Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – La statua

Una statua sommersa nel verde ma Etiliyle l’ ha immortalata con uno scatto. Nuova storia di Venusia.

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Buona lettura

Immersa nel verde poco prima del bosco sta una statua che tutti ricordano sempre lì. Fa parte del paesaggio e se sparisse, se ne accorgerebbero tutti. Una volta era bianca, candida, adesso è piena di macchie verdi e chiazze grigio nere, i segni del tempo che scorre. È il punto di ritrovo di Sandra e Lorenzo. Da qui partono per le loro passeggiate verso la Fortezza, che si erge la dove termina il bosco.

I due innamorati non seguono la via più diretta: il sentiero che attraversa il bosco ma girano introno alla collina per salire nel tratto privo di alberi. Solo cespugli bassi, rovi e tante felci. Una passeggiata quasi quotidiana di un paio d’ore, prima che il sole cali sull’orizzonte.

Anche oggi è come nei giorni precedenti.

«Appuntamento alle cinque» ha detto Sandra il giorno prima, quando Lorenzo le ha dato il bacio della buonanotte sull’uscio di casa.

Alle cinque in punto né un minuto prima né dopo i due ragazzi si ritrovano presso la loro statua, la Venere col cestello. La chiamano così perché è il simbolo del loro amore.

Sandra arriva dalla destra, Lorenzo dalla sinistra, convergendo sulla loro icona.

«Non noti niente di diverso?» chiede Sandra, che si è accorta di un luccichio anomalo dietro la loro Venere.

Lorenzo stringe gli occhi non per il sole, che comunque c’è, ma per mettere a fuoco il punto segnalato dalla ragazza. Lui vede la statua, le erbe che ormai arrivano al busto ma non il luccichio che dice Sandra.

«Ma dove?» chiede il ragazzo che si è fermato per osservare meglio la loro statua.

«Ma lì» addita con l’indice destro un punto non ben definito della loro Venere.

Lorenzo riduce a una fessura i suoi occhi sperando di cogliere quello che Sandra indica in maniera perentoria.

La ragazza fa due passi avanti e poi si mette a ridere, mentre Lorenzo la guarda perplesso. Lui non vede nulla e non comprende l’ilarità di Sandra, che solleva come un trofeo un manubrio di bicicletta.

«Chissà come è finito qua» borbotta Lorenzo che non è riuscito a vederlo nonostante abbia perlustrato con gli occhi ogni centimetro della statua alla ricerca del luccichio.

«E ora cosa ne facciamo?» chiede il ragazzo, perché a lui proprio non interessa.

«Lo prendiamo con noi per metterlo nel cassonetto del ferro» replica Sandra, afferrandolo con la sinistra.

«Oggi la passeggiata ha un intruso» sospira Lorenzo, prendendola sotto braccio.

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Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – occhio magico

Da questa stupenda immagine di Waldprok nasce un mini racconto senza troppe pretese. Venusia e i suoi abitanti sono sempre lì ad accogliere i viandanti della lettura.

Buona lettura.

La sera si avvicina e nello stagno delle anatre si specchia il sole, spuntando da dietro le nuvole. Però le anatre non ci sono. Loro arriveranno a ottobre per riposare qualche giorno prima di riprendere il volo verso sud.

Pino ci viene quasi tutti i giorni nella speranza di vederle che pigramente si lasciano dondolare sull’acqua e poi come colpiti da qualcosa si tuffano con la testa sotto la superficie in maniera repentina. Lui rimane affascinato dalla velocità con cui compiono questa operazione.

Pino è un ragazzino di dieci anni, alto due soldi di cacio con lo sguardo vispo e allegro. Sembra insignificante ma in realtà è un motorino inesauribile come se la carica non finisse mai. I suoi genitori lo lasciano libero di muoversi dove vuole durante l’estate. A scuola è il migliore. Insuperabile in matematica, discreto in italiano. Quest’anno ha finito le elementari e il prossimo settembre andrà all’unica media di Venusia con un bel giudizio più che lusinghiero.

