, è un sommesso mugugno animalesco, un gemito diabolico e nel contempo logorante.

Le mie gambe tremano. Realizzo di essermi accasciata per terra. Mi ritrovo sdraiata su un fianco. La gonna è raccolta intorno alla vita, la borsa è in bilico su una coscia rimasta nuda e scoperta, mentre l’orecchio è ancora incollato all’ascensore.

Il ritmo dell’amplesso accelera, così come la sua intensità.

Ho la fronte madida di sudore, e il respiro è affannoso. E il cuore batte forte, come se lassù, lì dentro, ci fossi proprio io.

La mia mano scivola laddove non dovrebbe essere, laddove non ha alcun senso che stia in questo preciso momento.

I colpi si son fatti impetuosi, potenti, furiosi e selvaggi. Lo sportello è messo a dura prova, come scosso da un terribile bombardamento. La mia mano scivola di qua, di là; su e giù. Scivola come una slitta sopra una superficie ghiacciata.

Ora sento anche lui. E pensare che mi ha sempre dato l’impressione di essere un uomo così distinto…

Adesso sta dicendo qualcosa. A stento riesco a distinguere le parole dai versi. Ha una voce roca e diversa dal solito, mi pare abbia un tono piuttosto provato. Sono più che mai convinta: è davvero lui!

Una voce acuta, all’improvviso, risuona per le scale. Sussulto. Qualcuno sta salendo. Sta arrivando, è qui vicino.

Cerco di rialzarmi in fretta, ma sono rigida quanto una vecchia scopa di saggina.

Mentre cerco di ricompormi alla meglio, quel pestifero mostriciattolo ricompare all’improvviso sul pianerottolo. Di sicuro, quei due hanno scordato qualcosa.

“Papà, corri, la nostra vicina sta male. Sbrigati, fai presto!”

Devo essere pallida, devo avere un aspetto stravolto e penoso.

“E’ tutto a posto, signor Melandri”, dico. Cerco di mantenere la calma, ma vorrei scomparire mentre sistemo la gonna.

Le gambe tremano ancora.

Fuori, per fortuna, tira un venticello frizzante. Sollevo lo sguardo e osservo le finestre al sesto piano. In questo momento vorrei essere una mosca.

Nel cielo, proprio sopra il palazzo, si stanno accalcando degli enormi nuvoloni grigi. Tra poco attaccherà a piovere, e io, come al solito, non ho neanche preso l’ombrello.

Pazienza!

STOP & GO.

“… e così mi ha fatto incazzare di brutto.”

“Chi?”

“Ma se te l’ho appena detto! Il mio capo no, chi altri?”

“Già, è vero!”

Subito torna a armeggiare con il suo cellulare.

“Tu non mi stai mai a sentire!”, si lamenta Anna, nervosa.

“Ti sbagli. Io ti ascolto, sempre.”

“Allora, secondo te perché si comporta così male?”

“Boh.”

Sandro continua a visualizzare sul telefonino i post pubblicati su Facebook, senza mai sollevare lo sguardo dal piccolo monitor.

“Puoi anche spegnere la televisione, tanto non se la fila nessuno, inoltre mi è venuta a noia.”

“Fa’ come vuoi!”

Anna osserva Sandro sprofondare sempre di più tra i cuscini del divano. Sbuffa e pigia scocciata un tasto sul telecomando. Si alza di scatto.

“Ricordati che domattina hai l’appuntamento in banca.”

“Quando?”

“Uffa! Santo cielo, conversare con te è diventata un’impresa impossibile.”

“Ma non ci puoi pensare tu?”

“Devo accompagnare mia madre a fare una visita. Ma è possibile? Di quello che ti dico non ricordi mai niente!”

“Ah, sì. Me lo sono solo scordato. A che ora?”

“Te lo ripeto ancora, per l’ennesima volta: alle dieci e trenta. Dài, Sandro, ce la puoi fare.”

“Va bene, sì. Ce la farò, vedrai.”

“Perfetto, che magnifica notizia!”

Anna sbircia di sbieco il monitor di Sandro, e le appare la fotografia di una donna a suo modo interessante, vestita in modo succinto. Ha persino l’impressione che sulle labbra del marito ci sia l’accenno d’un flebile sorriso.

“Chi è quella?”

“Chi?”

“La bella donna che stai guardando.”

“Bah, nessuno”.

