Il giorno nei meandri – parte terza

Con questa puntata si conclude la mini indagine del cavalier Servente. Qui trovate la prima parte e qui la seconda.

Fra Braciola, la maschera nolana | ilc@zziblog

tratto da https://ilcazziblog.wordpress.com/2016/01/23/fra-braciola-la-maschera-nolana/

Buona lettura

«Veramente…». L’oste aggrotta la fronte e con la pezza infilata in cintura si deterge il sudore. “Che ne so chi abita il palazzo del podestà? A parte lui, madonna Sciffata e la tribù dei pargoli non credo che si siano altri abitanti”.

«Veramente cosa?» ribatte il cavalier Servente che col labbro tremulo sta perdendo la pazienza.

«Non mi risulta che oltre al messere podestà». Una piccola pausa per inghiottire la saliva. «Il podestà e la sua famiglia».

«Uffa» sbotta il cavalier Servente. «No mi siete di nessuna utilità. Che li ci abiti il podestà, lo sapevo già. Chiedevo se ci fossero altri».

Mentre l’oste balbetta convulso, Sartina quatta quatta mette sul tavolo del pane nero che profuma di fresco, un bricco di vetro col vino rosso e alla fine una fumante zuppa di ceci e lenticchie.

«Azz! Ma scotta» impreca il cavalier Servente che si è gettato sulla scodella per la fame.

Con gesto imperioso scaccia l’oste, a cui non par vero tornare in cucina. Mentre soffia con metodica forza sul fumo della zuppa, riflette che quella voce da eunuco che ha sentito per seconda non può essere altro che quella del podestà. “Ma un castrato come può aver procreato cinque maschi e tre femmine?” Ridacchia alla sua battuta, mentre intinge nella zuppa dei tocchetti di pane nero. «Uhm! Buona questa zuppa». Un rivolo scende da un lato della bocca, che si pulisce con un braccio. «Azz!» Si è dimenticato che indossa la cotta. Il ferro gli fa sanguinare un labbro.

Pulita la scodella con metodo tanto che sembra lavata per bene, mette due soldi d’argento sul tavolo prima di uscire. “Bene. Bene. Il ladro lo pizzico al vespro ma per il mandante ci vuole tempo”.

È l’ora della novena e il cavalier Servente si apposta in fondo alla navata. È una posizione privilegiata. Vede chi entra e chi esce e tutti quelli che partecipano alla novena. Tempo di dire un Pater Noster e un’Ave Maria e l’intera navata si riempe di vecchie beghine e fanciulle sbuffanti. “Siamo messi bene”. Sogghigna il cavalier Servente, che spalanca gli occhi per tutte quelle persone.

Uffa! Che barba. Ma che lagna. Ripetono le stesse preghiere come un cembalo rotto” borbotta il Cavalier Servente che è stanco di stare in piedi ad ascoltare le preci sempre ripetute.

Sii benedetto, o Dio,
che sei così grande,
così luminoso e così buono

Poi frate elemosiniere, quello che ha visto entrare dal podestà, inizia la questua. Si sente in mezzo alle invocazioni il tintinnio delle monete nella cesta. Il cavalier Servente allunga il collo. Vede il frate trafficare nella cesta e poi furtivo mette una mano sotto la tonaca. “Che fa? Fa la cresta? Non c’è più religione. Anche i frati rubano. Ci mancano solo loro e poi abbiamo fatto cento”.

Lo segue non visto in sacrestia. Apre l’anta dell’armadio ma non depone la cesta. Conta gli spiccioli e una manciata finisce sotto la tonaca.

«Ladro e sacrilego». Urla il cavalier Servente uscendo dall’ombra dei paramenti sacri.

Il frate si gira e sbianca. “Mi ha colto sul fatto”.

Il cavalier Servente è una furia. Estrae lo spadone pronto a infilzare il frate come un porcello sullo spiedo. Lo minaccia solo, perché è certo di ritrovare col suo aiuto il reliquario scomparso.

«Ai ladri si mozzano le mani. Ai sacrileghi si mozza la lingua». Il cavalier Servente muove lo spadone in alto e poi di lato passando vicinissimo al frate impietrito dal terrore. Lui sa di averla fatta grossa ma quei soldi gli servono per coprire dei debiti contratti con l’usuraio.

«Però io sono magnanimo». Tace per osservarne le reazioni.

«Cosa posso fare per voi, Messere?» La voce è querula e tremante.

«A chi avete venduto il reliquario?»

Il frate sembra un cencio lavato trenta volte tanto è bianco per la paura.

«Ma veramente…»

Il cavalier Servente si avvicina minaccioso puntando alle mani del frate. «Nessun ma. O voi riportate il reliquario al suo posto oppure all’ora prima voi siete senza mani e lingua» Il tono è eloquente, la voce non lascia scampo.

«Ma non posso». Mormora tremando come una foglia.

Il cavalier Servente fa una risata cattiva. Ha capito di avere in pugno chi ha rubato il reliquario e a chi l’ha ceduto. «Problemi vostri. Non dovevate prenderlo e basta. So dove trovarvi all’ora prima. Quindi frate avvisato, mezzo salvato».

Il frate elemosiniere si accascia appoggiando le spalle all’armadio. Non gli resta che andare dal podestà per implorarlo a restituire il reliquario. Conosce che il cavalier Servente le minacce le esegue. È fra due fuochi. Rimette nella cesta il maltolto e la ripone nell’armadio.

«A quel eunuco del vostro compare non posso nemmeno tagliare le palle, perché non ce le ha più. Quindi sbrigatevi perché l’ora prima è ormai prossima». Il cavalier Servente si trattiene dal ridere e continua a fare la faccia feroce. “Per il rospo della principessa nubile? Sarà un altro racconto”.

Il giorno nei meandri – parte seconda

Pensavo di chiudere qui ma non sarà così. Il 5 luglio ci sarà la parte conclusiva. La prima parte la trovate qui.

Santa Genoveffa vergine

tratto da https://www.napoliflash24.it/lalmanacco-del-12-febbraio/

Buona lettura.

Mica semplice trovare il ladro sacrilego” pensa il cavalier Servente, rimettendo l’elmo in testa.

Gli occhi gli brillano, perché doveva pensarci subito. L’indizio c’era e lui non l’ha colto al volo. Però avrebbe faticato a mettere il sale sulla coda al sacrilego. Deve farsi furbo e coglierlo sul fatto.

Solleva un sopracciglio, perché non comprende il motivo del furto. Ci deve essere un mandante che gli ha ordinato di prelevare il reliquiario.

Qui la partita si fa tosta.

«Ebbene Messere?» Il canonico Matteo lo guarda speranzoso. «Ha capito chi sia il ladro?»

Il cavalier Servente sorride sotto l’elmo che mostra solo gli occhi.

«Mi lasci lavorare senza disturbarmi con le vostre chiacchiere».

Il tono brusco del cavalier Servente raggela il canonico Matteo, mentre il prevosto sembra avere riacquistato l’uso della parola.

«Non volevo metterle fretta ma…» e il canonico Matteo si blocca. Il giorno dopo è il ventuno e il reliquario non è ancora rintracciato.

«Mi dica signor prevosto, quando è la prossima novena?» dice ignorando il tono lamentoso del canonico Matteo.

Gli volta le spalle e guarda il prevosto Sigfrido che trema come una foglia.

«Al vespro Messere» sussurra con un filo di voce.

«Bene» e senza aggiungere altro se ne va, lasciando il povero canonico Matteo nel dubbio che la sua missione sia fallita.

Il cavalier Servente uscito dalla chiesa guarda l’orologio solare sul palazzo del vescovo, mentre lo gnomone segna l’ora nona.

«Ho tempo» borbotta mentre si avvia verso lo spiazzo tra la chiesa e il vescovado. «Se il ladro ho capito chi è. Per il mandante brancolo nel buio».

