LA CONTA

Il maresciallo arrivò trafelato e cominciò la conta delle vacche.  Era il suo modo quotidiano di dare fastidio. Non che servisse a molto, visto che quell’attività si ripeteva ormai da più di un anno e non aveva portato risultati, ma essere marescialli in un piccolo borgo di pochi gatti, con una statale che percorreva una ventina di chilometri, prima di congiungersi al paese successivo, non era come lavorare in una grande città. Il tempo nel borgo di G. andava riempito con diversivi, e la statale, oltre a qualche incidente mortale, era famosa per le vacche, espressione che piaceva poco al brigadiere, uomo di buoni costumi e valori cristiani, ma che dava un senso di superiorità al maresciallo.

– Siamo a ventitré, ne manca una – disse il brigadiere.

– La solita?

– La solita.

– Quella vacca ha i santi in paradiso – disse il maresciallo.

Il santo non stava in paradiso, semplicemente stava sulla piazza di G. e faceva l’ambulante. Vendeva frutta, e la caserma dei carabinieri sorgeva proprio lì a fianco.

– Sta arrivando.

Due semplici parole per non dare nell’occhio, come se l’ambulante dovesse riferire qualche minuzia alla moglie, cosa che il maresciallo aveva notato, ma a cui, colpevolmente, non dava importanza:

– Sta sempre al telefono, quello.

– Che vuole farci, maresciallo. Pochi secondi e la moglie è servita – ribatteva il brigadiere.

Invece la telefonata era indirizzata a Lucilla, che batteva ormai da mesi sulla statale e che sembrava fosse la favorita del magnaccia, il siciliano che pretendeva dalle ragazze il trenta per cento dell’incasso. L’ambulante era semplicemente il palo, pagato per controllare i movimenti dei carabinieri.

Il maresciallo passò in rassegna le ragazze:

– Ventitré vacche, una assente, ventitré scostumate che si fanno mungere dai vaccari…

– Maresciallo, suvvia – diceva il sottoposto con un certo sdegno. – Sono pur sempre figlie di Dio.

– E che vuol dire? Più che figlie queste sono vacche! – e sputò in terra per mostrare ribrezzo.

Poi, non potendo fare nulla, lasciava che le ragazze rompessero le righe, e queste silenziosamente e sculettando per provocazione, prendevano posto lungo la statale.

– Questo pezzo di strada è la mia giurisdizione, e sulla mia giurisdizione comando io – aggiungeva il maresciallo per rimarcare il suo potere.

– Capo, – disse il fruttivendolo al Siciliano. – Quel maresciallo sta dando fastidio.

– Lascia che arrivi il momento giusto.

Il momento giusto arrivò il mese dopo; il brigadiere cominciò a contare:

– Ehilà, maresciallo. Ventiquattro!

– Finalmente – ululò il maresciallo come un lupo affamato. – Il gatto ha mangiato la talpa?

Le ragazze stavano in silenzio.

– Capo, ce n’è una nuova – recitò il brigadiere.

– Una nuova vacca?

– Una nuova ragazza.

– Vediamo quanto latte porta! – proferì il maresciallo avvicinandosi alla fila di ragazze.

Poi stralunò e tossicchiò, come se avesse un groppo in gola:

– Che ci fai qui, anche tu una vacca?

La ragazza arrossì, si schermì e timidamente disse:

– Zio, scusami, ma devo!

D’improvviso arrivò un’auto a velocità sostenuta. Frenò e si affiancò al maresciallo.

Il carabiniere riconobbe l’ambulante:

– E lei che ci fa qui?

– L’ambasciatore! – proferì il fruttivendolo. Poi indicando la nipote del maresciallo, aggiunse:  – Quella ragazza è solo un avvertimento. O le lascia lavorare oppure la sua arroganza finirà sui quotidiani nazionali, in una bella foto, tra le vacche di un pascolo, o con la testa infilata sul corno di un toro. A buon intenditor…

Poi accelerò e si disperse.

Il maresciallo richiamò il brigadiere e sull’attenti disse:

– Brigadiere, queste ragazze hanno diritto al loro salario.

Quindi chiamò a sé la nipote e la accompagnò a casa.

