L’ultimo fiore

Era l’ultimo fiore del giardino e non era ancora agosto.

Piero si era dato da fare durante la primavera. Aveva seminato piccole piantine che poi erano esplose in mille colori e aveva riempito vasi e aiuole del giardino per vincere il famoso premio cantonale: “Vota il giardino più bello”, un concorso che si teneva a fine giugno.

Dopo la semina di alcuni fiori e la piantumazione di altri, Piero aveva acquistato un aggeggio che misurava l’umidità della terra e in base ai risultati di quanto rilevato, innaffiava tutte le sere o a giorni alterni. Aveva acquistato un concime miracoloso, questo almeno gli aveva detto il venditore in dialetto, e si era preso cura dei nuovi germogli come non aveva mai fatto con alcuna donna. Dopo aver letto di certe usanze popolari, secondo le quali le piante crescevano meglio se il contadino parlava loro, Piero si era recato in libreria e aveva comperato alcuni libri di favole, ed ogni sera passava il tempo in giardino a leggerli ad alta voce. Insomma, voleva vincere a tutti i costi quel concorso.

Da piccolo, mai nessuno l’aveva stimolato. La madre gli diceva sempre che non capiva nulla, il papà lo picchiava ogni volta che Piero faceva qualcosa di sbagliato, persino il fratello lo considerava un buono a nulla, solo perché fuori lo prendevano tutti in giro. Diciamo che la sua autostima soffriva parecchio per tutto quanto gli era capitato.

Per questo motivo cercava riscatto nel concorso, sapendo che l’eco di quella sfida arrivava in tutta la regione, e che vincere quella sfida significava vincere contro professionisti e cultori della materia. A giugno era tutto pronto, il giardino era una tavolozza di mille colori e centinaia di sfumature, le piante di fiori erano robuste, le radici ben interrate e le foglie verdi e perfettamente regolari. Insomma, il lavoro sembrava ben fatto.

Giunsero i giurati, giunsero a fine giugno, con cappelli di paglia a tesa larga, il taccuino in mano e una serie di tabelle dove apporre i voti. Gli fecero domande, attesero risposte, rifecero domande e prima che rispondesse all’ultima domanda, salutarono e partirono per altri giardini. Piero li osservò finché li vide, poi entrò in casa e aprì una bottiglia di spumante. Bevve almeno tre quarti di quelle bollicine e poi si coricò sul divano e lì si addormentò.

La domenica successiva, nella piazza del paese, furono declamati prima le segnalazioni di merito e poi i vincitori. Sul podio ci salirono due donne e Piero fu insignito del primo premio. Aveva vinto e la coppa del vincitore, con un assegno di diecimila euro, gli fu consegnata dal sindaco, mentre la Banda degli alpini intonò una serie di canti di montagna. Gli applausi si persero tra le urla dei tifosi della squadra locale, che si giocava il primo posto di un torneo nello stadio lì a fianco.

Il giorno dopo, mentre i giornali locali uscivano con la notizia del concorso in prima pagina, Piero fu investito da una strana sensazione. Gli sembrava impossibile che la giuria avesse scelto proprio il suo giardino. Si saranno sbagliati, pensò. Forse qualcuno li ha corrotti per farmi vincere. Probabilmente hanno avuto compassione di tutti i miei fallimenti.

Così prese la cesoia e cominciò a tagliare i fiori del giardino. Lasciava solo il gambo, e tagliò con la pazienza con cui aveva atteso la fioritura. L’ultimo lo tagliò a fine luglio.

di Stefano Re

LA FONTANA A CICLO CONTINUO

Il paese si stava spopolando. I giovani cercavano lavoro in città. Gli anziani morivano. La giunta comunale si arrovellava in cerca di idee per riportare il paese all’attenzione dei turisti. Tra tutte le proposte bizzarre di una coalizione bizzarra, si scelse quella più stravagante: la fontana a ciclo continuo. La stramberia era tutta per l’inverno visto che la temperatura scendeva fino a quindici gradi sotto zero. Il sindaco disse di non preoccuparsi, in fondo si era nell’anno duemilaventuno e gli scienziati avrebbero inventato qualche cosa per eludere il ghiaccio. Siccome il primo cittadino era un politico vero, che sapeva convincere gli altri, non gli fu difficile persuadere tutto il consiglio comunale, opposizione compresa.

