Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – occhio magico

Da questa stupenda immagine di Waldprok nasce un mini racconto senza troppe pretese. Venusia e i suoi abitanti sono sempre lì ad accogliere i viandanti della lettura.

Buona lettura.

La sera si avvicina e nello stagno delle anatre si specchia il sole, spuntando da dietro le nuvole. Però le anatre non ci sono. Loro arriveranno a ottobre per riposare qualche giorno prima di riprendere il volo verso sud.

Pino ci viene quasi tutti i giorni nella speranza di vederle che pigramente si lasciano dondolare sull’acqua e poi come colpiti da qualcosa si tuffano con la testa sotto la superficie in maniera repentina. Lui rimane affascinato dalla velocità con cui compiono questa operazione.

Pino è un ragazzino di dieci anni, alto due soldi di cacio con lo sguardo vispo e allegro. Sembra insignificante ma in realtà è un motorino inesauribile come se la carica non finisse mai. I suoi genitori lo lasciano libero di muoversi dove vuole durante l’estate. A scuola è il migliore. Insuperabile in matematica, discreto in italiano. Quest’anno ha finito le elementari e il prossimo settembre andrà all’unica media di Venusia con un bel giudizio più che lusinghiero.

Questa sera, come le altre, Pino si trova sul bordo dello stagno all’ombra di un leccio centenario a osservare la sua superficie liscia senza nemmeno una piccola increspatura. Una leggera bava mitiga la calura e muove gli steli del prato, che sta soffrendo il caldo. Tiene fra i denti un filo d’erba che fa fischiare con abilità. Glielo ha insegnato il nonno prima di morire. Pino in certe giornate ne sente la mancanza. Per lui era una guida, una fonte di conoscenze spicciole che nessun maestro è in grado d’insegnare. Una lenta melodia accompagna questo momento di tristezza, mentre il globo giallo si inabissa lentamente nello stagno.

Alle sue spalle nel folto dei rami una capinera intona il suo canto.

Pino rimane in ascolto a bocca aperta e fa cadere il filo che teneva fra le labbra fra l’erba che cresce sul bordo dello stagno.

Le ombre si allungano nella sera e lo stagno si prepara alla notte. Pino a malincuore si alza per tornare a casa, mentre il sole è sparito dietro le nuvole che avvampano di rosso. Indugia ancora. Gli dispiace lasciare questo posto che ha conquistato la sua fantasia.

Ci sono piccoli velieri che navigano sull’acqua dalle vele colorate spinte dal vento che piega la canne palustri. Lasciano il piccolo porto ricavato in un’insenatura per andare verso l’ignoto. Sono migranti in cerca di fortuna in terre lontane e sconosciute. Sulla riva le moglie li salutano con le mani e i fazzoletti, mentre ricambiano sventolando i loro berretti. Poi tutto si svuota in un crescendo di luci sempre più flebili e di ombre più minacciose.

Pino si volta verso lo stagno prima di affrontare il sentiero diretto a Venusia. In parte corre sotto il tetto verde del bosco di lecci e l’ultimo tratto sotto il cielo che inscurisce.

Le prime case di Venusia si mostrano agli occhi di Pino, che affretta il passo. La mamma si raccomanda sempre di essere in casa prima che il sole sia tramontato del tutto e lui sa di essere in ritardo.

Un ultimo sguardo e poi sta tra le case basse e gli orti del paese che lo inghiottiscono dentro di sé.

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Disegna la tua storia – un’immagine di Marzia – Un puf!

Marzia propone un indovinello ed io raccolgo la sfida. Ecco l’immagine

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ed ecco il racconto

Il ventisei di giugno a Venusia si festeggia SS. Giovanni e Paolo ed è festa grande.

La grande piazza, quella con la fontana senz’acqua, che in realtà è anche l’unica del paese, si riempe di bancarelle e stand colorati. Qualcuno propone il palo della cuccagna ma fare un buco nell’asfalto è come fare un buco nell’acqua. Allora si ripiega sulla giostra, quella di una volta, coi cavallini, i cigni e animali alati, ma il problema è un altro. La giostra gira vuota o quasi per mancanza della materia prima: i bambini. Niente giostra, nemmeno il palo della cuccagna. Ma cosa fare?

«Idea!» esclama Valentina, che vorrebbe essere la creativa del paese.

Tutti si voltano e aspettano la grandiosa e meravigliosa invenzione della sua mente vulcanica.

«Facciamo uno stand dove al posto dei barattoli mettiamo le immagini del borgomastro e dei consiglieri comunali».

Tutti scrollano le spalle, teste comprese. Pensavano a chi sa che cosa, invece un’idea piccola piccola.

«Chissà che gusto c’è tirare una palla sulla foto del borgomastro» spiega Ermete, che ha la lingua lunga e poco cervello. «Sarebbe più emozionante se ci fosse lui in persona».

