Ops

Fulvia e Marcello stavano passeggiando lungo le alte scogliere di Dover. Quel viaggio era stato fortemente voluto da Fulvia, per ricucire il rapporto con il marito.

«Non mi pare questo il momento di fare una vacanza», aveva detto lui.

«Ti prego, una settimana sola. Non stiamo mai insieme. Tu sei sempre preso dal lavoro», aveva supplicato lei.

Alla fine, il viaggio era stato organizzato, ma ora Fulvia si domandava se fosse stata una buona idea. Marcello era sempre al telefono o a scrivere mail oppure a chattare e lei, spesso, andava al mare da sola. Era già il terzo giorno di vacanza quando chiese al marito di fare una passeggiata insieme.

«Te l’avevo detto che non era il momento di fare le ferie. Lo vedi che devo stare sempre al telefono per dare direttive ai miei dipendenti», aveva detto Marcello, infastidito.

Fulvia sapeva che i dipendenti avevano un solo nome: Monica. L’aveva scoperto un giorno per sbaglio, rispondendo al telefono del marito una volta che l’aveva dimenticato a casa.

«Almeno mezz’ora puoi staccare e fare una passeggiata con me?», lo implorò.

«E va bene! Ma poi lasciami in pace».

«Sì te lo prometto».

Mentre passeggiavano costeggiando le bianche scogliere, Fulvia chiese al marito se qualcosa non andasse tra di loro.

«Insomma, se lo vuoi proprio sapere, sono stufo di te. Amo un’altra donna e voglio andare a vivere con lei».

«È Monica?».

«Tu come lo sai? Hai sbirciato nel mio telefono?».

«Una volta ho risposto perché tu non c’eri e l’avevi lasciato a casa».

«Come ti sei permessa?».

«So quanto odi perdere le chiamate», rispose Fulvia, mentre lui cominciava a strattonarla. «Per favore! Non farmi male», gli disse, cercando di liberare il braccio.

Mentre tentava di sfuggire alla presa feroce del marito, diede una gomitata più forte, facendogli perdere l’equilibrio. Marcello, in bilico pericoloso sulla scogliera, precipitò rovinosamente in mare.

«Ops!», esclamò Fulvia, dandosi una sistemata alla manica sgualcita.

Bobbi. Una storia vera


Bobbi era uno dei cani da caccia del mio nonno materno. Dalla mia nascita era il terzo. Andavo volentieri dai nonni, che vivevano in un piccolo paese agricolo della Marsica, perché da loro si stava all’aria aperta e c’erano tanti animali da cortile. Il primo cane di nonno che io conobbi si chiamava Giancarlo, per tutti Giancherino, un bel setter inglese bianco e nero. Gliel’aveva lasciato un cacciatore che non era più tornato a riprenderlo. Mi piaceva Giancarlo anche se non considerava molto noi bambine. Lui era un cane da lavoro, non poteva perdere tempo a giocare. Un bel giorno, una domenica che andammo a trovarli, mi venne incontro un festante cagnolino. Nonno mi disse: «Questa è Lola», mentre la cagnetta faceva salti acrobatici per raggiungermi il viso e leccarlo. Lola era un bracchetto marrone e, quando crebbe, ebbe una cucciolata di ben dodici cagnolini. La trovai io nel fienile mentre stava partorendo. Corsi dentro gridando che Lola aveva avuto i figlioletti e nessuno mi credeva.

«Che ne capisci di queste cose», disse nonno ma, visto che insistevo, mi venne dietro e constatò che avevo capito bene.

Andammo via, con la mia famiglia, e rividi l’unico figlio rimasto di Lola quando era già grandicello. Nonno aveva regalato gli altri a cacciatori suoi amici che li avevano presi volentieri, dato che Lola era brava nella caccia e si sperava che anche la sua discendenza lo fosse. Il figlio rimasto fu chiamato Bobbi. Nonno diceva che era di Giancarlo e Lola, ma io avevo i miei dubbi, perché Bobbi era biondo e aveva la testa di un Golden retriver, ma di questo una bambina che ne capisce?

