Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – La nevicata

Sa questa splendida immagine di Etiliyle ho tratto l’ispirazione per questo nuovo racconto ambientato a Venusia. Lo so che la neve è un miraggio ma siamo d’inverno 😀

https://etiliyle.files.wordpress.com/2018/02/etiliyle-wordpress-com-luca-molinari-photo-etiliyle-blog-fotografia-pictures-poem-poems-poetry-poesy-pics-art-images-screenshot-share-e2809csnow-cold-winter-white-canon-eos-5.jpg?w=2000

Venusia non conosce mezze misure. Se c’è il sole, sembra un ferro incandescente e costringe la gente a mettersi al riparo, se non vuole andare arrosto. Se piove, la pioggia dura settimane e crescono i funghi in testa. Se c’è nebbia, beh! questa si può tagliare a fette per portarsi a casa roba spugnosa e maleodorante. Se nevica, un metro di coltre bianca non te lo leva nessuno.

Insomma, a parte in primavera e all’inizio dell’autunno, quando sembra che il tempo metta giudizio, nel restante periodo dell’anno è una gara agli eccessi.

Così tanto per non smentirsi l’inverno è sembrato ai venusiani che fosse arrivato un po’ precoce. Le piogge di ottobre sono state moderate, diversamente dal solito. Ha gocciolato per un paio di settimane ma nessun diluvio universale, come li aveva abituati negli anni precedenti. Poi qualche settimana di nebbia, ma niente di epocale. Sì, nebbia ma non particolarmente fitta. Ogni tanto qualche sprazzo di sole a bucare la coltre lattiginosa mai troppo spessa. In conclusione i venusiani si sono sfregate le mani perché questi due mesi stavano passando senza lasciare ricordi spiacevoli come negli anni precedenti.

Arrivati a metà novembre però li ha aspettati una sorpresa: cielo terso mai osservato in questo periodo e temperature da far concorrenza alla Siberia. I venusiani, tutti col naso rosso e congelato, camminavano a fatica per le strade ridotte a piste di pattinaggio. Gli abbracci e le pacche sulle spalle sono stati aboliti per il timore che chi li riceve possa andare in mille pezzi come un cristallo di Boemia.

I consumi di elettricità e di combustibile per il riscaldamento sono cresciuti rapidamente con andamento esponenziale. La legna per le stufe a pellet è diventata più ricercata dell’oro. A Ludi, vista l’assenza di rivendite a Venusia, non ne trovavi più. Tutto esaurito, mentre il mercato nero chiedeva cifre da capogiro per qualche metro cubo di legname. In conclusione i venusiani battevano i denti per il freddo.

Poi una sera sono arrivati nuvoloni bianchi come il latte da nord-est ma nulla ha fatto pensare alla sorpresa che ha colto i venusiani la mattina seguente. Venusia è bloccata. Nessuno riesce uscire dalla porta di casa. Mezzo metro di neve è la misura minima nei punti più fortunati. Per gli altri dagli ottanta ai cento centimetri si addensano sui portoni delle abitazioni. Di fatto bloccandoli.

Sofia guarda smarrita la coltre nevosa segnata solo dalle zampette di qualche passero affamato. Vorrebbe portare Tobia a fare il solito giretto dopo la notte passata nel chiuso della sua casa. Ha provato ad aprire la porta ma dalla fessura è entrato un rivolo di neve. A fatica, appoggiando tutto il suo corpo è riuscita a richiuderla. Dove la sera precedente aveva chiuso l’imposta non riesce ad aprirla. Ghiaccio e neve fanno da collante tipo super attack. I vetri non protetti dagli scuri sembrano fantastici merletti e pizzi bianchi.

«Tobia» spiega al meticcio che mugola impaziente, perché vorrebbe uscire. La neve non lo spaventa, anzi lo rende felice. «Siamo bloccati. Non si può aprire la porte».

Il cane la guarda con gli occhi pieni di sorpresa. È la prima volta che la sua padroncina non lo porta fuori a fare la sgambata mattutina. Non comprende quello che Sofia gli vuole trasmettere. Lui sa solo una cosa: deve uscire per soddisfare i suoi bisogni corporali. Va verso la panca dove si trova pettorina e guinzaglio per far capire l’urgenza dell’uscita.

Sofia scuote il capo in segno di diniego. Aprire la porta ha un solo significato: far entrare una valanga di neve nel piccolo ingresso.

