Oggi è Natale

Nessuna immagine ha ispirato questo breve racconto. Siamo a Venusia il mio luogo immaginario.

Xmas card di Melinda Nagy, http://www.dreamstime.com

Buona lettura

A Venusia non piacciono le feste, tanto meno quelle di Natale. Queste passano anonime come se fossero un giorno qualsiasi della settimana.

A Ludi no, sono giorni di delirio collettivo, specialmente Natale e Capodanno. Per Natale qualche giorno prima ogni negozio fa a gara col vicino per avere la vetrina più bella. Sono una orgia di colori luminescenti. Le strade sono piene di luminarie che tappezzano di stelle artificiali il cielo. Nelle case si preparano alberi e presepi, i portoni sono addobbati con stelle luminose e ghirlande di pino. Qualcuno ricava dall’abete del proprio giardino un albero di Natale con le luci che si accendono a intermittenza. È tutto un tripudio di luci e suoni.

A Venusia niente. Tutto buio e nessuna luce. Un po’ perché non apprezzano le feste, un po’ per snobismo alla rovescia. Qualcuno dice che sono tirchi e vogliono risparmiare su tutto, compreso le feste. Di negozi ce ne sono pochi. Diciamo che si possono contare usando una mano sola. C’è il panificio che vende un po’ di tutto. Minimarket? No, semplicemente procura a chi glielo richiede ogni genere alimentare, acqua compresa. Il vino no. Per quello ci sono le vigne che producono vino rosso per tutti i venusiani. La merceria fa da sartoria e altro ancora. La farmacia fa solo da farmacia e meno male. E con questo sono finiti i negozi. Sghego fa categoria a parte. Se un venusiano vuole qualcosa d’altro viaggia fino a Ludi. Qualcuno pensa che una bella libreria ci starebbe bene ma nessuno compra i libri. Quei rari e singolari venusiani, che leggono o vanno in una delle tre libreria di Ludi oppure comprano per posta da Postalibri, che opera in tutta la Ludilandia, sono visti come animali da circo.

Quindi la vita a Venusia è scandita dal tempo che scorre monotono e le feste sono solo sul calendario nemmeno cerchiate in rosso. Sono nere come i lunedì e gli altri giorni feriali. Nelle varie case quello che si mangia il martedì vale anche per la domenica. Niente colpi d’ala in cucina. D’altronde, a parte le verdure e la frutta che ogni venusiano produce in proprio, c’è poco da sbizzarrirsi visto che cose sfiziose non ce ne sono.

A Carola tutto questo non è mai andato giù. Trova deprimente avere sette giorni la settimana tutti uguali. Ha provato a sensibilizzare i venusiani ma a parte i pochi e rari giovani tutti gli altri hanno fatto orecchie da mercanti.

Carola vive da sola in una casa addossata alle altre nel centro di Venusia. Non ha né il giardino, tanto meno l’orto sotto casa. Per quello si deve recare all’orto comune posto ai margini di Venusia. Il minuscolo balcone che guarda sulla via è talmente piccolo che non c’è nemmeno posto per una piantina. L’abitazione sta su due livelli: pianoterra e primo piano. La sala con la cucina sta al livello stradale. Al primo piano la sua camera e lo studiolo guardano sul retro della casa, dove sta l’orto di Roberto, il suo vicino.

Quest’anno Carola ha deciso di cambiare passo. Stanca di aspettare che qualcuno organizzi qualcosa, è andata a Ludi per comprare un albero di legno da appendere sulla porta terrazzo in maniera che sia visibile dalla strada. L’ha decorato con palline di vetro e luci colorate che si accendono e si spengono a intermittenza. Dietro il vetro della sala ha messo una stella in rafia illuminata da sei minuscole luci led bianche.

In un angolo della cucina di fianco al camino ha preparato il presepe. A Ludi in un negozio di vintage ne ha trovato uno in legno chiaro anni cinquanta. La capanna con la stella cometa, Gesù, Giuseppe a Maria con gli immancabili bue e asinello. Un pastore con tre pecore stazionano davanti alla capanna.

Per completare ha invitato per il pranzo di Natale gli amici di una vita: Riccardo, Sandra e Lorenzo.

«Oggi è festa» esclama mentre li accoglie sulla porta, abbracciandoli con calore.

La tavola appare allegra con la tovaglia rossa e i piatti decorati con l’oro. Le posate d’argento, ereditate dalla nonna, fanno bella mostra. Al centro una ghirlanda di abete e agrifoglio completa l’arredo.

Gli amici l’abbracciano e ognuno di loro le porge un pensierino. Pacchettini confezionati con carta in oro e nastro rosso. Chissà cosa contengono.

Carola arrossisce, perché ha dimenticato questo dettaglio. Sandra le sussurra: «Non ti preoccupare. L’invito per la festa vale molto di più di mille regali».

Carola li apre uno alla volta. Nel primo trova un libro, che sono mesi che desidera comprare. Un giallo Puzzone. Nel secondo una sciarpa griffata in raso rosso. Nel terzo un porcellino d’argento. È commossa perché un regalo inaspettato è sempre più gradito. Sistema i tre pacchettini vicino al presepe.

