Jin

Una volta buona parte delle terre emerse erano coperte da foreste lussureggianti, boschi selvaggi, intrichi impenetrabili di alberi e piante verdeggianti. Piano piano l’uomo ha smesso di temere e venerare la foresta e ha cominciato ad appropriarsene. Pezzettino dopo pezzettino, lentamente e inesorabilmente, agli abitanti dei boschi non è rimasto che litigarsi le ultime zolle incontaminate. Guerre spaventose portarono quasi all’estinzione folletti, gnomi, fate, troll e tutti gli altri esseri che per millenni avevano pacificamente convissuto tra le fronde e i fiori.

Jin era un folletto che per centinaia di anni aveva abitato gli spazi tra le radici di una grande quercia. Si era arredato le pareti rugose con funghetti e germogli fino a rendere il suo buco una delle casette più accoglienti di tutto il sottobosco. Ogni mattina si alzava, faceva colazione coi frutti di stagione, giocava a dama coi vermi del piano di sotto, poi usciva per lunghe passeggiate tra i funghi e il muschio in cerca di cibo e distrazioni. Il suo grande amore segreto, che gli faceva aggrovigliare lo stomaco e arroventare le guance, era la minuscola fata silvana che viveva in una ghianda accanto alle sue radici. Rinin, questo è il nome della fata, di mestiere faceva crescere i boccioli. Era lei ad aiutare Jin ad arredare la casa coi germogli più belli. Lui la adorava, così piccola e colorata, sempre allegra, quando rideva sembrava di sentire lo scroscio dei ruscelli e il cinguettare dei pettirossi e il frusciare delle foglie tutto assieme.

Il migliore amico di Jin, l’unico che non fingeva che non fosse palese il sentimento del folletto per la fatina, si chiamava Ehi ed era un khram. Non ne avrete mai sentito parlare perché i khram non sono mai stati visti dagli uomini, poiché sono stati tra i primi a estinguersi durante le guerre, così lenti e fragili e poco avvezzi a nascondersi e a combattere. Di natura mite e spensierata, essi erano simili a grosse larve bianche e pallide con grandi occhi neri e liquidi e piccole labbra dalle quali emettevano la loro vocina acuta e cristallina. Il loro passatempo preferito era cantare filastrocche e ninne nanne, quindi, quando ancora i boschi pullulavano di khram essi risuonavano continuamente dei lievi cori di queste dolcissime creature, accompagnate dai flauti degli elfi e dai tamburi dei troll.

Ehi prendeva sempre in giro Jin e ogni giorno lo salutava cantando con la sua vocetta da khram “Il folletto e la fata si tengono per mano e si vogliono baciar, il folletto la fata vuole sposar, ma la fata ancora non lo sa…” Era un lungo componimento che Ehi aveva appositamente composto per l’amico e ogni volta accennava a una strofa diversa. Inutile dire che Jin diventava rosso e viola e verde e borbottava insulti al compagno di avventure.

Per alcuni secoli la vita trascorse sempre uguale a se stessa e spensierata. Ma un giorno arrivarono gli uomini alti, immensi giganti armati di bastoni di ferro in grado di abbattere anche gli albero più antichi. Questi mostri immensi distruggevano e costruivano le loro case e nemmeno vedevano che in quel legno già ci vivevano centinaia di altre creature. I piccoli rifugiati che si rifiutavano di nascondersi nel cuore della foresta si concentrarono nel perimetro e trascorrevano tutto il tempo a pensare a come far fuggire gli uomini. Scherzi di ogni tipo, oggetti che sparivano, piccoli morsi sulle gambe e sulle braccia mentre dormivano, larve di mosche tra le scorte di cibo, ma a nulla serviva. Quegli esserini miti non riuscivano a pensare ad azioni davvero violente o pericolose e quindi gli uomini persistevano con le loro asce a malapena accorgendosi degli altri abitanti del bosco.