Nel frattempo Giancarlo era morto e io giocavo con Lola e Bobbi, un bel cane robusto e possente, ma gli piacevano i topi e a nonno non stava bene. Un giorno lo trovai con un topo attaccato sotto il collo e il mio avo mi spiegò che così si sarebbe disgustato dell’odore e non li avrebbe più cacciati; mi disse che, se avesse continuato coi topi, gli si sarebbe rovinato il fiuto per la caccia.

Mia zia materna veniva a trovarci spesso e passava del tempo con noi. Un giorno che uscimmo per fare una passeggiata insieme, ci ritrovammo Bobbi davanti al portone che ci accolse festoso. Zia lo scacciò. Il povero cane smise di scodinzolare contento e andò via senza neanche voltarsi. Bobbi aveva valicato montagne alte dell’Appennino per ritrovare la zia ed era stato mandato via. Io non capivo la situazione e mi dispiaceva che fosse stato allontanato. Allora zia mi disse che nonno lo aveva portato a morire sulle montagne perché era malato e lei cosa poteva fare? Mica potevamo portarlo a casa con noi. Io ci rimasi davvero male e non mi capacitavo di tanto disinteresse per un cane che aveva lavorato e aveva fatto mangiare carne alla famiglia di mio nonno.

Vi racconto di Bobbi perché non ho mai dimenticato quel giorno in cui ci voltò le spalle e andò via, forse a morire sulle montagne. Non era tornato da nonno che lo aveva abbandonato, ma aveva cercato aiuto da zia che a sua volta non aveva potuto dargliene. Ve ne racconto perché lo penso spesso e mi meraviglio ancora che dal paese dove era nato e vissuto, contando solo sul suo fiuto e, per strade che solo lui aveva saputo trovare, aveva rintracciato la sua padroncina. Era davvero figlio di Lola e ne aveva ereditato le caratteristiche da cane da caccia che mio nonno vantava sempre.

La mia passione più antica

Finora ho scritto su questo blog dei racconti brevi, ma principalmente mi sono dedicata alle stesura e pubblicazione di romanzi gialli, uno dei quali insieme a Gian Paolo Marcolongo. Tuttavia la mia passione più antica,oltre alla pittura, è la fotografia, in particolare quella naturalistica. Ho avuto una bella attrezzatura fotografica, ma, quando si è passati al digitale, mi sono rifiutata di riacquistare tutto l’armamentario. Ho continuato, nel tempo, a fare foto con lo smartphone, non appena questo tipo di dispositivi ha cominciato a dare buone prestazioni nel campo della fotografia.

Vivo in campagna e questo mi ha permesso di fare molte macrofotografie, a fiori e insetti e tantissime foto ai gatti che ho avuto in quantità, fin dall’inizio. Qui da me ne sono nati a decine e poi, pian piano, hanno preso la loro strada. Nell’ultima nidiata, di due anni fa, c’è una gatta che mi ha preso il cuore. L’ho chiamata Capocciona, per via della testona grande che aveva alla nascita. In verità era la più grande dei fratelli.

Oggi ve la mostro attraverso una piccola galleria cronologica.

Il primo filmatino mostra Capocciona il giorno in cui ha messo la testa fuori dalla tana.

Qui è evidente la sua testa grossa rispetto ai fratellini

Dopo circa 33 giorni dalla nascita la mamma ha portato i suoi voraci figli a mangiare crocchette. La più affamata era lei.

Alla scoperta del mondo

Le prime arrampicate sugli alberi

***

La sua bellezza incanta.

Ama la contemplazione.

In questo video si vede lei osservare le foglie che cadono. È stata così a lungo.

Le sue lunghe riflessioni

Qui è con il suo fratello preferito Calimero

Matilde e la torta

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Matilde era in cucina a prepararsi la sua lauta colazione. La sua prima lauta colazione, a cui ne sarebbe seguita un’altra a metà mattinata.

