Fumando una sigaretta

«Per lei no, Lorenzi. Lei è il migliore, non è vero? E allora le ho preparato questo, invece».

Le labbra sottili del professor Grenda, detto Scaccola, si erano lentamente tese ad alzare gli angoli della bocca in un sorriso appena accennato, ma chiaramente beffardo, mentre consegnava a Claudio Lorenzi, e a lui soltanto, la fotocopia di una pagina di Orazio, con le note cancellate. A tutti gli altri aveva dato un banalissimo brano del Vangelo.

È proprio uno stronzo, pensò Claudio. Aveva sperato che Grenda si sarebbe comportato da signore e avrebbe lasciato correre; dentro di sé, però, lo sapeva bene che non era possibile. La sua imitazione era stata non troppo cattiva, il che sarebbe stato forse perdonabile, ma troppo aderente al vero. Signori, voi non mi prestate l’attenzione che meriterei, e intanto si sfregava il naso con l’indice, e poi lo infilava improvvisamente in una narice e subito lo estraeva, come se la rapidità del gesto potesse renderlo invisibile a cinquanta occhi. Fingendo di guardare il registro scrutava invece la punta del dito, per poi pulirla subdolamente sotto la cattedra. Le risate sguaiate dei compagni dovevano essere state come stilettate per Grenda che, non visto, stava osservando il siparietto già da un po’. Peggio ancora, se se n’era accorto, il sorriso di Emanuela, rivolto a Claudio con ammirazione estatica. Proprio quell’Emanuela che Grenda portava in palmo di mano e di cui i maligni sussurravano che fosse – alla sua età – segretamente innamorato.

In hora saepe ducentos,

ut magnum, versos dictabat stans pede in uno

Claudio era bravo per davvero, e raccolse la sfida. Si lanciò in una traduzione svolazzante, non letterale, pur sapendo bene quanto Grenda ci tenesse all’aderenza al testo originale: proprio per infastidirlo. Fece di tutto, però, per rendere correttamente il significato, in modo da poter difendere a oltranza il proprio lavoro quando Grenda, inevitabilmente, avrebbe cercato di demolirlo. Ormai era un duello, insomma.

Spesso dettava duecento versi all’ora,

come fossero gran cosa, fumando una sigaretta

Attese la consegna della versione corretta non con la trepidazione di chi teme un insuccesso ma con l’impazienza di chi vuole scontrarsi con l’avversario. Grenda lo lasciò per ultimo. Sul frontespizio spiccava in rosso un grosso 6 sottolineato, come a voler evitare che potesse essere letto come 9 a foglio rovesciato.

Aveva sperato in un voto inferiore, in un’insufficienza, in modo che l’ingiustizia fosse più evidente e la lotta più facile. Sfogliò il compito: c’era un unico segno blu, ondulato, sotto alle tre parole fumando una sigaretta.

«Mi scusi, professore – cominciò – che cosa non le piace della mia traduzione di stans pede in uno

«È molto semplice, Lorenzi: non c’erano sigarette, allora; al massimo qualche pipa da oppio in terracotta».

«E questo che significa, professore? Ho fatto ricorso a un’immagine attuale per rendere il concetto più immediato al lettore di oggi. Che importanza ha se allora le sigarette non esistevano? A voler seguire fino in fondo la sua idea non bisognerebbe tradurre per nulla il Latino in Italiano, perché l’Italiano allora non esisteva».

Grenda non si fece impressionare dall’aggressività dell’allievo e replicò con compostezza. «Sciocchezze, Lorenzi, e lei lo sa bene. Ma la sua traduzione è cattiva anche per un altro motivo. Ha sposato un’interpretazione che nasconde completamente l’ambiguità del testo originale».

«E cioè, professore? Quale altra interpretazione potrebbe esserci per le parole stans pede in uno, se non il fatto che Lucilio dettava i versi con facilità, senza fatica, senza impegnarsi, cioè proprio fumando una sigaretta

«Cum flueret lutulentus, che viene subito dopo, lei lo traduce siccome i suoi versi scorrevano torbidi, ma c’è un sottile doppio senso che le è completamente sfuggito». Gli angoli della bocca di Grenda accennarono per un attimo un sorriso appena percettibile. «È possibile che Orazio volesse paragonare i versi di Lucilio alla diarrea: copiosi, ma di pessima qualità». Dall’ultima fila di banchi comiciò a sentirsi qualche risatina soffocata. «Lucilio potrebbe essersi ritrovato su un solo piede, metaforicamente, perché aveva alzato una gamba per facilitarne l’uscita, e questo va perso nella sua traduzione».

Lo scoppio di risate di tutti i compagni – tranne Emanuela, che aveva un’espressione disgustata – fece capire a Claudio che il professor Grenda aveva vinto questa battaglia.

Il suono della campanella dell’intervallo aveva subito interrotto l’ilarità della classe e la vergogna di Claudio.

* * *

Dopo un’ora di matematica e una di storia dell’arte, che gli erano sembrate più pesanti del solito, finalmente fu il momento di uscire. Claudio, zaino sulle spalle, camminava a testa bassa lungo viale Martiri, che con lieve pendenza risaliva la collina. Tutti gli studenti erano già spariti in direzione del centro; solo a lui che abitava a Mongrande, un po’ fuori città, toccava scarpinare fino a piazza Berna per prendere l’87 sbarrato. Ma oggi non gli dispiaceva affatto: non avrebbe tollerato di fare la strada con qualche compagno, che avrebbe sicuramente parlato dello scontro con Grenda; preferiva digerire da solo la figuraccia.

Un improvviso stridore di pneumatici, seguito dal rumore sordo di un urto, gli fecero alzare la testa. A neanche cinquanta metri un’auto si allontanava a gran velocità, lasciando un uomo disteso sull’asfalto. Vestito grigio, borsa di pelle: sembrava proprio… ma certo, era lui. Gli era già capitato, qualche volta, di incontrare lì Grenda: se al mattino arrivava in ritardo e trovava chiuso il cancello del parcheggio insegnanti, gli toccava cercare un posto su per il viale.

Per un attimo, Claudio pensò di tornare indietro. Avrebbe avvertito a casa di non aspettarlo, avrebbe mangiato un panino e poi sarebbe andato a studiare da qualche amico in città, senza far parola di quel che aveva visto. Certo Scaccola avrebbe lasciato scoperta la cattedra per parecchio tempo; con un po’ di fortuna, per sempre.

Mentre queste idee gli passavano per la testa, la mano di Claudio andò automaticamente alla tasca posteriore dei jeans, dove teneva il cellulare. Chiamò il numero di emergenza senza fermarsi, anzi accelerando il passo.

Grenda era supino, le braccia allargate al suolo. Aveva gli occhi aperti e si lamentava debolmente; un filo di sangue gli colava dall’angolo della bocca. Claudio si liberò dello zaino e si inginocchiò al suo fianco.

«Ho chiamato soccorso, professore».

«Ah, sei tu, Lorenzi. Grazie. Non credevo…» La voce era ridotta a un filo.

Grenda cercò di muovere le braccia, forse voleva puntellarsi sui gomiti per sollevare il torso, ma dovette desistere con una smorfia di dolore.

«Stia fermo, è meglio che non cerchi di muoversi».

«Lorenzi, Lorenzi…»

Continuava a guardare il cielo; non era riuscito neanche a girare la testa.

«Sono qui».

«La sigaretta… era una buona idea».

«Non pensi a queste cose adesso, professore…» cominciò a dire Claudio; poi si accorse che Grenda aveva chiuso gli occhi.

La sirena dell’ambulanza si stava avvicinando.

L’ultimo mitreo

corax(seconda e ultima parte; qui la prima parte)

Ero sovreccitato perché, pur non essendo riuscito a cogliere nessun indizio utile per la localizzazione del mitreo, qualcosa di importante era comunque emerso. Il 12 Marzo 1658 si era concluso un processo inquisitorio per il quale si era scomodato da Roma un commissario del Sant’Uffizio, con due aiutanti laici che probabilmente erano gli aguzzini. Gli inquisiti, adoratori di Mitra, non abiurarono neanche sotto tortura e finirono impiccati e poi bruciati. C’entrava anche il conte di Nauglio, ma non avevo capito in che modo. Sembrava che l’esecuzione avesse avuto luogo nel chiuso di un convento. Strano: in genere queste cose si facevano in piazza, in modo che servissero da monito per chi vi assisteva.

Il fatto che il culto di Mitra fosse sopravvissuto fino al diciassettesimo secolo in questo paesino era di grande importanza storica. Anche senza scoprire il mitreo, se avessi avuto libero accesso a quei registri, se avessi potuto fotografarli, copiarli, citarli nella tesi, sarebbe stato un colpaccio. Se, se: ma era impossibile, purtroppo.

«Eri molto preso da quel librone: hai trovato quel che cercavi, almeno?»

«Qualcosa ho trovato, anche se avrei sperato di più».

«Forse ho trovato qualcosa anch’io. Tu non te ne sei accorto, ma mentre leggevi ho dato un’occhiata in giro. C’è una porticina che dà su una scala in discesa. Al fondo di tre rampe c’è una seconda porta, robusta, con una serratura più seria di quella dell’ingresso. Ho rinunciato ad aprirla perché non sapevo come avresti reagito se, sollevando il naso dal libro, tu non mi avessi più trovato».

«Sarà la cantina dove il parroco tiene il vin santo» suggerii ridacchiando, memore del naso rosso e pieno di venuzze del vecchio prete.

«Dici? Non credo. Non così in profondità. E che motivo avrebbe di chiuderla così bene? Ma tu, tra l’altro – che cosa stavi cercando oltre ai documenti, se te lo posso chiedere?»

Decisi di fidarmi e gli raccontai tutto. E, mentre raccontavo, mi diedi dello stupido: come avevo fatto a non ricordare che molti mitrei – quello di San Clemente, quello di Sant’Aspreno, quello di Santa Prisca, ad esempio – si trovano sotto a delle chiese? Era uno dei modi che la nuova religione aveva per confermare il proprio trionfo: costruire i propri luoghi di culto sopra a quelli della vecchia rivale. Possibile che anche San Pietro al Colle fosse sorta sopra a un mitreo? E possibile che fosse stato mantenuto, o ripristinato, un accesso? Era lì, nelle grinfie del prete, il tesoro mitraico di cui si favoleggiava? Ecco perché era meglio che queste cose “continuassero a dormire”, secondo lui!

Beppe sembrava avermi letto nel pensiero. Mi disse: «Adesso è tardi e siamo stanchi, andiamo a dormire. Ma domani una piccola perlustrazione attorno alla chiesa io la farei, potrebbe esserci un secondo ingresso».

Tornammo alla Reggetta, dove Milena aveva preparato una stanza per noi. Io non riuscivo a prendere sonno: per l’eccitazione della serata, perché non ero abituato a coricarmi così tardi, ma anche perché mi ronzava in testa la frase misteriosa della lapide. Adesso era tornata alla ribalta: vista la coincidenza della data, non poteva che riferirsi al processo. Ma che cosa significasse, ahimé, non riuscivo ancora a immaginarlo.

