UN DESTINO DA FARFALLA.

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Nella via echeggiano le note della Sinfonia n. 5 di Beethoven: ogni cosa pare che danzi in do minore. Alcune mosche eseguono dei tournants volteggiando nell’aria, e gli uccelli, con eleganti voli, improvvisano una coreografia. L’asfalto già bolle bersagliato com’è dai raggi del primo sole mattutino. Una brezza, afosa e pesante, culla le fronde di alcuni alberi. Cercando forse un po’ di refrigerio, una farfalla bianca si posa lieve su una tapparella, giù a metà, di un palazzo ristrutturato che si affaccia sulla via assolata. La musica proviene da lì.
I serramenti di legno sono spalancati. Giorgio è sdraiato sul letto, a pancia in giù. Indossa solo un paio di slip neri. Con il braccio piegato al gomito ad angolo retto e la mano chiusa a pugno sulla guancia, tiene il volto sollevato all’altezza del cuscino. È rilassato. Sfoglia una guida turistica dell’Indonesia. Questo mese di luglio, in particolare, è davvero tanto afoso. “Preparatevi a un caldo record!”, aveva annunciato il telegiornale del mattino.
Le ascelle di Giorgio sono madide di sudore, così come l’addome. Il copriletto sopra il materasso è ormai bagnato. Tenta di voltarsi un po’ su un fianco. Nella penombra nota dei piccoli filamenti bordeaux di tessuto, che si sono incollati sul suo petto emaciato: è rimasto troppo a lungo nella stessa posizione.
Le note di Beethoven, gravi e ben orchestrate, si diffondono a ritmo costante per tutta la stanza.
Dopo aver contemplato una fotografia, Giorgio socchiude gli occhi per pochi istanti. Sollecitato dalla melodia, si immagina a Bali. E’ immobile, eretto, sul ciglio del dirupo del promontorio di Tanah Lot. Il Tempio si erge nero, enorme, in controluce, occupando quasi tutto l’isolotto. Sullo sfondo, un tramonto colora il cielo e l’oceano con ogni possibile e esistente tonalità di rosa. L’aria tiepida lo investe con prepotenza, scompigliandogli un ciuffo di capelli ricaduto sulla fronte. Le onde del mare, alte, si frangono con violenza sugli scogli, quasi volessero inghiottirli. Ogni spinta genera una specie di vibrazione che Giorgio percepisce al di sotto dei suoi piedi e che si accorda, con una cadenza sincopata, ai bassi della sonata successiva e in sequenza: Au claire de lune.
Riapre gli occhi. Dalle fessure delle tapparelle filtrano segmenti di luce, che sembrano dipingere i muri e i pavimenti della camera da letto. Tutto è avvolto da un’aurea misteriosa, quasi surreale. Con un po’ di fantasia, con quel caldo, e grazie al coinvolgente sottofondo della musica classica, è facile fingere di trovarsi altrove. Ora è in una stanza di albergo e proprio a Bali.
Lo stereo, all’angolo opposto del locale, continua a diffondere melodie tanto armoniche quanto altalenanti nelle tonalità. Giorgio sfoglia le pagine e continua a sognare.
Quella guida turistica avrebbe ormai dovuto essere ridotta a brandelli! Quasi ogni giorno, in estate e in inverno e da una manciata d’anni a quella parte, quello è il suo passatempo preferito. E invece no, pare ancora nuova.
Sul basso comodino in noce, proprio accanto alla sveglia, sono posati due libri di Edward Morgan Forster, il suo autore preferito. Si trova in accordo con ogni riga letta, con qualsiasi suo pensiero, con ogni singolo concetto espresso dall’autore. Giorgio ha studiato ogni sua opera pagina per pagina, ha letto e riletto ogni suo lavoro almeno un centinaio di volte. Lo ammira, con sacralità, per quel suo modo di intendere l’arte e la letteratura, l’amore, i viaggi, e anche la vita.
Accanto ai libri di Forster c’è una cornice. È una fotografia scattata anni prima, nella quale appare con Giovanni: suo unico e migliore amico.
Giovanni c’è sempre stato. Giovanni non l’ha mai trascurato. Giovanni si è rivelato speciale dimostrando un affetto reale, sincero, e del tutto disinteressato.
Giovanni, insieme a Forster, e all’Indonesia, rappresenta tutto, tutto ciò che conta.

