Confini Improbabili

Confini improbabili
sono quelli tra la mente ed il cuore
come la terra, concreta, dura, consistente
si accosta dolcemente al mare, fluttuante e inafferabile
è una linea sottile, che unisce due universi paralleli
seppur così distanti.

Il rumore del mare è come la voce del cuore
un richiamo irresistibile per la sua terra
che accoglie le sue onde
si lascia carezzare
si lascia modellare
improbabili amanti
come certi amori impossibili
che durano per sempre.

La Sintesi degli Opposti

Sono al centro,

nel mezzo, nel cuore del mio piccolo universo quotidiano.

Sono come un pendolo,

mi sposto lentamente da un’estremità all’altra,

in moto perpetuo senza sosta

posso dispensare

Amore, Felicità, Tenerezza e Passione.

posso infliggere

Odio, Infelicità, Durezza e Indifferenza.

ondeggio tra ciò che è Bene e ciò che è Male.

tra la Realtà e la Fantasia.

tra la Verità e la Menzogna.

Sono Buio e sono Luce.

Sono Acqua  che inonda,

sono Fuoco che riscalda.

Sono il Tutto

sono il Niente.

Sono come Tu mi definisci..

la Sintesi degli Opposti“.

La notte…

La notte la preferisco,

tutto si attenua, si calma ed i pensieri appaiono più nitidi.

Il silenzio è una coltre pesante che tutto circonda e ricopre

mentre l’oscurità è complice delle ambiguità e nasconde trame inquiete.

La luna illumina e guida il desiderio di quelli che col pensiero disperatamente si cercano

di coloro che si amano e non trovano pace.

La notte ascolto la tua voce forte e chiara,

 mi conforta e mi tiene compagnia

le distanze perdono importanza e le emozioni,

i ricordi si incontrano e si intrecciano a metà strada,

sotto il cielo stellato.

Notti  trascorse insonni a raccontarci i nostri pensieri più segreti,

a sussurrarci dolci parole

ad assaporare quel momento tutto per noi,

mentre il mondo intorno è addormentato,

solo tu ed io….la notte è per noi..

la notte è per chi si AMA.

AMERICAN DREAM

14064445464715_tnNapoli 19 luglio 1960

Caro John,

è trascorsa solo una settimana dalla tua partenza e già mi sembra un’eternità. Penso a te continuamente e tutti giorni quando passo davanti alla base, non posso fare a meno di ricordare per quanti pomeriggi ti ho aspettato davanti al portone. Ieri ho incontrato per caso il tuo amico Erik che ti saluta tanto, mi ha chiesto di te e dice che sicuramente ti richiameranno presto… Io prego ogni giorno la Madonna per farti tornare il più presto possibile. Ieri sono stata al controllo e il ginecologo mi ha detto che la gravidanza procede bene, la data prevista per la nascita è per aprile, verso la metà del mese. Mi è dispiaciuto molto che sei dovuto andare via appena abbiamo avuto questa bella notizia, ma so che anche tu ne sei felice. Hai pensato al nome del bambino? Se sarà femmina mi piacerebbe Anna, come mia nonna se invece è maschio dovremo decidere, non mi hai mai detto come si chiama tuo padre, da noi si usa dare ai bambini il nome dei nonni, nella prossima lettera dimmi quali sono i nomi dei tuoi genitori, anche se credo saranno nomi americani! A proposito di America, mi piacerebbe molto vedere Boston, New York e le altre città famose, poi dovremo decidere dove andare a vivere una volta che ci siamo sposati. Io veramente vorrei lasciare questo posto, non piace la gente, la mentalità arretrata che hanno. Sai che ora sparlano di noi? Mia madre dice che non devo dire che sono incinta, ma una volta che mi sarà cresciuto il pancione, non se ne accorgeranno lo stesso? I miei continuano a essere molto arrabbiati e mio padre mi vuole mandare a Salerno da mia zia, dice che così potrò partorire e tornare a cose fatte così nessuno saprà che ho avuto un bambino. Ma io gli ho detto che assolutamente non voglio andare, che voglio aspettare il tuo ritorno e voglio regolarizzare la nostra situazione. Quando tornerai verrai a conoscere la mia famiglia, vedrai che poi ti accoglieranno bene dopo che avranno capito che sei una brava persona. Bagnoli è un posto che inizio a odiare, vedere tutti questi militari americani che importunano le mie amiche e si prendono gioco di loro mi danno fastidio. Loro pensano che noi siamo ragazze facili, da portare a letto e poi abbandonare il giorno dopo. Tu no, lo so che sei diverso. Tra di noi è nato subito l’amore e quello che c’è stato fra di noi è frutto di questo sentimento così grande e puro. Ti ricordi quante serate abbiamo trascorso passeggiando sul molo alla luce della luna? Ho nostalgia di quei momenti e sono molto triste. Domani ho molto lavoro da fare, la sarta dove lavoro sta cucendo i vestiti per un matrimonio, vedessi che belli e a me mi tocca fare gli orli e attaccare i bottoni. Mi fanno male le spalle a stare sempre curva, ma i soldi servono, soprattutto ora.

Sei tutta la mia vita, ti abbraccio fortissimo. Aspetto tue notizie

Tua Rosaria.

Napoli 30 agosto 1960

Caro John,

è passato circa un mese dalla mia ultima lettera, come mai non rispondi? Mi fai preoccupare! Forse non l’hai ricevuta. Sono andata anche alla base e ho aspettato quel militare amico tuo, Rick che mi ha confermato l’indirizzo e mi ha detto che ci vuole parecchio tempo prima che arrivi la lettera.

Ti prego, rispondimi al più presto.

Rosaria

Napoli 25 settembre 1960

John,

non ce l’ho fatta ad aspettare altro tempo, ieri sono andata di nuovo alla base e ho parlato con Rick. Gli ho rivelato che aspetto un figlio da te, ho visto che è rimasto meravigliato, ha sgranato gli occhi e mi ha guardato senza parlare. Gli ho chiesto se aveva avuto notizie e neanche lui sa che fine hai fatto. Ma l’indirizzo è giusto, ha ricontrollato sulla sua agendina. Allora credo che lo stai facendo di proposito a non rispondermi! I miei continuano a pressarmi per andare da mia zia prima che la gravidanza diventi troppo evidente, sono ingrassata già di cinque chili e la pancia sta diventando sempre più rotonda. Io sono disperata e non so che devo fare!

Ti prego rispondi!

Rosaria

Boston 20 ottobre 1960

Cara Rosaria,

scusami per il ritardo, ma io ho ricevuto solo la tua ultima lettera, le altre no. Io non so ancora quando torno, forse all’inizio dell’anno prossimo. Credo che fai bene se vai da tua zia, meglio non far sapere che aspetti un figlio e che io sono il padre. Poi quando torno aggiustiamo la situazione.