Pignatta vota non poté bollire, pignatta vota non poté bollire… mi sembrava proprio di averla già letta da qualche parte, ma dove? Ebbi un lampo: Giulio Cesare Croce! E mi addormentai. Di buon mattino, dopo appena due ore di sonno, mentre Beppe e Milena dormivano ancora, mi fiondai in città, alla biblioteca. Era la vigilia di Natale e sarebbe rimasta aperta solo al mattino. Dopo frettolose ricerche, a pochi minuti dalla chiusura, con il bibliotecario che stava già cominciando a lanciarmi sguardi truci, la mia pazienza fu premiata. Non si trattava del Bertoldo, come avevo pensato in un primo momento, ma di un’operetta minima, gli Avvisi; poche paginette che neanche ricordavo di aver letto, una lista umoristica di cose ovvie e banali presentate in modo da sembrare cronache di eventi straordinari:

In Ferentillo, in campagna di Roma, mettendo una donna una pignatta vuota al fuoco, mai poté bollire, con tutto che fosse sollecitata con legne e carbone.

Non che fosse illuminante. Ne sapevo quanto prima. Vagamente mi sembrava che potesse esserci un riferimento alle torture cui erano stati sottoposti i malcapitati adoratori di Mitra.

Fui di ritorno alla Reggetta un po’ in ritardo per il pranzo. Mi resi conto che Beppe non aveva detto nulla a Milena delle nostre scoperte e delle nostre intenzioni ma io le raccontai tutto: il resoconto del processo, o almeno quel che ne avevo capito; la scala che penetrava nelle viscere del colle; il sospetto, quasi certezza, che laggiù ci fosse il mitreo, e l’intenzione di cercarne un secondo ingresso. Fu un errore: si mise in testa di accompagnarci.

Beppe mi sfotté: «Questa mattina, mentre tu eri chissà dove, io il sopralluogo l’ho già fatto. Sul lato est del colle, in un piccolo avvallamento ben nascosto tra le piante, c’è un passaggio alto poco più di un metro. Dentro diventa più spazioso, si riesce a stare in piedi, e poco più avanti c’è una porta, chiusa con una serratura moderna». Poi, rivolto a Milena: «Ma lei, signora, è meglio che non venga: potrebbe essere pericoloso».

Non ci fu verso, alla fine dovemmo cedere. Verso sera ci incamminammo in tre. Beppe si confermò un professionista, aprendo la porta in pochi minuti. Fummo subito investiti da un odore indefinibile.

Beppe volle precederci, illuminando il percorso con una torcia e procedendo lentamente, con estrema cautela. Penso che temesse qualche trabocchetto, ma non ne incontrammo.

L’odore si andava precisando: sembrava un misto di incenso e carne arrostita. Ad un certo punto cominciai a sentire in lontananza una musica, una specie di marcia militare, con tanto di tamburi rullanti. Poi la musica cessò e fu sostituita da una voce che salmodiava una litania.

All’improvviso fui certo di aver capito il significato della frase misteriosa. Pignatta vota non poté bollire: un vecchio modo di dire proverbiale per indicare qualcosa che sembra un evento significativo, inconsueto, eccezionale mentr’invece è normale, ovvio, banale. Come fa a bollire una pignatta se non c’è dentro niente? Non era successo niente. Tanta scena per nulla. La pignatta, simbolicamente forse quella dove gli aguzzini avrebbero dovuto scaldare la loro pece, non poté bollire. Nessun adoratore di Mitra era stato torturato, impiccato, bruciato. Il processo era stato una farsa. La lapide messa dal conte di Nauglio, che era uno dei loro, celebrava uno scampato pericolo.

Tante cose si spiegavano: perché condurli nel chiuso di un convento, dove nessuno del popolo avrebbe potuto assistere alla loro sorte? Perché si era scomodato un inquisitore da Roma, quando sarebbe bastato farne venire uno dalla vicina diocesi di Rivalta Mezzafrancia?

Gli adoratori di Mitra evidentemente avevano i loro agganci, molto in alto. La religione perdente, che aveva visto i propri luoghi di culto sepolti, schiacciati da quelli del dio avversario, si era presa una rivincita infiltrando i ranghi del nemico, fino ai massimi livelli. E la cosa era proseguita per secoli. Fino ad oggi! Poteva capitare che, per qualche imprudenza, si trovassero allo scoperto, ma la situazione veniva aggiustata. Un finto processo, delle finte esecuzioni; molta scena, ma nulla di fatto. Gli inquisiti, probabilmente, si trasferivano altrove.

Man mano che procedevamo, la litania diventava più chiara. Una voce era indubbiamente quella, arrochita dall’età, del parroco. Altre voci gli rispondevano all’unisono, solenni, con tono grave. Accipe thuricremos, accipe, sancte Pater, Leones, per quos consumimur ipsi…

Arrivammo al termine del corridoio. C’era una svolta che evidentemente dava nel mitreo, da cui proveniva una fioca luce rossastra che disegnava spettri nell’aria satura di fumo. Beppe mi trattenne bruscamente: appena in tempo, perché ero così istupidito dall’entusiasmo della scoperta che stavo per proseguire ed entrare. Si picchiettò la tempia con un dito a significare che ero pazzo, ed aveva ragione. Poi mi trascinò verso una scala in salita, che non avevo notato; era, evidentemente, quella che conduceva in canonica. C’erano delle fessure tra gli scalini, da cui filtrava un po’ di luce.

Vidi il parroco – o meglio il Pater – con la testa coperta da un berretto frigio che, in contrasto con la solennità della scena, lo faceva sembrare un po’ un buffo Babbo Natale; sollevava con ambedue le mani quella che sembrava una grossa fetta di carne, presentandola ai fedeli. A fianco del Pater, il ruolo di Heliodromus era del sindaco, riconoscibile anche se il volto era incorniciato e parzialmente nascosto da una gran raggiera. Il maresciallo dei Carabinieri indossava un elmo da Miles con artigli da scorpione protesi in avanti ai lati della mentoniera. A giudicare dalla pancia, quello con il volto completamente nascosto dalla falce di luna del Perses doveva essere il farmacista. Quello con la maschera da Leo, invece, poteva essere il medico condotto. Dietro di loro, appoggiate su una panca, si intavedevano due maschere con il grosso becco del Corax. Nella penombra, il riflesso dei ceri denunciava che le maschere erano lucide, metalliche probabilmente; non era facile distinguere il colore, ma poteva essere oro.

La scena mi terrorizzava al punto che sentivo i peli rizzarsi sulle braccia, ma al contempo ne ero affascinato, ipnotizzato: non potevo fare a meno di continuare a guardare, spostando la testa per cercare di cogliere nuovi particolari attraverso l’angusta fessura.

Beppe e Milena mi stavano spingendo per poter vedere qualcosa anche loro; lasciai il posto di osservazione a malincuore. Beppe si accontentò di guardare per un minuto al massimo e poi sussurrò: «Adesso dobbiamo andare, secondo me la cerimonia sta per finire. Che escano fuori o salgano in canonica, devono passare qui dove siamo noi».

«Ma no che non sta per finire» risposi, «credo proprio che adesso cominci il banchetto. Mangeranno la carne del toro, abbiamo tutto il tempo…»

«Non possiamo rischiare. Tra l’altro, con quest’aria acre, mi stupisco che qualcuno di noi non abbia ancora tossito. Andiamo». Prese Milena per un braccio: lei si lasciò trascinare via e io non potei fare altro che seguirli.

Beppe si fermò a richiudere la porta mentre io mi mettevo carponi per uscire dal basso passaggio. Una volta fuori, non vedendo nulla di strano, diedi il via libera ai compagni. Ci facemmo strada nella boscaglia ma, giunti all’aperto, trovammo ad attenderci due figure appena distinguibili sotto la luce della luna. Li illuminai con la mia torcia: erano gli appuntati.

Non sapevo che cosa pensare. Il loro superiore era là dentro. C’era una possibilità che loro fossero all’oscuro di tutto, che passassero di lì per caso e si fossero fermati sentendo il rumore che avevamo fatto uscendo? Comunque erano sorridenti, non sembravano ostili. Dovevamo giocarcela bene.

Uno dei due offrì a Milena la mano protesa, come per aiutarla nella lieve salita. Così facendo, il suo polso sporse dalla divisa abbastanza per rivelare un braccialetto d’oro con la sagoma di un corvo.

«Corax! Sono dei loro! Via, scappiamo!» urlai, ma era chiaramente impossibile. I due misero mano alle fondine.

* * *

«Fermi tutti! Mani in alto!» Era la voce tonante di Antonello, comparso dal nulla. Riuscii a distinguere la sua sagoma acculata che teneva a due mani una grossa pistola automatica, puntandola ora verso l’uno, ora verso l’altro dei due militari.

Gli appuntati alzarono le mani. «Presto, prendete le loro armi e lanciatele lontano».

Eseguimmo. «Bene, adesso ammanettateli».

Ce la battemmo di gran carriera, scivolando sul nevischio e inciampando nei cespugli, fino all’auto che Antonello aveva lasciato, seminascosta, nella stradina alla base del colle. Nessuno aprì bocca finché non fummo sulla statale, diretti in città. Poi, mentre stava affrontando le prime curve – a velocità decisamente troppo sostenuta, date le condizioni della strada – Antonello si rivolse a me:

«Non me ne frega niente se vai a letto con mia moglie». Ebbi un tonfo al cuore, vedendomi scoperto, e mi sentii avvampare le gote. «Il nostro rapporto è così: ci amiamo anche se ognuno mantiene la propria libertà. Ma quello che proprio non ti saresti dovuto permettere di fare è metterla in pericolo. Che cosa ti è saltato in testa di portare anche lei? Meno male che, sapendo che sarei stato di ritorno la vigilia di Natale, ha pensato di lasciarmi un biglietto, altrimenti a quest’ora… E chi è questo signore con voi?»

Nel breve tragitto verso la casa di città di Antonello e Milena, avemmo il tempo di spiegarci e di fare il punto della situazione. Chiaramente, disse Antonello, gli adoratori di Mitra non potevano aver gradito la nostra intrusione, ma noi in realtà non avevamo nulla contro di loro, non avevamo motivo di divulgare quel che eravamo venuti a sapere. (Beh, quasi: pensai con rimpianto al materiale che avrebbe potuto rendere la mia tesi un trionfo, ma ero disposto a rinunciarvi, sia pure a malincuore). Non avevamo neanche intenzione di appropriarci delle loro ricchezze, sempre che quelle maschere fossero effettivamente d’oro. (Diedi un’occhiata a Beppe, che restò impassibile). Si trattava quindi di avere un incontro, su terreno sicuro, con il loro capo per spiegargli che non rappresentavamo una minaccia.

A me quest’idea sembrava molto ingenua e rischiosa. Anche Milena era contraria; anzi, arrivò a dire che non eravamo al sicuro neanche in città, che ci avrebbero rintracciati, sarebbero venuti a prenderci… dovevamo andarcene, fuggire… Beppe non si pronunciò. Decidemmo di riposare e continuare la discussione il mattino successivo, a mente fresca. Casomai le paure di Milena avessero qualche fondamento, fummo d’accordo che era meglio che restassimo tutti insieme; posto ce n’era.

Il mattino successivo Antonello era più che mai intestardito con la sua idea. Ragionava a voce alta, cercando di capire con chi fosse meglio prendere contatto. Il più alto nella scala iniziatica, e cioé il parroco-Pater? Ma era vecchio decrepito, forse anche un po’ rimbambito. Forse era meglio il sindaco? O il maresciallo?

«Già, bravo» dissi io. «Quello arriva armato, che facciamo?»

«Sono armato anch’io, lo perquisiamo prima di farlo entrare».

«Quando gli apri la porta te lo trovi già con la pistola puntata, e magari neanche da solo».

«Guardiamo dallo spioncino».

Beppe finalmente si espresse: era contrario anche lui. Ma Antonello non sentiva ragioni. Credo che fosse in quella situazione psicologica in cui la paura, invece di fuggire, spinge a andare incontro al pericolo, forse per abbreviare l’angoscia dell’attesa.

