L’AMORE IN ASCENSORE.

“Mi dispiace, ma non va neanche oggi”, annuncia sornione il vicino, strizzandomi l’occhio.

Il figlioletto, reggendo sulle spalle uno zaino azzurro più grosso di lui che quasi lo seppellisce, lo strattona piagnucolando.

Prima che io riesca a aprire la bocca, il piccolo grida: “Papà, non ho voglia di fare le scale! Non puoi sistemarlo tu?”

“Dany, l’ascensore non è rotto, è solo occupato.”

“Da chi?”, domanda il marmocchio.

“Stanno ‘lavorando’ al piano di sopra”, risponde il ragionier Melandri, voltandosi solo un po’, per potersela ghignare sotto i baffi.

Ma quel monello non cede mai: mi capita di sentirli litigare anche tutto il giorno.

“Io voglio prendere l’ascensore!”, dichiara cocciuto.

“Sono stufo anch’io di salire e scendere queste scale a piedi. Cosa credi? Se solo l’avessi saputo un anno fa, avrei di sicuro affittato un appartamento a piano terra”, dichiara l’uomo, sorridendo ancora.

In periferia le voci corrono più veloci del vento, soprattutto quando si vive in una palazzina di medie dimensioni, com’è la nostra.

“E del costoso e inutile intervento dei tecnici ne parleremo giovedì sera. Sarà presente alla riunione, vero?”, mi chiede.

“Come sempre. Non mancherò”, dico. E non mento, benché non abbia la minima voglia di partecipare all’ennesima assemblea condominiale. Saremo in pochi, come sempre. I soliti quattro gatti.

Sono piuttosto sicura che i responsabili di questa farsa nemmeno si presenteranno, e proprio per questo mi annoierò a morte.

Ripenso al principio di questa ridicola faccenda, cominciata solo un paio di mesi fa. Le cause del malfunzionamento dell’ascensore erano ancora sconosciute. Credendo che si trattasse di un guasto, un condomino, il solito, quello che vede tutto per primo, ha pensato bene di avvertire l’assistenza. I tecnici, senza far niente, hanno poi preteso un sacco di soldi.

“Andiamo Dany, o faremo tardi”.

Il ragioniere, con un cinico sorriso stampato sulle labbra, accenna un saluto, chinando leggermente il capo. Chissà perché, mi ricorda quegli inutili giocattoli cinesi a moto perpetuo, con la ventosa, che di solito la gente ama attaccare al parabrezza dell’auto.

Rimasta sola sul pianerottolo mi accingo a chiudere a chiave la porta d’entrata. Finalmente tutto tace. Le mandate rimbombano secche nel corridoio.

Mentre infilo nella borsa il portachiavi, mi giunge all’orecchio un cigolio piuttosto sinistro.

Mi sforzo di capire da dove proviene il rumore. Mi guardo intorno.

Persino nella penombra, il nuovo orrendo portaombrelli variopinto che troneggia all’ingresso di casa Panzanera è un pugno in un occhio, e mi dà conferma del cattivo gusto della sua proprietaria: un’antipatica e scorbutica culona.

Mi dirigo piuttosto rassegnata verso le scale, ma ecco di nuovo il rumore. Stavolta è ancora più nitido. Intuisco che proviene dall’interno dell’ascensore.

Il suo ritmo è ipnotico e riesce a immobilizzarmi, mi trattiene.

Tre tonfi sommessi e poi un colpo forte, potente, così tanto violento che riesce a far vibrare persino la porta. La sequenza si ripete, è modulare. D’istinto poggio il palmo della mano all’anta in alluminio. La percepisco fredda e liscia, la sento vibrare; sembra viva sotto le dita. Sussulto, poi la accarezzo.

La borsa a tracolla scivola dalla spalla, trascinando con sé anche la manica della camicetta. Il colletto mi serra la gola in una delicata morsa.

La sequenza continua a ripetersi imperterrita: tre battiti e un colpo, ancora tre battiti e un colpo.

All’improvviso mi sembra di distinguere, in sottofondo, una voce languida e flebile, femminile.

