TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO

La mosca ronzava nella stanza. Ogni tanto sbatteva sul vetro pensando che la finestra fosse aperta. Poi si posava sulla scrivania e lì sembrava riposarsi. Quindi ripartiva, volteggiava nell’aria e si lanciava verso l’uscita fino a sbattere di nuovo sul vetro della finestra chiusa.
Un ragno la osservava, sperando che la mosca si impigliasse alla ragnatela e lì rimanesse. Era da qualche giorno infatti che saltava il pasto.
Ma la mosca sembrava conoscere il luogo dove il ragno aveva tessuto la tela, tanto che riusciva sempre ad evitarlo, mentre sbatteva imperterrita contro il vetro della finestra.
“Ma non vedi che è chiusa?” a un certo punto chiese il ragno.
La mosca fece finta di nulla.
“Sei anche sorda?” domandò con arroganza il ragno.
La mosca continuò a volare, finché decise di fermarsi sulla maniglia di un mobile.
“E perché ti interessa?” chiese al ragno.
“Mi infastidiscono il tuo ronzio e i tonfi sul vetro”
“Cambia stanza, allora” disse la mosca. “Se vuoi, puoi passare sotto la porta!”
Il ragno cominciò ad innervosirsi. Possibile che avesse incrociato una mosca intelligente?
“Se continui, prima o poi ti faranno morire” contrattaccò il ragno.
“Aspetterò la morte allora, ma preferisco morire schiacciata, che morire tra le tue grinfie” rispose la mosca.
“Comunque si tratta sempre di morte… Se tu ti impigliassi alla mia tela, potresti essermi utile. Moriresti per una buona causa!”
La mosca ascoltava in silenzio.
“Ci stai pensando?” domandò il ragno.
Di colpo si aprì la porta della stanza.
“Lorenzo!” urlò una voce di donna. “Quante volte ti ho detto d’aprire la finestra quando ti svegli… senti che aria viziata!”
La donna aprì la finestra e la mosca, con un ghigno rivolto al ragno, fuggì all’aria aperta.
“Lorenzo, vieni subito qui!”, disse ancora la donna. “Guarda quel ragno… Portami la ciabatta per favore…”

(di Stefano Re)

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PROMEMORIA

Lo chiamavano Promemoria, perché girava tra le vie del paese per ricordare a tutti cosa si dovesse fare. “Bisogna fare questo” diceva a tutti, mentre lui si limitava a fare il minimo necessario, perché a fare il resto, gli sembrava di fare lo schiavo.

Gli altri lo guardavano e facevano sì con la testa, anche se poi domandavano chi dovesse farlo, e nel dubbio lo facevano loro. Così Promemoria acquisì ufficialmente il suo soprannome, e la fama di chi in fondo non faceva nulla se non l’ordinario. “Povero me!”, diceva al volgere della sera. “Non ho un attimo di tregua. Non mi fermo neppure a mangiare, e tutti pretendono che faccia io quello che devono fare loro!”. Come se fosse normale decidere i compiti degli altri. Così piano piano creò la distanza con gli altri paesani, che cominciarono ad essere stanchi di quell’atteggiamento.

“Senti Promemoria, ma anziché dire sempre quello che c’è da fare, non sarebbe meglio che ci aiutassi a farlo?”

“Ma non ti vergogni di dirmi così? Io vi avviso di tutto e tu hai il coraggio di dirmi questo? Vergogna… come se non facessi niente!”

“Non dico che tu non faccia niente, in fondo fai benissimo l’ordinario, ma è lo straordinario che non ti si attacca alla pelle! Lo dici, ma poi non batti ciglia.”

Ma la conversazione finiva lì, perché chi ha mille scuse per non fare una cosa, si arrabatta solo per convincere gli altri a farla.

E un bel giorno in paese arrivò una splendida persona, giovane e propositiva, uno straniero, con un’idea sempre nuova per quello che faceva.

“Come ti chiami?”, gli chiesero.

“Problem Solving”

Solving cominciò a frequentare più gente possibile e insegnò modi nuovi per fare le cose. Insegnò tecniche vincenti per ricordarsi gli impegni e in breve tempo tutti si dimenticarono di Promemoria.