Chi può essere interessato a un reliquario più oggetto di devozione che di valore. È brutto, ingombrante e facilmente riconoscibile. L’oro è poco e le pietre dei cocci di bottiglia”.

Vede una panchina di marmo e decide di sedersi all’ombra della quercia. Sta sudando dentro la cotta e l’elmo pare una scodella sul fuoco. Non c’è un alito di vento ma almeno sta all’ombra. Assorto, tanto che sembra schiacciare un pisolino, quando scorge un’ombra furtiva che entra nel portone del palazzo del podestà. Ha una scossa come se fosse stato svegliato all’improvviso dalla puntura di una spada. “Che ci fa il frate elemosiniere dal podestà?” Si alza a fatica sferragliando con un rumore che potrebbe svegliare anche un morto. “Devo indagare”.

In silenzio, si fa per dire, infila il portone socchiuso del palazzo del podestà e ascolta un frammento di conversazione. «…Voi chiudete tutte e due gli occhi…» e poi un borbottio indistinto. «… così siamo a pari» ascolta la seconda voce diversa dalla prima.

Il cavalier Servente ritorna sui suoi passi per non farsi cogliere a origliare le conversazioni altrui. Tuttavia non sa distinguere chi ha detto di chiudere gli occhi da quello che afferma di essere pari. Si siede di nuovo all’ombra della quercia. Lo gnomone pare inchiodato sull’ora nona. Deve aspettare ancora prima del vespro. Sente un certo languorino. “Quel impiccione del canonico Matteo mi ha fatto saltare il pranzo” e si dirige verso l’Hostaria del Caccasotto. «A pancia piena si ragiona meglio».

L’oste si frega le mani vedendo il cavalier Servente sedersi al tavolo. Ha un conto in sospeso e adesso vuol gustare la sua vendetta.

«Messere cosa posso servire?»

Il cavalier Servente lo osserva di traverso. Quel tono adulatore non gli piace. “L’oste mi vuol fregare e ripagarmi per averlo sbugiardato”.

Il cavalier Servente posa l’elmo sulla panca vicina. Toglie dal fodero lo spadone e lo appoggia al tavolo.

«Niente scherzi e avrai salva la lingua e una mano» afferma con tono minaccioso. «Una zuppa di ceci e lenticchie. Pane nero e vino buono».

L’oste arretra di qualche passo fuori dalla portata dello spadone. “Quel tanghero è capace di mozzarmi la lingua e la mano destra sul serio”. Fa un inchino. «Sarà servito subito». Il tono è di deferente rispetto.

Poi volge il capo verso la cucina. «Sartina avete sentito cosa vuole il messere? Svelta preparate la zuppa di ceci e lenticchie, perché ha fame».

In un amen sparisce in cucina.

Il cavalier Servente nel mentre si gratta in testa e trova un altro pidocchio che fa la fine del primo. “Chi abita nel palazzo del podestà oltre a lui?” e urla feroce. «Oste non fatemi spazientire. Venite qua se volete aver salva la vita».

Oste ricompare come un folletto ma a debita distanza e chiede: «Avete cambiato idea?»

Il cavalier Servente fa un cenno di diniego.

«Avete premura per pane e vino? Questi ve li porto subito. La zuppa sarà pronta nel tempo di recitare un Pater Noster e un confiteor. Non potevamo offrirvi gli avanzi dell’ora sesta. Messere, l’abbiamo preparata fresca».

Il cavalier Servente lo guarda con una grinta che metterebbe paura anche al più coraggioso dei cavalieri. «Voglio solo un’informazione e spicciatevi a dirmela».

L’oste deglutisce col pomo di Adamo che si muove in modo frenetico.

…CONTINUA…

Il giorno nei meandri – parte prima

Diversi anni fa ho trovato un generatore di storie o almeno una traccia fornendo alcune informazioni.

Ne è uscito questo testo

Bruges, Anno del Signore 1215. Il reliquario misteriosamente scomparso induce un cavaliere a curiosare, ritrovandosi a indagare le ruberie del monaco tesoriere e della sua inquietante abitudine di contare gli spicci durante la novena. Chi è l’oscuro macchinatore? Chi ha rapito il rospo della principessa nubile?

Ho pensato ri prenderlo e produrre questo post e il suo seguito che pubblicherò qui il 29 giugno.

Ecco cosa ne nato.

fonte Wikipedia

Bruges, anno del signore 1215. Il giorno nei meandri

Nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo è custodito un reliquario, che ogni anno viene esposto il 21 giugno.

Il vescovo di Bruges celebra al vespro la santa messa alla presenza del Re e della Regina, che vivono nel castello di San Tommaso.

Loro siedono nel primo banco alla sinistra dell’altare maggiore. In realtà sono due scranni riccamente intarsiati con le scene dei Santi Giovanni e Paolo. Alla loro destra c’è il posto per la principessa Anna, l’unica figlia ancora nubile. Alle loro spalle siedono tutti i dignitari di corte con gli uomini da una parte e il gineceo dall’altra dietro la principessa.

Il reliquario contiene la lingua di Santa Genoveffa, sepolta nella stessa chiesa sotto l’altare maggiore. Ha una struttura trapezoidale in ferro e oro con pietre dure incastonate intorno al cerchio centrale dove si può venerare la lingua. Non è di grandi dimensioni: un piede di liutprando per una spanna di costaldo.

Il vescovo al termine della funzione lo solleva per farlo adorare dai dignitari e dal pubblico che affolla le navate. Poi si avvicina al Re, alla Regina e alla principessa Anna, affinché lo possano baciare in segno di augurio per l’anno che verrà.

Però nell’anno del signore 1215 il reliquario è sparito misteriosamente. Non si trova più nella sacrestia della chiesa dentro un armadio di noce.

Sparito, volatilizzato, gettando nello sconforto il vescovo e il prevosto della chiesa. Nessuno ha il coraggio di comunicarlo al Re, temendo la sua reazione violenta. Però la data del 21 giugno si avvicina.

«Cosa facciamo?» chiede il vescovo, torcendosi le mani alla presenza del suo seguito nella stanza dei bottoni.

Nessuno ha la ricetta giusta.

«Affidiamo le indagini al cavalier Servente» suggerisce timido il chierico Anacleto.

Gli astanti si voltano verso il giovane che diventa rosso, mentre urlando irrompe il monaco Girolomo.

«È la giusta punizione per il vostro comportamento licenzioso» strepita gettando nel panico il vescovo e il suo seguito.

Il canonico Matteo, il segretario del vescovo, si avvicina e gli sussurra: «Ottima idea, quella chierico» e si allontana uscendo in silenzio dalla stanza dei bottoni.

Il monaco continua a strepitare, finché dopo alcune parole soffocate non si sente più nulla.

Il canonico prende la ripida salita che porta al palazzo della nebbia, dove vive il cavalier Servente.

«Oh! Cavalier siamo in in bel impiccio» esordisce il canonico Matteo mangiandosi diverse parole.

«Si calmi, Monsignore…» esorta il cavalier Servente.

«No. Semplice canonico».

Un’alzata di spalle e gli occhi del cavalier Servente rovesciati verso il cielo chiudono l’accenno di polemica.

«Son qui che l’ascolto» dice bonario dando una pacca sulle spalle al canonico Matteo.

«È sparito il reliquario di Santa Genoveffa da dove era custodito. E oggi è il venti giugno» spiega tutto d’un fiato il canonico, accasciandosi sulla sedia dinnanzi al cavalier Servente.

«Tutto qui?»

Il canonico Matteo diventa strabico per la paura e la domanda del cavalier servente. «E le pare poco?»

«Suvvia. Si calmi» e presolo sotto braccio lo spinge fuori dalla sala dei sinceri.

«Mi accompagni sul luogo del delitto» dice il cavalier Servente facendo quasi ruzzolare il canonico Matteo lungo la ripida discesa che li portava al vescovado.

«Non qui» balbetta il canonico. «Nella sacrestia della chiesa».

