Disegna la tua storia – immagine di Etiliyle – Il sogno

Da questa stupenda immagine di Etiliyle ho ricavato questa piccola storia

https://etiliyle.files.wordpress.com/2019/05/photoeditor_20190520_0405525606486009117840280107.jpg?w=685

Carola si ritrovò sola all’interno del maniero circondato da erbacce alte come lei che di statura era bassettina. Portava un paio di stivali con una bella zeppa sotto le suola ma nonostante questo accorgimento stentava di arrivare al metro e sessanta.

«Riccardo» urlò ma ascolto solo il suo eco che rimbombava nel lungo corridoio appena illuminato da una stretta finestrella senza vetri né imposta.

Carola ebbe paura, perché aveva capito di essere stata troppo curiosa, infilando quella porta nonostante Riccardo l’avesse sconsigliata.

Riccardo era il suo compagno da molti anni e il loro rapporto funzionava bene. Piccoli dissapori che si affrettavano a spazzare via, chiarendo le incomprensioni, erano nubi passeggere di breve durata. Erano molti di più i punti di contatto che favorivano il loro rapporto. Riccardo era prudente e razionale, Carola impulsiva e curiosa. Quindi Lei spingeva per conoscere affidandosi all’intuito, lui ragionava sulle scelte della compagna e insieme sceglievano sempre la via maestra per raggiungere l’obiettivo.

Questa volta Carola aveva affrontato l’incognito senza confrontarsi con Riccardo e cominciava ad avere un po’ di timore di aver compiuto un azzardo.

«Vado avanti oppure torno indietro?» disse a voce alta per darsi coraggio.

Strinse gli occhi, aggrottò la fronte e si avvicinò con cautela alla stretta feritoia che dava luce e aria al corridoio.

Guardò fuori ma non vide nulla. Sembrava un posto stregato. Eppure qualcosa doveva osservare. Campi, montagne o acqua. Però con sgomento, sbiancando vedeva solo un mare di nuvole.

«Nuvole?» ribatté stringendo con le braccia il corpo. «Non è possibile. Quando sono entrata il sole era alto e non c’erano nuvole in cielo. E poi il castello non è sufficientemente alto da perdersi tra le nubi».

Fece quattro passi verso una nuova fonte luminosa. Udì il suo ciabattare sul pavimento lastricato di pietre sconnesse e il suo respiro affannoso. Si spinse verso quella luce sulla destra nella speranza di trovare le risposte ai suoi turbamenti.

Affrettò il passo ma quella luce invece di avvicinarsi rimaneva sempre alla medesima distanza. Cominciò a correre angosciata rischiando di cadere su quelle lastre di ardesia grigia instabili. Il fiato grosso divenne un rantolo con la bocca sempre aperta nella speranza d’immettere più ossigeno nei polmoni.

Svoltato l’ultimo angolo si trovò di fronte a un cancello in ferro battuto dietro al quale si intravvedeva un giardino e in lontananza l’azzurro del mare.

Spalancò occhi e bocca, mentre il petto pareva un mantice impazzito. Non poteva crederci.

«Non è possibile» affermò incredula Carola, afferrando la cancellata che si aprì con un cigolio dolce.

Con cautela avanzò verso il fondo del sentiero. Era basita. La sua curiosità la stava tradendo e la faceva andare verso un mondo ignoto.

«Riccardo» sussurrò Carola con un filo di voce. «Dove sei?»

Nessuna risposta e nemmeno l’eco delle sue parole. I suoni parevano essere assorbiti dal verde del giardino. Camminò guardinga, quando due mani forti le coprirono la visuale.

Il cuore accelerò di colpo e in un attimo pensò che sarebbe finita male.

Si dimenò cercando di liberarsi da quella presa che l’aveva inchiodata contro un muro.

«Carola».

Una voce familiare la rincuorò.

«Carola, stai facendo un brutto sogno?»

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Disegna la tua storia – la partenza

Niente immagine accattivante, sono una ricavata da Focus.it del tragitto che new Horizon ha compiuto in tredici anni.

Credit immage Focus.it

Ed ecco il racconto

Buona lettura.

Astrodome Serenity, deserto di Gila 6:00 AM, 30 gennaio 2019

Il sole sta sorgendo sopra le creste delle montagne che riparano l’ampia vallata, colorando di rosa il cielo che va schiarendo. Le ultime stelle sbiadiscono per effetto dell’illuminazione solare sempre più marcata.

La valle, incassata tra due rilievi alti mille metri, è solcata da una larga e lunga striscia grigia contornata dal giallo del deserto di Gila. Un agglomerato di edifici bianchi e bassi sorge lungo la pista sulla parte orientale.

In lontananza si scorge un immenso razzo che porta sul dorso qualcosa che assomiglia a un gabbiano con le ali distese.

La giornata promette bene: soleggiata dalla temperatura mite e senza una bava di vento. È l’ideale per la partenza.

