Chiamami

Chiamami una volta al mese
ti racconterò qualche fatto
importante e qualche frivolezza
come del giorno in cui
ho sfiorato due frontali
e alla radio andava
“Crash! Boom! Bang!”
e ho pensato all’ironia della vita
ed ho sorriso.
Chiamami una volta a settimana
ti racconterò che mi piace
il fresco contatto con questi ambienti
enormi e labirintici – ho una planimetria
schiacciata nell’agenda –
le menti impegnate che mi gravitano
attorno i sorrisi d’indipendenza
e la sorpresa di alcuni nel trovarmi qui.
Ti racconterò dei risvegli frenetici
del lunedì, che il mercoledì
non fa più tanta paura
e il sabato ha un andamento spesso
sussultorio.
Chiamami una volta al giorno
quando il mattino spazza il buio
a colpi di spazzola e liscia le nuvole
in lontananza.
All’ora di punta
quando ho mani impegnate
e solo lo spazio tra il collo e la spalla
da poterti dedicare.
Chiamami nel pomeriggio che sanguina
la sera quando i silenzi
affollano le stanze e i rumori
fanno sussultare.
Chiamami…
la notte è un ciclope da accecare.
Ed è più facile in due.

Terra straniera

donna nuvola

Sei come un paese lontano.
Potessi venire da te come una straniera
varcherei le tue frontiere di filo spinato
per conoscere i tuoi confini.
Proverei ad imparare i tuoi linguaggi
a camminare nei tuoi luoghi conosciuti
e ad addentrarmi in quelli nascosti
nei sentieri segreti invasi da rovi ed
edera stretta addosso
a qualche tua rovina.
E non mi stancherei di esplorare
e vagare e perdermi e poi ritrovarmi
parlare di te a tutti quelli che incontro
delle tue meraviglie e dei tuoi deserti.
E amerei le tue contraddizioni
il traffico del tuo presente
restaurato dentro le pieghe
delle tue lande passate.
E ti chiederei solo il tempo
altro tempo
un’ora un mese
una vita intera
il rifugio e la cittadinanza
nonostante talvolta il tuo cielo
sia avvolto di gelo
un clima misterioso
sospeso come prima del tuono.
E abiterei in te
come cosa abituale
come non ci fosse altro luogo
dove voler restare.

La finestra sul mondo

magritte

Era orgoglioso della sua finestra accanto al letto il signor Paolo. Una di quelle all’inglese con le cornici bianche, le tende sempre aperte per guardare il mondo. La moglie, quando lo vedeva affaticato gli ripeteva amorevolmente di chiudere gli occhi, fare dei respiri profondi e cercare di riposare. Lui le urlava contro con la voce rauca di lasciarlo perdere e che non gli era rimasto niente, nessun passatempo se non scrutare a fondo, guardare oltre, dopo quel maledetto 23 agosto di dieci anni prima, giorno della sua tremenda condanna che lo aveva costretto a vivere perennemente disteso. Il letto era diventato più intimo delle sue amanti e i muri e il soffitto una prigione bianca che male odorava di minestrine, medicine e la puzza di cateteri e pannoloni. Sapeva tutto di putrido e malato, nonostante la moglie Adele si adoperasse costantemente nella pulizia sua e delle stanza. Ma lui sapeva che era solo la sua mente a percepire quell’odore di stantio e soltanto il paesaggio dall’altro lato riusciva a farglielo dimenticare. Talvolta aveva quasi la sensazione di poter toccare il verde delle montagne così vicine, oppure di poter allungare la mano e sentire il picchiettio della pioggia, il calore dei raggi del sole o ancora poter acchiappare al volo una foglia di acero prima del suo arrivo a terra. Sentiva il pullulare della vita fuori, controllava spesso se i colori del cielo corrispondevano al trascorrere delle ore e immaginava i modelli delle automobili che passavano ogni tanto sulla stretta via sotto casa. Riusciva a sentire l’abbaiare dei cani, il rumore della sega circolare di Gino, il falegname del paese e la voce di sua moglie seguita dal suo ciabattare frenetico nel cortile, quando gli gridava di chiudere le macchine che era pronto in tavola.

Dal corridoio, tra una faccenda e l’altra, la signora Adele, si affacciava spesso per assicurarsi che al marito non mancasse niente e talvolta lo sorprendeva a sorridere da solo o,  girato su un fianco, ad indicarle con il dito una cosa che lo meravigliava: “Guarda Adele, che scia di rondini, è tempo di primavera!” oppure ” domani sarà brutto tempo, le nuvole si stanno spostando con molta velocità verso la montagna”. Adele rimaneva sempre molto turbata da ciò che il marito tentava di farle notare e scuoteva la testa nascondendo gli occhi lucidi e quando le giornate erano piene di rimandi a ciò che accadeva fuori, lei preferiva evitare di farsi vedere troppo.

