Un saluto e un dono

Un saluto a tutti i lettori di Caffè Lettterario.

Come vi ha annunciato Gian Paolo, sono nuova di questo spazio e perciò ritengo di fare una piccola presentazione di chi sono.

Mi chiamo Elena Andreotti, sociologa e con una esperienza lavorativa prevalentemente nel campo dell’informatica. Scrivo su WordPress da circa tre anni e mezzo. Sono approdata a questa piattaforma con l’idea di creare un blog, in un momento della mia vita un po’ stanco, fisicamente e mentalmente. Avevo terminato da poco un mio impegno decennale nel volontariato e avevo alcune mezze giornate libere. Non avevo ancora idea di cosa avrei parlato nel mio blog, perciò scelsi il titolo che porta ancora oggi. Vivo in campagna e ho l’hobby della fotografia naturalistica, perciò il blog contiene molte delle mie foto insieme a piccole riflessioni, ricordi del passato e qualche racconto. Qui ho conosciuto Gian Paolo con cui ho stretto un sodalizio letterario e di amicizia sincera. Proprio leggendo i suoi racconti e i suoi libri, come pure quelli degli altri bloggers, ho voluto cimentarmi anch’io nella scrittura e pubblicazione di libri, nel mio caso “gialli”.

Vorrei dire che ho sempre scritto fin dalla più tenera età, ma non è vero, mentre ho letto molto fin da quando ho compreso il senso delle parole scritte.

Il mio gravatar è una coccinella, perché pochi giorni prima di aprire il blog ne trovai una sul muro di casa molto tranquilla che si fece fotografare senza problemi.

Foto rielaborata graficamente

Come regalo per questo primo giorno su Caffè Letterario voglio pubblicare un mio racconto che è stato inserito in un libro scritto per beneficenza, insieme ad altri autori, durante il lock down.

