L’indelebile

“Guarda. Guarda.” diceva piano, tirandom­i gentilmente la manica della giacca “Lo­ vedi? Eh? Su, lo vedi? Le cicatrici non­ si vedono quasi più.”

Il mio occhio ci cadde sopra inevitabilm­ente. Cadde sopra al suo avambraccio. Al­l’avambraccio di quel perfetto sconosciu­to. Un braccio forte, senza ombra di dubbio, e atletico, anche; non­ possedeva lineamenti particolarmente marcati, piuttos­to una corporatura definita e modellata ­dalla natura più che dall’esercizio. For­se un tempo era stato un braccio scattan­te, muscoloso, capace, ma ora non si pot­eva definire tale a causa dei numerosi t­remori che gli facevano perdere la stabi­lità. La pelle non era candida sotto i p­eli che iniziavano a ingrigirsi, ma non ­si sarebbe potuta nemmeno definire abbro­nzata: era di quel pallore giallognolo l­ascito di una precedente abbronzatura ma­lsana che carbonizza la pelle. A parte q­uello non riuscii proprio a notare altro­. La carne era immacolata.

“Lo vedi?” continuava a ripetere l’uomo,­ con quella sua voce rauca che fondeva i­nsieme l’impazienza e lo stupore, quasi ­fosse indeciso su quale atteggiamento as­sumere. Ogni volta dava leggeri stratton­i alla manica del mio cappotto.

Un soffio di vento mi fece rabbrividire ­dentro la camicia bianca ed il pullover ­di lana. Erano gli inizi di un Autunno c­he si preannunciava decisamente rigido, ­uno di quegli autunni che con vento e um­idità rendono la pelle arida come un des­erto. Il tizio che mi aveva fermato per ­la strada non aveva nè camicia nè maglio­ne, ma indossava solo un pastrano eviden­temente troppo grande per le sue spalle ­sporgenti e così lungo da creare un effetto grottesco con un paio di j­eans graffiati e rovinati a coprirgli le gambe. Sembrava talm­ente preso dalla sua visione, comunque, ­che pareva non accorgersi del freddo.

“Le cicatrici non si vedono quasi più.. ­Dì un po’, lo vedi?”

Lo guardai in viso, sforzandomi di stacc­are gli occhi dal suo braccio che quasi ­mi aveva ipnotizzato con la sua cantilen­a costante che gli usciva dalle labbra sottili e non risparmiate dai tremori. Aveva i capelli lunghi, grig­i e neri, segno di una vecchiaia che sop­raggiungeva lenta ed una ricrescita mar­cata della barba sotto il mento. La masc­ella era quadrata, le labbra sottili e regolari con­ il labbro inferiore che tremava leggerm­ente, veniva morsicato cautamente dai d­ai denti, rilasciato e riprendeva a trem­are. Fui catturato dagli occhi, di blu elettrico, come mai ebbi l’occasione di rivedere. Anc­h’essi erano frenetici, magnetici, come ­tutto in quell’individuo. Avrei potuto d­are uno strattone el iberarmi dalla sua ­presa (le dita apparivano scarne e fragi­li a causa dei tremori persistenti), ma­ non lo feci. Stetti lì a sentire ripete­re ancora, come in un sogno, “Allora? Ad­esso lo vede? Le cicatrici non si vedono­ quasi più.”

Annuii. ­

Ora anche io tremavo piano e non so se p­er freddo, per assurdo timore o presa di­ coscienza.

L’uomo rise, euforico. Non una risata di­ divertimento o sarcasmo, piena, ma una ­risata spezzata, sottile,un soffio che è­ ingrado di tagliare il vento.. una risa­ta di sollievo. Il mio cuore si rannicch­iò nei polmoni e nella gabbia toracica p­er qualche istante.

“Allora è fatta, no?” disse, sulla scia ­di quel riso penetrante, “Torniamo a cas­a!” e mosse il capo in avanti per poi re­clinarlo indietro e riprendere a ridere ­sommessamente.

Uno dei primi raggi di sole mi fece nota­re, a quel movimento, qualcosa che ancor­a brilla nei miei occhi e riluce nel buo­io della notte, tra le stelle e la luna,­ in ogni ricordo: era una medaglietta pi­ccola, di metallo. Fu allora che identif­icai l’ uomo come un soldato. O, quantom­ento, prima lo era stato… Non stetti a­ chiedere, non avrei ricevuto risposta, ­e mi limitai ad osservare. Nessun dubbio­ sul fatto che fosse fuori di sè. Non ch­e ce ne fosse mai stato. L’aria un po’ p­iù mite mi consentì di sentire chiaramen­te l’odore di alcool che impregnava i su­oi vestiti e la luce più chiara mi mostr­ò ampie macchie chiare e scure sui suoi ­vestiti logori, sul viso, sul petto, il ­collo e le braccia. Annuii di nuovo e lu­i mi lasciò andare il cappotto, spalancò­ le braccia, mi abbracciò stretto (il mi­o cuore si era catapultato in avanti ade­sso e correva le mille miglia) e mi lasc­iò andare, allontanandosi per la via anc­ora deserta che covava nel suo silenzio,­ il campanile lontano che batteva le set­te del mattino. Lo sentii borbottare “e ­pensare che diceveno che erano cicatrici­ indelebili..in-de-le-bi-li..roba da mat­ti!” e poi giù di risate roche e gracchi­anti e colpi di tosse.

Rimasi lì, in piedi, valigetta in mano, ­incapace di muovermi. Ero diventato una ­statua di pietra di me stesso, gelato su­l posto. Lo guardai andarsene barcolland­o fino a che non scomparve.

Allora scossi la testa. ­

Quel poveretto ancora cercava la pace ch­e aveva vinto. Forse la cerca ancora, fo­rse adesso è a casa, qualsiasi essa sia.­ Forse ancora si trascina con il corpo s­tanco e disfatto e indosso l’invisibile ­cicatrice della pazzia ed il marchio a f­uoco dell’orrore che naufraga in quel ma­re di occhi blu oceano.

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Code di comete

Ho sempre creduto nei sogni.
Mi piace vederli alzarsi come brillanti aquiloni verso il cielo immenso, così fragili con le loro code colorate. Oscillano e traballano nella loro folle sfida all’infinito delle possibilità.
Non hanno paura.
Vanno un po’ di qua e un po’ di là.
Alcuni prendono subito la giusta corrente. Altri devono essere aggiustati e bilanciati. Altri ancora si impigliano in fronde spesse e appuntite finché non vengono tirati e scossi e,infine, liberati. Rammendati con cura, spago, nastro e filo, tornano a volare. E hanno crepe e cicatrici di carta ora rattoppata che mostrano fieri al mondo in controluce.
Quando scompariranno gli aquiloni, quando verrà a mancare il vento, la forza, il coraggio, la tenacia e l’infinito amore delle persone che ci stanno vicine e che ci guidano, pronte a tirare il filo della cometa un po’ a destra e un po’ a sinistra per stabilizzarci, o quelle che si fidano di noi a tal punto da passarci il loro rocchetto di spago, a condividere un volo indefinito e meraviglioso,la vita si tingerà di grigio smoking e perirà. Quando scompariranno i sogni moriranno i colori. Moriranno i sorrisi. Morirà il progresso. Morirà ciò che rende gli umani tali. La speranza di poter cambiare, di poter fare, di creare ciò che manca, portare alla luce ciò che non si vede. Morirà la carità e così l’amore. Moriranno nel grigio e nel fioco rumore di un giocattolo caduto sul prato in una giornata muta davanti a occhi spenti di bambini.

