Lei.

Sorrideva gentile porgendogli la mano. Aveva un sorriso così dolce e sicuro, la pelle liscia, gli occhi luminosi. Lui le sfiorò la punta delle dita e sorrise a sua volta. La camera del motel aveva un aspetto freddo nonostante il patetico tentativo di renderla confortevole addobbandola con carta da parati rosa pastello e biancheria fiorata. Ma nessuno dei due ci faceva caso. Il rumore delle macchine, appena smorzato dalle imposte chiuse, era l’unico sottofondo al loro respiro, ma nemmeno questo era importante. Lei lo guardava maliziosa mentre lo attirava a sé e iniziava a spogliarlo.

L’aveva conosciuta quella sera in un locale fumoso della periferia. Uno di quei posti poco illuminati, con musica assordante, situati in quei quartieri grigi e squadrati che circondano le grandi città. Non era mai stato in un locale simile. Non sapeva nemmeno quale strano impulso lo avesse spinto lì dentro. Era solito passeggiare di notte, lasciare il letto con la scusa dell’insonnia e vagare senza meta, ma non era mai entrato da nessuna parte.

L’aveva guardata ballare sotto i riflettori. La gonna bianca cambiava colore a seconda della luce… verde… blu… rossa… viola… era come ipnotizzato da quei colori e da quel suo corpo perfetto. Lei non smetteva mai di sorridere mentre ballava. Sembrava una bambina, quasi lo era. Scuoteva i ricci biondi a ritmo, era una bambola di porcellana.

E lui la osservava seduto solo a un tavolino. Cercava di dimenticare la moglie a casa, che ormai non amava più, i figli viziati e la pancetta che cresceva man mano che i capelli cadevano. Il cocktail mal fatto che aveva in mano non era sufficiente a farlo sentire un’altra persona, ma almeno per un po’, guardandola appoggiando i gomiti sul legno appiccicoso, aveva provato sensazioni nuove, o almeno sopite da tempo immemorabile. Era contento di sentirsi così distante da casa, anche se era a pochi passi, quella casa che non sentiva più sua da anni.

Si distrasse un attimo e lei non era più al centro della pista. I suoi occhi vagavano persi e a un tratto se la ritrovò davanti, con quel sorriso che lo rapiva e trasportava lontano. Perché una ragazza così giovane e bella si era accorta di lui? E cosa l’aveva attirata lì? La sua solitudine? O il suo sguardo insistente? Domande alle quali nemmeno lei avrebbe saputo rispondere. Non importa. Le cose succedono, se si seguono alcuni impulsi imprevisti.

“Ciao, come ti chiami?”, sorriso, “Mi offri qualcosa? Vuoi ballare?”, sorriso.

E un’ora dopo erano in quel motel sulla statale, davanti al quale lui passava ogni giorno quando andava al lavoro. Lei gli prese la cravatta con un gesto delicato e la slegò lentamente. Poi aprì i bottoni della camicia, uno per uno, con calma, e gliela sfilò. Gli accarezzò il petto, passandoci dolcemente le mani sopra. Lo baciava sotto l’ombelico mentre gli apriva i pantaloni.  Aveva sempre sul volto quel sorriso malizioso.

Lui continuava a guardarla, immobile, incredulo. Quando la vide nuda qualcosa scattò nella sua mente e non seppe resistere a tutti gli impulsi repressi negli anni. Accecato dalla passione si abbandonò e fece di lei tutto ciò che mai aveva osato fare prima. Nemmeno da giovane aveva conosciuto tanta passione. A tratti si rendeva conto che lei era poco più di una bambina, ma il desiderio animale gli impediva di trattenersi. Una voglia primordiale agognava ogni centimetro della sua pelle. Profumava di campo bagnato, di erba appena tagliata. Di fresco e di nuovo, di sole e di vento. Non smetteva mai di sorridere.

Il mattino dopo, però, non c’era più il suo odore, nessuna traccia della sua presenza. Svanita come un sogno, rimaneva solo l’odore stantio della stanza di motel. Rimanevano solo una vaga sensazione di calore nel letto e una nuova determinazione nel cuore di lui. Divorziò, cambiò casa, ne comprò una col giardino, dove poteva costringere i suoi marmocchi viziati a stare un po’ all’aperto. Cambiò lavoro e cambiò vita, del suo passato rimase solo il ricordo di quel sorriso di bambina.

 

Solo le donne sanno dare agli uomini gli stimoli giusti per migliorare se stessi.. 😉 Tanti auguri a tutte le pulzelle come me che se non me lo ricordava facebook non mi sarebbe mai venuto in mente!

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Favoletta crudele di San Valentino

25253349-silhouettes-d-un-couple-d-amoureux-dans-un-cafe-et-cadre-vintageC’era una volta una ragazza, tramite alcuni amici conobbe un ragazzo. Il ragazzo si innamorò follemente a prima vista della ragazza. Non le fece una corte spietata, provò solo a conoscerla meglio e più ci parlava più si innamorava. La sensazione che una cellula del suo cuore scoppiasse ogni volta che lei sorrideva. E anche lei, che non ci pensava a innamorarsi e a cuoricini e arcobaleni e unicorni, cominciava però a sentirsi attratta da lui, a volerlo sempre di più.

Tutti gli amici le dicevano che lui le moriva dietro e lei si ostinava a negare, a non voler vedere. Poi, un giorno, nel bel mezzo di una conversazione qualunque, lui la guardò serissimo negli occhi e le disse:

“Sei bellissima.”

Lei spalancò gli occhi, stupita.