Tutti scoppiano a ridere per la proposta provocatoria di Ermete, che mette il broncio perché lo stanno dileggiando.

Insomma l’organizzazione della festa è una bella occasione per litigare. Tutti contro tutti.

«Eureka!»

Tutti si girano verso Martino, che sembra annunciare il ritrovamento del tesoro nascosto due secoli fa in una casa di Venusia.

Martino resta in silenzio calamitando gli sguardi perplessi e curiosi degli avventori da Sghego. Si sente solo il ronzio di un’ape che per sbaglio è finita lì in mezzo agli organizzatori della festa.

«Mettiamo i tavoli di Sghego in piazza…».

«Perché dovremmo fare questa fatica. Si sta tanto bene qui sotto il glicine e la passiflora» rimbecca Berto, che manda giù una sorsata di raboso, seguito da un poderoso rutto.

«Che maleducato» urla Valentina, alzandosi in piedi.

«…e poi facciamo un torneo di rubamazzo. Chi perde…» continua Martino ignorando le varie interruzioni.

«Lava i piatti per dieci giorni» chiosa Ermete, suscitando l’ilarità generale.

«Insomma abbiamo capito. Facciamo come gli anni precedenti. Bancarelle, stand gastronomici, la processione dei due Santi e lo spettacolo pirotecnico per chiudere» dice Sghego con grembiule bianco legato in cintura.

Il ventisei giugno alle ventitré inizia lo spettacolo con tutta Venusia a naso in su.

Puf! Bot! Splash! E il cielo grigio si riempe di patetici sbuffi. Si erano dimenticati di mettere al riparo bombe, petardi, spolette, stelle, quando nel pomeriggio c’è stato il consueto acquazzone.

 

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – la fontana

Una bella immagine di Etiliyle e zac una pessima storia.

Etiliyle-Luca Molinari Photo-Calice

A Venusia c’è solo una grande piazza Al centro una fontana: marmo e cannelli di rame che dovrebbero zampillare acqua ma sono sempre a secco. È il posto delle grandi adunate, quelle faraoniche, si fa per dire, quando il borgomastro deve fare le comunicazioni a tutti i cittadini di Venusia. Anche se siamo nel nuovo millennio internet non esiste ma nemmeno quello delle cose. Facebook e altre diavolerie non sono note. Whatsapp? Cos’è? Insomma niente tecnologia per fare le comunicazioni a tutti i cittadini. Esiste solo la grande piazza con la fontana di Bustonero. Comunicazione immediata e senza sorprese.

Quando non è impegnata dal borgomastro, in verità assai di rado, è il terreno di giochi dei bambini venusiani. Non sono molti, perché anche qui le nascite avvengono col contagocce ma ci sono.

La piazz a è la loro pista per le corse in bicicletta o sugli skateboard. L’asfalto è ruvido e lascia segni dolorosi sulle gambe ma non demordono. Cadono, si rialzano e piagnucolano ma poi tornano a correre e cadere. Però anche altri giochi di strada si svolgono in quello spiazzo ardente nei mesi estivi.

Ad aprile quando le giornate sono soleggiate ma ancora fresche bambine e bambini occupano la piazza, cercando di convivere senza litigare come fanno i grandi, quando si ritrovano insieme.

Elisa capeggia la schiera delle femmine che si sistemano a sinistra della fontana. Pino invece è il capo dei maschi che non possono gareggiare con biciclette, e si accontentano di giocare coi tappi.

Elisa porta da casa i gessetti colorati per disegnare sull’asfalto il campo di gioco. Sette caselle e il cielo da raggiungere. Disegna una riga dietro la quale si sistemano.

“Un due tre… la peppina fa il caffè… fa il caffè di cioccolata… la peppina è malata”.

È la filastrocca che usa Elisa per contare chi deve iniziare il gioco. Viene lanciato il sassolino ma manca la prima casella. Subito Cecilia viene eliminata. Nuova conta. Questa volta il sassolino centra la casella. Roberta fa un salto col piede destro. Ondeggia pericolosamente ma resta in piedi. Lo raccoglie in equilibrio precario su la gamba destra. Lo lancia nella seconda casella con perizia ma la deve centrare col piede sinistro, tenendo sollevato il destro Un salto maldestro che la fa rovinare a terra. Il gioco prosegue finché esauste non si siedono sotto l’unica ombra della piazza. Quella sotto un alberello gracile ed esile che dovrebbe essere un tiglio. Osservano Pino e i suoi compagni che stanno facendo la corsa coi tappi corona, dove hanno racchiuso la figurina dei loro corridori preferiti.

«Hai tagliato la curva» urla Ernesto. «Devi tornare indietro».

«No! Ho solo toccato la riga» rimbecca acido Pietro.

Ernesto è rosso in viso per la collera, perché rischia di perdere il Giro di Venusia e lui a perdere non ci sta. Si fronteggiano minacciosamente pronti a litigare con le mani, quando Pino si interpone tra loro.

