E anche le favole non hanno un lieto fine.

tratta da un post di Lucia Lorenzon

Al contrario delle favole, non c’è il lieto fine. Perché? Non lo so. Ho deciso in questa maniera, ma forse perché non è una favola ma vita vissuta.

Giovanni e Aurora sono due persone sposate ma non si amano. Ma perché stanno insieme? Forse tutte le persone che stanno insieme si amano? Spesso litigano, a volte si sopportano e alla fine talvolta la loro unione fa naufragio. E quando il naufragio è drammatico, volano gli stracci, che non solo fanno male ma talvolta diventano peggio.

Dunque cominciamo il nostro viaggio nell’immaginario più o meno fantastico, cominciando un percorso che non ha fine, dove ognuno può immaginare un finale diverso.

Come andrà a finire?

Dopo la notte ho riflettuto su quanto ci siamo detti ieri sera e mi permetto di tratteggiare un quadro d’insieme della situazione, anche se sarà di sicuro lacunoso e inesatto, perché molti tasselli mancano. Forse li hai taciuti perché ti vergognavi ma non importa.

Per supplire farò ricorso al mio intuito, all’esperienza accumulata nel tempo, all’osservazione della vita quotidiana. Trattando una materia così complessa e difficile cercherò di essere il più attento possibile nel misurare le parole e chiederò la tua comprensione se sarò indelicato o indiscreto.

Quindi cominciamo col parlare di te e di tuo marito, di cui conosco poco o niente.

Hai detto che hai convissuto quattro anni e sei sposata da quindici, quindi hai iniziato la tua condizione di moglie-convivente quando avevi ventidue anni. Ipotizzando che la relazione stabile sia iniziata un anno prima, potrebbe significare che fino al ventunesimo anno hai avuto relazioni sentimentali e sessuali sporadiche oppure no. Posso sbagliarmi, ma mi hai confidato che il tuo futuro marito non sarebbe stato la prima e l’unica relazione della tua vita, quindi devo dedurre che avrai avuto altre storie in precedenza. Quante siano state importanti non lo so ma qualcuna ha lasciato il segno come sarà precisato più avanti. Su questo punto sei stata reticente ma posso comprenderti.

Poiché dopo quattro anni di convivenza avete deciso di sposarvi, devo desumere che avevate giudicato l’esperienza positivamente. Però secondo me anche dopo esservi sposati avete continuato a ragionare come se foste conviventi. Infatti hai detto che all’inizio non desideravi avere figli per motivi di lavoro e non ti sentivi pronta alla maternità. Aggiungo io che ognuno di voi conduceva la propria vita in modo indipendente a eccezione delle occasioni in cui avete avuto frequentazioni pubbliche. Forse avete fatto vacanze disgiunte, visto che le vostre professioni non coincidono in termini temporali nelle ferie.

Quando tu sei entrata nell’ottica della maternità, lui ha fatto quattro calcoli vedendo amici e conoscenti che avevano avuto dei figli. Per lui sarebbe stato un cambiamento di abitudini radicali che lo hanno spaventato, avrebbe dovuto cambiare stile di vita, sarebbe stato condizionato dalle responsabilità paterne. Da qui, secondo me, nasce il suo rifiuto. Ha prevalso l’egoismo sul rapporto di coppia. Nulla da stupirsi, perché si sente talvolta che alcuni mesi dopo la nascita del figlio la coppia si separa. Perché? Il padre era incapace di sopportare le responsabilità, le limitazioni che doveva subire, i cambiamenti al suo modo di pensare e di agire.

Questi fattori hanno inaridito il matrimonio, l’hanno svuotato di contenuti, hanno diradato i rapporti sessuali, forse avete anche cominciato a non dormire nello stesso letto. Sono quasi certo che lui ha cercato fuori dal matrimonio, quello che non trovava più all’interno.

Tu hai cominciato a sognare innamoramenti virtuali, finché non hai incontrato un tuo ex, trasformando il virtuale in reale e sei stata presa nel vortice dell’amore, che non avevi conosciuto o provato. O forse hai fantasticato su questa opportunità. Hai creduto nell’innamoramento, trasformando semplici fantasie in grandi sogni.

Però procediamo con ordine e metodo, se esiste.

In questo momento non provi nulla verso tuo marito. È probabile che lui ricambi lo stesso pensiero verso di te, anche se in apparenza sembrate agli occhi degli amici e conoscenti una coppia felice.

Provo a valutare questo mitico ex, che conosco solo attraverso i tuoi occhi. Quindi avevo intuito giusto che prima di cominciare la relazione con tuo marito ne hai avuta una importante o che ha lasciato un segno tangibile dentro di te. Forse è stato il primo con cui hai avuto un rapporto sessuale. Sono nel campo delle ipotesi. Mi piace fantasticare. Lasciarmi trasportare dall’intuito, dalla vena irrazionale che alberga in me.

Mi hai passato tre informazioni importanti e significative, secondo il mio punto di vista:

  1. lui era curioso di vedere come eri cambiata dopo vent’anni;

  2. ti ha accusata di usare violenza psicologica su di lui,

  3. ti manda messaggi pieni di doppi sensi, un po’ sdolcinati per uno sposato.

Vediamo di analizzarli uno alla volta, tenendo presente che è sposato e forse ha figli e dall’età indefinita ma non troppo. Il perché è nella ricostruzione che segue. Forse ha qualche anno più di te o qualcuno meno. È stato un tuo ex e non vi vedete da vent’anni. Dunque è stato l’ultimo uomo prima di conoscere quello che poi hai sposato. È nel pieno del vigore fisico. Un fattore non indifferente per un uomo. Bello? Brutto? Alto? Basso? Simpatica carogna o inguaribile romantico? Forse tutto questo oppure nulla di quanto ho immaginato. Ha importanza? No, nell’economia del ragionamento non conta nulla. Quello che importa per te è che lo trovi interessante, piacevole da frequentare e con qualcosa che complementi la tua esistenza attuale tanto che ti senti attratta da lui.

