TRA POSTURA E IMPOSTURA

“Da oggi lavoreremo sulla migliore postura”.

Furono bene o male queste le parole del maestro prima di cominciare la lezione di educazione fisica.

“Oggi abbiamo lavorato sulla migliore impostura”.

Furono bene o male queste le parole che Enrico pronunciò alla mamma all’uscita della scuola.

Non vi dico la faccia della madre quando il cervello decifrò il messaggio proveniente dalla bocca del figlio.

“Su cosa avete lavorato?” domandò la madre con un tono severo.

Enrico alzò lo sguardo verso quello della mamma:

“Sull’impostura”.

I telefoni delle mamme della classe cominciarono a squillare. La mamma di Enrico si ritrovò in prima fila nella crociata contro il maestro.

Le altre mamme buttarono benzina sul fuoco, anche perché altri figli avevano capito male.

“Sì mamma”, disse la figlia di Eleonora. “Abbiamo fatto tantissimi esercizi sull’impostura”.

In breve l’esercito delle madri preparava l’offensiva.

Un drappello di soldatesse si riunì davanti alla scuola chiedendo un colloquio con il direttore scolastico.

“Ma non avrete capito male?” cercò di giustificarsi l’alta carica della scuola, prendendo tempo.

“Vogliamo che il maestro sia allontanato dalla scuola per qualche giorno. Che imparasse a ragionare sulle proprie funzioni. E dire che l’educazione dovrebbe partire dalla scuola…”

“Dalla famiglia” insinuò il direttore prima di essere soverchiato da sguardi feroci.

Una mamma, presa dalla situazione, attaccò come un carro armato:

“E pensi, illustrissimo direttore, che da qualche tempo mio figlio racconta un sacco di bugie. Ovvio che se gli insegnate l’impostura!”

“Ah, se è per questo”, disse un’altra. “Se è per questo mia figlia ha cominciato con certi sotterfugi… Ogni giorno medita imbrogli e raggiri che nemmeno un adulto riuscirebbe ad escogitare.”

Fu convocato il maestro.

Il direttore scolastico provò ad indagare, prendendola alla larga, ma le mamme andarono subito al sodo:

“Lei ci vuole rovinare” dissero quasi all’unisono.

Il maestro basito cercò di capire.

“Ma le sembra il caso di insegnare l’impostura?”

Il maestro alzò le spalle senza rendersi conto del gesto, in fondo lui si sentiva estraneo, ma quel gesto aizzò l’esercito che con urla da gendarme si scagliò sul malcapitato.

“E quando avrei insegnato l’impostura?” disse sostenuto, cercando di giungere all’orecchio di qualcuna, visto che la maggior parte di loro sovrastava la sua voce.

Il silenzio si impose dopo una manciata di secondi, quasi come un riflesso condizionato. Per le grida non avevano sentito le ultime parole del maestro e quindi le soldatesse si erano zittite in attesa della replica. Il maestro abbassò la voce e ripeté le parole.

“Ieri” disse la mamma di Enrico. “Proprio ieri avete lavorato sull’impostura”

Il maestro scosse la testa quasi compiangendole, e poi disse:

“Si dà il caso che ieri abbia lavorato sulla postura”. Poi, tronfio, aggiunse:

“Ma voi, sapete o non sapete che lezioni hanno i vostri figli? Credo sia difficile nell’ora di ginnastica lavorare sull’impostura” e scoppiò a ridere.

La mamma di Enrico sbiancò. Le altre scossero la testa e la guardarono come si guarda la più stupida del gruppo.

L’esercito si dileguò, salvo poi ricomporsi all’uscita della scuola, questa volta contro la mamma che aveva cominciato l’offensiva.

Tra postura e impostura nessuno ci aveva capito più niente.

di Stefano Re

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SINE MISERICORDIA

Salì sul treno.

Aspettò che partisse.

Gli avevano detto di non prenderlo, ma lui testardo aveva preferito non ascoltare.

Che vuoi che sia, aveva detto tra sé, le occasioni vanno prese al volo.

Così arrivò a destinazione.

Scese.

Nessuno ad attenderlo.

Solo il controllore.

