Cinema

Solo ora riesco a raccontarvi un’esperienza di vita che ho vissuto ieri pomeriggio e che non avevo più provato da quando ero un ragazzino: sono andato al cinema alle quattro di pomeriggio in un giorno feriale qualsiasi. La decisione, imposta dalla mia metà e non sindacabile, fortunatamente si è concretizzata con la visione di un film che contavo di vedere, più comodamente spantegato sulla mia poltrona preferita, con auricolari e pieno controllo della situazione multimediale: L’ora più buia.

Fortunatamente il cinema era vicino a casa, in zona moderatamente parcheggiabile, distante da centri commerciali schiamazzanti o luoghi di coatto divertimento. Naturalmente, durante il tragitto da casa al cinema, sono stato fatto oggetto di mille raccomandazioni su come dovessi comportarmi bene, non inveire contro i vicini molesti, non strapazzare troppo gli inevitabili personaggi che si sarebbero frapposti tra gli occhi e lo schermo, non cercare febbrilmente il telecomando per adeguare il volume alle mie naturali esigenze di ascolto e altri consigli che mi imbarazzerebbe riferire.

Entrando in sala con circospezione noto che questa è già abbastanza piena ma non faccio caso alle persone perché sono distratto da una voce femminile che proviene dal fondo della platea e che racconta agli astanti alcune note storiche relative al film, in accordo con il fatto che, trattandosi di un cinema d’essai, non ci può essere proiezione senza che qualcuno ti spieghi cosa stai per vedere e, al termine, ti racconti cosa hai appena visto.

Fortunatamente, il prologo dura il tempo di trovare il posto giusto, studiando le strane geometrie ottiche che consentono allo sguardo di passare attraverso innumerevoli file di poltrone popolate da teste in movimento. Mi trattengo dall’uccidere due signore entrate a luci spente e tatticamente venute a sedersi davanti a me e preferisco optare per il piano B, sicuramente più legale e spostarmi di alcuni posti alla mia sinistra. Mi ritrovo quindi solo e al di fuori del controllo della gentile metà.

Nulla da dire sul film, era esattamente come me lo ero immaginato: da gustare dall’inizio alla fine. La cosa interessante però, avviene in occasione dell’intervallo; questo viene annunciato dalla proditoria interruzione del film, a metà di una scena, come se, improvvisamente, fosse mancata la corrente. Infatti, per qualche istante, tutta la sala resta in un buio impenetrabile, rotto forse da qualche segno di disagio dei presenti.

All’improvviso le luci, festanti e invadenti squarciano le tenebre e la voce della signora che ha introdotto lo spettacolo invita i presenti a gradire tè, pasticcini e altre spicciole golosità poste nel simpatico buffet in fondo alla platea. E’ in quel momento che scorgo una massa di personne agée dirigersi con urgenza negli occhi verso due distinte direzioni: il buffet e il bagno.

Guardarsi intorno e domandarsi “cosa ci faccio qui” è un attimo ma resto stoicamente al mio posto presidiando il fortino e dicendo a me stesso: “Non mi avranno!” (ancora per un po’).

 

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Ma…

Ma

Ma…allora…

– Ma…allora è questo che pensi!

Appena sentita la frase ho capito di essere nei guai. Ci sono molti modi per rispondere o fuggire via. Quello che ultimamente mi è venuto meglio è dire:

– A volte si ma non ora.

Lei, aspettandosi una negazione, di fronte a questa parziale ammissione va in crisi e dallo sguardo confuso capisci che i suoi neuroni stanno discutendo animatamente.

Tu, naturalmente, eviti di installare sul viso un’aria angelica ma mantieni un profilo neutro come se ti avesse chiesto la brocca dell’acqua.

Poi però lei riprende il controllo di sé, si accorge della parziale ammissione (di colpa) e ribatte:

– Ma…allora questa cosa l’hai già pensata!

A questo punto, mai e poi mai chiedere “Ma cosa”. Sarebbe una disfatta. La mossa che mi ha dato notevoli soddisfazioni è rispondere:

– Si, non ricordi che eravamo entrambi d’accordo?