di Stefano Re

SARÀ COMUNQUE NATALE

Fu un anno nefasto, fu l’anno della pandemia. Abbiategrasso si risvegliò con il sole e una leggera brezza che spazzava la coltre di nebbia che persisteva da qualche giorno. L’umidità entrava nelle ossa e le indolenziva, le strade erano bagnate da quelle goccioline che facevano brillare le piante. Il natale era ad un passo dallo svolgersi, ma la tristezza adombrava volti stanchi e carichi di occhiaie. Il virus si era insinuato con la disinvoltura dell’aria e nessuno se ne era accorto. In un mondo dominato dall’informatica, nessun antivirus era riuscito a proteggere la popolazione. La malattia aveva colpito le persone più anziane che di colpo avevano sentito la pesantezza dei polmoni e la solitudine della morte. In un mondo egoista e performante, il virus aveva colpito proprio là dove si cercavano i contatti, tanto che il governo aveva vietato gli assembramenti e soprattutto aveva obbligato i cittadini ad indossare mascherine protettive che la fantasia degli stilisti aveva trasformato in pezze colorate e stravaganti. Il paese aveva riscoperto la solitudine, ma soprattutto aveva sperimentato la solitudine della morte. Chi era più fragile, veniva trasportato in ospedale, quindi nelle sale di rianimazione e infine intubato in attesa  del miracolo o della morte solitaria. La compassione e la cura degli ultimi giorni si erano trasformate in angoscioso eremitaggio. La società che aveva messo tra parentesi la morte,  pagava ora i recessi  dell’isolamento. Anche i medici di base, quelli che da anni aspettavano i malati negli studi e rifiutavano le visite a domicilio, erano colpiti dalla violenza della malattia. Persino le messe erano sospese e quelle poche che venivano celebrate avevano gli ingressi contingentati. Una tragedia che sembrava non finire. Il commercio era paralizzato, le ambulanze fischiavano sinistramente e la paura aveva condotto qualcuno a lamentarsi e ad iniettare nella mente il tarlo del complotto. Ma dentro quella ripetitività, c’era qualcosa che sfuggiva; in strada da qualche giorno girava un tipo strano, vestito di nero, con un cappello rosso a tesa larga, la sciarpa gialla e le scarpe da fachiro. Girava in paese come se si sentisse a casa propria. Lo incrociavi dappertutto, a nord e a sud della città, di lato e dalla parte opposta. Molti lo guardavano con sospetto, ma tanti lo osservavano con curiosità. Capitava di rado da queste parti, un tipo così strano. Le donne più anziane si ritrovavano davanti ai negozi e ignari delle regole facevano adunata conversando sulla provenienza di quel tale. Gli uomini, soprattutto i pensionati, perché era comunque concesso recarsi ai luoghi di lavoro, facevano capolino davanti ai bar, e aspettando, al di fuori del locale, il caffè o più comunemente il vino in bicchieri di cartone che toglievano il gusto alla bevuta, un’ordinanza aveva infatti proibito gli ingressi nei bar, prendevano in giro l’abbigliamento atipico dello straniero. Ma qualcuno lo osservava con sospetto.

– Questo è un anno bastardo, non sia mai che quello porti altre brutte notizie.

Polizia municipale e sindaco tendevano ad ignorarlo, e i sacerdoti delle varie comunità non gli davano troppo peso, tutti tranne don Ariosto, che i più chiamavano Orlando furioso, perché dall’ambone lanciava invettive ai parrocchiani con il dito puntato e lo sguardo minaccioso. Don Ariosto aveva colto la preoccupazione nelle parole di qualcuno e si era deciso ad incontrarlo. “Se è un poco di buono, lo farò desistere dal misfatto. L’anima ha pur sempre uno sbocco alla bontà”, pensò appena lasciato il confessionale. Da qualche ora il tale percorreva avanti e indietro duecento metri di viale Mazzini, sostava davanti al civico 666 per qualche minuto, osservava la finestra del primo piano di quella palazzina disabitata. perché considerata funesta, o così sembrava ai più, e quindi riprendeva a percorrere la via, ora da una parte ora dall’altra. Questo ostinato persistere su quella strada aveva preoccupato i cittadini che non sapendo a chi rivolgersi, avevano interpellato don Ariosto che senza se e senza ma, un po’ come tutti i sacerdoti della bassa milanese, aveva indossato un giaccone strappato sulle tasche laterali, cosa normale, visto che il sacerdote non dava molto peso all’immagine, e i parrocchiani lo chiamavano anche “il prete povero”, e si era deciso ad affrontare lo straniero.

– Buongiorno signor… – don Ariosto lasciò la frase in sospeso in attesa che fosse l’altro a concluderla.

– Ambasciatore.

– E di quale nazione? – incalzò il prete.

– Dell’oltretomba.

Don Ariosto scoppiò in una fragorosa risata, gesto che rasserenò chi si era radunato intorno ai due, ma che infastidì lo straniero.

– Trovo insensato ridere su una questione così, così…

– Mortale – gli suggerì il don, prolungando la risata.

– Non credo di aver mai incrociato un sacerdote così stupido – replicò l’ambasciatore.

Don Ariosto concentrò lo sguardo sull’altro e gli occhi si avvicinarono così tanto che a qualcuno sembrò si fossero ridotti ad uno solo. La gente mormorò, anche perché si aspettava che il prete alzasse il dito e sentenziasse la scomunica, invece don Ariosto abbassò la voce e disse:

– Spesso la stupidità è il nome che diamo a chi rifiuta di darci ragione – poi aggiunse. – Come mai da qualche giorno frequenta le nostre strade?

– Le ho appena detto che sono ambasciatore. Ho un incarico che non posso ancora rivelare.

– Lo sa che potrei denunciarla ai carabinieri?

– E per quale motivo?

-Perché disturba la quiete pubblica – rispose don Ariosto.

– Mi limito ad andare avanti e indietro, non credo di disturbare qualcuno.

– E allora dichiari le sue motivazioni. – il prete cominciava a perdere la pazienza.

– Le ho appena detto che non è ancora il momento.

Il sacerdote abbassò la testa in segno di saluto e tornò in canonica, mentre la gente si sparpagliò, spaventata da quel dialogo abbastanza surreale. L’ambasciatore continuò a camminare avanti e indietro e ad ogni sosta fissava la finestra al primo piano.

Don Ariosto si rifugiò davanti al tabernacolo, in ginocchio, con le mani giuste in attesa di una risposta. Ogni volta che un pensiero gli girava per la testa, la sua preghiera, lì in ginocchio davanti alla fiammella rossa che mostrava la presenza di Cristo si faceva più pressante. Non aveva mai sentito voci dall’aldilà, che poi se stiamo a vedere non dista molto dall’aldiqua, e in fondo non si sentiva nemmeno come don Camillo, visto che davanti al Crocifisso si era inginocchiato poche volte e quasi sempre durante le funzioni che celebrava. Ma era certo che Dio sapesse suggerirgli la soluzione di molti pensieri. Sosteneva che l’assenza di Dio fosse solo un problema di ascolto e di distrazione.