“Biglietto, grazie!”

Non lo aveva, era salito al volo su quel treno.

Provò a giustificarsi. Disse che non si aspettava una partenza così veloce. In fondo era ancora giovane.

Il controllore fu irremovibile e lo multò.

Non aveva soldi a sufficienza.

Il controllore chiamò i carabinieri, fu processato e  il giudice lo mandò in galera.

Per quanto? chiese lui.

Per sempre, disse il giudice.

Gli sembrava una pena troppo severa. Protestò.

Il giudice disse: qui non siamo certo misericordiosi.

Pianse, implorò ma non ci fu nulla da fare.

Senza misericordia non c’è giustizia, disse.

Poi rimpianse la scelta testarda di prendere quel treno.

Ma aveva alternative?

(Stefano Re)

 

Insipienza

Morì esattamente alle quattordici e cinquantotto di un normale venerdì santo, e questo lo mandò su tutte le furie.

“Bastavano due minuti, bastavano due minuti”, gridava mentre saliva verso l’aldilà.

“Mi faccia almeno il piacere di abbassare la voce” gli disse un angelo che lo aspettava sulla soglia dell’altro mondo.

“E lei chi è?” rispose l’altro prima di inveire e gridare che due minuti non avrebbero fatto del male a nessuno.

“E perché sarebbe dovuto morire due minuti dopo?” chiese l’angelo.

“E già, lei non capisce nulla. Due minuti dopo sarebbero state le tre del pomeriggio e sarei morto come quel tale che fu inchiodato su una croce”

“Lei è davvero un sant’uomo” disse l’angelo che non aveva ben chiaro chi fosse quel tale.

“Io ci sputo sulla mia santità”, disse l’altro. “Se fossi morto due minuti dopo, sarei stato ricordato esattamente come quel tale che si faceva chiamare Gesù Cristo. Capisce?” e ricominciò ad urlare.

L’angelo non aveva capito granché, ma comprendeva benissimo che quell’uomo non era stato certo registrato all’anagrafe dei buoni cervelli.

“Chi grida in questo modo?” disse una voce che si perdeva nei meandri dell’aldilà.

L’angelo disse che quella era la voce di Dio.

“Farabutto”, gridò l’uomo. “Non potevi aspettare due minuti?”

“Perché avrei dovuto?”

L’uomo cercò di dare una spiegazione, ma Dio non si lasciò circuire, e prima che quello cominciasse ad urlare di nuovo, lo spedì all’inferno.

Giù in basso non furono certo contenti di vederlo. Chiamarono immediatamente sua maestà il diavolo che sbuffando fumo da ogni orifizio, gli disse di avvicinarsi.

“Sa che qui non la vogliamo?”

“Due minuti, bastavano due minuti” riprese ad urlare l’uomo.

“Stia zitto!” tuonò il diavolo facendo smuovere ogni cosa che avesse consistenza. “Qui lei non è gradito, risalga e dica a Dio di trovarle una collocazione. Qui c’è soltanto gente che ha scelto contro Dio!”

Così l’uomo risalì e Dio si trovò una bella gatta da pelare.

Convocò il diavolo e gli disse che lì non c’era posto per quel tale, mentre il diavolo irremovibile, confermò che nemmeno da loro c’era posto per quell’uomo.

“Non ha mai scelto di bestemmiarti, o comunque di combatterti” aggiunse il diavolo.

“Ma nemmeno ha mai fatto nulla per amare!” puntualizzò Dio.

“E quindi che facciamo?” domandò il diavolo che per la prima volta nella sua vita voleva accordarsi con Dio per non avere grattacapi.

Dio ci pensò un po’ su e poi disse: “Rimandiamolo sulla terra e ignoriamolo!”

Così quell’uomo fu rispedito da dove era arrivato. Non gli importava nulla di nulla, viveva come se bene e male non esistessero e aveva un unico pallino: morire nella stessa ora in cui era morto Gesù Cristo.

Gli chiesero come mai avesse quel desiderio e lui dopo averci pensato su, si passò una mano tra i capelli e rispose: “Perché la morte è la più grande buffonata di questo mondo, ma almeno  in quell’ora il mondo è cambiato. Poi che esistano il paradiso e l’inferno a me frega poco”.