Apparecchiò la tavola con cura, scaldò il latte, mise la cialda del caffè nella macchina espresso e si tagliò una bella fetta di torta al cioccolato. Pregustava tutto già con la vista e l’olfatto, quando in cucina si presentò Fausto, suo marito, a rovinarle la festa.

«Maledizione, Mat! Smettila di mangiare a quel modo. Non vedi come ti stai riducendo?» e, mentre diceva ciò, andò a prepararsi il suo caffè amaro.

«Io mi devo nutrire e sto semplicemente facendo la mia solita colazione».

«Questo è il problema: la tua solita colazione. Solo che dopo la prima viene la seconda, poi un pranzo che sembra un menu di nozze, quindi una “merendina” a base di torta e, per finire, una cena da trattoria romana».

«Io lavoro tutto il giorno in casa e mi provoca un forte appetito», tentò di giustificarsi Matilde.

«E dove trovi il tempo di lavorare se stai sempre a mangiare?».

«Non è vero. Tu hai sempre le tue camicie pulite e trovi sempre la cena pronta a puntino e la casa pulita».

«Quello che mi dici lo farebbe tranquillamente una donna di servizio. Io vorrei una moglie, non una balena, come sei diventata. Oh, basta! Con te è tempo sprecato! Esco».

Se qualcuno avesse trafitto la povera Matilde con una spada, in quel momento lei non avrebbe sentito niente, tanto era il dolore per l’umiliazione che ormai subiva da tempo. L’aveva capito che lui si era trovato un’altra e che a breve l’avrebbe sostituita con una donna secca come un’acciuga. Finiti i tempi della luna di miele, quando la chiamava “la mia morbida Mat”.

Con le lacrime agli occhi, Matilde tagliò un’altra fetta di torta e la divorò come se fosse l’ultima della sua vita.

“Mi vendicherò! Non creda di passarla liscia così”, pensò con determinazione, mentre un piano prese forma nella sua mente.

Fausto ora la criticava, ma le sue torte, famose in tutto il vicinato, gli erano sempre piaciute, così decise che gli avrebbe servito una torta corretta al… cianuro! In una serie poliziesca, aveva visto che dai semi di alcuni frutti si poteva ottenere una quantità di cianuro sufficiente per uccidere. Prese dal frigorifero un certo numero di pesche e albicocche e cominciò a rompere il nocciolo e a triturarlo. Con la polpa si fece una bella macedonia che avrebbe mangiato a pranzo. Prese anche noci e mandorle per realizzare una buonissima torta al cioccolato e frutta secca. Una delizia. Ne preparò una anche per sé, ma senza cianuro; giusto un po’ per avere quell’aroma d’amaretto tanto invitante.

La mattina dopo si svegliò prima, in modo che, al risveglio, il marito sarebbe stato inebriato dal profumo del dolce ancora caldo. Quando sfornò le torte, le venne l’acquolina, tanto erano fragranti. Le cosparse anche di zucchero a velo, così l’odore di vanillina ne esaltava ancora di più il fragrante aroma.

Fausto scese per colazione, ma, invece di complimentarsi, come accadeva in precedenza, sbuffò infastidito.

«Ancora con questi dolci! Questo mi sembra ancora più calorico del solito».

«L’ho fatto apposta per te! Ti piaceva tanto!».

«Prima che tu assumessi le dimensioni di un transatlantico. Guardati! Mi fate schifo, tu e la tua torta! Quei dolci ti uccideranno, prima o poi». L’uomo, furioso, girò le spalle e andò via velocemente.

«Fausto…», disse Matilde, alla stanza ormai vuota.

Aveva le lacrime agli occhi ed era furiosa. Ancora una volta l’aveva offesa profondamente. Doveva calmare quel dolore e colmare quel vuoto che sentiva nello stomaco. Come in trance si tagliò una fetta di torta che rappresentava quasi la metà di tutta la forma. Ingoiò voracemente tutto e solo quando, dopo un certo lasso di tempo, cominciò a sentirsi strana e confusa con nausea e un forte dolore di testa, si rese conto che aveva affettato e mangiato la torta avvelenata. Guardò ciò che era rimasto del dolce e, prima di cadere a terra, le sembrò che si beffasse di lei.

