Claire

Disegno di Veronica © 2016

Nei pressi della capanna del nonno, sull’alta cresta da cui si domina un pendio coperto di ippocastani, Claire, in groppa al suo cavallo, è avvolta in una spessa coperta. Si era accampata lì per la notte. Aveva raggiunto la sera precedente quella piccola costruzione che il nonno eresse più di una generazione fa, e nella quale visse come un eremita, quando arrivò in questo paese per la prima volta. Era uno scapolo pieno di sé, che alla fine entrò in possesso di tutta la terra su cui correva il suo sguardo. A quarant’anni si sposò controvoglia ed ebbe un figlio, a cui lasciò questa fattoria sulla via per Petaluma. Claire si sposta lentamente sulla cresta sovrastante le due vallate piene di bruma mattutina. Alla sua sinistra c’è la costa. Alla sua destra la strada per Sacramento…”.

Claire ricordava la prima volta che si era recata in quel posto, che le era apparso inospitale ma da subito aveva saputo che sarebbe stato suo e solamente suo. La sua vista aveva percepito l’immensità del luogo. Alberi e colline verdeggianti. E là in fondo l’azzurro dell’oceano. Sopra di lei un cielo terso senza una nuvola, incendiato dal sole al tramonto. La cornacchia col suo ‘cau’ rinnovava la sua canzone nel folto della quercia che stava davanti alla costruzione. Il vento muoveva i suoi capelli con un sibilo amico. L’erba alta si muoveva secondo un ritmo che per Claire era sconosciuto. La porta della piccola costruzione cigolava a ogni soffio del vento che portava con sé il sapore del mare. Quell’abitazione era un misto di mattoni e legno, come quasi tutte le abitazioni di quei posti isolati. Alcune imposte erano uscite dai cardini e penzolavano mollemente. La copertura in mattoni mostrava sotto le travi in legno. Claire pensò che avrebbe dovuto lavorare duramente per renderla abitabile. All’interno si notavano le tracce del passaggio di animali. Impronte ed escrementi. Il piccolo camino all’interno chiedeva solo di essere acceso.

Adesso casa e terreno erano suoi e aspettavano che lei ci venisse ad abitare.

Il nonno non lo aveva mai conosciuto, né sapeva come si chiamava la nonna, che pareva svanita come la nebbia ai primi tepori del giorno.

Chi fosse e come vivesse lo imparò solo molto tardi, quando John, suo padre, le raccontò alcune cose della vita di Clark. Il nonno si chiamava così. Suo padre aveva abitato solo a Sacramento, fin da quando aveva emesso il primo vagito. John, diventato adulto e prima che lei nascesse una volta al mese andava a trovare il nonno, che era sempre più vecchio e inselvatichito, ostinato come un mulo. Lui non aveva nessuna intenzione di lasciare quella casa isolata e piena di ricordi, priva di comodità, che dominava la vallata.

Un giorno lo trovò appisolato serenamente sulla vecchia sedia a dondolo davanti al camino spento. Era freddo e rigido. Sembrava che la morte avesse sfiorato appena quel vecchio ostinato, mentre si prendeva l’anima. Il trapasso era stato dolce, quasi sereno.

Suo padre era tornato in città a prendere il pastore per portarlo lassù. Seppellì il suo vecchio ai piedi della quercia, che aveva piantato quando per la prima volta era arrivato lì.

Chiuse la capanna e tornò a Sacramento, dimenticando quella casa e i venticinquemila acri di terreno che la circondavano.

Suo padre si sposò tardi, come il nonno. Evidentemente il matrimonio non erano cerimonie che si confacevano troppo in famiglia, pensò Claire. Sorrise, perché anche lei continuava la tradizione familiare. A trentacinque anni non era ancora sposata.

Claire nacque dopo qualche anno e crebbe allegra e coccolata dalle zie, tutte zitelle, le sorelle di sua madre.

Ignorava che il padre avesse ereditato tutto quel terreno e la casa sulle colline che dominavano il fiume Sacramento e la costa sopra San Francisco. E continuò a ignorarne l’esistenza, finché ormai vecchio e prossimo a raggiungere il nonno, la chiamò a sé per raccontarle tutto di suo padre, dell’abitazione, del terreno.

Claire era una trentacinquenne single, quando ascoltò il suo racconto, e subito decise che sarebbe andata a vedere quella casa, chiusa da oltre quarant’anni.

Le vallate intorno a Petulama erano coltivate a vigne. Si domandò per quale motivo il padre non aveva ceduto a qualche produttore di vino quei venticinquemila acri di terreno fertile, che l’avrebbero reso ricco. Posta la domanda a suo padre, ricevette come risposta solo “tuo nonno non avrebbe voluto”. Claire non capì il senso di quelle parole sibilline.

Era una condizione del testamento oppure la volontà di un vecchio testardo?’ Erano i dubbi che galleggiavano nella sua mente, mentre accompagnava il padre nell’ultima dimora. Un posto verde e ricco di alberi, dove avrebbe riposato per sempre..

Dunque toccava a lei soddisfare il desiderio del nonno, sconosciuto fino a pochi giorni prima. Come non lo sapeva ancora. Questo nonno era comparso dal nulla, mentre fino a quel momento gli unici, che ricordava con molta imprecisione, erano i genitori della madre e delle numerose zie, che avevano popolato la sua esistenza.

Comprò una cartina dettagliatissima della zona per studiarne la posizione. Poi affittò un suv per raggiungere il luogo che presumeva isolato e impraticabile per le auto normali e partì per la fattoria, che aveva ricevuto in eredità con la morte del padre.

Percorse la route 50 che collega Sacramento alla costa fino al bivio per Petulama dove si addentrò nella Napa valley.

Ai lati della strada c’erano sterminate estensioni di vigneti che si smarrivano tra colline e vallate a perdita d’occhio.

A fatica trovò il viottolo che conduceva alla sua nuova proprietà, che interrompeva i filari di vigne.

La strada era ombreggiata da enormi ippocastani e querce, cresciuti da quasi cento anni senza l’aiuto di mano umana. Enormi radure ricoperte da erbe alte dieci piedi e cespugli bassi e spinosi si aprivano a ogni curva, mentre lo sterrato saliva dolce verso il crinale per poi ridiscendere nella vallata successiva.

Claire capì che stava profanando quel luogo con quel suv rumoroso e inquinante, perché il silenzio era assordante rotto solo dal rombo del possente motore.

Si fermò e tornò indietro. Raggiunto il primo paese abitato, noleggiò un trailer. un cavallo e tutto quello che serviva per cavalcare.

Tornata al bivio dello sterrato, parcheggiò il suv appena dopo la sbarra. Il cavallo docile si mise a brucare l’erba che era folta. Prese dall’auto una piccola borsa con quello che poteva servirle per la notte, che assicurò alla sella. Al piccolo trotto iniziò di nuovo a percorrere il viottolo.

Uscendo dal bosco dopo una curva non troppo dolce apparve la costruzione in legno e muratura abbandonata e circondata da erbe alte, mentre in lontananza il cielo si confondeva con le acque del Pacifico.

Era una splendida giornata con il cielo terso e lindo, con qualche fiocchetto bianco che incipriava l’azzurro e il rosso del tramonto. Il sole baciava il legno inscurito dal tempo e dalla pioggia, mentre le pietre a secco tenute insieme dalla malta una volta chiara avevano acquistato un colorito grigio sporco.

Prima di scendere prese dalla borsa indumenti pesanti, anche se il tempo fresco e temperato potevano invitare a un vestiario più leggero. Infilò un paio di stivali di cuoio robusti che abbracciavano l’intero polpaccio e guanti spessi che coprivano bene il polso e l’avambraccio.

Sperava che tutte queste precauzioni non fossero necessarie, perché la presenza di qualche ospite indesiderato non era da scartare.

Con precauzione aprì la porta d’ingresso, non molto salda, che minacciava di crollare a ogni soffio di vento.. All’interno regnava polvere e ragnatele depositate sullo scarso mobilio, che stranamente era ben conservato. A parte qualche traccia del passaggio di animali nessun ospite era presente o pensava di trovare ospitalità. Tirò un sospiro di sollievo. Non c’erano segni di umidità, i locali erano ben asciutti e secchi.

Uscita fece un lungo giro intorno alla costruzione. Pareva tutto era in ordine: nessun segno di scasso o altre rotture.

Rimasta all’esterno si rese conto che per renderla presentabile ci sarebbero voluti molti giorni di intenso lavoro e forse non sarebbero stati sufficienti.

Però la preoccupava l’esterno per la folta vegetazione spontanea che era cresciuta selvaggia e rigogliosa. Lei senza l’aiuto di qualcuno non sarebbe stata in grado di provvedere, quindi doveva trovare delle persone, o meglio una decina, che rendessero praticabile i dintorni della fattoria.

Le ombre si stavano allungando e il cielo diventava sempre più scuro. Rientrata accese il piccolo camino per scaldare il poco cibo che aveva preso con sé. Non avrebbe dormito lì dentro ma si sarebbe accampata fuori.

Il mattino la colse con tutta la sua bellezza. Il sole filtrava tra le folte chiome degli alberi cresciuti senza l’ausilio umano. Il verso di un uccello ignoto levava la sua voce nel bosco sottostante. La nebbia si levava lenta verso l’alto, dove svaniva. Sarebbe stata una giornata splendida.

Ammirò la vastità della sua proprietà e la bellezza selvaggia del posto.

Da domani si sarebbe organizzata per migliorare l’aspetto trasandato e di abbandono della costruzione del nonno. A cavallo avrebbe esplorato ogni angolo di quel paradiso terrestre.

Percepì il suo spirito di fianco a lei.

Adesso sapeva come sarebbe stato il suo futuro.

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Tutti i ricordi alla fine si cancellano

Tutti i ricordi alla fine si cancellano. E poi restano i sogni. A quel punto, ormai soli, è a essi che affidi il fardello della tua vita. Presto non ricorderò più niente, niente a parte quella storia che tornava tutte le sere appena mi addormentavo. E’ diventata il ricordo più intimo e remoto. Risale forse all’epoca dei miei quattro o cinque anni. Scesa la notte, il buio s’infittiva nella stanza; chiudevo gli occhi e tutto ricominciava. Ero un bambino molto piccolo e uscivo di casa. Prendevo la via che portava alla scuola o fino a i giardini. Tutto era deserto. Una grande calma meravigliosa si era posta sul mondo. Nella luce di un giorno che stava finendo, camminavo a lungo ma senza fatica. Godevo della mia straordinaria leggerezza e della facilità con cui passavo tra le cose. Attraverso la città; le facciate grigie degli edifici..”