Fuori c’è un silenzio irreale. Non sente alcun rumore. Va in cucina per controllare le scorte di cibo. “Per qualche giorno resisto” pensa aprendo frigo e sportelli. Per la legna non importa. Userà qualche stufetta elettrica se Vunel, l’azienda di elettricità e gas, tiene botta.

Sofia sta facendo l’inventario di cosa ha e cosa manca sempre seguita da Tobia che uggiola disperato, quando sente dei rumori provenienti dall’esterno.

Si affretta a correre dalla porta, che qualcuno batte. La apre con cautela e intravede il faccione rubicondo di Daniele. Ha due guance rosse e gli occhi lucidi per il fretto, tiene una badile in mano.

«Sofia ho liberato il vialetto d’ingresso» mormora col fiato che congela.

«Entra che ti faccio un bel caffè corretto con la grappa» ribatte Sofia allegra, mentre Tobia sembra un razzo infilando l’uscio aperto.

I due ragazzi ridono perché il cane non smette di urinare nel mucchio di neve accatastato di fianco alla porta.

Disegna la tua storia con un’immagine di Fabiana – La signora dietro il pizzo

Fabiana del blog Chi vuol essere lieto sia e gli altri nisba mi ha mandato questa immagine.

e io ho provato a ricavarne un mini racconto, ambientato come al solito a Venusia.

Buona lettura

A Venusia c’è una casa misteriosa ma non troppo. I venusiani la chiamano

la casa della signora dietro il pizzo’, perché la persona che vi abita ha un non so che di suggestivo e sfuggente, rimanendo nascosta da uno splendido merletto che fa da tenda al vetro. Raramente si avventura fuori e passa molto tempo dietro un pizzo lavorato che adorna la finestra.

Osserva il raro movimento della strada. Sorride quando un pettirosso si ferma sul davanzale a prendere le briciole di pane che lei mette tutti i giorni.

I venusiani sono personaggi un po’ speciali perché non rispettano le usanze normali. Però qualcuno si chiede quali siano e chi le ha codificate. Quindi fanno quello che passa loro per la testa.

Dunque la signora in questione passa molto tempo dietro una tenda di pizzo che non copre nulla ma rende la sua figura alquanto misteriosa.

Nessuno ricorda quando è arrivata. Qualcuno dice con la nascita di Venusia, altri una decina d’anni prima. Pare ovvio che entrambe le ipotesi siano campate in aria. La prima dovrebbe essere vecchia come Matusalemme ma non lo è. I tratti sono ancora giovanili, i capelli biondi che coprono le orecchie sembrano fili di seta dorata. Insomma tutt’altro che vecchia come qualcuno la vuol dipingere. Oddio nemmeno giovanissima ma un’eccellente pantera grigia.

Però è giunta a Venusia ben prima di dieci anni, come qualcuno ipotizza. Diciamo tra i venti e trent’anni, quando ancora giovane si è trasferita con la madre da Ludi.

La madre se ne è andata poco dopo, lasciandola padrona di quella casa che è adesso le appare troppo grande per le sue esigenze. Adesso passano gli anni e lei si ritrova sola e con rari contatti col mondo esterno. Sandro, il proprietario del panificio, due volte alla settimana passa da lei per prendere le ordinazioni, che le recapita il giorno dopo. Forse è uno dei pochi che mette piede nella sua casa e che parla con lei.

Però non racconta a nessuno cosa si dicono. Qualcuno maligna ma è soltanto un pettegolo. Si sa che uno degli sport preferiti è quello di spettegolare. «Facciamo un po’ di gossip» afferma Mario, facendo l’occhiolino. «Tanto per fare qualcosa». E tutti giù a ridere.

Insomma la signora appare come un oggetto misterioso che poi tanto non lo è. È semplicemente una signora sola.

Disegna la tua storia con un’immagine di Marzia – i chiodi

Marzia di Alchimie mi ha proposto questa immagine e io ne ho ricavato una storia.

immagine inviata da Marzia

Buona lettura

Dora guarda quel cuscino un po’ sorpresa e un po’ divertita. Se non sapesse che mestiere svolge penserebbe a un rito voodoo. Sorride divertita, mentre canticchia un facile ritornello.

Tu portami via

Dalle ostilità dei giorni che verranno

Dai riflessi del passato perché torneranno

Dai sospiri lunghi per tradire il panico che provoca l’ipocondria

Dora conosce di questa canzone solo questi quattro versi, che ripete con monotona cadenza da stonata com’è. Qualcuno afferma che lei ha avuto una pessima educazione musicale. Sarà ma ascoltarla è un vero insulto alla musica, tanto che chi si sarebbe affacciata sulla soglia della stanza, avrebbe urlato: «Basta con questo piagnisteo!» È una vera tortura per le orecchie.

