NON CONOSCO LA FERMATA

Stefano salì sul pullman e trovò posto davanti.

Sapeva a grandi linee dove doveva scendere, ma non aveva certezza della fermata.

Dunque si guardava attorno in cerca di punti di riferimento.

Dopo la prima sosta, suonò il campanello di stop.

L’autista arrestò la vettura sul bordo della strada davanti alla pensilina.

Stefano non scese. Cercò lo sguardo dell’autista nello specchietto retrovisore e alzò la mano in segno di scuse. L’autista accennò un rapido ammiccamento.

Stefano suonò ancora il campanello, la vettura si arrestò alla fermata successiva, ma nessuno scese.

L’autista scosse la testa.

La scena si ripeté per altre cinque volte, alla sesta il conduttore fermò il veicolo, si staccò dal sedile e dal corridoio dell’autobus cominciò ad inveire contro Stefano.

– Perché si arrabbia? – domandò Stefano.

– Perché lei continua a suonare il campanello di stop e poi non scende. Mi prende in giro?

Stefano negò con la testa.

– Spero sia l’ultima volta che arresto il mezzo per niente! – aggiunse l’autista.

Non fu così.

Il conduttore si portò a pochi passi da Stefano e gli urlò contro, ma Stefano non fece una piega.

– Scusi, ma lei sa dove deve scendere?

Stefano blaterò pochi versi, e poi disse di no con la testa.

– Posso aiutarla?

– So di dover scendere, ma non so bene a quale fermata.

– Scusi ma dove deve andare?

– Ho un appuntamento con la morte.

Il conduttore rabbrividì. Poi chiese:

– Ma chi le ha detto che deve morire?

Stefano rimase in silenzio e poi disse:

– Ho ricevuto una lettera. C’era scritto di prendere la linea 94.

– Ma nessuno comunica l’evento per lettera…

– Lei dice? Allora mi hanno preso in giro – e scoppiò in una fragorosa risata.

– E lei si presenterebbe così all’appuntamento con la morte? Lei è pazzo.

Stefano guardò l’abito e le scarpe e poi rispose:

– In effetti… Ma come ci si dovrebbe presentare alla morte?

L’autista ci pensò un attimo e poi disse:

– Dovrebbe almeno prepararsi un po’.

– E come ci si prepara?

– Ah non me lo chieda, a me non è arrivata nessuna lettera – e scoppiò a ridere.

Poi l’autista fece per tornare al suo posto ma improvvisamente si accasciò. Fece strani versi e quindi si lasciò andare bello disteso nel corridoio del mezzo. Infarto.

Stefano non fece una piega, tirò fuori la lettera che gli era stata recapitata, lesse l’indirizzo e si accorse che sulla busta c’era sì il nome Stefano, ma il cognome non corrispondeva. E poi la via non era Pascoli, ma Pescoli.

– Forse non era per me – e scese dal veicolo.

Stefano Re

LA CAMICIA di Stefano Re

Sono nato con la camicia e non so perché sia successo proprio a me. Pensavo di essere uscito dal grembo di mia mamma proprio con una camiciola addosso e quando mio nonno mi ha rivelato che come tutti i bambini ero nato nudo, ci sono rimasto male. Eppure era colpa sua se mi ero messo in testa quella roba della camicia, lui che ogni volta mi ripeteva: “Caro Giacomo sei proprio nato con la camicia”. Ma che cosa voleva dire, se poi mi aveva spiegato che ero nato nudo? Un giorno me lo chiarì la nonna, quando tornai a casa con le ginocchia rovinate, uno zigomo fratturato e un dente in meno, proprio lì davanti dove, se spinge, ci esce la lingua. Avevo attraversato la strada con la mia bicicletta fantasticando di essere Gimondi, ma ahimè non avevo guardato né a destra né a sinistra e un’auto mi aveva preso in pieno, senza che avessi nemmeno il tempo di frenare o di scansarmi. Bum, mi ero ritrovato qualche metro più in là in piedi e con le lacrime agli occhi. Non ci credeva nessuno e nemmeno io ci credevo, ma ero in piedi e vivo. La nonna quando mi vide ripeté quella frase e alla mia richiesta di spiegazione mi rispose che solo i fortunati nascono con la camicia. In effetti quella volta avevo avuto fortuna. 