Un caro abbraccio

John

Napoli 30 novembre 1960

Signor John Conrad

Dopo tutto questo tempo mi hai scritto solo queste quattro righe! Ma ti rendi conto! Io sono disperata, non so cosa fare e tu non mi dai una parola di conforto, addirittura mi dici di nascondere il nostro bambino e di non far sapere che tu sei suo padre. Non so niente di te! Mi hai mentito, non eri sincero quando mi hai detto che mi amavi e che saresti tornato… ha ragione mio padre, sei solo un farabutto e io una scema.

Rosaria Esposito

Napoli 31 dicembre 1960

Signor John Conrad

Oggi è l’ultimo giorno di questo anno bruttissimo. Sono a Salerno da mia zia, alla fine ho deciso che avrò il bambino lontano da casa e poi lo farò adottare. Sappi che sono prima di partire ho incontrato di nuovo Rick che mi ha detto tutto! Mi ha detto la verità su di te. Mi ha parlato della famiglia che hai in America, di tuo figlio che ha cinque anni e della tua giovane moglie, molto bella. Che donna fortunata ad avere te come marito! Non credevo possibile che dall’amore si potesse passare all’odio, ma ora io ti detesto con tutte le mie forze e ti giuro che in un futuro non molto lontano verrò in America a cercarti e te la farò pagare!

Rosaria Esposito

Napoli 20 aprile 1961

Signor John Conrad

Ieri è nato tuo figlio, pesa tre chili e mezzo, si chiama Salvatore, come mio nonno. Avevo già iniziato la pratiche di adozione e appena sarò fuori dall’ospedale il bambino andrà a vivere con la sua nuova famiglia. Almeno lui non soffrirà, non saprà mai di avere un padre che l’ha abbandonato prima della nascita.

Rosaria Esposito

Napoli 15 luglio 1961

Signor John Conrad

Questa è l’ultima volta che ti scrivo, solo per farti sapere che oggi ho conosciuto una ragazza di nome Clelia. Ti ricorda qualcosa questo nome? Io credo proprio di sì. Mi ha raccontato che circa due anni fa ha conosciuto un militare americano che si chiamava John, certo un nome molto comune. Ma poi mi ha descritto com’era fatto fisicamente e allora ho capito. Non ci sono tanti militari che hanno i capelli rossi e sono alti un metro e novanta. Per avere conferma le ho chiesto se aveva un grosso neo a forma di cuore sulla spalla destra e mi ha confermato, quella è la prima cosa che fai vedere alle ragazze per conquistarle, non è vero? Oramai mi fai solo pena, penso che tu non sia una persone felice, altrimenti non andresti a cercare mille avventure quando a casa hai una bellissima moglie e un figlio piccolo da crescere. Spero che il destino sarà giusto e che in qualche modo ti farà ripagare tutto il male che hai fatto alle persone ingenue come me e credo che siano molte…

Ho perso un uomo che non valeva la pena di amare e tuo figlio ha perso un padre del quale si sarebbe vergognato.

Addio

Rosaria Esposito

 

Come gocce di pioggia…

Quante volte vi sarà capitato di guardare la pioggia cadere, infinite volte. Ma quante, vi siete soffermati ad osservare, attentamente, quelle minuscole gocce d’acqua, oppure avete seguito con lo sguardo il loro percorso sui vetri di una finestra o di una qualsiasi superficie trasparente. E’ davvero stupefacente accorgersi delle mille peripezie, delle traiettorie inaspettate che queste piccole perle d’acqua sono in grado di affrontare.

In un lungo pomeriggio invernale me ne stavo intenta nella lettura di un romanzo di avventura. La mia attenzione fu attratta però dal tamburellare della pioggia incessante sui vetri della grande finestra del soggiorno. Il fragore ovattato di un tuono in lontananza prefigurava l’avvicinarsi di una gran temporale. Pioveva da diverse ore ormai. Il cielo incolore rendeva il paesaggio slavato, come in una foto in bianco e nero. Le mille gocce si rincorrevano veloci su quel vetro opaco, le seguivo con lo sguardo per scoprire quale sorte il destino avesse riservato loro. Alcune si precipitavano dal cielo con una tale violenza da dividersi, in tanti minuscoli rivoli, che percorrevano brevi percorsi, in direzioni opposte. Altre gocce, più grandi resistevano all’impatto e s’andavano ingrossando, man mano che si univano alle altre gocce incontrate sul loro cammino. Diventavano enormi, resistevano a lungo, fino al limitare della finestra, dove però, inevitabilmente terminava la loro folle corsa.

Quest’immagine delle gocce di pioggia, del loro tortuoso percorso mi induceva a riflettere su quanta similitudine esistesse tra loro e la fragile vita degli uomini. Non siamo anche noi, forse, minuscole gocce, in balia di una sorte incerta, della forza impetuosa del vento, del rombo potente di un tuono di una vibrazione, di un qualsiasi evento improvviso che può travolgerci e cancellarci.

Siamo gocce, che incontrano altre gocce. Uniamo i nostri destini, ci separiamo forse, seguiamo traiettorie diverse. La nostra speranza è legata all’effimera durata di un temporale. Sappiamo che poi tornerà infine il bel tempo e che un tiepido raggio di sole illuminerà la nostra eterea essenza dissolvendo dolcemente le nostre vite passeggere…

COMULEAKS

14498348726634_maxi«Buongiorno, sala stampa del comune di Mora» «Buongiorno, sono Giuliani dell’emittente TeleMora56, mi può confermare cortesemente la video intervista di domani mattina con il sindaco Norima?»

«Un attimo, controllo la lista… ecco, sì Le confermo. Una cortesia, in allegato alla Sua mail troverà la scalette della domande, devo avvisarLa che abbiamo effettuato qualche modifica…»

«Quale modifica scusi?» «Come Lei ben saprà il nostro responsabile Ufficio stampa deve necessariamente passare al vaglio le domande delle interviste e nella Sua ci sono state alcune cose che ha ritenuto cambiare… comunque se volete rinunciare me lo dica subito, abbiamo una lunghissima lista di attesa…»

«Certo che confermo, assolutamente ma non ritengo che…»

«Ok, allora il sindaco l’aspetta domani alle 10 3 30. Buongiorno»

«Un momento… sta stronza ha attaccato!»

«Che succede?»

«Che succede?… lasciamo perdere va…»

***

«Sei pronto? inizia a registrare»

«Buongiorno, oggi ci troviamo nell’ufficio del primo cittadino. Signor sindaco, ci vuole illustrare la Sua posizione in ordine agli ultimi incresciosi accadimenti che hanno travolto la giunta?»