Giovanni e Giorgio, durante le scuole elementari, erano capitati nello stesso banco; d’allora non si persero più di vista.
Poi, Giovanni si era sposato. Questo fu il suo desiderio. Giovanni non avrebbe mai potuto comprenderlo fino in fondo: non in quell’ambito, non appieno. Perciò, da sempre, Giorgio aveva tenuto il silenzio su un certo aspetto della sua vita, cercando di non incrinare un tale e profondo rapporto di amicizia. Celare un segreto, alla lunga, può renderlo meno importante, meno pesante, quasi sminuito.

Le note di Beethoven continuano a scivolare, ora veloci, ora lente, forti o appena accennate. L’ascolto della musica classica culla gli stati d’animo, permette di esaltarli o di spegnerli, riesce in qualche modo a dominarli.

La famiglia di Giorgio, fino a qualche tempo prima, era benestante e questo gli aveva permesso di compiere numerosi viaggi, ovunque, nei più svariati luoghi reconditi del mondo. Mai, però, aveva potuto ammirare l’Indonesia. In seguito al fallimento, poi alla morte del padre, Giorgio e sua madre dovettero fare i conti con le difficoltà economiche e con la necessità di risparmiare il più possibile. Nonostante sin da ragazzo avesse avuto ogni possibilità e avesse potuto soddisfare ogni suo desiderio, non riuscì mai a ritenersi davvero felice. Questa insoddisfazione era sorta perché, con estrema facilità, sempre gli era riuscito di realizzare ogni ambizione materiale.
Nel tempo libero era solito restare, per ore e ore, con la testa china su libri, giornali, riviste. Oggi, seppur a malincuore, Giorgio ammetteva di aver trascorso troppo tempo a studiare: questa presa di coscienza aveva originato in lui la convinzione che se si vive all’oscuro, nell’ignoranza, si vive meglio.
Poi, all’improvviso, il destino gli aveva giocato un gran brutto scherzo.
Nonostante lui non fosse di indole selvaggia, aveva sempre cercato di difendere le sue idee in maniera educata e civile. Una volta, per uno screzio, senza volerlo, era arrivato alle mani. Aveva colpito duro un tizio che lo aveva offeso, con volgarità; con una rabbia cieca gli si era scagliato addosso, facendolo finire all’ospedale. In seguito se ne pentì, ma il pentimento serve sempre a poco, a niente. In altre occasioni, lavorando in proprio, aveva aggirato il pagamento di alcune tasse. A parte questi due inconvenienti, aveva tenuto sempre una condotta esemplare, sempre encomiabile e di più. Eppure, quel nefasto giorno, fu punito: fu travolto da un’auto che gli fece perdere, in maniera rovinosa, il controllo della sua.
Il compact disc di Beethoven ripartì dall’inizio avendo ormai eseguito tutte le tracce. E di nuovo sulle note della Sinfonia n. 5 di Beethoven, rivide la sua Volkswagen, come impazzita, roteare su se stessa. Quegli attimi si tramutarono in un’eternità. Cercò di governare il volante: niente da fare. Alla fine l’auto si impennò a ridosso del guardrail che separava i sensi di marcia, sparandola incontrollata lungo la strada. In quegli attimi Giorgio udì una voce – almeno così gli parve –, una voce maschile, lenta, dolce, confortante, che lo invitò a stare tranquillo. Era quella di Giovanni. Rivide i momenti salienti della sua vita, in successione rapida, l’uno dopo l’altro. Si rese conto di quanto avesse ricevuto dall’amico, e di quanto poco, per contro, gli avesse dato.
L’impatto fu un assordante accartocciarsi di lamiere. L’auto continuò la sua corsa, capovolta, con le ruote rivolte al cielo, mentre la cappotta grattava sull’asfalto, lasciando dietro di sé fasci di scintille che parevano fiamme.
Si ritrovò a testa in giù.
Dopo aver accusato una forte botta alla tempia, dolorante in tutte le parti del corpo, perse i sensi. Quando rinvenne, era ancora aggrappato al volante, come se questo fosse stato un’ancora di salvezza.