«Pietro» afferma con calma il ragazzino. «Ernesto ha ragione. Quindi torna al punto di partenza».

Pietro sbuffa e getta con stizza il suo tappo lontano, mentre si allontana tutto arrabbiato.

«Sempre così finisce» sussurra Elisa sottovoce a Monica. «Tutte le volte il gioco finisce in un litigio».

Disegna la tua storia – un immagine di Waldprok – le scie

Da questa bella immagine di Waldprok nasce questa breve racconto

Ermete osserva tutti i giorni strane scie nel cielo. Una mano misteriosa con un pennarello bianco si diverte a striare l’azzurro limpido del cielo. Non disegni di animali fantastici come quel birbone che prende batuffoli di cotone e con mani da prestigiatore li impasta come draghi, navi e altre forme che strappano un ‘oh!’ di meraviglia.
Ermete non conosce quell’artista ma ne ammira i disegni. Righe diritte, righe slabbrate, righe storte e tutti i giorni delle nuove. Lui a naso in su e bocca aperta per lo stupore di vederle.
Seduto da Sghego con l’immancabile calice di raboso davanti da lui, osserva una serie di scie che s’incrociano dando vita a un curioso disegno che pare un petalo di margherita.
«Sono le scie chimiche» afferma Mario seduto allo stesso tavolo che sorbisce rumorosamente il suo bicchiere.
«Chimiche?»
«Sì, chimiche» ribatte infastidito il compagno di bevute. «Le disegnano per spiarci e condizionare la nostra vita».
Ermete rimane col calice a mezz’aria e la bocca aperta. “Spiarci? Chimiche?” si dice incredulo. “Ma cosa dice Mario?”
«Sei sicuro, Mario?» chiede Ermete che si è ripreso dalla sorpresa.
Lui annuisce con vigore con la testa, perché ha la bocca piena di vino. Qualche goccia cade sul tavolo. Deglutisce in maniera ineducata con un rutto sonoro alla fine.
«Ma dove vivi?» fa Mario, riempendo il bicchiere con altro raboso. «Lo sanno tutti che le scie chimiche ci spiano».
Ermete lo guarda come si può guardare uno che dice delle cretinate. “Ma chi è quello scemo che sale in cielo per spiare Venusia?” riflette armeggiando col calice semi pieno di vino. “E poi come farebbe?” Scuote il capo perché non gliela danno da bere una scemenza del genere.
«Lo stato vuole condizionare la nostra vita, spargendo agenti chimici che ci fanno ridere quando c’è da piangere e viceversa» spiega convinto Mario, ingollando il terzo bicchiere di raboso.
«Ma sei sicuro? Al governo non importa nulla di Venusia, che manco sa che esista» replica Ermete congestionato in viso perché sembra che si voglia burlare di lui.
Mario non risponde. Armeggia col telefono, finché non lo mostra a Ermete.
«Leggi, San Tommaso».
Ermete strizza gli occhi, perché senza occhiali non ci vede un tubo.
‘Le scie di condensazione si formano solo a temperature inferiori a −40°C a 8.000 metri di quota e con umidità relativa del 70%. Questa affermazione si basa sul modello teorico elaborato nel 1953 da H. Appleman. Lo Space Preservation Act sarebbe un’implicita ammissione dell’esistenza del fenomeno. HAARP sarebbe lo strumento di attuazione del piano. A essere irrorato sarebbe un miscuglio di bario, alluminio, silicio e altre sostanze, il cui scopo è quello di creare una sorta di sandwich elettroconduttivo, con finalità di controllo mentale.’
Ermete alza gli occhi sbattendo le palpebre. Non ci ha capito un accidente. “Space Preservation Act… cos’è? HAARP… boh! Sandwich elettroconduttivo… ma si mangia?” pensa ma non osa esternare i suoi dubbi, perché lo prenderebbe per ignorante.
«Allora hai letto?» chiede Mario soddisfatto.
Ermete inforca gli occhiali e solleva il viso contento.
«Certo che ho letto. C’è scritto: ‘questa è una fake news o una bufala del web’» replica finendo il vino nel calice.

Disegna la tua storia -un’immagine di Etiliyle – il lupetto


Questa straordinaria immagine è di Etiliyle e Whiskey merita un racconto.