«Buongiorno a lei. Innanzitutto mi preme precisare che ultimamente l’informazione su stampa locale e nei media in generale non è stata affatto imparziale…»

«Mi vuol chiarire questo punto?»

«Sono stato oggetto di un linciaggio mediatico senza precedenti! Invece evidenziare tutte le cose positive che sono state messe in atto da quando sono stato nominato sindaco di Mora, si è voluto enfatizzare alcuni aspetti negativi, che solo in parte riguardano la mia amministrazione!»

«Vuol fare qualche esempio?»

«Certamente! Prenda il caso della raccolta dei rifiuti urbani, ma ha visto che scandalo? Che sporcizia, mai vista Mora in queste condizioni!»

«Certo, noi come emittente abbiamo ricevuto centinaia di segnalazioni da parte dei cittadini. Ma questo avalla ciò che affermano i Suoi detrattori…»

«E’ proprio questo l’errore! La situazione attuale è frutto della totale inerzia e disgraziata gestione dei miei predecessori! Io ho cancellato l’intero gruppo dirigenziale dell’azienda municipalizzata, ho fatto piazza pulita!» «Questo è avvenuto da circa un paio di mesi… ma in città la situazione è ancora disastrosa…»

«Certamente, ma le cose non cambiano nell’immediato… ci vuole tempo e cooperazione, ma ho l’intero consiglio di amministrazione dell’azienda contro e gli operatori stanno facendo lo sciopero bianco per mettermi in cattiva luce!»

«Quindi sta dicendo che gli operatori non stanno lavorando per creare dissenso nei Suoi confronti?»

«Ma è palese! Stessa cosa per i trasporti urbani… non ha visto come il servizio è rallentano vistosamente? Che manca personale, che i convogli della metro sono pieni all’inverosimile e che gli autobus passano con notevole ritardo? «Certo, abbiamo ricevuto lamentele anche per questo problema…»

«Ecco vede? Stanno facendo di tutto per boicottare il mio lavoro! Per non parlare delle critiche mi piovono addosso qualsiasi tipo di iniziativa io prenda…»

«Mi conferma che anche il Suo partito le ha chiesto di rassegnare le dimissioni?»

«Ecco, questo è un altro motivo che mi spinge a rimanere al mio posto. Sono stato abbandonato anche dal quadro dirigenziale del mio partito, che non mi ritiene più all’altezza della carica che ricopro con onore da oramai diversi anni… senza dare merito a tutte le cose buone che sono state fatte durante questo periodo! Io sono stato colui che ha spezzato i legami di connivenza che esistevano tra il comune e la malavita locale!»

«In parole povere lei ha calpestato i piedi a qualcuno di importante? Rotto certi equilibri basati sul malaffare?»

“ guarda te questa come ha cambiato la domanda”

«Esatto! Lei ha colto esattamente la questione! Io sono oggetto di un complotto politico che mira a privarmi del mio potere e a mandarmi a casa!»

«Quindi, tutti o quasi, nella Sua amministrazione vorrebbero indire nuove elezioni e toglierLe la possibilità di continuare a fare pulizia?»

«Questo è il disegno criminale di tutti quelli che mi vorrebbero fuori! Ma io resisto, non me ne vado!»

«Sindaco Norima, che cosa dichiara a proposito di quelle spese di rappresentanza non rendicontate a carico del comune? Insomma del caso noto come “scontrino-gate”»

«A questo proposito vorrei una volta per tutte chiarire l’intera questione. Quelle spese sono state effettuate con i fondi comunali perché in quelle situazioni mi trovavo con personalità politiche estere, alle quali ho dovuto dare il benvenuto»

«La stampa ha parlato di spese personali… qualche “corvo” del comune ha messo in circolazione certa documentazione scottante…»

«Questa è un’altra balla mediatica! Le assicuro che mi trovavo in ambito della mia attività di rappresentanza e tutta questa faccenda è stata montata ad arte per mettermi in cattiva luce! Ripeto, io non me ne vado!»

Dririin… Driiin

«Mi scusi, devo rispondere…»

«Fabio, ferma la registrazione»

«Pronto? Sì?… no ma… non ritengo giusto che… ma questo è un affronto… va bene, ma ne pagherete le conseguenze!»

«Problemi signor sindaco?»

«Riprenda a registrare, voglio fare una dichiarazione!» «Vai vai, accendi la camera!»

«Con rammarico annuncio che intendo presentare le mie dimissioni, per incompatibilità con la Giunta e il Consiglio. Domani mattina convocherò una conferenza stampa ufficiale, durante la quale renderò note le mie intenzioni… »

“Grandioso! Questo scoop è tutto nostro”

«Signor sindaco, possiamo conoscere in anticipo le motivazioni di una scelta così grave?»

VIVA NORIMA! NORIMA SEI TUTTI NOI! NORIMA NON TE NE ANDARE, NON MOLLARE!

«Un momento, cosa sono queste grida? Un attimo… devo controllare cosa succedere in strada…»

“Porcaccia la miseria, ci hanno bruciato sul tempo!”

«In questo momento si sentono grida nella strada, ora ci avviciniamo anche noi alla finestra per vedere cosa succede»

VIVA NORIMA! NORIMA SEI TUTTI NOI! NORIMA NON TE NE ANDARE, NON MOLLARE!

«Come potete vedere anche voi telespettatori, la notizia delle dimissioni già si è sparsa e una folla numerosa si è radunata sotto la finestra del primo cittadino… urlano e sembrano sostenere il sindaco… »

«Come può vedere la gente mi appoggia e mi ama! Vorrei fare un’ulteriore dichiarazione…»

«Prego signor sindaco, dica pure…»

«Rassegnerò domani le mie dimissioni, ma ricordo che avrò trenta giorni di tempo per confermarle. I cittadini mi amano e mi appoggiano, loro sono consapevoli del’infimo complotto che mi sta costringendo a fare questo passo… mi riservo dunque di lasciare uno spiraglio. Devo riflettere sulle mie dimissioni!»

«Signor sindaco, La ringraziamo per questa intervista. Dall’ufficio del primo cittadino per oggi è tutto»

“Questo non schioda… e quando molla sta poltrona!”

LA PENSIONE

Piove oramai da diversi giorni. L’aria è intrisa di umidità fredda, di quella che penetra fin nelle ossa.

La pioggia, a tratti scrosciante e violenta, si abbatte sulla città ancora immersa nel dormiveglia mattutino.

Giovanni uscendo dal portone del vecchio edificio dove abita da circa trenta anni, impreca contro quella pioggia incessante. Apre il grande ombrello, che sua moglie gli ha imposto di portare, e anche se lo considera troppo ingombrante, ora deve ammettere che gli è utilissimo per ripararsi dal temporale che si è scatenato.