Però per fortuna sua e sfortuna nostra Dora continua imperterrita a canticchiare questo motivetto, che per lei è un momento di svago e di relax.

Smette di cantare, si fa per dire, e si alza e si stiracchia. Ha sete. Cantare le ha messo sete. Cerca la bottiglia dell’acqua che appare vuota. Dovrei andare in cucina, pensa allungando le braccia verso il soffitto. Però le viene in mente che ha finito la scorta. Dovrebbe scendere in cantina a recuperare una confezione.

Muove un passo verso la porta ma poi ritorna indietro. Si sposta di lato e riprende a cantare. In realtà più un lamento che musica. Stonata com’è sembra un ferro che sfrega su una superficie fessa.

Smette. La sete si fa forte. “Devo decidere” riflette con la mano sulla maniglia. «Tenermi il secco in gola oppure fare due rampe di scale per scendere in cantina».

Abbassa la maniglia e con passo deciso scende le due rampe di scale. Accende la luce e dietro una catasta di stracci vecchi recupera una confezione di sei bottiglie di acqua naturale.

Sembra che stia portando su un trofeo vinto dopo una lunga tenzone. Stappa una bottiglia e ne beve una generosa sorsata.

Torna alle sue occupazioni e riprende il suo canto, mentre ogni tanto il suo occhio cade sul cuscino che sta immobile di fianco a lei.

«Devo decidermi» borbotta corrugando la fronte. Due linee partono tra le sopracciglia per inerpicarsi verso l’attaccatura dei capelli.

Una lampadina scende dal soffitto, un canterano della nonna sta addossato alla parete. Stracci ovunque e tanti fili per terra.

«Devo dare una ripulita alla stanza. Sembra un porcile» fa guardandosi intorno.

Depone sulle gambe quello che tiene in mano e si chiede perché quel portaspilli è diventato un portachiodi. Lo prende in mano e anziché togliere i chiodi getta tutto nel cestino, che sta accanto alla sua sedia.

Riprende ago e filo e ricomincia la sua nenia.

Disegna la tua storia con Marzia – Le chiavi

L’amica Marzia mi ha stuzzicato un’altra volta proponendomi un immagine intrigante. Ho accettato la nuova sfida che propongo qui.

Immagine fornita da Marzia

Buona lettura.

 A Ludi c’è un grande museo di opere moderne. Abbastanza famoso da attirare le attenzioni dei turisti, che arrivano a frotte da tutta la pianura di Ludilandia.

Loro non ci capiscono granché, perché le opere esposte sono talmente astruse da disorientare anche il più vispo dei venusiani, che sono notoriamente saccenti e dal palato sopraffino.

Carola dopo aver frequentato l’università per giovani artisti è stata assunta dal Museo degli Orrori, così lo chiamano i ludiani. In realtà ha un nome più pomposo Museo degli artisti emergenti. Però si sa come vanno a finire queste vicende. Qualcuno ha obiettato che anziché opere d’arte sono inenarrabili schifezze che fanno orrore tanto sono brutte. Il passo è stato breve quando si è citato questo museo. Così per tutti è diventato degli orrori. Ben pochi si ricordano del vero nome, ma quando accenni agli orrori, nessuno ha un dubbio: si riferisce al loro Museo. Così di bocca in bocca con il solito passaparola, è diventato il Museo più famoso di Ludilandia.

Nonostante a Ludi ci sia la Galleria dei Diamanti, dove sono esposti i dipinti più famosi di Botticelli, Leonardo da Vinci, Raffaello e altri virtuosi del pennello, al Museo degli Orrori c’è sempre la fila al botteghino. Tutti in coda a pagare il biglietto d’ingresso di cento ludo. Nessuno uscendo ha mai reclamato la restituzione dell’importo ma se ne sono andati via scuri in volto e biascicando parole che rasentano il turpiloquio.

A Venusia qualcuno si è chiesto cosa avesse di speciale questo Museo che le recensioni lo definiscono il peggiore di tutti con parole che potrebbero originare una denuncia penale per gli epiteti di cui sono conditi i commenti.

Sembra che la curiosità vinca sul ribrezzo.