Bene. Dopo questa frase passeranno almeno due minuti di stordimento in cui lei inizierà a domandarsi di cosa stiamo parlando. Ma non può chiederlo senza rivelare che in realtà stava solo pensando che io pensassi, seguendo la regola aurea che dice: “Tutto quello che penso che pensi potrà essere usato contro di te”.

Dopo i due minuti è ragionevole immaginare che:

–          Non dica più nulla andandosene. (con aria altera)

–          Insista per dire che avevo frainteso quello che voleva dire. (ficcandosi nel ginepraio)

–          Concluda che “Tanto hai sempre ragione tu”, cercando di solleticare i miei sensi di colpa che sono notoriamente sempre in vacanza e neanche si accorgono della cosa.

La guerra continua.

P.s.      La formula introduttiva “Ma…allora”, comprensiva di pausa ad effetto, serve per dare uno spessore intellettuale al ragionamento, un modo per dire: “ci ho pensato (a lungo) e ho dedotto che:”. Un metodo, quindi, per collegare logicamente due fatti completamente slegati tra loro che neanche si conoscono, come fossero figli di sangue l’uno dell’altro. Questa sola locuzione riesce a infondere il senso di giustizia e ineluttabilità a tutto ciò che si sta per dire.

E’ una frase che ricorda la rucola di Aldo, Giovanni e Giacomo: infida e bastarda.

 

Dialoghi

Dialogo

Lei: “…….”

Lui: Nei tre puntini vedo sintetizzato un discorso del genere: Caro Tobia, noto con disappunto che queste tecnologie cui abbiamo vincolato l’anima, nel momento del bisogno “ci mollano” senza ritegno. La bieca tecnica non sa apprezzare un gustoso e sapido scambio di idee e, col suo fare nefasto, tarpa le ali di un dialogo che altrimenti potrebbe decollare libero.

Potenza evocativa dei puntini…

Lei: “.!….   ….. ..”

Lui: Noto che il primo puntino e’ lo stesso dei precedenti ma, si sa, è sempre la formula interlocutoria e di cortesia con cui si introduce un discorso. Qui la cosa si fa più complicata e personale, ma penso, con il dovuto tatto, di poterti rispondere. No, non ti preoccupare, non hai urtato la mia suscettibilità ponendomi una domanda così intima, però non me la sarei aspettata dopo una così breve conoscenza. Superato il primo sconcerto, mi sono detto che siamo abbastanza grandi per affrontare la cosa e tu sarai sicuramente in grado di valutare la portata delle mie parole. Ebbene si: Non mi piace il formaggio.

Lei: “!…., .. … . …..!”

Lui: Dopo aver raggiunto una simile intimità poche cose possono ormai stupirci, si tratta di una strada tutta in lieve discesa, dove le reciproche storie di vita diventano bruscolini se confrontate con il triste fatto che a un Topo non piace il formaggio.

Le lettere maiuscole qui si impongono perché si travalica il singolo episodio e viene coinvolto l’archetipo del Topo con annesse abitudini alimentari.

In letteratura esistono precedenti analoghi che però sono stati fatti passare in secondo piano per non traumatizzare i lettori e poi, mi domando: Quale gatta vorrebbe giocare con un topo affetto da una siffatta menomazione?

Lei: “………!”

Lui: Ecco, non pensavo a questo punto di vista. In effetti, se le cose stanno come mi stai dicendo, tutta la questione alimentare si ridimensiona. Ciò denota nella Gatta una capacità di comprensione inusitata e di fronte ad un tale comportamento, il Topo resta affascinato. Non sa ora se fuggire o restare, gli sembra che i soliti squittii di circostanza non rendano merito all’importanza del momento. Ebbene si, il Topo potrebbe anche prendere in considerazione l’offerta della Gatta anche se questo andasse contro tutto il suo buon senso da roditore. Però ormai il tarlo si è installato e ha cominciato a rodere…

Lei: “…..; …..,…..!”

Lui: Ritengo, suppongo, penso, sostengo, ribadisco, stigmatizzo, affermo, immagino, spero….si. Dico.

Lei: “?”