Dopo qualche Padrenostro e qualche Avemaria, il suo zelo si soffermò sul numero civico di quel viale, su quel 666 scelto dall’ambasciatore. Fece il segno della croce e uscì di corsa dalla canonica.

L’ambasciatore era entrato nella palazzina di viale Mazzini e proprio dal primo piano faceva strani gesti e ripeteva a voce bassa sei semplici parole: “la pandemia è colpa di Dio”, e la cosa buffa è che quelle parole erano ripetute ad alta voce da tutti quelli che passavano lì sotto. Come se l’ambasciatore comunicasse per empatia. Don Ariosto arrivò di corsa.

– Maledetto ambasciatore! – gridò per farsi sentire da tutti i presenti. – Non sei l’ambasciatore dell’oltretomba, sei semplicemente un tarlo, un minuscolo tarlo che si nasconde per non mostrare la sua cattiveria. Verrà il giudizio di Dio!”

– Convertitevi! – gridò lo straniero scimmiottando le parole dette al tempo da uno degli ultimi papa.

Tra la gente, qualcuno scoppiò a ridere e cominciò ad inneggiare allo straniero, dando avvio all’illogicità del surreale, una situazione così complessa che tarlava la mente anche dei più sapienti. Fu una donna, forse sui novant’anni o forse più, che arrivò proprio sotto al balcone da dove predicava l’ambasciatore per dire due semplici parole: “memento mori”, cosa che spaventò lo straniero senza che i concittadini se ne accorgessero.

Don Ariosto prese l’acqua santa e cominciò a benedire quella palazzina, mentre molte più persone si accalcavano facendo cori per l’ambasciatore.

– Ma che fate! – gridò don Ariosto. – Ma non capite che vi sta ingannando? Abbiamo già perso troppi amici, volete perdere anche la vostra libertà?

– La libertà l’abbiamo già persa. Il governo ce l’ha rubata.

– Ma quella non è libertà – rispose il sacerdote. – La libertà vive di eroismi quotidiani, non di proclami. – Poi si rivolse all’ambasciatore – E tu piantala di insinuare pensieri depressi. Abbiamo bisogno di luce, non di ombre.

L’ambasciatore sogghignava. Vedeva il suo potere farsi sempre più invasivo. La luce spegnersi.

La vecchietta prese sotto braccio don Ariosto e se lo portò via.

– Non posso abbandonare il mio popolo. Siamo sotto natale, non può ancora vincere il male – disse il sacerdote facendo resistenza.

La novantenne ci mise un po’ più di forza e disse:

– Stia tranquillo, don Ariosto. Vedrà che sarà comunque natale. 

Passò un’ambulanza, un’altra ancora, Abbiategrasso fu invasa dal virus e la colpa ricadde su quegli assembramenti che si erano formati sotto la palazzina di viale Mazzini, ma questo accadde parecchi giorni dopo. 

di Stefano Re

SURREALE

Erano da poco passate le quattro del pomeriggio e fuori c’era un freddo che faceva battere i denti.Lo capì quando uscì a raccogliere un vaso spinto dal vento e si ritrovò a raccogliere anche una decina di denti.Imprecò come non aveva mai fatto nella sua vita. Fece cadere il governo sbraitando contro i politici proprio perché la nonna era stata chiara: “lascia stare i santi”. Il popolo , afflitto da una crisi economica di proporzioni surreali, cominciò ad assaltare il parlamento e se la prese con i commessi che non volevano farlo entrare: “C’è il Covid, misuratevi la febbre!” Lo dissero al plurale perché il popolo è singolare solo quando ha la pancia piena. C’era una fiumana di gente che sbraitava, con la mascherina che scendeva dal naso ad ogni insulto e i commessi che chiedevano di rimettersela a posto. Uno gridò: “ma non è carnevale” e l’altro rispose: “ogni scherzo vale”, anche se non c’entrava nulla. Arrivò tutto il personale medico dell’Ospedale Spallanzani e la gente si divise come il mare davanti a Mosè.”Che fate?” disse il primario di pneumologia. “Niente” risposero tre o quattro all’unisono. “Davamo fiato alla bocca” disse uno facendo il gradasso. “Bene, allora non avete bisogno dell’ossigeno, visto che lo sprecate in proteste” rispose il vice primario schiaffando poi la lingua in bocca, ad una infermiera calabrese per almeno quindici minuti.”Lei è pazzo!” recitò un commesso parlamentare votato con scambio di voti e di merendine al posto di un’addetta alle pulizie della camera del governo che puzzava di stantio. La camera, non l’addetta.Fu un tripudio di applausi e di urlacci contro Dio che ahimè non c’entrava nulla con la situazione; ma si sa che quando non si sa che dire, Dio è sempre alla portata di tutti. Proprio di tutti, anche di quelli che non hanno nemmeno avuto il tempo di chiedere perdono ai familiari, perché il brutto di questo periodo è che mentre noi pensiamo ai fatti nostri (leggi interessi), qualcuno muore solo.

