Disegna la tua storia – nro 17 – il Boss

Quando il Boss tuonò “Ceci!”, l’urlo fece vibrare i vetri dell’ufficio e si avvertì fino in Piazza dell’Unità.

Cecilia, o meglio Ceci come la chiamavano tutti, guardò terrea in viso Barbara, la collega di stanza, e domandò: «Cosa vuole il Boss?»

Lei alzò le spalle e disse: «Vai nella sua stanza e senti».

Cecilia aveva venticinque anni e da due lavorava per il Boss, come chiamavano il capo della società Per&Due, che operava nell’area marketing imballaggi.

La ragazza si alzò dalla sedia ma sentiva tremare le gambe. Quando urlava così, c’era sempre un casino in corso e l’esperienza insegnava che era più prudente girare al largo. Però il problema era che aveva chiamato il suo nome, quindi la riguardava. “Cosa?” rifletté mentre faceva mente locale per capire se avesse sbagliato qualcosa. Intimorita trascinava con fatica le gambe che invece avevano poca voglia di muoversi.

“No. Ho fatto tutto quello che mi aveva detto ieri” pensò Ceci, mentre bussava timidamente alla porta di vetro dell’ufficio del Boss.

«Entra, per Dio!» tuonò di nuovo, mentre lei metteva dentro la testa.

Il Boss vide prima la sua chioma rosso Tiziano, poi il viso ricoperto di lentiggini il cui colorito si confondeva con i capelli e alla fine il suo corpo minuto da adolescente.

«Ma muovi quel culo! E siediti» ringhiò furioso il Boss.

Ceci ubbidì prontamente, mettendosi in punta sulla poltroncina di fronte a lui. La lingua era paralizzata dal terrore mentre continuava a deglutire rumorosamente.

«Ti sei mangiata la lingua, porca paletta!» urlò con un tono vicino a mille decibel, dando una manata sulla scrivania, che traballò come scossa da un terremoto.

«No, B… Signore» balbettò Ceci, mordendosi la lingua. Stava per chiamarlo Boss e sapeva come questo appellativo lo mandasse in bestia. Però s’era corretta in tempo.

Il Boss la guardò di sbieco, ridendo dentro di sé. La vedeva impaurita e cotta al punto giusto.

«Ceci, quello studio per il cliente Nomi è terminato?» chiese con un tono leggermente addolcito.

«Si… No…» borbottò Ceci sempre più confusa. Non ricordava se l’avesse già consegnato oppure era ancora in un suo cassetto.

Il Boss mostrò i suoi canini in un ghigno feroce che ebbe un effetto devastante su di lei.

«Insomma è sì oppure no?»

Ceci aprì la bocca ma non uscì che un sospiro. Annaspò alla ricerca dell’ossigeno, che pareva svanito all’improvviso. Sì sforzò ma non riuscì a stabilire nulla. Si alzò e farfugliò: «Vado a vedere sulla mia scrivania».

«Ma questo cos’è?» tuonò il Boss, agitando sotto il suo naso un fascicolo corposo.

Ceci avvertì che le guance erano in fiamme e stava sudando copiosamente. Strinse gli occhi per mettere a fuoco, quello che il Boss agitava come un drappo rosso davanti al toro. Un lampo squarciò le tenebre della sua mente e riconobbe quello che aveva preparato con cura stamattina. “Stronzo” si disse, riacquistando un minimo di dignità.

«Sì, è terminato» affermò con maggiore decisione.

Il Boss finse di leggere la tabella finale, quella dei compensi.

«Ma è una cifra ridicola. Se chiediamo così poco, rischiamo la bancarotta» brontolò.

«Ma veramente…»

«Cosa veramente?» domandò il Boss.

«La cifra non è ridicola. Sono oltre centomila euro» sbottò Ceci, che aveva riacquistato la padronanza di sé.

«Appunto. Il cliente ha firmato contento della proposta. Il dieci percento te lo sei meritato».

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Disegna la storia

Dalla bella immagine di Alchimie ho disegnato questa storia.

Lo chiamano il bosco degli spiriti i viggianesi, perché di generazione in generazione affermano che le anime dei loro concittadini si nascondono tra quegli alberi per parlare tra loro. Lo considerano sacro e degno di ogni rispetto.

Un bosco folto di castagni, querce e sorbi si estende lungo le pendici della montagna, che di certo ha un nome ma non per loro. Per i viggianesi è la Montagna e basta. Nessuno è mai stato interessato a conoscerne il vero nome. Quel intrico di alberi e di sottobosco comincia appena fuori l’ultima casa di Viggio e si arrampica fino alla cima, nascondendola.

A loro non piace andarci, perché dicono che si disturba la pace dei suoi abitanti. Tengono puliti i sentieri ma lo fanno malvolentieri come raccogliere la legna per l’inverno. Ha una sacralità che farebbe sorridere ma che tutti rispettano.

A Sofia invece piace camminare nel silenzio del bosco, ascoltando il rumore della natura. Ci va con Tobia, il suo cane, un meticcio festoso. Lui corre a destra e a sinistra ma torna sempre dalla sua padroncina per sincerarsi che non l’abbia abbandonato. Assapora il gusto della libertà senza dover sottostare alle imposizioni degli umani. Niente guinzaglio, niente museruola. Può far sentire la sua voce senza essere zittito. Può scapicollarsi senza limitazioni.

Sofia ha vent’anni e studia all’università della sua città per diventare botanica. Ama la natura e vivrebbe sempre nel bosco.

Quest’anno il novembre è stato mite, soleggiato e con cielo terso che pare lavato. Nella giornata odierna le nuvole bianche viaggiano leggere da nord verso sud sospinte da una brezza di tramontana.

Oggi non ci sono lezioni all’università, perché il personale è in sciopero. Sofia non riesce a starsene ferma in casa e decide nel pomeriggio di fare una passeggiata nel bosco degli spiriti come tante altre volte. Si copre bene col piumino, indossa degli stivali foderati per camminare comoda.

«Vieni Tobia» dice al suo cane, che prontamente si mette davanti alla porta. «Mamma vado a fare una camminata nel bosco degli spiriti con Tobia».

Anna disapprova queste uscite ma non lo dice apertamente. Come tutti i viggianesi ritiene che sia un sacrilegio camminare nel bosco, perché si disturbano le anime dei loro defunti.

«Non fare tardi. Le giornate sono corte in novembre e fa buio presto» l’ammonisce, salutandola con un gesto della mano.

Sofia sorride. Conosce bene sua madre ed è consapevole che non approva le sue uscite. “Tutte superstizioni” pensa, aprendo il battente.

«Certamente, ma’. Sarò di ritorno prima del calare del sole».

Tobia corre felice avanti e indietro. Si stava annoiando in casa ma adesso può fare lunghe corse, abbaiando felice.

Sofia e Tobia si inoltrano nel bosco, che sta perdendo le ultime foglie. I raggi del sole finalmente possono posarsi sulla terra ricoperta di quanto è caduto dai rami. Alcuni ricci di castagne sono semiaperti e anneriti dal tempo. Le ghiande sono sul terreno e sul sorbo restano i frutti rossi, maturi.

Sofia li osserva ma evita di raccoglierli, mentre Tobia corre festoso avanti e indietro, libero e felice.

Il sole inizia a declinare. È giunto il momento di tornare. Sofia richiama il meticcio.

«Tobia, si torna a casa» dice la ragazza, accompagnando le parole con un gesto della mano.

Il cane docile al richiamo si affianca a lei. Prendono il sentiero che tra non molto li porterà fuori dal bosco.

Le nuvole che fino a qualche istante prima sembravano batuffoli di cotone adesso assumono una consistenza rosacea, declinando verso il grigio.

Il sole scende timido tra le cime brulle delle montagne di fronte, inondando con un rosso tenue il cielo che si sta inscurendo.

«Vedi Tobia» fa la ragazza abbassandosi verso terra. «Vedi la meraviglia del tramonto».

Il meticcio la guarda con i suoi occhi dolci scuri e abbaia contento.

Addendum

L’immagine è tratta dal blog Alchimie e l’ho usata per disegnare la mia storia. Grazie, Marzia

Disegna la tua storia – nro 10 – Una provetta

Un vecchio esercizio di Scrivere creativo. Dato un disegno inventarsi una storia.

Ecco i risultati

Alessia era una giovane stagista che faceva pratica nel laboratorio di analisi Penzola & C. Naturalmente a lei capitavano tutti i casi più rognosi e quelli meno interessanti.

Sopportava, perché era l’ultima arrivata e poi sperava d’ingraziarsi Martino, il capoccia, per restare anche al termine dello stage.