Ha preparato come aperitivo con lo spumante le quiche lorraine che suscitano i commenti festosi di tutti.

Si siedono a tavola e gridano gioiosi: «Oggi è Natale».

crediti di Veronika Markova, http://www.dreamstime.com

Buon Natale a tutti voi

 

Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – La strada

Etiliyle sforna ogni giorno immagini entusiasmante e ogni tanto le prendo a prestito per costruire delle ministorie che hanno come sfondo Venusia e i suoi abitanti.

Buona lettura

Un viale alberato porta il raro turista nel centro di Venusia. L’acciottolato non è il miglior viatico per chi arriva da fuori. È talmente sconnesso e infido che nessun venusiano si sogna di passare nel centro della via. Si tiene prudente sui bordi dove c’è la terra battuta.

«Meglio il fango» dice sempre Ermete, che lo deve percorrere per raggiungere Sghego, «piuttosto che lo scivoloso ciottolo di fiume».

Questa è l’unica strada lastricata in questa maniera, le altre usano sanpietrini o piccole lastre d’ardesia. Eppure il colpo d’occhio è magnifico. Una fila di platani stanno ai suoi lati, che nel periodo estivo formano una cupola di verde. Un tunnel che ripara dal sole cocente dell’estate e mitiga la calura.

Quello che nessun venusiano sa è il motivo dell’uso del ciottolo di fiume, visto che di vie d’acqua nelle vicinanze non ce ne è nemmeno l’ombra. L’unica è un torrentello che accompagna il viandante verso Ludi. D’inverno ghiacciato, d’estate secco o quasi. Solo in primavera e autunno si sente il gorgoglio dell’acqua che scorre fra piccoli massi.

Nessuno a Venusia ricorda quando hanno lastricato questo viale e neppure conoscono la provenienza di questi ciottoli di fiume, scomodi per chi cammina a piedi, pericolosi per chi va in bicicletta. Di auto ce ne sono poche e nessuno si azzarda di passare di lì. A parte il rumore la macchina sembra tarantolata tra sobbalzi e vibrazioni del volante.

Il ciottolo sporge dalla terra per diversi centimetri e tra l’uno e l’altro c’è un bello spazio. Qualche venusiano ha proposto di levarli mettendo al suo posto sanpietrini oppure ricoprendo di macadam il fondo stradale. Non sarebbe stato l’optimum ma di certo migliore dell’attuale ciottolo di fiume. Però i venusiani piuttosto di lavorare per cambiare la pavimentazione hanno preferito lasciare tutto com’è.

Così questa magnifica strada alberata rimane silenziosa e percorsa da poche persone, perché quasi tutti preferiscono fare un giro vizioso per raggiungere il centro paese.

Disegna la tua storia con questo incipit – Il regalo

Oggi ho letto un post di The red writer che mi ha incuriosito.

Una sfida lanciata su istangram, che non frequento. Quindi non lo proporrò là ma solo qui. Per chi volesse leggere quello del blogger The red writer, che scrive molto bene, lo trova qui.

La parte in corsivo è il prompt proposto. Il primo paragrafo è del blogger. Il resto è mio.

preso dal web

Buona lettura.

Una bambina nascosta per gioco dietro la porta della cucina sente la madre dire al padre, parlando per telefono, di non portare dentro “il regalo” e di lasciarlo in macchina.

Monica si ferma, ascolta e non capisce. “Regalo?” pensa aggrottando la fronte.

Monica è una bambina sveglia di undici anni. Adora i genitori ma talvolta non li capisce, come in questa telefonata. Scuote il suo caschetto biondo come per shakerare le idee, ma non serve a nulla. Non è il compleanno di nessuno, pensa cercando di associare l’idea di un regalo con qualche sua conoscenza. Oggi è il ventotto ottobre ma nessuna ricorrenza in vista.

Sente la madre muoversi in cucina, canticchiando. “È allegra, dunque qualcosa bolle in pentola. Cosa sarà?” si dice allontanandosi silenziosa per tornare nella sua cameretta.

È una stanza sobria. Un letto, una libreria a parete, una scrivania e dietro la porta un armadio. Niente poster o altri peluche. Le pareti sono di un delicato colore azzurro. L’unica finestra guarda sul cortile interno. Un bel giardino curato con aiuole e alberi frondosi, che stanno perdendo tutte le foglie. Quando c’è il sole, e non va a scuola, sta pomeriggi interi a giocare con le sue amiche. Oggi il tempo è soleggiato. Non sembra nemmeno di essere quasi a novembre. Temperatura tiepida che invita a stare all’aria aperta. Però non può scendere, deve fare i compiti per domani.

Monica frequenta la prima media e non può deludere i genitori. Matematica, italiano, inglese aspettano che lei faccia il suo dovere. Si siede alla sua scrivania di frassino chiaro. Un piccolo notebook sta in un angolo muto. Un pupazzetto di lenci penzola dal ripiano superiore della libreria piena di libri e sembra ridere nel vedere il suo viso crucciato.