Un giorno di luglio Sandra e Lorenzo decidono che è giunto il momento di visitare il Museo più gettonato di tutta Ludilandia per rendersi conto quanto corrispondano al vero gli orrori esposti. Si mettono d’accordo con Carola, che dopo la performance con Nicola in Piazza con la fontana senz’acqua è diventata famosa e richiesta a ogni festa di Venusia. Essere guidati all’interno del Museo da chi lo conosce bene permette di comprendere meglio gli orrori esposti.

«Certo che sì» esclama gioiosa Carola, lieta di accompagnare qualche concittadino nella visita del Museo. «Vi faccio volentieri da cicerone. Conosco a menadito tutte le opere esposte».

Sandra arriccia il naso, perché tutto questo entusiasmo le pare fuori luogo. “Se è il museo degli orrori” si dice, mentre col pullman si reca a Ludi. “Qualunque persona che non sia una masochista da internare si rifiuterebbe dal fare da guida”.

Lorenzo con il fido Igluck ultimo modello, che ha quattro obiettivi sul retro in grado di catturare il minuscolo granello di polvere, non sta più nella pelle di arrivare a Ludi per immortalare tutte le schifezze del Museo.

Pagato l’obolo, aspettano Carola all’ingresso del percorso museale. Visitano la sala del salmone in scatola, declinato in tutte le maniere. Da quelle che ti fanno l’occhiolino a quelle che sembrano pesci lessati. Non vi dico il tanfo che stordirebbe anche chi fosse provvisto di respiratore. Poi la sala delle cacche e così di sala in sala arrivano al clou: il giardino.

Beh! Definirlo giardino è un eufemismo. L’erba non cresce, alberi nemmeno l’ombra in compenso dal terreno che trasuda nebbia artificiale spuntano delle enormi chiavi che sembrano cadere da un momento all’altro sulle teste dei malcapitati visitatori.

Disegna la tua storia – immagine di Etiliyle – La strada

Una nuova bella immagine di Etiliyle per una nuova storia.

Non sono molte le strade che portano a Venusia, un piccolo puntino senza nome nella pianura di Ludilandia. Per lo più viottoli assolati di campagna polverosi d’estate, fangosi nell’autunno.

Così se qualche forestiero capita a Venusia, è perché ha infilato quell’unica strada quasi sommersa da arbusti ed erba probabilmente per sbaglio.

D’estate quella strada che da Ludi conduce a Venusia è anche piacevole da percorrere. Ombreggiata con macchie di oleandri cresciuti in maniera selvaggia lungo i bordi della carrareccia. Nessun venusiano conosce come siano nate quelle piante. Qualcuno dice che è stato il vento a trasportare i semi, altri un antico vesuviano ha deciso di dare un tocco di colore alla strada. Di fatto i vesuviani se ne infischiano della loro origine, anzi la loro presenza un po’ li infastidisce per i fiori e le foglie che cadono sull’asfalto.

Comunque un giorno di luglio col sole a picco che spacca le pietre ma anche le teste Massimo ha infilato quel tratturo che da Ludi porta a Venusia. Un po’ per gioco, un po’ per curiosità ma perché era ombreggiato e prometteva fresco. È un turista arrivato con un pullman a Ludi a visitare non si sa che cosa. A ludi non c’è nulla da vedere. Noleggiata una bicicletta da gran turismo, in braghe corte e maglietta ha cominciato a pedalare, finché vista quella strada in ombra ha deciso di percorrerla.

Di buona lena pedala, pedala, ma non vede mai finire la strada e nemmeno incontra persone o cose.

Cosa ci fosse dietro quel muro di verde, lo ignora, perché è talmente fitto da impedire la vista. Ascolta alla sua destra il fresco gorgoglio dell’acqua ma non capisce se è un fiume o un rigagnolo.

La strada non è mai dritta ma un susseguirsi di curve che Massimo affronta con prudenza. Si chiede dove arriva, visto che non incontra né uomini né animali. Sbucato dall’ennesima curva gli appaiono case basse con lo sfondo di un panettone verde.

«Oh!» esclama stupito a questa visione inaspettata. «Dove sono finito?»

Superate le case più esterne tra gli sguardi sorpresi dei suoi abitanti, Massimo arriva in una piazza con una fontana senz’acqua. Si guarda intorno smarrito alla ricerca di una fontanella per bere senza trovare nulla.

Il sole è di un bianco accecante e la pedalata gli ha messo sete. Gli abitanti di questo paese sembrano nascondersi, quasi timorosi di essere contaminati da Massimo. L’orologio della torre è fermo, immobile come l’aria di questa giornata torrida.

Massimo pedala lento alla ricerca di un bar.

