Ma se avessi ..se fossi

bivi-testo-narrativo

Come è strana la vita, a volte mi ritrovo a pensare a come delle scelte irrilevanti e tutto sommato stupide nell’economia di un percorso di vita s’impongano spesso all’attenzione con una importanza di esclusività che non hanno, reclamino un minuzioso soppesare i pro e i contro con una seriosità fuori luogo e un pragmatismo eccessivo; mentre in altre occasioni tutto venga deciso al volo, sui due piedi, senza pensarci una frazione di secondo in più , seguendo l’istinto , il lampo dell’impulso. Un percorso di vita è fatto di milioni di scelte analoghe, meditate o impulsive che siano. Qualche volta ti fanno rischiare soltanto eventi memorabili o un bell’incontro, qualche altra di perdere tempo e rimpiangere di aver scelto diversamente, qualche altra di sfiorare di perdere la vita ma la maggior parte delle volte di immergerti nella quotidianità.

Un sorriso può far sfumare i pensieri e portarti seguire il volo di una upupa che cerca il suo posto su un ramo per lanciare il suo verso.

La gerontofila

“Ti chiamo io nei prossimi giorni”

Resto fermo qualche secondo a guardare la porta chiusa ,qualcosa è andato storto ma cosa? Salgo in macchina e vado a cercare un parcheggio , abito a poco distanza ma non ho voglia di andare a casa , devo pensare e ora non sono lucido.  La luna è alta nel cielo buio , sento il frangere delle onde . Sul lungomare c’è un bar ancora aperto con qualche tiratardi ancora all’opera. Mi siedo ad un tavolino un po’  a lato e rivolgo il mio sguardo alla vetrata , non voglio dare adito a nessuno di attaccare discorso. Si avvicina una giovane con un grembiulino  e il trucco  disfatto che trasuda stanchezza prima di farla parlare le chiedo una media alla spina .

Luca mi aveva contattato 2 mesi prima , doveva organizzare una esposizione di reperti archeologici presso un museo a Finalborgo e mi offriva “vitto e alloggio” e una piccola “una tantum” .

Risultati immagini per finalborgo

Io ero libero ed avevo accettato e mi faceva anche piacere rivedere Luca con il quale avevo partecipato ad un paio di spedizioni in Giordania , avevo anche bisogno di rilassarmi e quel lavoretto mi sembrava l’ideale. Luca mi aveva messo a disposizione un appartamentino a Finale con relativo posto macchina , aveva aperto un conto in un ristorante a pochi metri e la parte logistica era completata . Mi aveva presentato i compagni di lavoro che avevano età tra le più disparate che andavano dai 20 agli 85 anni praticamente tutti volontari che offrivano qualche ora del loro tempo. I due artigiani che si occupavano delle istallazioni erano due professionisti dall’aria vagamente stravagante. Uno era di corporatura massiccia e tarchiata , la faccia era coperta da un paio di occhiali tondi e da una lunga barba  che tratteneva con una serie di elastici che la faceva assomigliare ad resta di salsicce e terminava sul petto . Il suo collega era uno spilungone segaligno con braccia lunghissime , stempiato con i pochi capelli rimasti portati a coda di cavallo , un paio di occhialini rettangolari sulla punta del naso e portava dei baffetti sottili  che facevano da tetto ad una bocca spiovente.I due che sembravano molto competenti erano governati dalla sorella di Luca di sette anni più giovane che avevo conosciuto in Giordania quando era venuta a trovarlo . Luisa , una donna molto energica anche se di fisico minuto con due splendidi occhi scuri e profondi e con lineamenti regolari, appena mi vide mi abbracciò con un trasporto forse eccessivo ma la cosa mi fece piacere . Era stata sposata per venti anni con un giovane molto sportivo che purtroppo aveva lasciato questa terra mentre prestava soccorso alle vittime di un incidente travolto da una auto . Luisa si era chiusa in un mutismo ostinato  e travolta da una depressione devastante. Dopo un anno Luca la aveva portata in Giordania e io mi ero impegnato a cambiare il suo stato insieme al fratello. L’avevo portata  a correre sulle dune con il fuoristrada , avevamo partecipato a incontri conviviali con cibi locali, le avevo insegnato ad andare in moto sulla sabbia. Lentamente era uscita dalla spirale della depressione e rientrata in Italia si era accompagnata con un ricercatore che attualmente partecipava alla spedizione italiana  in Antartico. Io volevo molto bene a Luisa , con lei avevo percorso un tratto di strada aiutandola a superare i baratri e le impervie vette dell’esistenza sostenendola fraternamente. Era facile collaborare con lei , metteva tutti a proprio agio i due artigiani erano innamorati perdutamente , la seguivano nei suoi voli pindarici e cercavano di soddisfare le sue richieste. Dopo una settimana mi aveva presentato Claudia mi ero perduto nei suoi occhi verdi al tocco della sua mano avevo sentito una scossa che mi aveva percorso il corpo. Aveva una classe innata ,gli anni avevano lasciato pochi segni sulla sua figura , i capelli erano di un biondo cenere e i lineamenti molto fini deturpati da un paio di occhiali bruttissimi inoltre vestiva in maniera classica come se non volesse farsi notare. Luisa me l’aveva presentata come una sua ex compagna di liceo perciò conoscevo anche la sua età , sei anni meno di me. Avevo iniziato a farle una corte serrata piena di attenzioni che lei accettava con il sorriso sul volto ma i miei inviti a cena venivano sempre annullati con le scuse più disparate . La sua presenza era subordinata a quella dei miei amici  se la cena era con la presenza di Luca e Luisa allora lei era presente e accettava la mia corte e dava anche segnali di accettazione ma appena rimanevamo soli frapponeva un muro invalicabile. Dopo due mesi la mostra era stata aperta , il pubblico si era presentato numeroso e il giorno seguente avevo ritentato ad invitare Claudia a cena e con mio sommo stupore aveva accettato , avevo prenotato in un ristorante a Borgio Verezzi perché volevo creare una certa atmosfera il più intima possibile. La cena era stata splendida ,era andato tutto bene avevamo iniziato con dei piccoli sfioramenti e poi mano nella mano sulla terrazza che domina il mare eravamo stati vicini da sentire il calore dei corpi.  Saliti in macchina lei mi aveva detto

” mi porti a casa “

con una voce che non lasciava dubbi . Mi ero fermato vicino al suo portone ed ero sceso per aprirgli la portiera e lei quasi fuggendo  ” Ti telefono io nei prossimi giorni”.