Libertà

Le dita sottili tremavano un po’, stringendo tra loro quelle strisce color terra bruciata e oro. Si muovevano frenetiche, in preda a tic creati dal nervosismo.
Nel buio era quasi impossibile distinguare il luccichio degli steli. Solo la misera lampadina appesa al soffito e retta da un singolo cavo permetteva di delimitare le sagome nella stanza.
Il silenzio era totale.
Jean staccava i chicchi ad uno ad uno dalle spighe con i polpastrelli e con le unghie scavate e sanguinanti. Ogni tanto singhiozzava e scuoteva le spalle.
Li sentiva cadere a terra, quei chicchi dorati, e sentiva lo sgocciolio sul terreno.
Uno per la vita, due per la morte, tre per i peccatori, quattro per le preghiere..
Le lacrime scorrevano lente sulle guance e si riversavano sul pavimento assiame ai chicchi gialli ed al sangue fresco.
Cade e rotola il seme di grano sul pavimento di cemento. Si tinge di rosso…
..un rosso nero e denso così impossibile da cancellare.
Era sulle nocche, tra le unghie,sui vestiti, nei capelli, nelle ossa, negli occhi e nella mente. Pervadeva tutto. Ogni cosa era impregnata del suo odore.
Odore di morte.
E di libertà.
Sarebbe potuta uscire subito,la porta era a pochi passi. E ora era aperta, finalmente.
Pensò al chicco sul pavimento. Nessuno lo raccoglierà. Non sarà il corvo, perennemente affamato, nè la formica. Non sarà nemmeno lei. I topi lo cercheranno uscendo dai loro buchi di calce e oscurità ed affonderanno le loro tozze zampe ed i denti squadrati nel grano morbido e maturo. Si tufferanno sulle scorte estive come le cavallette e distruggeranno ogni cosa.
Quel chicco giallo e rotondo non diventerà mai un seme...
Proprio come lei.
Si alzò, lasciò perdere le spighe.
Guardò l’uomo appeso ed osservò il sangue che lento gocciolava e scivolava dalle dita delle sue mani fino alle unghie per poi cadere per terra nella larga pozza vicino ai fianchi.
Quindici anni senza libertà.
Si voltò e tese la mano verso la pesante porta di legno. Guardò il pomolo d’acciaio ancora una volta, come sempre aveva fatto. Lo ruotò ignorando il dolore ai polsi, rosi dalle corde spesse e marce di muffa.
Aprì la porta spingendola verso l’esterno.
Respirò l’aria fredda dell’inverno e guardò i fiocchi di neve che iniziavano a vorticare nel giardino ghiacciato. Rientrò e tolse la giacca al suo aguzzino. Si coprì ed uscì fuori. In un lampo si gettò verso il bosco e corse fino a che le ressero le gambe. Non sarebbe mai più tornata.
Mai più.
Davanti a lei si stendeva un mondo di possibilità sconfinate. Dietro morte, polvere e ratti. Nessun dubbio sulla strada da seguire.
Il prato era un immenso gioiello ed il solesi stava alzando lentamente facendo capolino da dietro la collina e specchiandosi nelle sfaccettature e nelle lastre ghiacciate. I colori tornavano a esplodere davanti ai suoi occhi con una prepotenza sconvolgente.
Respirò a fondo ancora e ancora, riempendo e svuotando i polmoni. Si gettò in avanti, in mezzo alla neve fresca, le mani spalancate. Sorrise al tatto con il freddo intenso sulle ferite.
Sì.
Non avrebbe mai più sprecato ciò che aveva.
Le venne in mente la vecchia fotografia sbiadita appesa alla perete della capanna in cui era rinchiusa, che ritraeva un cerbitto nella neve. Ora era lei quella piccola,pavida cerbiatta. Ora,iniziava davvero a vivere. Era davvero libera.
Mai più.. sussurò per l’ultima volta, sorridendo all’alba del giorno che era appena incomiciato per lei, perchè forse, quel pallido seme color oro poteva ancora purificarsi e crescere,se coperto dal calore ed accudito con dolcezza. Forse c’era ancora speranza. Ed aveva il colore del sole.

Briciole di felicità

Mi sono sempre considerato diverso e con il resto del mondo era reciproco.‭ ‬Loro mi vedevano diverso ed io..beh,‭ ‬loro non li vedevo.‭ ‬Non nel modo in cui uno definirebbe il verbo vedere,per lo meno.‭ ‬Non sono cieco,questo no.‭ ‬Vedo ogni colore,‭ ‬conosco le forme.‭ ‬Ma ogni volta che qualcuno,‭ ‬qualcuno come me,‭ ‬umano,‭ ‬voglio dire,‭ ‬mi passa davanti,‭ ‬cessa di esistere.‭ ‬Proprio non riesco a vederlo.‭ ‬Nei miei occhi rimane solo un’ombra ed una nebbia sottile che sfuma fino a scomparire nel nulla ed a fondersi con il tutto.‭
Peggio ancora con la conversazione.‭ ‬Quando questa composizione fluttuante mi si avvicina ed inizia a parlare,‭ ‬le parole giungono al mio orecchio talmente stridenti e storpie che sono costretto a tapparmi le orecchie o,‭ ‬peggio ancora,‭ ‬ad allontanarmi dalla sala.
Insomma,la mia esistenza conosce raramente attimi di pace.‭
Da questa descrizione si potrebbe pensare che io non viva una vita all’insegna dell’attenzione visiva,per così dire.‭ ‬Tutto il contrario.
La mia passione preferita è rivedere i colori,‭ ‬riscoprire le forme,‭ ‬spolverare le identità perdute.‭ ‬L’immagine che di gran lunga preferisco guardare,‭ ‬per tutto il tempo che mi viene concesso da madre natura,‭ ‬è il tramonto.‭ ‬Ogni sera,‭ ‬dalla mia camera,‭ ‬osservo il sole calare piano e lento dietro le montagne,‭ ‬silenzioso tra gli abeti ed i pini che si stagliano come frecce lungo il cielo ceruleo e che si spezza in mille schegge colorate di rosso,‭ ‬rosa,‭ ‬blu,‭ ‬nero e giallo con una grazia,un’armonia ed un colore così pieno che fa impressione.‭
Ho provato a ricreare quei colori su varie tele,ma sembrano sempre troppo freddi,‭ ‬troppo morti.‭ ‬Così lascio che questo spettacolo naturale diventi unico e sempre più splendido.
Quando riesco ad ascoltare le persone,‭ ‬mi appaiono meno sfocate,ma non riesco a farlo con tutte.‭ ‬Con i coetanei mi sembra un’impresa titanica anche sopravvivere al buongiorno.‭ ‬L’unica con cui funziona bene è Amy,se si esclude la signora Heller,‭ ‬proprietaria di una quindicina di gatti,‭ ‬su per giù,‭ ‬che vive nel mio palazzo‭ (‬ogni tanto uno di quei batuffoli viene a farmi visita e non so negargli una sardina.‭ ‬Riesco a vederli molto bene loro,‭ ‬i gatti baffuti‭)‬.‭ ‬Amy ha circa la mia età,‭ ‬credo.‭ ‬Almeno,l’ho dedotto.‭ ‬La cosa bella i lei è che non devo mai‭ (‬davvero,mai‭) ‬parlare.‭ ‬Lei parla già un sacco per entrambi.‭ ‬E ride.‭ ‬O sì,‭ ‬lei ride tantissimo.‭ ‬Ride più di chiunque altro su questo pianeta.‭ ‬All’inizio pensavo che trovasse tutto dannatamente divertente e che,dunque,fosse un po‭’ ‬svampita,ma,‭ ‬col tempo,‭ ‬ho capito che in realtà non è un vero sorriso il più delle volte.‭ ‬Quando è allegra sorride.‭ ‬Quando ha paura sorride.‭ ‬Quando è nervosa scoppia in una risatina sommessa tra una parola e l’altra‭ (‬e così se ne mangia metà,il più delle volte,il che mi rende di nuovo indisposto‭)‬.‭ ‬Ma quando è felice,‭ ‬oh,‭ ‬quella è tutta un’altra risata.‭ ‬Una risata che si spezza in milioni di frammenti,proprio come il sole al tramonto.‭ ‬Quando ha finito si passa una mano tra i capelli lunghi e sorride,poi mi guarda,‭ ‬ride un altro po‭’ ‬e ricomincia a parlare.‭ ‬Dice che sono buffo,ma che la so ascoltare.‭ ‬Personalmente,non mi considero buffo.‭ ‬Nemmeno divertente.‭ ‬In realtà,‭ ‬non mi considero affatto.‭ ‬Ho scoperto che è piacevole quando qualcun altro lo fa,però.‭
Amy è l’unica persona che riesca ad inquadrare.‭ ‬So persino quante lentiggini ha sulle guance rosee‭ (‬ventitré‭) ‬e quante sul naso sottile‭ (‬quattordici‭)‬.‭ ‬Mi piace il suo‭ <<‬parlare‭>>‬.‭ ‬Non mi coinvolge e posso solo stare lì ad osservarla.‭ ‬Ogni tanto mi sento in colpa.‭ ‬Oppure mi affretto ad annuire o a fare cenni di diniego quando mi fissa con un sopracciglio alzato,in attesa di risposta.‭ ‬Questo la fa molto ridere.
Quando sono con lei,‭ ‬la nebbia che avvolge ogni istante del mio esistere sembra svanire e mi sembra di essere da tutt’altra parte.‭ ‬Un giorno l’ho sognata.‭
Ho sognato che tornavo‭ ‬a casa e pioveva.‭ ‬Pioveva così forte che non riuscivo a sentirmi pensare.‭ ‬La sentivo a malapena sotto la pioggia scrosciante.‭ ‬Il cielo era grigio e minaccioso,ma,‭ ‬a guardare in alto non vedevo le nuvole,ma il suo bell’ombrellino rosso di cerata trasparente e guardando in basso non vedevo il terreno,‭ ‬ma i suoi stivali di gomma gialla.‭ ‬Lei sorrideva,‭ ‬felice.‭ ‬Anche io sorridevo.‭ ‬O almeno credo.‭ ‬All’improvviso lasciavo a lei l’ombrello e sono corso sotto la pioggia,ridendo.‭ ‬Lei scoppiava allora a ridere.‭ ‬Cantavo e ballavo,sprecando l’aria nei polmoni,‭ ‬fino a farli bruciare dallo sforzo.‭ ‬Allora lei chiudeva l’ombrello e si univa a me.‭ ‬Intonando una canzoncina sciocca,immersi in un‭ ‬coro di risate.‭ ‬Più forte della pioggia.‭ ‬Più forte di tutto.
Tornando a casa,quel pomeriggio,mi sono trovato a ripensare a quel sogno.‭ ‬Fischiettavo,ma lo realizzai in un secondo tempo.‭ ‬Forse era quella la vera felicità..‭ ‬ed era bello racimolarne un po‭’ ‬da quei ricordi.

