Disegna la tua storia – immagine di Etiliyle – La strada

Una nuova bella immagine di Etiliyle per una nuova storia.

Non sono molte le strade che portano a Venusia, un piccolo puntino senza nome nella pianura di Ludilandia. Per lo più viottoli assolati di campagna polverosi d’estate, fangosi nell’autunno.

Così se qualche forestiero capita a Venusia, è perché ha infilato quell’unica strada quasi sommersa da arbusti ed erba probabilmente per sbaglio.

D’estate quella strada che da Ludi conduce a Venusia è anche piacevole da percorrere. Ombreggiata con macchie di oleandri cresciuti in maniera selvaggia lungo i bordi della carrareccia. Nessun venusiano conosce come siano nate quelle piante. Qualcuno dice che è stato il vento a trasportare i semi, altri un antico vesuviano ha deciso di dare un tocco di colore alla strada. Di fatto i vesuviani se ne infischiano della loro origine, anzi la loro presenza un po’ li infastidisce per i fiori e le foglie che cadono sull’asfalto.

Comunque un giorno di luglio col sole a picco che spacca le pietre ma anche le teste Massimo ha infilato quel tratturo che da Ludi porta a Venusia. Un po’ per gioco, un po’ per curiosità ma perché era ombreggiato e prometteva fresco. È un turista arrivato con un pullman a Ludi a visitare non si sa che cosa. A ludi non c’è nulla da vedere. Noleggiata una bicicletta da gran turismo, in braghe corte e maglietta ha cominciato a pedalare, finché vista quella strada in ombra ha deciso di percorrerla.

Di buona lena pedala, pedala, ma non vede mai finire la strada e nemmeno incontra persone o cose.

Cosa ci fosse dietro quel muro di verde, lo ignora, perché è talmente fitto da impedire la vista. Ascolta alla sua destra il fresco gorgoglio dell’acqua ma non capisce se è un fiume o un rigagnolo.

La strada non è mai dritta ma un susseguirsi di curve che Massimo affronta con prudenza. Si chiede dove arriva, visto che non incontra né uomini né animali. Sbucato dall’ennesima curva gli appaiono case basse con lo sfondo di un panettone verde.

«Oh!» esclama stupito a questa visione inaspettata. «Dove sono finito?»

Superate le case più esterne tra gli sguardi sorpresi dei suoi abitanti, Massimo arriva in una piazza con una fontana senz’acqua. Si guarda intorno smarrito alla ricerca di una fontanella per bere senza trovare nulla.

Il sole è di un bianco accecante e la pedalata gli ha messo sete. Gli abitanti di questo paese sembrano nascondersi, quasi timorosi di essere contaminati da Massimo. L’orologio della torre è fermo, immobile come l’aria di questa giornata torrida.

Massimo pedala lento alla ricerca di un bar.

«Ci sarà pure uno straccio di osteria in questo paese di…» e lascia sfumare l’esternazione. «Tanto è inutile imprecare».

Intravvede in una via alberata con frondosi ontani quello che gli sembra un esercizio pubblico. Due colpi di pedale ben assestati ed eccolo davanti all’insegna: “Da Sghego”. Appoggiata la bicicletta al tronco rugoso un po’ barcollante si avvia dentro alla ricerca di refrigerio. Quattro uomini stanno giocando a carte e non lo degnano nemmeno di uno sguardo di sbieco. Continuano la loro partita battibeccando.

«Una birra» ordina appoggiandosi al bancone.

Un ometto smilzo e pelato scuote la testa. «Niente birra» e continua a lucidare i bicchieri.

«Un’aranciata fresca» prova a chiedere Massimo, che si umetta le labbra secche.

L’ometto finge di non sentire, mentre fa cenni di diniego col capo.

«Ma che c…» s’interrompe Massimo che sta perdendo la pazienza. «Insomma quale bevanda vendete?»

L’ometto solleva lo sguardo e mormora: «Vino. Vino rosso».

Massimo strabuzza gli occhi. Non può credere che si venda solo vino ma si rassegna. Ha sete e deve bere.

