I Diari del Monopattino – Martedì 28 settembre 1960

Tram

Questa mattina sul tram il bigliettaio mi guarda con altri occhi e mi dice con aria solenne:

–          Oggi sei diventato grande. Hai superato il metro di statura.

Questo sottintendeva che avrei pagato il biglietto. Infatti ne stacca uno e me lo porge. Il mio primo biglietto. Mi rivolgo al nonno che provvede a pagare le 70 lire della corsa salutando il suo amico bigliettaio. Lui non paga, ha la tessera di ex dipendente UITE e conosce tutti i tranvieri. Mio nonno è famoso.

Mi arrampico sul sedile di legno che nonostante io sia cresciuto rimane sempre un trono e appiccico il naso al finestrino per guardare il mondo dall’alto. Il nonno mi dice di tenermi al sedile davanti, solite raccomandazioni, penso io, ma dopo la capocciata presa a causa di una frenata rivedo il mio giudizio e afferro senza indugio il corrimano.

Strani odori si alternano lungo il corridoio. Il signore col vestito grigio scuro che puzza di fumo acre, con le dita gialle di nicotina proprio all’altezza dei miei occhi, la signora enorme con la sporta della spesa, salita all’altezza del mercato, che mi solletica il naso con le foglie del sedano (fortuna che non ha comprato carciofi). C’è anche un dolce profumo di frutta, ma non la vedo: forse è finita sul fondo e si è ammaccata spandendo il succo e impregnando la carta di giornale in cui la immagino avvolta.

Passa anche un delizioso profumo di fiori, forse quello di una signora elegante che, chiedendo ripetutamente “permesso!” , si fa avanti perché si è accorta di dover scendere. Ora devo scendere io dal sedile per far posto “alla signora” come dice il nonno sempre galante, anche se “la signora” mi sembra tutt’altro che “una signora” perché sbuffa con aria impettita e non ringrazia neanche.

Quando sono in piedi nel mezzo del corridoio le cose si fanno più complicate perché il mondo, visto dall’altezza di circa un metro, non è lo stesso dei grandi e “i grandi” non si ricordano di come lo vedevano alla mia età. Mi trovo faccia a faccia con ombrelli bagnati, borse che mi sbattono qua e là e io divento un impedimento al passaggio della gente che, non vedendomi o facendo finta di nulla, passa oltre strattonandomi mentre io mi devo ancorare alle maniglie per non farmi travolgere.

Faccio anche incontri bizzarri con i cagnoloni con cui devo condividere sia la piattaforma posteriore sia le lamentele della gente. I più fortunati sono i cani piccoli che, tenuti in braccio dalle signore, godono di una posizione privilegiata dalla quale sono decaduto il giorno in cui sono cresciuto e non potevo più stare in braccio alla mamma perché “pesavo”.

Quando finalmente ci si avvia alla fine della corsa e quasi tutti i passeggeri sono scesi, riesco ad arrivare alla mia postazione preferita a fianco del conducente (manovratore lo chiamano). Io lo guardo affascinato mentre muove con perizia tutte quelle strane leve pensando che da grande mi sarebbe piaciuto fare quel mestiere, come faceva anche il mio bisnonno.

Visto che il nonno è un amico, i tranvieri ci fanno entrare con loro nella rimessa, con l’intenzione di andare a farsi “un bianco” al dopolavoro. Mai visto un posto più grande di quello, tutto a vetri anche nel tetto e travi di metallo e disseminato di buche “di ispezione” dove, dice il nonno, devo fare attenzione a non cadere (questo, anche se piccolo, lo avevo capito da solo).

Quando scendiamo dal tram io adocchio subito un filobus, uno di quelli lunghi, con “tre assi”. E’ fermo con le porte aperte che sono un invito per me. Una sbirciata al nonno mi fa capire che lui ha la testa rivolta agli amici e così in un attimo salgo su quel filobus enorme e deserto fiondandomi al posto di guida dove trovo un volante largo quasi quanto io sono alto. Non posso sedermi, così rimango col sedere appiccicato al sedile, le mani aggrappate al volante che muovo qua e là come se guidassi in uno slalom e i piedi sempre più vicini ai pedali.

Finalmente, allungandomi tutto, riesco a toccarne uno, ma non succede nulla (era il freno) ma non fa nulla perché mi sembra di manovrare come avevo visto fare “al conducente”. Poi, per caso o per calcolo, cambio pedale e ora si che qualcosa succede. Centro con una pedata il pedale dell’acceleratore e improvvisamente, con un muggito tipico dei motori elettrici che vengono  inondati di corrente, il filobus inizia a muoversi in avanti.

La cosa non è passata inosservata perché insieme al muggito del motore, altri muggiti (grida) si sono levati dal gruppo di ferrovieri lì vicino dal quale si è staccato il più vispo che correndo è salito sul mezzo e con mossa sicura lo ha bloccato prima che finisse contro qualcosa.

La mia avventura di conducente è finita dopo dieci metri di corsa con una ramanzina spettacolare di mio nonno e di tutti i ferrovieri che hanno assistito alla scena. La cosa mi è servita da lezione: mai partire se non si sa come fermarsi.

Scampato il pericolo, tutti hanno pensato bene di spostarsi a chiacchierare in un posto più sicuro (a bere un sorso di bianco) non immaginando quali cose posso fare io con una bottiglietta di Coca Cola in mano…

Arturo

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Sono in questa città ormai da troppo tempo, giorni, forse. Ci sono arrivato in un’alba bianco latte con una nave su cui mi ero appisolato;  avendo il sonno pesante, non mi sono accorto quando è salpata e mi sono ritrovato qui dopo che le onde del mare hanno cullato i miei sogni.

Naturalmente nessuno dei miei amici si è guardato bene dall’avvisarmi che la nave stava partendo e sono scappati in tutte le direzioni, ognuno per se. E io sono rimasto. Non ne faccio loro una colpa, sono fatti per seguire il loro istinto e in fondo sono io che li chiamo amici, forse solo perché passiamo le giornate insieme. Loro forse non conoscono neanche questa parola anzi, probabilmente non ne conoscono alcuna, dal momento che comunicano tra di loro con gesti e versi che si tramandano da una vita.

