Coccoina

Ho trovata per caso, nell’archivio dei ricordi o degli orrori (Scelta a piacere), un  mio vecchio scritto. Epoca “Splinderiana” e quindi una vita fa o quasi. Mi è persino sembrato giusto riproporlo. Anche se qualcuno avrebbe potuto obbiettare che sono a corto d’idee. Non senza torto. Non sempre si è sulla breccia, non sempre nel tuo bosco le idee spuntano come funghi dopo un giorno di pioggia. Molte volte le idee sono come i tartufi e il tuo cane per tuberi è svogliato e distratto. Volevo persino scusarmi, almeno nel nome dei vecchi tempi. Però poi ci ho pensato e come sempre le notti portano consiglio e dunque perché non affrontare il tema delle idee.

Idee che iniziano come una bolla. Informe, fisicamente indecifrabile, quindi non sai se stabilirla liquida, aeriforme. La fai tua giustificandola come intuizione. Non sai dove ti potrà portare, a quello stadio, ma man mano che prende forma e sostanza ti accorgi di come potrà influenzare altre idee. Non è detto che l’influenza sarà positiva. Le idee o sono una luce nel grigiore della vita. Soprattutto quella che siamo costretti a vivere, per poter sopravvivere. Oppure sono tali da avere la consistenza di una deiezione, che in una scala inventata di sana pianta per l’occasione, possono assume la forma di essenza di passero. Misera, piccola e influente solo se ti colpisce e ti sporca la giacca che hai appena ritirato dalla lavanderia, oppure ti ha fatto una bella riga sulla carrozzeria fresca di autolavaggio. O, nella zona altissima della classifica, avrà la sostanza di una montagna elefantina. Il pachiderma pesa tonnellate, il frutto del lavorio intestinale è in proporzione.

Proseguiamo. Dato per assodato che l’idea è buona, positiva, la difficoltà è esporla in maniera tale che quella sua positività giunga agli altri. Qui le cose potrebbero essere un filo complicate. Si può essere ottimi scrittori, ma pessimi  parlatori o viceversa.  Nel secondo caso, non so perché, ma vedo materializzarsi quella scala di cui sopra.  Rimaniamo nel primo caso. L’idea c’è ed è ben esposta. Ottimo. Può divenire il traino per altre idee, simili o anche contrarie, ma sempre positive. Nel senso che spingono al pensiero, alla speculazione. Insomma è un’occasione di crescita. Nell’altro caso abbiamo del concime, per buono che sia sempre concime è. Punto.

Ora diventa importante averla quella bolla. Trovarla, cogliere l’occasione, perché come dicevo: a volte sono come funghi ipogei. Bianchi o neri che siano, sono sempre difficili da trovare e se non siamo aiutati nel modo giusto rimangono lì. Ipogei. Non è detto però che non convenga. Non perché l’idea è cattiva a priori. Piuttosto è buona, però mancano le parole giuste per farla comprendere. Occorre masticarla, ruminarla. Occorre essere ben disposti. Orientati nello spazio e nel tempo e non  ultimo, averne voglia.

Siamo sempre lì, in fondo. A disquisire sul fattore umano. Sull’atto volontario di acquisire l’idea e di farne un  qualcosa. Scritto o discorso che sia. Che stupisca, che faccia parlare, ridere, commuovere. Che susciti un’emozione comunque.Anche quelle che sono sottoposte alla scala di cui sopra sortiscono lo stesso effetto. In fondo è un  motivo di crescita anche quello. Sapere di non seguire la strada sbagliata. Eì già un buon  insegnamento.

Ora mi pare di avere detto già fin troppo e per correre il rischio di diventare un maestrino pedante smetto.

Se qualcuno si domanda cosa centra il titolo con tutto il resto. Bhè … Il gruppo di cui facevo parte, una vita fa si chiamava “Coccoinomani”. Lo so c’è da stare molto attenti a scriverlo e di questi tempi … In fondo chi non si è mai imbrattato mani e vestiti di Coccoina. Colla in pasta bianca dal sentore di mandorla, nel barattolino di alluminio, con pennellino, Dai su, non siate  timidi, che alle elementari l’avrete di certo usata. Prima della colla in stick, prima dell’attack e delle epossiliche odierne.. La Coccoina … Una vita fa.