Da allora molti presenti diventarono suoi discepoli.

Stefano Re

NON DIRLO A NESSUNO

La notizia lo sbalordì. Non stava nella pelle. Telefonò all’amico e gli chiese di raggiungerlo.

“Devo dirti una cosa”

La notizia lo sbalordì. Aveva appena vinto un milione di euro. Telefonò all’amico e gli disse di raggiungerlo.

“Vieni subito, ti devo raccontare una cosa.”

“Cosa?”

“Vieni subito!”

L’amico corse.

“Ho vinto un milione di euro!”

L’amico sbalordì.

“Mi raccomando però, non dirlo a nessuno”.

“E a chi dovrei dirlo? Se non ti fidi, dovevi tacere”

“Mi fido”

Quel pomeriggio però l’amico lo raccontò ad un caro conoscente. Si fece promettere che la cosa restasse tra loro.

“Sarò una tomba”, disse l’altro.

Invece raccontò tutto alla sorella che a sua volta raccontò il fatto ad un’amica.

“Non dirlo a nessuno. Altrimenti mi sputtaneranno”.

L’amica raccontò della vincita alla zia, che lo disse ad un’amica.

L’amica della zia era la mamma della ragazza del vincitore.

“Si dice in paese che qualcuno abbia vinto un milione di euro. Chissà chi è il fortunato”.

La figlia quella stessa sera uscì con il partner:

“Sai cosa mi hanno raccontato?”

Il ragazzo rimase ad ascoltare.

“Mi hanno detto che in paese c’è stata una super vincita, ma non dirlo a nessuno!”

Il fidanzato sbiancò e poi aggiunse:

“E a chi dovrei raccontarlo?”

(di Stefano Re)

 

 

PAURA DELL’ACQUA

La mamma non sapeva più che fare. Litigavano. Mamma ippopotamo e suo figlio si prendevano a parole. Non riuscivano più a dialogare. Il piccolo ippopotamo aveva paura dell’acqua e ogni volta che la madre toccava l’argomento, il piccolo si barricava dietro a pianti e urla isteriche. La mamma non gliela dava vinta, tanto che le urla di entrambi diventavano strilla di pazzi.
“Tuffati in acqua. Non avere paura!” gridava la mamma.
Ma il piccolo era terrorizzato e non trovava il coraggio. Non sapendo più che fare, la mamma si rivolse ad un amico pesce, esperto psicologo:
“Come posso convincere mio figlio a tuffarsi? Più urlo più si arrabbia, e tutto peggiora”
“Comincia da una vasca. Se prima lo eserciti in poca acqua, poi non avrà paura di fare il bagno nel fiume. Se gli butti in acqua anche qualche giochino, vedrai che imparerà in fretta”.
La mamma ippopotamo ringraziò e così fece. Preparò la vasca da bagno con dentro dei piccoli giochi e chiamò il figlio.
Il piccolo, preso dalla voglia di giocare, entrò nella vasca e ci rimase per qualche ora.
“Mamma, se domani andiamo al fiume, possiamo portare i giochini?”
“Certo, se vuoi puoi portare anche i tuoi amici.”
“Che bello!” rispose il piccolo.
Così fecero.
Il fiume era molto pulito, non come le ultime volte. L’acqua era fredda, ma la voglia di giocare era tanta. Così il piccolo ippopotamo si tuffò, e con lui gli amici. Si divertirono fino a stancarsi, tanto che quella notte il piccolo dormì come un sasso e sognò di fare il bagno nel fiume, mentre la mamma lo osservava soddisfatta. Sembravano davvero madre e figlio.

(di Stefano Re)
(Questa storia è stata scritta a quattro mani. Le altre due sono di mio figlio Lorenzo)

IMPRENDITORE DI PROMESSE

Era un imprenditore e vendeva promesse. Il buon Dio gli aveva donato l’arte della parola, ma per la legge contorta del contrappasso, gli aveva tolto le mani che erano finite sotto la taglierina di una macchina vecchia e senza protezioni. Non si era dato per vinto e aveva deciso di mettersi in proprio. Qualche soldo gli era arrivato dall’invalidità, altri dalla causa intentata contro l’Azienda per cui aveva immolato le mani, altri ancora dalle offerte di qualche buonanima, quando aveva deciso di passare una settimana in piazza Duomo con una ciotola da mendicante e un cartello con la scritta A MANI DISGIUNTE, GRAZIE.