La fontana a ciclo continuo fu inaugurata a settembre, con banda musicale, trombette da stadio, porchetta, salsiccia e la parata dei militari della vicina caserma. Insomma, il trionfo fu nell’organizzazione più che nell’evento. Infatti parteciparono in pochi; qualche vecchio sdentato che preferiva il semolino alla porchetta, e la giunta comunale. Ma tutte le testate giornalistiche nazionali furono invitate, perché come si diceva prima, il sindaco era un abile persuasore, e nessuna si lasciò scappare il servizio sulla fontana a ciclo continuo.

Ne parlarono anche i telegiornali e persino il Presidente della Repubblica ne fece un accenno durante il discorso di fine anno, affermando che in quei tre mesi il paese aveva aumentato a dismisura il turismo, soprattutto in dicembre, grazie ai mercatini di natale. Ma il parere dei turisti era più che negativo e la paura che il passaparola tornasse indietro come la falce della morte, obbligò il consiglio comunale ad una riunione straordinaria. C’era da inventarsi qualcosa. L’aiuto arrivò dalla natura, appena l’inverno strinse la borsa e il ghiaccio si impossessò di tutto. Anche la fontana ghiacciò e lo fece di notte, quando la temperatura scese come un aereo in picchiata. Si formò una stramba figura di ghiaccio: due mani giunte come se stessero pregando. Si gridò subito al miracolo e questa volta arrivarono le televisioni di tutto il mondo. La gente accorreva per pregare e nacquero negozietti di gadget religiosi. Il sindaco si assunse il merito; qualcuno lo propose come premier: “È l’uomo dei miracoli!”

Ma a marzo il miracolo svanì, i turisti si stancarono di osservare un evento che non era altro che uno spruzzo di acqua che si arrampicava nell’aria per poi ricadere verso terra. Il paese fu abbandonato dagli ultimi ragazzi, i vecchi morirono. Rimasero il sindaco e la sua giunta, che non avendo cittadini si sciolse come il ghiaccio a primavera.

di Stefano Re

SUL PARAPETTO

Salì sul parapetto del ponte e si aggrappò ad un cartello stradale per trovare l’equilibrio. Sotto c’erano trenta metri di vuoto e in basso si dipanava il letto in secca di un torrente di montagna. Era arrivato fino lì per farla finita, anche se la malattia non gli permetteva di comprendere fino in fondo da che cosa stesse realmente scappando. Non aveva grossi problemi, se non una multa di pochi euro da pagare, più l’onta per non essere stato capace di difendere le proprie scelte davanti al vigile che lo sanzionava per un arancio che la polizia municipale aveva visto rosso. In fondo lo stipendio da manager di una grande multinazionale americana non lo metteva in condizione di finire nella rete dell’Agenzia delle entrate. Si buttava semplicemente per un gesto eroico. Aveva una vita normale, ma mai gli era capitato di finire su un giornale, seppur minore, per qualcosa di eclatante. Questo era ciò che lo angustiava, questo era il motivo di una depressione che l’aveva condotto prima dal medico, poi da uno strizzacervelli e quindi in farmacia per acquistare farmaci atti alla ricaptazione della serotonina. Voleva lanciarsi per avere uno spazio sul giornale, per mettere in difficoltà qualche amico, così che per qualche giorno ci fosse qualcuno che si sentisse in colpa per non aver capito il suo stato d’animo. Distratti, in fondo aveva amici distratti. Ecco, forse lo angustiava la distrazione che vagava per il mondo trasformando animali sociali in individui egoisti e spesso egocentrati. Era la malattia del mondo, la malattia dell’anno duemilaventuno. Ma se poi nessuno si fosse posto domande? Sarebbe morto senza quelle righe che avrebbero messo in risalto una vita normale? Decise di scrivere due righe e si lasciarle sul ciglio della strada. Ma se poi il vento avesse spazzato via quel biglietto? Si sa che il destino si fa beffe delle nostre pianificazioni. Scese dal parapetto e si mise a pensare. Doveva uscire dalla vita nel modo migliore, doveva lasciare un segno. Ma come? Aspettò che gli venisse un’idea, ma più che l’idea si accorse che stava perdendo tempo, si accorse che era sul quel ponte da circa un’ora. Risalì sul parapetto e guardò in basso. Gli sovvenne la vertigine, e la testa per un attimo virò su se stessa offuscandogli la vista. Contò fino a tre, poi contò fino a dieci, quindi contò fino a cento e quando arrivò alla prima unità della secondo centinaio decise di scendere dal parapetto. Scrisse il biglietto: farla finita è un modo per apparire. Dunque trovò una pietra per fissare sull’asfalto lo scritto e salì di nuovo sul parapetto. Questa volta decise di non contare e col la forza del coraggio chiuse gli occhi e si lanciò nel vuoto.