Restammo lì a discutere tutto il giorno di Natale, a pancia vuota perché in casa non c’era nulla da mangiare: Milena aveva fatto provviste, ma erano alla Reggetta. Verso sera, Beppe volle guardare il telegiornale.

Si parlava di Nauglio. “Disastro incomprensibile”. “Incendio e crollo della chiesa parrocchiale”. “Una voragine”. “Dispersi il parroco e molti fedeli che partecipavano alla messa della vigilia”.

Arrivammo a Nauglio verso le nove di sera. In cima al colle, al posto della chiesa e della canonica c’era un cratere pieno di macerie, illuminate in modo sinistro dalle lingue di fuoco che ancora a tratti se ne levavano. Dal bordo, i paesani stupefatti e increduli guardavano la scena apocalittica. La cima del campanile non era precipitata in verticale ma era atterrata sulla piccola piazza, ingombrandone gran parte. La testa di leone di un gargoyle, dal suolo, sembrava ruggire al cielo la propria disperazione.

Ci raccontarono che, secondo i pompieri, il gasolio da riscaldamento era fuoruscito dal serbatoio e si era sparso dappertutto, prendendo fuoco probabilmente a contatto con il vecchio impianto elettrico. Si era sempre saputo che sotto la chiesa c’erano delle caverne; il crollo dell’edificio doveva averne fatto cedere le volte, e tutto era precipitato con il rumore di un’esplosione. Non c’era speranza di trovare superstiti né, per il momento, modo di cercare i corpi.

Dormimmo alla Reggetta, dopo una cena abbondante. Sapevamo di non essere più in pericolo.

Il mattino successivo andammo a cercare l’ingresso nel boschetto: non esisteva più. Non c’era traccia di frane o smottamenti causati dal disastro; semplicemente, dove prima c’era il passaggio adesso c’era terra coperta d’erba e arbusti e infarinata di neve, indistinguibile dal resto della sponda. Un lavoro ben fatto; come il crollo, d’altra parte. Non credo proprio che si potesse spiegare solo con il gasolio. Tra l’altro, a fine Dicembre il serbatoio non poteva nemmeno essere pieno.

Capimmo che, ancora una volta, la pignatta vuota non aveva potuto bollire.

* * *

La combriccola si sciolse spontaneamente per cessazione della sua ragion d’essere: avevamo trovato il mitreo, anche se solo per perderlo subito dopo.

Interruppi la relazione con Milena. Sapere che Antonello ne era al corrente, e che ad ambedue stava bene così, mi sembrava una cosa sporca, inaccettabile. Ero pieno di risentimento verso di lei, mi sentivo ingannato. Come ero giovane, allora! Ero innamorato, forse speravo che avrebbe lasciato il marito per me, ma non avevo la forza di lottare per portarmela via, per averla solo io.

Mantenni i rapporti con Beppe. Una sera, di fronte a una bottiglia di vino, abbandonò la consueta riservatezza e si lasciò andare a una confessione: quel mattino della vigilia di Natale, quando io ero andato in città alla biblioteca, non aveva avuto solo il tempo di trovare l’ingresso nascosto nel bosco. Si era anche portato a letto Milena.

Credevo di essere ormai immune ma devo dire che, invece, quella rivelazione mi fece male. Non ci si conosce mai abbastanza da sapere bene quello che si ha dentro.

Fu circa un anno dopo la vicenda del mitreo, poco prima del Natale successivo, che mi telefonò una certa Giulia, presentandosi come amica di Milena, per darmi la notizia della sua morte. Non volevo crederle. Non sapevo chi fosse, Milena non mi aveva mai parlato di lei.

Era vero, invece. Era morta con Antonello, in un incidente in Azerbaijan. Antonello mi aveva accusato di averla messa in pericolo ma poi era stato lui a trascinarla in quell’ultima avventura, fatale e assurda. Alla ricerca di Asgarðr, così mi disse Giulia; sulle tracce di Gylfi, l’ingannatore ingannato. Non riusciva a stare mai fermo, Antonello; doveva avere sempre qualcosa da inseguire, un mistero da indagare.

Giulia ci teneva a farmi avere il mio ritratto prima che il notaio facesse l’inventario. Sapeva che Milena avrebbe voluto così, mi disse. Mi diede appuntamento alla Reggetta, di cui aveva le chiavi.

Era la prima volta che tornavo a Nauglio dal Natale precedente. La cima del campanile ingombrava ancora la piazza e il cratere, transennato, era ancora pieno di macerie; solo la testa di gargoyle era stata rimossa.

Alla Reggetta il mio ritratto era ancora sul cavalletto, come se Milena non avesse dipinto altro, dopo. Giulia mi disse di girarlo. Sul retro della tela c’erano queste parole:

Tu
Sei stato unico

Capii che erano sincere, che c’era un senso in cui, a dispetto dell’evidenza, erano vere.

Sfiorai le lettere, come se accarezzassi Milena. Il tratto diventò confuso, come una traccia sulla sabbia lavata dall’onda. Sulle dita mi rimase il nero del carboncino: non più segno, solo materia, senza significato.

Così è per tutto, nella vita. Quando ottieni quello che sognavi, quando ce l’hai in mano, se non sei svelto a chiudere il pugno il vento te lo porta via, lasciandoti solo il rimpianto.

 

L’ultimo mitreo

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Tutto cominciò, sembra strano a dirsi, una sera all’Inferno. A quell’epoca, verso la fine dei settanta, era la discoteca che andava per la maggiore in città. Io non sono certo un tipo da locali notturni ma in quel periodo mi ero preso una cotta per una compagna di corso, una certa Serena, e pur di tacchinarla ero disposto anche a quello. Con scarso successo, dal momento che già all’inizio della serata mi aveva piantato in asso ed era scomparsa. Un paio d’ore più tardi, poi, l’avevo rivista per un attimo: mi aveva urlato in un orecchio di non preoccuparmi di riaccompagnarla perché sarebbe tornata a casa con un tizio. E così mi ero ritrovato lì da solo, in quell’ambiente estraneo e fastidioso, a meditare sui mali del mondo e, più nello specifico, sul perché non mi riuscisse mai di beccare. Forse aveva ragione mia sorella: ero un imbranato totale, più adatto a passare il tempo sui libri che tra le braccia di una donna.

Stavo per andarmene quando la sorte – τύχη o ἀνάγκη? – mi parò davanti Piero, che non vedevo dai tempi delle scuole medie. Nonostante gli anni di lontananza e le luci psichedeliche ci riconoscemmo subito – da bambini eravamo inseparabili – e ci abbracciammo. Qualsiasi dialogo era reso impossibile dal terribile frastuono e così uscimmo all’aperto. Mi sa che doveva trovarsi anche lui in una situazione simile alla mia, scaricato da una ragazza.

Scoprii che quell’infelice si era iscritto a Ingegneria. Ma come poteva essergli passato per la testa, proprio lui che era sempre stato una schiappa totale in matematica e non era mai riuscito neanche ad imparare la tabellina del sette? E infatti era pesantemente fuori corso e stava meditando un cambiamento radicale. Notai un lampo di invidia nei suoi occhi quando seppe che stavo preparando la tesi in archeologia; dimostrò particolare attenzione quando gli dissi che l’argomento erano i culti mitraici.

«Mitra? Quel dio che agli inizi faceva concorrenza al cristianesimo?»

Gli confermai che era proprio quello e gli chiesi, un po’ stupito, il perché del suo interesse.

«C’è mio zio che è impallinato con questa roba, dovresti proprio conoscerlo. Anzi, guarda, facciamo così: sentiamoci domani per metterci d’accordo, te lo voglio presentare».

Temevo già di essere sul punto di impegolarmi in una qualche oscura setta che avesse deciso di rinverdire quell’antico culto, ma lasciandolo parlare scoprii che le cose stavano diversamente. Lo zio di Piero, un tipo originale senza dubbio, era convinto che a Nauglio, un paesino della Mezzafrancia, si celassero i resti di un antico mitreo, e stava profondendo tempo e denaro per ritrovarlo. Questi suoi sforzi non sembravano ispirati dal puro desiderio di conoscenza: leggende locali narravano di un tesoro in paramenti sacri, tra cui certe mostruose maschere d’oro, che il conte di Nauglio avrebbe trovato verso la metà del Seicento senza però appropriarsene, anzi facendo franare la galleria che vi conduceva, perché convinto che su quegli oggetti gravasse una maledizione.

Misi a confronto le parole un po’ confuse di Piero con quel che sapevo e mi resi conto che poteva esserci qualcosa di vero: i mitrei erano in genere sotterranei, spesso costruiti all’interno di grotte naturali, e nelle cerimonie gli adepti indossavano maschere corrispondenti al loro grado di iniziazione nel culto misterico. Insomma, per farla breve, mi lasciai catturare da quella storia e – anche se razionalmente capivo che era molto improbabile – dalla prospettiva di una scoperta che avrebbe potuto rendermi famoso ancor prima della laurea.

* * *

Dire che Antonello, lo zio di Piero, fosse un tipo originale era dire poco. Sessant’anni molto ben portati, corporatura atletica, iperattivo, entusiasta, vocione tonante, folta barba sale e pepe, vestito in maniera stravagante. Portava un panciotto con coloratissimi disegni astratti, vagamente floreali, che doveva essersi fatto fare ispirandosi a quelli di Depero. Mi aveva invitato a Nauglio alla Reggetta, la villa ottocentesca che aveva acquistato come base per le sue ricerche e dove, da quando era andato in pensione, trascorreva la maggior parte del suo tempo. Nauglio era a due passi dalla città ma il tragitto lievemente in salita fu sufficiente ad affaticare la mia scassatissima deux chevaux di terza mano, che per poco non mi lasciò a piedi all’ultimo tornante.

L’arredamento della villa era un vero esempio di horror vacui: i pavimenti erano completamente ricoperti da tappeti, parzialmente sovrapposti; le pareti erano incredibilmente affollate di quadri, disposti in modo da coprire praticamente ogni centimetro della superficie, dal pavimento al soffitto; inoltre c’erano statue, vasi, reperti archeologici su mensole e piedistalli. Stili contrastanti giustapposti, epoche e provenienze geografiche lontanissime mescolate, croste accostate a opere dignitose e a qualcosa di più importante, di un certo valore. Vidi anche parecchi dipinti molto interessanti – ritratti, paesaggi, nature morte – che riconoscevo della stessa mano, a me sconosciuta: pensai, ricordo, che se Hartung avesse deciso di passare al figurativo avrebbe dipinto così.

Sia l’ambiente in cui viveva, sia la persona di Antonello sembravano fatti apposta per catturare l’attenzione, ma io di tutto ciò che ho appena descritto mi resi conto poco a poco, e soprattutto a partire dalla seconda visita che feci. Quella prima volta, la mia attenzione era stata catturata dalla sua giovane, troppo giovane moglie Milena, una donna di neanche trent’anni e di una bellezza che non esito a definire eccezionale. Univa, cosa rara, una sublime finezza di lineamenti, che le conferiva un aspetto angelico, etereo, ad una sensualità calda e invitante. Non riuscivo a smettere di guardarla e colsi nei suoi profondi occhi verdi una scintilla che interpretai come una corrente di simpatia verso di me. Era lei, seppi poi, l’autrice di quei dipinti che mi avevano colpito.

Fortunatamente Antonello non sembrava essersi reso conto di ciò che mi passava nella mente e nel cuore e continuava a mostrarmi gli elementi più significativi della sua collezione. Si soffermò in particolare su alcuni pezzi archeologici, di contesto mitraico; andava fiero di un bassorilievo raffigurante la tauroctonia, ben conservato anche se un po’ rozzo.