Un giorno Paolo fu preso da così tanta agitazione, il corpo scosso da un tremore persistente, gli occhi sbarrati e il balbettio ostinato, che Adele, preoccupata, dovette affrettarsi a chiamare il dottor Santi, medico di famiglia e vecchio compagno di classe di entrambi. Quando questi arrivò, lo trovò ancora in preda alla disperazione, completamente intriso di sudore, con il respiro convulso per il troppo pianto e le mani a reggersi il capo. Dopo averlo visitato a lungo ed essersi accertato che non avesse niente di grave, fece per andarsene, quando Paolo lo bloccò biascicando qualcosa a un fil di voce: “Sai, caro Gustavo, mi ero ormai rassegnato a questo vivere immobile, a non poter sentire più le gambe, ad avere la spina dorsale fossilizzata, a farmi girare ad ore alterne prima su un fianco poi sull’altro, a non poter guardare fuori nell’ora in cui do le spalle alla finestra, mi ero anche abituato ai sondini, ai cateteri, agli aghi e a tutto ciò che si infila dentro e sotto pelle… lo potevo tollerare… diciamo. Ma vedi, quella” e indicò il muro di fronte a sè “… quella è proprio l’unica cosa che non posso perdonarle…. Come ha potuto farmi questo?”

“Paolo, chi ti ha fatto cosa? Cos’è “quella” Su spiegami!”

“Ma non lo vedi? Non lo capisci?” tentò, arrabbiato, di alzare il tono della sua voce che gli si strozzò in gola.

“Vedere cosa?”

“La finestra, Gustavo!!! La finestra!!! Mi ha fatto murare la finestra accanto al mio letto, quella da cui respiravo il mondo.”

“Ma Paolo, la finestra? Cosa dici? Ti giuro non… non capisco. Accanto al tuo letto?”

Il medico si voltò verso il punto indicato dall’amico e lo guardò attonito, poi continuò: “Da che mi ricordo io, accanto al tuo letto, c’è sempre stato il comò, con quel quadro di Magritte che odiavi tanto. Dicevi che era la negazione della libertà. Ricordi? Non c’è mai stata nessuna finestra da questo lato della stanza.

Adesso distenditi un po’, Paolo, e cerca di riposare.”

(Ri)Morsi

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Avevo un’altalena appesa sotto la terrazza

con due robusti ganci

e una tavola di legno per seduta

quattro mani di bambini a portarmi in alto

che chiedevano spesso

se lo stomaco sfrigolava lassù

e se desiderassi minuti in anticipo

per tornare giù.

Ma io stavo bene a guardare

vicino lontano

la stretta dei mattoni alla malta asciutta

i pezzi come puzzle incastrati a dovere

le geometrie del ragno

e immaginavo un solo salto

che finiva in volo e non in atterraggio.

Ero sognatrice

anche quando poco dopo

sopra la terrazza

gomiti puntati e palmi al mento

ero io pendolo oscillante tra due occhi

che abitavano la casa al di là del campo.

E lui porta con sé

ancora adesso

quel suo modo magnifico

di indossare le sue labbra

che col tempo non ricordano più

quante volte si siano cibate

di pane o seni.

Al pane invidio il sapore del morso

ai seni il suo languore.

