Diamo il benvenuto a un nuovo partecipante

Domenica 27 settembre esordirà tra noi un nuovo acquisto, anzi una nuova 😀 , Stato mentale che ha accolto la proposta di unirsi a noi.

E. è eclettica alternando post ad Haiku e tanto altro ancora. Se seguite il link potete verificare di persona la sua bravura con la tastiera.

È una blogger di vecchia data che ha sempre scritto qualcosa di interessante e mai banalità. Se non avesse queste capacità, non l’avrei invita nel nostro Caffè.

Sono veramente lieto della sua presenza e sicuramente sarà gradita anche a chi segue questo laboratorio di scrittura e altro ancora dove gli autori sono liberi da vincoli di genere e di tema e possono pubblicare in completa autonomia senza filtri o censure preventive.

Benvenuta E.

Racconti impossibili – una storia di Canterbury – quinta parte

Prosegue la storia col frate Ethan che … non dico altro. Le altre puntate le trovate qui.

Frate Ethan recitò quasi meccanicamente le preghiere del mattutino, perché aveva la mente rivolta altrove. Sbuffò al pensiero di mettersi al confessionale, prendere l’ostia consacrata e infine la colazione nel refettorio.

Tempo perso” borbottò, suscitando lo sguardo malevole del frate accanto a lui. Non aveva capito cosa aveva detto ma aveva rotto la sua concentrazione nel pregare.

Frate Ethan alzò le spalle in modo impercettibile per non creare un disputa che avrebbe prodotto solamente una perdita di tempo. “Dovrei tagliarmi la lingua a volte” pensò mentre recitava Actus fidei. Il tempo non passava mai e le lodi al Signore per il nuovo giorno non finivano più. Avrebbe voluto sbuffare per l’impazienza di correre al castello ma si trattenne.

La mattinata trascorse lenta e noiosa mentre preparava mentalmente il discorso da fare a Prince John. Ascoltò sbadatamente le confessioni di novizie e suore, che quasi non lo riconoscevano, abituate alle sue battute maliziose. Mangiato in fretta pane nero raffermo e una zuppa di cipolle, uscì dal convento.

La giornata era tutt’altro che ideale per un uomo a piedi. Una pioggia leggera bagnava ogni cosa e nonostante il cappuccio sul capo avvertiva nel corpo tutta l’umidità della giornata.

Salire a piedi fino a Devil’s Castle non era una passeggiata di salute. Il maniero stava sul cocuzzolo di una collina bassa appena fuori le mura di Canterbury, una posizione ideale per dominare la piana che si estendeva attorno alla città, capitale del principato di Sir Percival. Pur non troppo distante dalle mura la camminata, anche a passo svelto, non finiva mai.

La strada era sufficientemente larga per ospitare affiancate due carrozze oppure sei cavalleggeri armati. Ai suoi lati querce offrivano un comodo riparo dal sole estivo. Tanto polverosa d’estate, quanto fangosa era in autunno e primavera. Però ormai erano troppi i giorni pioggia e la via era difficoltosa anche per le carrozze o cavalieri. Per i viandanti era un incubo col rischio di scivolare a ogni passo.

Era la sesta ora quando frate Ethan bussò con energia al portone massiccio di quercia per farsi aprire. Borchie di rame servivano a tenere uniti diversi strati di legno ed era difficile abbatterlo anche con una testa d’ariete.

Il saio e il mantello erano ricoperti da uno spesso strato di fango come i calzari di cuoio. Erano gli effetti della camminata per giungere fino a lì.

Un soldato aprì uno spioncino quadrato per vedere chi voleva entrare.

«Sono frate Ethan» affermò stizzito. «Devo conferire con Sir Prince John Percival».

Lo spioncino si richiuse ma il portone non si aprì.

Il frate era furioso perché stava sotto la pioggia e fuori dal castello come un penitente. Una pozza di acqua fangosa si formò sotto di lui, mentre spazientito bussò con rinnovato vigore il portone. Di nuovo lo spioncino si aprì e il viso di un secondo soldato lo guardò stringendo gli occhi che mostravano stupore.

«Cosa avete? Non avete mai visto un frate infangato?» Berciò con tono irritato, mentre la sua pazienza lasciava il posto alla collera.

Anche questa volta lo spioncino si chiuse senza che il portone si aprisse.

Infuriato lanciò qualche maledizione verso di loro nominando il nome di Dio invano. Poi si raccolse in preghiera per essersi lasciato andare. Però doveva entrare e i soldati di guardia lo tenevano fuori alla pioggia che era aumentata d’intensità, mentre un vento freddo e gagliardo si insinua sotto la tonaca.

Il frate si guardò intorno alla ricerca di qualcosa. Trovò un robusto bastone abbandonato da qualcuno. Lo raccolse e con quello picchiò più volte sul portone mandando un rumore sordo.

Ancora un volta lo spioncino si aprì mostrando il viso di un giovane soldato. Con mossa fulminea frate Ethan afferrò l’elmo e lo tirò verso di sé. Il giovane rimasto sorpreso non reagì con prontezza e si trovò incastrato nello spioncino.

«Ci rimarrai lì finché questo portone non si aprirà» urlò con tutta la rabbia covata dentro.

«Ma signore chi è lei?» Il tono supplichevole del ragazzo fece ridere il frate prima di ripetere il suo nome.

«Sono il confessore di Prince Sir John Percival e se non aprite in fretta finirete nelle segrete del Castello».

«Cosa succede?» Una voce matura chiedeva informazioni sul trambusto.

Dopo un breve conciliabolo frate Ethan sentì un perentorio: «Aprite subito il portone».

Un rumore di chiavistelli e catenacci che venivano azionati indusse il frate a mollare la presa. In un batter d’occhi il giovane sparì e il portone si dischiuse.

Il capitano delle guardie trattenne una risata coprendosi la bocca alla vista del frate fradicio di pioggia e infangato come un maiale.

«Non potete presentarvi al cospetto di Prince John in questo stato. Entrate in questa stanza mentre vi procuro dei panni asciutti».

Frate Ethan intirizzito dal freddo e per la pioggia si accostò al camino, dove crepitava il fuoco. Un leggero vapore si levò dal mantello, mentre il fango tendeva a seccarsi sulle gambe e sulla tonaca. Si guardò intorno alla ricerca di un bacile e dell’acqua per darsi una rinfrescata.

«Ecco dei panni asciutti. Sir Prince è stato avvertito della vostra venuta. Alcuni servitori arriveranno tra poco con una portantina per condurvi al suo cospetto». Spiegò con tono umile nella speranza che non parlasse troppo male per averlo tenuto fuori del portone.

Il frate si diede una rapida rinfrescata prima di indossare dei panni caldi che cadevano un po’ troppo ampi.

«Questi» lo informò il capitano, indicando quello che il frate si era tolto. «Lasciateli qui. Non appena sano presentabili ve li porteremo asciutti e lindi.»

Doveva farsi perdonare per quello che avevano combinato i suoi uomini.

Poco dopo una portantina lo portò al cospetto di sir Percival.

Stay tuned for next Episode.

 

Racconti impossibili – Una storia di Canterbury – quarta parte.

Prosegue la storia impossibile e le altre puntate, per chi ne avesse perse qualcuna le trovate qui.

Una notte magica San Giovanni

 

Il giorno seguente Frate Ethan si sedette di nuovo alla scrivania con tutto l’occorrente per scrivere. Prima di addormentarsi aveva riflettuto sulla novizia Alyssa convenendo che era meglio accantonare i propositi di portarla nel suo giaciglio. Sarebbe stata un’impresa disperata con zero probabilità di riuscita.

