La vista dall’alto

La vista dall’alto, al momento, non é chissà cosa.

Una coltre di nubi, una sorta di bambagia lattea, copre completamente la visuale.

Mi avvicino sempre più veloce a qual soffice muro bianco. Almeno io lo immagino soffice. Il sole, una palla di luce nel cielo, non dona quel calore che ci si aspetta. Forse perché in quest’aria sottile che ti rende il respiro corto, affannoso, quasi un rantolo, quel calore non ti arriva.

Intanto sparisco, inghiottito dalle nuvole e tutto si fa grigio, donandomi un sottile senso di angoscia. Dalla luce piena, dal freddo intenso, dall’aria che manca, passo in un bagno traslucido di colore indefinito, che si carica, mano a mano che cado, di una sgradevole umidità. Gli occhiali si velano di mille goccioline e l’aria, mi entra nel naso, in gola, carica di acqua che sento scendere, ma solo un filo, nei miei polmoni. Sempre più avidi d’ossigeno e avverto quella fame d’aria, di cui mi hanno parlato nei giorni dell’ addestramento.

Do un colpo di tosse e poi ancora un altro. Per liberare la gola, per mandar via quell’oppressione che schiaccia il mio petto, che non riesce a dilatarsi come vorrebbe, come dovrebbe. Al muro d’aria si aggiunge quest’acquerugiola nebulizzata e il fiato mi manca.

Un’altra boccata a cercare quell’ossigeno di cui ho bisogno, ma mordo a vuoto e ben poco mi entra in bocca, piuttosto l’aria continua a schiaffeggiarmi e sento le gote che si deformano sotto la forza e la pressione della caduta.

Stupidamente penso alle facce assurde e deformate, fotografate e sparse con dovizia in internet, in quei siti dove la deformità è regalata per strappare una risata. In questo momento, a me non scappa da ridere. Anzi, non so cosa pagherei per effettuare un respiro profondo, tanto da stordirmi per il troppo ossigeno, piuttosto che, come ora sono stordito da un principio di ipossia.

Esco dalle nubi e la terra dai toni che virano dal marrone al verde cupo, si avvicina sempre più. Quel colore grigio, in cui ho viaggiato negli istanti precedenti, non mi ha abbandonato,  anche se vedo, qua e la, sciabolate di luce più vivida, a dimostrazione di varchi luminosi. Gli occhiali si puliscono e la nebbia si scioglie e l’altimetro mi segnala che il momento è arrivato. Afferro la maniglia, sulla mia spalla destra e tiro con forza mentre invio un lampo di preghiera, affinché il paracadute faccia il suo dovere.

Come un obbediente soldatino, un fiore di tessuto colorato si apre indicando la mia presenza, in basso  e in alto. Lo strappo della frenata è tremendo; non aspettavo un colpo così forte, tanto che ho l’impressione che la ragnatela di cinghie di sicurezza, che mi avviluppa siano penetrate nelle mie carni, trovandosi benissimo. Dalla precedente posizione orizzontale, in una quasi apnea, mi trovo appeso ad uno straccio, in balia di un vento mutevole. Comincio così un lavorio con i tiranti. Da una parte per rimanere in posizione eretta, possibilmente. Dall’altra per indirizzare la vela verso il punto di raccolta, o almeno nei pressi. Lentamente e con grandi volute, continuo la discesa e ora assaporo tutta la bellezza del gesto che sto compiendo. Leggero, quasi come l’aria, dall’alto ora scorgo e ammiro cose, che normalmente non vedo. Meglio, le vedo da altra angolazione. Ho la sensazione dei meandri del fiume giù in basso e ora ne leggo tutta la sinuosità. Vedo le lanche e le lingue di sabbia e come la corrente ruba e regala le rive. Poi i tetti e di come il tempo li abbia invecchiati, consunti. Le sottili pennellate di verde che richiamano i muschi e quelle macchie più scure, che rivelano licheni antichi, ovvero polveri e morchie sedimentate.

Ancora lo sguardo si posa sul reticolo delle strade e su quello che scorre su di esse. Pezzi di metallo che custodiscono persone con le loro storie, a narrare di se e degli altri.

Intanto la terra si avvicina sempre più velocemente e debbo prepararmi all’ultimo gesto e quell’alto, che mi ha oppresso, quella vista che aveva suscitato fastidio, sento che mi mancherà.

Mi devo preparare, perché il momento si avvicina, più veloce di quanto immaginassi. Distinguo nettamente la grande lettera su cui dovrò atterrare, dando l’impressione di quella leggerezza che fino ad ora mi ha accompagnato. Non potrò certo schiantarmi, né fermarmi in maniera goffa e impacciata. Piuttosto dovrò imitare un balletto, una danza saltellante tale da poter fermarmi con grazia, quasi a terminare una coreografia iniziata con un tuffo nel vuoto a dimostrazione che per una attimo ho volato, mi sono librato sul mondo che, visto dall’alto, ha una diversa immensità.

L’ immensità vista dall’alto.

Il Seme come Insegnante (2 parte)

Come promesso metto in stampa la seconda parte del racconto, scusandomi con i gentili ospiti per il ritardo. A mia discolpa posso dire che ho avuto una giornata difficile e solo ora ho avuto accesso al pc. Sono dispiaciuto dell’accaduto e spero di poter avere la vostra comprensione. Garzie ancora per la pazienza.

Sistemati gli occhiali, la Atto fissò con sguardo inferocito il collega, gli strappò letteralmente di mano il sacchetto che ancora stringeva e si concentrò sull’etichetta: il cerchio di stelle in campo blu dell’Unione Europea, una bandiera a strisce orizzontali, il logo della ditta produttrice, la dicitura Made in Nederland e infine, tradotto in quattro lingue, il nome del prodotto: Oregano.

– Ma è origano ! – esclamò.

Lo stupore iniziale, sul volto della Atto si trasformò in un sorriso e poi in una risata  liberatoria.