Fui colpito da una strana iscrizione su una piccola lapide di pietra: 1658 lì 12 Marzo – Pignatta vota non poté bollire. Il vecchio che glie l’aveva venduta, mi disse, sosteneva che suo bisnonno l’avesse tolta dall’ingresso del mitreo, dove era stata fatta mettere dal conte di Nauglio dopo averlo reso inagibile. Ovviamente si era persa memoria di dove fosse quell’ingresso, né si conosceva il significato di quella frase sibillina.

Antonello mi parlò francamente della ricerca che stava compiendo: non la considerava un segreto, non temeva che altri potessero rubargli la scoperta. Capii che le parole del nipote mi avevano portato a giudicarlo ingiustamente: se non era la sete di conoscenza a guidarlo, non era nemmeno l’avidità; forse, semplicemente, il fascino del mistero, il desiderio dell’avventura.

Rimase colpito quando gli feci notare che il toponimo Nauglio poteva avere origine greca: Ναὸς Ἥλιου, Tempio del Sole; e Mitra era un dio solare, spesso associato al Sol Invictus. Un’etimologia traballante, che poteva forse trovare appoggio solo nella vecchia leggenda dei pirati della Cilicia deportati in Mezzafrancia; ma fu sufficiente a conquistarlo.

Fu alla mia terza visita, se ben ricordo, che mi disse «Giovanotto, mia moglie vorrebbe che lei posasse per un ritratto: se la sente?» Cercai di dissimulare l’entusiasmo e risposi, con quella che speravo sembrasse semplice cortesia, che l’avrei fatto volentieri.

Ero già in posa quando Antonello ci salutò. Era riuscito ad ottenere l’accesso a certi manoscritti antichi della Biblioteca Nazionale riguardanti Nauglio e non stava nella pelle per la fretta di andare consultarli.

Milena cominciò a impostare il ritratto con un carboncino, ma non sembrava soddisfatta. Dopo un po’ si alzò, venne da me, mi prese una mano e la spostò di pochi millimetri, ma non la lasciò subito: la trattenne per un attimo nella sua, guardandomi negli occhi e sorridendo.

Il tumulto che avevo dentro esplose in un comportamento che non sospettavo minimamente di poter avere. Proprio io, l’imbranatissimo, la presi per un braccio e la tirai verso di me: non fece la minima resistenza. Ci baciammo a lungo, stringendoci, come ragazzini, poi ci ritrovammo a rotolarci sui tappeti, strappandoci i vestiti di dosso a vicenda con furia animalesca.

Avevamo ripreso da non molto i ruoli di modello e di pittrice quando Antonello, tornando, diede un’occhiata alla tela e mi sembrò di cogliere sul suo volto un’espressione stupita: forse si sarebbe aspettato un maggior progresso del lavoro, ma non disse nulla. I graffi che avevo sulla schiena mi facevano male ma fortunatamente non sanguinavano, la camicia era rimasta pulita.

Quel ritratto fu galeotto parecchie altre volte, sempre in occasione di provvidenziali assenze di Antonello, tant’è che a un certo punto mi venne persino il sospetto che fosse al corrente di tutto e intendesse favorirci, ma conclusi che era un’idea assurda. Doveva avere semplicemente una grande, malriposta fiducia in me.

Tra le sedute di posa e gli amori focosi trovai il tempo di andare a ficcare il naso in giro per il paese. In fin dei conti ormai facevo parte anch’io della combriccola dei cercatori del mitreo e bisognava che in qualche modo dessi il mio contributo, o almeno che così sembrasse, se volevo continuare ad essere ben accetto da Antonello.

Cominciai a frequentare il Bar Italia, uno di quei classici locali di paese odorosi di vino dove i vecchi trascorrono la giornata seduti a un tavolo intenti alle carte mentre chi è ancora in grado di stare in piedi abbastanza a lungo gioca al biliardo. Era l’unico punto di ritrovo, e ci passavano tutti: ebbi modo di conoscere il sindaco, il farmacista, il maresciallo dei carabinieri e i due appuntati. Sapevano tutti che ero amico del pazzoide forestiero, così chiamavano Antonello, ma – forse proprio per questo? – non colsi mai neppure un lontano accenno al mitreo. Invece il medico condotto, un giorno, mi fece una battuta su Milena che non mi piacque per niente: possibile che la nostra relazione fosse già diventata di pubblico dominio? Ma no: conclusi che aveva sparato alla cieca, con cattivo gusto, basandosi solo sul fatto che mi si vedeva spesso alla Reggetta.

Ovviamente uno dei posti dove tentai di ficcare il naso fu la parrocchia, San Pietro al Colle, che sovrastava Nauglio da una modesta collinetta. Un giorno, senza farmi annunciare, suonai il campanello della canonica di primo pomeriggio; il vecchio parroco mi accolse cordialmente, anche se a giudicare dalla sua aria assonnata dovevo aver interrotto il suo pisolino.

Mi presentai come uno studente in cerca di materiale per la tesi: in fin dei conti non era una storia troppo lontana dalla verità. Alla mia richiesta di accedere ai registri parrocchiali del seicento, se esistevano ancora, l’atteggiamento del prete mutò d’improvviso.

«La tesi che sta preparando è sul dio Mitra, non è vero?»

Glielo confermai. Non era certo un segreto.

«Queste sono cose che dormono e che è meglio lasciar dormire».

Detto questo, non volle più saperne e mi congedò in gran fretta; anzi, per la precisione si può proprio dire che mi cacciò fuori, lasciandomi la certezza che quei registri esistessero e contenessero qualcosa di interessante. Già, ma come fare?

Stavo passeggiando per il paese, riflettendo alla ricerca di una soluzione, quando mi ricordai improvvisamente di Beppe. L’avevo conosciuto all’università, al corso di numismatica che frequentava come uditore, non essendo iscritto; era più vecchio di me, ma avevamo simpatizzato e ci eravamo frequentati saltuariamente. Un giorno, l’anno scorso, mi era piombato in casa e mi aveva chiesto di aiutarlo: voleva farmi testimoniare che aveva passato una certa sera in casa mia.

Mi spiegò che era sospettato di un furto piuttosto importante, monete antiche, in casa di un collezionista. Quando gli chiesi dov’era stato quella sera – non da me, di sicuro – mi rispose francamente: «Allora non mi sono spiegato bene. Il furto l’ho proprio fatto io. Ti sto chiedendo di coprirmi. Ma se non te la senti…»

Non sono tipo da scandalizzarmi, ma mi stupii per la richiesta fatta a me che ero poco più di uno sconosciuto per lui. È vero, avevamo simpatizzato: un conto è la simpatia, però, e un conto una falsa testimonianza. Ma alla fine accettai, non so neanch’io perché; forse intuivo che mi sarebbe potuto tornare utile. Grazie a me, Beppe se l’era cavata: adesso era giunto il momento di riscuotere il credito.

Qualche giorno dopo lo accompagnai a fare un sopralluogo, da lontano, attorno alla canonica.

«Non c’è sistema d’allarme. Sai dove dorme il parroco?»

«No».

«Allora dovremo scoprirlo. C’è una perpetua?»

«Non mi risulta».

«Come sarebbe a dire che non ti risulta? Queste sono cose essenziali, ti saresti dovuto informare!»

«Non mi risulta nel senso che, quando sono venuto in canonica, è stato lui ad aprirmi e non ho visto nessuna perpetua».

«Non basta, bisogna saperlo con certezza. Magari quel giorno lì era fuori. E questi documenti che ti interessano, dove stanno?»

Era una cosa a cui avevo pensato a lungo. Ricordavo che, quando gli chiesi dei registri, il parroco aveva istintivamente guardato in una certa direzione. «Non sono sicuro neanche di questo ma credo che siano là», risposi indicando l’ala della canonica più lontana dalla chiesa.

Beppe era chiaramente infastidito dal mio pressapochismo, temevo che volesse tirarsi indietro, invece disse: «Questa sera passeggeremo qui intorno. Dobbiamo aspettare che il parroco vada a dormire e accertarci che sia solo».

Verso le dieci si accese una luce a una finestra del primo piano, e verso le dieci e un quarto si spense. Non si erano viste altre luci in canonica.

Beppe volle attendere ancora un quarto d’ora, poi sentenziò: «Bene, si può fare. Torniamo più tardi».

Alla Reggetta, Milena dormiva già; Antonello, come capitava spesso, era fuori già da qualche giorno, per chissà quale ricerca. Beppe avrebbe voluto fare un sonnellino prima della spedizione, ma io ero troppo eccitato per dormire. Malvolentieri si lasciò convincere a fare una partita a scacchi. Lo battei facilmente.

* * *

Nauglio era un mortorio anche di giorno, ma alle due di notte il silenzio era quasi irreale. Indossavamo scarpe e tute da ginnastica. Beppe controllava le finestre che si affacciavano sul nostro percorso per assicurarsi che fossero tutte chiuse e senza luci. Arrivati alla porta della canonica, estrasse i ferri del mestiere e in trenta secondi – non esagero: ero sulle spine e guardavo l’orologio – eravamo dentro. Richiuse la porta con delicatezza.

Feci per accendere la lampadina tascabile che mi ero portato ma me lo proibì: «Sei scemo? Si può vedere dall’esterno». Si sistemò invece una lampada schermata alla caviglia destra e mi disse di stargli dietro.

Nella stanza dove sospettavo che fossero conservati i registri c’era un enorme armadio. «Potrebbero essere qui dentro», gli sussurrai.

Beppe mi fece un cenno con la mano aperta a significare di stare fermo, di lasciar fare a lui. Aprì un’anta con estrema delicatezza, evitando gli scricchiolii. C’era una marea di grossi tomi con il dorso in cartapecora; su ognuno erano scritti, in inchiostro nero, un anno iniziale e uno finale, ma si andava dalla fine del settecento ai primi del novecento.

Alla seconda anta fummo più fortunati. Presi il tomo contrassegnato “1655-1661”; Beppe mi sussurrò di accovacciarmi per terra per sfogliarlo, tenendo la lampada il più possibile vicina ai fogli. Cercai il 1658, l’anno segnato sulla lapide che avevo visto alla Reggetta. In data 12 Marzo c’era il resoconto di un processo inquisitorio. Tombola!

Cercai di leggere più in fretta possibile, ma la grafia svolazzante non aiutava.

…vir illustrissimus ac reverendissimus, procurator Sancti Offitii Romani…

…duo saeculari coadiutores…

…comes Naulii…

…haeretici, Mithrae adoratores…

…ordinatum fuit quod ducantur ad monasterium…

…de vehementi non abiurarunt…

…suspensi deinde adusti…

Doveva essere passato parecchio tempo mentre cercavo di decifrare quegli sgorbi, perché Beppe mi scosse prendendomi per le spalle e mi fece cenno verso l’uscita. Richiusi il tomo e lo rimisi al suo posto; lui chiuse le ante, e ce ne andammo.

(continua qui)

La locusta

Mi fa piacere dedicarmi alla cura del giardino. Mi occupa la testa, mi toglie i pensieri.

Ho preso l’annaffiatoio e stavo per riempirlo quando mi sono accorto che dentro c’era una locusta.

Sembrava pronta a spiccare un salto. Ho infilato il braccio, l’ho sfiorata delicatamente con un dito e si è rovesciata di lato, restando rigida nella stessa posizione. Era morta, secca, chissà da quanto tempo.

È probabile che si sia infilata lì per caso, saltando, e che poi non sia più riuscita a uscire. Sarà morta di inedia, consumata dagli inutili sforzi per trarsi d’impaccio.