Rumori

Alice aveva sentito dei rumori provenire dalla cucina. Era assonnata e l’ultima cosa che voleva era tirarsi su dal letto ad ispezionare la casa. In fondo abitava in un paese tranquillo e il suo appartamento affacciava su una delle vie principali del centro storico, luogo troppo in vista per far accadere qualsiasi cosa.
La sveglia sul comodino segnava le 2:34. Solo mossa da un senso di responsabilità, buttò giù le gambe stanche, le infilò nelle infradito e ciabattando ad occhi socchiusi si avviò per il lungo corridoio che portava nel soggiorno, lanciando un’occhiata alla camera dove le bambine dormivano pienamente. Sembrava apparentemente tutto tranquillo. Entrò in cucina e si avviò verso il lavello a luci spente. La cascata dell’acqua dal rubinetto dentro al bicchiere la svegliò completamente. La sua gola mandò giù ampie sorsate con rumori sordi. Sembrava che il sonno del vicinato dipendesse dalla sua abilità di deglutire in maniera silenziosa , anche se non ne era capace, e in quello spazio di mattonelle tra il tavolo e il lavello tutto sembrava amplificato.
Chi se ne frega – pensò.
Posò il bicchiere, si avviò a letto e solo dopo aver varcato la soglia tra la cucina e il soggiorno si accorse che la mascherina dell’accensione delle luci era sradicata dal muro e i fili penzolavano scomposti. Un fremito le corse lungo la spina dorsale, quando vide che tutte le prese sembravano degli impiccati sospesi nel vuoto. Provò ad accendere le luci lo stesso, in un gesto disperato di non voler comprendere la realtà, ma niente, i fili erano recisi e rischiò solo di prendere la scossa. Scrutò immobile l’oscurità immobile. Un silenzio ora avvolgeva la stanza. Nessun movimento. Tutta la sensazione nebulosa della violazione. Chi poteva essere stato? Perché? Dov’era adesso? La stava guardando di nascosto? Il pensiero corse alle bambine ma le gambe erano ferme, la costringevano ad essere inchiodata a guardare una scena surreale. Gli occhi vigili, invece, tentavano di trovare l’anomalia, la matassa del filo aggrovigliato. Eppure l’anomalia c’era, quel qualcosa che non era lì qualche ora prima e che stonava in mezzo al tappeto. Non un gioco, sembrava piuttosto il corpo di un animale, che la luce esterna deformava e trasformava un po’. Scorgeva appena un muso allungato e più su due piccole orecchie. Solo quello, niente corpo. Il sapore del vomito le salí in gola, ma decide di rimandarlo giù per non gridare. Doveva reagire. Scrolló la testa, aveva il fiato corto, chiuse gli occhi per concentrarsi, per cercare di muovere velocemente le gambe.
Si svegliò sudata con le gambe in corsa che avevano calciato e appallottolato le lenzuola ai bordi del letto. Quando realizzò che stava solo sognando rallentó le gambe, controlló il respiro e si calmó, anche se non del tutto. Erano le 2:34. Doveva alzarsi, bere qualcosa, ma il solo pensiero di andare di là la faceva tremare. Vinse la paura, si alzò, passò prima dal bagno poi si diresse velocemente in cucina, buttando un occhio nella stanza delle bambine che dormivano profondamente. Entrò in cucina a luci spente, aprì il fracasso dell’acqua che la svegliò, bevve e si avviò di nuovo verso la camera da letto, passando dal soggiorno. C’era qualcosa di strano al centro del tappeto che decise di controllare meglio al mattino. Ignoró le prese della luce e i brividi lungo la schiena. Le luci dell’alba avrebbero riportato tutto alle giuste dimensioni.

Caronte, occhi di bragia.

La donna continua a trascinare la figlia per la mano ossuta, mentre tiene con l’altro braccio il fratello, sfinito per la lunga camminata. Lo tiene come fosse un cencio, addormentato con la testa dondolante sul suo petto a lambirle la pelle, nella ricerca del seno ormai prosciugato dagli anni e dalle privazioni. Ha fretta, sente le gambe bruciarle. La notte è stata un calvario, una salita al Golgota, dove non si assiste a redenzione, ma il dolore continua, cambia forma, tramuta le sue intenzioni. I numerosi passi, gli affanni e le troppe ore in piedi contribuiscono a convincerla di stare facendo la scelta giusta, quella che la porterà insieme ai suoi figli alla svolta. La svolta… così ambita, così ricercata nell’ultimo anno, dopo la morte del marito, per mano nemica, in un campo freddo chissà dove nel bel mezzo del deserto.

Non pensare, non c’è tempo per lasciarsi andare. Allontana i sentimentalismi, le lacrime, i ricordi.
Devi correre, affretta il passo.
Non sentire la stanchezza, il disagio di scarpe consumate, di sabbia negli occhi, di pelle che brucia, di labbra asciutte, di sete.

Il mare è vicino adesso, si sente il sapore della salsedine, delle piccole goccioline che schizzano sui loro visi infuocati e portano ristoro, si sente il rumore delle onde e quello delle grida. La madre avvicina a sé la figlia, questo piccolo ossetto di dieci anni, che trema, sotto la spalla materna, come un uccellino glabro, il fiato corto, gli occhi, due pianeti confusi che orbitano ovunque.

Spingono, non avere paura, è solo per poco tempo.
E’ il prezzo per la salvezza, è solo il travaglio, che accompagna la vita che verrà, dopo lo strazio, la lacerazione della carne, la ferita.
Tutto si rimargina, rimane il segno, il ricordo, che puoi mettere da parte.

Gli uomini intorno sono sporchi, puzzano di sudore, di bava, di brama di soldi, di sangue ancora non versato o quello raffermo di lavoro sporco già passato, dimenticato. Quello che chiamano barcone è una bacinella, in cui sono intasate il triplo delle persone che potrebbero salire. Dondola, schiena ricurva ad ogni peso in più, bulimico di corpi. Ma la speranza non la fermi, supera le frontiere, fa incastrare membra a membra, un enorme puzzle umano di disperazione.

Fate salire anche noi, vi prego. Abbiamo fatto tanta strada. Ce lo meritiamo. Ecco i soldi, teneteli. E’ tutto ciò che ho, che avevo.

Gli uomini spingono la bambina, sollevano senza fatica quel corpo senza peso e lo fanno salire sull’imbarcazione. Poi si girano per prelevare madre e fratello, ma un individuo enorme fa un cenno. Pochi soldi, solo un altro corpo. La madre stacca il cencio dal suo corpo, per consegnarlo a Caronte. Almeno la nuova generazione vivrà e in qualche modo risorgerà. Ma no, il cencio è grigio, immobile, ciondolante senza il sostegno della madre esterrefatta, morta dentro per metà.