Alessia aveva venticinque anni e aveva appena finito il dottorato in biologia. Doveva accumulare un po’ di esperienza di laboratorio per arricchire il suo curricola assai scarno. Conoscenza elementare dell’inglese, zero esperienze. Nessuno l’avrebbe presa in considerazione, salvo che non avesse avuto un padrino dalle spalle robuste per introdurla nel mondo del lavoro. Però quello mancava. Quindi quando il suo prof le propose di fare uno stage presso questo laboratorio, accettò con entusiasmo.

«Prenderai poco o nulla ma ti servirà come biglietto da visita» le aveva detto, congedandola.

«Anche gratis!» replicò Alessia felice di acchiappare questa opportunità.

Per sei mesi non avrebbe preso un soldo e i successivi sei la retribuivano con cinquecento euro sotto forma di rimborso spese.

“Meglio di niente” si disse, firmando quel documento che le apriva le porte dello stage.

Alberto, il suo capo e tutor, si divertiva a stuzzicarla e qualche volta allungava anche le mani. Alessia sopportava ma con grazia si sottraeva alle sue molestie. Anzi evitava con cura di rimanere sola con lui.

Avrebbe voluto mollargli un bel ceffone, quando la prima volta la toccò sul seno ma si limitò a un’occhiata di fuoco, esclamando: «Sono qui per lavorare».

Subito penso di voluto andare da Martino per lamentarsi del comportamento di Alberto ma preferì tacere. Desiderava troppo essere assunta in pianta stabile per arricchire il suo curricola in attesa di cercarsi un altro posto. Quindi aspettava con ansia la comunicazione che sarebbe rimasta anche al termine dei secondi sei mesi. Mancavano solo quattro settimane.

Quel lunedì mattina Alessia arrivò puntuale al laboratorio. Salutò Marzia e Elena e guardò sul suo tavolo quali attività avrebbe svolto nella giornata.

Prese in mano il foglio e sgranò gli occhi basita. Al posto del solito elenco c’era solo un disegno.

Non capiva cos’era. Si sedette in preda al nervosismo. “Quello stronzo di Alberto” pensò inviperita, “si sta prendendo gioco di me con un disegno volgare”.

Era solo uno sgorbio rosso ma il senso, almeno per Alessia, non si prestava a equivoci. Uno spermatozoo.

Divenne rossa per la collera. Sarebbe sbottata come un tappo di spumante, quando cominciò a contare fino a dieci per smaltire tutta la rabbia repressa che aveva in corpo.

Calmatasi, rise, attirando gli sguardi curiosi delle altre due colleghe.

«Oggi riposo» esclamò Alessia, gettando nel tritadocumenti il foglio.

Disegna la tua storia

Propongo qui un esercizio di immaginazione suggerito da Scrivere creativo. Fornito un disegno si deve creare una storia.

Luigi non capiva perché si fosse lasciato convincere da Clara di presenziare al vernissage della Galleria Due Punti. Si inaugurava la mostra di un artista dal nome curioso, che lui non aveva voluto imparare.

L’arte moderna non gli piaceva o meglio non la comprendeva, ammesso che ci fosse stato qualcosa da immaginare nell’osservazione di quadri, sculture e disegni. Per lui erano sgorbi colorati che qualcuno spacciava per arte come il disegno, nemmeno a colori, che stava osservando.

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«Sono capace anch’io di fare questo» borbottò Luigi, attirando gli sguardi di rimprovero di chi stava alle sue spalle.

Loro parevano in estasi nell’ammirare questo disegno al contrario di Luigi.

Clara lo tirò per una manica per allontanarlo da quel gruppo di persone che continuavano a seguirlo con gli occhi come per dire ‘ma che ci fai qui incompetente’.

Lui diede una scrollata di spalle, ignorando serenamente quei rimbrotti silenziosi che scivolavano via senza lasciare traccia.

«Gigi» sussurrò Clara dopo averlo trascinato in un angolo lontano da tutti. «Non farmi fare una figura di merda. Tu non sai…».

Luigi la guardò di traverso. “Figura di merda? Almeno fosse d’artista!” pensò, interrompendola.

«Quella sarebbe un’opera d’arte?» sbuffò indispettito, alzando un poco la voce. «Fatico a riconoscere che Botticelli abbia dipinto dei capolavori. Figuriamoci se credo a quel fallito che ha disegnato un albero spoglio e un puntino rosso».

Clara arrossì a quelle parole. L’ignoranza del compagno sull’argomento era abissale, pentendosi di aver insistito che l’accompagnasse.

«Quel disegno a pastello vale un milione di euro!» esclamò Clara, abbassando le braccia lungo il corpo in segno di resa. «È una prova d’autore di Piccadali, il più grande artista moderno. Le sue opere sono contese a pacchi di euro da gallerie e collezionisti!»

Lei aveva provato in tutte le maniere a trascinarlo per musei e gallerie d’arte ma adesso intuiva che era irrecuperabile.

Luigi esplose in una risata, attirando di nuovo gli sguardi malevoli dei presenti. Scuoté il capo in segno di sconcerto. “La gente è scema” pensò, avviandosi verso l’uscita. “Molte persone muoiono di fame e qualcuno spreca milioni per qualcosa che non suscita nessuna emozione”.

Arrivato all’ingresso fece un cenno di saluto a Clara.

«Ci vediamo a casa».

Claire

Disegno di Veronica © 2016

Nei pressi della capanna del nonno, sull’alta cresta da cui si domina un pendio coperto di ippocastani, Claire, in groppa al suo cavallo, è avvolta in una spessa coperta. Si era accampata lì per la notte. Aveva raggiunto la sera precedente quella piccola costruzione che il nonno eresse più di una generazione fa, e nella quale visse come un eremita, quando arrivò in questo paese per la prima volta. Era uno scapolo pieno di sé, che alla fine entrò in possesso di tutta la terra su cui correva il suo sguardo. A quarant’anni si sposò controvoglia ed ebbe un figlio, a cui lasciò questa fattoria sulla via per Petaluma. Claire si sposta lentamente sulla cresta sovrastante le due vallate piene di bruma mattutina. Alla sua sinistra c’è la costa. Alla sua destra la strada per Sacramento…”.

Claire ricordava la prima volta che si era recata in quel posto, che le era apparso inospitale ma da subito aveva saputo che sarebbe stato suo e solamente suo. La sua vista aveva percepito l’immensità del luogo. Alberi e colline verdeggianti. E là in fondo l’azzurro dell’oceano. Sopra di lei un cielo terso senza una nuvola, incendiato dal sole al tramonto. La cornacchia col suo ‘cau’ rinnovava la sua canzone nel folto della quercia che stava davanti alla costruzione. Il vento muoveva i suoi capelli con un sibilo amico. L’erba alta si muoveva secondo un ritmo che per Claire era sconosciuto. La porta della piccola costruzione cigolava a ogni soffio del vento che portava con sé il sapore del mare. Quell’abitazione era un misto di mattoni e legno, come quasi tutte le abitazioni di quei posti isolati. Alcune imposte erano uscite dai cardini e penzolavano mollemente. La copertura in mattoni mostrava sotto le travi in legno. Claire pensò che avrebbe dovuto lavorare duramente per renderla abitabile. All’interno si notavano le tracce del passaggio di animali. Impronte ed escrementi. Il piccolo camino all’interno chiedeva solo di essere acceso.

Adesso casa e terreno erano suoi e aspettavano che lei ci venisse ad abitare.

Il nonno non lo aveva mai conosciuto, né sapeva come si chiamava la nonna, che pareva svanita come la nebbia ai primi tepori del giorno.

Chi fosse e come vivesse lo imparò solo molto tardi, quando John, suo padre, le raccontò alcune cose della vita di Clark. Il nonno si chiamava così. Suo padre aveva abitato solo a Sacramento, fin da quando aveva emesso il primo vagito. John, diventato adulto e prima che lei nascesse una volta al mese andava a trovare il nonno, che era sempre più vecchio e inselvatichito, ostinato come un mulo. Lui non aveva nessuna intenzione di lasciare quella casa isolata e piena di ricordi, priva di comodità, che dominava la vallata.

Un giorno lo trovò appisolato serenamente sulla vecchia sedia a dondolo davanti al camino spento. Era freddo e rigido. Sembrava che la morte avesse sfiorato appena quel vecchio ostinato, mentre si prendeva l’anima. Il trapasso era stato dolce, quasi sereno.

Suo padre era tornato in città a prendere il pastore per portarlo lassù. Seppellì il suo vecchio ai piedi della quercia, che aveva piantato quando per la prima volta era arrivato lì.

Chiuse la capanna e tornò a Sacramento, dimenticando quella casa e i venticinquemila acri di terreno che la circondavano.

