Racconti impossibili – Una storia di Canterbury – parte settima

Prosegue il vostro martirio nel leggere questa ciofeca ma se volete leggere anche le altre le trovate qui.

Una notte magica San Giovanni

Il viaggio verso Maidstone non era cominciato sotto i migliori auspici. Dopo poche miglia si era rotto il mozzo destro della carrozza. Poi la strada era in pessime condizioni per la pioggia che era caduta copiosa nel mese di aprile, ma nemmeno maggio era stato più clemente. Il cielo era imbronciato e non prometteva nulla di buono.

Dopo sette giorni con molte soste e un’andatura rallentata dal fango e dalle piogge frate Ethan entrò nella capitale del regno.

Frate Ethan si presentò nel castello di King James e chiese udienza, mentre la sua scorta, un capitano e sei soldati, si aquartierava in uno spiazzo nei pressi.

Un valletto lo accolse con freddezza. «King James è impegnato» disse senza specificare quando si sarebbe liberato e avrebbe concesso di riceverlo.

Il frate disse laconico: «Aspetterò che King James sia disponibile».

Il valletto lo accompagnò in una stanza buia e con poco mobilio. Un piccolo tavolo di legno scadente, una sedia rustica e alquanto scomoda, una finestrella senza vetri che guardava un cortile interno e il camino spento. L’umidità esterna aveva ricoperto quei mobili di una patina lucida e bagnata. Il frate si strinse per bene nella mantella pesante da viaggio per proteggersi dal freddo umido della stanza, sistemandosi sulla sedia di ciliegio per nulla comoda.

Aspettò paziente che il valletto lo venisse a chiamare. All’ora sesta sperò di vedere qualcuno che lo invitasse a un banchetto ma la sua speranza rimase delusa. All’ora nona se ne andò tra l’indifferenza generale. Raggiunse la locanda ‘Al tabarro’, che gli avevano indicato come la migliore di Maidstone. Qui trovò il suo bagaglio e una ampia stanza confortevole, riscaldata dal fuoco nel camino.

Fatto un bagno caldo per togliere l’umidità accumulata nell’attesa, frate Ethan scese nella sala dove si mangiava. Aveva una fame da lupi, perché digiunava da quasi ventiquattro ore.

Una servetta svelta dallo sguardo furbo gli servì una fumante zuppa di verdure con pane nero di segale. Rinunciò al vino, perché odorava di aceto e si fece portare un boccale di birra scura. In breve tempo lasciò la scodella di stagno lucida come se fosse immacolata. Avrebbe fatto il bis ma ci rinunciò. “Un po’ di digiuno fa bene allo spirito e mortifica la carne”. Però non seppe dire di no a un pezzo di formaggio di capra stagionato e al vino caldo speziato per chiudere la cena.

Prima di alzarsi dal tavolo chiamò la servetta, perché era certo che sapeva tutto del bibliotecario cieco. Da dove nasceva questa certezza non lo sapeva ma il suo intuito glielo faceva supporre.

Lei si avvicinò titubante. Quel frate le inspirava fiducia ma sapeva che il padrone non voleva che si importunasse i clienti.

«Desiderate altro?» chiese incurvando la testa per osservare la porta della cucina.

«Sì. Un’informazione».

«Chiamo Robert, il padrone. Di certo lui saprà soddisfare la vostra curiosità» aggiunse con un filo di voce. Con la coda dell’occhio l’aveva visto uscire dalla cucina per servire al banco delle mescite.

«No. Mi siete sufficiente voi. È un’informazione di poco conto».

La servetta mostrava chiari atteggiamenti di insofferenza e di timore che il padrone la cacciasse via. Lei aveva bisogno di quei quattro soldi con cui Robert la pagava.

«Se mi ordinate qualcosa, posso ascoltarvi».

Frate Ethan si grattò la corta barbetta che adornava il mento. “La zuppa è ottima ma dopo formaggio e vino proprio non ci sta».

«Bene. Portatemi una generosa fetta del formaggio di capra di prima e un boccale di birra» ordinò a voce alta per distogliere l’attenzione dell’oste da loro e soggiunse a voce bassa: «Vorrei delle informazioni sul bibliotecario di King James».

La servetta fece un inchino, annuendo di aver compreso che cosa voleva sapere il frate.

«Il tempo di andare in cucina a prendere il formaggio». E si allontanò seguita dallo sguardo indagatore di Robert.

«Vi stava importunando?» chiese acido l’oste che si era avvicinato al tavolo.

Frate Ethan scosse il capo e fece un mezzo sorriso. «Tutt’altro. È una ragazza sveglia e molto educata. Voleva sapere se la cena era stata di mio gradimento. Come vedete ho fatto il bis del formaggio, davvero squisito».

Robert si allontanò richiamato dalla cucina, mentre la servetta tornava con formaggio e birra. «Ecco quanto avete ordinato» e sussurrando in modo impercettibile aggiunse «Al mattino sono libera. Se vi trovate all’ora terza sul sagrato di Saint George, vi posso dare tutte le informazioni».

Frate Ethan annuì e alta voce le fece i complimenti per il desinare.

Soddisfatto si ritirò nella sua stanza. Il giorno dopo avrebbe potuto conoscere qualcosa di più su questo misterioso bibliotecario.

Abituato ai ritmi del monastero al primo albore era già sveglio. Sorrise rimettendosi sotto le coperte. Il camino spento e la nottata insolitamente fredda per la stagione l’avevano convinto a restare al caldo in attesa della colazione.

All’ora terza dopo la colazione con una zuppa dolce d’avena e latte appena munto, frate Ethan si recò all’appuntamento con la servetta.

«Se entriamo nella cattedrale, possiamo trovare un posto defilato per parlare di Glovine» suggerì la servetta avviandosi verso una porta laterale.

Si sistemarono vicino a un confessionale immerso nella penombra e da tempo non usato, perché una sottile pattina di polvere era presente un po’ ovunque.

Dopo essersi sistemati su due sedie prelevate da una pila, la servetta prese l’iniziativa. «Ditemi cosa volete conoscere di Glovine. Vi avverto che è alquanto complicato avvicinarsi».

Il frate sorrise. Gli venne un’idea per rendere più riservato il loro incontro. «Mi siedo nel confessionale e voi nell’inginocchiatoio della postazione di sinistra, la più defilata. Vedo che c’è un sedile e la possibilità di tirare una tenda».

La servetta annuì perché l’idea era buona, facendolo sembrare l’incontro tra un cappellano e una penitente.

«Avete detto che si chiama Glovine».

Un sì appena bisbigliato confermò il nome.

«La biblioteca non è nel castello di King James. Dove si trova?»

La servetta sorrise, perché il frate era al corrente di questo dettaglio. «È nel Palazzo dietro l’abside della cattedrale ma raramente viene aperto il portone per far entrare degli estranei. Glovine ama il silenzio delle grandi sale e il profumo della pergamena dei libri che custodisce».

Adesso era il turno del frate a sorridere. “A quanto pare, la servetta è ben informata”.

«Come vi chiamate? Io sono frate Ethan».

«Gwendolyn ma tutti mi chiamano Gwen».

«Un nome curioso e insolito».

Gwen sorrise. “Questo frate la sa lunga” si disse. «Mio padre era gallese ed è arrivato qui come prigioniero molti anni fa. Poi ha incontrato Annie, mia madre, ed è rimasto».

Una ragazza un po’ selvatica ma di indole buona e sincera”. Era arrivato il momento di saperne di più di Glovine.

«Come si può avvicinare il bibliotecario?»

Gwen sospirò e narrò che era in pratica inavvicinabile a meno che King James lo autorizzasse a ricevere gli ospiti.

«Però…» e la ragazza si interruppe. Pensò che fosse meglio centellinare le informazioni.

Furba la ragazza. Le informazioni me le darà un pezzetto alla volta per ottenere qualche denaro d’argento”. Il frate rimase in silenzio come se volesse meditare su quel però.