«Ci sarà pure uno straccio di osteria in questo paese di…» e lascia sfumare l’esternazione. «Tanto è inutile imprecare».

Intravvede in una via alberata con frondosi ontani quello che gli sembra un esercizio pubblico. Due colpi di pedale ben assestati ed eccolo davanti all’insegna: “Da Sghego”. Appoggiata la bicicletta al tronco rugoso un po’ barcollante si avvia dentro alla ricerca di refrigerio. Quattro uomini stanno giocando a carte e non lo degnano nemmeno di uno sguardo di sbieco. Continuano la loro partita battibeccando.

«Una birra» ordina appoggiandosi al bancone.

Un ometto smilzo e pelato scuote la testa. «Niente birra» e continua a lucidare i bicchieri.

«Un’aranciata fresca» prova a chiedere Massimo, che si umetta le labbra secche.

L’ometto finge di non sentire, mentre fa cenni di diniego col capo.

«Ma che c…» s’interrompe Massimo che sta perdendo la pazienza. «Insomma quale bevanda vendete?»

L’ometto solleva lo sguardo e mormora: «Vino. Vino rosso».

Massimo strabuzza gli occhi. Non può credere che si venda solo vino ma si rassegna. Ha sete e deve bere.

«Un gotto di vino» esclama contrariato.

«Rosso?»

Massimo si torce le mani e si morde la lingua, prima di ribattere: «Avete anche del vino bianco ghiacciato?»

«No. Solo vino rosso» afferma con tono monocorde l’ometto senza smettere di lucidare con cura i bicchieri.

«Allora vino rosso» afferma Massimo spazientito con la voce stridula per l’ira.

Senza fretta l’ometto prende uno dei bicchieri lucidati con cura maniacale e lo riempe col vino rosso di un fiasco impagliato.

Massimo afferra il calice e beve tutto d’in fiato il suo contenuto, asciugandosi le labbra con un fazzoletto.

«Un altro» mormora Massimo che si umetta le labbra con la lingua.

L’ometto nega col capo e dice con voce calma: «Uno è sufficiente. Deve tornare a Ludi sobrio».

Massimo sgrana gli occhi allibito. Quell’ometto si preoccupa del suo ritorno a Ludi. Ha capito che è giunto il momento di togliersi dai piedi.

«Quanto le devo?» chiede mettendo mano al marsupio dove tiene il portafoglio.

«Niente».

«Come niente?» mormora esterrefatto Massimo.

«È la ricompensa per essere venuto a Venusia» e lo congeda.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – la primavera

Da una splendida immagine di Etiliyle ho ricavato questo piccolo racconto.

Dalla cima della montagna che ospita il bosco degli spiriti si può spaziare con la vista. Lo sa bene Sofia che in quel bosco vi sale tutte le volte che può. Lei studia a Ludi, la capitale della regione, per diventare un’agronoma, una professione oscura, perché per i venusiani l’ecologia significa tornare ai tempi delle candele.

Nel periodo estivo le è più facile con l’aiuto del bel tempo e delle giornate lunghe. D’inverno è coperto dalla neve e si limita a piccole passeggiate nella parte bassa del bosco. Però è durante la primavera che assapora il risveglio della natura. Anche l’autunno coi suoi colori e profumi le piace ma è la primavera il suo vero amore. Il verde timido delle foglie che spuntano sugli alberi. Lo smeraldo dei prati che si riempiono di pratoline e violette. È tutto un tripudio di colori tenui mai violenti come quelli autunnali che trasforma il bosco da bella dormiente a giovane fanciulla assetata di vita.

Oggi è a Venusia perché a Ludi l’Università è chiusa per uno sciopero dei professori. Ignora i motivi ma tutto sommato sta bene anche a casa a godersi una giornata tiepida che invita a uscire, a stare all’aria aperta.

Tobia, il suo meticcio, è in festa, perché sa già cosa succederà: una gita nel bosco degli spiriti. Finalmente libero di correre e abbaiare senza costrizioni.

Con passo cadenzato Sofia sale fino in cima, mentre il cane corre e si rotola sull’erba tenera che spunta nel sottobosco.

Arrivati nel punto più alto, la ragazza si siede, appoggiando le spalle al tronco di un giovane faggio, che con timidezza mostra le prime gemme, e osserva la pianura. Sulla destra luccicano le acque degli stagni, dove le anitre riposano in attesa di spiccare il volo finale verso il nord. Le canne palustri si muovono sotto il vento che spira da levante. Una danza lieve che affascina la vista di Sofia.