Avvolto nella nebbia

Quando David aprì gli occhi si trovò circondato dalla nebbia più fitta.
L’odore di umido delle nubi che lo avvolgevano e di terriccio bagnato era quasi insopportabile, tanto intenso da dargli alla testa.
Cercò di mettersi a sedere facendo leva sui gomiti, ma si rese conto che era impossibile. Le gambe ed una parte del torace erano schiacciati sotto la portiera della Focus blu metallica. La parte superiore del suo corpo giaceva nel foro destinato al vetro del finestrino del guidatore.
La testa gli pulsava dolorosamente e sentiva ogni singola cellula del suo organismo gridare per la tensione e lo sforzo, mentre, a fatica, spingeva la lastra metallica, le mani nella parte inferiore conficcate nei vetri sporgenti.
La portiera cedette e David si lasciò scivolare per il pendio fangoso quel che bastava a liberare le gambe.
Non era un bello spettacolo: i pantaloni, dei jeans chiari, erano strappati fino al ginocchio ed intrisi di sangue scuro che arrivava fino alla cintola.
Con cautela si tastò i polpacci per controllare l’eventuale presenza di ossa rotte o di dislocature e, con un sospiro di sollievo, non ne trovò nessuna. Ignorando il dolore causato dalle ferite, sarebbe riuscito a camminare ; magari si sarebbe spinto sulla strada e avrebbe cercato aiuto prima di sera. Guardò l’auto distrutta ed il fianco della collina dove giaceva. Era una salita ripida resa scivolosa dal fango dove non si notava la presenza di sentieri e la sua mente fu pecorsa da un’immagine fugace della morte di John Hammond in «Jurassic Park”*: non avrebbe certo fatto la stessa fine ai piedi di quella scarpata.
Nella sua mente erano presenti solo ricordi sbavati dell’incidente, ma una cosa era certa: qualcosa o qualcuno lungo la statale l’aveva fatto sbarellare a tal punto che aveva sterzato con violenza, uscendo dalla strada principale, sfondando il guard-rail e finendo in quel pantano. Il cuore gli batteva veloce, la gola era arida e piagata, mentre la nebbia si infittiva ancora di più. Si rimise in piedi con uno sforzo disumano, grugnendo e digrignando i denti. Dopo un paio di tentativi trovò l’equilibrio necessario e cominciò a camminare a stento. L’unica cosa visibile era il terreno di fronte ai suoi occhi dove la monotonia del terriccio marrone era interrotta da macchie grigie di roccia e radici spesse come femori che si intrecciavano sbucando fuori dalle spaccature della terra. Proseguì verso l’alto, lasciandosi alle spalle la carcassa del veicolo ed addentrandosi nella nebbia.
Mentre proseguiva si chiese che ora potesse essere. L’ultima volta che aveva controllato l’orologio segnava le undici e un quarto di sera, ma non sapeva per quanto tempo era rimasto privo di sensi. Dal freddo intenso poteva essere nel pieno della notte o prossimo all’alba. Camminò per più di tre quarti d’ora, percorrendo alcuni tratti a carponi, scivolando e prendendo fiato per rimettersi in piedi. Un rivolo sottile di sangue gli scorreva vicino all’occhio destro, colando lungo la tempia, le mani erano livide e le gambe facevano fatica a sorreggerlo, quando, come un miraggio nel deserto, tra la nebbia perlacea apparve l’asfalto che sostituiva il fango e l’erba umida. Cadde di schiena sulla strada, urlando, mentre una fitta di dolore gli arrivava dritta alla testa. La vista si annebbiò di nuovo, tese una mano in avanti, cercò di sollevarsi e perse nuovamente i sensi.