La cameriera aveva già spostato tutte le seggiole e con qualche colpo di tosse aveva cercato la mia attenzione “mi scusi è tardissimo, devo chiudere” “Ha ragione mi scusi , le devo pagare la birra ” “Lasci stare non l’ha neanche bevuta gliela offro io , Buonanotte”. Sapevo che non avrei dormito che avrei ripassato al rallenty tutta la serata , parola per parola , gesto dopo gesto dovevo trovare il motivo del rifiuto , di quel respingermi dopo avermi attratto. Dopo due giorni durante i quali non si era più ne fatta vedere ne sentire avevo comunicato a Luca la mia intenzione di ritornare a Genova , avevo salutato Luisa senza fare menzione di Claudia ma nei suoi occhi vedevo un qualcosa che non riuscivo a decifrare ma ero profondamente deluso e non connettevo a dovere. Passati alcuni giorni a Genova a sistemare le cose in sospeso ero stato contattato per un lavoro nei pressi di Bakù , qualche mese di lontananza mi avrebbero fatto sicuramente bene.

Passati quattro mesi ero tornato a casa ,alla mia vita ma il pensiero di Claudia non mi aveva abbandonato , ero tentato di chiamarla ma non mi decidevo allora una sera chiamai Luca con la scusa di chiedergli come era proseguita la mostra ,dopo varie domande preparatorie arrivai a quella cruciale “di Claudia che ne è stato? l’hai più vista?” “non ne so niente e non l’ho più vista , chiederò a Luisa e ti faccio sapere”.

La sera dopo una chiamata di Luca “domani vengo a Genova con Luisa che è rientrata da Ushuaia da qualche giorno , ci possiamo vedere a pranzo” “certo ci penso io , ciao a domani “

Luca aveva un’aria leggermente imbarazzata e sul volto di Luisa leggevo un po’ di tristezza mentre io cercavo di essere leggero e forse un po’ sopra le righe. Un bel ristorante vicino al porto antico e pranzo a base di frittelle di fiori di zucchino e e fiori di acacia , calamaretti affogati e fritto misto. La mostra era stata un successo con un alto numero di visitatori , la critica positiva e per quanto riguardava la vita tutto fluiva e le prospettive future allettanti .  Al caffè cercando di rompere quel velo di imbarazzo che di aveva avvolti ho lanciato una domanda nell’aria : “Come sei stata a Ushuaia ?”              “Ho trovato la città con un’aria di frontiera con qualcosa di violento ma nello stesso tempo eccitante anche se sono andata là per trovare qualcosa anche se sapevo che non c’era più , quando è arrivato Giulio non c’era più nessun fuoco da riattizzare , neanche una piccola brace . Come sempre ha parlato solo di se stesso , delle sue ricerche , del suo lavoro ma mai di noi, non c’era altra soluzione ….ci siamo lasciati e mi sono sentita liberata anche se lui non mi ha messo nessuna catena ma ora so quello che voglio”

Luisa guardandomi negli occhi mi dice:        “Franco ti devo parlare seriamente di Claudia ” “Dimmi , tu credi che io possa avere qualche speranza? Tra Genova e Finale ci sono solo settanta km , posso certamente continuare a farle la corte ma forse ti ha detto qualcosa , forse in qualche modo l’ho messa in imbarazzo?”

“Franco, Claudia si è sposata”

La botta è forte,  ho bisogno di elaborarla ma Luisa mi incalza ” Franco stammi a sentire e non interrompermi”

Claudia si è sposata a venti anni con un commerciante di auto di Sanremo che aveva trentacinque anni più di lei . Dopo quindici anni è rimasta vedova con un patrimonio consistente ma dopo pochi mesi si è sposata con il commercialista del suo defunto marito che anche lui aveva trentacinque più di lei .  Passati otto anni anche lui ha raggiunto i più , aggiungendo i suoi possedimenti a quelli già consistenti della ferale vedova che tra l’altro non è legata ai soldi perché non ha una vita dispendiosa ma piuttosto frugale ma questo non impedisce alle malelingue di elucubrare teorie . Comunque dopo pochi mesi si trasferisce ad Albenga e convola a nozze con un affermato notaio  anche lui facente parte del club degli ottuagenari della città ingauna . Dopo tre anni ritorna a suo stato di vedova e le voci su di lei riprendo a chiacchierare sulla sua collezione di patrimoni ma lei è pervicace si risposa con un avvocato genovese fino che anche lui sei mesi prima della sua apparizione a Finale prende il suo posto nella cappella di famiglia a Staglieno. Quando è sparita da Finale ,dopo che tu l’hai vista per l’ultima volta,  non ne ho saputo più niente fino a un mese fa quando mi ha chiamato e mi ha detto che si sarebbe sposata con imprenditore edile di Savona , vedovo senza figli che anche lui aveva superato la soglia degli ottanta , poi ho letto sul giornale un trafiletto che ne comunicava le avvenute nozze , l’ho chiamata per un aperitivo . Ci siamo incontrate e l’ho trovata serena e appagata e mi ha detto di salutarti e di perdonarla se ti ha illuso e dato delle aspettative.

Mentre ascoltavo questo resoconto così minuzioso qualcosa si rilassava dentro di me  , non avevo sbagliato niente e non ero io lo sbagliato ..forse …ero semplicemente troppo giovane , sicuramente se hai a che fare con una gerontofila devi… avere l’età giusta.