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coccoina

Gente che va, gente che viene

Se il mese scorso siamo partiti, da qualche parte siamo ben arrivati. Oh. E’ vero non siamo alle Bermude, anche se … Chi non ci farebbe un pensierino. Spiagge, mare, donne meravigliose e uomini  appetitosi. Ce né per tutti i gusti, borse e tendenze. A ciascuno il suo, ma … Trattandosi di un viaggio in treno dove se non in una stazione la gente va e viene. Dove se non in una stazione il bestiario umano di quello scompartimento è amplificato, moltiplicato per ennumeri? Prendiamo una giornata tipo, una qualunque. Sono le prime ore del giorno e iniziano arrivare i primi treni. Da lì, scende un’umanità che vive ai confini tra luce e ombra. C’è chi si è vissuta la notte sveglio per qualunque motivo ed ora aspetta solo il rientro a casa, tra uno sbadiglio e un ultimo caffè. Quello che ti permette l’ultimo sforzo. Ci sono quelli poi che iniziano la giornata e un “nerovelocecaldobollente” è la sferzata che ci vuole. I primi attendono al caldo del letto, i secondi sono pervasi da struggenti ricordi di lenzuola e coperte intiepidite dal loro corpo. Intanto il giorno avanza e i treni pare vomitino un’umanità che ha già addosso la fatica di una giornata appena cominciata.. Un’umanità che va veloce, che ha fretta e non di produrre, di essere il volano di un’economia che fatica. Ha fretta di arrivare in orario, visto che il treno, anche oggi è in ritardo. Maledizione. E nel bel mezzo di questo brulichio mirmidonesco eccoli lì. Romeo e Giulietta. I due fidanzatini di Peynet. Gli eterni innamorati. Quelli che regolarmente guardi con una certa tenerezza e una larvata commozione quando sono in cartolina, tra fiori e uccellini cinguettanti. Tra frasche e ruscelli. Al tramonto, al mare e se la tenerezza monta un po’ di più e sei ben disposto, senti stormire il vento e riesci a sentire, o immaginare, anche il verso di un gabbiano, lontano. Alle sette e mezza del mattino con l’orologio timbratura che incombe, sono solo due fastidiosi ed ulteriori inciampi. Fanno del soffoco e basta e a loro auguri solo le peggio cose. Invece loro vivono un momento indescrivibile, sul confine tra gioia e dolore. Incanto e spavento. I colori più belli di un tramonto sognato, sono percorsi da lampi e saette di una tempesta incombente. Uno dei due sta per lasciare l’altro e non sappiamo se il distacco è temporaneo o per sempre. Come non sappiamo se di distacco si deve parlare oppure l’esatto contrario. Comunque sia per il pendolare medio quei due fanno del soffoco e … Fuori dalle balle !! E la gente continua ad andare e venire e accanto ai vecchi mostri, arrivano i nuovi mostri.Quelli che non hanno il biglietto, ad esempio. Non che non l’hanno comperato. Lo hanno fatto, ma con le nuove tecnologie. Tutto sul telefono, anzi sul cellulare … Ma cosa dico, scusate l’imbarazzante mia mancanza di contemporaneità: lo smartphone.Tutta la vita in neppure un fazzoletto piegato. Che se per disgrazia lo perdi o qualcuno te lo ruba, la tua vita non ha più un senso. Né compiuto, né incompiuto. Rischi di non esistere più, di sparire in un attimo dalla faccia della terra. Tutto, ma proprio tutto e un quell’aggeggio. Vita, lavoro, affetti. Li vedi … Attenti agli schermi, piuttosto che a dove mettono i piedi. In crisi se non c’è campo, disposti all’efferatezza se non ricevono il messaggino. Se non riescono a commentare, se non vedono  l’e-mail. Credo che di notte risplendano nel buio. Come i marinai imbarcati sui sommergibili atomici. E’ una leggenda metropolitana, ma si riferisce soprattutto ai marò della Santa Madre Russia. Indovinate perché e chi mette in giro certe voci. Va bene, andiamo avanti. Anche questi sono persi e tanto attenti che per loro leggere wt7 pst3, sono solo coordinate gpsr o la psw di un nuovo giochino online. No miei cari patatosi connessi. E’ l’indicazione del numero della vettura e del posto assegnato.Vettura 7, posto 3. E’ inutile che s’inferociscano nel sostenere il contrario. Temerari tanto da essere disposti a sgualcire un poco il loro firmatissimo vestito. Si, proprio loro che arrivano dal briefing con il senior buyer della head-company e con il new planing in the box, che dovranno spiegarne i contenuti nella prossima convenction con il CEO e tutto il Council of Board. E senti i loro pensieri: “Ma pensi che io mi perda dietro questa … Questa … Questa inezia? Per di più per gente che vive fuori dal mondo. Il mio. Che non ha una strategia globale, ma neppure parziale, anzi che non ha nulla di strategico se non la propria miserrima vita, fatta di casa, lavoro, famiglia, figli forse. Assolutamente priva di glam. Che brividi. Che brutte immagini da cancellare immediatamente con un appropriato selfie”.  Meno male che c’è il selfi da poterlo condividere con gli altri hisper,wisper,nispier o come cavolo si chiama questa nuova tribù. Una sorta di lavatrice di coscienze a buon mercato e utilizzabile secondo moda, piacere, convenzione individuale e personale.Sono stato troppo cattivo. Forse, ma quelli che stanno arrivando la cattiveria se la portano addosso. Non perché sono cattivi, lo sono stati o lo saranno, ma perché la vita ha giocato con la cattiveria, quella con la CI maiuscola e ne ha seminato così tanta addosso a questi infelici, che li vedi solo di sguincio. Ecco … La loro è una vita così: di sguincio. Un dolore troppo grande che li ha divorati e non li ha ancora sputati, ma che continua a dilaniarli. Nello spirito piuttosto che nel corpo. Quello spirito che si fa leggere negli occhi. Una follia ingiustificata, ma che rimane la sola giustificazione per una vita gettata e non per propria volontà.  Credo che nessuno abbia voglia di guardare nell’abisso, sapendo che prima o poi Lui ti guarda. Non credo che nessuno sia così determinato a vivere una vita marginale e ai margini. Proprio in quest’epoca nella quale la visibilità parrebbe il tutto. Eppure c’è chi vive ai margini, sfugge alle regole, inventandosene delle proprie. Le uniche certezze di una vita spezzata. Le uniche nelle quali esiste la possibilità di un riscatto. Le sole che abbiano tracce di vita.Di una vita, la loro. Vorremmo persino tentare di capire il perché, ma sono così tante le sfaccettature, che alla fine ci abbandoniamo al sottile e salvifico cinismo personale, liquidando la cosa con un semplice : in fondo ciascuno è libero di scegliere ed è responsabile di quelle scelte. Dimenticando che a volte libertà e imposizione sono la stessa faccia di una medesima medaglia.e non c’è possibilità di scelta.C’è solo l’obbligo. E mentre le ombre di uomini e donne, che per ora si negano un’umanità, riprende la sarabanda degli arrivi e delle partenze. Chi al mattino non aveva tempo se non per l’arrivo in orario, ora solo ha voglia di arrivare in fretta all’altra parte della propria vita. Quella che sente più sua, che è la vera fonte delle emozioni che prova. Positive o negative, non importa. Giustificano la sua esistenza.  Come sono giustificati i sempreconnessi. Con l’abito sgualcito però, con il trucco un po’ sfatto e lo sguardo vuoto sull’ennesima videata. Pronti per l’ennesimo “happy hour”, sperando di trovare un senso a tutto ciò che li circonda. Sempre che abbiano voglia di cercarlo e trovarlo. Le ombre quella voglia l’hanno persa e aspettano che ritorni. Aspettano, ma non sperano e c’è una bella differenza. I binari sono quasi vuoti e la gente ormai è scemata quasi tutta. E’ l’ora di chi lavora per mantenere la stazione efficiente e le luci piano piano si spegneranno, ma … Ci sono ancora in un angolo Romeo e Giulietta. Qualcuno dica loro che l’ultimo treno è partito e che smettano di far del soffoco per questa giornata. Domani è un altro giorno e ci sarà di nuovo gente che va, gente che viene.

Il triangolo

Maledizione. Sono in ritardo. In ritardissimo. Eppure avevo fatto tutto per tempo. Il biglietto è stata la parte più semplice. Internet. Due click e, voilà. Non avevo calcolato il traffico da casa alla stazione e, meno male che c’è stato un problema nella preparazione del treno e lui, il treno, è partito in ritardo di cinque minuti ed io sono arrivato due minuti prima della partenza. Comunque tutte è bene eccetera.

Diamo un’occhiata ai compagni di viaggio. Allora, chi abbiamo.

Di fronte a me posto vuoto e accanto al vuoto un primo pieno. Pieno … Poteva essere anche vuoto per conto mio. Una tipa, avete presente una di quelle che si buttano nell’armadio ed escono vestite. Ecco, di quelle li. Un misto di seta e cotone, con zero probabilità di mettere insieme i colori, stile marrone e viola, rosa confetto e verde mela. Insomma, mi avete capito. Poi la capigliatura, ecco quella a colmare, anzi a rendere più chiaro il quadro d’insieme. La giovine si è pettinata con i raudi, accesi dentro una scatola nella quale ha infilato la testa e per un motivo del tutto sconosciuto ferma le ciocche con una penna a sfera. che estrae dal covone che ha in testa per sottolineare i fogli che si è messa sulle ginocchia e nel compiere l’operazione sogghigna, profferisce parole oscure e con pervicacia, degna di lode, rumina una gomma da masticare. Si è bistrata gli occhi, ma qualcosa non ha funzionato ed ora somiglia a un panda. Ruminante.