Sei andato via piccolo mio, prima di noi e senza di noi, non hai creduto in me. Il viaggio ti ha privato della vita oltre che della speranza. Ma quale vita si chiama così, se una madre non può neanche piangere, morire un attimo col proprio figlio? Cullarlo prima di cederlo alla crudele terra o all’indomabile mare?

Il bambino viene allontanato dalla madre, frettolosamente. I soldi adesso bastano, ma non bastano oceani di lacrime per descriverne lo strazio. Non c’è spazio per un corpicino nel barcone, per portarlo a diventar cenere in altra patria, neanche se potesse entrare di nuovo nel corpo materno. Nessun posto per la pietà. Non c’è tempo. Il barcone si muove, prende il largo.
La madre e la figlia.
I traghettatori.
I profughi, pezzi del puzzle.
Il mare.
Un piccolo corpo gettato nelle acque, che sono gelide anche se è caldo. Nessuna cerimonia, nessuna tomba, nessuna lapide, nessun nome. Solo memoria di madre, di sorella.
La madre e la figlia. L’ambita svolta, senza un pezzo di loro.
C’è la speranza in questo?
La terra… forse.

Se ci arriviamo.

Cronistoria della notte

Le 22:57. Tutto tace. Nella camera da letto, i loro respiri riempiono l’aria di anidride carbonica. Fa caldo. Le finestre sono spalancate e una leggera brezza riesce a penetrare all’interno dell’appartamento dagli interstizi  delle tapparelle. Lui è adagiato supino, una mano appoggiata  al petto a seguire il movimento del torace e il braccio opposto lungo il fianco. Lei è prona, con le mani sotto il cuscino e la testa rivolta a destra verso la culla dove dorme il piccolo esserino di un anno e mezzo, accovacciato sul fianco sinistro, la testa appoggiata alle sponde. Piccole macchioline di luce gialla, proiettate sulla parete dove è appoggiato il letto da un lampione in strada, creano disegni obliqui e ordinati. Le 00:23. Passa un’auto, la luce si estende al soffitto, corre velocemente lungo la parete opposta alla finestra, trafigge lo specchio e muore sullo spigolo in alto, appena prima di colpire una minuscola ragnatela in via di realizzazione. Lui inizia a russare lievemente. Il bambino si sposta, staccando la testolina dal letto e distendendo la gamba destra. Il comodino scricchiola, il corpo di lei sussulta, pur rimanendo immobile nella posizione assunta. Le 1:13. Lei si sveglia, scende dal letto, si dirige verso il bagno, chiude la porta. Tira lo sciacquone, spegne la luce prima di aprire la porta, la richiude delicatamente, cammina verso il letto e sbatte contro gli zoccoli di legno lasciati sul tappeto. Il bambino si sveglia, piagnucola ad occhi chiusi. E’ caduto il ciuccio, lei tasta il lettino alla sua ricerca, lo trova, lo prende e glielo rimette in bocca. Il bambino si gira e si riaddormenta. Lei risale sul letto, si distende, dà un’ultima occhiata alla culla e chiude gli occhi. Le 2:46. Si sente in lontananza la sirena di un’ambulanza. Lui si sveglia, allunga il braccio, trova la schiena di lei. La accarezza, scorre la mano fino ai fianchi e le si avvicina premendogli contro il corpo. Le sfila gli slip. Lei si gira, lo bacia con gli occhi chiusi per il sonno e lo lascia fare in silenzio. Le 4:01. Lui si alza, va in bagno, poi si dirige verso la cucina a preparare il latte al piccolo. E’ così vorace che sembra non aver mangiato da giorni. Si sente l’aria che gorgoglia all’interno del biberon mentre il latte gli scorre in gola. Le 4:28 il bambino dorme di nuovo. Il camioncino del fornitore del latte fresco parcheggia davanti al bar al piano terra del palazzo. Spegne il motore, apre la portiera, che non richiude. Apre il portellone posteriore. Fa rumore. Nessuno si sveglia, né si muove. Il bambino adesso ha il respiro lento e profondo. Lei ha il lenzuolo attorcigliato alle gambe, che la cinge fino alla vita. Lui è completamento scoperto, un piede penzola fuori dal letto. Un cane abbaia al furgoncino che si allontana. Le 5:32. La tenue luce dell’alba si sostituisce ai lampioni che si spengono. Le rondoni garriscono. Una bicicletta cigolante scorre lungo la via. Il bambino è supino, mani dietro la nuca. Il ciuccio dondola lievemente tra le labbra, che abbozzano un sorriso, gli occhi sempre chiusi, mentre le palpebre si muovono. L’aria si è rinfrescata. Lei si rigira su stessa, alza il busto per guardare all’interno della culla, allunga la mano fino a prendere il lenzuolino per coprire il bambino, subito dopo si copre fino al collo. Le 6:45. La sveglia suona. La città sembra essersi svegliata. Lui si mette seduto sul letto, si stira, infilandosi le infradito e si alza trascinandosi fino dentro la doccia. Lei annusa il profumo di croissant che entra dalla finestra aperta. Si alza e si dirige in cucina a preparare il caffè. Le 7:48. Un clacson suona, il bambino si sveglia. Lei entra in camera con un sorriso enorme sulle labbra, lo prende in braccio e lo sbaciucchia dappertutto mentre il bambino ride e si divincola, scendendole dalle braccia. Lei si gira verso la finestra. Tira la cinghia della tapparella, inondando di sole la stanza. Lei guardo giù. Le persone camminano già veloci sui marciapiedi, mentre la signora del negozio di fronte pulisce la vetrina e il proprietario del negozio di sport mette fuori espositori di palloni e cartelli delle ultime offerte. Lui esce dal bagno con l’asciugamano attorno alla vita e chiama il bambino per augurargli il buongiorno. Lei fa per uscire dalla camera da letto e, prima di varcare la porta, guardando il comò, passa un dito sulla sua superficie: “Quanta polvere… E’ ora che mi decida a toglierla.”  In quel momento mi sento sollevare con un gesto veloce, poi mi stacco dal suo polpastrello e volo libero nell’aria prima di ricadere dolcemente sul pavimento vicino i piedi del letto: “Cavolo” dico “… da qui non vedo più niente!”