Stefano Re

IRONIA CONTEMPORANEA

L’intervento del Presidente del Consiglio era fissato per le sei della sera, ma la burocrazia intestinale del capo del governo ritardò l’evacuazione con grande apprensione dei Ministri preoccupati dalle flatulenze del Premier, sempre più acide e insistenti. “Non si sarà beccato quella fastidiosa influenza gastrointestinale?” diceva il ministro della salute a quello dell’economia. “Speriamo di no! – rispondeva l’altro agitato dalla discesa vertiginosa della Borsa. – Prima parla e prima i mercati si riprenderanno”. Finalmente il discorso andò in onda a reti unificate.
“Cari cittadini, ci troviamo obbligati ad interventi drastici. Attiveremo il coprifuoco dalle ore sei del mattino alle ore ventiquattro della sera. Dalla mezzanotte fino alle cinque e cinquantanove minuti e cinquantanove secondi del mattino sarà vietato uscire di casa. Sono sicuro che capirete – poi fece una pausa, si contorse e si lasciò andare ad una mitragliata improvvida di flatulenze. – Questo è tutto”. La gente uscì sui balconi e cominciò a festeggiare l’inizio di una nuova vita: “Sentito che botti stasera?” La borsa ebbe un’impennata. C’era fiducia, anche il Presidente aveva dato fiato alle trombe.

Stefano Re

DESMENTEGA’

Per gli amici del Caffé propongo il primo capitolo del mio nuovo romanzo per ragazzi, pubblicato a puntate sul un settimanale di zona e presto come libro. (S.Re)

In un istmo di terra tra i paesi di Gaggiano, Vigano Certosino e la piccola frazione di Barate, sorgeva un borgo che dai tempi che furono veniva chiamato Desmentegà.

Qui ci viveva una trentina di persone e tra queste un ragazzino di nome Cristian, non l’unico ma quasi. Era un dodicenne simpatico, alto quanto basta per risultare basso, magro abbastanza da non sembrare smilzo e con un collo così lungo da sembrare una giraffa. Per fortuna che la testa era regolare, con due orecchiette proprio a posto, il naso perfetto e gli occhi vispi e azzurri come quelli di suo nonno. La bocca era minuta, con due labbra rosse come un rapanello e con la parola sempre pronta e gentile. Simpatico come un giullare di corte.

Gli altri paesani erano tipi particolari e molto distratti. Difficile a credersi, ma a Desmentegà  tutti perdevano qualcosa, e ogni volta che perdevano una cosa, si giustificavano con una prevedibile domanda:

-Chissà dove l’ho dimenticata?

Gaggiano, quel piccolo comune tagliato in due da un corso d’acqua chiamato Naviglio Grande, viveva con un certo fastidio quel pezzo di terra, lo viveva come se fosse un oltraggio alla proverbiale efficienza dei Lombardi, e quindi tendeva ad isolare quella lingua di terra dove scordarsi le cose era la regola. Non che gli altri paesi confinanti tollerassero quel vezzo, piuttosto facevano di tutto per relegarlo al di fuori dei propri discorsi. Sentivano il senso riprovevole della vergogna.

Ma a Desmentegà la vita andava avanti comunque, perché ci si abitua facilmente alle cattive abitudini fino a trasformarle in norma, un alveo dove tutto scivola come se fosse la regola. E spesso il disordine è un’opportunità su cui costruire.

(Stefano Re)

DIALOGO

Davanti ad un bel bicchiere di Pinot, i due chiacchieravano del più e del meno. Uno aveva la barba bianca che gli arrivava fino all’ombelico e l’altro la barba appena più corta.

– C’è la fila per entrare – disse quello con la barba più corta. – Forse ti devi dare una calmata.

– Ma sì, uno più uno meno che vuoi che sia.

– Ma abbiamo la fila ai cancelli; le guardie della pace non riescono a gestirli, sembra quasi lo sbarco in Normandia.

– Ah che bei tempi, quelli! Ricordo ancora i grazie che salivano fino a qui.

– Beh, dopo tutti quei morti, fu una bella vittoria.

– I vivi, vorrai dire.

– Cominciamo a formalizzarci?

– Devi essere preciso, quante volte te l’ho detto?

– è un modo di dire, che vuoi che sia?

– I modi di dire lasciali a quelli che laggiù fanno politica, qui le parole hanno ancora un senso.

– A proposito, hai sentito quello che si racconta là in terra?

– Sii più esplicito.

– Dicono che il virus non esiste.

– E tutti quei morti? Da dove sarebbero saltati fuori?

– Quei vivi, vorrai dire.

– Sei proprio uno zuccone. Laggiù sono morti e questi sono vivi.

– Beh, comunque parlano di complotti e di negazionismo.

– Sai da quanti mila anni quelli negano?

– Certo, ma un conto è negare su di te, un conto negare su dati oggettivi.

– Lo sai che sono strani.

– Li hai fatti tu, non buttargli tutta la colpa addosso.

– Ah ti sbagli di grosso. Io li ho fatti a mia immagine e somiglianza. Se mi avessero dato retta.

– Dovevi farti sentire prima, non fare la voce grossa dopo. Se li avessi obbligati all’obbedienza…

– Testone, vuoi dirmi che non dovevo lasciarli liberi?

– Magari un po’ meno non sarebbe stato male.

– E la responsabilità? Dove la metti la responsabilità?

– Con quella testa, sai dove la mettono la responsabilità?

– Non essere volgare, sai che odio le allusioni.

– Mi fai sorridere, tu che sei amore parli di odio?

– Si fa per dire, sai che perdòno tutti.

– Anche troppi.

– Cosa vorresti dire?

– Dico che dovresti tirare un po’ i remi in barca.

– Ragioni ancora come loro.