Sulla pista enormi camion continuano a fare la spola tra la rampa di lancio e l’hangar dirimpetto agli edifici.

Nella breakfast room sei persone, tre uomini e tre donne, fanno la colazione a base di uova e bacon, formaggio e caffè o tè non zuccherato. I loro visi sono tesi al contrario dei giorni precedenti, quando chiassosi e sorridenti si preparavano per il nuovo giorno.

Dana, un’afroamericana, dalla carnagione scura, solleva il viso verso il grande schermo posto di fronte a lei. Le cifre scorrono all’indietro: cinque ore e 29 minuti, poi 28…

Non parla, sorseggia il tè verde. Non sopporta il caffè non zuccherato. La mascella è contratta, la mano trema in modo impercettibile. La tensione è visibile dal come osserva il grande schermo.

Di fianco a lei Pavlov, un russo biondo dagli occhi grigi, taglia l’omelette con formaggio con tratto deciso tenendo gli occhi sul piatto. Pare calmo ma dentro cova l’agitazione per l’imminente partenza. Svuota la mente da tutti i pensieri, si concentra sul piatto. Deve essere sereno, quando dopo il lancio deve prendere i comandi di Last Horizon per guidarla verso gli spazi interplanetari.

La missione prevede un viaggio di ben trentacinque anni fino all’ultima Thule nella fascia di Kuiper, che dista sei miliardi e mezzo di chilometri dalla terra oltre Plutone.

Samantha, un’italiana di ventisette anni, minuta dai capelli castano chiari tagliati a caschetto si alza. Ha terminato la colazione. Vuole sgranchirsi le gambe prima d’iniziare la vestizione. Ha deciso per il modello di Dava Newman, la ricercatrice del MIT, progettato appositamente per lei. Un modello futuribile, un vero azzardo vista la lunghezza dell’esplorazione spaziale, è la BioSuit, che aderisce come una seconda pelle sul suo corpo.

Gli altri hanno deciso per una tuta più convenzionale, MarkIII, che assomiglia a un veicolo spaziale, perché si entra e non s’indossa.

Un trillo di un campanello e la segnalazione sul grande schermo che mancano cinque ore alla partenza fa sobbalzare Lin, una cinesina dal corpo mascolino e dai capelli neri corvini.

James, l’australiano dal fisico atletico e dagli occhi azzurri, solleva lo sguardo verso l’alto, sbadiglia senza fare rumore mentre si alza dopo aver allontanato il piatto e le posate. Sembra annoiato ma invece è agitato internamente.

L’ultimo è Chioma, un imponente nigeriano della tribù igbò, ad avviarsi verso lo spogliatoio per raggiungere i compagni di viaggio, che alla spicciolata hanno cominciato il rito della vestizione. Un’attività che hanno provato e riprovato mille volte nelle settimane precedenti per prendere confidenza con un vestito che porteranno per molti anni.

Dopo essersi denudati passano sotto le docce detergenti per eliminare qualsiasi impurità dal loro corpo, prima d’indossare la tuta della partenza. È un’operazione lunga e complessa, che richiede un paio d’ore. Nel frattempo attivano le tecniche di rilassamento necessarie per affrontare la tensione prima del lancio all’interno del modulo dell’astronave e quello seguente alla partenza. È un momento delicato durante il quale ogni minimo errore si paga con la vita.

L’ingegnere responsabile delle attività carica nei quattro computer di bordo il software di gestione e backup. Controlla che tutto funzioni a dovere mentre i minuti scalano inesorabili. Viene ricontrollato tutto: carburante, dispositivi, sistemi di navigazione e di telecomunicazioni con meticolosa attenzione, mentre i sei astronauti prendono posto nei loro moduli allineati per due.

A sei minuti e trenta scatta il conto alla rovescia automatico.

La tensione è palpabile sia a bordo di Last Horizon che nella torre di controllo.

«10, 9, 8,…,3,2,1 e decollo» scandisce il responsabile del lancio, quando al termine i motori di Saturn X si accendono. Il vettore si stacca da terra e con lentezza si dirige verso il cielo. Il computer di bordo prende il controllo del razzo calcolando la giusta angolazione per iniziare la sua corsa verso l’ignoto.

Dopo quaranta minuti vettore e astronave sono pronti per dirigersi verso la luna, la prima tappa della loro missione.

«Tutto ok?» gracchia la voce della torre di controllo.

«Sì» risponde laconica Dana, il comandante della missione Ultima Thule.

E l’astronave vola verso il buio cosmico.