Ma ora che le cose giravano per il verso giusto e per scherzare diceva: “ci ho preso la mano!”, tra un bicchiere di vino e un pranzo portato alla bocca da protesi di ultima generazione, la disgrazia era un ricordo sbiadito.

“Buongiorno dottore”.

“Buongiorno signor Secchi, come sta?”

Massimo Secchi fece capire di stare bene e siccome aveva fretta di gustarsi quel pranzo uscito dalle mani di uno chef che aveva studiato direttamente da Dio, disse sbrigativamente:

“Di cosa ha bisogno?”

L’altro capì che c’era da fare in fretta e rispose senza preamboli:

“Mio figlio ha perso il lavoro, non avrà mica un posto nella sua azienda…”

“Lo mandi da me fra due ore”.

Lo disse così, come si dice alla moglie: sono in tangenziale, non c’è traffico, arrivo fra mezz’ora, e l’altro capì che aveva un posto di lavoro.

Chiamò il figlio:

“Alessandro, preparati! Massimo Secchi ti aspetta fra due ore in azienda”.

Fra due ore Massimo Secchi non era in azienda. La segretaria disse imbarazzata di “portare pazienza. Non è che non voglia incontrarla, è che è un po’ incasinato”.

Così il dottore chiamò il venditore di promesse.

“Scusi Secchi, ma cosa devo dire a mio figlio?”

“Di portare pazienza. Anzi, gli dica che lo chiamo domani.”

Ma domani Secchi non fece alcuna chiamata. E le cose andarono avanti così per parecchio tempo.

Porta pazienza, non è per cattiveria, sono soltanto incasinato, ieri sera mi ha preso un attacco di diarrea, sapessi cosa mi è successo, ho bisogno, presto ci sentiamo, ma in realtà nessuno si sentì mai.

Alessandro un giorno si spazientì e chiamò la segretaria di Secchi:

“Senta, solo una curiosità; ma il signor Secchi che cosa produce?”

La segretaria sembrò leggere la risposta:

“Ma come, non l’ha ancora capito? Produciamo e vendiamo promesse. Un ottimo business, anzi, il business del momento”

L’altro riagganciò.

Secchi nel frattempo si passava tra le mani una bella coscia di pollo caldo, anzi, la passava da una protesi all’altra.

(di Stefano Re)