«Giorgio, desideri un caffè? », gli domanda la madre, a bassa voce, affacciandosi discreta all’uscio della stanza. Poi torna da dove è venuta, senza ottenere una risposta, lasciando la porta quasi del tutto aperta.

L’incidente lo aveva cambiato mettendo sottosopra, per intero, tutta la sua vita. Da quel brutto giorno si era ripromesso che non avrebbe più viaggiato. Non così, non nelle condizioni in cui si trovava. Non gli era rimasto nulla di tanto importante, nemmeno dopo tanti anni spesi a girare in lungo e in largo tutto il mondo. Saper restare fermo, or come ora, era una vera impresa, la più avventurosa, la più difficile,

Con il palmo della mano Giorgio tenta di asciugare la fronte sempre più bagnata per via dell’afa. Si tasta la brutta cicatrice, che deformandogli la testa, nascosta dai capelli, sente proseguire fin dietro, sulla nuca.
La sera dell’incidente avrebbe dovuto raggiungere Giovanni.
Erano già trascorsi cinque anni.

Giorgio, stanco della noia nella stessa misura in cui, in passato, si era stancato di viaggiare, tra sé e sé, pensa sia giunto il momento di reagire. Si sarebbe fatto coraggio, avrebbe proposto all’amico di accompagnarlo nel suo probabile ultimo viaggio a Bali.

La moglie di Giovanni avrebbe capito: più volte aveva dimostrato di essere una donna comprensiva.

Giorgio si volta su un lato. Con il palmo della mano si ripulisce dai residui di tessuto del copriletto rimastigli incollati sulla pelle. Prima di riuscire ad afferrare lo schienale della carrozzella elettrica, arranca un paio di volte a vuoto. La accomoda parallela al letto e, con un abile colpo di reni, a fatica, quasi rotolando, riesce a balzare rigido su di essa. Preme il pulsante che avvia il suo motorino. Un ronzio meccanico si sovrappone, come in un disturbo, alla musica in sottofondo: adesso può finalmente lasciare la sua stanza e accedere al corridoio.
Le note di Beethoven continuano a colmare l’afoso vuoto della stanza di Giorgio. E la farfalla bianca lascia la tapparella. Vola via disegnando spirali leggere, giocando con il vento, attraversando strade su strade. Volteggia sopra immensi prati verdi, si spinge poi fino alle colline, rifugiandosi nel fitto di un bosco fresco e attraversato da un breve corso d’acqua.
Una volta rifocillata, si libra di nuovo nel cielo, fino a confondersi con la rara foschia all’orizzonte.

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COSA SIAMO?

Lingua affilata, lama che affetta tagliando sentimenti, senza scrupolo, conditi con veleno che si espande con violenza nell’aria, nei polmoni, in scandite parole.
Occhi: come asteroidi senza orbita, pronti a esplodere e crollare a cocci, nel vuoto creato dalle menti affamate, voraci di spazio proprio e di solitudini, perfide e volgari, che causano un crack. Qualcosa è rotto, c’è sangue che zampilla, vivo e pulsante, dalle vene ancora gonfie dei polsi e della fronte. E i tamburi battono nelle tempie: sudore freddo, nodi alla gola che stringono e uccidono passati fragili, sgualciti dal tempo che è trascorso, e ha dimenticato un sorriso.
La morte prima della vera morte, il buio apocalittico di una fine surreale.
Deliri.
Si crepano e si infrangono i muri e le certezze, le speranze sono abbattute dagli spari di un fucile caricato di odio e a salve. In fila come maiali al macello, di cui, nell’aria, echeggiano gli ultimi e disperati grugniti.
Cuori strappati come da streghe con le mani sporche e abili, dove e come capita, senza sterilità nè preparazioni.
Essere della carne in scatola, nei supermercati o contenuti di sacchetti biodegradabili, in attesa, nei cassonetti.
Solo spazzatura: amabili resti isterici.
Composti di homo, humus, e terra.
E acqua: evaporando in uno spazio e un tempo infinito, e indefinito.f7f7831b-2d91-4691-8da8-ae049b74c36a_560_420

ESTATE.