Col tempo, man mano che le zolle selvagge diminuivano e gli uomini aumentavano, la società silvana mutò radicalmente millenni di abitudini. Una parte di loro iniziò a dedicare la propria esistenza al tormento degli uomini. Alcuni si specializzarono anche in pratiche malvagie, per esempio rapire i figli piccoli degli uomini o sostituirli con cuccioli di troll, alcune fate incantavano gli sprovveduti e li facevano impazzire, altre creature di vario genere scelsero alcuni luoghi da infestare e impedire il passaggio alla gente, come alcuni troll che uccidevano chiunque passasse sotto i loro ponti eccetera. Altre creature impararono a rendersi invisibili e iniziarono a condurre una vita nascosta, altre ancora decisero che per sopravvivere dovevano impossessarsi delle ultime foreste eliminando gli altri abitanti in modo da avere per sé tutte le risorse possibili.

Un pomeriggio d’inverno buio e freddo Jin era con Ehi, seduto nel salotto nella sua casa-quercia. I due amici parlavano con nostalgia dei tempi passati.

“Ormai è un secolo che non hai notizie di Rinin, vero? Mi piaceva tanto prenderti in giro e vederti cambiare colore, ora invece i folletti e le fate qui sono in guerra” disse Ehi.

“Ehi, stai zitto. L’ultima volta che l’ho vista era dall’altra parte della trincea e una delle sue stupende alette arcobaleno aveva un angolo spezzato. Muoio un poco dentro ogni volta che ci penso”

“Perché non siamo riusciti a convivere con gli uomini? In fondo anche loro sono creature del bosco”

“Ma no, loro non sono come noi, non ci vedono nemmeno, non sanno parlare, pensano solo a usare le nostre case per costruire le loro case. Io li ho visti, sono arrivati anche nel cuore del bosco, sono così stupidi che hanno timore del vostro canto, ma ti rendi conto?”

“Oh ma è ridicol…”

Ehi non finì mai la frase. Le fate attaccarono il villaggio dei folletti, quello dove una volta convivevano tutti felici. Sfondarono le radici che facevano da tetto, le quali crollarono sul povero piccolo Ehi. Quando i suoi grandi occhi neri si spensero era quasi felice, era l’ultimo sopravvissuto e cantare da solo tra le foglie non gli dava nessuna gioia. Sorridendo disse a Jin:

“Addio amico mio, vado dalla mia famiglia, tornerò a cantare con loro”.

Il folletto, accecato dalla rabbia, raccolse un bastone in fiamme e cominciò a bruciare le ali di tutte le fate che lo circondavano. Ma a un tratto si bloccò. Vide i colori dell’arcobaleno spezzati. Era lei, il suo amore segreto. Tra le lacrime lasciò cadere il bastone e si accasciò a terra. Rinin lo vide e si rese conto del vuoto e della disperazione di questa sua vita di guerriera. Non era lei. Non voleva vivere così.

Corse da Jin, lo svegliò a ceffoni e gli disse:

“Corri, corri via con me”

I due fuggirono lontani dalla battaglia. Correvano, correvano, correvano. Inciampavano, si rialzavano e ricominciavano a correre. Mano nella mano. Fino a che non ce la fecero più.

Al riparo di alcune rocce finalmente i due si baiarono e si amarono. Due creature troppo diverse, incapaci di svelare i propri sentimenti uniti dalla pace, si sono svelati separati dalla guerra. E non volevano più combattere, solo amare, come la loro natura imponeva.

“Dicono che esistono isole grandi e rigogliose, dove non ci sono uomini e, se ci sono, sono pochi e non abbattono le foreste, dove c’è ancora pace e canti e felicità. Bisogna chiedere un passaggio alle sirene, ma è troppo pericoloso, però alcuni uccelli migratori aiutano a trasportare i fuggitivi in questi luoghi. Andiamo. Ti prego”

“Sì, amore mio, sono con te e sono felice in ogni luogo, ma voglio cercare con te una nuova casa, desidero anch’io una vita migliore. Con te.”

Partirono per la loro avventura. Fu un lungo viaggio. Non mancarono pericoli e nuovi amici. C’è chi dice che arrivarono in Madagascar, chi in India, chi in Canada. L’ultima volta sono stati visti in Nuova Zelanda. Avevano adottato un piccolo gnomo. Lo chiamarono Ehi. Sono la famiglia più strana di tutto il sottobosco.