“Mi piaci sin dalla prima volta che ti ho vista e ogni giorno di più. Non devi rispondere. Se non provi lo stesso mi farò da parte.”

La ragazza sentì una morsa nel petto. Una specie di disperazione, come se queste parole le avessero aperto una scatolina dentro di lei con dentro tutti i sentimenti che finora aveva ignorato. L’attrazione, l’affetto, il dolore all’idea che lui non faccia parte della sua vita.

E il ragazzo stava lì, con lo sguardo serio e grave, incapace di guardarla ulteriormente negli occhi. Allora lei sorrise, si alzò e lo baciò. E lui poteva essere morto e rinato mille volte in quei pochi secondi perché nulla aveva più senso, era in preda al tumulto contrastante delle sue emozioni.

E ogni giorno lui le ripeteva quanto era bella e ogni volta che facevano l’amore lui le ripeteva quanto era immensamente fantastica. E lei ogni volta si innamorava un po’ di più. Ma non erano tanto le parole di lui a farla precipitare nell’incantesimo dell’amore, era il modo in cui lui la guardava. Come si fa a resistere quando qualcuno ti guarda così, come Eva doveva aver guardato la mela dopo che il serpente l’aveva convinta che essa fosse la cosa più desiderabile di tutto il Paradiso.

Erano felici. Se litigavano poi facevano pace e dopo si amavano ancora di più. Se uno rideva l’altra rideva e viceversa. Due persone, ma un unico cuore che batteva per entrambi.

10422197_819961554706250_645194270257435480_nPer questo motivo, il giorno in cui lui la lasciò, lei rimase senza cuore, senza vita, senza nulla. Sola in un mondo divenuto improvvisamente sconosciuto e malvagio. Nessuno più che la guardava come fosse la mela più succosa di tutte.

La vita dà e poi toglie. L’amore non è condividere un cuore in due, ma tenersi il proprio mentre ci si prende cura per un po’ anche di quello di qualcun altro. Se entrambi si prendono per bene cura sia del proprio che dell’altrui cuore allora potrebbe durare fino alla morte, altrimenti finisce, ma almeno si ha ancora il proprio cuore ben saldo nel petto. La vita impartisce lezione che è bene imparare.

Se fossi

Se fossi Shakespeare dedicherei sonetti a tutte le belle donne di Londra, farei il marpione con la Regina e passerei le mie serate in osteria a giocare a dadi assieme a Christopher Marlowe. Farei scommesse su quale barchetta affonderà durante l’attraversamento del Tamigi per venire a vedere gli spettacoli a teatro e prenderei a calci in culo i bigotti che credono che il teatro sia qualcosa di diabolico.

Se fossi Wilde ascolterei per tutta l’infanzia le storie irlandesi di magia, fate e folletti che narra mia madre con la sua voce dura e melodiosa allo stesso tempo. Da ragazzo mi innamorerei di uomini bellissimi, a volte rozzi, a volte eccessivamente raffinati. Da uomo collezionerei quadri, cravattini di seta e scarpe di pelle, libri antichi, mobili d’epoca e specchi d’argento. Odierei gli aforismi.

Se fossi Bukowski scoperei tutte le prostitute ciccione che incontro, berrei fino a farmi scoppiare il fegato, bestemmierei tutto il giorno e organizzerei feste dove passerei tutto il tempo a insultare i miei ospiti. Collezionerei malattie veneree e darei un nome puccioso a tutte le mie piattole, mi prenderei la tubercolosi ma morirei a settant’anni suonati di cancro fulminante, in culo a tutti.

Se fossi Kafka me ne starei in un ospedale psichiatrico, che è meglio.

Se fossi Murakami vivrei in una malinconica stanza spoglia, guardando continuamente fuori dalla finestra, nel vuoto, ricordando persone che non ho mai incontrato e luoghi che non ho mai visto. Specialmente quando i ciliegi sono in fiore, tutto è rosa e la magia del mondo si mostra agli occhi umani.

Se fossi Gaiman sarei un eterno bambino, sempre a giocare con le fate, ma mai mangiare con loro, a rincorrere stelle cadenti, a combattere contro il diavolo. Vagherei nei cimiteri parlando con fantasmi e vampiri e farei amicizia coi topolini che abitano nella metropolitana di Londra.

Se fossi Hemingway viaggerei sempre, vedrei tutto il mondo e caccerei i leoni  in Africa e infilzerei i tori in Spagna. Combatterei guerre ma non per il mio paese, le combatterei in Europa dove incontrerei persone che non imbracciano il fucile per uccidere, ma solo nella speranza di non morire senza libertà. Poi andrei a bere rum a Cuba.

Se fossi Fitzgerald vivrei in una villa gigantesca, dove ospiterei centinaia di persone durante feste grandiose. Avrei una fontana che spruzza solo champagne e lampadari di diamanti. Avrei milioni di amici ma sarei sempre solo. Avrei milioni di donne ma non vivrei mai l’amore. Contemplerei la bellezza e perseguiterei ciò che è bello come come fosse l’unica cosa per cui al mondo valga la pena vivere.

Se fossi un grande scrittore forse non scriverei mai, ma vivrei tanto. Invece non sono nessuno e scrivo e vivo quello che posso. Vivo ancora di più perché vivo anche le vite di miliardi di personaggi più veri nel loro mondo di carta e parole che nel mio mondo di carne e sangue.

Vivo e scrivo e leggo e sono felice, perché viaggio, combatto, gioco con le fate, organizzo feste, faccio sesso e faccio l’amore e volo e piango e rido in quel mondo di carta e parole che non ha limiti se non quelli della fantasia umana.