Quindi era più utile dedicarsi a indagare sulla morte del duca di Sevenoak. Un’indagine sicuramente difficoltosa ma che avrebbe potuto metterlo in luce con King James. Srotolò le pelli di agnello su cui aveva appuntato alcuni fatti, decidendo di metter in fila i possibili mandanti con motivazioni e punti a favore.

Il primo mandante, Sir Percival, era anche l’unico accusato del riuscito avvelenamento, pur non essendolo formalmente. La motivazione poteva essere per le accuse che il duca gli aveva mosso ma Prince John l’aveva negato sempre con forza. Non ricordava che gli avesse mai detto durante le confessioni settimanali di aver avuto un rapporto carnale con Lady Clarence. “Non vuol dire nulla, perché chissà quanti altri peccati non ha confessato”. Però aveva un grosso punto a favore: era lontano dal regno di Kent da oltre un mese, perché combatteva nel Galles sotto le insegne di King James.

Il secondo possibile mandante era il conte di Rochester. Questo aveva una forte motivazione a ucciderlo: la perdita dell’isola di Sheppy, un punto strategico per i commerci. Con la morte del duca aveva avuto la possibilità di recuperarla sotto la sua contea. Frate Ethan mise un bel punto esclamativo accanto a questo nome.

Anche il duca di Crowley aveva un motivo altrettanto forte: tornare in possesso completo della foresta di Surrey Hill che era una fonte di notevoli introiti per il suo ducato. La perdita del possesso di metà bosco, oltre a falcidiare i guadagni l’aveva costretto a vendere il legname a prezzi inferiori, perché aveva un concorrente temibile. Il duca di Sevenoaks aveva usato motivi pretestuosi per ottenere la metà del bosco. Con la sua morte aveva recuperato anche la parte sottratta. “Direi che anche il duca di Crowley aveva più di un motivo per ucciderlo, oltre alle possibilità di farlo” si disse il frate, appoggiandosi allo schienale. Anche lui era un probabile sospetto.

Il conte di Tonbrigde aveva giurato di fargliela pagare per l’occupazione delle sue terre in modo del tutto illegale” rifletté il frate, grattandosi la corta barbetta. “Senza muovere il suo esercito è tornato in possesso di Tunbrigde Wells con la morte del duca”.

Più rifletteva, più era convinto dell’innocenza di Prince John. “È vero che si odiavano per le accuse di adulterio mosse al cognato ma alla fine non avrebbe tratto nessun vantaggio dalla sua morte. Anzi ne avrebbe ricavato un nocumento come è poi avvenuto con la sua messa al bando dalla corte del re. Quindi è quello con le motivazioni minori. Solo una vendetta personale? Uhm! Sarebbe stato uno sciocco e lui non lo è”.

Frate Ethan chiuse gli occhi come se volesse concentrarsi sul maggiore sospettato tra quel quartetto. In realtà meditava come raggiungere il bibliotecario cieco che gestiva i preziosi volumi di King James a Maidstone. Aveva sentito dire che era molto riservato ma anche informato su tutti i pettegolezzi di corte e non solo quelli. «Lui non ci vede, ma pare che l’udito sia finissimo» e frate Ethan rise alla sua battuta. Lui non aveva avuto modo di frequentarlo. Il frate sorrise a questo pensiero, perché si era allontanato da Saint Church pochissime volte per visitare qualche chiesa di campagna nei dintorni di Canterbury per aiutare il prevosto nelle confessioni. Non conosceva neppure la strada per raggiungere la capitale del regno di Kent.

«Mi perderei fatte poche iarde fuori dalle mura di Canterbury» borbottò allegro, pensando a chi gli poteva fare da guida. Ebbe un guizzo, un’idea e sorrise. «Certamente! Sir Percival mi avrebbe dato un suo uomo come guida. Ma come convincere il priore del convento a lasciarmi partire?»

Non gli veniva in mente nulla. Vuoto assoluto. Tre squilli di campane gli ricordarono le preghiere del mattutino ma gli risvegliò la mente. Adesso sapeva come. Messe da parte pelli di agnello e penna, si avviò verso la chiesa con l’allegria dipinta sulla faccia.

«Prince John mi fornirà l’accompagnatore e perorerà la mia istanza presso il priore». Detto questo si accodò agli altri frati per le recita del primo albore.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili – Una storia di Canterbury – terza parte.

Ci fosse riuscito a superare le prime due parti – qui le trovate a vostro rischio e pericolo. Adesso vi aspetta l’obbrobrio della terza parte di questo racconto nato dal prompt generato da Obbrobrio del duo Alessandro Cassano e Gaia Conventi di Giramenti. Un duo veramente spassoso.

 

Frate Ethan, tornato in Abbazia pensò come entrare in relazione con la novizia Elyssa. “Non è facile avvicinarla, visto che è guardata a vista dalla madre badessa”. Si grattò in testa e serrò gli occhi nel chiuso della sua cella, un quadrato di tre per tre iarde di Canterbury con una piccola feritoia per dare luce e aria alla stanza. Un pagliericcio e un inginocchiatoio completavano l’arredamento.

Il frate rielaborò le informazioni ricevute da Sir Percival. “Come diavolo ci sia riuscito non riesco a immaginarlo né ipotizzarlo. La novizia vive in una cella accanto alle stanze della madre badessa, ben separata dal resto delle suore e le giovani aspiranti alla vita monastica. Quali argomenti persuasivi abbia usato per convincerle mi piacerebbe conoscere”. Più si scervellava, meno trovava una risposta al suo quesito. Disse svogliatamente un paio di preghiere, tanto per dare fumo negli occhi agli altri frati, e andò a sistemarsi nel confessionale di Saint Church in attesa che qualche giovane suora o novizia venisse a confessarsi. Quelle più anziane e acide le liquidava in poco tempo con qualche Pater Noster e Confiteor. Era la carne fresca il suo obiettivo per scaldare il suo pagliericcio nella zona degli ospiti. “I peccati sono tutti uguale. Atti impuri” e il frate sorrise associando questo peccato alle usanze del convento di fare sesso tra loro. “Invidia… ma di cosa?” Non aveva mai capito che cosa potessero invidiare vista la vita monastica che conducevano. “Peccati di gola” e rise con tono sommesso. In effetti erano grasse come porcelle. “Ma va bene così. Almeno c’è un po’ di carne da stringere e non solo ossa”.

«Frate vorrei confessare i miei peccati» affermò con tono appena percettibile suor Emily che si appoggiò alla grata in attesa di sentire il suono della voce del confessore.

Lui sbuffò tossicchiando. “Cosa dovrà mai confessare questa suora incartapecorita?”

«In cosa avete peccato sorella Emily?» Frate Ethan usò un tono leggermente dolce, perché sapeva che era molto permalosa.

Suor Emily era tra le anziane del gruppo, vecchia e grinzosa come una buccia di limone, confessava tutti i giorni non si sa quali peccati.

Mentre la vecchia suora elencava una lunga lista di peccati commessi, frate Ethan si doveva trattenere dal mandarla al diavolo.

«Solo questi? Non avete dimenticato qualche altro peccato?» Domandò ironico, facendo imporporare la suora.