«Facciamo così» affermò con voce decisa. «Io vi darò tre denari d’argento e diversi penny per quello che mi direte. Se lo giudicherò meritevoli d’interesse, aggiungerò qualche altro pezzo di danari» e fece tintinnare una borsa che era nascosta sotto il saio. Era sicuro che i denari d’argento le avrebbe sciolta la lingua piuttosto in fretta. “Tanto questi pezzi me li ha donati prima di partire Sir Percival per farne buon uso”. Represse una risata in attesa di conoscere cosa aveva da raccontargli la ragazza.

A Gwen luccicarono gli occhi, perché nei suoi sedici anni di vita di pezzi d’argento non li aveva mai visti.

Stay tuned for next Episode

Racconti impossibili – una storia di Canterbury – parte sesta

Prosegue la storia e voi direte uffa ma io insisto. Se leggete gli arretrati qui forse cambiate idea 😀

Frate Ethan percorse un corridoio rischiarato da grossi ceri per recarsi nello studio di sir Percival. Era irritato e tutto il discorso preparato durante la camminata era svanito. Recitò mentalmente diversi Actus contritionis per espiare le male parole pronunciata davanti al portone.

Gli abiti che indossava erano di lana grezza e prudevano non poco. Il frate resistette al prurito mentre si introduceva nello studio in rosso di Prince John, sistemandosi accanto al camino. Era ancora intirizzito per la pioggia presa durante la sosta davanti al portone.

Sentì la porta aprirsi: era il maestro della casa che gli porgeva una bevanda calda. Il caldo del fuoco e del vino speziato sciolse l’umido accumulato durante la camminata. Il sangue aveva ripreso a circolare e mani e naso divennero rossi.

“Sir Percival mi vuole innervosire perché tarda a venire”. Erano queste le sue riflessioni, quando finalmente Prince John fece la sua comparsa.

Lo guardò perplesso perché non intuiva i motivi della sua venuta. “Forse ha indagato sulla fallita tresca con la novizia?” Si sentiva in ansia per il timore che le parole del frate potessero metterlo in imbarazzo.

«Ho un bel po’ di notizie da Saint Church» esordì senza troppi preamboli.

Sir Percival sbiancò e si sedette sulla sua poltrona preferita come per evitare di cadere. Da lì poteva vedere in volto il suo confessore.

«Ho raccolto voci su…» Frate Ethan fece una pausa a effetto per tenere sulle spine Prince John. Doveva fargli pagare il dispetto di essere stato tenuto sotto la pioggia per un bel po’ di tempo davanti al portone sbarrato.

«Quali voci?» Fece sir Percival con un filo di voce. Immaginava che si riferisse all’episodio della novizia Alyssa e della madre badessa.

«Le voci girano in fretta. Si spettegola su tutto anche su questo» Il frate sfumò la voce in maniera ambigua.

«Se siete più chiaro, forse sono in grado di dare qualche spiegazione». Il volto era terreo e la voce incerta.

Frate Ethan sorrise, perché capì d’averlo in pugno. Quel lontano ricordo era troppo presente nella sua memoria affinché potesse essere messo nel dimenticatoio. Rimase in silenzio guardandolo fisso. “Ben vi sta per avermi mancato di rispetto” pensò prima di cominciare il discorso della sua andata alla corte di King James a Maidstone.

«Dunque vediamo da dove cominciare» disse, estraendo delle pelli di agnello dal corsetto di lana. Un ghigno di soddisfazione comparve sul suo volto. Srotolò sulle sue gambe le pelli, mentre Prince John allungava il collo nel tentativo di leggere cosa c’era scritto.

«Allora» riprese il frate, «voi avete avuto una tresca con…». Nuova pausa del frate come se cercasse un nome, mentre sapeva bene cosa doveva dire.

A sir Percival tremò visibilmente il labbro inferiore, che si contraeva con moto involontario, mentre il piede pestava con forza il pavimento.

«Ah! Ecco ci sono! Voi avete avuto una relazione con Lady Clarence, la vedova del duca di Sevenoaks» e alzò gli occhi verso di lui.

«Vi ho già spiegato che sono tutte falsità» affermò con veemenza, ricordando la confessione del giorno precedente.

Un sorriso ironico comparve sul volto del frate. “E chi ci crede?”. Sir Percival distese i lineamenti del viso e riacquistò il controllo della mente e del corpo, perché la visita non verteva sulla novizia Alyssa.

«Saranno falsità, ma le voci dicono che nove mesi esatti dal rientro a Sevenoaks è nato il futuro duca».

Prince John si rilassò ascoltando queste parole. “Non mi disturbano, perché sono mesi che queste voci girano. Ben diverso sarebbe se circolassero l dettagli del mio tentativo con la novizia”.

«Eppure giurano che il futuro duca vi assomigli molto. Stessi capelli rossicci, il mento squadrato e il naso leggermente storto» spiegò il frate fingendo di leggere le pelli d’agnello che teneva sulle gambe.

«Ammesso che sia vero ma non lo è, vi ho già spiegato tutto ieri. Il defunto duca di Sevenoaks, pace all’anima sua, per queste malignità mi ha tolto il saluto e fatto cadere in disgrazia presso la corte di King James».

«Allora ammettete la relazione tra voi e Lady Clarence?»

«No!» Era più un ringhio rabbioso che una negazione.

«D’accordo ma non scaldatevi per questo. Io volevo discutere con voi di come riabilitare la vostra reputazione e cancellare il sospetto avvelenamento del duca di Sevenoaks».

Sir Percival sorrise e col capo gli fece cenno di proseguire.

«Ho bisogno del vostro aiuto per andare a Maidstone per investigare e scoprire il colpevole».

Prince John annuì che era d’accordo sull’aiuto.

«Dovete convincere il priore Abbey a lasciarmi partire per la capitale del regno e voi darmi una scorta per arrivare sano e salvo a Maidstone».

Sir Percival spalancò gli occhi. “Per così poco ha montato un caos incredibile”. «Cosa dovrei dire al priore?»

«Beh! Potreste raccontargli una balla qualsiasi. Ad esempio una missione delicata presso la corte, perché voi non potete recarvi là».

Sir Percival annuì appoggiando il mento sul palmo della mano e stava per dire qualcosa, quando il frate aggiunse un’altra richiesta.

«Dovete farmi accompagnare per rientrare a Saint Church. Piove e fa freddo».

Qualcuno bussò alla porta. «Avanti!» urlò uno spazientito Sir Percival e comparve il maestro della casa con tonaca e mantello del frate, che depose presso il camino.

Dopo essersi cambiato, frate Ethan ritornò in carrozza a Canterbury sotto una pioggia gelida e battente.

Tre giorni più tardi il frate comodamente seduto su una carrozza scortato dai sei soldati partì per Maidstone.

Stay tuned for next Episode.

Diamo il benvenuto a un nuovo partecipante

Domenica 27 settembre esordirà tra noi un nuovo acquisto, anzi una nuova 😀 , Stato mentale che ha accolto la proposta di unirsi a noi.

E. è eclettica alternando post ad Haiku e tanto altro ancora. Se seguite il link potete verificare di persona la sua bravura con la tastiera.

È una blogger di vecchia data che ha sempre scritto qualcosa di interessante e mai banalità. Se non avesse queste capacità, non l’avrei invita nel nostro Caffè.

Sono veramente lieto della sua presenza e sicuramente sarà gradita anche a chi segue questo laboratorio di scrittura e altro ancora dove gli autori sono liberi da vincoli di genere e di tema e possono pubblicare in completa autonomia senza filtri o censure preventive.

Benvenuta E.

Racconti impossibili – una storia di Canterbury – quinta parte

Prosegue la storia col frate Ethan che … non dico altro. Le altre puntate le trovate qui.

