Un Cristo senza cielo

Quella mattina, all’ora in cui si dice che i sogni siano veritieri, era stato visitato da suo padre. O, almeno, sapeva che doveva essere lui: lo sapeva di quell’ovvia certezza che, nei sogni, riesce a farci sembrare consueto ciò che non ci è mai capitato. Alto, altissimo, lo teneva per mano. Lui, però, non era un bambino; l’episodio si svolgeva nel presente.

Era a fianco del padre ma anche un po’ indietro, come se si stesse facendo trascinare, e non riusciva a vederlo in viso. Poi il padre aveva accennato a voltarsi – forse per sollecitarlo? – e lui era stato preso da un’eccitazione parossistica che però, e gli sembrava strano, non sapeva ricordare se fosse paura, angoscia, o gioia. A quel punto si era svegliato, con il cuore che batteva all’impazzata, senza aver potuto vedere neanche in sogno quel volto che non aveva mai conosciuto nella realtà.

Questo frammento gli era tornato alla memoria adesso, improvvisamente, senza un motivo che sapesse capire, mentre camminava lentamente lungo via Monferrato, tornando al lavoro dalla trattoria dove, per abitudine, consumava i pasti. Assorto nei propri pensieri, aveva sentito una voce minacciosa, un avvertimento urlato al megafono, ma senza coglierne le parole, senza rendersi conto che era rivolto a lui; eppure l’incongruità di quel suono, fuori luogo in quella via elegante e tranquilla, lottava per farsi strada verso la sua coscienza. Qualche giorno prima c’era stata in quei paraggi una troupe televisiva; forse stavano ancora girando e lui disturbava le riprese? Alzò gli occhi dal suolo e si guardò intorno. Alla sua sinistra c’era una delle vetrine della banca; sul manifesto che la occupava quasi per intero, il sorriso ebete di un giovane seduto sulla bitta di una barca a vela, in un’escursione che si intuiva costosa, faceva pubblicità alle carte revolving.

Nella striscia di vetrina lasciata libera dal manifesto comparve per un istante il viso di un bambino, incorniciato da capelli biondi. La bocca era quasi un rettangolo, tesa nella maschera di un pianto disperato; gli occhi spalancati guardavano di lato, in direzione di ciò che lo stava terrorizzando. Improvvisamente qualcuno, da dietro, colpì violentemente la testolina, che andò a sbattere contro il vetro macchiandolo di sangue. Per un attimo comparve una figura incappucciata che si muoveva nervosamente sullo sfondo.

«Fermo! Torni indietro!» urlò di nuovo nel megafono il comandante. Lui questa volta si girò in direzione della voce e vide, sul marciapiede opposto, parecchi poliziotti schierati, con le armi in pugno. Altri stavano transennando la strada.

Capita, in situazioni drammatiche, che i pensieri si succedano con una rapidità che normalmente non si sperimenta. Sono pensieri non formulati in parole; ricordi, idee collegate in modo misterioso che emergono improvvisamente in un complesso già organizzato, come se fosse stato lì, pronto sotto il pelo dell’acqua, da sempre.

Don Sandroni, il suo insegnante di religione alle scuole medie.

Mentre tutti i suoi compagni di classe approfittavano dell’ora di religione, e dello scarso rigore dell’insegnante, per dedicarsi alle più svariate attività – dal ripasso per l’interrogazione prevista all’ora successiva, al gioco del poker – lui intavolava spesso delle discussioni con don Sandroni, esponendogli i propri dubbi. Il prete non si scandalizzava, anzi: sembrava apprezzare che ci fosse almeno un allievo che lo prendeva sul serio, anche se per contrastarlo, e si sforzava di dare delle risposte. Che risposte fossero, non lo ricordava; sapeva solo che non gli sembravano soddisfacenti.

Perché mai Cristo era arrivato proprio allora (che significava ‘pienezza dei tempi’?) e non, invece, all’inizio della Storia, anzi nella preistoria, ai giorni del primo uomo, in modo da dare a tutti la possibilità di salvezza? Che ne era dei giusti vissuti prima di Cristo? Perché mai avrebbero dovuto aspettare la Sua seconda venuta, perché mai non potevano andare subito in Paradiso? Era forse colpa loro se erano nati troppo presto? Ma, più grave ancora: che ne è di un giusto nato dopo Cristo, che però non riesce a rendersi conto che Lui è il Salvatore? Basta questo mancato riconoscimento a condannarlo, anche se per il resto si è comportato come un santo?

E come può un Padre buono pretendere che suo figlio, innocente, vada incontro alla morte, e una brutta morte, per concedere ad altri la salvezza? Perché ci deve essere questo scambio, perché deve essere pagato questo tributo di sangue? C’è una legge, una regola superiore a Dio, a cui anche Lui deve attenersi, che lo impone?

Poi il tempo era passato, lui era cresciuto e non aveva più pensato a quelle discussioni: neanche quando aveva, in molte occasioni, conosciuto il dolore.

«Via! Vada via di lì! Si al-lon-ta-ni!» Lui era arrivato alla porta di emergenza della banca, quella senza bussola. Stava gesticolando e urlando, ma la sua voce era stata coperta dal megafono. Il comandante, dall’altro lato della strada, riuscì a sentire solo le ultime parole: «… al suo posto».

La porta di emergenza si aprì. Il bambino biondo sgusciò fuori di corsa, e lui entrò.

Annunci

L’incontro

– Arrivo giusto giusto all’acqua e alla siringa. Dai, per una volta puoi anche fare uno strappo! – disse Riccardo porgendo le monete.

Dalla finestrella di trenta centimetri per quaranta nella porta blindata il farmacista rispose:

– Te l’ho già spiegato, non dipende da me, non sono io il proprietario. Se non ti faccio pagare il supplemento notturno, ce lo devo mettere io.

– Non farmene cercare una usata e prendere l’acqua dal rubinetto, fammi quest’elemosina, per favore.

– Oh, ma sono tre euro. La faccio a te, la faccio a quelli dopo di te, e domattina mi ritrovo ad aver lavorato tutta la notte per pagare i vostri supplementi.

Riccardo ebbe un’idea. Porse le monete che aveva in mano al cliente in coda dopo di lui.

– Signore, me le compra lei acqua e siringa? Così il suo supplemento notturno vale anche per me.

Il tizio ci mise un attimo a capire. Si sarebbe risolto l’intoppo che gli stava facendo perdere tempo, e senza che lui dovesse sborsare un soldo. Prese le monete cercando di non toccare la mano del ragazzo. Sembrava pulita, ma tutto il resto… Orecchino, tatuaggi; una specie di canottiera scollata, cascante, macchiata, gli lasciava scoperta buona parte del torace ed era infilata solo a metà in un paio di pantaloni che non si capiva come facessero a reggersi sui fianchi stretti, pelle e ossa.

– Lexotan.

– Ce l’ha la ricetta?

Sapeva benissimo di non averla ma fece egualmente il gesto di tastarsi le tasche della giacca.

– Non ce l’ho con me, ma…

– Va bene, non importa.

Il farmacista scomparve dietro al bancone e tornò, dopo un tempo che gli parve interminabile, con il suo Lexotan, una siringa da insulina e una fiala. Lui passò siringa e fiala al ragazzo con l’orecchino tenendole con la punta delle dita, sempre cercando di evitare il contatto. Un attimo dopo il ragazzo era sparito.

Diede un’occhiata all’orologio, prendendo nota mentalmente di non uscire più con quello d’oro in queste occasioni: con la gente che si incontra di notte, era un rischio.

La puttana all’angolo della strada gli sorrise. Carina, ma il capo si sarebbe già lamentato anche senza ulteriori ritardi. Tirò dritto.

* * *

Riccardo il foro per l’orecchino se l’era fatto fare assieme a Elena. Lei non ne aveva ancora, di fori: quello era il primo, proprio come per lui. Avevano comprato un paio di orecchini tondi, semplici (a quel tempo lavorava ancora e qualche soldo ce l’aveva) e se li erano fatti mettere proprio in quella farmacia. Non da quel farmacista antipatico del turno di notte: c’era una ragazza sorridente, quella volta. Il foro non era stato neanche troppo doloroso, temeva peggio. Un orecchino lui e uno Elena, uguali: così si vedeva che stavano insieme. Al posto dell’anello di fidanzamento.