L’OMICIDIO

Fu condannato al 41 bis insieme ai boss delle mafie. In via definitiva. Per colpa di un giudice ormai prossimo alla pensione. Udienza conclusa, applausi e pacche sulle spalle del giudice. Lui con le manette che gli stringevano i polsi e gli astanti liberi di battere le mani come se fossero alla prima della Scala. Eppure non aveva fatto nulla di male, se non difendere un bambino dal tradimento più grande. Comunque era rimasto solo, anche l’avvocato se ne era andato. Appena letta la sentenza anche il legale aveva applaudito, un tradimento come non se ne vedevano dai tempi di Gesù Cristo. Spensero le luci nell’aula e lo condussero in cella, solo come un cane e con un secondino a guardarlo dalla grata e a muovere la testa sconsolato. Non per pietà, almeno non credo. Dopo qualche giorno è passato il cappellano, gli ha chiesto chi fosse, l’ha guardato dalla grata, ha sbuffato e ha fatto il segno della croce. Ti siano assolti i peccati, ha detto con un filo di voce, come se qualcuno potesse sentirlo. Il secondino ha scosso la testa, lo fanno tutti lì dentro, e poi ha alzato l’indice come ad intimargli qualcosa. Cosa? ha chiesto lui mentre il cappellano si allontanava, ma la guardia ha voltato la faccia dall’altra parte e se ne è andata. Il problema è che la cella non ha finestre, manca la luce. La cella ha quattro muri che fanno da perimetro, una porta in ferro e una grata da cui penetra una luce fioca rubata alle lampade del corridoio. Gli passano la cena dalla grata, tutto in barattoli di plastica. Non si mangia male, solo che lo cibano solamente di pappe per neonati, semolino, frutta sciroppata e insalata in sacchetti minuscoli. Olio, sale e aceto sono mescolati in un piccolo contenitore di ferro, tanto che spesso gli sembra di condire gli alimenti con la ruggine. Vedrai che presto sarai svezzato, così gli ha detto una guardia pensando di fare una battuta divertente. Ha chiesto una birra e gli hanno detto di no. Beve l’acqua del rubinetto che il secondino fa scendere dal bagno di servizio. Anch’essa in un barattolo di plastica. Sei un tipo pericoloso, accontentati, gli ha detto il direttore del carcere dopo una brevissima visita. Ha persino richiesto un incontro con un radicale, visto che hanno a cuore le disavventure dei disgraziati, ma gli hanno risposto che nessun radicale è disponibile. Ci sono le elezioni e sono tutti impegnati, gli hanno detto per placare la sua insistenza. Ovviamente non ha l’ora d’aria, e nemmeno una dama di compagnia come avviene spesso per i mafiosi. Deve stare lì dentro, rinchiuso come un cane, ogni tanto guarda la televisione e si sintonizza sempre su Striscia la Notizia, sperando che il buon Edoardo Stoppa possa fare un servizio su di lui e sul suo maltrattamento. Non è un cane di razza, certo, ma nemmeno un disgraziato da trattare in questo modo. Non avrà doveri, nel senso che chiuso là dentro è difficile averne, ma non ha nemmeno diritti, nemmeno quel minimo di diritti che riservano ai boss delle mafie. Forse era meglio sparare a qualcuno o buttarsi in traffici illeciti ed internazionali. Tu sai perché ti trovi qui dentro? gli ha chiesto un secondino, l’unico che non scuote la testa come gli altri. No, ha risposto. No? ha domandato lui enfatizzando il punto di domanda come fanno i bambini quando cominciano a leggere. Dovresti saperlo! ha aggiunto accentuando il punto esclamativo. Ma io non lo so davvero, ha risposto con la flemma di Gandhi. Sei stato tu o no ad uccidere Babbo Natale? Certo che sono stato io, ha risposto. E allora ti meriti il 41 bis. Fine della discussione. Ma io ho ucciso il tradimento, non Babbo Natale, ha aggiunto. La cosa strana è che nessuno gli ha chiesto il motivo che l’ha spinto all’omicidio. Nemmeno il giudice, e che viva sereno la sua fottuta pensione!, gli ha chiesto ragioni. Nessuno ha voluto sentirlo, hanno giudicato senza considerare nulla. Se solo qualcuno gli avesse domandato qualcosa, sicuramente non sarebbe finito in un carcere di massima sicurezza. è tornato anche il prete, quello dell’assoluzione rapida, e gli ha chiesto se volesse confessarsi. Ha risposto sì, giusto per scambiare due parole con qualcuno, e nemmeno in quell’occasione gli ha chiesto come mai l’avesse fatto. Gli ha chiesto lui perché non gli la facesse quella benedetta domanda e il prete ha risposto che a Dio non interessano le questioni pagane. E se avessi ucciso Gesù Bambino? Gli ha risposto che l’avevano già ammazzato i Giudei. Sì, ha risposto lui, ma l’hanno fatto quando aveva più di trent’anni, nessuno che l’avesse ucciso da bambino. E perché l’avresti dovuto uccidere tu? Per lo stesso motivo per cui ho fatto fuori quel barbone di Babbo Natale. A quel punto si aspettava la domanda e invece il prete ha fatto il segno di croce e l’ha assolto. Ma si rendono conto di quanta sofferenza c’è nelle famiglie quando i bambini scoprono che non è Babbo Natale a portare i regali? Chi pensa a quei poveri genitori? Lui. Solo lui ci ha pensato. Ricorda benissimo quella sera. Sentiva le urla del vicino di casa, un bimbo di nove anni a cui avevano appena detto che Babbo Natale non esiste. Gli avevano anche detto che Babbo Natale era il nonno travestito. I genitori cercavano di calmarlo, mentre il bimbo urlava e gridava loro tutta la sua rabbia. Così lui ha preso l’iniziativa. Si è intrufolato nella casa del bambino, ha aspettato nascosto dietro l’albero di natale e quando è apparso il nonno vestito di rosso gli ha intimato di alzare le mani e di non fare scherzi. Babbo Natale era basito. Anziché spaventarsi gli ha domandato cosa ci facesse lì. Ha risposto che non era corretto prendere in giro i bambini. Babbo Natale ha affermato che la sua era una semplice tradizione di famiglia e che nessuno prendeva in giro nessuno, semmai era un modo divertente per far felice il nipote. Era troppo. Che lo chiedesse al bambino se fosse davvero così felice! Tutti l’avevano tradito. L’avevano tradito i genitori, i fratelli maggiori, le maestre, le catechiste e persino la televisione con tutti quei panettoni che facevano da cuscino al culo di Babbo Natale. Ma non poteva calarsi con calma da quel fottutissimo camino? E poi che tradizione del cavolo era trovare i regali in casa e dire che li ha portati un uomo vestito di rosso? Cosa cambierebbe se i bambini sapessero che i doni glieli portano i genitori? Così gli ha messo le mani al collo e l’ha soffocato. Il nonno ha rantolato un poco ed è crollato sul pavimento. Soffocato come una candelina di compleanno. Quindi ha chiamato i carabinieri e ha denunciato l’assassinio. Fine della discussione. Fine della sua libertà. 41 bis.