A Venusia i cani non sono molto amati e quei pochi che ci sono assolvono a compiti precisi.
Nelle abitazioni più prossime ai campi ci sono diverse colonie di topi campagnoli, che quando piove amano ripararsi nelle cantine. Ernesto, stanco di averli tra i piedi nei momenti più inopportuni, è andato in città per comprare un gatto ma alla fine nell’unico negozio degli animali gli hanno appioppato un ratonero, un cane di origine spagnola, che non lo ha deluso. Questo cane è un abilissimo cacciatore e li ha convinti che era meglio non avventurarsi dalle parti della casa di Ernesto per non fare una brutta fine.
«Molto meglio di gatto» dice quando passeggia per il centro di Venusia. Qualcuno ride, osservandolo. Alto due spanne, fisico asciutto ma non muscoloso, sempre pronto a giocare. Però chi l’ha visto all’opera, è rimasto strabiliato per la fulmineità con cui cattura i topolini di campagna.
Un altro paio, un bracco e un segugio, si dedicano alla caccia. Non che a Venusia ci siano dei veri cacciatori ma un paio di soggetti che tengono la doppietta in soffitta. Questi, sempre inattivi, hanno messo la pancetta come qualche ozioso venusiano.
Tobia è il cane di Sofia. Un meticcio senza pedigree, di taglia grande, dal fisico robusto. Sa come farsi rispettare mostrando minaccioso una dentatura forte e perfetta. Non ha paura di nulla ed è pronto a difenderla da qualsiasi minaccia specialmente quando sta all’aria aperta con lei.
Sofia è una dei pochi venusiani che ama passeggiare nel bosco degli Spiriti, quando non frequenta l’università e si trova a Venusia. Qui ci sono diversi animali che è meglio evitare. Un branco di lupi, una coppia di orsi sono i più temuti.
In un pomeriggio di maggio la ragazza percorre il sentiero che porta nel folto del bosco, accompagnata dal fido Tobia, quando lo sente abbaiare con furia. Non è il solito ringhiare di quando incontra qualche selvatico ma pareva una richiesta di aiuto. Sofia affretta il passo e si addentra nel bosco seguendo l’indicazione dei latrati di Tobia. Poco distante in una radura lo vede vicino a un fagotto di pelo marrone rossiccio che guaisce debolmente. Si avvicina scoprendo che è un cucciolo di lupo, che non riesce a camminare. Mostra i denti senza intimorire Tobia che smette di abbaiare vista la sua presenza.
Sofia è incerta se prendere il lupacchiotto oppure lasciarlo lì. Ha la zampa anteriore in una posizione innaturale. Probabilmente è stato abbandonato dal branco ma se resta nel bosco è destinato a morire. Sa di rischiare un morso, perché questo cucciolo non è come il suo Tobia al momento del ritrovamento. Il lupetto è selvatico. Non conosce l’uomo ed è diffidente.
“Lo prendo o non lo prendo” pensa Sofia, osservando Tobia che lo afferra dietro la nuca sollevandolo. Adesso non ha dubbi, anche se in effetti non li ha avuti nemmeno prima.
Il lupetto si dimena, guaisce ma alla fine comprende che questi due sconosciuti sono la sua salvezza.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – l’arcobaleno

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È stata una primavera piovosa a Venusia come non si ricordava da molto tempo ma forse come tutti, i venusiani hanno la memoria corta. Quindi si dice sempre ‘è l’estate più calda’, ‘l’inverno più freddo’, ‘la primavera più piovosa’ anche se in realtà non è vero per nulla. Però a Venusia non si parlava d’altro.
«Non ricordo un tempo così piovoso» dice Berto, seduto sotto il tendone davanti al bar da Sghego, mentre sta facendo un partita a scopa con gli amici.
Berto è un omino di mezz’età con una vistosa incipiente calvizia. Non hai mai lavorato seriamente e adesso passa i suoi pomeriggi a giocare a carte come un pensionato.
«Pensa alla partita anziché al tempo» lo rimbecca Martino, il compagno di gioco.
Martino è più giovane di Berto, Alto, allampanato e anche lui poco disposto a impegnarsi col lavoro. Tanti piccoli mestieri per sbarcare il lunario ma il posto fisso non lo interessa. Anzi non lo cerca proprio
«Ha ragione» ridacchia Alberto, che con l’asso raccoglie un bel po’ di denari sul tavolo oltre a fare scopa.
Alberto è l’unico del quartetto che potrebbe passare il suo tempo a giocare a carte. Basso, coi capelli bianchi e i baffi ingialliti dalla nicotina. È il vecchio e dopo una vita a lavorare i campi altrui si sta godendo la pensione. “Poca roba” dice sempre, glissando sull’importo.
Il quarto, Marino, è il più giovane ed è anche l’unico che lavora seriamente. Fisico da culturista, capelli tagliati a spazzola e viso abbronzato per la vita all’aria aperta. Ha uno splendido vigneto, che cura personalmente.
Berto si fa scuro in viso, perché quel Martino è una vera schiappa, mentre i due avversari lavorano bene con le carte. Vorrebbe buttarle via ma si trattiene. Sbuffa, mima con le mani ‘che culo!’ verso gli avversari ma non replica al compagno.
Il tendone ripara dalla pioggia ma gocciola con abbondanza e devono spostare il tavolo un po’ più verso il centro per non bagnarsi con gli schizzi sul marciapiede.
Sul tavolo oltre alle carte ci sono diversi bicchieri vuoti e la bottiglia di raboso con un dito scarso di vino sul fondo.
«Se non ci diamo una mossa» brontola Berto mentre cala un sette per prendere il settebello, «ci tocca di pagare un bel botto».
Martino non risponde, perché le sue carte fanno schifo. “Oggi proprio non è giornata” pensa, pescando un cinque di spade. Alza gli occhi verso la strada e li sgrana per lo stupore. Piove ma il sole illumina la via. Scuote il capo, perché il tempo pare impazzito. Sole, pioggia, di nuovo sole. Un’alternanza davvero impossibile da seguire. Rimane a bocca aperta per lo spettacolo che vede dinnanzi a se.
«Dai, tartaruga» fa Marino. «Cala la carta invece di guardarti in giro».
Martino tiene le carte in mano ma è lo spettacolo che lo affascina. Tra le chiome degli alberi della strada si intravvede una magica visione. Un bellissimo arcobaleno forma un arco sotto cui sta Venusia.
«Che ti prende, Martino? Sei rimasto folgorato?» esclama Alberto che non comprende il motivo dello stupore dell’amico.
Con il braccio disteso indica qualcosa alle loro spalle incapace di parlare.
«Ti sei seccata la lingua?»
«No, di certo» afferma Martino che ha riacquistato l’uso della parola. «Mai visto un arcobaleno simile».
I tre compagni si girano nella direzione indicata dal suo braccio e un “oh!” di stupore esce dalle loro labbra.
«Dai» fa Berto, mettendo sul tavolo le sue carte. «Corriamo dove nasce l’arcobaleno. Chissà se c’è la pentolaccia piena di ducati d’oro!»
Tutti ridono alla sua battuta e riprendono a giocare. Per la pignatta d’oro c’è tempo per cercarla.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – il bosco