Lui: Ritengo (di si) Suppongo (che possa essere vero), Penso (oddio e se non lo fosse?), Ribadisco (ma certo che è così), Stigmatizzo (stizzito che non transigo sulle verità transitorie), Affermo (che la realtà si manifesterà da sola a chi vorrà vederla), Immagino (che dopo questo la Gatta rivedrà le proprie idee sul Topo), Spero (che invece il gioco continui)… si. Dico (mi piace giocare con te).

P.S. Ok, mi hai preso, questa volta hai vinto tu, ma se invece di tenermi in bocca mi lasciassi andare, riusciresti anche a rispondermi senza dover mugolare!

E fu sera e fu mattina

E fu sera e fu mattina. Le cose avvengono solo di giorno e la notte la creazione si prende una pausa, salvo chi le pensa di notte per poi farle di giorno e interferire con i piani di dio che intanto era arrivato fresco fresco al secondo giorno dopo la faticaccia di aver fatto tutto al buio senza pensare di collegarsi all’Enel. Come spesso accade, mi trovavo da quelle parti a controllare i lavori e tutto quel tempo sprecato mi pareva un peccato. Lo dissi a dio, che non aveva ancora inventato la colpa e quindi non sapeva cosa fosse il peccato. Glielo dissi e al terzo giorno si illuminò dicendo “Fiat lux”. Si levò un coro di “già detto ieriiiii eri eri eri…” con tanto di eco. Non volevo infierire ma quella cosa del buio lasciato a se stesso mi tormentava e a nulla sono valse le parole di dio “vai in pace”. Io lo sapevo che non ci si doveva fidare di uno che parla in questo modo. Non aveva ancora inventato la guerra e già parlava di pace. Ma si può?

Comunque, avevo ragione io. La notte, lasciata allo sbando, generò il Male e ci fu poco da dire a dio “te lo avevo detto”. Se le cose si fanno a metà poi non ci si può lamentare che altri si prendano i propri spazi, soprattutto se inventi prima il libero arbitrio e poi i comandamenti. Si avverte un vuoto di potere e le persone intraprendenti se ne approfittano. Però è vero, non c’è più il dio di una volta e ora il mondo si fa in sette giorni, come se dio avesse detto: “ragazzi prendo ferie e mi faccio un mondo”, giusto così, per parlarne al ritorno con i colleghi. Ora ci troviamo con un’infinità di mondi low-cost e pochi buchi neri per fare pulizia.

E fu sera e fu mattina. Questa frase gli è venuta da dio e ce la dobbiamo tenere. Anche se, a pensarci bene, non ho ancora trovato un modo di dire che renda meglio il passare del tempo. Evidentemente anche lui qualcosa di buono l’ha fatta. Però, creare me dopo aver creato lui non mi convince ancora bene del tutto. Dice che ha voluto fare delle prove prima di concentrarsi sul modello giusto ma a questa cosa mica ci credo. Se sei dio non hai bisogno di fare prove, tu devi sapere già quello che vuoi, altrimenti casca l’asino e non sei dio.

E se, alla fine, visti i risultati, non fosse stato un dio a creare tutto quanto ma un qualsiasi specialista di mondi in pausa pranzo o un pensionato durante una partitella al dopolavoro ferroviario? Molte cose si spiegherebbero, anche il mio continuo delirare in questo modo.