Frate Ethan recitò quasi meccanicamente le preghiere del mattutino, perché aveva la mente rivolta altrove. Sbuffò al pensiero di mettersi al confessionale, prendere l’ostia consacrata e infine la colazione nel refettorio.

Tempo perso” borbottò, suscitando lo sguardo malevole del frate accanto a lui. Non aveva capito cosa aveva detto ma aveva rotto la sua concentrazione nel pregare.

Frate Ethan alzò le spalle in modo impercettibile per non creare un disputa che avrebbe prodotto solamente una perdita di tempo. “Dovrei tagliarmi la lingua a volte” pensò mentre recitava Actus fidei. Il tempo non passava mai e le lodi al Signore per il nuovo giorno non finivano più. Avrebbe voluto sbuffare per l’impazienza di correre al castello ma si trattenne.

La mattinata trascorse lenta e noiosa mentre preparava mentalmente il discorso da fare a Prince John. Ascoltò sbadatamente le confessioni di novizie e suore, che quasi non lo riconoscevano, abituate alle sue battute maliziose. Mangiato in fretta pane nero raffermo e una zuppa di cipolle, uscì dal convento.

La giornata era tutt’altro che ideale per un uomo a piedi. Una pioggia leggera bagnava ogni cosa e nonostante il cappuccio sul capo avvertiva nel corpo tutta l’umidità della giornata.

Salire a piedi fino a Devil’s Castle non era una passeggiata di salute. Il maniero stava sul cocuzzolo di una collina bassa appena fuori le mura di Canterbury, una posizione ideale per dominare la piana che si estendeva attorno alla città, capitale del principato di Sir Percival. Pur non troppo distante dalle mura la camminata, anche a passo svelto, non finiva mai.

La strada era sufficientemente larga per ospitare affiancate due carrozze oppure sei cavalleggeri armati. Ai suoi lati querce offrivano un comodo riparo dal sole estivo. Tanto polverosa d’estate, quanto fangosa era in autunno e primavera. Però ormai erano troppi i giorni pioggia e la via era difficoltosa anche per le carrozze o cavalieri. Per i viandanti era un incubo col rischio di scivolare a ogni passo.

Era la sesta ora quando frate Ethan bussò con energia al portone massiccio di quercia per farsi aprire. Borchie di rame servivano a tenere uniti diversi strati di legno ed era difficile abbatterlo anche con una testa d’ariete.

Il saio e il mantello erano ricoperti da uno spesso strato di fango come i calzari di cuoio. Erano gli effetti della camminata per giungere fino a lì.

Un soldato aprì uno spioncino quadrato per vedere chi voleva entrare.

«Sono frate Ethan» affermò stizzito. «Devo conferire con Sir Prince John Percival».

Lo spioncino si richiuse ma il portone non si aprì.

Il frate era furioso perché stava sotto la pioggia e fuori dal castello come un penitente. Una pozza di acqua fangosa si formò sotto di lui, mentre spazientito bussò con rinnovato vigore il portone. Di nuovo lo spioncino si aprì e il viso di un secondo soldato lo guardò stringendo gli occhi che mostravano stupore.

«Cosa avete? Non avete mai visto un frate infangato?» Berciò con tono irritato, mentre la sua pazienza lasciava il posto alla collera.

Anche questa volta lo spioncino si chiuse senza che il portone si aprisse.

Infuriato lanciò qualche maledizione verso di loro nominando il nome di Dio invano. Poi si raccolse in preghiera per essersi lasciato andare. Però doveva entrare e i soldati di guardia lo tenevano fuori alla pioggia che era aumentata d’intensità, mentre un vento freddo e gagliardo si insinua sotto la tonaca.

Il frate si guardò intorno alla ricerca di qualcosa. Trovò un robusto bastone abbandonato da qualcuno. Lo raccolse e con quello picchiò più volte sul portone mandando un rumore sordo.

Ancora un volta lo spioncino si aprì mostrando il viso di un giovane soldato. Con mossa fulminea frate Ethan afferrò l’elmo e lo tirò verso di sé. Il giovane rimasto sorpreso non reagì con prontezza e si trovò incastrato nello spioncino.

«Ci rimarrai lì finché questo portone non si aprirà» urlò con tutta la rabbia covata dentro.

«Ma signore chi è lei?» Il tono supplichevole del ragazzo fece ridere il frate prima di ripetere il suo nome.

«Sono il confessore di Prince Sir John Percival e se non aprite in fretta finirete nelle segrete del Castello».

«Cosa succede?» Una voce matura chiedeva informazioni sul trambusto.

Dopo un breve conciliabolo frate Ethan sentì un perentorio: «Aprite subito il portone».

Un rumore di chiavistelli e catenacci che venivano azionati indusse il frate a mollare la presa. In un batter d’occhi il giovane sparì e il portone si dischiuse.

Il capitano delle guardie trattenne una risata coprendosi la bocca alla vista del frate fradicio di pioggia e infangato come un maiale.

«Non potete presentarvi al cospetto di Prince John in questo stato. Entrate in questa stanza mentre vi procuro dei panni asciutti».

Frate Ethan intirizzito dal freddo e per la pioggia si accostò al camino, dove crepitava il fuoco. Un leggero vapore si levò dal mantello, mentre il fango tendeva a seccarsi sulle gambe e sulla tonaca. Si guardò intorno alla ricerca di un bacile e dell’acqua per darsi una rinfrescata.

«Ecco dei panni asciutti. Sir Prince è stato avvertito della vostra venuta. Alcuni servitori arriveranno tra poco con una portantina per condurvi al suo cospetto». Spiegò con tono umile nella speranza che non parlasse troppo male per averlo tenuto fuori del portone.

Il frate si diede una rapida rinfrescata prima di indossare dei panni caldi che cadevano un po’ troppo ampi.

«Questi» lo informò il capitano, indicando quello che il frate si era tolto. «Lasciateli qui. Non appena sano presentabili ve li porteremo asciutti e lindi.»

Doveva farsi perdonare per quello che avevano combinato i suoi uomini.

Poco dopo una portantina lo portò al cospetto di sir Percival.

Stay tuned for next Episode.

 

Racconti impossibili – Una storia di Canterbury – quarta parte.

Prosegue la storia impossibile e le altre puntate, per chi ne avesse perse qualcuna le trovate qui.

Una notte magica San Giovanni

 

Il giorno seguente Frate Ethan si sedette di nuovo alla scrivania con tutto l’occorrente per scrivere. Prima di addormentarsi aveva riflettuto sulla novizia Alyssa convenendo che era meglio accantonare i propositi di portarla nel suo giaciglio. Sarebbe stata un’impresa disperata con zero probabilità di riuscita.

Quindi era più utile dedicarsi a indagare sulla morte del duca di Sevenoak. Un’indagine sicuramente difficoltosa ma che avrebbe potuto metterlo in luce con King James. Srotolò le pelli di agnello su cui aveva appuntato alcuni fatti, decidendo di metter in fila i possibili mandanti con motivazioni e punti a favore.

Il primo mandante, Sir Percival, era anche l’unico accusato del riuscito avvelenamento, pur non essendolo formalmente. La motivazione poteva essere per le accuse che il duca gli aveva mosso ma Prince John l’aveva negato sempre con forza. Non ricordava che gli avesse mai detto durante le confessioni settimanali di aver avuto un rapporto carnale con Lady Clarence. “Non vuol dire nulla, perché chissà quanti altri peccati non ha confessato”. Però aveva un grosso punto a favore: era lontano dal regno di Kent da oltre un mese, perché combatteva nel Galles sotto le insegne di King James.

Il secondo possibile mandante era il conte di Rochester. Questo aveva una forte motivazione a ucciderlo: la perdita dell’isola di Sheppy, un punto strategico per i commerci. Con la morte del duca aveva avuto la possibilità di recuperarla sotto la sua contea. Frate Ethan mise un bel punto esclamativo accanto a questo nome.