Ora però comincia a stancarsi di stare rinchiuso lì dentro, fermo in pochi metri quadrati. E fra poco è il terzo natale che l’hanno imprigionato. Sono le undici della sera e fra un’ora è il 25 dicembre. C’è un silenzio tombale. Sa per certo che qualche secondino si scambierà gli auguri nella sala delle visite e qualche mafioso riceverà una cena come si deve, mentre lui attenderà la mezzanotte per poi coricarsi e dormire fino a domattina. Va beh, forse è meglio dormire già adesso.

Che strano rumore. Chi è? Secondino! (sta gridando per farsi sentire). Ehi, ma chi sei? Forse è meglio che non mi tocchi. Chi ti ha fatto entrare? No, non ci posso credere. Ma sei tu? Il Babbo Natale che ho soffocato? Ma non eri morto? Rispondi dai, non scuotere la testa come tutti gli altri? Cosa? Ma non puoi alzare la voce? Non sei morto? E allora che ci faccio qui? Certo, sarò anche un pollo, ma tu sei pazzo! Cosa? Ho ucciso il nonno e tu sei il vero babbo natale? Come posso crederti? Ma hai ragione, non sei di carne e ossa… Allora esisti! Beh, potevi dirlo prima, allora. Va bene, ho sbagliato, ho ucciso un innocente, ma io volevo fare la cosa più giusta. Beh su questo hai ragione. Sì è vero, ci pensa già la vita a rompere la magia dei giorni… lasciamola almeno ai bambini… Certo, lasciamogli anche i nonni. Giuro che non ne ammazzo più. D’accordo, d’accordo, tanto per me Natale è una magia che è già passata.

di Stefano Re

FACCIO TUTTO IO

Diciamo che non aveva voglia di fare niente e per questo, ogni semplice cosa che faceva, l’autorizzava a sentirsi artefice di tutto. Per convincersi maggiormente, ogni cosa che faceva la segnava su un taccuino e alla prima occasione la rinfacciava a tutti. “Vedete? Faccio tutto io.” E così si convinse di essere la creatrice del mondo. Ma quando morì non poté che scontrarsi con il Dio creatore. Ne nacque un alterco cosmico, con Dio che rivendicava il mondo è lei che leggeva dal taccuino tutte le sue attività, a dire il vero molto poche. Fu istituito un tribunale per decretare chi avesse ragione e incredibilmente i giudici diedero ragione a lei. Dio chiese spiegazione. “In fondo sei tu che l’hai creata così, assumiti le tue responsabilità!” Dio tacque, ma offeso non la volle in paradiso. Il diavolo, per non avere problemi rifiutò di prendersela all’inferno. Così lei fu ricacciata sulla terra, dove vaga superba con il suo taccuino. “E adesso che faccio?” domandò un giorno in preda allo scoramento e alla solitudine. Gli rispose un tale che passava di là: “Fai, e non farti domande.” Il tale se ne andò e lei aprì la pagina bianca del taccuino e scrisse: “Anche oggi mi sono dovuta arrangiare” Su cosa mai nessuno ha saputo.