Suo padre si sposò tardi, come il nonno. Evidentemente il matrimonio non erano cerimonie che si confacevano troppo in famiglia, pensò Claire. Sorrise, perché anche lei continuava la tradizione familiare. A trentacinque anni non era ancora sposata.

Claire nacque dopo qualche anno e crebbe allegra e coccolata dalle zie, tutte zitelle, le sorelle di sua madre.

Ignorava che il padre avesse ereditato tutto quel terreno e la casa sulle colline che dominavano il fiume Sacramento e la costa sopra San Francisco. E continuò a ignorarne l’esistenza, finché ormai vecchio e prossimo a raggiungere il nonno, la chiamò a sé per raccontarle tutto di suo padre, dell’abitazione, del terreno.

Claire era una trentacinquenne single, quando ascoltò il suo racconto, e subito decise che sarebbe andata a vedere quella casa, chiusa da oltre quarant’anni.

Le vallate intorno a Petulama erano coltivate a vigne. Si domandò per quale motivo il padre non aveva ceduto a qualche produttore di vino quei venticinquemila acri di terreno fertile, che l’avrebbero reso ricco. Posta la domanda a suo padre, ricevette come risposta solo “tuo nonno non avrebbe voluto”. Claire non capì il senso di quelle parole sibilline.

Era una condizione del testamento oppure la volontà di un vecchio testardo?’ Erano i dubbi che galleggiavano nella sua mente, mentre accompagnava il padre nell’ultima dimora. Un posto verde e ricco di alberi, dove avrebbe riposato per sempre..

Dunque toccava a lei soddisfare il desiderio del nonno, sconosciuto fino a pochi giorni prima. Come non lo sapeva ancora. Questo nonno era comparso dal nulla, mentre fino a quel momento gli unici, che ricordava con molta imprecisione, erano i genitori della madre e delle numerose zie, che avevano popolato la sua esistenza.

Comprò una cartina dettagliatissima della zona per studiarne la posizione. Poi affittò un suv per raggiungere il luogo che presumeva isolato e impraticabile per le auto normali e partì per la fattoria, che aveva ricevuto in eredità con la morte del padre.

Percorse la route 50 che collega Sacramento alla costa fino al bivio per Petulama dove si addentrò nella Napa valley.

Ai lati della strada c’erano sterminate estensioni di vigneti che si smarrivano tra colline e vallate a perdita d’occhio.

A fatica trovò il viottolo che conduceva alla sua nuova proprietà, che interrompeva i filari di vigne.

La strada era ombreggiata da enormi ippocastani e querce, cresciuti da quasi cento anni senza l’aiuto di mano umana. Enormi radure ricoperte da erbe alte dieci piedi e cespugli bassi e spinosi si aprivano a ogni curva, mentre lo sterrato saliva dolce verso il crinale per poi ridiscendere nella vallata successiva.

Claire capì che stava profanando quel luogo con quel suv rumoroso e inquinante, perché il silenzio era assordante rotto solo dal rombo del possente motore.

Si fermò e tornò indietro. Raggiunto il primo paese abitato, noleggiò un trailer. un cavallo e tutto quello che serviva per cavalcare.

Tornata al bivio dello sterrato, parcheggiò il suv appena dopo la sbarra. Il cavallo docile si mise a brucare l’erba che era folta. Prese dall’auto una piccola borsa con quello che poteva servirle per la notte, che assicurò alla sella. Al piccolo trotto iniziò di nuovo a percorrere il viottolo.

Uscendo dal bosco dopo una curva non troppo dolce apparve la costruzione in legno e muratura abbandonata e circondata da erbe alte, mentre in lontananza il cielo si confondeva con le acque del Pacifico.

Era una splendida giornata con il cielo terso e lindo, con qualche fiocchetto bianco che incipriava l’azzurro e il rosso del tramonto. Il sole baciava il legno inscurito dal tempo e dalla pioggia, mentre le pietre a secco tenute insieme dalla malta una volta chiara avevano acquistato un colorito grigio sporco.

Prima di scendere prese dalla borsa indumenti pesanti, anche se il tempo fresco e temperato potevano invitare a un vestiario più leggero. Infilò un paio di stivali di cuoio robusti che abbracciavano l’intero polpaccio e guanti spessi che coprivano bene il polso e l’avambraccio.

Sperava che tutte queste precauzioni non fossero necessarie, perché la presenza di qualche ospite indesiderato non era da scartare.

Con precauzione aprì la porta d’ingresso, non molto salda, che minacciava di crollare a ogni soffio di vento.. All’interno regnava polvere e ragnatele depositate sullo scarso mobilio, che stranamente era ben conservato. A parte qualche traccia del passaggio di animali nessun ospite era presente o pensava di trovare ospitalità. Tirò un sospiro di sollievo. Non c’erano segni di umidità, i locali erano ben asciutti e secchi.

Uscita fece un lungo giro intorno alla costruzione. Pareva tutto era in ordine: nessun segno di scasso o altre rotture.

Rimasta all’esterno si rese conto che per renderla presentabile ci sarebbero voluti molti giorni di intenso lavoro e forse non sarebbero stati sufficienti.

Però la preoccupava l’esterno per la folta vegetazione spontanea che era cresciuta selvaggia e rigogliosa. Lei senza l’aiuto di qualcuno non sarebbe stata in grado di provvedere, quindi doveva trovare delle persone, o meglio una decina, che rendessero praticabile i dintorni della fattoria.

Le ombre si stavano allungando e il cielo diventava sempre più scuro. Rientrata accese il piccolo camino per scaldare il poco cibo che aveva preso con sé. Non avrebbe dormito lì dentro ma si sarebbe accampata fuori.

Il mattino la colse con tutta la sua bellezza. Il sole filtrava tra le folte chiome degli alberi cresciuti senza l’ausilio umano. Il verso di un uccello ignoto levava la sua voce nel bosco sottostante. La nebbia si levava lenta verso l’alto, dove svaniva. Sarebbe stata una giornata splendida.

Ammirò la vastità della sua proprietà e la bellezza selvaggia del posto.

Da domani si sarebbe organizzata per migliorare l’aspetto trasandato e di abbandono della costruzione del nonno. A cavallo avrebbe esplorato ogni angolo di quel paradiso terrestre.

Percepì il suo spirito di fianco a lei.

Adesso sapeva come sarebbe stato il suo futuro.

Tutti i ricordi alla fine si cancellano

Tutti i ricordi alla fine si cancellano. E poi restano i sogni. A quel punto, ormai soli, è a essi che affidi il fardello della tua vita. Presto non ricorderò più niente, niente a parte quella storia che tornava tutte le sere appena mi addormentavo. E’ diventata il ricordo più intimo e remoto. Risale forse all’epoca dei miei quattro o cinque anni. Scesa la notte, il buio s’infittiva nella stanza; chiudevo gli occhi e tutto ricominciava. Ero un bambino molto piccolo e uscivo di casa. Prendevo la via che portava alla scuola o fino a i giardini. Tutto era deserto. Una grande calma meravigliosa si era posta sul mondo. Nella luce di un giorno che stava finendo, camminavo a lungo ma senza fatica. Godevo della mia straordinaria leggerezza e della facilità con cui passavo tra le cose. Attraverso la città; le facciate grigie degli edifici..”

[“Sarinagara” di Philippe Forest, Alet (trad. Gabriella Bosco) – pag. 266 – 17€ – ©Editions Gallimard, Paris – ©Alet Edizioni]

Aveva letto questa frase da un romanzo dal nome strano ‘Sarinagara’. Roberto si ritrovò perfettamente a suo agio, perché descriveva il suo mondo di fantasie. Lui si crogiolava dalla mattina alla sera in mille pensieri strambi e sognanti.

Frequentava l’università, il primo anno di un corso di laurea, anche questo stravagante. Seduto nella sua postazione in alto a destra, aveva lo sguardo perso nel vuoto. Prendeva appunti non della lezione che non ascoltava ma dei suoi pensieri che sgorgavano frizzanti.

Riempiva l’enorme quaderno a quadretti. La copertina mostrava il viso buffo di un cartone giapponese, di cui non ricordava nemmeno il nome. L’aveva scelta, perché gli piacevano i grandi occhi sgranati e la bocca spalancata.

La sua scrittura minuta scorreva veloce sulla carta e riempiva fogli su fogli tra la curiosità dei compagni che lo osservavano stupiti a scrivere storie fantastiche.