Anche il duca di Crowley aveva un motivo altrettanto forte: tornare in possesso completo della foresta di Surrey Hill che era una fonte di notevoli introiti per il suo ducato. La perdita del possesso di metà bosco, oltre a falcidiare i guadagni l’aveva costretto a vendere il legname a prezzi inferiori, perché aveva un concorrente temibile. Il duca di Sevenoaks aveva usato motivi pretestuosi per ottenere la metà del bosco. Con la sua morte aveva recuperato anche la parte sottratta. “Direi che anche il duca di Crowley aveva più di un motivo per ucciderlo, oltre alle possibilità di farlo” si disse il frate, appoggiandosi allo schienale. Anche lui era un probabile sospetto.

Il conte di Tonbrigde aveva giurato di fargliela pagare per l’occupazione delle sue terre in modo del tutto illegale” rifletté il frate, grattandosi la corta barbetta. “Senza muovere il suo esercito è tornato in possesso di Tunbrigde Wells con la morte del duca”.

Più rifletteva, più era convinto dell’innocenza di Prince John. “È vero che si odiavano per le accuse di adulterio mosse al cognato ma alla fine non avrebbe tratto nessun vantaggio dalla sua morte. Anzi ne avrebbe ricavato un nocumento come è poi avvenuto con la sua messa al bando dalla corte del re. Quindi è quello con le motivazioni minori. Solo una vendetta personale? Uhm! Sarebbe stato uno sciocco e lui non lo è”.

Frate Ethan chiuse gli occhi come se volesse concentrarsi sul maggiore sospettato tra quel quartetto. In realtà meditava come raggiungere il bibliotecario cieco che gestiva i preziosi volumi di King James a Maidstone. Aveva sentito dire che era molto riservato ma anche informato su tutti i pettegolezzi di corte e non solo quelli. «Lui non ci vede, ma pare che l’udito sia finissimo» e frate Ethan rise alla sua battuta. Lui non aveva avuto modo di frequentarlo. Il frate sorrise a questo pensiero, perché si era allontanato da Saint Church pochissime volte per visitare qualche chiesa di campagna nei dintorni di Canterbury per aiutare il prevosto nelle confessioni. Non conosceva neppure la strada per raggiungere la capitale del regno di Kent.

«Mi perderei fatte poche iarde fuori dalle mura di Canterbury» borbottò allegro, pensando a chi gli poteva fare da guida. Ebbe un guizzo, un’idea e sorrise. «Certamente! Sir Percival mi avrebbe dato un suo uomo come guida. Ma come convincere il priore del convento a lasciarmi partire?»

Non gli veniva in mente nulla. Vuoto assoluto. Tre squilli di campane gli ricordarono le preghiere del mattutino ma gli risvegliò la mente. Adesso sapeva come. Messe da parte pelli di agnello e penna, si avviò verso la chiesa con l’allegria dipinta sulla faccia.

«Prince John mi fornirà l’accompagnatore e perorerà la mia istanza presso il priore». Detto questo si accodò agli altri frati per le recita del primo albore.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili – Una storia di Canterbury – terza parte.

Ci fosse riuscito a superare le prime due parti – qui le trovate a vostro rischio e pericolo. Adesso vi aspetta l’obbrobrio della terza parte di questo racconto nato dal prompt generato da Obbrobrio del duo Alessandro Cassano e Gaia Conventi di Giramenti. Un duo veramente spassoso.

 

Frate Ethan, tornato in Abbazia pensò come entrare in relazione con la novizia Elyssa. “Non è facile avvicinarla, visto che è guardata a vista dalla madre badessa”. Si grattò in testa e serrò gli occhi nel chiuso della sua cella, un quadrato di tre per tre iarde di Canterbury con una piccola feritoia per dare luce e aria alla stanza. Un pagliericcio e un inginocchiatoio completavano l’arredamento.

Il frate rielaborò le informazioni ricevute da Sir Percival. “Come diavolo ci sia riuscito non riesco a immaginarlo né ipotizzarlo. La novizia vive in una cella accanto alle stanze della madre badessa, ben separata dal resto delle suore e le giovani aspiranti alla vita monastica. Quali argomenti persuasivi abbia usato per convincerle mi piacerebbe conoscere”. Più si scervellava, meno trovava una risposta al suo quesito. Disse svogliatamente un paio di preghiere, tanto per dare fumo negli occhi agli altri frati, e andò a sistemarsi nel confessionale di Saint Church in attesa che qualche giovane suora o novizia venisse a confessarsi. Quelle più anziane e acide le liquidava in poco tempo con qualche Pater Noster e Confiteor. Era la carne fresca il suo obiettivo per scaldare il suo pagliericcio nella zona degli ospiti. “I peccati sono tutti uguale. Atti impuri” e il frate sorrise associando questo peccato alle usanze del convento di fare sesso tra loro. “Invidia… ma di cosa?” Non aveva mai capito che cosa potessero invidiare vista la vita monastica che conducevano. “Peccati di gola” e rise con tono sommesso. In effetti erano grasse come porcelle. “Ma va bene così. Almeno c’è un po’ di carne da stringere e non solo ossa”.

«Frate vorrei confessare i miei peccati» affermò con tono appena percettibile suor Emily che si appoggiò alla grata in attesa di sentire il suono della voce del confessore.

Lui sbuffò tossicchiando. “Cosa dovrà mai confessare questa suora incartapecorita?”

«In cosa avete peccato sorella Emily?» Frate Ethan usò un tono leggermente dolce, perché sapeva che era molto permalosa.

Suor Emily era tra le anziane del gruppo, vecchia e grinzosa come una buccia di limone, confessava tutti i giorni non si sa quali peccati.

Mentre la vecchia suora elencava una lunga lista di peccati commessi, frate Ethan si doveva trattenere dal mandarla al diavolo.

«Solo questi? Non avete dimenticato qualche altro peccato?» Domandò ironico, facendo imporporare la suora.

Sorella Emily farfugliò qualcosa e pensò che finiva sempre con quella frase facendola peccare di nuovo. L’atteggiamento del frate confessore la infastidiva ma non poteva confessare che era proprio lui il bersaglio delle sue invettive segrete.

«Ho avuto pensieri cattivi verso una persona buona e caritatevole» aggiunse chiudendo gli occhi.

Frate Ethan ridacchiò sommessamente cercando di non farsi udire dalla suora.

«Recitate cinque Pater Noster e dieci Confiteor per mondarvi dai vostri peccati. Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen».

Il frate avvertiva inquietudine e decise che meglio non confessare altre suore peccatrici. Si tolse la stola bianca, si alzò e infilate le mani nelle ampie maniche del saio si avviò verso la stanza che occupava nell’area degli ospiti.

Si sedette sulla poltrona di noce accanto al camino a riflettere. Per la novizia Alyssa era meglio lasciar perdere. “Troppi rischi per finire in bianco”. Questo avrebbe mortificato il suo ego di maschio. Però era un altro il pensiero che ronzava nella sua testa: era l’ultima affermazione di sir Percival. “Afferma che non è stato né il mandante né l’esecutore dell’avvelenamento del duca di Sevenoak. Logicamente la sua spiegazione è ineccepibile anche se il dubbio permane”. Decise che avrebbe fatto luce su questo controverso episodio. “Da domani” e si preparò a scendere nel refettorio.

Al rientro frate Ethan si sistemò sulla sedia davanti alla scrivania di quercia a capretta, disponendo sul piano una penna d’oca, inchiostro nero ferrogallico e diverse pelli di agnello. Voleva appuntare alcune informazioni prima che sparissero dalla sua mente. Di alcune ne aveva sentito parlare durante i suoi viaggi per la contea di Kent. Le aveva assunte come pettegolezzi ma adesso acquistavano un certo valore. Altre le aveva fornito sir Percival durante la sua visita a Devil’s Castle per confessare il principe. Però il grosso lo doveva scoprire da sé.