Lui dice di essere curioso, di vedere come sei cambiata dall’ultima volta che vi siete frequentati.

Una persona sposata non fa queste affermazioni se non nascondono uno scopo. Provo a intuire come uomo perché. Ha percepito che tu sei fragile, sei vulnerabile, perché il tuo matrimonio non funziona, perché cerchi fuori da questo delle sensazioni che non trovi al suo interno. Intuisce anche che tu difficilmente chiuderai il rapporto con tuo marito (le motivazioni te le spiegherò più avanti). Dunque una facile avventura extra con rapporti sessuali (scusa la franchezza, ma non ne posso fare a meno) tranquilli e sicuri. Forse qualche week end lontani da tutti insieme. Insomma niente di pericoloso per lui e il suo mondo.

Poi scopre che tu hai trasformato in amore questa avventura, che hai quarantuno anni e non tredici e non cerchi solo sesso e compagnia, ma pretendi qualcosa di più.

Allora prende paura e afferma che tu eserciti su di lui violenza psicologica per riportare nei binari da lui stabiliti la vostra relazione.

Giustamente tu ti offendi e litigate, interrompendola. Dico giustamente perché non sei una ragazzina, ma una donna matura. Lui capisce di trovarsi in un vicolo cieco: non vuole rompere il suo matrimonio ma non vuole allo stesso tempo perderti. Ipotizzo che lui si trovi bene con te in tutti i sensi.

Quindi ti manda messaggi sdolcinati, pieni di lusinghe sperando di riportare indietro il vostro rapporto come all’inizio: chiacchiere e un po’ di sesso tranquillo e sicuro. Lui ha capito che tu lo ami e gioca sui tuoi sentimenti per raggiungere il suo scopo. Quindi vorresti dimenticarlo, ma non riesci e stai male, molto male. Sei in un tunnel buio e senza luci in fondo. Questo ti crea dei problemi, che vorresti risolvere ma non sai come.

Non vuoi rompere il matrimonio per convenienza, perché non fa parte della tua personalità. Però se tuo ex rompesse il suo matrimonio, lo faresti anche tu. Ma questo il tuo ex non ha nessuna intenzione di farlo, quindi preferisci proseguire in un’unione arida e senza sbocchi.

Però mi hai chiesto aiuto per come uscire dall’impasse in cui ti trovi e quindi veniamo alle conclusioni.

Come deve reagire la nostra dolce Aurora e perché lo deve fare.

E mi aspetto, miei pazienti lettori che proviate a proseguire la storia.

Disegna la tua storia con un’immagine di Fabiana – La signora dietro il pizzo

Fabiana del blog Chi vuol essere lieto sia e gli altri nisba mi ha mandato questa immagine.

e io ho provato a ricavarne un mini racconto, ambientato come al solito a Venusia.

Buona lettura

A Venusia c’è una casa misteriosa ma non troppo. I venusiani la chiamano

la casa della signora dietro il pizzo’, perché la persona che vi abita ha un non so che di suggestivo e sfuggente, rimanendo nascosta da uno splendido merletto che fa da tenda al vetro. Raramente si avventura fuori e passa molto tempo dietro un pizzo lavorato che adorna la finestra.

Osserva il raro movimento della strada. Sorride quando un pettirosso si ferma sul davanzale a prendere le briciole di pane che lei mette tutti i giorni.

I venusiani sono personaggi un po’ speciali perché non rispettano le usanze normali. Però qualcuno si chiede quali siano e chi le ha codificate. Quindi fanno quello che passa loro per la testa.

Dunque la signora in questione passa molto tempo dietro una tenda di pizzo che non copre nulla ma rende la sua figura alquanto misteriosa.

Nessuno ricorda quando è arrivata. Qualcuno dice con la nascita di Venusia, altri una decina d’anni prima. Pare ovvio che entrambe le ipotesi siano campate in aria. La prima dovrebbe essere vecchia come Matusalemme ma non lo è. I tratti sono ancora giovanili, i capelli biondi che coprono le orecchie sembrano fili di seta dorata. Insomma tutt’altro che vecchia come qualcuno la vuol dipingere. Oddio nemmeno giovanissima ma un’eccellente pantera grigia.

Però è giunta a Venusia ben prima di dieci anni, come qualcuno ipotizza. Diciamo tra i venti e trent’anni, quando ancora giovane si è trasferita con la madre da Ludi.

La madre se ne è andata poco dopo, lasciandola padrona di quella casa che è adesso le appare troppo grande per le sue esigenze. Adesso passano gli anni e lei si ritrova sola e con rari contatti col mondo esterno. Sandro, il proprietario del panificio, due volte alla settimana passa da lei per prendere le ordinazioni, che le recapita il giorno dopo. Forse è uno dei pochi che mette piede nella sua casa e che parla con lei.

Però non racconta a nessuno cosa si dicono. Qualcuno maligna ma è soltanto un pettegolo. Si sa che uno degli sport preferiti è quello di spettegolare. «Facciamo un po’ di gossip» afferma Mario, facendo l’occhiolino. «Tanto per fare qualcosa». E tutti giù a ridere.

Insomma la signora appare come un oggetto misterioso che poi tanto non lo è. È semplicemente una signora sola.