“…Il cielo era plumbeo e tendeva al grigio sporco tanto da confondersi sull’orizzonte con le case. I pochi alberi spelacchiati intristivano la visuale ma io vedevo il sole splendere sopra di me. Ero etereo, diafano come l’aria che respiravo. I miei occhi vedevano quello che gli altri non percepivano. Non potevano farlo, perché i loro erano ciechi, non osservavano visivamente i loro corpi e le loro menti. Non erano in grado di penetrare dentro. Rimanevano in superficie. Captavo i pensieri più reconditi, come se fossi in grado di leggere dentro. Però talvolta parlavano con una lingua sconosciuta, che veniva da lontano. Non aveva importanza questo dettaglio. Io mi beavo nella mia ignoranza perché questo mi appagava.

Che rilevanza aveva leggere le preoccupazioni di Agnese, che non sapeva come arrivare a fine mese? Oppure conoscere le pene di amore di Ilaria, che litiga in continuazione con Giuseppe? Era bello sapere che potevo farlo, ma non lo facevo!…”

Roberto si chiedeva come aveva fatto ad arrivare all’università sempre immerso come era nell’aria rarefatta della ionosfera.

Quando a sei anni entrò nella scuola elementare delle suore, la sua testa era altrove, intento a pensare che poteva passare ovunque anche attraverso le porte.

Roberto,” diceva la suora maestra “cosa stai scrivendo? Porta qua quel quaderno!”

E lui manco rispondeva, mentre continuava a scrivere. Alla fine dell’anno, la suora preside disse a sua madre: “Sarà intelligente, saprà anche scrivere, ma lui non è presente con la testa. Forse è meglio che lo iscriva alla scuola pubblica. Lì riuscirà benissimo”.

Anna, la madre di Roberto, guardò rassegnata la suora preside. Non era una novità quello che sentiva. Lui rimaneva con il cucchiaio della minestra a mezz’aria per tutto il tempo del pranzo senza ascoltare le sue suppliche e della nonna. “Cosa possiamo fare?” diceva sconsolata per l’atteggiamento di Roberto. “Non riusciamo a indurlo a scendere sulla terra”. Nella scuola pubblica riuscirà a non essere il dileggio dei compagni? Pensò amareggiata, perché aveva contato sulle suore. Adesso aveva capito che erano sole nella battaglia.

Non andò meglio nella elementare Montessori, dove fu la croce e la delizia del maestro e dei compagni. Però lui era abilissimo e sempre pronto nelle interrogazioni. Tutti erano sempre a bocca aperta, perché Roberto sapeva scrivere e fare di conto meglio di tutti i compagni. ‘Come fa a essere così bravo, se non ascolta, non partecipa alla vita della classe?’ si domandò Bernagozzi, il maestro pelato e un po’ panciuto, che non sapeva se ridere o piangere per Roberto.

Alla media Tasso fu ancora peggio, perché scriveva solo sul quaderno col cartone giapponese e faceva atto di presenza alle otto e quindici, quando suonava la campanella di entrata. Poi spariva nel suo mondo fantastico popolato di cartoni e visioni dai volti familiari.

“… Certo sono nel mondo di Disney a cercare il cartone perduto. Paperino è simpatico, ma è troppo triste, perché perde sempre. Gastone mi sta antipatico perché la fortuna sorride sempre e solo con lui. Non riesco trovare un cartone simpatico e normale…”

Giuditta, compagna di banco rossa di capelli e dalla lingua sciolta, aveva provato a scuotere il mondo di Roberto, parlando in continuazione e domandando cosa scrivesse.

Muh!” era l’unico mugolio di risposta e lei di rimando “Non parli? Sei muto? Eppure senti e hai scritto una montagna di fogli”.

L’anno dopo Giuditta chiese e ottenne di andare in banco con Paolo, perché almeno quello parla e ascolta.

I compagni erano terrorizzati al pensiero di finire in banco con lui, che biascicava solo “Buongiorno, ciao, mi chiamo Roberto. Ho fame” e poche altre parole.

Essere nel suo stesso banco era la morte civile e il dileggio dei compagni.

Tutti chiesero di essere esonerati e di stare lontano dall’appestato, perché cosi veniva bollato a scuola.

Anche la scuola Tasso fu lasciata alle spalle con l’esame di terza superato col massimo dei voti tra stupore e incredulità di tutti.

Era indeciso tra il classico e lo scientifico, perché eccelleva in tutto, ma alla fine optò per il liceo scientifico Roiti.

Giuditta lo seguiva come un’ombra, anche se accuratamente evitava di pestare quella di Roberto. Era innamorata cotta di questo lungagnone dall’aria trasecolata che sapeva sempre tutto e non sbagliava un compito in classe. Le tentò tutte per farsi notare ma forse sarebbe riuscita a commuovere il busto di Dante che troneggiava all’ingresso del liceo e non lui, che scriveva sempre in silenzio.

Eppure è un bel ragazzo!” si diceva Giuditta “Però mi sembra tonto perché non mi degna di uno sguardo!”

Furono cinque anni di passione, poi alla fine convenne che non era il suo tipo e ripiegò su Fabrizio, un ragazzo meno interessante di Roberto, ma che era dotato di parola e sapeva pure baciare!

Una storia al giorno d’oggi – Mauro 2

Foto personale

Foto personale

«Bene, bene» disse Mauro, fregandosi le mani. «Alla fine si è decisa, ha capito di aver sbagliato. Vediamo un po’ che dice. Ero certo di aver ragione. Ho fatto benissimo ad aspettare. Ah, le donne!»

Mauro gongolava. La sua pazienza era stata premiata. Si sistemò meglio sulla poltrona davanti al computer. Si frizionò le mani e compì quei gesti naturali che ogni pianista fa prima dell’esecuzione.

Cliccò sulla mail per aprirla.

Caro Mauro,
non volevo scriverti. Ho pensato mandarti al diavolo semplicemente con un click ma poi ho cambiato idea

Ed eccomi qui davanti al monitor con le mani sulla tastiera…
Ho deciso di cancellarti per sempre dal mio pc, dai miei contatti, dai miei pensieri, dal mio tempo.
Mi rendi tutto tanto difficile. La mia vita ha assunto uno strano percorso, che non conosco, del quale ignoro la destinazione finale. Nulla mi è chiaro, con te.
Ci conosciamo ormai da tempo, parliamo di tutto, siamo affiatati.

Solo amici, dici ma io conosco i tuoi pensieri, i tuoi dubbi, le tue paure…
Mi tieni sulla tua scrivania, racchiusa in quel rettangolo dal quale mi fai uscire a tuo piacimento, quando ti va, quando non hai altro da fare.
Sono una donna, Mauro. Una donna viva, vera, con sensazioni, emozioni e sentimenti. Il mio cuore batte, il mio cervello pensa, il mio corpo pulsa.
La sera mi addormento tra le tue braccia, sai? Ti sento. Sei vicino a me, accarezzi la mia pelle, sfiori i miei capelli. Le tue labbra ricoprono di piccoli baci il mio collo, cercano la mia bocca, dolcemente. Lentamente mi conduci a un passo dal piacere. Mi sussurri ‘amore’ in un sospiro, leggero, quasi un alito di vento ma io lo sento. Sono li con te, per te, in te.
E ogni sera, sul più bello, tu ti ritrai, non ti concedi, vuoi farmi aspettare. Vuoi centellinare i secondi, farli diventare ore. Ogni volta è un tormento e quando torno alla realtà tu non ci sei, mai… Sono sola nel mio letto.
Sono stanca Mauro, di questa storia che non ha senso. Com’è, cos’è?
Mi sento come un cane legato a un guinzaglio, quando cerca di scappare al suo padrone. Il filo si allunga ma lui lo tira a sé con uno strattone, accorciando le distanze, senza mai annullarle del tutto. Quando il cane comprende che non può scappare e si calma, ecco che il filo si allunga nuovamente. E lui corre lontano felice, come se la libertà fosse a portata di zampa.
Anche tu, come quel padrone, se intuisci che mi sto allontanando da te, verso nuove esperienze, diverse conoscenze, tiri il filo. E io torno vicino a te, in attesa di una parola, di un gesto, di un sorriso… Per chi? Per me, da te.
Perché Mauro lo fai? Lasciami andare, fammi volare, devo vivere!
Questa spinta verso la libertà mi ha fatto riflettere.

Ora ho deciso. Ti lascio ai tuoi ricordi. Continua pure a nutrirtene, a fantasticare. Vivi del tuo passato, pensando a una donna che tu non hai avuto la forza di tenere. Sei testardo, cocciuto ma anche impaurito, esitante, dubbioso…
Ora è tardi. Qualsiasi mossa sarà inutile. Il filo, che ci legava, si è rotto. Sono un palloncino, che dondola, salendo verso il cielo, mentre il bambino lo guarda sgomento.…

Da questo momento non ci sono più per te, per lei, per me…
Micaela.