Dunque le cose stanno così! E’ proprio vero.

E’ un lieto piagnucolare, è un solfeggio suadente, è un sommesso mugugno animalesco, un gemito diabolico e nel contempo logorante.

Le mie gambe tremano. Realizzo di essermi accasciata per terra. Mi ritrovo sdraiata su un fianco. La gonna è raccolta intorno alla vita, la borsa è in bilico su una coscia rimasta nuda e scoperta, mentre l’orecchio è ancora incollato all’ascensore.

Il ritmo dell’amplesso accelera, così come la sua intensità.

Ho la fronte madida di sudore, e il respiro è affannoso. E il cuore batte forte, come se lassù, lì dentro, ci fossi proprio io.

La mia mano scivola laddove non dovrebbe essere, laddove non ha alcun senso che stia in questo preciso momento.

I colpi si son fatti impetuosi, potenti, furiosi e selvaggi. Lo sportello è messo a dura prova, come scosso da un terribile bombardamento. La mia mano scivola di qua, di là; su e giù. Scivola come una slitta sopra una superficie ghiacciata.

Ora sento anche lui. E pensare che mi ha sempre dato l’impressione di essere un uomo così distinto…

Adesso sta dicendo qualcosa. A stento riesco a distinguere le parole dai versi. Ha una voce roca e diversa dal solito, mi pare abbia un tono piuttosto provato. Sono più che mai convinta: è davvero lui!

Una voce acuta, all’improvviso, risuona per le scale. Sussulto. Qualcuno sta salendo. Sta arrivando, è qui vicino.

Cerco di rialzarmi in fretta, ma sono rigida quanto una vecchia scopa di saggina.

Mentre cerco di ricompormi alla meglio, quel pestifero mostriciattolo ricompare all’improvviso sul pianerottolo. Di sicuro, quei due hanno scordato qualcosa.

“Papà, corri, la nostra vicina sta male. Sbrigati, fai presto!”

Devo essere pallida, devo avere un aspetto stravolto e penoso.

“E’ tutto a posto, signor Melandri”, dico. Cerco di mantenere la calma, ma vorrei scomparire mentre sistemo la gonna.

Le gambe tremano ancora.

Fuori, per fortuna, tira un venticello frizzante. Sollevo lo sguardo e osservo le finestre al sesto piano. In questo momento vorrei essere una mosca.

Nel cielo, proprio sopra il palazzo, si stanno accalcando degli enormi nuvoloni grigi. Tra poco attaccherà a piovere, e io, come al solito, non ho neanche preso l’ombrello.

Pazienza!

STOP & GO.

“… e così mi ha fatto incazzare di brutto.”

“Chi?”

“Ma se te l’ho appena detto! Il mio capo no, chi altri?”

“Già, è vero!”

Subito torna a armeggiare con il suo cellulare.

“Tu non mi stai mai a sentire!”, si lamenta Anna, nervosa.

“Ti sbagli. Io ti ascolto, sempre.”

“Allora, secondo te perché si comporta così male?”

“Boh.”

Sandro continua a visualizzare sul telefonino i post pubblicati su Facebook, senza mai sollevare lo sguardo dal piccolo monitor.

“Puoi anche spegnere la televisione, tanto non se la fila nessuno, inoltre mi è venuta a noia.”

“Fa’ come vuoi!”

Anna osserva Sandro sprofondare sempre di più tra i cuscini del divano. Sbuffa e pigia scocciata un tasto sul telecomando. Si alza di scatto.

“Ricordati che domattina hai l’appuntamento in banca.”

“Quando?”

“Uffa! Santo cielo, conversare con te è diventata un’impresa impossibile.”

“Ma non ci puoi pensare tu?”

“Devo accompagnare mia madre a fare una visita. Ma è possibile? Di quello che ti dico non ricordi mai niente!”

“Ah, sì. Me lo sono solo scordato. A che ora?”

“Te lo ripeto ancora, per l’ennesima volta: alle dieci e trenta. Dài, Sandro, ce la puoi fare.”