🐞

FLORENCE

La giovane contessina Florence continuava a camminare nervosamente nella sua stanza e ne aveva motivo, dovendo affrontare suo padre per una proposta che sicuramente avrebbe giudicato indecente.
“Devo almeno provarci”, si disse con determinazione mentre usciva dalla stanza per raggiungere a grandi passi l’area del castello dove suo padre passava le giornate a trattare affari.
«Padre, devo parlarvi urgentemente!», disse tutto d’un fiato per evitare ripensamenti.
«Cosa c’è, Flo… non potevi aspettare stasera?».
Il conte scosse la testa. Un po’ era colpa sua se la figliola era così poco rispettosa dell’etichetta e agiva come un maschiaccio. La guardò e ancora una volta notò la sorprendente somiglianza con la madre: meravigliosi capelli mogano, che nessun pettine riusciva a domare, e dei profondi occhi neri. Le avevano dato il nome di Florence dopo un felice viaggio in Italia, ospiti a Firenze di un cugino che aveva avviato lì commerci fiorenti. Fu durante quel viaggio che avvenne il concepimento. Purtroppo, sua moglie Elisabeth morì poco dopo il parto e la bambina fu affidata a una nutrice che viveva al castello, Mary, la quale allattò Florence insieme a suo figlio John. I due ragazzi crebbero uniti come fratelli e Florence passava il tempo a giocare in cortile con lui, ignorando ogni altra ragazza.
Gli anni passarono e il conte aveva poco ascendente sulla figlia, che tuttavia amava e ne era ricambiato. Aveva poco tempo per lei e la lasciava alle dame che le affiancava per compagnia e per impartirle una certa educazione adatta a una signorina. Non ci fu niente da fare. Appena poteva, Florence andava nelle stalle dal suo amico John, che a sedici anni fu nominato scudiero. La contessina vestiva panni maschili e cavalcava il suo purosangue come un uomo. Le dame se ne lamentavano con il conte padre e questi, a sua volta, rimproverava la figlia.
«Non troverai mai marito se continui a comportarti così», le diceva, ma la figlia rispondeva in modo impertinente.
«Io non prenderò mai marito!», annunciava Florence, dall’alto dei suoi sedici anni.
Arrivò, però, anche per lei il giorno del debutto. Fu mandata alla corte del re in occasione del matrimonio del principe ereditario.
«Andrai con zia Ann e sua figlia, tua cugina, Liz. Vedi, con l’occasione, di abbandonare i tuoi modi da maschiaccio e fatti confezionare abiti consoni», le intimò il conte padre, sperando di aver avuto un tono autoritario in modo da non essere contestato. «Io non posso accompagnarti; ho già mandato una lettera al re con le mie scuse. In questo momento ho le mie beghe con dei rivoltosi. Bene, figlia. Puoi accomiatarti e vedi di non trastullarti ancora con le spade, ché prima o poi ti farai male».
Florence rimase senza parole. Quando il padre parlava con quel tono era meglio non contraddirlo e decise di essere il più passiva possibile.
La zia passò due mesi a dirozzarla e a farle impacchi schiarenti per la pelle.
«Hai una carnagione da popolana, per il gran sole che prendi tutto l’anno e i segni lasciati dai vestiti ti rendono ridicola», affermò un po’ malignamente la zia. «Sempre a cavalcare e a tirar di spada col tuo scudiero John».
La cugina le insegnò qualche passo di ballo, di quelli che andavano di moda al momento.
«Incontreremo tanti cavalieri giovani e belli con cui ballare e spero di trovare marito», andava cinguettando la cugina, mentre volteggiava per i saloni, immaginando di essere tra le braccia del suo ipotetico principe azzurro.
«A me non interessa trovare marito», ripeteva fino allo sfinimento Florence.
Finalmente, il giorno del gran ballo arrivò. La cerimonia nuziale era stata lunga e sfarzosa, seguita da un pranzo altrettanto lungo e fastoso. Ora ci si poteva rilassare volteggiando soavi nei meravigliosi saloni del palazzo reale.
Liz passava da un cavaliere all’altro, mentre Florence si era rifugiata nel giardino.
“Mia cugina è davvero sciocca, ma è una vera bellezza così bionda ed eterea. Troverà sicuramente marito”, rifletteva, mentre aspirava i profumi di tutta quella varietà di fiori, provenienti chissà da quali luoghi lontani.
«Cosa fate lontana dai divertimenti e dalle prelibatezze di questa calda serata di mezza estate?», una voce carezzevole sussurrò alle sue spalle.
Si girò indispettita e stava per rispondere con stizza, ma le parole le rimasero in gola: uno stupendo cavaliere era davanti ai suoi occhi. Capelli neri, occhi penetranti e portamento fiero ed elegante, la sovrastava di almeno un palmo. E dire che lei non era certo bassa di statura!
«Guardate che vi capisco. Anch’io non sopporto questi obblighi che il nostro rango ci impone… Siete venuta con un cavaliere? Se posso permettermi…».
«Sono con mia zia e mia cugina», rispose Florence, con un filo di voce.
«Vi prego, accompagnatemi al ballo così mi evitate lo stuolo di ragazze da marito che aspettano di accaparrarmi per il ballo e poi… chissà».
«Io non amo ballare».
«Non importa, appoggiatevi a me e facciamo finta di cercare uno spazio per lanciarci in un ballo travolgente».
«Scusate, signore. Non vi siete neanche presentato e mi pare di capire che, per voi, sarei più o meno un paravento!». Florence riprese vigore dietro la spinta del suo orgoglio.
«Perdonatemi! Ricominciamo da capo. Sono William, conte del Darenshire, e avrei piacere che mi onoraste della compagnia del più bel fiore selvaggio di questo giardino!».
«Quindi, signore, io sarei un fiore selvatico in mezzo a questi meravigliosi e lussureggianti fiori! Voi mi offendete!».