Non è la prima volta che mi capita una cosa del genere. Nella mia esistenza mi è successa almeno un paio di volte, tralasciando quei piccoli spostamenti locali da un porticciolo all’altro ma alla fine dei quali tornavo sempre nel mio porto preferito. Un collega più saggio di me un giorno mi ha detto che scelgo le navi su cui appisolarmi per la voglia inespressa che mi portino con se. Forse è vero.

Chissà  cosa mi guida nella scelta del vascello. Non certo il nome o la località di registrazione che spesso non toccano mai. Forse gli odori di bordo, la lingua parlata dall’equipaggio o la musica che ascoltano. Ecco. Penso che la differenza tra me e i miei amici sia questa: io ascolto la gente che parla e ascolto la musica. Se potessi risponderei anche ma nel tempo ho capito di non essere molto gradito e le mie intenzioni di socializzare vengo fraintese.

“Via, sciò!” è la frase che mi rivolgono più spesso. Sarà perché sono leggermente ingombrante o perché preferiscono altri tipi di compagnia, finisce sempre così: dopo un mio timido entusiasmo in cui faccio di tutto per far capire che voglio dire loro “Buongiorno gente, cosa si racconta di bello?”  vengo allontanato a malo modo e mi tocca zampettare altrove un po’ offeso e un po’ deluso.

In fondo non sono il tipo da mettere il becco nei discorsi della gente ma mi farebbe piacere un comportamento più amichevole. In fondo io ho imparato la loro lingua, quella del mare che parlano tutti e penso di sapermi esprimere senza dire troppe sciocchezze, noi gente di mare ci accontentiamo anche di grandi silenzi. Chissà che non sia per colpa della mia voce un po’ sgraziata e stentorea che sorprende e infastidisce?

Non sono mai riuscito a comportarmi diversamente, anche io in fondo seguo l’istinto che mi fa essere così. Però ricordo che alcuni porti fa le cose non erano così difficili; venivo accettato come uno degli altri, a volte anche ignorato perché la gente non si stupiva di vedermi in quel posto; ero, come si usa dire, parte dell’arredamento e tutti trovavano naturale che fossi li.

Era un luogo del nord, pesce buono anche se un po’ freddino e spesso mi rimaneva sullo stomaco causandomi innumerevoli abbiocchi dopo pranzo e soprattutto dopo cena. Forse se avessi l’abitudine di farmi delle camomille non mi troverei in certe situazioni e sarà stato per colpa di uno di questi pisoli che tutto è cominciato e ho iniziato a viaggiare.

Il comandante era una persona buona e lasciava che mi accucciassi in un angolo riparato del peschereccio per proteggermi dalle folate gelide che portavano con se piccoli spilli di pioggia ghiacciata. Stare in silenzio con lui era uno dei miei passatempi preferiti anche se dopo un po’ puzzavo per il fumo della sua pipa. Brava persona il comandante Thorkild ma dai gusti terribili in fatto di tabacco.

E’ lui che mi ha insegnato a parlare. O piuttosto dovrei dire a capire. Parlava da solo giocando con il timone o forse parlava con le onde che incontrava. Non diceva tante cose e forse il ripetere i medesimi discorsi mi ha dischiuso il mondo del linguaggio.

In sua compagnia avevo preso abitudini notturne, le stesse del peschereccio che abitavo; di giorno spiluzzicavo qualcosa qua e là in compagnia degli amici del porto ma mi rendevo sempre più conto che aspettavo la sera per tornare a bordo e gustarmi i discorsi del comandante. Questo finchè una sera, leggermente rintronato da una cena succulenta, mi sono infilato sulla nave sbagliata e mi sono addormentato.

Nessuno ha fatto caso a me tranne forse un paio di giovani marinai che mi hanno gridato qualcosa: forse stavo russando un po’ troppo. Ma è stata cosa di un attimo, loro sono rientrati sotto coperta e io mi sono riappisolato. Ricordo di aver sognato odori diversi, mai sentiti quando uscivo in mare col mio amico comandante. Anche le onde erano diverse, nuovi ritmi, parlavano lingue strane e non so se il vecchio marinaio le avrebbe capite.

Mi sono svegliato.

Non era un sogno, ero in mezzo al mare di notte sulla nave di uno sconosciuto. Vatti a fidare delle cene pesanti! In lontananza si intravvedeva il faro di Skagen, in giro non c’era nulla da mangiare e la mia dispensa preferita si trovava ormai da qualche parte nel mare del nord diretta verso Dogger Bank a riempire le stive. Penso al comandante Thorkild e mi domando se si sia accorto della mia assenza. Lo ricordo come un personaggio marrone, tutto di lui emanava questo colore, dai vestiti alla pelle cotta dal sole e dal sale. Strana tonalità di terra per un uomo di mare.

E la sua nave era verde. Forse un modo per portare in mare la terra di casa o per una scaramantica speranza di fare buona pesca. O forse, piuttosto, per ricordargli la situazione del proprio porta monete.

Tutto è iniziato così e nello stesso modo è proseguito nel tempo.

Lo so, è tutta colpa mia, mi faccio catturare dalle cose buone da mangiare e poi, non capendo più nulla mi rintano nel primo posto tranquillo che trovo. In questo modo mi metto nei guai. O forse non sono guai ma solo un modo per vivere le emozioni.