Sorella Emily farfugliò qualcosa e pensò che finiva sempre con quella frase facendola peccare di nuovo. L’atteggiamento del frate confessore la infastidiva ma non poteva confessare che era proprio lui il bersaglio delle sue invettive segrete.

«Ho avuto pensieri cattivi verso una persona buona e caritatevole» aggiunse chiudendo gli occhi.

Frate Ethan ridacchiò sommessamente cercando di non farsi udire dalla suora.

«Recitate cinque Pater Noster e dieci Confiteor per mondarvi dai vostri peccati. Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen».

Il frate avvertiva inquietudine e decise che meglio non confessare altre suore peccatrici. Si tolse la stola bianca, si alzò e infilate le mani nelle ampie maniche del saio si avviò verso la stanza che occupava nell’area degli ospiti.

Si sedette sulla poltrona di noce accanto al camino a riflettere. Per la novizia Alyssa era meglio lasciar perdere. “Troppi rischi per finire in bianco”. Questo avrebbe mortificato il suo ego di maschio. Però era un altro il pensiero che ronzava nella sua testa: era l’ultima affermazione di sir Percival. “Afferma che non è stato né il mandante né l’esecutore dell’avvelenamento del duca di Sevenoak. Logicamente la sua spiegazione è ineccepibile anche se il dubbio permane”. Decise che avrebbe fatto luce su questo controverso episodio. “Da domani” e si preparò a scendere nel refettorio.

Al rientro frate Ethan si sistemò sulla sedia davanti alla scrivania di quercia a capretta, disponendo sul piano una penna d’oca, inchiostro nero ferrogallico e diverse pelli di agnello. Voleva appuntare alcune informazioni prima che sparissero dalla sua mente. Di alcune ne aveva sentito parlare durante i suoi viaggi per la contea di Kent. Le aveva assunte come pettegolezzi ma adesso acquistavano un certo valore. Altre le aveva fornito sir Percival durante la sua visita a Devil’s Castle per confessare il principe. Però il grosso lo doveva scoprire da sé.

Che ci sia stata ruggine tra loro è provato dalle molte chiacchiere nate dal soggiorno di Lady Clarence, consorte del duca e cognata di Prince John, al castello per trovare Lady Mary, la sorella”. Un sorriso beffardo comparve sul viso del frate. Ricordava le accuse mosse dal duca al cognato di avere avuto una relazione con la moglie. Qualcuno aveva pettegolato che nove mesi dopo il ritorno di Lady Clarence era nato Geoff. Il frate appuntò questi due dettagli. “Verificare. Ma come?” Sorrise, perché conosceva bene Sir Percival, uno a cui piacevano molto le sottane ma molto abbottonato sulle sue scorribande amorose.

Però ricordò le dispute tra il duca di Sevenoak e il conte di Rochester per il possesso dell’isola di Sheppey che King James assegnò al duca con grandi mugugni dell’altro contendente. Il conte non si rassegnò mai alla perdita dell’isola. “Di sicuro avrebbe avuto più di un motivo per avvelenare il duca. Forse più forte di quello di Sir Percival”.

Il frate appuntò anche questa disputa. “Ma non la sola. Anche il bosco di Surrey Hill è stato motivo di un’aspra controversia. Una ricca foresta contesa col duca di Crowley. Anche in questo caso King James ha mediato tra i due contendenti, dividendo la foresta in due parti. Però le scaramucce sono proseguite con accuse reciproche di rubare il legname degli alberi sulla linea di confine. L’inimicizia è stata molto forte, terminata solo con la morte del duca di Sevenoak”.

Spulciando tra i suoi ricordi, si rammentò di un’altra disputa per il bosco di Tunbrigde Wells. “Questa volta il duca non ha aspettato la mediazione di King James perché di forza se ne è impadronito. Il conte di Tonbrigde ha protestato a lungo presso il re senza ottenere giustizia”.

Il frate si chiese i motivi per cui il re lo proteggeva e poi accusò Sir Percival della morte del duca di Sevenoak. “L’unico modo è indagare a corte”. Però doveva avere un motivo per recarsi là.

Pulì con cura la penna, arrotolò le pelli dove aveva scritto i punti chiave della sua indagine e si stiracchiò. Le ombre della sera si allungavano nella stanza ed era tempo di accendere le candele. I sei rintocchi della campana gli ricordarono che doveva scendere per le lodi serali e i riti del vespro. Poi doveva sistemarsi nel confessionale per ascoltare i peccati di suore e novizie.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili. Una storia di Canterbury – seconda parte

Le altre puntate le trovate qui.

I tre cunicoli

Un paese rinasce

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pagina dell’autore

 

«Dunque ditemi. Vi volete confessare?»

Sir Percival accennò con la testa che era sua intenzione.

«E perché non siete venuto all’Abbazia?»

Frate Ethan si divertiva a tenere sulle spine Prince John con piccole stilettate che lasciavano il segno.

Sul volto di Sir Percival comparve una smorfia non di dolore ma di fastidio. Si impose di mantenere la calma senza cadere nei tranelli del frate. «Preferisco l’intimità di questa stanza».

Frate Ethan sorrise. Conosceva il suo pollo e pur essendo giovane sapeva come destreggiarsi con la nobiltà. In questo caso un po’ ammaccata. Aveva trent’anni ma era diventato il più ricercato confessore del regno di Kent.

Frate Ethan ritenne che era finito il tempo dei preamboli e dei colpi di fioretto. Adesso doveva usare la spada perché era venuto il momento di affrontare il motivo della confessione e affondare l’assalto. “Se prima si confessava una volta la settimana e poi ha evitato di venire a Saint Church per un anno, vuol dire che la questione è grossa”. Mentre pensava questo, sorrideva sornione.

«Ditemi Sir Percival, perché avete aspettato un anno per confessare i vostri peccati?»

Una domanda così diretta era un affondo che mise in difficoltà Prince John che balbettò qualcosa che il frate non comprese.

«Se parlate chiaramente posso assolvervi dai vostri peccati» precisò con tono ironico, infilando le mani nelle ampie maniche del saio. Se prima considerava una probabilità che avesse commesso un peccato capitale di difficile confessione, adesso ne aveva la certezza. “Non avrebbe aggrottato la fronte e farfugliato parole incomprensibili se la questione fosse semplice”.

«Ho peccato con pensieri impuri».

Frate Ethan trattenne una fragorosa risata che la risposta gli suggeriva. “Per così poco ha smesso di confessarsi? A chi la vuole dare da bere una panzana del genere?” Sul suo viso comparve un sorriso ironico e lo incalzò: «Volete specificare il tipo di pensieri impuri che avete avuto?»

Sir Percival farfugliò ancora qualcosa di poco comprensibile visibilmente imbarazzato.

Frate Ethan ritenne inutile ripetere la domanda, perché tra i balbettii di Prince John aveva intuito che era andato a letto con una giovane donzella. Quindi decise di affondare il colpo vedendolo in difficoltà. «Con chi vi siete accoppiato?»

Sir Percival divenne rosso. “Quel diavolo di frate come lo sa che avrei voluto accoppiarmi? Mi legge nel pensiero?”