Da questa bell’immagine di Waldprok ho ricavato questo breve racconto

Il bosco si estendeva verso nord. Ai venusiani non piaceva molto avventurarsi dentro, perché correvano leggende sui suoi abitanti. In realtà erano chiacchiere che si tramandavano di padre in figlio, ogni volta arricchite di nuovi dettagli ancora più cruenti e minacciosi.
Loro credevano che non solo spiriti maligni lo abitassero ma anche le creature buone. Forse avevano letto i romanzi di Tolkien e poi avevano creato leggende con elfi, troll e gnomi cattivi. La fantasia non mancava ma la realtà era molto più tranquilla. Il bosco degli Spiriti, come lo chiamavano i venusiani, ospitava molti animali e tante farfalle. Crescevano fragoline di bosco e profumati funghi. Forniva la legna per il camino e la stufa. Di spiriti maligni nessuna traccia. Chi vi entrava, ne usciva senza problemi o cattivi incontri. Però la sua pessima fama rimaneva.
Se negli altri paesi della regione per impressionare i bambini più irrequieti dicevano: «Arriva l’uomo nero» che in effetti non arrivava mai, a Venusia minacciavano di portarli nel bosco degli Spiriti. Questo deterrente sembrava più efficace dell’uomo nero, perché i pargoli venusiani a forza di sentire racconti truculenti di bambini fatti allo spiedo oppure cucinati nel forno credevano che andare nel bosco fosse pericoloso. Il pensiero che una strega cattiva potesse mangiarli cotti nel forno era talmente potente da scoraggiare anche il bambino più intraprendente. Quindi nemmeno accompagnati da un adulto volevano mettere piede nel bosco, ricordando la favola di Hänsel e Gretel, che era tra le più gettonate nei racconti serali intorno al camino.
Una bimbetta dai capelli biondi come il grano non credeva che personaggi cattivi popolassero il bosco. Si chiamava Elisa ed era alta come un soldo di cacio. Il padre, che si arrangiava come muratore, e la madre, che faceva la sarta, non avevano avuto la necessità d’impaurire la figlia, perché trovavano sciocchi simili insegnamenti. Si rifiutavano di raccontare le mille leggende nate intorno al bosco degli Spiriti, ritenendolo stupide superstizioni. Quando Elisa compiva una marachella, con pazienza le spiegavano che non doveva farlo più. Quindi niente punizioni esagerate rispetto alla gravità del gesto, nessuna minaccia di essere abbandonata nel bosco degli Spiriti, ma una pacata spiegazione dove aveva sbagliato.
Elisa cresceva allegra e appariva più matura dei suoi sei anni e anche dei suoi coetanei.
Quando a settembre iniziò la scuola, ridacchiava dei compagni che credevano il bosco degli Spiriti abitato da streghe e demoni. Loro credevano che il cinque dicembre San Nicola viaggiasse col diavolo per punire i bambini irrequieti. Lei sapeva che erano il fabbro e pastore truccati da diavolo e San Nicola. Per l’epifania non era la befana a riempire la calza appesa al camino ma sua madre.
Insomma Elisa cresceva sapendo separare le favole dalla realtà.

Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – la strada

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immagine tratta dal blog Etiliyle

La strada partiva dalla periferia meridionale di Venusia e arrivava alla città più vicina, il capoluogo della regione. Una strada di campagna tra due muri di erbe alte che nascondevano la pianura. Uno sterrato polveroso d’estate e fangoso d’inverno. Lo stato della via era un chiaro indicatore com’era considerata Venusia. Sembrava che il paese fosse dimenticato da Dio e dagli uomini. Non era neppure segnato sulla carta geografica. Un punto invisibile. Le strade che arrivavano a Venusia non erano molte, perché nessuno avvertiva la necessità di andarci. Casomai era vero il viceversa: i venusiani la usavano per andare in città a respirare l’aria vivace e gaudente del capoluogo. Questa era quella più frequentata. L’altra quella del bosco, dalla parte opposta del paese, era praticata da poche persone. Dicevano i venusiani che portava male.

Intorno a Venusia c’era una pianura piatta, interrotta solo dal bosco a settentrione e a oriente da un dosso con la Fortezza. Per il resto la visione si perdeva nei campi coltivati.

Quell’inverno era stato particolarmente secco. Poche piogge, ancor più rari i giorni di nebbia. Il fondo della strada era per lo più duro e secco ma senza la polvere estiva.

Pina la percorreva in bicicletta, portando sulle spalle una cesta con gli ortaggi invernali che aveva raccolto nella mattinata. Da quando i negozi erano aperti tutti i giorni, doveva portare in città la verdura fresca anche la domenica. Se per i negozianti era fastidioso, perché non potevano chiudere le loro botteghe, lasciando via libera alla concorrenza, per Pina era ancora più duro, perché nemmeno alla domenica poteva restarsene a casa.

Faceva quel tragitto con ogni tempo in bicicletta fuorché con la neve, perché andava a piedi in città con il suo carico di ortaggi. Ci metteva circa quaranta minuti a raggiungere la città, pedalando di buona lena, ed era faticoso col carico sulle spalle, specialmente quando la strada era fangosa e si appiccicava alle ruote come una sanguisuga.

Pina era una donna di mezz’età, secca e piccola. Il viso rugoso la faceva sembrare più vecchia ma l’energia e la forza fisica non le mancavano. Non poteva rinunciare a quei pochi soldi che ricavava dalla vendita dei suoi ortaggi. Erano tutto il suo sostentamento. Non si lamentava mai se il sole picchiava duro oppure la galaverna affrescava di bianco l’erba del ciglio della strada. Pedalava in silenzio avvolta nel suo mantello verde sia d’estate che d’inverno.

Era la prima domenica di gennaio e un sole pallido inondava la strada con la sua luce. Non mitigava molto l’aria della mattina, che pungeva il suo viso. Le guance erano rosse per freddo e dal naso colava un liquido bianco, che strofinava via col dorso della mano.

Arrivata quasi in città, la dove alla terra battuta si sostituiva l’asfalto, Pina vide una donna che si sbracciava come a chiedere aiuto. Frenò di brutto e accostò.

«Dio vi ringrazi» borbottò col fiato mozzo.

«Casa vi è successo, buona donna?» chiese cortese Pina, mentre lo sguardo spaziava intorno senza scorgere un minimo segnale di pericolo o di presenza umana.

«Nulla, nulla»

Pina sgranò gli occhi basita per il suo atteggiamento strano. “Sembra che corra un pericolo mortale ma afferma tutto il contrario” bisbigliò a labbra chiuse. Qualcosa doveva metterla sull’avviso che la risposta nascondesse un secondo fine ma lei era fiduciosa nella natura umana.

«Avete necessità di aiuto?» domandò cauta come se tastasse la consistenza della superficie ghiacciata dello stagno con un piede.

La donna scosse il capo, negando anche questa ipotesi.

Pina la guardò con un occhio semichiuso. “Qualcosa non torna” si disse, afferrando il manubrio della sua bicicletta.

Accennò a iniziare a pedalare, quando la donna pose una mano sul suo braccio per frenare la sua corsa.

«La prego, non andatevene» la implorò con tono supplichevole.

Pina non rispose e mise un piede per terra per tenersi in equilibrio. “Se ha bisogno di aiuto, dovrà trovare delle parole convincenti” rimuginò, sospirando rumorosamente.

«La prego» ripeté la donna con un filo di voce.

«La sto ascoltando» affermò Pina, guardandola in viso.

La donna che appariva vestita modestamente e in modo inadeguato alla stagione fece un passo in avanti, avvicinandosi a Pina che non percepiva il motivo per il quale era stata fermata.

«La vedo passare tutti i giorni e non ho mai avuto il coraggio di fermarla».

