IL FILO.

Passeggiavo, ben imbacuccato a causa del freddo, nel bosco vicino a casa mia. All’improvviso realizzai di aver calpestato qualcosa.

Notando che si trattava solo di un filo, lì per lì non vi feci caso.

Fu solo dopo aver compiuto qualche altro passo, che la faccenda cominciò a complicarsi, e, nel contempo, a rendersi interessante.

Fui costretto a notare quanto fosse lungo; mi era parso di cotone, uno di quelli che si usano per ricamare.

E questo proseguiva a perdita d’occhio lungo il sentiero, districandosi alla meno peggio tra i sassi conficcati nel terreno bagnato e poi zigzagando tra i rami spezzati. Scompariva e ricompariva, a tratti, riemergendo dal morbido tappeto di foglie secche imbevute d’acqua piovana e diventate gommose a causa delle precipitazioni insistenti di quegli ultimi giorni.

Non avendo niente di meglio da fare, e assecondando il dubbio che quello strano filo potesse dipanarsi ancora a lungo, presi la bizzarra decisione di seguirlo: chissà, forse mi avrebbe condotto da qualche parte…

Non saprei spiegare perché, ma avevo avuto l’impressione che un filo non potesse trovarsi in mezzo a un sentiero per caso, avevo piuttosto maturato la convinzione che fosse stato messo lì per adempiere a un compito ben preciso.

Lo afferrai e avanzai stringendolo in un pugno chiuso, facendolo scorrere e tirandolo con l’altra mano. Mi trovai a percorrere all’incirca due chilometri. Le mani già infreddolite mi dolevano parecchio, e io mi maledissi per aver dimenticato a casa i miei guanti.

Avanzando mi divertii a stimarne la lunghezza: dapprima pensai che potesse trattarsi di una sola matassa, poi realizzai che avrebbero potuto essere anche due legate insieme; infine dovetti accettare l’idea che fossero persino più di tre. Mi meravigliai nel constatare come quel filo proprio non ne volesse sapere di finire.

Giunto a un certo punto, più o meno nei pressi della grande quercia, notai che il filo vi si avvolgeva più volte, ben stretto intorno al tronco; poi lo osservai proseguire, ancora. Deviando dal sentiero e perdendosi tra le piante questo si inoltrava nella rigogliosa vegetazione.

Io non serbavo alcun timore: conoscevo quel bosco proprio come conoscevo le mie tasche.

Fui almeno soddisfatto di aver indossato gli stivali di gomma, perciò mi apprestai a procedere nel sottobosco, che, ad ogni passo, sembrava diventare man mano più insidioso.

Fui presto costretto a rallentare l’andatura. Dovevo trovare il modo di districare i piedi dal suolo: enormi roveti si aggrovigliavano in continuazione alle mie gambe, trattenendomi. Il bosco sembrava opporsi con tutta la sua forza al mio passaggio, come se intendesse impedirmi di procedere. Percepivo tutto il peso del corpo sprofondare sempre più giù, nel terreno, e, solo per un istante, rabbrividii al pensiero che questo fosse vivo, cosciente, e che intendesse catturarmi, o magari inghiottirmi per farmi suo prigioniero.

Procedere a lungo in un bosco in penombra provoca alla vista uno scherzo tremendo: ben presto il paesaggio circostante si offusca e risulta difficile mettere a fuoco un qualsiasi particolare. Inoltre le giornate di novembre sono brevi, e, al tramonto, i raggi di sole obliqui e alquanto scarichi che riescono a penetrare tra i rami degli alberi sono davvero pochi. Potevo dunque contare sulla medesima intensità di luce provocata da una fiammella di candela.

Una bruma piuttosto compatta cominciava a esalare dal suolo, proprio quando questo aveva deciso di lasciarmi un po’ di tregua.

Con ostinazione colsi l’attimo e approfittai, come si suol dire, del momento buono. Proseguii il mio cammino seguendo ancora il filo, che, tirato, aveva tutta l’aria di voler raggiungere lo spazio infinito.

Sollevando lo sguardo ebbi come l’impressione di intravedere qualcosa. Non saprei dire cosa fosse, tuttavia il  filo, all’atro capo, sembrava essere sostenuto da una misteriosa entità di luce, o da qualcosa di molto simile a…

In preda all’estasi fui tentato di mettermi a correre per raggiungere in fretta quella cosa (o quella creatura), che mi sembrava davvero bellissima. Mio malgrado, ben presto inciampai in una grossa radice, finendo lungo e disteso, con il viso nel fango.

Come per opera di un orrendo sortilegio, io persi per sempre quel filo.

Non appena mi ripresi, lo cercai a lungo, e invano.

Non vi fu un solo altro giorno, da allora, in cui non desiderai inoltrarmi di nuovo nel bosco, alla penosa ricerca di quel filo. Vi ho appena passeggiato anche oggi, e, di quel maledetto, non ho più trovato nessuna traccia.