Solo il tempo di una fermata

images (12)Chiara si accomodò sul sedile accanto al finestrino. Lo scompartimento era quasi vuoto. La luce del mattino faceva capolino tra le poche tendine che riuscivano a rimanere chiuse, mentre sprigionava tutto il suo bagliore attraverso i  vetri sporchi, a cui le tende erano state strappate vie. A Chiara piaceva il taglio che prendevano i raggi a quell’ora e i giochi di luce che formavano sulla tappezzeria marrone. Seguì per un po’ il segno luminoso con il dito, poi voltò la testa dal lato del finestrino e si perse a rincorrere con gli occhi le case, gli alberi, i campi, qualche cane col muso appoggiato al cancello, le sbarre dei passaggi a livello con le biciclette in attesa, la biancheria stesa a prendere l’ossigeno del nuovo giorno, i suoi occhi riflessi. Nel momento di massima concentrazione, un tonfo sordo,  che annunciò l’ingresso in una galleria, la fece sobbalzare. Sullo sfondo scuro la sua immagine era ancora più nitida, ma ormai Chiara aveva perso l’interesse nello scrutare il suo alter ego.

Chiuse gli occhi.

Il viso di Giorgio era una costante di quei giorni frenetici. Bastava che chiudesse per qualche attimo le palpebre e lui si materializzava come se fosse arrotolato, a mo’ di cartina geografica, nella loro parte interna. Giorgio aveva la capacità di calamitarla a sé qualsiasi cosa dicesse, era calmo e riflessivo e con lui sentiva di poter affrontare ogni tipo discorso, dalle ore frenetiche di lavoro, ai suoi hobby, alle fantasie più segrete. Bastava guardarsi negli occhi e si capivano al volo, senza bisogno di parole, oppure quando c’era la necessità di parole se le rubavano di bocca vicendevolmente, c’era alchimia e intesa. Quando si vedevano, i loro corpi fremevano per sfiorarsi, si creava un’attrazione che li portava a guardarsi con insistenza e una resistenza all’irrefrenabile desiderio di aversi. L’unico contatto che si concedevano, però, era un lungo abbraccio, alla fine del loro incontro, in cui i visi si avvicinavano così tanto che l’uno poteva contare i respiri dell’altro.

Il treno stava rallentando la sua corsa, si sentivano i freni stridere sul ferro del binario e la voce del capotreno annunciare in nome della fermata. Per il rossore che avevano preso, sembrava che le guance di Chiara fossero state schiaffeggiate con violenza. Decise di alzarsi e sgranchirsi le gambe, liberando la mente da quel dolce pensiero. Cacciò fuori la testa a guardare le facce ancora assonnate delle persone in attesa sulla banchina. L’aria fresca era rigenerante e sentì che il suo rossore poco alla volta la stava abbandonando.

Il treno ripartì con la sua andatura forzata e stridente.