La spada del cavalier Servente fa un rumore sordo sul gambale di ferro, mentre lui solleva un sopracciglio dentro l’elmo che nasconde mezza faccia.

Arrivati dove avrebbe dovuto trovarsi il reliquiario, il cavalier Servente osserva il battente dell’armadio. Nessun segno d’effrazione, come se qualcuno avesse usato il chiavistello per aprire la porta.

Dentro tutto vuoto a parte qualche soldino di rame sul ripiano inferiore.

Il cavalier Servente riemerge barcollando dall’armadio. Si aggiusta l’elmo andato fuori posto mentre era coricato al suo interno.

«Ma cosa custodite qui dentro?» domanda con tono inquisitore.

Il canonico Matteo imporpora, perché no lo sa. «Lo chiedo al prevosto Sigfrido. Lui lo saprà di certo».

Il prevosto si fa piccolo di fronte allo sguardo indagatore del cavalier Servente e diventa balbuziente. «Quiii… coonservoo lee ooffertee dei feedelii duurante lee nooveneee…»

Il cavalier Servente sbuffa e pensa che tutte le rogne capitano a lui. ‘Scompare il rospo della principessa nubile?’ e lo chiamano. A questo pensiero ricorda che stava indagando proprio su questo ma gli sembra più urgente il reliquiario da ritrovare.

«Oltre alla cassetta delle offerte?»

Il prevosto con la lingua arrotolata che gli impedisce di parlare corretto ha il viso paonazzo e non riesce a dire nulla.

«Ho capito. Suvvia si calmi. Mica la impalano per questo! Al massimo le mozzano la lingua da adorare al posto di quella si Santa Genoveffa che è sparita».

Il cavalier Servente si fa una grassa risata e si rivolge al canonico Matteo col viso serio. «Chi può accedere all’armadio?»

Il canonico aggrotta la fronte e poi spiega: «Oltre al prevosto, il monaco tesoriere che gestisce le elemosine e forse…» e lascia cadere il discorso.

«Ho capito. Un bel po’ di gente» e si toglie l’elmo per darsi una grattatina dietro l’orecchio scoprendo un pidocchio che finisce schiacciato tra l’indice e il pollice.

CONTINUA…

 

Alla fine tutti i ricordi si azzerano….

Vecchio racconto ripescato tra i molti file del PC.

Copertina del libro

Tutti i ricordi alla fine si cancellano. E poi restano i sogni. A quel punto, ormai soli, è a essi che affidi il fardello della tua vita. Presto non ricorderò più niente, niente a parte quella storia che tornava tutte le sere appena mi addormentavo. E’ diventata il ricordo più intimo e remoto. Risale forse all’epoca dei miei quattro o cinque anni. Scesa la notte, il buio s’infittiva nella stanza; chiudevo gli occhi e tutto ricominciava. Ero un bambino molto piccolo e uscivo di casa. Prendevo la via che portava alla scuola o fino a i giardini. Tutto era deserto. Una grande calma meravigliosa si era posta sul mondo. Nella luce di un giorno che stava finendo, camminavo a lungo ma senza fatica. Godevo della mia straordinaria leggerezza e della facilità con cui passavo tra le cose. Attraverso la città; le facciate grigie degli edifici..

Incipit tratto da “Sarinagara” di Philippe Forest, Alet (trad. Gabriella Bosco) – pagg. 266 – 17€ – ©Editions Gallimard, Paris – ©Alet Edizioni

Questa lettura era il mondo fantastico di Roberto, che si crogiolava dalla mattina alla sera in mille pensieri strambi e sognanti.

Era un ragazzone alto e magro, che frequentava l’università, dove stava seduto con lo sguardo perso nel vuoto. Prendeva appunti non della lezione che non ascoltava, ma dei suoi pensieri che sgorgavano frizzanti come la sorgente del torrente di montagna.

Riempiva l’enorme quaderno a quadretti dalla copertina con il viso buffo di un cartone giapponese, di cui non ricordava il nome, perché gli piacevano i grandi occhi sgranati e la bocca spalancata.

La sua scrittura minuta scorreva veloce sulla carta e riempiva un foglio dopo l’altro tra la curiosità dei compagni che lo osservavano stupiti a scrivere storie fantastiche.

Il cielo era plumbeo e tendeva al grigio sporco tanto da confondersi sull’orizzonte con le case. I pochi alberi spelacchiati intristivano la visuale, ma io vedevo il sole splendere sopra di me. Ero etereo, diafano come l’aria che respiravo. I miei occhi vedevano quello che gli altri non percepivano visivamente, penetrando i loro corpi e le loro menti. Captavo i pensieri più reconditi, come se fossi in grado di leggere dentro. Però spesso parlavano con una lingua sconosciuta, che veniva da lontano. Io mi beavo nella mia ignoranza perché questo mi appagava internamente.

Che importanza aveva leggere le preoccupazioni di Agnese, che non sapeva come arrivare a fine mese? Oppure conoscere le pene di amore di Ilaria, che litigava in continuazione con Giuseppe? Era bello sapere che potevo farlo, ma non lo facevo!…

Roberto si chiedeva come aveva fatto ad arrivare all’università sempre immerso nell’aria rarefatta della ionosfera.

Quando a sei anni entrò nella scuola elementare delle suore, la sua testa era altrove, perché immaginava di poter passare ovunque, anche attraverso le porte chiuse.

«Roberto» diceva la suora maestra, «cosa stai scrivendo? Porta qua quel quaderno!»

E lui manco rispondeva, mentre continuava a scrivere. Alla fine dell’anno, la suora preside disse a sua madre: «Sarà intelligente, saprà anche scrivere, ma lui non è presente con la testa. Forse è meglio che lo iscriva alla scuola pubblica. Lì riuscirà benissimo».

Anna, la madre di Roberto, guardò rassegnata la suora preside, mentre pensava che rimaneva con il cucchiaio della minestra a mezz’aria per tutto il tempo del pranzo. Non sentiva le sue suppliche e della nonna. “Cosa possiamo fare?” rifletteva sconsolata per il suo atteggiamento. “Non riusciamo a farlo scendere sulla terra. Nella scuola pubblica riuscirà a non essere il dileggio dei compagni?” Poi rispose che contavano su loro, ma adesso avevano capito che era una battaglia perduta.

Non andò meglio nella elementare Montessori, dove fu la croce e la delizia del maestro e dei compagni. Però lui era abilissimo e sempre pronto nelle interrogazioni. Tutti erano a bocca aperta, perché Roberto sapeva scrivere e fare di conto meglio dei compagni. “Come fa a essere così bravo, se non ascolta, non partecipa alla vita di classe?” si domandava Bernagozzi, il maestro pelato e un po’ panciuto, che non sapeva se ridere o piangere.

Alla media Tasso fu ancora peggio, perché scriveva solo sul quaderno col cartone giapponese e faceva atto di presenza alle otto e un quarto al suono della campanella di entrata. Poi spariva nel suo mondo fantastico popolato di visioni coi volti familiari dei cartoni.

Certo sono nel mondo di Disney a cercare il cartone perduto. Paperino è simpatico, ma è troppo triste, perché perde sempre. Gastone mi sta antipatico perché la fortuna sorride sempre e solo con lui. Non riesco trovare un cartone simpatico e normale…

Giuditta, compagna di banco rossa di capelli e dalla lingua sciolta, aveva provato a distogliere Roberto dal suo mondo, parlando in continuazione e domandando cosa scrivesse.

«Muh!» era l’unico mugolio di risposta e lei di rimando: «Non parli? Sei muto? Eppure senti e hai scritto una montagna di fogli».

L’anno dopo Giuditta chiese e ottenne di andare in banco con Paolo, perché almeno quello parlava e la ascoltava.

I compagni erano terrorizzati al pensiero di finire in banco con lui, che biascicava solo «Buongiorno, ciao, mi chiamo Roberto, ho fame» e poche altre parole.