Il cielo è bianco

fuochi-dartificioIl cielo è bianco. Un cielo dovrebbe essere azzurro o blu o profondamente nero puntellato di stelle. Grigio ogni tanto, quando piove. Ma bianco no. Però il cielo è bianco ed è una coperta pesante e metallica che incombe sulla città, schiacciandola col suo inesistente peso. Quando il cielo è così puoi solo sperare che l’estate sia vicina. Ma non lo è. C’è solo freddo, nasi che colano e la lattea massa opprimente che copre ogni cosa. E la città è buia. Chissà perché. Risparmio energetico, dicono.

Eppure, almeno per un po’, nuove luci e cangianti colori illuminano le strade. Astri, fiocchi di neve, palline luminescenti, abeti decorati, cioccolato e torroni. Carta da regali, nastri arricciati, fermento per le strade. Un altro Natale è passato, i bambini felici hanno aperto tanti pacchetti e hanno sentito la slitta di Babbo Natale appoggiarsi sul tetto. Siamo stati tutti più o meno buoni e più o meno brilli. A Natale si sopportano i parenti e si tirano fuori i giochi di società. Abbiamo mangiato fino a scoppiare, consumato quintali di citrosodina e, alla fine, anche chi dice di odiare questo periodo è stato contento.

Ma eccola lì, in agguato, una nuova ansia. Terribile, fastidiosa, pronta ad abbattersi ogni anno, puntualissima. C’è chi parte, chi va in montagna, chi in altre città, chi è bloccato a casa, ma in realtà hanno tutti la stessa preoccupazione. Cosa fare a Capodanno?

Bisogna divertirsi. Se si va al ristorante deve esserci l’intrattenimento che usualmente odiamo mentre mangiamo. Maghi, piano-bar, pause interminabili fra una portata scadente e l’altra che stai pagando a peso d’oro, l’obbligo di stare svegli anche se non riesci a smettere di pensare al letto caldo, al piumone imbottito, ai cuscini soffici che ti aspettano a casa. Ma va fatto, è l’ultima notte dell’anno. Se stai a casa e inviti gli amici non può essere una cena come le altre, l’uva va divisa in gruppetti di acini dispari se no porta male, le mutande rosse devono averle tutti gli ospiti se no sfiga anche il prossimo anno, magari c’è da andare a cercare la tombola in cantina, però i premi sono tutti schifosi perché abbiamo speso tutto per i regali di Natale. Si può andare in piazza a vedere i fuochi ma sembra una guerriglia fuori, bottiglie rotte, ubriachi e spari, botti, razzi che esplodono in ogni angolo. Ululati di cani terrorizzati. Potrebbero spararti o potrebbe esploderti un piede se non stai attento. E poi, che tu sia fidanzato, sposato o single non importa, devi trovare qualcuno da baciare e soprattutto da portare a letto, non importa la stanchezza, l’ubriachezza molesta, i tacchi alti e le mutande rosse col pizzo che prudono e ti si infilano nelle chiappe: si sa, se non tr***i a Capodanno non tr***i tutto l’anno!

E poi che è questa aspettativa? Davvero le cose cambiano, sono nuove, più belle solo perché stiamo invecchiando. No di certo. Le cose cambiano, in meglio o in peggio, ma non certo perché stiamo qui a celebrare che un altro anno è trascorso e siamo ancora vivi, il mondo non è imploso. E’ come applaudire quando l’aereo atterra. Patetico.

Ma non importa. A Capodanno, come a Natale, basta avere vicino qualcuno a cui si vuole bene e qualunque cosa si faccia, il futuro sembrerà più roseo e la nottata trascorrerà alla grande. Non importa se il cielo è bianco, azzurro o viola, se è leggero come un colibrì o pesante come un blocco di ghisa, c’è aria di cambiamento alla fine dell’anno e ci si sente elettrizzati e frementi. Non è così male, a parte l’ansia.

Buon Anno a tutti, Buone Feste, e fate i bravi altrimenti vi porto il carbone la prossima settimana!

Il rumore nel silenzio

Non era tanto il buio quanto il silenzio a farla impazzire. Il buio totale le impediva di percepire lo scorrere del tempo, ma il silenzio le faceva dubitare persino di essere viva. Preferiva la vecchia cella, era altrettanto buia ed era più umida, ma almeno c’era il rumore delle gocce che scendevano dalla condensa sul soffitto, le grida dei torturati, le bestemmie degli altri prigionieri e gli insulti delle guardie. Ma qui il silenzio era atroce. Un silenzio così assoluto che rimbombava in testa.

All’inizio provava a cantare, a parlare da sola, a picchiettare con le dita sulla roccia. Poi il silenzio si era impossessato di lei, l’aveva stretta nella sua morsa e le era penetrato nelle viscere. Accucciata in un angolo, abbracciandosi le ginocchia passava le ore, i giorni, le settimane ascoltando il silenzio, con tutte le sue sfumature e le sue variazioni.

Aveva capito che quando il silenzio diventava più opprimente, quasi ovattato, allora era notte, mentre a volte assumeva una sfumatura calda, probabilmente verso mezzogiorno. Quando si sentiva avvolgere dal silenzio come una nuvola fredda stava piovendo. Quante sfaccettature aveva quel silenzio. Inventava nomi per definire ogni diverso istante. Catalogò oltre settanta tipi differenti di assenza di rumori, poi si stufò.