Anna sbuffa, poi nota uno strato piuttosto spesso di polvere sul mobile del soggiorno.

“Una volta guardavamo insieme dei film”, brontola ancora, prima di lasciare la stanza.

Sandro resta in silenzio e continua imperterrito a far scorrere l’indice sullo schermo dell’iPhone.

In camera da letto Anna osserva il suo volto allo specchio. Sa di non essere una brutta donna, eppure deve ammettere che è invecchiata. Da quando ha un sacco di problemi sul lavoro dorme male di notte. Delle terribili rughe, nuove, le cerchiano gli occhi. Una volta era impeccabile, e vestiva sempre in maniera elegante. Non si prendeva cura di sé che da pochi mesi, eppure sembrava un’eternità… Osservando il suo volto trasandato, le ciglia in disordine, gli occhi infossati e stanchi, quasi sentiva di poter giustificare il comportamento di Sandro.

Anna afferra una pinzetta. Certa di aver fatto tutto il possibile per migliorare l’aspetto delle sue sopracciglia – che erano diventate oltremodo imbarazzanti tanto erano lunghe e incolte – , apre con fin troppa energia un cassettino. Dal fondo recupera una trousse. Ha perso la mano, tuttavia è sicura che a prescindere dal risultato, ne trarrà un gran beneficio.

Terminata la delicata operazione di restauro spalanca l’armadio, e dopo aver rovistato a lungo, trova quel che fa per lei, un abito corto e nero, ricco di paillettes. Se c’è qualcosa di cui riesce ad andare ancora fiera, sono le sue gambe.

Dall’ultimo ripiano della scarpiera in corridoio estrae un paio di decolleté con il tacco a spillo.

Torna in soggiorno agghindata a festa. Nonostante i tacchi tintinnino sul pavimento di marmo, Sandro nemmeno si accorge della sua presenza.

Quando spalanca il portone ha un sussulto.

“Dove vai?”, le domanda distratto Sandro.

“Esco a buttare la spazzatura.”

Avrebbe voluto gridare, e per scaricare i nervi non le sarebbe dispiaciuto prendere a pugni il divano. Avrebbe dovuto strappargli dalle mani quell’aggeggio infernale che lo distraeva. Avrebbe soprattutto dovuto farsi valere!

Tuttavia, le scenate non erano cosa per lei. E se anche fosse riuscita a ottenere un briciolo d’attenzione, l’indomani tutto sarebbe ricominciato da capo, per l’ennesima volta. Dal suo matrimonio qualcosa lo aveva imparato: Sandro non sarebbe mai cambiato.

Anna fa sbattere il cancelletto, poi si avvia a piedi. Quando sbuca sulla provinciale, l’insegna in fondo alla strada dello Stop & Go lampeggia in maniera piuttosto sinistra.

Di tanto in tanto qualche vettura sfreccia accanto a lei e la fa trasalire. Un uomo si sporge per un attimo dal finestrino e le fa l’occhiolino.

Lei mette su un’espressione piuttosto rabbiosa, ma quando questi si allontana, il suo viso s’illumina ritrovando il sorriso.

L’aria è piacevole e tiepida, e la notte è ancora giovane.

Il piccolo e fortunato locale, a due passi da casa sua, sorge in un luogo di grande passaggio e resta sempre aperto fino a tardi. Da mattina a sera è preso d’assalto da orde di camionisti e di rappresentanti in sosta.

Quando Anna varca la soglia, pur sentendosi osservata, non prova nessun disagio.

Il barista sorride. Anna ordina una birra rossa.

“Cosa ci fa una donna, tutta sola soletta, da queste parti?”, le domanda a bruciapelo un tizio in piedi che tiene i gomiti puntati sul bancone. Non attende la risposta e subito butta giù tutto d’un fiato un bel bicchierino di grappa.

“Prendo una boccata d’aria.”

“Sposata?”, chiede fissandole la fede che porta al dito.

“Già”, dice lei, seria.

“Temo che una boccata non sarà sufficiente.”

L’uomo ride. Nel locale ridono tutti.

“Sì, lo penso anch’io.”

Ride anche lei.

Quella voce era proprio la sua? Non avrebbe mai pensato di poter arrivare a tanto. Nemmeno aveva iniziato a bere la birra!

“Scusi la sfacciataggine, ma una uscita normale con un’amica?”