Mentre di due uomini si fronteggiavano in queste schermaglie, Lady Mary origliava nascosta dietro un pesante tendaggio di velluto che la rendeva invisibile. Era curiosa di conoscere il peccato che il suo consorte aveva commesso. Sperò nascondendosi prima dell’arrivo del frate che non dovesse confessare l’arrivo di un nuovo bastardino. Però ascoltando quello che il confessore chiedeva in modo esplicito divenne nervosa. Avrebbe voluto uscire dal suo nascondiglio per accusare il consorte di averla tradita. Però si calmò, perché forse era un vecchio episodio di un anno prima che aveva sventato con l’aiuto di Clarence, la fidata dama di compagnia. Allora come adesso non aveva chiaro chi fosse la damigella che il consorte aveva tentato di portare nella loro camera da letto. Però quando era comparsa con la dama di compagnia in maniera del tutto inattesa, aveva provocato la fuga di due donne dal castello senza che lei le avesse riconosciute. Adesso avrebbe saputo i loro nomi. “Però parlano di una donzella ma io ne ho viste due”. Si fece più attenta per ascoltare quello che dicevano. Rimase immobile e respirò lentamente per non tradirsi.

«Suvvia Sir Percival o parla con chiarezza per essere assolto oppure me ne torno all’Abbazia alle mie preghiere» esclamò il frate spazientito da quel tergiversare inconcludente.

A Prince John non restò altra strada se non quella di spiegare il suo tentativo di portarsi a letto la novizia Alyssa con la complicità della madre badessa Agnes.

«Mi sembra una grave colpa quella di profanare una promessa sposa del Signore. Ma ditemi perché proprio lei e non un’altra?»

Frate Ethan era curioso di conoscere perché la scelta era caduta sulla piccola Alyssa, che lo aveva sempre evitato come confessore. Dai racconti delle altre novizie aveva convenuto che non era il caso di provarci. Era troppo timorata di Dio per cedere alle lusinghe del sesso. Inoltre era la cocca della madre badessa e ritenne opportuno non inimicarsela.

Lady Mary sorrise soddisfatta. “Dunque avevo intuito giusto cosa Sir John aveva avuto intenzione di fare”. Era compiaciuta per aver sventato i suoi piani. Non c’era più nulla d’interessante da ascoltare ma non poteva muoversi per non tradire la sua presenza. Sospirò lievemente e sperò che la confessione fosse giunta alla fine per poter sgattaiolare via e tornare alle sue occupazioni di ricamo.

Sir Percival rimase in silenzio perché l’assoluzione non era stata concessa. Dunque si rassegnò a spiegare i motivi. L’esposizione fu chiara e concisa, lasciando soddisfatto il frate ma facendo infuriare lady Mary che a stento non tradì la sua presenza, uscendo dai tendaggi.

Frate Ethan sorrise al pensiero della prossima preda. “Dunque è ancora vergine dopo quasi due anni di noviziato”. Si sfregò i palmi delle mani producendo un rumore secco. Conosceva bene le usanze del convento delle agostiniane. Chi entrava vergine, poco dopo non lo era più. “Come fanno quelle diavolesse di suore non l’ho mai capito durante la confessione delle novizie. Qualcuna ha accennato alle mani, altre hanno balbettato di oggetti non meglio identificati. Però il risultato finale è sempre lo stesso. Di novizie vergini ne ho trovate pochine. Questa Alyssa pare un’eccezione. Dovrò indagare”.

Arriva questa assoluzione?” Sir Percival iniziava a mostrare segni di nervosismo camminando senza posa per la stanza.

Il frate gli fece segno con la mano di non aver fretta e lo invitò a sedersi. «Vi vedo muovere agitato e questo mi innervosisce facendomi perdere la concentrazione della confessione. Avete altri peccati sulla coscienza?»

Sir Percival sbuffò e si sedette sulla sua poltrona preferita. “Se sapesse quanto mi sta innervosendo con le sue chiacchiere”.

«No, nient’altro».

«Eppure il nostro King James vi ha bandito da corte. Dicono che avete avvelenato un vostro nemico».

Prince John sgranò gli occhi. “Come si permette di insinuare queste falsità?” Fece un profondo respiro prima di replicare. «Col duca di Sevenoak non ero in buoni rapporti. Questo è noto e non lo nego. Però il duca si era fatto molti nemici più interessati a ucciderlo rispetto a me. In quel periodo stavo combattendo per le insegne di King James nel Galles. Quindi mi sarebbe stato difficile organizzare l’avvelenamento».

Frate Ethan ammise che il ragionamento non faceva una grinza. Era giunto il momento di assolverlo da peccato. «Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen». E gli impose di recitare cinque Pater Noster e cinque Confiteor. Poi si accomiatò con un duplice pensiero: come convincere la novizia Alyssa a giacere con lui e verificare la versione di Sir Percival sulla morte del duca di Sevenoak.

Prince John masticava amaro perché quel diabolico frate era riuscito a fargli dire molto di più di quello che aveva in mente. Si sedette sulla poltrona preferita a meditare sulle prossime mosse. “Quali?” e scrollò la testa perché ignorava quali fossero.

Mentre sir Percival rifletteva su se stesso, lady Mary fremeva per uscire dal suo nascondiglio. Sentiva le gambe e le braccia intorpidite per la scomoda posizione. “Speriamo che venga qualcuno a distrarre sir John”.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili: una storia di Canterbury – parte prima

Dopo aver pubblicato una storia nata in maniera strana. Ne propongo un’altra dove un generatore casuale di frasi propone titolo e trama. Ecco il testo

IL BOIA DELLA MORTE

Canterbury, Anno del Signore 1213. La confessione di un principe caduto in disgrazia conduce un arguto monaco a curiosare, inimicandosi la novizia di cui pretendeva di scaldare il letto. Chi è il colpevole di questo crimine criminale? Cosa nasconde il bibliotecario cieco che pare proprio quello di Umberto Eco?

Ho cambiato il titolo del racconto ma per il resto ho cercato si seguire la trama.

Canterbury, Anno di grazia 1213.

In quel anno del Signore la primavera tardava a Canterbury. Pioveva e faceva freddo. Le giornate grigie si alternavano ad altre grigie. Insomma era un grigiore che metteva malinconia.

Sir Prince John Percival, padrone di Devil’s Castle, ne aveva uno per capello. In realtà erano pochi i diavoli, visto che la testa aveva quattro sparuti pelucchi che in realtà non si potevano chiamare capelli e che si potevano contare sulle dita di una mano. Lui stava seduto sulla sua sedia preferita e appoggiava la testa sulle mani a coppa. Pensieroso guardava fuori dalla finestra aperta ma non vedeva nulla. Non era cieco ma semplicemente meditava sulle sue colpe.

«Devo chiamare frate Ethan» disse con tono lamentoso perché non si decideva a farlo da un anno. Era frenato dal dubbio di confessare le sue colpe e prendere una dura reprimenda dal frate, che conosceva come un paladino della fede e della purezza cristiana.

Sir John era nel suo studio in rosso per via dei tendaggi pesanti color cremisi. Il grande camino era acceso per mitigare i rigori della giornata, ma lui non pareva sentir freddo, perché teneva la grande finestra aperta. Molti preziosi libri rilegati in cuoio e con le iscrizioni dorate occupavano la grande libreria alla sua destra. Un morbido e prezioso tappetto orientale stava sotto la sua scrivania di noce.

Nel silenzio della stanza si udivano solo due rumori: il picchiettare della pioggia sulle tenere foglie del grande noce nel cortile del maniero e il crepitare del fuoco nel camino.

Sollevò il capo sentendo dei passi leggeri che si avvicinavano. Era Lady Mary, sua consorte.

«Sir Percival che avete? Sento lamentarvi. State male? Posso fare qualcosa per voi?» Il tono era amorevole ma sul volto c’era un ghigno che diceva ben altro: ‘ben vi sta e adesso patite le pene dell’inferno’.