– Certo che è origano, che cosa credevi? Che fossero semi di cannabis? O spore di peyote, forse? – ribatté piccato il collega.

Il professor Innavo, dal suo punto d’osservazione, sbuffò per liberare la tensione accumulata.

Anche lui aveva immaginato che il sacchetto contenesse sostanze illegali, data l’agitazione del collega di scienze e lo spirito combattivo con il quale si era espresso. Già aveva visto le Autorità fare irruzione nella scuola, perquisire le aule, denunciare il fattaccio e consegnarlo così all’inevitabile gogna mediatica. Il buon nome della scuola e quello dei docenti sarebbero finiti nel fango; la sua specchiata carriera sarebbe stata fagocitata dall’infamia. A quel punto, sentì l’obbligo di intervenire; lo richiedeva la sua anzianità professionale.

Doveva essere autorevole nel fermare quel chiaro sproloquio che stava smascherando una pericolosa deriva autoreferenziale: il professor Marcello Ollecra sembrava più interessato al suono della propria voce, che a trasmettere il sapere ai suoi allievi.

E lui era o non era il più anziano del corpo insegnanti? Dunque doveva dare un esempio, lasciare una traccia che non fosse solo una reprimenda; doveva dare un segno positivo e sperare di invertire quella deriva, o almeno fermarla.

Si staccò dallo stipite e si portò a capo del lungo tavolo.

– Marcello, – cominciò, – ti do del tu perché questo è il momento e non credo ce ne saranno altri.  I ragazzi a questa età sono strani: teste piene di vento, ma a loro modo curiosi come scimmie. Sfruttala questa curiosità, facendo piantare loro codesti semi e non solo origano, ma  anche menta, timo, basilico ad esempio. Suggerisci loro di tenere un diario riguardo innaffiatura, esposizione, il micro clima della classe. Come se fossero in qualche modo responsabili, di un loro laboratorio scientifico.

Avvicinali alla scienza, in modo intelligente; non seguire la facile via degli slogan o le chimere dell’utopia. Persegui risultati concreti; a volte basta un seme e la voglia di farlo crescere, di vederlo spuntare, coltivando la speranza che quel seme e i nostri sforzi renderanno il mondo migliore di com’era prima.

I due giovani insegnanti fissavano attoniti l’anziano collega: era una rivelazione per entrambi. Avevano incontrato Giovanni Innavo ai consigli di classe; un uomo schivo, introverso, non propenso alle confidenze, ai sorrisi. Lo consideravano un maestro nelle sue materie, invece aveva appena dimostrato di essere anche un maestro di vita, una vita possibile, fatta di tanti semi da lasciare nel solco per coltivarli o farli coltivare Marcello Ollecra si riallacciò il bottone della camicia, risistemò la cravatta e, con un accenno di sorriso, disse:

– Hai ragione professore. Attraverso la trasformazione di se stessa, la natura ci insegna a vivere e un semplice seme può diventare un prezioso insegnante.

Si, apriamo un laboratorio scientifico di classe e lo chiameremo … “ Il biodinamico della Seconda B”. Cosa ne pensate? –

Giovanni incrociò lo sguardo di Carlotta, e si trasmisero l’idea di avere creato un mostro: eco sostenibile, a impatto zero, no OGM e mentre la campanella suonò l’inizio delle lezioni, si udì chiara, la sonora risata dei due professori.

Un seme come insegnante (Parte prima)

 Ritorno a questo caffé dopo parecchio tempo, dovuto a varie cause, di cui vi assicuro che non vi tedierò.

Questo racconto diviso in due parti nasce dall’impegno preso all’Uni3, cui mi sono iscritto, e che é sfociato, non solo in questo scrito, ma anche nella pubblicazione dello stesso, insieme ad altri racconti dei vari partecipanti al corso di “Scrittura Creativa”. Ecco dunque la prima parte e nel lasciarvi alla lettura, spero piacevole, mi corre l’obbligo di ringraziare per questa occasione, il nostro anfitrione.              

Intabarrato nel suo vecchio soprabito e certo di non essere visto, il professore scivolò attraverso lo spiraglio della porta che Alfredo, il bidello, aveva lasciato scostata per assecondare quella che considerava una bizzarria dell’insegnante: il desiderio di risultare invisibile.

Il professor Giovanni Innavo, docente di italiano, storia e geografia, era orami giunto alla fine della carriera scolastica; ancora qualche mese e per lui si sarebbe spalancato lo “splendido autunno” del pensionamento tanto atteso e tutto da vivere.

Salite le scale, guadagnò la sala professori, assaporando quella mezz’ora di completa e gratificante solitudine che lo separava dall’inizio delle lezioni.

Ma quel giorno, le sue aspettative svanirono in un respiro: in fondo al lungo tavolo della sala, sedevano, uno di fronte all’altra, Marcello Ollecra, insegnante di matematica e scienze, e Carlotta Atto, giovane e piacente insegnante di lingue

Il professor Ollecra, parlando in tono accalorato, brandiva un sacchetto che la collega fissava rapita, se non intimorita, dall’enfasi con cui il professore lo agitava.

Nessuno dei due si accorse dell’ingresso di Innavo, che si immobilizzò appoggiato allo stipite della porta e tese le orecchie per afferrare il senso del discorso di Ollecra.

Dunque qual era il problema? Spiegare il seme alla seconda B, alla prima ora.

– Capisci, Carlotta?  – stava dicendo Marcello, allentando la cravatta e slacciandosi il bottone della camicia. – Ti pare giusto che ai ragazzi spieghi il seme con una pletora di tecnicismi?

Ciò renderebbe la lezione di una tale aridità! Io avrei intenzione di arricchire il discorso con una serie di esempi, di metafore, mantenendo però un’aderenza alla materia, proprio per non uscire dal seminato.

La professoressa annuì con convinzione, a bocca aperta, e tanto bastò al collega per sentirsi in diritto di proseguire il monologo.