Crebbi come molti bambini passando un’infanzia felice, ma crescendo mi accorsi che quella camicia cominciava ad andarmi stretta. Di colpo le cose presero ad andare male, finché arrivò quel marzo, di quel lontano duemilaventi, quando un virus cominciò a spargere la sua influenza per il mondo e in poco tempo si ammalarono quasi tutti e tra questi i miei nonni, che per una brutta polmonite chiusero gli occhi per sempre. Ricordo quel giorno con tristezza, ma soprattutto lo ricordo con rabbia, perché il governo aveva decretato l’isolamento per tutti e io dovevo stare in casa senza poter uscire, e loro morirono senza nemmeno li potessi salutare e abbracciare. Sono ingiustizie, queste! Ero alla finestra e pioveva, i fiori cercavano di spuntare sull’erba non ancora sistemata, le gemme si affacciavano sui rami come piccoli baci lanciati al vento. Un gatto dormiva sornione sotto una pensilina di fortuna. La camicia appesa allo stendino era lacerata come una ferita sanguinante. Tutto sembrava perdersi nell’oblio, solo il cuore era lì, che batteva a tratti e si mostrava in tutta la sua sofferenza.

Sono passati anni da quell’evento ed io sono ancora qui, alla finestra, ci passo ogni mattina e ricordo quel momento, ricordo i nonni, ma oggi il sole alliscia l’erba, le gemme sono foglie accarezzate dalla brezza, i fiori sono sbocciati tra colori vivi e profumi celestiali. C’è uno scoiattolo, di quelli grigi, sgranocchia un’arachide e mi guarda con quegli occhietti che ricordano gli occhi vispi di mio nonno. Il gatto dorme felice all’ombra di un piccolo platano. La nonna mi raccontava che il platano è l’albero dei sogni, perché sotto, all’ombra è bello dormirci. E io spesso mi ci appisolo, sotto quell’albero e so che loro, i miei nonni sono lì con me, mi proteggono, mentre la nonna alla macchina per cucire mi tesse certamente una nuova camicia.

Stefano Re

VA COME DEVE di Stefano Re

Era come dimenticato dal mondo, eppure il virus lo andò a cercare. Forse per via di un contadino, o forse per via di un commesso comunale, quel paese sperduto nella bassa milanese, tra boschi di pioppi, rogge e risaie, fu colpito dal Covid 19, e da quel giorno finì nelle pagine della cronaca nazionale: È NELLA BASSA MILANESE IL PAESE CON LA PERCENTUALE PIÙ ALTA DI MORTI.

Don Alberto si svegliò che era prestissimo e aspettò che cantasse il gallo. Il sole sembrava addormentato, dalle persiane filtrava una debole luce, come se il sole si fosse accucciato tra le braccia dell’alba. Solo qualche uccellino cinguettava qua e là, ma poca cosa rispetto al ciangottare stentoreo che risvegliava il mattino. Don Alberto si stiracchiò, fece il segno della croce, recitò un’Avemaria e poi si alzò, inforcando al primo colpo le ciabatte. Quel gesto fluido lo tranquillizzava; non era scaramanzia, è che le uniche volte che inciampava in esse, erano le volte che si svegliava con l’influenza. Si avvicinò al Crocifisso, gli diede un buffetto e poi andò in cucina a fare colazione. Quando spalancò le finestre, una leggera bruma opacizzava il sole, insolito per quel periodo dell’anno.

– Signore, non ci siamo – disse alzando gli occhi al cielo. – Quest’anno stai proprio esagerando. Ma che ti abbiamo fatto?

Fuori c’era un silenzio spettrale, non che in quel paese ci abitassero in tanti, ma in un paese di vecchi le prime ore del giorno sono quelle più rumorose.

– Ho novantasei anni, mi hai sbattuto qui in questa località di contadini, tra due cascine e una chiesa e mi porti via il piacere della messa, delle strette di mano, del Barbera in compagnia  che rafforza le ossa, e in più mi dai il buongiorno con questo sole pallido e ammalato? Secondo me ti sei innamorato. Ma non di noi – disse alzando la voce, – ma di una sgualdrina! Vedi tu se questo vuol dire fare il Signore.