[“Sarinagara” di Philippe Forest, Alet (trad. Gabriella Bosco) – pag. 266 – 17€ – ©Editions Gallimard, Paris – ©Alet Edizioni]

Aveva letto questa frase da un romanzo dal nome strano ‘Sarinagara’. Roberto si ritrovò perfettamente a suo agio, perché descriveva il suo mondo di fantasie. Lui si crogiolava dalla mattina alla sera in mille pensieri strambi e sognanti.

Frequentava l’università, il primo anno di un corso di laurea, anche questo stravagante. Seduto nella sua postazione in alto a destra, aveva lo sguardo perso nel vuoto. Prendeva appunti non della lezione che non ascoltava ma dei suoi pensieri che sgorgavano frizzanti.

Riempiva l’enorme quaderno a quadretti. La copertina mostrava il viso buffo di un cartone giapponese, di cui non ricordava nemmeno il nome. L’aveva scelta, perché gli piacevano i grandi occhi sgranati e la bocca spalancata.

La sua scrittura minuta scorreva veloce sulla carta e riempiva fogli su fogli tra la curiosità dei compagni che lo osservavano stupiti a scrivere storie fantastiche.

“…Il cielo era plumbeo e tendeva al grigio sporco tanto da confondersi sull’orizzonte con le case. I pochi alberi spelacchiati intristivano la visuale ma io vedevo il sole splendere sopra di me. Ero etereo, diafano come l’aria che respiravo. I miei occhi vedevano quello che gli altri non percepivano. Non potevano farlo, perché i loro erano ciechi, non osservavano visivamente i loro corpi e le loro menti. Non erano in grado di penetrare dentro. Rimanevano in superficie. Captavo i pensieri più reconditi, come se fossi in grado di leggere dentro. Però talvolta parlavano con una lingua sconosciuta, che veniva da lontano. Non aveva importanza questo dettaglio. Io mi beavo nella mia ignoranza perché questo mi appagava.

Che rilevanza aveva leggere le preoccupazioni di Agnese, che non sapeva come arrivare a fine mese? Oppure conoscere le pene di amore di Ilaria, che litiga in continuazione con Giuseppe? Era bello sapere che potevo farlo, ma non lo facevo!…”

Roberto si chiedeva come aveva fatto ad arrivare all’università sempre immerso come era nell’aria rarefatta della ionosfera.

Quando a sei anni entrò nella scuola elementare delle suore, la sua testa era altrove, intento a pensare che poteva passare ovunque anche attraverso le porte.

Roberto,” diceva la suora maestra “cosa stai scrivendo? Porta qua quel quaderno!”

E lui manco rispondeva, mentre continuava a scrivere. Alla fine dell’anno, la suora preside disse a sua madre: “Sarà intelligente, saprà anche scrivere, ma lui non è presente con la testa. Forse è meglio che lo iscriva alla scuola pubblica. Lì riuscirà benissimo”.

Anna, la madre di Roberto, guardò rassegnata la suora preside. Non era una novità quello che sentiva. Lui rimaneva con il cucchiaio della minestra a mezz’aria per tutto il tempo del pranzo senza ascoltare le sue suppliche e della nonna. “Cosa possiamo fare?” diceva sconsolata per l’atteggiamento di Roberto. “Non riusciamo a indurlo a scendere sulla terra”. Nella scuola pubblica riuscirà a non essere il dileggio dei compagni? Pensò amareggiata, perché aveva contato sulle suore. Adesso aveva capito che erano sole nella battaglia.

Non andò meglio nella elementare Montessori, dove fu la croce e la delizia del maestro e dei compagni. Però lui era abilissimo e sempre pronto nelle interrogazioni. Tutti erano sempre a bocca aperta, perché Roberto sapeva scrivere e fare di conto meglio di tutti i compagni. ‘Come fa a essere così bravo, se non ascolta, non partecipa alla vita della classe?’ si domandò Bernagozzi, il maestro pelato e un po’ panciuto, che non sapeva se ridere o piangere per Roberto.

Alla media Tasso fu ancora peggio, perché scriveva solo sul quaderno col cartone giapponese e faceva atto di presenza alle otto e quindici, quando suonava la campanella di entrata. Poi spariva nel suo mondo fantastico popolato di cartoni e visioni dai volti familiari.

“… Certo sono nel mondo di Disney a cercare il cartone perduto. Paperino è simpatico, ma è troppo triste, perché perde sempre. Gastone mi sta antipatico perché la fortuna sorride sempre e solo con lui. Non riesco trovare un cartone simpatico e normale…”

Giuditta, compagna di banco rossa di capelli e dalla lingua sciolta, aveva provato a scuotere il mondo di Roberto, parlando in continuazione e domandando cosa scrivesse.

Muh!” era l’unico mugolio di risposta e lei di rimando “Non parli? Sei muto? Eppure senti e hai scritto una montagna di fogli”.

L’anno dopo Giuditta chiese e ottenne di andare in banco con Paolo, perché almeno quello parla e ascolta.

I compagni erano terrorizzati al pensiero di finire in banco con lui, che biascicava solo “Buongiorno, ciao, mi chiamo Roberto. Ho fame” e poche altre parole.

Essere nel suo stesso banco era la morte civile e il dileggio dei compagni.

Tutti chiesero di essere esonerati e di stare lontano dall’appestato, perché cosi veniva bollato a scuola.

Anche la scuola Tasso fu lasciata alle spalle con l’esame di terza superato col massimo dei voti tra stupore e incredulità di tutti.

Era indeciso tra il classico e lo scientifico, perché eccelleva in tutto, ma alla fine optò per il liceo scientifico Roiti.

Giuditta lo seguiva come un’ombra, anche se accuratamente evitava di pestare quella di Roberto. Era innamorata cotta di questo lungagnone dall’aria trasecolata che sapeva sempre tutto e non sbagliava un compito in classe. Le tentò tutte per farsi notare ma forse sarebbe riuscita a commuovere il busto di Dante che troneggiava all’ingresso del liceo e non lui, che scriveva sempre in silenzio.

Eppure è un bel ragazzo!” si diceva Giuditta “Però mi sembra tonto perché non mi degna di uno sguardo!”

Furono cinque anni di passione, poi alla fine convenne che non era il suo tipo e ripiegò su Fabrizio, un ragazzo meno interessante di Roberto, ma che era dotato di parola e sapeva pure baciare!

Una storia al giorno d’oggi – Mauro 2

Foto personale

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«Bene, bene» disse Mauro, fregandosi le mani. «Alla fine si è decisa, ha capito di aver sbagliato. Vediamo un po’ che dice. Ero certo di aver ragione. Ho fatto benissimo ad aspettare. Ah, le donne!»

Mauro gongolava. La sua pazienza era stata premiata. Si sistemò meglio sulla poltrona davanti al computer. Si frizionò le mani e compì quei gesti naturali che ogni pianista fa prima dell’esecuzione.

Cliccò sulla mail per aprirla.

Caro Mauro,
non volevo scriverti. Ho pensato mandarti al diavolo semplicemente con un click ma poi ho cambiato idea

Ed eccomi qui davanti al monitor con le mani sulla tastiera…
Ho deciso di cancellarti per sempre dal mio pc, dai miei contatti, dai miei pensieri, dal mio tempo.
Mi rendi tutto tanto difficile. La mia vita ha assunto uno strano percorso, che non conosco, del quale ignoro la destinazione finale. Nulla mi è chiaro, con te.
Ci conosciamo ormai da tempo, parliamo di tutto, siamo affiatati.

Solo amici, dici ma io conosco i tuoi pensieri, i tuoi dubbi, le tue paure…
Mi tieni sulla tua scrivania, racchiusa in quel rettangolo dal quale mi fai uscire a tuo piacimento, quando ti va, quando non hai altro da fare.
Sono una donna, Mauro. Una donna viva, vera, con sensazioni, emozioni e sentimenti. Il mio cuore batte, il mio cervello pensa, il mio corpo pulsa.
La sera mi addormento tra le tue braccia, sai? Ti sento. Sei vicino a me, accarezzi la mia pelle, sfiori i miei capelli. Le tue labbra ricoprono di piccoli baci il mio collo, cercano la mia bocca, dolcemente. Lentamente mi conduci a un passo dal piacere. Mi sussurri ‘amore’ in un sospiro, leggero, quasi un alito di vento ma io lo sento. Sono li con te, per te, in te.
E ogni sera, sul più bello, tu ti ritrai, non ti concedi, vuoi farmi aspettare. Vuoi centellinare i secondi, farli diventare ore. Ogni volta è un tormento e quando torno alla realtà tu non ci sei, mai… Sono sola nel mio letto.
Sono stanca Mauro, di questa storia che non ha senso. Com’è, cos’è?
Mi sento come un cane legato a un guinzaglio, quando cerca di scappare al suo padrone. Il filo si allunga ma lui lo tira a sé con uno strattone, accorciando le distanze, senza mai annullarle del tutto. Quando il cane comprende che non può scappare e si calma, ecco che il filo si allunga nuovamente. E lui corre lontano felice, come se la libertà fosse a portata di zampa.
Anche tu, come quel padrone, se intuisci che mi sto allontanando da te, verso nuove esperienze, diverse conoscenze, tiri il filo. E io torno vicino a te, in attesa di una parola, di un gesto, di un sorriso… Per chi? Per me, da te.
Perché Mauro lo fai? Lasciami andare, fammi volare, devo vivere!
Questa spinta verso la libertà mi ha fatto riflettere.

Ora ho deciso. Ti lascio ai tuoi ricordi. Continua pure a nutrirtene, a fantasticare. Vivi del tuo passato, pensando a una donna che tu non hai avuto la forza di tenere. Sei testardo, cocciuto ma anche impaurito, esitante, dubbioso…
Ora è tardi. Qualsiasi mossa sarà inutile. Il filo, che ci legava, si è rotto. Sono un palloncino, che dondola, salendo verso il cielo, mentre il bambino lo guarda sgomento.…

Da questo momento non ci sono più per te, per lei, per me…
Micaela.

Mauro si appoggiò allo schienale della poltrona. Era annichilito. Ma che stava succedendo? Micaela innamorata di lui? Chiuse gli occhi e la immaginò. Ma era come la vedeva con l’immaginazione oppure diversa.

Solo buio e null’altro. Niente immagine, nessun volto. Ancor meno un corpo da tenere abbracciato e sfiorare con le mani. Eppure Micaela afferma il contrario.

Riaprì gli occhi e tornò sul messaggio che si stagliava chiaro sullo schermo. E si pose la domanda, che non si era mai fatto. È possibile che in tre anni non mi sia accorto di questi sentimenti? Ma da quando? Non riusciva a identificare il momento. Mauro andò indietro nel tempo: mai un’avvisaglia l’aveva messo in guardia. Come è stato possibile che io sia rimasto cieco e insensibile per tutto questo spazio temporale? Perché lo scopro solo adesso, dopo la sua mail?