Parlo troppo

Parlo troppoLa sera è intrigante tra una goccia e l’altra, poco traffico, qualche passante,
ci vorrebbe una musica giusta per accompagnare la guida attraverso il centro
al ritmo dei semafori lampeggianti,
sottolineata dai lampioni spenti, in angoli appartati,
ombrelli un po’ aperti e un po’ chiusi.
L’intimità dell’auto mi ripara dal silenzio esterno,
solo i pensieri rimbalzano all’interno tra i vetri.
Il respiro tranquillo dell’attesa ai semafori e le buche onnipresenti:
mi sconquasso e mi rilasso in una sequenza senza fine;
l’attesa, poi, ispira le parole in libertà,
frasi senza senso ma belle da dire perché non seguono regole.
Lilian, parlo troppo.
Lo so che ci sei li dietro nell’ombra da qualche parte,
lo sento da un pensiero espresso un po’ più forte;
gli altri pensieri si sono girati tutti per redarguire quel pensierino fuori dal coro.
I pensieri ordinati si stupiscono sempre dei pensieri arruffati,
forse ne sono gelosi.
Ma i pensieri che urlano fuori dal coro nascondono una voglia,
una bellezza nell’essere ideati ed espressi,
una realtà diversa e forse più interessante;
quei pensieri un po’ stonati diventeranno un giorno il ricordo dei momenti più belli
e l’intercalare “Lilian, parlo troppo” diventa parte dello sproloquio
e se ne sentirebbe la mancanza se non venisse fuori spontaneamente.
Lilian mi direbbe che sono matto
ma tu non glielo dire, che resti tra noi,
questo momento intimo riguarda solo noi due.
E ti sento respirare li dietro,
forse un sospiro che segue il pensiero stridente,
è il cuore che vuole parlare
e per non battere troppo forte chiede aiuto a chi sa far rumore, la bocca, i pensieri.
La sera e’ fatta apposta per le parole strane
questo è il regno del non senso rincorrendo il sentimento
questo è il regno della parola
questo è il sogno che ci lega
anche il silenzio alla fine è carico di messaggi rumorosi:
la pausa,
il senso,
Lilian, parlo troppo.
Ma ti parlo
e tu mi ascolti, e non riesci più a tirarmi giù, ti sollevo
sei leggera, vieni su bene sulle nuvole;
sì, è facile tirarti su, sei leggera come un sogno.
E’ curioso come le parole escano a ruota libera
così, sul momento, senza pensarle.
Non spaventarti, è una cosa bella se condivisa con te
Scopro le cose del cuore e penso a Bacci che si definisce “analfabeta dei sentimenti”,
non nel senso che non li provi,
ma perché ne è sopraffatto e non sa reagire nel modo giusto.
Ma forse anche questo è sbagliato perché non c’é un modo giusto,
ci deve essere solo un modo naturale, istintivo e spontaneo
che solo dopo scopri
e quando succede rimani senza parole per l’armonia che si e’ creata.
La risposta giusta non è quella che hai pensato ma quella che hai detto,
il gesto è quello che hai fatto e non immaginato,
nei sentimenti regna il mondo Zen,
il fascino dei Limerick irlandesi.
Lilian, parlo troppo e ti penso.

 

Il temporale

favola. il temporale

Il temporale non sapeva di essere un temporale. Per lui il tempo normale era quello, non immaginava che potesse esserci qualcosa di diverso oltre al vento, la pioggia e l’umidità.

Fin da piccolo, quando era una giovane perturbazione di collina, era abituato a soffiare e spostarsi seguendo il vento nelle sue infinite peregrinazioni; a volte tornava più e più volte a bagnare le stesse terre come se non avesse fatto bene il proprio lavoro la prima volta e da queste ripetizioni imparava e cresceva prendendo sicurezza nelle proprie capacità.

Un giorno scoprì il tuono e si spaventò; per parecchio tempo si limitò a fornire una semplice pioggerellina per paura che si ripetesse quella roboante esperienza ma il vento, che la sa lunga, gli spiegò che per diventare grandi occorreva superare la Prova del Tuono.

Lui non voleva, piccolo come era. La sola idea lo sconquassava fin nelle nuvolette più piccole strizzandole di lacrime.

Poi venne un pomeriggio d’estate. Tutto era pace e frinire di cicale, il rumore del silenzio era assordante, il caldo lo alimentava e lo faceva crescere come mai gli era capitato fino a quel momento.

Il vento amico capì che era arrivato il momento giusto e iniziò a soffiare gentilmente ma con fermezza un’aria fresca fresca proprio nel mezzo dei grandi cumuli bianchi, rendendoli a poco a poco grigi come i vecchi lupi.

I cumuli si guardarono l’un l’altro sorpresi per questa trasformazione e capirono di essere diventati grandi; era arrivato i momento che capita sempre nella vita di un piccolo temporale e il grigio si trasformò in nero in un lampo e il lampo in tuono e il tuono in un susseguirsi di rimbombi pervadendo la campagna.