Quando Elena era morta di overdose, per un istante aveva pensato di toglierglielo. Non serve a niente un orecchino nella bara, e forse il compro oro gliene avrebbe dato dieci euro. Poi però non ne fece nulla: gli piaceva l’idea che continuassero a restare legati, lei di là e lui di qua. Finché un giorno, non troppo lontano, si sarebbero ritrovati.

Spense l’accendino, tolse la siringa dal blister e aspirò fino all’ultima goccia dal cucchiaino ancora caldo.

* * *

– Ce ne hai messo di tempo.

– Ho dovuto convincere il farmacista a darmelo senza ricetta… e poi c’era anche un drogato di merda che rompeva le palle.

Il capo prese il Lexotan con malagrazia.

– Puoi andare.

Mentre tornava a casa, rifletté. Non gli piaceva essere trattato così. Lui aveva un compito ben preciso, e importante, ma il capo lo sfruttava anche come factotum. Lo chiamava a qualsiasi ora del giorno e della notte per chiedergli le cose più impensate. Il giorno prima gli aveva fatto sturare un lavandino.

Gli sarebbe piaciuto ribellarsi, e forse un giorno ci avrebbe anche provato, ma per il momento aveva troppa paura. Non aveva fatto una bella fine Filippo.

Si consolò pensando che Filippo, in fin dei conti, era un manovale senza intelligenza e senza importanza. Non un artista come lui, che era capace di far passare cinquanta chili di roba buona sotto il naso dei doganieri.

Fumando una sigaretta

«Per lei no, Lorenzi. Lei è il migliore, non è vero? E allora le ho preparato questo, invece».

Le labbra sottili del professor Grenda, detto Scaccola, si erano lentamente tese ad alzare gli angoli della bocca in un sorriso appena accennato, ma chiaramente beffardo, mentre consegnava a Claudio Lorenzi, e a lui soltanto, la fotocopia di una pagina di Orazio, con le note cancellate. A tutti gli altri aveva dato un banalissimo brano del Vangelo.

È proprio uno stronzo, pensò Claudio. Aveva sperato che Grenda si sarebbe comportato da signore e avrebbe lasciato correre; dentro di sé, però, lo sapeva bene che non era possibile. La sua imitazione era stata non troppo cattiva, il che sarebbe stato forse perdonabile, ma troppo aderente al vero. Signori, voi non mi prestate l’attenzione che meriterei, e intanto si sfregava il naso con l’indice, e poi lo infilava improvvisamente in una narice e subito lo estraeva, come se la rapidità del gesto potesse renderlo invisibile a cinquanta occhi. Fingendo di guardare il registro scrutava invece la punta del dito, per poi pulirla subdolamente sotto la cattedra. Le risate sguaiate dei compagni dovevano essere state come stilettate per Grenda che, non visto, stava osservando il siparietto già da un po’. Peggio ancora, se se n’era accorto, il sorriso di Emanuela, rivolto a Claudio con ammirazione estatica. Proprio quell’Emanuela che Grenda portava in palmo di mano e di cui i maligni sussurravano che fosse – alla sua età – segretamente innamorato.

In hora saepe ducentos,

ut magnum, versos dictabat stans pede in uno

Claudio era bravo per davvero, e raccolse la sfida. Si lanciò in una traduzione svolazzante, non letterale, pur sapendo bene quanto Grenda ci tenesse all’aderenza al testo originale: proprio per infastidirlo. Fece di tutto, però, per rendere correttamente il significato, in modo da poter difendere a oltranza il proprio lavoro quando Grenda, inevitabilmente, avrebbe cercato di demolirlo. Ormai era un duello, insomma.

Spesso dettava duecento versi all’ora,

come fossero gran cosa, fumando una sigaretta

Attese la consegna della versione corretta non con la trepidazione di chi teme un insuccesso ma con l’impazienza di chi vuole scontrarsi con l’avversario. Grenda lo lasciò per ultimo. Sul frontespizio spiccava in rosso un grosso 6 sottolineato, come a voler evitare che potesse essere letto come 9 a foglio rovesciato.

Aveva sperato in un voto inferiore, in un’insufficienza, in modo che l’ingiustizia fosse più evidente e la lotta più facile. Sfogliò il compito: c’era un unico segno blu, ondulato, sotto alle tre parole fumando una sigaretta.

«Mi scusi, professore – cominciò – che cosa non le piace della mia traduzione di stans pede in uno

«È molto semplice, Lorenzi: non c’erano sigarette, allora; al massimo qualche pipa da oppio in terracotta».

«E questo che significa, professore? Ho fatto ricorso a un’immagine attuale per rendere il concetto più immediato al lettore di oggi. Che importanza ha se allora le sigarette non esistevano? A voler seguire fino in fondo la sua idea non bisognerebbe tradurre per nulla il Latino in Italiano, perché l’Italiano allora non esisteva».

Grenda non si fece impressionare dall’aggressività dell’allievo e replicò con compostezza. «Sciocchezze, Lorenzi, e lei lo sa bene. Ma la sua traduzione è cattiva anche per un altro motivo. Ha sposato un’interpretazione che nasconde completamente l’ambiguità del testo originale».

«E cioè, professore? Quale altra interpretazione potrebbe esserci per le parole stans pede in uno, se non il fatto che Lucilio dettava i versi con facilità, senza fatica, senza impegnarsi, cioè proprio fumando una sigaretta

«Cum flueret lutulentus, che viene subito dopo, lei lo traduce siccome i suoi versi scorrevano torbidi, ma c’è un sottile doppio senso che le è completamente sfuggito». Gli angoli della bocca di Grenda accennarono per un attimo un sorriso appena percettibile. «È possibile che Orazio volesse paragonare i versi di Lucilio alla diarrea: copiosi, ma di pessima qualità». Dall’ultima fila di banchi comiciò a sentirsi qualche risatina soffocata. «Lucilio potrebbe essersi ritrovato su un solo piede, metaforicamente, perché aveva alzato una gamba per facilitarne l’uscita, e questo va perso nella sua traduzione».

Lo scoppio di risate di tutti i compagni – tranne Emanuela, che aveva un’espressione disgustata – fece capire a Claudio che il professor Grenda aveva vinto questa battaglia.

Il suono della campanella dell’intervallo aveva subito interrotto l’ilarità della classe e la vergogna di Claudio.

* * *

Dopo un’ora di matematica e una di storia dell’arte, che gli erano sembrate più pesanti del solito, finalmente fu il momento di uscire. Claudio, zaino sulle spalle, camminava a testa bassa lungo viale Martiri, che con lieve pendenza risaliva la collina. Tutti gli studenti erano già spariti in direzione del centro; solo a lui che abitava a Mongrande, un po’ fuori città, toccava scarpinare fino a piazza Berna per prendere l’87 sbarrato. Ma oggi non gli dispiaceva affatto: non avrebbe tollerato di fare la strada con qualche compagno, che avrebbe sicuramente parlato dello scontro con Grenda; preferiva digerire da solo la figuraccia.

Un improvviso stridore di pneumatici, seguito dal rumore sordo di un urto, gli fecero alzare la testa. A neanche cinquanta metri un’auto si allontanava a gran velocità, lasciando un uomo disteso sull’asfalto. Vestito grigio, borsa di pelle: sembrava proprio… ma certo, era lui. Gli era già capitato, qualche volta, di incontrare lì Grenda: se al mattino arrivava in ritardo e trovava chiuso il cancello del parcheggio insegnanti, gli toccava cercare un posto su per il viale.

Per un attimo, Claudio pensò di tornare indietro. Avrebbe avvertito a casa di non aspettarlo, avrebbe mangiato un panino e poi sarebbe andato a studiare da qualche amico in città, senza far parola di quel che aveva visto. Certo Scaccola avrebbe lasciato scoperta la cattedra per parecchio tempo; con un po’ di fortuna, per sempre.