Lo sconosciuto è insistente. E’ un uomo di corporatura media, con delle mani che si notano subito tanto sono grandi.

“E’ stata una decisione piuttosto improvvisa, non premeditata. Non avrei mai potuto organizzare una serata migliore di questa.”

“Ho capito. Penso che si tratti di un banale litigio di coppia.”

“Noi non discutiamo mai.”

“Allora suo marito è una persona davvero accomodante.”

“No, affatto. Nessuno può dialogare con Sandro, di questo ne sono sicura.”

“Allora è una specie in via di estinzione. E’ forse un eremita?”

“Fuochino!”.

Anna ride di gusto, e poi aggiunge: “Vive in simbiosi col divano, ma soprattutto con il suo telefonino.”

“Se è per questo, anch’io trascorro fin troppo tempo libero in quella maniera, però curo un blog. Fotografare, rubare scatti, è la mia  più grande passione. Desidera un’altra birra, signora? Offro io.”

Gli occhi di Anna scintillano divertiti. Annuisce.

Il locale è così piccolo che ciascun presente partecipa, sebbene a modo suo, all’allegra conversazione.

Il barista appoggia una birra sul bancone.


“Lavoro soprattutto di notte. Non si offenda se non le faccio compagnia. Lì fuori c’è il mio bolide che aspetta ed è colmo fino all’orlo di latte fresco.”

“Non ha una famiglia?”

“E come potrei? Sarei costretto a lasciare questo lavoro.”

“E’ vero. Gestire entrambi non sarebbe per niente facile. Ma tutto sommato la qualità è più importante della quantità.”

“Mi dispiace, signora, ma adesso devo proprio andare, o domattina farò svegliare molto male alcune persone.”

“Io ci sono abituata.”

“Mi farebbe molto piacere rivederla. Chissà, sarà per un’altra volta. Le lascio il mio numero, nel caso le capitasse di sentirsi un po’ troppo sola. E anche questo. Tenga! E’ l’indirizzo del mio umile blog.”

L’uomo simula un baciamano.

“Comunque, io mi chiamo Max”, aggiunge sicuro di sé.

“Piacere, Anna.”

“Il piacere è tutto mio.”

I due si defilano sotto una miriade di sguardi spiritosi e molto indiscreti.

Anna fa scattare piano la serratura.

Il soggiorno è buio, ma preferisce lasciar spenta la luce.

Dalla camera matrimoniale provengono dei fischi, e anche sibili e strani grugniti. Sandro dorme beato.

Anna osserva soddisfatta lo specchio: basta un velo di trucco e può ancora permettersi una bella figura.

Dopo aver lavato con cura la faccia e i denti si intrufola piano nel letto, stando ben attenta a non fare rumore.

Afferra il suo telefonino, che giace da mesi abbandonato sul comodino; si stupisce non poco, è ancora debolmente carico e funzionante.

Di che colore sono i suoi occhi?

Cosa ama fotografare?

Anna si addormenta con il telefono in mano. Anche Google si spegne. Nella stanza da letto ritorna scura la notte.

IL DIARIO DI UNA COVIDDEPRESSA😉.

Photo by Matheus Bertelli on Pexels.com

E voi, come ve la passate?😅🤣🤣🤣 Io aspetto e confido nel 2021.

Vi mando un abbraccio grande, e vi auguro con tutto il 💚 di trascorrere delle BUONE FESTE!

☆☆☆

Ho letto da qualche parte che il Covid si può riprendere.

Beh, se mi viene dovrò fargli una bella ramanzina🤣.

☆☆☆

Proprio adesso che c’ho preso gusto a scrivere, vuoi vedere che il Covid me lo fa perdere?

☆☆☆

E pensare che con i Tampax credevo d’aver già visto tutto…

☆☆☆

Anch’io a marzo ho fatto tanti panini.

Poi li abbiamo colorati, per giocarci a bocce.

☆☆☆

Oggi avevo un appuntamento in banca. Io soffro davvero il freddo. Indossavo il cappello, un pesante maglione a collo alto, il giaccone col cappuccio, la sciarpa, i guanti e -ovviamente- la mascherina.

Il cassiere si è buttato a terra quando ho infilato una mano in tasca.

☆☆☆

Sono depressa, talmente depressa che l’unica cosa che riesco ancora a scrivere è l’autocertificazione.