Montagne antracite che scivolano su colline verdognole, secche, e poi pianure di ambra, coltivate e un po’ squadrate. Piccoli uccelli che pettinano le creste frastagliate dei monti, e poi planano e tornano presto all’orizzonte. Il mare e gli sfavillii, i graffi in superficie. I disegni lasciati dai passaggi delle barche celano e ricoprono i segreti più neri dei suoi abissi. I turisti come puntini colorati, un profumo di creme al cocco esalato da un’aria di phon. E torna presto, ancora, la terra venata da un sangue blu. Ecco i laghi verdastri quasi immobili, ad esclusione di cigni bianchi, di libellule, o tutt’al più, di qualche rana.
Poi, di nuovo, strade in salita che si stringono diventando selvagge. Gli alberi, con i loro frutti tondi, maturi e dolci, sono solo un ricordo. Qui, solo abeti possono offrire le loro ombre, donando ristori improvvisati e accoglienti. I tronchi mozzi diventano panchine, l’aria si alleggerisce, un poco più fresca e fine. Le cascate frizzano, le baite sorridono con i loro balconi fioriti.
Si ritorna giù, in pianura, dove si incrociano sguardi allegri, ma anche facce tristi. Gente con la pelle appiccicosa e gli occhi umidi, che vorrebbe andare più piano, o forse piu’ in fretta, per salire, o scendere, oppure restare. Persone ferme sulle proprie ombre, lavoratori che tornano alle rispettive case e appaiono spossati o nervosi, magari sono solo un po’ stanchi.
I negozi semi-vuoti, le chiese fresche e i rispettivi oratori che sembrano dei formicai. Il rosso dei semafori è una bollente tortura;
intorno, nelle vie, attendono case con giardini abitati solo da canne per annaffiare, e condomini deserti e serrati, che, se potessero, fuggirebbero via. I bar sono pieni di silenzi, di odori acri di caffe’, di correnti d’aria calda e di respiri.
L’asfalto mostra svincoli infernali e esibisce dei miraggi lucidi, poi si annoia e cede il passo a sentieri polverosi fatti di sassi.
Le tavole sono addobbate con pomodori e cetrioli. I gatti dormono. I cani e i rami piegano le orecchie. Le piscine nascondono intere folle, sembrano branchi di pesci immersi in fondali tropicali.
I bambini corrono meno, gli adulti sospirano di più: i ghiaccioli piacciono a tutti.
Sete, sempre sete, desideri come bollicine.
Docce inutili: evapora presto il loro buon profumo. Scie di aerei che incidono l’azzurro tra nuvole di ovatta.
Che caldo! Viaggiando e vivendo l’estate.

PRIMAVERA PAZZERELLA.

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Primavera pazzerella,
di tutte le stagioni sei regina e la più bella.
Fa caldo ma ancora non è esagerato,
tanti bei fiori si cullano nel prato.
E le rose sbocciano, colorate e vanitose,
si osservano, si colgono, o si regalano alle spose.
Le ciliegie sono rosse e ormai mature,
la pelle si tinge d’oro e le spighe del campo pure.
Appassiscono i papaveri, cresce il panevino,
e che stia finendo la scuola, si legge in faccia ad ogni bambino.
E’ bello stare all’aperto, si cammina,
poi è un dramma alzarsi dal letto, ogni mattina.
Si riaprono le ante di certi armadi dimenticati,
manca questo, manca quello, intanto vengono spolverati.
Si comperano le scarpe nuove,
si buttano quelle senza più suole.
Ci si spoglia un po’ di più,
un paio di chili, tanto, presto andranno giù.
Le ginocchia scoperte si lasciano volentieri accarezzare,
con baci che sanno di panna, è più facile amare.
Si è ancora più allegri quando il tempo è bello,
le nuvole sono bianche e se poi piove non c’è l’ombrello.
C’è tanta voglia di vacanze, di montagne e di mare,
ma ancora un po’ le dovremo sudare.
Ci accontenteremo di una piscina affollata,
o tutt’al più di una doccia ghiacciata.
Le zanzariere sono già calate sulle finestre,
cappellini colorati proteggono di giorno le nostre teste.
E alla sera, nella brezza fresca si fa una passeggiata,
lo sguardo al tramonto e poi, magari, una birra gelata.
C’è aria di festa anche se festa non è,
è bello oziare quando il sole non c’è.
E allora suvvia, non perdere l’occasione,
lasciati subito andare a questa stagione!