Mentre queste idee gli passavano per la testa, la mano di Claudio andò automaticamente alla tasca posteriore dei jeans, dove teneva il cellulare. Chiamò il numero di emergenza senza fermarsi, anzi accelerando il passo.

Grenda era supino, le braccia allargate al suolo. Aveva gli occhi aperti e si lamentava debolmente; un filo di sangue gli colava dall’angolo della bocca. Claudio si liberò dello zaino e si inginocchiò al suo fianco.

«Ho chiamato soccorso, professore».

«Ah, sei tu, Lorenzi. Grazie. Non credevo…» La voce era ridotta a un filo.

Grenda cercò di muovere le braccia, forse voleva puntellarsi sui gomiti per sollevare il torso, ma dovette desistere con una smorfia di dolore.

«Stia fermo, è meglio che non cerchi di muoversi».

«Lorenzi, Lorenzi…»

Continuava a guardare il cielo; non era riuscito neanche a girare la testa.

«Sono qui».

«La sigaretta… era una buona idea».

«Non pensi a queste cose adesso, professore…» cominciò a dire Claudio; poi si accorse che Grenda aveva chiuso gli occhi.

La sirena dell’ambulanza si stava avvicinando.

La locusta

Mi fa piacere dedicarmi alla cura del giardino. Mi occupa la testa, mi toglie i pensieri.

Ho preso l’annaffiatoio e stavo per riempirlo quando mi sono accorto che dentro c’era una locusta.

Sembrava pronta a spiccare un salto. Ho infilato il braccio, l’ho sfiorata delicatamente con un dito e si è rovesciata di lato, restando rigida nella stessa posizione. Era morta, secca, chissà da quanto tempo.

È probabile che si sia infilata lì per caso, saltando, e che poi non sia più riuscita a uscire. Sarà morta di inedia, consumata dagli inutili sforzi per trarsi d’impaccio.

Chissà se ha provato solitudine, paura, angoscia, speranza, disillusione, disperazione. O qualcosa di simile, in versione ridotta, adatta a quel cervellino così piccolo. Forse sì. Mi dispiace.

Di piccole tragedie come questa ne devono capitare continuamente a migliaia, a milioni, nei giardini del mondo. Tragedie microscopiche, inflazionate, irrilevanti, oscure, solitarie, sconosciute. Ingiusto, forse, dolersene, se negli stessi istanti ci sono altre tragedie uniche, colossali, evidenti, prepotenti. Provate a mettervi nei panni della locusta, però.

Forse ha sperato, fino all’ultimo, che venisse qualcuno a salvarla da quella trappola mortale, da quella situazione senza scampo, dal fondo di quella enorme voragine – vista con i suoi occhi – da cui non riusciva a fuggire da sola.

Forse, continuando a sperare, non si è accorta della fine che arrivava. Può anche darsi che i suoi ultimi istanti non siano stati brutti; forse era convinta che di lì a poco qualcuno avrebbe infilato la mano nell’annaffiatoio per tirarla fuori e liberarla nell’erba (l’avrei fatto io se l’avessi trovata in tempo).

Pazienza, inutile stare a pensarci ancora. Ormai non c’è più niente che si possa fare per lei.

Adesso devo muovermi, ho visto che le bottiglie che ci sono in cucina sono tutte vuote. Devo uscire a comprarne una per stasera prima che chiudano i negozi. Anzi, visto che non c’è Elena a farmi la ramanzina, penso proprio che ne prenderò due. I soldi ce li ho.

Domani, poi, porterò via tutti i vuoti e smetterò di bere. Elena mi ha promesso che ritornerà da me, se smetto.

Oggetto

Michela aveva la mano sulla maniglia ma non riusciva a decidersi a entrare.

Dentro c’era lui, la stava aspettando. Un incontro a cui aveva pensato per lungo tempo, che aveva organizzato nei dettagli, e finalmente si stava realizzando. Ormai sarebbe stato sciocco cambiare idea, rinunciare, eppure aveva un po’ di paura. Niente di strano, in fondo: era la prima volta.

Nello stato d’animo in cui, dopo essere stati a lungo indecisi con i piedi sul bagnasciuga, ci si fa coraggio e ci si tuffa in un mare freddino, finalmente entrò e richiuse la porta dietro di sé.

Quando lui, invisibile nel buio, la prese per un braccio per attirarla a sé, ebbe un piccolo sussulto. Sentì l’odore della sua pelle, non mascherato da nessun profumo eppure lieve e non sgradevole. Sentì sul viso il ruvido del suo petto villoso. Sentì il suo sesso che premeva contro di lei. Man mano che gli occhi si abituavano, i pochi raggi di luce che riuscivano a penetrare dai bordi della tapparella disegnavano i contorni del suo corpo atletico, il rilievo scultoreo dei suoi muscoli.

Lui cominciò a baciarla sul collo ed a spogliarla. Quando fu completamente nuda, le prese con delicatezza i polsi, glieli unì dietro alla schiena e li legò, non troppo stretti. Michela lo lasciò fare. Poi lui le prese la testa tra le mani, le avvicinò la bocca all’orecchio e, con voce profonda, calda, calma, le sussurrò: «Lasciati andare. Devi essere come creta nelle mie mani. Dimenticati di te stessa. Adesso sei un oggetto. Un mio oggetto».

Michela cedette, si lasciò andare, si dimenticò di se stessa.

* * *

Alzò la tapparella e la luce le fece strizzare gli occhi per un attimo. Uscì dalla stanza da letto, andò in corridoio ed aprì la porta dello sgabuzzino. Lui era già lì al suo posto, rivestito della sua tuta, in piedi con le spalle al muro. Si era già collegato alla macchina per la circolazione extracorporea, che lo avrebbe nutrito e gli avrebbe depurato il sangue durante lo standby.

Notò che aveva gli occhi aperti. Dei bellissimi occhi di un azzurro intenso ma, in quel contesto, le facevano uno strano effetto, risultavano disturbanti. Gli passò una mano davanti al viso senza suscitare, ovviamente, nessuna reazione.

Sul terminale tascabile aprì l’icona dell’interfaccia di programmazione. Nonostante il corso per utenti che aveva seguito, le sembrava complicata. Alla fine trovò la pagina “condizione di standby”, con tantissime opzioni; ce n’era anche una relativa alle palpebre. Selezionò “palpebre giù” e gli occhi si chiusero immediatamente. Michela sorrise tra sé per la soddisfazione di aver trovato l’opzione che cercava.

Il synth le era costato caro – più di sei mesi di stipendio – ma cominciava a credere che valesse quei soldi. La prima sessione era andata benissimo: aveva provato i brividi del proibito, dell’estremo, senza in realtà correre nessun rischio. Ora si sentiva tonificata, di buon umore, e – questo la stupiva un po’ – senza neanche l’ombra di quel lieve ma fastidioso senso di colpa che le aveva sempre aleggiato intorno dopo il sesso. Se proprio doveva cercare il pelo nell’uovo, forse avrebbe gradito un trattamento appena un po’ più rude; ma, d’altra parte, per la prima volta era stato saggio da parte sua programmarlo con una certa cautela.

Quando, al corso, aveva avanzato qualche dubbio sulla sicurezza, l’istruttore si era messo a ridere: «Non siamo gli ultimi arrivati. Genomat è una multinazionale con cinquantamila dipendenti e oltre dieci milioni di synth installati, nelle case, nelle fabbriche, nelle aziende agricole, sui fronti di guerra. Non è stato mai segnalato neanche un solo caso in cui uno dei nostri synth danneggiasse, intenzionalmente o incidentalmente, i suoi padroni. No, signora mia, mi creda: lei è senz’alcun dubbio più sicura affidandosi ai nostri synth che a qualsiasi essere umano. Un umano può tradire, può impazzire, mentre il vincolo di lealtà di un synth non può essere spezzato da nulla al mondo».

Ed erano bei vantaggi, pensò Michela, anche non dover cucinare tenendo conto dei suoi gusti, non dover sopportare paragoni con una suocera che sicuramente avrebbe fatto meglio qualsiasi cosa, non dover prendere nessuna precauzione né per gravidanze indesiderate né per malattie a trasmissione sessuale, e perché no, sembrano cose di poco conto ma non lo sono, non doversi contendere l’uso del bagno al mattino e non dover pulire la seduta della tazza dalle gocce di pipì.