– Ora senti quali metafore intenderei utilizzare: inizierei con il  seme  come principio di vita e di morte. La vita esiste se il seme muore. Un perfetto ossimoro, morire per vivere. Potrei partire parlando del seme in agricoltura. Il seme, una volta piantato, germoglia; la pianta cresce e a sua volta fruttifica e genera altro seme. Un ciclo infinito o quasi. Aggiungerei qualche esempio su come il seme si propaga in natura. Con i soliti esempi del vento, dell’acqua, degli animali, come mezzi di trasporto. Che ne dici, Carlotta?

Lei tornò ad approvare con un cenno del capo e il collega, ringalluzzito più che mai, riprese:

– Bene, bene. Vorrei continuare mettendo l’accento su come il seme, generatore di vita, proprio per la sua intrinseca preziosità, non debba essere sprecato e qui, potrei introdurre un pistolotto morale su come non si debba andare contra sextum.

La Atto sbarrò gli occhi e, alzate la mani, sbottò:

– Marcello, attenzione! Secondo me ti vai a mettere in un ginepraio che non immagini. Contra sextum? A dei ragazzini di seconda? Che mi risulti, di educazione sessuale, in questa scuola, non se n’è mai minimamente accennato. Ti vuoi mettere contro il Preside? E soprattutto contro il collega di religione? Che tra l’altro è anche parroco del paese? Ho paura che sarebbe come  scatenare un Moloch! Frena, Marcello, ti conviene parlare del seme di grano e lasciar perdere gli altri.

Ollecra la guardò contrariato , poi commentò acido:

– Tu credi? Credi che gettare un piccolo seme di moralità sia fuori luogo? Ritieni sia meglio lasciare  giovani menti in balia di ormoni impazziti?

Carlotta scosse la testa:

– Parliamone ancora, se vuoi, ma non ora; riprenderemo l’argomento in un contesto appropriato se mai; adesso, però, vai avanti, per favore: qui  tra poco arriveranno i colleghi.

Il professore si toccò nervosamente il nodo allentato della cravatta.

– E va bene. Allora utilizzerò la metafora della violenza. Sì, il seme della violenza e dell’odio; anzi, meglio ancora, del bullismo. Di questo credo non se ne parli abbastanza e qui esistono fulgidi esempi in tal senso; tu sai benissimo a chi mi riferisco; proprio ad alcuni ragazzi delle terze che hanno preso di mira alcuni dei più piccoli e occorre intervenire. Subito, adesso e sradicare questa mala pianta,–

Per dar forza alle sue parole, Ollecra aveva alzato il tono di voce, ma aveva perso il controllo della salivazione, tanto che alcune goccioline andarono a colpire gli occhiali della Atto. Lei si scostò schifata  e cercò nella borsa un fazzoletto per pulire le lenti; poi lanciò un’occhiata di fuoco al collega. In quel momento, il professor Innavo, sempre immobile contro lo stipite della porta,  pensò, da buon geografo, ai vulcani, materia di una sua prossima lezione. “Ecco, ci siamo,” si disse. “Manifestazioni piroclastiche da vulcano esplosivo. Adesso voglio proprio vedere chi scoppierà tra i due”.

E fu subito accontentato.

Coccoina

Ho trovata per caso, nell’archivio dei ricordi o degli orrori (Scelta a piacere), un  mio vecchio scritto. Epoca “Splinderiana” e quindi una vita fa o quasi. Mi è persino sembrato giusto riproporlo. Anche se qualcuno avrebbe potuto obbiettare che sono a corto d’idee. Non senza torto. Non sempre si è sulla breccia, non sempre nel tuo bosco le idee spuntano come funghi dopo un giorno di pioggia. Molte volte le idee sono come i tartufi e il tuo cane per tuberi è svogliato e distratto. Volevo persino scusarmi, almeno nel nome dei vecchi tempi. Però poi ci ho pensato e come sempre le notti portano consiglio e dunque perché non affrontare il tema delle idee.

Idee che iniziano come una bolla. Informe, fisicamente indecifrabile, quindi non sai se stabilirla liquida, aeriforme. La fai tua giustificandola come intuizione. Non sai dove ti potrà portare, a quello stadio, ma man mano che prende forma e sostanza ti accorgi di come potrà influenzare altre idee. Non è detto che l’influenza sarà positiva. Le idee o sono una luce nel grigiore della vita. Soprattutto quella che siamo costretti a vivere, per poter sopravvivere. Oppure sono tali da avere la consistenza di una deiezione, che in una scala inventata di sana pianta per l’occasione, possono assume la forma di essenza di passero. Misera, piccola e influente solo se ti colpisce e ti sporca la giacca che hai appena ritirato dalla lavanderia, oppure ti ha fatto una bella riga sulla carrozzeria fresca di autolavaggio. O, nella zona altissima della classifica, avrà la sostanza di una montagna elefantina. Il pachiderma pesa tonnellate, il frutto del lavorio intestinale è in proporzione.

Proseguiamo. Dato per assodato che l’idea è buona, positiva, la difficoltà è esporla in maniera tale che quella sua positività giunga agli altri. Qui le cose potrebbero essere un filo complicate. Si può essere ottimi scrittori, ma pessimi  parlatori o viceversa.  Nel secondo caso, non so perché, ma vedo materializzarsi quella scala di cui sopra.  Rimaniamo nel primo caso. L’idea c’è ed è ben esposta. Ottimo. Può divenire il traino per altre idee, simili o anche contrarie, ma sempre positive. Nel senso che spingono al pensiero, alla speculazione. Insomma è un’occasione di crescita. Nell’altro caso abbiamo del concime, per buono che sia sempre concime è. Punto.

Ora diventa importante averla quella bolla. Trovarla, cogliere l’occasione, perché come dicevo: a volte sono come funghi ipogei. Bianchi o neri che siano, sono sempre difficili da trovare e se non siamo aiutati nel modo giusto rimangono lì. Ipogei. Non è detto però che non convenga. Non perché l’idea è cattiva a priori. Piuttosto è buona, però mancano le parole giuste per farla comprendere. Occorre masticarla, ruminarla. Occorre essere ben disposti. Orientati nello spazio e nel tempo e non  ultimo, averne voglia.