Luisa dopo avermi lasciato il tempo di assorbire il tutto aveva ancora qualcosa da dire: “Devi sapere che anch’io sono innamorata di uno più grande di me ma sette anni non sono poi tanti”

latente

La luce del tramonto soffusa filtra tra le tende arancioni spargendosi nella cucina, da lei stessa allestita. La casa era sua. Come sua era pure la vetrina a doppio sportello in cristallo ,che occupava una parete del salone; come sue erano le coppe vinte nelle gare di cicloturismo e le coppe vinte al tiro a segno , le targhe  in cui ricorrevano le sue immagini e il suo nome sotto la dicitura primo classificato; come suoi erano gli oggetti indiani provenienti dall’ashram che aveva frequentato; come sue erano le cornici intarsiate che esibivano l’attestato di laurea e master in psicologia; come suo era il batik appeso sopra la porta che rappresentava l’albero della vita , dai colori tenui; come suo era l’altare buddista che aveva realizzato lei stessa nel tempio del suo maestro in Birmania; come sua era la libreria a mensoloni di noce ideata da lei stessa, che copriva per tre quarti la grande stanza , come suoi erano tutti i libri che la riempivano.

E’ seduta a gambe divaricate su un tavolino intarsiato, con le ginocchia piegate ad angolo retto; i piedi nudi sono saldamente piantati sul pavimento in legno; due fili di perle di fiume in conflitto cromatico con la pelle bronzea, ornano il collo, le braccia magre e nervose spuntano dalle maniche di un kimono da arti marziali in seta bianca lucida; le mani rivolte in basso sono immerse nella fascia d’ombra tra le cosce e il costato, una striscia di luce sfuggita dal filtro delle tende accarezza la curva del collo e illumina la punta del mento regolare proteso verso l’alto; due occhi di ghiaccio fissano immobili davanti a sé, i corti capelli neri cadono leggermente verso le spalle.
Sulla scrivania d’epoca scelta da lei stessa, appeso alla pinza  portacarte comprata da lei stessa, un biglietto in carta azzurrina scritto con la stilografica così recita: “scusami, un imprevisto, sono atteso in sede a Roma, vengo a prenderti stasera alle venti, si va da Malyan’s per il nostro anniversario, ti amo”; sul video al plasma del portatile di lui una scritta:

“ Conferma per la prenotazione della camera al “Quisisana” di Chianciano  per il giorno 28 ,la ringraziamo per la sua scelta”.

Naturalmente era bastata una telefonata , fatta da lei stessa, in sede a Roma per appurare che lui non era là e non doveva andarci e un’altra telefonata per avere la conferma che lui era chiuso nella stanza a Chianciano in buona compagnia.
La porta si apre  e sbatte leggermente nel richiudersi, passi leggeri percorrono il corridoio, una assicella del parquet scricchiola, la pendola a muro suona le otto in punto.
Un sorriso altera l’immobilità del viso e le mani affusolate che impugnano una pistola, con il calcio di madreperla già pronta a sparare , si alzano  mettendo la canna a livello  delle spalle.

Lui si trova davanti alla scena , come paralizzato, la paura sale lentamente dallo stomaco si diffonde e si trasforma in terrore, la voce non riesce a passare il groppo della gola . Tre colpi in rapida successione saturano lo spazio, non sente nessun dolore, resta attonito per qualche secondo poi un senso di languore lo pervade , un calore al petto anticipa una fitta che lo trapassa come una stilettata, le mani scattano a contenere il petto , le gambe cedono e il corpo schianta sul parquet con un gorgoglio.

Lei si scuote dalla sua immobilità , si alza dal tavolino abbassando l’arma , raccoglie i bossoli  delle pallottole a salve e si avvia ad aprire la finestra per eliminare l’odore di cordite che rende irrespirabile l’aria. Senza rivolgere lo sguardo verso il corpo caduto scomposto si avvia verso la sua camera. Si sfila il chimono rivelando il suo corpo completamente nudo , fa scorrere le ante dell’armadio ornate di figure giapponesi, sceglie un tubino nero e si veste con cura . Lo specchio riflette la sua figura snella e flessuosa , si passa una mano tra i capelli  e sorride alla propria immagine. Raccoglie il telefonino sul basso comodino  che affianca un  futon  matrimoniale e compone il numero del “118” e appena sente il collegamento dichiara le proprie generalità e poi :

“ Mio marito deve avere avuto un attacco cardiaco venite subito”

Raccoglie la pistola e la ripone nella sua cassetta , prende due bastoncini di incenso li pone sul supporto inclinato ed avvicina la fiamma dell’accendino.

Il profumo di incenso cerca di coprire un odore nauseabondo che si sta propagando.

Questo era quello che sarebbe stato se qualcuno non lo avesse avvertito e lui non fosse più tornato e non avesse più dato segni di sé ma ad ogni anniversario lei lo aspetta esattamente alle venti con la pistola in pugno sperando di eseguire il suo piano.

Assenza

L’assenza ha qualche parentela con la morte, manca qualcosa , una parte di te. Un giorno c’è , il giorno dopo non c’è più.

Che cosa accade a una casa dove si sente una assenza? La casa ,naturalmente, resterebbe la stessa, non sarebbe consapevole di quanto è accaduto. I muri restano al loro posto. Le porte, pronte per essere aperte e chiuse. Piatti e bicchieri , sempre disponibili, anche se non ci fosse più nessuno a usarli per mangiare e bere.

Se manchi tu è come se nessuno vivesse qua.

Le poltrone restano immobili, pronte a servire chiunque vuole sedersi. Le lancette dell’orologio continuano ad andare avanti, con lo stesso tic tac immutabile, ricominciare il loro giro a mezzanotte, come se il giorno finito non ci fosse mai stato. Questa mattina ho voglia di rimanere a letto e guardo fuori dalla finestra , ascolto il vento, lo sento passare con un fruscio tra gli alberi e invidio i rami per la loro pazienza.Sento prepotente la tua assenza , è quasi un male fisico.Guardo la pallida luce del sole che tenta di aprirsi un varco tra le nuvole , senza riuscirci.