Buona primavera a tutti da Lady Nadia.

INVERNO.

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Solo ora, d’inverno, è possibile osservare le nudità degli alberi. La loro corteccia come una mappa delle intemperie scivolate tra i loro rami, con i nidi dimenticati, le tracce di vivi passaggi fugaci e del loro temporaneo riparo. I cancri del legno e i tanti nodi duri, ruvidi che hanno resistito ai venti più forti. L’intima e armoniosa sagoma spoglia si offre aperta al cielo. Tutta la forza del tronco, segnato dalla quotidianità e dai lunghi percorsi del tempo, assorbe ciò che di buono resta alla terra trasformandolo in linfa e nell’energia necessaria per poter germogliare, un giorno, di nuovo e quando il sole tornerà ad essere tiepido, finirà, finirà l’inverno.
Ancora una volta.

LA PIUMA.

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Cade oscillando dal cielo, leggera e angelica eppure così, inevitabilmente, si avvicina al suolo.
Nulla può resistere alla gravità, niente che sia materia.
Tutto ciò che nasce dalla terra, torna alla terra.
Anche se a lungo ha volato in spirali, passaggi veloci e planate, libera, alta e giocando tra le nuvole, il suo è ora un volo contrario, come un “rewind”.
Si adagerà piano tra fili d’erba o forse nel fango, oppure nelle acque di quel fiume.
O magari resisterà, per poco, a balzi sospinta da una qualche brezza sopraggiunta per caso.
Poi imprigionata, immobile e in balia della sua condanna, dipenderà dalle irrevocabili sentenze del tempo.
Consumata, spettinata e sporca giacerà in attesa di svanire per sempre.
E’ ormai vicina, soltanto una bianca piuma.

ECCO MARIO.

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Riappoggiò ancora una volta il bicchiere accanto alla bottiglia ormai vuota. Tutt’intorno al tavolino in vetro segnato da innumerevoli aloni di polveri morbide e grigie che da troppo tempo ne occultavano la dimenticata trasparenza erano state abbandonate pigramente le più svariate calzature. Degli stivali di gomma nera, zeppi di fango rinsecchito, che staccatosi dalle suole si era depositato bene appallottolato sul pavimento. Esaminandolo bene sarebbe stato possibile trovare anche qualche stelo d’erba mozzo e appassito. Sempre lì intorno riposavano da tempo anche dei mocassini scamosciati, logori, dalla tomaia consunta e dalla quale si dipartivano delle lunghe stringhe talmente sporche di cui nessuno avrebbe saputo indovinarne il colore originale.
Più verso destra si trovavano anche delle scarpe da ginnastica, forse in pelle. Il paio più chiaro era parecchio ingiallito mentre l’altro pareva stranamente in buono stato nonostante esibisse quasi con orgoglio una grossa macchia presumibilmente d’olio.
L’arredamento dell’appartamento era decisamente minimalista e risalente ai primi anni ottanta. Consisteva semplicemente in un divano di alcantara ormai particolarmente schiarito e del tutto consumato sulla seduta preferita posto dinanzi a un mobile di noce, chiaro, al quale era appoggiata una televisione non molto grande. Nel locale adiacente si intravedeva da una porta scura e lasciata socchiusa un’essenziale cucina bianca non molto pulita e dal lavello maleodorante ove erano impilate alcune pentole e altre stoviglie, certamente da giorni.
Adiacente al muro principale del piccolo locale era appoggiato storto un tavolino pieghevole e senza dubbio traballante, sotto al quale erano state malamente infilate due sedie assai sgangherate, da campeggio.
Un tendone beige pesante oscillava a qualche spiffero che senza fatica filtrava dai serramenti in legno, anch’essi malridotti, che avrebbero volentieri gradito una messa a punto e una bella lucidatura.