Stare acconto a lui nel banco era la morte civile e rischiavano di intristirsi troppo.

I compagni chiesero di essere esonerati e di stare lontano dall’appestato, perché l’avevano bollato in questo modo.

Anche la media Tasso fu lasciata alle spalle con l’esame di terza superato col massimo dei voti tra stupore e incredulità di tutti.

Era indeciso tra il liceo classico e lo scientifico, perché eccelleva in tutto, ma alla fine optò per il Roiti per la matematica.

Giuditta lo seguiva come un’ombra, anche se accuratamente evitava di pestare quella di Roberto. Era innamorata cotta di questo lungagnone dall’aria trasecolata che sapeva sempre tutto e non sbagliava un compito in classe. Le tentò tutte per farsi notare, ma forse sarebbe riuscita a commuovere il busto di Dante che troneggiava all’ingresso del liceo e non lui, che scriveva sempre in silenzio.

Eppure è un bel ragazzo!” pensò. “Però mi sembra tonto perché non mi degna di uno sguardo!”

Furono cinque anni di passione, poi alla fine convenne che non era il suo tipo e ripiegò su Fabrizio, un ragazzo meno interessante di Roberto, ma che era dotato di parola e sapeva pure baciare!

Susie e il sogno di fine anno – parte seconda

La prima parte la trovate qui.

Buona lettura.

tratto da https://www.britannica.com/place/West-Yorkshire

Dell’abitazione non era rimasto in piedi nessun asse e un corvo nero stava appollaiato su quelle macerie.

“Nemmeno da morto, quel furfante, mi è d’aiuto. Mi lascia del legno marcio che è crollato come un castello di carta. Del contenuto non è rimasto nulla. Né mobilio, né stoviglie. Solo un corvo nero”.

Si sedette affranta sul ciglio bagnato del viottolo e cominciò a riflettere sulla sua situazione, che non le appariva rosea.

Delle quattromila sovrane non ci sono tracce. Anzi sembrano più un ultimo dispetto di quel vecchio brigante di mio fratello. Quasi a voler sbeffeggiarmi per l’ennesima volta. Non so come rendere le quattro sterline chieste in prestito. Qui c’è solo legno marcio nemmeno adatto a bruciare nella stufa. I famosi attrezzi sono arrugginiti e inservibili. Vecchio taccagno mi perseguiti anche da morto”.

Detto questo si alzò infreddolita e si avvicinò alle macerie con aria afflitta e sconsolata.

«Non c’è nessuno in casa» udì di nuovo. Si guardò intorno ma vide solo quell’uccellaccio nero del malaugurio, che camminava sul pavimento di quella che una volta era la stanza da pranzo. «Eppure è la stessa voce di ieri sera» esclamò per darsi coraggio, mentre quel «Non c’è nessuno in casa» veniva ripetuto con monotona cadenza.

Stava per andarsene delusa ma ci ripensò. “Prendo l’unico oggetto rimasto e lo vendo al reverendo White per pareggiare il debito”. Si diresse verso il corvo per metterlo nella borsa, quando l’uccello spiccò il volo posandosi nel punto dove stava una sedia sfondata.

«Non c’è nessuno in casa» ripeté con la sua voce sgraziata e roca.

«Fermati, bestiaccia» intimò Susie avvicinandosi con circospezione per non farlo volare via di nuovo. Il volatile saltellò sul pavimento, reiterando «Non c’è nessuno in casa». Cominciò a beccare una piastrella lurida del pavimento, che aveva goduto migliori fortune in passato.

La donna rimase interdetta. “Cosa mi vuol dire, questa bestiaccia?” Mentre con gli zoccoli di legno passava sul punto dove si era fermato il corvo, la sentì risuonare fessa come se sotto ci fosse un vuoto. «Non c’è nessuno in casa» ripeté prima di dare colpi di becco su quella accanto. Batté con la nocca indolenzita dal gelo e udì lo stesso rumore rotto dell’altra. Si guardo intorno alla ricerca di un oggetto da usare per togliere le due piastrelle, trovando solo un vecchio coltello arrugginito.

Lavorando con le mani dure dal freddo sul bordo, sollevò le due piastrelle senza scorgere nulla sotto a parte del terriccio nero e fangoso.

«Cosa dovrei trovare?» affermò con la delusione dipinta sul volto, rivolgendosi all’uccello. «Non vedo nulla. Solo terra e fango».

«Non c’è nessuno in casa» e cominciò a razzolare con le zampe nell’apertura.

«Devo scavare?» domandò, usando le mani per togliere il terriccio. Dopo un po’ incontrò i bordi marci di quello che un tempo era stata una cassetta di legno, che si sbriciolò in un amen. Al suo interno c’erano dei dischetti neri come la pece e tutti appiccicosi. Ne estrasse uno, che pesava qualche oncia e lo guardò con curiosità. Toccandolo la mano, le rimase quel nero sulle dita mentre, dove era stato tolto lo sporco, luccicava di un colore giallo.

La donna stava per gettarlo dove l’aveva trovato delusa e intirizzita dal freddo della mattina, quando provò a strofinarlo con un cencio che affiorava tra le assi marce. Quello strato appiccicoso veniva via lasciando il posto all’effigie della regina Vittoria.

«Per Diana!» esclamò, osservando quel lucore dorato. «È una sovrana!» e cominciò a pulire anche gli altri dischetti, che mostrarono il profilo della regina.

Ne contò quattromila che ripose con cura nella borsa.

«Quel furfante di mio fratello ha risparmiato il penny della risposta per regalarmi queste sovrane» esclamò gioiosa, mentre accarezza le piume nere del corvo.

«Andiamo» gli disse. «Torniamo a casa» e ripresero la strada del ritorno.

Era il 30 dicembre quando entrò nella casa di Goole Fields con la borsa pesante per le monete d’oro e con il corvo, che ripeteva in continuazione «Non c’è nessuno in casa».

Il giorno dopo si recò in banca a depositare le sovrane. Tornata a casa, rilesse la lettera dei notai e scoprì che il corvo aveva un nome Georgie.

«Bene, Georgie. Ora so come ti chiami» esclamò contenta con un bel sorriso sulle labbra.

Qualche giorno dopo tornò nuovamente a Bishop Wilton per vedere se c’era qualcosa d’altro da prendere. Urtando quello che rimaneva di una vecchia credenza, fece affiorare una busta ingiallita dal tempo, gonfiata per l’esposizione all’umido del tempo e parzialmente rosicchiata dai topi. Susie la raccolse incuriosita e l’aprì a fatica per non ridurla in mille briciole. C’erano due fogli scritti a mano con molte parti illeggibili, perché l’inchiostro con l’umidità aveva sbavato. A fatica lesse le parti ancora integre e scoprì la storia di Georgie.

Jackie si era imbarcato su un veliero diretto verso le Indie. “Non sapevo che il vecchio manigoldo era stato anche un marinaio” pensò, interrompendo per un attimo la lettura. Sbarcato a Calcutta, aveva acquistato nella piazza del mercato per tre rupie il corvo da un vecchio cencioso e nero come l’uccello. «Ti porterà fortuna Georgie. Trattalo bene e non te ne pentirai. Quando muori, se lo donerai col cuore a un’altra persona, anche questa sarà benedetta dalla fortuna». Lesse queste parole sul foglio. Poco oltre lesse ‘quattromila sovrane’, mentre il resto era reso illeggibile dall’acqua.

«Ecco spiegato il motivo della presenza di Georgie in questa casa» disse, mentre accarezzava le piume nere del corvo, che continuava a ripetere con monotonia «Non c’è nessuno in casa».

Ritornata a Goole Fields, nei mesi seguenti fece sistemare la casa, dove visse fin in tarda età con il corvo Georgie senza problemi economici.