Questa sera, come le altre, Pino si trova sul bordo dello stagno all’ombra di un leccio centenario a osservare la sua superficie liscia senza nemmeno una piccola increspatura. Una leggera bava mitiga la calura e muove gli steli del prato, che sta soffrendo il caldo. Tiene fra i denti un filo d’erba che fa fischiare con abilità. Glielo ha insegnato il nonno prima di morire. Pino in certe giornate ne sente la mancanza. Per lui era una guida, una fonte di conoscenze spicciole che nessun maestro è in grado d’insegnare. Una lenta melodia accompagna questo momento di tristezza, mentre il globo giallo si inabissa lentamente nello stagno.

Alle sue spalle nel folto dei rami una capinera intona il suo canto.

Pino rimane in ascolto a bocca aperta e fa cadere il filo che teneva fra le labbra fra l’erba che cresce sul bordo dello stagno.

Le ombre si allungano nella sera e lo stagno si prepara alla notte. Pino a malincuore si alza per tornare a casa, mentre il sole è sparito dietro le nuvole che avvampano di rosso. Indugia ancora. Gli dispiace lasciare questo posto che ha conquistato la sua fantasia.

Ci sono piccoli velieri che navigano sull’acqua dalle vele colorate spinte dal vento che piega la canne palustri. Lasciano il piccolo porto ricavato in un’insenatura per andare verso l’ignoto. Sono migranti in cerca di fortuna in terre lontane e sconosciute. Sulla riva le moglie li salutano con le mani e i fazzoletti, mentre ricambiano sventolando i loro berretti. Poi tutto si svuota in un crescendo di luci sempre più flebili e di ombre più minacciose.

Pino si volta verso lo stagno prima di affrontare il sentiero diretto a Venusia. In parte corre sotto il tetto verde del bosco di lecci e l’ultimo tratto sotto il cielo che inscurisce.

Le prime case di Venusia si mostrano agli occhi di Pino, che affretta il passo. La mamma si raccomanda sempre di essere in casa prima che il sole sia tramontato del tutto e lui sa di essere in ritardo.

Un ultimo sguardo e poi sta tra le case basse e gli orti del paese che lo inghiottiscono dentro di sé.

Disegna la tua storia – un’immagine di Marzia – Un puf!

Marzia propone un indovinello ed io raccolgo la sfida. Ecco l’immagine

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ed ecco il racconto

Il ventisei di giugno a Venusia si festeggia SS. Giovanni e Paolo ed è festa grande.

La grande piazza, quella con la fontana senz’acqua, che in realtà è anche l’unica del paese, si riempe di bancarelle e stand colorati. Qualcuno propone il palo della cuccagna ma fare un buco nell’asfalto è come fare un buco nell’acqua. Allora si ripiega sulla giostra, quella di una volta, coi cavallini, i cigni e animali alati, ma il problema è un altro. La giostra gira vuota o quasi per mancanza della materia prima: i bambini. Niente giostra, nemmeno il palo della cuccagna. Ma cosa fare?

«Idea!» esclama Valentina, che vorrebbe essere la creativa del paese.

Tutti si voltano e aspettano la grandiosa e meravigliosa invenzione della sua mente vulcanica.

«Facciamo uno stand dove al posto dei barattoli mettiamo le immagini del borgomastro e dei consiglieri comunali».

Tutti scrollano le spalle, teste comprese. Pensavano a chi sa che cosa, invece un’idea piccola piccola.

«Chissà che gusto c’è tirare una palla sulla foto del borgomastro» spiega Ermete, che ha la lingua lunga e poco cervello. «Sarebbe più emozionante se ci fosse lui in persona».

Tutti scoppiano a ridere per la proposta provocatoria di Ermete, che mette il broncio perché lo stanno dileggiando.

Insomma l’organizzazione della festa è una bella occasione per litigare. Tutti contro tutti.

«Eureka!»

Tutti si girano verso Martino, che sembra annunciare il ritrovamento del tesoro nascosto due secoli fa in una casa di Venusia.

Martino resta in silenzio calamitando gli sguardi perplessi e curiosi degli avventori da Sghego. Si sente solo il ronzio di un’ape che per sbaglio è finita lì in mezzo agli organizzatori della festa.

«Mettiamo i tavoli di Sghego in piazza…».

«Perché dovremmo fare questa fatica. Si sta tanto bene qui sotto il glicine e la passiflora» rimbecca Berto, che manda giù una sorsata di raboso, seguito da un poderoso rutto.