Prince John scosse la testa e si arrabbiò con se stesso per essersi lasciato sfuggire quel nome. Milady sapeva che era il loro frate confessore e, se lui lo invocava, voleva dire che l’aveva combinata grossa. Ignorava la ragione ma di certo costava fatica al suo consorte chiamare il frate.

Lady Mary gli accarezzò il capo con tocco amorevole, chiudendo gli occhi per non tradirsi. Non voleva mostrare la sua soddisfazione perché il consorte era caduto in disgrazia dopo tutto il fiele che aveva dovuto trangugiare in vent’anni di matrimonio senza potersi ribellare.

«Mio diletto Sir Percival cosa posso fare per voi? Volete confessarvi con me perché possa alleviare le vostre pene?» insistette, divertendosi a mettere sale sulla piaga.

Prince John la guardò storto, digrignando i denti per non sbottare. “Solo a frate Ethan posso confessare le mie colpe” commentò in silenzio. Con gesto brusco della mano allontanò la consorte che ritenne opportuno uscire dalla stanza. Conosceva bene quel gesto foriero di sfuriate violente.

«Sì, una cosa potete fare» e fece una pausa mentre Lady Mary si girava lentamente verso di lui. «Mandate un servo a Saint Church, all’abbazia di Sant’Agostino. Chiedete che frate Ethan venga subito».

Lady Mary fece in breve inchino per confermare di aver capito l’ordine e che sarebbe eseguito con prontezza.

Prince John ruminava le sue colpe. Lui era un vassallo del re di Kent e non godeva più dei suoi favori. Da tempo era caduto in disgrazia sia socialmente sia economicamente. La siccità dell’anno prima aveva falcidiato tutti i raccolti e i suoi sudditi pativano la fame. “Sì, è la giusta punizione divina per aver messo gli occhi sulla novizia Alyssa, una promessa sposa del Signore”. Alyssa era la figlia minore del duca di Rochester. Una ragazza di diciotto anni, bionda come il grano maturo e dagli occhi blu come il cielo. La sua figura esile e flessuosa aveva attirato gli sguardi di molti signorotti di campagna pronti a contendersela colpi di fiorini d’oro. Tuttavia il conte era stato irremovibile: «Il convento delle agostiniane sarà la sua casa e il Signore il suo sposo ».

La povera Alyssa aveva abbassato il capo senza ribellarsi. Così il 25 dicembre del 1211 si era presentata alla madre badessa per iniziare il suo noviziato.

La bellezza di Alyssa di Rochester non era sfuggito allo sguardo rapace di Sir Percival che avrebbe voluto portarla nel suo castello ma c’era un ma. Questo era Lady Mary che non si sarebbe fatta da parte per lasciare il letto caldo alla giovane duchessa. “È vero che non ho saputo figliare ma John ci ha pensato con molte servette e io devo accudire diversi bastardini come se fossero figli miei”. Questo le pesava e doveva tacere. Se si fosse ribellata, il suo consorte avrebbe trovato il modo di ripudiarla e lei avrebbe patito la sorte di una reietta.

Prince John aveva tentato più volte di sbarazzarsi della presenza ingombrante di Lady Mary ma tutti i tentativi erano falliti. Nel 1212, anno bisesto ma tanto funesto, aveva tentato di giacere con la giovane Alyssa con la complicità della madre badessa ma era andata buca per colpa della consorte occhiuta e sospettosa. Adesso doveva confessare i suoi peccati a padre Ethan e questo gli costava molto. Era vero che era passato un anno con questi sensi di colpa che la furba consorte aveva sfruttato a suo vantaggio ma quando si recava a Saint Church per confessarsi, non ci arrivava mai. A metà strada invertiva il cavallo e si rifugiava nel suo castello. Adesso era giunto il momento giusto per confessare i peccati carnali commessi. Alla giovane Alyssa ci pensava sempre ma era diventata il suo incubo notturno e ogni mattina si svegliava sempre più stanco e privo di forze.

Dunque Sir Percival scuro in volto aspettava con impazienza l’arrivo del frate confessore per mettere fine alle notti insonni. Non più giovane e senza un erede né maschio né femmina avrebbe dovuto cedere il comando a uno dei fratelli a meno che… Scosse il capo, perché la sua era solo una fantasia. Ci aveva provato per oltre dieci anni ma Lady Mary non era mai restata incinta, nemmeno per sbaglio. Adesso era troppo vecchia per provarci ancora e si era sfogato su contadinelle timorose o servette procaci. Così aveva messo al mondo quattro bastardini, tutti maschi, ma senza prospettive future a meno che il re di Kent non avesse trasformato quei bastardini in figli legittimi. Sir Percival non ci credeva perché il re del Kent lo aveva bandito dalla sua corte, quando lui era stato sospettato dell’uccisione del duca di Stanavon. “È vero che ci ho pensato ma sono innocente. Quando è morto, tutti hanno pensato a me, perché conoscevano quando lo odiassi. Il re del Kent ha creduto ai miei accusatori e non alle prove di non aver commesso nulla. Non sono stato formalmente accusato e processato, perché sapevano che ero innocente e le loro prove non avrebbero retto al giudizio dei saggi. Sono stato emarginato ed è come se mi avessero condannato a morte”.

Il bussare alla porta lo distolse da questi pensieri. La voce del maestro della casa annunciò l’arrivo di un ospite: «Frate Ethan dell’Abbazia di Sant’Agostino» e lo introdusse nello studio di Prince John.

«Mi avete convocato al castello. In che modo posso servirvi?» Lo sguardo era furbo e la voce ironica. “Se mi avete fatto venire di fretta, questa volta deve confessare un peccato assai grave” rifletté il furbo frate. Era ancora giovane ma assai smaliziato. Con la scusa di confessare le giovani ragazze di Canterbury e del contado, ne abusava sessualmente. Loro conservavano in silenzio per la vergogna che provavano. Se poi fossero vergini, spiegava loro che fare sesso era peccato ma che lui avrebbe insegnato loro il segreto di farlo in nome del Signore.

Sir Percival lo guardò con l’occhio acquoso perché non sapeva da dove cominciare.

«Sir, sbaglio oppure è un anno che non vi confessate?» Lo incalzò sapendo di non essere smentito.

Prince John annuì ma rimase muto.

…..

Stay tuned for next Episode. On 23 agosto

Un maniaco maschile

Questo post nasce come Il giorno nei meandri da un sito che produceva storie o meglio gli spunti di una storia. Ne generate altre due che forse un giorno proverò a tradurre in un post.

Ecco cosa aveva proposto.

UN UOMO MANIACALE

Un’attraente donna separata scopre un’irrefrenabile passione nei confronti di un vero principe azzurro, ma la loro è una relazione impossibile perché lui preferisce le minorenni.

Buona lettura

Un arazzo della sala delle udienze da Wikipedia

Il viaggio in luglio a Windsor era stato magnifico. Stranamente nella piovosa Inghilterra quei quattro giorni erano stati soleggiati e caldi con un cielo azzurro pulito e terso.

Quando Grimilde decise di andare nella perfida Albione, gli amici rimasero di stucco per la scelta: Windsor.

«Ma ti ospita the Queen nel suo castello?» domandò curiosa Gaia con un tono più che sarcastico.

«Ma c’è una locanda a Windsor?» chiese Alba che ignorava che Windsor è una ridente cittadina della contea del Berkshire e forma un Royal Borough (Città Reale) con la vicina Maidenhead.