Sentendo approssimare la morte, chiamò John, il figlio del reverendo White, che era subentrato nella cura delle anime del villaggio al padre, per fare l’ultima confessione prima di morire. Gli raccontò delle sovrane, del corvo e della sua storia, prima di morire col sorriso sulle labbra. Il reverendo stava uscendo dall’abitazione, dopo aver impartito l’ultima benedizione alla vecchia Susie, quando udi «Non c’è nessuno in casa» ripetuto due volte. Si voltò stupito e vide stramazzare a terra stecchito il corvo Georgie. Non voleva credere ai suoi occhi. Entrambi se ne erano andati insieme.

Arrivato in parrocchia, trascrisse il racconto di Susie per non dimenticare nulla di questa storia singolare.

Molti anni più tardi Angela, la figlia del reverendo John White, trovò lo scritto del padre, che lesse con curiosità. Decise di andare a Bishop Wilton per verificare se era come aveva raccontato la donna. L’esito del sopralluogo non fu dato di sapere ma alcune voci dicono che tutto era rimasto come quella mattina del 29 dicembre 1908.

FINE

 

 

Susie e il sogno di fine anno – parte prima

tratto da https://www.conexaolusofona.org/corvo-indiano-ameaca-saude-de-mocambicanos/

Era un lunedì il 28 dicembre del 1908. La sera calava sul villaggio di Goole Fields nella contea dello Yorkshire. Susie Brighton, una donna ormai matura e sfiorita nella bellezza per i molti patimenti, si accingeva ad andare a letto nella sua casupola fredda e piena di spifferi gelati, posta ai margini del paese.

Il fuoco era spento da un paio d’ore, perché doveva centellinare carbone e legna. «Devono durare per altri dieci giorni, finché non riceverò il pagamento dei panni lavati» borbottò mentre si toglieva una maglia di lana grezza per indossare il camicione di cotone pesante per la notte. Era intenta in questa operazione delicata da svolgere in tutta fretta, quando sentì un bussare imperioso alla porta e vide scivolare all’interno una busta umida di neve. Aveva nevicato per tutto il giorno ma poi un vento gagliardo aveva scacciato tutte le nuvole dal cielo lasciando posto alle stelle, mentre la temperatura calava.

“Chi sarà colui che mi scrive sul finire di quest’anno orribile?” si disse mentre si avvicinava alla porta intirizzita dal freddo. Era rimasta con un paio di mutandoni di lana che graffiavano la pelle arrossata e screpolata dal gelo e una sottoveste piena di rammendi, che pareva uno stendardo dopo una battaglia campale. I piedi nudi infilati negli zoccoli di legno erano pieni di dolorosi geloni, che dolevano terribilmente. Per questo motivo non osava mettere le calze per il timore che aderissero alle pustole rosse e gialle, trasformando il calore in dolore.

Raccolse la busta, prima di indossare la camicia da notte, tremando dal freddo. Sistematasi sotto le ruvide lenzuola di canapa grezza, tenne accesa la candela per leggere lo scritto. Sul frontespizio spiccava il simbolo dello studio notarile Blegg&Monk della città di York. La cosa le apparve immediatamente insolita, perché non riceveva comunicazioni dai notai.

“Cosa vorranno da me?” si domandò curiosa, mentre rompeva il sigillo posto sul retro. “Non ho parente prossimi o lontani dai quali ereditare qualcosa. Semmai potrebbero esserci ingiunzioni di pagamenti”. Spiò il contenuto della busta: un foglio color avorio di carta spessa ed elegante scritto con bella calligrafia. “O almeno penso. Non so se mio fratello Jackie sia ancora in vita. Anche quest’anno gli mandato il solito biglietto di auguri ma taccagno com’è ha risparmiato il penny della regina Vittoria pur non rispondermi”.

Avvicinò la luce della candela per leggere meglio lo scritto, anche se l’operazione si preannunciava difficoltosa, perché faceva fatica a seguire i bei paroloni che erano abituati a usare.

Gentile Signora Brighton, abbiamo avuto il compito di annunciarle la dipartita di vostro fratello Jack Brighton in data …’

«Finalmente il vecchio Jackie ha deciso di andarsene» esclamò interrompendo la lettura. «Quel furfante taccagno mi ha nominata erede delle sue fortune. Una casa a Bishop Walton, degli attrezzi di lavoro, un corvo indiano …».

Fece una pausa prima di riprendere la lettura. “Che me ne farò di un uccello? Lo venderò subito ma a chi? Forse al reverendo White”. Un’altra sosta nella lettura. “… una vanga, una stalla, dei sostegni per … Ma questo elenco non finisce mai!”

Susie si stava spazientendo nel leggere quella lunga lista dettagliata di oggetti, che poco la interessavano, finché non arrivò alle righe finali. ‘… e la somma di quattromila sovrane. Vi preghiamo di venire al più presto presso il nostro studio in Main Street, 16 a York. Distinti saluti’ e due grandi svolazzi stavano sul fondo del foglio.

La donna ebbe un sobbalzo e rilesse le ultime righe ‘e la somma di quattromila sovrane‘, mentre un sorriso gli illuminò lo scarno viso. “Il vecchio furfante ha accumulato una bella fortuna! È stato in vita sua un gran taccagno! Ma ha accumulato una bella sommetta!” Ripiegata con cura la missiva, la mise sotto il guanciale di piume d’oca. In meno che non si dica si addormentò felice, come non le capitava dal primo giorno di vita. Un bel sonno senza tanti sogni come era abituata nelle notti precedenti la condusse fino all’ora di alzarsi.

La mattina seguente presa una piccola sporta con dentro alcuni indumenti si recò dal pastore del villaggio, il reverendo Peter White, per perorare un prestito di quattro sterline, prima di partire col treno verso York.

Alle prime ore del pomeriggio si presentò al cospetto dei notai, che la fecero accomodare nel loro studio riccamente arredato. Susie si sentiva impacciata di fronte ai due signori vestiti con ottimi panni di lana pregiata dal taglio impeccabile, mentre lei indossava un vestito e uno scialle consunto e logoro per il troppo uso.

«Signora Brighton» esordì uno dei due notai, che si era presentato senza che lei memorizzasse il nome. «Abbiamo verificato la lunga lista dettagliata del testamento di vostro fratello senza trovare traccia delle sovrane. Le consigliamo di recarsi nell’ufficio postale di Bishop Walton per chiedere se per caso siano depositate presso di loro le monete».

Susie sbiancò in viso a quell’annuncio, domandandosi come avrebbe restituito il debito al reverendo White. I due notai la congedarono senza aggiungere altro. La donna decise di proseguire il viaggio verso il villaggio del fratello, prendendo l’ultimo treno giornaliero che si fermava lì per verificare di persona cos’altro aveva ereditato in attesa che il giorno seguente il Post Office aprisse i battenti.

Era notte inoltrata quando scese dalla carrozza trovando solo un cane nell’atrio della stazione.

“E ora che faccio?” si domandò guardandosi intorno. “Non c’è anima viva in questo paese del quale ignoravo l’esistenza”. Stringendo al petto la borsa, come se fosse un bene preziosissimo, si avviò verso il centro del villaggio, dove finalmente incontrò un vecchio che fumava una pipa intagliata a mano fuori dall’uscio di casa.

«Buon uomo» lo apostrofò Susie, avvicinandosi.«Sapete dove si trova la casa di Jack Brighton?»

L’uomo strinse gli occhi acquosi per meglio inquadrare chi gli stava ponendo questa domanda.

«Certamente che lo so. È fuori dal paese” rispose dopo aver dato una lunga tirata. «Seguite quel sentiero fino al limitare del bosco. Sulla destra troverete la casa. Ma voi chi siete?» domandò curioso.

«Sono la sorella. Il buon Jackie …» e fece una sosta. «Il buon Jackie è passato a miglior vita e mi ha nominato sua erede».