Oggi è Natale

Nessuna immagine ha ispirato questo breve racconto. Siamo a Venusia il mio luogo immaginario.

Xmas card di Melinda Nagy, http://www.dreamstime.com

Buona lettura

A Venusia non piacciono le feste, tanto meno quelle di Natale. Queste passano anonime come se fossero un giorno qualsiasi della settimana.

A Ludi no, sono giorni di delirio collettivo, specialmente Natale e Capodanno. Per Natale qualche giorno prima ogni negozio fa a gara col vicino per avere la vetrina più bella. Sono una orgia di colori luminescenti. Le strade sono piene di luminarie che tappezzano di stelle artificiali il cielo. Nelle case si preparano alberi e presepi, i portoni sono addobbati con stelle luminose e ghirlande di pino. Qualcuno ricava dall’abete del proprio giardino un albero di Natale con le luci che si accendono a intermittenza. È tutto un tripudio di luci e suoni.

A Venusia niente. Tutto buio e nessuna luce. Un po’ perché non apprezzano le feste, un po’ per snobismo alla rovescia. Qualcuno dice che sono tirchi e vogliono risparmiare su tutto, compreso le feste. Di negozi ce ne sono pochi. Diciamo che si possono contare usando una mano sola. C’è il panificio che vende un po’ di tutto. Minimarket? No, semplicemente procura a chi glielo richiede ogni genere alimentare, acqua compresa. Il vino no. Per quello ci sono le vigne che producono vino rosso per tutti i venusiani. La merceria fa da sartoria e altro ancora. La farmacia fa solo da farmacia e meno male. E con questo sono finiti i negozi. Sghego fa categoria a parte. Se un venusiano vuole qualcosa d’altro viaggia fino a Ludi. Qualcuno pensa che una bella libreria ci starebbe bene ma nessuno compra i libri. Quei rari e singolari venusiani, che leggono o vanno in una delle tre libreria di Ludi oppure comprano per posta da Postalibri, che opera in tutta la Ludilandia, sono visti come animali da circo.

Quindi la vita a Venusia è scandita dal tempo che scorre monotono e le feste sono solo sul calendario nemmeno cerchiate in rosso. Sono nere come i lunedì e gli altri giorni feriali. Nelle varie case quello che si mangia il martedì vale anche per la domenica. Niente colpi d’ala in cucina. D’altronde, a parte le verdure e la frutta che ogni venusiano produce in proprio, c’è poco da sbizzarrirsi visto che cose sfiziose non ce ne sono.

A Carola tutto questo non è mai andato giù. Trova deprimente avere sette giorni la settimana tutti uguali. Ha provato a sensibilizzare i venusiani ma a parte i pochi e rari giovani tutti gli altri hanno fatto orecchie da mercanti.

Carola vive da sola in una casa addossata alle altre nel centro di Venusia. Non ha né il giardino, tanto meno l’orto sotto casa. Per quello si deve recare all’orto comune posto ai margini di Venusia. Il minuscolo balcone che guarda sulla via è talmente piccolo che non c’è nemmeno posto per una piantina. L’abitazione sta su due livelli: pianoterra e primo piano. La sala con la cucina sta al livello stradale. Al primo piano la sua camera e lo studiolo guardano sul retro della casa, dove sta l’orto di Roberto, il suo vicino.

Quest’anno Carola ha deciso di cambiare passo. Stanca di aspettare che qualcuno organizzi qualcosa, è andata a Ludi per comprare un albero di legno da appendere sulla porta terrazzo in maniera che sia visibile dalla strada. L’ha decorato con palline di vetro e luci colorate che si accendono e si spengono a intermittenza. Dietro il vetro della sala ha messo una stella in rafia illuminata da sei minuscole luci led bianche.

In un angolo della cucina di fianco al camino ha preparato il presepe. A Ludi in un negozio di vintage ne ha trovato uno in legno chiaro anni cinquanta. La capanna con la stella cometa, Gesù, Giuseppe a Maria con gli immancabili bue e asinello. Un pastore con tre pecore stazionano davanti alla capanna.

Per completare ha invitato per il pranzo di Natale gli amici di una vita: Riccardo, Sandra e Lorenzo.

«Oggi è festa» esclama mentre li accoglie sulla porta, abbracciandoli con calore.

La tavola appare allegra con la tovaglia rossa e i piatti decorati con l’oro. Le posate d’argento, ereditate dalla nonna, fanno bella mostra. Al centro una ghirlanda di abete e agrifoglio completa l’arredo.

Gli amici l’abbracciano e ognuno di loro le porge un pensierino. Pacchettini confezionati con carta in oro e nastro rosso. Chissà cosa contengono.

Carola arrossisce, perché ha dimenticato questo dettaglio. Sandra le sussurra: «Non ti preoccupare. L’invito per la festa vale molto di più di mille regali».

Carola li apre uno alla volta. Nel primo trova un libro, che sono mesi che desidera comprare. Un giallo Puzzone. Nel secondo una sciarpa griffata in raso rosso. Nel terzo un porcellino d’argento. È commossa perché un regalo inaspettato è sempre più gradito. Sistema i tre pacchettini vicino al presepe.

Ha preparato come aperitivo con lo spumante le quiche lorraine che suscitano i commenti festosi di tutti.

Si siedono a tavola e gridano gioiosi: «Oggi è Natale».

crediti di Veronika Markova, http://www.dreamstime.com

Buon Natale a tutti voi

 

Disegna la tua storia con un’immagine di Marzia – i chiodi

Marzia di Alchimie mi ha proposto questa immagine e io ne ho ricavato una storia.

immagine inviata da Marzia

Buona lettura

Dora guarda quel cuscino un po’ sorpresa e un po’ divertita. Se non sapesse che mestiere svolge penserebbe a un rito voodoo. Sorride divertita, mentre canticchia un facile ritornello.