Pina cominciò a provare fastidio per tutto questo e se ne sarebbe andata se la curiosità non l’avesse frenata.

«Sì, è vero. Sono anni che faccio questa strada» disse senza aggiungere altro.

La donna sembrò pregarla con le mani giunte ma questo le dava molto fastidio. Con un cenno del capo le fece segno di sveltire le parole. Era già terribilmente in ritardo nelle consegne.

«Mi chiedevo» aggiunse qualche istante più tardi. Una nuova pausa ritardò le spiegazioni.

«Sì ma la prego di parlare più in fretta. Sono in ritardo nel mio giro delle consegne» affermò decisa Pina.

«Le stavo dicendo che lei è fortunata a possedere un orto» soggiunse facendosi più vicina per osservare il contenuto della gerla.

«E sì» confermò agitando le mani.

“Sta fresca se le regalo il contenuto della sporta!” ironizzò Pina.

«Oggi ho trovato il coraggio di domandarle…»

“Uffa” borbottò Pina che non aveva intenzione a lasciarsi coinvolgere in qualche gioco di parole.

«Le volevo domandare…». Una nuova sosta nelle parole creò una situazione di disagio.

Pina fece un sorriso per incoraggiarla a concludere il discorso. “Sto perdendo un sacco di tempo” pensò, perché per lei il tempo era denaro.

Non sentendo nulla la donna riprese a parlare.

«Le volevo chiedere se mi porta con lei in città. Ho sempre desiderato andarci senza mai averne il coraggio».

Disegna la tua storia – nro 17 – il Boss

Quando il Boss tuonò “Ceci!”, l’urlo fece vibrare i vetri dell’ufficio e si avvertì fino in Piazza dell’Unità.

Cecilia, o meglio Ceci come la chiamavano tutti, guardò terrea in viso Barbara, la collega di stanza, e domandò: «Cosa vuole il Boss?»

Lei alzò le spalle e disse: «Vai nella sua stanza e senti».

Cecilia aveva venticinque anni e da due lavorava per il Boss, come chiamavano il capo della società Per&Due, che operava nell’area marketing imballaggi.

La ragazza si alzò dalla sedia ma sentiva tremare le gambe. Quando urlava così, c’era sempre un casino in corso e l’esperienza insegnava che era più prudente girare al largo. Però il problema era che aveva chiamato il suo nome, quindi la riguardava. “Cosa?” rifletté mentre faceva mente locale per capire se avesse sbagliato qualcosa. Intimorita trascinava con fatica le gambe che invece avevano poca voglia di muoversi.

“No. Ho fatto tutto quello che mi aveva detto ieri” pensò Ceci, mentre bussava timidamente alla porta di vetro dell’ufficio del Boss.

«Entra, per Dio!» tuonò di nuovo, mentre lei metteva dentro la testa.

Il Boss vide prima la sua chioma rosso Tiziano, poi il viso ricoperto di lentiggini il cui colorito si confondeva con i capelli e alla fine il suo corpo minuto da adolescente.

«Ma muovi quel culo! E siediti» ringhiò furioso il Boss.

Ceci ubbidì prontamente, mettendosi in punta sulla poltroncina di fronte a lui. La lingua era paralizzata dal terrore mentre continuava a deglutire rumorosamente.

«Ti sei mangiata la lingua, porca paletta!» urlò con un tono vicino a mille decibel, dando una manata sulla scrivania, che traballò come scossa da un terremoto.

«No, B… Signore» balbettò Ceci, mordendosi la lingua. Stava per chiamarlo Boss e sapeva come questo appellativo lo mandasse in bestia. Però s’era corretta in tempo.

Il Boss la guardò di sbieco, ridendo dentro di sé. La vedeva impaurita e cotta al punto giusto.

«Ceci, quello studio per il cliente Nomi è terminato?» chiese con un tono leggermente addolcito.

«Si… No…» borbottò Ceci sempre più confusa. Non ricordava se l’avesse già consegnato oppure era ancora in un suo cassetto.

Il Boss mostrò i suoi canini in un ghigno feroce che ebbe un effetto devastante su di lei.

«Insomma è sì oppure no?»

Ceci aprì la bocca ma non uscì che un sospiro. Annaspò alla ricerca dell’ossigeno, che pareva svanito all’improvviso. Sì sforzò ma non riuscì a stabilire nulla. Si alzò e farfugliò: «Vado a vedere sulla mia scrivania».

«Ma questo cos’è?» tuonò il Boss, agitando sotto il suo naso un fascicolo corposo.

Ceci avvertì che le guance erano in fiamme e stava sudando copiosamente. Strinse gli occhi per mettere a fuoco, quello che il Boss agitava come un drappo rosso davanti al toro. Un lampo squarciò le tenebre della sua mente e riconobbe quello che aveva preparato con cura stamattina. “Stronzo” si disse, riacquistando un minimo di dignità.