Più avanti, quando le sue finanze glie l’avessero consentito, avrebbe acquistato il plug-in “lavori pesanti”. Era da tanto che aveva intenzione di cambiare la disposizione dei mobili e le sarebbe piaciuto fare diverse prove, con calma, fino a trovare la soluzione migliore, senza doversi preoccupare delle lamentele di chi l’avrebbe aiutata.

Per la prossima sessione – già la sera stessa, quasi quasi, se fosse riuscita a districarsi con l’interfaccia – stava pensando a qualcosa di romantico, tipo una cena a lume di candela. Trovò nell’interfaccia un frame “Cena romantica” e si mise ad esaminarne le opzioni. Ecco, dei fiori ad esempio si poteva fare a meno. Non le erano mai piaciuti i fiori recisi, e poi era una spesa superflua e lei doveva mettersi nell’ordine di idee di risparmiare.

C’era un’intera pagina sugli argomenti di conversazione, la scelta era molto ampia. Uhm, di sicuro non “scienza”, ovviamente. Neanche “sport”, uffa. E nemmeno “letteratura”, che noia. Beh, avrebbe scelto dopo; per ora si sarebbe accontentata di portare il cursore “frasi tenere” a metà corsa.

Aprì una preoccupante icona di alert, rossa con il punto esclamativo nero:

Il Vostro synth può ingerire cibo e bevande, anche alcoliche, ma non sarà in grado di digerirli perché questo modello non è dotato di un apparato digerente completo. A seguito di un pasto è quindi indispensabile, prima di uno standby prolungato, provocare emesi scegliendo l’apposita opzione. Non farlo può causare al synth danni anche gravi e permanenti, non coperti da garanzia.

Con un doppio battito delle palpebre cliccò sulla parola emesi per cercarne il significato… Che schifo. Beh, meglio così, tutto sommato. L’avrebbe fatto solo spiluzzicare un po’, risparmiando sul conto del ristorante.

Suonò il telefono: era Ettore; le propose di uscire. Michela rifiutò, dicendo che non si sentiva bene, e riprese a sfogliare l’interfaccia. Intanto stava pensando che doveva scegliere, per la cena, un locale fuori mano, dove non corresse il rischio di incontrare Ettore. Ma neanche Silvana, la sua migliore amica: quell’approfittatrice non perdeva occasione per chiederle in prestito di tutto – a proposito: c’erano due o tre paia di scarpe che non erano più tornate indietro, doveva proprio ricordare di chiedergliele. Di sicuro Silvana avrebbe messo gli occhi anche sul suo nuovo gadget. Certo, non poteva nasconderglielo per sempre; ma non aveva nessuna voglia di condividerlo subito, adesso che sapeva ancora di nuovo.

Opra è da Saggio il cimentar la Sorte

Io so che il Cacciatore e i fieri Cani

Con trame ascose m’apparecchian Morte;

Ma pria che uccida disperata Fame,

Opra è da Saggio il cimentar la Sorte.

Frequento la villa di zia Lina fin da bambino ma quell’acquaforte con didascalia in versi appesa in sala da pranzo l’ho notata solo qualche giorno fa.

Dev’essere del settecento. Non è un capolavoro: l’autore non padroneggiava la prospettiva. Un lupo, con la testa sproporzionatamente grossa, cimenta la sorte tentando di prelevare una minuscola pecora dal gregge dormiente. La pecora continua a dormire serena anche mentre le fauci del lupo si stanno chiudendo su di lei. Poco lontano ci sono i fieri cani e il cacciatore, che forse di logica dovrebbe essere un pastore ma si sa che il verso è tiranno. Stanno anche loro dormendo della grossa e non si accorgono di nulla. Persino il cavallo del cacciatore – un pony si direbbe, sempre per via della prospettiva deboluccia – resta tranquillo legato a un albero: non ha sentito nulla, non si agita, non scalcia.

Rustica e improbabile ma originale e simpatica, quell’acquaforte, soprattutto perché si mette dalla parte del lupo invece di vederlo tradizionalmente come il nemico. E la morale espressa nei versi è condivisibile: quando si è a un passo dal baratro bisogna tentare il tutto per tutto. Mal che vada non si perde nulla, perché non c’è nulla da perdere.

Sono io il lupo, o almeno lo credevo, ma temo di avere intorno qualcuno più lupo di me. Come lo strozzino che mi ha prestato i soldi per saldare i debiti di gioco e che poi, al primo ritardo, attraverso i due che ha mandato a rompermi le gambe mi ha fatto anche arrivare una minaccia di morte.

Ho già venduto tutto quel che potevo vendere. Venderei anche il mio vecchio culo se trovassi qualcuno disposto a comprarlo. Nel mio caso non sarà la disperata fame a uccidermi, ma non cambia nulla: devo anch’io cercare la mia pecora, e in fretta, prima che sia troppo tardi.

Zia Lina è tanto cara e mi vuole bene, poverina; sono il suo unico nipote. Quando le ho chiesto di venire qui da lei a trascorrere qualche giorno di convalescenza, in carrozzina – una caduta dalle scale, le ho detto – mi è sembrata sinceramente contenta di potermi rivedere, nonostante si tratti indubbiamente di un disturbo per lei. Sono venuto qui da lei per mettere più spazio possibile tra me e gli scherani dello strozzino – prima o poi mi troverebbero anche qui, comunque – ma soprattutto con l’intenzione di farmi dare dei soldi. È ricca come il mare, ma non c’è stato verso.

La zia, con mia sorpresa, è al corrente della mia passione per il gioco e mi ha risposto «Frullino mio – mi chiamava così da bambino – se te li do adesso li lasci subito sul tavolo verde e domani sei di nuovo qui a chiedermene altri. Abbi pazienza ancora un po’: ho passato gli ottanta, lo sai, e non credo che dovrai aspettare molto. Poi li avrai tutti, e io non sarò più qui a vedere la brutta fine che faranno».

Non le ho detto come stanno le cose, non le ho spiegato la situazione drammatica e urgente in cui mi trovo. Avevo paura che mi giudicasse troppo male e cambiasse idea, decidendo magari di lasciare tutto a qualche istituzione benefica. Mi sembra di aver capito che il parroco le ronza intorno.

Ottantun anni sì ma ancora molto in forma, protesa verso i novanta e poi magari anche verso i cento, altroché “non dovrai aspettare molto”. Magra, dritta, lucidissima, lamenta solo un po’ di mal di schiena. Non solo autosufficiente ma attivissima: è lei che mi prepara i pasti e rigoverna adesso che sono suo ospite e, dalla carrozzina, non posso aiutarla.

Un paio di volte alla settimana viene una donna, Marianna mi pare che si chiami, da una cascina qui vicino, ufficialmente per darle una mano nelle faccende domestiche. Credo, però, che la faccia venire più che altro per avere un po’ di compagnia, fare quattro chiacchiere, farsi raccontare le ultime novità piccanti del paese, perché sarebbe perfettamente in grado di fare tutto da sola; tant’è che ha sempre rifiutato le sue insistenti proposte di coinvolgere anche il marito, che potrebbe occuparsi del giardino e del roseto ma dal quale non riuscirebbe a strappare nessun pettegolezzo.

Zia Lina ha una vera passione per le sue rose; è l’unica cosa per cui spende qualche soldo, mentre per tutto il resto la sua vita è estremamente frugale. Le fa piacere occuparsene personalmente; almeno un paio d’ore al giorno sta lì a potare, a regolare, a tagliare, a concimare. Fa arrivare il concime da un grosso vivaio della zona, addirittura un concime specifico per ciascun tipo di rosa. Non usa mai i guanti, e spesso si punge.

Lunedì scorso le ho detto che volevo muovermi un po’ e sono andato in carrozzina fino dagli Zorbi; la carrareccia è in piano e non è neanche troppo sconnessa. Sono entrato nella corte e ho chiamato ad alta voce Lucio, come facevo spesso da bambino. Mi ha fatto piacere rivederlo dopo, direi, quasi trent’anni, ormai, e anche lui mi è sembrato contento di vedere me.