di Stefano Re

È PER COLPA DI UNA MANO

Da un’idea (più di un’idea!) di mio figlio Lorenzo, torno ad una vecchia passione: l’horror. (S.R)

Finalmente un po’ d’acqua!

Dicevano così i vecchi del posto, per lo più agricoltori, che di anno in anno avevano visto scomparire le stagioni, come se Dio si divertisse a cambiare il corso della natura.

Erano passati già tre mesi senza che piovesse, un po’ troppo per l’arsura della terra.

Ora quelle nuvole nere come antracite avevano riversato acqua sulle strade e sulle campagne, ma data la violenza delle precipitazioni, molte rogge erano esondate creando diversi grattacapi.

– Come facciamo? Ci bagneremo tutti – disse Paolo all’amico che stava armeggiando con un ombrello mezzo rotto.

– Usciamo lo stesso – recitò Andrea senza pensarci. – Non possiamo fare altrimenti.

– Ma abbiamo soltanto quello stupido ombrello!

– Meglio di niente.

Andrea e Paolo si erano conosciuti in prima media, in una calda mattina di settembre e si erano seduti uno a fianco all’altro, mentre le professoresse enunciavano le solite raccomandazioni di inizio anno.

Da lì era stato un crescendo di rapporto, di intese e sguardi di sottecchi, di avventure sempre più al limite della legalità.

Si erano iscritti ad un liceo scientifico di Milano e nei minuti di intervallo avevano conosciuto Ajar, un ragazzo italiano con simpatie per l‘oriente.

– Ma qual è il tuo vero nome? – gli avevano chiesto un giorno.

– Matteo, ma preferisco Ajar.

Ajar frequentava con i genitori un tempio buddhista; gli avevano insegnato quanto fosse necessaria la purificazione dell’anima, ma finiti quegli incontri spirituali preferiva passare le ore in un parco a nord della città, dove aveva conosciuto spacciatori che l’avevano avviato ad un buon giro di vendite.

Ajar li aspettava all’ingresso del parco. Erano in ritardo, una cosa che faceva imbestialire il ragazzo.

– Eccovi finalmente. E’ l’ultima volta che vi aspetto così a lungo.

– Pioveva troppo – disse Paolo.

– La pazienza non è la via dell’ascesi? – chiese Andrea col sorriso sulle labbra.

Ajar gli lanciò un’occhiataccia e si avviò.

Dopo dieci minuti di cammino tra le piante del parco, con la pioggia che picchiava sulla pelle pungendo come fittissimi aghi, e l’acqua delle pozzanghere che schizzava sui pantaloni, i tre arrivarono ad un ponte di legno che scavalcava un fosso che con un balzo nemmeno troppo impegnativo si sarebbe potuto tranquillamente saltare.

– Aspettatemi qui.

Ajar si allontanò di qualche metro e tra gli arbusti di un cespuglio tirò fuori un sacchetto con alcune pasticche azzurrine. Ne prese una e la passò ad Andrea:

– Portatela dove vi ho detto. Alle diciotto vi voglio qui con i soldi.

– Quant’è la nostra percentuale? – domandò Paolo.

– Troppe domande. Venite stasera e lo vedrete.

Paolo fece una smorfia fin troppo eloquente, poi diede di gomito ad Andrea e si incamminò.

Fu l’ultima volta che videro Ajar.

Con la pasticca in tasca, Andrea sembrava più nervoso del solito.

– Sei troppo agitato, Andrea! – lo rimproverò l’amico. – Così ci beccano.