Dopo qualche giorno di assenza dal lavoro, qualcuno decise di cercarlo, ma non trovandolo, si rivolse ai carabinieri e fece denuncia. Nel frattempo un tale trovò il biglietto. Mancava la firma. Chissà cosa vuol dire, pensò l’uomo prima di lanciare il foglietto giù dal ponte. La firma, si era dimenticato di firmare. Era uscito dalla vita dimenticando di lasciare il nome su quel foglietto. Ritrovarono il corpo sfigurato circa tre mesi dopo, ma non avendo familiari nessuno lo riconobbe. Gli amici l’avevano dato per disperso e sapendolo sereno, in fondo non aveva grossi problemi da far pensare il peggio, immaginarono fosse scappato in qualche paese caraibico per cominciare una vita nuova. Un giornale locale diede la notizia del ritrovamento di un corpo, spiegando che nessuno sapeva riconoscere di chi fosse.

Finì presto nel dimenticatoio, tra la distrazione cosmica di un mondo che presenta solo parapetti tra il prima e il dopo.

Stefano Re

STORIA DELL’IMPIEGATO E DEGLI OPERAI


C’era una volta in un tempo che fu, ma il tempo lascia segni che rimbalzano dal passato al presente e dal presente al futuro, insomma da un tempo indefinito ad un tempo distintamente impreciso, un impiegato che si schierò contro gli operai dell’azienda che avevano la colpa di non sopportare il dirigente. Siete pecore, diceva loro ergendosi a lupo fuori dal gregge. Quando vi sveglierete? Non capite che vi siete manopolati a vicenda e non riconoscete le qualità del suddetto superiore? Gli operai non dispensavano risposte, sapendo che il tempo è galantuomo. E l’impiegato si gongolava tra le braccia e le parole del dirigente, che appena poteva lanciava invettive contro questo è quell’operaio. Ma un giorno, tra le grinfie del superiore ci finì l’impiegato che suo malgrado si ritrovò nel gregge belando tutta la propria indignazione. Si era svegliato tardi o dal principio aveva torto?

Stefano Re

CLIMAX

Gli avevano appena tolto le rotelle, quando inforcò la bici e cominciò a pedalare. Più pedalava e più la bicicletta correva sfidando la resistenza del vento. Sentiva la velocità tra i capelli. Fu un attimo, fu quell’attimo in cui gli prese il dubbio di non farcela; barcollò e cadde riportando la frattura di due costole.

Voleva un’auto scattante. La individuò sull’ultimo numero di Quattroruote e la chiese al padre. Non abbiamo soldi, gli rispose il genitore. Si arrabbiò, ma poi acconsentì di farsi comprare una vecchia Ford Fiesta. La elaborò di sfroso, cambiando la centralina e aumentando i cavalli. Lo fece di nascosto, grazie alla paghetta dei nonni e alle abilità di un amico. Pigiava sull’acceleratore e abbassava i finestrini per sentire il motore rombare e la velocità scompigliargli i capelli. Attraversò un incrocio senza attenzione. Si scontrò e riportò un trauma cranico preoccupante.

