Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – Da Sghego

Le cronache da Venusia si arricchiscono di un nuovo capitolo tratto da un’immagine di Etiliyle,

Buona lettura.

A Venusia c’è un solo bar e una trattoria e zero alberghi. Se un improbabile turista, un vero sfigato a essere sinceri, capita qui, dovrebbe tornare di corsa a Ludi.

Non c’è nulla da vedere degno di essere visitato, a parte il Castello. Però si deve trovare un venusiano disponibile ad accompagnarlo lungo il sentiero che inerpica dentro il Bosco degli Spiriti. A parte un paio di giovani e alcuni bambini che non temono inoltrarsi, il resto della comunità non lo fa. Supposto che Sandra e Riccardo, che non temono il Bosco degli Spiriti, facciano da guida, dopo una bella scarpinata il Castello, o la Fortezza come la chiamano i venusiani, è di uno squallore che mette angoscia. Intorno erbacce, dentro stanze vuote e polverose. Insomma un turista direbbe: «Tutto qui?»

Nell’unica piazza di Venusia c’è una fontana vuota, meta di colombi e altri uccelli. A memoria di venusiano non è mai zampillato un filo d’acqua e la vasca si riempe di foglie portate dal vento. Nel parco, un giardino con poca erba e qualche sparuto albero, c’è una sola panchina, sempre occupata dagli innamorati.

Insomma in mezz’ora il turista avrebbe visto tutto quello che c’è da vedere. Non va meglio col mangiare e il bere. L’unico esercizio è Da Sghego nel centro del paese. Il tavolo posto all’esterno sotto la pergola è fissa dimora di quattro scioperati, la cui sola occupazione e fare interminabili partite a scopone che finiscono a insulti e sberleffi.

Se l’ipotetico turista, un autentico masochista, volesse bere non avrebbe molte scelte. All’interno, come all’esterno si serve vino, rigorosamente rosso. I venusiani non conoscono birra o alcoolici, proprio qui non si trovano. Aranciate, chinotto o altri liquidi, che non siano vino rosso e acqua, sono del tutto sconosciuti.

Il vino rosso è ottenuto dalle uve clinton e merlot, che si coltivano appena fuori dal paese insieme a vigne autoctone dai grappoli rossi e bianchi, che sono talmente aspri da essere schifati dai tordi. Si sa che sono ghiotti di frutti ma questi acini proprio non piacciono. È un vino dal colore violaceo, corposo e denso, tanto che lascia tracce intense nel bicchiere. Alcuni malignano che nello stomaco dei venusiani c’è un bello strato di sedimento, lasciato da questo vino. Nessuno ha mai controllato ma il dubbio rimane.

Per l’altro liquido, l’acqua, quella minerale è sconosciuta a Venusia. Per avere le bollicine si aggiunge una polverina a quella della risorgiva, usata come potabile. Qualcuno usa la Brioschi, ma la maggioranza l’Idrolitina o Idriz. I tre schieramenti si fronteggiano a colpi di bustine.

«La mia» dicono sventolando la Brioschi, «aiuta la digestione. Puoi mangiare un bue ma bere l’acqua effervescente con la Brioschi, digerisci tutto».

«No, è meglio l’Idrolitina del cavalier Gazzoni. Effervescente naturale».

«Ma vuoi mettere la Idriz? Centomila volte migliore» gridano i fan di questa polverina.

In conclusione o acqua pura di risorgiva o effervescente con queste bustine. Da Sghego trovi solo quella trattata con l’Idrolitina.

Definire bar Da Sghego è molto pretenzioso, perché è un’osteria o una bettola con l’uso di cucina. Sì, qui perché puoi anche mangiare. La specialità della casa è la porchetta e basta. Si può mangiare solo questa tra due fette di pane azimo. Scelte diverse non ce ne sono.

Per i venusiani va bene così, tanto difficilmente mangiano la porchetta di Sghego, per i turisti molto meno. Quindi se non arrivano, tirano un sospiro di sollievo. Il solo pensiero di un’invasione turistica come a Ludi fa venire l’orticaria a tutti.

Disegna la tua storia con un’immagine di Marzia – la visione onirica

Marzia mi ha mandato l’immagine seguente per la consueta sfida di scrivere qualcosa di (in)sensato.

inviata da marzia

Eccovi accontentati.

Buona lettura

Per Pietro era un sogno ricorrente che lo affascinava tutte le notti.

Era sempre lo stesso. In bianco e nero. Non finiva mai. Presentava sempre la medesima scena.