Tobia si avvicina, annusa la ragazza e corre via nel folto della macchia appena sotto di loro. È felice, sente che la natura si sta risvegliando dopo il letargo invernale, che quest’anno per fortuna è stato più breve del solito. La primavera ha anticipato e i primi balestrucci, le avanguardie del grosso che arriverà fra qualche settimana, volano nel cielo pulito.

Sotto, di fronte, si vede Venusia con i suoi tetti rossi, la strade che si snodano senza un senso geometrico e le piazze circondate dagli alberi. La visione dall’alto fa capire a Sofia quanto siano tortuosi i progetti umani, esattamente come le strade di Venusia.

Tuttavia è a sinistra che il suo sguardo indugia più a lungo. Lì ci sono i campi coltivati. Appezzamenti verdi interrotti da filari di vite che stanno ancora dormendo oppure dai fiori rosa dell’albicocco che spiccano sul ramo nudo. La campagna non dorme d’inverno ma riposa con un occhio chiuso e uno aperto, coccolandosi sotto la neve ma pronta a rispondere ai primi raggi del sole che scaldano.

Sofia si alza e con un fischio chiama Tobia, che accorre al suo richiamo.

«Dai pigrone» e ride, perché sa che non è vero. «È ora di tornare a casa. Domani torniamo».

Con passo lento seguita dal suo meticcio s’incammina verso Venusia.

Disegna la tua storia – immagine di Waldprok – Il fungo

Da una bella immagine di Waldprok nasce questo miniracconto.

A Venusia, quando arriva settembre, inizia la stagione dei funghi. Quasi tutti i venusiani li cercano nei prati intorno agli stagni esposti a occidente. Qui crescono piccoli boschetti di pioppi e gelsi dove si possono raccogliere gli orecchioni. Nessuno pensa d’inoltrarsi nel bosco degli spiriti, perché hanno il terrore di risvegliare qualche anima che si aggira lì dentro e loro sono molto superstiziosi.

Tuttavia Sofia preferisce aggirarsi nel bosco degli spiriti perché lì si trovano più varietà di funghi commestibili ma anche di velenosi. La ragazza studia per diventare un agronomo ed è in grado di riconoscerli.

Così al sabato, quando l’università di Ludi chiude, mette gli scarponcini, si veste pesante e con Tobia si avvia su per i sentieri che portano all’interno del bosco degli spiriti. Lo fa con qualsiasi tempo: sia ci sia il sole, sia il cielo minacci pioggia. Se non c’è pericolo di temporale, in quel caso desiste, indossa una cerata gialla per ripararsi dell’umidità e dall’acqua che gronda dagli alberi.

Tobia, il suo meticcio, è libero di correre dove vuole senza la costrizione del guinzaglio o della museruola che è costretto a tenere quando si aggira per Venusia. I venusiani non amano gli animali e in particolare i cani e pretendono che siano al guinzaglio e non liberi di correre ovunque. La guardano di sbieco quando Sofia esce col suo meticcio per il paese ma lei non se ne cura.

È sabato, una giornata così così di fine settembre, quando Sofia arrivata nel bosco respira i suoi profumi, mentre Tobia abbaia felice per la libertà ritrovata. Il sentiero è scivoloso per le piogge cadute copiose durante la settimana. Le prime foglie sono cadute e si appiccano agli scarponcini di Sofia mescolate al fango del viottolo che si inerpica sui fianchi dell’altura.

L’umido del sottobosco nasconde il profumo dei funghi che spuntano tra l’erba delle radure. Sofia si affida all’esperienza e alla sua vista circolare per individuarli.

«Oh!» esclama fermandosi accanto ad alcuni minuscoli porcini, appena nati, che spuntano tra le foglie cadute dalla quercia.

Li accarezza come si fa coi bambini, inala l’odore gradevole. Non li raccoglie ma li lascia dove si trovano.

«Sono troppo belli da vedere» afferma, osservando il cappello di un bruno dorato.

Fischietta per chiamare Tobia.

«Per oggi basta» mormora, mentre affronta il sentiero per discendere, seguita dal suo meticcio.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – lo scoiattolo

Un’altra bella immagine di Waldprok che ha immortalato uno splendido esemplare di scoiattolo rosso.

Buona lettura

Sofia lo ama e lo coccola ogni volta che va nel bosco. Lui è furbo. Se ne sta rintanato tra le foglie del larice, dove si è costruito una comoda e ben nascosta tana.