Che ci sia stata ruggine tra loro è provato dalle molte chiacchiere nate dal soggiorno di Lady Clarence, consorte del duca e cognata di Prince John, al castello per trovare Lady Mary, la sorella”. Un sorriso beffardo comparve sul viso del frate. Ricordava le accuse mosse dal duca al cognato di avere avuto una relazione con la moglie. Qualcuno aveva pettegolato che nove mesi dopo il ritorno di Lady Clarence era nato Geoff. Il frate appuntò questi due dettagli. “Verificare. Ma come?” Sorrise, perché conosceva bene Sir Percival, uno a cui piacevano molto le sottane ma molto abbottonato sulle sue scorribande amorose.

Però ricordò le dispute tra il duca di Sevenoak e il conte di Rochester per il possesso dell’isola di Sheppey che King James assegnò al duca con grandi mugugni dell’altro contendente. Il conte non si rassegnò mai alla perdita dell’isola. “Di sicuro avrebbe avuto più di un motivo per avvelenare il duca. Forse più forte di quello di Sir Percival”.

Il frate appuntò anche questa disputa. “Ma non la sola. Anche il bosco di Surrey Hill è stato motivo di un’aspra controversia. Una ricca foresta contesa col duca di Crowley. Anche in questo caso King James ha mediato tra i due contendenti, dividendo la foresta in due parti. Però le scaramucce sono proseguite con accuse reciproche di rubare il legname degli alberi sulla linea di confine. L’inimicizia è stata molto forte, terminata solo con la morte del duca di Sevenoak”.

Spulciando tra i suoi ricordi, si rammentò di un’altra disputa per il bosco di Tunbrigde Wells. “Questa volta il duca non ha aspettato la mediazione di King James perché di forza se ne è impadronito. Il conte di Tonbrigde ha protestato a lungo presso il re senza ottenere giustizia”.

Il frate si chiese i motivi per cui il re lo proteggeva e poi accusò Sir Percival della morte del duca di Sevenoak. “L’unico modo è indagare a corte”. Però doveva avere un motivo per recarsi là.

Pulì con cura la penna, arrotolò le pelli dove aveva scritto i punti chiave della sua indagine e si stiracchiò. Le ombre della sera si allungavano nella stanza ed era tempo di accendere le candele. I sei rintocchi della campana gli ricordarono che doveva scendere per le lodi serali e i riti del vespro. Poi doveva sistemarsi nel confessionale per ascoltare i peccati di suore e novizie.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili. Una storia di Canterbury – seconda parte

Le altre puntate le trovate qui.

I tre cunicoli

Un paese rinasce

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pagina dell’autore

 

«Dunque ditemi. Vi volete confessare?»

Sir Percival accennò con la testa che era sua intenzione.

«E perché non siete venuto all’Abbazia?»

Frate Ethan si divertiva a tenere sulle spine Prince John con piccole stilettate che lasciavano il segno.

Sul volto di Sir Percival comparve una smorfia non di dolore ma di fastidio. Si impose di mantenere la calma senza cadere nei tranelli del frate. «Preferisco l’intimità di questa stanza».

Frate Ethan sorrise. Conosceva il suo pollo e pur essendo giovane sapeva come destreggiarsi con la nobiltà. In questo caso un po’ ammaccata. Aveva trent’anni ma era diventato il più ricercato confessore del regno di Kent.

Frate Ethan ritenne che era finito il tempo dei preamboli e dei colpi di fioretto. Adesso doveva usare la spada perché era venuto il momento di affrontare il motivo della confessione e affondare l’assalto. “Se prima si confessava una volta la settimana e poi ha evitato di venire a Saint Church per un anno, vuol dire che la questione è grossa”. Mentre pensava questo, sorrideva sornione.

«Ditemi Sir Percival, perché avete aspettato un anno per confessare i vostri peccati?»

Una domanda così diretta era un affondo che mise in difficoltà Prince John che balbettò qualcosa che il frate non comprese.

«Se parlate chiaramente posso assolvervi dai vostri peccati» precisò con tono ironico, infilando le mani nelle ampie maniche del saio. Se prima considerava una probabilità che avesse commesso un peccato capitale di difficile confessione, adesso ne aveva la certezza. “Non avrebbe aggrottato la fronte e farfugliato parole incomprensibili se la questione fosse semplice”.

«Ho peccato con pensieri impuri».

Frate Ethan trattenne una fragorosa risata che la risposta gli suggeriva. “Per così poco ha smesso di confessarsi? A chi la vuole dare da bere una panzana del genere?” Sul suo viso comparve un sorriso ironico e lo incalzò: «Volete specificare il tipo di pensieri impuri che avete avuto?»

Sir Percival farfugliò ancora qualcosa di poco comprensibile visibilmente imbarazzato.

Frate Ethan ritenne inutile ripetere la domanda, perché tra i balbettii di Prince John aveva intuito che era andato a letto con una giovane donzella. Quindi decise di affondare il colpo vedendolo in difficoltà. «Con chi vi siete accoppiato?»

Sir Percival divenne rosso. “Quel diavolo di frate come lo sa che avrei voluto accoppiarmi? Mi legge nel pensiero?”

Mentre di due uomini si fronteggiavano in queste schermaglie, Lady Mary origliava nascosta dietro un pesante tendaggio di velluto che la rendeva invisibile. Era curiosa di conoscere il peccato che il suo consorte aveva commesso. Sperò nascondendosi prima dell’arrivo del frate che non dovesse confessare l’arrivo di un nuovo bastardino. Però ascoltando quello che il confessore chiedeva in modo esplicito divenne nervosa. Avrebbe voluto uscire dal suo nascondiglio per accusare il consorte di averla tradita. Però si calmò, perché forse era un vecchio episodio di un anno prima che aveva sventato con l’aiuto di Clarence, la fidata dama di compagnia. Allora come adesso non aveva chiaro chi fosse la damigella che il consorte aveva tentato di portare nella loro camera da letto. Però quando era comparsa con la dama di compagnia in maniera del tutto inattesa, aveva provocato la fuga di due donne dal castello senza che lei le avesse riconosciute. Adesso avrebbe saputo i loro nomi. “Però parlano di una donzella ma io ne ho viste due”. Si fece più attenta per ascoltare quello che dicevano. Rimase immobile e respirò lentamente per non tradirsi.

«Suvvia Sir Percival o parla con chiarezza per essere assolto oppure me ne torno all’Abbazia alle mie preghiere» esclamò il frate spazientito da quel tergiversare inconcludente.

A Prince John non restò altra strada se non quella di spiegare il suo tentativo di portarsi a letto la novizia Alyssa con la complicità della madre badessa Agnes.

«Mi sembra una grave colpa quella di profanare una promessa sposa del Signore. Ma ditemi perché proprio lei e non un’altra?»

Frate Ethan era curioso di conoscere perché la scelta era caduta sulla piccola Alyssa, che lo aveva sempre evitato come confessore. Dai racconti delle altre novizie aveva convenuto che non era il caso di provarci. Era troppo timorata di Dio per cedere alle lusinghe del sesso. Inoltre era la cocca della madre badessa e ritenne opportuno non inimicarsela.

Lady Mary sorrise soddisfatta. “Dunque avevo intuito giusto cosa Sir John aveva avuto intenzione di fare”. Era compiaciuta per aver sventato i suoi piani. Non c’era più nulla d’interessante da ascoltare ma non poteva muoversi per non tradire la sua presenza. Sospirò lievemente e sperò che la confessione fosse giunta alla fine per poter sgattaiolare via e tornare alle sue occupazioni di ricamo.

Sir Percival rimase in silenzio perché l’assoluzione non era stata concessa. Dunque si rassegnò a spiegare i motivi. L’esposizione fu chiara e concisa, lasciando soddisfatto il frate ma facendo infuriare lady Mary che a stento non tradì la sua presenza, uscendo dai tendaggi.