Chissà se ha provato solitudine, paura, angoscia, speranza, disillusione, disperazione. O qualcosa di simile, in versione ridotta, adatta a quel cervellino così piccolo. Forse sì. Mi dispiace.

Di piccole tragedie come questa ne devono capitare continuamente a migliaia, a milioni, nei giardini del mondo. Tragedie microscopiche, inflazionate, irrilevanti, oscure, solitarie, sconosciute. Ingiusto, forse, dolersene, se negli stessi istanti ci sono altre tragedie uniche, colossali, evidenti, prepotenti. Provate a mettervi nei panni della locusta, però.

Forse ha sperato, fino all’ultimo, che venisse qualcuno a salvarla da quella trappola mortale, da quella situazione senza scampo, dal fondo di quella enorme voragine – vista con i suoi occhi – da cui non riusciva a fuggire da sola.

Forse, continuando a sperare, non si è accorta della fine che arrivava. Può anche darsi che i suoi ultimi istanti non siano stati brutti; forse era convinta che di lì a poco qualcuno avrebbe infilato la mano nell’annaffiatoio per tirarla fuori e liberarla nell’erba (l’avrei fatto io se l’avessi trovata in tempo).

Pazienza, inutile stare a pensarci ancora. Ormai non c’è più niente che si possa fare per lei.

Adesso devo muovermi, ho visto che le bottiglie che ci sono in cucina sono tutte vuote. Devo uscire a comprarne una per stasera prima che chiudano i negozi. Anzi, visto che non c’è Elena a farmi la ramanzina, penso proprio che ne prenderò due. I soldi ce li ho.

Domani, poi, porterò via tutti i vuoti e smetterò di bere. Elena mi ha promesso che ritornerà da me, se smetto.

Oggetto

Michela aveva la mano sulla maniglia ma non riusciva a decidersi a entrare.

Dentro c’era lui, la stava aspettando. Un incontro a cui aveva pensato per lungo tempo, che aveva organizzato nei dettagli, e finalmente si stava realizzando. Ormai sarebbe stato sciocco cambiare idea, rinunciare, eppure aveva un po’ di paura. Niente di strano, in fondo: era la prima volta.

Nello stato d’animo in cui, dopo essere stati a lungo indecisi con i piedi sul bagnasciuga, ci si fa coraggio e ci si tuffa in un mare freddino, finalmente entrò e richiuse la porta dietro di sé.

Quando lui, invisibile nel buio, la prese per un braccio per attirarla a sé, ebbe un piccolo sussulto. Sentì l’odore della sua pelle, non mascherato da nessun profumo eppure lieve e non sgradevole. Sentì sul viso il ruvido del suo petto villoso. Sentì il suo sesso che premeva contro di lei. Man mano che gli occhi si abituavano, i pochi raggi di luce che riuscivano a penetrare dai bordi della tapparella disegnavano i contorni del suo corpo atletico, il rilievo scultoreo dei suoi muscoli.

Lui cominciò a baciarla sul collo ed a spogliarla. Quando fu completamente nuda, le prese con delicatezza i polsi, glieli unì dietro alla schiena e li legò, non troppo stretti. Michela lo lasciò fare. Poi lui le prese la testa tra le mani, le avvicinò la bocca all’orecchio e, con voce profonda, calda, calma, le sussurrò: «Lasciati andare. Devi essere come creta nelle mie mani. Dimenticati di te stessa. Adesso sei un oggetto. Un mio oggetto».

Michela cedette, si lasciò andare, si dimenticò di se stessa.

* * *

Alzò la tapparella e la luce le fece strizzare gli occhi per un attimo. Uscì dalla stanza da letto, andò in corridoio ed aprì la porta dello sgabuzzino. Lui era già lì al suo posto, rivestito della sua tuta, in piedi con le spalle al muro. Si era già collegato alla macchina per la circolazione extracorporea, che lo avrebbe nutrito e gli avrebbe depurato il sangue durante lo standby.

Notò che aveva gli occhi aperti. Dei bellissimi occhi di un azzurro intenso ma, in quel contesto, le facevano uno strano effetto, risultavano disturbanti. Gli passò una mano davanti al viso senza suscitare, ovviamente, nessuna reazione.

Sul terminale tascabile aprì l’icona dell’interfaccia di programmazione. Nonostante il corso per utenti che aveva seguito, le sembrava complicata. Alla fine trovò la pagina “condizione di standby”, con tantissime opzioni; ce n’era anche una relativa alle palpebre. Selezionò “palpebre giù” e gli occhi si chiusero immediatamente. Michela sorrise tra sé per la soddisfazione di aver trovato l’opzione che cercava.

Il synth le era costato caro – più di sei mesi di stipendio – ma cominciava a credere che valesse quei soldi. La prima sessione era andata benissimo: aveva provato i brividi del proibito, dell’estremo, senza in realtà correre nessun rischio. Ora si sentiva tonificata, di buon umore, e – questo la stupiva un po’ – senza neanche l’ombra di quel lieve ma fastidioso senso di colpa che le aveva sempre aleggiato intorno dopo il sesso. Se proprio doveva cercare il pelo nell’uovo, forse avrebbe gradito un trattamento appena un po’ più rude; ma, d’altra parte, per la prima volta era stato saggio da parte sua programmarlo con una certa cautela.

Quando, al corso, aveva avanzato qualche dubbio sulla sicurezza, l’istruttore si era messo a ridere: «Non siamo gli ultimi arrivati. Genomat è una multinazionale con cinquantamila dipendenti e oltre dieci milioni di synth installati, nelle case, nelle fabbriche, nelle aziende agricole, sui fronti di guerra. Non è stato mai segnalato neanche un solo caso in cui uno dei nostri synth danneggiasse, intenzionalmente o incidentalmente, i suoi padroni. No, signora mia, mi creda: lei è senz’alcun dubbio più sicura affidandosi ai nostri synth che a qualsiasi essere umano. Un umano può tradire, può impazzire, mentre il vincolo di lealtà di un synth non può essere spezzato da nulla al mondo».

Ed erano bei vantaggi, pensò Michela, anche non dover cucinare tenendo conto dei suoi gusti, non dover sopportare paragoni con una suocera che sicuramente avrebbe fatto meglio qualsiasi cosa, non dover prendere nessuna precauzione né per gravidanze indesiderate né per malattie a trasmissione sessuale, e perché no, sembrano cose di poco conto ma non lo sono, non doversi contendere l’uso del bagno al mattino e non dover pulire la seduta della tazza dalle gocce di pipì.

Più avanti, quando le sue finanze glie l’avessero consentito, avrebbe acquistato il plug-in “lavori pesanti”. Era da tanto che aveva intenzione di cambiare la disposizione dei mobili e le sarebbe piaciuto fare diverse prove, con calma, fino a trovare la soluzione migliore, senza doversi preoccupare delle lamentele di chi l’avrebbe aiutata.

Per la prossima sessione – già la sera stessa, quasi quasi, se fosse riuscita a districarsi con l’interfaccia – stava pensando a qualcosa di romantico, tipo una cena a lume di candela. Trovò nell’interfaccia un frame “Cena romantica” e si mise ad esaminarne le opzioni. Ecco, dei fiori ad esempio si poteva fare a meno. Non le erano mai piaciuti i fiori recisi, e poi era una spesa superflua e lei doveva mettersi nell’ordine di idee di risparmiare.

C’era un’intera pagina sugli argomenti di conversazione, la scelta era molto ampia. Uhm, di sicuro non “scienza”, ovviamente. Neanche “sport”, uffa. E nemmeno “letteratura”, che noia. Beh, avrebbe scelto dopo; per ora si sarebbe accontentata di portare il cursore “frasi tenere” a metà corsa.

Aprì una preoccupante icona di alert, rossa con il punto esclamativo nero:

Il Vostro synth può ingerire cibo e bevande, anche alcoliche, ma non sarà in grado di digerirli perché questo modello non è dotato di un apparato digerente completo. A seguito di un pasto è quindi indispensabile, prima di uno standby prolungato, provocare emesi scegliendo l’apposita opzione. Non farlo può causare al synth danni anche gravi e permanenti, non coperti da garanzia.

Con un doppio battito delle palpebre cliccò sulla parola emesi per cercarne il significato… Che schifo. Beh, meglio così, tutto sommato. L’avrebbe fatto solo spiluzzicare un po’, risparmiando sul conto del ristorante.

Suonò il telefono: era Ettore; le propose di uscire. Michela rifiutò, dicendo che non si sentiva bene, e riprese a sfogliare l’interfaccia. Intanto stava pensando che doveva scegliere, per la cena, un locale fuori mano, dove non corresse il rischio di incontrare Ettore. Ma neanche Silvana, la sua migliore amica: quell’approfittatrice non perdeva occasione per chiederle in prestito di tutto – a proposito: c’erano due o tre paia di scarpe che non erano più tornate indietro, doveva proprio ricordare di chiedergliele. Di sicuro Silvana avrebbe messo gli occhi anche sul suo nuovo gadget. Certo, non poteva nasconderglielo per sempre; ma non aveva nessuna voglia di condividerlo subito, adesso che sapeva ancora di nuovo.

Opra è da Saggio il cimentar la Sorte

Io so che il Cacciatore e i fieri Cani

Con trame ascose m’apparecchian Morte;

Ma pria che uccida disperata Fame,

Opra è da Saggio il cimentar la Sorte.

Frequento la villa di zia Lina fin da bambino ma quell’acquaforte con didascalia in versi appesa in sala da pranzo l’ho notata solo qualche giorno fa.

Dev’essere del settecento. Non è un capolavoro: l’autore non padroneggiava la prospettiva. Un lupo, con la testa sproporzionatamente grossa, cimenta la sorte tentando di prelevare una minuscola pecora dal gregge dormiente. La pecora continua a dormire serena anche mentre le fauci del lupo si stanno chiudendo su di lei. Poco lontano ci sono i fieri cani e il cacciatore, che forse di logica dovrebbe essere un pastore ma si sa che il verso è tiranno. Stanno anche loro dormendo della grossa e non si accorgono di nulla. Persino il cavallo del cacciatore – un pony si direbbe, sempre per via della prospettiva deboluccia – resta tranquillo legato a un albero: non ha sentito nulla, non si agita, non scalcia.

Rustica e improbabile ma originale e simpatica, quell’acquaforte, soprattutto perché si mette dalla parte del lupo invece di vederlo tradizionalmente come il nemico. E la morale espressa nei versi è condivisibile: quando si è a un passo dal baratro bisogna tentare il tutto per tutto. Mal che vada non si perde nulla, perché non c’è nulla da perdere.

Sono io il lupo, o almeno lo credevo, ma temo di avere intorno qualcuno più lupo di me. Come lo strozzino che mi ha prestato i soldi per saldare i debiti di gioco e che poi, al primo ritardo, attraverso i due che ha mandato a rompermi le gambe mi ha fatto anche arrivare una minaccia di morte.

Ho già venduto tutto quel che potevo vendere. Venderei anche il mio vecchio culo se trovassi qualcuno disposto a comprarlo. Nel mio caso non sarà la disperata fame a uccidermi, ma non cambia nulla: devo anch’io cercare la mia pecora, e in fretta, prima che sia troppo tardi.

Zia Lina è tanto cara e mi vuole bene, poverina; sono il suo unico nipote. Quando le ho chiesto di venire qui da lei a trascorrere qualche giorno di convalescenza, in carrozzina – una caduta dalle scale, le ho detto – mi è sembrata sinceramente contenta di potermi rivedere, nonostante si tratti indubbiamente di un disturbo per lei. Sono venuto qui da lei per mettere più spazio possibile tra me e gli scherani dello strozzino – prima o poi mi troverebbero anche qui, comunque – ma soprattutto con l’intenzione di farmi dare dei soldi. È ricca come il mare, ma non c’è stato verso.