Mauro fu colto dal panico. Cosa fare, ora? Cosa scriverle? Cosa dirle?

Le braccia scivolarono verso il basso e lo sguardo vuoto si appuntò sullo schermo, dove scorreva lo screensaver.

Oddio, ma perché deve essere tutto sempre tanto difficile?

Una storia al giorno d’oggi – Mauro 1

Foto personale

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Il giorno lanciò la sua avanguardia sul cielo stellato a est, spargendo un’alba rosata sul firmamento, prima di sciogliere il nodo che tratteneva la notte sulla città. Le nuvole passavano dal grigio scuro al rosa per virare al bianco man mano che il sole sorgeva.

Mauro si svegliò rincoglionito col sole già alto. Prima di capire che ora fosse impiegò un bel po’ di tempo a cercare di togliersi il sonno dagli occhi.

Si rendeva vagamente conto che doveva alzarsi, aveva lezione all’Università, non era fine settimana. Eppure la sveglia non lo aveva avvertito oppure aveva suonato inutilmente, più volte senza riuscire a svegliarlo. Rintronato, non riusciva proprio a connettere.

«Cazzo! Ma che cavolo mi è successo stanotte? Eppure sono rimasto a casa… mi pare…» si lamentò, stropicciandosi gli occhi cisposi.

Si sentiva, come se avesse passato tutta la notte in piedi: a bere e fumare. La testa gli doleva. Gli sembrava che qualcosa gli martellasse le tempie. Gli pesava sul collo. La lingua era impastata. Percepiva una patina appiccicosa sopra. La gola bruciava come se avesse fumato mille sigarette. “Forse ho fatto un brutto sogno” pensò stranito. Eppure non ricordava nulla. “Ma sono uscito ieri sera?” si domandò, cercando di mettere insieme pensieri e ricordi senza molto successo. Scosse la testa e il dolore alle tempie crebbe a dismisura. Chiuse gli occhi per poi riaprirli in fretta.

Doveva alzarsi, se voleva svegliarsi e cominciare la nuova giornata, che non prometteva nulla di buono. “Se il buongiorno si vede dal mattino” si disse con l’occhio destro socchiuso, scendendo dal letto per prepararsi un bel caffè nero, forte. “Magari doppio o triplo, come piace a me” pensò e forse sarebbe riuscito a svegliarsi.

Andò in cucina caracollando, quasi a tentoni. La Bialetti era già sul fornello, pronta per essere accesa. “Almeno di questo ieri sera mi sono ricordato” pensò, mentre apriva il gas, prima di dirigersi verso il bagno.

Inciampò in un paio di scarpe che non dovevano stare lì. Gli uscì una bestemmia, lui che non imprecava mai. “No” confermò. “Oggi pare una giornata storta”. Massaggiandosi l’alluce, a balzelli raggiunse il bagno. Questa scossa lo risvegliò quasi di colpo, mettendo a fuoco gli oggetti della stanza. La lavatrice nell’angolo, la tenda del box doccia, i poster di Joan Baez e di John Lennon appesi alla parete. Aveva un urgente bisogno di una minzione.

Tornò in cucina quando il caffè era quasi pronto. Lo sentì gorgogliare, mentre l’aroma invadeva la stanza. La macchinetta era da tre ma aveva intenzione di berselo tutto, anzi di farsene un altro subito dopo.

Versò il caffè nella tazza riempendola per bene. Lo bevette con avidità, come un assetato con l’acqua. Era amaro e forte ma doveva togliersi quel gusto stomachevole che aveva in bocca. Poi vuotò il resto nella tazza. Prima di bere la seconda porzione, lavò la moka e la preparò per il secondo giro. Riaccese il gas.

Prese la tazza, sedendosi al tavolo di cucina e la portò alla bocca. Senza zucchero per sentirne il sapore. Quasi si ustionò il palato e la lingua, ma la seconda tazza gli schiarì il cervello.

Rifletté sulla giornata precedente: l’urlo virtuale di Micaela, l’uscita di casa incazzato verso una persona immaginaria, il rientro, quando ormai era sera. Però quello, che gli bruciava di più, erano i ricordi che l’avevano assalito ascoltando De Andrè.

Erano ormai tre anni che si era separato da Simona e fino a quell’istante non ne aveva avvertito la mancanza. Però ascoltando la canzone di Marinella gli ricordò, quando l’aveva conosciuta all’Università. Fu un amore travolgente, talmente intenso che decisero di sposarsi dopo pochi mesi. Un matrimonio affrettato, più di pancia che di testa. “I risultati si sono visti” pensò con amarezza.

Si riscosse e guardò l’orologio sulla parete: le otto e mezza. “Ho tutto il tempo” convenne, sorseggiando con più calma la seconda tazza di caffè. “La lezione all’Università ce l’ho alle undici”. Prima doveva incontrare una laureanda ma non avrebbe richiesto molto tempo. “Uscendo per le dieci, ho un buon margine per ascoltare Laura prima della lezione”. Intanto aveva finito anche la seconda, mentre la nuova macchinetta sputava il suo liquido nero. Versò il nuovo caffè, che avrebbe preso semifreddo.

Si diresse verso bagno per una doccia. Lasciò scorrere l’acqua a lungo, finché non fu fredda, come gli piaceva, quando fuori era la stagione invernale. Mauro funzionava al contrario: d’estate doccia calda, d’inverno fredda. Aveva scoperto che era il sistema migliore per regolare la temperatura corporea.

Mentre si passava il sapone sul corpo, ricordò com’era bello fare la doccia con Micaela. Stretti nella doccia della sua casa. Era talmente minuscola che diventava sempre un amplesso scomodo ma così eccitante per entrambi. Scacciò quel pensiero lussurioso, chiudendo il rubinetto dell’acqua.

Infilato l’accappatoio, tornò in cucina per il terzo caffè. Lo bevve con avidità, perché doveva svolgere un rito. Andò nello studio e accese il computer per il buongiorno quotidiano con Micaela.

Nessuna notizia. Tutto muto. “Possibile?” si disse, scuotendo il capo, mentre si frizionava il corpo con l’accappatoio. “È un anno che ci diamo il buongiorno tutte le mattine. D’altronde è stata lei a troncare. E lei deve fare il primo passo se vuole una riconciliazione”. Si giustificò, perché non voleva essere lui a mandarle il messaggio di buongiorno.

Appeso l’accappatoio in bagno, si vestì con cura. Prima di uscire, infilò la giacca e prese lo zaino. Richiuse la porta con dolcezza, senza sbatterla, non ce n’era motivo.

Con l’ascensore scese nel garage, dove in un angolo stava la sua fida Bianchi Gran Turismo, incatenata a un tubo. Usava l’auto in pratica nei fine settimana e non sempre. Per arrivare all’Università erano pochi chilometri. Una mezz’ora scarsa. Alle dieci e mezza era davanti all’istituto di Fisica. La laureanda l’aspettava nel corridoio degli stanzini (meglio chiamarli bugigattoli, viste le ridotte dimensioni. In due saturavano l’ambiente e le ginocchia si toccavano), riservati agli assistenti.

«Buongiorno Laura!» disse con un bel sorriso Mauro.

«Buongiorno Mauro!» ricambiò Laura, chiamandolo per nome.

Era ormai una consuetudine che aveva da tempo con gli studenti, quelli vicini alla laurea. Un modo per accorciare le distanze e far pesare meno il suo ruolo. Se la sbrigò in fretta: doveva darle un paio di indicazioni sugli esperimenti da fare per la tesi. Poi si avviò verso l’aula dove teneva lezione.

«Buongiorno ragazzi!» li salutò, agitando la mano.

«Buongiorno professore!» Disse qualcuno in modo timido.

Li guardò male, perché non era un saluto convinto. Su questo non transigeva, era una questione di educazione. Dopo le prime volte che, entrato in aula, nessuno dei presenti salutava, aveva fatto un cazziatone feroce. Una lezione di rispetto reciproco, che includeva anche il saluto iniziale. Sembrava che non avessero ancora capito l’importanza di questo. “Oggi non è la giornata giusta per tornare sull’argomento” si disse, lanciando occhiate torve alla ventina di studenti, che con aria indolente si apprestavano ad ascoltarlo.

I tre quarti d’ora di lezione per fortuna passarono rapidamente. I concetti gli uscivano fluidi, quasi senza doversi concentrare o ricordarli. Erano diversi anni che insegnava ‘Struttura della materia’. Capiva che poteva sembrare astrusa. In realtà era un modo per cogliere gli elementi di base di interazione radiazione-materia nell’approssimazione di dipolo elettrico e comprendere la spettroscopia dell’atomo. E non solo quello. Le parole gli venivano fuori senza difficoltà o doverci pensare. Anche per le domande più subdole o stolide aveva la risposta pronta. La materia la conosceva bene. Mauro avrebbe potuto, se avesse avuto più spirito di iniziativa, essere un ottimo fisico ricercatore. Invece si era adagiato nel tran tran quotidiano come in un comodo divano.

Terminata la lezione, si avviò verso l’uscita, salutando frettolosamente chi incontrava. Aveva deciso, inconsciamente, che doveva mettersi in contatto con Micaela. Non era possibile che finisse così, dopo tre anni di chat amichevoli.

Pedalò di fretta fino a casa, salì le scale, facendo a due a due i gradini. Non attese neppure l’arrivo dell’ascensore. Dopo essersi liberato di giacca e zaino, si accomodò sulla poltrona davanti al computer rimasto acceso.

Un colpo sulla tastiera per togliere di mezzo lo screensaver e … sorpresa! La busta era di un bel blu intenso, che lo avvertiva ‘C’È POSTA PER TE!’.

Il cuore gli fece un doppio tuffo carpiato in petto. “Dopotutto forse ho fatto bene ad aspettare che si facesse viva lei per prima” si disse, mentre si accingeva ad aprire il programma di posta. “È sicuramente Micaela, che mi scrive le scusa per il suo urlo di ieri. Mi spiegherà, perché lo ha fatto. Mi dirà che è pentita del suo sfogo. Mi assicurerà che, se fosse per lei, avrebbe cancellato la giornata di ieri”. Mentre questi pensieri gli attraversavano la mente, aprì il client di posta elettronica. Cliccò sul pulsante ‘Ricevi posta in arrivo’ per leggere i messaggi arrivati. ‘Ricezione posta in corso’ lo avvertì una scritta in basso a sinistra. In rapida successione il programma scaricò dieci nuovi messaggi, ben riconoscibili, essendo in grassetto.

«Cazzo!»esclamò mauro contrariato. «Oggi tutti hanno deciso di scrivermi?»