☆☆☆

In libreria abbiamo avuto un Natale stressante. Oggi, finalmente, la mia collega ha sorriso. È stata un’emozione davvero intensa: gli elastici della sua mascherina si sono tirati un sacco, e le hanno allargato persino le orecchie!

☆☆☆

Ah, quanto mi mancano le serate in discoteca!

Ripensandoci…

Non mi capita di andare a ballare da almeno quindici anni. Ecco perché.

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QUANTO È PROFONDO IL CIELO?

Quanto è profondo il cielo?

Conosco un posto dove si posano le nuvole, sembra essere fuori dal mondo, eppure è piuttosto vicino a casa mia.

Se il cielo cadesse giù, noi resteremmo con i piedi per terra e il naso per aria; se cedesse la terra sotto i nostri piedi, di certo non cadremmo dalle nuvole.

Cieli interminabili stanno sopra tutti, e soprattutto quando tutti siamo giù.

Nuvolette di pensieri escono mute, vignette vuote né scritte né dette, ma ancora troppo spesso parliamo a vanvera.

Non si possono osservare delle nuvole nelle notti buie, ma solo nei tempi morti.

Quella che nel cielo sembra una fantastica nuvola, sulla terra è soltanto un po’ di nebbia.

È sconveniente tenere la testa tra le nuvole: è troppo umido, e poi non si vedrebbe un tubo!

È meglio un pugno di nuvole o un pugno di mosche?

Le nuvole cambiano in fretta la loro forma, proprio come le persone riescono a cambiare la loro opinione.

Una sola nuvola non basta a scatenare un terribile temporale.

Chi sa osservare le nuvole si abitua prima al cambiamento.

Neanche gli uccelli possono restare a lungo nascosti tra le nuvole.

Parole e nuvole si perdono nel vento.

Nessuno è mai riuscito a rompere le nuvole, mentre molti continuano imperterriti a rompere le palle.

Le nuvole non si possono toccare. Il fondo sì,
l’ho appena fatto 🤣!

(Anche la foto è mia).

LA PERFEZIONE.

Photo by Anastasiya Lobanovskaya on Pexels.com


La paziente, ancora dolorante, si risveglia dall’anestesia. È sdraiata immobile nel letto ed è fasciata come una mummia dal busto in su. Non si capisce come diavolo faccia a parlare, tuttavia ce la fa a biascicare: “Dottore, la prego: mi dica che è andato tutto bene!”
“Giudicherà lei stessa, appena sarà possibile.”
“Me l’ha fatto il nasino alla francese, vero?”
“Oui madame, proprio come abbiamo pattuito.”
“E mi ha fatto gli zigomi alti, quelli da dea greca?”
“Sicuro, signora!”.
“Quindi… anch’io finalmente ho una bella boccuccia a cuore?”
“Esatto! E poco ci manca che batta.”
“Scusi, ma ha anche cancellato quelle rughette antipatiche che mi deturpavano la fronte?”
“Diavolo, e come avrei potuto dimenticarle?”
“Dottore, porti pazienza, ma adesso ho almeno la terza?”
“Certo. Ma se fossi stato in lei non mi sarei accontentato nemmeno della quarta. Elementare, s’intende. Mica per niente sono laureato!”
“E può anche giurarmi che il seno è venuto bello e tondo?”
“Signora, non ho alcun dubbio: son proprio due palle!”
“Magnifico, evviva! Finalmente son perfetta!”
“No, non ancora purtroppo. Madame, non immagina il mio dispiacere, ed è davvero un peccato: lei avrebbe dovuto anche interpellare un bravo psicologo.”

CHE PASTICCIO!