Il vecchio si strinse nelle spalle e continuò a fumare, ignorando gli sguardi della donna, che non trovò di meglio che riprendere il cammino seguendo le indicazioni ricevute. Fortunatamente la serata era limpida, a parte un accenno di nebbiolina fumante che saliva dalla campagna. Il viottolo era a malapena illuminato da una mezza luna, ghiacciato e pericoloso, tanto che Susie più di una volta rischiò di trovarsi col fondoschiena per terra. Camminò per un tempo che le apparve infinito finché sulla destra non vide comparire una costruzione. Sgranò gli occhi: le apparve fatiscente.

«Quel vecchio taccagno mi ha lasciato quattro assi marce. Basta un colpo di vento per farle crollare» esclamò per rincuorarsi, mentre nuvole di alito gelato si condensavano in mille gocce di ghiaccio davanti alla sua bocca.

Si avvicinò alla porta che pareva stare sui cardini solo per miracolo e bussò con energia. «C’è qualcuno?» urlò a pieni polmoni. «Non c’è nessuno in casa. Non c’è nessuno in casa» udì di rimando attraverso le assi che chiudeva l’ingresso. Era una voce roca e quasi disumana quella che aveva percepito. Incredula ripeté la domanda, ottenendo la medesima risposta. Spaventata a morte, si allontanò il più velocemente possibile tornando sui suoi passi verso il villaggio, perché non comprendeva chi abitasse in quella casa che appariva disabitata.

“Forse è qualcuno che si è installato in quelle quattro assi e mi vuole incutere terrore. È stata un’imprudenza la mia” rifletté forzando l’andatura. “Cerco un alloggio e torno con la luce”.

Rientrata in paese col cuore in gola e il fiatone grosso, vide un insegna Locanda del corvo nero. Entrò e prese una stanza per la notte, dove dormì tra incubi e sogni terribili, sentendo nelle orecchie quel orribile suono ‘Non c’è nessuno in casa’.

Sul far dell’alba, pagato il conto, riprese il viottolo verso la casa del fratello ma arrivata a cento yarde si fermò a bocca aperta.

…continua

Dal diario di uno scrittore – luglio 1962

Ho ripescato questo altro frammento mai pubblicato. Buona lettura.

bei tempi – foto personale

Avevo finito l’esame di maturità scientifica il 18 luglio del 1962 ed ero stremato per la grande calura e lo stress nervoso di quattro scritti tosti e otto orali non meno impegnativi. In quegli anni si portavano tutte le materie senza eccezione. Come da copione erano cambiate le regole a metà anno scolastico: anziché l’ultimo, come era stato in precedenza, il programma era costituito dagli ultimi tre. Naturalmente fu una corsa contro il tempo, perché riesumare e preparare anche i due precedenti non era uno scherzo.

Il caldo quell’anno cominciò a picchiare duro già ad aprile. A maggio sembrava di essere in agosto. Giugno e luglio furono tremendi. Si annaspava nell’afa umida di Ferrara, boccheggiando dopo le dieci di mattino fino alla sera alle otto. Così con altri tre compagni decidemmo di studiare nel mio giardino all’ombra di un grande sicomoro dalle sei alle undici e nel pomeriggio dalle cinque alle otto. Alle nove ero già a letto. Un’autentica maratona per essere pronti il primo luglio a cominciare con lo scritto d’italiano. Per gli orali tutti i maturandi del Liceo Scientifico erano stati divisi in due gruppi in stretto ordine alfabetico. Uno avrebbe iniziato con le materie letterarie (italiano, latino, storia e filosofia), l’altro quelle scientifiche (matematica, fisica, lingua straniera – tedesco o inglese -, scienze). Io ero l’ultimo del primo gruppo e ovviamente fui anche l’ultimo a finire. Qualcuno potrebbe pensare che avevo avuto fortuna sfacciata essere l’ultimo. In realtà mi sono macerato dalla tensione per due motivi: il primo non ho mai amato aspettare perché mi toglieva concentrazione, il secondo gli argomenti delle interrogazioni si restringevano sempre di più rischiando di beccare quelli più ostici.

Comunque per farla breve il 18 finì brillantemente scritti e orali, ottenendo la media del sette come esito finale. Ero soddisfatto perché avevo migliorato la media di ammissione che era appena sopra il sei. Inoltre tenendo presente che il top era l’otto, il mio sette era un’eccellenza.

Come premio mi concessi una vacanza di una settimana a Auronzo. Era la prima volta che andavo tutto solo via da casa. Erano altri tempi allora, perché i genitori ti tenevano al guinzaglio. Organizzai tutto in fretta: biglietto del treno per Calanzo, prenotazione di una stanza a Auronzo. A Calalzo i genitori di un amico mi avrebbero recuperato per portarmi nella località di soggiorno.

Eccitato, frastornato dalla fine degli esami ed emozionato dall’imminente viaggio sbagliai tutto. Dissi che sarei arrivato alle quattro del pomeriggio ma in realtà giunsi molto più tardi.

Ma procediamo con ordine.

Il 21 luglio, il giorno del mio compleanno, presi il treno a Ferrara col mio scarso bagaglio per scendere a Padova, dove poco dopo dovevo prendere la coincidenza per Calalzo. Però non avevo messo in conto la mia passione per la scrittura che mi tradì. Scrivevo in quell’epoca poesie perché di prosa non riuscivo a mettere insieme più di dieci righe arenandomi mestamente subito dopo. Solo dieci anni più tardi riuscì a mettere mano a un racconto ma non divaghiamo troppo su argomenti non pertinenti.

Dunque salito in treno mi immersi a scrivere e rileggere poesie estraniandomi dal mondo circostante. Quando ero concentrato, rumori e suoni, parole e persone sparivano dal mio orizzonte, svanivano come i sogni all’alba. La mia situazione era come se fossi in una bolla, isolato fisicamente e psicologicamente dal resto del mondo.

Cominciai a scrivere una serie di poesie ricordando il primo grande amore vecchio di un qualche anno, durato lo spazio di un’estate. Si chiamava Doriana, una ragazzina di tredici anni, secca come uno stecco e acerba come una mela verde. Avevo quattro anni di più. Grande amore? Forse no, grande infatuazione da parte sua, meno da parte mia. Io stravedevo per la sorella maggiore, mia coetanea, che invece non mi degnava di uno sguardo. Però tra alti e bassi passammo un’estate che non avrei dimenticato. Grandi litigi e dolci riconciliazioni erano quasi fatti quotidiani. Primi baci furtivi nel giardino al buio condivano quasi immancabilmente le nostre serate, che trascorrevo con lei nella sua casa. I genitori non ostacolavano la nostra storia e fingevano di non vederci abbracciati nell’oscurità. Però eravamo troppo diversi perché potesse durare. La giovane età, le inclinazioni differenti, le personalità poco disponibili furono un fardello troppo gravoso da portare e con l’autunno tutto finì.

Il dondolio ritmato del treno favorì il riemergere di questi ricordi.

Durante il viaggio ne scrissi una decina di poesie tutte dedicate a lei.

Il carattere scorbutico e a tratti più spine che rose mi avevano suggerito questa che la ritraeva come la vedevo col filtro dei ricordi.

Poesia n.ro 1

Tu sei selvaggia e spinosa,

tu sei indomita e fiera:

non t’appassire ora,

perché bella è per la vita ora.

Fiore di serra incolto,

fiore di campo disadorno

rifiorisci alla dolce aria

della fresca e odorosa Primavera.

Però la personalità decisa, graffiante, nonostante i soli tredici anni, era stata una spina nel fianco, un motivo di tante baruffe che poi si concludevano con una pace provvisoria. Un’autentica gattina pronta a graffiare e farsi coccolare.

Poesia n.ro 2

Quando tu graffi,

quando tu fai le fusa,

sei come una gatta,

che incanta.

Quando tieni il broncio,

quando sorridi,

sei come il sole

che gioca lassù fra le nubi.