Grimilde, che tutti gli amici chiamano Ilde, non per accorciare il nome ma perché evoca cattivi pensieri: la perfida matrigna di Biancaneve.

I suoi genitori erano stati sadici perché al maggiore hanno dato come nome Goblin e alla minore Amelia. Insomma il gotha dei cattivi dei fumetti. Goblin è diventato Lino e Amelia Lia.

Ilde, la chiameremo così come vuole lei, decise che era giunto il momento di fare un viaggio speciale. Un viaggio indimenticabile. Non più giovanissima ma nemmeno decrepita aveva conosciuto due matrimoni e altrettanto divorzi, molti amori e poco sesso. Insomma avete capito. «No? Bé, fa nulla, se ci sarà tempo vi spiegherò tutto».

Dunque Ilde era un’anima in pena alla ricerca del cosiddetto principe azzurro. «Sì, avete capito. Quello delle fiabe. Non per nulla anch’io provengo da una storia, Biancaneve e i sette nani, che mi ha impressionato da bambina».

Una sera di fine giugno prese la decisione di fare un viaggio lampo nell’Inghilterra che ama i reali. “Non si sa mai, che trovi un autentico principe. Se poi è azzurro come i puffi, tanto meglio. Basta che sia bello, ricco e giovane. Ma dove?”

Chiuse gli occhi e puntò il dito sulla carta geografica dell’Inghilterra. Ovviamente aveva barrato, perché la carta conteneva un solo nome ‘Windsor’.

Cercò sulla rete un posto per dormire e lo trovò. Una locanda, Royal Inn, vicino al castello di Windsor. Immaginò che da lì potesse tenere d’occhio chi entrava o usciva e puntare sul suo principe azzurro, ma andava bene anche di altro colore purché fosse un reale. Dalla descrizione della locanda se ne innamorò subito.

Oddio lei si innamorava in un battere di ciglia di chiunque respirasse ma ci voleva poco anche per le abitazioni e locande. Royal Inn era una vecchia stazione di posta del XVIII secolo, che conservava le stalle e la rimessa delle carrozze esattamente come lo erano ai tempi dei signorotti di campagna che qui si fermavano per mangiare, riposare e cambiare cavalli.

Ilde lo ritenne un posto speciale, ricco di fascino e non dubitava che avrebbe respirato lo spirito dell’ottocento come aveva letto da Charlotte Bronte o Jane Austen.

Contava i giorni che mancavano alla partenza, sognava ogni notte lui, il vero principe in carne e ossa che le prendeva la mano per portarla nell’alcova segreta. Era un tripudio di sensi e al risveglio era tutta bagnata, non per il caldo ma perché era in calore.

Atterrata a Heathrow in breve raggiunse Windsor prendendo possesso della sua stanza. Ebbe uno sbuffo. Il castello lo vedeva sulla cartina e basta. Doveva

per forza mettersi in moto se voleva scovare il suo principe, quello gallonato ed etichettato Royal Prince. Dalla cartina dei pub, ristoranti, taverne e affini scoprì che vicino al castello c’era una gelateria del nome invitante Ice Queen.

“Se si chiama così, vuol dire che ci va la Royal Family”.

Armata della piantina della città si affrettò a raggiungere il posto che in effetti era a ridosso del castello. Insomma distante ma visibile.

Nuova delusione. Non trovò nessun componente della Royal Family ma solo ragazzini e ragazzine foruncolosi, urlanti e sudati. «Che schifo» disse in italiano, convinta che nessuno avrebbe capito. Invece sentì lo sguardo di un signore distinto in un angolo semi coperto. Vestito elegante con la tuba sulle ginocchia sembrava proprio un reale. Anzi assomigliava tanto a… Ilde ebbe un momento di amnesia. Non ricordava il nome. “Ma sì! È lui! Quel fighetto di Filippo”.

In effetti era l’unica figura maschile adulta che stonava non poco nel contesto. “Ecco il mio Royal Prince” esultò Ilde con la sua coppetta in mano.

Erano seduti sulla stessa panca. Si spostò di lato verso il suo principe alquanto vecchiotto. Lui si spostò allontanandosi. Ilde ripeté la manovra e lui pure. “Se continua così cade dalla panca” e sorrise mentre il gelato nella coppetta era diventato un miscuglio informe.

A Ilde venne un sospetto. “Voi vedere che punta a qualche ragazzino? Non mi degna del minimo sguardo”. Collimò la sua vista con quella del presunto Royal Prince. Ebbe un collasso. Puntava a una ragazzina acerba in tutto, piena di acne nel fiore dello sviluppo. “Puah! Un Royal pedofilo mi capita tra le mani” pensò con una smorfia di disgusto. Posata la coppetta di gelato sciolto sul bancone uscì all’aria aperta. E si incamminò per The Long Walk.

«Al principe azzurro ci penserò un’altra volta» e rise di gusto.

The long Walk da Wikipedia

La pioggia purificò l’anima

Foto di James Wheeler da Pexels

«Luna?! Ma sei tu?»

Ero seduta su dei gradini per strada, sola. Non appena sentii pronunciare quelle parole, alzai la testa quanto bastava per vedere degli occhi cristallini puntati sui miei. Un misero verde con riflessi castani che in confronto dei suoi non erano niente. Capì di chi si trattava e cosa stesse succedendo.

«E chi vuoi che sia! Sentiamo, cosa vuoi adesso?» Dissi con rabbia.

«Niente, vedendoti sola, pensavo stessi male e ti servisse una mano.»

«Da quando ti importa di me, come sto e che cosa faccio?»

«Ma che cosa hai fatto a Luna, non sembri nemmeno tu! Sei diversa!»

Notò il mio nuovo taglio di capelli a cui avevo persino cambiato il colore e i vestiti che indossavo che non erano sicuramente abiti che prima avrei messo. Diciamo che nessuno poteva ignorare che ero cambiata.

«Non sono affari tuoi e ora, se non ti dispiace, me ne vado! Non intendo stare un minuto di più qui con te!»

Feci come per alzarmi da quella posizione, ma senti la sua mano, appoggiata sulla spalla, bloccarmi, mentre la sua bocca si avvicinava al mio orecchio. Mi sussurrò qualcosa, quasi come se mi stesse pregando con la sua voce calma e rilassata.
«Ti prego, torna quella che eri! Ti prego, Luna, non fare tutto questo solo per quello che ti ho detto e che è successo tra di noi!»

«No!» Usò un tono stridulo e irato. «Ora vattene!».

Non la volevo più vedere, mi era insopportabile sentire la sua voce. Sapevo chi era e cosa era successo ma non potevo perdonarla per lo sgarbo che mi aveva usato. Un tempo Aurora era la mia migliore amica alla quale affidavo i segreti più gelosi, finché un giorno … Un moto di rabbia prese Luna a ripensare a quel giorno.
«Sei ancora qui?» E mi alzai decisa ad andarmene.
«Sì! E non me ne andrò finché non ci siamo spiegate».
«Non c’è nulla da spiegare».
«Non è vero».
«E perché?»
«Non mi vuoi ascoltare».
«Come posso ascoltarti?»

Sentì la sua mano premere sulla spalla come se volesse inchiodarmi al terreno.
«Lasciami!» Urlai con tutta la rabbia che avevo nel corpo. Tentai di alzarmi ma una seconda mano mi inchiodò sul gradino. Non era Aurora ma sembrava una mano maschile.