Chiara chiuse il finestrino e si abbandonò di nuovo sul sedile, pensando alle due ore di viaggio che la separavano da casa e si addormentò. Quando si svegliò, guardando l’ora al cellulare, si accorse dell’arrivo di un messaggio. Lo aprì scoprendo, con meraviglia, che era Alberto. Alberto la trasportava con la mente in atmosfere lontane. Apparentemente freddo, la spiazzava con frasi che tradivano un certo interesse per la sua persona. Era un uomo affascinante e molto sicuro di sé, single incallito, il ragazzo per il quale Chiara, poco più che adolescente, aveva perso notti intere a sognare, convincendosi di non essere mai stata abbastanza per lui. Parlargli era come risolvere un enigma. I discorsi rimanevano sospesi in un precario detto e non detto, in una continua allusione ad argomenti piccanti, mentre le sue battute taglienti denotavano ogni volta l’acutezza della sua intelligenza e la notevole preparazione nei campi più disparati. Alberto rappresentava il proibito, la contraddizione di tutti i principi e le regole che Chiara si era imposta nella sua vita. Il messaggio era asciutto, senza fronzoli, ma di quelli che la inchiodavano ai mille pensieri, ai “ma”, ai “se fosse”, ai “però”. Ogni parola le asciugava la gola e ripensare ai suoi occhi e ai suoi gesti accorti e misurati la rendeva vulnerabile.

Se qualcuno le avesse chiesto a chi avrebbe voluto legare la sua vita per sempre, non avrebbe saputo rispondere. Giorgio, rassicurante, sentimentale, ragionevole, oppure Alberto, imprevedibile, passionale, con una sensibilità nascosta e profonda? Sapeva solo che sentiva freddo ogni tanto, quel freddo che si placa solo dentro l’abbraccio della persona amata. Sentiva di avere un estremo bisogno di un uomo che non le facesse mancare la sua presenza costante, che potesse arricchirla della semplicità dei gesti quotidiani. E’ per questo che non cedeva, perché sapeva che per entrambi, lei era solo una conquista, un trofeo. Per Giorgio lei avrebbe significato il superamento della timidezza, l’abbandono dello stato adolescenziale, il coraggio del prendersi cura di una persona con consapevolezza e responsabilità, un rito di passaggio, insomma, di cui vantarsi in seguito, quando l’insicurezza l’avrebbe lasciato. E per Alberto sarebbe stata un altro numero da aggiungere alla lista delle conquiste del mese, la sfida più ardua.

In quel momento il fischio del treno la riportò alla realtà.

Guardando fuori si accorse che la sua corsa era giunta al termine, così come doveva arrestarsi quella marea di considerazioni che l’avevano assalita. Prese il suo bagaglio e si diresse davanti alla porta d’uscita. Il treno inchiodò e le porte si aprirono.

“Chiara! Sono qui. Com’è andata il viaggio?”

“Buongiorno signora Bortoli… Il viaggio è andato, grazie. E’ venuta lei a prendermi…E Gianni?”

“Ieri sera mi ha detto che avrebbe fatto tardi dopo la partita, di lasciarlo dormire stamattina…”

“Capisco…”

“Ma non sei contenta di essere qui?”

“Certo, certo…ma mi aspettavo un’altra accoglienza… non me ne voglia, non è per lei.”

“Lo so, lo so…Ah Chiara mia, ancora non hai capito come sono gli uomini? Gli metti la fede al dito e voilà, è la volta buona che si dimenticano di te… suvvia non ci pensare, andiamo che ti ho preparato una buona colazione!”

Le serate di Lucia

La televisione gracchiava qualcosa quella sera, come tutte le altre sere. Mentre lavava i piatti il rumore dell’acqua copriva quello dei suoi pensieri. Lucia ormai pensava troppo, non parlava quasi mai e aveva preso l’abitudine di chiudersi all’interno del suo guscio, della sua corazza, mentre suo marito al contrario non la smetteva mai di parlare. Del governo sopratutto, della corruzione dei politici, delle cospirazioni dei servizi segreti, degli Illuminati, degli Uomini in nero, del rock ‘n roll, delle morti sospette, dei gay, dei pedofili. Parlava senza accorgersi che lei era assente, prestava l’orecchio, un accenno di sorriso o un’espressione sorpresa quando serviva, ma non il cervello, la testa, la concentrazione sul flusso di parole emesso.

Lucia aveva una figlia di sette anni, la luce dei suoi occhi, come si dice comunemente. Quella bambina la faceva rinascere, le faceva tornare la voglia di essere viva nello spirito e nella mente. Con lei riusciva a ridere, a scherzare, a parlare, a essere se stessa. Le insegnava tantissime cose che la bambina imparava grazie alla curiosità e all’acutezza di cui era dotata, ma soprattutto grazie all’abilità, alla preparazione e alla passione che Lucia provava per l’insegnamento, mestiere che aveva praticato prima del matrimonio e che le era stato negato subito dopo, imponendole lo status di casalinga. Comunque erano passati tanti anni e questo adesso importava poco. Significativo era invece il fatto che ogni qualvolta il marito tornava a casa dal lavoro, la magia per Lucia finiva. Si lasciava spegnere come lo stoppino inzuppato di cera, entrava nell’ombra di se stessa e spariva, cercando di mimetizzarsi il più possibile con le pareti, l’arredamento, l’aria. Il motivo era da ricercare nell’abilità estrema di lui nell’umiliarla, nel trattarla male, nel contraddirla, nell’ignorarla proprio davanti alla figlia e questo Lucia non lo sopportava e non se lo poteva permettere. Non poteva permetterglielo! Non di rovinare quel rapporto radioso con l’unica persona al mondo che dipendeva da lei e non poteva permettere che, a causa dell’atteggiamento del padre, la figlia potesse in qualche modo stimarla di meno. Così un po’ per strategia e un po’ per dignità se ne stava zitta, annuendo alle affermazioni davanti all’esibizione forzata di cultura del marito. Passava in questo modo tutto il tempo fino a quando Sara, la figlia, non andava a dormire.