Si risvegliò dopo pochi secondi, le orecchie ronzanti e la nebbia ancora spessa che si sarebbe potuta tagliare con un coltello. La strada era deserta e, pensò, lo sarebbe stata ancora per parecchie ore. Nessuno si dirigeva a Mountain River senza un valido motivo durante l’autunno e, nei giorni festivi, nessuno si muoveva verso un posto tanto sperduto nei campi per nessuna ragione. Si volse verso sud e riprese a camminare. Il freddo era più in tenso, ma la nebbiolina che ora lo avvolgeva era meno lattea ed iniziava a farsi più sottile. Alla sua sinistra gli alberi fecero presto posto ad una vegetazione più brulla e comune. Dopo circa mezz’ora gli occhi di David vennero abbagliati da una leggera luce in lontananza. Dapprima pensò si trattasse dei fari di un veicolo ed il suo cuore fece una capriola. La osservò speranzoso. Aveva davvero bisogno di cure mediche. Poi, siccome la luce non accennava a muoversi, iniziò a capire. Osservando con più attenzione notò delle pallidissime sfumature di rosa, azzurro ed arancione che venavano il candore della nebbia: stava albeggiando. Faceva freddo e la nebbia trapuntava ogni cosa, quella era la caratteristica di Mountain River, ma si poteva ancora riconoscere l’alba e David sapeva che il sorgere del sole portava con sé la bellezza primaverile del piccolo paesino ghiacciato di contadini, con tiepide giornate alla lce del sole di Maggio; la mattina nulla di tutto questo era lontanamente immaginabile e su tutta la vallata regnava un autunno rigido ed umido. Ora l’aria si faceva meno pesante, i contorniemergevano a poco a poco nello spazio che lo circondava. Aveva trascorso tutta la notte a vagare per la foresta e la statale, a quanto pareva. Continuò a camminare con andatura incerta fino a che un debole fruscio non lo fece sobbalzare.
Sentì un lieve tocco su un avambraccio e si voltò di scatto.
Allungò la mano ed afferrò qualcosa di morbido e solido, dalla forma irregolare.
Lo passò tra le dita due o tre volte e poi si avvicinò per vederne meglio la sagoma. Era una spiga di grano di color sabbia, quasi pronta per il raccolto; accanto ad essa ve ne erano a centinaia, uno sterminato oceano dorato che si estendeva a perdita d’occhio alla sua destra ed alla sua sinistra.
Si trovava dunque presso un campo di grano, sulla strada per Mountain River, queste erano le sue nuove informazioni.
Deglutì.
Si guardò intorno per scoprire che la nebbia ora, sebbene continuasse a serpeggiare tra le alte spighe di grano creando percorsi inquetanti, come una vaga scia di fumo, lasciava trasparire una sagoma distorta in fondo a quel terreno color ocra che assomigliava ad una casupola di un contadino. Notò anche un’altra cosa: non vi erano sentieri che consentissero il passaggio per una via differente che non fosse il campo di fragili spighe o, perlomeno, nessun sentiero visibile da quella distanza. Non aveva le forze per cercarlo e, soprattutto, non aveva le forze per un secondo tentativo, se avesse preso la direzione sbagliata alla ricerca del sentiero.
La fronte gli si imperlò di nuovo di sudore prima caldo e poi freddo gelido.
Le unghie erano affondate nei palmi delle mani abrase e coperte di sangue, polvere e terra. Prese un profondo respiro e, incerto, si avviò verso le sottili piante di cereale che cedevano docili e fragili al suo passaggio, spezzandosi ed incurvandosi silenziosamente. Dopo pochi minuti di cammino la strada scomparve alle sue spalle, nascosta da una motitudine dorata di spighe. Pensò alle giunchiglie di Wordsworth**, ma si corresse immediatamente; no, quelle infiorescenze, il loro colore così pallido e quasi morto nella nebbia mattutina dell’alba non avevano nulla a che vedere con la visione del poeta, tanto erano distanti e tristi, non danzavano con prepotente vitalità, ma si limitavano ad oscillare impotenti alla brezza gelida e sibilante, non parevano astri lucenti,ma gusci vuoti e privi di essenza che si allungavano come artigli dal sottosuolo. Il suo respiro si fece più affannoso mentre avanzava. Si era prefissato di proseguire in linea retta fino alla fine del campo, una volta uscito avrebbe cercato la casa, o avrebbe strisciato fino ad essa con i gomiti, dato il dolore alla gamba che si intensificava ad ogni contrazione muscolare.
Non avrebbe retto più di mezz’ora se si fosse perso in mezzo a tutto quell’ondeggiare mortuario, e solo il cielo sapeva quanto fossero insidiosi i campi di grano. Perdersi era facile e veloce come sbattere le palpebre in una giornata assolata: al primo istante si svoltava a destra, al secondo a sinistra ed al terzo si ci perdeva nella vastità e nel silenzio. David continuò a camminare, a denti stretti, voltandosi occasionalmente al frusciare ed allo stormire delle spighe dietro a sé. Non riusciva più a sopportare il dolore. Cercò di concentrarsi su qualcos’altro, un’immagine, un volto..
E, dopo tanti anni di silenzio ininterrotto da parte di un angolo della sua memoria, la parte più recondita ed antica dei suoi ricordi, in mezzo alla foschia ed all’erba giallastra, riapparve l’unico viso che per anni aveva cercato di cancellare dagli occhi. Faith. Il suo volto era impresso a fuoco nel suo sguardo mentre si trascinava sempre avanti, il biondo scuro dei suoi capelli si confondeva ora con le spighe di grano che si inclinavano lente, gli occhi azzurri come specchi d’acqua con l’angolo di cielo che la nebbia non riusciva più a celare. «Vattene» pensò con intensità David, mentre cento urla di dolore esplodevano in cento e cento scheggie ed un’altra voce all’interno della sua mente si aggrappava a lei, al suo ricordo, così presente che il corpo sentiva che, se avesse osato alzare un braccio, l’avrebbe sfiorata e avrebbe di nuovo sentito il profumo di erba appena tagliata, avrebbe giocato con le sue trecce piene di margherite, di viole, di spighe verdi e gialle alle soglie della primavera, avrebbe contato le lentiggini sulle guance ancora e ancora, sempre, sempre, sempre, in un’immenso turbine di ore, secondi, minuti infiniti ed identici.
Grosse lacrime gli scendevano ora lungo le guance, lavavano via il sangue, lo sporco e facevano passare l’aria, respirava con la bocca aperta, irregolarmente, a grandi boccate, tra singhiozzi sommessi.
Non avrebbe mai dovuto salire in macchina, pensare di poter tornare là e non trovarla e stare bene e vivere, vivere, quando la sua vita era finita.
Se David fosse stato cosciente e lucido, avrebbe imputato tutte quelle sensazioni, quelle visioni al dolore. Ma la sua mente vagava, lontana da quel campo di grano, dalla nebbia, dall’alba del presente e si allontanava in un altro campo di spighe gialle come il sole d’estate e non frusciavano, lasciando frinire le cicale con dolcezza nell’afa e nell’assenza di vento. Allora lo spazio non faceva paura. La ragazza correva davanti a lui, lo prendava in giro, rideva e David, il giovane David, la seguiva, stava al gioco, rispondeva ai suoi richiami. Faith spariva ogni tanto dalla sua vista e si confondeva prima con il grano biondeggiante e poi con il disco incandescente del sole, si fondeva con esso e si scindeva continuamente. Sembrava che il Paradiso non avesse nulla di più bello da offrire. Nessuno gli aveva detto quanto fossere pericolosi quei campi, né che era il periodo della mietitura, né che i sentieri non erano ancora stati liberati. Lei correva e lui correva, lei rideva e lui rideva, senza pensare. Erano sordi al mondo, ciechi alla vita, concentrati l’uno sull’altro. E poi, così d’un tratto, Faith era sparita. Subito aveva pensato ad uno scherzo della ragazza, ma non si decideva a venire fuori. Aveva chiamato e chiamato, corso, urlato e si era perso. Quando era uscito dal campo e avava visto i contadini riuniti ad una capannina non vi aveva dato molto peso, ma si era avvicinato per chiedere aiuto, magari avrebbero potuto.. si era bloccato. Aveva visto il cappellino di Faith sul trattore più grosso di uno degli uomini ed il sangue che colava giù sulla gomma spessa e nera della ruota. Poi l’aveva vista, riversa sulla schiena. Era irriconoscibile, il sangue le copriva tutto il corpo, le trecce bionde, le lentiggini, le labbra e persino gli occhi azzurro acquamarina, ancora sbarrati. David cadde, tornando bruscamente al presente, dritto sul viso. Sentì un dolore nuovo penetrare nella gamba destra che lo sorreggeva, poi un altro, in rapida successione al fianco destro, alla spalla, la caviglia sinistra. Sentì qualcosa che digrignava i denti nella sua carne e poi li affondava ancora ed ancora. Urlò fino a sentire i polmoni cedere e poi urlò ancora quando il dolore si rinnovò. «Basta! Basta! Ti prego» mormorò a bassa voce «Ti prego, fallo smettere. Fallo smettere una volta per tutte! Basta!» Gli sembra di udire dei corvi gracchiare lontano. Dei guaìti… Poco dopo, il dolore cessò. La vista di David si oscurò di nuovo e l’uomo desiderò fosse per sempre.

Qualche ora dopo si svegliò con fitte lancinanti in un letto dimesso accostato ad una parete storta e spoglia. Accanto vi era un piccolo focolare ed un tavolino di legno. Cercò di sollevarsi, ma cadde rumorosamente sul piccolo giaciglio. Un uomo anziano comparve sulla soglia. Aveva la pelle arsa e scurita dal sole, con profonde rughe che gli marcavano il profilo del viso e dita lunghe ed ossute. Svenne di nuovo.

Quando riprese conoscenza si ritrovò disteso nel campo e, nel momento in cui si alzò, una nuvola nera di corvi si alzò infuriata dal disturbo della sua presenza.

Riprese a camminare,ma smise di chiedere, diretto verso Mountain River, un punto avvolto ancora nella nebbia.
Questa volta,però, la nebbia era solo nei suoi occhi,persi nel vuoto.

 

 

_____note: ______

* «Jurassic Park»: romanzo di M. Crichton pubblicato nel 2005.