La vecchia e la statua

Cari lettori, oggi vi propongo un racconto breve che inviai a un quotidiano locale per un concorso letterario. Il brano fu inserito in un’antologia.

LA VECCHIA E LA STATUA
Racconto breve di Elena Andreotti

La vecchia – così la chiamavano i custodi – si era recata presto al cimitero, come, d’altronde, faceva da quando era morto il suo povero marito. Passava dal cancello principale, salutando garbatamente i custodi, con un lieve sorriso. In qualsiasi stagione e con qualunque clima, sempre vestita molto modestamente e sempre rigorosamente in nero, vi si recava almeno una volta a settimana. Silenziosamente scivolava leggera lungo i viali di cipressi, assorta in chissà quali e quanti ricordi e, forse, rimpianti. Mite, faceva un cenno di saluto a chiunque incontrasse, come se fosse in passeggiata. Non che incontrasse molta gente, non andava mai di domenica o in giornate e orari affollati.
Le piaceva percorrere quei viali quando erano deserti, per gustare meglio la pace e il silenzio, che ai morti sono dovuti.
Passava, prima di tutto, davanti al cimitero monumentale perché le piacevano molto le tombe e le cappelle realizzate in modo artistico. Anche al suo povero marito piacevano
e ammirava particolarmente le statue poste sulle tombe o a guardia degli ingressi; non gli angeli piangenti o certe garguglie sugli stipiti, no, suo marito ammirava le statue
che rappresentavano atleti stanchi e aveva sempre dichiarato di volerne una simile sulla sua tomba.
La povera vecchia aveva fatto dei sacrifici per farla realizzare, per qualche anno aveva rinunciato al superfluo, ma era riuscita nell’intento. Aveva scelto una ditta che produceva arredi funerari, specializzata nella produzione di statue e se ne era fatta realizzare una su commissione, dando precise direttive in merito. La statua era stata installata a fianco della lapide in marmo sotto cui giacevano le spoglie mortali di suo marito che, ora, poteva riposare in pace.
Dopo tanto sacrificio, però, era giusto che anche lei ne godesse, motivo per cui adesso, quando si recava al cimitero, si portava sempre dietro una scatola di biscotti novellini e, seduta sulla panchina di fronte alla tomba, sgranocchiava un biscotto dopo l’altro
ammirando il bel giovane di pietra.

Un saluto e un dono

Un saluto a tutti i lettori di Caffè Lettterario.

Come vi ha annunciato Gian Paolo, sono nuova di questo spazio e perciò ritengo di fare una piccola presentazione di chi sono.

Mi chiamo Elena Andreotti, sociologa e con una esperienza lavorativa prevalentemente nel campo dell’informatica. Scrivo su WordPress da circa tre anni e mezzo. Sono approdata a questa piattaforma con l’idea di creare un blog, in un momento della mia vita un po’ stanco, fisicamente e mentalmente. Avevo terminato da poco un mio impegno decennale nel volontariato e avevo alcune mezze giornate libere. Non avevo ancora idea di cosa avrei parlato nel mio blog, perciò scelsi il titolo che porta ancora oggi. Vivo in campagna e ho l’hobby della fotografia naturalistica, perciò il blog contiene molte delle mie foto insieme a piccole riflessioni, ricordi del passato e qualche racconto. Qui ho conosciuto Gian Paolo con cui ho stretto un sodalizio letterario e di amicizia sincera. Proprio leggendo i suoi racconti e i suoi libri, come pure quelli degli altri bloggers, ho voluto cimentarmi anch’io nella scrittura e pubblicazione di libri, nel mio caso “gialli”.

Vorrei dire che ho sempre scritto fin dalla più tenera età, ma non è vero, mentre ho letto molto fin da quando ho compreso il senso delle parole scritte.