Poi tornò in camera, diede nuovamente un buffetto al Crocifisso e si infilò la tonaca.

– E tu – disse rivolgendosi al Cristo sulla croce, – cerca di sorridere, perché tanto lo sappiamo tutti che dopo tre giorni sei risorto. Stai lì con quella faccia da ebete e da duemila anni te la godi tra i pascoli del paradiso. Siamo noi che dovremmo avere quella faccia, altroché.

Il Crocifisso l’aveva posizionato lì da quando il decano gli aveva detto che non si potevano più celebrare le messe. Era passato dalla sacrestia, era entrato in chiesa, si era messo la croce in spalla (“guarda se mi tocca fare il Cireneo”  aveva detto sotto il peso di quel legno) e l’aveva portata in camera, così avrebbe celebrato la messa appena sceso dal letto. A novantasei anni non si ha voglia di celebrare una messa in streaming, soprattutto tra contadini che mungevano ancora le vacche con le mani e donne che gracchiavano quando si intonava l’Avemaria della sera.

E poi che motivo c’era di coinvolgere i parrocchiani quando lì il tempo si era fermato nello stesso giorno in cui era stata proclamata la chiusura della chiesa. Da quel giorno in paese non si era mosso più nessuno, se non per lavorare i campi o per accudire le bestie. Non c’erano bambini, non c’erano giovani e soprattutto non c’era bisogno di ambulanze o forze dell’ordine. Lì ci si poteva anche parlare alle spalle, ma se uno aveva bisogno, tutta la cascina accorreva.

Il telefono della canonica squillò proprio quando don Alberto si stava infilando le scarpe di tela. Con i piedi che si gonfiavano come palloni e le dita che si accavallavano una sull’altra, non riusciva più ad indossare una scarpa come Dio comanda.

– Un momento! – gridò come se il chiamante potesse sentirlo. Quello era l’unico telefono presente in quella località e don Alberto lo metteva a disposizione di tutti. Era un apparecchio piuttosto antiquato, ma svolgeva ancora bene la sua funzione.

 – Pronto? – recitò appena impugnata la cornetta.

– Buongiorno don Alberto, sono don Carlo.

Il prete alzò lo sguardo verso l’alto e con la mano fece il gesto delle corna. Don Carlo era il decano e lui con i decani non ci andava d’accordo. “Hanno in mente la burocrazia, non la povera gente”, aveva detto un giorno ad Alfredo mentre gli portava il latte appena munto.

– Dimmi caro decano…

– Cos’è questa tristezza. Ma non li senti i telegiornali?

– I telegiornali? Non so nemmeno se la televisione funziona, e poi l’ultima volta che ho visto la televisione c’era ancora il povero Tortora che faceva parlare un uccello. Che poi, detto tra noi, era un pappagallo che parlava poco e quando parlava biascicava parole come un vecchio.

– Beh, comunque vai subito a suonare le campane, perché è finita la quarantena e oggi celebriamo messa con i fedeli. Anzi, fissa una messa per questo pomeriggio alle cinque, perché vengo io a celebrarla. Festa, oggi è un giorno di festa.

– Ma le campane non suonano da molto, caro il mio don Carlo. Senza soldi, le campane tacciono.

– E allora vai di porta in porta e avvisa tutti.

Don Alberto disse di sì mentre faceva strani gesti all’indirizzo di un signore, con un lungo pizzetto che finiva a punta, incorniciato e appeso alla parete. Era una vecchia immagine di John Donne.

– A proposito – chiese il decano. – Quante ambulanze avete chiamato in questi tre mesi?

– Manco una – rispose secco l’anziano. – Qui si muore in casa ma soprattutto in compagnia.

– E il medico, l’avete chiamato oppure no?

– Il medico? Il medico per noi è morto venti anni fa, quando si è chiuso nello studio e non ha più visitato a domicilio. Pensa che l’ultima volta che ho preso l’influenza ho parlato con una voce registrata. Se questo vuol dire fare il medico…

– Don Alberto, il mondo è cambiato…

– In peggio – rispose sconsolato don Alberto. Poi aggiunse – Ti aspetto alle cinque.