Siamo sempre lì, in fondo. A disquisire sul fattore umano. Sull’atto volontario di acquisire l’idea e di farne un  qualcosa. Scritto o discorso che sia. Che stupisca, che faccia parlare, ridere, commuovere. Che susciti un’emozione comunque.Anche quelle che sono sottoposte alla scala di cui sopra sortiscono lo stesso effetto. In fondo è un  motivo di crescita anche quello. Sapere di non seguire la strada sbagliata. Eì già un buon  insegnamento.

Ora mi pare di avere detto già fin troppo e per correre il rischio di diventare un maestrino pedante smetto.

Se qualcuno si domanda cosa centra il titolo con tutto il resto. Bhè … Il gruppo di cui facevo parte, una vita fa si chiamava “Coccoinomani”. Lo so c’è da stare molto attenti a scriverlo e di questi tempi … In fondo chi non si è mai imbrattato mani e vestiti di Coccoina. Colla in pasta bianca dal sentore di mandorla, nel barattolino di alluminio, con pennellino, Dai su, non siate  timidi, che alle elementari l’avrete di certo usata. Prima della colla in stick, prima dell’attack e delle epossiliche odierne.. La Coccoina … Una vita fa.

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coccoina

Gente che va, gente che viene

Se il mese scorso siamo partiti, da qualche parte siamo ben arrivati. Oh. E’ vero non siamo alle Bermude, anche se … Chi non ci farebbe un pensierino. Spiagge, mare, donne meravigliose e uomini  appetitosi. Ce né per tutti i gusti, borse e tendenze. A ciascuno il suo, ma … Trattandosi di un viaggio in treno dove se non in una stazione la gente va e viene. Dove se non in una stazione il bestiario umano di quello scompartimento è amplificato, moltiplicato per ennumeri? Prendiamo una giornata tipo, una qualunque. Sono le prime ore del giorno e iniziano arrivare i primi treni. Da lì, scende un’umanità che vive ai confini tra luce e ombra. C’è chi si è vissuta la notte sveglio per qualunque motivo ed ora aspetta solo il rientro a casa, tra uno sbadiglio e un ultimo caffè. Quello che ti permette l’ultimo sforzo. Ci sono quelli poi che iniziano la giornata e un “nerovelocecaldobollente” è la sferzata che ci vuole. I primi attendono al caldo del letto, i secondi sono pervasi da struggenti ricordi di lenzuola e coperte intiepidite dal loro corpo. Intanto il giorno avanza e i treni pare vomitino un’umanità che ha già addosso la fatica di una giornata appena cominciata.. Un’umanità che va veloce, che ha fretta e non di produrre, di essere il volano di un’economia che fatica. Ha fretta di arrivare in orario, visto che il treno, anche oggi è in ritardo. Maledizione. E nel bel mezzo di questo brulichio mirmidonesco eccoli lì. Romeo e Giulietta. I due fidanzatini di Peynet. Gli eterni innamorati. Quelli che regolarmente guardi con una certa tenerezza e una larvata commozione quando sono in cartolina, tra fiori e uccellini cinguettanti. Tra frasche e ruscelli. Al tramonto, al mare e se la tenerezza monta un po’ di più e sei ben disposto, senti stormire il vento e riesci a sentire, o immaginare, anche il verso di un gabbiano, lontano. Alle sette e mezza del mattino con l’orologio timbratura che incombe, sono solo due fastidiosi ed ulteriori inciampi. Fanno del soffoco e basta e a loro auguri solo le peggio cose. Invece loro vivono un momento indescrivibile, sul confine tra gioia e dolore. Incanto e spavento. I colori più belli di un tramonto sognato, sono percorsi da lampi e saette di una tempesta incombente. Uno dei due sta per lasciare l’altro e non sappiamo se il distacco è temporaneo o per sempre. Come non sappiamo se di distacco si deve parlare oppure l’esatto contrario. Comunque sia per il pendolare medio quei due fanno del soffoco e … Fuori dalle balle !! E la gente continua ad andare e venire e accanto ai vecchi mostri, arrivano i nuovi mostri.Quelli che non hanno il biglietto, ad esempio. Non che non l’hanno comperato. Lo hanno fatto, ma con le nuove tecnologie. Tutto sul telefono, anzi sul cellulare … Ma cosa dico, scusate l’imbarazzante mia mancanza di contemporaneità: lo smartphone.Tutta la vita in neppure un fazzoletto piegato. Che se per disgrazia lo perdi o qualcuno te lo ruba, la tua vita non ha più un senso. Né compiuto, né incompiuto. Rischi di non esistere più, di sparire in un attimo dalla faccia della terra. Tutto, ma proprio tutto e un quell’aggeggio. Vita, lavoro, affetti. Li vedi … Attenti agli schermi, piuttosto che a dove mettono i piedi. In crisi se non c’è campo, disposti all’efferatezza se non ricevono il messaggino. Se non riescono a commentare, se non vedono  l’e-mail. Credo che di notte risplendano nel buio. Come i marinai imbarcati sui sommergibili atomici. E’ una leggenda metropolitana, ma si riferisce soprattutto ai marò della Santa Madre Russia. Indovinate perché e chi mette in giro certe voci. Va bene, andiamo avanti. Anche questi sono persi e tanto attenti che per loro leggere wt7 pst3, sono solo coordinate gpsr o la psw di un nuovo giochino online. No miei cari patatosi connessi. E’ l’indicazione del numero della vettura e del posto assegnato.Vettura 7, posto 3. E’ inutile che s’inferociscano nel sostenere il contrario. Temerari tanto da essere disposti a sgualcire un poco il loro firmatissimo vestito. Si, proprio loro che arrivano dal briefing con il senior buyer della head-company e con il new planing in the box, che dovranno spiegarne i contenuti nella prossima convenction con il CEO e tutto il Council of Board. E senti i loro pensieri: “Ma pensi che io mi perda dietro questa … Questa … Questa inezia? Per di più per gente che vive fuori dal mondo. Il mio. Che non ha una strategia globale, ma neppure parziale, anzi che non ha nulla di strategico se non la propria miserrima vita, fatta di casa, lavoro, famiglia, figli forse. Assolutamente priva di glam. Che brividi. Che brutte immagini da cancellare immediatamente con un appropriato selfie”.  Meno male che c’è il selfi da poterlo condividere con gli altri hisper,wisper,nispier o come cavolo si chiama questa nuova tribù. Una sorta di lavatrice di coscienze a buon mercato e utilizzabile secondo moda, piacere, convenzione individuale e personale.Sono stato troppo cattivo. Forse, ma quelli che stanno arrivando la cattiveria se la portano addosso. Non perché sono cattivi, lo sono stati o lo saranno, ma perché la vita ha giocato con la cattiveria, quella con la CI maiuscola e ne ha seminato così tanta addosso a questi infelici, che li vedi solo di sguincio. Ecco … La loro è una vita così: di sguincio. Un dolore troppo grande che li ha divorati e non li ha ancora sputati, ma che continua a dilaniarli. Nello spirito piuttosto che nel corpo. Quello spirito che si fa leggere negli occhi. Una follia ingiustificata, ma che rimane la sola giustificazione per una vita gettata e non per propria volontà.  Credo che nessuno abbia voglia di guardare nell’abisso, sapendo che prima o poi Lui ti guarda. Non credo che nessuno sia così determinato a vivere una vita marginale e ai margini. Proprio in quest’epoca nella quale la visibilità parrebbe il tutto. Eppure c’è chi vive ai margini, sfugge alle regole, inventandosene delle proprie. Le uniche certezze di una vita spezzata. Le uniche nelle quali esiste la possibilità di un riscatto. Le sole che abbiano tracce di vita.Di una vita, la loro. Vorremmo persino tentare di capire il perché, ma sono così tante le sfaccettature, che alla fine ci abbandoniamo al sottile e salvifico cinismo personale, liquidando la cosa con un semplice : in fondo ciascuno è libero di scegliere ed è responsabile di quelle scelte. Dimenticando che a volte libertà e imposizione sono la stessa faccia di una medesima medaglia.e non c’è possibilità di scelta.C’è solo l’obbligo. E mentre le ombre di uomini e donne, che per ora si negano un’umanità, riprende la sarabanda degli arrivi e delle partenze. Chi al mattino non aveva tempo se non per l’arrivo in orario, ora solo ha voglia di arrivare in fretta all’altra parte della propria vita. Quella che sente più sua, che è la vera fonte delle emozioni che prova. Positive o negative, non importa. Giustificano la sua esistenza.  Come sono giustificati i sempreconnessi. Con l’abito sgualcito però, con il trucco un po’ sfatto e lo sguardo vuoto sull’ennesima videata. Pronti per l’ennesimo “happy hour”, sperando di trovare un senso a tutto ciò che li circonda. Sempre che abbiano voglia di cercarlo e trovarlo. Le ombre quella voglia l’hanno persa e aspettano che ritorni. Aspettano, ma non sperano e c’è una bella differenza. I binari sono quasi vuoti e la gente ormai è scemata quasi tutta. E’ l’ora di chi lavora per mantenere la stazione efficiente e le luci piano piano si spegneranno, ma … Ci sono ancora in un angolo Romeo e Giulietta. Qualcuno dica loro che l’ultimo treno è partito e che smettano di far del soffoco per questa giornata. Domani è un altro giorno e ci sarà di nuovo gente che va, gente che viene.