Il temporale non ebbe il tempo di spaventarsi. All’inizio si tappò le orecchie con un batuffolo di nuvola ma poi prese gusto a tutto quell’inebriante fragore pensando: “sono io che faccio tutto questo!”

E poi un momento di silenzio, ma solo un attimo, in cui tutto si fermò. Poi fu la pioggia che divenne protagonista alleggerendo le fatiche delle nuvole squassate dal vento e furono le risate sincere di un giovane temporale che salutarono l’arrivo dell’arcobaleno, come un premio per essere stato bravo.

Sogno impossibile

Era un sogno come tanti, con poche aspettative di essere ricordato; lui lo sapeva e se ne crucciava pensando a come sarebbe stato più intrigante entrare di soppiatto nella mente delle persone, nel momento in cui sono più vulnerabili e scorrazzare tra le idee instillando una sensazione qua, un pensiero là fino a creare un turbine che sarebbe poi diventato Il Sogno.

Nonostante i propri sforzi non capiva il motivo dei propri insuccessi; si sarebbe anche accontentato di partecipare allo show “Incubo per una notte” pur di provare la frizzante esperienza della fama e godere del brivido provocato invece no, i suoi ospiti, dopo la visita, si svegliavano con aria annoiata, per nulla influenzati dal suo lavoro notturno.

Le aveva provate tutte, era persino andato da un suo amico sogno, un analista di scuola freudiana estremamente competente in materia, che gli aveva detto di diffidare degli umani: questi scambiano i propri pensieri per sogni ma, in realtà, sono solo i loro ricordi scombinati che, la notte, scorrazzano liberi nella mente.

L’amico analista gli aveva dato, come ultima risorsa o, forse, per liberarsi un seccatore, un libretto che riportava un elenco dei sogni celebri, corredati da una semplice descrizione. “Come sarebbe bello se anche io fossi compreso in un elenco simile!”, si trovò a pensare. Invece, se proprio vogliamo, faccio parte dell’elenco dei sogni non ricordati.

Ma se, sognando un po’, esistesse un elenco dei sogni, io ne farei parte o no? Se mentre sogno immagino l’elenco dei sogni, al termine dell’opera il sogno nel quale l’ho concepita non sarebbe  compreso e quindi non avrei realizzato l’elenco di tutti i sogni. Esisterebbe quindi un sogno dei sogni che non contengono se stessi.

Decise allora di sottoporre il problema al suo ospite della sera, una tranquilla signora dall’aria gentile che, intorno alla mezzanotte decise che era arrivato il momento di spegnere il giorno.

La notte passò, forse solo perché il tempo non si accorge di noi ma, il giorno dopo, negli occhi della signora si potevano scorgere i segni di un tormento e nella mente un pensiero incalzante.

Finalmente il Sogno aveva trovato il giusto posto nell’Elenco sognato.

Attesa

AttesaNon lo stavo veramente fissando, ad essere sinceri era un tipo repellente ma, come forse succede in questi casi, l’occhio torna a guardare l’orrore che lo ha colpito come la lingua fa col dente dolorante e, ogni volta, scopre cose che non avrebbe mai voluto vedere. Scommetto che il mio occhio me lo ha fatto apposta a soffermarsi sulla canottiera bianca anzi, bianco-sporco; lui sa quanto le detesti e poi quella catena d’oro, si, non una catenina ma proprio una catena, di quelle che se cadi in acqua dove non tocchi sei spacciato.

La seduta stravaccata sulla sedia sicuramente non aiutava a fare buona impressione ma il tocco di classe era dato sicuramente dalla copia di Tuttosport stropicciata ed esibita come un predicatore fa con la propria bibbia. D’improvviso il “tipo” emette un suono e ammetto di aver impiegato un po’ troppo tempo a capire che si trattava di parole e ancor più nel tentativo di individuare un senso facendo affidamento alle lingue note; per fortuna il suo vicino di sedia ha emesso un suono simile e, pare, risolutivo perché il “tipo” ha annuito soddisfatto.