Il vicino è l’opposto. Della tribù dei metrosexual, forse un hipster, sicuramente uno “à la pàge”. Nei pantaloni ben alti alla caviglia, ci si è infilato ungendosi le gambe. Calzini inesistenti e scarpa stringata bicolore, sulla tonalità del marrone. Fossero state bicolor bianche e nere, con la giacchetta tre bottoni color noce nazionale e la camicia a quadretti sui toni del rosso scuro, avrebbero stonato. Staccato di certo, ma non le avrebbe accettate il mister in questione. Montatura occhiali over, nera funerale, barbetta curata fine nel dettaglio, ciuffo ad antenna radar. Non so spiegarlo. Alto sulla fronte e spampanato verso desta. Fidatevi. Importante: tablet acceso e cellulare connesso, con il quale sussurra parole ad un misterioso interlocutore o forse interlocutrice e, mentre oramai il treno ha abbandonato la stazione ed è ben lanciato in linea, si avvicina alla fine della comunicazione lasciandosi sfuggire un “pisellon fuggiasco”, cui la ruminatrice non può non chiosare, facendo una bolla con la gomma e facendola esplodere. Poi, recuperando i fili e risucchiandoli con voluttà tra i denti, sfodera un sorriso ammiccante e lo guarda sottecchi. Il barbino tenta una ricomposizione gettandosi a capofitto nel tablet, compulsandolo nervosamente. Accanto a me una coppia navigatissima. Un lei, lui già agées e sposatissimi da ennumeri. Devono andare da qualche parte e partecipare ad un evento a quanto pare. Lui strizzato nel vestito delle grandi occasioni, scarpe lucide, soprattutto sulle punte e cravatta nodo scorsoio che gli fa il volto più rubizzo di quello che forse ha. Lei: carica d’ori e orpelli, tale da madonna del petrolio. Strizzata in un’animalier da brivido. Stivaletto con tacco del dodici, ma caviglia  da tallonatore degli All Black’s. Sarà un dramma. Lui legge o tenta di farlo, il giornale sportivo tutto rosa. Lei si accanisce a delegittimizzare la lingua italiana, commentando ad alta voce, articoli che estrae, random, da un fascio di pubblicazioni gossip, di cui pare fedele e accanita consumatrice. Lui abbozza, alza lo sguardo al cielo e scuote il testone. Lei da dietro un paio di occhiali dal colore improbabile sentenzia come la Cassazione. Inappellabile. Finalmente il treno si ferma. Vorrei concentrarmi sul libro che mi sono portato, ma fingo di appisolarmi e mi godo i compagni di viaggio. Kostner ballava coi lupi, io viaggio coi mostri, nuovi, vecchi. Un’umanità mostruosa nell’accezzione latina del termine: che desta meraviglia e non è poco di questi tempi trovare qualcosa o qualcuno che faccia provare il senso della meraviglia, ma … Il meglio doveva ancora arrivare e meno male che alla ripartenza il meglio si è materializzato.

Lei in un comodo tailleur grigio ordinanza ambiente dirigenziale, calza fumée velatissima e scarpa nera scollata con tacco adeguato all’insieme. Camicetta di seta assolutamente in tono e ciliegina sulla torta una voragine a scoprire un collier, presumo in platino, con diamante finale, grande quanto quelli che le adornano le orecchie. Piccole, proporzionate assolutamente al cranio. Una capigliatura tirata con riga centrale che pare fatta a laser, tanto definisce le due metà. Uno chignon perfetto. Due occhi scuri dietro una montatura invisibile, mani affusolate con unghie curatissime. Filo di trucco, che secondo il mio parere assolutamente  evitabile. Insomma se la leopardata è la madonna del petrolio, l’angelica creatura davanti a me è la sorella della madonna. Credetemi, non sono né blasfemo, né volgare. Lungi da me quel pensiero e mentre finalmente tutto l’universo stava per mettersi in contatto con la mia anima e questa avrebbe finalmente trovato quella pace zen che tanto cerco (e non solo io) l’occhio cade sotto il pendente diamantato. Quasi fosse una freccia e più che una freccia era l’indicazione per l’inferno.

Alla fine dello scollo della camicetta, faceva capolino il triangolino, nero e diabolico del reggiseno. Solo quel punto nero, in mezzo a tanto nitore. Bianca la pelle, la camicetta il pendente e …  Zac. Quel triangolo, nero seduzione, nero perdizione. Improvvisamente mi sono sentito imbarbarire, ingrifare come un “cinghiale de furesta”. Tutte le convinzioni “pro foemina”, frutto di educazione sociale e culturale, instillatomi attraverso il dna famigliare, tutte le buone frequentazioni del passato, del presente e le proiezioni di quelle future, tutte sgretolatesi nello spazio di uno sguardo a quel triangolo. Altro che Bermude. Con lei alle Bermude, quello sì, a fare le peggiori cose in un laoocontico coarcervo di corpi ridotti ormai allo stato primordiale, di primati. “Io bonobo, tu bonoba”, noi “ bunga bunga” come se non ci fosse un domani.

Sono stati i trenta secondi più infernali della mia vita. Chiudo gli occhi, anzi li strizzo, come a scacciare un incubo; il peggiore della mia vita, ma più strizzo le palpebre e più quel triangolo si fa più nitido, grande tanto da riempire ogni spazio della mia visuale. Riapro gli  occhi e tento di darmi un contegno. abbasso gli occhi, ma uno parte come un missile verso il “topos”. Mi sforzo e alzo lo sguardo provando a vedere il totale della figura e non il particolare, che oramai è diventato pernicioso.

Lei assolutamente indifferente a ciò che le capita in torno, ignara fors’anche di quella diabolica esposizione, si è messa a picchiettare, compostissima, sui tasti del lap-top che ha estratto dalla solita borsa ultra firmata, che ha con se.

Immagino un mio rossore più che evidente e l’imbarazzo aumenta, così come il testosterone che oramai mi scorre a fiumi nel sangue.  Che scialo ormonale.

Mi rendo conto di essere sceso nella scala sociale ai gradini più bassi, se non infimi. Etica e morale, in questo momento sono termini non pervenuti e di difficile interpretazione. Quasi fossero geroglifici di principi umani, anzi petroglifi di una lingua sconosciuta di un popolo di cui, non abbiamo neppure memoria della sua polvere, nella quale si è dissolto, dalla notte dei tempi.

Le tempie mi pulsano e il respiro si fa affannoso e sento che se dovesse spuntare la luna piena mi trasformerei in una creatura fantastica e spaventosa. Mi limito a configurarmi nel maniaco della porta accanto. Ormai tutto mi urge fisicamente, tutto si appanna  razionalmente. Non  è più tempo di pensieri, i migliori, i più politicamente corretti, che mai possa mettere assieme. Ora è tempo di azione, è tempo che l’uomo ritorni ad essere il predatore che è sempre stato, punta acuta della piramide sociale di questo mondo. Quello cui la terra è stata donata per esserne governata.

Allungo la mano, ormai ridotto ad artiglio voglioso, per cogliere il frutto proibito di quel triangolo di perversione quando …

Quando suona la sveglia e scatto sul letto, madito di sudore.

Era un sogno, un incubo e maledizione sono in ritardo e devo prendere un treno tra … E’ tardi, è tardissimo, maledizione.

Come arrivo trafelato in stazione e come avventurosamente riesca a salire sul treno, ve lo racconto un’altra volta, ma c’è una cosa che non posso nascondervi. Nello scompartimento ci sono nell’ordine: la ruminante, si quella che si pettina coi raudi. L’hpster, nispster, metro vattelappesca iper connesso. La coppia agée e il posto davanti al mio è vuoto.

Sorrido compiaciuto: Bermude, sto arrivando.

INCIPIT

  • Allora non ci siamo capiti – Sbuffa e sputazza saliva il Commendator G.

E’ così che è cominciata quella riunione. Con il gran capo che sbuffa, impreca e sbavazza come un ippopotamo. E non ci sono andato tanto lontano, nel figuramelo come  il pericoloso pachiderma fluviale. Ci somiglia in tutto e per tutto.