Immerso nella scrittura e nel recuperare frammenti di memoria, la stazione di Padova passò senza che me ne accorgessi e io arrivai a Venezia dove la coincidenza per Calalzo era un paio d’ore dopo e con un viaggio molto più lungo. Allora non c’erano i telefonini per avvertire che sarei arrivato molto più tardi del preventivato ma le vecchie cabine rosse di Sip che funzionavano a gettoni.

«A chi avrei telefonato?» mi domandai inquieto senza trovare una risposta, mentre ero seduto in attesa del treno.

Per amore della scrittura rischiavo d’impantanarmi a Calalzo senza la certezza di trovare un mezzo per arrivare ad Auronzo. Con l’incoscienza dei miei diciannove anni decisi lo stesso di proseguire anche se avessi dovuto fare l’autostop per giungere a destinazione. Davo per scontato che le persone che mi aspettavano, non vedendomi, se ne sarebbero andate senza di me..

La linea Venezia – Treviso – Belluno – Calalzo non era elettrificata ma era percorsa da un vecchio treno a vapore. Coi finestrini rigorosamente chiusi per non respirare la polvere di carbone che dispensava con grande generosità mi sembrava di essere in una fornace, tanto era il caldo all’interno del vagone. Dure panche di legno non invitavano a scrivere, anche perché la paura di sbagliare e di ritrovarmi chissà dove era troppo forte per estraniarmi dal mondo. Non avevo la certezza che quel vagone proseguisse per la destinazione finale, essendo prevista una sosta a Conegliano per il cambio del locomotore.

Osservai la pianura veneta riarsa dal sole mentre la mente continuava a vagare tra i ricordi di quell’estate che pareva lontana e sbiadita dal tempo. Mille nuove parole sgorgavano nella testa ma non avevo voglia di fissarle sulla carta, perché dovevo rimanere vigile e attento alle stazioni, agli annunci.

Erano quasi le nove di sera quando stanco, affamato scesi alla stazione di Calalzo, dove quei signori mi stavano aspettando pazientemente.

Ho sbagliato treno” dissi candidamente.

Questo era l’ultimo della giornata” risposero sorridenti.

La vacanza era cominciata ma le avventure non erano ancora finite.

Dal diario di uno scrittore – agosto 1963

È un vecchio racconto e lo ripropongo.

foto personale

Il clandestino che hai a bordo e segue ogni tuo viaggio, che non vedi, ma avverti sottocoperta, si aggira come una spia per la nave, sale e scende dai boccaporti, fruga in cambusa, s’intrufola in tutte le cabine, lascia impronte ovunque. Viaggiate insieme, per mari scarlatti, per isole verdi.

Mi sono abituata alla tua occulta presenza. Narratore o poeta. Non posso fare nulla. Tu guidi la nave dove vuoi. Ma chi è Lei?

Leggevo queste poche righe, lasciate da un anonimo commentatore, la Musa che mi seguiva silenziosa nelle mie scorribande sul web, e mi domandava «Chi è Lei?».

Richiesta inutile perché sapevo perfettamente chi era lei. Come non potevo conoscere chi era lei? Solo uno stolto avrebbe potuto pensare il contrario.

La mente ritornò indietro nel tempo, riavvolgendolo fino a quel periodo che mi riusciva solo scrivere versi senza affanni, mentre il resto era una sofferenza senza fine, un motivo di sforzi senza senso.

“Perché la Musa mi chiede ‘chi è Lei?’” rimbalzò di nuovo il quesito nella mente, mentre ricordavo quell’estate lontana.

“Ma non v’è dubbio, né incertezza su chi è Lei: è colei che da una vita mi accompagna nella buona e nella cattiva sorte”.

Erano giornate di agosto dove il caldo impedivano di svolgere qualsiasi fatica senza finire inzuppati di sudore mentre le zanzare punzecchiavano dolorosamente le braccia e le gambe scoperte. Il monotono ronzare, una fastidiosa musica, di quegli insetti pungenti accompagnava il rumore di un ventilatore, che vorticava incessante per mitigare l’afa.

Immobile nella calura, seduto alla scrivania aprì il quaderno dalla copertina rossa dai fogli mobili un po’ ingialliti dal tempo, sul quale cominciai a scrivere alcuni versi con la mia scrittura rotonda e elegante che col nero di china spiccava netta sulle linee azzurrine. Era il posto dove segretamente appuntavo le mie poesie un giorno dopo l’altro, raccogliendo i miei pensieri.

In quei giorni la mia attenzione era dedicata a lei che conoscevo da poco ma che mi aveva già stregato.

Hai gli occhi azzurri

di un azzurro meraviglioso

che invitano a ricordare.

Quanti ricordi si destano in me,

ricordi che mai potrò dimenticare,

perché mi consentono di vivere felice ora.

Il ricordo è un sogno

e come tale voglio viverlo!

Vorrei vivere per ricordare

tutti quei ricordi belli

e vorrei scacciare

tutti quei ricordi amari.

Ah! Se potessi.

Mettevo nero su bianco le sensazioni che avevo provato qualche mese prima e che mi avrebbero cambiato la vita.

Il flusso dei ricordi sgorgò prepotente e mi lasciai cullare da questi.

Era una calda giornata di giugno quando la vidi per la prima volta. Era il mio Clandestino delle righe iniziali, che poi tanto clandestino proprio non era. Immediatamente scoccò una scintilla, che nessuno dei due percepì in quel istante ma che accese il fuoco dentro di noi, ma continua ad ardere.

Ci eravamo conosciuti per interposta persona, che aveva fatto da messaggero. Come? Decantando le sue doti prima a me poi le mie a lei. Mi diceva che era una meravigliosa fanciulla dagli occhi azzurri. Una minuscola fatina che avrebbe meritato di essere conosciuta. A lei disse che ero un bellissimo ragazzo dallo sguardo magnetico.

«Ma le mie erano doti o solo adulazione? Non lo saprò mai».

Quello che ci unì fu un messaggio che arrivò tramite il telefono, perché noi eravamo incerti e dubbiosi su quello che ci proponeva. Era una presa in giro per burlarsi di noi oppure era sincero perché credeva che potesse nascere una relazione. Erano questi i dubbi che assalivano e frenavano a parlarci in maniera diretta.

Fu una telefonata di una mattina di giugno che ebbe il potere si sbloccare questa situazione al limite dell’assurdo. Iniziò titubante da parte mia. Mi piaceva guardare negli occhi la persona che colloquiava con me ma non si poteva, perché era nascosta dietro una cornetta del telefono. Così cominciammo a parlare dapprima sommessamente, poi sempre più fitto ad alta voce fino a diventare un suono squillante senza incertezze.

Dopo la prima ne arrivarono delle altre, perché allora era un epoca antica senza SMS e mail. Nei giorni seguenti lunghe chiacchierate erano tese a capire se era possibile avviare un discorso che stentava a decollare perché sentivamo solo la nostra voce ed avevamo timore che celasse un inganno.

Alla fine mi decisi: “Si, va bene. È quella che fa per me” e l’aspettai alle diciassette e trenta sul portone dove lavorava. Fu sorpresa, ma non troppo, così dava da intendere, quando mi vide con i pantaloni bianchi e la maglietta di un carota intenso.

Lei era vestita leggera con un abito azzurro a fiori bianchi e disse solo: «Ciao» mettendosi lieta al mio fianco.

Era dunque la mitica fatina tanto decantata? Era questo il pensiero che prendeva corpo dentro la mente. La risposta era positiva. Quegli occhi azzurri mi avevano incantato. Dunque il messaggero non aveva mentito.

Cosa ci dicemmo mentre sotto il sole di quel pomeriggio inoltrato andavamo per le strade deserte, incuranti del caldo e della luce accecante? Avrei voluto rammentare quel primo dialogo fatto di frasi insicure ed esitanti, che ci scambiammo tra pause e tentennamenti ma era del tutto inutile. Non l’avrei mai ricordato. Avevo presente solo gli occhi luccicanti che mi osservavano e mi scrutavano per carpirmi i sentimenti e le emozioni. Eravamo alla ricerca di scoperte che solo più tardi sarebbero diventate realtà senza che nessuno dei due avvertisse cosa passava nelle nostre menti in quegli istanti.