“Va bene, sì. Ce la farò, vedrai.”

“Perfetto, che magnifica notizia!”

Anna sbircia di sbieco il monitor di Sandro, e le appare la fotografia di una donna a suo modo interessante, vestita in modo succinto. Ha persino l’impressione che sulle labbra del marito ci sia l’accenno d’un flebile sorriso.

“Chi è quella?”

“Chi?”

“La bella donna che stai guardando.”

“Bah, nessuno”.

Anna sbuffa, poi nota uno strato piuttosto spesso di polvere sul mobile del soggiorno.

“Una volta guardavamo insieme dei film”, brontola ancora, prima di lasciare la stanza.

Sandro resta in silenzio e continua imperterrito a far scorrere l’indice sullo schermo dell’iPhone.

In camera da letto Anna osserva il suo volto allo specchio. Sa di non essere una brutta donna, eppure deve ammettere che è invecchiata. Da quando ha un sacco di problemi sul lavoro dorme male di notte. Delle terribili rughe, nuove, le cerchiano gli occhi. Una volta era impeccabile, e vestiva sempre in maniera elegante. Non si prendeva cura di sé che da pochi mesi, eppure sembrava un’eternità… Osservando il suo volto trasandato, le ciglia in disordine, gli occhi infossati e stanchi, quasi sentiva di poter giustificare il comportamento di Sandro.

Anna afferra una pinzetta. Certa di aver fatto tutto il possibile per migliorare l’aspetto delle sue sopracciglia – che erano diventate oltremodo imbarazzanti tanto erano lunghe e incolte – , apre con fin troppa energia un cassettino. Dal fondo recupera una trousse. Ha perso la mano, tuttavia è sicura che a prescindere dal risultato, ne trarrà un gran beneficio.

Terminata la delicata operazione di restauro spalanca l’armadio, e dopo aver rovistato a lungo, trova quel che fa per lei, un abito corto e nero, ricco di paillettes. Se c’è qualcosa di cui riesce ad andare ancora fiera, sono le sue gambe.

Dall’ultimo ripiano della scarpiera in corridoio estrae un paio di decolleté con il tacco a spillo.

Torna in soggiorno agghindata a festa. Nonostante i tacchi tintinnino sul pavimento di marmo, Sandro nemmeno si accorge della sua presenza.

Quando spalanca il portone ha un sussulto.

“Dove vai?”, le domanda distratto Sandro.

“Esco a buttare la spazzatura.”

Avrebbe voluto gridare, e per scaricare i nervi non le sarebbe dispiaciuto prendere a pugni il divano. Avrebbe dovuto strappargli dalle mani quell’aggeggio infernale che lo distraeva. Avrebbe soprattutto dovuto farsi valere!

Tuttavia, le scenate non erano cosa per lei. E se anche fosse riuscita a ottenere un briciolo d’attenzione, l’indomani tutto sarebbe ricominciato da capo, per l’ennesima volta. Dal suo matrimonio qualcosa lo aveva imparato: Sandro non sarebbe mai cambiato.

Anna fa sbattere il cancelletto, poi si avvia a piedi. Quando sbuca sulla provinciale, l’insegna in fondo alla strada dello Stop & Go lampeggia in maniera piuttosto sinistra.

Di tanto in tanto qualche vettura sfreccia accanto a lei e la fa trasalire. Un uomo si sporge per un attimo dal finestrino e le fa l’occhiolino.

Lei mette su un’espressione piuttosto rabbiosa, ma quando questi si allontana, il suo viso s’illumina ritrovando il sorriso.

L’aria è piacevole e tiepida, e la notte è ancora giovane.

Il piccolo e fortunato locale, a due passi da casa sua, sorge in un luogo di grande passaggio e resta sempre aperto fino a tardi. Da mattina a sera è preso d’assalto da orde di camionisti e di rappresentanti in sosta.

Quando Anna varca la soglia, pur sentendosi osservata, non prova nessun disagio.

Il barista sorride. Anna ordina una birra rossa.