William era sconfortato: non ci sapeva proprio fare con le donne.
«Non volevo dire questo! Intendevo che siete l’unico fiore vero tra tanto artificio. Sono più bravo con la spada che con le parole».
«Bene, signore. Visto che anch’io maneggio meglio la spada, sono propensa a concedervi la mia compagnia. Se vi interessa conoscere il mio nome, sono Florence di Penningshire».
«Sono onorato di scortarvi, contessina Florence».
Rientrarono nella stanza e tutti si voltarono a guardare la bellissima coppia appena formata: William, in un broccato blu e Florence in un magnifico abito verde smeraldo.
I due giovani decisero di non ballare, ma si appartarono a parlare fitto fitto della loro passione per i cavalli e le spade. William non aveva occhi che per lei e Florence per la prima volta era a suo agio con un uomo che non fosse John.
Il giorno dopo il ballo William si presentò alla porta delle loro stanze e parlò con la zia Ann, dicendole che intendeva impegnarsi con Florence e, quindi, a breve, avrebbe fatto visita al conte padre per chiederne la mano. La zia Ann si meravigliò: mai avrebbe pensato che Florence potesse trovare marito alla prima uscita. Non c’era riuscita Liz, che pure aveva le vesciche ai piedi per il troppo ballare con innumerevoli cavalieri.
Florence si sentì inaspettatamente felice: le sue idee sul matrimonio erano cambiate all’improvviso. William le piaceva e si rendeva conto che avevano molto in comune.
In autunno William si recò in Penningshire a chiedere formalmente la mano di Florence. Il conte padre fu molto felice. Mai avrebbe immaginato di poter dare in moglie la figliola così presto, anzi, aveva avuto paura che rimanesse zitella, viste le sue attitudini poco femminili. Invece, aveva trovato un giovane con i suoi stessi gusti, poco avvezzo alla mondanità, ma accorto amministratore dei suoi beni. Non poteva sperare di meglio.
William fece anche la conoscenza di John e fu contento che a vegliare sulla sua promessa sposa ci fosse un così bravo ragazzo.
«Se vuoi, puoi portare con te John, dopo il matrimonio», disse a Florence che si mostrò particolarmente felice di questa proposta.
Il matrimonio fu deciso per l’estate successiva e Florence si scoprì impaziente di diventare la moglie di William, il quale, a sua volta, non vedeva l’ora che ciò accadesse.
I bei giorni dedicati alla loro conoscenza finirono e il giovane conte ripartì.
Florence si aggirava tra le stanze della sua giovinezza pervasa da una grande malinconia. Desiderava essere con il suo promesso sposo, ma ancora mancavano più di sei mesi. Intanto la zia Ann era incaricata di preparare la sua dote, almeno per quanto riguardava abiti e biancheria. A Florence era stato vietato di esporsi all’aria e al sole per riportare la sua pelle al colore naturale. Lei continuava ad andare a cavallo e a tirare di spada, anche se più coperta del solito.
La nostalgia di William era forte. Continuava a immaginarlo nel giorno in cui si erano conosciuti, quasi rimpiangeva di non aver ballato con lui. Ora non poteva immaginare le sue braccia che l’avvolgevano e neanche il tocco delle sue mani. Scriveva lunghe lettere, ma non gliele inviava. Sospirava in continuazione al punto che non la sopportava più nessuno. Di tanto in tanto riceveva qualche lettera di William che si diceva impaziente di rivederla. L’inverno fu pessimo, per il clima atmosferico e per il clima di tristezza che Florence spandeva intorno a sé.
In primavera Florence decise che sarebbe andata lei dal suo amato. Ne parlò con John, che si disse pronto ad accompagnarla.
Florence, ora, era di fronte al padre.
«No, è urgente», disse al genitore, che avrebbe volentieri rimandato alla sera.
«Sì, figlia. Se posso accontentarti, lo faccio con piacere».
«Pensavo di andare a trovare William, se me lo consentite».
«Non mi sembra una cosa appropriata e poi non posso darti una scorta per un viaggio, in questo momento».
«Potrei andare da sola, accompagnata solo da John», azzardò la giovane.
«Non se ne parla proprio. Mi dispiace, ma non è possibile. Troppi pericoli sulle strade».
«Ma, padre…».
«Ti prego di non insistere. Ora va’, ché ho da fare».
Di fronte all’irremovibilità del padre, Florence si ritirò, ma non smise di pensare al viaggio che intendeva intraprendere. Ne parlò a John e alla fine decise di fare di testa sua. Avrebbe viaggiato in incognito con lui e si sarebbe vestita da uomo.
La notte successiva a questa decisione, scese nelle stalle dove l’aspettava il suo fidato scudiero. I cavalli erano pronti e c’erano viveri a sufficienza per un viaggio di due giorni. Partirono immediatamente, senza un attimo di ripensamento.
Ormai era pomeriggio e viaggiavano da molte ore. I due erano completamente impolverati, per cui, alla vista di un torrente, Florence decise di fermarsi e fare un bagno. Si tolse gli abiti e si immerse nell’acqua gelida. John faceva la guardia quando si accorse di una vespa pericolosamente vicina a Florence. Ne conosceva la propensione a gonfiarsi per le punture di insetti e si mise in agitazione. Non sapeva come agire e non voleva gridare perché un gesto improvviso della ragazza avrebbe potuto impaurire l’insetto, che di conseguenza l’avrebbe punta. Aveva solo la spada e con quella si avventò contro la vespa spaccandola in due con la lama affilata… insieme alla testa della contessina Florence di Penningshire.
Nell’attimo in cui fu colpita alla giovane parve sentire la voce del padre: «Prima o poi ti farai male, se continui a trastullarti con le spade».