Mario, regalandosi una stiracchiata, spense la televisione. Già da ore stava così, incantato dietro la sua bottiglia ad osservare il canale dei documentari. Se avesse lasciato trascorrere soltanto un’altra manciata di secondi in quella posizione, si sarebbe addormentato. I suoi occhi lucidi, a causa degli innumerevoli sbadigli, faticavano sul serio a restare aperti e dovette compiere un vero e proprio sforzo per schiudere solo un po’ le palpebre e poter osservare l’orologio del Mulino Bianco, in plastica che ticchettava appeso alla parete: le undici.
Ogni mattina trascorreva più o meno così da un paio d’anni a quella parte.
Eppure l’omone si coricava sempre a tarda ora, tuttavia mai abbastanza sfinito; e giusto il tempo di sonnecchiare malamente tra una giravolta e un’altra in quel grande letto matrimoniale freddo e rimasto da troppo tempo parzialmente vuoto, si ritrovava presto sveglio con il canto del gallo e sempre alla solita ora: intorno alle 6.
Così Mario riusciva ad annoiarsi già in mattinata. Era diventato apatico e pigro. Proprio per questo motivo avrebbe desiderato avere un sonno migliore ma d’altronde… se nella vita subentra l’abitudine… Quando si trascorre più di mezza vita puntando la sveglia alla stessa ora, festività comprese, si rischia di rimanerne fisiologicamente assuefatti e non rimane che rassegnarsi completamente e anelare in una lunga dormita almeno ogni tanto, cosa assai probabile quanto il realizzarsi di un miracolo.
Tornando al nostro grosso Mario, lo troveremo pronto a varcare la soglia.
Trascinò i piedi avvolti in orridi calzini di spugna infeltrita. Se mai fossero stati tolti si sarebbero potuti utilizzare come una parte integrante di una scultura.
Con un movimento del piede raddrizzò il primo paio di scarpe che gli capitò sotto al naso, dal quale, per dirla tutta, penzolavano alcuni ciuffi di pelo brizzolato. Le calzò senza nemmeno chinarsi e sforzandone il colletto che, ovviamente, risultava già del tutto sformato.
Si diede una rapida sistematina cercando di distendere alla meglio la felpa almeno fin sotto l’ombelico e viceversa tirando con moderata forza, un po’ all’insù, i pantaloni della tuta in modo da accomodarseli alla meglio in vita per cercare di nascondere in toto la parte terminale del righello del grosso lato b, troppo abituato sul divano a rimanere parzialmente esposto all’aria fresca.
Richiuse dietro di sé l’uscio di casa, semplicemente con una spinta che causò un fragoroso rimbombo che echeggiò nelle scale fin giù alla piccola cantina e svogliatamente diede due giri di chiave.
Si lasciò alle spalle la piccola villetta ormai da ristrutturare con i suoi muri grigi e scrostati e il suo modesto giardinetto infestato da edere e gramigna.
Si avviò piano e con passi pesanti lungo il vialetto che conduceva in centro paese. Avrebbe dovuto acquistare almeno del pane. Camminava lentamente, barcollante e con un po’ di fiatone, sbuffando di tanto in tanto senza un apparente motivo. Percepì qualche brivido, probabilmente avrebbe dovuto indossare la giacca ma se ne infischiò di quel venticello ancora un poco gelido, tipico di un’acerba primavera che spirava frizzante e discendeva giocoso dai pendii dei monti che circondavano la campagna.

Un camioncino adibito alle consegne a domicilio del piccolo negozio di alimentari si arrestò bruscamente sulla stradina sterrata sollevando un polverone che travolse Mario e gli si adagiò ovunque: nei capelli arruffati, sui suoi vestiti scuri e, in buona parte, gli finì anche negli occhi costringendolo a sfregarseli per più di qualche minuto. Sulle prime avrebbe desiderato gridarne quattro a quella sottospecie di conducente tuttavia, lasciò perdere. Dopotutto quel terriccio chiaro non si notava poi così tanto. Se questo fosse accaduto anni prima… Mario si sarebbe fatto certamente sentire, eccome! Ma oramai nulla o poco nulla riusciva a conservare ancora importanza.