Il silenzio permetteva di pensare liberamente e spronare la mente ad aprirsi all’infinito, ma in certi casi occludeva ogni pensiero riempiendo tutto lo spazio disponibile. A volte il silenzio si poteva suonare e produceva melodie dolcissime e tristi, oppure musiche piene di rabbia e aggressività. A volte aveva il suono di una chitarra, altre di un grido disperato. Nel silenzio poteva immaginare qualunque cosa e queste cose erano non meno reali del silenzio stesso. Poteva parlare con gli animali, correre, cantare, suonare tutti gli strumenti del mondo e tutti applaudivano ed esultavano per lei, nella sua testa.

Il silenzio era dentro di lei, in ogni poro, in ogni giuntura. Esso la riempiva tutta e la cullava. Il silenzio occupa molto più spazio di lei perché contiene anche tutti i suoni del mondo e quindi lei era piena fino a strabordare di questo inquietante, terribile e ormai così caro e rassicurante silenzio. Unica infinita compagnia.

Ma un giorno il silenzio venne rotto. Il clack della chiave nella toppa, il cigolio insopportabile della porta che si apriva. Gli occhi accecati dalla luce improvvisa non pulsavano quanto le orecchie ferite dal rumore. Speravano che con quella tortura si sarebbe decisa ad ammettere le sue colpe di strega. Ottennero solamente un ostinato mutismo. Ormai era incapace di produrre suoni e ogni rumore le era insopportabile. Bramava disperatamente il ritorno del suo silenzio, ma il mondo era troppo caotico. L’ultimo rumore che sentì fu quello delle fiamme che ardevano tutte attorno a lei sulla pira. Legata al palo sorrideva. Continuava a non produrre suoni. Gli spettatori erano terrorizzati dal suo silenzio e dalla sua fermezza, dal suo sorriso perso. Perché non gridava, perché fissava estatica davanti a sé?

Ma lei non aveva bisogno di gridare e agitarsi. Sapeva che presto, consumate le fiamme, il silenzio eterno l’avrebbe avvolta. Per sempre, nel suo morbido abbraccio.

 

Nel frattempo lei o un’altra delle streghe arse sul rogo -non si è mai scoperto chi esattamente- maledisse il villaggio, che venne inghiottito nelle profondità della terra in seguito a un  terremoto spaventoso e devastante. L’unica sopravvissuta fu una bambina di nome Melody. Era muta.

Bianco di sera…

Siamo nel 5014. Il mondo è completamente diverso da ora. Alcuni secoli prima un importante team di scienziati aveva scoperto la chiave delle emozioni umane. Esse sono profondamente influenzate dai colori. Il risultato della lunga ricerca riportò un dato clamoroso: il bianco è l’unico colore in grado di sopprimere le forti reazioni. E così l’umanità comincio a lavorare per rendere tutto bianco.

Si partì dalle case, l’arredamento, i vestiti. Tutti gli oggetti artificiali vennero dipinti di bianco. In Olanda inventarono un procedimento per cambiare la pigmentazione dei fiori. Tutti bianchi, stelo e foglie compresi. Da lì tutte le piante divennero bianche. Alla sabbia e al terreno aggiunsero gesso e altri composti. Strade bianche, spiagge bianche, foreste bianche. Con enormi quantità di colorante alimentare anche tutte le acque, mari, fiumi, ruscelli, laghi, tutti bianchi. Una selezione mirata delle specie animali fece in modo che anche tutte le bestie del mondo diventassero color latte. Anche il cielo venne coperto da una nube bianca che circonda l’intero pianeta.

Piano piano anche la pelle, i capelli e gli occhi delle persone iniziarono a schiarire. Braccia di luna, pupille di ghiaccio, teste come gigli. E così ora, regna la pace. Nessuno corre sulle macchine candide e nessuno suona il clacson. Nessuno grida o si arrabbia. Tutti sorridono e sono calmi, pacifici, senza fretta né turbamenti. Le api bianche non pungono, i cani dal manto di neve non abbaiano, i ladri non se la sentono di rubare nelle loro tute bianche, nella notte biancastra sempre troppo luminosa.

Il Paradiso in Terra è qui. Ma con l’arrivo di esso non sparirono solo le emozioni violente, un po’ per volta anche la personalità della gente si appiattì. Con la morte della fantasia i bambini crescono tristi. Chiaro, non depressi, il bianco li rende calmi e buoni, non veramente tristi solo… meno bambini. Le storie  non sono più interessanti. Le descrizioni dei vecchi libri non hanno senso, pieni di parole incomprensibili e i film sbiancati sono tutti uguali: cosa sarà mai questo “Profondo rosso”? E che è sta strada di “mattoni gialli” che porta alla città di “Smeraldo”? Assurdo! E sta Pantera che malattia ha che è Rosa? Cosa sarà poi questo “rosa”?

Le pubblicità del dentifricio sono le uniche cose divertenti da guardare in televisione. Viaggiare ha poco senso, l’orizzonte è simile ovunque tu vada. Distese di latte, sfumature di crema, contorni indefiniti di colline candide su cui si staglia un cielo pallido. Grattacieli e strade slavati, su cui si muovono lentamente persone terree. La moda e lo shopping non sono molto stimoltanti, tanto tutto è ugualmente niveo e le passeggiate diventano sempre più rare. Poche conversazioni e anche il vocabolario comincia a restringersi sempre di più.