«Un gotto di vino» esclama contrariato.

«Rosso?»

Massimo si torce le mani e si morde la lingua, prima di ribattere: «Avete anche del vino bianco ghiacciato?»

«No. Solo vino rosso» afferma con tono monocorde l’ometto senza smettere di lucidare con cura i bicchieri.

«Allora vino rosso» afferma Massimo spazientito con la voce stridula per l’ira.

Senza fretta l’ometto prende uno dei bicchieri lucidati con cura maniacale e lo riempe col vino rosso di un fiasco impagliato.

Massimo afferra il calice e beve tutto d’in fiato il suo contenuto, asciugandosi le labbra con un fazzoletto.

«Un altro» mormora Massimo che si umetta le labbra con la lingua.

L’ometto nega col capo e dice con voce calma: «Uno è sufficiente. Deve tornare a Ludi sobrio».

Massimo sgrana gli occhi allibito. Quell’ometto si preoccupa del suo ritorno a Ludi. Ha capito che è giunto il momento di togliersi dai piedi.

«Quanto le devo?» chiede mettendo mano al marsupio dove tiene il portafoglio.

«Niente».

«Come niente?» mormora esterrefatto Massimo.

«È la ricompensa per essere venuto a Venusia» e lo congeda.

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Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – la primavera

Da una splendida immagine di Etiliyle ho ricavato questo piccolo racconto.

Dalla cima della montagna che ospita il bosco degli spiriti si può spaziare con la vista. Lo sa bene Sofia che in quel bosco vi sale tutte le volte che può. Lei studia a Ludi, la capitale della regione, per diventare un’agronoma, una professione oscura, perché per i venusiani l’ecologia significa tornare ai tempi delle candele.

Nel periodo estivo le è più facile con l’aiuto del bel tempo e delle giornate lunghe. D’inverno è coperto dalla neve e si limita a piccole passeggiate nella parte bassa del bosco. Però è durante la primavera che assapora il risveglio della natura. Anche l’autunno coi suoi colori e profumi le piace ma è la primavera il suo vero amore. Il verde timido delle foglie che spuntano sugli alberi. Lo smeraldo dei prati che si riempiono di pratoline e violette. È tutto un tripudio di colori tenui mai violenti come quelli autunnali che trasforma il bosco da bella dormiente a giovane fanciulla assetata di vita.

Oggi è a Venusia perché a Ludi l’Università è chiusa per uno sciopero dei professori. Ignora i motivi ma tutto sommato sta bene anche a casa a godersi una giornata tiepida che invita a uscire, a stare all’aria aperta.

Tobia, il suo meticcio, è in festa, perché sa già cosa succederà: una gita nel bosco degli spiriti. Finalmente libero di correre e abbaiare senza costrizioni.

Con passo cadenzato Sofia sale fino in cima, mentre il cane corre e si rotola sull’erba tenera che spunta nel sottobosco.

Arrivati nel punto più alto, la ragazza si siede, appoggiando le spalle al tronco di un giovane faggio, che con timidezza mostra le prime gemme, e osserva la pianura. Sulla destra luccicano le acque degli stagni, dove le anitre riposano in attesa di spiccare il volo finale verso il nord. Le canne palustri si muovono sotto il vento che spira da levante. Una danza lieve che affascina la vista di Sofia.

Tobia si avvicina, annusa la ragazza e corre via nel folto della macchia appena sotto di loro. È felice, sente che la natura si sta risvegliando dopo il letargo invernale, che quest’anno per fortuna è stato più breve del solito. La primavera ha anticipato e i primi balestrucci, le avanguardie del grosso che arriverà fra qualche settimana, volano nel cielo pulito.

Sotto, di fronte, si vede Venusia con i suoi tetti rossi, la strade che si snodano senza un senso geometrico e le piazze circondate dagli alberi. La visione dall’alto fa capire a Sofia quanto siano tortuosi i progetti umani, esattamente come le strade di Venusia.