Saltella tra una pozzanghera e l’altra, mentre un fiume d’acqua defluisce rapidamente lungo i marciapiedi. I tombini saturi di fogliame secco e immondizie non riescono più ad accogliere quel flusso che sta invadendo oramai tutta la carreggiata. L’uomo cerca invano un varco asciutto per poter traversare.

Giovanni finalmente approda sul lato opposto della strada dove campeggia l’Alberone, come affettuosamente lo chiamano gli abitanti del quartiere. Si ferma per alcuni istanti sotto le chiome fluenti dell’albero che lo riparano momentaneamente dalla tempesta. Accanto c’è l’edicola, Giovanni ne approfitta per comprare il giornale e, riponendolo all’interno dell’impermeabile, torna a immergersi nel muro d’acqua che lo aspetta.

Raggiunge la fermata della metropolitana.

Oggi è l’ultimo giorno pensa sorridendo l’uomo.

Giovanni è sempre stato un impiegato modello.

Come tutte le mattine alle otto in punto, da quarant’anni si presenta in ufficio. Percorre l’ampio corridoio dell’antico palazzo e raggiunge la postazione di lavoro.

La sua è una scrivania molto grande, di legno lavorato, unico pezzo superstite di uno studio antico e ora collocata nell’anticamera del dirigente di turno. Non si può sostituire, si tratta di un pezzo d’antiquariato.

Lui è basso e gracilino, quando è seduto dietro quell’enorme tavolone quasi scompare anche per via del suo abito marrone scuro, in sintonia con i colori dell’ambiente.

Possiede tre abiti soltanto, tutti molto simili nel modello e nella tonalità, l’ufficio del personale ha disposto che per le sue mansioni è d’obbligo indossare un certo tipo di abbigliamento. Chi riceve il pubblico deve essere presentabile, dare l’idea dell’ordine e della sobrietà. Vietati i jeans, vietati abiti dai colori troppo appariscenti.

Giovanni è uno degli ultimi rimasti, la sua qualifica di “commesso” è stata rimossa dai moderni profili professionali, riformulati con definizioni complicate, ma vuote di significato.

Il suo compito è semplice: prima di tutto riordinare le scrivanie e svuotare i cestini della carta prima che arrivino gli impiegati di livello superiore, quelli che occupano i posti nelle stanze, le “alte qualifiche”, come lui ironicamente le definisce.

Poi passa all’ufficio corrispondenza dove si ritira la posta e si firma un registro per ricevuta, per evitare ogni tipo di responsabilità nel caso qualche cosa andasse persa.

Le giornate scorrono monotone e sempre uguali, niente imprevisti, niente rogne. Il suo è proprio un lavoro tranquillo. Dopo aver adempiuto alle sue mansioni, si siede e rimane in attesa di qualche chiamata oppure si occupa dei visitatori, dispensando informazioni varie.

Legge il giornale, iniziando dalla cronaca cittadina, la cosa che più lo interessa, saltando a piè pari le pagine della politica.

Il solerte commesso ha visto il suo mondo trasformarsi, anno dopo anno.

Una volta, tanto tempo prima, non esistevano il tornello e il badge, si entrava senza dover oltrepassare barriere elettroniche, senza timbrare cartellini, si andava direttamente nella stanza del direttore per firmare il foglio di presenza.

Già, quelli erano altri tempi, non esisteva quell’aggeggio infernale, su cui tutti ora stanno incollati diverse ore al giorno per “navigare”.

Lui è un uomo semplice, già è stata un’impresa ardua conseguire la licenza della quinta elementare, ma non si sente inferiore nei confronti dei suoi colleghi, tutti lo rispettano e lo stimano.

Domani però sarà un giorno speciale: l’ultimo giorno di lavoro. E’ finalmente arrivato il fatidico momento della tanto attesa e meritata pensione.

Già da un mese ha organizzato tutto, il rinfresco in ufficio e il viaggio che ha promesso di fare a sua moglie.

Povera donna è una vita che aspetta questo momento, ora però, con la liquidazione può permettersi questa pazzia e portarla in crociera, una desiderio che non ha mai potuto realizzare.

Col suo magro stipendio ha cresciuto tre figli, tutti laureati e sistemati. Ha dovuto rinunciare a tante, troppe cose ed è ora venuto il momento di prendersi qualche soddisfazione. Pensa ai suoi colleghi andati in pensione prima di lui. Sicuramente riceverà un bel regalo, i complimenti del suo dirigente e del direttore generale in persona.

Pregusta nella mente quei momenti futuri e prova ad immaginarsi un piccolo discorso, d’obbligo in tale occasione, come hanno fatto i suoi predecessori. Ma lui è un uomo timido, introverso, già si sente un groppo alla gola e cerca di frenare l’emozione, quel momento difficile deve ancora arrivare.

Guarda l’orologio è ora di tornare a casa.

Percorre lentamente la strada a ritroso, al tornello c’è una fila di persone in attesa.

Qualcuno gli posa una mano sulla spalla, qualcun altro gli sorride alludendo al fatto che per lui tutto questo da domani sarà solo un ricordo.

E’ fuori finalmente.

Non gli par vero che la vita stia per cambiare, con la mente fantastica e pensa a tutto il tempo libero che avrà a disposizione. Porterà i suoi due nipotini al parco, aiuterà sua moglie nelle faccende domestiche, uscirà con comodo la mattina per andare a comprare il giornale.

Fuori ancora piove, ma questo non scalfisce minimamente il suo buon umore. Velocemente raggiunge la fermata della metropolitana che da poco ha ripreso a funzionare, alcuni suoi colleghi lo avevano avvertito che forse l’avrebbe trovata chiusa per il solito allagamento.

All’uscita della metro la pioggia fa ancora da sottofondo alle sue fantasie. Oggi davvero non gli importa di questo tempo grigio, con la mente è già proiettato verso lidi assolati. Si immagina in compagnia di sua moglie, sulla prua della nave, ad ammirare la distesa infinita del mare.

Ancora immerso nei suoi pensieri si ritrova di nuovo sotto l’Alberone. Le sue fantasie lo rendono completamente insensibile alle percezioni esterne e non avverte il rumore sordo del grande ramo che d’improvviso si spezza sotto il carico della pioggia insistente.

Giovanni si ritrova inchiodato al suolo, con la parte inferiore del corpo incastrata sotto la pesantissima fronda. Le grida di concitazione e il dolore acuto lo riportano alla realtà. Disteso e inebetito osserva i volti della gente che si affanna intorno; qualcuno sta cercando di rimuovere il ramo. L’edicolante gli è accanto, gli sorregge la testa per proteggerlo dal flusso d’acqua che continua a scorrere intorno al suo corpo. Gli pone domande, ma la confusione ha preso il sopravvento, la sofferenza lo trascina nell’incoscienza, mentre tutti i suoi progetti si dissolvono al ritmo cadenzato della pioggia battente.