“Un regalo? Per chi può essere?” si chiede giocando con la penna biro. Non riesce a concentrarsi sui compiti. Legge ma non recepisce nulla. Ha la mente vuota. “Un regalo per me?” Scuote la testa in segno di diniego.

«Monica» dice sua madre, «esco per una commissione per papà. Finisci i tuoi compiti. Non aprire nessuno. Non rispondere al telefono. Ti chiamo sul tuo telefonino, se devo comunicarti qualcosa».

La bambina guarda quel vecchio telefono che non permette di navigare o chattare. Solo telefonate e obsoleti sms. A volte si sente fuori dal mondo, vedendo le compagne con quegli oggetti pieni di icone e fotografie. Prova invidia ma deve trattenersi. I genitori le hanno spiegato che è ancora troppo piccola per gli smartphone.

Monica annuisce vedendo il bel viso di sua madre. Una signora di quarant’anni dai capelli castani leggermente ondulati. Lavora fino alle due, quando la va a prendere all’uscita di scuola. Se non può, viene la tata, che conosce da sempre.

“Dunque va comprare il misterioso regalo” riflette la bambina, sempre più curiosa di sapere per chi è.

Chiude il libro d’inglese, tanto ha capito che la mente sta altrove. Svogliatamente cerca di risolvere il problema di matematica senza grande successo.

Quella parola continua a frullare nella testa. Non riesce a cancellarla. Affiora sempre. Sente la madre rincasare e chiamarla. “Passata un’ora?” afferma in silenzio sbigottita. Guarda i quaderni e i libri sparpagliati sul piano della scrivania e capisce che deve darsi da fare, prima di prendere un rimbrotto.

«Hai finito i compiti?» chiede la madre dalla cucina.

«Manca poco» mente Monica tutta agitata.

«Tra un’ora ci dobbiamo preparare» continua la madre, trafficando dalla sala. «Si esce stasera».

«Dove andiamo» domanda curiosa la bambina.

«Dai nonni».

Monica ritrova un briciolo di concentrazione e si applica per fare i compiti. Deve sbrigarsi, perché un’ora passa in fretta.

“Dunque è per i nonni il regalo” si dice rilassata. “Però non capisco il tono da carbonaro che i miei hanno tenuto al telefono”.

Trova singolare cenare dai nonni perché di solito sono ospiti la domenica a mezzogiorno. Oggi è solo lunedì. Però qualcosa non torna. Il nonno compie gli anni il quindici luglio e la nonna il dieci novembre. “Mancano ancora due settimane” riflette mentre in macchina con la madre raggiunge la casa dei nonni materni. “No, non può essere per loro”.

La cena non appare ai suoi occhi qualcosa che possa assomigliare a una ricorrenza. Pastina in brodo, stracchino con cicoria passata in padella, un frutto come dessert. “Troppo misera per festeggiare qualcuno” pensa, mentre vede la madre sgattaiolare fuori dalla stanza. L’aria è allegra e la curiosità cresce.

Si sente toccare delicatamente una spalla. Si volta e nota il viso della madre. Non si è accorta del suo rientro. Sta per dire qualcosa, quando un pacchetto scivola davanti a lei.

«È per te».

Con le mani tremanti rompe la carta e compare uno smartphone, come quelli che sta sognando tutte le notti.

 

Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – Da Sghego

Le cronache da Venusia si arricchiscono di un nuovo capitolo tratto da un’immagine di Etiliyle,

Buona lettura.

A Venusia c’è un solo bar e una trattoria e zero alberghi. Se un improbabile turista, un vero sfigato a essere sinceri, capita qui, dovrebbe tornare di corsa a Ludi.

Non c’è nulla da vedere degno di essere visitato, a parte il Castello. Però si deve trovare un venusiano disponibile ad accompagnarlo lungo il sentiero che inerpica dentro il Bosco degli Spiriti. A parte un paio di giovani e alcuni bambini che non temono inoltrarsi, il resto della comunità non lo fa. Supposto che Sandra e Riccardo, che non temono il Bosco degli Spiriti, facciano da guida, dopo una bella scarpinata il Castello, o la Fortezza come la chiamano i venusiani, è di uno squallore che mette angoscia. Intorno erbacce, dentro stanze vuote e polverose. Insomma un turista direbbe: «Tutto qui?»

Nell’unica piazza di Venusia c’è una fontana vuota, meta di colombi e altri uccelli. A memoria di venusiano non è mai zampillato un filo d’acqua e la vasca si riempe di foglie portate dal vento. Nel parco, un giardino con poca erba e qualche sparuto albero, c’è una sola panchina, sempre occupata dagli innamorati.

Insomma in mezz’ora il turista avrebbe visto tutto quello che c’è da vedere. Non va meglio col mangiare e il bere. L’unico esercizio è Da Sghego nel centro del paese. Il tavolo posto all’esterno sotto la pergola è fissa dimora di quattro scioperati, la cui sola occupazione e fare interminabili partite a scopone che finiscono a insulti e sberleffi.