Omini lattei, quasi muti, senza hobby né passioni. Amori meccanici, che cercano disperatamente di colmare il vuoto di vite vuote, ma ormai si è persa la memoria di ciò che un tempo le riempiva. Cessate le grida di dolore, sono cessate anche quelle di gioia. Nel silenzio si sono zittite anche le risate. In un mondo privo di fantasia e personalità nessuno litiga e nessuno ama. Nessuno capisce la musica e tutti si godono la quiete.

L’esistenza apparentemente serena dell’umanità nascondeva un disagio radicato nel profondo dell’inconscio, consapevole di avere represso una parte di sè anche se da tempo aveva dimenticato quale. Nell’oblio dell’ignoranza appaiono tutti felici. Punti bianchi in un mare di neve, dimentichi del nero del buio, del rosso della passione, del verde della speranza, del giallo dell’invidia. Punti pieni di calma ma appassiti dentro.

Un giorno, probabilmente assolato, chissà, comunque era caldo, un bambino giocava sulla spiaggia, all’ombra di una palma cerea. Con una piccola paletta bianca scavava buchette e le riempiva di mare latteo, così, tanto per passare il tempo. All’improvviso, toc, la punta della palettina colpisce qualcosa di duro incastrato sotto la sabbia. Sarà una radice. Prova a tirare, spinto da una curiosità che normalmente non provava mai. Una scoperta sconvolgente. Un piccolo oggetto quadrato, misteriosamente salvato da un antichissimo passato. Un cubo di Rubik. Lo pulì e vide prima il famigliare bianco, poi, per la prima volta, vide l’arancione, il giallo, il rosso, il blu, il verde. Non sapeva dare un nome a ciò che aveva davanti e nemmeno a quello che provò. Sentì solo il suo cuore fare click mentre una lacrima gli rigava una guancia.

Promoter 2, il ritorno

In quest’epoca buia per il mondo del lavoro riuscire a trovare lavoretti da promoter non è male per una ragazza giovane e bisognosa di pecunia per campare. A volte stai ore e ore in piedi sui tacchi a sorridere come un ebete, altre volte cammini in lungo e in largo per la città in cerca di firme, contatti, indirizzi e-mail, altre stai nei supermercati pubblicizzando i prodotti più disparati. Capita di essere pagate poco, ma capitano anche paghe molto buone al piccolo prezzo di trovarti i piedi gonfi come zampogne e le gambe doloranti. Non bisogna essere superfighe altissime e anoressiche, io sono alta un metro e mezzo e non ho il fisico da modella di Vogue, ve l’assicuro. Certo, più sei gnocca più sono i lavoro per cui puoi candidarti, ma sapere un paio di lingue e avere anche solo un minimo di bella presenza è già ottimo per ottenere risultati.

Finita la mia mirabolante esperienza nel mondo della promozione della telefonia fissa, dopo le vacanze di agosto, eccomi di nuovo all’avventura, in cerca del Sacro Graal, del tesoro del drago, di una minima fonte di guadagno. Il bisogno di lavorare mi ha spinta anche a considerare promozioni in cui non si guadagna se non si vende, ma la mia famiglia mi ha minacciata di morte se avessi accettato questa truffa (eh, questa vita è davvero pericolosissima, si rischiano ammazzamenti in ogni momento!) e quindi mi sono buttata sull’alternanza di quattro diversi lavori, uno non pagato e uno pagato occasionalmente al mattino, baby-sitter al pomeriggio e… rullo di tamburi… la promoter la sera!

Questo lavoro è divertente perché non è difficile trattare con i ragazzi ubriachi che pascolano nella zona universitaria. Un bel sorriso e il più delle volte si mostrano interessati e partecipativi. La mia vita sociale è azzerata e le mie gambe sono di gelatina, ma almeno mi diverto, anche perché stavolta non devo vendere niente a nessuno. La fauna della movida serale è un po’ diversa: non mancano i signori “no, grazie” che provano anche a volare pur di evitarti (e anche i “no” e basta con tono da assassino infuriato e non si rendono conto che alla fine dei conti sei solo una poveretta che cerca di lavorare) e quelli “ho fretta” (Sì, di andare a sederti in piazza con una birra), i viscidi che ti scannerizzano la scollatura e ti chiedono baci sulle guance in cambio della mail (e in certi casi venderesti l’anima al diavolo per ottenere questi indirizzi pur di raggiungere la quota giornaliera prefissata; se poi avessi un euro ogni volta che mi dicono “dammi tu il tuo numero” sarei ricca!) e la tipologia “turista” è sostituita da quella dello studente “erasmus”: no hablo italiano..”, Sorry I don’t understand..” Nella mia città l’invasione degli ultracorpi si è materializzata sotto forma di frotte di ragazzi spagnoli, infiltrati ormai in ogni angolo.

Le nuove tipologie serali si dividono in maschili e femminili. Quelle maschili sono:

1. Il fattone antipatico:

“Non mi importa della tua petizione, a me interessa solo che legalizzino le droghe leggere”.

2.Il fattone simpatico:

Ride, ride tantissimo, ci mette un’ora a ricordarsi l’indirizzo e-mail, ma intanto scherza, straparla ed è gentile e disponibile. Fanno perdere un po’ di tempo ma sono esilaranti.

3. Il drogato perso:

“ugh.. err..” Lo evitiamo pure noi e basta.

4. Gli impezzatori:

Da me l’espressione “tirare la pezza” significa parlare tantissimo con qualcuno che vorrebbe andarsene. Dovrebbe essere il mio mestiere, ma a volte capita il contrario: trovi il vecchio pazzo solitario che vaga in mezzo ai giovuincelli cercando di attaccare bottone con tutti. Appena vedono una promoter le corrono incontro costringendola ad ascoltare cose a caso fino allo sfinimento. Il problema sono quelli che non lasciano la mail, ci sono anche alcuni che prima ascoltano te e poi partono con il loro monologo e quindi accetti lo sforzo di ascoltarli per un poco. In ogni caso sono di una pesantezza asfissiante!