Si presentó direttamente all’amministratore delegato dell’azienda per cui lavorava. Voglio l’aumento. Il capo rispose che non se ne parlava. Sei appena arrivato e il tuo collega fattura di più, gli disse. O mi dà l’aumento o me ne vado. Il brivido di quella scelta gli sparò in corpo così tanta adrenalina che sopravvisse nell’euforia per la settimana successiva. Rimase due anni senza lavoro.

Dottore, ho deciso di non curarmi. Lei è pazzo, vuole morire in un mese? La diagnosi era severa: tumore ai polmoni. Aveva bisogno di emozioni forti, di sfide, di sentirsi libero. Prese la decisione.

Sulla lapide, sotto al nome e alla data di nascita e di morte, i familiari fecero scrivere le poche parole che aveva dettato: VIVERE È LIBERTÀ

Stefano Re

LA CONTA

Il maresciallo arrivò trafelato e cominciò la conta delle vacche.  Era il suo modo quotidiano di dare fastidio. Non che servisse a molto, visto che quell’attività si ripeteva ormai da più di un anno e non aveva portato risultati, ma essere marescialli in un piccolo borgo di pochi gatti, con una statale che percorreva una ventina di chilometri, prima di congiungersi al paese successivo, non era come lavorare in una grande città. Il tempo nel borgo di G. andava riempito con diversivi, e la statale, oltre a qualche incidente mortale, era famosa per le vacche, espressione che piaceva poco al brigadiere, uomo di buoni costumi e valori cristiani, ma che dava un senso di superiorità al maresciallo.

– Siamo a ventitré, ne manca una – disse il brigadiere.

– La solita?

– La solita.

– Quella vacca ha i santi in paradiso – disse il maresciallo.

Il santo non stava in paradiso, semplicemente stava sulla piazza di G. e faceva l’ambulante. Vendeva frutta, e la caserma dei carabinieri sorgeva proprio lì a fianco.

– Sta arrivando.

Due semplici parole per non dare nell’occhio, come se l’ambulante dovesse riferire qualche minuzia alla moglie, cosa che il maresciallo aveva notato, ma a cui, colpevolmente, non dava importanza:

– Sta sempre al telefono, quello.

– Che vuole farci, maresciallo. Pochi secondi e la moglie è servita – ribatteva il brigadiere.

Invece la telefonata era indirizzata a Lucilla, che batteva ormai da mesi sulla statale e che sembrava fosse la favorita del magnaccia, il siciliano che pretendeva dalle ragazze il trenta per cento dell’incasso. L’ambulante era semplicemente il palo, pagato per controllare i movimenti dei carabinieri.

Il maresciallo passò in rassegna le ragazze:

– Ventitré vacche, una assente, ventitré scostumate che si fanno mungere dai vaccari…

– Maresciallo, suvvia – diceva il sottoposto con un certo sdegno. – Sono pur sempre figlie di Dio.

– E che vuol dire? Più che figlie queste sono vacche! – e sputò in terra per mostrare ribrezzo.

Poi, non potendo fare nulla, lasciava che le ragazze rompessero le righe, e queste silenziosamente e sculettando per provocazione, prendevano posto lungo la statale.

– Questo pezzo di strada è la mia giurisdizione, e sulla mia giurisdizione comando io – aggiungeva il maresciallo per rimarcare il suo potere.

– Capo, – disse il fruttivendolo al Siciliano. – Quel maresciallo sta dando fastidio.

– Lascia che arrivi il momento giusto.

Il momento giusto arrivò il mese dopo; il brigadiere cominciò a contare:

– Ehilà, maresciallo. Ventiquattro!

– Finalmente – ululò il maresciallo come un lupo affamato. – Il gatto ha mangiato la talpa?

Le ragazze stavano in silenzio.

– Capo, ce n’è una nuova – recitò il brigadiere.

– Una nuova vacca?

– Una nuova ragazza.

– Vediamo quanto latte porta! – proferì il maresciallo avvicinandosi alla fila di ragazze.

Poi stralunò e tossicchiò, come se avesse un groppo in gola:

– Che ci fai qui, anche tu una vacca?

La ragazza arrossì, si schermì e timidamente disse:

– Zio, scusami, ma devo!