Se l’ipotetico turista, un autentico masochista, volesse bere non avrebbe molte scelte. All’interno, come all’esterno si serve vino, rigorosamente rosso. I venusiani non conoscono birra o alcoolici, proprio qui non si trovano. Aranciate, chinotto o altri liquidi, che non siano vino rosso e acqua, sono del tutto sconosciuti.

Il vino rosso è ottenuto dalle uve clinton e merlot, che si coltivano appena fuori dal paese insieme a vigne autoctone dai grappoli rossi e bianchi, che sono talmente aspri da essere schifati dai tordi. Si sa che sono ghiotti di frutti ma questi acini proprio non piacciono. È un vino dal colore violaceo, corposo e denso, tanto che lascia tracce intense nel bicchiere. Alcuni malignano che nello stomaco dei venusiani c’è un bello strato di sedimento, lasciato da questo vino. Nessuno ha mai controllato ma il dubbio rimane.

Per l’altro liquido, l’acqua, quella minerale è sconosciuta a Venusia. Per avere le bollicine si aggiunge una polverina a quella della risorgiva, usata come potabile. Qualcuno usa la Brioschi, ma la maggioranza l’Idrolitina o Idriz. I tre schieramenti si fronteggiano a colpi di bustine.

«La mia» dicono sventolando la Brioschi, «aiuta la digestione. Puoi mangiare un bue ma bere l’acqua effervescente con la Brioschi, digerisci tutto».

«No, è meglio l’Idrolitina del cavalier Gazzoni. Effervescente naturale».

«Ma vuoi mettere la Idriz? Centomila volte migliore» gridano i fan di questa polverina.

In conclusione o acqua pura di risorgiva o effervescente con queste bustine. Da Sghego trovi solo quella trattata con l’Idrolitina.

Definire bar Da Sghego è molto pretenzioso, perché è un’osteria o una bettola con l’uso di cucina. Sì, qui perché puoi anche mangiare. La specialità della casa è la porchetta e basta. Si può mangiare solo questa tra due fette di pane azimo. Scelte diverse non ce ne sono.

Per i venusiani va bene così, tanto difficilmente mangiano la porchetta di Sghego, per i turisti molto meno. Quindi se non arrivano, tirano un sospiro di sollievo. Il solo pensiero di un’invasione turistica come a Ludi fa venire l’orticaria a tutti.

Disegna la tua storia con un’immagine di Marzia – la visione onirica

Marzia mi ha mandato l’immagine seguente per la consueta sfida di scrivere qualcosa di (in)sensato.

inviata da marzia

Eccovi accontentati.

Buona lettura

Per Pietro era un sogno ricorrente che lo affascinava tutte le notti.

Era sempre lo stesso. In bianco e nero. Non finiva mai. Presentava sempre la medesima scena.

Così una notte dopo l’altra ricompariva non appena poneva la testa sul cuscino.

Non aveva un’idea perché lo facesse, né ricordava quando era iniziato questa sequenza. Eppure alla mattina si svegliava leggero col sorriso sulle labbra pronto iniziare la nuova giornata.

Per lui era un una specie di portafortuna, perché cominciava col piede giusto il nuovo giorno. Fischiettando scendeva dal letto e andava in cucina a prepararsi il caffè.

Pietro era single, non per volontà sua ma perché sembrava che calamitasse tutte le donne più strane del pianeta. Non una che apparisse normale ma forse chi non era normale era proprio lui.

Bassettino. Non arrivava al metro e settanta. Capello fulvo, non rosso ma arancione come Boris, quello della Brexit. Anche quando si pettinava, sembrava che avesse fatto a botte col barbiere. Pelo arruffato e dispettoso che incorniciava un viso tondo con un naso a patata. Aveva quarant’anni ma di compagna neppure una all’orizzonte e tendeva alla pinguedine nonostante gli sforzi di andare in palestra e piscina.

Anche stanotte aveva vissuto il solito sogno e questo lo rendeva euforico. La giornata sarebbe stata ottima.

Lavata la tazzina e messa la moka a gocciolare sul pensile, si era infilato i pantaloni chiari e la camicia di lino blu con la giacca color nocciola sulle spalle. Era settembre ma il clima mite, quasi estivo, lo spingeva a non indossare la giacca, che avrebbe messo non appena avesse varcato la porta dell’ufficio.

Lavorava come analista in una multinazionale da diversi anni. A differenza di altri colleghi non aveva contatti con i clienti. Stava sempre rintanato nell’open space, che odiava per il continuo rumore di fondo degli altri occupanti la zona. Non aveva relazioni sociali coi colleghi. Un freddo ‘buon giorno’ alla mattina e un gelido ‘arrivederci’ alla sera, prima di uscire. Sapeva che gli altri impiegati sussurravano che lui era gay, perché non l’avevano mai visto con una donna e lì le donne abbondavano. Nell’open space ce ne erano almeno una dozzina. Tutte in età da marito. Alcune carine, altre libere, attorno alle quali gli uomini ronzavano come mosconi fastidiosi. Per Pietro erano delle galline stupide che chiocciolavano tutto il giorno.