Eravamo impacciati e cauti nel esprimere quello che avvertivamo dentro di noi, mentre le parole stentavano di uscire come se avessimo paura di quello che avrebbe potuto succedere dopo questo incontro.

Sull’angolo di una strada una venditrice di lupini ci offrì due imbuti di carta gialla con dentro tanti piccoli semi bagnati e salati, che piluccammo tra una chiacchiera e l’altra. Passò il tempo fino al momento del distacco, che preannunciava un arrivederci a domani non detto ma trasmesso in silenzio.

Ecco dove stava la forza del pensiero e la voglia di rivedersi.

Una bella scoperta…

Immagine non disponile

In questi giorni di paure, epidemie e pandemie ho letto un paio di settimane fa un articolo di giornale dove si citavano libri e film su epidemie e pandemie mondiali. Una bella lista, compreso I promessi sposi di buona memoria.

Però spiccava un autore, per me sconosciuto ma credo anche per molti, Dean Koontz che nel lontano 1981 aveva pubblicato il romanzo “The Eyes of Darkness: A gripping suspense thriller that predicted a global danger…“. Questo parlava di Wuhan, dove era stato creato un coranavirus che avrebbe provocato una pandemia mondiale nel 2020. Niente di più profetico! Mi riservo di tornare su questo romanzo.

Incuriosito, si sa che gli orsi sono curiosi, ho fatto un passaggio su Amazon per valutare questo autore. Quel libro era in attesa di pubblicazione, 20 marzo, tradotto in Italia da Fanucci editore, una casa editrice attiva sul genere noir o fantasy dal lontano 1971, quando Sergio Fanucci l’aveva fondata. Molti titoli in inglese, come è ovvio, una dozzina in italiano. Nel 2006 e anni seguenti Sperling&Kupfer ha pubblicato una mezza dozzina di testi di questo autore. Poi un periodo di silenzio e nel 2017 e 2018 Fanucci ha tradotto e pubblicato una trilogia avente come protagonista Jane Hawk e infine all’inizio di quest’anno Abisso la traduzione italiana del testo del 1981.

Nell’attesa di vedere l’uscita di questo testo profetico, visto che il primo della serie di Jane Hawk costa solo 0,99 euro (formato ebook) ho deciso di testare l’autore.

Ottima scelta. Sono rimasto entusiasta. Dean Koontz scrive bene, merito anche di una traduzione eccellente, riesce a tenere sulla corda il lettore con un ritmo notevole. Non ci sono pause perché il ritmo è incalzante.

Senza spoilerare molto descrivo in breve il romanzo.

Jane Hawk è un agente FBI in congedo alla ricerca di chi ha costretto il marito Nick al suicidio. Durante le indagini private pesta i calli a molti potenti e scoperchia un vaso di Pandora molto inquietante. Un gruppo di persone ha sviluppato delle nanotecnologie per il controllo delle persone col dichiarato intento di dominare il mondo. Nick e altre persone sono eliminare attraverso suicidi indotti, altri invece sono ridotti in schiavitù. Insomma ci sono tutti gli ingrediente di un ottimo thriller.

Dean Koontz può apparire un visionario ma non tanto perché la possibilità di arrivare a questo non sono poi così lontane né peregrine.

Leggendo la sua biografia ho scoperto che Dean Koontz, classe 1945, è un autore di thriller di successo. Nato e cresciuto in Pennsylvania, attualmente vive in California insieme a sua moglie e due cani. Per tanti anni è stato insegnante d’inglese in una scuola superiore, prima di dedicarsi alla scrittura, pubblicando nel 1968 il suo primo romanzo: Jumbo-10. Il Rinnegato. Con più di 120 titoli all’attivo e oltre 500 milioni di copie vendute, Dean Koontz è considerato uno dei maestri del genere thriller. Pare che dai suoi libri presto sarà prodotta una serie tv da Paramount Television e Anonymous Content.

piccolo assaggio…

Un nuovo piccolo assaggio di un racconto che sto iniziando a scrivere e che vede protagonista il commissario Ricardo. Delle sue indagini c’è un primo libro, Il mazzo di fiori, poi ci sarebbe un secondo di cui ho scritto l’incipit qui.

Il mazzo di fiori lo potete trovare su amazon versione ebook 2,99€ oppure in versione cartacea a 8,80€

Finito la fase pubblicitaria ecco il capitolo iniziale-

Buona lettura

Guardava fuori dalla finestra senza vedere nulla. Il commissario Ricardo aveva lo sguardo fisso come ipnotizzato dal movimento delle tende che si muovevano per effetto della bava di vento che entrava dai vetri socchiusi.

Era una tiepida giornata di fine settembre, un ultimo colpo di coda di un’estate che non sembrava finire mai.

Alle sue spalle la bandiera italiana e quella europea sembravano accarezzare il ritratto del Presidente della Repubblica.

Avrebbe dovuto essere soddisfatto. Il vecchio questore, Garrau, se era andato. Tra loro non era mai scattato empatia, anzi c’era del astio neppure troppo nascosto dalle parole di cortesia. Adesso con nuovo, Lucidi, c’era più sintonia. L’aveva voluto nell’ufficio accanto al suo. Però qualcosa gli rodeva dentro. Un senso d’impotenza e di rabbia covava e non gli dava tregua.

Spostò l’occhio dal giardino interno della Questura di Ferrara sul suo tavolo. Il piano di lucido mogano era ricoperto di carte. Ogni centimetro era occupato. Se si fosse alzato vento a scompigliare quei documenti sarebbe stata una tragedia.

Osservò il grande schermo del monitor del computer spento e poi girò lo sguardo sui telefoni alla sua destra. Sospirò rumorosamente sollevando alcune carte che ondeggiarono prima di ritornare al proprio posto.

Il questore Lucidi non lo pressava ma Ricardo intuiva che avrebbe voluto vedere dei risultati da produrre ai vertici delle istituzioni locali nel consueto briefing sulla sicurezza e l’ordine pubblico. Ferrara non era una città di violenze. Tutt’altro. Risse tra pusher, qualche bastardo che aveva ucciso la nonna per cento euro di coca, furti e rapine. Niente di eclatante. Secondo Ricardo era fisiologico per qualunque città tranquilla. Le cronache italiane di grandi metropoli ma anche di piccoli centri, erano piene di delitti misteriosi, perché di rado i colpevoli venivano assicurati alla giustizia. A Ferrara bastava poco per rintracciarli. Però questa volta non pareva che fosse così.

Tornò a leggere quelle carte che ormai conosceva a memoria.

Tutto era iniziato a fine luglio. Due prostitute erano state trovate morte nel sottomura di San Paolo a distanza di poche settimane una dall’altra. Per Ricardo questi ritrovamenti erano un’anomalia, perché quell’area era il luogo d’incontrastato dominio dei pusher che spesso si contendevano il territorio a colpi di machete.

Per prima era stata ritrovata una nigeriana. Ricardo prese il suo fascicolo cercando di ricordare il nome. «Cuk… Accidenti non l’imparerò mai» borbottò, deponendo le carte.

Si appoggiò allo schienale della poltrona nera di pelle e chiuse gli occhi.

«L’ucraina è più semplice da ricordare. Iryna Zukova» recitò senza intoppi.

Era curioso come il loro ritrovamento fosse stato simile. Due runner che correvano col cane, sfidando erbe e siringhe, avevano avvertito un forte odore disgustoso, un lezzo di carne avariata. I loro cani hanno curiosato negli anfratti sotto le mura e avevano dato l’allarme.

Ricardo sentì la mancanza di Puzzone e di Walter Bruno, il suo padrone. «Ah!» sospirò al pensiero di quel cane dall’olfatto finissimo. Non c’era ed era inutile rimpiangere la sua assenza.