Il mio gravatar è una coccinella, perché pochi giorni prima di aprire il blog ne trovai una sul muro di casa molto tranquilla che si fece fotografare senza problemi.

Foto rielaborata graficamente

Come regalo per questo primo giorno su Caffè Letterario voglio pubblicare un mio racconto che è stato inserito in un libro scritto per beneficenza, insieme ad altri autori, durante il lock down.

🐞

FLORENCE

La giovane contessina Florence continuava a camminare nervosamente nella sua stanza e ne aveva motivo, dovendo affrontare suo padre per una proposta che sicuramente avrebbe giudicato indecente.
“Devo almeno provarci”, si disse con determinazione mentre usciva dalla stanza per raggiungere a grandi passi l’area del castello dove suo padre passava le giornate a trattare affari.
«Padre, devo parlarvi urgentemente!», disse tutto d’un fiato per evitare ripensamenti.
«Cosa c’è, Flo… non potevi aspettare stasera?».
Il conte scosse la testa. Un po’ era colpa sua se la figliola era così poco rispettosa dell’etichetta e agiva come un maschiaccio. La guardò e ancora una volta notò la sorprendente somiglianza con la madre: meravigliosi capelli mogano, che nessun pettine riusciva a domare, e dei profondi occhi neri. Le avevano dato il nome di Florence dopo un felice viaggio in Italia, ospiti a Firenze di un cugino che aveva avviato lì commerci fiorenti. Fu durante quel viaggio che avvenne il concepimento. Purtroppo, sua moglie Elisabeth morì poco dopo il parto e la bambina fu affidata a una nutrice che viveva al castello, Mary, la quale allattò Florence insieme a suo figlio John. I due ragazzi crebbero uniti come fratelli e Florence passava il tempo a giocare in cortile con lui, ignorando ogni altra ragazza.
Gli anni passarono e il conte aveva poco ascendente sulla figlia, che tuttavia amava e ne era ricambiato. Aveva poco tempo per lei e la lasciava alle dame che le affiancava per compagnia e per impartirle una certa educazione adatta a una signorina. Non ci fu niente da fare. Appena poteva, Florence andava nelle stalle dal suo amico John, che a sedici anni fu nominato scudiero. La contessina vestiva panni maschili e cavalcava il suo purosangue come un uomo. Le dame se ne lamentavano con il conte padre e questi, a sua volta, rimproverava la figlia.
«Non troverai mai marito se continui a comportarti così», le diceva, ma la figlia rispondeva in modo impertinente.
«Io non prenderò mai marito!», annunciava Florence, dall’alto dei suoi sedici anni.
Arrivò, però, anche per lei il giorno del debutto. Fu mandata alla corte del re in occasione del matrimonio del principe ereditario.
«Andrai con zia Ann e sua figlia, tua cugina, Liz. Vedi, con l’occasione, di abbandonare i tuoi modi da maschiaccio e fatti confezionare abiti consoni», le intimò il conte padre, sperando di aver avuto un tono autoritario in modo da non essere contestato. «Io non posso accompagnarti; ho già mandato una lettera al re con le mie scuse. In questo momento ho le mie beghe con dei rivoltosi. Bene, figlia. Puoi accomiatarti e vedi di non trastullarti ancora con le spade, ché prima o poi ti farai male».
Florence rimase senza parole. Quando il padre parlava con quel tono era meglio non contraddirlo e decise di essere il più passiva possibile.
La zia passò due mesi a dirozzarla e a farle impacchi schiarenti per la pelle.
«Hai una carnagione da popolana, per il gran sole che prendi tutto l’anno e i segni lasciati dai vestiti ti rendono ridicola», affermò un po’ malignamente la zia. «Sempre a cavalcare e a tirar di spada col tuo scudiero John».
La cugina le insegnò qualche passo di ballo, di quelli che andavano di moda al momento.
«Incontreremo tanti cavalieri giovani e belli con cui ballare e spero di trovare marito», andava cinguettando la cugina, mentre volteggiava per i saloni, immaginando di essere tra le braccia del suo ipotetico principe azzurro.