Uscì che il sole si era fatto spazio tra la bruma, con qualche cazzotto ben assestato aveva ripreso il suo posto nel cielo limpido e silenzioso. Don Alberto cominciò a suonare un campanaccio che aveva rubato qualche tempo prima dal collo di una vacca. Suonava ma nessuno si affacciava alle finestre. Strano, curiosi come erano gli anziani, qualcuno avrebbe dovuto manifestarsi. C’era un silenzio che sembrava irreale. Don Alberto ci mise più forza, ma da lì sembravano scappati anche i fantasmi. Poi vide una figura giù in fondo, accovacciata sui gradini dell’ultima casa a ringhiera. Accelerò il passo e riconobbe Peppino, il più tocco della cascina. Aveva settantacinque anni, ma una forza che avrebbe stritolato il corno di un toro. Era ancora l’unico ad arare i campi con i buoi. Odiava i trattori e l’unica volta che ci salì, scese immediatamente bestemmiando e calunniando contro il progresso. “Ci inquina la terra!” disse e fu l’ultima volta che tentarono di convincerlo.

– Peppino, che fai qua tutto solo?

– Caro il mio prevosto, aspetto l’angelo della morte.

– Tu aspetti l’Angelina, altroché.

– È morta e con lei la sorella e il fratello.

– Dai Peppino, non ho tempo da perdere. Alle cinque di questo pomeriggio don Carlo viene a celebrare messa. E’ finita la quarantena.

– Sarà un grande funerale, allora – proferì Peppino con un ghigno beffardo. – Se vuoi ti raduno le vacche , i maiali, le oche e i tacchini, gli unici che hanno resistito al virus. Gli altri tutti morti.

– E perché non siete venuti in canonica? Potevamo chiedere i soccorsi.

– Perché qui si muore in casa. Se il Signore ci vuole con sé, facciamo un segno della croce e aspettiamo il trapasso.

– Ma sei sicuro?

– Che ci facciamo il segno della croce?

– No, che sono tutti morti.

– Purtroppo sì.

Don Alberto si buttò in ginocchio e gridò dal dolore perché il ginocchio sbatté contro un sasso appuntito. Poi cominciò a pregare e tra una giaculatoria e l’altra si arrabbiava con Dio.

Peppino cercò in tasca uno stuzzicadenti e se lo infilò in bocca, mentre gli occhi gli si imperlarono di lacrime. Luccicavano sotto quel sole che si era fatto violento e caldo.

Don Alberto tornò in canonica, andò in camera e prese a pugni il Crocifisso. Era il suo modo di reagire quando si sentiva offeso dal Signore. Era un prete sanguigno, ma così fedele al suo Dio, che quei pugni erano un modo per viverlo fino in fondo. 

– Perché mi hai fatto questo? Siamo vecchi ma sinceri. Lavoriamo la tua terra, ci preoccupiamo per le bestie, condividiamo tutto e tu ci fai questo? Dov’è la tua giustizia. Dove sono gli umili innalzati? Questo non è un modo per fare il Signore. Vergognati! 

Poi scoppiò a piangere e recitò il rosario tra quelle lacrime che sapevano di sale e le parole che a singhiozzi celebravano la Croce.

Alle cinque di quel pomeriggio arrivò il decano, suonando il clacson e sventolando un lenzuolo con un bell’arcobaleno e una scritta che troneggiava appena sopra: ANDRÀ TUTTO BENE. 

Scese dall’auto e cominciò a cantare l’Alleluia, ma appena varcato il portone della chiesa si arrestò. Davanti a lui giganteggiava il Crocifisso, con quello sguardo sofferente e la testa reclinata alla sua sinistra. Don Alberto era inginocchiato all’altare, un piccolo uomo stava seduto sulla prima panca.

– Dove sono tutti? – gridò indirizzando le parole al prete anziano. Poi di gran passo gli si avvicinò. Prima che potesse parlare, fu Don Alberto a rispondere.

– Stanno celebrando la loro messa in cielo.

Don Carlo guardò l’uomo alla sua destra che stava mangiando le arachidi, una ogni quindici secondi.

– E questo che fa?

– Quello è Peppino. Lascialo in pace, sta recitando il rosario.

– Con le arachidi?

– Sono i suoi grani del rosario. Siamo contadini, ci arrangiamo con il buono della terra.

– Ma tutti gli altri dove sono? Così celebra il suo ministero?