 

Disegna la tua storia – Un’immagine di Etiliyle – la strada

Oggi doveva pubblicare Marco Camalleri ma un grave lutto l’ha colpito e ha passato la mano.
A nome di tutto il gruppo gli siamo vicini.
Così vedendo una bella immagine, sono tutte belle 😀 , di Etiliyle è nato questo racconto che parla ancora di Venusia e i suoi abitanti.

https://etiliyle.files.wordpress.com/2018/12/etiliyle-luca-molinari-photo-camminare.jpg?w=685

La strada che collega Venusia al resto del mondo è bella in primavera e autunno, suggestiva d’inverno e pessima d’estate.

Si snoda su terra battuta tra due filari di alberi di fianco al fiume o meglio al rigagnolo d’acqua che l’accompagna verso Ludi. Il torrente scivola leggero tra sassi e canne palustri che si inchinano sotto il vento. D’inverno gela e una leggera crosta di ghiaccio ricopre e protegge il filo d’acqua che scorre di fianco alla strada.

La chioma degli alberi forma una galleria verde che in autunno si accende di mille colori e in primavera di verde smeraldo. D’estate protegge dal sole ma la polvere rossa della strada, che si solleva passando, s’infila dappertutto con subdola noncuranza.

Carolina, una bella ragazza di diciannove anni, la percorre in bicicletta quando si reca a Ludi all’Università col bel tempo oppure con il scuolabus se piove o nevica. D’inverno A Venusia nevica in modo copioso e non è facile percorrere la strada.

Carolina canta spensierata mentre pedala con vigore. Vive ancora coi suoi genitori nel piccolo appezzamento posto a levante di Venusia. La madre, Anna, tiene curato l’orto e ogni mattina si reca con la cesta di ortaggi freschi al mercato di Venusia. Il padre, Simone, cura il campo, qualche tornatura a frumento, e la vigna di uva nera.

Con loro vive Filippo, anche se tutte le mattine si reca a Ludi in fonderia. Gli altri fratelli vivono in città. Carlo è sposato con una bella bambina, Dorotea. Agnese fa l’infermiera nell’ospedale di Ludi.

Carlo le ha offerto una stanza nel suo appartamento per evitare che si faccia il tragitto da Venusia ma Carolina ha rifiutato.

«Mi piace alzarmi presto per andare all’Università» ha spiegato al fratello nel declinare l’offerta. «Lo facevo per andare al liceo e non mi costa fatica. E poi…».

Lascia sfumare quel ‘e poi’ che dice tutto o niente. In realtà non ama molto la cognata, Sara, una cittadina che non viene mai a Venusia. Se i suoi genitori vogliono vedere Dorotea, o vanno loro a Ludi oppure Carlo la porta a Venusia. Lei non ci mette piede, perché si ritiene superiore.

A mezzogiorno lei preferisce la mensa universitaria al pranzo da Carlo. Immagina che anche Sara la sopporti a stento, ricambiando il freddo di Carolina.

Ancora pochi chilometri e poi arriva a Ludi.

“Oggi ho una lezione tosta” pensa Carolina mentre infila la bicicletta nella rastrelliera davanti alla facoltà di lettere.

Jana come sempre la sta attendendo seduta sui gradini.

«Forza pigrona» la incita agitando la mano. «Troviamo posto solo in piccionaia».

Carolina ride e l’abbraccia, mentre insieme infilano di corsa l’ingresso.

 

Mini distacco – nro 1 – L’aria

Scrivere creativo e Intimodistacco propongono questo esercizio.

Questo tipo vuole sviluppare competenze di sceneggiatura, fantasia, creatività attraverso il mondo dell’illustrazione.

Essere in grado di creare una vignetta autoconclusiva non è facile, quindi serve esercitarsi.

Il gioco è molto semplice:

Inventa una vignetta sulla base dei seguenti ingredienti:

– Argomento: ARIA

– Personaggi:

1) IntimoDistacco (trovate il personaggio su Instagram dove trovate anche delle vignette di esempio)

https://www.instagram.com/p/Bn8akvgHxEm/?taken-by=intimodistacco

2) un vecchio.

3) Un cellulare

IMPORTANTE: CREARE UN FINALE D’EFFETTO

Questa è la vignetta scelta tra le molte

e questo è il mio svolgimento.

Buona lettura

Alice osservò la vignetta su Intimodistacco e prese la stilografica per buttare giù qualche pensiero per commentare.

“Cosa mi suggerisce?” si chiese, appoggiando la penna sul foglio bianco. Si grattò una guancia e chiuse gli occhi.

Fluttuò nell’aria, aggrappata a un palloncino, mentre osservava la terra che si allontanava. Nessuna paura si disegnò sul suo viso: era sufficiente non mollare il filo.

Sì” confermò Alice allegra. “Sono racchiusa in una scatola e volo nell’aria”.

Scoprì che non volava ma era all’interno di una scatola di cartone color marrone scuro. Una scatola da scarpe, per la precisione scarpe per il trekking.

Rise al pensiero di fare trekking, lei che era pigra come bradipo. Adesso era immersa nell’umidità della foresta pluviale brasiliana aggrappata a un albero che non conosceva ma che sporgeva sul fiume, dove l’acqua di colore verde scorreva con lentezza.