“Bisogna fare questo!” disse un giorno, quasi disperato e vittima dei suoi atteggiamenti.

“Già fatto” disse uno che gli passava di lato. “Ci vuole Problem Solving, se vuoi te lo presento”.

Ma Promemoria abbassò il capo e farfugliò qualcosa… dicono fosse la sua ultima lamentela.

(di Stefano Re)

L’OMINO TUTTOFARE

Avevano aperto le selezioni. L’omino Tuttofare si presentò al colloquio.

“Buongiorno, lei è?”

“Sono l’Omino Tuttofare.”

“Piacere mio. Anche io sono l’Omino Tuttofare.” – disse il selezionatore.

“Ah bene!”

“Lei cosa fa?”

“Tutto” disse l’Omino Tuttofare. “E lei?”

“Aspetto” disse il selezionatore.

“E cosa aspetta?”

“Aspetto che qualcuno faccia quello che devo fare.”

“Ma allora lei non fa”.

“Certo che faccio. Solo che lo faccio fare agli altri”.

“Non mi sembra un modo corretto di fare…”

“Guardi che io non sono un correttore. Io sono un Tuttofare” spiegò il selezionatore.

“Ma lei fa tutto, nel senso che fa fare tutto agli altri…”

“Certo ma il risultato è uguale!”

“Cambia la fatica però!” puntualizzò il vero Tuttofare.

“Non mi sembra di aver detto di essere un faticatore… A proposito: lei, le cose che fa, le fa bene?”

“Mi impegno. A volte sbaglio, ma rimedio” rispose l’Omino Tuttofare.

“Ecco il problema. Voi che fate tutto, spesso sbagliate. Io invece scelgo a chi farlo fare. E lo faccio meglio che si può.”

“In realtà lei non fa nulla, diciamo che lo fa fare agli altri…”

“È qui che sbaglia. In realtà quello che devo fare lo faccio sempre, solo che me lo fanno gli altri. Sono o no un Omino Tuttofare?

“Beh, se la chiave di tutto è fare quel che deve, non posso dire che quel fare non sia fatto…”

“Appunto” disse il selezionatore. “Avanti un altro!”

di Stefano Re

PER PASSIONE

Venerdì pomeriggio.

“E’ morto?”

“Sì”

“Ma come è successo? L’ho visto l’altra settimana e stava bene…”

“L’hanno ammazzato”

“Ma se era un uomo buono…”

“Mica devi essere un uomo cattivo per morire…”

“Certo, ma ammazzato… Come è morto?”

“In croce!”

“In croce?”

“Sì.”

“Che delusione… Dicevano fosse il liberatore”

“Magari lo era…”

“Non ho mail visto un liberatore morire in croce come un ladro qualsiasi”

“Non sappiamo cosa sia andato storto”.

“Ascolta, diceva di essere il figlio di dio… E poi muori su una croce di legno? Oro incenso e mirra e poi chiodi arrugginiti?”

“In effetti fa pensare…”

“Ci hanno preso in giro; come sempre succede. Tante promesse e poi la solita solfa… nulla di nuovo”

“Eppure questo sembrava diverso”.

“Diverso da cosa?”

“Diverso… Senti un attimo: ma come muore un liberatore?”

“Beh, non lo so. Comunque muore dopo che ha liberato.”

“Ma da cosa ci doveva liberare?”

“Dalla schiavitù di questi bastardi!”

“Però lui non l’ha mai detto. L’abbiamo immaginato noi…”

“E allora da cosa ci avrebbe dovuto liberare?”

“Non lo so… è questo il punto.”

 

Domenica mattina presto.

“E’ vivo!”

“Ma chi?”

“Il liberatore… Quello che è morto in croce…”

“Vivo?”

“Vivissimo. L’hanno visto. Ci sono le prove…”

“Allora non era morto. Mica può risorgere così come un dio…”

“Era morto, era morto!”

“E perché ne sei così certo?”

“Perché la guardia gli ha tirato una lancia per essere sicuro che fosse morto!”.