«Sì, è terminato» affermò con maggiore decisione.

Il Boss finse di leggere la tabella finale, quella dei compensi.

«Ma è una cifra ridicola. Se chiediamo così poco, rischiamo la bancarotta» brontolò.

«Ma veramente…»

«Cosa veramente?» domandò il Boss.

«La cifra non è ridicola. Sono oltre centomila euro» sbottò Ceci, che aveva riacquistato la padronanza di sé.

«Appunto. Il cliente ha firmato contento della proposta. Il dieci percento te lo sei meritato».

Disegna la storia

Dalla bella immagine di Alchimie ho disegnato questa storia.

Lo chiamano il bosco degli spiriti i viggianesi, perché di generazione in generazione affermano che le anime dei loro concittadini si nascondono tra quegli alberi per parlare tra loro. Lo considerano sacro e degno di ogni rispetto.

Un bosco folto di castagni, querce e sorbi si estende lungo le pendici della montagna, che di certo ha un nome ma non per loro. Per i viggianesi è la Montagna e basta. Nessuno è mai stato interessato a conoscerne il vero nome. Quel intrico di alberi e di sottobosco comincia appena fuori l’ultima casa di Viggio e si arrampica fino alla cima, nascondendola.

A loro non piace andarci, perché dicono che si disturba la pace dei suoi abitanti. Tengono puliti i sentieri ma lo fanno malvolentieri come raccogliere la legna per l’inverno. Ha una sacralità che farebbe sorridere ma che tutti rispettano.

A Sofia invece piace camminare nel silenzio del bosco, ascoltando il rumore della natura. Ci va con Tobia, il suo cane, un meticcio festoso. Lui corre a destra e a sinistra ma torna sempre dalla sua padroncina per sincerarsi che non l’abbia abbandonato. Assapora il gusto della libertà senza dover sottostare alle imposizioni degli umani. Niente guinzaglio, niente museruola. Può far sentire la sua voce senza essere zittito. Può scapicollarsi senza limitazioni.

Sofia ha vent’anni e studia all’università della sua città per diventare botanica. Ama la natura e vivrebbe sempre nel bosco.

Quest’anno il novembre è stato mite, soleggiato e con cielo terso che pare lavato. Nella giornata odierna le nuvole bianche viaggiano leggere da nord verso sud sospinte da una brezza di tramontana.

Oggi non ci sono lezioni all’università, perché il personale è in sciopero. Sofia non riesce a starsene ferma in casa e decide nel pomeriggio di fare una passeggiata nel bosco degli spiriti come tante altre volte. Si copre bene col piumino, indossa degli stivali foderati per camminare comoda.

«Vieni Tobia» dice al suo cane, che prontamente si mette davanti alla porta. «Mamma vado a fare una camminata nel bosco degli spiriti con Tobia».

Anna disapprova queste uscite ma non lo dice apertamente. Come tutti i viggianesi ritiene che sia un sacrilegio camminare nel bosco, perché si disturbano le anime dei loro defunti.

«Non fare tardi. Le giornate sono corte in novembre e fa buio presto» l’ammonisce, salutandola con un gesto della mano.

Sofia sorride. Conosce bene sua madre ed è consapevole che non approva le sue uscite. “Tutte superstizioni” pensa, aprendo il battente.

«Certamente, ma’. Sarò di ritorno prima del calare del sole».

Tobia corre felice avanti e indietro. Si stava annoiando in casa ma adesso può fare lunghe corse, abbaiando felice.

Sofia e Tobia si inoltrano nel bosco, che sta perdendo le ultime foglie. I raggi del sole finalmente possono posarsi sulla terra ricoperta di quanto è caduto dai rami. Alcuni ricci di castagne sono semiaperti e anneriti dal tempo. Le ghiande sono sul terreno e sul sorbo restano i frutti rossi, maturi.

Sofia li osserva ma evita di raccoglierli, mentre Tobia corre festoso avanti e indietro, libero e felice.

Il sole inizia a declinare. È giunto il momento di tornare. Sofia richiama il meticcio.

«Tobia, si torna a casa» dice la ragazza, accompagnando le parole con un gesto della mano.

Il cane docile al richiamo si affianca a lei. Prendono il sentiero che tra non molto li porterà fuori dal bosco.

Le nuvole che fino a qualche istante prima sembravano batuffoli di cotone adesso assumono una consistenza rosacea, declinando verso il grigio.

Il sole scende timido tra le cime brulle delle montagne di fronte, inondando con un rosso tenue il cielo che si sta inscurendo.

«Vedi Tobia» fa la ragazza abbassandosi verso terra. «Vedi la meraviglia del tramonto».

Il meticcio la guarda con i suoi occhi dolci scuri e abbaia contento.

Addendum

L’immagine è tratta dal blog Alchimie e l’ho usata per disegnare la mia storia. Grazie, Marzia