Don Alberto si alzò di scatto, il viso tirato come prima di esplodere:

– Adesso mi dai del lei? Qui sono tutti morti – disse gridando. – Lo vuoi capire che qui sono tutti morti? Noi non siamo di questo mondo, noi siamo di un mondo vero, fatto di terra, fatto di fatica. Qui si muore in casa, ma mai da soli, si muore da vecchi, si prega con le arachidi, si caga in stalla, ma Dio sa quanto lo amiamo. Non ci servono la liturgia o tutte quelle fissazioni che voi preti moderni pretendete dal popolo. Vi date arie perché predicate su internet, noi predichiamo tra il letame, tra le bestie, tra la povertà, ma questo ci rende fieri. Non abbiamo soldi per le campane, ma la campana l’abbiamo nel cuore, perché come disse John Donne, e lei non sa nemmeno chi sia!, “non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te.”

Poi scoppiò in lacrime mentre don Carlo indietreggiò fino all’ingresso e sull’uscio inciampò sul Crocifisso e cadde. Peppino si voltò e gli sembrò che il Cristo scuotesse la testa.

Dopo circa due ore oltre ai carabinieri, ai vigili del fuoco, alle ambulanze, arrivò anche una giornalista della Rai. La ricrescita scura le divideva in due la chioma fintamente bionda. Vide Peppino appoggiato con la spalla ad una colonna della chiesa.

– Mi hanno detto che è l’unico sopravvissuto, cosa farà ora?

– Tutto va come deve, la libertà è accettare.

di Stefano Re

LA CAMICIA

Sono nato con la camicia e non so perché sia successo proprio a me. Pensavo di essere uscito dal grembo di mia mamma proprio con una camiciola addosso e quando mio nonno mi ha rivelato che come tutti i bambini ero nato nudo, ci sono rimasto male. Eppure era colpa sua se mi ero messo in testa quella roba della camicia, lui che ogni volta mi ripeteva: “Caro Giacomo sei proprio nato con la camicia”. Ma che cosa voleva dire, se poi mi aveva spiegato che ero nato nudo? Un giorno me lo chiarì la nonna, quando tornai a casa con le ginocchia rovinate, uno zigomo fratturato e un dente in meno, proprio lì davanti dove, se spinge, ci esce la lingua. Avevo attraversato la strada con la mia bicicletta fantasticando di essere Gimondi, ma ahimè non avevo guardato né a destra né a sinistra e un’auto mi aveva preso in pieno, senza che avessi nemmeno il tempo di frenare o di scansarmi. Bum, mi ero ritrovato qualche metro più in là in piedi e con le lacrime agli occhi. Non ci credeva nessuno e nemmeno io ci credevo, ma ero in piedi e vivo. La nonna quando mi vide ripeté quella frase e alla mia richiesta di spiegazione mi rispose che solo i fortunati nascono con la camicia. In effetti quella volta avevo avuto fortuna. 

Crebbi come molti bambini passando un’infanzia felice, ma crescendo mi accorsi che quella camicia cominciava ad andarmi stretta. Di colpo le cose presero ad andare male, finché arrivò quel marzo, di quel lontano duemilaventi, quando un virus cominciò a spargere la sua influenza per il mondo e in poco tempo si ammalarono quasi tutti e tra questi i miei nonni, che per una brutta polmonite chiusero gli occhi per sempre. Ricordo quel giorno con tristezza, ma soprattutto lo ricordo con rabbia, perché il governo aveva decretato l’isolamento per tutti e io dovevo stare in casa senza poter uscire, e loro morirono senza nemmeno li potessi salutare e abbracciare. Sono ingiustizie, queste! Ero alla finestra e pioveva, i fiori cercavano di spuntare sull’erba non ancora sistemata, le gemme si affacciavano sui rami come piccoli baci lanciati al vento. Un gatto dormiva sornione sotto una pensilina di fortuna. La camicia appesa allo stendino era lacerata come una ferita sanguinante. Tutto sembrava perdersi nell’oblio, solo il cuore era lì, che batteva a tratti e si mostrava in tutta la sua sofferenza.