D’improvviso arrivò un’auto a velocità sostenuta. Frenò e si affiancò al maresciallo.

Il carabiniere riconobbe l’ambulante:

– E lei che ci fa qui?

– L’ambasciatore! – proferì il fruttivendolo. Poi indicando la nipote del maresciallo, aggiunse:  – Quella ragazza è solo un avvertimento. O le lascia lavorare oppure la sua arroganza finirà sui quotidiani nazionali, in una bella foto, tra le vacche di un pascolo, o con la testa infilata sul corno di un toro. A buon intenditor…

Poi accelerò e si disperse.

Il maresciallo richiamò il brigadiere e sull’attenti disse:

– Brigadiere, queste ragazze hanno diritto al loro salario.

Quindi chiamò a sé la nipote e la accompagnò a casa.

di Stefano Re

SARÀ COMUNQUE NATALE

Fu un anno nefasto, fu l’anno della pandemia. Abbiategrasso si risvegliò con il sole e una leggera brezza che spazzava la coltre di nebbia che persisteva da qualche giorno. L’umidità entrava nelle ossa e le indolenziva, le strade erano bagnate da quelle goccioline che facevano brillare le piante. Il natale era ad un passo dallo svolgersi, ma la tristezza adombrava volti stanchi e carichi di occhiaie. Il virus si era insinuato con la disinvoltura dell’aria e nessuno se ne era accorto. In un mondo dominato dall’informatica, nessun antivirus era riuscito a proteggere la popolazione. La malattia aveva colpito le persone più anziane che di colpo avevano sentito la pesantezza dei polmoni e la solitudine della morte. In un mondo egoista e performante, il virus aveva colpito proprio là dove si cercavano i contatti, tanto che il governo aveva vietato gli assembramenti e soprattutto aveva obbligato i cittadini ad indossare mascherine protettive che la fantasia degli stilisti aveva trasformato in pezze colorate e stravaganti. Il paese aveva riscoperto la solitudine, ma soprattutto aveva sperimentato la solitudine della morte. Chi era più fragile, veniva trasportato in ospedale, quindi nelle sale di rianimazione e infine intubato in attesa  del miracolo o della morte solitaria. La compassione e la cura degli ultimi giorni si erano trasformate in angoscioso eremitaggio. La società che aveva messo tra parentesi la morte,  pagava ora i recessi  dell’isolamento. Anche i medici di base, quelli che da anni aspettavano i malati negli studi e rifiutavano le visite a domicilio, erano colpiti dalla violenza della malattia. Persino le messe erano sospese e quelle poche che venivano celebrate avevano gli ingressi contingentati. Una tragedia che sembrava non finire. Il commercio era paralizzato, le ambulanze fischiavano sinistramente e la paura aveva condotto qualcuno a lamentarsi e ad iniettare nella mente il tarlo del complotto. Ma dentro quella ripetitività, c’era qualcosa che sfuggiva; in strada da qualche giorno girava un tipo strano, vestito di nero, con un cappello rosso a tesa larga, la sciarpa gialla e le scarpe da fachiro. Girava in paese come se si sentisse a casa propria. Lo incrociavi dappertutto, a nord e a sud della città, di lato e dalla parte opposta. Molti lo guardavano con sospetto, ma tanti lo osservavano con curiosità. Capitava di rado da queste parti, un tipo così strano. Le donne più anziane si ritrovavano davanti ai negozi e ignari delle regole facevano adunata conversando sulla provenienza di quel tale. Gli uomini, soprattutto i pensionati, perché era comunque concesso recarsi ai luoghi di lavoro, facevano capolino davanti ai bar, e aspettando, al di fuori del locale, il caffè o più comunemente il vino in bicchieri di cartone che toglievano il gusto alla bevuta, un’ordinanza aveva infatti proibito gli ingressi nei bar, prendevano in giro l’abbigliamento atipico dello straniero. Ma qualcuno lo osservava con sospetto.

– Questo è un anno bastardo, non sia mai che quello porti altre brutte notizie.