A Honfleur mi sono trovato bene, tutto sommato era un posto tanquillo, si mangiava bene e la gente di mare non era tanto diversa dai miei luoghi del nord anche se la gente parlava in modo buffo boffonchiando. Gente di un colore rosso rubizzo, avvezza al vino e al vento teso, uomini di taverna e di grandi avventure in mare, in eterna competizione con Saint Malo. Una sera però, attratto da un tramonto arancione che sprizzava ottimismo e da un profumo invitante portato con se dalla Senna, mi sono diretto più a nord verso il grande porto dove ho trovato la fonte della delizia circondata da altri soggetti interessati. Alcune grosse scatole di pesce erano cadute sul molo e fracassandosi hanno sparso il contenuto e i profumi. La mia golosità non aspettava altro. E ci sono ricascato.

Questa volta si trattava di una vera carretta che ha impiegato secoli nel suo viaggio verso sud e dove ho conosciuto la fame, combattuta solo con clandestine sortite in cambusa. Forse solo i topi di bordo se la passavano meglio. Quando il clima caldo sembrava non finire più finalmente la rotta ha deviato verso levante. Solo il tempo di salutare le scimmie di Gibilterra in una mattina gialla di sole e di sabbia ed entrare in porto.

La fuga da Gibilterra è stata forse l’unica mossa voluta e non subita, più simile a un’evasione che a una normale partenza. Frequentando i locali del porto ho scoperto una nave diretta verso nord e ho deciso di salire a bordo senza voler sapere altro. Mi sono detto: “Ora si torna a casa!” ma, inebriato da questa considerazione, non mi sono accorto in tempo che la direzione era effettivamente il nord… ma del Mediterraneo.

In una notte viola, non potendone più, ho deciso di cambiare, non farmi più trasportare da altri verso direzioni che non mi appartengono e sono scappato da bordo vedendo delle luci in lontananza. Le ho raggiunte ormai allo stremo delle forze. Nell’ultima parte del percorso sono stato affiancato da alcuni colleghi in volo che con aria distinta e un po’ snob mi guardavano chiedendosi da dove venissi e confabulando tra loro. Poi, forse avendo deciso che ero un viaggiatore solitario avvezzo ai mari del mondo, hanno iniziato a incitarmi come se mi trovassi alla fine di una competizione oceanica e mancassero pochi metri all’agognata meta.

In effetti ho raggiunto il porto poco dopo e lì sono iniziati i festeggiamenti. Da quello che ho potuto capire, quello è un posto dove qualunque occasione è buona per festeggiare, anche l’arrivo di uno sconosciuto cui attribuire eroiche gesta marinare e del quale mostrarsi amici da sempre.

Solo il giorno dopo mi sono reso conto del pericolo, reso chiaro dai discorsi della gente che verso l’alba si allontanava da un vecchio e sontuoso palazzo con la scritta “Casino”. Una di queste persone, vestita di bianco e nero, evidentemente alterata, mi si avvicina e dice: “Attento amico, non entrare là dentro che ti spennano!”

Queste parole mi hanno colpito come raramente altre hanno fatto e così, vedendo grigio, sono volato alla ricerca di un’altra nave diretta verso altri porti. Sono gabbiano e per amici ho le onde e i venti, parlo con le nuvole e in un giorno azzurro come pochi, io che per natura sono blu mare ho capito il mio nuovo mondo.

Andare

Strada

Dissi: me ne andrò una notte in cui una luna di Giotto sorriderà leggendo le storie del sole e io sognerò ascoltando il suo lato oscuro. Ma dopo averlo detto pensai che non sarebbe stato il momento.

Pensai allora: me ne andrò quando la notte incontrerà il giorno e nel cielo i diamanti di Lucia rideranno sfarfallando sopra i boschi di Norvegia. Ma dopo averlo pensato seppi che non sarebbe stato il momento.

Me ne andai invece una mattina in cui un sole urlava tutta la sua luce, ad occhi chiusi e piedi scalzi, bruciato dalle mille gocce che ridevano e mi portavano i pensieri di quando sono salito almeno una volta in piedi sul banco invocando il Capitano, di quando ho visto gli occhi di lei e ho sorriso, di quando l’ho sognata per la prima volta, di quando ho saputo dire il primo no al mondo, di quando mi sono accorto che le idee nascono bambine e bisogna accudirle, di quando ho dato il nome a un profumo e ho dipinto i sogni con le parole.

Me ne andai quando alla fine, solo chiamandole per nome, le cose si avveravano e le risposte erano solo quelle che volevo, perchè avevo perso la possibilità di sognare o di sperare che qualcosa di meraviglioso potesse accadere.

Fuggi dal tempo prima che lui ti riprenda! Me ne andai in tempo.

La Penna

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Sto correndo nella notte a perdifiato senza sapere la direzione, vedo a malapena il sentiero che scorre veloce sotto di me tra terra battuta ed erba schiacciata dagli innumerevoli passi che mi hanno preceduto. Spesso scivolo sulle foglie cadute che, sovrapponendosi, formano trappole insidiose al mio passaggio. A stento riesco a mantenere l’equilibrio mentre trattengo il fiato per lo spavento ed il cuore, già provato dallo sforzo, sobbalza ulteriormente fuori dal petto.

La fronte imperlata di sudore si fa fredda per l’aria umida della sera ma io non ci faccio caso per l’impegno della corsa. Inizio a sentire delle fitte che si irradiano dalle clavicole e attraversano le costole, la vista si appanna e io inizio a temere di non riuscire ad arrivare in tempo alla mia agognata meta.

Stringo la penna in mano come fosse la mia ancora di salvezza, ma so bene che è lei la causa della mia corsa precipitosa. Non so per quale motivo l’abbia presa, l’ho raccolta d’istinto in una vecchia casa sulla scogliera dove ero entrato per ripararmi dalla pioggia. Sembrava deserta, ma si vedeva che era stata frequentata da poco perchè sul tavolo c’era un vecchio libro, forse un registro e una penna come mai ne avevo visto fino a quel momento.

Gli occhi si sono abituati alla penombra e mi accorgo che il registro contiene alcuni nomi, delle date e poche righe scritte in una strana lingua. Solo i  nomi e le date mi sono chiari. Scorrendo la lista lentamente leggo… no, non penso di aver proprio letto perché le parole mi si formano nella mente un attimo prima che lo sguardo si posi su di esse, come se conoscessi già il contenuto. Nomi comunque sconosciuti finchè non leggo l’ultimo: “Nessuno” e una data talmente lontana nel passato che non ne capisco il significato.