Tuttavia è a sinistra che il suo sguardo indugia più a lungo. Lì ci sono i campi coltivati. Appezzamenti verdi interrotti da filari di vite che stanno ancora dormendo oppure dai fiori rosa dell’albicocco che spiccano sul ramo nudo. La campagna non dorme d’inverno ma riposa con un occhio chiuso e uno aperto, coccolandosi sotto la neve ma pronta a rispondere ai primi raggi del sole che scaldano.

Sofia si alza e con un fischio chiama Tobia, che accorre al suo richiamo.

«Dai pigrone» e ride, perché sa che non è vero. «È ora di tornare a casa. Domani torniamo».

Con passo lento seguita dal suo meticcio s’incammina verso Venusia.

Disegna la tua storia – immagine di Waldprok – Il fungo

Da una bella immagine di Waldprok nasce questo miniracconto.

A Venusia, quando arriva settembre, inizia la stagione dei funghi. Quasi tutti i venusiani li cercano nei prati intorno agli stagni esposti a occidente. Qui crescono piccoli boschetti di pioppi e gelsi dove si possono raccogliere gli orecchioni. Nessuno pensa d’inoltrarsi nel bosco degli spiriti, perché hanno il terrore di risvegliare qualche anima che si aggira lì dentro e loro sono molto superstiziosi.

Tuttavia Sofia preferisce aggirarsi nel bosco degli spiriti perché lì si trovano più varietà di funghi commestibili ma anche di velenosi. La ragazza studia per diventare un agronomo ed è in grado di riconoscerli.

Così al sabato, quando l’università di Ludi chiude, mette gli scarponcini, si veste pesante e con Tobia si avvia su per i sentieri che portano all’interno del bosco degli spiriti. Lo fa con qualsiasi tempo: sia ci sia il sole, sia il cielo minacci pioggia. Se non c’è pericolo di temporale, in quel caso desiste, indossa una cerata gialla per ripararsi dell’umidità e dall’acqua che gronda dagli alberi.

Tobia, il suo meticcio, è libero di correre dove vuole senza la costrizione del guinzaglio o della museruola che è costretto a tenere quando si aggira per Venusia. I venusiani non amano gli animali e in particolare i cani e pretendono che siano al guinzaglio e non liberi di correre ovunque. La guardano di sbieco quando Sofia esce col suo meticcio per il paese ma lei non se ne cura.

È sabato, una giornata così così di fine settembre, quando Sofia arrivata nel bosco respira i suoi profumi, mentre Tobia abbaia felice per la libertà ritrovata. Il sentiero è scivoloso per le piogge cadute copiose durante la settimana. Le prime foglie sono cadute e si appiccano agli scarponcini di Sofia mescolate al fango del viottolo che si inerpica sui fianchi dell’altura.

L’umido del sottobosco nasconde il profumo dei funghi che spuntano tra l’erba delle radure. Sofia si affida all’esperienza e alla sua vista circolare per individuarli.

«Oh!» esclama fermandosi accanto ad alcuni minuscoli porcini, appena nati, che spuntano tra le foglie cadute dalla quercia.

Li accarezza come si fa coi bambini, inala l’odore gradevole. Non li raccoglie ma li lascia dove si trovano.

«Sono troppo belli da vedere» afferma, osservando il cappello di un bruno dorato.

Fischietta per chiamare Tobia.

«Per oggi basta» mormora, mentre affronta il sentiero per discendere, seguita dal suo meticcio.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – lo scoiattolo

Un’altra bella immagine di Waldprok che ha immortalato uno splendido esemplare di scoiattolo rosso.

Buona lettura

Sofia lo ama e lo coccola ogni volta che va nel bosco. Lui è furbo. Se ne sta rintanato tra le foglie del larice, dove si è costruito una comoda e ben nascosta tana.

Passa molto tempo a cercare cibo come una brava formichina. Un lavoro incessante su e giù dal tronco, mentre le provviste crescono. Però è sempre attento a tutti i rumori per evitare i guai. Già una volta aveva rischiato di finire impagliato perché un estraneo un giorno si era presentato nel bosco armato da un bastone micidiale. Faceva un rumore assordante e sputava dei cilindri appuntiti. Quel giorno aveva visto l’amica tortora stramazzare al suolo immobile dopo che quello strano bastone aveva prodotto un frastuono incredibile che aveva rotto il silenzio del bosco.