Tu portami via

Dalle ostilità dei giorni che verranno

Dai riflessi del passato perché torneranno

Dai sospiri lunghi per tradire il panico che provoca l’ipocondria

Dora conosce di questa canzone solo questi quattro versi, che ripete con monotona cadenza da stonata com’è. Qualcuno afferma che lei ha avuto una pessima educazione musicale. Sarà ma ascoltarla è un vero insulto alla musica, tanto che chi si sarebbe affacciata sulla soglia della stanza, avrebbe urlato: «Basta con questo piagnisteo!» È una vera tortura per le orecchie.

Però per fortuna sua e sfortuna nostra Dora continua imperterrita a canticchiare questo motivetto, che per lei è un momento di svago e di relax.

Smette di cantare, si fa per dire, e si alza e si stiracchia. Ha sete. Cantare le ha messo sete. Cerca la bottiglia dell’acqua che appare vuota. Dovrei andare in cucina, pensa allungando le braccia verso il soffitto. Però le viene in mente che ha finito la scorta. Dovrebbe scendere in cantina a recuperare una confezione.

Muove un passo verso la porta ma poi ritorna indietro. Si sposta di lato e riprende a cantare. In realtà più un lamento che musica. Stonata com’è sembra un ferro che sfrega su una superficie fessa.

Smette. La sete si fa forte. “Devo decidere” riflette con la mano sulla maniglia. «Tenermi il secco in gola oppure fare due rampe di scale per scendere in cantina».

Abbassa la maniglia e con passo deciso scende le due rampe di scale. Accende la luce e dietro una catasta di stracci vecchi recupera una confezione di sei bottiglie di acqua naturale.

Sembra che stia portando su un trofeo vinto dopo una lunga tenzone. Stappa una bottiglia e ne beve una generosa sorsata.

Torna alle sue occupazioni e riprende il suo canto, mentre ogni tanto il suo occhio cade sul cuscino che sta immobile di fianco a lei.

«Devo decidermi» borbotta corrugando la fronte. Due linee partono tra le sopracciglia per inerpicarsi verso l’attaccatura dei capelli.

Una lampadina scende dal soffitto, un canterano della nonna sta addossato alla parete. Stracci ovunque e tanti fili per terra.

«Devo dare una ripulita alla stanza. Sembra un porcile» fa guardandosi intorno.

Depone sulle gambe quello che tiene in mano e si chiede perché quel portaspilli è diventato un portachiodi. Lo prende in mano e anziché togliere i chiodi getta tutto nel cestino, che sta accanto alla sua sedia.

Riprende ago e filo e ricomincia la sua nenia.

Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – La strada

Etiliyle sforna ogni giorno immagini entusiasmante e ogni tanto le prendo a prestito per costruire delle ministorie che hanno come sfondo Venusia e i suoi abitanti.

Buona lettura

Un viale alberato porta il raro turista nel centro di Venusia. L’acciottolato non è il miglior viatico per chi arriva da fuori. È talmente sconnesso e infido che nessun venusiano si sogna di passare nel centro della via. Si tiene prudente sui bordi dove c’è la terra battuta.

«Meglio il fango» dice sempre Ermete, che lo deve percorrere per raggiungere Sghego, «piuttosto che lo scivoloso ciottolo di fiume».

Questa è l’unica strada lastricata in questa maniera, le altre usano sanpietrini o piccole lastre d’ardesia. Eppure il colpo d’occhio è magnifico. Una fila di platani stanno ai suoi lati, che nel periodo estivo formano una cupola di verde. Un tunnel che ripara dal sole cocente dell’estate e mitiga la calura.

Quello che nessun venusiano sa è il motivo dell’uso del ciottolo di fiume, visto che di vie d’acqua nelle vicinanze non ce ne è nemmeno l’ombra. L’unica è un torrentello che accompagna il viandante verso Ludi. D’inverno ghiacciato, d’estate secco o quasi. Solo in primavera e autunno si sente il gorgoglio dell’acqua che scorre fra piccoli massi.

Nessuno a Venusia ricorda quando hanno lastricato questo viale e neppure conoscono la provenienza di questi ciottoli di fiume, scomodi per chi cammina a piedi, pericolosi per chi va in bicicletta. Di auto ce ne sono poche e nessuno si azzarda di passare di lì. A parte il rumore la macchina sembra tarantolata tra sobbalzi e vibrazioni del volante.

Il ciottolo sporge dalla terra per diversi centimetri e tra l’uno e l’altro c’è un bello spazio. Qualche venusiano ha proposto di levarli mettendo al suo posto sanpietrini oppure ricoprendo di macadam il fondo stradale. Non sarebbe stato l’optimum ma di certo migliore dell’attuale ciottolo di fiume. Però i venusiani piuttosto di lavorare per cambiare la pavimentazione hanno preferito lasciare tutto com’è.

Così questa magnifica strada alberata rimane silenziosa e percorsa da poche persone, perché quasi tutti preferiscono fare un giro vizioso per raggiungere il centro paese.

Disegna la tua storia con Marzia – Le chiavi

L’amica Marzia mi ha stuzzicato un’altra volta proponendomi un immagine intrigante. Ho accettato la nuova sfida che propongo qui.

Immagine fornita da Marzia

Buona lettura.

 A Ludi c’è un grande museo di opere moderne. Abbastanza famoso da attirare le attenzioni dei turisti, che arrivano a frotte da tutta la pianura di Ludilandia.