 

~ ~ ~

 

Giovanni è seduto sulla sedia a rotelle, sulla quale è immobilizzato da almeno due mesi. Guarda fuori dalla finestra, ripensando con tristezza e malinconia a tutto ciò che è successo da quel maledetto giorno. Finalmente la pensione è arrivata, ma non certo come se l’era immaginata.

Il rimpianto maggiore è di non aver potuto offrire a sua moglie quel meraviglioso viaggio che avevano con tanto entusiasmo programmato.

I suoi colleghi gli hanno consegnato il regalo che avevano preparato per il suo ultimo giorno di lavoro. Un elegante orologio di marca da indossare nelle occasioni speciali.

Lo osserva Giovanni, sul suo polso, scandisce ogni momento della sua grigia esistenza e gli rammenta questo tempo maledetto, sempre uguale, senza sfumature.

Un tempo senza tempo, che sembra non passare mai.

Sogno Infranto

L’aria frizzantina dell’imbrunire era ancora piacevole.

Nonostante fosse già novembre, la gente del paese se ne stava ancora seduta all’uscio di casa, per godersi gli ultimi tiepidi giorni di quell’autunno così stranamente caldo. Il cielo andava man mano sfumando nel blu intenso, mentre il sole oramai basso all’orizzonte mostrava gli ultimi bagliori purpurei. Dal belvedere del paese si poteva ammirare la vallata che si estendeva a perdita d’occhio, frastagliata soltanto da piccoli promontori, sui quali se ne stavano arroccati minuscoli agglomerati di vecchie case. D’inverno, quando la neve si ammassava sui quei ripidi e stretti tornanti, era difficile spostarsi tra un paese all’altro e la gente rimaneva giorni e giorni senza potersi spostare, in completo isolamento.

Sul sagrato della chiesa i bambini giocavano a pallone, al bar gli uomini continuavano a chiacchierare allegramente mentre le donne erano affaccendate nella preparazione del pasto serale, l’orologio segnava le 18 in punto.

Giovanna scese di corsa le scale della canonica, il seminario prematrimoniale era appena terminato e aveva fretta di raggiungere sua madre che la stava aspettando per preparare i biscotti.

«Ciao Giovanna! Dove vai così di corsa…» le chiese Donna Luisa affacciata alla finestra.

«A casa, mamma mi aspetta!» rispose Giovanna continuando a correre.

«Ma Agostino, dove l’hai lasciato?» chiese ridendo l’anziana donna.

La ragazza lasciò quella domanda aleggiare nel vicolo, alzò una mano in segno di saluto e scomparve in fondo alla ripida e angusta discesa.

L’odore dei biscotti appena sfornati l’accolse già nell’androne, salì in fretta le scale pregustandone con la mente il sapore dolce.

«Mamma, ma hai già hai infornato!» chiese la ragazza entrando in cucina.

«Se stavo ad aspettare te!» rispose Maria, intenta a togliere i biscotti dalla teglia «Agostino? Se n’è andato a casa?»

«Oggi non è potuto venire alla riunione, sta a San Giorgio, per finire quel lavoro…»

«Immagino che Don Pietro si è arrabbiato»

«Un po’ sì… sono già due volte che vado da sola, ma i soldi ci servono, la settimana prossima portano la camera da letto… e poi Agostino si deve fare il vestito per la cerimonia!».

Sua madre sorridendo le porse un vassoio «Tieni, continua a metterli sopra, io inforno gli altri».

Giovanna rifletteva su come da un paio di mesi la sua vita fosse diventata piuttosto frenetica e che i preparativi per il matrimonio stavano diventando snervanti.

Agostino la scorsa estate le aveva detto che era arrivato il momento di mettere su famiglia. Lei lo aveva guardato sorpresa, non avevano mai affrontato l’argomento, anche se erano oramai quattro anni che erano fidanzati. Il lavoro procedeva bene, la sua ditta di ristrutturazioni si stava consolidando, in molti avevano iniziato a mettere mano alle vecchie case, dato che comprarne di nuove iniziava a essere molto oneroso. La parte nuova del paese si collocava molto più in basso, quasi a valle e nessuno voleva lasciare i propri parenti, specie se anziani e l’unica soluzione era quella di ristrutturare gli edifici antichi del centro storico. La ditta di Agostino aveva così iniziato ad allargarsi e ora contava circa otto dipendenti, tutte maestranze specializzate, e gli garantiva un guadagno discreto e un lavoro costante. Giovanna aveva conseguito la licenza media, ma ora aveva imparato a far di conto e dava una mano nel gestire la contabilità della ditta.

Sorrise a quel ricordo e a come l’aveva abbracciato stretto stretto, immaginando il futuro insieme a lui. Poi si la faccenda si era complicata e i preparativi per le nozze si erano rivelati estenuanti. Ricordava le discussioni sui parenti da invitare, la scelte delle bomboniere e la confezione del vestito. Lei aveva pensato a tutta l’organizzazione mentre Agostino si era dedicato, nel suo tempo libero, alla ristrutturazione di una piccola casa nel centro storico, che sua nonna gli aveva lasciato in eredità, dato che nessuno dei parenti era disposto a prendersene cura, talmente era dissestata.

Verso le 18.45 il suono del citofono la fece sobbalzare, chi poteva essere a quell’ora così insolita?

«Giovanna scendi, ti devo dire una cosa… anzi, prendi anche la borsa e il cappotto, dobbiamo fare un giro…» disse la voce maschile al citofono.

« Agostino, ma sai è quasi ora di cena? Perché non mi hai detto che passavi!»

«Dai scendi» insisteva il ragazzo «devi assolutamente vedere una cosa!»

Giovanna avvertì sua madre che stava uscendo di casa e che Agostino la voleva portare da qualche parte. La donna le raccomandò di tornare presto scuotendo la testa in segno di disappunto.

La ragazza raggiunse Agostino nell’androne. Lui la prese teneramente tra le braccia e la baciò con passione.

«Tra poco sarai tutta mia…» le sussurrò nell’orecchio.

Giovanna sentì il viso avvampare «quanto sei scemo!» esclamò imbarazzata «poi vediamo se mi sopporti per tutta la vita…» aggiunse divincolandosi dall’abbraccio.

«Dai facciamo due passi… » disse il ragazzo prendendola per mano e avviandosi lungo il vicolo stretto, quasi buio, illuminato soltanto da piccole lanterne all’angolo dei caseggiati di pietra antica.

«Stiamo andando nella casa nuova?» chiese Giovanna, riconoscendo il percorso.

«Certo, ho detto che ti volevo far vedere una cosa…».