Provo a leggere le parole scritte a fianco del nome e mi rendo conto che hanno un suono intrigante che cattura l’attenzione, mi costringe a leggere sempre più in fretta ad alta voce fino a giungere senza fiato a pronunciare l’ultima parola ed improvvisamente sento una voce.

–          Sono qua.

La voce, risuona nella mente chiara e mi procura un brivido, intorno a me non c’è nessuno.

–          Sono qua.

–          Chi sei? E dove sei?

–          Sono qua. Sono te. E’ tanto tempo che sei in questo mondo che hai dimenticato il tuo nome e le tue origini.

–          Ma cosa sei…come sarebbe il mio nome, io sono…

–          Vedi che hai dimenticato tutto. Era previsto ed è per questo che altri prima di te hanno  scritto quelle frasi nel libro. Sapevano che leggendole sarebbe riemersa la tua anima.

Poco a poco i ricordi si fanno più chiari, la voce che sentivo nella testa diventa la mia e con sempre più sicurezza pronuncia le parole:

–          Io ricordo!

Ora è chiaro lo scopo di quel libro: i nomi, le date e le scritte sono un modo per riportare la mia coscienza alla sua realtà dopo l’oblio in cui viene periodicamente gettata nella perenne lotta. I nomi indicano le vecchie figure con cui ero noto al mondo nella mia infinita esistenza e la data, il momento che ha visto nascere la nuova versione di me. Rileggo i nomi con una nuova luce negli occhi: Abaddon, Apollyon, Asmodeo, Eshmadai, Leviathan e infiniti altri fino ad arrivare a Mefistofele e Satana. In quanti modi la mente umana ha saputo evocarmi!

Ora, con la penna in mano, sono pronto a dare vita alla mia nuova esistenza. Scrivo la data di oggi e il nome che porterò fino a che la nebbia non seppellirà nuovamente la memoria: Tipperary. La frase, poi, evocherà al momento giusto la mia coscienza e mi consentirà di perpetuarmi. Come in un antico Blog lascio il mio messaggio per chi un giorno sarà capace di leggerlo.

La mia nuova anima inventa parole che solo domani avranno un significato, nomi nuovi per cose antiche quanto il mondo in una lingua che sarà parlata quando questo libro non avrà più pagine. Tra le mie mani la penna prende vita e velocemente dispone la trama del racconto, collegandosi infine  direttamente al cuore perché le suggerisca l’ordito.

L’inchiostro fluisce come la vita dal mio vecchio corpo e alla fine resto io, affannato, spossato ma nuovamente vivo.

Riesco appena a terminare la scrittura che avverto intorno a me una minaccia, le forze che da sempre mi danno la caccia si sono accorte della mia rinascita e si preparano ad un nuovo inseguimento. Non sono ancora pronto ad affrontarle, ho bisogno di recuperare le forze e ricordare le antiche formule di difesa. Non mi resta che fuggire e nascondermi rinviando il momento del confronto.

Esco dalla casa sotto un cielo sempre più cupo e abbandono quel luogo nel quale mi sono trasformato e riprendo a correre. Intorno a me non c’è nessuno e solo il vento che via via si fa più teso mi tiene compagnia con le sue folate insidiose. E’ una corsa al di la delle mie possibilità ma portata avanti con una determinazione sorretta dalla disperazione e dal pericolo che sento sempre più vicino. Sono sicuro, spero, di incontrare qualcuno lungo il mio percorso, un’anima gentile che mi salvi dai tormenti da cui sto fuggendo.

Ora il mio incedere si fa più scomposto, le braccia si agitano nel tentativo spesso inutile di tenermi in equilibrio, il passo non è più regolare e non passerà molto prima che debba stramazzare a terra stroncato da questo sforzo superbo ma superiore alle mie forze. Il fiato esce da me con un rantolo e percorro gli ultimi metri quasi a quattro zampe, aiutandomi con le mani a terra, affondando nella terra molle e afferrandomi all’erba bagnata pur di guadagnare anche pochi metri.

Alla fine, inevitabilmente, la terra mi accoglie esanime e la testa si adagia sull’erba fredda mentre gli occhi si chiudono accecati dall’oscurità e dalla stanchezza. A terra mi raggomitolo istintivamente per proteggermi dal nulla e forse da me stesso mentre un sonno mi avvolge rapendomi dal mio tormento.

Mi sveglio riposato in un letto morbido e lenzuola profumate di sogno mentre un sole assordante si fa strada nella mia coscienza e mi fa ricordare in un istante il luogo da cui provengo, facendomi dubitare della mia ragione tanto distanti sono le due realtà della mia recente esperienza.

Lilian entra nella stanza portandosi dietro il suo profumo delicato e il sorriso armonioso. Mi guarda ormai sveglio e si siede sul letto accanto a me mentre mi metto lentamente a sedere con la schiena appoggiata alla spalliera. Sento che la colazione è pronta al piano di sotto dai profumi che prorompono nella camera.

–          Hai fatto tardi ieri sera! Ti ho sentito arrivare adagio e metterti a dormire senza fare alcun rumore e questa mattina non mi hai sentita mentre mi alzavo per preparare la colazione. Spero ti sia divertito a cena con gli amici.

Io la guardo sorpreso e in un attimo ricordo tutto della sera precedente, la cena, i discorsi con gli amici, il goccetto di rito per concludere la serata e poi il rientro ad un’ora cui non sono abituato. Allora è stato tutto un sogno agitato per la cena abbondante. Questo pensiero mi tranquillizza e mi mette di buon umore finchè, con gesto lento, sollevo una mano che era rimasta curiosamente chiusa a pugno e, aprendolo, lo sguardo si posa su una penna. Mentre un brivido gelido mi percorre la schiena osservo la Penna del Diavolo e in un attimo capisco tutto.