Polizia municipale e sindaco tendevano ad ignorarlo, e i sacerdoti delle varie comunità non gli davano troppo peso, tutti tranne don Ariosto, che i più chiamavano Orlando furioso, perché dall’ambone lanciava invettive ai parrocchiani con il dito puntato e lo sguardo minaccioso. Don Ariosto aveva colto la preoccupazione nelle parole di qualcuno e si era deciso ad incontrarlo. “Se è un poco di buono, lo farò desistere dal misfatto. L’anima ha pur sempre uno sbocco alla bontà”, pensò appena lasciato il confessionale. Da qualche ora il tale percorreva avanti e indietro duecento metri di viale Mazzini, sostava davanti al civico 666 per qualche minuto, osservava la finestra del primo piano di quella palazzina disabitata. perché considerata funesta, o così sembrava ai più, e quindi riprendeva a percorrere la via, ora da una parte ora dall’altra. Questo ostinato persistere su quella strada aveva preoccupato i cittadini che non sapendo a chi rivolgersi, avevano interpellato don Ariosto che senza se e senza ma, un po’ come tutti i sacerdoti della bassa milanese, aveva indossato un giaccone strappato sulle tasche laterali, cosa normale, visto che il sacerdote non dava molto peso all’immagine, e i parrocchiani lo chiamavano anche “il prete povero”, e si era deciso ad affrontare lo straniero.

– Buongiorno signor… – don Ariosto lasciò la frase in sospeso in attesa che fosse l’altro a concluderla.

– Ambasciatore.

– E di quale nazione? – incalzò il prete.

– Dell’oltretomba.

Don Ariosto scoppiò in una fragorosa risata, gesto che rasserenò chi si era radunato intorno ai due, ma che infastidì lo straniero.

– Trovo insensato ridere su una questione così, così…

– Mortale – gli suggerì il don, prolungando la risata.

– Non credo di aver mai incrociato un sacerdote così stupido – replicò l’ambasciatore.

Don Ariosto concentrò lo sguardo sull’altro e gli occhi si avvicinarono così tanto che a qualcuno sembrò si fossero ridotti ad uno solo. La gente mormorò, anche perché si aspettava che il prete alzasse il dito e sentenziasse la scomunica, invece don Ariosto abbassò la voce e disse:

– Spesso la stupidità è il nome che diamo a chi rifiuta di darci ragione – poi aggiunse. – Come mai da qualche giorno frequenta le nostre strade?

– Le ho appena detto che sono ambasciatore. Ho un incarico che non posso ancora rivelare.

– Lo sa che potrei denunciarla ai carabinieri?

– E per quale motivo?

-Perché disturba la quiete pubblica – rispose don Ariosto.

– Mi limito ad andare avanti e indietro, non credo di disturbare qualcuno.

– E allora dichiari le sue motivazioni. – il prete cominciava a perdere la pazienza.

– Le ho appena detto che non è ancora il momento.

Il sacerdote abbassò la testa in segno di saluto e tornò in canonica, mentre la gente si sparpagliò, spaventata da quel dialogo abbastanza surreale. L’ambasciatore continuò a camminare avanti e indietro e ad ogni sosta fissava la finestra al primo piano.

Don Ariosto si rifugiò davanti al tabernacolo, in ginocchio, con le mani giuste in attesa di una risposta. Ogni volta che un pensiero gli girava per la testa, la sua preghiera, lì in ginocchio davanti alla fiammella rossa che mostrava la presenza di Cristo si faceva più pressante. Non aveva mai sentito voci dall’aldilà, che poi se stiamo a vedere non dista molto dall’aldiqua, e in fondo non si sentiva nemmeno come don Camillo, visto che davanti al Crocifisso si era inginocchiato poche volte e quasi sempre durante le funzioni che celebrava. Ma era certo che Dio sapesse suggerirgli la soluzione di molti pensieri. Sosteneva che l’assenza di Dio fosse solo un problema di ascolto e di distrazione.

Dopo qualche Padrenostro e qualche Avemaria, il suo zelo si soffermò sul numero civico di quel viale, su quel 666 scelto dall’ambasciatore. Fece il segno della croce e uscì di corsa dalla canonica.