– Non sono agitato – disse prima di tirare un bel respiro. – è che vorrei provarla.

– Ma sei scemo?

– Sono stanco di portare avanti e indietro le pasticche per quell’imbecille di indiano.

– Sai benissimo che è l’unico modo per fare qualche soldino. E basta prenderla una volta per dare seguito alle altre.

Fecero alcuni passi senza dire una parola, poi Andrea si arrestò.

– Io la provo!

Prese la pasticca in mano e la infilò in bocca.

Cadde immediatamente all’indietro tenendosi il collo, mentre Paolo cercava di capire cosa stesse succedendo.

Andrea aveva gli occhi rivoltati e dalla bocca sembrava uscisse un unghia simile a quelle di una strega.

– Che succede?  – urlò Paolo.

Andrea non riusciva a parlare e dimenava le gambe come se fosse preso da una crisi epilettica.

– Cos’hai in bocca? – gridò.

Si sentì uno schiocco secco, come di ramo spezzato e dalla bocca di Andrea uscirono piccoli pezzetti di osso mandibolare.

La bocca di Andrea si accartocciò su se stessa come quella dei vecchi appena tolgono la dentiera.

Gli occhi gli si affossarono nelle cavità oculari mentre il naso si staccò di netto come se qualcuno l’avesse tagliato con una lama invisibile.

Dal quel che rimase della bocca, uscì una mano con dita affusolate e nodose; le unghie lunghe bisticciavano tra loro tenendo un ritmo secco come il suono di nacchere per una danza funebre; al posto del polso c’era una faccina di bambino appena nato, e al centro della faccia una bocca disgustosa che emetteva suoni e parole gutturali:

– Questo succede a chi si droga se ti prende la mano! – disse prima di emettere un ghigno infernale.

Paolo non riuscì a muoversi. Era terrorizzato.

La mano, che era grande come una scarpa,  accelerò come un ragno e tentò di avvolgere con le dita le caviglie di Paolo. Il ragazzo si ritrasse appena in tempo, ma un unghia riuscì a tagliarlo proprio a ridosso del tendine d’Achille.

Paolo urlò mentre un rimbombo spaventoso fece tremare la terra.

– Il terremoto! – gridò qualcuno.

In effetti la terrà si aprì e la mano vi si gettò nelle viscere. Prima di scomparire del tutto urlò:

– Ricordati: la droga distrugge tutto quello che incontra, ma chi uccide realmente è la mano che vende!

Quindi la terra si richiuse; restò solamente il battito stentoreo della pioggia.

di Stefano Re

L’AUTO GIALLA

L’auto gialla era parcheggiata tra le altre nel sotterraneo del supermercato. L’avevano parcheggiata di mattina presto, quando c’era ancora abbondanza di posti. Poi il parcheggio si era via via riempito e in poco tempo tutti i posti erano stati occupati. E nonostante tutto si notava immediatamente; gialla come un limone, era come un pugno in pieno volto. E questo lo notavano anche le stesse auto, tanto che qualcuna la prendeva in giro:

“Ma non potevi farti mettere un vestito diverso?” le dicevano sogghignando.

Lei si difendeva come poteva, ma la cattiveria delle altre raggiungeva toni così esasperanti che a volte non poteva nascondere le lacrime.

“Siete gelose?” rispondeva tra un singhiozzo e l’altro.

Ma le altre scoppiavano in fragorose risate e aumentavano gli sfottò.

Un giorno qualcosa accadde. E accadde proprio in quel parcheggio sotterraneo. Anzi, accadde altrove, ma il racconto raggiunse in breve il parcheggio del supermercato.

“Avete sentito cosa è successo alla punto grigia che di solito parcheggia vicino alla colonna?”

“No, che è successo?”

“Non la trovano più”

“E’ stata rubata?”

“Macché! I proprietari l’hanno parcheggiata a Milano e adesso non si ricordano più dove!”

“Poi così grigia…” disse un’auto che sapeva essere diretta come poche. “Se fosse stata gialla…” e lo disse lanciando uno sguardo verso l’auto gialla parcheggiata lì a fianco. E tutte risero. E questa volta sorrise anche lei.

 

(di Stefano Re)