Un’imbarcazione a forma di canoa guidata da un vecchio dai capelli bianchi scendeva silenziosa sciabordando leggera. In effetti i capelli erano un bianco che tendevano al grigio tanto apparivano sporchi.

Alice strinse gli occhi vedere meglio. Era miope e senza occhiali non scorgeva nulla, solo ombre sfuocate. Rise ancora perché un bradipo con gli occhiali non esisteva in natura.

Il vecchio dalla pelle grinza e bruciata dal sole cantava una nenia, mentre vogava con decisione nel fiume. Alice non capiva le parole ma con la mano lo salutò quando la sua voce fu più vicina. Senza occhiali vedeva solo le ombre, purché fossero abbastanza vicine.

«Aho! Che fai sull’albero?» disse il vecchio sollevando la pagaia.

Alice resto basita. “Ma parla italiano il vecchio indios brasiliano” pensò rimanendo a bocca aperta.

«Chiudi la bocca o si riempe d’insetti» la canzonò il vecchio, che riprese a vogare con forza e a cantare uno stornello romano.

Mentre il vecchio continuava a remare, Alice si ritrovò sospesa in aria aggrappata al suo palloncino rosso che dondolava tra una nuvola e l’altra. Era tornata la ragazzina di sempre. Capelli biondi sciolti sulle spalle, frangetta alla Valentina e occhi grigi azzurri.

L’avventura la teneva di buon umore e per nulla intimorita vedendo la terra da lassù. La vedeva perché sul naso portava i suoi occhiali con la montatura a tartaruga.

Si stava beando, quando uno scossone la riportò nella sua camera col letto a castello che divideva con la sorella, Sonia, il poster di Bono appeso alla porta e la pila disordinata di CD sparsi sul pavimento.

«Dormi? Non rispondi al cellulare?»

Era sua mamma che la fissava in piedi accanto alla scrivania, ingombra di fumetti.

Il cellulare squillava e Alice rispose con gli occhi sgranati per la sorpresa: «Dimmi».

«Allora sei uscita dalla scatola in cui hai rinchiuso la tua parte migliore?»

Sul display era comparso il volto di Intimodistacco.

Disegna la tua storia – miniesercizio 78 di Scrivere creativo

Scrivere Creativo propone periodicamente dei mini esercizi che servono a condensare in poche righe una storia. Questo tipo esercizio ha l’ambizione di sviluppare la fantasia dello scrivente attraverso un approccio visivo di tipo statico, appunto una fotografia.
L’aspetto di osservazione è fondamentale in quanto bisogna essere in grado di raccontare ciò che si vede a qualcuno che appunto non vede quel che guardate voi. E non è semplice farlo in modo originale e credibile.
Inoltre ci sono tre paletti, tre parametri definiti da rispettare. Infine ultima difficoltà un limite di parole, che obbliga a non dilungarsi in concetti relativamente inutili o ripetitivi.

In conclusione inventare una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:
– Una ruota
– Un bambino silenzioso
– Un sasso blu
e questa immagine

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E adesso la storia

Pietro aveva il viso segnato dalle maglie della rete. Sul green i giocatori facevano vibrare l’aria, mentre lui sognava restando in silenzio. Non perdeva un movimento delle spalle e delle gambe. Il colpo secco con l’erba che volava, mentre il bianco della pallina compiva il volo per planare distante. I rumori si smorzavano, mentre la visuale diventava vuota e le voci dei giocatori e dei caddies si perdevano nell’aria. Un attimo e sul prato tornava il silenzio interrotto dalle grida delle gazze alla ricerca di qualcosa. In silenzio Pietro riprese la strada di casa, tenendo stretto il suo piccolo tesoro. Un uomo stava sacramentando accanto alla vecchia Panda senza una ruota. Per terra giaceva quella scorta arrugginita e per di più sgonfia. Pietro trattenne la risata, perché trovava comica la scena, ma non voleva incorrere nell’ira dell’uomo congestionato nel volto per la rabbia.

Nel cortile di casa Pietro prese un manico di scopa, depositò il suo tesoro sul piccolo monticello di terra simulando il tee un sasso rotondo e blu. Dondolò sulle gambe come aveva visto tante volte e zac un colpo violento al sasso che terminò lontano.

Pietro rimase sbigottito. Il vetro del vicino non c’era più.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – La luna rossa

Splendida immagine tratta da Waldprok ed ecco che la cronaca da Venusia si arricchisce di un nuovo racconto.

Buona lettura

Tutto il mondo è in fibrillazione, perché dopo il 31 gennaio della doppia eclissi della luna blu e rossa, che i più vecchi non ricordavano, ce ne sarà una della durata incredibile di otto ore.