– Comunque, è proprio perché si sentono obbligati che ora parlano di complottismi.

– In che senso?

– Li hanno imbavagliati per via del virus e questa cosa li fa andare in bestia.

– Ah immagino. Sono caduti su una mela, figurati se non litigano per una mascherina.

– Comunque quel virus ne ha ammazzati troppi.

– Purtroppo giocano sempre con i giochi sbagliati. Giocano alla guerra e al piccolo chimico senza rendersi conto che sono giochi pericolosi.

– Per fortuna che li hai condannati al sudore della fronte! Quelli di lavorare non hanno voglia.

– Non facciamo di ogni erba un fascio.

– Ecco, sei anche politicamente scorretto. Guai a parlare di fasci!

– Lascia stare. La nostalgia è la catena che li condanna.

– Comunque abbiamo un problema. Abbiamo troppi morti ai cancelli.

– Vivi, ti ho detto che sono vivi. I morti li lasciamo a quell’altro.

– Non fare il politico, se non decidi come risolvere il problema, le guardie faranno sciopero.

– Che lo facciano! Uno sciopero ogni tanto non fa poi troppo male.

– Ti ricordi l’ultima volta quanti disordini? Non finivano più!

– Parli sempre come se fossi ancora laggiù. Che vuoi che sia un po’ di tempo, quando il tempo addirittura ci avanza?

– Ecco un’altra cosa che mi fa arrabbiare. Come puoi pretendere che si capisca l’eternità?

– Uffa, mi hai stancato. Bevi e taci.

– Comunque ci sono troppi morti.

– L’importante è che vengano tra i vivi.

– E se facessi uno dei tuoi miracoli?

– Ah, non c’entro col virus. Che si arrangino.

– Secondo me non ne escono più.

– Testone, senza speranza non c’è paradiso.

– Bugia. E noi dove saremmo?

– Ringrazia che hanno tirato il collo a quel gallo, altrimenti lo sai dove saresti?

– Ancora con quella storia? Se non avessi negato, tuo figlio non avrebbe realizzato quella profezia. Anziché ringraziarmi sei ancora qui a rinfacciarmelo?

– Sei permaloso.

– E tu che per una mela hai fatto su un casino?

– Vuoi litigare anche stasera?

– A che servirebbe, tanto hai sempre ragione. Sembri una donna.

– Stai esagerando. Vai al cancello e dai una mano alle guardie, altrimenti quelli fanno sciopero.

– Non è mica vero che uno ogni tanto non fa mai troppo male?

– Non ora, lasciami finire in pace questo Pinot.

– Comunque laggiù ci sono troppi morti.

– Ci penserò. Lo sai che li vorrei tutti qui.

– Dai tempo al tempo, forse c’è ancora qualcosa da scoprire.

– Tipo?

– Ma tu non sei quello che sa tutto?

– Certo, ma godo quando ti arrovelli su ciò che deve ancora capitare.

– Sei davvero qualcosa di misterioso.

– Sono, e questo basta!

(di Stefano Re)

FILASTROCCA DELLE STELLE CADENTI

Visto il periodo una mia filastrocca da “Filastrocche arlecchine” (S.Re)

Anche le stelle dormono di notte

su letti d’aria s’abbracciano sedotte,

coperte appena di vivi desideri

lasciano segni come furbi romanzieri

e quando un incubo fa loro spaventare

s’accendono di luce, cominciano a tremare.

Si svegliano di schianto, qualcuna cade

che bel momento quando la scia accade!

E le guardiamo con gli occhi strafelici

sembran luci danzanti su nere superfici.

di Stefano Re

NON CONOSCO LA FERMATA

Stefano salì sul pullman e trovò posto davanti.

Sapeva a grandi linee dove doveva scendere, ma non aveva certezza della fermata.

Dunque si guardava attorno in cerca di punti di riferimento.

Dopo la prima sosta, suonò il campanello di stop.

L’autista arrestò la vettura sul bordo della strada davanti alla pensilina.

Stefano non scese. Cercò lo sguardo dell’autista nello specchietto retrovisore e alzò la mano in segno di scuse. L’autista accennò un rapido ammiccamento.

Stefano suonò ancora il campanello, la vettura si arrestò alla fermata successiva, ma nessuno scese.

L’autista scosse la testa.

La scena si ripeté per altre cinque volte, alla sesta il conduttore fermò il veicolo, si staccò dal sedile e dal corridoio dell’autobus cominciò ad inveire contro Stefano.

– Perché si arrabbia? – domandò Stefano.

– Perché lei continua a suonare il campanello di stop e poi non scende. Mi prende in giro?

Stefano negò con la testa.

– Spero sia l’ultima volta che arresto il mezzo per niente! – aggiunse l’autista.

Non fu così.

Il conduttore si portò a pochi passi da Stefano e gli urlò contro, ma Stefano non fece una piega.

– Scusi, ma lei sa dove deve scendere?

Stefano blaterò pochi versi, e poi disse di no con la testa.

– Posso aiutarla?

– So di dover scendere, ma non so bene a quale fermata.

– Scusi ma dove deve andare?

– Ho un appuntamento con la morte.

Il conduttore rabbrividì. Poi chiese:

– Ma chi le ha detto che deve morire?

Stefano rimase in silenzio e poi disse:

– Ho ricevuto una lettera. C’era scritto di prendere la linea 94.

– Ma nessuno comunica l’evento per lettera…

– Lei dice? Allora mi hanno preso in giro – e scoppiò in una fragorosa risata.