Mi chiedo quale sia lo scopo di tutto quello che accade, di questo infinito ripetersi.

C’è stato un tempo che al mio risveglio sentivo il profumo del caffè, sentivo il tuo canticchiare lontano, il tintinnio delle tazze, il profumo dei croissant . Anche questi odori sono scomparsi , quei piccoli rumori. Stamattina la casa è silenziosa , non ha odori , nessun tipo di odore neanche cattivo sembra asettica . Il cuscino dalla tua parte ha perso la tua impronta, mi mancano le tue calze gettate sulla poltroncina , i tuoi braccialetti sparsi sul comodino, tutto questo ordine mi opprime.

Cerco di captare un leggero profumo di te, anche solo una sensazione di te ma il vuoto impera.Mi alzo e sento il freddo sotto alla pianta del piede , mi fa salire un leggero brivido che mi fa sentire vivo.

Il sole ha vinto la sua battaglia e splende , la nuvole sono un vago ricordo. Entro nel salone e il mio sguardo cade sulla tua pianta che giganteggia di fronte alla finestra, due splendidi fiori sono sbocciati nella notte.

La tua pianta è fiorita anche senza di te , tutte le notti finiscono al mattino.

Il buio della notte

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Cammino lentamente, ascolto i miei passi.

Un bisogno impellente ottenebra la mia mente, piega ogni mia volontà , la mia mano tasta ansiosa lo strumento che mi porterà a sfiorare altri mondi.

Il suono dei passi è ora enorme, sovrasta la città che ritrae le sue radici sotterranee, le fondamenta vibrano spostando le case, si moltiplicano e si riproducono in amplessi tellurici e tutto scivola ai bordi del vicolo, sul piano inclinato della notte.

E’ come essere avvolti dentro alla placenta di una grande madre, si sente come lo sciabordio del liquido amniotico che sta ognidove intorno a te, buio caldo che ti conforta , non conosci altro.

E’, la notte, all’angolo dove finisce quel vicolo , dove si deve scegliere il corso della vita, la strada da percorrere, è lei la dominatrice, come una madre severa e despota.

La parte di giorno che ne dice la fine sgocciola giù dalle grondaie si avvia lentamente verso i chiusini per scendere nelle profondità della terra, si incunea in interstizi lungo i muri si coagula  sul selciato creando pozze di buio.

Tra i muri impregnati  di nerofumo della notte  un unico lampione sfuocato combatte la sua battaglia e racconta alle finestre vicine come sarà la luce tra alba e tramonto che non arriva mai, storie raccolte da altre vie d’intorno, che hanno cammini meno stretti e muri meno alti a incolonnare sei piani di esistenze miste di nuovi poveri e donne in vendita.

Non si distingue il giorno dalla notte, nel vicolo il tempo non scorre, condensa, si addensa vischioso e opaco , ammuffisce sui mattoni spessi d’umido e si appiccica alle vite randage e svendute.

Intorno a quei muri sale alto il clamore della città che vive su bitumi butterati , picchia su selciati sconnessi, sgomma ai semafori , spande fasci di luce aspettando il giorno.

Accosciato sotto a quel lampione sento irrigidirsi i muri, le crepe sembrano allargarsi voraci , i calcinacci calano come bave da fauci orrende, le tubature risuonano con clangori metallici. La tensione si trasmette da vicolo a vicolo, passa alle altre strade e tutto sembra convergere  verso questo punto, adesso, in questo momento come se nel mondo non ci fosse altro. Tutto in un punto dove il tempo non passa, dove qualsiasi cosa può accadere. Il tempo si ferma , si addensa, si somma , si sottrae all’esistenza, si nasconde al futuro , si dimentica del passato , si dilata nel presente.

Il lampione sembra fondersi in una pozza di fioca luce, mi alzo e riprendo il mio passo, lascio la pozza alle spalle , giro l’angolo e la strada mi inghiotte , il rumore mi stordisce, la gente mi sfiora . Il tempo riprende a scorrere , il grumo si scioglie, la tensione si stempera nelle vie consuete di conoscenza quotidiana.

Nulla è accaduto in quello spazio dove il tempo si è fermato , ha lasciato solo un ricordo che svanisce ad ogni passo nella strada illuminata dove il buio stagna sui tetti dove i petali dei fiori sui terrazzi sono tutti neri.

Esco dall’utero della città in attesa dello schiaffo che strapperà il primo vagito spalancando i polmoni per respirare la vita e da quel momento incomincerò a consumarla.

Oggi il sole indifferente nascerà ancora…e il tempo fluirà ignaro.

Tra illusione e realtà

Esco da casa di amici, si è fatto tardi, ma non ho voglia di andare a casa subito. Mi trovo quasi al limite dell’abitato, sopra vi è un piazzale dove si può vedere tutta la città.

Il sole sta per annegare nel mare con tutti i suoi problemi da rinviare al domani.

Mi sento rilassato ,in pace con me stesso, e la vista di uno splendido tramonto non potrà che farmi bene.

La macchina si arrampica lungo i tornanti, il mio occhio corre sui tetti della città, cerco di individuare i quartieri. Come è diversa la città dall’alto, così stretta tra il mare e i monti, il centro storico e i quartieri nuovi, così diversi ma ormai fusi tra loro.

Il motore si imballa e i cambi di marcia mi fanno ritornare a concentrarmi sulla strada, la visibilità sta calando rapidamente . Riuscirò ad arrivare sul piazzale in tempo a vedere l’ultimo scampolo di sole?

Vedo una macchina parcheggiata in uno slargo, i fari illuminano una donna appoggiata al cofano. Rallento, non so cosa pensare  o meglio i pensieri corrono veloci. Sarà in panne? Qualche problema alla vettura?

Mi fermo scendo, mi avvicino, è una bella donna …ma….