Frate Ethan sorrise al pensiero della prossima preda. “Dunque è ancora vergine dopo quasi due anni di noviziato”. Si sfregò i palmi delle mani producendo un rumore secco. Conosceva bene le usanze del convento delle agostiniane. Chi entrava vergine, poco dopo non lo era più. “Come fanno quelle diavolesse di suore non l’ho mai capito durante la confessione delle novizie. Qualcuna ha accennato alle mani, altre hanno balbettato di oggetti non meglio identificati. Però il risultato finale è sempre lo stesso. Di novizie vergini ne ho trovate pochine. Questa Alyssa pare un’eccezione. Dovrò indagare”.

Arriva questa assoluzione?” Sir Percival iniziava a mostrare segni di nervosismo camminando senza posa per la stanza.

Il frate gli fece segno con la mano di non aver fretta e lo invitò a sedersi. «Vi vedo muovere agitato e questo mi innervosisce facendomi perdere la concentrazione della confessione. Avete altri peccati sulla coscienza?»

Sir Percival sbuffò e si sedette sulla sua poltrona preferita. “Se sapesse quanto mi sta innervosendo con le sue chiacchiere”.

«No, nient’altro».

«Eppure il nostro King James vi ha bandito da corte. Dicono che avete avvelenato un vostro nemico».

Prince John sgranò gli occhi. “Come si permette di insinuare queste falsità?” Fece un profondo respiro prima di replicare. «Col duca di Sevenoak non ero in buoni rapporti. Questo è noto e non lo nego. Però il duca si era fatto molti nemici più interessati a ucciderlo rispetto a me. In quel periodo stavo combattendo per le insegne di King James nel Galles. Quindi mi sarebbe stato difficile organizzare l’avvelenamento».

Frate Ethan ammise che il ragionamento non faceva una grinza. Era giunto il momento di assolverlo da peccato. «Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen». E gli impose di recitare cinque Pater Noster e cinque Confiteor. Poi si accomiatò con un duplice pensiero: come convincere la novizia Alyssa a giacere con lui e verificare la versione di Sir Percival sulla morte del duca di Sevenoak.

Prince John masticava amaro perché quel diabolico frate era riuscito a fargli dire molto di più di quello che aveva in mente. Si sedette sulla poltrona preferita a meditare sulle prossime mosse. “Quali?” e scrollò la testa perché ignorava quali fossero.

Mentre sir Percival rifletteva su se stesso, lady Mary fremeva per uscire dal suo nascondiglio. Sentiva le gambe e le braccia intorpidite per la scomoda posizione. “Speriamo che venga qualcuno a distrarre sir John”.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili: una storia di Canterbury – parte prima

Dopo aver pubblicato una storia nata in maniera strana. Ne propongo un’altra dove un generatore casuale di frasi propone titolo e trama. Ecco il testo

IL BOIA DELLA MORTE

Canterbury, Anno del Signore 1213. La confessione di un principe caduto in disgrazia conduce un arguto monaco a curiosare, inimicandosi la novizia di cui pretendeva di scaldare il letto. Chi è il colpevole di questo crimine criminale? Cosa nasconde il bibliotecario cieco che pare proprio quello di Umberto Eco?

Ho cambiato il titolo del racconto ma per il resto ho cercato si seguire la trama.

Canterbury, Anno di grazia 1213.

In quel anno del Signore la primavera tardava a Canterbury. Pioveva e faceva freddo. Le giornate grigie si alternavano ad altre grigie. Insomma era un grigiore che metteva malinconia.

Sir Prince John Percival, padrone di Devil’s Castle, ne aveva uno per capello. In realtà erano pochi i diavoli, visto che la testa aveva quattro sparuti pelucchi che in realtà non si potevano chiamare capelli e che si potevano contare sulle dita di una mano. Lui stava seduto sulla sua sedia preferita e appoggiava la testa sulle mani a coppa. Pensieroso guardava fuori dalla finestra aperta ma non vedeva nulla. Non era cieco ma semplicemente meditava sulle sue colpe.

«Devo chiamare frate Ethan» disse con tono lamentoso perché non si decideva a farlo da un anno. Era frenato dal dubbio di confessare le sue colpe e prendere una dura reprimenda dal frate, che conosceva come un paladino della fede e della purezza cristiana.

Sir John era nel suo studio in rosso per via dei tendaggi pesanti color cremisi. Il grande camino era acceso per mitigare i rigori della giornata, ma lui non pareva sentir freddo, perché teneva la grande finestra aperta. Molti preziosi libri rilegati in cuoio e con le iscrizioni dorate occupavano la grande libreria alla sua destra. Un morbido e prezioso tappetto orientale stava sotto la sua scrivania di noce.

Nel silenzio della stanza si udivano solo due rumori: il picchiettare della pioggia sulle tenere foglie del grande noce nel cortile del maniero e il crepitare del fuoco nel camino.

Sollevò il capo sentendo dei passi leggeri che si avvicinavano. Era Lady Mary, sua consorte.

«Sir Percival che avete? Sento lamentarvi. State male? Posso fare qualcosa per voi?» Il tono era amorevole ma sul volto c’era un ghigno che diceva ben altro: ‘ben vi sta e adesso patite le pene dell’inferno’.

Prince John scosse la testa e si arrabbiò con se stesso per essersi lasciato sfuggire quel nome. Milady sapeva che era il loro frate confessore e, se lui lo invocava, voleva dire che l’aveva combinata grossa. Ignorava la ragione ma di certo costava fatica al suo consorte chiamare il frate.

Lady Mary gli accarezzò il capo con tocco amorevole, chiudendo gli occhi per non tradirsi. Non voleva mostrare la sua soddisfazione perché il consorte era caduto in disgrazia dopo tutto il fiele che aveva dovuto trangugiare in vent’anni di matrimonio senza potersi ribellare.

«Mio diletto Sir Percival cosa posso fare per voi? Volete confessarvi con me perché possa alleviare le vostre pene?» insistette, divertendosi a mettere sale sulla piaga.

Prince John la guardò storto, digrignando i denti per non sbottare. “Solo a frate Ethan posso confessare le mie colpe” commentò in silenzio. Con gesto brusco della mano allontanò la consorte che ritenne opportuno uscire dalla stanza. Conosceva bene quel gesto foriero di sfuriate violente.

«Sì, una cosa potete fare» e fece una pausa mentre Lady Mary si girava lentamente verso di lui. «Mandate un servo a Saint Church, all’abbazia di Sant’Agostino. Chiedete che frate Ethan venga subito».

Lady Mary fece in breve inchino per confermare di aver capito l’ordine e che sarebbe eseguito con prontezza.

Prince John ruminava le sue colpe. Lui era un vassallo del re di Kent e non godeva più dei suoi favori. Da tempo era caduto in disgrazia sia socialmente sia economicamente. La siccità dell’anno prima aveva falcidiato tutti i raccolti e i suoi sudditi pativano la fame. “Sì, è la giusta punizione divina per aver messo gli occhi sulla novizia Alyssa, una promessa sposa del Signore”. Alyssa era la figlia minore del duca di Rochester. Una ragazza di diciotto anni, bionda come il grano maturo e dagli occhi blu come il cielo. La sua figura esile e flessuosa aveva attirato gli sguardi di molti signorotti di campagna pronti a contendersela colpi di fiorini d’oro. Tuttavia il conte era stato irremovibile: «Il convento delle agostiniane sarà la sua casa e il Signore il suo sposo ».

La povera Alyssa aveva abbassato il capo senza ribellarsi. Così il 25 dicembre del 1211 si era presentata alla madre badessa per iniziare il suo noviziato.