“Comunque c’è qualcosa di strano… è come se avesse vinto sulla morte.”

“Sembra…”

“Resta il fatto che non è un liberatore. Forse è un posseduto come dicevano”.

“Cioè?”

“Intendo che forse è un diavolo… o uno posseduto dal diavolo.”

“Forse è uno che ha fatto la sua vita come meglio gli è riuscito…”

“Ma ha fatto proseliti”

“Ma non l’ha mai voluto espressamente…”

“Come no; continuava a dire di seguirlo…”

“Di seguire suo padre…”

“Sì, ma chi era suo padre?”

“Un falegname. Un certo Giuseppe”

“è tutto molto strano…”

“Sai qual è la cosa più strana?”

“Dimmi”

“ è strano che ha deluso tutti, che è morto come un ladro, che non ha liberato nessuno, ma tutti comunque ne parlano”

“Sì, su questo hai ragione.”

“Secondo me era un profeta”

“Mah, può darsi. Però che tutti ne parlano è davvero strano…”

 

Un anno dopo

“Ti ricordi di quel tale che è morto in croce? Quel liberatore…”

“E chi lo dimentica…”

“Ne parlano ancora tutti… Che strano!”

(di Stefano Re)

IO LO CHIAMEREI AMORE

– Cos’è? – chiese al nonno senza nemmeno salutarlo.

– Un secchio.

– E dentro cosa c’è?

– Nulla – rispose il nonno.

– Riempiamolo, allora – disse il nipotino.

– E di cosa lo riempiamo?

– Di quello che vogliamo. Potremmo scavare una buca e buttarci dentro la terra.

– Ottima idea – disse il nonno.

Presero due badili, uno grande e uno piccolo e buttarono la terra nel secchio.

– Basta nonno. è pieno.

– Già – disse il nonno. – Ora cosa facciamo?

– Nulla, non ci sta più niente. Al massimo possiamo svuotarlo.

– Lo svuotiamo? – chiese il nonno.

– Se lo svuotiamo, avremo  fatto un lavoro inutile.

– Certo. Ma se lasciamo la terra nel secchio, il secchio non servirà più a nulla.

– Hai ragione nonno. Quindi cosa facciamo?

– Io lo svuoterei. In fondo un secchio serve per essere riempito e svuotato.

– Allora svuotiamolo.

Il nipote rovesciò il secchio e fece cadere la terra.

– Potevamo svuotarlo nella buca, così non lasciavamo il buco nel terreno – disse il nonno.

– Giusto, non ci ho pensato. Allora riempiamo di nuovo il secchio e quando lo svuotiamo, lo facciamo nella buca.

Alla fine il secchio era vuoto e la buca riempita.

– Almeno ci siamo divertiti – disse il nipote.

– Vero.

– Possiamo dire di aver fatto un bel gioco.

– Certo – rispose il nonno.

– Solo che questo gioco non ha un nome.

– Sicuro? – domandò il nonno.

– Tu hai un nome per questo gioco?

– Io lo chiamerei amore.

– Amore? – domandò il nipote affascinato ma perplesso.

– Non ti piace? – domandò il nonno.

– Mah.

– In effetti…

– Quindi come lo chiamiamo?

– Non saprei – disse il nonno. – Facciamo che non lo chiamiamo.

Il nipote fece sì con la testa.

Il nonno gli accarezzò la guancia e disse che si era fatto tardi. Forse la nonna aveva già preparato il pranzo.

– Però questo gioco del secchio mi è piaciuto – aggiunse d’improvviso il bambino.

– Un po’ ripetitivo, non credi? – disse il nonno.

– Vero – rispose il bambino. – Pensa però a quanto è utile un secchio! Lo riempi e lo svuoti, ma se non ci fosse mancherebbe qualcosa.

– E sai cos’è la cosa buffa? – domandò il nonno.

– Sì – disse il bambino – La cosa buffa è che un secchio pieno è un secchio inutile – e sorrise.

– Un po’ come noi quando ci riempiamo di noi stessi.

E mano nella mano rientrarono in casa.