Però è Venusiolandia l’area dove il fenomeno della luna rossa sarà magnifico. A Venusia si sarebbero potute scattare immagini stupende, perché l’inquinamento luminoso è praticamente zero, perché le strade sono per lo più al buio. Al calar del sole tutti si chiudono in casa e le vie sono il dominio delle liti dei gatti.

I venusiani per la sera del 27 luglio si sono armati di cannocchiali, piccoli telescopi, macchine fotografiche, telefoni sistemandosi nel parco, sulla panchina o semplicemente alla finestra o sul balcone di casa.

Da Sghego hanno spostato i tavoli fuori dal tendone per ammirare lo spicchio di cielo dove il fenomeno sarà visibile. Mario, Ermete e gli altri accaniti giocatori non sembrano interessati all’eclissi.

«Porta sfiga» dice Ermete, mentre cala i due di bastoni a trionfo.

«Scimunito!» impreca Mario, il compagno. «Il tre è ancora fuori. Usa la testa invece di pensare alla luna rossa».

Ermete scrolla le spalle, mentre Berto sogghigna calando il tre facendo sua la mano.

«Prendi» dice Ermete, allungando le sue carte a Martino che in quella partita è il giocatore d’angolo. «Mi sono stancato. Faccio quattro passi per sgranchire le gambe».

Mentre Ermete si allontana per fumarsi una cicca in pace, Sandra e Lorenzo tenendosi per mano si avviano verso la Fortezza, dove lo spettacolo della luna rossa sarà superbo.

La Fortezza sta nel punto più alto della Montagna, proprio in cima fuori dal bosco degli spiriti ma si sa che i venusiani non amano mettere piede lì di giorno, figuriamoci di notte.

I due ragazzi sono stati preceduti da altri due venusiani che non credono che il bosco sia abitato da spiriti: Sofia e la piccola Elisa, che ha ottenuto il permesso di salire alla Fortezza in sua compagnia.

La serata è limpida senza una nuvoletta, nemmeno una. Il cielo si riempe a poco a poco di stelle, come se qualcuno le accendesse con un interruttore.

«Cosa sono quelle tre stelle che sembrano quelle presepe?» chiede Elisa, seduta con Sofia sul torrione più alto della Fortezza.

La battuta ingenua della bambina fa sorridere nell’oscurità più buia Sofia, che ridacchia sommessamente. È vero che quei tre punti luminosi sembrano avere tanti raggi come le stelle del presepe. In realtà non sono tre stelle ma Marte, Giove e Saturno che per un curioso meccanismo sono vicini tra loro nel cielo.

«Elisa sono tre pianeti, molto distanti dalla terra ma risplendono come se una mano fatata abbia accesso tutte le loro luci» afferma Sofia, scorgendo nell’oscurità il profilo della bambina rivolto verso il cielo.

Mentre Sofia sta spiegando a Elisa cosa sono quei tre punti luminosi, sentono dei passi e delle voci ovattate che si avvicinano. Una torcia azionata da Lorenzo li illumina.

«Ci siete anche voi a gustarvi lo spettacolo della luna rossa!» afferma Lorenzo, sistemandosi con Sandra accanto a loro.

Lo spettacolo inizia.

 

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – La statua

Una statua sommersa nel verde ma Etiliyle l’ ha immortalata con uno scatto. Nuova storia di Venusia.

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Buona lettura

Immersa nel verde poco prima del bosco sta una statua che tutti ricordano sempre lì. Fa parte del paesaggio e se sparisse, se ne accorgerebbero tutti. Una volta era bianca, candida, adesso è piena di macchie verdi e chiazze grigio nere, i segni del tempo che scorre. È il punto di ritrovo di Sandra e Lorenzo. Da qui partono per le loro passeggiate verso la Fortezza, che si erge la dove termina il bosco.

I due innamorati non seguono la via più diretta: il sentiero che attraversa il bosco ma girano introno alla collina per salire nel tratto privo di alberi. Solo cespugli bassi, rovi e tante felci. Una passeggiata quasi quotidiana di un paio d’ore, prima che il sole cali sull’orizzonte.

Anche oggi è come nei giorni precedenti.

«Appuntamento alle cinque» ha detto Sandra il giorno prima, quando Lorenzo le ha dato il bacio della buonanotte sull’uscio di casa.

Alle cinque in punto né un minuto prima né dopo i due ragazzi si ritrovano presso la loro statua, la Venere col cestello. La chiamano così perché è il simbolo del loro amore.

Sandra arriva dalla destra, Lorenzo dalla sinistra, convergendo sulla loro icona.

«Non noti niente di diverso?» chiede Sandra, che si è accorta di un luccichio anomalo dietro la loro Venere.

Lorenzo stringe gli occhi non per il sole, che comunque c’è, ma per mettere a fuoco il punto segnalato dalla ragazza. Lui vede la statua, le erbe che ormai arrivano al busto ma non il luccichio che dice Sandra.