Passa molto tempo a cercare cibo come una brava formichina. Un lavoro incessante su e giù dal tronco, mentre le provviste crescono. Però è sempre attento a tutti i rumori per evitare i guai. Già una volta aveva rischiato di finire impagliato perché un estraneo un giorno si era presentato nel bosco armato da un bastone micidiale. Faceva un rumore assordante e sputava dei cilindri appuntiti. Quel giorno aveva visto l’amica tortora stramazzare al suolo immobile dopo che quello strano bastone aveva prodotto un frastuono incredibile che aveva rotto il silenzio del bosco.

Svelto aveva abbandonato il suo carico di ghiande per salire rapido nel suo nido. E aveva fatto bene, perché aveva sentito il tronco vibrare. Qualche giorno più tardi, dopo essere rimasto immobile e in silenzio nella sua tana, aveva notato che nel tronco c’era un foro sospetto. “Guarda un po’!” esclamò vedendo quel segno. “Se fossi rimasto lì con le mie provviste, non avrei potuto raccontare questa storia”.

Elisa l’ha battezzato Cip, ricordando un famoso cartoon di Walt Disney, dove due scoiattoli danno vita a grandi imprese per la gioia di bambini e adulti. Come Cip, curioso e furbo. Attivo nella fornitura di cibarie pescava anche dai cestini dei gitanti.

All’inizio Cip era diffidente nei confronti di quella donna che lo chiamava con uno strano nome. Avrebbe voluto avvertirla che in realtà il suo nome è Ciop e non quella storpiatura con cui lo chiama. Però gli lascia ai piedi del suo larice tante leccornie, che vinta l’iniziale diffidenza aveva trovato di suo gradimento.

Dunque una mattina di settembre Sofia si avventura nel bosco avvolto da un alone plumbeo di nebbia bagnata e appiccicosa per la consueta passeggiata con Tobia. Ha con sé un sacchetto pieno di ghiande e di mandorle per il siìuoi amico Cip.

«Cip dove sei?» chiede ad alta voce, sbirciando tra il fogliame del larice nella speranza di cogliere quel musetto simpatico.

Non vede nulla e al suo richiamo lo scoiattolo non compare. Sofia alza le spalle, si stringe nella cerata gialla e si allontana lasciando ai piedi dell’albero il sacchetto.

Mentre si allontana, si gira più volte per osservare se il suo amichetto si fa vedere come il solito.

Alla fine delusa Sofia riprende la via di casa.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – occhio magico

Da questa stupenda immagine di Waldprok nasce un mini racconto senza troppe pretese. Venusia e i suoi abitanti sono sempre lì ad accogliere i viandanti della lettura.

Buona lettura.

La sera si avvicina e nello stagno delle anatre si specchia il sole, spuntando da dietro le nuvole. Però le anatre non ci sono. Loro arriveranno a ottobre per riposare qualche giorno prima di riprendere il volo verso sud.

Pino ci viene quasi tutti i giorni nella speranza di vederle che pigramente si lasciano dondolare sull’acqua e poi come colpiti da qualcosa si tuffano con la testa sotto la superficie in maniera repentina. Lui rimane affascinato dalla velocità con cui compiono questa operazione.

Pino è un ragazzino di dieci anni, alto due soldi di cacio con lo sguardo vispo e allegro. Sembra insignificante ma in realtà è un motorino inesauribile come se la carica non finisse mai. I suoi genitori lo lasciano libero di muoversi dove vuole durante l’estate. A scuola è il migliore. Insuperabile in matematica, discreto in italiano. Quest’anno ha finito le elementari e il prossimo settembre andrà all’unica media di Venusia con un bel giudizio più che lusinghiero.

Questa sera, come le altre, Pino si trova sul bordo dello stagno all’ombra di un leccio centenario a osservare la sua superficie liscia senza nemmeno una piccola increspatura. Una leggera bava mitiga la calura e muove gli steli del prato, che sta soffrendo il caldo. Tiene fra i denti un filo d’erba che fa fischiare con abilità. Glielo ha insegnato il nonno prima di morire. Pino in certe giornate ne sente la mancanza. Per lui era una guida, una fonte di conoscenze spicciole che nessun maestro è in grado d’insegnare. Una lenta melodia accompagna questo momento di tristezza, mentre il globo giallo si inabissa lentamente nello stagno.

Alle sue spalle nel folto dei rami una capinera intona il suo canto.

Pino rimane in ascolto a bocca aperta e fa cadere il filo che teneva fra le labbra fra l’erba che cresce sul bordo dello stagno.