Ricordi che uccidono

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Questo è l’ultimo messaggio che lascio.

Ormai sapete tutti come si sono svolti i fatti leggendo quello che ho già scritto per lasciarne memoria. Sono solo in questo luogo desolato tra le stelle, sono solo per mia scelta perché ho deciso che solo io avrei dovuto correre il rischio di un’impresa della quale ero l’unico responsabile.

Mi aggiro nei corridoi della stazione spaziale in compagnia dei consueti ronzii, segno che i vari macchinari stanno facendo il loro dovere e controllo che l’incidente al quale sono scampato per miracolo non abbia provocato altri danni. L’incontro con i meteoriti non è mai piacevole, anche se questi sono di dimensioni infinitesimali.

Le velocità in gioco sono talmente elevate che anche la polvere può trapassare le pareti senza difficoltà. Forse è successo proprio questo mentre mi trovavo nel locale di controllo. All’improvviso un colpo secco e tutti i sistemi di allarme hanno preso vita contemporaneamente. In un attimo l’aria è stata risucchiata e io sono stramazzato a terra privo di sensi.

Per fortuna i sistemi di sopravvivenza hanno fatto il loro dovere e io lentamente mi sono ripreso, inizialmente spaesato, non ricordavo più nulla dell’accaduto, di chi fossi e del perché mi trovassi in quel posto. Sapevo come muovermi, ma lo facevo istintivamente, senza una vera coscienza.

Poi, a poco a poco, la nebbia si è dissolta, sono riapparsi i miei primi ricordi di lavoro e successivamente l’immagine del dramma che stava per abbattersi su di noi, il progetto, la realizzazione frenetica e la partenza verso questa stazione.

Ora il ricordo è vivido e con esso arrivano anche i particolari ad infliggere dolore. E pensare che la causa di tutto è stato un segno in un’equazione, uno stupido meno al posto di un più; un semplice trattino verticale ha segnato il futuro di tutti noi.

L’enorme oggetto in rotta di collisione con la Terra avrebbe dovuto essere spazzato via ridotto in polvere, dispersa poi dal vento solare, salvando infinite esistenze, invece, per colpa di quel segno, tutta la forza distruttrice si è scatenata sulla Terra annientandola.

E ora al posto del pianeta azzurro compare Lui, l’estraneo che, passando vicino alla Luna e sentendosi attratto da lei, ha iniziato un valzer cosmico tracciando una nuova orbita sull’eclittica, unico caso di lune senza pianeta.

Ormai il ricordo è in me in tutta la sua gravità e so che non potrò sopravvivere a quanto è successo.

Il ricordo è tornato per uccidere.

Amiche

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C’era una volta una coppia di tazzine da caffè, nate insieme come spesso accade nel mondo e finite nella vetrina di un piccolo negozio del sud in riva al mare. A differenza di molte altre colleghe, non erano particolarmente appariscenti ma possedevano un fascino discreto che le distingueva dalle altre ceramiche del negozio. Si chiamavano Tilly e Potty ma nessuno guardandole ha mai saputo distinguerle.

E’ forse per questo motivo che due ragazze in vacanza le vollero per se e le comprarono in un assolato pomeriggio di luglio, portandole poi nella loro casa comune al ritorno dalla vacanza. Da quel momento, per le due iniziò un periodo di vita tutto sommato abitudinario, consumato attraverso i consueti riti delle colazioni e del caffè preso dopo pranzo. Le uniche ventate di novità erano costituite dall’occasionale cambio di detersivo o dalla marca di caffè usata.

Tutto questo, giorno dopo giorno, finchè le due ragazze si separarono, portate lontano dalle cose della vita, decidendo ognuna di portare con se una tazzina come ricordo. Questo fatto, sebbene importante per gli esseri umani, fu un trauma per le due tazzine che ormai si consideravano sorelle inseparabili. Il giorno della partenza di Tilly costituì per loro un momento di nuova consapevolezza, una rinascita: scoprirono di poter comunicare tra loro nonostante la distanza andasse via via aumentando e, col procedere di questa nuova coscienza, presero a parlarsi come raramente avevano fatto quando erano una accanto all’altra.

Si raccontarono della nuova casa, delle altre colleghe di cucina con cui Tilly era capitata; il suo nuovo mondo era così popolato da bicchieri lucenti tutti impettiti e fieri della propria brillantezza, dalla teiera cicciottella che inventava favole per le tazzine da tè e da un’infinità di altri personaggi tutti da scoprire. Questi racconti facevano sentire meno sola Potty che si doveva accontentare della vita tranquilla di sempre.

Un giorno Tilly perse il proprio piattino. Non si sa come successe, forse uno dei soliti banali incidenti che succedono nelle case. La ragazza, ormai donna si fermò a guardare la scena e una lacrima le scese dagli occhi per il dispiacere di aver rotto un vecchio ricordo; Tilly, sorpresa dal frastuono capì subito cosa fosse capitato e raccolse d’istinto quella lacrima facendola propria.

In quell’istante Potty si svegliò e, scossa da un lungo brivido, capì quello che era successo. Sulle prime sembrava che la cosa non avesse avuto altre conseguenze, ma la mattina dopo le due amiche si svegliarono alla stessa ora e, compiendo gli stessi gesti assonnati, si ritrovarono in cucina a preparare il caffè. Lo versarono contemporaneamente, mescolandolo adagio e, col medesimo gesto, si portatono la tazzina alle labbra.

Dopo un lieve soffio dato sopra pensiero al caffè fumante, bevvero insieme il primo sorso e improvvisamente nelle loro teste si accavallarono pensieri in parte estranei e in parte familiari: voci, ricordi, colori, dolori e sorrisi. Le due amiche si erano ritrovate e da quel momento ebbero un modo in più per stare insieme mentre Tilly e Potty trovarono felici una nuova ragione di vita.