I due giovani innamorati si ritrovarono sotto l’edificio, intonacato di fresco. La facciata era stata ristrutturata e ora il marrone chiaro si intervallava ad ampi squarci di pietra, lasciati appositamente, per ricordare le antiche origini del palazzetto. Il loro piccolo appartamento si trovava all’ultimo piano, dopo aver salito la stretta scala di pietra, si ritrovarono davanti al piccolo portoncino di mogano scuro, con la nuovissima targa dorata intarsiata dai loro nomi. Giovanna guardò il suo ragazzo e sorrise, mentre la curiosità iniziava a metterle fretta, non vedeva l’ora di scoprire ciò che Agostino le voleva mostrare.

«Chiudi gli occhi… » le disse conducendola per mano lungo il corridoio. La ragazza lo seguì a piccoli passi in direzione della sala da pranzo.

«Ora guarda!»

Giovanna aprì lentamente gli occhi, pregustando la sorpresa e li sgranò quando vide la credenza antica che aveva visto una settimana prima alla fiera del mobile.

«Ma tu sei matto!» esclamò «questa costa un occhio della testa! Non potevamo permettercela…»

«ma tu te ne eri innamorata, lo so… non negarlo… e io ho riscosso i soldi di quel lavoro… quindi, eccola, nella nostra sala!».

Giovanna gli buttò le braccia al collo, stringendolo forte, in preda a una emozione duplice, che da un lato la faceva sentire felicissima per quella sorpresa e dall’altro consapevole che si trattava di una spesa enorme, che forse non avrebbero dovuto affrontare.

«Grazie Amore mio… » disse «forse non era il caso… comunque oramai è nostra » disse sciogliendo l’abbraccio. Giovanna si avvicinò alla credenza, aprì i cassetti e le ante, pensando mentalmente a cosa avrebbe potuto metterci dentro. I due ragazzi trascorsero una ventina di minuti facendo progetti e fantasticando su quando sarebbero andati ad abitare nel loro nido d’amore.

«Amore ora è tardi, mi aspettano per la cena!» disse Giovanna dando uno sguardo all’orologio che segnava le 19.20.

«Va bene, andiamo…» rispose Agostino a malincuore. In fretta lasciarono l’appartamento e scesero in strada.

«Un momento… ho dimenticato le chiavi dell’auto sul tavolo… torno subito» così dicendo il ragazzo aprì di nuovo il portone, lasciando Giovanna in attesa.

Improvvisamente un sordo boato s’irradio nell’aria circostante, una vibrazione violentissima scosse la strada sotto i suoi piedi e la ragazza fu catapultata a parecchi metri dal portone dove pochi istanti prima era entrato Agostino.

Il buio profondo avvolse tutte le strade e le vecchie case di pietra iniziarono ad accartocciarsi come carta pesta. Giovanna sentiva il mondo crollarle letteralmente addosso, tentò di urlare ma la voce le morì nella gola arsa dalla polvere. La terra continuò a tremare per lunghi, interminabili istanti, mentre urla terrorizzate si confondevano nel roboante rumore delle macerie che s’andavano accumulando tutto intorno.

Ma in quei terribili istanti il suo pensiero fu solo per Agostino, che solo pochi istanti prima era sparito dietro quel portone…

Harry Potter e l’Amico Speciale. (Fanfiction)

Harry_Potter

Harry se ne stava seduto sul suo letto, mentre nella penombra della stanza guardava la foto dei suoi genitori. James Potter e Lily Evans lo salutavano e sorridevano, agitando le mani in segno di saluto.

Quell’immagine evocava in lui un sentimento di gioia misto a malinconia.

Non ricordava i loro volti, era troppo piccolo quando Voldemort aveva deciso di stravolgere la sua vita, privandolo dell’amore della sua famiglia. Dopo aver vissuto con gli zii, relegato in un angusto sottoscala e sottoposto alle infinite angherie di suo cugino Dursley era giunto a Hogwarts, la scuola di magia e stregoneria per i futuri maghi.

L’unico ricordo che aveva dei suoi genitori era proprio quella piccola foto animata e soltanto il loro grande amore era stato in grado di proteggerlo dalla furia del Signore Oscuro, salvandolo da una morte orribile. L’emozione era ogni volta intensa e lo trascinava in uno stato di profonda tristezza. Una piccola lacrima si impigliò rapida tra le ciglia, Harry si asciugò con il dorso della mano, cercando di reprimere il pianto.

«Harry, ma che fine hai fatto!» la voce di Hermione lo sorprese, con gli ancora occhi lucidi.

«Eccomi… arrivo!» Harry nascose la foto sotto il cuscino, cercando di assumere un aspetto normale.

«E’ più di mezz’ora che ti stiamo aspettando! Lo sai che Piton si arrabbierà moltissimo, non tollera assolutamente che si faccia tardi e … con noi in particolare… lo sai!»

«Già… lo so» disse Harry «e ancora non ho capito il motivo…» aggiunse mentre recuperava i grandi tomi per la lezione di Pozioni e Difesa contro le arti oscure. Ron li stava attendendo lungo il corridoio. Insieme scesero di corsa le grandi scale, la cui direzione cambiava continuamente.

Piton aveva già iniziato la spiegazione quando Harry e i suoi due amici entrarono di soppiatto nell’aula, cercando di non farsi notare.

«SIGNOR POTTER!» lo apostrofò subito il professore «anche oggi siete in ritardo… il nostro famoso, caro signor Potter…bene… dieci punti di penalizzazione per Griofondoro»

«Ma professor Pitono noi…» cercò di giustificarsi Harry

«BASTA! ora sedetevi e fate silenzio».

I tre ragazzi presero posto nei banchi senza aggiungere altro, mentre Draco Malfoy e i suoi amici di Serpeverde se la ridevano.

«Hermione la mezzo-sangue e Ron il povero straccione… degni compari di Harry Potter!» disse Draco al suo compagno di banco, indicando con disprezzo il trio ammutolito.

La lezione andò avanti per altre due ore, ma Harry era distratto, da un po’ di tempo aveva dei tremendi mal di testa, che gli impedivano di concentrarsi a dovere.

Quella notte, come tutte le precedenti, Harry si svegliò di soprassalto. I Dissennatori erano tornati a popolare i suoi incubi e gli erano parsi così reali che aveva creduto sul serio che gli avrebbero risucchiato via l’anima. Spalancò gli occhi nel buio più completo e avvertì il volto madido di sudore freddo e la cicatrice, regalo mortale di Tu-sai-chi, che iniziava a pulsare di nuovo, infliggendogli delle fitte lancinanti.