1 Preside… “Nun me ne po’ frega’ de meno, adesso!”

2 Cicchetti… “Ma chi sei? Boh!”

3 Cicchetti… “Ancora tu?”

4 Davide… “A te rispondo dopo!”

5 Capataz… “A bello! Ti voglio bene, però devi aspettare!”

6 Nannina… “Nannina? Ma guarda chi si risente! Dopo tutti questi mesi… bruttina ma simpatica. Le risate… e poi scopava bene… quasi quasi…”

7 Micaela… «Ah, eccolaaaaa!» esclamò soddisfatto.

E senza controllare gli altri messaggi, aprì subito il suo messaggio.

Una storia al giorno d’oggi – Carlo

Verona - Foto personale

Verona – Foto personale

“No. Grazie, Alba” disse con un cortese cenno di diniego della testa.

Sarà per la prossima volta! Ora ho fretta! Duemila impegni” mentì Carlo. Avrebbe voluto fermarsi ma il sesto senso gli diceva che non era il caso. Niente di razionale ma solo una premonizione. “Ci si vede presto comunque, è stato bello incontrarti!”

Un bacio. Labbra carnose su gote lisce come la seta. Labbra sottili, appena disegnate su barba pruriginosa.

E Alba un “Ciao, Carlo! A presto!” fece con la voce impregnata di rammarico.

Carlo era andato via con il senso di avere perduta un’occasione ma con un misto di sollievo di non aver prolungato l’incontro oltre il necessario. Camminava per strada insoddisfatto per il periodo refrattario di un orgasmo che non c’era stato, che non aveva mai avuto. Provava un forte senso di potere e di appartenenza ma comunque avvertiva una sensazione di non appagamento. Carlo si sentiva il padrone della sua vita ma non artefice del suo destino. Non era felice ma non percepiva imbarazzo per la sua scelta. Avvertiva un impaccio che gli faceva prendere delle decisioni che forse non erano nella sua natura.

Tutto gli sembrava inverosimile. Gli pareva di avere uno sdoppiamento della personalità E poi quel sesto senso, al quale si era sempre abbandonato fiducioso, non l’aveva mai tradito.

Non mi può tradire oggi’ si disse, mentre percorreva Viale Cavour sotto una leggera cappa di nebbia.

E così oggi quel bacio tenero di Alba aveva fatto scattare il suo sesto senso. ‘Perché?’ si chiese, mentre arrivava nella piazza sotto casa. ‘Perché è scattato quell’allarme che mi ha mandato nel pallone?’

Alba lo aveva invitato a salire da lei ma Carlo aveva declinato l’invito con una scusa, che puzzava di posticcio. ‘Si può rifiutare un invito palese a fare all’amore?’ pensò, mentre procedeva col viso corrucciato vero il suo palazzo. ‘Chissà cosa avrà pensato’. Una reazione istintiva, irrazionale. Alba aveva fatto una smorfia che sul quel viso era grottesca. Era rimasta delusa ma poi sembrava aver compreso il motivo misterioso, per il quale Carlo si era negato.

Si fermò davanti al portone del suo condominio con le chiavi in mano. Era indeciso tra l’aprire il portone e il tornare indietro. Scosse la testa, perché di certo Alba non era rimasta ad aspettarlo in strada, pensando a un suo ripensamento. Quel ‘No’ era stato troppo repentino per poter essere smentito.

Carlo ripensò a come era iniziata, composta da attimi che puzzavano di eternità, da giochi amorosi che sembravano reali, da sentimenti, che trasmettevano emozioni. Eppure il suo sesto senso l’aveva diffidato dall’abbandonarsi a lei. Gli aveva comunicato che doveva troncare.

Perché?’ si domandò Carlo, dondolandosi sulle gambe, mentre dal portone entravano e uscivano dei condomini, che lo salutavano. Doveva scavare nel passato per dare una risposta al suo ‘Perché’.

Come ho conosciuto Alba?’ si disse Carlo, ripercorrendo la storia, che a tratti pareva singolare.

A lui piaceva andare sulle chat, anche quelle a luci rosse. Faceva il duro, ingannava le controparti. Non gradiva conoscerle di persona, anche se spesso arrivano inviti espliciti di sesso. Non gli interessavano. Preferiva le chiacchiere, le battute fulminanti. Una notte comparve un nick, Passerotta solitaria. Rise perché mai e poi mai avrebbe scambiato due parole con lei. ‘Sì, con lei’ si disse, anche se nelle note non compariva il sesso. ‘Ormai sono un esperto. Capisco al volo se è una tipa o un tipo. I secondi li canno senza pietà. Non sono omofobo ma non mi piacciono’.

Carlo stava salendo le scale, dopo avere indugiato a lungo prima di entrare. L’ascensore lo odiava ma forse aveva paura di rimanere prigioniero. Aprì la porta della sua abitazione, che era silenziosa e buia. Senza accendere la luce si diresse verso il salotto. Conosceva a memoria quelle stanze e si si sarebbe orientato anche bendato. Si gettò sul divano.

Riprese il filo dei pensieri. Dunque Passerotta solitaria non aveva messo nell’avatar la sua foto, aveva occultato tutti i dati. Solo l’età: vent’anni. Carlo aveva riso, quando quel nick aveva bussato alla sua chat. ‘Sei una bella passerina più giovane’ pensò, mentre le chiudeva le porte di accesso. Ancora una volta era scattato l’istinto irrazionale, il suo famoso sesto senso. Per lui aveva sì e no sedici anni. “Troppo pochi” fece, mentre cancellava la richiesta. “Non voglio finire tra i pedofili”.

Per lungo tempo. ‘Quanto?’ si chiese Carlo, mentre prendeva dal tavolo il computer. ‘Non saprei ma di certo diversi mesi. Forse un anno’. Poi una sera su una chat innocua di perditempo era ricomparso quel nick, Passerotta solitaria. Questa volta il profilo era più ricco. Era certo che fosse la stessa ragazzina che l’aveva contattato un anno prima. L’età, diciotto anni, gli confermò l’intuizione precedente. ‘No, cara passerina’ si disse Carlo ridendo. ‘Di anni ne hai uno in meno’. Era una femmina, female diceva il genere. ‘Perché credevi di pensare di essere un maschietto?’. Interessi libri e film. Ancora troppo poco, pensò Carlo, sbarrandole di nuovo l’accesso.

Due anni più tardi Carlo annoiato, era d’estate, riaprì quella vecchia chat innocua di perditempo, che aveva abbandonato per mancanza di stimoli. Richiese una nuova password, la vecchia l’aveva dimenticato e si presentò. Era rimasto un unico contatto attivo. Passerotta solitaria. Rise. ‘Non demorde la passerina’ pensò, accettando il contatto. Così iniziò a chattare con lei. Ormai era maggiorenne e poteva parlare senza problemi. Poco alla volta durante quell’estate scoprì tanti piccoli segreti. Adesso aveva quasi vent’anni. ‘Credevi di farmela?’ si disse. Era bionda con gli occhi azzurri. Aveva una mail ma nicchiava sulla località di origine. ‘Perché? Cosa c’è di tanto segreto da nascondere il posto?’ Non aveva importanza, tanto non l’avrebbe mai conosciuta nel reale.

Ciao” fece Carlo una sera di ottobre. “Toglimi una curiosità. Perché da oltre tre anni cerchi la mia amicizia?”.

Mi sono innamorata di te” rispose diretta.

Carlo rise. ‘Innamorata di un avatar?’ si disse con le lacrime agli occhi.

Non ci credi?” gli chiese, perché Carlo non aveva risposto.

Sì, sì! Ti credo” replicò divertito. “Io sono Carlo. E tu?”.

Passerotta solitaria chiuse la chat. Carlo ci rimase male ma alzò le spalle. Passò qualche mese, mentre il nick rimase latitante. Carlo una sera di gennaio non sapendo cosa fare aprì quella chat innocua di perditempo e trovò il nick collegato.

Se vuoi fare all’amore virtuale” scrisse ironico, pensando che avrebbe chiuso la conversazione, “dovrò pur conoscere il tuo nome. Mica posso gemere invocando un nick”.

Comparve un emoticon, una faccina sorridente. Carlo rimase perplesso. Non si aspettava questa reazione ma piuttosto qualcosa d’irritato.

Alba” rispose subito.

Da quella volta passavano un paio d’ore a conversare tutti i giorni, finché una sera di luglio Alba gli propose di vedersi persona.

Così possiamo passare dal virtuale al reale, compreso l’amore” disse Alba. “Io sono di Verona e tu?”

Carlo, colto di sorpresa, rispose “Anch’io”, rimproverandosi immediatamente perché aveva contravvenuto al suo sesto senso, che stava urlando male parole.

Ci possiamo incontrare domani pomeriggio” propose Alba.

Dove?” rispose Carlo, che aveva messo a tacere il suo intuito.

In Piazza delle Erbe. Ho un vestito rosso” disse Alba, che aggiunse una bella faccina che rideva in continuazione.

Alle cinque” fece Carlo, salutando.

Alle cinque del pomeriggio successivo Carlo andò in piazza delle Erbe, convinto che Alba non ci fosse. Invece una ragazza minuta dai capelli colore del grano maturo stava ferma nel centro. Indossava un abito rosso, corto che mostrava due gambe rotonde, belle a vedere e piacevoli da accarrezzare. Ogni tanto qualche uomo si fermava, diceva una battuta ma lei si spostava in un’altra posizione. ‘Aspetta me’ si disse Carlo, che l’aveva osservato con cura.

Si avvicinò e Alba gli corse incontro. ‘Porca miseria’ si rimproverò, perché aveva contravvenuto alla sua regola aurea di non conoscere di persona i contatti virtuali.

Ciao” disse, dandogli un bacio in punta di piedi. Due labbra sottili, appena dipinte con un filo di rosso.

Ciao” rispose Carlo, abbracciandola. Le avrebbe chiesto dopo come aveva fatto a riconoscerlo fra decine di uomini che le ronzavano attorno.

Alba gli prese la mano per portarlo nel Caffè Vescovi.

Quel ricordo lo stancava, lo sfiancava, lo annientava. Eppure qualcosa d’impercettibile era scattato dentro di lui, quando verso le otto, sotto casa Alba gli aveva detto. “Salì. Ho voglia di stare rannicchiata su di te, di svegliarmi accanto a te”.

Carlo si riscosse da questi pensieri.

Cazzo! Riprenditi! Alzati. Fai qualcosa!” esclamò ad alta voce, mentre i muscoli del corpo sembravano opporsi a quel pensiero razionale e volevano solo abbandonarsi, lasciarsi andare al flusso dei ricordi.

Un attimo e percepì il desiderio di contattare Alba. Conosceva dove abitava e forse lo stava aspettando in casa. Tuttavia l’eccitazione di poco prima si era completamente dissolta. Il sesto senso l’aveva avvertito. ‘È pericoloso’.

Si alzò, accese lo stereo.