Questa storia me l’ha raccontata una zuccheriera mia amica con la quale sono entrato in confidenza, diventando il suo cucchiaino preferito. Mi ha detto che viene tramandata a tutti i nuovi abitanti della credenza dalla ceramica più anziana per renderli parte della nuova famiglia e mi ha colpito particolarmente perché io, nato in un servizio da dodici cucchiaini schiamazzanti e dispettosi, non ho mai vissuto momenti particolarmente tristi.

Ora però, avendo acquisito con gli anni una certa maturità, inizio a spiegarmi come mai io riesca a sentire piccoli gridolini quando qualche mio fratello viene immerso in un liquido particolarmente caldo o freddo. Ma questa è un’altra storia e ora vi lascio perché insieme ai miei fratelli andiamo tutti a giocare nel parco acquatico.

La signora, riempita la vaschetta di detersivo, chiuse lo sportello, impostò il programma e, acceso l’apparecchio, si allontanò canticchiando. Bella invenzione la lavastoviglie!

La favola

Magic Book

Questa sera mi sono raccontato una favola. La mattina quando mi sono svegliato mi sono accorto di averne proprio voglia così mi sono detto che se fossi stato bravo tutto il giorno, la sera dopo cena me la sarei raccontata. Durante la giornata ho svolto tutti i miei compiti con diligenza, a cena non ho fatto storie e ho mangiato quello che mi sono preparato, avendo sempre in mente la ricompensa serale.

Dopo cena ho iniziato a pregustare la storia e continuavo a dirmi di avere pazienza; una parte di me era già all’opera per immaginarne una nuova, ma mancavano ancora alcuni particolari che sarebbero serviti a dare un po’ di brio al racconto. Io sono esigente in fatto di favole e quando me le racconto sono molto attento e critico.

Arrivato il momento giusto mi sono sistemato in studio di fronte al mio portatile con una bella pagina bianca pronta per essere inondata di parole e ho atteso trepidante l’inizio. E’ comparso il titolo, subito messo in grassetto per evidenziare l’importanza, ma ho imparato che solo da quello non si capisce tanto, quindi ho atteso che le prime righe introducessero la storia.

Dopo una pausa le parole sono sgorgate veloci con poche correzioni fatte via via che le dita viaggiavano veloci; ma dopo qualche capoverso mi sono detto:

–          “Ma cosa è questa storia! Ma cosa mi racconto!”

In effetti mi sono riletto e ho capito di aver preso una cantonata scrivendo cose che mi ero già raccontato. Ho fatto ammenda cancellando qua e là e riformulando l’idea e, così facendo, l’interesse è tornato a crescere e così pure il grado di apprezzamento.

Dopo un po’ mi sono fatto i complimenti perché ciò che mi dicevo mi piaceva, anzi, mi sentivo così coinvolto da darmi dei suggerimenti per rendere la trama ancora più intrigante. Mi piaccio proprio quando mi tratto bene.

Al termine ho salvato la storia per poterla sognare qualche altra volta, ho scollegato le dita dal cuore cui erano connesse durante la scrittura e sono tornato in me, non prima di essermi ringraziato per la bella serata.

Il Topo

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Sto ricevendo grandi soddisfazioni e messaggi di stima in merito al mio recente Studio sul Topo Marsicano nella cultura dominante abruzzese. Ad Avezzano verrà allestita una mostra stabile, successivamente itinerante, della quale il simpatico roditore sarà il protagonista e comparirà nelle sue ormai famose 512 espressioni di giubilo e derisione che tanto care sono alla popolazione locale.

Come è noto a tutti il Topo Marsicano possiede una facoltà particolare, maturata nel corso di lunghi anni di inseguimenti e fughe durante le quali, improvvisamente, si ferma e, rizzandosi sulle zampe posteriori, lancia uno sguardo beffardo all’inseguitore assumendo di volta in volta una delle tradizionali 512 posizioni.

L’inseguitore, stupito da un tale ardito comportamento del fuggitivo non riesce a far altro che fissarlo sgomento con un’espressione che generalmente vorrebbe dire: “ma sei scemo?”. La tecnica del Topo è però talmente evoluta che l’inseguitore non riesce ad approfittare dell’apparente vantaggio anzi, è proprio in quell’istante che le cose si mettono bene per l’inseguito che senza indugio si dilegua.

Il mio personale contributo epistemologico alla conoscenza e alla divulgazione di questo meraviglioso rapporto tra predatore e preda è consistito nella raccolta e classificazione delle immagini relative alle 512 espressioni del Topo. Abbiamo così in mostra alcune strepitose fotografie dello zampettante fuggitivo nell’atto del dileggio e altre immagini a carboncino realizzate impiegando le più avanzate tecniche di identikit mutuate direttamente da CSI.

In una sala separata saranno inoltre esposte le 50 immagini relative ad un singolo episodio ripreso con apparecchiature stroboscopiche nelle quali è ben visibile l’evento: la trasformazione dalla posizione di fuga al congelamento del corpo; in particolare, osservando attentamente il muso del roditore, è possibile leggervi chiaramente il labiale intuendo senza alcun dubbio la tipica frase: “Ngul a mammeta!”

Guerre Puniche, Marines e Cannette

Guerre Puniche

Erano giorni che tenevo d’occhio il mio vicino, lui e il suo compare dall’aria angelica ma con uno sguardo che a me sembrava volesse dire tutt’altro. Erano troppo silenziosi, troppo ligi alle regole come se non volessero dare nell’occhio e forse ci riuscivano, dannati loro! Possibile che nessuno tranne me si accorgesse di quei due dediti a tramare chissà cosa. Appunto: chissà cosa. Ero curioso, maledettamente curioso di sapere cosa avessero da confabulare, guardandosi ogni tanto intorno per vedere se le loro sommesse risate avessero catturato l’attenzione di qualcuno.