The show must go on

marionettaIl protagonista di questa storia vuole restare anonimo, non è ancora pronto a rivelare pienamente al mondo la sua particolare condizione. Soffre di una strana malattia, un po’ inquietante, un po’ esilarante. Ha costantemente l’impressione di vivere in una sit-com. Questo fatto è molto più stressante di quello che si possa pensare. Immaginate l’orribile sensazione di passare l’intera giornata su un palco, di fronte a un pubblico che scruta ogni tua mossa pronto a ridere di te. L’ansia del non avere un copione, ma sentire che se sbagli una battuta tutti se la prenderanno con te. Avere perennemente l’impressione che un mucchio di osservatori si spancino dal ridere per le tue sfighe. Più stai peggio, più ti succedono cose brutte e più questi ridono, ridono e ridono. Applaudono anche, a volte fischiano.

Il nostro protagonista vorrebbe potersi nascondere, avere un po’ di privacy, ma le telecamere sono ovunque. Sguardi che giudicano, occhi deridenti, sorrisi falsi. Passa gran parte del suo tempo a pensare cose intelligenti e divertenti da dire, arrossisce violentemente e si sente più umiliato del normale ogni volta che fa, o pensa di fare, una figuraccia, si atteggia anche quando sta sotto la doccia, impostando la voce per cantare come un professionista. Una volta è inciampato per strada e si è sentito malissimo, non parliamo poi di quando un piccione ha lasciato un ricordino dritto dritto sulla sua giacca… Sempre attento a come si veste, a come cammina, a come si siede, non si rilassa mai. Il pensiero di tutte quelle persone sedute dietro ai riflettori che ridono di lui, che si godono lo spettacolo della sua vita.

Questa sua vita non è particolarmente interessante o fuori dall’ordinario. Ha i suoi alti e i suoi bassi. Ma i momenti peggiori, in cui la malattia si aggrava è quando capita qualcosa di brutto. Quando è stato lasciato dalla fidanzata, quando è morta la nonna, quando è stato bocciato, quando è finito in ospedale. Nei momenti in cui è depresso ecco che li vede, tutti in fila a guardare e a divertirsi, a commentare il suo malessere. Applaudono e mangiano pop-corn. Sorseggiano bibite e scrocchiano patatine. Il grande spettacolo umano ha infine risorse.

Ha provato tante cure. L’alcolismo e le droghe leggere a volte funzionano, a volte peggiorano la sua condizione. Con le seconde almeno ride, con il primo gli viene più che altro mal di testa. Ha provato con uno specialista, ma, come già detto, non è pronto a parlare apertamente di se stesso e quindi la terapia non è stata efficace. Un altro specialista gli ha prescritto pillole inutili, un altro decotti ancora più inutili. Il problema è dentro di lui e deve risolverlo lui. Un pochino sta migliorando. Ha smesso di parlare con gli specialisti e ha cominciato a parlare con pochi amici fidati. Parlare senza sentirsi guardato e giudicato e deriso per ora è il metodo migliore che ha provato.

Forse non guarirà mai del tutto. Forse poi è normale per tutti sentirsi, a volte, marionette su un palco, vittime di un regista perverso che non vuole rivelare il gran finale della sua opera. Forse, in una società dove l’immagine ha tanta importanza è normale nascondere un po’ la propria essenza e mostrare quello che si crede gli altri vogliano vedere. Forse sono solo tanti viaggi mentali senza scopo e senza meta. Forse questa non è una vera storia, ma è la storia di tutti e di nessuno.

I fuochi degli Dei

Era il suo tredicesimo compleanno, era felice ed eccitata in modo inconsueto. La Gran Sacerdotessa le aveva predetto che entro un paio di giorni sarebbe diventata donna ed era lei la vergine prescelta per il rito di Beltane. Assieme al Re Cervo, attorno ai fuochi propiziatori, dopo aver danzato in onore del Dio e della Dea, avrebbe giaciuto davanti a tutti e così la terra avrebbe continuato ad essere fertile. Sognava ogni notte quel momento e trepidava nell’attesa del Solsitizio. Anche lei sarebbe diventata Gran Sacerdotessa e avrebbe imparato a dominare gli elementi e a leggere il futuro. Ogni tanto riusciva a visualizzare nella Polla Sacra frammenti di ciò che doveva ancora avvenire, ma faticava ancora a comprendere le trame di ciò che potrà essere ma ancora non è. Le riusciva molto meglio vedere cosa avveniva ai suoi cari lontani. Stringendo in mano la bambola con cui giocava da piccola poteva guardare attraverso la Polla cosa stavano facendo in quel momento i suoi fratellini e i genitori. Non desiderava tornare a casa. Quella dei Druidi e delle Sacerdotesse era la sua casa adesso e lei la amava più di ogni altra cosa.