  • Non va bene … Questo incipit è … Scarso … Debole … Insufficiente. Senti qua: “Chiamatemi Ismaele” (Cfr. Moby Dick – H. Melville) … Eh . C’è tutto il pathòs , il dramma  futuro. Non importa il nome del personaggio. L’importante è la  storia che lo accompagna. Anzi che lui vive. La balena, il capitano, l’odio. Lui poteva chiamarsi … Che so : Giovanni, Giacomo, Mario. Non ha importanza. L’importante è la storia. Eppure quell’incipit rimane il biglietto da visita per una delle storie più … Più … Più!.

Prese un altro respiro e si accese nervosamente il mozzicone di sigaro puzzolente che teneva e roteava in bocca.

-Si … va bene .. L’incipit forse è un po’ debole, ma lascia prefigurare un seguito. E’ una sorta di esca … Come dire … Vegetariana?

  • Ma che vegetariana … Un par di balle. E’ una caccolina di mosca. “I bambini sono cattivi”( Cfr Alex Alliston – Alessandra Bianchi). Ecco un’altro bell’esempio di incipit. Viene ribaltata tutta la filosofia di Rousseau. La bontà insita nell’uomo. La naturale bontà.umana … No , perdio!! I bambini sono degli emeriti schifosi, grami come la merda e di una crudeltà che lascia senza fiato, il più delle volte.

 

  • Bhè adesso … Non tutti i bambini sono cattivi. Possono esserlo, ma è la contingenza. Occorre guardare al caso specifico.

 

  • -E già …. L’occasione fa l’uomo ladro. Ne abbiamo ancora per molto di luoghi comuni. Questo incipit fa schifo e poi … Mi pare di averlo già sentito, di averlo già letto , ma non so dove ne quando.

 

  • -No, guardi Commendatore che non è possibile. Le do ampia assicurazione che è farina del mio sacco. Cioè … E’ un doveroso omaggio a due grandi della penna. Poi se legge bene subito dopo c’è la spiegazione del perché uso quell’incipit … Anzi lo cito.

 

  • La vecchia Wolkswagen color crema del venditore di matite era parcheggiata a metà di via dei Rododendri” (Cfr. A che punto è la notte – Fruttero & Lucentini) Alzai lo sguardo dal libro e mi resi conto che avevo parcheggiato anch’io a metà della via. Ma  che aveva un’altro nome e la macchina era di un’altra marca.” E allora … A parte che la citazione è un banale escamotage. Risibile e goffo e rischia di affondare già subito il resto. Un incipit può essere banalotto, ma sottintendere che la polpa è più avanti. Può essere un’esplosione, ma il resto poi, rivelarsi una ciofeca illeggibile. Oppure una ciofeca come il resto di quanto scritto.. No, no, no e poi ancora no!!!  Nessuna citazione. Quest’incipit fa schifo. Nessuna citazione e poi subito all’inizio. Ma che scherziamo. Sembra quasi che questa casa editrice non si possa permettere neppure autori originali, ma solo e semplici scopiazzatori e citazionisti. Cambia l’incipit e poi ne parliamo, anche se … Il resto … Bhè … Ma si …  Ne parleremo ancora eh.

Mi restituisce il manoscritto e a quel punto mi alzo, accenno un inchino ed esco. Lui è già impegnato al telefono e si scorda immediatamente di me. La copertina in cartone è segnata evidentemente dall’incontro con l’editore. Macchioline più chiare mi fanno intendere che il Commendatore ha sbavazzato. Che schifo. Dovrò cambiare il cartone. Adesso però come fare a cambiare l’incipit? Questo ha un senso e il nesso tra quella vecchia macchina tedesca e la fiammante macchina del mio eroe sta nella diversa città, cultura, atmosfera. Lo scontro di due epoche ed è logico. Un giallo fantascientifico dove il perno della storia è un viaggio nel tempo e il libro che cito è uno degli elementi portanti. Non so come farò, ma una cosa però ho ben chiara ora come ora. Un insegnamento avuto a caro prezzo, soprattutto ai danni della mia autostima. L’incipit è importante. Dona l’impronta, da il ritmo a chi legge, ma anche a chi scrive.

Vediamo .. Dunque .. Un incipit potrebbe essere : ….

Gelo

Quello che ho da raccontare sta giusto in poche righe. Essenzialmente due, che corrono parallele sul terreno, intervallate da altrettante righe parallele. Le prime sono binari, le seconde: traversine. Mi chiamo FS 1683725. Sono un parallelepipedo di legno e ferro, Posso portare sino a 23 mc di cose, oppure, come per troppo tempo mi è capitato, 100 persone e più. Stipate, schiacciate come acciughe in una scatola di latta. Come siano le acciughe schiacciate in una scatola di latta non lo so, ma so come sono 100 persone. Le ho sentite respirare, urlare, pregare. Le assi delle mie pareti hanno ancora impresso il sudore, l’afrore di quei corpi. Ho l’ombra di chi non è neppure arrivato alla fine del viaggio ed è rimasto lì, schiacciato contro le mie assi. Lo hanno tolto solo alla fine di quel viaggio. Viaggi che duravano giorni, senza quasi fermate, se non per caricare l’acqua e il carbone per la locomotiva. Per cambiare il poco personale. Il resto era solo viaggio. Non importava il tempo. Sole o pioggia, acqua o neve, notte o giorno. Io continuavo a macinare chilometri e ne ho macinati tanti. Sono stato in Italia, in Francia, in Belgio e Olanda. Ho sempre e solo caricato persone. Giovani, vecchi, donne e bambini. Però la mia destinazione era sempre e solo una. In mezzo al niente nella pianura polacca in un posto chiamato Auschwitz. Ci sono andato così tante volte che mi sembrava di esserci sempre stato. Ho avuto una storia singolare. Insieme ai miei compagni di viaggio, altri vagoni come me, ho iniziato il viaggio dall’Italia in Francia. Erano giornate calde di una estate di mezzo secolo. Gli uomini, quelli che mi avevano costruito, stavano facendo una cosa che si chiama guerra. A me poco importava. Io avevo solo un compito: quello di portare intere le cose che mi caricavano nel mio capace ventre. Poi sono stato parcheggiato lì in Francia per un po’ di tempo, Poi mi hanno preso e agganciato ad un treno e sono salite le persone e non le casse di merci.E sono arrivato in Polonia e da quel momento quel treno ha iniziato a girare per tutta l’Europa e sono venuto a sapere che ce n’erano altri, di treni che facevano la stessa cosa. Andavano in giro a raccogliere persone e portare in posti simili alla mia destinazione. Solo una volta ho cambiato e sono finito a Dachau. Mi ha dato l’impressione di un dejà vù, però. Stessa cupezza, medesimi colori e soprattutto un odore, una puzza terribile. Mi ricordo un camino, come quello di una ferriera. Alto, che eruttava un fumo nero e denso e puzzolente. Non so perché, ma aveva lo stesso odore di quando le persone che trasportavo si appoggiavano alle mie pareti e poi non parlavano, più. Non piangevano più, non si lamentavano più. E quando arrivavo a destino erano le ultime che uscivano, ma non con i loro piedi. Veniva gente con abiti a righe e li caricavano su dei carretti e li portavano vicino al camino e quello riprendeva a eruttare lo stesso fumo e si risentiva la stessa puzza. In tutti quegli anni ho avuto paura solo una volta. Ho sentito un rumore nel cielo e poi sono stato colpito da una gragnucola di colpi che hanno rotto molte delle mie assi di legno e sentivo le persone dentro urlare più forte e poi un odore e mi sono aumentate le macchie. Non erano i soliti liquidi, che emettono gli uomini. Hanno degli odori spaventosi. Piuttosto l’odore lo associo al colore rosso. Poi il treno si è fermato e hanno aperto le porte e la gente è uscita e molti sono caduti. A quelli caduti gli uomini con il fucile hanno fatto una cosa strana. Li hanno bagnati poi si è levato un fuoco intenso e allora ho avvertito forte, l’odore di Auschwitz. Poi hanno ricaricato le persone rimaste e siamo ripartiti. Dopo quel viaggio sono stato un po’ di tempo in una officina dove mi hanno riparato e ho ripreso il viaggio. Adesso dopo tanti anni sono qua fermo su dei binari, ma lontano dai veri binari. Sono dei monconi e mi hanno messo in una piazza, così la chiamano e ogni anno d’inverno, qualcuno viene. Mi pulisce dentro e fuori e la mia porta rimane aperta. Ma sono anni che non vado più da nessuna parte . Dicono che servo per ricordare. Ricordare cosa, mi chiedo.  Potessi parlare, potessi gridare, gemere, piangere ricorderei a tutti la puzza dei miei viaggi, il fumo acre e spesso, la rassegnazione che scendeva insieme ai troppi passeggeri che ho portato. Sono stato abbandonato un uno scalo per anni, ma non ho mai dimenticato, io. Non ho potuto, non ho voluto e ogni momento sono pronto a ricordare, a raccontare di quel fumo acre e spesso, di quell’odore  e delle persone che ho accompagnato.