La bellezza di Alyssa di Rochester non era sfuggito allo sguardo rapace di Sir Percival che avrebbe voluto portarla nel suo castello ma c’era un ma. Questo era Lady Mary che non si sarebbe fatta da parte per lasciare il letto caldo alla giovane duchessa. “È vero che non ho saputo figliare ma John ci ha pensato con molte servette e io devo accudire diversi bastardini come se fossero figli miei”. Questo le pesava e doveva tacere. Se si fosse ribellata, il suo consorte avrebbe trovato il modo di ripudiarla e lei avrebbe patito la sorte di una reietta.

Prince John aveva tentato più volte di sbarazzarsi della presenza ingombrante di Lady Mary ma tutti i tentativi erano falliti. Nel 1212, anno bisesto ma tanto funesto, aveva tentato di giacere con la giovane Alyssa con la complicità della madre badessa ma era andata buca per colpa della consorte occhiuta e sospettosa. Adesso doveva confessare i suoi peccati a padre Ethan e questo gli costava molto. Era vero che era passato un anno con questi sensi di colpa che la furba consorte aveva sfruttato a suo vantaggio ma quando si recava a Saint Church per confessarsi, non ci arrivava mai. A metà strada invertiva il cavallo e si rifugiava nel suo castello. Adesso era giunto il momento giusto per confessare i peccati carnali commessi. Alla giovane Alyssa ci pensava sempre ma era diventata il suo incubo notturno e ogni mattina si svegliava sempre più stanco e privo di forze.

Dunque Sir Percival scuro in volto aspettava con impazienza l’arrivo del frate confessore per mettere fine alle notti insonni. Non più giovane e senza un erede né maschio né femmina avrebbe dovuto cedere il comando a uno dei fratelli a meno che… Scosse il capo, perché la sua era solo una fantasia. Ci aveva provato per oltre dieci anni ma Lady Mary non era mai restata incinta, nemmeno per sbaglio. Adesso era troppo vecchia per provarci ancora e si era sfogato su contadinelle timorose o servette procaci. Così aveva messo al mondo quattro bastardini, tutti maschi, ma senza prospettive future a meno che il re di Kent non avesse trasformato quei bastardini in figli legittimi. Sir Percival non ci credeva perché il re del Kent lo aveva bandito dalla sua corte, quando lui era stato sospettato dell’uccisione del duca di Stanavon. “È vero che ci ho pensato ma sono innocente. Quando è morto, tutti hanno pensato a me, perché conoscevano quando lo odiassi. Il re del Kent ha creduto ai miei accusatori e non alle prove di non aver commesso nulla. Non sono stato formalmente accusato e processato, perché sapevano che ero innocente e le loro prove non avrebbero retto al giudizio dei saggi. Sono stato emarginato ed è come se mi avessero condannato a morte”.

Il bussare alla porta lo distolse da questi pensieri. La voce del maestro della casa annunciò l’arrivo di un ospite: «Frate Ethan dell’Abbazia di Sant’Agostino» e lo introdusse nello studio di Prince John.

«Mi avete convocato al castello. In che modo posso servirvi?» Lo sguardo era furbo e la voce ironica. “Se mi avete fatto venire di fretta, questa volta deve confessare un peccato assai grave” rifletté il furbo frate. Era ancora giovane ma assai smaliziato. Con la scusa di confessare le giovani ragazze di Canterbury e del contado, ne abusava sessualmente. Loro conservavano in silenzio per la vergogna che provavano. Se poi fossero vergini, spiegava loro che fare sesso era peccato ma che lui avrebbe insegnato loro il segreto di farlo in nome del Signore.

Sir Percival lo guardò con l’occhio acquoso perché non sapeva da dove cominciare.

«Sir, sbaglio oppure è un anno che non vi confessate?» Lo incalzò sapendo di non essere smentito.

Prince John annuì ma rimase muto.

…..

Stay tuned for next Episode. On 23 agosto

Un maniaco maschile

Questo post nasce come Il giorno nei meandri da un sito che produceva storie o meglio gli spunti di una storia. Ne generate altre due che forse un giorno proverò a tradurre in un post.

Ecco cosa aveva proposto.

UN UOMO MANIACALE

Un’attraente donna separata scopre un’irrefrenabile passione nei confronti di un vero principe azzurro, ma la loro è una relazione impossibile perché lui preferisce le minorenni.

Buona lettura

Un arazzo della sala delle udienze da Wikipedia

Il viaggio in luglio a Windsor era stato magnifico. Stranamente nella piovosa Inghilterra quei quattro giorni erano stati soleggiati e caldi con un cielo azzurro pulito e terso.

Quando Grimilde decise di andare nella perfida Albione, gli amici rimasero di stucco per la scelta: Windsor.

«Ma ti ospita the Queen nel suo castello?» domandò curiosa Gaia con un tono più che sarcastico.

«Ma c’è una locanda a Windsor?» chiese Alba che ignorava che Windsor è una ridente cittadina della contea del Berkshire e forma un Royal Borough (Città Reale) con la vicina Maidenhead.

Grimilde, che tutti gli amici chiamano Ilde, non per accorciare il nome ma perché evoca cattivi pensieri: la perfida matrigna di Biancaneve.

I suoi genitori erano stati sadici perché al maggiore hanno dato come nome Goblin e alla minore Amelia. Insomma il gotha dei cattivi dei fumetti. Goblin è diventato Lino e Amelia Lia.

Ilde, la chiameremo così come vuole lei, decise che era giunto il momento di fare un viaggio speciale. Un viaggio indimenticabile. Non più giovanissima ma nemmeno decrepita aveva conosciuto due matrimoni e altrettanto divorzi, molti amori e poco sesso. Insomma avete capito. «No? Bé, fa nulla, se ci sarà tempo vi spiegherò tutto».

Dunque Ilde era un’anima in pena alla ricerca del cosiddetto principe azzurro. «Sì, avete capito. Quello delle fiabe. Non per nulla anch’io provengo da una storia, Biancaneve e i sette nani, che mi ha impressionato da bambina».

Una sera di fine giugno prese la decisione di fare un viaggio lampo nell’Inghilterra che ama i reali. “Non si sa mai, che trovi un autentico principe. Se poi è azzurro come i puffi, tanto meglio. Basta che sia bello, ricco e giovane. Ma dove?”

Chiuse gli occhi e puntò il dito sulla carta geografica dell’Inghilterra. Ovviamente aveva barrato, perché la carta conteneva un solo nome ‘Windsor’.

Cercò sulla rete un posto per dormire e lo trovò. Una locanda, Royal Inn, vicino al castello di Windsor. Immaginò che da lì potesse tenere d’occhio chi entrava o usciva e puntare sul suo principe azzurro, ma andava bene anche di altro colore purché fosse un reale. Dalla descrizione della locanda se ne innamorò subito.

Oddio lei si innamorava in un battere di ciglia di chiunque respirasse ma ci voleva poco anche per le abitazioni e locande. Royal Inn era una vecchia stazione di posta del XVIII secolo, che conservava le stalle e la rimessa delle carrozze esattamente come lo erano ai tempi dei signorotti di campagna che qui si fermavano per mangiare, riposare e cambiare cavalli.

Ilde lo ritenne un posto speciale, ricco di fascino e non dubitava che avrebbe respirato lo spirito dell’ottocento come aveva letto da Charlotte Bronte o Jane Austen.

Contava i giorni che mancavano alla partenza, sognava ogni notte lui, il vero principe in carne e ossa che le prendeva la mano per portarla nell’alcova segreta. Era un tripudio di sensi e al risveglio era tutta bagnata, non per il caldo ma perché era in calore.

Atterrata a Heathrow in breve raggiunse Windsor prendendo possesso della sua stanza. Ebbe uno sbuffo. Il castello lo vedeva sulla cartina e basta. Doveva

per forza mettersi in moto se voleva scovare il suo principe, quello gallonato ed etichettato Royal Prince. Dalla cartina dei pub, ristoranti, taverne e affini scoprì che vicino al castello c’era una gelateria del nome invitante Ice Queen.