 ** « giunchiglie di Wordsworth » W. Wordsworth; Daffodils; Lyrical Ballads

Mirage

Alzò gli occhi, le occhiaie nere che gli circondavano l’incavo e sottolineavano gli zigomi ossuti e lievemente sporgenti. Ancora una volta si ritrovò accecato dal sole cocente che si avvolgeva attorno al paesaggio in spirali incandescenti di calore. Il sudore gli impregnava ogni angolo del volto e la pelle gli bruciava senza tregua.
Si trascinava con i gomiti, arrancava ansimando, la bocca asciutta e spaccata, le mani che affondavano nella sabbia rovente.
Nella luce infuocata gli parve di vedere una figura avvicinarsi a ciò che rimaneva di lui. Con un ultimo sforzo si costrinse a tendere la muscolatura del collo e tenere aperti gli occhi ridotti a piccole fessure. Sentì il fruscio della seta,il profumo delle bacche di loto da terre lontane ed una brezza quasi impercettibile che gli sfiorava le guance arse e spaccate come il terreno che si era lasciato alle spalle.
Pensò di essere morto e sorrise.
Guardava quell’esile visione farsi più vicina. Il suo volto era perfetto,le sue labbra rosse come vampe scintillanti,l’abito che portava era verde smeraldo, gli occhi azzurri come sorsate di acqua fresca. La pelle color caramello brillava come oro sotto i raggi del sole.
Le tese la mano. Rideva.
Sfiorò qualcosa di gelido ed il sorriso morì subito sulle sue labbra.
Sentiva ancora il caldo sulla sua fronte e sugli avambracci, la sabbia gli graffiava i gomiti e le ginocchia, la sete gli attanagliava la gola in una stretta mortale, ma la sua mano tesa sentiva ed affondava in qualcosa di diverso dalla rena del deserto. Si avvicinò di più, a carponi.
Acqua!
Vi affondò il viso completamente dimentico del luogo in cui si trovava. Spenta la sete, si guardò intorno. Si trovava in un’oasi tropicale spoglia, adorna solo di una piccola palma da datteri sperduta nel nulla. La pozza d’acqua era considerevolmente piccola e sporca.
Riempì la borraccia e si distese all’ombra dell’albero, pensando alla figura dalla pelle bruna.
Si sarebbe rimesso presto in cammino verso la prima città. Fino a quel momento le uniche ombre che aveva intravisto tra gli sterpi rigidi e secchi erano state quelle di lucertole che si erano ritirate di corsa nelle piaghe della terra prosciugata; in poco tempo,sperava,avrebbe rivisto la civiltà. Civiltà! Quella parola aveva assunto un significato così ampiamente distorto che ogni relitto umano con un bel cappello vi rientrava senza fatica, come il topo di fogna che lo aveva spedito in quell’angolo di sabbia dimenticato da Dio e dagli uomini. Fece uno sforzo per alzarsi e si scrollò la polvere di dosso, controllò la borraccia e si coprì gli occhi con la mano per vedere qualcosa. Doveva mettersi in cammino in fretta: la notte sapeva essere crudele con il viaggiatore incauto. Il gelo scendeva rapidamente ed entrava nelle ossa, fino al midollo. La morte non poteva essere tanto diversa,forse era più dolce, più mite.
Con questo pensiero si avviò un’altra volta, immerso nell’afa e nella sabbia.
Ancora una volta,verso una scintilla di vita, un’ancora di salvezza, un vero miraggio nel sole infuocato del deserto.

il Mare

Brian passò l’indice sulla fotografia ingiallita che ritraeva le colline che circondavano il paesino di campagna. Per un istante si proiettò dentro l’immagine, avvicinandosi ai grandi pascoli di erba verde, inumidita di rugiada. Sentì i campanacci delle mucche, il belare delle pecore che chete pascevano gli steli sottili. Un campanile, poco lontano, scandiva l’ora e i rintocchi dell’enorme campana di bronzo risuonavano per tuttala vallata, ampliandosi. Quella casupola col tetto rosso di tegole, sulla destra, è la casa della signora Hatchings,la moglie del fornaio, che già di buon’ora spazza il viale di ciottoli davanti alla porta, con il suo bel grembiule rosato e le sue braccia robuste, mentre i figli dei vicini, i Perkins, Joe e Colin, corrono giù per la via parallela, in sella alle mountain bikes, diretti con tutta probabilità al campo di pallone.
Poco più a valle abita Andrew Terson, in un cantuccio con il prato all’inglese ed un pull-over a scacchi, che aspetta di salutare Miss Tiana LaMont, la figlia del lattaio, la più bella ragazza di tutto il paese, mentre si dirige verso il fioraio o dal libraio.
Brian respira la brezza serale a pieni polmoni e si guarda intorno rapidamente per tornare alla fotografia.
Nella casa sull’altra collina abita la famiglia Dale e, nello specifico, Sarah e Jason Dale, i quali hanno due figli, Brian e Margaret. Margaret si fa i codini e li stringe con due bei fiocchi rosa, Brian guarda pensieroso fuori dalla finestra il sole che già inonda la stradina e si riflette nelle pozzanghere. La sua mente è lontana mille miglia dal suo corpo. Qualcosa lo colpisce e si volta, una voce lievemente irritata gli giunge all’orecchio come un boato.
«Brian! Bri-an! Mi stai ascoltando?»
«Si, mamma.»
«Zia Martha sarà qui a momenti. Comportati bene, mi raccomando. Saremo di ritorno tra due o tre ore. »
Brian annuisce piano. Zia Martha è una vecchia pazza in fissa per i gatti e con la fobia della polvere e dei germi. Sospira e rivolge nuovamente la sua attenzione alla strada per vedere i Perkins sfrecciare a tutta velocità (a tutta birra,bro!) giù per il sentiero, ridendo. Li segue con lo sguardo finchè non spariscono dietro gli alberi.
«Ah, e quando torniamo ti porto giù in paese a farti sistemare quei terribili capelli. Santo cielo, sono cresciuti ancora.”
Il volto del Brian adulto si distende in un lungo sorriso. Ha ancora i capelli lunghi, pensa, passandoci una mano attraverso.
Zia Martha arriva puntuale e lei e Brian salutano i genitori dall’uscio.
«Divertiti, Maggie!» dice Brian alla sorella che lo saluta dal finestrino dell’auto.
«Ti porto un ricordino!» risponde lei sorridendo prima che la macchina esca dal vialetto per dirigersi verso la stazione. Maggie andava in campeggio e non sarebbe tornata prima di due o tre settimane.
Zia Martha si siede sul divano ed invita Brian a mettersi vicino a lei per raccontargli uno dei suoi infiniti racconti di gioventù (quando le ragazze erano signore e i giovincelli galantuomini..). Era lì che lo aveva conosciuto per la prima volta, nei ricordi sparsi e arrangiati confusamente della zia. Ne parlava piano, sottolineando i dettagli, le scalanature, i contorni di quel meraviglioso paesaggio: il mare. Un’immensa distesa di acqua salata che si stagliava contro il cielo azzurro e si infrangeva su picchi di roccia scoscesa e fini grani di sabbia.
Brian prende un secondo respiro profondo e tende di nuovo l’orecchio ai rumori del presente.
Distoglie lo sguardo dalla fotografia e guarda di fronte a sè. Chiude gli occhi e li riapre lentamente, aspettandosi di trovare la sua camera, l’intelaiatura della finestra o il suo studio, ma questo non succede. Brian (il Sognatore) è perfettamente sveglio e ciò che vede non è un sogno più di quanto lo sia la sua stessa esistenza.
Il suono delle onde è dolce e ritmato, il profumo di salsedine è così intenso da riempirgli i polmoni, inebriandolo. Il mocassino ha una scarsa presa sui ciottoli sparsi per la spiaggia, ma non gli importa.
Pensa a sua madre, a suo padre ed al suo studio, ma, più che al resto pensa alla sua condizione. Di salute fragile, aveva lasciato il paese solo all’età di venticinque anni e solo in quel momento era riuscito a vederlo, quel titano degli elementi.
è maestoso,imponente.
Il sole tramonta lento e incendia l’orizzonte. La vasta piana acquamarina sembra un’enorme piattaforma fiammeggiante.
Brian si rivolge verso l’ammasso di rocce (scogli, mio caro, si chiamano scogli) posizionate lì vicino ed inizia a scalare la prima (Brian, stai attento a non cadere!).
Si ferma, il respiro un po’ più affannoso, e si leva la giacca di pelle.
Guarda di nuovo l’orizzonte e poi la spiaggia.
I ciottoli sono disposti caoticamente ed armonicamente nello stesso tempo. Non è sabbia dorata e rovente come quella che Maggie gli aveva portato dalle Hawaii (quelle piccole macchiette rosa, B.. sì, quelle, sono delle minuscole conchiglie), ma, a suo avviso, è uno spettacolo ugualmente meraviglioso.
Guarda tra le fessure: l’acqua forma dei mulinelli di schiuma bianca e sottile tra il muschio ed i molluschi, rotea, si erge quasi strisciando tra le venature e si ritira nel ventre dell’oceano in rapidissimi e dolcissimi scrosci.
Il sole, ancora tiepido, gli scalda ora gli avambracci e le gote pallide e scavate.
Dà un colpo di tosse che gli incurva la schiena, il mondo intorno vacilla, vortica come la spuma marina e di nuovo si trova ad inspirare profondamente. Sente le costole rotte schricchiolare, la cassa toracica si alza e si abbassa ritmicamente, seguendo le onde. Le pupille si restringono e non sono più grandi di una capocchia di spillo. Cerca di seguire la zigrinatura dello scoglio (respira, B). L’inalatore è nella valigetta che giace abbandonata a riva ad una distanza che in quel momento sembra infinitamente grande, una muraglia invalicabile. Inspira una seconda volta. L’odore di sale torna a riempirgli le vie respiratorie (Dannazione, B! Respira!). Dopo alcuni interminabili secondi riesce a buttare fuori l’aria. Gli lacrimano gli occhi e gli tremano le gambe e le mani. è scosso da altri due colpetti di tosse e si tiene alla roccia fredda ed umida mentre tira su il capo ed osserva l’orizzonte ancora una volta.
I gabbiani emettono striduli richiami e si allontanano. Nel cielo si vedono ora le stelle e qualche nube leggera che vela la luna che piano si alza nell’oscurità.
Brian si alza e si dirige verso la spiaggia, raccoglie la valigetta e la giacca di pelle. L’albergo non dista molto, pensa. Con un ultimo sguardo saluta l’oceano e si ripromette di tornare l’indomani. E il giorno dopo ancora e quello successivo, come l’alta e la bassa marea, attratto dalla meravigliosa, aggraziata forza del gigante terrestre.