Il triangolo

Maledizione. Sono in ritardo. In ritardissimo. Eppure avevo fatto tutto per tempo. Il biglietto è stata la parte più semplice. Internet. Due click e, voilà. Non avevo calcolato il traffico da casa alla stazione e, meno male che c’è stato un problema nella preparazione del treno e lui, il treno, è partito in ritardo di cinque minuti ed io sono arrivato due minuti prima della partenza. Comunque tutte è bene eccetera.

Diamo un’occhiata ai compagni di viaggio. Allora, chi abbiamo.

Di fronte a me posto vuoto e accanto al vuoto un primo pieno. Pieno … Poteva essere anche vuoto per conto mio. Una tipa, avete presente una di quelle che si buttano nell’armadio ed escono vestite. Ecco, di quelle li. Un misto di seta e cotone, con zero probabilità di mettere insieme i colori, stile marrone e viola, rosa confetto e verde mela. Insomma, mi avete capito. Poi la capigliatura, ecco quella a colmare, anzi a rendere più chiaro il quadro d’insieme. La giovine si è pettinata con i raudi, accesi dentro una scatola nella quale ha infilato la testa e per un motivo del tutto sconosciuto ferma le ciocche con una penna a sfera. che estrae dal covone che ha in testa per sottolineare i fogli che si è messa sulle ginocchia e nel compiere l’operazione sogghigna, profferisce parole oscure e con pervicacia, degna di lode, rumina una gomma da masticare. Si è bistrata gli occhi, ma qualcosa non ha funzionato ed ora somiglia a un panda. Ruminante.