«A me non interessa trovare marito», ripeteva fino allo sfinimento Florence.
Finalmente, il giorno del gran ballo arrivò. La cerimonia nuziale era stata lunga e sfarzosa, seguita da un pranzo altrettanto lungo e fastoso. Ora ci si poteva rilassare volteggiando soavi nei meravigliosi saloni del palazzo reale.
Liz passava da un cavaliere all’altro, mentre Florence si era rifugiata nel giardino.
“Mia cugina è davvero sciocca, ma è una vera bellezza così bionda ed eterea. Troverà sicuramente marito”, rifletteva, mentre aspirava i profumi di tutta quella varietà di fiori, provenienti chissà da quali luoghi lontani.
«Cosa fate lontana dai divertimenti e dalle prelibatezze di questa calda serata di mezza estate?», una voce carezzevole sussurrò alle sue spalle.
Si girò indispettita e stava per rispondere con stizza, ma le parole le rimasero in gola: uno stupendo cavaliere era davanti ai suoi occhi. Capelli neri, occhi penetranti e portamento fiero ed elegante, la sovrastava di almeno un palmo. E dire che lei non era certo bassa di statura!
«Guardate che vi capisco. Anch’io non sopporto questi obblighi che il nostro rango ci impone… Siete venuta con un cavaliere? Se posso permettermi…».
«Sono con mia zia e mia cugina», rispose Florence, con un filo di voce.
«Vi prego, accompagnatemi al ballo così mi evitate lo stuolo di ragazze da marito che aspettano di accaparrarmi per il ballo e poi… chissà».
«Io non amo ballare».
«Non importa, appoggiatevi a me e facciamo finta di cercare uno spazio per lanciarci in un ballo travolgente».
«Scusate, signore. Non vi siete neanche presentato e mi pare di capire che, per voi, sarei più o meno un paravento!». Florence riprese vigore dietro la spinta del suo orgoglio.
«Perdonatemi! Ricominciamo da capo. Sono William, conte del Darenshire, e avrei piacere che mi onoraste della compagnia del più bel fiore selvaggio di questo giardino!».
«Quindi, signore, io sarei un fiore selvatico in mezzo a questi meravigliosi e lussureggianti fiori! Voi mi offendete!».
William era sconfortato: non ci sapeva proprio fare con le donne.
«Non volevo dire questo! Intendevo che siete l’unico fiore vero tra tanto artificio. Sono più bravo con la spada che con le parole».
«Bene, signore. Visto che anch’io maneggio meglio la spada, sono propensa a concedervi la mia compagnia. Se vi interessa conoscere il mio nome, sono Florence di Penningshire».
«Sono onorato di scortarvi, contessina Florence».
Rientrarono nella stanza e tutti si voltarono a guardare la bellissima coppia appena formata: William, in un broccato blu e Florence in un magnifico abito verde smeraldo.
I due giovani decisero di non ballare, ma si appartarono a parlare fitto fitto della loro passione per i cavalli e le spade. William non aveva occhi che per lei e Florence per la prima volta era a suo agio con un uomo che non fosse John.
Il giorno dopo il ballo William si presentò alla porta delle loro stanze e parlò con la zia Ann, dicendole che intendeva impegnarsi con Florence e, quindi, a breve, avrebbe fatto visita al conte padre per chiederne la mano. La zia Ann si meravigliò: mai avrebbe pensato che Florence potesse trovare marito alla prima uscita. Non c’era riuscita Liz, che pure aveva le vesciche ai piedi per il troppo ballare con innumerevoli cavalieri.
Florence si sentì inaspettatamente felice: le sue idee sul matrimonio erano cambiate all’improvviso. William le piaceva e si rendeva conto che avevano molto in comune.
In autunno William si recò in Penningshire a chiedere formalmente la mano di Florence. Il conte padre fu molto felice. Mai avrebbe immaginato di poter dare in moglie la figliola così presto, anzi, aveva avuto paura che rimanesse zitella, viste le sue attitudini poco femminili. Invece, aveva trovato un giovane con i suoi stessi gusti, poco avvezzo alla mondanità, ma accorto amministratore dei suoi beni. Non poteva sperare di meglio.