“Se si chiama così, vuol dire che ci va la Royal Family”.

Armata della piantina della città si affrettò a raggiungere il posto che in effetti era a ridosso del castello. Insomma distante ma visibile.

Nuova delusione. Non trovò nessun componente della Royal Family ma solo ragazzini e ragazzine foruncolosi, urlanti e sudati. «Che schifo» disse in italiano, convinta che nessuno avrebbe capito. Invece sentì lo sguardo di un signore distinto in un angolo semi coperto. Vestito elegante con la tuba sulle ginocchia sembrava proprio un reale. Anzi assomigliava tanto a… Ilde ebbe un momento di amnesia. Non ricordava il nome. “Ma sì! È lui! Quel fighetto di Filippo”.

In effetti era l’unica figura maschile adulta che stonava non poco nel contesto. “Ecco il mio Royal Prince” esultò Ilde con la sua coppetta in mano.

Erano seduti sulla stessa panca. Si spostò di lato verso il suo principe alquanto vecchiotto. Lui si spostò allontanandosi. Ilde ripeté la manovra e lui pure. “Se continua così cade dalla panca” e sorrise mentre il gelato nella coppetta era diventato un miscuglio informe.

A Ilde venne un sospetto. “Voi vedere che punta a qualche ragazzino? Non mi degna del minimo sguardo”. Collimò la sua vista con quella del presunto Royal Prince. Ebbe un collasso. Puntava a una ragazzina acerba in tutto, piena di acne nel fiore dello sviluppo. “Puah! Un Royal pedofilo mi capita tra le mani” pensò con una smorfia di disgusto. Posata la coppetta di gelato sciolto sul bancone uscì all’aria aperta. E si incamminò per The Long Walk.

«Al principe azzurro ci penserò un’altra volta» e rise di gusto.

The long Walk da Wikipedia

La pioggia purificò l’anima

Foto di James Wheeler da Pexels

«Luna?! Ma sei tu?»

Ero seduta su dei gradini per strada, sola. Non appena sentii pronunciare quelle parole, alzai la testa quanto bastava per vedere degli occhi cristallini puntati sui miei. Un misero verde con riflessi castani che in confronto dei suoi non erano niente. Capì di chi si trattava e cosa stesse succedendo.

«E chi vuoi che sia! Sentiamo, cosa vuoi adesso?» Dissi con rabbia.

«Niente, vedendoti sola, pensavo stessi male e ti servisse una mano.»

«Da quando ti importa di me, come sto e che cosa faccio?»

«Ma che cosa hai fatto a Luna, non sembri nemmeno tu! Sei diversa!»

Notò il mio nuovo taglio di capelli a cui avevo persino cambiato il colore e i vestiti che indossavo che non erano sicuramente abiti che prima avrei messo. Diciamo che nessuno poteva ignorare che ero cambiata.

«Non sono affari tuoi e ora, se non ti dispiace, me ne vado! Non intendo stare un minuto di più qui con te!»

Feci come per alzarmi da quella posizione, ma senti la sua mano, appoggiata sulla spalla, bloccarmi, mentre la sua bocca si avvicinava al mio orecchio. Mi sussurrò qualcosa, quasi come se mi stesse pregando con la sua voce calma e rilassata.
«Ti prego, torna quella che eri! Ti prego, Luna, non fare tutto questo solo per quello che ti ho detto e che è successo tra di noi!»

«No!» Usò un tono stridulo e irato. «Ora vattene!».

Non la volevo più vedere, mi era insopportabile sentire la sua voce. Sapevo chi era e cosa era successo ma non potevo perdonarla per lo sgarbo che mi aveva usato. Un tempo Aurora era la mia migliore amica alla quale affidavo i segreti più gelosi, finché un giorno … Un moto di rabbia prese Luna a ripensare a quel giorno.
«Sei ancora qui?» E mi alzai decisa ad andarmene.
«Sì! E non me ne andrò finché non ci siamo spiegate».
«Non c’è nulla da spiegare».
«Non è vero».
«E perché?»
«Non mi vuoi ascoltare».
«Come posso ascoltarti?»

Sentì la sua mano premere sulla spalla come se volesse inchiodarmi al terreno.
«Lasciami!» Urlai con tutta la rabbia che avevo nel corpo. Tentai di alzarmi ma una seconda mano mi inchiodò sul gradino. Non era Aurora ma sembrava una mano maschile.

«E tu chi sei?»

Non lo vedevo ma chiunque fosse non aveva nessun diritto di bloccarmi. La voce salì di due ottave ed esplose come una cannonata.

«Luna, ascoltami e poi ce ne andremmo».

Capì dalla voce chi era.

«No! Non ascolto le vostre menzogne». Le lacrime scivolarono impetuose sulle guance. Dunque c’era anche lui.
«Mi spiace, Luna, ma sei sulla strada sbagliata».
Non potevo scordare quello che era successo la sera precedente.

Eravamo, come di consueto in agosto, riuniti sotto il cielo stellato in riva al mare. Si udiva il cadenzato frangersi delle onde sulla spiaggia, che era una melodia che faceva da sfondo sonoro al nostro stare insieme. Non c’era la luna a illuminare la scena ma gli occhi a scorgere i nostri volti come fantasmi.

Eravamo il gruppo di amici, che tutti gli anni si ritrovavano a Cattolica. Un tempo si era più numerosi ma anno dopo anno qualcuno si perdeva per strada.

Luna stava accanto ad Aurora, mentre Carlo rimaneva di fronte a noi. Si parlava di amore, di litigi, d’incomprensioni in un bailamme di voci che si sovrapponevano tra loro. Quando…

Il ricordo si interruppe. Luna non voleva rievocare quei momenti. Era troppo arrabbiata per accettare quello che Aurora aveva detto.

No, non posso ricordare” si disse, stringendo la gambe con le braccia. “No, non posso!

«Ascolta, Luna» disse Aurora spostando la mano dalla spalla alle mie ginocchia. «Non volevo ferirti, ieri sera. Avevo bevuto ed ero allegra…»

«Però l’hai detto e ridetto» replicò la ragazza con le lacrime che scendevano sulle guance.

«Sì, lo ammetto. Non posso negare l’evidenza. Ma ora mi scuso…»

«Troppo comodo. Parlare, ferire e dire ‘Scusami’» replicò con la voce indurita dalla rabbia.

E’ troppo facile proferire parole di fuoco, rivelare segreti, insistere nelle calunnie. Poi pensare che una semplice parola ‘scusami’ possa risolvere tutto come se nulla fosse stata proferito” rifletté Luna ascoltando Aurora.

Carlo era rimasto in silenzio. Aveva accompagnato l’amica, o l’ex amica visti i rapporti tesi, solo perché l’amava. Però in cuor suo sapeva che Luna aveva ragione. Nel buio vedeva i lineamenti delle due ragazze e intuiva gli sguardi. Gli dispiaceva ma non poteva fare nulla. “L’amore arriva, si ferma e se ne va, Per sempre non c’è nulla, all’infuori della morte”.

«Non mi sarei mai aspettata che tu mi avresti colpita alle spalle, sfruttando la mia buona fede. C’era la necessità di dire quello che io ti avevo rivelato?» Luna spostò la mano di Aurora. Le dava noia sentirla appoggiata sul suo corpo.

«Te l’ho detto avevo bevuto».

«Non è una valida ragione. Ti facevo amica ma invece eri una serpe pronta a mordere».

Si alzò e se ne andò.

Non le avrebbe mai perdonato di averle rubato il ragazzo e di avere rivelato in pubblico gli aspetti più intimi del loro rapporto.

Non ci sarebbe stata una seconda Aurora.

La pioggia cominciò a scendere senza un preavviso e le purificò l’anima.

Foto da Pixabay