“Cosa diamine hai messo sugli occhi? Vatti a lavare, che sembri un pagliaccio da circo.”
“Non è vero, guardami bene…”
“Ti ho visto. Sei ridicola.”
“Questo lo dici tu! Anna e Martina lo fanno ogni giorno, e vengono truccate anche a scuola.”
“Te l’ho già detto un sacco di volte: di ciò che fanno gli altri, non me ne frega niente!”.
“Invece a me interessa, e eccome!”
“Ehi, voi due, cosa succede? Perché litigate?”
“Come al solito il Papà non capisce proprio un cavolo.”
“Ah, sì? Sarei io a non capire mai niente? Abbassa subito il tono, bellezza, se non hai intenzione di finire male. Guardala! Si è messa in faccia tanta di quella roba che sembra una prostituta. Basta, ho perso la pazienza. Va’ subito a lavarti la faccia.”
“Mamma, chi è una prostituta?”
“Lascia perdere tuo padre. Voltati, così posso giudicare il lavoro.”
“Certo. Ecco, mamma. Ti piace?”
“A dire il vero, trovo che tu abbia un po’ esagerato con l’ombretto.”
“Solo con l’ombretto ha esagerato? E il rossetto, quella roba spessa e inguardabile lì, per te va bene?”
“Gino, calmati. Non fare il retrogrado!”
“Retrogrado un paio di balle! Qui sono l’unico che lavora tutti i santi giorni, e che ne vede di tutti i colori. E’ pieno, in giro, di quelle ragazzine lì, messe così, con la faccia pittata, e che si atteggiano da prime donne lanciando occhiatine languide a tutti i maschietti. Ammettilo, puoi dirlo al tuo paparino: c’è qualche bel tipetto che ti fila, non è forse vero?”
“Gino, smettila! Può darsi che Sara voglia solo sentirsi più grande.”
“Già. Lo sai, io credo agli unicorni!”
“Io non mi lavo!”
“Allora, oggi tu non esci di casa,”
“Mamma, per favore, dillo tu a papà: sono grande ormai, ho già dieci anni.”
“Vieni qui, mi farebbe piacere poterti guardare da vicino.”
“Eccomi, mamma.”
“Dopo aver steso l’ombretto devi imparare a sfumarlo bene. Puoi prendere un pennellino dei miei, quelli nel barattolo poggiato sulla mensola della specchiera, e poi lo passi sulla palpebra, sempre dal basso verso l’alto. Se hai voglia di lavarti la faccia, ti insegno io.”
“Brava, complimenti!”
“Su, Gino. E’ solo un po’ di trucco, non è mica la fine del mondo.”
“Già, ma da qualcosa bisogna pur cominciare. Non lamentarti con me se entro due mesi ti chiederà la pillola.”
“Cos’è la pillola?”
“Te lo spiega tuo padre.”
“Sicuro, te lo spiegherò più avanti, il giorno che ritirerò l’assegno della mia prima pensione.”
“Davvero mi truccheresti, mammina?”
“Certo. Va’ subito a togliere questo pasticcio. Intanto io cerco un magnifico ombretto argentato e un dolcissimo lucidalabbra alla pesca.”
“Mhm, sono proprio contenta. Io adoro la pesca, che bello! Vado e torno, sarò velocissima”.

IL FURTO.

vetrinetta-credenza-con-alzata-mod-niqueira-marchi-cucine-in-legno-a-prezzo-scontato_N1_630553 – La colpevole sei tu!
– Sbagli!
– No.
– Ah ah, non possiedi le prove, non puoi accusarmi. E se fossi stata proprio tu, bellezza?
– Che sono una bellezza è certo, e ti dico anche grazie, ma potrei davvero esser stata io? Guarda qui, che faccino dolce ho…
– Sì, io dico di sì! L’abito non fa mica il monaco, mia cara.
– Impossibile! E poi, io ho un alibi, lo sai?
– Scusami bella, sarebbe?
– A quell’ora ero appisolata sul letto, ero nella mia camera.
– Quindi, se sai quando è successo, allora sei stata proprio tu!
– No. A rigor di logica, tutto deve essere accaduto proprio ieri sera, sul tardi, dato che, e ne sono sicura, nel pomeriggio c’era ancora.
– Comunque, sei tu che l’hai vista per l’ultima volta, e tutto ciò, credimi, desta non poco sospetto.
– Bugiarda, io ti ho sentito! Tu hai rovistato la credenza dopo di me. Quando l’hai fatto, io ero in soggiorno! E se questa non ci fosse  stata, ti saresti lamentata, eccome! Non posso credere che hai rinunciato a lei così facilmente.

– Ragazze, smettetela! Adesso mi avete stancato! Consegnate a vostro padre entrambi i telefonini, forza! Così, forse, una tale e orrenda disgrazia, in questa casa non accadrà mai più! Uffa, allora io cosa dovrei dire? Ve la compero ogni santa settimana, e poi non riesco mai a mangiarla!
– Mi dispiace tanto, mamma…

– Uhm, può essere che sia stato io.
– Tu, papà? Dici davvero?!?
– Ho finito la Nutella, sì, ma del tutto involontariamente. Ve lo giuro!