L’ambasciatore era entrato nella palazzina di viale Mazzini e proprio dal primo piano faceva strani gesti e ripeteva a voce bassa sei semplici parole: “la pandemia è colpa di Dio”, e la cosa buffa è che quelle parole erano ripetute ad alta voce da tutti quelli che passavano lì sotto. Come se l’ambasciatore comunicasse per empatia. Don Ariosto arrivò di corsa.

– Maledetto ambasciatore! – gridò per farsi sentire da tutti i presenti. – Non sei l’ambasciatore dell’oltretomba, sei semplicemente un tarlo, un minuscolo tarlo che si nasconde per non mostrare la sua cattiveria. Verrà il giudizio di Dio!”

– Convertitevi! – gridò lo straniero scimmiottando le parole dette al tempo da uno degli ultimi papa.

Tra la gente, qualcuno scoppiò a ridere e cominciò ad inneggiare allo straniero, dando avvio all’illogicità del surreale, una situazione così complessa che tarlava la mente anche dei più sapienti. Fu una donna, forse sui novant’anni o forse più, che arrivò proprio sotto al balcone da dove predicava l’ambasciatore per dire due semplici parole: “memento mori”, cosa che spaventò lo straniero senza che i concittadini se ne accorgessero.

Don Ariosto prese l’acqua santa e cominciò a benedire quella palazzina, mentre molte più persone si accalcavano facendo cori per l’ambasciatore.

– Ma che fate! – gridò don Ariosto. – Ma non capite che vi sta ingannando? Abbiamo già perso troppi amici, volete perdere anche la vostra libertà?

– La libertà l’abbiamo già persa. Il governo ce l’ha rubata.

– Ma quella non è libertà – rispose il sacerdote. – La libertà vive di eroismi quotidiani, non di proclami. – Poi si rivolse all’ambasciatore – E tu piantala di insinuare pensieri depressi. Abbiamo bisogno di luce, non di ombre.

L’ambasciatore sogghignava. Vedeva il suo potere farsi sempre più invasivo. La luce spegnersi.

La vecchietta prese sotto braccio don Ariosto e se lo portò via.

– Non posso abbandonare il mio popolo. Siamo sotto natale, non può ancora vincere il male – disse il sacerdote facendo resistenza.

La novantenne ci mise un po’ più di forza e disse:

– Stia tranquillo, don Ariosto. Vedrà che sarà comunque natale. 

Passò un’ambulanza, un’altra ancora, Abbiategrasso fu invasa dal virus e la colpa ricadde su quegli assembramenti che si erano formati sotto la palazzina di viale Mazzini, ma questo accadde parecchi giorni dopo. 

di Stefano Re

SURREALE

Erano da poco passate le quattro del pomeriggio e fuori c’era un freddo che faceva battere i denti.Lo capì quando uscì a raccogliere un vaso spinto dal vento e si ritrovò a raccogliere anche una decina di denti.Imprecò come non aveva mai fatto nella sua vita. Fece cadere il governo sbraitando contro i politici proprio perché la nonna era stata chiara: “lascia stare i santi”. Il popolo , afflitto da una crisi economica di proporzioni surreali, cominciò ad assaltare il parlamento e se la prese con i commessi che non volevano farlo entrare: “C’è il Covid, misuratevi la febbre!” Lo dissero al plurale perché il popolo è singolare solo quando ha la pancia piena. C’era una fiumana di gente che sbraitava, con la mascherina che scendeva dal naso ad ogni insulto e i commessi che chiedevano di rimettersela a posto. Uno gridò: “ma non è carnevale” e l’altro rispose: “ogni scherzo vale”, anche se non c’entrava nulla. Arrivò tutto il personale medico dell’Ospedale Spallanzani e la gente si divise come il mare davanti a Mosè.”Che fate?” disse il primario di pneumologia. “Niente” risposero tre o quattro all’unisono. “Davamo fiato alla bocca” disse uno facendo il gradasso. “Bene, allora non avete bisogno dell’ossigeno, visto che lo sprecate in proteste” rispose il vice primario schiaffando poi la lingua in bocca, ad una infermiera calabrese per almeno quindici minuti.”Lei è pazzo!” recitò un commesso parlamentare votato con scambio di voti e di merendine al posto di un’addetta alle pulizie della camera del governo che puzzava di stantio. La camera, non l’addetta.Fu un tripudio di applausi e di urlacci contro Dio che ahimè non c’entrava nulla con la situazione; ma si sa che quando non si sa che dire, Dio è sempre alla portata di tutti. Proprio di tutti, anche di quelli che non hanno nemmeno avuto il tempo di chiedere perdono ai familiari, perché il brutto di questo periodo è che mentre noi pensiamo ai fatti nostri (leggi interessi), qualcuno muore solo.