C’è qualcosa di strano, non è una strada da prostitute , perché c’è poco passaggio, ma lo sguardo , il vestito insomma l’insieme mi danno una strana sensazione.

Qualcosa si insinua dentro di me , la mia parte razionale mi porta a guardare accuratamente i dintorni , a cercare qualche piccolo indizio di presenze sospette.

Torno indietro camminando al contrario, il dubbio si è insinuato dentro di me , maledico me stesso per essermi fermato , cerco di recuperare il mio posto.

Gli occhi corrono veloci in tutte le direzioni, scrutano le ombre che stanno salendo.

Salgo in macchina, lei mi ha raggiunto…vorrei partire velocemente lasciarla li.

Una sensazione di paura mi attanaglia, lei sale in macchina si avvicina .

La guardo negli occhi e vedo una smania, una sensualità prorompente ma il sospetto mi ha preso, la saliva si è azzerata , la gola è chiusa da un groppo.

Le sue mani corrono su di me , io ricambio ma i miei occhi controllano ogni movimento esterno. I pensieri si affollano nella mente cercando soluzioni, la mano scivola sul pulsante di blocco delle portiere. Un pensiero è fisso dentro di me , se non ci sono intenzioni di furto, sicuramente ci sono degli occhi che spiano. Qualcuno è nascosto li vicino. Mi sono spinto troppo oltre, mi sto sdoppiando, faccio delle cose date dall’istinto e contemporaneamente il mio cervello elabora . Poi i sensi hanno il sopravvento, elaboro il fatto che se ci  fosse stata una intenzione criminosa a questo punto sarebbe stata già perpetrata e se c’è un marito che spia …sono problemi suoi.

L’adrenalina che corre nelle vene ,contrae i muscoli, fa scattare i nervi con schiocchi che squassano la mente. Le mani si muovono rapide , impastano emozioni ..eccitano i sensi, ogni pensiero si attenua, solo uno si fa largo, si ingigantisce, si dilata.

Nelle orecchie si amplificano i mormorii, i sospiri si ritmano. La collana che si frappone tra i nostri petti oscilla ipnotica  e come un rosario si sgranano  i gemiti .

La sua voglia si contrappone alla mia ansia e la sua potenza la vince in una esplosione di contrazioni . D’improvviso tutto finisce così come è incominciato , ma la tensione non mi ha lasciato. La guardo mentre raccoglie i suoi vestiti ,sale sulla sua vettura, parte facendo stridere le gomme. Resto immobile a sentire le mie pulsazioni , sento dentro di me il battito , lo scorrere del sangue.

Metto in moto e proseguo fino al piazzale soprastante. Scendo , guardo il cielo ormai trapuntato di stelle . Sento che l’adrenalina non si è ancora smaltita , qualche muscolo è ancora scosso da piccoli tremiti. Accendo una sigaretta ed aspiro voracemente come se mi mancasse il fiato e quel cartoccio di tabacco potesse darmi ossigeno, il mio sguardo corre sul profilo della costa, cerco di pensare a quello che è successo ma non riesco a mettere a fuoco chiaramente, la mente divaga.

Solo ora mi rendo sconto di non aver scambiato neanche una parola ma forse non avrei avuto parole da dire. Una domanda si presenta sulla sua identità, ne segue un’altra sulle sue motivazioni,  mi brucio le dita con la sigaretta e senza rendermene conto ne accendo un’altra. Le emozioni si placano , le articolazioni contratte si sciolgono rilasciando leggeri dolori che mi fanno rendere conto di essere vivo. Un respiro profondo chiude un pensiero:“ Sarà successo davvero?”.

 

Settembre

Ti vedo all’angolo dell’incrocio la tua figura si staglia contro il muro bianco ,non mi hai ancora visto e sul tuo viso c’è una espressione altera e seriosa…….. mi vedi e ti illumini ..i tuoi occhi brillano, la pieghetta vicino alle labbra guizza mentre mi racconti le ultime novità .Ci avviamo verso il promontorio e la risacca del mare si fa più intensa .Affrontiamo la salita tenendoci per mano e con piglio deciso ,il mare appare improvvisamente sotto di noi che si infrange violento sugli scogli, lontano nel cielo appare una massa nera che si avvicina ,è settembre sarà una burrasca.

Ci fermiamo e dopo questo spettacolo mi aspetta il profondo dei tuoi occhi ,ti avvicini ed il tuo seno segue il ritmo dei tuoi ansimi ,dalla scollatura intravedo il tuo reggiseno nero….. aderisci il tuo corpo al mio …socchiudi le labbra………

Scendiamo verso la spiaggia per un sentiero tortuoso che porta i segni dei passaggi nell’estate agli sgoccioli, la spiaggia è poco popolata ed è facile trovare un posto appartato.

Stendiamo i nostri teli e mi guardo in giro per darmi il tempo di guardarti mentre ti spogli, cosa che tu fai con lentezza quasi per farmi assaporare il momento. Ci tuffiamo nel mare incrociando l’onda che ci sommerge , sbuchiamo dall’altra parte e ci facciamo cullare dai cavalloni.

L’acqua non è proprio calda e presto il freddo ci fa venire le labbra blu….usciamo e cerchiamo di scaldarci al tiepido sole. La burrasca ha cambiato direzione e si allontana sul mare, uno stormo di gabbiani ci cala in picchiata virando sul pelo del mare con in bocca la preda, tra le onde si vede una macchia in movimento e gli uccelli si tuffano a ripetizione nel banco fino ad essere satolli.

Coloro che hanno cercato di indagare sull’indole delle onde sostengono che ce ne sono di quelle che si sono mosse da più di un secolo, e continuano a provenire da Dio sa dove. Per chi guarda la superficie del mare , fintanto che non è troppo mosso, è difficile credere che abbiano una direzione stabilita o che la possano conservare. Quando spuntano infine , i bambini e gli adulti osservano la loro successione mettendosi a contarle e domandandosi quale sarà la più forte e la più alta, la prima o la terza , o la terza e la settima, come andrà a frangersi la nona o quale dovrà essere l’ultima. Finite sul fondo del mare, già informi, stanche e forse invecchiate, esse non si possono più riconoscere né seguire né cavalcare scivolando sulla cresta , anticipandole nella depressione……si ……non si può neanche più cavalcare quelle fresche generate dal vento ……….questo è un fatto.