Il vicino è l’opposto. Della tribù dei metrosexual, forse un hipster, sicuramente uno “à la pàge”. Nei pantaloni ben alti alla caviglia, ci si è infilato ungendosi le gambe. Calzini inesistenti e scarpa stringata bicolore, sulla tonalità del marrone. Fossero state bicolor bianche e nere, con la giacchetta tre bottoni color noce nazionale e la camicia a quadretti sui toni del rosso scuro, avrebbero stonato. Staccato di certo, ma non le avrebbe accettate il mister in questione. Montatura occhiali over, nera funerale, barbetta curata fine nel dettaglio, ciuffo ad antenna radar. Non so spiegarlo. Alto sulla fronte e spampanato verso desta. Fidatevi. Importante: tablet acceso e cellulare connesso, con il quale sussurra parole ad un misterioso interlocutore o forse interlocutrice e, mentre oramai il treno ha abbandonato la stazione ed è ben lanciato in linea, si avvicina alla fine della comunicazione lasciandosi sfuggire un “pisellon fuggiasco”, cui la ruminatrice non può non chiosare, facendo una bolla con la gomma e facendola esplodere. Poi, recuperando i fili e risucchiandoli con voluttà tra i denti, sfodera un sorriso ammiccante e lo guarda sottecchi. Il barbino tenta una ricomposizione gettandosi a capofitto nel tablet, compulsandolo nervosamente. Accanto a me una coppia navigatissima. Un lei, lui già agées e sposatissimi da ennumeri. Devono andare da qualche parte e partecipare ad un evento a quanto pare. Lui strizzato nel vestito delle grandi occasioni, scarpe lucide, soprattutto sulle punte e cravatta nodo scorsoio che gli fa il volto più rubizzo di quello che forse ha. Lei: carica d’ori e orpelli, tale da madonna del petrolio. Strizzata in un’animalier da brivido. Stivaletto con tacco del dodici, ma caviglia  da tallonatore degli All Black’s. Sarà un dramma. Lui legge o tenta di farlo, il giornale sportivo tutto rosa. Lei si accanisce a delegittimizzare la lingua italiana, commentando ad alta voce, articoli che estrae, random, da un fascio di pubblicazioni gossip, di cui pare fedele e accanita consumatrice. Lui abbozza, alza lo sguardo al cielo e scuote il testone. Lei da dietro un paio di occhiali dal colore improbabile sentenzia come la Cassazione. Inappellabile. Finalmente il treno si ferma. Vorrei concentrarmi sul libro che mi sono portato, ma fingo di appisolarmi e mi godo i compagni di viaggio. Kostner ballava coi lupi, io viaggio coi mostri, nuovi, vecchi. Un’umanità mostruosa nell’accezzione latina del termine: che desta meraviglia e non è poco di questi tempi trovare qualcosa o qualcuno che faccia provare il senso della meraviglia, ma … Il meglio doveva ancora arrivare e meno male che alla ripartenza il meglio si è materializzato.

Lei in un comodo tailleur grigio ordinanza ambiente dirigenziale, calza fumée velatissima e scarpa nera scollata con tacco adeguato all’insieme. Camicetta di seta assolutamente in tono e ciliegina sulla torta una voragine a scoprire un collier, presumo in platino, con diamante finale, grande quanto quelli che le adornano le orecchie. Piccole, proporzionate assolutamente al cranio. Una capigliatura tirata con riga centrale che pare fatta a laser, tanto definisce le due metà. Uno chignon perfetto. Due occhi scuri dietro una montatura invisibile, mani affusolate con unghie curatissime. Filo di trucco, che secondo il mio parere assolutamente  evitabile. Insomma se la leopardata è la madonna del petrolio, l’angelica creatura davanti a me è la sorella della madonna. Credetemi, non sono né blasfemo, né volgare. Lungi da me quel pensiero e mentre finalmente tutto l’universo stava per mettersi in contatto con la mia anima e questa avrebbe finalmente trovato quella pace zen che tanto cerco (e non solo io) l’occhio cade sotto il pendente diamantato. Quasi fosse una freccia e più che una freccia era l’indicazione per l’inferno.

Alla fine dello scollo della camicetta, faceva capolino il triangolino, nero e diabolico del reggiseno. Solo quel punto nero, in mezzo a tanto nitore. Bianca la pelle, la camicetta il pendente e …  Zac. Quel triangolo, nero seduzione, nero perdizione. Improvvisamente mi sono sentito imbarbarire, ingrifare come un “cinghiale de furesta”. Tutte le convinzioni “pro foemina”, frutto di educazione sociale e culturale, instillatomi attraverso il dna famigliare, tutte le buone frequentazioni del passato, del presente e le proiezioni di quelle future, tutte sgretolatesi nello spazio di uno sguardo a quel triangolo. Altro che Bermude. Con lei alle Bermude, quello sì, a fare le peggiori cose in un laoocontico coarcervo di corpi ridotti ormai allo stato primordiale, di primati. “Io bonobo, tu bonoba”, noi “ bunga bunga” come se non ci fosse un domani.

Sono stati i trenta secondi più infernali della mia vita. Chiudo gli occhi, anzi li strizzo, come a scacciare un incubo; il peggiore della mia vita, ma più strizzo le palpebre e più quel triangolo si fa più nitido, grande tanto da riempire ogni spazio della mia visuale. Riapro gli  occhi e tento di darmi un contegno. abbasso gli occhi, ma uno parte come un missile verso il “topos”. Mi sforzo e alzo lo sguardo provando a vedere il totale della figura e non il particolare, che oramai è diventato pernicioso.

Lei assolutamente indifferente a ciò che le capita in torno, ignara fors’anche di quella diabolica esposizione, si è messa a picchiettare, compostissima, sui tasti del lap-top che ha estratto dalla solita borsa ultra firmata, che ha con se.

Immagino un mio rossore più che evidente e l’imbarazzo aumenta, così come il testosterone che oramai mi scorre a fiumi nel sangue.  Che scialo ormonale.

Mi rendo conto di essere sceso nella scala sociale ai gradini più bassi, se non infimi. Etica e morale, in questo momento sono termini non pervenuti e di difficile interpretazione. Quasi fossero geroglifici di principi umani, anzi petroglifi di una lingua sconosciuta di un popolo di cui, non abbiamo neppure memoria della sua polvere, nella quale si è dissolto, dalla notte dei tempi.