Svelto aveva abbandonato il suo carico di ghiande per salire rapido nel suo nido. E aveva fatto bene, perché aveva sentito il tronco vibrare. Qualche giorno più tardi, dopo essere rimasto immobile e in silenzio nella sua tana, aveva notato che nel tronco c’era un foro sospetto. “Guarda un po’!” esclamò vedendo quel segno. “Se fossi rimasto lì con le mie provviste, non avrei potuto raccontare questa storia”.

Elisa l’ha battezzato Cip, ricordando un famoso cartoon di Walt Disney, dove due scoiattoli danno vita a grandi imprese per la gioia di bambini e adulti. Come Cip, curioso e furbo. Attivo nella fornitura di cibarie pescava anche dai cestini dei gitanti.

All’inizio Cip era diffidente nei confronti di quella donna che lo chiamava con uno strano nome. Avrebbe voluto avvertirla che in realtà il suo nome è Ciop e non quella storpiatura con cui lo chiama. Però gli lascia ai piedi del suo larice tante leccornie, che vinta l’iniziale diffidenza aveva trovato di suo gradimento.

Dunque una mattina di settembre Sofia si avventura nel bosco avvolto da un alone plumbeo di nebbia bagnata e appiccicosa per la consueta passeggiata con Tobia. Ha con sé un sacchetto pieno di ghiande e di mandorle per il siìuoi amico Cip.

«Cip dove sei?» chiede ad alta voce, sbirciando tra il fogliame del larice nella speranza di cogliere quel musetto simpatico.

Non vede nulla e al suo richiamo lo scoiattolo non compare. Sofia alza le spalle, si stringe nella cerata gialla e si allontana lasciando ai piedi dell’albero il sacchetto.

Mentre si allontana, si gira più volte per osservare se il suo amichetto si fa vedere come il solito.

Alla fine delusa Sofia riprende la via di casa.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – occhio magico

Da questa stupenda immagine di Waldprok nasce un mini racconto senza troppe pretese. Venusia e i suoi abitanti sono sempre lì ad accogliere i viandanti della lettura.

Buona lettura.

La sera si avvicina e nello stagno delle anatre si specchia il sole, spuntando da dietro le nuvole. Però le anatre non ci sono. Loro arriveranno a ottobre per riposare qualche giorno prima di riprendere il volo verso sud.

Pino ci viene quasi tutti i giorni nella speranza di vederle che pigramente si lasciano dondolare sull’acqua e poi come colpiti da qualcosa si tuffano con la testa sotto la superficie in maniera repentina. Lui rimane affascinato dalla velocità con cui compiono questa operazione.

Pino è un ragazzino di dieci anni, alto due soldi di cacio con lo sguardo vispo e allegro. Sembra insignificante ma in realtà è un motorino inesauribile come se la carica non finisse mai. I suoi genitori lo lasciano libero di muoversi dove vuole durante l’estate. A scuola è il migliore. Insuperabile in matematica, discreto in italiano. Quest’anno ha finito le elementari e il prossimo settembre andrà all’unica media di Venusia con un bel giudizio più che lusinghiero.

Questa sera, come le altre, Pino si trova sul bordo dello stagno all’ombra di un leccio centenario a osservare la sua superficie liscia senza nemmeno una piccola increspatura. Una leggera bava mitiga la calura e muove gli steli del prato, che sta soffrendo il caldo. Tiene fra i denti un filo d’erba che fa fischiare con abilità. Glielo ha insegnato il nonno prima di morire. Pino in certe giornate ne sente la mancanza. Per lui era una guida, una fonte di conoscenze spicciole che nessun maestro è in grado d’insegnare. Una lenta melodia accompagna questo momento di tristezza, mentre il globo giallo si inabissa lentamente nello stagno.