Un soffio di vento mi lancia della sabbia addosso ,mi riprendo dal mio torpore …..apro gli occhi…tu sei sdraiata vicino a me, il tuo due pezzi ridotto ai minimi termini in maniera da mettere al sole il più possibile di centimetri quadri di pelle …….a settembre il mare non è il massimo ….ti lascia sempre quell’espressione insoddisfatta . La temperatura non è sempre tale da permetterti di stare in costume sulla spiaggia e il maestrale che batte sulla costa raffredda i bollenti spiriti. Ci siamo posizionati dietro a una duna di sabbia per proteggerci dal vento e dagli sguardi degli ultimi bagnanti che si attardano a prendere gli ultimi raggi di un sole che si nasconde dietro ai monti e apre il suo sacco di rosso sul mare increspato. Le ombre lunghe di cespugli di erica che il secco dell’estate ha ridotto a ragnatele sfilacciate dal vento ci stanno per ghermire. I nostri vicini raccolgono le loro cianfrusaglie e si avviano verso la strada ,la spiaggia è praticamente deserta…….un brivido ti percorre e la pelle si increspa, ti avvicini a me ed io ti butto sopra un telo ma i brividi mi percorrono la schiena come cavalli nella spuma ,mi stringo a te e tu  mi stringi tra le tue gambe e mi accogli sotto il telo. Lentamente ci trasmettiamo calore e ci ripariamo, la pelle si rilassa e il respiro si regolarizza, stiamo bene così vicini , stretti , fusi uno con l’altra. Cerco la tua bocca tra i capelli che ti oscurano il viso, il sapore del sale è piacevole e finalmente trovo le tue labbra….un bacio dolce e un sussurro……il tempo è finito …

dobbiamo andare…….

il 28 alle 20,00

 

La luce del tramonto soffusa filtra tra le tende arancioni spargendosi nella cucina, da lei stessa allestita. La casa era sua. Come sua era pure la vetrina a doppio sportello in cristallo ,che occupava una parete del salone; come sue erano le coppe vinte nelle gare di cicloturismo e le coppe vinte al tiro a segno , le targhe  in cui ricorrevano le sue immagini e il suo nome sotto la dicitura primo classificato; come suoi erano gli oggetti indiani provenienti dall’hasram che aveva frequentato; come sue erano le cornici intarsiate che esibivano l’attestato di laurea e master in psicologia; come suo era il batik appeso sopra la porta che rappresentava l’albero della vita , dai colori tenui; come suo era l’altare buddista che aveva realizzato lei stessa nel tempio del suo maestro in Birmania; come sua era la libreria a mensoloni di noce ideata da lei stessa, che copriva per tre quarti la grande stanza , come suoi erano tutti i libri che la riempivano.

E’ seduta a gambe divaricate su un tavolino intarsiato, con le ginocchia piegate ad angolo retto; i piedi nudi sono saldamente piantati sul pavimento in legno; due fili di perle di fiume in conflitto cromatico con la pelle bronzea, ornano il collo, le braccia magre e nervose spuntano dalle maniche di un kimono da arti marziali in seta bianca lucida; le mani rivolte in basso sono immerse nella fascia d’ombra tra le cosce e il costato, una striscia di luce sfuggita dal filtro delle tende accarezza la curva del collo e illumina la punta del mento regolare proteso verso l’alto; due occhi di ghiaccio fissano immobili davanti a sé, i corti capelli neri cadono leggermente verso le spalle.
Sulla scrivania d’epoca scelta da lei stessa, appeso alla pinza  portacarte comprata da lei stessa, un biglietto in carta azzurrina scritto con la stilografica così recita: “scusami, un imprevisto, sono atteso in sede a Roma, vengo a prenderti stasera alle venti, si va da Malyan’s per il nostro anniversario, ti amo”; sul video al plasma del portatile di lui una scritta:

“ Conferma per la prenotazione della camera al “Quisisana” di Chianciano  per il giorno 28 ,la ringraziamo per la sua scelta”.

Naturalmente era bastata una telefonata , fatta da lei stessa, in sede a Roma per appurare che lui non era là e non doveva andarci e un’altra telefonata per avere la conferma che lui era chiuso nella stanza a Chianciano in buona compagnia.
La porta si apre  e sbatte leggermente nel richiudersi, passi leggeri percorrono il corridoio, una assicella del parquet scricchiola, la pendola a muro suona le otto in punto.
Un sorriso altera l’immobilità del viso e le mani affusolate che impugnano una pistola, con il calcio di madreperla già pronta a sparare , si alzano  mettendo la canna a livello  delle spalle.

Lui si trova davanti alla scena , come paralizzato, la paura sale lentamente dallo stomaco si diffonde e si trasforma in terrore, la voce non riesce a passare il groppo della gola . Tre colpi in rapida successione saturano lo spazio, non sente nessun dolore, resta attonito per qualche secondo poi un senso di languore lo pervade , un calore al petto anticipa una fitta che lo trapassa come una stilettata, le mani scattano a contenere il petto , le gambe cedono e il corpo schianta sul parquet con un gorgoglio.