Loro non ci capiscono granché, perché le opere esposte sono talmente astruse da disorientare anche il più vispo dei venusiani, che sono notoriamente saccenti e dal palato sopraffino.

Carola dopo aver frequentato l’università per giovani artisti è stata assunta dal Museo degli Orrori, così lo chiamano i ludiani. In realtà ha un nome più pomposo Museo degli artisti emergenti. Però si sa come vanno a finire queste vicende. Qualcuno ha obiettato che anziché opere d’arte sono inenarrabili schifezze che fanno orrore tanto sono brutte. Il passo è stato breve quando si è citato questo museo. Così per tutti è diventato degli orrori. Ben pochi si ricordano del vero nome, ma quando accenni agli orrori, nessuno ha un dubbio: si riferisce al loro Museo. Così di bocca in bocca con il solito passaparola, è diventato il Museo più famoso di Ludilandia.

Nonostante a Ludi ci sia la Galleria dei Diamanti, dove sono esposti i dipinti più famosi di Botticelli, Leonardo da Vinci, Raffaello e altri virtuosi del pennello, al Museo degli Orrori c’è sempre la fila al botteghino. Tutti in coda a pagare il biglietto d’ingresso di cento ludo. Nessuno uscendo ha mai reclamato la restituzione dell’importo ma se ne sono andati via scuri in volto e biascicando parole che rasentano il turpiloquio.

A Venusia qualcuno si è chiesto cosa avesse di speciale questo Museo che le recensioni lo definiscono il peggiore di tutti con parole che potrebbero originare una denuncia penale per gli epiteti di cui sono conditi i commenti.

Sembra che la curiosità vinca sul ribrezzo.

Un giorno di luglio Sandra e Lorenzo decidono che è giunto il momento di visitare il Museo più gettonato di tutta Ludilandia per rendersi conto quanto corrispondano al vero gli orrori esposti. Si mettono d’accordo con Carola, che dopo la performance con Nicola in Piazza con la fontana senz’acqua è diventata famosa e richiesta a ogni festa di Venusia. Essere guidati all’interno del Museo da chi lo conosce bene permette di comprendere meglio gli orrori esposti.

«Certo che sì» esclama gioiosa Carola, lieta di accompagnare qualche concittadino nella visita del Museo. «Vi faccio volentieri da cicerone. Conosco a menadito tutte le opere esposte».

Sandra arriccia il naso, perché tutto questo entusiasmo le pare fuori luogo. “Se è il museo degli orrori” si dice, mentre col pullman si reca a Ludi. “Qualunque persona che non sia una masochista da internare si rifiuterebbe dal fare da guida”.

Lorenzo con il fido Igluck ultimo modello, che ha quattro obiettivi sul retro in grado di catturare il minuscolo granello di polvere, non sta più nella pelle di arrivare a Ludi per immortalare tutte le schifezze del Museo.

Pagato l’obolo, aspettano Carola all’ingresso del percorso museale. Visitano la sala del salmone in scatola, declinato in tutte le maniere. Da quelle che ti fanno l’occhiolino a quelle che sembrano pesci lessati. Non vi dico il tanfo che stordirebbe anche chi fosse provvisto di respiratore. Poi la sala delle cacche e così di sala in sala arrivano al clou: il giardino.

Beh! Definirlo giardino è un eufemismo. L’erba non cresce, alberi nemmeno l’ombra in compenso dal terreno che trasuda nebbia artificiale spuntano delle enormi chiavi che sembrano cadere da un momento all’altro sulle teste dei malcapitati visitatori.

Disegna la tua storia con questo incipit – Il regalo

Oggi ho letto un post di The red writer che mi ha incuriosito.

Una sfida lanciata su istangram, che non frequento. Quindi non lo proporrò là ma solo qui. Per chi volesse leggere quello del blogger The red writer, che scrive molto bene, lo trova qui.

La parte in corsivo è il prompt proposto. Il primo paragrafo è del blogger. Il resto è mio.

preso dal web

Buona lettura.

Una bambina nascosta per gioco dietro la porta della cucina sente la madre dire al padre, parlando per telefono, di non portare dentro “il regalo” e di lasciarlo in macchina.

Monica si ferma, ascolta e non capisce. “Regalo?” pensa aggrottando la fronte.

Monica è una bambina sveglia di undici anni. Adora i genitori ma talvolta non li capisce, come in questa telefonata. Scuote il suo caschetto biondo come per shakerare le idee, ma non serve a nulla. Non è il compleanno di nessuno, pensa cercando di associare l’idea di un regalo con qualche sua conoscenza. Oggi è il ventotto ottobre ma nessuna ricorrenza in vista.

Sente la madre muoversi in cucina, canticchiando. “È allegra, dunque qualcosa bolle in pentola. Cosa sarà?” si dice allontanandosi silenziosa per tornare nella sua cameretta.

È una stanza sobria. Un letto, una libreria a parete, una scrivania e dietro la porta un armadio. Niente poster o altri peluche. Le pareti sono di un delicato colore azzurro. L’unica finestra guarda sul cortile interno. Un bel giardino curato con aiuole e alberi frondosi, che stanno perdendo tutte le foglie. Quando c’è il sole, e non va a scuola, sta pomeriggi interi a giocare con le sue amiche. Oggi il tempo è soleggiato. Non sembra nemmeno di essere quasi a novembre. Temperatura tiepida che invita a stare all’aria aperta. Però non può scendere, deve fare i compiti per domani.

Monica frequenta la prima media e non può deludere i genitori. Matematica, italiano, inglese aspettano che lei faccia il suo dovere. Si siede alla sua scrivania di frassino chiaro. Un piccolo notebook sta in un angolo muto. Un pupazzetto di lenci penzola dal ripiano superiore della libreria piena di libri e sembra ridere nel vedere il suo viso crucciato.