Tuttavia, mi sento costretto a chiedervi perdono. Io sono un miserabile e maldestro ciarlatano: può darsi che, quel giorno, io abbia solo smarrito il filo, un po’ troppo lungo, del mio discorso.

LA VITA.

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Ficcando la punta del naso tra le sbarre della recinzione che separa due proprietà, una signora domanda alla sua vicina: “Vorrei proprio sapere cosa ti ha spinto a dedicarti solo ora, e con tutta quella passione, all’arte del giardinaggio.”
Senza levare lo sguardo da terra, e sorridendo come in preda all’estasi, la vecchietta non tarda a rispondere: “Sapendomi priva di pollice verde, ho sempre temuto di far morire tutto ciò che piantavo. Da qualche tempo però, osservando spuntare alcune tenere piantine, mi sono accorta di vederci solo vita”.

Buona estate a tutti!

RAP DELLA QUARANTENA.

rap music , hip hop symbols - doodles set

 

RAP DELLA QUARANTENA.

Coronaus, coronaus, patatrac e spatagnaus, forever in my house. I go -step by step- oh yeah!
☆☆☆
Vado alla toilette e mi lavo le mani -wash my hands- doccia, denti, e -ancora- un bel bidet.
Faccio un giro della stanza e poi vado in cucina. Siamo tutti panettieri, basta lievito e farina: l’impasto è di ieri, il pane è fresco di stamattina.
Apparecchio, cucino, mangio e sparecchio, metto in bocca un biscotto e poi vado in salotto. Sto sul divano a cazzeggiare.
“Click”, accendo la TV, c’è il telegiornale. Protezione civile, Conte e Mattarella. E una cosa è certa: con questo virus si sbarella!
O cammino o muoio, vado un po’ in corridoio. Ripasso english – up and down – quasi quasi mi travesto anche da clown.
La mia è un’esigenza, qui ho perso la pazienza; la crescita sul biond, bond o no bond. Ma io mi mangio anche Macron, ben cotto al microond.
Ci sono i delfini a Venezia, i cinghiali per strada in Toscana, ma Milano solo uccelli, per fortuna c’è Boccelli ed è rimasta una banana.
Però c’è meno smog e si vedon anche le stelle, farò una videochiamata e mi deodorerò le ascelle.
Con l’autocertificazione -one- c’è un po’ di liberazione (Che coglxxxx! ). Ma qualcuno ha visto come è fatto un tampone?
Portarsi una bella tartaruga al guinzaglio, o anche solo una foglia di lattuga – col verme- , col verme, oppure un pesce palla che balla e boccheggia, e giuro che sarò invisibile, sarò -davvero – una scheggia.
Guanti e mascherina ritorneranno presto sul comò – Ambarabacciccicoccò! – .
E c’è anche l’amuchina, dunque son a posto, dormirò fin domattina.
E quando mi risveglierò, questo -lagnoso- rap ricanterò.
☆☆☆
Coronaus, coronaus, patatrac e spatagnaus, forever in my house. I go -step by step- oh yeah!

Vi abbraccio forte. Condivido il testo di questa canzone ( non vi nascondo che un po’ mi vergogno😂…) che è nata in un momento di noia e di disperazione durante la mia quarantena.

Ciaooo!

INDIGESTIONE.

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Eddài, considerando il periodo appena trascorso in libreria… 🤣🤣🤣

Mi son detta: MO’R’ESCO ( o mo’ RIESCO?), dato che abito vicino al lago del SERINO.
Con tutta LAGIOIA ridevo per STRADA e, al VOLO, sono stata punta da una VESPA: che MALVALDI, GADDA!
Poi, nel BOSCO, mi è venuta voglia di mangiarmi un bel MARONE, ma erano rimasti solo i RICCI.
Speravo di incontrare almeno un FOLLETT, ma ho scovato solo due AMMANITI e un tizio CALVINO, con due RAMPINI in mano, che mi ha gridato: “Non toccarli, son velenosi, va via che te CREPET!”.
Gli ho fatto un grosso PENNACCHI e l’ho mandato a fan CULICCHIA e pure a quel PAVESE. Gli ho risposto:” Forse è meglio che ti LEVI!”.
Poi mi son detta: devo staccare LA SPINA, son troppo SVAMPA.
Stavo tornando indietro, c’erano un sacco di BUSI, son caduta e mi son fatta dei MORELLI.
A l’è mei che WU MING in gir!
Son tornata a casa, ho litigato con il mio CAROFIGLIO, poi ho preparato dei fiocchi D’AVENIA, ma mi son vista fin troppo MAGRIS e mi è venuto pure il mal di PANSA.
Vi confesso che, per DAVERIO, mi son bevuta anche una CORONA.
Poi ho dormito BENNI. E…sì, se son stanca RUSSO!
E voi, voi andate al PIPERNO, io odio gli SGARBI.
E adesso tutti SCIASCIA, mi BARICCO qui e non voglio più sentire nemmeno l’ECO di una MOSCA. E… CAMILLERATEVI, che la vita è un TRAVAGLIO!