– E lei si presenterebbe così all’appuntamento con la morte? Lei è pazzo.

Stefano guardò l’abito e le scarpe e poi rispose:

– In effetti… Ma come ci si dovrebbe presentare alla morte?

L’autista ci pensò un attimo e poi disse:

– Dovrebbe almeno prepararsi un po’.

– E come ci si prepara?

– Ah non me lo chieda, a me non è arrivata nessuna lettera – e scoppiò a ridere.

Poi l’autista fece per tornare al suo posto ma improvvisamente si accasciò. Fece strani versi e quindi si lasciò andare bello disteso nel corridoio del mezzo. Infarto.

Stefano non fece una piega, tirò fuori la lettera che gli era stata recapitata, lesse l’indirizzo e si accorse che sulla busta c’era sì il nome Stefano, ma il cognome non corrispondeva. E poi la via non era Pascoli, ma Pescoli.

– Forse non era per me – e scese dal veicolo.

Stefano Re

LA CAMICIA di Stefano Re

Sono nato con la camicia e non so perché sia successo proprio a me. Pensavo di essere uscito dal grembo di mia mamma proprio con una camiciola addosso e quando mio nonno mi ha rivelato che come tutti i bambini ero nato nudo, ci sono rimasto male. Eppure era colpa sua se mi ero messo in testa quella roba della camicia, lui che ogni volta mi ripeteva: “Caro Giacomo sei proprio nato con la camicia”. Ma che cosa voleva dire, se poi mi aveva spiegato che ero nato nudo? Un giorno me lo chiarì la nonna, quando tornai a casa con le ginocchia rovinate, uno zigomo fratturato e un dente in meno, proprio lì davanti dove, se spinge, ci esce la lingua. Avevo attraversato la strada con la mia bicicletta fantasticando di essere Gimondi, ma ahimè non avevo guardato né a destra né a sinistra e un’auto mi aveva preso in pieno, senza che avessi nemmeno il tempo di frenare o di scansarmi. Bum, mi ero ritrovato qualche metro più in là in piedi e con le lacrime agli occhi. Non ci credeva nessuno e nemmeno io ci credevo, ma ero in piedi e vivo. La nonna quando mi vide ripeté quella frase e alla mia richiesta di spiegazione mi rispose che solo i fortunati nascono con la camicia. In effetti quella volta avevo avuto fortuna. 

Crebbi come molti bambini passando un’infanzia felice, ma crescendo mi accorsi che quella camicia cominciava ad andarmi stretta. Di colpo le cose presero ad andare male, finché arrivò quel marzo, di quel lontano duemilaventi, quando un virus cominciò a spargere la sua influenza per il mondo e in poco tempo si ammalarono quasi tutti e tra questi i miei nonni, che per una brutta polmonite chiusero gli occhi per sempre. Ricordo quel giorno con tristezza, ma soprattutto lo ricordo con rabbia, perché il governo aveva decretato l’isolamento per tutti e io dovevo stare in casa senza poter uscire, e loro morirono senza nemmeno li potessi salutare e abbracciare. Sono ingiustizie, queste! Ero alla finestra e pioveva, i fiori cercavano di spuntare sull’erba non ancora sistemata, le gemme si affacciavano sui rami come piccoli baci lanciati al vento. Un gatto dormiva sornione sotto una pensilina di fortuna. La camicia appesa allo stendino era lacerata come una ferita sanguinante. Tutto sembrava perdersi nell’oblio, solo il cuore era lì, che batteva a tratti e si mostrava in tutta la sua sofferenza.

Sono passati anni da quell’evento ed io sono ancora qui, alla finestra, ci passo ogni mattina e ricordo quel momento, ricordo i nonni, ma oggi il sole alliscia l’erba, le gemme sono foglie accarezzate dalla brezza, i fiori sono sbocciati tra colori vivi e profumi celestiali. C’è uno scoiattolo, di quelli grigi, sgranocchia un’arachide e mi guarda con quegli occhietti che ricordano gli occhi vispi di mio nonno. Il gatto dorme felice all’ombra di un piccolo platano. La nonna mi raccontava che il platano è l’albero dei sogni, perché sotto, all’ombra è bello dormirci. E io spesso mi ci appisolo, sotto quell’albero e so che loro, i miei nonni sono lì con me, mi proteggono, mentre la nonna alla macchina per cucire mi tesse certamente una nuova camicia.

Stefano Re

VA COME DEVE di Stefano Re

Era come dimenticato dal mondo, eppure il virus lo andò a cercare. Forse per via di un contadino, o forse per via di un commesso comunale, quel paese sperduto nella bassa milanese, tra boschi di pioppi, rogge e risaie, fu colpito dal Covid 19, e da quel giorno finì nelle pagine della cronaca nazionale: È NELLA BASSA MILANESE IL PAESE CON LA PERCENTUALE PIÙ ALTA DI MORTI.

Don Alberto si svegliò che era prestissimo e aspettò che cantasse il gallo. Il sole sembrava addormentato, dalle persiane filtrava una debole luce, come se il sole si fosse accucciato tra le braccia dell’alba. Solo qualche uccellino cinguettava qua e là, ma poca cosa rispetto al ciangottare stentoreo che risvegliava il mattino. Don Alberto si stiracchiò, fece il segno della croce, recitò un’Avemaria e poi si alzò, inforcando al primo colpo le ciabatte. Quel gesto fluido lo tranquillizzava; non era scaramanzia, è che le uniche volte che inciampava in esse, erano le volte che si svegliava con l’influenza. Si avvicinò al Crocifisso, gli diede un buffetto e poi andò in cucina a fare colazione. Quando spalancò le finestre, una leggera bruma opacizzava il sole, insolito per quel periodo dell’anno.