La zia, con mia sorpresa, è al corrente della mia passione per il gioco e mi ha risposto «Frullino mio – mi chiamava così da bambino – se te li do adesso li lasci subito sul tavolo verde e domani sei di nuovo qui a chiedermene altri. Abbi pazienza ancora un po’: ho passato gli ottanta, lo sai, e non credo che dovrai aspettare molto. Poi li avrai tutti, e io non sarò più qui a vedere la brutta fine che faranno».

Non le ho detto come stanno le cose, non le ho spiegato la situazione drammatica e urgente in cui mi trovo. Avevo paura che mi giudicasse troppo male e cambiasse idea, decidendo magari di lasciare tutto a qualche istituzione benefica. Mi sembra di aver capito che il parroco le ronza intorno.

Ottantun anni sì ma ancora molto in forma, protesa verso i novanta e poi magari anche verso i cento, altroché “non dovrai aspettare molto”. Magra, dritta, lucidissima, lamenta solo un po’ di mal di schiena. Non solo autosufficiente ma attivissima: è lei che mi prepara i pasti e rigoverna adesso che sono suo ospite e, dalla carrozzina, non posso aiutarla.

Un paio di volte alla settimana viene una donna, Marianna mi pare che si chiami, da una cascina qui vicino, ufficialmente per darle una mano nelle faccende domestiche. Credo, però, che la faccia venire più che altro per avere un po’ di compagnia, fare quattro chiacchiere, farsi raccontare le ultime novità piccanti del paese, perché sarebbe perfettamente in grado di fare tutto da sola; tant’è che ha sempre rifiutato le sue insistenti proposte di coinvolgere anche il marito, che potrebbe occuparsi del giardino e del roseto ma dal quale non riuscirebbe a strappare nessun pettegolezzo.

Zia Lina ha una vera passione per le sue rose; è l’unica cosa per cui spende qualche soldo, mentre per tutto il resto la sua vita è estremamente frugale. Le fa piacere occuparsene personalmente; almeno un paio d’ore al giorno sta lì a potare, a regolare, a tagliare, a concimare. Fa arrivare il concime da un grosso vivaio della zona, addirittura un concime specifico per ciascun tipo di rosa. Non usa mai i guanti, e spesso si punge.

Lunedì scorso le ho detto che volevo muovermi un po’ e sono andato in carrozzina fino dagli Zorbi; la carrareccia è in piano e non è neanche troppo sconnessa. Sono entrato nella corte e ho chiamato ad alta voce Lucio, come facevo spesso da bambino. Mi ha fatto piacere rivederlo dopo, direi, quasi trent’anni, ormai, e anche lui mi è sembrato contento di vedere me.

Da bambino l’avevo invidiato moltissimo quando suo padre gli aveva portato uno scoiattolino caduto da un nido nel bosco. Lucio lo teneva in una gabbietta e lo accudiva con ogni cura, nutrendolo con il latte da un contagocce. Non se ne separava quasi mai ma una volta, mentre stavo andando da lui a giocare, fu chiamato dal padre e lo lasciò incustodito. Aprii la gabbia, lo presi e lo strinsi un po’ nel pugno, poi tornai a casa senza farmi vedere. Quanto pianse Lucio, il giorno dopo, raccontandomi di aver trovato morta la sua bestiola! Non credo che abbia mai sospettato di me.

L’ho pregato di accompagnarmi fuori, di farmi fare un giro spingendo la carrozzina attorno alla cascina, per rivedere il posto. Ricordavo bene: la concimaia era sul lato sud, ed era piena e traboccante. Guardandola con aria sconsolata Lucio mi ha raccontato che c’era stata da poco una tragedia: un loro stalliere, il mese precedente, era morto di tetano dopo essersi ferito a un piede con il forcone mentre ammucchiava il letame. Una feritina da niente, poco più di un graffio, ma era bastata. Io ho fatto finta di stupirmi ma lo sapevo già, i pettegolezzi di Marianna li ascolto anch’io qualche volta.

Come se mi fosse venuta un’idea improvvisa gli ho chiesto se aveva un album di fotografie per rievocare i vecchi tempi. Avrebbe voluto portarmi dentro per farmelo vedere, così mi avrebbe anche offerto un bicchiere di vino, ma gli ho detto di lasciarmi lì mentre lo andava a prendere, perché quell’odore mi era sempre piaciuto (non era vero, ovviamente) e respirarlo mi riportava all’epoca della nostra infanzia (questo sì).

Ci avrà messo non più di tre o quattro minuti a tornare con l’album – temeva che il sole mi desse fastidio – ma ho fatto in tempo a raccogliere un po’ di letame e a metterlo in una scatolina che mi ero portato. Intorno non c’era nessuno che potesse vedermi, sono stato attento.

Quella sera, alla tivù, il meteo non prevedeva pioggia per i giorni successivi; questo era importante. Dopo cena c’era ancora luce; mentre zia Lina dormiva – va a letto con le galline – ho riempito d’acqua uno di quegli annaffiatoi con lo spray che usa per rinfrescare le rose, ci ho sciolto dentro il letame e ho spruzzato il roseto. Non i fiori, si capisce, ma i gambi con le loro spine.

Poi sono andato in bagno e ho lavato per bene l’annaffiatoio, riempiendolo e svuotandolo due o tre volte. Non è una cosa strana che un attrezzo da giardino sia sporco di letame ma non si sa mai, meglio essere prudenti.

È passato qualche giorno ma zia Lina sta sempre benissimo. In compenso io, questa mattina, per qualche minuto ho sentito i muscoli del collo rigidi e tesi da far male, mi era difficile aprire la bocca, e dopo mi è rimasto un forte mal di testa. Adesso sto sudando, mi sembra di avere anche la febbre. Faccio fatica a scrivere.

Forse, dopo aver lavato l’annaffiatoio, ho fatto male a non pulire il lavandino, magari anche con l’alcol. In quel lavandino al mattino mi ci faccio la barba, e io uso il rasoio a lametta.

Un eroe dei tempi di internet

«Non c’è assolutamente nulla di cui preoccuparsi, signora. La gelosia del primogenito per i nuovi nati è assolutamente normale. Ci sarebbe piuttosto da stupirsi se non si presentasse». Il neuropsichiatra infantile aveva un atteggiamento rassicurante e le sue parole fecero su Maria l’effetto che un sorso di acqua fresca può fare su un assetato, però non riuscirono a farla sorridere. C’era qualcosa, qualcosa che non era ancora riuscita a sputare fuori e che lavorava dentro di lei, che le stringeva ancora lo stomaco.

«Le assicuro che tutto quello che mi ha raccontato finora rientra nella piena normalità. Non è convinta?»

Finalmente Maria trovò il coraggio per liberarsi dal peso che la opprimeva. «C’è un episodio che continua a preoccuparmi. La settimana scorsa ho lasciato per un attimo Edoardo da solo con la sorellina. Avevo qualcosa sul fuoco; il tempo di spegnere, forse un minuto. Quando sono tornata, Edoardo aveva preso Milli e la stava portando verso la finestra aperta. Sono corsa immediatamente e glie l’ho strappata di mano».

Maria notò la pausa prima della risposta. Le sembrò molto lunga, come se il medico stesse pensando per bene a quel che doveva dire.

«Gli ha chiesto perché lo stava facendo?»

«Sì, certo. Mi ha detto che voleva farle vedere gli alberi, fuori. Gli ho spiegato che era molto pericoloso e gli ho detto di non farlo più».

«Molto probabilmente voleva proprio farle vedere qualcosa fuori. Non darei troppa importanza a questo episodio. Certo bisogna sorvegliare sempre, perché anche se non ci sono cattive intenzioni un incidente può sempre verificarsi. E poi una bimba di sei mesi non andrebbe lasciata sola neanche per il tempo di spegnere un fornello».

Maria non disse nulla. Trovava la risposta tutt’altro che rassicurante; la faceva anche sentire in colpa.

«Senta, signora Ranti, le do un consiglio. Si comporti con naturalezza con i suoi figli, ma in presenza di Edoardo eviti eccessi nelle manifestazioni di affetto per la piccolina. Eviti troppi sbaciucchiamenti, vezzeggiativi, voci carezzevoli. Edoardo non deve avere l’impressione di avere di meno, di essere tagliato fuori. Manifesti il suo amore anche a lui. Lo faccia partecipare».

Quella notte Milli si svegliò piangendo verso le due. Sarebbe stato il turno di Stefano, e normalmente Maria gli avrebbe assestato un calcione sotto le lenzuola per scuoterlo dal suo sonno pesante. Preferì invece alzarsi lei, e in gran fretta. Non voleva che Edoardo si svegliasse.

La bimba aveva perso il ciucciotto ma aveva ancora gli occhi chiusi. Maria glielo ridiede, e questo fu sufficiente a calmarla. Si fermò un attimo a guardarla, pensando che tutte queste fatiche avevano un senso. Sorridendo amorevolmente le carezzò la testa con delicatezza, ricomponendole un ciuffo di capelli ribelle.

Al momento di uscire dalla stanza vide Edoardo in piedi sulla porta. Stava piangendo.

* * *

«Ma signora professoressa, perché ha dato lo stesso voto anche a Pippo?»

«Edoardo, ti prego, non vivere i compiti in classe come una gara. Questa volta Pippo ha lavorato bene e ha meritato un buon voto anche lui, come te. Non devi esserne geloso».

Edoardo si alzò, si precipitò al banco di Pippo, incurante delle urla dell’insegnante gli strappò di mano il compito e lo portò alla cattedra, indicando col dito un punto del foglio.

«Qui c’è un errore in più… non se n’è accorta? Io lo so, perché glie l’ho dettato io

«Comecomecome? Ah, allora le cose stanno così? Dammi il compito di Pippo e portami anche il tuo. Il voto resta sempre uguale per lui e per te, ma adesso è due… non più otto

Tornando al posto Edoardo passò di fianco a Pippo, che gli sibilò «Ci vediamo fuori».

* * *

«Signor Ranti, lei mi sta ossessionando. Abbiamo i nostri tempi, glie l’ho detto. E comunque sì, ho letto il suo romanzo. Una buona metà. Non ci interessa».

«Com’è possibile? Non lo trova scritto bene?»

«È scritto in Italiano corretto. Ma i contenuti…»

«Che cos’hanno i contenuti che non va?»

«Niente. Non possono avere niente che non va, perché non esistono. La prego di non richiamarmi».

* * *

Edoardo Ranti aprì un blog in cui analizzava criticamente le opere dei narratori italiani del passato. Puntò l’indice, tanto per cominciare, contro la prolissità del Manzoni, i sardismi della Deledda, le incongruenze storiche di Tomasi di Lampedusa, i neologismi di Gadda, il gergalismo di Pasolini. Presto guadagnò molti visitatori fissi che aspettavano ansiosamente il post successivo e commentavano entusiasticamente, anche se talvolta mostrando di non conoscere gli autori criticati.

Poteva considerarsi un successo, ma non gli bastava. Un autore defunto non può replicare, non dà soddisfazione. Fu così che cominciò a rivolgere le sue critiche anche ad autori viventi.