Mauro si appoggiò allo schienale della poltrona. Era annichilito. Ma che stava succedendo? Micaela innamorata di lui? Chiuse gli occhi e la immaginò. Ma era come la vedeva con l’immaginazione oppure diversa.

Solo buio e null’altro. Niente immagine, nessun volto. Ancor meno un corpo da tenere abbracciato e sfiorare con le mani. Eppure Micaela afferma il contrario.

Riaprì gli occhi e tornò sul messaggio che si stagliava chiaro sullo schermo. E si pose la domanda, che non si era mai fatto. È possibile che in tre anni non mi sia accorto di questi sentimenti? Ma da quando? Non riusciva a identificare il momento. Mauro andò indietro nel tempo: mai un’avvisaglia l’aveva messo in guardia. Come è stato possibile che io sia rimasto cieco e insensibile per tutto questo spazio temporale? Perché lo scopro solo adesso, dopo la sua mail?

Mauro fu colto dal panico. Cosa fare, ora? Cosa scriverle? Cosa dirle?

Le braccia scivolarono verso il basso e lo sguardo vuoto si appuntò sullo schermo, dove scorreva lo screensaver.

Oddio, ma perché deve essere tutto sempre tanto difficile?

Una storia al giorno d’oggi – Mauro 1

Foto personale

Foto personale

Il giorno lanciò la sua avanguardia sul cielo stellato a est, spargendo un’alba rosata sul firmamento, prima di sciogliere il nodo che tratteneva la notte sulla città. Le nuvole passavano dal grigio scuro al rosa per virare al bianco man mano che il sole sorgeva.

Mauro si svegliò rincoglionito col sole già alto. Prima di capire che ora fosse impiegò un bel po’ di tempo a cercare di togliersi il sonno dagli occhi.

Si rendeva vagamente conto che doveva alzarsi, aveva lezione all’Università, non era fine settimana. Eppure la sveglia non lo aveva avvertito oppure aveva suonato inutilmente, più volte senza riuscire a svegliarlo. Rintronato, non riusciva proprio a connettere.

«Cazzo! Ma che cavolo mi è successo stanotte? Eppure sono rimasto a casa… mi pare…» si lamentò, stropicciandosi gli occhi cisposi.

Si sentiva, come se avesse passato tutta la notte in piedi: a bere e fumare. La testa gli doleva. Gli sembrava che qualcosa gli martellasse le tempie. Gli pesava sul collo. La lingua era impastata. Percepiva una patina appiccicosa sopra. La gola bruciava come se avesse fumato mille sigarette. “Forse ho fatto un brutto sogno” pensò stranito. Eppure non ricordava nulla. “Ma sono uscito ieri sera?” si domandò, cercando di mettere insieme pensieri e ricordi senza molto successo. Scosse la testa e il dolore alle tempie crebbe a dismisura. Chiuse gli occhi per poi riaprirli in fretta.

Doveva alzarsi, se voleva svegliarsi e cominciare la nuova giornata, che non prometteva nulla di buono. “Se il buongiorno si vede dal mattino” si disse con l’occhio destro socchiuso, scendendo dal letto per prepararsi un bel caffè nero, forte. “Magari doppio o triplo, come piace a me” pensò e forse sarebbe riuscito a svegliarsi.

Andò in cucina caracollando, quasi a tentoni. La Bialetti era già sul fornello, pronta per essere accesa. “Almeno di questo ieri sera mi sono ricordato” pensò, mentre apriva il gas, prima di dirigersi verso il bagno.

Inciampò in un paio di scarpe che non dovevano stare lì. Gli uscì una bestemmia, lui che non imprecava mai. “No” confermò. “Oggi pare una giornata storta”. Massaggiandosi l’alluce, a balzelli raggiunse il bagno. Questa scossa lo risvegliò quasi di colpo, mettendo a fuoco gli oggetti della stanza. La lavatrice nell’angolo, la tenda del box doccia, i poster di Joan Baez e di John Lennon appesi alla parete. Aveva un urgente bisogno di una minzione.

Tornò in cucina quando il caffè era quasi pronto. Lo sentì gorgogliare, mentre l’aroma invadeva la stanza. La macchinetta era da tre ma aveva intenzione di berselo tutto, anzi di farsene un altro subito dopo.

Versò il caffè nella tazza riempendola per bene. Lo bevette con avidità, come un assetato con l’acqua. Era amaro e forte ma doveva togliersi quel gusto stomachevole che aveva in bocca. Poi vuotò il resto nella tazza. Prima di bere la seconda porzione, lavò la moka e la preparò per il secondo giro. Riaccese il gas.

Prese la tazza, sedendosi al tavolo di cucina e la portò alla bocca. Senza zucchero per sentirne il sapore. Quasi si ustionò il palato e la lingua, ma la seconda tazza gli schiarì il cervello.

Rifletté sulla giornata precedente: l’urlo virtuale di Micaela, l’uscita di casa incazzato verso una persona immaginaria, il rientro, quando ormai era sera. Però quello, che gli bruciava di più, erano i ricordi che l’avevano assalito ascoltando De Andrè.

Erano ormai tre anni che si era separato da Simona e fino a quell’istante non ne aveva avvertito la mancanza. Però ascoltando la canzone di Marinella gli ricordò, quando l’aveva conosciuta all’Università. Fu un amore travolgente, talmente intenso che decisero di sposarsi dopo pochi mesi. Un matrimonio affrettato, più di pancia che di testa. “I risultati si sono visti” pensò con amarezza.

Si riscosse e guardò l’orologio sulla parete: le otto e mezza. “Ho tutto il tempo” convenne, sorseggiando con più calma la seconda tazza di caffè. “La lezione all’Università ce l’ho alle undici”. Prima doveva incontrare una laureanda ma non avrebbe richiesto molto tempo. “Uscendo per le dieci, ho un buon margine per ascoltare Laura prima della lezione”. Intanto aveva finito anche la seconda, mentre la nuova macchinetta sputava il suo liquido nero. Versò il nuovo caffè, che avrebbe preso semifreddo.

Si diresse verso bagno per una doccia. Lasciò scorrere l’acqua a lungo, finché non fu fredda, come gli piaceva, quando fuori era la stagione invernale. Mauro funzionava al contrario: d’estate doccia calda, d’inverno fredda. Aveva scoperto che era il sistema migliore per regolare la temperatura corporea.

Mentre si passava il sapone sul corpo, ricordò com’era bello fare la doccia con Micaela. Stretti nella doccia della sua casa. Era talmente minuscola che diventava sempre un amplesso scomodo ma così eccitante per entrambi. Scacciò quel pensiero lussurioso, chiudendo il rubinetto dell’acqua.

Infilato l’accappatoio, tornò in cucina per il terzo caffè. Lo bevve con avidità, perché doveva svolgere un rito. Andò nello studio e accese il computer per il buongiorno quotidiano con Micaela.

Nessuna notizia. Tutto muto. “Possibile?” si disse, scuotendo il capo, mentre si frizionava il corpo con l’accappatoio. “È un anno che ci diamo il buongiorno tutte le mattine. D’altronde è stata lei a troncare. E lei deve fare il primo passo se vuole una riconciliazione”. Si giustificò, perché non voleva essere lui a mandarle il messaggio di buongiorno.

Appeso l’accappatoio in bagno, si vestì con cura. Prima di uscire, infilò la giacca e prese lo zaino. Richiuse la porta con dolcezza, senza sbatterla, non ce n’era motivo.

Con l’ascensore scese nel garage, dove in un angolo stava la sua fida Bianchi Gran Turismo, incatenata a un tubo. Usava l’auto in pratica nei fine settimana e non sempre. Per arrivare all’Università erano pochi chilometri. Una mezz’ora scarsa. Alle dieci e mezza era davanti all’istituto di Fisica. La laureanda l’aspettava nel corridoio degli stanzini (meglio chiamarli bugigattoli, viste le ridotte dimensioni. In due saturavano l’ambiente e le ginocchia si toccavano), riservati agli assistenti.

«Buongiorno Laura!» disse con un bel sorriso Mauro.

«Buongiorno Mauro!» ricambiò Laura, chiamandolo per nome.

Era ormai una consuetudine che aveva da tempo con gli studenti, quelli vicini alla laurea. Un modo per accorciare le distanze e far pesare meno il suo ruolo. Se la sbrigò in fretta: doveva darle un paio di indicazioni sugli esperimenti da fare per la tesi. Poi si avviò verso l’aula dove teneva lezione.

«Buongiorno ragazzi!» li salutò, agitando la mano.

«Buongiorno professore!» Disse qualcuno in modo timido.