– Signore, non ci siamo – disse alzando gli occhi al cielo. – Quest’anno stai proprio esagerando. Ma che ti abbiamo fatto?

Fuori c’era un silenzio spettrale, non che in quel paese ci abitassero in tanti, ma in un paese di vecchi le prime ore del giorno sono quelle più rumorose.

– Ho novantasei anni, mi hai sbattuto qui in questa località di contadini, tra due cascine e una chiesa e mi porti via il piacere della messa, delle strette di mano, del Barbera in compagnia  che rafforza le ossa, e in più mi dai il buongiorno con questo sole pallido e ammalato? Secondo me ti sei innamorato. Ma non di noi – disse alzando la voce, – ma di una sgualdrina! Vedi tu se questo vuol dire fare il Signore.

Poi tornò in camera, diede nuovamente un buffetto al Crocifisso e si infilò la tonaca.

– E tu – disse rivolgendosi al Cristo sulla croce, – cerca di sorridere, perché tanto lo sappiamo tutti che dopo tre giorni sei risorto. Stai lì con quella faccia da ebete e da duemila anni te la godi tra i pascoli del paradiso. Siamo noi che dovremmo avere quella faccia, altroché.

Il Crocifisso l’aveva posizionato lì da quando il decano gli aveva detto che non si potevano più celebrare le messe. Era passato dalla sacrestia, era entrato in chiesa, si era messo la croce in spalla (“guarda se mi tocca fare il Cireneo”  aveva detto sotto il peso di quel legno) e l’aveva portata in camera, così avrebbe celebrato la messa appena sceso dal letto. A novantasei anni non si ha voglia di celebrare una messa in streaming, soprattutto tra contadini che mungevano ancora le vacche con le mani e donne che gracchiavano quando si intonava l’Avemaria della sera.

E poi che motivo c’era di coinvolgere i parrocchiani quando lì il tempo si era fermato nello stesso giorno in cui era stata proclamata la chiusura della chiesa. Da quel giorno in paese non si era mosso più nessuno, se non per lavorare i campi o per accudire le bestie. Non c’erano bambini, non c’erano giovani e soprattutto non c’era bisogno di ambulanze o forze dell’ordine. Lì ci si poteva anche parlare alle spalle, ma se uno aveva bisogno, tutta la cascina accorreva.

Il telefono della canonica squillò proprio quando don Alberto si stava infilando le scarpe di tela. Con i piedi che si gonfiavano come palloni e le dita che si accavallavano una sull’altra, non riusciva più ad indossare una scarpa come Dio comanda.

– Un momento! – gridò come se il chiamante potesse sentirlo. Quello era l’unico telefono presente in quella località e don Alberto lo metteva a disposizione di tutti. Era un apparecchio piuttosto antiquato, ma svolgeva ancora bene la sua funzione.

 – Pronto? – recitò appena impugnata la cornetta.

– Buongiorno don Alberto, sono don Carlo.

Il prete alzò lo sguardo verso l’alto e con la mano fece il gesto delle corna. Don Carlo era il decano e lui con i decani non ci andava d’accordo. “Hanno in mente la burocrazia, non la povera gente”, aveva detto un giorno ad Alfredo mentre gli portava il latte appena munto.

– Dimmi caro decano…

– Cos’è questa tristezza. Ma non li senti i telegiornali?

– I telegiornali? Non so nemmeno se la televisione funziona, e poi l’ultima volta che ho visto la televisione c’era ancora il povero Tortora che faceva parlare un uccello. Che poi, detto tra noi, era un pappagallo che parlava poco e quando parlava biascicava parole come un vecchio.

– Beh, comunque vai subito a suonare le campane, perché è finita la quarantena e oggi celebriamo messa con i fedeli. Anzi, fissa una messa per questo pomeriggio alle cinque, perché vengo io a celebrarla. Festa, oggi è un giorno di festa.

– Ma le campane non suonano da molto, caro il mio don Carlo. Senza soldi, le campane tacciono.

– E allora vai di porta in porta e avvisa tutti.

Don Alberto disse di sì mentre faceva strani gesti all’indirizzo di un signore, con un lungo pizzetto che finiva a punta, incorniciato e appeso alla parete. Era una vecchia immagine di John Donne.

– A proposito – chiese il decano. – Quante ambulanze avete chiamato in questi tre mesi?

– Manco una – rispose secco l’anziano. – Qui si muore in casa ma soprattutto in compagnia.

– E il medico, l’avete chiamato oppure no?

– Il medico? Il medico per noi è morto venti anni fa, quando si è chiuso nello studio e non ha più visitato a domicilio. Pensa che l’ultima volta che ho preso l’influenza ho parlato con una voce registrata. Se questo vuol dire fare il medico…

– Don Alberto, il mondo è cambiato…

– In peggio – rispose sconsolato don Alberto. Poi aggiunse – Ti aspetto alle cinque.