Sono passati anni da quell’evento ed io sono ancora qui, alla finestra, ci passo ogni mattina e ricordo quel momento, ricordo i nonni, ma oggi il sole alliscia l’erba, le gemme sono foglie accarezzate dalla brezza, i fiori sono sbocciati tra colori vivi e profumi celestiali. C’è uno scoiattolo, di quelli grigi, sgranocchia un’arachide e mi guarda con quegli occhietti che ricordano gli occhi vispi di mio nonno. Il gatto dorme felice all’ombra di un piccolo platano. La nonna mi raccontava che il platano è l’albero dei sogni, perché sotto, all’ombra è bello dormirci. E io spesso mi ci appisolo, sotto quell’albero e so che loro, i miei nonni sono lì con me, mi proteggono, mentre la nonna alla macchina per cucire mi tesse certamente una nuova camicia.

Stefano Re

ESPERIENZA


Si fermò ad un metro dalla pianta. Voleva attaccarsi al ramo più basso. Fece due passi e saltò, ma la spinta fiacca gli fece mancare l’obiettivo. Non si diede per vinto. Bastava darsi più spinta. Ci provò nuovamente e mancò ancora l’obiettivo. “Rinuncia”, gli disse un vecchio con la schiena appoggiata ad un albero. “Perché dovrei?” rispose torvo. “Quel ramo è troppo in alto”. “E quindi? ” disse riprovandoci. “Hai visto? L’hai mancato ancora”. “Se fossi giovane ci proveresti anche tu”. “Fino alla morte – disse il vecchio – Ma per esperienza ti dico che non ci riuscirai”. “Mi fai pena” aggiunse il giovane. “Certo, ma non sai quanto mi diverte osservare i tuoi inutili sforzi”.

di Stefano Re

PERDERE

Piera girava nel parco in cerca di qualcosa.

“Cosa hai perso questa volta?” le chiese un tale che la conosceva fin troppo bene.

“Ho perso l’accento” rispose lei mentre infilava le mani in un cespuglio.

“L’accento?”

“Sì, da quando mi sono trasferita dalla Sicilia, ho perso l’accento”.

Il tale la guardò scuotendo la testa. Al suo fianco nel frattempo si erano riunite altre persone:

“Che sta facendo?”

“Ha perso l’accento”.

Tutti si misero a cercare.

“Scusi, ma cosa ci fa con l’accento?” chiese uno con un solo capello in testa. “Io persi i capelli tanto tempo fa, ma non li ho mai cercati”.

“Forse perché ne ha ancora uno?” domandò Piera senza dar troppo peso alla sua domanda.

“Si figuri – disse un altro, – io persi la memoria qualche anno fa, anche se non ricordo bene dove”.

“Ma l’accento è diverso” sentenziò una signora che teneva il cane in braccio, facendo l’occhiolino a Piera.

“Io invece ho perso un dente quattro anni fa, e fu una grazia, perché appena persi anche le dita della mano destra, cominciai a far fatica a fumare e non sapevo più come fare. Poi un tipo mi ha detto di infilare la sigaretta nella fessura tra i denti, e ho risolto i miei problemi”.

“Scusi se glielo dico, ma lei è davvero un tipo distratto” intervenne il tale con un solo capello in testa.

“Un po’ di silenzio, per favore. La ragazza ha perso l’accento” disse un signore con la sciarpa attorno alla vita. “Meglio aiutarla anziché raccontare di voi”.

“E lei? Cosa ci fa con la sciarpa attorno alla vita?”

“Nulla, ho perso la cintura”.

“Crede di ritrovarlo l’accento?” chiese un giovane che aveva appena perso la trebisonda e si sentiva sperso.

Piera si girò di scatto verso la provenienza della voce e poi rispose:

“No, ma almeno mi sembrerà di non tradire le mie origini”.

“E io che ho perso i capelli?”

“Tranquillo, non si fasci la testa, sta bene anche senza” rispose Piera con un sorriso.

“Piuttosto, aiutiamo questo giovane a ritrovare il controllo, perdere la trebisonda è assai pericoloso”.

“Cosa avete perso?” chiese quello che aveva perso la memoria.

“Io mi sono persa in un bicchier d’acqua” disse una donna con il salvagente alla vita.

“Beh, l’importante è ritrovarsi” fece uno che passava di là.