Le altre adepte erano più che sorelle ormai e l’unica cosa che la rendeva un pochino triste era l’idea che la maggior parte di loro, terminato il Percorso della Magia,sarebbero tornate nei paesi d’origine e sarebbero diventate mogli e madri. Ma lei no, lei era stata scelta dalla Dea e il suo potere era più forte di quello delle amiche. E ogni giorno aumentava, poteva sentirlo scorrere dentro di sé, sempre più travolgente, sempre più intenso. Dopo il rito di Beltane la sua forza avrebbe raggiunto l’apice e così avrebbe potuto cominciare l’addestramento per compiere il suo destino.

Ma la Gran Sacerdotessa era inquieta. Le rune non erano chiare e il futuro era difficile da districare. La sua piccola allieva migliore aveva in serbo una vita da devota agli Dei e quindi era convinta fosse la prescelta, ma sembrava essere prossima una grande sventura, sconosciuta e inarrestabile, che rendeva incerto predire cosa sarebbe accaduto. L’allieva, nella Polla, vedeva fuochi ardere con furore, le Sacerdotesse speravano si trattasse di quelli di Beltane, ma i segni del cielo, degli uccelli e delle Rune confermavano tutti la stessa cosa: il rito non accadrà e la terra sarà intrisa di sangue molto a lungo, un futuro sterile e violento, di cui nessuna di loro vedrà la fine. Il ritorno della fertilità non sarà più responsabilità dei Druidi, ma solo del volere degli Dei.

Ma lei, nel giorno del suo compleanno, non era stata messa al corrente della nefasta profezia e seguitava contenta a mescolare infusi di erbe e a studiarne gli effetti. Nel pomeriggio si recò alla Polla per pregare. In quel luogo il Potere sgorgava dal suolo assieme all’acqua irradiando massimamente la sua energia e la comunicazione con la Dea era maggiormente diretta. Fu lì che, nitida nell’acqua trasparente, apparve una visione terrificante. Il cielo plumbeo incombeva sulla terra, di un inquietante colore rosso. I tuoni echeggiavano nella valle e avevano il suono minaccioso dei tamburi di guerra. I corvi beccavano gli occhi della Gran Sacerdotessa, accecandone anche la visione della mente. Impotente si lasciava divorare da un branco di lupi, sdraiata immobile nell’erba. La rugiada era di sangue e gli alberi gridavano disperati. Pianti e lamenti echeggiavano nella Foresta Sacra, violata da mostri senza volto e dalla forma di lupo. Poi vide se stessa, in piedi al centro del cerchio di pietre, che piangeva lacrime di sangue, poi improvvisamente un’aquila la afferrava coi suoi artigli e la trascinava in alto, verso le nubi grigie, sempre più su finché, quando il Tempio non era che un punto indistinguibile sulla terra scarlatta, intrisa delle lacrime di sangue della Dea, la lasciò cadere. Si riprese dalla visione con uno scatto fulmineo, gridando, con ancora addosso la sgradevole sensazione di precipitare.

Quella notte non poteva addormentarsi, tormentata dall’orrendo incubo popolato di corvi e aquile. Prima dell’alba, quando ancora tutte quante dormivano ignare, si alzò. Si avvolse nel mantello e silenziosamente uscì all’aria aperta. La brezza non era fresca e profumata come al solito, ma calda e opprimente, dall’odore quasi metallico. Corse alla Polla e l’acqua non era trasparente, ma torbida e agitata. Guardandola vide una scena raccapricciante, mostruosa. I suoi fratellini sgozzati, il sangue copioso che ribolliva riversandosi fuori dalla ferita letale. Il gemito terribile di sua madre, trascinata per i capelli da uomini corazzati, con elmi piumati e strani scudi rettangolari.  L’invasione degli uomini oltre il mare era arrivata anche da loro. Non era la prima volta, ma capì che questa era diversa, avrebbe cambiato per sempre la vita della valle. Poteva vedere chiaramente ora: questi uomini avrebbero portato un nuovo Dio. Tutto sarà diverso con questo Dio, ma eccola, la speranza. La Dea, col suo volto di luna, sorrideva. Infondo tutti gli Dei sono un unico Dio e non importa quale nome ogni uomo gli attribuisca, esso abita in tutti gli esseri viventi, scorre nella rete infinita che collega fra loro gli elementi. Tutto ciò che esiste fa parte di una trama di relazioni, nulla è indipendente o scollegato da tutto il resto, e la sede della divinità è proprio questo intreccio, nel quale essa scorre e anima ogni cosa.