Sono memoria fino alla fine dei miei giorni.

 

capehorn

Ufficio Facce – Dicembre 2015

 Per un tocco di finale cialtroneria ….

Avete pensato a tutte le cose che avete fatto quest’anno?

Bravi.

La mission per l’anno prossimo ha un focus very interesting  …

Fatele meglio e se dovete rifarle, rifatele al meglio.

Cazzate comprese, però … Altrimenti, che cazzate sono state.

Oh no !!!

Buon Anno a tutti Voi.

UFFICIO FACCE – Dicembre 2015

Letargo

Quel giorno non avevo nulla da fare.
Andai al Bioparco.
Cominciai a gironzolare tra gabbie e animali, senza meta, senza scopo, con una noia mortale che pian piano mi penetrava nelle ossa.

Avevo sonno. Mi venne sonno.
Una  gigantesca botta di sonno.
Ah … Dormire. Appisolarsi disteso su una pelle d’orso, accanto al camino e fuori … La neve.

Passai accanto alla gabbia dell’orsa e i suoi orsacchiotti.
Non nevicava. Peccato.
Ma il sonno cercava, finalmente, un sospirato riposo.

Scavalcai la recinzione e caddi.
Su di un piccolo.
La madre non gradì, ma mi addormentò subito.
Che bel letargo mi aspettava!

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Un quindici dorato

Come spesso mi accade e non faccio nulla perché non accada, vado fuori tema. Nel senso che in questa “Accademia” si dovrebbe essere portati e per la massima parte degli interventi, lo é, alla descrizione dei sentimenti e di come attraverso essi vengano plasmati gli esseri umani; singolarmente e nelle loro interazioni. Ora più che sentimenti, stati d’animo e pesche nei ricordi, oggi dichiaro a voi tutti qual’é un mio amore. Più terragno, sanguigno, umorale e lo faccio perché a settembre inizia uno degli spettacoli più grandi: la Webb Ellis. Ora e mi rivolgo soprattutto a voi ometti, se ogni quattro anni, in quelli pari, ci sono i Mondiali di calcio e vedo le fanciulle storcere il naso e corruscare gli occhietti belli, ogni quattro, in quelli dispari, ci sono quelli di rugby. Lo ammetto ho il morbo del rugby, che ha contagiato anche la prole. La moglie no, ma alza lo sguardo al cielo e leggo in quell’occhiata l’affidare marito e figlia ai buoni maneggi di qualche santo in Paradiso. Ora per chi avesse voglia di interessarsi, anche con semplice curiosità ad un gioco e, sottolineo la parola, che pare brutale ma giocato da gentiluomini, di seguito vi do la formazione e i ruoli. Per le leggi (Parrebbe strano ma nel rugby le regole sono leggi e l’arbitro ha sempre e solo ragione) vi lascerei alla “Guida alle regole del rugby” che potrete scaricare liberamente e gratis dal sito “ON RUGBY” (Tra i miei link degli amici troverete “LA VOCE del RUGBY” . E’ quello). Quel che leggerete lo scritto divertendomi e sempre con la voglia di non credersi troppo addosso.

L’unico neo, nel gioco più bello del mondo è, che si gioca in 15, altrimenti, calzante come non mai queste due righe le intitolerei e nessuno potrebbe smentirmi: “ Quella sporca dozzina”.

Vediamo ora di chi parliamo:

  • I PILONI – nr. 1 -destro- e nr. 3 sinistro

Conosciuti simpaticamente come Bibì e Bibò, dotati di un’inconsueta cubatura, sono l’architrave della mischia. Parlano poco, ma mentre ti arano la faccia sono soliti intrattenere gli avversari nel buio della mischia con endecasillabi sciolti, nella più squisita tradizione della commedia dell’arte: “Te faso mal, te faso tanto mal”. Ultimi a lasciare il campo, normalmente sui gomiti, li trovi primi, schierati al bancone del pub.

  • IL TALLONATORE – nr. 2

Lui è Capitan Cocoricò. Con i piloni forma la prima linea. Gli angeli dalla faccia sporca. Perché uscire dal campo senza un dito di fango o terra su ogni parte del corpo, viene guardato con sospetto dai compagni e dal pubblico. Se hai una benda insanguinata, il trionfo è assicurato. Pesante come un elefante, ma con gioco di gambe degno di una “etoile” deve conquistare la palla lanciata in mischia. Per non farlo annoiare, ma soprattutto far più danni, gli affidano il lancio della palla in touche. E’ quell’armadio che ti sta davanti al bancone del pub, in mezzo ai piloni.

  • SECONDE LINEE – nr. 4 e nr.5

I Dioscuri della mischia. Dietro alle prime linee a spingere. Esperti nel grillotalpa, si scagliano contro le linee avversarie con la leggerezza di un carro armato e la feroce determinazione degli epigoni di Gengis Khan. Non hanno orecchie ma escrescenze dovute ai continui sfregamenti sui fianchi di piloni e tallonatore, al momento della mischia. Ascendono in touche, ma se ti cadono sui piedi, passi dal 45 al 54 in un urlo straziante. Il tuo. Naturalmente occupano gli estremi del bancone del pub. Lo spazio è finito e devi aspettare il cameriere, se vuoi consumare.

  • TERZA LINEA – Numero 8

Se la mischia è il Carro del Sole, questi è naturalmente Fetonte. Guida la mischia con mano ferma e non di rado, anche con un frustino, quando l’arbitro è distratto. Attende rapinoso, che da quella selva di tronchi che sono le gambe dei compagni esca la palla da consegnare al mediano di apertura. A volte, impazzito si scaglia in avanti, per essere sommerso dalla mischia avversaria. Solo in Giappone quest’azione è vista con ammirazione e rispetto. Sugli altri campi suscita l’ilarità degli astanti. Alto com’è supera la prima linea al bancone del pub e si serve da solo.