(di Stefano Re)

 

N.B.: Perdere la trebisonda è un’espressione della lingua italiana, abbastanza frequente nel lessico colloquiale e letterario, con cui si intende perdere il controllo, essere confusi e disorientati.

All’origine vi sarebbe il fatto che la città di Trebisonda (in turco Trabzon), affacciata sul Mar Nero, nell’antichità fu una sorta di faro per tutti i naviganti che viaggiavano sulla rotta tra Europa e Medio Oriente.

LA STORIA DI TORSOLO

Il signor Torsolo si era infilato in una mela. Ci era entrato quasi per sbaglio, mentre raccoglieva la frutta dal grande albero. Aveva perso l’equilibrio e mentre cascava, pregava di farsi piccolo, così da cadere su un fiore o una foglia e non farsi troppo male. Dunque si era infilato proprio in una mela caduta a terra, passando dallo scivolo che un povero vermicello si era costruito con tanta fatica. Il verme si era schiacciato contro la parete succosa della mela sperando di non essere travolto da quel piccolo signore che arrivava in picchiata dalla pianta.

“E lei che ci fa qui” aveva chiesto il verme.

“Sa che non lo so? Stavo lassù sulla grande pianta e sono caduto”.

“Ma lei è proprio piccolo” disse il verme quasi deridendolo.

“Ora sì, anzi mi faccia pensare: come potrò mai tornare grande?”

“Forse tornando indietro. Se lei provasse a fare il percorso inverso…”

Ci provò, ma appena fuori, un merlo gli si buttò contro mangiandogli quasi la testa”

“Ehi – gridò il signor Torsolo – Ma che modi sono?”

Il verme si fece una risatina:

“Mica è semplice stare in una mela…”

“Lo capisco, ma io non sono un vermicello!”. Poi guardò di sbieco il coinquilino e chiese scusa.

“Volevo dire che non sono così buono come un vermicello”.

Insomma, di parola in parola peggiorò la situazione. A volte è davvero consigliabile il silenzio.

“Ormai se ne faccia una ragione, la mela è grande e possiamo starci in due. Divideremo la polpa per non morire di fame”.

Il signor Torsolo ringraziò, ma con una smorfia dimostrò tutto il suo malumore.

“Finché la mela non marcisce, qui dentro siamo anche al sicuro” aggiunse il verme.

“E poi? Cosa sarà di noi?”

“Con un po’ di fortuna e con la mia consolidata esperienza mi infilerò sotto terra in attesa che caschi un’altra mela”.

“E io? – chiese il signor Torsolo. – E io che non ho esperienza?”

“Lei che non ha esperienza sarà mangiato come un verme alle prime armi” e  si fece prendere da una grassa risata.

Il signor Torsolo cominciò ad escogitare un piano. Risalì lo scivolo, guardò fuori senza fare rumore e con un balzo si nascose dietro una foglia caduta dall’albero. Poi agitando le braccia richiamò l’attenzione del merlo e prima che questi lo mangiasse, gli fece notare di essere un piccolo uomo.

“Ma io devo comunque mangiare” disse il merlo senza troppi convenevoli.

“Allora facciamo un patto” rispose il signor Torsolo.

“Dimmi” abbozzò curioso il merlo.

“Se mi prometti di riportarmi sulla pianta, ti farò mangiare. E senza troppa fatica”.

Il merlo strinse il patto.

“In quella mela c’è un vermicello davvero succulento. Se col becco rompi la mela, vedrai che scorpacciata. Però fai attenzione; dovrai essere rapidissimo altrimenti il verme si infilerà sotto terra”.

Il merlo obbedì e grande fu la gioia per quel pasto inaspettato.

“Ora riportami su quel ramo là in alto, è ora di ritornare grande” ordinò il signor Torsolo.

Il merlo lo prese con il becco, ma appena ebbe l’omino in bocca, sentì sui vestiti il profumo del verme e la fame ebbe la meglio.

Termina qui la storia di Torsolo che non tenne conto che della mela il torsolo se si salva finisce in pattumiera.