Da quel momento la solitudine mentale diveniva anche solitudine fisica. Il marito usciva dalla cucina per distendersi sul divano a guardare le partite o qualche film western e lei rimaneva in compagnia della sua trincea di bolle di sapone e dolore. A quel punto iniziava a tormentarsi, ripensava alle scelte, ripiangeva vecchie abitudini, malediceva date e ricorrenze e l’incapacità di ribellarsi, di mettere fine a quella storia assurda, a quella famiglia che non sapeva di famiglia. E pensare che l’aveva desiderata tanto una famiglia. L’aveva immaginata numerosa e serena, con un padre per i suoi piccoli che avrebbe saputo giocare a nascondino prima di cena, che avrebbe controllato i compiti, i disegni e i voti, che avrebbe compreso e asciugato lacrime all’occorrenza, donando un po’ di saggezza e di coraggio all’anima ingenua che aveva di fronte. E invece si ritrovava con un uomo gretto, rozzo, insensibile, disinteressato, egoista, che al suo ritorno non faceva altro che rimproverare la piccola Sara e reclamare il cibo per andare poi a digerirlo grazie a quattro rutti gorgheggiati sul divano. Nessuna comprensione, nessun aiuto.

L’orologio scandiva le ore eterne della notte, mentre Lucia, stanca e dolorante, finalmente si sedeva sulla sedia di fronte alla tv alla ricerca convulsa di qualcosa che l’attraesse. Le immagini scorrevano veloci impressionando la retina. Si ritrovava spesso a dover sbattere vigorosamente le palpebre per scrollasi di dosso gli ultimi pensieri e a quanto pareva anche le sue mani assumevano posizioni non suggerite dalla volontà. Ogni tanto se le ritrovava giunte come se volessero pregare, altre a tenersi le guance e le tempie come a voler contenere una disperazione pronta ad esplodere, altre ancora ad asciugare una lacrima vagante. Ma la cosa che più di tutte la faceva ripiombare nella realtà erano quei colpi nel profondo appena sotto lo stomaco. Un’altra piccola creatura faceva avvertire la sua presenza e, nonostante Lucia si sentisse felice per un dono così grande, aveva la consapevolezza di essere ancora una volta sola.

Come legno vivo

“Cos’è questa cosa sotto il letto?”

“Quale?”

“Questa!”

La signora Giovanna estrasse un lungo bastone di tre centimetri di diametro da sotto il letto e lo mostrò al marito che si era appena impagliato sotto le spesse coperte. Il bastone in un suo passato non troppo remoto aveva il compito di sorreggere la tenda del bagno. Si mostrava orgoglioso e fiero della sua forma, del peso e del colore, un mogano tirato a lucido, anche se di tutta la lunghezza ne era rimasta sì e no la metà, in quanto il signor Mario aveva la mania di fare piccoli lavori di bricolage e lo aveva tagliato.

“Ah quello… sì, beh lascialo lì che domani lo riporto in cantina.”

“Ma insomma Mario possibile che ti porti il lavoro anche a letto? Potevo capire la presenza di un libro erotico o di qualcosa di peggio, al limite assecondavo pure la presenza di una rivista di bricolage, ma portarsi un pezzo di legno fino in camera da letto, no! Mi sembra troppo anche per te… e per me soprattutto.”

“Sì, sì Giovanna lasciami dormire adesso…”

“E no caro, questo fatto è inquietante, è come se un avvocato si portasse in camera da letto l’imputato, o che ne so un insegnante il suo alunno, non che questo nella vita reale non avvenga. Oppure che ne so, per fare un esempio più calzante, è come se un macellaio adagiasse sotto il letto la testa mozzata della vacca appena uccisa con il sangue tutto gocciolante a sporcare il parquet… secondo te la moglie sarebbe contenta? A mio avviso sicuramente no… E figurati io come devo stare con questa presenza proprio qui sotto.”

“Ok Giovanna, ok, spero solo che l’imputato e l’alunno vengono adagiati sopra il letto e non sotto… domani su, domani, è solo un pezzo di legno che ho dimenticato.”

“Io credo che sia più opportuno per il bene di entrambi che questo coso lo portassi quanto meno in cucina. Alzati Mario mettilo in soggiorno o in qualsiasi altro posto tu voglia, tranne che sotto il mio letto”.

“Non ho nessuna intenzione di alzarmi, ne riparliamo domani.”