William fece anche la conoscenza di John e fu contento che a vegliare sulla sua promessa sposa ci fosse un così bravo ragazzo.
«Se vuoi, puoi portare con te John, dopo il matrimonio», disse a Florence che si mostrò particolarmente felice di questa proposta.
Il matrimonio fu deciso per l’estate successiva e Florence si scoprì impaziente di diventare la moglie di William, il quale, a sua volta, non vedeva l’ora che ciò accadesse.
I bei giorni dedicati alla loro conoscenza finirono e il giovane conte ripartì.
Florence si aggirava tra le stanze della sua giovinezza pervasa da una grande malinconia. Desiderava essere con il suo promesso sposo, ma ancora mancavano più di sei mesi. Intanto la zia Ann era incaricata di preparare la sua dote, almeno per quanto riguardava abiti e biancheria. A Florence era stato vietato di esporsi all’aria e al sole per riportare la sua pelle al colore naturale. Lei continuava ad andare a cavallo e a tirare di spada, anche se più coperta del solito.
La nostalgia di William era forte. Continuava a immaginarlo nel giorno in cui si erano conosciuti, quasi rimpiangeva di non aver ballato con lui. Ora non poteva immaginare le sue braccia che l’avvolgevano e neanche il tocco delle sue mani. Scriveva lunghe lettere, ma non gliele inviava. Sospirava in continuazione al punto che non la sopportava più nessuno. Di tanto in tanto riceveva qualche lettera di William che si diceva impaziente di rivederla. L’inverno fu pessimo, per il clima atmosferico e per il clima di tristezza che Florence spandeva intorno a sé.
In primavera Florence decise che sarebbe andata lei dal suo amato. Ne parlò con John, che si disse pronto ad accompagnarla.
Florence, ora, era di fronte al padre.
«No, è urgente», disse al genitore, che avrebbe volentieri rimandato alla sera.
«Sì, figlia. Se posso accontentarti, lo faccio con piacere».
«Pensavo di andare a trovare William, se me lo consentite».
«Non mi sembra una cosa appropriata e poi non posso darti una scorta per un viaggio, in questo momento».
«Potrei andare da sola, accompagnata solo da John», azzardò la giovane.
«Non se ne parla proprio. Mi dispiace, ma non è possibile. Troppi pericoli sulle strade».
«Ma, padre…».
«Ti prego di non insistere. Ora va’, ché ho da fare».
Di fronte all’irremovibilità del padre, Florence si ritirò, ma non smise di pensare al viaggio che intendeva intraprendere. Ne parlò a John e alla fine decise di fare di testa sua. Avrebbe viaggiato in incognito con lui e si sarebbe vestita da uomo.
La notte successiva a questa decisione, scese nelle stalle dove l’aspettava il suo fidato scudiero. I cavalli erano pronti e c’erano viveri a sufficienza per un viaggio di due giorni. Partirono immediatamente, senza un attimo di ripensamento.
Ormai era pomeriggio e viaggiavano da molte ore. I due erano completamente impolverati, per cui, alla vista di un torrente, Florence decise di fermarsi e fare un bagno. Si tolse gli abiti e si immerse nell’acqua gelida. John faceva la guardia quando si accorse di una vespa pericolosamente vicina a Florence. Ne conosceva la propensione a gonfiarsi per le punture di insetti e si mise in agitazione. Non sapeva come agire e non voleva gridare perché un gesto improvviso della ragazza avrebbe potuto impaurire l’insetto, che di conseguenza l’avrebbe punta. Aveva solo la spada e con quella si avventò contro la vespa spaccandola in due con la lama affilata… insieme alla testa della contessina Florence di Penningshire.
Nell’attimo in cui fu colpita alla giovane parve sentire la voce del padre: «Prima o poi ti farai male, se continui a trastullarti con le spade».