(di Stefano Re)

(di Stefano Re)

AHI, IL TORO

Dire al bambino con i capelli rossi di fare attenzione a questo e a quello, era come dire al vento un mucchio di parole sagge e di sperare che non si confondessero.
Perché al bambino con i capelli rossi dovevi parlare una lingua di comando.
Così quando il nonno portò in cascina il nipote per vedere le mucche, disse perentoriamente di lasciare in pace il toro.
“La sola cosa che ti chiedo è di non aprire mai quel recinto.”
Ovviamente il bambino abbozzò un perché, che il nonno lasciò cadere ribadendo con toni severi che la porta del recinto doveva rimanere serrata.
Ma appena il nonno lasciò da solo il nipote, questi cominciò ad avvicinarsi al recinto proibito. Fece qualche smorfia al toro e recitò persino una filastrocca di scherno che il toro sembrò non apprezzare, tanto che cominciò a sbattere con foga la zampa anteriore.
“Che mi vuoi fare?” disse il bambino.
Il toro lo osservava con sguardo truce quasi minaccioso.
“Sei forte”, disse il bambino. “Ma non capisco perché devi stare sempre chiuso lì dentro. A me sembra un’ingiustizia”.
Il toro osservava con maggiore intensità il bambino con i capelli rossi.
Il bimbo decise di fare ciò che il nonno gli aveva proibito. Aprì il recinto ed invitò il toro ad uscire. Il toro cominciò a sbuffare e a sbattere la zampa anteriore, sempre con foga maggiore e quindi fece uno scatto in direzione dell’uscita.
Quando il bambino si accorse che le intenzioni del toro non

erano certo benevole, cominciò a scappare urlando di paura. Il toro, scosso da tutto quel rumore e dal movimento rapido del bambino, cominciò a rincorrerlo e quando gli fu vicino, abbassò la testa proprio per incornarlo.
Il bambino non aveva una via d’uscita. Davanti a lui si ergeva bianco come la nebbia un muro alto almeno tre metri, con una piccola porta di legno che poteva essere la sua salvezza. Ma avrebbe fatto in tempo ad aprirla e a buttarcisi dentro? E se la porta fosse stata chiusa? Alle sue spalle sentiva la corsa dirompente del toro farsi forte come una valanga. Ormai il toro l’aveva raggiunto. Gli balenò quell’idea che soltanto l’istinto può trasmettere in una simile situazione. Scartò improvvisamente di lato quando dal muro mancavano solo poche decine di centimetri. Fu una svolta rapida e improvvisa, un farsi di lato veloce come un dribbling, un cambio di direzione che il toro non riuscì a cogliere, se non dopo aver infilato le corna nella porta che fu il punto esatto tra la condanna e la salvezza.

“E adesso?” domandò il bambino. “Adesso, con quelle corna infilzate nella porta, non stai peggio? Volevo liberarti e tu invece mi hai inseguito e fatto paura!”

“Ma io sono così!”, disse il toro. “Io sono un animale che spesso ha bisogno di correre e non so mai come trattenermi”

“Senti, io ti libero ancora, però mi prometti una cosa. Prometti che non mi correrai dietro, ma che correrai fino al recinto, poi io lo chiuderò e faremo finta di nulla.”

“D’accordo, ci sto” rispose il toro, che finalmente poté correre e sfogarsi un poco”.

Il bambino capì la lezione e da quella volta lasciò in pace il recinto del toro.

di Stefano Re

(da IL SOLE NEL BAULETTO,  C1V Edizioni) Racconti per bambini 5+

FILASTROCCHE ARLECCHINE

Visto che il 10 settembre è uscito il mio nuovo libro (FILASTROCCHE ARLECCHINE) edito da C1V Edizioni e vista la concomitanza con la festa dei nonni, vi presento una filastrocca contenuta nel libro.

FILASTROCCA DEI NONNI

Ho scritto di getto sul muro

che i nonni sono un posto sicuro;

ho corretto quel posto con porto

perché i nonni sono ciurma a rapporto.

Stanno zitti ed attenti ai comandi

più nessuno che a loro domandi,

si pretende la loro presenza

come fosse una loro incombenza.

Ed invece la nonna è una bella sorpresa

una mano distesa e sempre protesa

ed il nonno è come un omaggio

il porto sicuro per il proprio ancoraggio.

Ora basta con queste parole

meglio un grazie che parta dal cuore,

meglio un bacio che fa più calore.

(Stefano Re, Filastrocche arlecchine, C1V Edizioni, pagina 16)