«Ma dove?» chiede il ragazzo che si è fermato per osservare meglio la loro statua.

«Ma lì» addita con l’indice destro un punto non ben definito della loro Venere.

Lorenzo riduce a una fessura i suoi occhi sperando di cogliere quello che Sandra indica in maniera perentoria.

La ragazza fa due passi avanti e poi si mette a ridere, mentre Lorenzo la guarda perplesso. Lui non vede nulla e non comprende l’ilarità di Sandra, che solleva come un trofeo un manubrio di bicicletta.

«Chissà come è finito qua» borbotta Lorenzo che non è riuscito a vederlo nonostante abbia perlustrato con gli occhi ogni centimetro della statua alla ricerca del luccichio.

«E ora cosa ne facciamo?» chiede il ragazzo, perché a lui proprio non interessa.

«Lo prendiamo con noi per metterlo nel cassonetto del ferro» replica Sandra, afferrandolo con la sinistra.

«Oggi la passeggiata ha un intruso» sospira Lorenzo, prendendola sotto braccio.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – la fontana

Una bella immagine di Etiliyle e zac una pessima storia.

Etiliyle-Luca Molinari Photo-Calice

A Venusia c’è solo una grande piazza Al centro una fontana: marmo e cannelli di rame che dovrebbero zampillare acqua ma sono sempre a secco. È il posto delle grandi adunate, quelle faraoniche, si fa per dire, quando il borgomastro deve fare le comunicazioni a tutti i cittadini di Venusia. Anche se siamo nel nuovo millennio internet non esiste ma nemmeno quello delle cose. Facebook e altre diavolerie non sono note. Whatsapp? Cos’è? Insomma niente tecnologia per fare le comunicazioni a tutti i cittadini. Esiste solo la grande piazza con la fontana di Bustonero. Comunicazione immediata e senza sorprese.

Quando non è impegnata dal borgomastro, in verità assai di rado, è il terreno di giochi dei bambini venusiani. Non sono molti, perché anche qui le nascite avvengono col contagocce ma ci sono.

La piazz a è la loro pista per le corse in bicicletta o sugli skateboard. L’asfalto è ruvido e lascia segni dolorosi sulle gambe ma non demordono. Cadono, si rialzano e piagnucolano ma poi tornano a correre e cadere. Però anche altri giochi di strada si svolgono in quello spiazzo ardente nei mesi estivi.

Ad aprile quando le giornate sono soleggiate ma ancora fresche bambine e bambini occupano la piazza, cercando di convivere senza litigare come fanno i grandi, quando si ritrovano insieme.

Elisa capeggia la schiera delle femmine che si sistemano a sinistra della fontana. Pino invece è il capo dei maschi che non possono gareggiare con biciclette, e si accontentano di giocare coi tappi.

Elisa porta da casa i gessetti colorati per disegnare sull’asfalto il campo di gioco. Sette caselle e il cielo da raggiungere. Disegna una riga dietro la quale si sistemano.

“Un due tre… la peppina fa il caffè… fa il caffè di cioccolata… la peppina è malata”.

È la filastrocca che usa Elisa per contare chi deve iniziare il gioco. Viene lanciato il sassolino ma manca la prima casella. Subito Cecilia viene eliminata. Nuova conta. Questa volta il sassolino centra la casella. Roberta fa un salto col piede destro. Ondeggia pericolosamente ma resta in piedi. Lo raccoglie in equilibrio precario su la gamba destra. Lo lancia nella seconda casella con perizia ma la deve centrare col piede sinistro, tenendo sollevato il destro Un salto maldestro che la fa rovinare a terra. Il gioco prosegue finché esauste non si siedono sotto l’unica ombra della piazza. Quella sotto un alberello gracile ed esile che dovrebbe essere un tiglio. Osservano Pino e i suoi compagni che stanno facendo la corsa coi tappi corona, dove hanno racchiuso la figurina dei loro corridori preferiti.

«Hai tagliato la curva» urla Ernesto. «Devi tornare indietro».

«No! Ho solo toccato la riga» rimbecca acido Pietro.

Ernesto è rosso in viso per la collera, perché rischia di perdere il Giro di Venusia e lui a perdere non ci sta. Si fronteggiano minacciosamente pronti a litigare con le mani, quando Pino si interpone tra loro.

«Pietro» afferma con calma il ragazzino. «Ernesto ha ragione. Quindi torna al punto di partenza».

Pietro sbuffa e getta con stizza il suo tappo lontano, mentre si allontana tutto arrabbiato.

«Sempre così finisce» sussurra Elisa sottovoce a Monica. «Tutte le volte il gioco finisce in un litigio».