Uscì che il sole si era fatto spazio tra la bruma, con qualche cazzotto ben assestato aveva ripreso il suo posto nel cielo limpido e silenzioso. Don Alberto cominciò a suonare un campanaccio che aveva rubato qualche tempo prima dal collo di una vacca. Suonava ma nessuno si affacciava alle finestre. Strano, curiosi come erano gli anziani, qualcuno avrebbe dovuto manifestarsi. C’era un silenzio che sembrava irreale. Don Alberto ci mise più forza, ma da lì sembravano scappati anche i fantasmi. Poi vide una figura giù in fondo, accovacciata sui gradini dell’ultima casa a ringhiera. Accelerò il passo e riconobbe Peppino, il più tocco della cascina. Aveva settantacinque anni, ma una forza che avrebbe stritolato il corno di un toro. Era ancora l’unico ad arare i campi con i buoi. Odiava i trattori e l’unica volta che ci salì, scese immediatamente bestemmiando e calunniando contro il progresso. “Ci inquina la terra!” disse e fu l’ultima volta che tentarono di convincerlo.

– Peppino, che fai qua tutto solo?

– Caro il mio prevosto, aspetto l’angelo della morte.

– Tu aspetti l’Angelina, altroché.

– È morta e con lei la sorella e il fratello.

– Dai Peppino, non ho tempo da perdere. Alle cinque di questo pomeriggio don Carlo viene a celebrare messa. E’ finita la quarantena.

– Sarà un grande funerale, allora – proferì Peppino con un ghigno beffardo. – Se vuoi ti raduno le vacche , i maiali, le oche e i tacchini, gli unici che hanno resistito al virus. Gli altri tutti morti.

– E perché non siete venuti in canonica? Potevamo chiedere i soccorsi.

– Perché qui si muore in casa. Se il Signore ci vuole con sé, facciamo un segno della croce e aspettiamo il trapasso.

– Ma sei sicuro?

– Che ci facciamo il segno della croce?

– No, che sono tutti morti.

– Purtroppo sì.

Don Alberto si buttò in ginocchio e gridò dal dolore perché il ginocchio sbatté contro un sasso appuntito. Poi cominciò a pregare e tra una giaculatoria e l’altra si arrabbiava con Dio.

Peppino cercò in tasca uno stuzzicadenti e se lo infilò in bocca, mentre gli occhi gli si imperlarono di lacrime. Luccicavano sotto quel sole che si era fatto violento e caldo.

Don Alberto tornò in canonica, andò in camera e prese a pugni il Crocifisso. Era il suo modo di reagire quando si sentiva offeso dal Signore. Era un prete sanguigno, ma così fedele al suo Dio, che quei pugni erano un modo per viverlo fino in fondo. 

– Perché mi hai fatto questo? Siamo vecchi ma sinceri. Lavoriamo la tua terra, ci preoccupiamo per le bestie, condividiamo tutto e tu ci fai questo? Dov’è la tua giustizia. Dove sono gli umili innalzati? Questo non è un modo per fare il Signore. Vergognati! 

Poi scoppiò a piangere e recitò il rosario tra quelle lacrime che sapevano di sale e le parole che a singhiozzi celebravano la Croce.

Alle cinque di quel pomeriggio arrivò il decano, suonando il clacson e sventolando un lenzuolo con un bell’arcobaleno e una scritta che troneggiava appena sopra: ANDRÀ TUTTO BENE. 

Scese dall’auto e cominciò a cantare l’Alleluia, ma appena varcato il portone della chiesa si arrestò. Davanti a lui giganteggiava il Crocifisso, con quello sguardo sofferente e la testa reclinata alla sua sinistra. Don Alberto era inginocchiato all’altare, un piccolo uomo stava seduto sulla prima panca.

– Dove sono tutti? – gridò indirizzando le parole al prete anziano. Poi di gran passo gli si avvicinò. Prima che potesse parlare, fu Don Alberto a rispondere.

– Stanno celebrando la loro messa in cielo.

Don Carlo guardò l’uomo alla sua destra che stava mangiando le arachidi, una ogni quindici secondi.

– E questo che fa?

– Quello è Peppino. Lascialo in pace, sta recitando il rosario.

– Con le arachidi?

– Sono i suoi grani del rosario. Siamo contadini, ci arrangiamo con il buono della terra.

– Ma tutti gli altri dove sono? Così celebra il suo ministero?

Don Alberto si alzò di scatto, il viso tirato come prima di esplodere:

– Adesso mi dai del lei? Qui sono tutti morti – disse gridando. – Lo vuoi capire che qui sono tutti morti? Noi non siamo di questo mondo, noi siamo di un mondo vero, fatto di terra, fatto di fatica. Qui si muore in casa, ma mai da soli, si muore da vecchi, si prega con le arachidi, si caga in stalla, ma Dio sa quanto lo amiamo. Non ci servono la liturgia o tutte quelle fissazioni che voi preti moderni pretendete dal popolo. Vi date arie perché predicate su internet, noi predichiamo tra il letame, tra le bestie, tra la povertà, ma questo ci rende fieri. Non abbiamo soldi per le campane, ma la campana l’abbiamo nel cuore, perché come disse John Donne, e lei non sa nemmeno chi sia!, “non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te.”

Poi scoppiò in lacrime mentre don Carlo indietreggiò fino all’ingresso e sull’uscio inciampò sul Crocifisso e cadde. Peppino si voltò e gli sembrò che il Cristo scuotesse la testa.

Dopo circa due ore oltre ai carabinieri, ai vigili del fuoco, alle ambulanze, arrivò anche una giornalista della Rai. La ricrescita scura le divideva in due la chioma fintamente bionda. Vide Peppino appoggiato con la spalla ad una colonna della chiesa.

– Mi hanno detto che è l’unico sopravvissuto, cosa farà ora?

– Tutto va come deve, la libertà è accettare.

di Stefano Re