5. L’alticcio:

“Ahahahahah siete furbi a fermare gli ubriachi, hic, non oppongono resistenza, hic, ma io sono ubriaco, hic” e biascica nome cognome mail rendendo il lavoro semplice e veloce.

6. Il moralizzatore:

Non firmano nulla, non lasciano nomi né indirizzi, ma fanno partire un processo dell’Inquisizione di un’ora spiengandoti perché fumare fa male (e si accendono una sigaretta), perché non bisogna bere (e stanno andando al pub), perché lo sport fa bene eccetera. Alcuni hanno un barlume di intelligenza e dicono cose sensate e non troppo ipocrite, la maggior parte li bombarderei col napalm.

 

Categorie femminili:

1. La ragazza da sola:

Spesso si ferma, ascolta, è gentile e collabora (qualche rara volta fugge come se avessi la faccia da stupratrice..)

2. Le ragazze in coppia:

E’ un prenderci, a volte sono carinissime e gentilissime, a volte sono Miss Acidità. Serpi velenose a due teste dallo sguardo truce e la voce pietrficante. Meduse moderne con la puzza sotto il naso.

3. Le ragazze in gruppo:

DA EVITARE. Gelose, competitive, inacidite come zitelle col culo basso, ti guardano come se fossi un orribile schifezza appiccicata sotto la loro suola anche se non hai nemmeno fatto cenno di rivolgere loro la parola. Auguro a tutte loro di non trovare mai lavoro. Amen.

4. La coppietta:

Non sempre, ma spesso fermare la coppia vuol dire che lui si ferma e lei si inviperisce e lo trascina via incazzata come una pantera. Ci sono anche i casi in cui lui ti ignora e passa oltre e quindi è lei che decide di essere cortese e si ferma ad ascoltarti. Ragazze non siate gelose, a noi promoter non può fregare di meno del vostro ragazzo! Grazie.

 

L’avventura della promoter si conclude con un ricovero in un centro per demenza senile. Legata al letto in preda al delirio, condannata a ripetere a tutti, continuamente, sempre le stesse quattro frasi.

L’ultimo istante di freddo

Seduto sul letto della sua stanza, immerso nell’oscurità, si teneva la testa tra le mani. Stava immobile, pensoso. Per la prima volta dopo tanto tempo era sereno. Finalmente aveva preso la sua decisione e, confortato dalla propria risolutezza, sorrideva estatico. Sapeva cosa fare. Ripassava nella mente ogni dettaglio.
Vagava tra i ricordi della sua triste vita. Vent’anni da solo, nessun amico, nessuna famiglia. Un’esistenza inutile, piena di rimpianti e di progetti inutili. Un’infanzia solitaria nella città grigia e affollata che aveva abbandonato tanto tempo fa. Quello’incubo di vicoli maleodoranti e drugstore tutti identici dove rubava il cibo. Sembravano passati secoli e allo stesso tempo sembrava ieri.
Dopo il carcere minorile e gli abusi non era più tornato là. Aveva viaggiato a scrocco sui treni, ma ogni luogo era tale è quale il precedente. Freddo, inospitale, mostruoso. Lo stesso odore anche se cambiavano i vicoli e i mercati. Lavoretti saltuari e pochi contatti umani.
Quando riuscì a mettere abbastanza soldi da parte e a prendere in affitto il buco in cui si trovava seduto in quel momento pensava che le cose sarebbero migliorate. Ma il gelo era sempre dentro di lui. Unico compagno di una vita misera. Ma adesso conosceva la soluzione. Sapeva come liberarsi della tenaglia fredda che lo opprimeva.
Almeno questa volta sarebbe stato facile ottenere il risultato. Non avrebbe fallito, questa volta. Era euforico. Sensazione completamente sconosciuta. Si alzò di scatto, ridendo. Finalmente felice. Canticchiando andò nel bagno comune. Chiuse con cura il chiavistello. Lentamente aprì il rubinetto dell’acqua calda. Continuando a intonare motivetti delle pubblicità guardava la vasca riempirsi, il vapore salire. Erano le sei del mattino. Nessuno era sveglio nel palazzo. La magia del silenzio, la calma dopo anni di tempesta. Non aveva acceso nessuna luce, solo il rosa bagliore dell’alba filtrava dal lucernario.
Ore dopo gli inquilini riuscirono a sfondare la porta del bagno. L’acqua color rubino, la lametta, il sorriso sul volto immobile. Il silenzio.

Avventure di una Promoter alle prime armi

bambolavoodooGiorno 1:

Shorts minuscoli, infinitesimali, bianchi e trasparenti. Ovvio. Chiappe al vento e vedrete che la gente si ferma ad ascoltarci. Maglia sintetica, effetto sauna garantito, perché il sudore sotto il sole di luglio fa tendenza. Pettorina altamente infiammabile, tanto per essere sicuri dell’efficacia dell’effetto sauna, grazie. Cappellino rosso, così ci differenziamo dalle volontarie di Save the Children: che sia chiaro, noi siamo promotrici della telefonia fissa e di Internet velocissimissimo.