«E tu chi sei?»

Non lo vedevo ma chiunque fosse non aveva nessun diritto di bloccarmi. La voce salì di due ottave ed esplose come una cannonata.

«Luna, ascoltami e poi ce ne andremmo».

Capì dalla voce chi era.

«No! Non ascolto le vostre menzogne». Le lacrime scivolarono impetuose sulle guance. Dunque c’era anche lui.
«Mi spiace, Luna, ma sei sulla strada sbagliata».
Non potevo scordare quello che era successo la sera precedente.

Eravamo, come di consueto in agosto, riuniti sotto il cielo stellato in riva al mare. Si udiva il cadenzato frangersi delle onde sulla spiaggia, che era una melodia che faceva da sfondo sonoro al nostro stare insieme. Non c’era la luna a illuminare la scena ma gli occhi a scorgere i nostri volti come fantasmi.

Eravamo il gruppo di amici, che tutti gli anni si ritrovavano a Cattolica. Un tempo si era più numerosi ma anno dopo anno qualcuno si perdeva per strada.

Luna stava accanto ad Aurora, mentre Carlo rimaneva di fronte a noi. Si parlava di amore, di litigi, d’incomprensioni in un bailamme di voci che si sovrapponevano tra loro. Quando…

Il ricordo si interruppe. Luna non voleva rievocare quei momenti. Era troppo arrabbiata per accettare quello che Aurora aveva detto.

No, non posso ricordare” si disse, stringendo la gambe con le braccia. “No, non posso!

«Ascolta, Luna» disse Aurora spostando la mano dalla spalla alle mie ginocchia. «Non volevo ferirti, ieri sera. Avevo bevuto ed ero allegra…»

«Però l’hai detto e ridetto» replicò la ragazza con le lacrime che scendevano sulle guance.

«Sì, lo ammetto. Non posso negare l’evidenza. Ma ora mi scuso…»

«Troppo comodo. Parlare, ferire e dire ‘Scusami’» replicò con la voce indurita dalla rabbia.

E’ troppo facile proferire parole di fuoco, rivelare segreti, insistere nelle calunnie. Poi pensare che una semplice parola ‘scusami’ possa risolvere tutto come se nulla fosse stata proferito” rifletté Luna ascoltando Aurora.

Carlo era rimasto in silenzio. Aveva accompagnato l’amica, o l’ex amica visti i rapporti tesi, solo perché l’amava. Però in cuor suo sapeva che Luna aveva ragione. Nel buio vedeva i lineamenti delle due ragazze e intuiva gli sguardi. Gli dispiaceva ma non poteva fare nulla. “L’amore arriva, si ferma e se ne va, Per sempre non c’è nulla, all’infuori della morte”.

«Non mi sarei mai aspettata che tu mi avresti colpita alle spalle, sfruttando la mia buona fede. C’era la necessità di dire quello che io ti avevo rivelato?» Luna spostò la mano di Aurora. Le dava noia sentirla appoggiata sul suo corpo.

«Te l’ho detto avevo bevuto».

«Non è una valida ragione. Ti facevo amica ma invece eri una serpe pronta a mordere».

Si alzò e se ne andò.

Non le avrebbe mai perdonato di averle rubato il ragazzo e di avere rivelato in pubblico gli aspetti più intimi del loro rapporto.

Non ci sarebbe stata una seconda Aurora.

La pioggia cominciò a scendere senza un preavviso e le purificò l’anima.

Foto da Pixabay

Il giorno nei meandri – parte terza

Con questa puntata si conclude la mini indagine del cavalier Servente. Qui trovate la prima parte e qui la seconda.

Fra Braciola, la maschera nolana | ilc@zziblog

tratto da https://ilcazziblog.wordpress.com/2016/01/23/fra-braciola-la-maschera-nolana/

Buona lettura

«Veramente…». L’oste aggrotta la fronte e con la pezza infilata in cintura si deterge il sudore. “Che ne so chi abita il palazzo del podestà? A parte lui, madonna Sciffata e la tribù dei pargoli non credo che si siano altri abitanti”.

«Veramente cosa?» ribatte il cavalier Servente che col labbro tremulo sta perdendo la pazienza.

«Non mi risulta che oltre al messere podestà». Una piccola pausa per inghiottire la saliva. «Il podestà e la sua famiglia».

«Uffa» sbotta il cavalier Servente. «No mi siete di nessuna utilità. Che li ci abiti il podestà, lo sapevo già. Chiedevo se ci fossero altri».

Mentre l’oste balbetta convulso, Sartina quatta quatta mette sul tavolo del pane nero che profuma di fresco, un bricco di vetro col vino rosso e alla fine una fumante zuppa di ceci e lenticchie.

«Azz! Ma scotta» impreca il cavalier Servente che si è gettato sulla scodella per la fame.

Con gesto imperioso scaccia l’oste, a cui non par vero tornare in cucina. Mentre soffia con metodica forza sul fumo della zuppa, riflette che quella voce da eunuco che ha sentito per seconda non può essere altro che quella del podestà. “Ma un castrato come può aver procreato cinque maschi e tre femmine?” Ridacchia alla sua battuta, mentre intinge nella zuppa dei tocchetti di pane nero. «Uhm! Buona questa zuppa». Un rivolo scende da un lato della bocca, che si pulisce con un braccio. «Azz!» Si è dimenticato che indossa la cotta. Il ferro gli fa sanguinare un labbro.

Pulita la scodella con metodo tanto che sembra lavata per bene, mette due soldi d’argento sul tavolo prima di uscire. “Bene. Bene. Il ladro lo pizzico al vespro ma per il mandante ci vuole tempo”.

È l’ora della novena e il cavalier Servente si apposta in fondo alla navata. È una posizione privilegiata. Vede chi entra e chi esce e tutti quelli che partecipano alla novena. Tempo di dire un Pater Noster e un’Ave Maria e l’intera navata si riempe di vecchie beghine e fanciulle sbuffanti. “Siamo messi bene”. Sogghigna il cavalier Servente, che spalanca gli occhi per tutte quelle persone.

Uffa! Che barba. Ma che lagna. Ripetono le stesse preghiere come un cembalo rotto” borbotta il Cavalier Servente che è stanco di stare in piedi ad ascoltare le preci sempre ripetute.

Sii benedetto, o Dio,
che sei così grande,
così luminoso e così buono

Poi frate elemosiniere, quello che ha visto entrare dal podestà, inizia la questua. Si sente in mezzo alle invocazioni il tintinnio delle monete nella cesta. Il cavalier Servente allunga il collo. Vede il frate trafficare nella cesta e poi furtivo mette una mano sotto la tonaca. “Che fa? Fa la cresta? Non c’è più religione. Anche i frati rubano. Ci mancano solo loro e poi abbiamo fatto cento”.

Lo segue non visto in sacrestia. Apre l’anta dell’armadio ma non depone la cesta. Conta gli spiccioli e una manciata finisce sotto la tonaca.

«Ladro e sacrilego». Urla il cavalier Servente uscendo dall’ombra dei paramenti sacri.

Il frate si gira e sbianca. “Mi ha colto sul fatto”.

Il cavalier Servente è una furia. Estrae lo spadone pronto a infilzare il frate come un porcello sullo spiedo. Lo minaccia solo, perché è certo di ritrovare col suo aiuto il reliquario scomparso.