Puntò l’indice contro la strana lingua di Camilleri, gli errori di traduzione dall’ebraico di Erri De Luca, la prosaicità di Cucchi, l’oscura sintassi di Piperno, la pesantezza di Scurati, la consecutio temporum di Faletti, l’incompetenza di Moccia nelle vicende dell’adolescenza, i decaloghi di Mozzi. Si era preparato a rispondere a fitte bordate di contrattacchi duellando in punta di fioretto o menando colpi di bastone. Si teneva in esercizio costruendo nella propria mente dei possibili interventi degli autori attaccati e preparando le risposte che avrebbe dato. E poi le contro-risposte e le contro-contro-risposte.

Non accadde mai nulla. Nessuno degli autori aggrediti si fece mai vivo sul suo blog. Né altrove, se è per questo. Strano. Eppure questi personaggi di solito sono abbonati a servizi di rassegna stampa che li avvertono quando si parla di loro, anche in rete.

I suoi fedeli seguaci, comunque, crescevano di numero e continuavano a osannarlo, a riverirlo come un eroe. “Hanno paura di te”, suggerì uno.

Ancora una volta, Edoardo si sarebbe potuto ritenere soddisfatto ma continuava a mancargli lo scontro, la polvere dell’arena, il sangue che scorre. Fu così che cominciò a prendersela con altri autori di blog, sconosciuti che non avevano mai pubblicato nulla se non in rete.

Ogni mattino, appena alzato, controllava i nuovi interventi. Trovava sempre un gran numero di commenti adoranti, ma non gli davano nessun piacere.

Poi, finalmente, accadde. Uno dei blogger svillaneggiati era intervenuto con un commento indignato.

Cominciò subito a stendere mentalmente una risposta feroce, studiata in modo che l’antagonista non potesse sottrarsi, si sentisse obbligato a proseguire il dialogo.

Sotto la doccia si masturbò con grande soddisfazione.

La Dama Rossa

«Ecco la Dama Rossa» disse la contessina Antonia Eugenia di San Sistro indicando con un elegante gesto della mano destra un grosso dipinto che dominava il salone. «La contessa Vittoria Felicita Lari di San Sistro, trisnonna di mia nonna. Fu uccisa per gelosia dal marito, il conte Adinolfo Emilio, a ventiquattro anni, nel 1792. Uno spirito inquieto. Da allora la sua presenza ha sempre segnato momenti drammatici della nostra casata».

Dal ritratto, di ottima mano, Vittoria Felicita risultava una bella donna con i capelli ramati raccolti in una grossa treccia decorata da fiori, che le cingeva la testa a mo’ di aureola. Per contro, gli occhi vivaci e il sorriso malizioso lasciavano sospettare che Adinolfo Emilio avesse indubbiamente esagerato, ma non senza motivo. L’abito di raso verde era sontuoso, con un’ampia scollatura quadrata, contornata di pizzo, sul petto generoso. Il corpino conico, decorato a fili d’oro, si innestava su un enorme guardinfante. La contessa era seduta e portava in grembo un cagnolino, rivolto verso di lei in adorazione. Uno sguardo che probabilmente era abituata a ricevere non solo dagli animali domestici.

«È da lei che ho ereditato i capelli rossi», aggiunse Antonia Eugenia.

“E non solo quelli, temo”, pensò l’ingegner Simone Varenna, fidanzato della contessina.

Gastone Episcopo, specialista di parapsicologia, direttore responsabile della rivista semestrale “Il faro del paranormale” con tiratura di trecento copie, non aveva mosso mari e monti per farsi invitare al castello a parlare di genetica; cercò subito di riportare il discorso al tema prediletto.

«Come si manifesta questo spirito?»

«È sempre apparsa di spalle, con un lungo strascico bianco sormontato dalla massa dei suoi capelli rossi… rossi come le fiamme dell’inferno. Le sue apparizioni sono caratterizzate dallo spostamento di oggetti anche pesanti».

«Telecinesi! Interessantissimo!»

«Le apparizioni sono sempre state seguite, tranne in un caso, da tragedie famigliari. Nel 1902, al suo passaggio nel corridoio ovest, cadde dalla parete un grosso ritratto di mio bisnonno Attilio Eugenio: un presagio funesto. Il giorno dopo il bisnonno fu colto da una febbre che i medici non seppero diagnosticare; tre giorni dopo morì».

«E quel caso in cui la tragedia non ci fu?»

«Non una tragedia famigliare, intendevo. Fu nel 1937, quando a morire fu un ospite di mio nonno Eugenio Amilcare».

Il maggiordomo, che stava attendendo paziente, a distanza di rispetto, la conclusione del dialogo, annunciò che la cena sarebbe stata pronta alle 20, come richiesto. Gli ospiti furono accompagnati alle loro stanze per rinfrescarsi dopo il viaggio. Antonia Eugenia volle occuparsi personalmente di Episcopo, facendogli strada fino al fondo del corridoio ovest.

Al ritorno trovò Simone che l’aspettava alla base del dongione, con un sorriso ironico.

«Non stai un po’ esagerando? Tragedie… rosso come l’inferno…»

«Mio caro, tu conosci così poco della nostra famiglia».

Il sorriso di Simone si accentuò in una risatina. «È vero. Ma non fosti proprio tu a dirmi che tuo bisnonno morì di sifilide, e non in tre giorni ma dopo un lungo e penoso declino?»

La contessina fu colta da un accesso d’ira cui qualche anno prima avrebbe dato libero, tremendo sfogo; allora, invece, lo seppe contenere benissimo.

«Come sei prosaico, senza fantasia… sei proprio un ingegnere» si limitò a rispondere, sorridendo. La frase “Non so come ho fatto a scegliere uno come te” le rimase sulla punta della lingua, bloccata dalla consapevolezza di quanto Simone, rampollo di una ricca famiglia di costruttori, aveva speso per restaurare il castello, e soprattutto di quanto gli restava ancora da spendere. Portò la mano destra al viso del fidanzato per una lunga carezza amorevole, e la concluse prendendo tra pollice e medio un lembo della guancia in un pizzico prima affettuoso, poi sempre più forte, finché Simone dovette allontanarle la mano.

«E comunque do a quell’imbecille quanto si aspetta. Non ho potuto fare a meno di invitarlo per non contrariare Isabella che, spudoratamente, me l’ha chiesto; e sai che Isabella devo tenermela buona, con le amicizie che ha in soprintendenza. Il signore vuole gli spettri del vecchio castello? Ebbene, gli spettri forse ormai sono volati via, ma creiamogli almeno un po’ di atmosfera. Stai buono e lasciami fare, vedrai che ci divertiremo».

* * *

«Vieni qui fratellino, devi fare qualcosa per me».

Il tredicenne contino Ettore Alfonso si avvicinò alla sorella, attratto dal cinquantone che le sporgeva dalla mano. Tentò di afferrarlo, ma lei nascose la mano dietro alla schiena.

«Spara, sorellona».

«Hai presente il negozio di articoli da pesca che c’è in paese, lungo il fiume?»

«Quello gestito da Roberto, il palestrato che è venuto a trovarti l’altra notte?»

Antonia Eugenia cercò di assestargli un manrovescio, ma Ettore Alfonso aveva i riflessi pronti e si smarcò ridendo.

Il cinquantone ricomparve. «Insomma, questo non t’interessa?»

«Ma certo che mi interessa, sorellona».

«Allora tieni il becco chiuso e vai a prendermi un rotolino di lenza di nylon trasparente. E sbrigati, mi serve prima di cena».

Ettore Alfonso pinzò il biglietto e subito sparì in silenzio.

* * *

A tavola Episcopo, seduto a destra della contessina, la tormentava incessantemente con domande sulla Dama Rossa, domande che peraltro trovarono tutte adeguata risposta, con dettagli talora raccapriccianti. Simone, abbastanza vicino da sentire la conversazione, disapprovava silenziosamente, scuotendo la testa ogni tanto.

Poco prima che venisse servito il dolce Antonia Eugenia levò gli occhi al cielo e si agitò una mano davanti al viso, come per farsi vento.

«Un lieve malore… mi dispiace, devo assentarmi un momento».

«Ti accompagno, cara?»

Antonia Eugenia assunse uno sguardo severo che contrastava con il tono mellifluo della voce. «Ma no, Simone, non è niente di grave; resta con gli ospiti, posso fare da sola, torno presto».

* * *

Verso le tre del mattino Episcopo fu svegliato da una serie di scricchiolii, prima radi e appena percettibili, poi sempre più forti e frequenti. Mise una mano fuori dalle coperte e riuscì con difficoltà a trovare l’interruttore a pera che pendeva dal paralume sul comodino. Nella fioca luce vide una poltroncina Luigi Filippo, come animata, dirigersi a tutta velocità verso la porta, arrestandosi pochi centimetri prima dell’urto.

Fu colto dal timor panico, che non aveva mai provato prima: la paura dell’ignoto che sai esistere ma che non avevi ancora incontrato e che adesso, invece, ti sta di fronte in tutta la sua spaventosa potenza, e probabilmente con intenzioni ostili. Sentì i capelli e tutti i peli del corpo rizzarglisi sulla pelle. Restò completamente paralizzato per alcuni lunghissimi secondi durante i quali i pensieri, al contrario, si susseguivano velocissimi nella sua testa. Si rese conto che l’unica via d’uscita dalla stanza era la porta presidiata dalla terribile poltroncina, che sembrava volerla bloccare. Scattò in piedi sul letto, saltò giù, si diresse di corsa verso la porta, la spalancò mandandola a sbattere con violenza contro quell’oggetto minaccioso, uscì ansimando. Il cuore sembrava volergli uscire dal petto.

Sotto la pallida luce della luna che entrava dalle grandi vetrate si stava allontanando rapidissima lungo il corridoio una sagoma bianca sormontata da una massa di capelli rossi… rossi come le fiamme dell’inferno.

Fu l’ultima cosa che vide. Poi una fitta lancinante al torace lo precipitò nel buio.

Istantanea di un momento felice

Sigaretta in bocca, le braccia nude conserte sulla fredda ringhiera, Davide seguiva il lento corso del sole appena nato alla sua sinistra aspettando che illuminasse l’isola, che strappasse al campanile di San Giorgio Maggiore la sua ombra, e pensava alle tante altre volte in cui gli era capitato di assistere all’alba. Come quando Gabriella finalmente si addormentava dopo una notte di ingiurie e recriminazioni e lui, stanca preda di un’eccitazione che sapeva di morte, dal balcone della casa popolare di via delle Pervinche guardava, senza vedere, il sole che ancora una volta prendeva possesso delle buche sulla strada, dei cumuli di immondizia, degli alberi stenti.

Non si era trovato a suo agio in quelle piccole stanze dai muri umidi, sul tavolo della cucina dal ripiano di plastica che anche dopo la pulizia restava sempre un po’ appiccicoso, dove dopo cena cercava ancora di strappare al sonno un paio d’ore di lavoro, spronato dalla nera cappa della propria angoscia e dal rimprovero che credeva di sentire, attraverso la sottile parete, nel ritmico respiro del sonno della moglie, sempre più estranea, sempre più nemica.

Non si trovava a suo agio neanche adesso, tra i velluti, i marmi, i vetri di Murano e le braccia di Valeria, amorevoli e profumate di futuro. Continuava a restare fuori qualcosa; c’era sempre la sensazione, simile al rimorso, di aver sbagliato tutto, di stare sbagliando anche in quel preciso momento, di dover essere invece altrove, a fare altro, completamente altro.

Tirò fuori dal portafogli una foto così consunta che solo il ricordo e la fantasia gli consentivano di decifrare i personaggi ritratti, di riconoscerne i sorrisi; una foto di famiglia di cinque anni prima. Ecco, quello era stato un momento felice. Neanche tanto tempo era passato, cinque anni sono un soffio, un nulla nella scala dell’universo e tutto sommato non un granché neanche nella scala dell’uomo, eppure da allora il suo mondo era cambiato in maniera così radicale che lui stesso a volte stentava a crederci: si era rovesciato, una volta, e poi di nuovo.