Così una notte dopo l’altra ricompariva non appena poneva la testa sul cuscino.

Non aveva un’idea perché lo facesse, né ricordava quando era iniziato questa sequenza. Eppure alla mattina si svegliava leggero col sorriso sulle labbra pronto iniziare la nuova giornata.

Per lui era un una specie di portafortuna, perché cominciava col piede giusto il nuovo giorno. Fischiettando scendeva dal letto e andava in cucina a prepararsi il caffè.

Pietro era single, non per volontà sua ma perché sembrava che calamitasse tutte le donne più strane del pianeta. Non una che apparisse normale ma forse chi non era normale era proprio lui.

Bassettino. Non arrivava al metro e settanta. Capello fulvo, non rosso ma arancione come Boris, quello della Brexit. Anche quando si pettinava, sembrava che avesse fatto a botte col barbiere. Pelo arruffato e dispettoso che incorniciava un viso tondo con un naso a patata. Aveva quarant’anni ma di compagna neppure una all’orizzonte e tendeva alla pinguedine nonostante gli sforzi di andare in palestra e piscina.

Anche stanotte aveva vissuto il solito sogno e questo lo rendeva euforico. La giornata sarebbe stata ottima.

Lavata la tazzina e messa la moka a gocciolare sul pensile, si era infilato i pantaloni chiari e la camicia di lino blu con la giacca color nocciola sulle spalle. Era settembre ma il clima mite, quasi estivo, lo spingeva a non indossare la giacca, che avrebbe messo non appena avesse varcato la porta dell’ufficio.

Lavorava come analista in una multinazionale da diversi anni. A differenza di altri colleghi non aveva contatti con i clienti. Stava sempre rintanato nell’open space, che odiava per il continuo rumore di fondo degli altri occupanti la zona. Non aveva relazioni sociali coi colleghi. Un freddo ‘buon giorno’ alla mattina e un gelido ‘arrivederci’ alla sera, prima di uscire. Sapeva che gli altri impiegati sussurravano che lui era gay, perché non l’avevano mai visto con una donna e lì le donne abbondavano. Nell’open space ce ne erano almeno una dozzina. Tutte in età da marito. Alcune carine, altre libere, attorno alle quali gli uomini ronzavano come mosconi fastidiosi. Per Pietro erano delle galline stupide che chiocciolavano tutto il giorno.

Pietro ripensò all’Alberta, la vicina di casa, che aveva fatto la smorfiosa nella speranza di accalappiarlo, finché non le aveva detto che non intendeva avere rapporti con lei, nemmeno di semplice conoscenza. Per non parlare della Bea, conosciuta in chat su Meetic. Quando alla fine avevano deciso di vedersi, l’incontro era stato un fiasco. Lui incapace di fare un discorso più lungo di due parole, lei un fiume in piena che non stava zitta un secondo. Insomma meglio soli che male accompagnati, si disse salutandola.

«Arrivederci» disse Pietro, togliendo finalmente la giacca e avviandosi all’uscita tra l’indifferenza generale dei colleghi.

Appena svoltato a destra nel corridoio, sbatté con violenza contro un immenso poster dietro al quale stava una ragazza snella dai capelli che scivolavano sotto le spalle.

Il poster cadde per terra e Pietro per poco non fece altrettanto. Nel disegno in bianco e nero si vedeva la scena finale del suo sogno ricorrente. Un ragazzo e una ragazza che volteggiavano in un gorgo di sardine. “Ecco come prosegue!” esclamò in silenzio Pietro.

«Pietro» si presentò allungando la mano.

«Alice» rispose con un bel sorriso che mostrava i suoi denti bianchi, mentre la stringeva con vigore.

Pietro si chinò, raccolse il poster e prese sottobraccio Alice.

Insieme uscirono sulla strada.

Disegna la tua storia – immagine di Etiliyle – La strada

Una nuova bella immagine di Etiliyle per una nuova storia.

Non sono molte le strade che portano a Venusia, un piccolo puntino senza nome nella pianura di Ludilandia. Per lo più viottoli assolati di campagna polverosi d’estate, fangosi nell’autunno.

Così se qualche forestiero capita a Venusia, è perché ha infilato quell’unica strada quasi sommersa da arbusti ed erba probabilmente per sbaglio.

D’estate quella strada che da Ludi conduce a Venusia è anche piacevole da percorrere. Ombreggiata con macchie di oleandri cresciuti in maniera selvaggia lungo i bordi della carrareccia. Nessun venusiano conosce come siano nate quelle piante. Qualcuno dice che è stato il vento a trasportare i semi, altri un antico vesuviano ha deciso di dare un tocco di colore alla strada. Di fatto i vesuviani se ne infischiano della loro origine, anzi la loro presenza un po’ li infastidisce per i fiori e le foglie che cadono sull’asfalto.