Pietro ripensò all’Alberta, la vicina di casa, che aveva fatto la smorfiosa nella speranza di accalappiarlo, finché non le aveva detto che non intendeva avere rapporti con lei, nemmeno di semplice conoscenza. Per non parlare della Bea, conosciuta in chat su Meetic. Quando alla fine avevano deciso di vedersi, l’incontro era stato un fiasco. Lui incapace di fare un discorso più lungo di due parole, lei un fiume in piena che non stava zitta un secondo. Insomma meglio soli che male accompagnati, si disse salutandola.

«Arrivederci» disse Pietro, togliendo finalmente la giacca e avviandosi all’uscita tra l’indifferenza generale dei colleghi.

Appena svoltato a destra nel corridoio, sbatté con violenza contro un immenso poster dietro al quale stava una ragazza snella dai capelli che scivolavano sotto le spalle.

Il poster cadde per terra e Pietro per poco non fece altrettanto. Nel disegno in bianco e nero si vedeva la scena finale del suo sogno ricorrente. Un ragazzo e una ragazza che volteggiavano in un gorgo di sardine. “Ecco come prosegue!” esclamò in silenzio Pietro.

«Pietro» si presentò allungando la mano.

«Alice» rispose con un bel sorriso che mostrava i suoi denti bianchi, mentre la stringeva con vigore.

Pietro si chinò, raccolse il poster e prese sottobraccio Alice.

Insieme uscirono sulla strada.

Disegna la tua storia – immagine di Etiliyle – Il sogno

Da questa stupenda immagine di Etiliyle ho ricavato questa piccola storia

https://etiliyle.files.wordpress.com/2019/05/photoeditor_20190520_0405525606486009117840280107.jpg?w=685

Carola si ritrovò sola all’interno del maniero circondato da erbacce alte come lei che di statura era bassettina. Portava un paio di stivali con una bella zeppa sotto le suola ma nonostante questo accorgimento stentava di arrivare al metro e sessanta.

«Riccardo» urlò ma ascolto solo il suo eco che rimbombava nel lungo corridoio appena illuminato da una stretta finestrella senza vetri né imposta.

Carola ebbe paura, perché aveva capito di essere stata troppo curiosa, infilando quella porta nonostante Riccardo l’avesse sconsigliata.

Riccardo era il suo compagno da molti anni e il loro rapporto funzionava bene. Piccoli dissapori che si affrettavano a spazzare via, chiarendo le incomprensioni, erano nubi passeggere di breve durata. Erano molti di più i punti di contatto che favorivano il loro rapporto. Riccardo era prudente e razionale, Carola impulsiva e curiosa. Quindi Lei spingeva per conoscere affidandosi all’intuito, lui ragionava sulle scelte della compagna e insieme sceglievano sempre la via maestra per raggiungere l’obiettivo.

Questa volta Carola aveva affrontato l’incognito senza confrontarsi con Riccardo e cominciava ad avere un po’ di timore di aver compiuto un azzardo.

«Vado avanti oppure torno indietro?» disse a voce alta per darsi coraggio.

Strinse gli occhi, aggrottò la fronte e si avvicinò con cautela alla stretta feritoia che dava luce e aria al corridoio.

Guardò fuori ma non vide nulla. Sembrava un posto stregato. Eppure qualcosa doveva osservare. Campi, montagne o acqua. Però con sgomento, sbiancando vedeva solo un mare di nuvole.

«Nuvole?» ribatté stringendo con le braccia il corpo. «Non è possibile. Quando sono entrata il sole era alto e non c’erano nuvole in cielo. E poi il castello non è sufficientemente alto da perdersi tra le nubi».

Fece quattro passi verso una nuova fonte luminosa. Udì il suo ciabattare sul pavimento lastricato di pietre sconnesse e il suo respiro affannoso. Si spinse verso quella luce sulla destra nella speranza di trovare le risposte ai suoi turbamenti.

Affrettò il passo ma quella luce invece di avvicinarsi rimaneva sempre alla medesima distanza. Cominciò a correre angosciata rischiando di cadere su quelle lastre di ardesia grigia instabili. Il fiato grosso divenne un rantolo con la bocca sempre aperta nella speranza d’immettere più ossigeno nei polmoni.

Svoltato l’ultimo angolo si trovò di fronte a un cancello in ferro battuto dietro al quale si intravvedeva un giardino e in lontananza l’azzurro del mare.

Spalancò occhi e bocca, mentre il petto pareva un mantice impazzito. Non poteva crederci.

«Non è possibile» affermò incredula Carola, afferrando la cancellata che si aprì con un cigolio dolce.

Con cautela avanzò verso il fondo del sentiero. Era basita. La sua curiosità la stava tradendo e la faceva andare verso un mondo ignoto.

«Riccardo» sussurrò Carola con un filo di voce. «Dove sei?»

Nessuna risposta e nemmeno l’eco delle sue parole. I suoni parevano essere assorbiti dal verde del giardino. Camminò guardinga, quando due mani forti le coprirono la visuale.

Il cuore accelerò di colpo e in un attimo pensò che sarebbe finita male.

Si dimenò cercando di liberarsi da quella presa che l’aveva inchiodata contro un muro.