Li guardò male, perché non era un saluto convinto. Su questo non transigeva, era una questione di educazione. Dopo le prime volte che, entrato in aula, nessuno dei presenti salutava, aveva fatto un cazziatone feroce. Una lezione di rispetto reciproco, che includeva anche il saluto iniziale. Sembrava che non avessero ancora capito l’importanza di questo. “Oggi non è la giornata giusta per tornare sull’argomento” si disse, lanciando occhiate torve alla ventina di studenti, che con aria indolente si apprestavano ad ascoltarlo.

I tre quarti d’ora di lezione per fortuna passarono rapidamente. I concetti gli uscivano fluidi, quasi senza doversi concentrare o ricordarli. Erano diversi anni che insegnava ‘Struttura della materia’. Capiva che poteva sembrare astrusa. In realtà era un modo per cogliere gli elementi di base di interazione radiazione-materia nell’approssimazione di dipolo elettrico e comprendere la spettroscopia dell’atomo. E non solo quello. Le parole gli venivano fuori senza difficoltà o doverci pensare. Anche per le domande più subdole o stolide aveva la risposta pronta. La materia la conosceva bene. Mauro avrebbe potuto, se avesse avuto più spirito di iniziativa, essere un ottimo fisico ricercatore. Invece si era adagiato nel tran tran quotidiano come in un comodo divano.

Terminata la lezione, si avviò verso l’uscita, salutando frettolosamente chi incontrava. Aveva deciso, inconsciamente, che doveva mettersi in contatto con Micaela. Non era possibile che finisse così, dopo tre anni di chat amichevoli.

Pedalò di fretta fino a casa, salì le scale, facendo a due a due i gradini. Non attese neppure l’arrivo dell’ascensore. Dopo essersi liberato di giacca e zaino, si accomodò sulla poltrona davanti al computer rimasto acceso.

Un colpo sulla tastiera per togliere di mezzo lo screensaver e … sorpresa! La busta era di un bel blu intenso, che lo avvertiva ‘C’È POSTA PER TE!’.

Il cuore gli fece un doppio tuffo carpiato in petto. “Dopotutto forse ho fatto bene ad aspettare che si facesse viva lei per prima” si disse, mentre si accingeva ad aprire il programma di posta. “È sicuramente Micaela, che mi scrive le scusa per il suo urlo di ieri. Mi spiegherà, perché lo ha fatto. Mi dirà che è pentita del suo sfogo. Mi assicurerà che, se fosse per lei, avrebbe cancellato la giornata di ieri”. Mentre questi pensieri gli attraversavano la mente, aprì il client di posta elettronica. Cliccò sul pulsante ‘Ricevi posta in arrivo’ per leggere i messaggi arrivati. ‘Ricezione posta in corso’ lo avvertì una scritta in basso a sinistra. In rapida successione il programma scaricò dieci nuovi messaggi, ben riconoscibili, essendo in grassetto.

«Cazzo!»esclamò mauro contrariato. «Oggi tutti hanno deciso di scrivermi?»

1 Preside… “Nun me ne po’ frega’ de meno, adesso!”

2 Cicchetti… “Ma chi sei? Boh!”

3 Cicchetti… “Ancora tu?”

4 Davide… “A te rispondo dopo!”

5 Capataz… “A bello! Ti voglio bene, però devi aspettare!”

6 Nannina… “Nannina? Ma guarda chi si risente! Dopo tutti questi mesi… bruttina ma simpatica. Le risate… e poi scopava bene… quasi quasi…”

7 Micaela… «Ah, eccolaaaaa!» esclamò soddisfatto.

E senza controllare gli altri messaggi, aprì subito il suo messaggio.

Una storia al giorno d’oggi – Carlo

Verona - Foto personale

Verona – Foto personale

“No. Grazie, Alba” disse con un cortese cenno di diniego della testa.

Sarà per la prossima volta! Ora ho fretta! Duemila impegni” mentì Carlo. Avrebbe voluto fermarsi ma il sesto senso gli diceva che non era il caso. Niente di razionale ma solo una premonizione. “Ci si vede presto comunque, è stato bello incontrarti!”

Un bacio. Labbra carnose su gote lisce come la seta. Labbra sottili, appena disegnate su barba pruriginosa.

E Alba un “Ciao, Carlo! A presto!” fece con la voce impregnata di rammarico.

Carlo era andato via con il senso di avere perduta un’occasione ma con un misto di sollievo di non aver prolungato l’incontro oltre il necessario. Camminava per strada insoddisfatto per il periodo refrattario di un orgasmo che non c’era stato, che non aveva mai avuto. Provava un forte senso di potere e di appartenenza ma comunque avvertiva una sensazione di non appagamento. Carlo si sentiva il padrone della sua vita ma non artefice del suo destino. Non era felice ma non percepiva imbarazzo per la sua scelta. Avvertiva un impaccio che gli faceva prendere delle decisioni che forse non erano nella sua natura.

Tutto gli sembrava inverosimile. Gli pareva di avere uno sdoppiamento della personalità E poi quel sesto senso, al quale si era sempre abbandonato fiducioso, non l’aveva mai tradito.

Non mi può tradire oggi’ si disse, mentre percorreva Viale Cavour sotto una leggera cappa di nebbia.

E così oggi quel bacio tenero di Alba aveva fatto scattare il suo sesto senso. ‘Perché?’ si chiese, mentre arrivava nella piazza sotto casa. ‘Perché è scattato quell’allarme che mi ha mandato nel pallone?’

Alba lo aveva invitato a salire da lei ma Carlo aveva declinato l’invito con una scusa, che puzzava di posticcio. ‘Si può rifiutare un invito palese a fare all’amore?’ pensò, mentre procedeva col viso corrucciato vero il suo palazzo. ‘Chissà cosa avrà pensato’. Una reazione istintiva, irrazionale. Alba aveva fatto una smorfia che sul quel viso era grottesca. Era rimasta delusa ma poi sembrava aver compreso il motivo misterioso, per il quale Carlo si era negato.

Si fermò davanti al portone del suo condominio con le chiavi in mano. Era indeciso tra l’aprire il portone e il tornare indietro. Scosse la testa, perché di certo Alba non era rimasta ad aspettarlo in strada, pensando a un suo ripensamento. Quel ‘No’ era stato troppo repentino per poter essere smentito.

Carlo ripensò a come era iniziata, composta da attimi che puzzavano di eternità, da giochi amorosi che sembravano reali, da sentimenti, che trasmettevano emozioni. Eppure il suo sesto senso l’aveva diffidato dall’abbandonarsi a lei. Gli aveva comunicato che doveva troncare.

Perché?’ si domandò Carlo, dondolandosi sulle gambe, mentre dal portone entravano e uscivano dei condomini, che lo salutavano. Doveva scavare nel passato per dare una risposta al suo ‘Perché’.

Come ho conosciuto Alba?’ si disse Carlo, ripercorrendo la storia, che a tratti pareva singolare.

A lui piaceva andare sulle chat, anche quelle a luci rosse. Faceva il duro, ingannava le controparti. Non gradiva conoscerle di persona, anche se spesso arrivano inviti espliciti di sesso. Non gli interessavano. Preferiva le chiacchiere, le battute fulminanti. Una notte comparve un nick, Passerotta solitaria. Rise perché mai e poi mai avrebbe scambiato due parole con lei. ‘Sì, con lei’ si disse, anche se nelle note non compariva il sesso. ‘Ormai sono un esperto. Capisco al volo se è una tipa o un tipo. I secondi li canno senza pietà. Non sono omofobo ma non mi piacciono’.

Carlo stava salendo le scale, dopo avere indugiato a lungo prima di entrare. L’ascensore lo odiava ma forse aveva paura di rimanere prigioniero. Aprì la porta della sua abitazione, che era silenziosa e buia. Senza accendere la luce si diresse verso il salotto. Conosceva a memoria quelle stanze e si si sarebbe orientato anche bendato. Si gettò sul divano.

Riprese il filo dei pensieri. Dunque Passerotta solitaria non aveva messo nell’avatar la sua foto, aveva occultato tutti i dati. Solo l’età: vent’anni. Carlo aveva riso, quando quel nick aveva bussato alla sua chat. ‘Sei una bella passerina più giovane’ pensò, mentre le chiudeva le porte di accesso. Ancora una volta era scattato l’istinto irrazionale, il suo famoso sesto senso. Per lui aveva sì e no sedici anni. “Troppo pochi” fece, mentre cancellava la richiesta. “Non voglio finire tra i pedofili”.