Disegna la tua storia – un immagine di Waldprok – le scie

Da questa bella immagine di Waldprok nasce questa breve racconto

Ermete osserva tutti i giorni strane scie nel cielo. Una mano misteriosa con un pennarello bianco si diverte a striare l’azzurro limpido del cielo. Non disegni di animali fantastici come quel birbone che prende batuffoli di cotone e con mani da prestigiatore li impasta come draghi, navi e altre forme che strappano un ‘oh!’ di meraviglia.
Ermete non conosce quell’artista ma ne ammira i disegni. Righe diritte, righe slabbrate, righe storte e tutti i giorni delle nuove. Lui a naso in su e bocca aperta per lo stupore di vederle.
Seduto da Sghego con l’immancabile calice di raboso davanti da lui, osserva una serie di scie che s’incrociano dando vita a un curioso disegno che pare un petalo di margherita.
«Sono le scie chimiche» afferma Mario seduto allo stesso tavolo che sorbisce rumorosamente il suo bicchiere.
«Chimiche?»
«Sì, chimiche» ribatte infastidito il compagno di bevute. «Le disegnano per spiarci e condizionare la nostra vita».
Ermete rimane col calice a mezz’aria e la bocca aperta. “Spiarci? Chimiche?” si dice incredulo. “Ma cosa dice Mario?”
«Sei sicuro, Mario?» chiede Ermete che si è ripreso dalla sorpresa.
Lui annuisce con vigore con la testa, perché ha la bocca piena di vino. Qualche goccia cade sul tavolo. Deglutisce in maniera ineducata con un rutto sonoro alla fine.
«Ma dove vivi?» fa Mario, riempendo il bicchiere con altro raboso. «Lo sanno tutti che le scie chimiche ci spiano».
Ermete lo guarda come si può guardare uno che dice delle cretinate. “Ma chi è quello scemo che sale in cielo per spiare Venusia?” riflette armeggiando col calice semi pieno di vino. “E poi come farebbe?” Scuote il capo perché non gliela danno da bere una scemenza del genere.
«Lo stato vuole condizionare la nostra vita, spargendo agenti chimici che ci fanno ridere quando c’è da piangere e viceversa» spiega convinto Mario, ingollando il terzo bicchiere di raboso.
«Ma sei sicuro? Al governo non importa nulla di Venusia, che manco sa che esista» replica Ermete congestionato in viso perché sembra che si voglia burlare di lui.
Mario non risponde. Armeggia col telefono, finché non lo mostra a Ermete.
«Leggi, San Tommaso».
Ermete strizza gli occhi, perché senza occhiali non ci vede un tubo.
‘Le scie di condensazione si formano solo a temperature inferiori a −40°C a 8.000 metri di quota e con umidità relativa del 70%. Questa affermazione si basa sul modello teorico elaborato nel 1953 da H. Appleman. Lo Space Preservation Act sarebbe un’implicita ammissione dell’esistenza del fenomeno. HAARP sarebbe lo strumento di attuazione del piano. A essere irrorato sarebbe un miscuglio di bario, alluminio, silicio e altre sostanze, il cui scopo è quello di creare una sorta di sandwich elettroconduttivo, con finalità di controllo mentale.’
Ermete alza gli occhi sbattendo le palpebre. Non ci ha capito un accidente. “Space Preservation Act… cos’è? HAARP… boh! Sandwich elettroconduttivo… ma si mangia?” pensa ma non osa esternare i suoi dubbi, perché lo prenderebbe per ignorante.
«Allora hai letto?» chiede Mario soddisfatto.
Ermete inforca gli occhiali e solleva il viso contento.
«Certo che ho letto. C’è scritto: ‘questa è una fake news o una bufala del web’» replica finendo il vino nel calice.

Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – la strada

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immagine tratta dal blog Etiliyle

La strada partiva dalla periferia meridionale di Venusia e arrivava alla città più vicina, il capoluogo della regione. Una strada di campagna tra due muri di erbe alte che nascondevano la pianura. Uno sterrato polveroso d’estate e fangoso d’inverno. Lo stato della via era un chiaro indicatore com’era considerata Venusia. Sembrava che il paese fosse dimenticato da Dio e dagli uomini. Non era neppure segnato sulla carta geografica. Un punto invisibile. Le strade che arrivavano a Venusia non erano molte, perché nessuno avvertiva la necessità di andarci. Casomai era vero il viceversa: i venusiani la usavano per andare in città a respirare l’aria vivace e gaudente del capoluogo. Questa era quella più frequentata. L’altra quella del bosco, dalla parte opposta del paese, era praticata da poche persone. Dicevano i venusiani che portava male.

Intorno a Venusia c’era una pianura piatta, interrotta solo dal bosco a settentrione e a oriente da un dosso con la Fortezza. Per il resto la visione si perdeva nei campi coltivati.

Quell’inverno era stato particolarmente secco. Poche piogge, ancor più rari i giorni di nebbia. Il fondo della strada era per lo più duro e secco ma senza la polvere estiva.