«Carola».

Una voce familiare la rincuorò.

«Carola, stai facendo un brutto sogno?»

Disegna la tua storia – la partenza

Niente immagine accattivante, sono una ricavata da Focus.it del tragitto che new Horizon ha compiuto in tredici anni.

Credit immage Focus.it

Ed ecco il racconto

Buona lettura.

Astrodome Serenity, deserto di Gila 6:00 AM, 30 gennaio 2019

Il sole sta sorgendo sopra le creste delle montagne che riparano l’ampia vallata, colorando di rosa il cielo che va schiarendo. Le ultime stelle sbiadiscono per effetto dell’illuminazione solare sempre più marcata.

La valle, incassata tra due rilievi alti mille metri, è solcata da una larga e lunga striscia grigia contornata dal giallo del deserto di Gila. Un agglomerato di edifici bianchi e bassi sorge lungo la pista sulla parte orientale.

In lontananza si scorge un immenso razzo che porta sul dorso qualcosa che assomiglia a un gabbiano con le ali distese.

La giornata promette bene: soleggiata dalla temperatura mite e senza una bava di vento. È l’ideale per la partenza.

Sulla pista enormi camion continuano a fare la spola tra la rampa di lancio e l’hangar dirimpetto agli edifici.

Nella breakfast room sei persone, tre uomini e tre donne, fanno la colazione a base di uova e bacon, formaggio e caffè o tè non zuccherato. I loro visi sono tesi al contrario dei giorni precedenti, quando chiassosi e sorridenti si preparavano per il nuovo giorno.

Dana, un’afroamericana, dalla carnagione scura, solleva il viso verso il grande schermo posto di fronte a lei. Le cifre scorrono all’indietro: cinque ore e 29 minuti, poi 28…

Non parla, sorseggia il tè verde. Non sopporta il caffè non zuccherato. La mascella è contratta, la mano trema in modo impercettibile. La tensione è visibile dal come osserva il grande schermo.

Di fianco a lei Pavlov, un russo biondo dagli occhi grigi, taglia l’omelette con formaggio con tratto deciso tenendo gli occhi sul piatto. Pare calmo ma dentro cova l’agitazione per l’imminente partenza. Svuota la mente da tutti i pensieri, si concentra sul piatto. Deve essere sereno, quando dopo il lancio deve prendere i comandi di Last Horizon per guidarla verso gli spazi interplanetari.

La missione prevede un viaggio di ben trentacinque anni fino all’ultima Thule nella fascia di Kuiper, che dista sei miliardi e mezzo di chilometri dalla terra oltre Plutone.

Samantha, un’italiana di ventisette anni, minuta dai capelli castano chiari tagliati a caschetto si alza. Ha terminato la colazione. Vuole sgranchirsi le gambe prima d’iniziare la vestizione. Ha deciso per il modello di Dava Newman, la ricercatrice del MIT, progettato appositamente per lei. Un modello futuribile, un vero azzardo vista la lunghezza dell’esplorazione spaziale, è la BioSuit, che aderisce come una seconda pelle sul suo corpo.

Gli altri hanno deciso per una tuta più convenzionale, MarkIII, che assomiglia a un veicolo spaziale, perché si entra e non s’indossa.

Un trillo di un campanello e la segnalazione sul grande schermo che mancano cinque ore alla partenza fa sobbalzare Lin, una cinesina dal corpo mascolino e dai capelli neri corvini.

James, l’australiano dal fisico atletico e dagli occhi azzurri, solleva lo sguardo verso l’alto, sbadiglia senza fare rumore mentre si alza dopo aver allontanato il piatto e le posate. Sembra annoiato ma invece è agitato internamente.

L’ultimo è Chioma, un imponente nigeriano della tribù igbò, ad avviarsi verso lo spogliatoio per raggiungere i compagni di viaggio, che alla spicciolata hanno cominciato il rito della vestizione. Un’attività che hanno provato e riprovato mille volte nelle settimane precedenti per prendere confidenza con un vestito che porteranno per molti anni.

Dopo essersi denudati passano sotto le docce detergenti per eliminare qualsiasi impurità dal loro corpo, prima d’indossare la tuta della partenza. È un’operazione lunga e complessa, che richiede un paio d’ore. Nel frattempo attivano le tecniche di rilassamento necessarie per affrontare la tensione prima del lancio all’interno del modulo dell’astronave e quello seguente alla partenza. È un momento delicato durante il quale ogni minimo errore si paga con la vita.

L’ingegnere responsabile delle attività carica nei quattro computer di bordo il software di gestione e backup. Controlla che tutto funzioni a dovere mentre i minuti scalano inesorabili. Viene ricontrollato tutto: carburante, dispositivi, sistemi di navigazione e di telecomunicazioni con meticolosa attenzione, mentre i sei astronauti prendono posto nei loro moduli allineati per due.

A sei minuti e trenta scatta il conto alla rovescia automatico.

La tensione è palpabile sia a bordo di Last Horizon che nella torre di controllo.