Da bambino l’avevo invidiato moltissimo quando suo padre gli aveva portato uno scoiattolino caduto da un nido nel bosco. Lucio lo teneva in una gabbietta e lo accudiva con ogni cura, nutrendolo con il latte da un contagocce. Non se ne separava quasi mai ma una volta, mentre stavo andando da lui a giocare, fu chiamato dal padre e lo lasciò incustodito. Aprii la gabbia, lo presi e lo strinsi un po’ nel pugno, poi tornai a casa senza farmi vedere. Quanto pianse Lucio, il giorno dopo, raccontandomi di aver trovato morta la sua bestiola! Non credo che abbia mai sospettato di me.

L’ho pregato di accompagnarmi fuori, di farmi fare un giro spingendo la carrozzina attorno alla cascina, per rivedere il posto. Ricordavo bene: la concimaia era sul lato sud, ed era piena e traboccante. Guardandola con aria sconsolata Lucio mi ha raccontato che c’era stata da poco una tragedia: un loro stalliere, il mese precedente, era morto di tetano dopo essersi ferito a un piede con il forcone mentre ammucchiava il letame. Una feritina da niente, poco più di un graffio, ma era bastata. Io ho fatto finta di stupirmi ma lo sapevo già, i pettegolezzi di Marianna li ascolto anch’io qualche volta.

Come se mi fosse venuta un’idea improvvisa gli ho chiesto se aveva un album di fotografie per rievocare i vecchi tempi. Avrebbe voluto portarmi dentro per farmelo vedere, così mi avrebbe anche offerto un bicchiere di vino, ma gli ho detto di lasciarmi lì mentre lo andava a prendere, perché quell’odore mi era sempre piaciuto (non era vero, ovviamente) e respirarlo mi riportava all’epoca della nostra infanzia (questo sì).

Ci avrà messo non più di tre o quattro minuti a tornare con l’album – temeva che il sole mi desse fastidio – ma ho fatto in tempo a raccogliere un po’ di letame e a metterlo in una scatolina che mi ero portato. Intorno non c’era nessuno che potesse vedermi, sono stato attento.

Quella sera, alla tivù, il meteo non prevedeva pioggia per i giorni successivi; questo era importante. Dopo cena c’era ancora luce; mentre zia Lina dormiva – va a letto con le galline – ho riempito d’acqua uno di quegli annaffiatoi con lo spray che usa per rinfrescare le rose, ci ho sciolto dentro il letame e ho spruzzato il roseto. Non i fiori, si capisce, ma i gambi con le loro spine.

Poi sono andato in bagno e ho lavato per bene l’annaffiatoio, riempiendolo e svuotandolo due o tre volte. Non è una cosa strana che un attrezzo da giardino sia sporco di letame ma non si sa mai, meglio essere prudenti.

È passato qualche giorno ma zia Lina sta sempre benissimo. In compenso io, questa mattina, per qualche minuto ho sentito i muscoli del collo rigidi e tesi da far male, mi era difficile aprire la bocca, e dopo mi è rimasto un forte mal di testa. Adesso sto sudando, mi sembra di avere anche la febbre. Faccio fatica a scrivere.

Forse, dopo aver lavato l’annaffiatoio, ho fatto male a non pulire il lavandino, magari anche con l’alcol. In quel lavandino al mattino mi ci faccio la barba, e io uso il rasoio a lametta.

Un eroe dei tempi di internet

«Non c’è assolutamente nulla di cui preoccuparsi, signora. La gelosia del primogenito per i nuovi nati è assolutamente normale. Ci sarebbe piuttosto da stupirsi se non si presentasse». Il neuropsichiatra infantile aveva un atteggiamento rassicurante e le sue parole fecero su Maria l’effetto che un sorso di acqua fresca può fare su un assetato, però non riuscirono a farla sorridere. C’era qualcosa, qualcosa che non era ancora riuscita a sputare fuori e che lavorava dentro di lei, che le stringeva ancora lo stomaco.

«Le assicuro che tutto quello che mi ha raccontato finora rientra nella piena normalità. Non è convinta?»

Finalmente Maria trovò il coraggio per liberarsi dal peso che la opprimeva. «C’è un episodio che continua a preoccuparmi. La settimana scorsa ho lasciato per un attimo Edoardo da solo con la sorellina. Avevo qualcosa sul fuoco; il tempo di spegnere, forse un minuto. Quando sono tornata, Edoardo aveva preso Milli e la stava portando verso la finestra aperta. Sono corsa immediatamente e glie l’ho strappata di mano».

Maria notò la pausa prima della risposta. Le sembrò molto lunga, come se il medico stesse pensando per bene a quel che doveva dire.

«Gli ha chiesto perché lo stava facendo?»

«Sì, certo. Mi ha detto che voleva farle vedere gli alberi, fuori. Gli ho spiegato che era molto pericoloso e gli ho detto di non farlo più».

«Molto probabilmente voleva proprio farle vedere qualcosa fuori. Non darei troppa importanza a questo episodio. Certo bisogna sorvegliare sempre, perché anche se non ci sono cattive intenzioni un incidente può sempre verificarsi. E poi una bimba di sei mesi non andrebbe lasciata sola neanche per il tempo di spegnere un fornello».

Maria non disse nulla. Trovava la risposta tutt’altro che rassicurante; la faceva anche sentire in colpa.

«Senta, signora Ranti, le do un consiglio. Si comporti con naturalezza con i suoi figli, ma in presenza di Edoardo eviti eccessi nelle manifestazioni di affetto per la piccolina. Eviti troppi sbaciucchiamenti, vezzeggiativi, voci carezzevoli. Edoardo non deve avere l’impressione di avere di meno, di essere tagliato fuori. Manifesti il suo amore anche a lui. Lo faccia partecipare».

Quella notte Milli si svegliò piangendo verso le due. Sarebbe stato il turno di Stefano, e normalmente Maria gli avrebbe assestato un calcione sotto le lenzuola per scuoterlo dal suo sonno pesante. Preferì invece alzarsi lei, e in gran fretta. Non voleva che Edoardo si svegliasse.

La bimba aveva perso il ciucciotto ma aveva ancora gli occhi chiusi. Maria glielo ridiede, e questo fu sufficiente a calmarla. Si fermò un attimo a guardarla, pensando che tutte queste fatiche avevano un senso. Sorridendo amorevolmente le carezzò la testa con delicatezza, ricomponendole un ciuffo di capelli ribelle.

Al momento di uscire dalla stanza vide Edoardo in piedi sulla porta. Stava piangendo.

* * *

«Ma signora professoressa, perché ha dato lo stesso voto anche a Pippo?»

«Edoardo, ti prego, non vivere i compiti in classe come una gara. Questa volta Pippo ha lavorato bene e ha meritato un buon voto anche lui, come te. Non devi esserne geloso».

Edoardo si alzò, si precipitò al banco di Pippo, incurante delle urla dell’insegnante gli strappò di mano il compito e lo portò alla cattedra, indicando col dito un punto del foglio.

«Qui c’è un errore in più… non se n’è accorta? Io lo so, perché glie l’ho dettato io

«Comecomecome? Ah, allora le cose stanno così? Dammi il compito di Pippo e portami anche il tuo. Il voto resta sempre uguale per lui e per te, ma adesso è due… non più otto

Tornando al posto Edoardo passò di fianco a Pippo, che gli sibilò «Ci vediamo fuori».

* * *

«Signor Ranti, lei mi sta ossessionando. Abbiamo i nostri tempi, glie l’ho detto. E comunque sì, ho letto il suo romanzo. Una buona metà. Non ci interessa».

«Com’è possibile? Non lo trova scritto bene?»

«È scritto in Italiano corretto. Ma i contenuti…»

«Che cos’hanno i contenuti che non va?»

«Niente. Non possono avere niente che non va, perché non esistono. La prego di non richiamarmi».