Pina la percorreva in bicicletta, portando sulle spalle una cesta con gli ortaggi invernali che aveva raccolto nella mattinata. Da quando i negozi erano aperti tutti i giorni, doveva portare in città la verdura fresca anche la domenica. Se per i negozianti era fastidioso, perché non potevano chiudere le loro botteghe, lasciando via libera alla concorrenza, per Pina era ancora più duro, perché nemmeno alla domenica poteva restarsene a casa.

Faceva quel tragitto con ogni tempo in bicicletta fuorché con la neve, perché andava a piedi in città con il suo carico di ortaggi. Ci metteva circa quaranta minuti a raggiungere la città, pedalando di buona lena, ed era faticoso col carico sulle spalle, specialmente quando la strada era fangosa e si appiccicava alle ruote come una sanguisuga.

Pina era una donna di mezz’età, secca e piccola. Il viso rugoso la faceva sembrare più vecchia ma l’energia e la forza fisica non le mancavano. Non poteva rinunciare a quei pochi soldi che ricavava dalla vendita dei suoi ortaggi. Erano tutto il suo sostentamento. Non si lamentava mai se il sole picchiava duro oppure la galaverna affrescava di bianco l’erba del ciglio della strada. Pedalava in silenzio avvolta nel suo mantello verde sia d’estate che d’inverno.

Era la prima domenica di gennaio e un sole pallido inondava la strada con la sua luce. Non mitigava molto l’aria della mattina, che pungeva il suo viso. Le guance erano rosse per freddo e dal naso colava un liquido bianco, che strofinava via col dorso della mano.

Arrivata quasi in città, la dove alla terra battuta si sostituiva l’asfalto, Pina vide una donna che si sbracciava come a chiedere aiuto. Frenò di brutto e accostò.

«Dio vi ringrazi» borbottò col fiato mozzo.

«Casa vi è successo, buona donna?» chiese cortese Pina, mentre lo sguardo spaziava intorno senza scorgere un minimo segnale di pericolo o di presenza umana.

«Nulla, nulla»

Pina sgranò gli occhi basita per il suo atteggiamento strano. “Sembra che corra un pericolo mortale ma afferma tutto il contrario” bisbigliò a labbra chiuse. Qualcosa doveva metterla sull’avviso che la risposta nascondesse un secondo fine ma lei era fiduciosa nella natura umana.

«Avete necessità di aiuto?» domandò cauta come se tastasse la consistenza della superficie ghiacciata dello stagno con un piede.

La donna scosse il capo, negando anche questa ipotesi.

Pina la guardò con un occhio semichiuso. “Qualcosa non torna” si disse, afferrando il manubrio della sua bicicletta.

Accennò a iniziare a pedalare, quando la donna pose una mano sul suo braccio per frenare la sua corsa.

«La prego, non andatevene» la implorò con tono supplichevole.

Pina non rispose e mise un piede per terra per tenersi in equilibrio. “Se ha bisogno di aiuto, dovrà trovare delle parole convincenti” rimuginò, sospirando rumorosamente.

«La prego» ripeté la donna con un filo di voce.

«La sto ascoltando» affermò Pina, guardandola in viso.

La donna che appariva vestita modestamente e in modo inadeguato alla stagione fece un passo in avanti, avvicinandosi a Pina che non percepiva il motivo per il quale era stata fermata.

«La vedo passare tutti i giorni e non ho mai avuto il coraggio di fermarla».

Pina cominciò a provare fastidio per tutto questo e se ne sarebbe andata se la curiosità non l’avesse frenata.

«Sì, è vero. Sono anni che faccio questa strada» disse senza aggiungere altro.

La donna sembrò pregarla con le mani giunte ma questo le dava molto fastidio. Con un cenno del capo le fece segno di sveltire le parole. Era già terribilmente in ritardo nelle consegne.

«Mi chiedevo» aggiunse qualche istante più tardi. Una nuova pausa ritardò le spiegazioni.

«Sì ma la prego di parlare più in fretta. Sono in ritardo nel mio giro delle consegne» affermò decisa Pina.

«Le stavo dicendo che lei è fortunata a possedere un orto» soggiunse facendosi più vicina per osservare il contenuto della gerla.

«E sì» confermò agitando le mani.

“Sta fresca se le regalo il contenuto della sporta!” ironizzò Pina.

«Oggi ho trovato il coraggio di domandarle…»

“Uffa” borbottò Pina che non aveva intenzione a lasciarsi coinvolgere in qualche gioco di parole.

«Le volevo domandare…». Una nuova sosta nelle parole creò una situazione di disagio.

Pina fece un sorriso per incoraggiarla a concludere il discorso. “Sto perdendo un sacco di tempo” pensò, perché per lei il tempo era denaro.

Non sentendo nulla la donna riprese a parlare.

«Le volevo chiedere se mi porta con lei in città. Ho sempre desiderato andarci senza mai averne il coraggio».