«10, 9, 8,…,3,2,1 e decollo» scandisce il responsabile del lancio, quando al termine i motori di Saturn X si accendono. Il vettore si stacca da terra e con lentezza si dirige verso il cielo. Il computer di bordo prende il controllo del razzo calcolando la giusta angolazione per iniziare la sua corsa verso l’ignoto.

Dopo quaranta minuti vettore e astronave sono pronti per dirigersi verso la luna, la prima tappa della loro missione.

«Tutto ok?» gracchia la voce della torre di controllo.

«Sì» risponde laconica Dana, il comandante della missione Ultima Thule.

E l’astronave vola verso il buio cosmico.

 

Disegna la tua storia – Un’immagine di Etiliyle – la strada

Oggi doveva pubblicare Marco Camalleri ma un grave lutto l’ha colpito e ha passato la mano.
A nome di tutto il gruppo gli siamo vicini.
Così vedendo una bella immagine, sono tutte belle 😀 , di Etiliyle è nato questo racconto che parla ancora di Venusia e i suoi abitanti.

https://etiliyle.files.wordpress.com/2018/12/etiliyle-luca-molinari-photo-camminare.jpg?w=685

La strada che collega Venusia al resto del mondo è bella in primavera e autunno, suggestiva d’inverno e pessima d’estate.

Si snoda su terra battuta tra due filari di alberi di fianco al fiume o meglio al rigagnolo d’acqua che l’accompagna verso Ludi. Il torrente scivola leggero tra sassi e canne palustri che si inchinano sotto il vento. D’inverno gela e una leggera crosta di ghiaccio ricopre e protegge il filo d’acqua che scorre di fianco alla strada.

La chioma degli alberi forma una galleria verde che in autunno si accende di mille colori e in primavera di verde smeraldo. D’estate protegge dal sole ma la polvere rossa della strada, che si solleva passando, s’infila dappertutto con subdola noncuranza.

Carolina, una bella ragazza di diciannove anni, la percorre in bicicletta quando si reca a Ludi all’Università col bel tempo oppure con il scuolabus se piove o nevica. D’inverno A Venusia nevica in modo copioso e non è facile percorrere la strada.

Carolina canta spensierata mentre pedala con vigore. Vive ancora coi suoi genitori nel piccolo appezzamento posto a levante di Venusia. La madre, Anna, tiene curato l’orto e ogni mattina si reca con la cesta di ortaggi freschi al mercato di Venusia. Il padre, Simone, cura il campo, qualche tornatura a frumento, e la vigna di uva nera.

Con loro vive Filippo, anche se tutte le mattine si reca a Ludi in fonderia. Gli altri fratelli vivono in città. Carlo è sposato con una bella bambina, Dorotea. Agnese fa l’infermiera nell’ospedale di Ludi.

Carlo le ha offerto una stanza nel suo appartamento per evitare che si faccia il tragitto da Venusia ma Carolina ha rifiutato.

«Mi piace alzarmi presto per andare all’Università» ha spiegato al fratello nel declinare l’offerta. «Lo facevo per andare al liceo e non mi costa fatica. E poi…».

Lascia sfumare quel ‘e poi’ che dice tutto o niente. In realtà non ama molto la cognata, Sara, una cittadina che non viene mai a Venusia. Se i suoi genitori vogliono vedere Dorotea, o vanno loro a Ludi oppure Carlo la porta a Venusia. Lei non ci mette piede, perché si ritiene superiore.

A mezzogiorno lei preferisce la mensa universitaria al pranzo da Carlo. Immagina che anche Sara la sopporti a stento, ricambiando il freddo di Carolina.

Ancora pochi chilometri e poi arriva a Ludi.

“Oggi ho una lezione tosta” pensa Carolina mentre infila la bicicletta nella rastrelliera davanti alla facoltà di lettere.

Jana come sempre la sta attendendo seduta sui gradini.

«Forza pigrona» la incita agitando la mano. «Troviamo posto solo in piccionaia».

Carolina ride e l’abbraccia, mentre insieme infilano di corsa l’ingresso.

 

Mini distacco – nro 1 – L’aria

Scrivere creativo e Intimodistacco propongono questo esercizio.

Questo tipo vuole sviluppare competenze di sceneggiatura, fantasia, creatività attraverso il mondo dell’illustrazione.

Essere in grado di creare una vignetta autoconclusiva non è facile, quindi serve esercitarsi.

Il gioco è molto semplice:

Inventa una vignetta sulla base dei seguenti ingredienti:

– Argomento: ARIA

– Personaggi:

1) IntimoDistacco (trovate il personaggio su Instagram dove trovate anche delle vignette di esempio)

https://www.instagram.com/p/Bn8akvgHxEm/?taken-by=intimodistacco

2) un vecchio.

3) Un cellulare

IMPORTANTE: CREARE UN FINALE D’EFFETTO

Questa è la vignetta scelta tra le molte

e questo è il mio svolgimento.

Buona lettura

Alice osservò la vignetta su Intimodistacco e prese la stilografica per buttare giù qualche pensiero per commentare.