Non oppose resistenza quando arrivarono gli uomini oltre il mare. Lasciò che prendessero la sua verginità al posto del Re Cervo. Le altre Sacerdotesse violate, le poche che sopravviveranno a quel giorno, uccideranno i figli che il seme degli invasori pianterà nel loro grembo. Ma lei sapeva che questo non era il suo destino. Il suo stupro non genererà figli, perché. lo aveva visto, la terra sarebbe stata sterile a lungo. Il suo destino era continuare a pregare. Avrebbe pregato ogni Dio, anche questo nuovo, con la sua vergine madre e i santi che lo hanno onorato. Tutte facce delle stessa essenza divina che permane in ogni cosa, le avrebbe pregate finché la terra non fosse fiorita di nuovo, in una nuova era, dove la magia avrebbe assunto forme diverse, perché il potere non è alla portata di questi uomini che non sentono il calore della Dea nei raggi del sole, ma avrebbe continuato a esistere, perché il compito dei sopravvissuti, ora, era quello di trasmettere la saggezza attraverso il tempo. Tanti riti pagani non verranno abbandonati, gli Dei si adattano agli uomini e ai loro limiti e potenzialità. Siamo all’inizio della primavera, questo racconto è ambientato prima dell’inizio dell’estate, ma voleva solo ricordare che tante feste, tante usanze, tante parole hanno origini più antiche di quello che pensiamo e sono importanti, credo. Buona Pasqua!

VanessaMedea

 