Comunque un giorno di luglio col sole a picco che spacca le pietre ma anche le teste Massimo ha infilato quel tratturo che da Ludi porta a Venusia. Un po’ per gioco, un po’ per curiosità ma perché era ombreggiato e prometteva fresco. È un turista arrivato con un pullman a Ludi a visitare non si sa che cosa. A ludi non c’è nulla da vedere. Noleggiata una bicicletta da gran turismo, in braghe corte e maglietta ha cominciato a pedalare, finché vista quella strada in ombra ha deciso di percorrerla.

Di buona lena pedala, pedala, ma non vede mai finire la strada e nemmeno incontra persone o cose.

Cosa ci fosse dietro quel muro di verde, lo ignora, perché è talmente fitto da impedire la vista. Ascolta alla sua destra il fresco gorgoglio dell’acqua ma non capisce se è un fiume o un rigagnolo.

La strada non è mai dritta ma un susseguirsi di curve che Massimo affronta con prudenza. Si chiede dove arriva, visto che non incontra né uomini né animali. Sbucato dall’ennesima curva gli appaiono case basse con lo sfondo di un panettone verde.

«Oh!» esclama stupito a questa visione inaspettata. «Dove sono finito?»

Superate le case più esterne tra gli sguardi sorpresi dei suoi abitanti, Massimo arriva in una piazza con una fontana senz’acqua. Si guarda intorno smarrito alla ricerca di una fontanella per bere senza trovare nulla.

Il sole è di un bianco accecante e la pedalata gli ha messo sete. Gli abitanti di questo paese sembrano nascondersi, quasi timorosi di essere contaminati da Massimo. L’orologio della torre è fermo, immobile come l’aria di questa giornata torrida.

Massimo pedala lento alla ricerca di un bar.

«Ci sarà pure uno straccio di osteria in questo paese di…» e lascia sfumare l’esternazione. «Tanto è inutile imprecare».

Intravvede in una via alberata con frondosi ontani quello che gli sembra un esercizio pubblico. Due colpi di pedale ben assestati ed eccolo davanti all’insegna: “Da Sghego”. Appoggiata la bicicletta al tronco rugoso un po’ barcollante si avvia dentro alla ricerca di refrigerio. Quattro uomini stanno giocando a carte e non lo degnano nemmeno di uno sguardo di sbieco. Continuano la loro partita battibeccando.

«Una birra» ordina appoggiandosi al bancone.

Un ometto smilzo e pelato scuote la testa. «Niente birra» e continua a lucidare i bicchieri.

«Un’aranciata fresca» prova a chiedere Massimo, che si umetta le labbra secche.

L’ometto finge di non sentire, mentre fa cenni di diniego col capo.

«Ma che c…» s’interrompe Massimo che sta perdendo la pazienza. «Insomma quale bevanda vendete?»

L’ometto solleva lo sguardo e mormora: «Vino. Vino rosso».

Massimo strabuzza gli occhi. Non può credere che si venda solo vino ma si rassegna. Ha sete e deve bere.

«Un gotto di vino» esclama contrariato.

«Rosso?»

Massimo si torce le mani e si morde la lingua, prima di ribattere: «Avete anche del vino bianco ghiacciato?»

«No. Solo vino rosso» afferma con tono monocorde l’ometto senza smettere di lucidare con cura i bicchieri.

«Allora vino rosso» afferma Massimo spazientito con la voce stridula per l’ira.

Senza fretta l’ometto prende uno dei bicchieri lucidati con cura maniacale e lo riempe col vino rosso di un fiasco impagliato.

Massimo afferra il calice e beve tutto d’in fiato il suo contenuto, asciugandosi le labbra con un fazzoletto.

«Un altro» mormora Massimo che si umetta le labbra con la lingua.

L’ometto nega col capo e dice con voce calma: «Uno è sufficiente. Deve tornare a Ludi sobrio».

Massimo sgrana gli occhi allibito. Quell’ometto si preoccupa del suo ritorno a Ludi. Ha capito che è giunto il momento di togliersi dai piedi.

«Quanto le devo?» chiede mettendo mano al marsupio dove tiene il portafoglio.

«Niente».

«Come niente?» mormora esterrefatto Massimo.

«È la ricompensa per essere venuto a Venusia» e lo congeda.