“Cosa mi suggerisce?” si chiese, appoggiando la penna sul foglio bianco. Si grattò una guancia e chiuse gli occhi.

Fluttuò nell’aria, aggrappata a un palloncino, mentre osservava la terra che si allontanava. Nessuna paura si disegnò sul suo viso: era sufficiente non mollare il filo.

Sì” confermò Alice allegra. “Sono racchiusa in una scatola e volo nell’aria”.

Scoprì che non volava ma era all’interno di una scatola di cartone color marrone scuro. Una scatola da scarpe, per la precisione scarpe per il trekking.

Rise al pensiero di fare trekking, lei che era pigra come bradipo. Adesso era immersa nell’umidità della foresta pluviale brasiliana aggrappata a un albero che non conosceva ma che sporgeva sul fiume, dove l’acqua di colore verde scorreva con lentezza.

Un’imbarcazione a forma di canoa guidata da un vecchio dai capelli bianchi scendeva silenziosa sciabordando leggera. In effetti i capelli erano un bianco che tendevano al grigio tanto apparivano sporchi.

Alice strinse gli occhi vedere meglio. Era miope e senza occhiali non scorgeva nulla, solo ombre sfuocate. Rise ancora perché un bradipo con gli occhiali non esisteva in natura.

Il vecchio dalla pelle grinza e bruciata dal sole cantava una nenia, mentre vogava con decisione nel fiume. Alice non capiva le parole ma con la mano lo salutò quando la sua voce fu più vicina. Senza occhiali vedeva solo le ombre, purché fossero abbastanza vicine.

«Aho! Che fai sull’albero?» disse il vecchio sollevando la pagaia.

Alice resto basita. “Ma parla italiano il vecchio indios brasiliano” pensò rimanendo a bocca aperta.

«Chiudi la bocca o si riempe d’insetti» la canzonò il vecchio, che riprese a vogare con forza e a cantare uno stornello romano.

Mentre il vecchio continuava a remare, Alice si ritrovò sospesa in aria aggrappata al suo palloncino rosso che dondolava tra una nuvola e l’altra. Era tornata la ragazzina di sempre. Capelli biondi sciolti sulle spalle, frangetta alla Valentina e occhi grigi azzurri.

L’avventura la teneva di buon umore e per nulla intimorita vedendo la terra da lassù. La vedeva perché sul naso portava i suoi occhiali con la montatura a tartaruga.

Si stava beando, quando uno scossone la riportò nella sua camera col letto a castello che divideva con la sorella, Sonia, il poster di Bono appeso alla porta e la pila disordinata di CD sparsi sul pavimento.

«Dormi? Non rispondi al cellulare?»

Era sua mamma che la fissava in piedi accanto alla scrivania, ingombra di fumetti.

Il cellulare squillava e Alice rispose con gli occhi sgranati per la sorpresa: «Dimmi».

«Allora sei uscita dalla scatola in cui hai rinchiuso la tua parte migliore?»

Sul display era comparso il volto di Intimodistacco.

Disegna la tua storia – miniesercizio 78 di Scrivere creativo

Scrivere Creativo propone periodicamente dei mini esercizi che servono a condensare in poche righe una storia. Questo tipo esercizio ha l’ambizione di sviluppare la fantasia dello scrivente attraverso un approccio visivo di tipo statico, appunto una fotografia.
L’aspetto di osservazione è fondamentale in quanto bisogna essere in grado di raccontare ciò che si vede a qualcuno che appunto non vede quel che guardate voi. E non è semplice farlo in modo originale e credibile.
Inoltre ci sono tre paletti, tre parametri definiti da rispettare. Infine ultima difficoltà un limite di parole, che obbliga a non dilungarsi in concetti relativamente inutili o ripetitivi.

In conclusione inventare una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:
– Una ruota
– Un bambino silenzioso
– Un sasso blu
e questa immagine

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E adesso la storia

Pietro aveva il viso segnato dalle maglie della rete. Sul green i giocatori facevano vibrare l’aria, mentre lui sognava restando in silenzio. Non perdeva un movimento delle spalle e delle gambe. Il colpo secco con l’erba che volava, mentre il bianco della pallina compiva il volo per planare distante. I rumori si smorzavano, mentre la visuale diventava vuota e le voci dei giocatori e dei caddies si perdevano nell’aria. Un attimo e sul prato tornava il silenzio interrotto dalle grida delle gazze alla ricerca di qualcosa. In silenzio Pietro riprese la strada di casa, tenendo stretto il suo piccolo tesoro. Un uomo stava sacramentando accanto alla vecchia Panda senza una ruota. Per terra giaceva quella scorta arrugginita e per di più sgonfia. Pietro trattenne la risata, perché trovava comica la scena, ma non voleva incorrere nell’ira dell’uomo congestionato nel volto per la rabbia.

Nel cortile di casa Pietro prese un manico di scopa, depositò il suo tesoro sul piccolo monticello di terra simulando il tee un sasso rotondo e blu. Dondolò sulle gambe come aveva visto tante volte e zac un colpo violento al sasso che terminò lontano.

Pietro rimase sbigottito. Il vetro del vicino non c’era più.