Si addormentò.

Una storia al giorno d’oggi – Dario

foto personale

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Beh, direi di sì… Non è che abbiamo molta voglia di rimanere qui per ritrovarci con gli occhi gonfi e rossi o con qualche livido da manganello!” disse una ragazza, di statura minuta, seduta accanto a Dario.

Manco io se per questo! Di che fate facoltà siete?” replicò Dario con un leggero sorriso che increspava le labbra.

Noi di lettere e tu?” fece la piccoletta con gli occhi arrossati per il fumo dei lacrimogeni.

Ah, io di fisica… Ma lettere che?”

Letteratura slava” rispose la ragazza, accennando ad alzarsi.

Allora andiamo? Vi va di bere qualcosa da qualche parte? Conosco un posticino a San Lorenzo che ha una birretta niente male…” propose Dario, mettendosi in piedi.

La piccoletta rivolse un’occhiata alle altre. Dario notò che dovevano essere molto affiatate, perché non si scambiarono neanche una parola. Tuttavia il messaggio muto aveva funzionato di nuovo, perché la piccoletta si volse verso Dario.

Va bene, dai, portaci in questa birreria!” disse la piccoletta.

Sì, però ci toccherà fare il giro lungo. Da via De Lollis con quel casino, che c’è, non possiamo mica uscire! Passiamo da viale Regina Elena…” spiegò Dario con ampi gesti delle mani.

“Occhei, andiamo!” fece la piccoletta, strizzando l’occhio.

“A proposito, io mi chiamo Dario, e voi?”

“Antonella, lei è Matilde e lei Chiara” disse la piccoletta, indicando le due compagne con un movimento della testa.

Si avviarono a passo veloce verso viale Regina Elena. Camminando cominciarono a parlare dei loro studi, di quanto mancasse loro alla fine di quel tormento che era la vita universitaria.

“Io ho quasi finito” disse Dario “mi manca solo un esame e poi a giugno darò la tesi. E voi?”

“A me di esami ne mancano tre” gli rispose Antonella, osservando gli occhi verdi di Dario. “La tesi dovrei darla il prossimo anno, a giugno se ce la faccio, sennò a ottobre”.

“A me invece, hai voglia” fece Matilde, ridendo. “Mi sono appena iscritta al quarto anno e sto pure indietro di due esami”.

“Io ho finito con gli esami… per me tutta pacchia! Solo la tesi…” le fece eco Chiara.

“Poi che farai, Dario?” gli chiese Antonella.

“Non lo so, vorrei rimanere qui all’Università, ma mi sa che sarà dura trovare una borsa da ricercatore… e tu?”

“Io vorrei fare l’interprete, la traduttrice simultanea, sai, quelle che traducono ai congressi, alle manifestazioni, agli incontri al vertice…”.

“Bello! Dev’essere una lavoro impegnativo che dà molte soddisfazioni. Però… una fatica mica da ridere!” fece Dario, corrugando la fronte.

“Sì davvero! Un’amica dei miei lo fa. Parla benissimo il russo e la chiamano sempre quando arriva qualche delegazione dalla Russia… Magari per tre-quattro giorni manco dorme, sempre in giro, in tensione… Poi però si riposa e magari per due settimane sta a letto… È un lavoro di responsabilità. Se sbagli una parola, un termine, rischi di far andare a monte una trattativa di miliardi o di fare scoppiare una guerra…”. Antonella sorrise, per far capire che scherzava.

Quel sorriso colse Dario come un pugno in piena faccia. Quegli occhi di un blu intenso lo colpirono e ne rimase abbagliato.

In quel momento superò i tre mesi che erano passati dalla rottura con Arina, la bionda ucraina nata in Italia, con la quale aveva avuto una burrascosa relazione, fatta di litigi e pacificazioni. Tutti i malumori, le solitudini, i silenzi, le ferite sparirono in un sol colpo.

Antonella gli piaceva, e pure tanto. Era bastato quel sorriso. “Ma ci si può innamorare di un sorriso?” gli venne da chiedersi, mentre il cuore rispose con battiti accelerati.

Mentre loro continuavano a parlare e camminare, Matilde e Chiara avevano rallentato il passo, quasi non volessero disturbarli, perché sembravano ben affiatati.

Antonella a un certo punto si volse indietro. Dario ebbe l’impressione che fra le tre ragazze vi fosse una specie di telepatia o lettura del pensiero.

“Allora, che fate, prendete il tram qui? ” chiese loro.

“Sì, Le’, noi ce ne andiamo a casa” rispose Chiara.

“Allora ci si vede domani in facoltà, va bene?”

“Io no” fece Matilde, usando il capo per rafforzare il no. “Domani ho un altro impegno… Se ci siete, ci vediamo domani sera al solito baretto”.

“D’accordo, ciao!” fece Antonella, agitando la mano per salutarle.

“Ciao!” dissero in coro le due amiche.

Antonella e Dario proseguirono verso San Lorenzo. All’improvviso Dario la prese per un gomito e la guidò in una traversa.

“Ecco, è qua” le disse con lo sguardo pieno di felicità..

Dopo una ventina di metri entrarono in un locale.

Dario cominciò a salutare un po’ di gente.

“Ciao Mario, ciao Luca, ciao Gio’! Ah, Peppe! Quanto tempo, ma che fine avevi fatto?” Dario neanche aspettava le risposte degli amici, mentre con lo sguardo cercava un tavolino libero. Lo adocchiò e, tenendo Antonella per un gomito, la pilotò verso quello.

Prima di entrare aveva sperato che quel posto fosse libero. Era in una posizione defilata ed era il suo preferito. Dario aveva una gran voglia di parlarci, di conoscerla per bene, quell’Antonella, e non voleva essere disturbato da nessuno!

“Mi pare che conosci tutti qui dentro, eh?” fece la ragazza, inarcando una sopracciglia.

A Dario venne un colpo al cuore e tardò a rispondere, per la grazia nel fare quel semplice gesto.

“Beh, sì” disse Dario quasi balbettando per l’emozione. “Quasi tutti. Ci vengo praticamente ogni giorno. Pensa… gli ultimi esami, a parte quelli di laboratorio ovviamente, li ho preparati qui”.

“Dove abiti, Dario?” si informò Antonella, prendendogli una mano.

“Io sto coi miei, sulla Nomentana, dalle parti di Villa Torlonia, e tu?”

“Io invece abito da sola. In un appartamentino che m’ha lasciato mia zia, morta un anno fa, dalle parti di piazza Zama, non so se conosci…”.

“E come no?” rispose Dario, ridendo. “Ci abita un mio carissimo amico dei tempi delle medie”

“Allora, questa birretta niente male?” fece Antonella, sfoderando di nuovo quel sorriso da KO. “Si è seccata la lingua a forza di chiacchierare”.

“Sì, la vado a prendere subito!” disse Dario, alzandosi, per avvicinarsi al bancone.

“Marcoli’, me dai du’ bire chiare, de quelle bbone, eh?” ordinò Dario, parlando in romanesco.

“Come le voi, piccole o medie?” domandò Marcoli’.

“Una media… aspetta…” fece Dario, alzando la voce per farsi sentire nel clamore che c’era nel locale. “Antonella, come la vuoi la birra? Piccola o media?”

“Se c’è pure da mangiare media, sennò piccola!” urlò la ragazza per farsi udire.

“Marcoli’, dammene du’ medie e portace quarche stuzzichino… che c’hai?” disse Dario, piluccando un’oliva.

“Guarda Da’, c’ho ‘n po’ de presciutto saporito de montagna e ‘n po’ de salame piccante calabrese” gli spiegò il barista.

“Vabbe’, fa’ ‘n piattino de uno e ‘n piattino dell’antro e du’ bire chiare medie!”

“Mo’ te ‘e porto subbito, va’, va’… ma quella chi è, ‘a tu’ regazza?” chiese strizzando l’occhio Marcoli’.

“Magara Marcoli’, magara! Chissà… se semo conosciuti mo’ mo’” rispose Dario allargando le braccia.

“Caruccia, c’ha propio un ber visetto! Oh, me raccomanno, eh, comportate bene!” disse Marcoli’, agitando la mano.

“A Marcoli’, ma nun fa’ ‘o scemo!” replico con lo sguardo felice Dario.

“Ma ch’hai capito?” fece il barista, ridendo di gusto. “Comportate bene ner zenzo che te se legge ‘n faccia che te piace… perciò nun fa’ lo stupido, che me so’ stufato de vedette sempre coll’amichi maschi… e te vorrei vede’ ogni tanto co’ quarche bella ragazza”.

“Scemo che sei! ” concluse Dario, che si voltò per tornare da Antonella.

Ma quanto è caro Marco’ pensò Dario. ‘È proprio vero che mi si è affezionato. Ha cinquant’anni. Potrebbe essere mio padre eppure parlo meglio con lui che con gli amici della mia età! Anzi, se è per questo, parlo meglio con lui che con mio padre!’

Tornato al tavolino, Dario era contento e di buon’umore. Dopotutto Marco aveva ragione, era ora che si trovasse una nuova ragazza, doveva ricominciare a vivere, ne sentiva il bisogno, anche se cercava di non pensarci.

Si sedette vicino ad Antonella ma qualcosa era però cambiato dentro di lui. Si sentiva impacciato, quasi intimorito, imbarazzato. ‘Ma cosa mi succede?’ pensò Dario. ‘Manco la conosco. Certo, è carina ma è troppo magra. Pare una bambina! Si, gli occhi, i capelli, il sorriso, ma non basta, non può bastare!’

Si rese conto di non aver ascoltato ciò che Antonella stava dicendo, troppo preso dai suoi pensieri. Fortunatamente arrivò Marco con le birre e gli stuzzichini: piccole tartine farcite con il suo squisito prosciutto di montagna e il salamino piccante, accompagnate da patatine fritte piuttosto salate. Appoggiò tutto sul tavolino, strizzando l’occhio a Dario.

Antonella continuava a chiacchierare senza sosta. Però Dario osservava solo le sue labbra con quei granellini di sale appiccicati sul lucidalabbra e i denti bianchissimi, che scrocchiavano patatine. ‘Chissà come sarebbe baciarla con quel sapore di sale sulla bocca?’ si disse Dario, mentre teneva in mano una tartina al prosciutto. ‘E affondare le mani tra quei capelli lucenti, morbidi, setosi. Abbracciarla piano per timore di farle male, accarezzarle la pelle profumata, sfiorare quei seni, nascosti sotto la camicia troppo larga?’

Si sforzò di scacciare quelle fantasie, si sentiva la testa ronzare. Antonella lo stava fissando, aveva capito, che lui non ascoltava le sue parole. Sembrava divertita da questo.