“Un regalo? Per chi può essere?” si chiede giocando con la penna biro. Non riesce a concentrarsi sui compiti. Legge ma non recepisce nulla. Ha la mente vuota. “Un regalo per me?” Scuote la testa in segno di diniego.

«Monica» dice sua madre, «esco per una commissione per papà. Finisci i tuoi compiti. Non aprire nessuno. Non rispondere al telefono. Ti chiamo sul tuo telefonino, se devo comunicarti qualcosa».

La bambina guarda quel vecchio telefono che non permette di navigare o chattare. Solo telefonate e obsoleti sms. A volte si sente fuori dal mondo, vedendo le compagne con quegli oggetti pieni di icone e fotografie. Prova invidia ma deve trattenersi. I genitori le hanno spiegato che è ancora troppo piccola per gli smartphone.

Monica annuisce vedendo il bel viso di sua madre. Una signora di quarant’anni dai capelli castani leggermente ondulati. Lavora fino alle due, quando la va a prendere all’uscita di scuola. Se non può, viene la tata, che conosce da sempre.

“Dunque va comprare il misterioso regalo” riflette la bambina, sempre più curiosa di sapere per chi è.

Chiude il libro d’inglese, tanto ha capito che la mente sta altrove. Svogliatamente cerca di risolvere il problema di matematica senza grande successo.

Quella parola continua a frullare nella testa. Non riesce a cancellarla. Affiora sempre. Sente la madre rincasare e chiamarla. “Passata un’ora?” afferma in silenzio sbigottita. Guarda i quaderni e i libri sparpagliati sul piano della scrivania e capisce che deve darsi da fare, prima di prendere un rimbrotto.

«Hai finito i compiti?» chiede la madre dalla cucina.

«Manca poco» mente Monica tutta agitata.

«Tra un’ora ci dobbiamo preparare» continua la madre, trafficando dalla sala. «Si esce stasera».

«Dove andiamo» domanda curiosa la bambina.

«Dai nonni».

Monica ritrova un briciolo di concentrazione e si applica per fare i compiti. Deve sbrigarsi, perché un’ora passa in fretta.

“Dunque è per i nonni il regalo” si dice rilassata. “Però non capisco il tono da carbonaro che i miei hanno tenuto al telefono”.

Trova singolare cenare dai nonni perché di solito sono ospiti la domenica a mezzogiorno. Oggi è solo lunedì. Però qualcosa non torna. Il nonno compie gli anni il quindici luglio e la nonna il dieci novembre. “Mancano ancora due settimane” riflette mentre in macchina con la madre raggiunge la casa dei nonni materni. “No, non può essere per loro”.

La cena non appare ai suoi occhi qualcosa che possa assomigliare a una ricorrenza. Pastina in brodo, stracchino con cicoria passata in padella, un frutto come dessert. “Troppo misera per festeggiare qualcuno” pensa, mentre vede la madre sgattaiolare fuori dalla stanza. L’aria è allegra e la curiosità cresce.

Si sente toccare delicatamente una spalla. Si volta e nota il viso della madre. Non si è accorta del suo rientro. Sta per dire qualcosa, quando un pacchetto scivola davanti a lei.

«È per te».

Con le mani tremanti rompe la carta e compare uno smartphone, come quelli che sta sognando tutte le notti.

 

Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – Da Sghego

Le cronache da Venusia si arricchiscono di un nuovo capitolo tratto da un’immagine di Etiliyle,

Buona lettura.

A Venusia c’è un solo bar e una trattoria e zero alberghi. Se un improbabile turista, un vero sfigato a essere sinceri, capita qui, dovrebbe tornare di corsa a Ludi.

Non c’è nulla da vedere degno di essere visitato, a parte il Castello. Però si deve trovare un venusiano disponibile ad accompagnarlo lungo il sentiero che inerpica dentro il Bosco degli Spiriti. A parte un paio di giovani e alcuni bambini che non temono inoltrarsi, il resto della comunità non lo fa. Supposto che Sandra e Riccardo, che non temono il Bosco degli Spiriti, facciano da guida, dopo una bella scarpinata il Castello, o la Fortezza come la chiamano i venusiani, è di uno squallore che mette angoscia. Intorno erbacce, dentro stanze vuote e polverose. Insomma un turista direbbe: «Tutto qui?»

Nell’unica piazza di Venusia c’è una fontana vuota, meta di colombi e altri uccelli. A memoria di venusiano non è mai zampillato un filo d’acqua e la vasca si riempe di foglie portate dal vento. Nel parco, un giardino con poca erba e qualche sparuto albero, c’è una sola panchina, sempre occupata dagli innamorati.

Insomma in mezz’ora il turista avrebbe visto tutto quello che c’è da vedere. Non va meglio col mangiare e il bere. L’unico esercizio è Da Sghego nel centro del paese. Il tavolo posto all’esterno sotto la pergola è fissa dimora di quattro scioperati, la cui sola occupazione e fare interminabili partite a scopone che finiscono a insulti e sberleffi.

Se l’ipotetico turista, un autentico masochista, volesse bere non avrebbe molte scelte. All’interno, come all’esterno si serve vino, rigorosamente rosso. I venusiani non conoscono birra o alcoolici, proprio qui non si trovano. Aranciate, chinotto o altri liquidi, che non siano vino rosso e acqua, sono del tutto sconosciuti.