Lei si scuote dalla sua immobilità , si alza dal tavolino abbassando l’arma , raccoglie i bossoli  delle pallottole a salve e si avvia ad aprire la finestra per eliminare l’odore di cordite che rende irrespirabile l’aria. Senza rivolgere lo sguardo verso il corpo caduto scomposto si avvia verso la sua camera. Si sfila il chimono rivelando il suo corpo completamente nudo , fa scorrere le ante dell’armadio ornate di figure giapponesi, sceglie un tubino nero e si veste con cura . Lo specchio riflette la sua figura snella e flessuosa , si passa una mano tra i capelli  e sorride alla propria immagine. Raccoglie il telefonino sul basso comodino  che affianca un  futon  matrimoniale e compone il numero del “118” e appena sente il collegamento dichiara le proprie generalità e poi :

“ Mio marito deve avere avuto un attacco cardiaco venite subito”

Raccoglie la pistola e la ripone nella sua cassetta , prende due bastoncini di incenso li pone sul supporto inclinato ed avvicina la fiamma dell’accendino.

Il profumo di incenso cerca di coprire un odore nauseabondo che si sta propagando.

Questo era quello che sarebbe stato se qualcuno non lo avesse avvertito e lui non fosse più tornato e non avesse più dato segni di sé ma ad ogni anniversario lei lo aspetta esattamente alle venti con la pistola in pugno sperando di eseguire il suo piano.

 

due giorni a Natale

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“Tutto, capisci? Lei si ricorda TUTTO”. Il tizio era seduto davanti a me, sullo sgabello americano – l’occhio un po’ troppo spalancato sul terzo whisky. Ho il bar davanti al mare da venti anni, e certi tipi li riconosco da lontano: o.k., girano, girano come trottole, ma poi arrivano sempre li’: a parlarti del loro primo amore, e del dannato primo bacio, e di tutti gli eccetera del caso.

Ho il bar davanti al mare da venti anni. Che noia. Dicono che le donne parlino d’amore così volentieri fra loro – e già le sento, a raccontarsi, nelle toilette delle signore, dal parrucchiere, e chissadove, e trucchi, fruscii, cose di donne… gli uomini no. Gli uomini parlano solo con noi baristi. E raccontano. Ma questo tizio cosa mi stava raccontando?                                                          

“Lei non ha dimenticato nulla…certe canzoni – sa esattamente tutte le parole! O…come andarono certe nostre domeniche…e quel certo vestito, quel preciso gesto! Sono passati più’ di trent’anni. Io…io ero un sedicenne spocchioso e disattento, e quanto lo fui con lei! Forse per questo ha deciso di vendicarsi a colpi di memoria…e cosi’ mi telefona , mi scrive, mi lascia biglietti sulla porta di casa, e mi racconta come eravamo. Esattamente. Come in un film. Tutti i dettagli al loro posto. Inesorabile. Oh, un poco alla volta, lentamente, come a dosare un veleno sottile…e io ogni volta sento quella fitta al cuore, per noi, per il tempo…Lo so che cosa vuoi dirmi: perché’ non le dico di smetterla, perché’ non cambio telefono, casa, vita. Semplicemente non posso. Non posso farne a meno. Mi sveglio ogni mattina, e tutto e’ cosi’ grigio. Ma so che di li’ a poco lei mi descriverà quella nebbiolina che si alzo’ improvvisamente alle 17,30 del 30 Marzo del ’74, e il bacio leggero che sfioro’ le nostre labbra…E tutto si colora! Di nebbia, di ricordi… E una vertigine mi stringe lo stomaco…”

“Nessun problema, amico. Niente che non si possa cancellare con un’Alka-Seltzer. Anche se quello fosse stato il Grande Amore Della Tua Vita. L’Eldorado Del Batticuore. La Bibbia Del Cheek To Cheek. Non hai più sedici anni, Johnny. La vita va avanti. Ho il bar da vent’anni, e devo pur dire qualcosa ai clienti: ”Forse lei è stata il grande amore della tua vita, o forse no, ma che importa? Hai incontrato altre donne, giocate centinaia di partite, viste migliaia di albe…”

“No, non capisci, non sono semplici ricordi… sono pezzi di vita… le parole hanno quel gusto, e palpitano, solo per noi due, nel mondo, nell’anima…e nessuno, mai, nessuno, nessuno…”

L’occhio del tizio sparava lampi allucinati, la mano tremava sul bicchiere. Parlava, parlava. Sempre più concitato: ”Perché’ io posso dirti: – woodstock belforte alias – e per te sono parole senza senso!”

Ora stava gridando: ”Oppure senti questa:-TANDEM LENNY CILLO – NON CAPISCI, VERO? e se poi ti dicessi – DUNKAN SOLARIS ALTOMARE – EH? CHE DIRESTI? EH?”

 ”Che in altomare c’è di sicuro il tuo cervello, amico! Che mi stai raccontando? E’ normale che sia cosi’, sono ricordi VOSTRI !

 Certi imbecilli dopo il secondo whisky ridiventano bambini, e allora vai a fargli capire che e’ arrivato il momento del conto! Accasciato sullo sgabello il pazzo digrignava suoni senza senso, in un singhiozzo febbricitante: ”Cava! cava, santanna! Ventisei, venti, portobello…AH! Marcord, marcord…”. Dovevo prendere in mano la situazione.

“Senti, bello. Io ora vado a pulire il bagno. Intanto ti ho fatto il conto – sono tre whisky, giusto? – tu paga, e quando torno non ti voglio più qui. Nel mio locale non ho bisogno di un nonno dei fiori in overdose da madeleine. Fuori c’è il mare. Vai a cercare la tua pusher di ricordi. La posta del cuore chiude. Basta.”
Entrai nel bagno, sentivo schegge di elettricità sulla punta delle dita. Respirai profondamente, mi accesi lentamente una paglia. Diamine, non ne potevo più del tizio. Ma che si credeva, di essere l’unico al mondo ad aver avuto un primo amore? Alla sua età bisognerebbe essere un po’ più posati, dico io. E curare il prato del giardino. Il bagno di un bar davanti al mare ha sempre una piccola finestra, nella quale ci sono delle piccole imposte che hanno delle piccole fessure. E tu puoi avvicinare l’occhio a una piccola fessura. E vedere l’infinito. Ma vicino all’infinito quel giorno c’era qualcosa: una scritta. Una calligrafia un po’ incerta aveva tracciato delle parole con il lapis, una specie di filastrocca, o cosi’ sembrava:

                                       Adios muchacha

                                       grazie per la tua piccola malinconia

                                       e per la pioggia

                                       per tutti i cinema

                                       per il telefono

                                       e per l’allegria            

                                       e per le scale tristi di musica

                                       e per la dolce periferia       

                                       ( e grazie ancora )

                                       per le canzoni   

                                       e per il mare

                                       per gli abbandoni

                                       e il ricordare

                                       e per il freddo

                                       il treno

                                       il cuore

                                       per la tua voce e per le tue mani

                                       e per quel sogno, e per quel rumore

                                       nel sottofondo di ciò che fu il domani…

                                       il grande mondo e noi

                                       lontani

                                       fra noi il mare ma…

                                       una stella luminosa nel buio della notte

                                       – rondini in volo di fantasia!