  • FLANKER – nr. 6 e nr. 7

La dottrina più accreditata li indica come Gog e Magog. Stanno ai fianchi della mischia. Il placcaggio è l’arma più potente in loro possesso. Si tengono in allenamento con la tauromachia, sollevando però fiere proteste dei tori stessi, che ne escono sempre troppo malconci. In partita sono strettamente sorvegliati dalle varie agenzie umanitarie, che deplorano il modo barbaro con cui placcano. Infatti tendono a non finire l’avversario, causandogli così sofferenze atroci. Avere un “ giallo” è segno di rispetto, più delle cicatrici di cui sono cosparsi. Al pub vengono serviti prima di te, per via di quel certo sguardo che hanno.

  • IL MEDIANO DI MISCHIA – nr. 9

Sregolatezza e genio. Gioca ogni palla, che viene da lui introdotta in mischia. Urla, gigioneggia, incita, insulta, tiranneggia, aizza. Questo per tutta la partita. E’ lui che ha ereditato la frase “Al mio cenno scatenate l’inferno”. E’ lui il vero gladiatore in campo. Lui, se gioca una brutta palla, accuserà la terza linea di averlo rifornito male. Se la giocata sarà superba griderà ai sette venti che la mischia ha seguito i suoi preziosissimi consigli. Mette la faccia dove non deve e pure le mani, dileggiando con bonomia, ma perfidia, avversari e arbitro. Al pub beve per primo. E’ chiaro il perché: è il padrone del pub.

  • IL MEDIANO DI APERTURA – nr. 10

Genio e sregolatezza. Vede il gioco che si deve fare, fino alla meta. Peccato che a volte si dimentichi di illustrarlo a tutti. Il limite è che se calcia bene è un cecchino maledetto. Ma è maledetto nei passaggi.Se è un meraviglioso passatore, carico d’un inventiva che neppure il più smaliziato giocoliere ha, come calciatore ha il piede quadro, anzi cubico.

Però ogni sua movenza è una delizia per gli occhi, ogni passaggio un giulebbe. La sola presenza illumina. Soprattutto al pub, dove illumina le cameriere, che lo lumano adoranti e il tuo bicchiere rischia di rimanere desolatamente vuoto.

  • I CENTRI – nr. 12 e nr. 13

Per essere ambigui, lo sono. Se sono atticciati si aggirano per il campo pronti allo scontro fisico, anche duro e sanno passare palla e uomo contemporaneamente. Se hanno una struttura longilinea covano inespresso il desiderio di prendere il posto del mediano di apertura, opportunamente “barellato” dai centri avversari con il famoso teorema: “bala omo”. Per la loro posizione non ben definita, a volte al pub servono ai tavoli, pur non riuscendo sempre a terminare i piedi il “terzo tempo”.Un bicchiere portato, un bicchiere bevuto.

  • LE ALI – nr. 11 e nr. 14

Se la prima linea è la truppa corazzata, i flancker e i centri i guastatori, loro sono gli incursori.

Veloci, amanti degli spazi, sia che siano ferini come Habana (Nr. 11 degli Sprinbocks Sud Africa) o devastanti come Lomu (Nr. 11 degli All Blacks – Nuova Zelanda), vederli andare in meta eccita la folla come un concerto del Liga. Adrenalina pura. Sempre che ci siano palle adatte. Però lo spirito di adattamento è forte. Scattano, fanno meta e riprendono a flirtare con le pupe a bordo campo. Tanto a loro il tempo morto non manca. Contendono le attenzioni delle cameriere al pub. Se ti manca il bicchiere pieno che ti è appena arrivato al tavolo, guardati intorno. Se vedi un 14 sulle spalle di qualcuno, bhé quello beve alla tua salute.

  • L’ESTREMO – nr. 15

Parafrasando il titolo di un film, lui è “L’ultimo uomo conosciuto”. E’ l’ultimo baluardo della squadra. Dopo di lui, come napoleonicamente si può affermare, è un diluvio di mete.

Posto ambito, dove coprirsi di onore e gloria. Dove si può traccheggiare per un lungo periodo e poi esplodere con un’incursione da Orda d’Oro, superando i ¾ e calciare in avanti, lanciando così la carica, oppure guadagnare una touche, che in fondo non è male.

L’essere solitaria sentinella permette di aguzzare l’ingegno nell’arte del placcaggio, nel fermare quanti si avventano verso la linea di meta.

Al pub il ruolo gioca lievemente a sfavore del nostro eroe, ma rimane sicuro che gli pagherai da bere. Tanto oramai, tu sei l’ultimo che sarà servito e lui il primo a bere gratis.

Bene. Ora sapete quali sono i vostri avversari in campo e fuori campo.

Basta indugi, puliziate gli scarpini, abbondate con l’olio canforato e non dimenticate di accendere sotto la griglia e la birra … Mi raccomando che sia fresca … Bella fresca e soprattutto … Tanta !!!!.

N.B Quando leggete queste due stupidaggini mancheranno 25 giorni all’inizio della Coppa del Mondo. Se dovesse interessarvi c’é anche la Guida alla Coppa sempre sul sito ON RUGBY (Da leggere o da scaricare – 270 pag di rugby = strotia,anedotti,statistiche, presentazioni delle squadre e giocatori . Per tutti i gursti e voglie).

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Già … L’estate

Si arriva ad un’età in cui iniziano ad emergere più vividi, i ricordi . La fretta di questi tempi così bulimici, così compulsivi ti sprona a fermarli, a congelarli in poche righe. Prima che persone e cose si confondano, sbiadiscano in una gelatina mnemonica che ha tanto, troppo di “Villa Arzilla” come umori, come sentori. Prima che il tempo ti giochi l’ennesimo scherzo.

Già, l’estate.

La lunga stagione calda, dove tutto può succedere; dove il confine tra il lecito e il possibile corre su di un filo tenue e dove, anno dopo anno,realtà e fantasia si mescolano nel pozzo dei ricordi.

Era l’estate del 1980. L’ultima della mia giovinezza. Lo sapevo. A ventisei anni se non ti accorgi, se non prendi coscienza, la tua vita è ruzzolata sulla strada degli anni. Ruzzolata lei;  pieno di escoriazioni tu.

Eppure sentivo che pur essendo l’ultima, sarebbe stata indimenticabile.

Sesso, droga e r&r. Sulla droga non mi dilungo; non mi ha mai interessato, neppure lo “spino” in compagnia. Occasioni tante, ma poi, al dunque, lasciavo la mano. Meglio una scura o una rossa, scozzese. Birra naturalmente, solo e semplice birra. Il doping di noialtri. Sesso e r&r, certo quello non sarebbe mancato. Il secondo di certo. Era entrato nelle vene ascoltando Led Zeppelin, JethroTull, Who, Genesis, Santana, Beatles, Rolling Stones e via discorrendo e poi i cantautori De Andrè e Guccini su tutti.

Riguardo al sesso, con l’ormone a mille, eravamo, i miei due soci d’allora ed io, come cani da tartufi. Ogni usma era nostra. A ventisei anni è quasi normale. A giugno dati due esami all’università si era pronti per un luglio di fuoco, un agosto rovente e per terminare un settembre al calor bianco.