Siamo in mezzo alla strada, così tutti i passanti possono scannerizzarci il posteriore e impariamo a riconoscere la fauna locale:

Prima tipologia: il turista

-Scusi, vuole partecip…

-Sorry, I don’t speak italian/ Lo siento, no hablo italiano / Ich spreche kein italienisch

-Oh sorry…

Per noi tristemente inutili, ma sempre piuttosto gentili.

 

Seconda tipologia: il cafone

-Buongiorno, vuole…

-No (dito sventolato in faccia: sono odiosi) / No, grazie (meglio) / Ho fretta (ed entrano nel negozio a fare a shopping camminando alla velocità di un bradipo stordito: ok che ti rompo le scatole, ma almeno non dire cavolate che scema non sono)

La maggior parte dei casi

 

Terza tipologia: ragazzine che non hanno mai lavorato in vita loro, mantenute da papi

-Ciao, vorresti….

(sguardo sprezzante e tirano dritto)

Vi auguro la disoccupazione eterna.

 

Quarta tipologia: i perduti

-Scusi..

-Ah cara, mi sai dire dov’è questo negozio/quella via…

oppure:

-Ah ho visto la pubblicità di quella tariffa…

-No guardi, non ne ho idea, noi promuoviamo solo…

-Ah ok, vado in negozio, ciao.

Perdita di tempo.

 

Quinta tipologia: i cavalieri erranti

-Ehi ciao…

-Ciao, ma certo ti lascio la mia mail, il mio numero, il mio contatto twitter, facebook, google plus, instagram, tutto quello che vuoi, magari poi ci rivediamo, se hai bisogno di contatti ti porto i miei amici.

Grazie cari, grazie di esistere, rimanete marpioni, guardatemi il c**o finché volete e a voi tutto il karma positivo dell’universo. Tra loro stanno anche gli ex-promoter solidali che sanno quanto stressante sia fermare la gente per strada tutto il giorno.

 

Sesta tipologia: il viscido

-Buongiorno signore, noi stiamo promuovendo…

-Oh che begli occhi che hai, sei bellissima, che sorriso, mi dai il tuo numero? Vuoi venire a prendere un caffè?

Almeno lasciano il contatto, però è patetico, davvero, tirano delle pezze infinite, stanno lì re a raccontarti la loro vita, intercalando il discorso con apprezzamenti vari alla beltà della giovinezza. Sorridiamo per mezz’ora pregando non ci vogliano baciare e abbracciare, ma puntualmente un disgusto-bacio sulla guancia o un orrido-abbraccio ci tocca concederlo. Maledetta diplomazia.

 

Settima tipologia: i realmente interessati

Stanno lì, ascoltano la promozione, lasciano il contatto volentieri, sono gentili e sono rarissimi, una specie protetta…

 

Ottava tipologia: i cacciatori di gadget

Ti impezzano loro

-Cosa regalate?

-Cosa devo fare per avere i braccialetti

-Ma regalate i tablet?

-Regalate schede telefoniche?

-Cosa mi dai? Ne hai anche per nipoti, zii, figli, fratelli, cugini, nonni?

Il più delle volte fanno solo perdere tempo

 

Nona tipologia: i troll

Ti tengono lì a parlare come un idiota, ti fanno spiegare tutto e ti guardano con sorrisetto sardonico (anzi sadico), annuiscono e chiedono ulteriori informazioni. Dopo un’ora che parli e hai la lingua secca e mal di gola o se ne vanno dicendo -No non mi interessa- (dovete soffrire tantissimo!!!) oppure lasciano un contatto finto convinti di essere dei simpaticissimi geni del male, soprattutto quando fanno firme dalla forma fallica o scarabocchi a caso (sì, siete davvero dei tenerissimi mattacchioni, spero finiate in un call-center nel reparto reclami.

 

Decima e ultima tipologia: gli haters:

Sono loro a puntare noi, si avvicinano come furie imbizzarite e cominciano a urlare. Odio il vostro operatore telefonico, ho una causa aperta da anni, mi è arrivata questa bolletta. Non possiamo fare altro che prendere dimessamente gli insulti e poi far notare che noi non abbiamo nulla a che fare con l’azienda, siamo assunte tramite un’agenzia esterna e che non siamo mai state abbonate a quell’operatore in tutta la nostra vita.

Gli insulti immeritati sono un ottimo modo per cominciare bene la giornata, non risparmiateci, davvero, ci piace, la nostra colazione dei campioni (tono acidoironico).

 

Giorno 2:

Chiappe più sode, gambe doloranti, ancora abbastanza entusiasmo.

 

Giorno 3:

Le risorse umane ci tampinano, hanno pretese, ci controllano, ci stressano, più otteniamo buoni risultati più vogliono. Ci succhierebbero anche il sangue se ciò li facesse guadagnare ulteriormente. Non dormono mai, chiamano e scrivono a tutte le ore del giorno e della notte per assicurarsi che come squali attacchiamo ogni passante inerme che incontriamo.

Non preoccupatevi, nessuno ci sfugge, aspettiamo a pelo d’acqua, siamo coccodrilli che aspettano che il branco di gnu venga ad abbeverarsi, siamo leoni che accerchiano le gazzelle spaventate. La città è la nostra giungla e nessuno è in salvo.

 

Giorno 4:

L’odio verso la gente è insopportabile. Ormai sono rimasti solo turisti inutili. Abbiamo impezzato tutto l’impezzabile. Ancora non cediamo allo sconforto, anche se la nostra vita sociale è azzerata e gli amici ci danno per disperse. Lavoriamo nei week-end e la sera siamo troppo stanche per esistere, non preoccupatevi però, ancora pochi giorni e sarà finita.