Alle sue spalle nel folto dei rami una capinera intona il suo canto.

Pino rimane in ascolto a bocca aperta e fa cadere il filo che teneva fra le labbra fra l’erba che cresce sul bordo dello stagno.

Le ombre si allungano nella sera e lo stagno si prepara alla notte. Pino a malincuore si alza per tornare a casa, mentre il sole è sparito dietro le nuvole che avvampano di rosso. Indugia ancora. Gli dispiace lasciare questo posto che ha conquistato la sua fantasia.

Ci sono piccoli velieri che navigano sull’acqua dalle vele colorate spinte dal vento che piega la canne palustri. Lasciano il piccolo porto ricavato in un’insenatura per andare verso l’ignoto. Sono migranti in cerca di fortuna in terre lontane e sconosciute. Sulla riva le moglie li salutano con le mani e i fazzoletti, mentre ricambiano sventolando i loro berretti. Poi tutto si svuota in un crescendo di luci sempre più flebili e di ombre più minacciose.

Pino si volta verso lo stagno prima di affrontare il sentiero diretto a Venusia. In parte corre sotto il tetto verde del bosco di lecci e l’ultimo tratto sotto il cielo che inscurisce.

Le prime case di Venusia si mostrano agli occhi di Pino, che affretta il passo. La mamma si raccomanda sempre di essere in casa prima che il sole sia tramontato del tutto e lui sa di essere in ritardo.

Un ultimo sguardo e poi sta tra le case basse e gli orti del paese che lo inghiottiscono dentro di sé.

Disegna la tua storia – un’immagine di Marzia – Un puf!

Marzia propone un indovinello ed io raccolgo la sfida. Ecco l’immagine

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ed ecco il racconto

Il ventisei di giugno a Venusia si festeggia SS. Giovanni e Paolo ed è festa grande.

La grande piazza, quella con la fontana senz’acqua, che in realtà è anche l’unica del paese, si riempe di bancarelle e stand colorati. Qualcuno propone il palo della cuccagna ma fare un buco nell’asfalto è come fare un buco nell’acqua. Allora si ripiega sulla giostra, quella di una volta, coi cavallini, i cigni e animali alati, ma il problema è un altro. La giostra gira vuota o quasi per mancanza della materia prima: i bambini. Niente giostra, nemmeno il palo della cuccagna. Ma cosa fare?

«Idea!» esclama Valentina, che vorrebbe essere la creativa del paese.

Tutti si voltano e aspettano la grandiosa e meravigliosa invenzione della sua mente vulcanica.

«Facciamo uno stand dove al posto dei barattoli mettiamo le immagini del borgomastro e dei consiglieri comunali».

Tutti scrollano le spalle, teste comprese. Pensavano a chi sa che cosa, invece un’idea piccola piccola.

«Chissà che gusto c’è tirare una palla sulla foto del borgomastro» spiega Ermete, che ha la lingua lunga e poco cervello. «Sarebbe più emozionante se ci fosse lui in persona».

Tutti scoppiano a ridere per la proposta provocatoria di Ermete, che mette il broncio perché lo stanno dileggiando.

Insomma l’organizzazione della festa è una bella occasione per litigare. Tutti contro tutti.

«Eureka!»

Tutti si girano verso Martino, che sembra annunciare il ritrovamento del tesoro nascosto due secoli fa in una casa di Venusia.

Martino resta in silenzio calamitando gli sguardi perplessi e curiosi degli avventori da Sghego. Si sente solo il ronzio di un’ape che per sbaglio è finita lì in mezzo agli organizzatori della festa.

«Mettiamo i tavoli di Sghego in piazza…».

«Perché dovremmo fare questa fatica. Si sta tanto bene qui sotto il glicine e la passiflora» rimbecca Berto, che manda giù una sorsata di raboso, seguito da un poderoso rutto.

«Che maleducato» urla Valentina, alzandosi in piedi.

«…e poi facciamo un torneo di rubamazzo. Chi perde…» continua Martino ignorando le varie interruzioni.