Ad ottobre avrei avuto un’altra fidanzata dal nome impegnativo: Naja. L’Esercito mi voleva e mi aveva fatto una proposta irrinunciabile.

Luglio di fuoco, dicevo e siamo partiti alla grande. Su e giù per le montagne della Valle d’Aosta.  Nel mese, con una fortuna sfacciata, riguardo al tempo: sul Castore e sul Polluce e poi il Gran Paradiso, che avrei risalito anni dopo. Poi innumerevoli tour sul gruppo del Monviso. Tranne il Re di pietra, che mi risputò per l’ennesima volta. Adesso lo guardo con una certa nostalgia nei tramonti dal ponte di Po, vicino a Pavia, quando torno a casa dal lavoro. Dal treno seguo le creste e indovino le vie, i contrafforti, i cengioni e la sua piramide mi ricorda le estati passate ai suoi piedi, ed anche il resto. Nostalgie, che valgono quel che valgono, nulla più. Ah che luglio, vero rock & roll. Rollato tra uomini, senza donne, senza impacci, a birra e “gauloise”, parlar grasso e fantasie. Docce dopo tre, quattro giorni, quando oramai, tra i prati ti cercavano solo i caproni, e nel borsellino avevi un allevamento di nulla.

Poi cambio di programma, era arrivato agosto. Lavato, pettinato e anche un profumato ecco si presenta la prima settimana di campeggio. Lei ed io, e due cugini di lei.

La sera, nella tenda, con il favore delle tenebre, con lo stormire del vento tra i larici, coccole e carezze e le mani, con i soliti seri problemi di controllo. Eravamo innamorati entrambi, e sì, mi sentivo di avere il mondo in tasca.

Il testosterone, non mi fece capire molto di quel maledetto 2 agosto.

Non riuscii ad afferrare il senso di quel buco enorme, alla stazione di Bologna. Forse perché sentivo ancora, nelle orecchie, il fischio di una locomotiva “che come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia”, stava ancora emettendo il suo richiamo. MA non era lo stesso richiamo. Tutt’altro.

Era, però, la mia estate, per la miseria, la mia ultima grande estate.

Non ce ne sarebbe stata un’altra così grande.

Era unica, irripetibile.

Bologna un punto geografico nella pianura padana, come lo era stato Ustica, trentasei giorni prima.

Un nome, che ancora adesso pesa sulle coscienze di molti.

Ma al momento era solo una città del  Centro Nord Italia; la grassa e dotta “Mamma Bologna”.

Intanto agosto rotolava i suoi giorni e noi con lui rotolavamo le idiozie che i giovani hanno e fanno. S’inaugurò “Al Pisellon Fuggiasco” Hostaria con camera e cambio di cavalli.  Erano due stanze disadorne, una vecchia stalla dismessa, dove trovare rifugio per bevute, cantate e maneggiamenti vari. Il luogo deputato al cazzeggio organizzato e anche no. Di quel tempo mi è rimasto il ricordo e l’ho anche proposto, nei miei scritti sul blog. Ultime perversioni di una presunta maturità.

Però, che agosto. In giro per monti. A cercare rocce da scalare, forre da esplorare e grigliate, polentate o semplici panini. Sempre con la musica che ci accompagnava e vedevo, con una certa invidia gli altri che tacchinavano e cuccavano ed io, come un carabiniere, fedele nei secoli.

Ci fu chi mi disse “ Fesso !”. Io sprezzante, non risposi alla provocazione. Ora, ma è alla luce di quanto successe negli anni che seguirono, riconosco che lo sono stato, fesso.

Grande come la montagna che mi faceva ombre quei giorni.

Era la mia estate e lo fu anche a settembre, anche se si diradarono le fughe in montagna,  e i ritrovi “Al Pisellon Fuggiasco”. Si ricominciava chi a pensare alla scuola, chi all’università, chi si iscriveva e chi doveva preparare il bagaglio, perché il 7 ottobre arrivò come un lampo e nella notte del sei di quel mese, un vagone rotolò via i miei sogni di gioventù. Stavo preparandomi a diventare adulto e non lo sapevo. Avrei scoperto la durezza dell’età adulta, l’anno successivo, al primo giorno di lavoro.

Ora guardo quel tempo e son felice di averlo vissuto e in quel modo. Nessun rimpianto, nessun rimorso; è stata la grande estate del 1980, e niente e nessuno potrà scipparmela.