Pagina numero 6

Mi svegliai una mattina ,come al solito,e mi parve di non aver mai davvero aperto gli occhi fino a quel momento. Mi trovavo in un mondo che non era il mio, che da me prendeva le distanze e non mi consentiva di rientrare. Più mi guardavo intorno e più mi sentivo strano,un di più,qualcosa in eccesso, quasi, dico ora con il senno di poi, come quelle masse grasse nel nostro organismo delle quali non capiamo bene l’utilità e ci sembrano più dannose che altro.
Ero disgustato,sì proprio schifato, direi,da quel che mi circondava. Quasi balzai fuori dalle coperte e per poco non saltai fino al lampadario. Ricordo che fuori c’era il sole quel giorno ed il pavimento mi parve oltremodo freddo. Freddo che, per qualche istante, mi aveva fatto percepire ciò che prima stimavo essere verità, ciò che (questo lo seppi solo dopo) veniva definito “stadio precedente”.
Mi ero recato al lavoro con l’aria di un cane bastonato, saltavo su per niente e non ne volli nemmeno sapere di prendere l’autobus. L’autobus! Figuriamoci! Io che avevo la fobia della gente, prendere un mezzo pubblico!! Il solo pensiero mi provocava un leggero rantolo in fondo alla gola e piccoli gemiti di terrore che precedevano il panico risalivano su per la trachea,immobilizzandosi sulle labbra,incastrati tra i denti serrati. Il risultato fu che mi presentai con un lieve ritardo e mi chiusi subito nel mio cubicolo. Lì ricominciai respirare, poco poco, piano, mentre mi dedicavo alle mie carte ingiallite.
Se qualcuno bussava alla porta, rimanevo lì a fissarla diversi istanti, muto, finché l’incauto visitatore o se ne andava o la socchiudeva appena per avvertirmi di quando in quando dell’arrivo di un nuovo documento o di un errore in sala stampa ,una volta persino della pausa pranzo, per sentirsi rispondere, qualunque fosse la richiesta, con un breve, serafico, cenno del capo, tanto da far capire che avevo sentito e che approvavo o che rifiutavo. Poi, ancora ansante, ritornavo al mio lavoro cercando di immergermici completamente.
Tornando a casa (ormai si era fatta notte) mi fermavo ad osservare la luna oppure stelle e solo in quel momento le mie labbra si distendevano in un sorriso di sollievo.
Passò poco tempo prima del mio licenziamento. Da quel momento in avanti fino ad oggi rimasi chiuso in casa e non ne uscii più. Mi facevo portare letteralmente ogni cosa davanti allo zerbino di casa: prima da alcuni parenti, poi, quando essi si rifiutarono di incoraggiare oltre la mia inspiegabile ed insensata fobia, usai i servizi a domicilio. I miei familiari, facendo ciò che credo reputassero un enorme favore nei miei confronti o quantomeno nei confronti della mia salute e/o della mia sanità mentale, mi inviarono alcuni medici a casa, dei dottoroni con tanto di laurea sottobraccio, al fine di farmi uscire o limitare ciò che avevano etichettato come “agorafobia” e “nevrosi”. Nevrotici, pensavo, e penso (la mia opinione in merito non è granchè variata da allora), erano loro, se riuscivano a vivere in un mondo come il nostro senza chiudersi in casa come me.
Smisi di guardare il telegiornale e disdetti l’abbonamento ai quotidiani fatto in precedenza.
Un giorno bussò alla mia porta un professore vestito in maniera così umile e con un’aria tanto amichevole che in un primo momento lo scambiai per Il fattorino della farmacia che avevo chiamato circa una mezzoretta prima. Si accomodò all’interno,una volta accertata la sua identità, e mi parlò molto normalmente, senza soffermarsi, come i suoi colleghi durante le loro visite precedenti, a guardare le fotografie di famiglia né i vari tic che erano comparsi sul mio viso e che, incontrollati, riaffioravano ogni qualvolta un estraneo mi si avvicinava.
Fece poche domande non annotò nulla. Poi, con la disinvoltura che lo contraddistingueva,mi consigliò di prendermi un cane. Gli risposi che per me era ,nelle mie delicate condizioni, impossibile adottare un segugio: la scelta avrebbe infatti implicato scendere per la strada tra la folla ed essere costretto ad interagire con essa,cosa per me,fuori dal mondo. Si offrì lui,allora, di recarsi personalmente al canile municipale, portarmi il cucciolo senza addebitarmi un centesimo, in quanto esso veniva da lui ritenuto indispensabile per la mia cura. Fu un uomo di parola, ma con il piccolo cocker arrivò anche un’altra dispensa : avrei dovuto tenere un diario quotidiano ed aggiornato delle mie attività e delle mie riflessioni. Gli risposi che già scrivevo ,ma niente: voleva proprio un diario fatto e finito. A quel punto gli chiesi se fosse interessato a leggerlo. Mi disse di no , che non era necessari. Il cagnolino mi teneva in quei giorni tanto occupato mentre saltava di qua e di là sventolando come fosse stata una banderuola la sua coda. Dopo poche settimane riuscimmo a diventare buoni amici ed il dottore ci faceva visita ogni 2 settimane,anche se, confesso, mi ci volle più di un mese a prendere confidenza con lui, la metà del tempo che mi ci volle a dialogare col cane.
Passarono così tre mesi e l’ansia era meno pressante,il giorno meno spaventoso , ma il traffico che giungeva me dalla finestra ed Il brulichio cittadino non mi suonavano meno pericolosi.
Un giorno, preso da non so quale impavido demone che non oso chiamare coraggio, mi spinsi, tra un’ esitazione ed un rantolo, fino alla farmacia all’angolo : sembravo tornato dall’aldilà, un fantasma tutto pelle ed ossa, pallido, malaticcio , così magro da poter dare l’impressione di fluttuare. Un sorriso nervoso era apparso a scarnificare le guance, sotto, gli occhi erano lividi e gonfi, le dita erano ossicini tutte tendini con unghie semi distrutte.
Appresi solo in seguito il significato del cane e del diario perchè il saggio dottore , che non ringrazierò mai per il suo servizio, si rifiutava di dirmelo fino a terapia conclusa.
Dalla farmacia passai, dopo altri due mesi, al supermercato, ma la prima volta , preso dal panico, mi toccò scappare a gambe levate. Tornai successivamente e con successo: finalmente le strade avevano smesso di essere minacciose sebbene ancora oggi io non riesca ad accettare ad occhi chiusi tutto ciò che mi circonda, me ne stacco in maniera consapevole.
Il diario, mi spiegò il mio dottore una volta  ripreso il mio lavoro e quindi  dichiarato non sano, perché non ero malato, ma ‘integrato’, perché non ero più estraneo al mondo ed alla mia essenza, serviva a mio stesso vantaggio per riappropriarmi della mia coscienza, della mia realtà, il cane serviva gli altri per far si che potessi re-imparare a rapportarmici.
Il dottore la chiama “autodifesa ” : non è psicosi o uno stato psicologico preoccupante,ma un rimasuglio di istinto che tutti presentiamo a livello inconscio. Alle volte, essa, l’autodifesa, non si sveglia mai, altre s’impara ad integrarla nel nostro essere, accettandola come parte di noi che non siamo in grado di comprendere, ma solo di seguire ciecamente, altre volte, invece, (e questo è il mio caso)si va nel panico, non si accetta,si tenta disperatamente di proseguire per collegamenti logici, così ci domina, prende il controllo mentre noi lo perdiamo.