Poi, d’un tratto avverto un pericolo che mi distrae da questi pensieri e mi riporta ad una realtà più drammatica. Nonguardareme, nonguardareme, nonguardareme….pronuncio con la mente queste parole come un mantra  senza sapere cosa sia un mantra, forse se lo ripeto dieci volte trattenendo il fiato il pericolo scompare…

Sono alla nona ripetizione quando una campanella risuona prepotente nel corridoio, ponendo fine al mio mantra e a quello dei miei compagni di classe felici di non essere stati chiamati alla lavagna. Salvati dalla campanella: un classico. Abbandono i sudori freddi per godermi i pochi minuti di intervallo come fosse l’ora d’aria dei carcerati. Schizzo via dal banco ma con la coda dell’occhio vedo che i due di prima, nella foga di uscire per primi dall’aula hanno lasciato incustodito il quadernetto su cui disegnavano e indicavano durante tutto il tempo dei loro intrallazzi.

Rallento e assumendo la mia migliore aria indifferente, passo vicino al loro banco e mi impossesso del quaderno nascondendolo come posso sotto la maglia. Esco poi in corridoio e mi mescolo agli altri marmocchi del mio piano. Ormai sono grande e guardo i piccoletti con gli occhi dell’esperienza, ho superato brillantemente l’esame di seconda elementare e ora mi godo questa nuova età dei grandi.

Tra i bagni e il corridoio c’è un anfratto, nascosto da una vecchia libreria, dentro cui ci si può nascondere e così faccio per poter finalmente vedere l’oggetto di tanto interesse. Tiro fuori il quaderno e inizio a sfogliarlo. All’inizio una grande delusione. Solo aritmetica, qualche compito, scarabocchi sparsi giusto per passare il tempo e consumare la matita e poi però, dopo una manciata di pagine, le cose si fanno interessanti: i disegni buttati lì a caso si trasformano in mappe, piantine di luoghi misteriosi che dal contorno sembrano isole con al centro delle costruzioni ben protette, alcune hanno chiaramente disegnata una pista di atterraggio, si vedono sistemi di difesa (almeno così sembra: io li avrei disegnati allo stesso modo).

Dovessi dirla tutta, alcune cose mi sembravano prese dall’ultimo numero del Corriere dei Piccoli, ma non l’avrei mai ammesso pubblicamente. Ormai ero grande e certe letture (contenenti la parola “dei Piccoli”) non facevano più per me…almeno ufficialmente, perché non passava giorno in cui non mi infilassi nelle storie raccontate su quel giornale.

Osservo ancora un po’ quei disegni e poi metto via tutto perché la campanella sta suonando imperiosa e non vorrei farmi beccare dal bidello che, stando alla mancanza di polvere in quel luogo nascosto, temo lo conosca bene quanto me. Rientro in classe con aria saputina e passando vicino ai miei due compagni dico loro con un’intonazione disinvolta e melliflua:

–          Cercavate forse questo ?

I due arrossiscono e balbettano qualcosa di scomposto prima di avventarsi come furie sul quaderno che tengo in mano. La manovra però non riesce e i due restano fotografati a mezz’aria dallo sguardo del maestro che in quel momento rientra in classe.

–          Bene bene bene! Rossi, Martini e Passalacqua, vi siete appena offerti volontari per spiegare a tutta la classe come iniziò la Prima Guerra Punica. Venite qua così tutti possono sentire bene.

Io penso di essere grande, ma poi finisce che mi faccio beccare come un salame. In questo caso, un salame che di guerre puniche non sapeva nulla ma che aveva ben chiara la guerra che sarebbe scoppiata in casa se fosse tornato con un votaccio di storia.

I miei due compagni di sventura però la storia la sapevano eccome! Passalacqua sapeva la storia talmente bene che la racconta come fosse un’avventura, catturando l’interesse della classe e del maestro. Questo, forse compiaciuto e distratto dai modi del nostro compagno, ci fa tornare ai nostri posti dimenticandosi di tuonare come spesso fa dietro alla nostra ignoranza.

La mattina per fortuna finisce e uscendo mi avvicino ai due cospiratori dicendogli:

–          Ora dovete dirmi esattamente cosa state combinando e a cosa si riferiscono questi disegni.

–          Metti via quel quaderno, non lo deve vedere nessuno! Sono segreti militari che nessuno deve conoscere!

–          Voi due siete dei polli, altro che militari! Se al posto mio il quaderno fosse caduto in altre mani cosa avreste fatto?

I due si guardano imbarazzati e si, ammettono di non aver fatto le cose come si deve, ma che se non lo avessi riferito al loro comandante, mi avrebbero fatto entrare nella loro squadra. Io faccio finta di pensarci un pò e poi, con aria di sufficienza gli dico che va bene, ma ora che siamo dalla stessa parte mi devono raccontare tutto, ma proprio tutto.

Non è stato un racconto breve, ci sono volute ben due rampe di scale scese piano piano in coppia perché i due mi raccontassero che quei disegni si riferiscono ad una base segretissima nell’oceano Pacifico dove i Marines (naturalmente pronunciato letteralmente e non all’inglese) avevano la loro base più importante. Loro due (i pasticcioni) erano incaricati della sicurezza e dovevano studiare le mosse del nemico per impedirgli di invadere la base.

Io (il salame) li avrei aiuti nella loro impresa, e per fare questo ci siamo solennemente impegnati a vederci nel pomeriggio dopo aver fatto i compiti (attività più importante di qualunque nemico). Luogo di appuntamento: un angolo della base contrassegnato con una sigla.

Sciamiamo finalmente da scuola e io mi fiondo a casa come un fulmine, avendo lo stomaco che brontola dalla fame come se due gatti vi si accapigliassero. Le ore seguenti trascorrono senza particolari cose da segnalare con il solito vorace giro del tavolo ma senza il consueto brontolamento della mamma che mi manda a fare i compiti. Oggi deve filare tutto liscio e dopo pranzo non sto a perdermi in mille cose inutili, prendo libro e quaderno e mi metto sul tavolo di cucina a fare gli esercizi.