“Che pensi?” gli chiese, con gli occhi ammiccanti. Un lieve sorriso increspava le labbra, mentre la fronte era corrucciata. Pareva risentita per i pensieri che intuiva in Dario.

“Usciamo di qui, se vuoi?” fece Dario, mortificato dal fatto che lei gli avesse letto dentro. Uscirono senza pagare. Marco li seguì con gli occhi. ‘Che importa, ripasserà e pagherà domani’ si disse, fischiettando. ‘Ora è meglio che pensi alla ragazza. Chissà…, magari è la volta buona, che si liberi dai fantasmi del passato. Cos’è un uomo senza una donna accanto?’ Lo sapeva bene lui, Marco, e come lo sapeva bene.

Dario camminava con Antonella al fianco, un po’ discosta da lui, in silenzio. Antonella pensava, che era successo qualcosa di strano a Dario ma adesso la sua mente era chiusa ai suoi sguardi. Dario ricordò i pensieri che gli erano passati per la mente prima di entrare nel bar e come questi fossero fuggiti. Non era riuscito più a riacchiapparli. Le persone lo sfioravano frettolose di tornare a casa, guardavano Antonella di sbieco, mentre lui teneva gli occhi bassi con uno stano senso di soffocamento in gola.

D’un tratto Antonella si fermò davanti a un portone, alzò lo sguardo, indicò col mento una finestra al terzo piano.

“Ecco. Sono arrivata, abito lassù. Vuoi salire?” gli disse con gli occhi che imploravano un sì.

Una storia al giorno d’oggi – Pietro

 

Foto personale

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Pietro amava navigare tra chat di incontri amorosi e siti porno. Lo faceva senza malizia ma per il gusto del proibito, come se fosse rimasto agli anni sessanta.

Era alto, dalla struttura fisica che non passava inosservata. Non mancavano le avventure femminili ma chattare con donne sconosciute dall’aspetto tutt’altro che delicato gli dava una sensazione impagabile.

Il suo nick era ‘il gatto dormiente‘. Un nick insolito senza dubbio. Evitava le donne della sua regione, quelle emiliane almeno per residenza. Preferiva le donne esotiche, cinesi o giapponesi. Con loro sfoggiava il suo inglese perfetto, frutto di viaggi inglesi per lavoro e per piacere. Lavorava per una multinazionale con frequenti spostamenti all’estero.

Trovo insipide le donne italiane” si disse una sera, mentre chattava con Mei- Lan. Stava usando la webcam e vedeva una ragazza, molto giovane, che parlava un inglese stentato. “Vederla mi eccita”. Perché si domandò? Potrebbe essere tua figlia, gli disse la coscienza, e tu ti ecciti come un bambino. Pietro sorrise a queste considerazioni. La realtà era che lui si stava eccitando vedendo questa ragazzina acerba e impacciata.

«Cosa vuol dire Mei-Lan?» le chiese.

«Beautiful orchids» rispose.

«Sei proprio una bella orchidea profumata» le disse.

Mei-Lan rise con una risata argentina e spontanea alla sua risposta.

Pietro scoprì che viveva a Nanchino. “Ma sarà vero?” pensò dubbioso. “Ma che me ne importa se ha raccontato una balla!”

«Ma quanti anni hai?» Gli sembrava una ragazzina. Tredici o quattordici anni. Il corpo semi nudo era acerbo e il viso ancora infantile. Quella via di mezzo tra una bambina e una giovane donna. Non gli piaceva passare per pedofilo. Se intuiva che la persona collegata avesse meno di diciotto anni, chiudeva la chat e cancellava il link. Avvertì che era titubante. “Gatta ci cova. Ho beccato una minorenne” si disse, pronto a chiudere la conversazione. Tuttavia qualcosa gli diceva che l’apparenza poteva ingannarlo.

Mei-Lan uscì dal campo visivo della webcam. Pietro si chiese il motivo. Quando tornò visibile, teneva in mano un libretto, che assomigliava tanto a un passaporto.

«Diciotto» disse la cinesina con un radioso sorriso, aprendo quello che teneva in mano. «Compiuti un mese fa».

Poi mise davanti alla webcam un passaporto della Repubblica Popolare Cinese. La foto mostrava lo stesso volto che aveva appena visto. Il nome corrispondeva e la data di nascita diceva 10 novembre 1996. Un rapido calcolo e i diciotto c’erano tutti.

Dunque uno scorpione” si disse, lui che era cancro.

«Non ti fidavi, vero?» Squittì con la sua vocina sottile da bambina.

«No» rispose Pietro, tranquillizzato. «Vedo un corpo da bambina. Pensavo che tu ne avessi solo quindici anni». Aveva mentito, perché in effetti credeva che ne avesse di meno, tredici.

Una risata argentina seguì alle sue affermazioni.

«Tra due mesi sono in Cina» le disse, sapendo di mentire. «Sono a Nanchino per lavoro…». Non potè proseguire nel suo bluff, perché la chat si interruppe bruscamente.

Meglio così” pensò, ripensando alla conversazione. “Forse quel passaporto era finto ed effettivamente aveva solo tredici o quattordici anni”. Era immerso in questi pensieri, quando comparve sullo schermo “Posso?”. Pietro rimase interdetto, perché di solito rispondeva negativamente. Questa volta la curiosità ebbe il sopravvento e rispose “Si”.

«Accendiamo la webcam?» scrisse impertinente.

«Sì» si ritrovò a scrivere Pietro. Quella conversazione pareva il canto delle sirene.

Lo schermo mostrò una ragazza non bella ma dal viso interessante. Almeno questa fu l’impressione di Pietro.

«Pietro» disse l’uomo, presentandosi.

«Fabiana» rispose pronta la ragazza.

Cominciò così la conoscenza di Fabiana. Per molti mesi parlò solo con lei. Le cinesi e le giapponesi per il momento erano relegate in un angolo, prive di interesse. Poi alla fine conobbe Fabiana, quella reale. Ignorava che abitasse nella sua città. Accuratamente non se lo erano chiesti, evitando anche cognomi ed età.

Era una mattina di novembre, quando Pietro, seduto sui gradini dell’università, osservava quello che succedeva nella piazza. Tanti studenti intorno a lui, urla, risate, slogan cantati a squarciagola, la puzza dei lacrimogeni che lentamente saliva sulle gradinate.

Guardava la Minerva, che svettava nel centro del piazzale, di fronte a lui, fasciata da quella bandiera rossa enorme con su scritto “…altrimenti mi incazzo!”. La guardava compiaciuto, pensando che veramente la Dea della Sapienza avrebbe dovuto incazzarsi per come stavano trattando la cultura.

Osservava con occhio distratto tutto il trambusto che si stava scatenando sotto di lui, nella piazza. Gli studenti stavano protestando contro ‘la buona scuola‘, che loro ritenevano tutt’altro che buona. Pietro era lì per curiosità. Aveva trent’anni e la scuola era un ricordo non troppo recente. Pensò a tutte quelle volte che aveva fatto come loro, protestando per le guerre contro il terrorismo, per qualsiasi cosa che fosse da pretesto per fare casino.

Sorrise e con la coda dell’occhio notò sulla sinistra tre ragazze sedute un paio di metri più in là. Anche loro parevano lì solo per guardare. Poi ebbe un flash. Una delle tre catturò subito la sua attenzione. Era forse, anzi sicuramente, la meno bella delle tre. Piccola, magra ma aveva uno stupendo viso, tondo, sproporzionato rispetto al resto del corpo. In mezzo brillavano due occhi neri come la pece, splendenti come stelle novae al limite dell’esplosione. E due labbra rosse che sembravano chiedere soltanto di essere baciate.

Quel viso lo ricordava bene. Era la sua Fabiana, con cui chattava da molti mesi.

Le tre ragazze parevano non curarsi della presenza di Pietro a pochi passi da loro. Parlottavano sottovoce, che il rumore nella piazza sovrastava completamente. Il fragore dei lacrimogeni e le urla dei manifestanti facevano presagire che tra poco avrebbe infuriato la battaglia.

Si avvicinò alla tre ragazze, parzialmente coperte dal fumo grigio delle prime auto in fiamme.

«Fabiana» disse Pietro, alzando il tono per farsi udire.

Però loro continuavano a parlare, ignorandolo. “Qui è meglio andarsene, prima di prenderle”, pensò. Si alzò dal gradino sul quale era seduto per raggiungere Fabiana. Come se gli avessero letto il pensiero, anche loro si mossero da dove erano.

«Ciao, Fabiana!» disse Pietro, salutando la ragazza dai capelli corvini.

La piccoletta, quella che aveva catturato la sua attenzione, lo guardò di sbieco. “Che vuole?” si disse. “Cerca di abbordarmi, il tamarro”. Non gli rispose. La sua figura era avvolta nella nebbia prodotta dai lacrimogeni mista al fumo acre di qualcosa che bruciava e rimaneva indistinta. Poi un colpo di vento spazzò via il fumo, mentre gli occhi lacrimavano vistosamente. Ebbe un sussulto. Quel viso apparso per un attimo gli apparve familiare. Non riuscì a focalizzare nulla, perché venne travolta da una marea umana. E fu buio.

Pietro aveva allungato una mano per afferrarla e trascinarla lontana da lì, perché aveva visto che i manifestanti inseguiti dalla polizia stavano salendo in disordine i gradini. Non fece in tempo. Con un scatto si issò su una statua, evitando di finire sotto i piedi di quella folla in preda al panico. Rimase lì, finché il tumulto non si placò. Sentiva dei lamenti e dei pianti e poco dopo le sirene delle ambulanze. “Ce l’ha fatta Fabiana a mettersi in salvo?” si domandò con un filo di apprensione con gli occhi che bruciavano per i lacrimogeni sparati dalla polizia.

Non vedeva nulla. Udiva solo delle voce che imploravano aiuto. “É stato un massacro” pensò Pietro. “Chi era, come me, semplice spettatore, ha rischiato di lasciarci le penne”.

Qualche folata di vento cominciò a disperdere il fumo, mentre la gradinata era cosparsa di corpi per terra e i gradini imbrattati di sangue. Con lo sguardo cercò quel viso nella speranza che non ci fosse.

Invece era in una posa innaturale.

Una storia al mondo d’oggi – Alfonso

Foto personale

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Alfonso lo prese per un segno del destino. Decise di tornare al computer e di scriverle. “Cosa?” pensò, mentre in fretta tornava sui suoi passi. Non lo sapeva ma qualcosa sarebbe nato dalla sua testa.

Con il fiato corto si fermò davanti alla porta d’ingresso, perché aveva fatto gli scalini tre alla volta. Si chiese se fosse in ritardo per un appuntamento. Oppure se avvertisse la presenza di lei, che lo aspettava. Forse nessuno delle due ipotesi. Solo il desiderio di mettersi davanti allo schermo.