La porta sbagliata

Buio. Qui trequarti di luna, non riuscivano a illuminare per bene i contorni del paesaggio all’intorno. Non era molto importante, quel terreno, quegli alberi, li conosceva bene. Li aveva impressi nella memoria, erano stati fino a pochi anni prima il luogo della sua vita. L’infanzia, passata in una catapecchia, schivando le botte di un ubriacone, che diceva essere suo padre. Asciugare le troppe lacrime di una madre, sfatta, dai troppi parti, dalle troppe bevute, da una vita agra e cattiva, che l’aveva resa madre troppo presto, che troppo presto l’aveva attaccata anche lei alla bottiglia. I suoi fratelli, ormai sparsi, in giro per il paese a elemosinare da altri, da estranei, quegli affetti, quell’amore negato per troppo tempo. Lui no non se ne era andato. Aveva sfidato suo padre e una volta, troppo esasperato dalle botte ricevute, troppo ubriaco quell’uomo rozzo e violento, gli si era rivolto contro. Aveva avuto la forza di picchiare e picchiare duro. In quella tempesta di pugni dati, in ognuno di quelli erano le lacrime versate, i lividi sopportati, il dolore di un figlio che vede anche una madre ormai arresa, vuota di sentimenti e piena solo d’alcool. Era la vendetta per i suoi fratelli, che come lui avevano sopportato, fino ad un certo punto quel clima di terrore. Lui era diventato, ciò per cui era stato allevato, prima un piccolo bullo, poi erano cominciati i furtarelli, gli scippi in un crescendo che lo avevano portato, con una pistola in mano dentro una banca e c’era scappato il morto. Punto. Il processo, la galera era solo tutto di conseguenza. Adesso però la fuga, da quel carcere, dalle sbarre, dalla costrizione di giorni sempre uguali, vuoti per lui. Senza l’ombra della speranza. Non c’era un domani per cercare un’occasione di riprendersi la vita, per ricominciare da capo dopo la catarsi. Niente di tutto ciò, lui voleva solo uscire, evadere, scappare. Sentirsi padrone di se stesso, in una sorta di anarchia costituzionale, che non era mai riuscito a vivere. Attraversò il boschetto, fatto di alti cespugli, rade betulle e un paio di pioppi. Si trovò tra le canne ormai gialle e smangiate del campo di granturco di Van Hool.
– Quel vecchio pazzo – pensò – Ha sempre raccolto il granturco a mano. Agricoltura biologica diceva e intanto, vecchio pazzo quanti soldi hai fatto. Per quante ore hai fatto lavorare quei disgraziati, che arrivati da chissà dove, venivano da te per un pezzo di pane, qualche ora di sonno dentro il tuo fienile e pochi maledetti spiccioli ? Eh, quanti Van Hool?  Sputò in terra a chiudere il discorso. No il discorso non è finito.
 – Verrò a trovarti Van Hool! Oh sì verrò e ti porterò via un po’ di soldi. Forse ti farò mangiare anche un po’ di granturco. Te lo farò mangiare nel porcile, accanto ai tuoi amichetti! –
La gamba gli diede una fitta. La pallottola forse si era mossa ancora un po’!
 – Stupida guardia. – pensò ad alta voce – Perché non sei stata ferma. Non hai messo le mani contro il muro, come ti avevo detto! No, lui ha voluto fare l’eroe. Gli eroi sono tutti morti, ‘fanculo! –
 Sentì abbaiare lontano.
– I cani. Quei porci hanno i cani. Non conoscono la zona e allora usano quelle bestiacce. So come liberarmi anche di loro e poi mi libererò di questa pallottola! –
La luna illuminò il paesaggio all’intorno, un attimo, perforando quel tappeto di nubi scomposte, che fumavano in cielo.
Vide il viottolo e pensò che la salvezza fosse a portata di mano. Sì, il fiume srotolava le sue acque poco distanti, un centinaio di metri, non di più. Ormai era fatta. Strinse i denti per lo sforzo e per il dolore. In quell’acqua che immaginava fredda ormai, nelle notti d’autunno, la sua ferita si sarebbe lavata; il sangue si sarebbe fermato, ma soprattutto avrebbe fatto perdere le sue tracce, immergendosi.
Sentì improvvisamente scorrere la corrente. Il fiume. Lentamente e con accortezza si lasciò scivolare dalla sponda, un poco scoscesa, aggrappandosi ai ciuffi d’erba. Aveva avuto l’accortezza di fasciare la gamba un po’ più forte e la pistola della guardia in un sacchetto di plastica che aveva trovato per strada.
–      Lasciano in giro tanta schifezza. Meno male che questa volta hanno lasciato qualcosa di utile – disse ghignando.
L’acqua, come aveva supposto, era fredda, ma lo aiutò a svegliarsi completamente. Il torpore dovuto alla perdita di sangue cominciava a farsi sentire.
Iniziò a nuotare lento andando verso il centro della corrente, che placida, lo stava trasportando sulle braccia. La luna forò ancora una volta la nuvolaglia e rapido gli apparve il ponte. Ponte è una parola, una passerella e dopo quella c’era un’ansa e il fiume aveva formato una grossa buca. Lì d’estate i ragazzi del paese venivano a fare il bagno, i tuffi, usando la grossa corda che penzolava dal ramo di un grosso pioppo, ancorato alla riva. Da lì, ancora qualche minuto e sarebbe arrivato alla casa del mugnaio. Una stamberga, diroccata, ma con alcune stanze asciutte e una in particolare, aveva un camino. Lì si andava dopo il bagno, si accendeva il fuoco, ci si asciugava, si fumava, si parlava, insomma era il loro rifugio segreto. Il suo e quello dei ragazzi del paese.
Qualcuno aveva scoperto lì il sesso e anche lui aveva partecipato alle maratone masturbatorie della giovinezza.
Lì aveva fatto per la prima volta l’amore o forse qualcosa che gli somigliava. Un tempo che ora non si sentiva più di portarsi appresso. Raggiunse l’ansa e finalmente trovò quei quattro gradini, scavati nel tufo della riva, che permettevano di risalire agilmente l’argine. Il viottolo che portava alla casa, lo trovò quasi subito, non ancora coperto dalle foglie dei molti alberi all’intorno. Dopo pochi minuti era in quella stanza, si appoggiò al muro e di colpo si addormentò.
Dall’altra parte del fiume intanto gli uomini della legge erano arrivati all’argine. Le pile scandagliavano le rive, i cespugli e i cani strattonavano i guinzagli, uggiolando e latrando. Sentivano che quella pista che tanto volentieri avevano seguito stava evaporando e non si davano pace.
Il più alto in grado, alla luce di una torcia, aprì una mappa dei luoghi.
-Più avanti c’è una passerella, andiamo là e proseguiamo le ricerche. Forza che la notte è ancora giovane.-
– No, non possiamo andare di là – fece uno dei conduttori dei cani-
– E perché? Di là è proprietà privata? Me ne frego del mandato. Stiamo inseguendo un evaso e non ci vuole nessun mandato. Ha ammazzato una guardia. E’ il secondo morto che fa e questa volta lo friggono. Aspetta che gli metta le mani addosso e lo porto io personalmente sulla sedia elettrica.
– No – fece una voce nel buio – non si tratta di mandati o altro. E’ zona militare!
Dal buio emerse un graduato, armato di tutto punto, in compagnia di alcuni soldati, parimenti armati.
– Questa notte ci sono i tiri notturni dell’artiglieria e colpiranno dall’altra parte del fiume. Quindi non si passa.
–      Senti generale, di là c’è il mio uomo. Lo voglio, lo promesso ai miei superiori, che gli avrei portato la testa di quel bastardo.
–      Io – serafico il militare – ho promesso ai miei superiori che nessuno, per nessun motivo, questa notte sarebbe entrato nell’area di manovra. Quindi, gentilmente fate dietro front e andatevene.
Così dicendo, alzò la canna del mitra che teneva sotto braccio, così come fecero gli uomini, che erano con lui e, dal buio, venne inequivocabile il rumore di un otturatore di mitragliatrice, che si era armata.
–      Spero che i vostri, colpiscano duro e lo polverizzino.
Nell’aria intanto un rombo lontano, come di tuono, si udì appena, ma più forte, prima il sibilo e un urlo straziante, subito dopo. Un boato fragoroso nell’immediato troncò ogni discorso. Si gettarono a terra poliziotti, soldati, conduttori e anche i cani, spaventatissimi. Era iniziato il bombardamento.
Nella casa, al primo rovinoso scoppio, lui si destò e tentò goffamente, di levarsi in piedi, ma il dolore alla gamba non glielo permise. Si rotolò sino alla finestra, che mostrava ancora un moncone di vetro.
–      Che diavolo succede? – si chiese smarrito e confuso
La zona fu illuminata da bianchi bengala, che lasciavano una vivida luce, spettrale e algida a illuminare una scena di prossima distruzione.
Vide passare da quella finestra due tracce rosse e sentì l’urlo scomposto dei proiettili che arrivavano e ancora lo scoppio tremendo e i calcinacci che cadevano, il vetro che si frantumava e la fuliggine antica che precipitava dal camino. Doveva uscire da lì, fuggire il più lontano possibile; lanciò ancora uno sguardo fuori e intuì che una nuova rossa scia si stava avvicinando e risentì quell’urlo scomposto. Poi basta. Non si accorse che il proiettile da 155 mm aveva polverizzato letteralmente la casa, creando al suo posto un cratere, accanto agli altri.
–      Faccia i miei complimenti alla 3^ batteria – dichiarò il colonnello – Ottimi colpi, tutti a bersaglio.
–      Sarà fatto, signor colonnello – rispose il capitano.
–      Signore – il tenente incaricato delle comunicazioni si avvicinò compunto – il sergente sta rientrando con alcuni civili, sorpresi vicino alla zona di tiro.
–      Come sarebbe a dire vicino alla zona di tiro ? – di rimando il capitano.
–      A quanto pare … – continuò il tenente – Sono un gruppo di poliziotti che inseguivano un evaso e pare che quest’ultimo abbia attraversato il fiume.
–      Un evaso ! – mormorò il colonnello, con un sorriso appena accennato – Mhmm … che abbia aperto la porta sbagliata?