Delle persone ritratte nella foto solo lui era ancora vivo. Pochi giorni dopo lo scatto, suo padre era stato arrestato con l’accusa di concussione, particolarmente odiosa per lui che, in una pletora di corrotti, aveva fatto dell’onestà una bandiera. Dopo un paio d’anni l’accusa era risultata falsa, funzionale alla vendetta di un collega, ma nel frattempo il padre si era ucciso in cella e la madre era morta di infarto, certo per il dolore e la vergogna della situazione.

Davide era un informatico ed aveva pubblicato un algoritmo per la compressione dei filmati molto più efficiente di quelli esistenti. Poco dopo, però, un colosso americano dell’informatica gli aveva intentato causa per violazione di brevetto.

Il nome di uno dei tecnici della controparte, che compariva nella denuncia, non gli suonava nuovo. Gli archivi della posta elettronica gli confermarono che aveva avuto con costui una fitta discussione sull’algoritmo ben prima del brevetto. Questo avrebbe dovuto vanificare la causa, ma gli agguerriti avvocati della controparte riuscirono a far passare la tesi secondo cui i messaggi di posta elettronica non possono considerarsi probanti.

Davide fu condannato e ridotto sul lastrico. Sua moglie, che credeva di aver sposato un genio destinato a chissà quali ulteriori successi, si ritrovò invece un poveraccio distrutto dalle sventure giudiziarie e il cui nome, per di più, risultava macchiato anche dalle vicende paterne. Non ci mise molto a lasciarlo.

Tutto questo, nella foto, non c’era, era di là da venire. La foto era un culmine, un massimo che sarebbe stato subito seguito da un precipizio, ma loro non lo sapevano ed erano immobilizzati, congelati nei loro sorrisi.

Quando aveva toccato il fondo, Davide conobbe Valeria. Si era chiesto molte volte come potesse essersi innamorata di lui. Istinto di protezione? Pietà? Comunque Valeria era stata lì accanto a lui nei momenti più oscuri, gli aveva impedito di impazzire.

Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, qualcosa si stava muovendo. Uno studio di giovani avvocati in cerca di fama si era reso conto che la condanna di Davide poggiava su basi molto deboli. Si offersero di patrocinarlo gratuitamente in un ricorso alla Corte d’Appello Federale, sicuri del successo e della notorietà che ne avrebbero tratto.

Vinsero. La sentenza originaria fu ribaltata. Davide si trovò, da un giorno all’altro, riabilitato agli occhi del mondo. Ebbe anche un indennizzo, una cifra così alta che, nella sua vita, non gli era mai capitato neanche di immaginarla.

Questo era, dopo il precipizio, un nuovo culmine, un nuovo massimo. Ora aveva l’amore, la fama, il denaro. Sarebbe stato il caso di scattare una nuova foto, pensò, e gli venne da ridere. Forse ogni culmine è seguito da un precipizio, forse è una legge di natura, inevitabile. Scattiamo fotografie quando siamo felici per congelare l’istante, per poterle poi tenere nel portafogli come cibo per la nostalgia e riguardarle fino alla consunzione.

Tolse dalla valigia la pistola che si era procurato nel momento peggiore delle sue disavventure, poco prima di conoscere Valeria. Era nera, come una macchina fotografica. I suoi pensieri vagavano. Si ritrovò a chiedersi perché, in Inglese, lo stesso verbo – shoot – si usi sia per lo sparo che per lo scatto di una fotografia. Forse perché ambedue le cose servono a congelare un istante.

Dove meno te l’aspetti

Le tombe affiancate dei fidanzatini con la stessa fotografia sui due rettangoli di ceramica, lui che abbraccia teneramente lei davanti a una torta di compleanno con le candeline, gli sguardi rivolti alla macchina fotografica; a lato lo stesso ingenuo epitaffio in corsivo, solo i nomi scambiati:

Dio oggi vi ha voluti con Sé

Giudi e Rico (Rico e Giudi sull’altra)

In Cielo vi ha uniti in Matrimonio

Per rendere partecipi gli Angeli

Del vostro Amore,

le tombe affiancate dei fidanzatini lo commuovevano ogni volta che ci passava davanti, gli facevano ronzare in testa per ore il verso Well, Juliet, I will lie with thee to-night, gli facevano venire agli occhi lacrime che cercava di respingere, di nascondere perché lo riempivano di imbarazzo, e non poteva fare a meno di fantasticare, di costruire una storia. Un incidente d’auto, forse proprio all’uscita da quella festa dove avevano spento diciotto candeline, una patente fresca messa alla prova, un po’ d’alcol nelle vene e le loro vite si erano spente come due candeline in più. O forse erano in aereo, ne cadono tanti, si legge spesso sul giornale. In aereo, come i suoi genitori.

* * *

Marco era abituato alla solitudine. Dopo l’incidente che l’aveva reso orfano a sette anni lo zio paterno non aveva potuto fare a meno di prenderselo in casa e di mantenerlo agli studi ma non era stato per lui né un padre né un amico. La tristezza irrimediabile che ci si porta nel cuore sovente indurisce all’esterno, rende cattivi, ma non nel suo caso. Era stato un bambino timido e sensibile che non sapeva giocare a pallone e non aveva amici; era diventato presto un giovane uomo timido e sensibile che non guardava la partita e non aveva amici. Non era mai stato un ragazzo, non si era mai tuffato nell’oceano che c’è al di là degli occhi di una donna né aveva mai provato lo struggimento di averli persi.

Così come molti la annegano nell’alcol, lui annegava la propria solitudine nell’arte, cui dedicava il tempo libero e i pochi guadagni saltando da un volo low-cost ad un ostello per la gioventù ad una squallida pensioncina, purché fossero vicini a musei, mostre, esposizioni. Un giorno, di ritorno dalla Tate Modern, nel suo pessimo albergo fu incuriosito da una locandina che pubblicizzava visite guidate al cimitero monumentale di Highgate.

Fu una rivelazione, non tanto per l’arte funeraria e le tombe di personaggi famosi quanto perché scoprì che l’ambiente del cimitero, la vicinanza dei morti, gli comunicavano una sensazione di calma e di profonda, impersonale serenità che non avrebbe mai immaginato e non sapeva capire. Forse il trovarsi di fronte all’eternità? Onorare indirettamente i genitori, i cui corpi erano dispersi e il cui ricordo era ormai quasi svanito? O forse riscattare la pochezza della sua vita, che era quasi umbra super terram né più e né meno di quella di chiunque altro, compresi santi, sapienti, ricchi, potenti, famosi? Chissà. Aveva rinunciato a spiegarselo, ma non a frequentare i cimiteri. Aveva preso un pastis da La Renaissance al Père-Lachaise, aveva accarezzato i versi sfuggenti di Valéry a Sète, aveva fantasticato del Golem, verità e morte, davanti alla tomba di Rabbi Loew a Praga.

In patria, dopo aver visitato tutti i cimiteri monumentali italiani, continuava a provare, quasi una forma di dipendenza, il bisogno di quella meravigliosa sensazione, quel nirvana, sciogliersi nel flusso universale e continuo delle cose, tranquillo, imperturbabile, eterno. Cominciò a frequentare regolarmente i cimiteri della sua città, nei fine settimana, senza fretta, soffermandosi a lungo ogni volta su poche lapidi in modo da lasciare sempre qualcosa per le visite successive, come quando ci si raziona un cibo prelibato o le pagine di un libro prediletto.

Gli era capitato qualche volta di scorgere in lontananza nei viali interni una figura femminile vestita di scuro, alta, slanciata, lunghi capelli neri, senza mai riuscire a coglierne il volto. Non poteva essere sicuro che fosse sempre la stessa persona ma a volte ne era convinto: c’era qualcosa di riconoscibile nei suoi movimenti, un incedere maestoso e lieve, un camminare sulle nuvole che gli sembrava unico. Altre volte, quando non la incontrava, gli veniva da pensare che fosse solo un’illusione, una creazione della sua fantasia di uomo che non voleva ammettere di sentirsi solo. Ma poi eccola di nuovo e la sua realtà, carne ed ossa, gli si imponeva con evidenza.

Capitò anche, una volta, che cercasse di seguirla. Avrebbe voluto avvicinarla, rivolgerle la parola, vedere finalmente il suo volto ma era troppo timido, si manteneva a distanza pensando a quel che avrebbe potuto dirle per non sembrare inopportuno. Prometteva a se stesso che appena avesse trovato le parole giuste avrebbe accelerato il passo, l’avrebbe affiancata, ma le parole giuste non si lasciavano trovare. La figura prese un viale laterale e lui la perse di vista; quando arrivò anche lui ad imboccare il viale non vide nessuno, solo un turbinìo di foglie secche che presto si adagiarono a terra con eleganza, e un vago sentore di tuberosa.

Quella notte un episodio infantile dimenticato tornò come incubo. Un luna park, un castello dei fantasmi, un trenino si tuffa nel buio, la paura gli fa stringere forte il braccio della mamma ma gli occhi restano spalancati, dita spettrali gli sfiorano il viso, sussurri, lamenti, risate perfide, improvvisamente una figura femminile in lontananza emerge dal buio, i lunghi capelli neri le scendono sulla schiena, il trenino ineluttabilmente si avvicina, di scatto la figura si gira ed è uno scheletro ghignante. Ciononostante la volta successiva, quando la vide di nuovo nei viali del cimitero, la figura misteriosa non aveva preso nulla di quel terrore notturno e niente aveva intaccato la serenità che lui continuava a provare.

* * *

Oltrepassate le tombe gemelle dei fidanzatini, qualcosa attirò la sua attenzione. Nel giardinetto attorno a un mausoleo familiare un gattino molto piccolo, magro, apriva la bocca emettendo un miagolio appena percettibile. Si fermò, si chinò, lo accarezzò. Sembrava affamato. Dallo zainetto prese il panino che portava d’abitudine per fare uno spuntino, ne tolse il prosciutto e lo offrì alla bestiola.

Mentre la guardava mangiare avidamente si sentì sfiorare un braccio e si voltò. Una donna alta, slanciata, vestita di scuro, con lunghi capelli neri attorno a un viso ovale stupendo gli stava sorridendo; una fragranza di tuberosa raggiunse le sue narici.

«Mi perdoni se la disturbo» disse con voce soffice e carica di timidezza. «Questo gattino dev’essere l’ultimo della cucciolata, qualcuno ha ucciso la madre, sono già riuscita a trovare una casa per tutti gli altri, ma questo… chissà dove si era nascosto».

Marco non credeva ai propri occhi. La donna proseguì, come a giustificarsi: «Ho seguito le vicende di questa cucciolata perché vengo qui spesso, lei non ci crederà ma passeggiare per questi viali mi dà una grande serenità».

«Penso di capirla» disse Marco rispondendo al sorriso, e aggiunse: «Questo gattino potrei prenderlo io».

«Davvero? Sarebbe meraviglioso!»

Aprì la borsetta, cercò un pezzo di carta e una penna, scrisse qualcosa.

«Questo è il mio numero di telefono, spero di non sembrarle troppo sfacciata ma mi farebbe piacere se potessi vedere ancora questa bestiola… se non le è troppo di disturbo».

«Farà molto piacere anche a me, invece».

Al ritorno passò nuovamente davanti alle tombe dei fidanzatini. Gli sembrò che dalle fotografie guardassero proprio lui, che gli sorridessero.