                                       Adios muchacha

                                       Grazie di tutto il niente

                                       E per quel tutto

                                       Che vola via

Tornai in sala: Il denaro era sul bancone, del tizio neanche l’ombra. ”Maledetto romantico” pensai – “ora mi toccherà anche di pulire il muro del bagno”, e sentii salire un brivido di freddo.
Il mare era sempre più scuro, e mancavano solo due giorni a Natale.

Forse avrei dovuto capirlo

“Piacere, mi chiamo Anna, un nome palindromo …lo sai?”

Certo anche “SS” (esse esse) è un acronimo palindromo ho pensato ma non ho detto niente, forse la battuta era stata detta per stupirmi o per misurare il mio grado di ignoranza.

La cosa era finita li o meglio avrebbe dovuto finire li invece sono andato avanti.

A pensarci bene la presentazione era stata illuminante ma avevo gli occhiali da sole, il corpo era snello e il profumo buono , forse un po’ troppo dolce.

Forse avrei dovuto capirlo quella volta che siamo andati ad un sagra di paese :

“Pansoti al sugo di noci e panissetta “ con tanto di orchestra.

Ti sei presentata con tanto di top color oro ,con tanti strass che swarosky sarebbe stato geloso, una gonna a ¾ con tanto di volan e scarpe da ballo con mezzo tacco legate sopra la caviglia. Hai smosso con la punta della forchetta i pansoti , hai sostenuto che la panissetta era troppo unta. Ti sei presentata sulla pista da ballo come una soubrette provando il fondo come in una fase di riscaldamento per i mondiali di ballo. Hai sostenuto che era scivoloso , hai preteso che un volontario locale cospargesse la pista di sale, hai passato le seguenti due ore a lamentarti che la pista era impraticabile e che non potevi ballare con uno che aveva le scarpe con la suola di gomma. Hai chiuso la serata dicendo che avevi la pelle d’oca per il freddo. Ti sei incazzata perché non ti ho chiesto di salire da te.

Forse avrei dovuto capire qualcosa dalla tua pratica di cambiare sempre la firma sui tuoi assegni e di lamentarti con me e con i cassieri della banca perché nessuno faceva caso alla diversità della firma per poi incazzarti come una iena perché hanno bloccato il pagamento di un assegno. Ti sei lamentata con il direttore perché ti aveva fatto fare una figura di cacca con la tua estetista.

Come la sera che ti ho invitato a cena a mangiare pesci, ho scomodato un amico ispettore di polizia per raccomandarmi ad un ristorante esclusivo. Lui mi ha presentato come un suo superiore e siamo stati ricevuti in pompa magna. Ti sei presentata vestita come la dea del mare, un vestito vaporoso, attillato nei posti giusti, una scollatura da svenimento, tacchi da vertigini permanenti. Abbiamo attraversato l’assembramento di aspiranti commensali in un mormorio misto di invidia e ammirazione . Hai attraversato la sala da pranzo, rifiutando sdegnosamente un tavolo centrale per avvicinarti alla finestra che dava sulla scogliera, il cameriere ti ha accostato la seggiola mentre ti accomodavi dimenticandosi di chiudere la bocca e distogliere lo sguardo dal tuo balcone in mostra. Hai discusso con il cameriere riguardo al menu, hai preteso che il proprietario venisse al nostro tavolo, hai rifiutato in maniera imbarazzante ogni proposta culinaria contenente prodotti ittici, hai richiesto insistentemente della carne nonostante il proprietario ti confermasse che nel suo ristorante si cucinavano solo piatti a base di pesce ma nei suoi occhi leggevo che un po’ di carne lui sicuramente te l’avrebbe servita.

Siamo usciti mentre insultavi il ristoratore e la sua progenie e io conversavo amabilmente con il mio imbarazzo che non mi ha lasciato finché non ci siamo fermati ad un Take-way dove hai preso una pizza che hai sbranato appena fuori , sul marciapiedi mentre gli altri avventori mi guardavano come se fossi un pezzente che era uscito con la principessa.

Un sospetto mi è venuto nella notte mentre rivedevo ala moviola tutta la serata passata.

A mezzogiorno hai voluto incontrarmi, io volevo evitare accuratamente di entrare in argomento. Tu eri piccata , avevi un tono duro, mi hai comunicato con tono preciso:

“ I miei ex quando mi invitavano a mangiare pesci era solo un modo di dire , un eufemismo ! “

Ti ho guardata , non potevo esprimere tutto quello che mi passava per la mente, l’insulto più tenero era da codice penale. Tu aspettavi una risposta imperterrita .

La luce si accesa improvvisamente nella mia mente:

“ i topi non avevano nipoti “

forse è una frase senza senso ma è palindroma.

Tu mi hai guardato perplessa , stupita , ti sei resa conto di avere a che fare con un pazzo.

Mentre stavi per aprire bocca il mio cellulare si è messo suonare.

Era solo una che aveva sbagliato numero e mentre mi avviavo verso la libertà ne ho approfittato per chiederle “ mi scusi ma se un uomo la invita a mangiare pesci ,lei pensa sia un eufemismo ?”