E ora ci mancava anche la mosca affettuosa che mi ronza intorno con allegria tutta sua. Ma vai a fracassare le balle al “tipo” laido seduto davanti a me! Sicuramente troverai pelle olezzante di tuo gusto! Macché, non c’è verso. Proprio io dovevo imbattermi nell’unica mosca salutista della zona. E intanto, per fortuna, i numeri scorrono e l’attesa diminuisce; ho il 40 ma il tabellone, impietoso, segna il 36 o forse sto fissando il termometro?

Altra gente entra e fa la solita domanda: “Chi è l’ultimo?” Non si tratta di una domanda dai risvolti biblici e non ha neppure senso. Prendi il tuo dannato numero e siediti in silenzio che ne avrai da aspettare. L’umore inizia a risentire della promiscuità umana e anche i pensieri scoprono parole poco gentili.

        Ma lei viene qui spesso?

Cade un silenzio imbarazzato e tutti fanno finta che la domanda sia rivolta a qualcun altro.

        Mi pare di averla vista qui altre volte sa? E io non mi sbaglio.

L’ultimo arrivato ha fatto l’errore di guardare la donna negli occhi e lei, come una faina, lo ha catturato senza pietà.

        Di cosa è stato operato lei?

        Collo del femore…protesi…qualche mese fa…sono qui per un controllo

        Ma le hanno messo le viti? Perché guardi, senza viti c’è il rischio che non tenga, dia retta a me che ci sono passata. Un calvario.

        E come mai ora è qui, devono stringerle le viti allentate?

Il colpo di genio si manifesta sempre in modi e tempi inspiegabili ma apprezzato da tutti con un brusio di soddisfazione accompagnato dal rosso paonazzo della signora che, offesissima cambia posto. Uno a zero per le forze del bene.

Intanto il “tipo” repellente cincischia il suo biglietto e lo fa cadere. Noto distrattamente che ha il 37 prima che lo raccolga ed esca dalla stanza spostando rumorosamente la sedia.

Improvvisamente il tabellone prende vita e con un ticchettio seguito da un tintinnio per attirare l’attenzione, annuncia a tutti il nuovo numero estratto: il 37. Attimi di silenzio, nessuno si muove e il tabellone emette un nuovo suono, ora leggermente piccato perché il signor 37 non si è fatto vedere. Passa ancora un istante e la sentenza viene emessa dal tabellone che ora segna un 38 in modo inappellabile.

Il signor 38, come se avesse visto un miraggio fissa incredulo il proprio numero e poi il tabellone e parte lesto come fosse a un gran premio prima che il tabellone, proditoriamente, avanzi con altri numeri. Entra nello studio appena in tempo per non sentire l’ululato del “tipo” repellente che rientra e si accorge di essere stato defraudato della propria posizione. Ora, non è necessario essere dei linguisti per capire le sue parole; il senso della sua indignazione era espresso chiaramente dalla postura da lottatore, dalle narici fumanti e dal colorito rubizzo.

L’ultimo arrivato, con incoscienza, gli suggerisce che ora deve prendere un altro numero, non sapendo quali rischi corre a dire questa cosa a un “tipo” come quello. Viene salvato dall’arrivo dei gendarmi, sotto forma di infermiera dalla stazza di una petroliera con i baffi un cipiglio da erinni che lo guarda dal basso all’alto e lo induce a sedersi buono “altrimenti ci pensa lei a calmarlo”.

E’ il mio turno ma quasi mi dispiace lasciare il teatro nel mezzo dello spettacolo. Magari mi farò raccontare il finale da qualche sventurato ancora in attesa.

Ero a Parigi

ParigiEro a Parigi tra Citè e St. Germain, giusto dietro la libreria Shakespeare & Co. tutto impegnato nella mia attività preferita di respirare aria quando mi imbatto in una meravigliosa bancarella di libri proprio fuori da un più moderno negozio di libri. Ecco, si, le librerie moderne non si possono chiamare librerie ma negozi di libri. Comunque, ero più o meno al secondo giro del banco quando mi cade l’occhio su un ragazzo, uno di quelli lunghi e allampanati come fanno adesso, solo che questo stava fissando con interesse la vetrina del negozio.