Per lungo tempo. ‘Quanto?’ si chiese Carlo, mentre prendeva dal tavolo il computer. ‘Non saprei ma di certo diversi mesi. Forse un anno’. Poi una sera su una chat innocua di perditempo era ricomparso quel nick, Passerotta solitaria. Questa volta il profilo era più ricco. Era certo che fosse la stessa ragazzina che l’aveva contattato un anno prima. L’età, diciotto anni, gli confermò l’intuizione precedente. ‘No, cara passerina’ si disse Carlo ridendo. ‘Di anni ne hai uno in meno’. Era una femmina, female diceva il genere. ‘Perché credevi di pensare di essere un maschietto?’. Interessi libri e film. Ancora troppo poco, pensò Carlo, sbarrandole di nuovo l’accesso.

Due anni più tardi Carlo annoiato, era d’estate, riaprì quella vecchia chat innocua di perditempo, che aveva abbandonato per mancanza di stimoli. Richiese una nuova password, la vecchia l’aveva dimenticato e si presentò. Era rimasto un unico contatto attivo. Passerotta solitaria. Rise. ‘Non demorde la passerina’ pensò, accettando il contatto. Così iniziò a chattare con lei. Ormai era maggiorenne e poteva parlare senza problemi. Poco alla volta durante quell’estate scoprì tanti piccoli segreti. Adesso aveva quasi vent’anni. ‘Credevi di farmela?’ si disse. Era bionda con gli occhi azzurri. Aveva una mail ma nicchiava sulla località di origine. ‘Perché? Cosa c’è di tanto segreto da nascondere il posto?’ Non aveva importanza, tanto non l’avrebbe mai conosciuta nel reale.

Ciao” fece Carlo una sera di ottobre. “Toglimi una curiosità. Perché da oltre tre anni cerchi la mia amicizia?”.

Mi sono innamorata di te” rispose diretta.

Carlo rise. ‘Innamorata di un avatar?’ si disse con le lacrime agli occhi.

Non ci credi?” gli chiese, perché Carlo non aveva risposto.

Sì, sì! Ti credo” replicò divertito. “Io sono Carlo. E tu?”.

Passerotta solitaria chiuse la chat. Carlo ci rimase male ma alzò le spalle. Passò qualche mese, mentre il nick rimase latitante. Carlo una sera di gennaio non sapendo cosa fare aprì quella chat innocua di perditempo e trovò il nick collegato.

Se vuoi fare all’amore virtuale” scrisse ironico, pensando che avrebbe chiuso la conversazione, “dovrò pur conoscere il tuo nome. Mica posso gemere invocando un nick”.

Comparve un emoticon, una faccina sorridente. Carlo rimase perplesso. Non si aspettava questa reazione ma piuttosto qualcosa d’irritato.

Alba” rispose subito.

Da quella volta passavano un paio d’ore a conversare tutti i giorni, finché una sera di luglio Alba gli propose di vedersi persona.

Così possiamo passare dal virtuale al reale, compreso l’amore” disse Alba. “Io sono di Verona e tu?”

Carlo, colto di sorpresa, rispose “Anch’io”, rimproverandosi immediatamente perché aveva contravvenuto al suo sesto senso, che stava urlando male parole.

Ci possiamo incontrare domani pomeriggio” propose Alba.

Dove?” rispose Carlo, che aveva messo a tacere il suo intuito.

In Piazza delle Erbe. Ho un vestito rosso” disse Alba, che aggiunse una bella faccina che rideva in continuazione.

Alle cinque” fece Carlo, salutando.

Alle cinque del pomeriggio successivo Carlo andò in piazza delle Erbe, convinto che Alba non ci fosse. Invece una ragazza minuta dai capelli colore del grano maturo stava ferma nel centro. Indossava un abito rosso, corto che mostrava due gambe rotonde, belle a vedere e piacevoli da accarrezzare. Ogni tanto qualche uomo si fermava, diceva una battuta ma lei si spostava in un’altra posizione. ‘Aspetta me’ si disse Carlo, che l’aveva osservato con cura.

Si avvicinò e Alba gli corse incontro. ‘Porca miseria’ si rimproverò, perché aveva contravvenuto alla sua regola aurea di non conoscere di persona i contatti virtuali.

Ciao” disse, dandogli un bacio in punta di piedi. Due labbra sottili, appena dipinte con un filo di rosso.

Ciao” rispose Carlo, abbracciandola. Le avrebbe chiesto dopo come aveva fatto a riconoscerlo fra decine di uomini che le ronzavano attorno.

Alba gli prese la mano per portarlo nel Caffè Vescovi.

Quel ricordo lo stancava, lo sfiancava, lo annientava. Eppure qualcosa d’impercettibile era scattato dentro di lui, quando verso le otto, sotto casa Alba gli aveva detto. “Salì. Ho voglia di stare rannicchiata su di te, di svegliarmi accanto a te”.

Carlo si riscosse da questi pensieri.

Cazzo! Riprenditi! Alzati. Fai qualcosa!” esclamò ad alta voce, mentre i muscoli del corpo sembravano opporsi a quel pensiero razionale e volevano solo abbandonarsi, lasciarsi andare al flusso dei ricordi.

Un attimo e percepì il desiderio di contattare Alba. Conosceva dove abitava e forse lo stava aspettando in casa. Tuttavia l’eccitazione di poco prima si era completamente dissolta. Il sesto senso l’aveva avvertito. ‘È pericoloso’.

Si alzò, accese lo stereo.

Si addormentò.

Una storia al giorno d’oggi – Dario

foto personale

foto personale

Beh, direi di sì… Non è che abbiamo molta voglia di rimanere qui per ritrovarci con gli occhi gonfi e rossi o con qualche livido da manganello!” disse una ragazza, di statura minuta, seduta accanto a Dario.

Manco io se per questo! Di che fate facoltà siete?” replicò Dario con un leggero sorriso che increspava le labbra.

Noi di lettere e tu?” fece la piccoletta con gli occhi arrossati per il fumo dei lacrimogeni.

Ah, io di fisica… Ma lettere che?”

Letteratura slava” rispose la ragazza, accennando ad alzarsi.

Allora andiamo? Vi va di bere qualcosa da qualche parte? Conosco un posticino a San Lorenzo che ha una birretta niente male…” propose Dario, mettendosi in piedi.

La piccoletta rivolse un’occhiata alle altre. Dario notò che dovevano essere molto affiatate, perché non si scambiarono neanche una parola. Tuttavia il messaggio muto aveva funzionato di nuovo, perché la piccoletta si volse verso Dario.

Va bene, dai, portaci in questa birreria!” disse la piccoletta.

Sì, però ci toccherà fare il giro lungo. Da via De Lollis con quel casino, che c’è, non possiamo mica uscire! Passiamo da viale Regina Elena…” spiegò Dario con ampi gesti delle mani.

“Occhei, andiamo!” fece la piccoletta, strizzando l’occhio.

“A proposito, io mi chiamo Dario, e voi?”

“Antonella, lei è Matilde e lei Chiara” disse la piccoletta, indicando le due compagne con un movimento della testa.

Si avviarono a passo veloce verso viale Regina Elena. Camminando cominciarono a parlare dei loro studi, di quanto mancasse loro alla fine di quel tormento che era la vita universitaria.

“Io ho quasi finito” disse Dario “mi manca solo un esame e poi a giugno darò la tesi. E voi?”

“A me di esami ne mancano tre” gli rispose Antonella, osservando gli occhi verdi di Dario. “La tesi dovrei darla il prossimo anno, a giugno se ce la faccio, sennò a ottobre”.

“A me invece, hai voglia” fece Matilde, ridendo. “Mi sono appena iscritta al quarto anno e sto pure indietro di due esami”.

“Io ho finito con gli esami… per me tutta pacchia! Solo la tesi…” le fece eco Chiara.

“Poi che farai, Dario?” gli chiese Antonella.

“Non lo so, vorrei rimanere qui all’Università, ma mi sa che sarà dura trovare una borsa da ricercatore… e tu?”

“Io vorrei fare l’interprete, la traduttrice simultanea, sai, quelle che traducono ai congressi, alle manifestazioni, agli incontri al vertice…”.

“Bello! Dev’essere una lavoro impegnativo che dà molte soddisfazioni. Però… una fatica mica da ridere!” fece Dario, corrugando la fronte.

“Sì davvero! Un’amica dei miei lo fa. Parla benissimo il russo e la chiamano sempre quando arriva qualche delegazione dalla Russia… Magari per tre-quattro giorni manco dorme, sempre in giro, in tensione… Poi però si riposa e magari per due settimane sta a letto… È un lavoro di responsabilità. Se sbagli una parola, un termine, rischi di far andare a monte una trattativa di miliardi o di fare scoppiare una guerra…”. Antonella sorrise, per far capire che scherzava.

Quel sorriso colse Dario come un pugno in piena faccia. Quegli occhi di un blu intenso lo colpirono e ne rimase abbagliato.