“Cosa ci fa una donna, tutta sola soletta, da queste parti?”, le domanda a bruciapelo un tizio in piedi che tiene i gomiti puntati sul bancone. Non attende la risposta e subito butta giù tutto d’un fiato un bel bicchierino di grappa.

“Prendo una boccata d’aria.”

“Sposata?”, chiede fissandole la fede che porta al dito.

“Già”, dice lei, seria.

“Temo che una boccata non sarà sufficiente.”

L’uomo ride. Nel locale ridono tutti.

“Sì, lo penso anch’io.”

Ride anche lei.

Quella voce era proprio la sua? Non avrebbe mai pensato di poter arrivare a tanto. Nemmeno aveva iniziato a bere la birra!

“Scusi la sfacciataggine, ma una uscita normale con un’amica?”

Lo sconosciuto è insistente. E’ un uomo di corporatura media, con delle mani che si notano subito tanto sono grandi.

“E’ stata una decisione piuttosto improvvisa, non premeditata. Non avrei mai potuto organizzare una serata migliore di questa.”

“Ho capito. Penso che si tratti di un banale litigio di coppia.”

“Noi non discutiamo mai.”

“Allora suo marito è una persona davvero accomodante.”

“No, affatto. Nessuno può dialogare con Sandro, di questo ne sono sicura.”

“Allora è una specie in via di estinzione. E’ forse un eremita?”

“Fuochino!”.

Anna ride di gusto, e poi aggiunge: “Vive in simbiosi col divano, ma soprattutto con il suo telefonino.”

“Se è per questo, anch’io trascorro fin troppo tempo libero in quella maniera, però curo un blog. Fotografare, rubare scatti, è la mia  più grande passione. Desidera un’altra birra, signora? Offro io.”

Gli occhi di Anna scintillano divertiti. Annuisce.

Il locale è così piccolo che ciascun presente partecipa, sebbene a modo suo, all’allegra conversazione.

Il barista appoggia una birra sul bancone.


“Lavoro soprattutto di notte. Non si offenda se non le faccio compagnia. Lì fuori c’è il mio bolide che aspetta ed è colmo fino all’orlo di latte fresco.”

“Non ha una famiglia?”

“E come potrei? Sarei costretto a lasciare questo lavoro.”

“E’ vero. Gestire entrambi non sarebbe per niente facile. Ma tutto sommato la qualità è più importante della quantità.”

“Mi dispiace, signora, ma adesso devo proprio andare, o domattina farò svegliare molto male alcune persone.”

“Io ci sono abituata.”

“Mi farebbe molto piacere rivederla. Chissà, sarà per un’altra volta. Le lascio il mio numero, nel caso le capitasse di sentirsi un po’ troppo sola. E anche questo. Tenga! E’ l’indirizzo del mio umile blog.”

L’uomo simula un baciamano.

“Comunque, io mi chiamo Max”, aggiunge sicuro di sé.

“Piacere, Anna.”

“Il piacere è tutto mio.”

I due si defilano sotto una miriade di sguardi spiritosi e molto indiscreti.

Anna fa scattare piano la serratura.

Il soggiorno è buio, ma preferisce lasciar spenta la luce.

Dalla camera matrimoniale provengono dei fischi, e anche sibili e strani grugniti. Sandro dorme beato.

Anna osserva soddisfatta lo specchio: basta un velo di trucco e può ancora permettersi una bella figura.

Dopo aver lavato con cura la faccia e i denti si intrufola piano nel letto, stando ben attenta a non fare rumore.

Afferra il suo telefonino, che giace da mesi abbandonato sul comodino; si stupisce non poco, è ancora debolmente carico e funzionante.

Di che colore sono i suoi occhi?

Cosa ama fotografare?

Anna si addormenta con il telefono in mano. Anche Google si spegne. Nella stanza da letto ritorna scura la notte.

QUANTO È PROFONDO IL CIELO?

Quanto è profondo il cielo?

Conosco un posto dove si posano le nuvole, sembra essere fuori dal mondo, eppure è piuttosto vicino a casa mia.