Non c’è nulla di strano a fissare una vetrina ma quando questa attività dura da parecchi minuti, la cosa diventa sospetta. A meno che non mi sia imbattuto in Nembo Kid che sta leggendo un libro attraverso la copertina, penso che il ragazzo sia leggermente suonato. Poi ho un’illuminazione e capisco tutto. Seguo lo sguardo di lui e noto che si posa su un soggetto biondo con curve a posto e camminata eterea. Pericolosissimo.

Il mio istinto è stato quello di scuoterlo per farlo rinsavire ma ormai il danno era fatto. Allora, quando tutto sembrava perduto, mi avvicino e gli propongo un gioco. Gli dico: “Prendi dalla bancarella un vecchio disco 45 giri a caso”. Lui esegue con aria assente e mi consegna l’oggetto. Lo guardo con aria nostalgica e gli dico. Questa canzone dura tre minuti e venticinque secondi. Questo è il tempo che avrete tu e la ragazza per stare insieme, adesso.

Durante questo tempo il mondo si dimenticherà di voi, nessuno vi noterà, potrete fare tutto ciò che vorrete senza alcuna interferenza. Ma bada a non sprecare la fortuna.

Il tempo inizierà da quando incrocerete gli occhi per la prima volta, e in quel momento la vita sarà cambiata. Dipende da te.

Lui si volta a guardarmi, forse per la prima volta, e mi sorride. In quel momento capisco che per fortuna certi ragazzi non sono solo lunghi e allampanati ma anche intelligenti. Mi saluta in silenzio e va incontro alla ragazza, si guardano, il respiro si ferma, il mondo si ferma.

Ormai sono fuori dal mondo ma io posso vederli. E assisto all’unica cosa giusta da fare se si hanno a disposizione solo tre minuti e venticinque secondi: si abbracciano in silenzio.

 

Nota e Dintorni

Riprendo oggi la pubblicazione di racconti e amenità sul Caffè dopo anni di silenzio nei quali mi sono perso e ritrovato più volte; l’ultima, per merito di newwhitebear che mi ha scovato tra le pieghe di un mio vecchio blog che stavo mettendo in soffitta. Mi sono da poco trasferito qui su https://www.thewaytotipperary.it dove ho riunito in un solo luogo i racconti, le foto, i viaggi, i pensieri e le storie di cucina. Manca solo la chitarra ma, in questo caso, è accorso in vostro aiuto il buon senso che mi ha impedito di pubblicare gli orrendi suoni. Se vorrete, potrete leggere cose che, per propria natura, non sono in linea con il Caffè. (O forse si ma col tempo newwhitebear me lo saprà dire).

I Diari del Monopattino – Martedì 28 settembre 1960

Tram

Questa mattina sul tram il bigliettaio mi guarda con altri occhi e mi dice con aria solenne:

–          Oggi sei diventato grande. Hai superato il metro di statura.

Questo sottintendeva che avrei pagato il biglietto. Infatti ne stacca uno e me lo porge. Il mio primo biglietto. Mi rivolgo al nonno che provvede a pagare le 70 lire della corsa salutando il suo amico bigliettaio. Lui non paga, ha la tessera di ex dipendente UITE e conosce tutti i tranvieri. Mio nonno è famoso.

Mi arrampico sul sedile di legno che nonostante io sia cresciuto rimane sempre un trono e appiccico il naso al finestrino per guardare il mondo dall’alto. Il nonno mi dice di tenermi al sedile davanti, solite raccomandazioni, penso io, ma dopo la capocciata presa a causa di una frenata rivedo il mio giudizio e afferro senza indugio il corrimano.

Strani odori si alternano lungo il corridoio. Il signore col vestito grigio scuro che puzza di fumo acre, con le dita gialle di nicotina proprio all’altezza dei miei occhi, la signora enorme con la sporta della spesa, salita all’altezza del mercato, che mi solletica il naso con le foglie del sedano (fortuna che non ha comprato carciofi). C’è anche un dolce profumo di frutta, ma non la vedo: forse è finita sul fondo e si è ammaccata spandendo il succo e impregnando la carta di giornale in cui la immagino avvolta.