” Guarda che se non ti alzi e non lo porti immediatamente di là sono guai! Inizio a gridare svegliando tutto il vicinato e poi vediamo cosa ti inventerai per giustificare le mie urla con i condomini. Vedrai!”

Mario non si preoccupò più di tanto di quelle minacce, il vicinato conosceva molto bene l’indole capricciosa della moglie e, il più delle volte, quando qualcuno lo incrociava per le scale o entrava in ascensore con lui gli rivolgeva uno sguardo compassionevole simile a quello che si offre a un randagio smagrito che vaga per strada. L’unica cosa che fece fu di cercare di nuovo di prendere sonno, ignorando non solo la voce ma anche la presenza ingombrante di quella donna. Aveva sempre dovuto accettare le umiliazioni di lei fin da giovane, quando suo padre decise in maniera irremovibile di obbligarlo al matrimonio con la speranza di migliorare la loro situazione economica a dir poco precaria. Mario, a quei tempi, era solo un semplice aiutante nella bottega di un falegname, condizione che non gli consentiva di percepire una grossa quantità di denaro, ma che era comunque sufficiente a non gravare sulle sorti della famiglia. Da piccolo, aiutando il padre come tagliaboschi, aveva perso l’utilizzo della mano sinistra e queste sue condizioni fisiche non gli consentivano un vero e proprio passo avanti in quel mestiere né in altri mestieri, a dire il vero. Sposare Giovanna, brutta e petulante ma di famiglia agiata era, secondo il padre, un buon compromesso per entrambe le famiglie. Chi avrebbe accettato di vivere con un uomo dalla mano monca e senza possibilità di avanzamento sociale? Chi, d’altro canto, avrebbe deciso di prendere in moglie una giovane con una dote importante, ma che non si poteva guardare in viso per quanto fosse orripilante? La conclusione era che, in fondo, nonostante qualche piccola e insignificante differenza, a cui si poteva ovviare con il buon senso, erano fatti l’uno per l’altra.

Dopo tanti anni di matrimonio, Mario si sentiva un uomo stanco con un infinito bisogno di far riposare le sue vecchie membra ma soprattutto di mettere in stand-by orecchie e cervello, dopo tutte le parole che doveva sorbire durante la giornata da parte della moglie che, ostinatamente, quando iniziava una battaglia, non desisteva finché non lo metteva al tappeto per fiaccamento.

Finito di sbraitare, Giovanna fece il giro del letto, apri le coperte dal suo lato e vi ci si infilò con un muso lungo e un’aria soddisfatta per avergliene cantate una volta per tutte, anche senza aver ottenuto alcun risultato, se non quello di sfogare la sua rabbia. E si addormentò. Mario, invece, aveva perso la voglia di dormire e se ne stava a guardare il soffitto, debolmente illuminato dalla luce del lampione proveniente dalle fessure delle tapparelle abbassate. Si meritava tutto ciò? Si chiedeva. Era giusto aver avuto una vita sacrificante, con poche soddisfazioni e ancora non essere riuscito a ottenere un po’ di rispetto da quella donna bisbetica? In fin dei conti con quel matrimonio si erano aiutati a vicenda, ma chi forse aveva tratto maggior vantaggio era stata lei. Aveva evitato la vergogna di camminare per strada ed essere additata come zitella, aveva avuto la fortuna di avere un uomo onesto al suo fianco e, perchè no, anche gentile e generoso, cosa che per lei era fuori natura.

Mario allungò la mano fuori dalla trapunta e abbassatola, raggiunse il bastone ai piedi del letto. Lo accarezzò, lo sentiva amico. Era stata una costante nella sua vita avere in mano pezzi di legno di tutte le essenze presenti nei boschi della zona.  Il legno era un amico caldo, fidato, che si lasciava trasformare per diventare qualcosa di prezioso o di utile, senza perdere la sua natura, con generosità e umiltà. Avere a che fare con questo materiale lo rassicurava, lo faceva sentire più forte e meno solo.

La mattina seguente Mario si accorse di essersi svegliato avendo ancora tra le mani il pezzo di bastone. Era stanco, spossato nonostante la lunga e profonda dormita, ma si sentiva in pace con sé stesso e col mondo, come dopo un’appagante notte di sesso. Accarezzò nuovamente il bastone liscio e decise di iniziare la giornata con positività. La moglie sembrava dormire ancora. Si strofinò gli occhi e qualcosa di viscido gli si sparse in faccia. Si guardò le mani, si mise, di scatto, seduto sul letto e diede una rapida occhiata in giro. Tutto, la testiera del letto, le coperte, la parete, il bastone più in basso, le sue stesse mani e adesso anche la faccia avevano cambiato aspetto e consistenza. Tutto faceva parte di un quadro astratto a macchie dai fulgidi colori rosso e bianco. E lui non solo ne era l’osservatore, ma il soggetto attonito in quella scena surreale. E le sue labbra si tirarono in un sorriso…