«Ai ladri si mozzano le mani. Ai sacrileghi si mozza la lingua». Il cavalier Servente muove lo spadone in alto e poi di lato passando vicinissimo al frate impietrito dal terrore. Lui sa di averla fatta grossa ma quei soldi gli servono per coprire dei debiti contratti con l’usuraio.

«Però io sono magnanimo». Tace per osservarne le reazioni.

«Cosa posso fare per voi, Messere?» La voce è querula e tremante.

«A chi avete venduto il reliquario?»

Il frate sembra un cencio lavato trenta volte tanto è bianco per la paura.

«Ma veramente…»

Il cavalier Servente si avvicina minaccioso puntando alle mani del frate. «Nessun ma. O voi riportate il reliquario al suo posto oppure all’ora prima voi siete senza mani e lingua» Il tono è eloquente, la voce non lascia scampo.

«Ma non posso». Mormora tremando come una foglia.

Il cavalier Servente fa una risata cattiva. Ha capito di avere in pugno chi ha rubato il reliquario e a chi l’ha ceduto. «Problemi vostri. Non dovevate prenderlo e basta. So dove trovarvi all’ora prima. Quindi frate avvisato, mezzo salvato».

Il frate elemosiniere si accascia appoggiando le spalle all’armadio. Non gli resta che andare dal podestà per implorarlo a restituire il reliquario. Conosce che il cavalier Servente le minacce le esegue. È fra due fuochi. Rimette nella cesta il maltolto e la ripone nell’armadio.

«A quel eunuco del vostro compare non posso nemmeno tagliare le palle, perché non ce le ha più. Quindi sbrigatevi perché l’ora prima è ormai prossima». Il cavalier Servente si trattiene dal ridere e continua a fare la faccia feroce. “Per il rospo della principessa nubile? Sarà un altro racconto”.

Il giorno nei meandri – parte seconda

Pensavo di chiudere qui ma non sarà così. Il 5 luglio ci sarà la parte conclusiva. La prima parte la trovate qui.

Santa Genoveffa vergine

tratto da https://www.napoliflash24.it/lalmanacco-del-12-febbraio/

Buona lettura.

Mica semplice trovare il ladro sacrilego” pensa il cavalier Servente, rimettendo l’elmo in testa.

Gli occhi gli brillano, perché doveva pensarci subito. L’indizio c’era e lui non l’ha colto al volo. Però avrebbe faticato a mettere il sale sulla coda al sacrilego. Deve farsi furbo e coglierlo sul fatto.

Solleva un sopracciglio, perché non comprende il motivo del furto. Ci deve essere un mandante che gli ha ordinato di prelevare il reliquiario.

Qui la partita si fa tosta.

«Ebbene Messere?» Il canonico Matteo lo guarda speranzoso. «Ha capito chi sia il ladro?»

Il cavalier Servente sorride sotto l’elmo che mostra solo gli occhi.

«Mi lasci lavorare senza disturbarmi con le vostre chiacchiere».

Il tono brusco del cavalier Servente raggela il canonico Matteo, mentre il prevosto sembra avere riacquistato l’uso della parola.

«Non volevo metterle fretta ma…» e il canonico Matteo si blocca. Il giorno dopo è il ventuno e il reliquario non è ancora rintracciato.

«Mi dica signor prevosto, quando è la prossima novena?» dice ignorando il tono lamentoso del canonico Matteo.

Gli volta le spalle e guarda il prevosto Sigfrido che trema come una foglia.

«Al vespro Messere» sussurra con un filo di voce.

«Bene» e senza aggiungere altro se ne va, lasciando il povero canonico Matteo nel dubbio che la sua missione sia fallita.

Il cavalier Servente uscito dalla chiesa guarda l’orologio solare sul palazzo del vescovo, mentre lo gnomone segna l’ora nona.

«Ho tempo» borbotta mentre si avvia verso lo spiazzo tra la chiesa e il vescovado. «Se il ladro ho capito chi è. Per il mandante brancolo nel buio».

Chi può essere interessato a un reliquario più oggetto di devozione che di valore. È brutto, ingombrante e facilmente riconoscibile. L’oro è poco e le pietre dei cocci di bottiglia”.

Vede una panchina di marmo e decide di sedersi all’ombra della quercia. Sta sudando dentro la cotta e l’elmo pare una scodella sul fuoco. Non c’è un alito di vento ma almeno sta all’ombra. Assorto, tanto che sembra schiacciare un pisolino, quando scorge un’ombra furtiva che entra nel portone del palazzo del podestà. Ha una scossa come se fosse stato svegliato all’improvviso dalla puntura di una spada. “Che ci fa il frate elemosiniere dal podestà?” Si alza a fatica sferragliando con un rumore che potrebbe svegliare anche un morto. “Devo indagare”.

In silenzio, si fa per dire, infila il portone socchiuso del palazzo del podestà e ascolta un frammento di conversazione. «…Voi chiudete tutte e due gli occhi…» e poi un borbottio indistinto. «… così siamo a pari» ascolta la seconda voce diversa dalla prima.

Il cavalier Servente ritorna sui suoi passi per non farsi cogliere a origliare le conversazioni altrui. Tuttavia non sa distinguere chi ha detto di chiudere gli occhi da quello che afferma di essere pari. Si siede di nuovo all’ombra della quercia. Lo gnomone pare inchiodato sull’ora nona. Deve aspettare ancora prima del vespro. Sente un certo languorino. “Quel impiccione del canonico Matteo mi ha fatto saltare il pranzo” e si dirige verso l’Hostaria del Caccasotto. «A pancia piena si ragiona meglio».

L’oste si frega le mani vedendo il cavalier Servente sedersi al tavolo. Ha un conto in sospeso e adesso vuol gustare la sua vendetta.

«Messere cosa posso servire?»

Il cavalier Servente lo osserva di traverso. Quel tono adulatore non gli piace. “L’oste mi vuol fregare e ripagarmi per averlo sbugiardato”.

Il cavalier Servente posa l’elmo sulla panca vicina. Toglie dal fodero lo spadone e lo appoggia al tavolo.

«Niente scherzi e avrai salva la lingua e una mano» afferma con tono minaccioso. «Una zuppa di ceci e lenticchie. Pane nero e vino buono».

L’oste arretra di qualche passo fuori dalla portata dello spadone. “Quel tanghero è capace di mozzarmi la lingua e la mano destra sul serio”. Fa un inchino. «Sarà servito subito». Il tono è di deferente rispetto.

Poi volge il capo verso la cucina. «Sartina avete sentito cosa vuole il messere? Svelta preparate la zuppa di ceci e lenticchie, perché ha fame».

In un amen sparisce in cucina.

Il cavalier Servente nel mentre si gratta in testa e trova un altro pidocchio che fa la fine del primo. “Chi abita nel palazzo del podestà oltre a lui?” e urla feroce. «Oste non fatemi spazientire. Venite qua se volete aver salva la vita».

Oste ricompare come un folletto ma a debita distanza e chiede: «Avete cambiato idea?»

Il cavalier Servente fa un cenno di diniego.

«Avete premura per pane e vino? Questi ve li porto subito. La zuppa sarà pronta nel tempo di recitare un Pater Noster e un confiteor. Non potevamo offrirvi gli avanzi dell’ora sesta. Messere, l’abbiamo preparata fresca».

Il cavalier Servente lo guarda con una grinta che metterebbe paura anche al più coraggioso dei cavalieri. «Voglio solo un’informazione e spicciatevi a dirmela».

L’oste deglutisce col pomo di Adamo che si muove in modo frenetico.

…CONTINUA…