«Che maleducato» urla Valentina, alzandosi in piedi.

«…e poi facciamo un torneo di rubamazzo. Chi perde…» continua Martino ignorando le varie interruzioni.

«Lava i piatti per dieci giorni» chiosa Ermete, suscitando l’ilarità generale.

«Insomma abbiamo capito. Facciamo come gli anni precedenti. Bancarelle, stand gastronomici, la processione dei due Santi e lo spettacolo pirotecnico per chiudere» dice Sghego con grembiule bianco legato in cintura.

Il ventisei giugno alle ventitré inizia lo spettacolo con tutta Venusia a naso in su.

Puf! Bot! Splash! E il cielo grigio si riempe di patetici sbuffi. Si erano dimenticati di mettere al riparo bombe, petardi, spolette, stelle, quando nel pomeriggio c’è stato il consueto acquazzone.

 

Disegna la tua storia -un’immagine di Etiliyle – il lupetto


Questa straordinaria immagine è di Etiliyle e Whiskey merita un racconto.

A Venusia i cani non sono molto amati e quei pochi che ci sono assolvono a compiti precisi.
Nelle abitazioni più prossime ai campi ci sono diverse colonie di topi campagnoli, che quando piove amano ripararsi nelle cantine. Ernesto, stanco di averli tra i piedi nei momenti più inopportuni, è andato in città per comprare un gatto ma alla fine nell’unico negozio degli animali gli hanno appioppato un ratonero, un cane di origine spagnola, che non lo ha deluso. Questo cane è un abilissimo cacciatore e li ha convinti che era meglio non avventurarsi dalle parti della casa di Ernesto per non fare una brutta fine.
«Molto meglio di gatto» dice quando passeggia per il centro di Venusia. Qualcuno ride, osservandolo. Alto due spanne, fisico asciutto ma non muscoloso, sempre pronto a giocare. Però chi l’ha visto all’opera, è rimasto strabiliato per la fulmineità con cui cattura i topolini di campagna.
Un altro paio, un bracco e un segugio, si dedicano alla caccia. Non che a Venusia ci siano dei veri cacciatori ma un paio di soggetti che tengono la doppietta in soffitta. Questi, sempre inattivi, hanno messo la pancetta come qualche ozioso venusiano.
Tobia è il cane di Sofia. Un meticcio senza pedigree, di taglia grande, dal fisico robusto. Sa come farsi rispettare mostrando minaccioso una dentatura forte e perfetta. Non ha paura di nulla ed è pronto a difenderla da qualsiasi minaccia specialmente quando sta all’aria aperta con lei.
Sofia è una dei pochi venusiani che ama passeggiare nel bosco degli Spiriti, quando non frequenta l’università e si trova a Venusia. Qui ci sono diversi animali che è meglio evitare. Un branco di lupi, una coppia di orsi sono i più temuti.
In un pomeriggio di maggio la ragazza percorre il sentiero che porta nel folto del bosco, accompagnata dal fido Tobia, quando lo sente abbaiare con furia. Non è il solito ringhiare di quando incontra qualche selvatico ma pareva una richiesta di aiuto. Sofia affretta il passo e si addentra nel bosco seguendo l’indicazione dei latrati di Tobia. Poco distante in una radura lo vede vicino a un fagotto di pelo marrone rossiccio che guaisce debolmente. Si avvicina scoprendo che è un cucciolo di lupo, che non riesce a camminare. Mostra i denti senza intimorire Tobia che smette di abbaiare vista la sua presenza.
Sofia è incerta se prendere il lupacchiotto oppure lasciarlo lì. Ha la zampa anteriore in una posizione innaturale. Probabilmente è stato abbandonato dal branco ma se resta nel bosco è destinato a morire. Sa di rischiare un morso, perché questo cucciolo non è come il suo Tobia al momento del ritrovamento. Il lupetto è selvatico. Non conosce l’uomo ed è diffidente.
“Lo prendo o non lo prendo” pensa Sofia, osservando Tobia che lo afferra dietro la nuca sollevandolo. Adesso non ha dubbi, anche se in effetti non li ha avuti nemmeno prima.
Il lupetto si dimena, guaisce ma alla fine comprende che questi due sconosciuti sono la sua salvezza.