Passa anche un delizioso profumo di fiori, forse quello di una signora elegante che, chiedendo ripetutamente “permesso!” , si fa avanti perché si è accorta di dover scendere. Ora devo scendere io dal sedile per far posto “alla signora” come dice il nonno sempre galante, anche se “la signora” mi sembra tutt’altro che “una signora” perché sbuffa con aria impettita e non ringrazia neanche.

Quando sono in piedi nel mezzo del corridoio le cose si fanno più complicate perché il mondo, visto dall’altezza di circa un metro, non è lo stesso dei grandi e “i grandi” non si ricordano di come lo vedevano alla mia età. Mi trovo faccia a faccia con ombrelli bagnati, borse che mi sbattono qua e là e io divento un impedimento al passaggio della gente che, non vedendomi o facendo finta di nulla, passa oltre strattonandomi mentre io mi devo ancorare alle maniglie per non farmi travolgere.

Faccio anche incontri bizzarri con i cagnoloni con cui devo condividere sia la piattaforma posteriore sia le lamentele della gente. I più fortunati sono i cani piccoli che, tenuti in braccio dalle signore, godono di una posizione privilegiata dalla quale sono decaduto il giorno in cui sono cresciuto e non potevo più stare in braccio alla mamma perché “pesavo”.

Quando finalmente ci si avvia alla fine della corsa e quasi tutti i passeggeri sono scesi, riesco ad arrivare alla mia postazione preferita a fianco del conducente (manovratore lo chiamano). Io lo guardo affascinato mentre muove con perizia tutte quelle strane leve pensando che da grande mi sarebbe piaciuto fare quel mestiere, come faceva anche il mio bisnonno.

Visto che il nonno è un amico, i tranvieri ci fanno entrare con loro nella rimessa, con l’intenzione di andare a farsi “un bianco” al dopolavoro. Mai visto un posto più grande di quello, tutto a vetri anche nel tetto e travi di metallo e disseminato di buche “di ispezione” dove, dice il nonno, devo fare attenzione a non cadere (questo, anche se piccolo, lo avevo capito da solo).

Quando scendiamo dal tram io adocchio subito un filobus, uno di quelli lunghi, con “tre assi”. E’ fermo con le porte aperte che sono un invito per me. Una sbirciata al nonno mi fa capire che lui ha la testa rivolta agli amici e così in un attimo salgo su quel filobus enorme e deserto fiondandomi al posto di guida dove trovo un volante largo quasi quanto io sono alto. Non posso sedermi, così rimango col sedere appiccicato al sedile, le mani aggrappate al volante che muovo qua e là come se guidassi in uno slalom e i piedi sempre più vicini ai pedali.

Finalmente, allungandomi tutto, riesco a toccarne uno, ma non succede nulla (era il freno) ma non fa nulla perché mi sembra di manovrare come avevo visto fare “al conducente”. Poi, per caso o per calcolo, cambio pedale e ora si che qualcosa succede. Centro con una pedata il pedale dell’acceleratore e improvvisamente, con un muggito tipico dei motori elettrici che vengono  inondati di corrente, il filobus inizia a muoversi in avanti.

La cosa non è passata inosservata perché insieme al muggito del motore, altri muggiti (grida) si sono levati dal gruppo di ferrovieri lì vicino dal quale si è staccato il più vispo che correndo è salito sul mezzo e con mossa sicura lo ha bloccato prima che finisse contro qualcosa.

La mia avventura di conducente è finita dopo dieci metri di corsa con una ramanzina spettacolare di mio nonno e di tutti i ferrovieri che hanno assistito alla scena. La cosa mi è servita da lezione: mai partire se non si sa come fermarsi.

Scampato il pericolo, tutti hanno pensato bene di spostarsi a chiacchierare in un posto più sicuro (a bere un sorso di bianco) non immaginando quali cose posso fare io con una bottiglietta di Coca Cola in mano…