Le tempie mi pulsano e il respiro si fa affannoso e sento che se dovesse spuntare la luna piena mi trasformerei in una creatura fantastica e spaventosa. Mi limito a configurarmi nel maniaco della porta accanto. Ormai tutto mi urge fisicamente, tutto si appanna  razionalmente. Non  è più tempo di pensieri, i migliori, i più politicamente corretti, che mai possa mettere assieme. Ora è tempo di azione, è tempo che l’uomo ritorni ad essere il predatore che è sempre stato, punta acuta della piramide sociale di questo mondo. Quello cui la terra è stata donata per esserne governata.

Allungo la mano, ormai ridotto ad artiglio voglioso, per cogliere il frutto proibito di quel triangolo di perversione quando …

Quando suona la sveglia e scatto sul letto, madito di sudore.

Era un sogno, un incubo e maledizione sono in ritardo e devo prendere un treno tra … E’ tardi, è tardissimo, maledizione.

Come arrivo trafelato in stazione e come avventurosamente riesca a salire sul treno, ve lo racconto un’altra volta, ma c’è una cosa che non posso nascondervi. Nello scompartimento ci sono nell’ordine: la ruminante, si quella che si pettina coi raudi. L’hpster, nispster, metro vattelappesca iper connesso. La coppia agée e il posto davanti al mio è vuoto.

Sorrido compiaciuto: Bermude, sto arrivando.

INCIPIT

  • Allora non ci siamo capiti – Sbuffa e sputazza saliva il Commendator G.

E’ così che è cominciata quella riunione. Con il gran capo che sbuffa, impreca e sbavazza come un ippopotamo. E non ci sono andato tanto lontano, nel figuramelo come  il pericoloso pachiderma fluviale. Ci somiglia in tutto e per tutto.

  • Non va bene … Questo incipit è … Scarso … Debole … Insufficiente. Senti qua: “Chiamatemi Ismaele” (Cfr. Moby Dick – H. Melville) … Eh . C’è tutto il pathòs , il dramma  futuro. Non importa il nome del personaggio. L’importante è la  storia che lo accompagna. Anzi che lui vive. La balena, il capitano, l’odio. Lui poteva chiamarsi … Che so : Giovanni, Giacomo, Mario. Non ha importanza. L’importante è la storia. Eppure quell’incipit rimane il biglietto da visita per una delle storie più … Più … Più!.

Prese un altro respiro e si accese nervosamente il mozzicone di sigaro puzzolente che teneva e roteava in bocca.

-Si … va bene .. L’incipit forse è un po’ debole, ma lascia prefigurare un seguito. E’ una sorta di esca … Come dire … Vegetariana?

  • Ma che vegetariana … Un par di balle. E’ una caccolina di mosca. “I bambini sono cattivi”( Cfr Alex Alliston – Alessandra Bianchi). Ecco un’altro bell’esempio di incipit. Viene ribaltata tutta la filosofia di Rousseau. La bontà insita nell’uomo. La naturale bontà.umana … No , perdio!! I bambini sono degli emeriti schifosi, grami come la merda e di una crudeltà che lascia senza fiato, il più delle volte.

 

  • Bhè adesso … Non tutti i bambini sono cattivi. Possono esserlo, ma è la contingenza. Occorre guardare al caso specifico.

 

  • -E già …. L’occasione fa l’uomo ladro. Ne abbiamo ancora per molto di luoghi comuni. Questo incipit fa schifo e poi … Mi pare di averlo già sentito, di averlo già letto , ma non so dove ne quando.

 

  • -No, guardi Commendatore che non è possibile. Le do ampia assicurazione che è farina del mio sacco. Cioè … E’ un doveroso omaggio a due grandi della penna. Poi se legge bene subito dopo c’è la spiegazione del perché uso quell’incipit … Anzi lo cito.

 

  • La vecchia Wolkswagen color crema del venditore di matite era parcheggiata a metà di via dei Rododendri” (Cfr. A che punto è la notte – Fruttero & Lucentini) Alzai lo sguardo dal libro e mi resi conto che avevo parcheggiato anch’io a metà della via. Ma  che aveva un’altro nome e la macchina era di un’altra marca.” E allora … A parte che la citazione è un banale escamotage. Risibile e goffo e rischia di affondare già subito il resto. Un incipit può essere banalotto, ma sottintendere che la polpa è più avanti. Può essere un’esplosione, ma il resto poi, rivelarsi una ciofeca illeggibile. Oppure una ciofeca come il resto di quanto scritto.. No, no, no e poi ancora no!!!  Nessuna citazione. Quest’incipit fa schifo. Nessuna citazione e poi subito all’inizio. Ma che scherziamo. Sembra quasi che questa casa editrice non si possa permettere neppure autori originali, ma solo e semplici scopiazzatori e citazionisti. Cambia l’incipit e poi ne parliamo, anche se … Il resto … Bhè … Ma si …  Ne parleremo ancora eh.

Mi restituisce il manoscritto e a quel punto mi alzo, accenno un inchino ed esco. Lui è già impegnato al telefono e si scorda immediatamente di me. La copertina in cartone è segnata evidentemente dall’incontro con l’editore. Macchioline più chiare mi fanno intendere che il Commendatore ha sbavazzato. Che schifo. Dovrò cambiare il cartone. Adesso però come fare a cambiare l’incipit? Questo ha un senso e il nesso tra quella vecchia macchina tedesca e la fiammante macchina del mio eroe sta nella diversa città, cultura, atmosfera. Lo scontro di due epoche ed è logico. Un giallo fantascientifico dove il perno della storia è un viaggio nel tempo e il libro che cito è uno degli elementi portanti. Non so come farò, ma una cosa però ho ben chiara ora come ora. Un insegnamento avuto a caro prezzo, soprattutto ai danni della mia autostima. L’incipit è importante. Dona l’impronta, da il ritmo a chi legge, ma anche a chi scrive.

Vediamo .. Dunque .. Un incipit potrebbe essere : ….