(di Stefano Re)

L’INCONTRO DI BOXE

I due pugili si guardarono negli occhi. Era la sfida del secolo, la sfida a cui tutti avrebbero voluto assistere.

Ma laddove si svolgeva l’incontro nessuno era presente. Nessuno.

Tutti stavano davanti alla televisione, perché così avevano voluto gli sponsor.

E così la gente si era collegata sull’emittente nazionale, ed era divisa tra chi faceva il tifo per questo e chi per quel pugile.

L’incontro cominciò puntuale. I due stavano al centro del ring e si guardavano come due cani pronti a sbranarsi. L’arbitro teneva un ghigno sinistro e controllava che tutto funzionasse alla perfezione.

Dopo trenta secondi i pugni verso il volto dell’altro non si contavano più, e uno dei due pugili già barcollava sulle gambe, ma l’adrenalina lo teneva in piedi. E fu allora che partì un colpo sotto la cintola e l’arbitro si infuriò. Interruppe momentaneamente l’incontro e puntando il dito contro i due, cominciò ad imprecare. I pugili tolsero i guantoni, si diedero la mano e cominciarono a ballare come se fosse partito un lento in sottofondo. L’arbitro restò basito.

A casa la gente era infuriata. Com’era possibile che l’incontro del secolo, la gara delle gare, finisse in quel modo. Protestarono, chi in casa e chi telefonando al numero dell’emittente nazionale, che presa alla sprovvista decise di non rispondere. I due, sul ring, sembravano due ballerini alle olimpiadi.

Ma ciò che fece infuriare la gente fu quel non so che di irrisolto. Alla fine non c’era stata abbastanza violenza, non c’era stato un vincitore, ma soprattutto non c’era un vinto. Gli sponsor decisero di non pagare: lo spettacolo aveva deluso il pubblico.

E sul ring i due ballavano come se stessero danzando sulla luna, e sembravano anche felici.

di Stefano Re

GAIA

Gaia, già da piccolina, era una bambina vivace e sempre allegra. Aveva un sogno, quello di essere una dea. Voleva diventare importante come Giove.

– Ma non è possibile – le diceva la mamma. – Noi siamo esseri viventi e non divinità.

Ma Gaia non mollava il suo sogno.

– I bambini non abbandonano mai i propri sogni – rispondeva alla mamma.

La mamma sollevava le spalle come per non darle peso.

E così una sera, Gaia si addormentò convinta di realizzare il suo sogno.

Come le diceva sempre il nonno:

– A volte è sufficiente convincersi.

E infatti, verso le tre della notte, Gaia si ritrovò tra le stelle, in un luogo che non aveva mai visto prima. C’erano dei signori vestiti come antichi personaggi della Grecia. Bisticciavano.

– Io sono il padre degli dei – diceva uno con un barbone lungo così.

– Io sono il dio del mare – diceva un altro.

– E allora fatti un bel bagno e sparisci – rispondeva il primo.

– Io sono il dio del vento – diceva un terzo.

– Ancora qui? Cavalca il vento e vattene! – rispondeva quello del mare.

Insomma, ciascuno parlava anteponendo l’io alle parole, ma nessuno ascoltava gli altri e c’era una tale confusione che si vedevano solo facce tristi.

– Voglio tornare nella mia stanza – disse Gaia.

Fu subito accontentata, perché i desideri sono come i sogni, tornano sempre da dove sono partiti.

Il mattino seguente Gaia disse alla mamma:

– Mamma, ho incontrato gli dei e non voglio più essere una di loro… sono troppi e troppo tristi. E poi tutti vogliono essere migliori degli altri, e continuano a litigare…

La mamma fece sì con la testa, poi fece una carezza alla figlia e disse:

– Ho sempre creduto che gli uomini fossero più felici degli dei. In fondo, ce ne basta uno solo.

(di Stefano Re)

Dal mio romanzo per bambini

Un estratto da pagina 61 a 64 di MAMMA MIA, HO INCONTRATO POESIA, romanzo per bambini, pubblicato da C1V Edizioni.