Se il cielo cadesse giù, noi resteremmo con i piedi per terra e il naso per aria; se cedesse la terra sotto i nostri piedi, di certo non cadremmo dalle nuvole.

Cieli interminabili stanno sopra tutti, e soprattutto quando tutti siamo giù.

Nuvolette di pensieri escono mute, vignette vuote né scritte né dette, ma ancora troppo spesso parliamo a vanvera.

Non si possono osservare delle nuvole nelle notti buie, ma solo nei tempi morti.

Quella che nel cielo sembra una fantastica nuvola, sulla terra è soltanto un po’ di nebbia.

È sconveniente tenere la testa tra le nuvole: è troppo umido, e poi non si vedrebbe un tubo!

È meglio un pugno di nuvole o un pugno di mosche?

Le nuvole cambiano in fretta la loro forma, proprio come le persone riescono a cambiare la loro opinione.

Una sola nuvola non basta a scatenare un terribile temporale.

Chi sa osservare le nuvole si abitua prima al cambiamento.

Neanche gli uccelli possono restare a lungo nascosti tra le nuvole.

Parole e nuvole si perdono nel vento.

Nessuno è mai riuscito a rompere le nuvole, mentre molti continuano imperterriti a rompere le palle.

Le nuvole non si possono toccare. Il fondo sì,
l’ho appena fatto 🤣!

(Anche la foto è mia).

LA PERFEZIONE.

Photo by Anastasiya Lobanovskaya on Pexels.com


La paziente, ancora dolorante, si risveglia dall’anestesia. È sdraiata immobile nel letto ed è fasciata come una mummia dal busto in su. Non si capisce come diavolo faccia a parlare, tuttavia ce la fa a biascicare: “Dottore, la prego: mi dica che è andato tutto bene!”
“Giudicherà lei stessa, appena sarà possibile.”
“Me l’ha fatto il nasino alla francese, vero?”
“Oui madame, proprio come abbiamo pattuito.”
“E mi ha fatto gli zigomi alti, quelli da dea greca?”
“Sicuro, signora!”.
“Quindi… anch’io finalmente ho una bella boccuccia a cuore?”
“Esatto! E poco ci manca che batta.”
“Scusi, ma ha anche cancellato quelle rughette antipatiche che mi deturpavano la fronte?”
“Diavolo, e come avrei potuto dimenticarle?”
“Dottore, porti pazienza, ma adesso ho almeno la terza?”
“Certo. Ma se fossi stato in lei non mi sarei accontentato nemmeno della quarta. Elementare, s’intende. Mica per niente sono laureato!”
“E può anche giurarmi che il seno è venuto bello e tondo?”
“Signora, non ho alcun dubbio: son proprio due palle!”
“Magnifico, evviva! Finalmente son perfetta!”
“No, non ancora purtroppo. Madame, non immagina il mio dispiacere, ed è davvero un peccato: lei avrebbe dovuto anche interpellare un bravo psicologo.”

CHE PASTICCIO!