Colossus

“Colossus era il cavallo di Ser Garth. Non amava particolarmente il suo padrone, che lo insultava e gli dava continuamente ordini. Non lo premiava mai quando, dritto e sicuro, lo conduceva al galoppo contro l’avversario nei tornei. Colossus amava il garzone della stalla. Lo strigliava, lo accarezzava, lo lodava e spesso gli dava carotine in regalo. Il cavallo era molto orgoglioso della sua fermezza e prestanza, era una bestia piuttosto vanitosa, ma anche professionale. Sapeva non battere ciglio quando correva incontro al nemico in battaglia e in questo modo il padrone non cadeva mai di sella e vinceva moltissimi giochi. Un giorno, però, Colossus si sentiva particolarmente irritato dai calci sui fianchi che il cavaliere, col piede fasciato dall’armatura, gli infliggeva per spronarlo all’attacco. Dopo anni si sentiva semplicemente stanco di botte e insulti e stupidi tornei. Disarcionò Ser Garth e si spostò in un angolo a brucare erba. L’uomo, umiliato e irato, se ne andò, comprò un altro destriero e il giorno dopo Colossus era bistecca.”
Mia apprezzava molto questa storia. A Mia non piacevano i cavalli e soprattutto odiava la gente che non è ligia al proprio dovere. Non importa quanti calci e offese devi sopportare, lei è sempre stata dell’idea che si deve patire tutto senza lamentarsi per andare avanti, fare carriera, ottenere risultati. Secondo lei solo chi è davvero intelligente capisce quando è il momento di reagire e quando ci si può permettere di calciare e insultare a propria volta qualcun altro.
Suo padre le raccontava sempre l’aneddoto su Colossus per insegnarle a tenere la testa bassa e a lavorare sodo per guadagnarsi le pochissime lodi che il vecchio uomo le concedeva in selezionate occasioni.
Mia, donna bella ma fiera e austera, viveva sola, usciva poco, lavorava molto. Non aveva hobby né passioni particolari. Gli unici lussi che si concedeva erano lunghi bagni caldi e frequenti tazze di tè oppure di caffè. Si crogiolava nella propria solitudine come solo le persone sole per scelta sanno fare. Fiera della sua indipendenza e della sua forza, era orgogliosa di se stessa e della propria vita. Del resto, le persone che hanno convinzioni così forti riescono meglio degli altri a ignorare quel paletto gelido che la tristezza e la paura infilzano nel petto. Quella fastidiosa sensazione di disagio che afferra lo stomaco quando sei scontento ma non sai consapevolmente spiegarti perché.
Un giorno qualunque un gattino randagio, grigio e sporco, un animaletto bruttino e tremante, decise di trasferirsi in casa di Mia. Voleva un luogo caldo e tranquillo e lo aveva trovato. Alla donna non importava molto, il gatto se ne stava in un angolo per i fatti suoi, non badava a lei e non le chiedeva nulla. Ogni tanto il felino usciva a caccia, poi tornava nel suo angolo leccandosi i baffi. Mia lo guardava lavarsi, appallottolarsi e addormentarsi. Una sera particolarmente gelida vide che la palletta di pelo tremava e mise una vecchia coperta nel suo cantone. In cambio il gatto, il giorno seguente, le portò un passero morto. A lei sembrò un bel gesto.
Si abituarono in fretta l’uno all’altra perché entrambi non facevano rumore, non pretendevano nulla e non avevano bisogno di altro se non il proprio angolo. Alcuni mesi dopo il gatto arrivò di corsa, spaventato e graffiato. Tremava impaurito e Mia provò un moto di pena. Sensazioni nuove e sconosciute si impadronirono di lei quando provò ad accarezzarlo per tranquillizzarlo. La morbidezza del pelo, il rumore dolce e soffuso delle fusa, il calore di quel corpicino piccolo e fragile abbandonato sul suo grembo. Ma presto entrambi tornarono al loro ruolo di indipendenti solitari e l’episodio fu dimenticato.
Spesso il gatto stava via anche un paio di giorni, poi tornava, come nulla fosse, e ripreneva possesso del suo posto. Una volta che dopo quattro giorni ancora non era tornato Mia fu costretta ad ammettere a se stessa che era preoccupata e che le mancava la presenza della bestiolina. Imparò cose nuove, alcune anche ovvie e un po’ banali, ad esempio che non puoi sapere quanto alcune cose sono importanti finché non le perdi. Ma imparò anche una cosa fondamentale, cioè che forza e indipendenza non danno lo stesso conforto che dà l’affetto, la compagnia. Capì quanto è fredda la solitudne, quanto fragili sono gli scudi che ergiamo attorno a noi. Tutto ciò grazie a un gatto qualunque, arrivato un giorno qualsiasi e sparito in un giorno altrettanto anonimo.
Due settimane dopo il gatto tornò. Era una gatta. Partorì cinque gattini sempre in quell’angolo. Era andata in cerca d’amore, poi era tornata a casa. Mia non c’era quella sera. Si era lanciata in una nuova esperienza, era andata a un appuntamento con un collega che da anni le faceva la corte. Nonostante fosse un uomo sveglio, simpatico e di bell’aspetto, Mia aveva sempre rifiutato con cortesia i suoi inviti a cena. Ma in quel periodo si sentiva sola e aveva capito che forse aveva bisogno di una briciola d’amore, anche solo poco poco. Non sapeva di aver avuto la stessa idea del gatto.
Appena svezzati, quattro dei cinque gattini sparirono e si trovarono altri alloggi. Il quinto invece era il più grosso e fiero. Dormiva in ogni luogo della casa che gli aggradasse. Rubava il cibo direttamente dal piatto di Mia e poi la fissava negli occhi come per dire che ovviamente quel cibo gli apparteneva. Era pigro, grasso, indisponente. La nemesi di Mia. Probabilmente per questo motivo la donna amò tantissimo quel gatto. Gli diede addirittura un nome. Lo chiamò Colossus, il che era ironico visto che sembrava gradire moltissimo la carne di cavallo.
Colossus non la aiutò a vincere nessun torneo, ma nemmeno la disarcionò. Semplicemente trovavano immenso conforto nella compagnia reciproca. Una carezza, delle fusa, poche minuscole cose bastano a essere felici, piccoli riconoscimenti non dovuti a nessun merito particolare se non quello di esistere ed essere presenti. Non è pretendere e non è privarsi della propria indipendenza, è solo l’espressione della necessità d’amore intrinseca in ognuno di noi.

 

VanessaMedea