“…

Vidi che a metà ponte due guardie del Regno della Noia avevano bloccato il passaggio.

Gridai a Prosa di lanciare una delle nostre frecce:

“Attacca!”

Prosa rimase immobile.

“Avanti, che aspetti?” disse Eloquenza spaventata.

“Attacca con la I” gridai.

Prosa si abbassò e con un salto tirò fuori una delle più belle parole che poteva trovare in quel momento. Lanciò la parola APPUNTITA, enfatizzando l’accento sulla vocale I e questa si infilò con tutta la punta nella testa delle guardie che caddero con un tonfo rimbalzante.

“Avanti” dissi, mentre Prosa si guardava intorno recuperando tutte le punte andate fuori bersaglio.

All’apice del ponte c’erano dei tronchi d’albero per ostruire il passaggio.

Eloquenza cercò di spostarli con la forza, ma ovviamente i tronchi non si mossero nemmeno di un millimetro.

“E ora come facciamo?”

“Facciamo come ha detto Fantasia. Usiamo la forza delle vocali” risposi.

Prosa ebbe un’idea; disse che dovevamo urlare all’unisono la vocale A.

Eloquenza disse di no, figurarsi se così raffinata si metteva ad urlare.

Lo facemmo noi. Prendemmo fiato e urlammo la vocale A. La bocca si spalancò e un vento di fiato uscì dalle nostre bocche, ma solo quando anche Eloquenza si convinse di dare una mano, i tronchi si mossero rotolando verso la parte opposta, prendendo velocità appena raggiunta la discesa. Al di là furono investite un po’ di guardie del sovrano. Il più era fatto, ma all’inizio della discesa spie e guardie del Regno della Noia stavano attaccando.

“Avanti senza paura!” gridai mentre le gambe cominciavano a tremarmi. Se ne accorse Prosa che dandomi una pacca sulla spalla disse di non temere. Ringraziai e invitai Eloquenza all’uso della vocale U…”

SUL SENSO DELLA MORTE

Un mio vecchio articolo filosofico. Non è una storia, ma oggi ci sta. (S.Re)