Il vino rosso è ottenuto dalle uve clinton e merlot, che si coltivano appena fuori dal paese insieme a vigne autoctone dai grappoli rossi e bianchi, che sono talmente aspri da essere schifati dai tordi. Si sa che sono ghiotti di frutti ma questi acini proprio non piacciono. È un vino dal colore violaceo, corposo e denso, tanto che lascia tracce intense nel bicchiere. Alcuni malignano che nello stomaco dei venusiani c’è un bello strato di sedimento, lasciato da questo vino. Nessuno ha mai controllato ma il dubbio rimane.

Per l’altro liquido, l’acqua, quella minerale è sconosciuta a Venusia. Per avere le bollicine si aggiunge una polverina a quella della risorgiva, usata come potabile. Qualcuno usa la Brioschi, ma la maggioranza l’Idrolitina o Idriz. I tre schieramenti si fronteggiano a colpi di bustine.

«La mia» dicono sventolando la Brioschi, «aiuta la digestione. Puoi mangiare un bue ma bere l’acqua effervescente con la Brioschi, digerisci tutto».

«No, è meglio l’Idrolitina del cavalier Gazzoni. Effervescente naturale».

«Ma vuoi mettere la Idriz? Centomila volte migliore» gridano i fan di questa polverina.

In conclusione o acqua pura di risorgiva o effervescente con queste bustine. Da Sghego trovi solo quella trattata con l’Idrolitina.

Definire bar Da Sghego è molto pretenzioso, perché è un’osteria o una bettola con l’uso di cucina. Sì, qui perché puoi anche mangiare. La specialità della casa è la porchetta e basta. Si può mangiare solo questa tra due fette di pane azimo. Scelte diverse non ce ne sono.

Per i venusiani va bene così, tanto difficilmente mangiano la porchetta di Sghego, per i turisti molto meno. Quindi se non arrivano, tirano un sospiro di sollievo. Il solo pensiero di un’invasione turistica come a Ludi fa venire l’orticaria a tutti.

Disegna la tua storia con un’immagine di Marzia – la visione onirica

Marzia mi ha mandato l’immagine seguente per la consueta sfida di scrivere qualcosa di (in)sensato.

inviata da marzia

Eccovi accontentati.

Buona lettura

Per Pietro era un sogno ricorrente che lo affascinava tutte le notti.

Era sempre lo stesso. In bianco e nero. Non finiva mai. Presentava sempre la medesima scena.

Così una notte dopo l’altra ricompariva non appena poneva la testa sul cuscino.

Non aveva un’idea perché lo facesse, né ricordava quando era iniziato questa sequenza. Eppure alla mattina si svegliava leggero col sorriso sulle labbra pronto iniziare la nuova giornata.

Per lui era un una specie di portafortuna, perché cominciava col piede giusto il nuovo giorno. Fischiettando scendeva dal letto e andava in cucina a prepararsi il caffè.

Pietro era single, non per volontà sua ma perché sembrava che calamitasse tutte le donne più strane del pianeta. Non una che apparisse normale ma forse chi non era normale era proprio lui.

Bassettino. Non arrivava al metro e settanta. Capello fulvo, non rosso ma arancione come Boris, quello della Brexit. Anche quando si pettinava, sembrava che avesse fatto a botte col barbiere. Pelo arruffato e dispettoso che incorniciava un viso tondo con un naso a patata. Aveva quarant’anni ma di compagna neppure una all’orizzonte e tendeva alla pinguedine nonostante gli sforzi di andare in palestra e piscina.

Anche stanotte aveva vissuto il solito sogno e questo lo rendeva euforico. La giornata sarebbe stata ottima.

Lavata la tazzina e messa la moka a gocciolare sul pensile, si era infilato i pantaloni chiari e la camicia di lino blu con la giacca color nocciola sulle spalle. Era settembre ma il clima mite, quasi estivo, lo spingeva a non indossare la giacca, che avrebbe messo non appena avesse varcato la porta dell’ufficio.

Lavorava come analista in una multinazionale da diversi anni. A differenza di altri colleghi non aveva contatti con i clienti. Stava sempre rintanato nell’open space, che odiava per il continuo rumore di fondo degli altri occupanti la zona. Non aveva relazioni sociali coi colleghi. Un freddo ‘buon giorno’ alla mattina e un gelido ‘arrivederci’ alla sera, prima di uscire. Sapeva che gli altri impiegati sussurravano che lui era gay, perché non l’avevano mai visto con una donna e lì le donne abbondavano. Nell’open space ce ne erano almeno una dozzina. Tutte in età da marito. Alcune carine, altre libere, attorno alle quali gli uomini ronzavano come mosconi fastidiosi. Per Pietro erano delle galline stupide che chiocciolavano tutto il giorno.

Pietro ripensò all’Alberta, la vicina di casa, che aveva fatto la smorfiosa nella speranza di accalappiarlo, finché non le aveva detto che non intendeva avere rapporti con lei, nemmeno di semplice conoscenza. Per non parlare della Bea, conosciuta in chat su Meetic. Quando alla fine avevano deciso di vedersi, l’incontro era stato un fiasco. Lui incapace di fare un discorso più lungo di due parole, lei un fiume in piena che non stava zitta un secondo. Insomma meglio soli che male accompagnati, si disse salutandola.

«Arrivederci» disse Pietro, togliendo finalmente la giacca e avviandosi all’uscita tra l’indifferenza generale dei colleghi.

Appena svoltato a destra nel corridoio, sbatté con violenza contro un immenso poster dietro al quale stava una ragazza snella dai capelli che scivolavano sotto le spalle.

Il poster cadde per terra e Pietro per poco non fece altrettanto. Nel disegno in bianco e nero si vedeva la scena finale del suo sogno ricorrente. Un ragazzo e una ragazza che volteggiavano in un gorgo di sardine. “Ecco come prosegue!” esclamò in silenzio Pietro.