* * *

Edoardo Ranti aprì un blog in cui analizzava criticamente le opere dei narratori italiani del passato. Puntò l’indice, tanto per cominciare, contro la prolissità del Manzoni, i sardismi della Deledda, le incongruenze storiche di Tomasi di Lampedusa, i neologismi di Gadda, il gergalismo di Pasolini. Presto guadagnò molti visitatori fissi che aspettavano ansiosamente il post successivo e commentavano entusiasticamente, anche se talvolta mostrando di non conoscere gli autori criticati.

Poteva considerarsi un successo, ma non gli bastava. Un autore defunto non può replicare, non dà soddisfazione. Fu così che cominciò a rivolgere le sue critiche anche ad autori viventi.

Puntò l’indice contro la strana lingua di Camilleri, gli errori di traduzione dall’ebraico di Erri De Luca, la prosaicità di Cucchi, l’oscura sintassi di Piperno, la pesantezza di Scurati, la consecutio temporum di Faletti, l’incompetenza di Moccia nelle vicende dell’adolescenza, i decaloghi di Mozzi. Si era preparato a rispondere a fitte bordate di contrattacchi duellando in punta di fioretto o menando colpi di bastone. Si teneva in esercizio costruendo nella propria mente dei possibili interventi degli autori attaccati e preparando le risposte che avrebbe dato. E poi le contro-risposte e le contro-contro-risposte.

Non accadde mai nulla. Nessuno degli autori aggrediti si fece mai vivo sul suo blog. Né altrove, se è per questo. Strano. Eppure questi personaggi di solito sono abbonati a servizi di rassegna stampa che li avvertono quando si parla di loro, anche in rete.

I suoi fedeli seguaci, comunque, crescevano di numero e continuavano a osannarlo, a riverirlo come un eroe. “Hanno paura di te”, suggerì uno.

Ancora una volta, Edoardo si sarebbe potuto ritenere soddisfatto ma continuava a mancargli lo scontro, la polvere dell’arena, il sangue che scorre. Fu così che cominciò a prendersela con altri autori di blog, sconosciuti che non avevano mai pubblicato nulla se non in rete.

Ogni mattino, appena alzato, controllava i nuovi interventi. Trovava sempre un gran numero di commenti adoranti, ma non gli davano nessun piacere.

Poi, finalmente, accadde. Uno dei blogger svillaneggiati era intervenuto con un commento indignato.

Cominciò subito a stendere mentalmente una risposta feroce, studiata in modo che l’antagonista non potesse sottrarsi, si sentisse obbligato a proseguire il dialogo.

Sotto la doccia si masturbò con grande soddisfazione.

La Dama Rossa

«Ecco la Dama Rossa» disse la contessina Antonia Eugenia di San Sistro indicando con un elegante gesto della mano destra un grosso dipinto che dominava il salone. «La contessa Vittoria Felicita Lari di San Sistro, trisnonna di mia nonna. Fu uccisa per gelosia dal marito, il conte Adinolfo Emilio, a ventiquattro anni, nel 1792. Uno spirito inquieto. Da allora la sua presenza ha sempre segnato momenti drammatici della nostra casata».

Dal ritratto, di ottima mano, Vittoria Felicita risultava una bella donna con i capelli ramati raccolti in una grossa treccia decorata da fiori, che le cingeva la testa a mo’ di aureola. Per contro, gli occhi vivaci e il sorriso malizioso lasciavano sospettare che Adinolfo Emilio avesse indubbiamente esagerato, ma non senza motivo. L’abito di raso verde era sontuoso, con un’ampia scollatura quadrata, contornata di pizzo, sul petto generoso. Il corpino conico, decorato a fili d’oro, si innestava su un enorme guardinfante. La contessa era seduta e portava in grembo un cagnolino, rivolto verso di lei in adorazione. Uno sguardo che probabilmente era abituata a ricevere non solo dagli animali domestici.

«È da lei che ho ereditato i capelli rossi», aggiunse Antonia Eugenia.

“E non solo quelli, temo”, pensò l’ingegner Simone Varenna, fidanzato della contessina.

Gastone Episcopo, specialista di parapsicologia, direttore responsabile della rivista semestrale “Il faro del paranormale” con tiratura di trecento copie, non aveva mosso mari e monti per farsi invitare al castello a parlare di genetica; cercò subito di riportare il discorso al tema prediletto.

«Come si manifesta questo spirito?»

«È sempre apparsa di spalle, con un lungo strascico bianco sormontato dalla massa dei suoi capelli rossi… rossi come le fiamme dell’inferno. Le sue apparizioni sono caratterizzate dallo spostamento di oggetti anche pesanti».

«Telecinesi! Interessantissimo!»

«Le apparizioni sono sempre state seguite, tranne in un caso, da tragedie famigliari. Nel 1902, al suo passaggio nel corridoio ovest, cadde dalla parete un grosso ritratto di mio bisnonno Attilio Eugenio: un presagio funesto. Il giorno dopo il bisnonno fu colto da una febbre che i medici non seppero diagnosticare; tre giorni dopo morì».

«E quel caso in cui la tragedia non ci fu?»

«Non una tragedia famigliare, intendevo. Fu nel 1937, quando a morire fu un ospite di mio nonno Eugenio Amilcare».

Il maggiordomo, che stava attendendo paziente, a distanza di rispetto, la conclusione del dialogo, annunciò che la cena sarebbe stata pronta alle 20, come richiesto. Gli ospiti furono accompagnati alle loro stanze per rinfrescarsi dopo il viaggio. Antonia Eugenia volle occuparsi personalmente di Episcopo, facendogli strada fino al fondo del corridoio ovest.

Al ritorno trovò Simone che l’aspettava alla base del dongione, con un sorriso ironico.

«Non stai un po’ esagerando? Tragedie… rosso come l’inferno…»

«Mio caro, tu conosci così poco della nostra famiglia».

Il sorriso di Simone si accentuò in una risatina. «È vero. Ma non fosti proprio tu a dirmi che tuo bisnonno morì di sifilide, e non in tre giorni ma dopo un lungo e penoso declino?»

La contessina fu colta da un accesso d’ira cui qualche anno prima avrebbe dato libero, tremendo sfogo; allora, invece, lo seppe contenere benissimo.

«Come sei prosaico, senza fantasia… sei proprio un ingegnere» si limitò a rispondere, sorridendo. La frase “Non so come ho fatto a scegliere uno come te” le rimase sulla punta della lingua, bloccata dalla consapevolezza di quanto Simone, rampollo di una ricca famiglia di costruttori, aveva speso per restaurare il castello, e soprattutto di quanto gli restava ancora da spendere. Portò la mano destra al viso del fidanzato per una lunga carezza amorevole, e la concluse prendendo tra pollice e medio un lembo della guancia in un pizzico prima affettuoso, poi sempre più forte, finché Simone dovette allontanarle la mano.

«E comunque do a quell’imbecille quanto si aspetta. Non ho potuto fare a meno di invitarlo per non contrariare Isabella che, spudoratamente, me l’ha chiesto; e sai che Isabella devo tenermela buona, con le amicizie che ha in soprintendenza. Il signore vuole gli spettri del vecchio castello? Ebbene, gli spettri forse ormai sono volati via, ma creiamogli almeno un po’ di atmosfera. Stai buono e lasciami fare, vedrai che ci divertiremo».

* * *

«Vieni qui fratellino, devi fare qualcosa per me».

Il tredicenne contino Ettore Alfonso si avvicinò alla sorella, attratto dal cinquantone che le sporgeva dalla mano. Tentò di afferrarlo, ma lei nascose la mano dietro alla schiena.

«Spara, sorellona».

«Hai presente il negozio di articoli da pesca che c’è in paese, lungo il fiume?»

«Quello gestito da Roberto, il palestrato che è venuto a trovarti l’altra notte?»

Antonia Eugenia cercò di assestargli un manrovescio, ma Ettore Alfonso aveva i riflessi pronti e si smarcò ridendo.

Il cinquantone ricomparve. «Insomma, questo non t’interessa?»

«Ma certo che mi interessa, sorellona».