(Lady Nadia).

STA ARRIVANDO, MEGLIO CORRERE AI RIPARI!

Al lavoro, in libreria.
Scontrino. Tre confezioni regalo per tre libri dal formato apparentemente identico e realizzate con sacchettini standard, blu metallizzati (sono rimasti solo quelli).

“Vuole che le indichi a penna l’iniziale del nome del destinatario in modo da distinguerli?”
“Ah sì, grazie, non ci avevo proprio pensato”.
(Mumble mumble, …naturalmente un uomo)
“Va bene. Allora, su questo che lettera metto?”
“Scriva W, W di Walter”.
Eseguo, e poi confeziono il secondo libro.

“Ecco! Su quest’altro, che lettera metto?”
“Oh caspita, è vero! C’è un problema: sarebbe un’altra W, W di Wilma. Beh, allora mi faccia un favore, scriva l’iniziale del nome e anche quella del cognome (state attenti alla genialata😉), W-C”.
Io rido.
Rido tanto.
Tutte le persone che sono alla cassa ridono.
Lui, serio: “Ehm, Wilma Cattaneo, dunque W-C”.
Poi, forse, può essere che capisce.
Ride anche lui (e meno male!).
“Senta, meglio le prime due lettere del nome, segni WI, e… non se ne parla più!”
Ho davvero temuto per il terzo regalo. Ma, per fortuna, era una M di un certo signor Mario. Un nome più consono e più sobrio, decisamente.

Poi, una volta a casa, son stata colta da un dubbio: e se il pacchetto fosse stato consegnato girato?
😂

OGGI RELAX.

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Tic tic, picchietta il dito sul tavolo,
tic tac fa il ticchettio dell’orologio,
pic pic, cade la pioggia,
tum tum, batte il cuore.
Plic plic, il lavandino perde,
tluc tluc, c’è chi picchia con un martello,
slasch slasch, scivolano le auto, fuori, sul selciato bagnato,
clip clap, i passi nelle ciabatte,
glu glu, bevo il caffè.
I pensieri stridono, scricchiolano, si srotolano dentro la testa,
proprio un gran caos, come una sinfonia d’orchestra.
Archi, violini, oboe, grancasse, bassi,
è un vero concerto, è roba da pazzi!
Metto le scarpe, infilo la giacca, prendo l’ombrello.
Meglio uscire,
devo zittire questo cervello!

Ciao, buona domenica! 😉

UNA FILASTROCCA PER L’ESTATE.

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Studio per trovare
una sequenza di parole
che possa far pensare
a una storia calda come il sole
che sia musica del mare
che possegga del vento l’indole
e che possa far sognare.
Studio per trovare
il mio punto debole
ciò che un foglio vuol sentirsi raccontare
una trama imprevedibile fatta di nuvole
che nessuno mai si annoia di guardare
qualcosa che somigli alle nocciole
che restano tra i denti e che continui a masticare.
Studio per trovare
quella dolce gracchiante armonia della viola
che anche quando tace, poi nelle orecchie prosegue a suonare.
Voglio frasi che siano fragole
che una tira l’altra e che mai smetteresti di mangiare.
Devo studiare finché Dio lo vuole
e mai mi arrenderò di cercare
perché credo nelle favole
e sempre, tra le virgole, io dovrò studiare.
Olè!

CIAO, BUONE VACANZE A TUTTI!!!

UNA LUNGA STORIA.

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È attento a non far rumore. Spesso gli capita di assentarsi per giorni, ma ritornando la sente sempre più distante. Se tutto non fosse stato così complicato l’avrebbe già fatto. Lei dorme, eppure pare sussultare quando si adagia sul materasso.
Le spalline elastiche della sottoveste bianca disegnano un ricordo nitido nei chiaroscuri confusi della penombra.

Sedeva dando di spalle a un tavolo del bar Centrale. I capelli erano raccolti e indossava un vestito scollato che incorniciava delle scapole nude e ossute che sembravano esser state scolpite in un corpo da favola. Voltandosi lo vide, e subito si innamorò. Fino a quel momento invece, lui l’aveva solo sognata.
Oggi è bella come allora, tuttavia se si fosse girata per guardarlo, lui avrebbe finto di dormire.
Il ticchettio della sveglia affetta l’attesa in attimi, piccole dosi di infelicità. Anche l’ultimo pensiero esala con uno sbadiglio, il rubinetto perde e, in cortile, un cane ha smesso di abbaiare. Ora, può incombere dolce il sonno: eppure, non basta più.
Non basta più.

Mi scuso con tutti per il ritardo.
Ciao.