«Pietro» si presentò allungando la mano.

«Alice» rispose con un bel sorriso che mostrava i suoi denti bianchi, mentre la stringeva con vigore.

Pietro si chinò, raccolse il poster e prese sottobraccio Alice.

Insieme uscirono sulla strada.

Disegna la tua storia – immagine di Etiliyle – La strada

Una nuova bella immagine di Etiliyle per una nuova storia.

Non sono molte le strade che portano a Venusia, un piccolo puntino senza nome nella pianura di Ludilandia. Per lo più viottoli assolati di campagna polverosi d’estate, fangosi nell’autunno.

Così se qualche forestiero capita a Venusia, è perché ha infilato quell’unica strada quasi sommersa da arbusti ed erba probabilmente per sbaglio.

D’estate quella strada che da Ludi conduce a Venusia è anche piacevole da percorrere. Ombreggiata con macchie di oleandri cresciuti in maniera selvaggia lungo i bordi della carrareccia. Nessun venusiano conosce come siano nate quelle piante. Qualcuno dice che è stato il vento a trasportare i semi, altri un antico vesuviano ha deciso di dare un tocco di colore alla strada. Di fatto i vesuviani se ne infischiano della loro origine, anzi la loro presenza un po’ li infastidisce per i fiori e le foglie che cadono sull’asfalto.

Comunque un giorno di luglio col sole a picco che spacca le pietre ma anche le teste Massimo ha infilato quel tratturo che da Ludi porta a Venusia. Un po’ per gioco, un po’ per curiosità ma perché era ombreggiato e prometteva fresco. È un turista arrivato con un pullman a Ludi a visitare non si sa che cosa. A ludi non c’è nulla da vedere. Noleggiata una bicicletta da gran turismo, in braghe corte e maglietta ha cominciato a pedalare, finché vista quella strada in ombra ha deciso di percorrerla.

Di buona lena pedala, pedala, ma non vede mai finire la strada e nemmeno incontra persone o cose.

Cosa ci fosse dietro quel muro di verde, lo ignora, perché è talmente fitto da impedire la vista. Ascolta alla sua destra il fresco gorgoglio dell’acqua ma non capisce se è un fiume o un rigagnolo.

La strada non è mai dritta ma un susseguirsi di curve che Massimo affronta con prudenza. Si chiede dove arriva, visto che non incontra né uomini né animali. Sbucato dall’ennesima curva gli appaiono case basse con lo sfondo di un panettone verde.

«Oh!» esclama stupito a questa visione inaspettata. «Dove sono finito?»

Superate le case più esterne tra gli sguardi sorpresi dei suoi abitanti, Massimo arriva in una piazza con una fontana senz’acqua. Si guarda intorno smarrito alla ricerca di una fontanella per bere senza trovare nulla.

Il sole è di un bianco accecante e la pedalata gli ha messo sete. Gli abitanti di questo paese sembrano nascondersi, quasi timorosi di essere contaminati da Massimo. L’orologio della torre è fermo, immobile come l’aria di questa giornata torrida.

Massimo pedala lento alla ricerca di un bar.

«Ci sarà pure uno straccio di osteria in questo paese di…» e lascia sfumare l’esternazione. «Tanto è inutile imprecare».

Intravvede in una via alberata con frondosi ontani quello che gli sembra un esercizio pubblico. Due colpi di pedale ben assestati ed eccolo davanti all’insegna: “Da Sghego”. Appoggiata la bicicletta al tronco rugoso un po’ barcollante si avvia dentro alla ricerca di refrigerio. Quattro uomini stanno giocando a carte e non lo degnano nemmeno di uno sguardo di sbieco. Continuano la loro partita battibeccando.

«Una birra» ordina appoggiandosi al bancone.

Un ometto smilzo e pelato scuote la testa. «Niente birra» e continua a lucidare i bicchieri.

«Un’aranciata fresca» prova a chiedere Massimo, che si umetta le labbra secche.

L’ometto finge di non sentire, mentre fa cenni di diniego col capo.

«Ma che c…» s’interrompe Massimo che sta perdendo la pazienza. «Insomma quale bevanda vendete?»

L’ometto solleva lo sguardo e mormora: «Vino. Vino rosso».

Massimo strabuzza gli occhi. Non può credere che si venda solo vino ma si rassegna. Ha sete e deve bere.

«Un gotto di vino» esclama contrariato.

«Rosso?»

Massimo si torce le mani e si morde la lingua, prima di ribattere: «Avete anche del vino bianco ghiacciato?»

«No. Solo vino rosso» afferma con tono monocorde l’ometto senza smettere di lucidare con cura i bicchieri.

«Allora vino rosso» afferma Massimo spazientito con la voce stridula per l’ira.

Senza fretta l’ometto prende uno dei bicchieri lucidati con cura maniacale e lo riempe col vino rosso di un fiasco impagliato.

Massimo afferra il calice e beve tutto d’in fiato il suo contenuto, asciugandosi le labbra con un fazzoletto.

«Un altro» mormora Massimo che si umetta le labbra con la lingua.

L’ometto nega col capo e dice con voce calma: «Uno è sufficiente. Deve tornare a Ludi sobrio».

Massimo sgrana gli occhi allibito. Quell’ometto si preoccupa del suo ritorno a Ludi. Ha capito che è giunto il momento di togliersi dai piedi.

«Quanto le devo?» chiede mettendo mano al marsupio dove tiene il portafoglio.

«Niente».

«Come niente?» mormora esterrefatto Massimo.

«È la ricompensa per essere venuto a Venusia» e lo congeda.