 

Giorno 5:

Desiderio di rinchiudersi in una grotta oscura, di ritirarsi nel deserto, di seppellirsi sotto il cucuzzolo di una montagna. Il prossimo che mi scannerizza il posteriore, che mi sventola il dito in faccia, che mi guarda con pietà o disprezzo, che mi tiene un’ora a parlare e poi non mi lascia il contatto giuro che lo mangio. Ho le chiappe d’acciaio a forza di camminare, l’abbronzatura da camionista, le abitudini alimentari completamente sballate e voglio dare fuoco a tutto. Sapevatelo.

 

Ora, questa storia non è ancora finita, ma qui la chiudo, prima voglio solo spiegarvi la morale. Innanzitutto non siate viscidi con le belle ragazze: gli approcci via facebook sono patetici e non è che se ho foto da promoter nel profilo allora hai il permesso di scrivermi alle otto del mattino; gli approcci per strada sono ancora peggio, sappiate che parliamo con chi ci prova perché siamo obbligate a farlo ma se provate a scroccare bacini in realtà desideriamo solo calciarvi tra le gambe; gli approcci da stalker sono anche peggio: vi vediamo quando ci seguite in giro per il centro, mettete i brividi e fate anche venire un poco di nausea!

La morale principale però è questa: quando incontrate ragazze disperate per strada abbigliate ridicolmente, abbiate per loro una parola gentile, aiutatele, non siate scortesi, stanno solo cercando di lavorare in questo mondo sommerso dalla crisi. Vi conviene anche perché ho intenzione di creare corsi di “Voodoo e Maledizioni Comparate” per Promoter stressate (uomo avvisato…)

Un appunto per chi si occupa di marketing: shorts bianchi?? davvero??? ma anche no cavolo, siete malati! E poi, promozioni a fine luglio??? sul serio?? cambiate spacciatore!! Grazie.

 

VanessaMedea

Il momento perfetto

Era una giornata afosa, la calura avvolgeva tutte le cose in un’aura di molle pigrizia. Anche i fiori erano troppo accaldati per muoversi e il silenzio sembrava più profondo di quel che in realtà non fosse. Le cicale, i grilli e gli uccellini, instancabili e indifferrenti alla temperatura, facevano risuonare l’aria dei loro cicalii e cinguettii, fischi e richiami. Ma era un sottofondo talmente naturale e delicato che si armonizzava perfettamente col silenzio dando l’impressione di non interromperlo. Nel giardino l’erba era appena stata tagliata e innaffiata e il lieve profumo di terra fresca era inebriante e dolce. In quel punto, vicino alla piscina, una tenue brezza accarezzava la pelle. Fresca quanto bastava per rendere l’afa piacevole senza far rabbrividire il corpo bagnato dopo il tuffo.

Il sole diramava i suoi raggi creando giochi di ombre fra le foglie verde smeraldo dei rovi donando la vita alle piccole more scure che punteggiavano i cespugli. Sfiorava i petali e lambiva i rami e l’erbetta. Irraggiungibile e arrogante, splendeva al centro del cielo più azzurro che si possa vedere. Un azzurro perfetto, pieno, senza macchie o sbavature. Nessuna sfumatura, solo l’azzurro intenso e i raggi del sole si vedevano lassù.

Dal lettino, avvolta nella luce calda, si vedevano le increspature sull’acqua della piscina che risplendevano come una miriade di diamanti ballerini con un ritmo che solo loro potevano sentire. Tutta la superficie appariva blu chiara per via del colore della vasca. L’acqua cristallina vibrava lievemente, senza fretta, senza rumore, per non disturbare l’idillio del momento. Appena percettibile, l’odore del cloro sapeva di vacanze e di giochi e di riposo. Il giorno d’estate perfetto nel luogo perfetto si stagliavano lì, spavaldi, nell’angolo di un giardino qualsiasi, una vispa mattina di un’estate qualsiasi.

La perfezione dell’armonia di suoni, colori, odori e sensazioni. La perfezione in un cielo limpido, in un prato verde, in una cicala innamorata. Un ronzio, una piccola ape ricoperta di polline torna a casa. Un cinguettio, più forte, ma la mamma torna subito nel nido con il cibo per i suoi neonati. Un alito d’aria appena troppo tiepido, forse. Una nuvola solitaria che fa il suo corso attraverso il cielo il cui azzurro è ora solcato dalla scia bianca di un aereo. Qualcuno è là, più vicino al sole, avvolto in quell’azzurro esagerato. Una libellula sfiora l’acqua interrompendo per un momento il ritmo impeccabile dei diamanti di luce. Ogni piccolo neo sulla perfezione rende più chiara e percepibile la divinità mirabile del momento. Rende reale il luogo da sogno, troppo esatto per durare a lungo. Non avrebbe nessun valore se durasse più di pochi istanti.

Ed ecco che l’acqua della piscina diventa più scura. Blu intenso, quasi oleoso. L’ombra di una nuvola impetuosa e carica di pioggia si allunga spregiudicata, impassibile di fronte alla perfezione. Il verde è più grigio e l’azzurro è più nero. Le cicale tacciono. Gli uccelli trovano rifugio. Gli odori si intensificano e diventano più bagnati, più terrosi, sapevano di malinconia e di tensione.

L’audacia di un fulmine, lo scroscio della pioggia. Il momento perfetto è finito. E ora tocca al temporale mostrare la sua roboante perfezione. Nella sua insolenza per aver interrotto la pace, ostenta il trambusto del suo divino furore.

 

VanessaMedea