«Allora tieni il becco chiuso e vai a prendermi un rotolino di lenza di nylon trasparente. E sbrigati, mi serve prima di cena».

Ettore Alfonso pinzò il biglietto e subito sparì in silenzio.

* * *

A tavola Episcopo, seduto a destra della contessina, la tormentava incessantemente con domande sulla Dama Rossa, domande che peraltro trovarono tutte adeguata risposta, con dettagli talora raccapriccianti. Simone, abbastanza vicino da sentire la conversazione, disapprovava silenziosamente, scuotendo la testa ogni tanto.

Poco prima che venisse servito il dolce Antonia Eugenia levò gli occhi al cielo e si agitò una mano davanti al viso, come per farsi vento.

«Un lieve malore… mi dispiace, devo assentarmi un momento».

«Ti accompagno, cara?»

Antonia Eugenia assunse uno sguardo severo che contrastava con il tono mellifluo della voce. «Ma no, Simone, non è niente di grave; resta con gli ospiti, posso fare da sola, torno presto».

* * *

Verso le tre del mattino Episcopo fu svegliato da una serie di scricchiolii, prima radi e appena percettibili, poi sempre più forti e frequenti. Mise una mano fuori dalle coperte e riuscì con difficoltà a trovare l’interruttore a pera che pendeva dal paralume sul comodino. Nella fioca luce vide una poltroncina Luigi Filippo, come animata, dirigersi a tutta velocità verso la porta, arrestandosi pochi centimetri prima dell’urto.

Fu colto dal timor panico, che non aveva mai provato prima: la paura dell’ignoto che sai esistere ma che non avevi ancora incontrato e che adesso, invece, ti sta di fronte in tutta la sua spaventosa potenza, e probabilmente con intenzioni ostili. Sentì i capelli e tutti i peli del corpo rizzarglisi sulla pelle. Restò completamente paralizzato per alcuni lunghissimi secondi durante i quali i pensieri, al contrario, si susseguivano velocissimi nella sua testa. Si rese conto che l’unica via d’uscita dalla stanza era la porta presidiata dalla terribile poltroncina, che sembrava volerla bloccare. Scattò in piedi sul letto, saltò giù, si diresse di corsa verso la porta, la spalancò mandandola a sbattere con violenza contro quell’oggetto minaccioso, uscì ansimando. Il cuore sembrava volergli uscire dal petto.

Sotto la pallida luce della luna che entrava dalle grandi vetrate si stava allontanando rapidissima lungo il corridoio una sagoma bianca sormontata da una massa di capelli rossi… rossi come le fiamme dell’inferno.

Fu l’ultima cosa che vide. Poi una fitta lancinante al torace lo precipitò nel buio.

Istantanea di un momento felice

Sigaretta in bocca, le braccia nude conserte sulla fredda ringhiera, Davide seguiva il lento corso del sole appena nato alla sua sinistra aspettando che illuminasse l’isola, che strappasse al campanile di San Giorgio Maggiore la sua ombra, e pensava alle tante altre volte in cui gli era capitato di assistere all’alba. Come quando Gabriella finalmente si addormentava dopo una notte di ingiurie e recriminazioni e lui, stanca preda di un’eccitazione che sapeva di morte, dal balcone della casa popolare di via delle Pervinche guardava, senza vedere, il sole che ancora una volta prendeva possesso delle buche sulla strada, dei cumuli di immondizia, degli alberi stenti.

Non si era trovato a suo agio in quelle piccole stanze dai muri umidi, sul tavolo della cucina dal ripiano di plastica che anche dopo la pulizia restava sempre un po’ appiccicoso, dove dopo cena cercava ancora di strappare al sonno un paio d’ore di lavoro, spronato dalla nera cappa della propria angoscia e dal rimprovero che credeva di sentire, attraverso la sottile parete, nel ritmico respiro del sonno della moglie, sempre più estranea, sempre più nemica.

Non si trovava a suo agio neanche adesso, tra i velluti, i marmi, i vetri di Murano e le braccia di Valeria, amorevoli e profumate di futuro. Continuava a restare fuori qualcosa; c’era sempre la sensazione, simile al rimorso, di aver sbagliato tutto, di stare sbagliando anche in quel preciso momento, di dover essere invece altrove, a fare altro, completamente altro.

Tirò fuori dal portafogli una foto così consunta che solo il ricordo e la fantasia gli consentivano di decifrare i personaggi ritratti, di riconoscerne i sorrisi; una foto di famiglia di cinque anni prima. Ecco, quello era stato un momento felice. Neanche tanto tempo era passato, cinque anni sono un soffio, un nulla nella scala dell’universo e tutto sommato non un granché neanche nella scala dell’uomo, eppure da allora il suo mondo era cambiato in maniera così radicale che lui stesso a volte stentava a crederci: si era rovesciato, una volta, e poi di nuovo.

Delle persone ritratte nella foto solo lui era ancora vivo. Pochi giorni dopo lo scatto, suo padre era stato arrestato con l’accusa di concussione, particolarmente odiosa per lui che, in una pletora di corrotti, aveva fatto dell’onestà una bandiera. Dopo un paio d’anni l’accusa era risultata falsa, funzionale alla vendetta di un collega, ma nel frattempo il padre si era ucciso in cella e la madre era morta di infarto, certo per il dolore e la vergogna della situazione.

Davide era un informatico ed aveva pubblicato un algoritmo per la compressione dei filmati molto più efficiente di quelli esistenti. Poco dopo, però, un colosso americano dell’informatica gli aveva intentato causa per violazione di brevetto.

Il nome di uno dei tecnici della controparte, che compariva nella denuncia, non gli suonava nuovo. Gli archivi della posta elettronica gli confermarono che aveva avuto con costui una fitta discussione sull’algoritmo ben prima del brevetto. Questo avrebbe dovuto vanificare la causa, ma gli agguerriti avvocati della controparte riuscirono a far passare la tesi secondo cui i messaggi di posta elettronica non possono considerarsi probanti.

Davide fu condannato e ridotto sul lastrico. Sua moglie, che credeva di aver sposato un genio destinato a chissà quali ulteriori successi, si ritrovò invece un poveraccio distrutto dalle sventure giudiziarie e il cui nome, per di più, risultava macchiato anche dalle vicende paterne. Non ci mise molto a lasciarlo.

Tutto questo, nella foto, non c’era, era di là da venire. La foto era un culmine, un massimo che sarebbe stato subito seguito da un precipizio, ma loro non lo sapevano ed erano immobilizzati, congelati nei loro sorrisi.

Quando aveva toccato il fondo, Davide conobbe Valeria. Si era chiesto molte volte come potesse essersi innamorata di lui. Istinto di protezione? Pietà? Comunque Valeria era stata lì accanto a lui nei momenti più oscuri, gli aveva impedito di impazzire.

Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, qualcosa si stava muovendo. Uno studio di giovani avvocati in cerca di fama si era reso conto che la condanna di Davide poggiava su basi molto deboli. Si offersero di patrocinarlo gratuitamente in un ricorso alla Corte d’Appello Federale, sicuri del successo e della notorietà che ne avrebbero tratto.

Vinsero. La sentenza originaria fu ribaltata. Davide si trovò, da un giorno all’altro, riabilitato agli occhi del mondo. Ebbe anche un indennizzo, una cifra così alta che, nella sua vita, non gli era mai capitato neanche di immaginarla.

Questo era, dopo il precipizio, un nuovo culmine, un nuovo massimo. Ora aveva l’amore, la fama, il denaro. Sarebbe stato il caso di scattare una nuova foto, pensò, e gli venne da ridere. Forse ogni culmine è seguito da un precipizio, forse è una legge di natura, inevitabile. Scattiamo fotografie quando siamo felici per congelare l’istante, per poterle poi tenere nel portafogli come cibo per la nostalgia e riguardarle fino alla consunzione.

Tolse dalla valigia la pistola che si era procurato nel momento peggiore delle sue disavventure, poco prima di conoscere Valeria. Era nera, come una macchina fotografica. I suoi pensieri vagavano. Si ritrovò a chiedersi perché, in Inglese, lo stesso verbo – shoot – si usi sia per lo sparo che per lo scatto di una fotografia. Forse perché ambedue le cose servono a congelare un istante.