“Cosa diamine hai messo sugli occhi? Vatti a lavare, che sembri un pagliaccio da circo.”
“Non è vero, guardami bene…”
“Ti ho visto. Sei ridicola.”
“Questo lo dici tu! Anna e Martina lo fanno ogni giorno, e vengono truccate anche a scuola.”
“Te l’ho già detto un sacco di volte: di ciò che fanno gli altri, non me ne frega niente!”.
“Invece a me interessa, e eccome!”
“Ehi, voi due, cosa succede? Perché litigate?”
“Come al solito il Papà non capisce proprio un cavolo.”
“Ah, sì? Sarei io a non capire mai niente? Abbassa subito il tono, bellezza, se non hai intenzione di finire male. Guardala! Si è messa in faccia tanta di quella roba che sembra una prostituta. Basta, ho perso la pazienza. Va’ subito a lavarti la faccia.”
“Mamma, chi è una prostituta?”
“Lascia perdere tuo padre. Voltati, così posso giudicare il lavoro.”
“Certo. Ecco, mamma. Ti piace?”
“A dire il vero, trovo che tu abbia un po’ esagerato con l’ombretto.”
“Solo con l’ombretto ha esagerato? E il rossetto, quella roba spessa e inguardabile lì, per te va bene?”
“Gino, calmati. Non fare il retrogrado!”
“Retrogrado un paio di balle! Qui sono l’unico che lavora tutti i santi giorni, e che ne vede di tutti i colori. E’ pieno, in giro, di quelle ragazzine lì, messe così, con la faccia pittata, e che si atteggiano da prime donne lanciando occhiatine languide a tutti i maschietti. Ammettilo, puoi dirlo al tuo paparino: c’è qualche bel tipetto che ti fila, non è forse vero?”
“Gino, smettila! Può darsi che Sara voglia solo sentirsi più grande.”
“Già. Lo sai, io credo agli unicorni!”
“Io non mi lavo!”
“Allora, oggi tu non esci di casa,”
“Mamma, per favore, dillo tu a papà: sono grande ormai, ho già dieci anni.”
“Vieni qui, mi farebbe piacere poterti guardare da vicino.”
“Eccomi, mamma.”
“Dopo aver steso l’ombretto devi imparare a sfumarlo bene. Puoi prendere un pennellino dei miei, quelli nel barattolo poggiato sulla mensola della specchiera, e poi lo passi sulla palpebra, sempre dal basso verso l’alto. Se hai voglia di lavarti la faccia, ti insegno io.”
“Brava, complimenti!”
“Su, Gino. E’ solo un po’ di trucco, non è mica la fine del mondo.”
“Già, ma da qualcosa bisogna pur cominciare. Non lamentarti con me se entro due mesi ti chiederà la pillola.”
“Cos’è la pillola?”
“Te lo spiega tuo padre.”
“Sicuro, te lo spiegherò più avanti, il giorno che ritirerò l’assegno della mia prima pensione.”
“Davvero mi truccheresti, mammina?”
“Certo. Va’ subito a togliere questo pasticcio. Intanto io cerco un magnifico ombretto argentato e un dolcissimo lucidalabbra alla pesca.”
“Mhm, sono proprio contenta. Io adoro la pesca, che bello! Vado e torno, sarò velocissima”.

LA VITA.

FB_IMG_1592983594132

Ficcando la punta del naso tra le sbarre della recinzione che separa due proprietà, una signora domanda alla sua vicina: “Vorrei proprio sapere cosa ti ha spinto a dedicarti solo ora, e con tutta quella passione, all’arte del giardinaggio.”
Senza levare lo sguardo da terra, e sorridendo come in preda all’estasi, la vecchietta non tarda a rispondere: “Sapendomi priva di pollice verde, ho sempre temuto di far morire tutto ciò che piantavo. Da qualche tempo però, osservando spuntare alcune tenere piantine, mi sono accorta di vederci solo vita”.

Buona estate a tutti!

RAP DELLA QUARANTENA.

rap music , hip hop symbols - doodles set

 

RAP DELLA QUARANTENA.