In quel momento superò i tre mesi che erano passati dalla rottura con Arina, la bionda ucraina nata in Italia, con la quale aveva avuto una burrascosa relazione, fatta di litigi e pacificazioni. Tutti i malumori, le solitudini, i silenzi, le ferite sparirono in un sol colpo.

Antonella gli piaceva, e pure tanto. Era bastato quel sorriso. “Ma ci si può innamorare di un sorriso?” gli venne da chiedersi, mentre il cuore rispose con battiti accelerati.

Mentre loro continuavano a parlare e camminare, Matilde e Chiara avevano rallentato il passo, quasi non volessero disturbarli, perché sembravano ben affiatati.

Antonella a un certo punto si volse indietro. Dario ebbe l’impressione che fra le tre ragazze vi fosse una specie di telepatia o lettura del pensiero.

“Allora, che fate, prendete il tram qui? ” chiese loro.

“Sì, Le’, noi ce ne andiamo a casa” rispose Chiara.

“Allora ci si vede domani in facoltà, va bene?”

“Io no” fece Matilde, usando il capo per rafforzare il no. “Domani ho un altro impegno… Se ci siete, ci vediamo domani sera al solito baretto”.

“D’accordo, ciao!” fece Antonella, agitando la mano per salutarle.

“Ciao!” dissero in coro le due amiche.

Antonella e Dario proseguirono verso San Lorenzo. All’improvviso Dario la prese per un gomito e la guidò in una traversa.

“Ecco, è qua” le disse con lo sguardo pieno di felicità..

Dopo una ventina di metri entrarono in un locale.

Dario cominciò a salutare un po’ di gente.

“Ciao Mario, ciao Luca, ciao Gio’! Ah, Peppe! Quanto tempo, ma che fine avevi fatto?” Dario neanche aspettava le risposte degli amici, mentre con lo sguardo cercava un tavolino libero. Lo adocchiò e, tenendo Antonella per un gomito, la pilotò verso quello.

Prima di entrare aveva sperato che quel posto fosse libero. Era in una posizione defilata ed era il suo preferito. Dario aveva una gran voglia di parlarci, di conoscerla per bene, quell’Antonella, e non voleva essere disturbato da nessuno!

“Mi pare che conosci tutti qui dentro, eh?” fece la ragazza, inarcando una sopracciglia.

A Dario venne un colpo al cuore e tardò a rispondere, per la grazia nel fare quel semplice gesto.

“Beh, sì” disse Dario quasi balbettando per l’emozione. “Quasi tutti. Ci vengo praticamente ogni giorno. Pensa… gli ultimi esami, a parte quelli di laboratorio ovviamente, li ho preparati qui”.

“Dove abiti, Dario?” si informò Antonella, prendendogli una mano.

“Io sto coi miei, sulla Nomentana, dalle parti di Villa Torlonia, e tu?”

“Io invece abito da sola. In un appartamentino che m’ha lasciato mia zia, morta un anno fa, dalle parti di piazza Zama, non so se conosci…”.

“E come no?” rispose Dario, ridendo. “Ci abita un mio carissimo amico dei tempi delle medie”

“Allora, questa birretta niente male?” fece Antonella, sfoderando di nuovo quel sorriso da KO. “Si è seccata la lingua a forza di chiacchierare”.

“Sì, la vado a prendere subito!” disse Dario, alzandosi, per avvicinarsi al bancone.

“Marcoli’, me dai du’ bire chiare, de quelle bbone, eh?” ordinò Dario, parlando in romanesco.

“Come le voi, piccole o medie?” domandò Marcoli’.

“Una media… aspetta…” fece Dario, alzando la voce per farsi sentire nel clamore che c’era nel locale. “Antonella, come la vuoi la birra? Piccola o media?”

“Se c’è pure da mangiare media, sennò piccola!” urlò la ragazza per farsi udire.

“Marcoli’, dammene du’ medie e portace quarche stuzzichino… che c’hai?” disse Dario, piluccando un’oliva.

“Guarda Da’, c’ho ‘n po’ de presciutto saporito de montagna e ‘n po’ de salame piccante calabrese” gli spiegò il barista.

“Vabbe’, fa’ ‘n piattino de uno e ‘n piattino dell’antro e du’ bire chiare medie!”

“Mo’ te ‘e porto subbito, va’, va’… ma quella chi è, ‘a tu’ regazza?” chiese strizzando l’occhio Marcoli’.

“Magara Marcoli’, magara! Chissà… se semo conosciuti mo’ mo’” rispose Dario allargando le braccia.

“Caruccia, c’ha propio un ber visetto! Oh, me raccomanno, eh, comportate bene!” disse Marcoli’, agitando la mano.

“A Marcoli’, ma nun fa’ ‘o scemo!” replico con lo sguardo felice Dario.

“Ma ch’hai capito?” fece il barista, ridendo di gusto. “Comportate bene ner zenzo che te se legge ‘n faccia che te piace… perciò nun fa’ lo stupido, che me so’ stufato de vedette sempre coll’amichi maschi… e te vorrei vede’ ogni tanto co’ quarche bella ragazza”.

“Scemo che sei! ” concluse Dario, che si voltò per tornare da Antonella.

Ma quanto è caro Marco’ pensò Dario. ‘È proprio vero che mi si è affezionato. Ha cinquant’anni. Potrebbe essere mio padre eppure parlo meglio con lui che con gli amici della mia età! Anzi, se è per questo, parlo meglio con lui che con mio padre!’

Tornato al tavolino, Dario era contento e di buon’umore. Dopotutto Marco aveva ragione, era ora che si trovasse una nuova ragazza, doveva ricominciare a vivere, ne sentiva il bisogno, anche se cercava di non pensarci.

Si sedette vicino ad Antonella ma qualcosa era però cambiato dentro di lui. Si sentiva impacciato, quasi intimorito, imbarazzato. ‘Ma cosa mi succede?’ pensò Dario. ‘Manco la conosco. Certo, è carina ma è troppo magra. Pare una bambina! Si, gli occhi, i capelli, il sorriso, ma non basta, non può bastare!’

Si rese conto di non aver ascoltato ciò che Antonella stava dicendo, troppo preso dai suoi pensieri. Fortunatamente arrivò Marco con le birre e gli stuzzichini: piccole tartine farcite con il suo squisito prosciutto di montagna e il salamino piccante, accompagnate da patatine fritte piuttosto salate. Appoggiò tutto sul tavolino, strizzando l’occhio a Dario.

Antonella continuava a chiacchierare senza sosta. Però Dario osservava solo le sue labbra con quei granellini di sale appiccicati sul lucidalabbra e i denti bianchissimi, che scrocchiavano patatine. ‘Chissà come sarebbe baciarla con quel sapore di sale sulla bocca?’ si disse Dario, mentre teneva in mano una tartina al prosciutto. ‘E affondare le mani tra quei capelli lucenti, morbidi, setosi. Abbracciarla piano per timore di farle male, accarezzarle la pelle profumata, sfiorare quei seni, nascosti sotto la camicia troppo larga?’

Si sforzò di scacciare quelle fantasie, si sentiva la testa ronzare. Antonella lo stava fissando, aveva capito, che lui non ascoltava le sue parole. Sembrava divertita da questo.

“Che pensi?” gli chiese, con gli occhi ammiccanti. Un lieve sorriso increspava le labbra, mentre la fronte era corrucciata. Pareva risentita per i pensieri che intuiva in Dario.

“Usciamo di qui, se vuoi?” fece Dario, mortificato dal fatto che lei gli avesse letto dentro. Uscirono senza pagare. Marco li seguì con gli occhi. ‘Che importa, ripasserà e pagherà domani’ si disse, fischiettando. ‘Ora è meglio che pensi alla ragazza. Chissà…, magari è la volta buona, che si liberi dai fantasmi del passato. Cos’è un uomo senza una donna accanto?’ Lo sapeva bene lui, Marco, e come lo sapeva bene.

Dario camminava con Antonella al fianco, un po’ discosta da lui, in silenzio. Antonella pensava, che era successo qualcosa di strano a Dario ma adesso la sua mente era chiusa ai suoi sguardi. Dario ricordò i pensieri che gli erano passati per la mente prima di entrare nel bar e come questi fossero fuggiti. Non era riuscito più a riacchiapparli. Le persone lo sfioravano frettolose di tornare a casa, guardavano Antonella di sbieco, mentre lui teneva gli occhi bassi con uno stano senso di soffocamento in gola.

D’un tratto Antonella si fermò davanti a un portone, alzò lo sguardo, indicò col mento una finestra al terzo piano.

“Ecco. Sono arrivata, abito lassù. Vuoi salire?” gli disse con gli occhi che imploravano un sì.