Il ragazzo richiuse gli occhi, nell’attesa che il dolore lo abbandonasse, poi quando li riaprì di nuovo, notò un bagliore provenire dalla poltrona accanto al caminetto spento. Con cautela si alzò dal letto e inforcando gli occhialini tondi si diresse verso la grande poltrona, di cui vedeva solo la parte posteriore. Il cuore pareva correre come un puledro impazzito, ma trovò ugualmente il coraggio di avvicinarsi. Avvertì un senso di calore intorpidirgli la testa e poi con grande sollievo si rese conto che l’emicrania era sparita. Girò intorno alla poltrona e si ritrovò di fronte a un ragazzino, più o meno della sua stessa età, vestito completamente di bianco.

«Ciao Harry, stai meglio?» disse lo sconosciuto seduto sulla poltrona. Harry si ritrasse, colpito dal bagliore che emanava quella figura.

«Non aver paura Harry, sono tuo amico» disse il ragazzino con voce suadente.

«Mio amico? Ma io non ti conosco… chi ti ha mandato? Il professor Silente?» chiese Harry diffidente.

«No, il Preside sa che sono venuto a trovarti, ma non mi ha mandato lui»

«Cosa vuoi da me?»

«Sono qui per aiutarti a superare le tue paure Harry… hai di nuovo sognato i Dissennatori vero?» gli domandò lo sconosciuto.

«Tu come fai a saperlo?» chiese sempre più incredulo Harry.

«Io sono tuo amico, conosco la tua storia e so molte cose di te… anche quelle che tu stesso non sai. Mi chiamo Jack.»

«Allora forse sei uno dei fantasmi che abitano qui nella scuola?»

«No Harry, sono solo un amico speciale… ti verrò a trovare spesso e faremo delle lunghe chiacchierate che ti aiuteranno a superare le tue paure». Harry rimase sconcertato da quelle parole e si convinse che quel ragazzino era stato mandato da Silente, il Preside della scuola di magia, per indurlo a parlare.

Da qualche mese infatti il ragazzo era in preda a un profondo sconforto e quelle fitte lancinanti alla testa lo facevano stare male, ma si trattava soprattutto di un malessere interiore, che lo stava allontanando dalle persone che aveva intorno e dai suoi amici di sempre.

La percezione di essere “diverso” si faceva man mano più nitida e il sentirsi un emarginato lo faceva a volte diventare anche aggressivo, per questo preferiva starsene per conto suo e non parlare con nessuno dei suoi incubi e del suo disagio.

«Io non… parlo dei miei problemi, neanche con i miei più cari amici…»

«Lo so Harry, ma con me puoi farlo, vedrai ti sentirai molto meglio!» lo esortò Jack.

«Dopo tutto quelli mi è successo… i pericoli che ho affrontato…certo ho avuto paura, ma stavolta si tratta di qualcosa di diverso… che non sono in grado di comprendere» disse Harry, cercando di focalizzare la sua attenzione su quanto voleva comunicare «…gli incubi, la cicatrice che mi provoca un dolore insopportabile… ho come la sensazione che qualcuno stia cercando di prendere il controllo della mia vita… e non so come reagire! » concluse, rendendosi consapevole che ora aveva ben chiaro quale fosse il vero dilemma. Così dicendo si sedette sul gradino del caminetto, guardando dritto in faccia il suo interlocutore. Il bagliore che circondava al figura di Jack gli infondeva un lieve torpore e lo faceva sentire tranquillo, rilassato. Poggiò la testa contro il muro di pietra e si lasciò andare verso un sonno ristoratore.

«Harry! Harry! Svegliati!» Harry sentì una voce gridare il suo nome e aprendo gli occhi si ritrovò davanti il faccione lentigginoso di Ron Weasley

«Ron… che succede… dove è andato Jack?» chiese il ragazzo con la voce impastata dal sonno.

«Jack? E chi sarebbe?… senti, lascia stare, avrai fatto qualche sogno strano» sentenziò Ron cercando di sollevandolo per un braccio.

«Dobbiamo assolutamente andare! Ti sei dimenticato della tua partita di Quiddich?»

«Accidenti la partita!» esclamò Harry e in preda al panico prese a vestirsi il più in fretta possibile.

«Che ore sono?» chiese all’amico.

«E’ tardi!»

Draco e suoi due tonti scagnozzi, si erano introdotti di nascosto nella stanza dove erano custoditi gli oggetti utilizzati durante la gara, per sostituire il boccino d’oro con una copia alla quale era stato fatto un potente incantesimo.

«Draco, ma sei sicuro che questo funzionerà?» chiese timoroso il più grasso dei due.

«Non dimenticare che mio padre è un potentissimo Mangiamorte, lui ha fatto l’incantesimo e il nostro piano non fallirà!»

Gli spettatori assiepati sugli spalti, urlavano in coro in nomi dei propri beniamini agitando le sciarpe con i colori delle case. Nel settore Ovest dominavano l’oro e il rosso fuoco, i colori di Grifondoro, mentre nel settore Est dominava l’argento e il verde dei Serpeverde.

La squadra, con in testa Harry, entrò a cavallo delle scope volanti. Un urlo gigantesco accolse i ragazzi avvolti nei loro mantelli rosso-oro, che volteggiarono in circolo diverse volte prima di prendere le rispettive posizioni.

La partita ebbe inizio, mentre l’incitamento del pubblico si faceva sempre più frenetico.

Improvvisamente Harry riuscì, dopo aver smarcato alcuni avversari, a raggiungere il boccino afferrandolo al volo. Non appena le sue dita si strinsero intorno alla piccola sfera dorata dalle ali iniziò a fluire un fluido rossastro che accecò il ragazzo facendogli perdere il controllo della sua scopa. Harry dopo aver tentato invano di atterrare si schiantò contro una delle torrette dello stadio. L’impatto lo lasciò esamine al suolo, mentre la folla ammutolì per lo stupore.

Harry si risvegliò dopo molte ore. Aveva i muscoli intorpiditi e un paio di costole fratturate.

«Ciao Harry, bentornato… come ti senti?» la voce di Silente lo raggiunse, mentre riusciva a vedere solo ombre sofocate.

«Che mi succede? Non ci vedo bene!» chiese impaurito il ragazzo.

«E’ l’effetto del fluido rosso che qualcuno ha introdotto nel boccino… ma non preoccuparti l’effetto svanirà presto e poi sei senza occhiali!» lo rassicurò il preside di Howg..

«Professore… mi dica la verità, è stato lei a mandare Jack?»

«Jack? Non mi pare di conoscere nessuno con questo nome…»

«Ma sì, quel ragazzino vestito di bianco che…  no anzi, dimentichi quello che ho appena detto» Harry si rese conto che quella storia non aveva senso, chi ci avrebbe mai creduto?

«Avanti Harry, dimmi di che si tratta». Lo sguardo di Silente era colmo di benevolenza e compassione per quel ragazzo così forte e fragile al tempo stesso, il Preside aveva perfettamente compreso il suo stato d’animo e cercava di farlo parlare.