Evanescenze

L’ uomo si guardò intorno.
Tutto era tornato all’ordine precedente.
Faceva paura conoscere il passato di quelle quattro mura,ma era una realtà dalla quale scappare era pressoché impossibile.
A cosa serviva,dunque, affannarsi tanto?
Le finestre si coloravano di rosa,mentre il sole scompariva per riapparire nell’altro emisfero.
La temperatura scendeva moderatamente.
Lei sarebbe arrivata presto.
-Presto- ripetè -Presto..-
Seduto sul letto,Wayne fissò lo sguardo sul ripiano. La vendetta,quella sera,sarebbe scorsa dalla sua giugolare. Come ogni giorno scorreva nel bicchiere. Sera dopo sera. Al “Macey”. Dove il buon vecchio Al non faceva storie per un doppio. Dove lo stesso Al gli levava non solo il rigonfiamento nel portafogli,ma anche le chiavi del pickup. Da dove tornava a casa sbronzo oltre che appiedato. Dove non sarebbe più tornato. Non dopo quella sera. Lei sapeva dov’era. Non se ne rammaricava,però. Ciò che più lo tormentava erano i fantasmi. La sua mente pullulava di spettri dai volti agghiaccianti, le unghie rotte e ed insanguinate. -non incolpatate me, ragazzi.- mormorò a denti stretti. Era colpa loro se lei li aveva presi tutti,uno dopo l’altro. Quei cretini. Quei cretini dei tuoi amici,si corresse. Dei tuoi amici da bar. Cal,Alan e Jack. Tutti morti. Era giusto così. O no? Era da considerarsi innocente,lui? No. No.. Era rimasto lì,quella stramaledetta notte quando le porte dell’inferno avevano scricchiolato e cigolato, col suono della bottiglia che si infrangeva sull’asfalto e che riempiva l’aria di crepiti,fino a che le porte non si erano spalancate,vomitando il loro contenuto incatramato sulle loro teste quando l’innocente Sarah Barton era passata per quella via,sotto quel lampione. Ed i diavoli soffiavano sulle sue cicatrici ora,gettando il sale,là dove gli angeli avevano pianto,dopo aver distolto lo sguardo. Ed ora lei li cercava,assetata,il volto contorto,come il vetro che ancora giaceva per strada,trascinandosi per ogni via,ogni angolo buio,dove i vermi come loro strisciavano e si nascondevano, a vergognarsi e a redimersi ogni notte come la prima,ma quando l’angelo d’inferno era arrivato ad espiare i loro peccati ed a lavare la loro putridume dalle anime marcie ed consunte, avevano pianto come bambini e,forse, chissà,pensava Wayne,avevano provato davvero un senso di pentimento e davvero si erano inginocchiati, con pure e lucide lacrime che,per quanto fossero grosse, non potevano spegnere quelle fiamme ardenti che già si stavano avviluppando alla loro vita,più vive ed bramose a mano a mano che la consumavano. Il loro pentimento era scivolato lento sui vestiti e tra le mattonelle nere di carbone,ed ancora essi stringevano le loro preghiere blasfeme tra i denti. Se le bare fossero state aperte, si sarebbero trovati i loro corpi né più né meno anneriti di come erano risultati quando ancora il petto si alzava e si abbassava ritmicamente, la decomposizione era già iniziata da anni,sul grasso collo unto di quella bottiglia,spesso come la loro paura che cresceva ed urlava,sempre più forte,sempre più forte,drogata ed isterica. Lui l’aspettava lì seduto, l’orologio che ticchettava, impietoso. Guardò di nuovo la bottiglia che aveva posato sul comodino,il liquido amaro fermo sulla superficie. Si ricordò di quell’angelo di cartapesta dagli occhi di vetro che si erano infranti quella stessa ora di dieci anni prima. Forse ne avrebbe scorto le crepe, forse avrebbe visto solo il buio. Si sentiva la bocca asciutta e la gola bruciava,la sete che scavava solchi profondi. Alle dieci,la porta si aprì con dolcezza e la sua figura,slanciata e curvilinea si fece largo nel buio. La mano sottile ed aggraziata premette l’interruttore. Lui sapeva che lei voleva vedere, che voleva nutrirsi e magari,magari la sete di entrambi si sarebbe placata,dopo quella notte.
L’accettò così com’era.
Strisciò, un’ombra lunga sotto la porta, come fantasma, pallido, lucido e vivo. Il volto coperto. Quando lo scoprì, il sangue e il tempo parvero fermarsi e rimanere sospesi nell’aria e su di loro. Un brivido nel silenzio di ghiaccio. Non parlò mentre si avvicinava, la brama impressa negli occhi chiari e lucenti, che non erano cambiati da come se li ricordava. Mentre sentiva il gelido metallo della lama sulla pelletipida, avendo rinunciato a ogni difesa, in un tentativo di espiare le sue colpe, di lavarsi col sangue che anch’egli aveva contribuito a versare, mentre pagava il suo debito con la vita, si ricordò pochi versi, semplici parole che riaffiorarono senza un perché o un per come o un percome mentre tutto il resto svaniva ” il cimitero è uno spazio aperto tra le rovine, d’inverno pieno di violette e margherite. Potrebbe far sì che qualcuno si innamori della morte, pensare che si debba essere seppelliti in un posto così dolce”. Così,con Shelley che lo cullava dolcemente, a poco a poco, scompariva in un mare di nulla di nebbia ed incertezze, in una calma ferma, solitaria e priva di rimpianto.
E per un attimo,un solo attimo, la paura che aveva dominato e riempito tutta la sua vita da quando ne aveva memoria sembrò dissolversi e si accorse che mai come il quel momento aveva desiderato, con così tanta violenza, vivere.
L’alba già entrava dalla finestra.
Tutto era in ordine… fatta eccezione per l’uomo disteso sul letto che sorrideva, vestito a festa, il sole intrappolato tra l’iride e le ciglia.