Stefano Re

IRONIA CONTEMPORANEA

L’intervento del Presidente del Consiglio era fissato per le sei della sera, ma la burocrazia intestinale del capo del governo ritardò l’evacuazione con grande apprensione dei Ministri preoccupati dalle flatulenze del Premier, sempre più acide e insistenti. “Non si sarà beccato quella fastidiosa influenza gastrointestinale?” diceva il ministro della salute a quello dell’economia. “Speriamo di no! – rispondeva l’altro agitato dalla discesa vertiginosa della Borsa. – Prima parla e prima i mercati si riprenderanno”. Finalmente il discorso andò in onda a reti unificate.
“Cari cittadini, ci troviamo obbligati ad interventi drastici. Attiveremo il coprifuoco dalle ore sei del mattino alle ore ventiquattro della sera. Dalla mezzanotte fino alle cinque e cinquantanove minuti e cinquantanove secondi del mattino sarà vietato uscire di casa. Sono sicuro che capirete – poi fece una pausa, si contorse e si lasciò andare ad una mitragliata improvvida di flatulenze. – Questo è tutto”. La gente uscì sui balconi e cominciò a festeggiare l’inizio di una nuova vita: “Sentito che botti stasera?” La borsa ebbe un’impennata. C’era fiducia, anche il Presidente aveva dato fiato alle trombe.

Stefano Re

DESMENTEGA’

Per gli amici del Caffé propongo il primo capitolo del mio nuovo romanzo per ragazzi, pubblicato a puntate sul un settimanale di zona e presto come libro. (S.Re)

In un istmo di terra tra i paesi di Gaggiano, Vigano Certosino e la piccola frazione di Barate, sorgeva un borgo che dai tempi che furono veniva chiamato Desmentegà.

Qui ci viveva una trentina di persone e tra queste un ragazzino di nome Cristian, non l’unico ma quasi. Era un dodicenne simpatico, alto quanto basta per risultare basso, magro abbastanza da non sembrare smilzo e con un collo così lungo da sembrare una giraffa. Per fortuna che la testa era regolare, con due orecchiette proprio a posto, il naso perfetto e gli occhi vispi e azzurri come quelli di suo nonno. La bocca era minuta, con due labbra rosse come un rapanello e con la parola sempre pronta e gentile. Simpatico come un giullare di corte.

Gli altri paesani erano tipi particolari e molto distratti. Difficile a credersi, ma a Desmentegà  tutti perdevano qualcosa, e ogni volta che perdevano una cosa, si giustificavano con una prevedibile domanda:

-Chissà dove l’ho dimenticata?

Gaggiano, quel piccolo comune tagliato in due da un corso d’acqua chiamato Naviglio Grande, viveva con un certo fastidio quel pezzo di terra, lo viveva come se fosse un oltraggio alla proverbiale efficienza dei Lombardi, e quindi tendeva ad isolare quella lingua di terra dove scordarsi le cose era la regola. Non che gli altri paesi confinanti tollerassero quel vezzo, piuttosto facevano di tutto per relegarlo al di fuori dei propri discorsi. Sentivano il senso riprovevole della vergogna.

Ma a Desmentegà la vita andava avanti comunque, perché ci si abitua facilmente alle cattive abitudini fino a trasformarle in norma, un alveo dove tutto scivola come se fosse la regola. E spesso il disordine è un’opportunità su cui costruire.

(Stefano Re)