«Professor Silente… io mi sono fatto molti nemici vero? A iniziare da Voldemort… ma anche nella scuola ci sono persone che mi vorrebbero vedere morto, perché sono “diverso” e molti mi temono e pensano che diventerò come il Signore Oscuro!»

«Non devi pensare questo Harry, tu sei diverso, tu sei sopravvissuto al male e il tuo destino è certamente un altro. Vedi, a volte noi abbiamo bisogno di ritrovare noi stessi e di cercare la forza di andare avanti dentro di noi… nessuno può aiutarci, darci una mano a superare i problemi… e questa forza tu l’hai trovata… il tuo amico Jack non è nient’altro che la proiezione della tua forza interiore, quella ti aiuta a capire te stesso, che facendoti prendere coscienza delle tue emozioni, ti indica la strada da percorrere per risolvere le questioni»

«Mi sta dicendo che Jack non esiste? Che è una parte di me? La parte migliore?»

«Esatto Harry, diciamo che hai trovato un amico, un alleato dentro te stesso e stai sicuro che non ti tradirà mai e se cercherai di essere sempre sincero con te stesso, saprai esserlo anche con gli altri… e gli altri ti accetteranno per quello che sei» così dicendo Silente gli mise nel palmo della mano una gelatina Tuttitigusti.

«Ora mangia una di queste Harry… sperando che sia al gusto di vomito!»

Il ragazzo la masticò avidamente.

«Gusto menta… stavolta mi è andata bene!»

PERIFERIE URBANE

Periferie_Urbane

Rinaldo Boccia Artieri accostò al margine della strada l’elegante SUV nero pece, ritirato da una settimana appena.

Attese un paio di minuti, poi la figura immobile sul marciapiede si girò nella sua direzione e sorridendo si avvicinò, ancheggiando vistosamente sugli altissimi tacchi a spillo.

Nella strada la luce fioca dei radi lampioni illuminava cumuli di immondizia, mentre rivoli di acqua putrescente ruscellavano lungo l’asfalto irregolare. L’ambiente circostante era completamente al buio.

Concita salì sull’auto che sobbalzò sotto i suoi ottanta chili di peso. Dalla scollatura traboccava un seno enorme, sul quale scendevano fluenti due trecce color giallo limone. Rinaldo le piantò gli occhi addosso, mentre Concita guardandolo intensamente, muoveva la lingua sulle labbra ringonfie, accese da un appariscente rossetto. Quei gesti non facevano altro che aumentare il suo urgente desiderio. Rinaldo svoltò improvvisamente in una stradina laterale e spense il motore.

«Amore, questo non essere solito posto!» esclamò Concita.

«Lo so… ma io non resisto!» e così dicendo iniziò a slacciarsi la cintura dei pantaloni.

«No, No… »

Rinaldo l’afferrò per i capelli spingendola verso il basso.

Concita rassegnata non osò aggiungere altro e iniziò a svolgere con cura e dedizione il suo lavoro. Rinaldo, completamente in estasi non si accorse dell’auto a fari spenti che si era fermata poco distante.

Lo sportello del suo SUV venne spalancato con violenza, mostrando un uomo con il volto coperto da una calza che brandiva un grosso bastone.

«Scenni da sto cazzo de SUV» gli intimò.

Rinaldo preso allo sprovvista, indugiò e l’uomo mascherato spazientito, lo tirò giù con forza dall’abitacolo.

Concita iniziò a urlare mentre il suo sportello venne aperto da un secondo uomo con il volto coperto da un passamontagna.

«Anvedi questo!» esclamò trascinando fuori il trans.

«Bada… che se quello te da ‘na sventola te stende!» disse ridendo l’uomo con la calza.

Intanto dalla macchina parcheggiata uscì un terzo uomo, con il volto coperto da una maschera raffigurante un famoso calciatore.

Concita si voltò di scatto in direzione della strada principale e iniziò a correre, ma i suoi tacchi affilati si conficcarono nella terra umida facendola cadere rovinosamente a terra.

L’uomo con il passamontagna le fu addosso e iniziò a prenderla a pugni. Concita urlava, tentando di svincolarsi, ma la punta di un coltello le tracciò una profonda ferita al volto e la paura le paralizzò ogni parte del corpo.

«Ma falla finita, nun perdemo tempo… che alle nove ce sta la partita della “maggica”» disse l’uomo con la maschera.

«E sai a me che me ne frega!» rispose quello, alzandosi in piedi, mentre Concita continuava a urlare.

«Certo, te sei un laziale de mer…»

«E basta! M’avete rotto i cojoni! Questa lasciamola, prendete sto pervertito che lo portamo alla Maranella, qua stamo troppo vicino alla strada» disse l’uomo con il bastone.

Durante il tragitto i due uomini continuarono a scambiarsi reciproci sfottò, mentre Rinaldo sprofondava sempre più negli abissi della paura.

Fu condotto ai margini del fiume, dove dentro una baracca fatiscente fu legato a un trave di legno. Iniziarono a interrogarlo, avendo recuperato nel SUV il portafogli e le chiavi dell’appartamento, volevano sapere se viveva solo. Rinaldo pensò con orrore a sua madre, sola in casa.

«Se nun me risponni te do na bastonata!» lo minacciò l’uomo.

Rinaldo non rispose.

La bastonata allora arrivò dritto in fronte. Poi ne seguì un’altra in faccia e un’altra ancora sulle ginocchia. Il sangue iniziò a scorrergli lungo il volto, imbrattando i costosi abiti.

L’ultima cosa che vide fu il volto deforme del suo aguzzino.

Al risveglio Rinaldo riuscì con fatica a togliersi le corde dalle gambe, il sangue coagulato gli teneva le dita appiccicate, ostacolandogli i movimenti e si rese conto che non poteva stare in piedi. Carponi si trascinò verso l’unica porta, da dove filtrava una debole luce. Uscendo si guardò intorno alla ricerca di qualcuno o di qualcosa che potesse aiutarlo, ma si rese conto di essere stato abbandonato all’estrema periferia della città.

Si spostò lentamente trascinandosi in mezzo ai rovi, riuscì ad arrampicarsi fino al livello della strada asfaltata, dove ogni tanto sfrecciava qualche auto. Con un grande sforzo si mise in piedi e non appena scorse in lontananza dei fari, si gettò in mezzo alla carreggiata. La sagoma scura si avvicinò a gran velocità. Le dimensioni gli erano familiari, doveva trattarsi di un fuori strada. Alzò le braccia, iniziando a gridare.

Il grande mezzo gli fu addosso, sbalzandolo avanti. Rinaldo fu risucchiato in un vortice buio, e prima di chiudere gli occhi, riconobbe la targa.

L’elegante SUV nero pece, gli passò lentamente accanto, poi accelerò di colpo e sparì nell’aria umida del mattino.