Dall’esperienza quotidiana nasce la domanda sulla morte, una domanda che attraversa la nostra esistenza e che non può ridursi ad una riflessione legata alla festa di tutti i santi; una domanda sul senso. Ma è possibile porre una tale domanda quando ancora siamo in vita? Già Epicuro ne mostrava l’impossibilità logica quando diceva a Meceneo: “Quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo noi”. Per Gadamer il pensiero della morte “trasforma di già la morte in qualcosa che essa non è”. Ma come trascurare il fatto che la cultura dell’uomo nasca proprio dall’incontro con la morte? Come spiegava Vico, matrimoni e sepolture stanno all’inizio della civiltà, e come dice ancora Gadamer: “ Ciò che veramente distingue l’uomo da tutti gli esseri viventi che la natura ha prodotto è che egli seppellisce i suoi morti e alla tomba dedica i suoi sentimenti, i suoi pensieri, le forme e le immagini della sua arte”. Ecco allora che l’uomo non può esimersi dal porsi la domanda sul senso della morte, proprio perché sa di dover morire. L’uomo muore, l’animale perisce, perché non può distendersi nel pensiero del tempo, e come diceva Heidegger: “L’animale non ha la morte come morte né davanti a sé né dietro di sé”.
Sartre coglie una duplice modalità della coscienza di morte: da un lato una presenza intima, dall’altro un potere estraneo che supera la nostra libertà: la morte ci appartiene, ma non dipende dalle nostre scelte. Proprio per questa estraneità l’uomo tenta di rimuovere, o ignorare, la coscienza di morte. L’uomo d’oggi censura l’esperienza mortale incrementandone l’angoscia; cerca di allontanare la paura della morte ma così facendo non trova senso a quell’esperienza. È l’angoscia per l’indeterminato. Ecco allora quella che Heidegger chiama strategia della diversione: “Il mondo pubblico dell’essere assieme quotidiano “conosce” la morte come “caso di morte”. Questo o quel conoscente, vicino o lontano, muore. Degli sconosciuti muoiono ogni giorno e ogni ora”. Tradotto con un’espressione comune è il tipico “si muore”, che spersonalizza la morte a tal punto da renderla anonima. Una volta o l’altra si morirà, ma per ora si è ancora vivi. Il “si muore” diffonde la convinzione che la morte riguardi gli altri, e infatti quel “si” è paradossalmente “nessuno”. Ma se la morte tocca un nostro caro, tutto cambia. Non tiene più l’elusività del “si muore”: la morte dell’altro diventa in questo caso quella di una mia parte.
Scrisse Pirandello quando morì sua madre: “Ma io piango per altro, mamma! Piango perché tu non puoi più dare a me una realtà. È caduto a me, alla mia realtà, un sostegno, un conforto”. La morte dell’altro risulta quindi essere un’anticipazione della nostra. Landsberg faceva notare come nei canti popolari, ma del resto anche nella bibbia, sia presente il lamento funebre. Sono canti di disperazione, canti che condannano l’abbandono di chi ci lascia. È il luogo della precognizione della morte. L’esperienza della morte è rottura della nostra comunione con l’altro. Una comunione che vive grazie ad uno statuto di comunicazione, di constatazione comune. Siamo testimoni della vita dell’altro, di ciò che soltanto con lui poteva essere. La morte dell’altro ci abbandona ad un’assenza che limita il nostro stesso esserci. Ma forse l’angoscia più grande deriva dalla paura della morte come anticamera del nulla: l’essere per la morte, il nascere per morire, il finire nel nulla. Da ente a niente. In essa è contenuta l’esaltazione del finito, ma anche la riduzione assoluta della progettualità, della speranza per qualcos’altro. E questo è antitetico all’uomo stesso, visto che nella nostra vita programmiamo naturalmente. Diceva Platone: “Chi può sapere se il vivere non sia il morire e il morire non sia il vivere?” Ridurre l’esistenza all’essere per la morte, considerando questa come impossibilità alle nostre possibilità, è ridurre l’esperienza umana al nulla, e quindi all’assenza di senso. È la morte come apertura alla possibilità che permette all’uomo di entrare in comunione con l’essere, permette la possibilità di un senso. È la morte stessa a rivestirsi così di una positività che è positività per qualcosa.

di Stefano Re

LIBERI

Il brutto della guerra è che ci si divide in buoni e cattivi e non si sa sempre chi siano i cattivi. Ciò che dispiace di più è proprio la divisione. Si diventa schiavi di questa divisione. Di colpo non si tollera più niente e tutto diventa motivo di scontro. Non c’è libertà.

Questa storia invece è avvenuta in tempo di pace, quando tutti stavano bene e tutti si sentivano liberi. Era il tempo dell’abbondanza e qualche spreco non faceva male a nessuno.

I bambini erano i più felici:

– Mamma mi compri quel gioco?

La risposta era sì.

– Mamma mi compri le scarpe nuove?

La risposta era sì.

I bambini erano così felici che non si rendevano conto di avere tutto ma di essere soli.

– Vieni da me a giocare? –  diceva uno ad un altro.

– Certo. A cosa giochiamo?

– Porta un videogioco, così tu giochi col tuo ed io col mio… così non litighiamo!

Infatti i bambini andavano d’accordo. Nessuno litigava.

Solo Francesco, un bambino delle elementari, si era accorto che qualcosa non quadrava.

Si sentiva costretto a fare sempre le solite cose: la scuola, i compiti, la televisione, lo sport e i videogiochi. Anche nel tempo libero non aveva tempo per essere libero.

Un giorno decise di cambiare e di impegnare il proprio tempo a non fare nulla.

– Mamma, oggi non faccio nulla. Resto immobile a pensare.

– E a cosa penserai? – domandò la mamma.

– Non lo so. Forse a me che non faccio niente.

– Ma così ti annoierai…

– E allora penserò a me e a te, così saremo in due ad annoiarci… Ti starò vicino, e anche se non faremo niente, saremo felici della nostra presenza. Finalmente liberi di stare assieme.

(Stefano Re)