Coronaus, coronaus, patatrac e spatagnaus, forever in my house. I go -step by step- oh yeah!
☆☆☆
Vado alla toilette e mi lavo le mani -wash my hands- doccia, denti, e -ancora- un bel bidet.
Faccio un giro della stanza e poi vado in cucina. Siamo tutti panettieri, basta lievito e farina: l’impasto è di ieri, il pane è fresco di stamattina.
Apparecchio, cucino, mangio e sparecchio, metto in bocca un biscotto e poi vado in salotto. Sto sul divano a cazzeggiare.
“Click”, accendo la TV, c’è il telegiornale. Protezione civile, Conte e Mattarella. E una cosa è certa: con questo virus si sbarella!
O cammino o muoio, vado un po’ in corridoio. Ripasso english – up and down – quasi quasi mi travesto anche da clown.
La mia è un’esigenza, qui ho perso la pazienza; la crescita sul biond, bond o no bond. Ma io mi mangio anche Macron, ben cotto al microond.
Ci sono i delfini a Venezia, i cinghiali per strada in Toscana, ma Milano solo uccelli, per fortuna c’è Boccelli ed è rimasta una banana.
Però c’è meno smog e si vedon anche le stelle, farò una videochiamata e mi deodorerò le ascelle.
Con l’autocertificazione -one- c’è un po’ di liberazione (Che coglxxxx! ). Ma qualcuno ha visto come è fatto un tampone?
Portarsi una bella tartaruga al guinzaglio, o anche solo una foglia di lattuga – col verme- , col verme, oppure un pesce palla che balla e boccheggia, e giuro che sarò invisibile, sarò -davvero – una scheggia.
Guanti e mascherina ritorneranno presto sul comò – Ambarabacciccicoccò! – .
E c’è anche l’amuchina, dunque son a posto, dormirò fin domattina.
E quando mi risveglierò, questo -lagnoso- rap ricanterò.
☆☆☆
Coronaus, coronaus, patatrac e spatagnaus, forever in my house. I go -step by step- oh yeah!

Vi abbraccio forte. Condivido il testo di questa canzone ( non vi nascondo che un po’ mi vergogno😂…) che è nata in un momento di noia e di disperazione durante la mia quarantena.

Ciaooo!

INDIGESTIONE.

FB_IMG_1577540928103

Eddài, considerando il periodo appena trascorso in libreria… 🤣🤣🤣

Mi son detta: MO’R’ESCO ( o mo’ RIESCO?), dato che abito vicino al lago del SERINO.
Con tutta LAGIOIA ridevo per STRADA e, al VOLO, sono stata punta da una VESPA: che MALVALDI, GADDA!
Poi, nel BOSCO, mi è venuta voglia di mangiarmi un bel MARONE, ma erano rimasti solo i RICCI.
Speravo di incontrare almeno un FOLLETT, ma ho scovato solo due AMMANITI e un tizio CALVINO, con due RAMPINI in mano, che mi ha gridato: “Non toccarli, son velenosi, va via che te CREPET!”.
Gli ho fatto un grosso PENNACCHI e l’ho mandato a fan CULICCHIA e pure a quel PAVESE. Gli ho risposto:” Forse è meglio che ti LEVI!”.
Poi mi son detta: devo staccare LA SPINA, son troppo SVAMPA.
Stavo tornando indietro, c’erano un sacco di BUSI, son caduta e mi son fatta dei MORELLI.
A l’è mei che WU MING in gir!
Son tornata a casa, ho litigato con il mio CAROFIGLIO, poi ho preparato dei fiocchi D’AVENIA, ma mi son vista fin troppo MAGRIS e mi è venuto pure il mal di PANSA.
Vi confesso che, per DAVERIO, mi son bevuta anche una CORONA.
Poi ho dormito BENNI. E…sì, se son stanca RUSSO!
E voi, voi andate al PIPERNO, io odio gli SGARBI.
E adesso tutti SCIASCIA, mi BARICCO qui e non voglio più sentire nemmeno l’ECO di una MOSCA. E… CAMILLERATEVI, che la vita è un TRAVAGLIO!

(Lady Nadia).

OGGI RELAX.

buckled-book-2180047__340.jpg

Tic tic, picchietta il dito sul tavolo,
tic tac fa il ticchettio dell’orologio,
pic pic, cade la pioggia,
tum tum, batte il cuore.
Plic plic, il lavandino perde,
tluc tluc, c’è chi picchia con un martello,
slasch slasch, scivolano le auto, fuori, sul selciato bagnato,
clip clap, i passi nelle ciabatte,
glu glu, bevo il caffè.
I pensieri stridono, scricchiolano, si srotolano dentro la testa,
proprio un gran caos, come una sinfonia d’orchestra.
Archi, violini, oboe, grancasse, bassi,
è un vero concerto, è roba da pazzi!
Metto le scarpe, infilo la giacca, prendo l’ombrello.
Meglio uscire,
devo zittire questo cervello!

Ciao, buona domenica! 😉