Infilò le mani in tasca alla disperata ricerca delle chiavi. Imprecò, perché, quando aveva fretta, non le trovava mai. Le rovistò con l’ansia che bruciava dentro.

«Ma porca miseria» disse a mezza voce. «Ma dove si sono cacciate?»

In mano aveva le chiavi della casa di sua madre. Le rimise in tasca ma come per beffarlo ricomparvero fra le dita. Pensò che doveva smetterla di girare con tutte quelle chiavi. Oltre a sfondare la tasca era sempre il mazzo sbagliato che affiorava. Ebbe un flash della cassetta della posta piena e trasbordante di pubblicità e lettere, mentre era entrato di gran carriera nell’ingresso del caseggiato. “La vuoterò più tardi” pensò, mentre continuava la sua caccia al tesoro.

Trovato il mazzo giusto, cominciò ad armeggiare con le mani tremanti alla ricerca della chiave. Alfonso guardò sconsolato la mezza dozzina di chiavi. Sembrava tutto congiurare contro di lui. Quando aveva fretta quella che doveva usare pareva nascondersi o giocare a rimpiattino.

Era un gioco che ricordava di aver fatto innumerevoli volte, quando era bambino. Si giocava in un luogo ampio e ricco di potenziali nascondigli. Veniva prescelto un punto che si chiamava “tana”. Si faceva la conta per stabilire chi avrebbe cominciato il gioco. Gli altri dovevano trovarsi un nascondiglio per sfuggire alla caccia di chi custodiva la “tana”. Dopo la conta fino a cento iniziava la ricerca, esattamente come stava facendo adesso Alfonso con la chiave della porta di casa. Ogni volta che trovava un giocatore nascosto, correva fino alla “tana” che toccava, esclamando “tana!” col nome di chi aveva scovato.

Finalmente la trovò e gli uscì dalla bocca “tana”. Sorrise storto, perché la frenesia di mettersi al computer stava crescendo, mentre tutto congiurava per rallentare il suo desiderio. La infilò a fatica nella toppa, facendo una certa fatica a farla girare. “Prima o poi ti devo oliare” pensò. ”No, la cambio per comprarne una nuova, quelle non apribili col sistema bulgaro”.

Diede l’ultimo giro e aprì di colpo la porta. “Ma che mi possono portare via? I vestiti, i libri. Al massimo il computer…” si disse, entrando. “Eh! No, cazzo! Il computer, no! Dentro c’è Sara!”.

Spalancò gli occhi, come si aspettasse di trovare qualcuno, magari proprio lei.

Rise per il pensiero che Sara fosse dietro la porta ad aspettarlo.

Chissà perché poi, ma soprattutto come?… Certo, l’idea che li dividessero più di mille chilometri non lo aveva sfiorato per nulla, né tanto meno il particolare che lei non voleva più vederlo.

Si tolse il giubbetto che gettò sull’appendiabiti dell’ingresso.

Devo cambiarlo!” pensò, vedendolo ondeggiare pericolosamente. “É troppo piccolo e instabile per sostenere la giacca lunga di pelle e lo zaino monospalla, ricolmo di libri e taccuini bianchi, dove appunto i miei pensieri”.

Entrò nello studio, sedette sulla poltrona, nella posizione che assumeva abitualmente. Di lato con le gambe gettate sul bracciolo opposto, le ginocchia accavallate, con la gamba destra lasciata libera di penzolare e grattare la stoffa a lato del sedile.

Accese il computer ma non ebbe la pazienza di attendere, perché quel vecchio catorcio ci metteva un secolo a partire. «Dai, bello muoviti!» gli urlò nella speranza di velocizzarlo. Tuttavia lui avanzava lento come un montanaro in montagna, nonostante i suoi incitamenti. Sentì sotto il piede destro il ruvido della stoffa.

Riconobbe che quella poltrona era stata il suo acquisto sbagliato. “Tutti almeno una volta” si disse, “entrano in un negozio qualsiasi e comprano qualcosa, in preda all’insana gestione dei propri soldi. Per poi pentirsi amaramente. Per quali misteriosi motivi l’uomo butta in acquisti inutili i propri soldi?”

Alfonso scosse la testa, dimenticando per un po’ la lentezza del suo computer. Adesso al centro della sua attenzione c’era la poltrona sulla quale stava seduto, si fa per dire. “Entrare in un negozio” pensò, “indicare un oggetto, pagarlo e uscire col pacco sottobraccio, realizzando che quell’oggetto non gli serviva proprio. Ecco il motivo per il quale questa poltrona la odio”.

Quando era arrivata a casa. aveva compreso che la poltrona, acquistata il giorno prima, avrebbe rappresentato la punizione che Alfonso avrebbe inflitto a se stesso per la cazzata che aveva fatto. Ormai il danno era fatto e l’aveva collocata davanti al computer, anche se una sedia sarebbe servita a farlo stare più comodo.

Basta” si disse. “É inutile, Alfonso, a piangere sul latte versato. Vediamo a che punto sono arrivato con l’avvio”. Il circoletto continuava a girare per indicare che il processo non si era ancora concluso. Lanciò un’occhiata disperata alle luci del vecchio router. Anche loro arrancavano paurosamente. “Devo investire diverse centinaia di euro” rifletté, “per acquistare un PC degno di questo nome e un router meno colabrodo di questo”.

Dopo una lunga e penosa attesa tutto era pronto a decollare. Il router a metterlo in condizione di navigare, il computer a interrogare il mondo.

Si sistemò meglio sull’odiata poltrona e lanciò Firefox e Thunderbird. Naturalmente Speedy Gonzales se l’era svignata, lasciandolo con Miguel, lo scansafatiche, che pensa solo a dormire.

«Evviva!» gridò con fanciullesca euforia, battendo le mani, quando sulla barra degli strumenti comparvero la volpe rossa e l’uccello azzurro. Spostò la sua attenzione sul lato in basso a destra dello schermo per vedere la busta di posta che solitamente fa capolino e che lo avvisa, quando qualcuno ha avuto un pensiero per lui.

Una grande delusione smorzò l’entusiasmo di poco prima. Nessuno gli aveva spedito qualcosa. Nessuno aveva scritto, soprattutto lei non aveva scritto.

Ma perché mi avrebbe dovuto scrivere?” si domandò, aggrottando la fronte.

Ricordò che la loro giornata iniziava con una mail con la quale al mattino si scambiavano il ‘buongiorno’ dopo il caffè e prima della sigaretta. Poi durante la giornata potevano essercene altre tre o quattro, a seconda delle pause dal lavoro o della voglia di sentirsi. Però era alla sera, alle nove e quaranta, – pareva che si fossero sincronizzati gli orologi biologici – si ritrovavano nella loro stanza privata virtuale. Niente caminetto acceso d’inverno o il condizionatore d’estate. Nessun panorama romantico faceva da sfondo per loro. La loro era una stanza spartana, essenziale. Era la loro chat personale che si illuminava con Skype e webcam.

Già, la chat. Pensò che un tempo era restio all’idea di utilizzare uno schermo per parlare con un altro essere umano. Alfonso era abituato al contatto diretto, al vedersi sguardo nello sguardo. Discuteva di lotta di classe, di movimenti della sinistra, di letture collettive, di università occupate, di poesia e libri impegnati. Ebbe un altro flash, quando aveva amato alla follia Garcia Lorca, leggendo i suoi pensieri. Aveva assorbito le sue parole sulla carta stampata come le radici traggono la vita dal terreno.

Un giorno cambiò tutto: aveva conosciuto Alexa. Da questa storia era uscito con le ossa rotta: ferito nello spirito, inaridito nei pensieri. Aveva perso ogni voglia di lottare, di leggere, di ascoltare, di discutere. Per molti mesi, forse per più di un anno, si rinchiuse su se stesso, senza aprirsi al mondo circostante che era in marcia senza di lui. La rete non era più un fenomeno di nicchia, cominciava a uscire per imporre la sua visione virtuale. Comprò un PC, sottoscrisse un contratto con una TLC, che gli fornì un router e una connessione remota. Cominciò a esplorare un mondo nuovo e variegato. E conobbe Sara su Splinder. Passarono ore a parlarsi sulla chat che la piattaforma offriva gratis. Poi comparve un qualcosa che permetteva di ascoltare la voce. Erano i primi passi di Skype. Funzionava male ma non si spendeva nulla. Un giorno Skype gli chiese se aveva una webcam. «No, non ce l’ho ma posso comprarla» disse. E così fece.

Da quel momento iniziarono gli appuntamenti alle nove e quaranta della sera.

Il flash svanì nella mente di Alfonso. Sara non avrebbe scritto né oggi, né domani, né mai in futuro.

Aveva assistito al suo suicidio in diretta.

Una storia al giorno d’oggi – Claudio

Arcobaleno - foto personale

Arcobaleno – foto personale

Un anno. Era già passato tanto tempo? Com’era possibile?…. Inverno, primavera, estate, autunno… ed era di nuovo inverno…

Isabella virtuale lo aveva fatto ridere, fantasticare, lo aveva preso per mano e accompagnato fuori dall’inverno meteorologico e da quello della sua vita degli ultimi tre anni…

Claudio si abbandonò alle sue fantasie. Seduto davanti al PC si lasciò trasportare dai suoi pensieri.

Sì, Isabella lo aveva accompagnato nella sua primavera virtuale, insieme alle gemme degli alberi si erano schiuse anche emozioni. Non ricordava da quanto tempo non provava queste sensazioni. Tre anni prima di incontrarla sul web erano successi eventi che non immaginava che potessero accadergli.

Era l’estate 2011. Un estate anomala come la sua vita. Era scoppiato uno scandalo all’università e Claudio era finito in mezzo alla bufera. Un’indagine penale per violenza sessuale nei confronti di una ragazza, Ilaria, che frequentava il suo corso. Lui aveva protestato la sua innocenza ma la sua accusatrice era stata inflessibile.

«In cambio di sesso» mise a verbale dal magistrato, «mi avrebbe dato tutti i crediti possibili. Mi servivano per avere la tesi e il diploma di laurea. Sono stata a casa sua e mi sono concessa a lui, il professore integerrimo».

Ilaria descrisse con ricchi particolari la sua abitazione per rendere credibile la sua denuncia. Claudio giurava che lei non era mai stata nel suo attico in pieno centro a Bologna.

«Ma come può aver descritto così bene il suo appartamento?» gli domandò il magistrato durante l’interrogatorio di garanzia.

«Non saprei» rispose candido il professore. «Viene tanta gente da me. Chiunque potrebbe averle fornito le descrizioni».