Viaggio

La guardiamo,senza capire,senza neanche pensare. Ancora non ci crediamo. Ci sentiamo il cervello esplodere,ronzare,come uno sciame impazzito e distruttivo. Più la guardiamo,più lo spazio attorno a noi si avvolge in una spirale senza fine,si apre in un precipizio sconfinato davanti a noi,mille e più rami si snodano da un limpido filo di pensieri che trovano da soli un ordine impeccabile,disponendosi senza emettere un suono. Continuiamo a guardare,senza poterci separare da quell’essenza che supera il confine della realtà conosciuta,che spezza il legame con la logica,che infrange senza pietà alcuna tutte le leggi della fisica.
Si potrebbe parlare,anche se in maniera più che relativa, di reset automatico delle conoscenze acquisite,perchè, nel punto dove siamo in questo momento,tutto è nulla e, allo stesso tempo, il niente è ogni cosa,diviso in mille miliardi di particelle invisibili ed inquantificabili.
Questo è lo snodo non solo del tempo,ma l’origine della vita e della morte; questo è il punto dove il cerchio si chiude e si riapre,questo è quel calcolo infinitesimale che ognuno cerca di portare all’ultimo decimale,è l’alfa e l’omega, l’esistenza e la non esistenza assieme.
La nostra mente si schianta senza successo,cercando di razionalizzare,cercando una sporgenza a cui aggrapparsi per non annegare in quel buio.
Proviamo a pensare ed una scarica elettrica ci colpisce come una frusta che schiocca in mezzo al silenzio del vasto e maestoso spazio.
Ci agitiamo in preda a spasmi e le nostre urla echeggiano d’intorno, perdendosi in un soffio di vento.
Due lacrime ci rigano le guance e,mentre la parola pietà si affaccia timida ed incerta sulle nostre labbra socchiuse,tutto cessa,così com’era iniziato.
Riapriamo piano gli occhi.
Nulla è cambiato,o meglio,tutto intorno a noi è diverso,ma ancora indescrivibile,ancora etereo,informe, come un’idea,impalpabile,fisicamente inesistente, eppure presente,opprimente. Ci si sente in una prigione senza porte,senza mura,ma dalla quale la fuga non è neanche concepibile.
Allunghiamo una mano,incontrando il niente ad attenderci.
La paura sostituisce la meraviglia nel riflesso dei nostri occhi , le pupille come pietre nere lucenti,larghe e quasi vuote,in cui ogni cosa si riflette e splende.
Il nostro petto si muove frenetico,su e giù ed il nostro cuore sembra più grande,più pesante,più lento,quasi come se,da un momento all’altro,si dovesse fermare con un ‘Tum’ più secco degli altri.
Chiudiamo gli occhi ed ascoltiamo.

– Attendiamo –

Quando riapriamo gli occhi, ci manca poco che la luce ci accechi.
Li socchiudiamo,cercando di scermarci con il palmo della mano. Dopo qualche istante, quel bagliore si affievolisce,diventando caldo,piacevole,confortante,sicuro.
Ci guardiamo di nuovo intorno.
Le vie hanno ora ripreso a confluire l’una nell’altra,ad unirsi ed a separarsi di nuovo,come tanti piccoli e contorti corsi d’acqua,veri e propri fiumi di luce scorrono verso l’alto,intrecciandosi tra di loro,formando un albero di proporzioni incredibili sul quale si posano,a poco a poco,piccole gocce d’acqua tondeggianti,che si staccano dal terreno e vi si attaccano con grazia e naturalezza.
Rinunciamo,quindi, a razionalizzare ciò che i nostri occhi ci mostrano.
Non ha importanza il perchè succede tutto questo.
Ci avviciniamo all’albero,incerti sul da farsi, e ne ammiriamo i lunghi e spessi rami,il tronco robusto formato da migliaia di rivoli di pura luce,intricati, disposti in una fitta rete,uno sull’altro. Dai folti rami,in continuo movimento,goccioline spiccano come perle lucenti che riflettono il bagliore dei fiumi del colore dell’oro. Non vi è altro intorno,anzi, tutta la struttura pare non poggiare su niente. I corsi sono confusi e di varia origine.
Sorridiamo mentre un sentimento di pace e di tranquillità ci invade.
Lo lasciamo entrare,lasciamo che ci prenda,che penetri in ogni singola fibra del nostro corpo teso,nelle vene,nelle ossa,nei tessuti,nei polmoni,nel cuore lo sentiamo pulsare e muoversi,quasi danzare.
Respiriamo: l’aria profuma di pino e di muschio,il silenzio circonda ogni cosa,mentre tutto intorno si muove con armonia e grazia; nulla è fermo,tutto circola. Guardiamo sotto di noi, con attenzione,questa volta. I fili di luce che si arrampicano,scorrono in maniera circolare,in mezzo al vuoto,creando un reticolo che assomiglia ad un grande gomitolo di lana. La luce scorre sempre con la stessa velocità,dalle radici alla punta dei rami,per svoltare e dolcemente ridiscendere e cominciare da capo. I nostri occhi sono più addolciti,le pupille sono distese e,come le gocce d’acqua appese, riflettono tutta quella meraviglia.
Il cuore è quieto,come non lo era mai stato.

– Nessun rumore vibra nell’aria. –

Questo è l’inzio,pensiamo,mentre volgiamo,ancora una volta,lo sguardo verso quell’albero.
Ad un tratto senza preavviso,come un foglio di carta che viene a contatto con la fiamma,le estremità iniziano a piegarsi ed a scurirsi. I rami,prima lineari ed armoniosi,si contorcono come dita lunghe e scheletriche che tendono ad afferrare il vuoto che si snoda attorno a loro. In pochi istanti il liquido ambrato sfuma e si annerisce,diventando denso e rosso sangue, di consistenza pastosa, ma senza smettere di intrecciarsi e di muoversi anche se piano. Le tenere goccioline che prima si congiungevano al quieto albero dorato mutano in spine ricurve e nere come petrolio che pungono i rami sottili,forandoli. Da quel piccolo foro ne esce quel liquido putrido e viscido che si allunga fino a raggiungere i rigagnoli che ora formano le radici,contorcendosi come serpenti, liane di catrame pendono ed oscillano. Un vento gelido ci fa correre un brivido lungo il collo,dove portiamo istintivamente le mani,il battito cardiaco accellera,il piccolo cuore che batte nel petto in maniera frenetica come se dovesse scoppiare,il sangue che pompa nelle vene,quasi ci assorda,le pupille si restringono fino a diventare sottili come spilli. Vogliamo correre,allontanarci,ma non è possibile,le nostre gambe inchiodate al terreno. Chiudiamo di nuovo gli occhi, un solo pensiero che oscilla nella nostra mente: che sia così la fine?

– Preghiamo il nulla,il buio,il silenzio.. –

Cerchiamo l’albero dorato nella nostra mente ancora una volta,annaspando nell’aria irrespirabile,contorcendoci come il sangue che si agita nell’albero,un albero che,a poco a poco,marcisce e,come uno stelo annerito dalla pioggia e dal gelo,si piega su se stesso e muore,fischiando e sibilando,mentre il vento ne sparge le ceneri.
Quando torna il silenzio,apriamo prima un occhio e poi l’altro,le mani ancora a coprirci le orecchie,le gambe accostate al petto,il cuore che ruggisce e freme.
Siamo seduti per terra,il rumore della pioggia che batte sui vetri della nostra finestra,il pavimento gelido che reclama il contatto con la nostra pelle e con i nostri vestiti.
La luce è spenta,solo ora ci ricordiamo che è da qualche ora che non ci viene fornita. A tentoni tastiamo il pavimento e le nostre dita,ancora tremanti,afferrano un cilidro metallico. Cerchiamo il pulsante rivestito di plastica ed in un secondo,una volta che i nostri polpastrelli lo tastano,lo premiamo. La luce di una piccola torcia elettrica illumina la stanza,facendoci ripiombare nella realtà. Non ci sono alberi nè ambrati nè scarlatti intorno,solo il suono della pioggia..ascoltiamo bene: la tempesta infuria anche dentro di noi e,per l’annesima volta, abbassiamo le palpebre ed ascoltiamo. Nel vuoto della nostra mente proiettiamo l’albero d’oro,le gocce,il muschio ed il pino silvestre che ci inebriano con il loro profumo ed il cuore si ferma.
Ancora una volta si parte, incomincia un altro viaggio.