Le ombre si allungano nella sera e lo stagno si prepara alla notte. Pino a malincuore si alza per tornare a casa, mentre il sole è sparito dietro le nuvole che avvampano di rosso. Indugia ancora. Gli dispiace lasciare questo posto che ha conquistato la sua fantasia.

Ci sono piccoli velieri che navigano sull’acqua dalle vele colorate spinte dal vento che piega la canne palustri. Lasciano il piccolo porto ricavato in un’insenatura per andare verso l’ignoto. Sono migranti in cerca di fortuna in terre lontane e sconosciute. Sulla riva le moglie li salutano con le mani e i fazzoletti, mentre ricambiano sventolando i loro berretti. Poi tutto si svuota in un crescendo di luci sempre più flebili e di ombre più minacciose.

Pino si volta verso lo stagno prima di affrontare il sentiero diretto a Venusia. In parte corre sotto il tetto verde del bosco di lecci e l’ultimo tratto sotto il cielo che inscurisce.

Le prime case di Venusia si mostrano agli occhi di Pino, che affretta il passo. La mamma si raccomanda sempre di essere in casa prima che il sole sia tramontato del tutto e lui sa di essere in ritardo.

Un ultimo sguardo e poi sta tra le case basse e gli orti del paese che lo inghiottiscono dentro di sé.

Disegna la tua storia – un’immagine di Marzia – Un puf!

Marzia propone un indovinello ed io raccolgo la sfida. Ecco l’immagine

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ed ecco il racconto

Il ventisei di giugno a Venusia si festeggia SS. Giovanni e Paolo ed è festa grande.

La grande piazza, quella con la fontana senz’acqua, che in realtà è anche l’unica del paese, si riempe di bancarelle e stand colorati. Qualcuno propone il palo della cuccagna ma fare un buco nell’asfalto è come fare un buco nell’acqua. Allora si ripiega sulla giostra, quella di una volta, coi cavallini, i cigni e animali alati, ma il problema è un altro. La giostra gira vuota o quasi per mancanza della materia prima: i bambini. Niente giostra, nemmeno il palo della cuccagna. Ma cosa fare?

«Idea!» esclama Valentina, che vorrebbe essere la creativa del paese.

Tutti si voltano e aspettano la grandiosa e meravigliosa invenzione della sua mente vulcanica.

«Facciamo uno stand dove al posto dei barattoli mettiamo le immagini del borgomastro e dei consiglieri comunali».

Tutti scrollano le spalle, teste comprese. Pensavano a chi sa che cosa, invece un’idea piccola piccola.

«Chissà che gusto c’è tirare una palla sulla foto del borgomastro» spiega Ermete, che ha la lingua lunga e poco cervello. «Sarebbe più emozionante se ci fosse lui in persona».

Tutti scoppiano a ridere per la proposta provocatoria di Ermete, che mette il broncio perché lo stanno dileggiando.

Insomma l’organizzazione della festa è una bella occasione per litigare. Tutti contro tutti.

«Eureka!»

Tutti si girano verso Martino, che sembra annunciare il ritrovamento del tesoro nascosto due secoli fa in una casa di Venusia.

Martino resta in silenzio calamitando gli sguardi perplessi e curiosi degli avventori da Sghego. Si sente solo il ronzio di un’ape che per sbaglio è finita lì in mezzo agli organizzatori della festa.

«Mettiamo i tavoli di Sghego in piazza…».

«Perché dovremmo fare questa fatica. Si sta tanto bene qui sotto il glicine e la passiflora» rimbecca Berto, che manda giù una sorsata di raboso, seguito da un poderoso rutto.

«Che maleducato» urla Valentina, alzandosi in piedi.

«…e poi facciamo un torneo di rubamazzo. Chi perde…» continua Martino ignorando le varie interruzioni.

«Lava i piatti per dieci giorni» chiosa Ermete, suscitando l’ilarità generale.

«Insomma abbiamo capito. Facciamo come gli anni precedenti. Bancarelle, stand gastronomici, la processione dei due Santi e lo spettacolo pirotecnico per chiudere» dice Sghego con grembiule bianco legato in cintura.

Il ventisei giugno alle ventitré inizia lo spettacolo con tutta Venusia a naso in su.

Puf! Bot! Splash! E il cielo grigio si riempe di patetici sbuffi. Si erano dimenticati di mettere al riparo bombe, petardi, spolette, stelle, quando nel pomeriggio c’è stato il consueto acquazzone.