Non fu creduto e finì nel tritacarne mediatico. D’estate le notizie scarseggiano e di conseguenza uno scandalo così, che in altri momenti si sarebbe sgonfiato come una bolla di sapone, si gonfiò a dismisura. Venne licenziato, anche se ufficialmente si parlò di dimissioni. Perse i cosiddetti amici, che gli voltarono le spalle. Giulia, la moglie, se ne andò di casa con Michela, la figlia, chiedendo la separazione. Perse tutto e si ritrovò a vivere in un monolocale in una frazione di Modena. Spese gli ultimi spiccioli rimasti per dimostrare la sua innocenza. Tuttavia era un uomo rovinato, senza un lavoro stabile. Viveva di piccoli lavori letterari, di ripetizioni di italiano e della carità della Caritas, dove si recava per un pasto caldo.

L’incubo pareva infinito e senza sbocchi, finché non incontrò Isabella nel mare del web. Questa donna dall’età indefinita aveva risvegliato quelle emozioni che aveva soffocato per tre lunghi anni. Claudio si era fatto una precisa idea. Era una ragazza di circa trent’anni con un passato turbolento, forse piccoli intoppi con la droga. Isabella, secondo le sue convinzioni, cercava di tornare a galla, aggrappandosi al web. “Sarà come immagino?” si chiese più volte, senza avere il coraggio di manifestare i suoi pensieri.

Con l’estate si era scoperto di avere voglia di prendere aria, di respirare di nuovo la vita. Si era lasciato andare, aveva scoperto le sue carte, le aveva detto quanto stesse bene con lei. Questa confessione sembrava annunciare l’arrivo dell’autunno, delle foglie che pigramente cadono al suolo. La sua maschera finì per terra come quella di Isabella.

Le aveva confessato di essere un ex docente universitario e non uno studente fuoricorso, come le aveva fatto credere all’inizio.

«Potrei essere tuo padre» le scrisse una sera di settembre.

«Perché?» rispose Isabella.

«Ho quasi cinquant’anni» continuò Claudio, «mentre tu ne avrai venticinque o ventisei. Al massimo»

Sullo schermo comparve uno smile ridente.

«Come hai fatto a indovinare?» gli chiese Isabella.

«Intuizione» rispose Claudio chiudendo con uno smile con l’occhio che strizza.

Poi una sera di inizio dicembre le aveva fatto un’altra confessione.

«Tu mi ricordi un’altra donna, che fa parte della mia vita» disse, durante una conversazione su Skype.

«Chi?» domandò Isabella curiosa.

«Giulia».

«Cosa era per te?»

«Era mia moglie» fece Claudio con tono melanconico.

La conversazione fu interrotta bruscamente. Claudio uscì di casa e cominciò a camminare per il paese. C’era rimasto male, molto male a quell’interruzione brusca, perché non era riuscito a chiarire il suo pensiero.

Voleva farle capire che lei non era solo parole digitate su una chat o una voce che usciva dall’altoparlante. Isabella, in qualche modo, con quel misto di leggerezza di cuore e profondità del suo sentire lo aveva… E qui si fermò per raccogliere le idee. Lei lo aveva… oddio… lo aveva conquistato. Si domandò se si fosse offesa a quella rivelazione. “Cosa teme?” pensò. “Teme forse che veda in lei la copia di un’altra donna?” Scosse la testa come per negare quest’ultima affermazione. Non era questo il suo pensiero.

Riprese a camminare, come se fosse l’unico abitante del paese. “O forse ha davvero capito cosa mi è successo?” rifletté Claudio. “Oppure ne è rimasta spaventata, perché anche a lei è successa la stessa cosa?”

Non si era reso conto che quella confessione tanto aperta quanto brutale aveva incrinato il loro rapporto virtuale. Stava camminando da un’ora, cominciava a imbrunire. Faceva freddo ma sapeva che non avrebbe atteso di ripiombare nel suo personale inverno senza far nulla. Passando davanti alla libreria vide in vetrina “Questa sera si recita a soggetto“.

Capì che doveva scriverle e tornò frettolosamente a casa.

Una storia al giorno d’oggi- Giorgio

Giorgio uscì di casa, sbattendo la porta, scuotendo la testa, con uno strano senso di ansia che gli saliva dallo stomaco. Voleva scacciare il pensiero che lo assillava, quello strano malessere che da giorni gli faceva compagnia.

Si domandò il motivo per il quale aveva sbattuto la porta. Non era la prima volta ma sarebbe stata neppure l’ultima. In passato l’aveva fatto per un litigio, per scaricare la tensione. Però c’era una lei, Isabella, in casa a subire la rumorosa violenza di quel gesto.

Stavolta no. Che senso ha, se non per me, si disse Giorgio. Ho sbattuto la porta di casa, dove vivo ormai da solo. Con la sola compagnia del mio computer. Lo accendo, faccio entrare tutti i mondi possibili. Donne e uomini in cerca di una parola, di un gioco, di una risata, insomma… in cerca della vita.

Forse non era arrabbiato con Sara, che aspirava a entrare nella sua vita. Forse era la sua solitudine il vero bersaglio. Lavoro, chat, week-end a pulire casa e visita al centro commerciale per la spesa. Si pascolava bene la dentro. Tutte quelle luci, le vetrine, qualche ragazza interessante. Un pensiero lo sfiorò e rise con amarezza.

«Siamo tutti in vendita, siamo tutti in vetrina. Ognuno a modo suo si mette in mostra» disse Giorgio, avviando la macchina. «Apro il computer e sono in vetrina. Vado a passeggio e sono in vetrina. Qualcuna mi comprerà. Ma sono un oggetto appetibile? Insomma, se io mi vedessi in vetrina, mi comprerei?»

Rise rumorosamente, mentre aspettava il verde del semaforo. «No, no, no…».

Scosse la testa e imprecò contro la signora che davanti gli aveva fatto prendere un nuovo rosso. Sbuffò.

«Sono un cibo scaduto» esclamò, «un abito usato ormai logoro da gettare nell’immondizia».

Cercò un parcheggio vicino all’ufficio. Pensò che non era mai stato fortunato coi parcheggi. C’era sempre qualcuno prima di lui a occupare l’ultimo posto libero. Anche stamattina non trovò nulla. Si rassegnò a cercarlo più lontano.

Ho ancora sangue nelle vene, un cuore, passioni o interessi?” si chiese, mentre chiudeva l’auto. “Eppure prima non era così. Prima ero un uomo”. Si avviò verso il caffè per fare colazione. Ormai da quando Isabella se ne era andata, lo faceva tutti i giorni. Un caffè nero, una mini brioche vuota e poi a chiudersi in ufficio a correggere gli errori degli aspiranti scrittori ma anche di quelli affermati.

Quell’ultimo pensiero continuava a ronzargli nella testa. “Un uomo? O forse solo un sogno? O forse l’ombra? O forse un respiro?” pensò, mentre salì le scale per raggiungere la sua stanza, dove sarebbe rimasto per otto ore, interrotte da una breve pausa all’una.

Non era mai stato in conflitto con se stesso prima del giorno, in cui si trovò senza lavoro e solo. Rammentò il suo eskimo tutto stropicciato, quando sognava di mettere i fiori nei cannoni. La visione del suo maggiolino di sesta mano con le margherite gialle, disegnate sopra, era nitida nella sua mente. La bandiera arcobaleno era esposta come un trofeo dal davanzale di casa. Si sentiva in pace con se stesso, appagato dalle lunghe passeggiate coi suoi compagni di vita. Era felice quando coi compagni di partito faceva quelle rumorose marce per le vie cittadine per protestare. C’era sempre un motivo per farlo. Tutto questo era un ricordo, che sbiadiva giorno dopo giorno.

Quando la mattina andava a comprare il giornale alla solita edicola, per lui era un piacere. Erano i tempi in cui non prendeva mai la macchina. Ogni giorno tre chilometri per andare e tre per tornare. Era inebriato, quando le sue allieve lo chiamavano “professore” al suo arrivo all’università. Anche se nessuno non glielo aveva mai detto, aveva colto nei loro sguardi quel senso di innamoramento che lega il docente alle sue studentesse.

Un filo di malinconia offuscò per un attimo il suo viso, ricco di rughe e incorniciato dal grigio dei capelli. Era la visione dell’unica donna che avesse mai amato, che gli procurò questo turbamento. Di donne ne aveva avute molte. Non faceva fatica ad averle. Erano loro che senza pudore si offrivano negli scantinati, nei motel, sulle spiagge, sui prati, a casa di amici, nel suo letto, in letti sconosciuti. Le aveva usate, annusate, toccate, possedute. Tutto questo era come un soffio di vento che trasportava una foglia in autunno. Si staccava e volava via, lontano dall’albero.

Tuttavia aveva amato solo lei. Una donna piccola, bassa, magrissima, non bella. Era delicata come una farfalla ma forte come una tigre. L’aveva accompagnato con i suoi abbracci per tanti anni.

Quella donna si chiamava Isabella, la madre di sua figlia. Adorava i suoi sogni, i suoi ideali, il suo amore. Adorava sua figlia, Irene.

Poi successe un giorno che fu sbattuto fuori dall’università. Era cambiato il vento e la restaurazione aveva vinto. Perse il posto, perse Isabella, Irene. Perse tutto. Perse la stima di se stesso. I vecchi compagni lo abbandonarono. Giorgio si ritrovò solo. Mendicò un posto, lui professore che insegnava filologia all’università. Dopo molti bocconi amari aveva trovato un impiego in un piccolo ufficio di periferia. Era un correttore di testi di un’agenzia letteraria. Un misero stipendio che gli permetteva di sopravvivere giorno dopo giorno.

Adesso non c’era più la vetrina della cattedra. Adesso gli rimaneva solo il centro commerciale, la solitudine. Il computer era la sua porta sul mondo dei vivi. O forse sul mondo degli zombie che vagavano come lui per la rete alla ricerca della propria identità.

Tutto era virtuale: gli incontri, gli amici. Perfino i brindisi e il vino erano virtuali. Nella sua vita di reale adesso c’era solo la solitudine. L’incontro con Sara, l’amica virtuale, l’aveva scosso, l’aveva messo in agitazione. Questa donna virtuale, mai vista, mai conosciuta voleva penetrare nella sua esistenza, nella sua solitudine. Il pensiero di lei, la prima volta, l’aveva entusiasmato, eccitato. Sembrava essere lo studente del liceo, che andava a caccia delle compagne.

Però poi era subentrata la paura. Il terrore a trasformare quel mondo virtuale in uno reale. Temeva che potesse suscitare delle aspettative che l’avrebbero deluso. Paventava di risvegliarsi alla mattina dopo un lungo sogno notturno, quando la realtà lo aveva riportato coi piedi per terra. Dubbi e timori che si accavallavano nella testa. Tuttavia quello che gli metteva angoscia era la paura che cancellasse il ricordo di Isabella.

No” rifletté Giorgio, mettendosi al computer in ufficio, “lei non la posso cancellare”.