Dove meno te l’aspetti

Le tombe affiancate dei fidanzatini con la stessa fotografia sui due rettangoli di ceramica, lui che abbraccia teneramente lei davanti a una torta di compleanno con le candeline, gli sguardi rivolti alla macchina fotografica; a lato lo stesso ingenuo epitaffio in corsivo, solo i nomi scambiati:

Dio oggi vi ha voluti con Sé

Giudi e Rico (Rico e Giudi sull’altra)

In Cielo vi ha uniti in Matrimonio

Per rendere partecipi gli Angeli

Del vostro Amore,

le tombe affiancate dei fidanzatini lo commuovevano ogni volta che ci passava davanti, gli facevano ronzare in testa per ore il verso Well, Juliet, I will lie with thee to-night, gli facevano venire agli occhi lacrime che cercava di respingere, di nascondere perché lo riempivano di imbarazzo, e non poteva fare a meno di fantasticare, di costruire una storia. Un incidente d’auto, forse proprio all’uscita da quella festa dove avevano spento diciotto candeline, una patente fresca messa alla prova, un po’ d’alcol nelle vene e le loro vite si erano spente come due candeline in più. O forse erano in aereo, ne cadono tanti, si legge spesso sul giornale. In aereo, come i suoi genitori.

* * *

Marco era abituato alla solitudine. Dopo l’incidente che l’aveva reso orfano a sette anni lo zio paterno non aveva potuto fare a meno di prenderselo in casa e di mantenerlo agli studi ma non era stato per lui né un padre né un amico. La tristezza irrimediabile che ci si porta nel cuore sovente indurisce all’esterno, rende cattivi, ma non nel suo caso. Era stato un bambino timido e sensibile che non sapeva giocare a pallone e non aveva amici; era diventato presto un giovane uomo timido e sensibile che non guardava la partita e non aveva amici. Non era mai stato un ragazzo, non si era mai tuffato nell’oceano che c’è al di là degli occhi di una donna né aveva mai provato lo struggimento di averli persi.

Così come molti la annegano nell’alcol, lui annegava la propria solitudine nell’arte, cui dedicava il tempo libero e i pochi guadagni saltando da un volo low-cost ad un ostello per la gioventù ad una squallida pensioncina, purché fossero vicini a musei, mostre, esposizioni. Un giorno, di ritorno dalla Tate Modern, nel suo pessimo albergo fu incuriosito da una locandina che pubblicizzava visite guidate al cimitero monumentale di Highgate.

Fu una rivelazione, non tanto per l’arte funeraria e le tombe di personaggi famosi quanto perché scoprì che l’ambiente del cimitero, la vicinanza dei morti, gli comunicavano una sensazione di calma e di profonda, impersonale serenità che non avrebbe mai immaginato e non sapeva capire. Forse il trovarsi di fronte all’eternità? Onorare indirettamente i genitori, i cui corpi erano dispersi e il cui ricordo era ormai quasi svanito? O forse riscattare la pochezza della sua vita, che era quasi umbra super terram né più e né meno di quella di chiunque altro, compresi santi, sapienti, ricchi, potenti, famosi? Chissà. Aveva rinunciato a spiegarselo, ma non a frequentare i cimiteri. Aveva preso un pastis da La Renaissance al Père-Lachaise, aveva accarezzato i versi sfuggenti di Valéry a Sète, aveva fantasticato del Golem, verità e morte, davanti alla tomba di Rabbi Loew a Praga.

In patria, dopo aver visitato tutti i cimiteri monumentali italiani, continuava a provare, quasi una forma di dipendenza, il bisogno di quella meravigliosa sensazione, quel nirvana, sciogliersi nel flusso universale e continuo delle cose, tranquillo, imperturbabile, eterno. Cominciò a frequentare regolarmente i cimiteri della sua città, nei fine settimana, senza fretta, soffermandosi a lungo ogni volta su poche lapidi in modo da lasciare sempre qualcosa per le visite successive, come quando ci si raziona un cibo prelibato o le pagine di un libro prediletto.

Gli era capitato qualche volta di scorgere in lontananza nei viali interni una figura femminile vestita di scuro, alta, slanciata, lunghi capelli neri, senza mai riuscire a coglierne il volto. Non poteva essere sicuro che fosse sempre la stessa persona ma a volte ne era convinto: c’era qualcosa di riconoscibile nei suoi movimenti, un incedere maestoso e lieve, un camminare sulle nuvole che gli sembrava unico. Altre volte, quando non la incontrava, gli veniva da pensare che fosse solo un’illusione, una creazione della sua fantasia di uomo che non voleva ammettere di sentirsi solo. Ma poi eccola di nuovo e la sua realtà, carne ed ossa, gli si imponeva con evidenza.

Capitò anche, una volta, che cercasse di seguirla. Avrebbe voluto avvicinarla, rivolgerle la parola, vedere finalmente il suo volto ma era troppo timido, si manteneva a distanza pensando a quel che avrebbe potuto dirle per non sembrare inopportuno. Prometteva a se stesso che appena avesse trovato le parole giuste avrebbe accelerato il passo, l’avrebbe affiancata, ma le parole giuste non si lasciavano trovare. La figura prese un viale laterale e lui la perse di vista; quando arrivò anche lui ad imboccare il viale non vide nessuno, solo un turbinìo di foglie secche che presto si adagiarono a terra con eleganza, e un vago sentore di tuberosa.

Quella notte un episodio infantile dimenticato tornò come incubo. Un luna park, un castello dei fantasmi, un trenino si tuffa nel buio, la paura gli fa stringere forte il braccio della mamma ma gli occhi restano spalancati, dita spettrali gli sfiorano il viso, sussurri, lamenti, risate perfide, improvvisamente una figura femminile in lontananza emerge dal buio, i lunghi capelli neri le scendono sulla schiena, il trenino ineluttabilmente si avvicina, di scatto la figura si gira ed è uno scheletro ghignante. Ciononostante la volta successiva, quando la vide di nuovo nei viali del cimitero, la figura misteriosa non aveva preso nulla di quel terrore notturno e niente aveva intaccato la serenità che lui continuava a provare.

* * *

Oltrepassate le tombe gemelle dei fidanzatini, qualcosa attirò la sua attenzione. Nel giardinetto attorno a un mausoleo familiare un gattino molto piccolo, magro, apriva la bocca emettendo un miagolio appena percettibile. Si fermò, si chinò, lo accarezzò. Sembrava affamato. Dallo zainetto prese il panino che portava d’abitudine per fare uno spuntino, ne tolse il prosciutto e lo offrì alla bestiola.

Mentre la guardava mangiare avidamente si sentì sfiorare un braccio e si voltò. Una donna alta, slanciata, vestita di scuro, con lunghi capelli neri attorno a un viso ovale stupendo gli stava sorridendo; una fragranza di tuberosa raggiunse le sue narici.

«Mi perdoni se la disturbo» disse con voce soffice e carica di timidezza. «Questo gattino dev’essere l’ultimo della cucciolata, qualcuno ha ucciso la madre, sono già riuscita a trovare una casa per tutti gli altri, ma questo… chissà dove si era nascosto».

Marco non credeva ai propri occhi. La donna proseguì, come a giustificarsi: «Ho seguito le vicende di questa cucciolata perché vengo qui spesso, lei non ci crederà ma passeggiare per questi viali mi dà una grande serenità».

«Penso di capirla» disse Marco rispondendo al sorriso, e aggiunse: «Questo gattino potrei prenderlo io».

«Davvero? Sarebbe meraviglioso!»

Aprì la borsetta, cercò un pezzo di carta e una penna, scrisse qualcosa.

«Questo è il mio numero di telefono, spero di non sembrarle troppo sfacciata ma mi farebbe piacere se potessi vedere ancora questa bestiola… se non le è troppo di disturbo».

«Farà molto piacere anche a me, invece».

Al ritorno passò nuovamente davanti alle tombe dei fidanzatini. Gli sembrò che dalle fotografie guardassero proprio lui, che gli sorridessero.