La mamma mi guarda preoccupata pensando che io stia male. Mai era successo che di mia iniziativa mi mettessi a fare i compiti e sicuramente non prima di una decina di strilli da parte sua. Per un momento ho il timore che voglia misurarmi la febbre, ma poi, distratta dalle sue mille occupazioni in casa esce dalla cucina e si mette a fare dell’altro.

Arrivano le quattro, ora della merenda e momento irrinunciabile per ogni soldato che si rispetti. Miracolosamente i compiti sono fatti e altrettanto improvvisamente compaiono le fette di pane con la crema di cioccolata fatta dalla nonna. Divoro tutto a tempo di record e, fuggendo dalla cucina dico a tutti e a nessuno in particolare:

–          Ciaomammaescocivediamodoposonoquiingiroooo!

Esco da casa come un fulmine e inizio a precipitarmi giù per i sei piani di scale iniziali più le tre rampe successive con una foga da discesa libera. Ma, a mano a mano che scendo, iniziano a frullarmi in testa le cose del mattino e sento che c’è qualcosa che non va. Alla fine esco in strada ormai con passo lento e capisco: Ma dove diavolo ci vediamo? Sull’isola del Pacifico? E dove trovo il Pacifico alle quattro di pomeriggio a Genova?

In effetti, se mi do del salame qualche volta non ho torto…Comunque, passato il momento del dubbio, il mio solito scatenatissimo ottimismo mi fa dire: sicuramente si tratta di un codice per depistare il nemico, l’appuntamento deve essere nei giardini dietro la scuola dove i due si vedono per giocare.

Ringalluzzito da questa certezza riprendo a scapicollarmi verso la mia meta, coprendo la distanza tra San Nicola e Castelletto in tempo record. Poco prima di arrivare a destinazione rallento in modo da aiutare la mia lingua trafelata a raggiungermi e ad assumere un’aria professionale e distaccata. Faccio un rapido controllo delle armi e vedo che quando sono ruzzolato per terra lungo la creuza cento metri prima non ho perso nulla tranne qualche pezzetto di pelle dalle ginocchia. Tanto quella ricresce.

Il pomeriggio non esco mai disarmato, non si sa mai che incontri puoi fare nei viali in collina, ci sono certe balie con pupo in carrozzina che non me la contano giusta. Oggi ho con me la mia preferita, una
cerbottana con due canne di metallo accoppiate usando due tappi di sughero e alcuni giri di nastro adesivo. Un’arma leggera e affidabile. Inutile dire che le munizioni me le sono preparate da solo arrotolando striscie di carta opportunamente tagliata e inopportunamente sottratta all’elenco telefonico di casa (spero proprio che nessuno vada a cercare cognomi che iniziano con la acca altrimenti mi beccano).

Vedo i miei due compagni intenti a depistare il nemico combattendo una terribile partita a pallone, ma quando mi vedono interrompono la battaglia per un consiglio di guerra. Ora, con me, sono in maggioranza e possono cambiare le regole. Sarà un’azione che coprirà tutta l’isola (i giardinetti), senza esclusione di colpi, finchè ci saranno munizioni. E così è stato in un inseguirsi, scansare colpi e mettendone a segno molti.

Alla fine abbiamo vinto tutti e torniamo verso casa sporchi e trafelati a combattere un’altra battaglia con le mamme che sicuramente non gradiranno di vederci in questo stato.

Tratto da:

I Diari del Monopattino Sabato 25 maggio 1964

Scoperte

schliemann_troja[1]

La tenda era sconquassata da un vento teso proveniente da nord. I monti vicini non erano in grado di trattenere le raffiche che dopo aver percorso la pianura raccogliendo polvere e sterpi si abbattevano a corpo morto sul campo allestito per gli scavi.

L’umore non era dei migliori e il tempo inclemente non aiutava a superare lo sconforto di chi, dopo mesi di vane ricerche era approdato a quel lembo di terra che neanche aveva un nome se non nelle tradizioni orali delle sparute popolazioni locali.

Il vecchio canuto era accudito da un servitore che lo aveva accompagnato nelle sue peregrinazioni e che forse, lui solo, ancora credeva che un miracolo potesse accadere, tanta era la fiducia riposta nel suo maestro. Le lampade da campo erano ormai accese, protette dall’effimero velo delle tende ed emanavano a tratti un fumo nerastro la cui ombra tracciava curiosi disegni sulle mappe aperte, come se le nuvole tracciassero la loro ombra sul territorio rappresentato dalle carte.

Con l’immaginazione sembrava di vedere la terra brulla dall’alto e socchiudendo gli occhi si potevano scorgere piccoli segni neri in movimento seguire le piste e rari uccelli in volo spingersi lontano dal proprio nido. Il Maestro, assorto nei suoi pensieri osserva distrattamente questo gioco di fumo ed insetti che sembra dare vita alla mappa e inizia a seguire rapito il percorso delle carovane immaginarie.

D’un tratto, con un colpo di mano, tutti gli insetti che camminano sul tavolo vengono fatti sparire, e repentinamente si ritorna alla realtà. Il vecchio ora guarda però un punto preciso della carta con occhi lucidi mentre il respiro gli si fa più affannato.

Si. Deve esserre quì.

Non può che essere così.

Domani…

Domani sapremo.

Dopo anni di ricerche in luoghi fuori dal mondo il servitore era abituato a questi momenti di euforia e non fece caso alla nuova luce negli occhi di lui quando sulla carta, tra tutti gli insetti che la popolavano, ne era rimasto solo uno in un punto non lontano da dove si trovava il loro campo, un piccolo moscerino che con le ali aperte sembrava un segno tracciato a penna come su una mappa del tesoro.

Il vecchio si accorge che il servitore gli ha preparato il letto e predisposto gli abiti da lavoro per il giorno dopo. Con uno sguardo illuminato dalla speranza lo guarda e lo ringrazia per il suo lavoro:

–          Grazie, Franz, buona notte.

–          Buona notte a lei herr Schliemann!