Gelo

Quello che ho da raccontare sta giusto in poche righe. Essenzialmente due, che corrono parallele sul terreno, intervallate da altrettante righe parallele. Le prime sono binari, le seconde: traversine. Mi chiamo FS 1683725. Sono un parallelepipedo di legno e ferro, Posso portare sino a 23 mc di cose, oppure, come per troppo tempo mi è capitato, 100 persone e più. Stipate, schiacciate come acciughe in una scatola di latta. Come siano le acciughe schiacciate in una scatola di latta non lo so, ma so come sono 100 persone. Le ho sentite respirare, urlare, pregare. Le assi delle mie pareti hanno ancora impresso il sudore, l’afrore di quei corpi. Ho l’ombra di chi non è neppure arrivato alla fine del viaggio ed è rimasto lì, schiacciato contro le mie assi. Lo hanno tolto solo alla fine di quel viaggio. Viaggi che duravano giorni, senza quasi fermate, se non per caricare l’acqua e il carbone per la locomotiva. Per cambiare il poco personale. Il resto era solo viaggio. Non importava il tempo. Sole o pioggia, acqua o neve, notte o giorno. Io continuavo a macinare chilometri e ne ho macinati tanti. Sono stato in Italia, in Francia, in Belgio e Olanda. Ho sempre e solo caricato persone. Giovani, vecchi, donne e bambini. Però la mia destinazione era sempre e solo una. In mezzo al niente nella pianura polacca in un posto chiamato Auschwitz. Ci sono andato così tante volte che mi sembrava di esserci sempre stato. Ho avuto una storia singolare. Insieme ai miei compagni di viaggio, altri vagoni come me, ho iniziato il viaggio dall’Italia in Francia. Erano giornate calde di una estate di mezzo secolo. Gli uomini, quelli che mi avevano costruito, stavano facendo una cosa che si chiama guerra. A me poco importava. Io avevo solo un compito: quello di portare intere le cose che mi caricavano nel mio capace ventre. Poi sono stato parcheggiato lì in Francia per un po’ di tempo, Poi mi hanno preso e agganciato ad un treno e sono salite le persone e non le casse di merci.E sono arrivato in Polonia e da quel momento quel treno ha iniziato a girare per tutta l’Europa e sono venuto a sapere che ce n’erano altri, di treni che facevano la stessa cosa. Andavano in giro a raccogliere persone e portare in posti simili alla mia destinazione. Solo una volta ho cambiato e sono finito a Dachau. Mi ha dato l’impressione di un dejà vù, però. Stessa cupezza, medesimi colori e soprattutto un odore, una puzza terribile. Mi ricordo un camino, come quello di una ferriera. Alto, che eruttava un fumo nero e denso e puzzolente. Non so perché, ma aveva lo stesso odore di quando le persone che trasportavo si appoggiavano alle mie pareti e poi non parlavano, più. Non piangevano più, non si lamentavano più. E quando arrivavo a destino erano le ultime che uscivano, ma non con i loro piedi. Veniva gente con abiti a righe e li caricavano su dei carretti e li portavano vicino al camino e quello riprendeva a eruttare lo stesso fumo e si risentiva la stessa puzza. In tutti quegli anni ho avuto paura solo una volta. Ho sentito un rumore nel cielo e poi sono stato colpito da una gragnucola di colpi che hanno rotto molte delle mie assi di legno e sentivo le persone dentro urlare più forte e poi un odore e mi sono aumentate le macchie. Non erano i soliti liquidi, che emettono gli uomini. Hanno degli odori spaventosi. Piuttosto l’odore lo associo al colore rosso. Poi il treno si è fermato e hanno aperto le porte e la gente è uscita e molti sono caduti. A quelli caduti gli uomini con il fucile hanno fatto una cosa strana. Li hanno bagnati poi si è levato un fuoco intenso e allora ho avvertito forte, l’odore di Auschwitz. Poi hanno ricaricato le persone rimaste e siamo ripartiti. Dopo quel viaggio sono stato un po’ di tempo in una officina dove mi hanno riparato e ho ripreso il viaggio. Adesso dopo tanti anni sono qua fermo su dei binari, ma lontano dai veri binari. Sono dei monconi e mi hanno messo in una piazza, così la chiamano e ogni anno d’inverno, qualcuno viene. Mi pulisce dentro e fuori e la mia porta rimane aperta. Ma sono anni che non vado più da nessuna parte . Dicono che servo per ricordare. Ricordare cosa, mi chiedo.  Potessi parlare, potessi gridare, gemere, piangere ricorderei a tutti la puzza dei miei viaggi, il fumo acre e spesso, la rassegnazione che scendeva insieme ai troppi passeggeri che ho portato. Sono stato abbandonato un uno scalo per anni, ma non ho mai dimenticato, io. Non ho potuto, non ho voluto e ogni momento sono pronto a ricordare, a raccontare di quel fumo acre e spesso, di quell’odore  e delle persone che ho accompagnato.

Sono memoria fino alla fine dei miei giorni.

 

capehorn

Ufficio Facce – Dicembre 2015

 Per un tocco di finale cialtroneria ….

Avete pensato a tutte le cose che avete fatto quest’anno?

Bravi.

La mission per l’anno prossimo ha un focus very interesting  …

Fatele meglio e se dovete rifarle, rifatele al meglio.

Cazzate comprese, però … Altrimenti, che cazzate sono state.

Oh no !!!

Buon Anno a tutti Voi.

UFFICIO FACCE – Dicembre 2015

Letargo

Quel giorno non avevo nulla da fare.
Andai al Bioparco.
Cominciai a gironzolare tra gabbie e animali, senza meta, senza scopo, con una noia mortale che pian piano mi penetrava nelle ossa.

Avevo sonno. Mi venne sonno.
Una  gigantesca botta di sonno.
Ah … Dormire. Appisolarsi disteso su una pelle d’orso, accanto al camino e fuori … La neve.

Passai accanto alla gabbia dell’orsa e i suoi orsacchiotti.
Non nevicava. Peccato.
Ma il sonno cercava, finalmente, un sospirato riposo.

Scavalcai la recinzione e caddi.
Su di un piccolo.
La madre non gradì, ma mi addormentò subito.
Che bel letargo mi aspettava!

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