«Lava i piatti per dieci giorni» chiosa Ermete, suscitando l’ilarità generale.

«Insomma abbiamo capito. Facciamo come gli anni precedenti. Bancarelle, stand gastronomici, la processione dei due Santi e lo spettacolo pirotecnico per chiudere» dice Sghego con grembiule bianco legato in cintura.

Il ventisei giugno alle ventitré inizia lo spettacolo con tutta Venusia a naso in su.

Puf! Bot! Splash! E il cielo grigio si riempe di patetici sbuffi. Si erano dimenticati di mettere al riparo bombe, petardi, spolette, stelle, quando nel pomeriggio c’è stato il consueto acquazzone.

 

Disegna la tua storia -un’immagine di Etiliyle – il lupetto


Questa straordinaria immagine è di Etiliyle e Whiskey merita un racconto.

A Venusia i cani non sono molto amati e quei pochi che ci sono assolvono a compiti precisi.
Nelle abitazioni più prossime ai campi ci sono diverse colonie di topi campagnoli, che quando piove amano ripararsi nelle cantine. Ernesto, stanco di averli tra i piedi nei momenti più inopportuni, è andato in città per comprare un gatto ma alla fine nell’unico negozio degli animali gli hanno appioppato un ratonero, un cane di origine spagnola, che non lo ha deluso. Questo cane è un abilissimo cacciatore e li ha convinti che era meglio non avventurarsi dalle parti della casa di Ernesto per non fare una brutta fine.
«Molto meglio di gatto» dice quando passeggia per il centro di Venusia. Qualcuno ride, osservandolo. Alto due spanne, fisico asciutto ma non muscoloso, sempre pronto a giocare. Però chi l’ha visto all’opera, è rimasto strabiliato per la fulmineità con cui cattura i topolini di campagna.
Un altro paio, un bracco e un segugio, si dedicano alla caccia. Non che a Venusia ci siano dei veri cacciatori ma un paio di soggetti che tengono la doppietta in soffitta. Questi, sempre inattivi, hanno messo la pancetta come qualche ozioso venusiano.
Tobia è il cane di Sofia. Un meticcio senza pedigree, di taglia grande, dal fisico robusto. Sa come farsi rispettare mostrando minaccioso una dentatura forte e perfetta. Non ha paura di nulla ed è pronto a difenderla da qualsiasi minaccia specialmente quando sta all’aria aperta con lei.
Sofia è una dei pochi venusiani che ama passeggiare nel bosco degli Spiriti, quando non frequenta l’università e si trova a Venusia. Qui ci sono diversi animali che è meglio evitare. Un branco di lupi, una coppia di orsi sono i più temuti.
In un pomeriggio di maggio la ragazza percorre il sentiero che porta nel folto del bosco, accompagnata dal fido Tobia, quando lo sente abbaiare con furia. Non è il solito ringhiare di quando incontra qualche selvatico ma pareva una richiesta di aiuto. Sofia affretta il passo e si addentra nel bosco seguendo l’indicazione dei latrati di Tobia. Poco distante in una radura lo vede vicino a un fagotto di pelo marrone rossiccio che guaisce debolmente. Si avvicina scoprendo che è un cucciolo di lupo, che non riesce a camminare. Mostra i denti senza intimorire Tobia che smette di abbaiare vista la sua presenza.
Sofia è incerta se prendere il lupacchiotto oppure lasciarlo lì. Ha la zampa anteriore in una posizione innaturale. Probabilmente è stato abbandonato dal branco ma se resta nel bosco è destinato a morire. Sa di rischiare un morso, perché questo cucciolo non è come il suo Tobia al momento del ritrovamento. Il lupetto è selvatico. Non conosce l’uomo ed è diffidente.
“Lo prendo o non lo prendo” pensa Sofia, osservando Tobia che lo afferra dietro la nuca sollevandolo. Adesso non ha dubbi, anche se in effetti non li ha avuti nemmeno prima.
Il lupetto si dimena, guaisce ma alla fine comprende che questi due sconosciuti sono la sua salvezza.