Mario sfilò assai instabile e a testa bassa davanti al furgoncino osservando con la coda dell’occhio quel tizio, che non si era accorto di nulla, scaricare due grosse buste della spesa gonfie e lucide e accingersi a depositarle sotto il portico di una villetta dal cui uscio si affacciò un’allegra vecchietta dai capelli bianchi. La donna rugosa sorrise a quel fattorino sventolandogli poi felice la mano sottile in segno di saluto e contemporanea approvazione.

Mario proseguì osservando a terra e di tanto in tanto alzando lo sguardo distratto soltanto dal volo di qualche insetto.
Mario era terrorizzato da api e vespe.
Ancora ricordava quel giorno, all’incirca una ventina di anni addietro.
Mentre raccoglieva goloso l’uva dalla vigna di un amico, per sbaglio ebbe a che fare con un alveare. Se lo ritrovò nelle mani insieme a un bel grappolo dai grossi chicchi neri. Per quanto fu lesto a lanciarlo e a darsela a gambe levate, ma soprattutto entro le proprie possibilità di corsa veloce, fu punto dappertutto da almeno una quindicina di quelle bestie. Da quel giorno monitorò a mo’ di radar ogni volo di insetto che si trovasse nel suo ampio raggio d’azione.
Purtroppo dovette scoprire proprio in quell’occasione di risultarne fortemente allergico e quella fu l’occasione perfetta per far visita, suo malgrado, al più vicino ospedale.
La prima cosa che vide al suo risveglio dopo una parentesi di incoscienza fu la sua Ada accanto al trolley nero.
Sua moglie era accorsa immediatamente al suo capezzale.
Con una velocità inaudita, a seguito di una telefonata, nonostante le troppe lacrime agli occhi le offuscavano la vista, in pochi secondi era riuscita ad infilare diversi cambi di biancheria nella piccola valigia e in men che non si dica gli fu già accanto.

E soprattutto in quel momento Mario notò i suoi bellissimi occhi azzurri, ancora lucidi.
La donna si rizzò in piedi e gli carezzò dolcemente il volto, chinandosi gli lasciò un leggero bacio sulla fronte.
“Mario, sei stato sfortunato. Sei allergico alle vespe. Non lo sapevi vero?”

Quei ricordi gli soggiunsero forti proprio presso la “sosta obbligata”: una panca di sasso posta a metà percorso tra la sua abitazione e il paese. Distese le gambe notando che le toppe sulla tuta e in corrispondenza delle ginocchia, si erano irreparabilmente forate.
Non gli importò. Non le avrebbe mai sostituite.
Ada adorava cucire e ricamare.
Ada le aveva applicate quella sera, chiacchierando allegramente come al solito e raccomandandosi poi con Mario di indossare quei vecchi pantaloni soltanto tra le mura domestiche.
Mario, per tutta risposta, sorrise soltanto lasciando sottintendere che poi avrebbe fatto di testa sua, come sempre.
Ada gli avrebbe “tenuto il muso”. Quando veniva contraddetta era solita chiudersi in sé stessa, ma alla sera, prima di coricarsi, vigeva come ogni volta una specie di legge per cui qualsiasi litigio o incomprensione tra i due doveva cancellarsi tramite il bacio della buonanotte. Non era consigliabile, anzi del tutto inutile, addormentarsi arrabbiati.
E così ogni volta il rituale del perdono si ripeteva, notte dopo notte, e la loro unione grazie anche a questo piccolo segreto, riuscì a protrarsi serena, fino a quel giorno.
Quel giorno in cui Mario cominciò a bere.
Non appena Mario cominciò a percepire la sua pensione, la malattia divorò Ada, piano piano, da dentro le ossa. Ada non perse mai il sorriso, nemmeno quando il suo volto si ridusse alle sembianze di un teschio. Per Mario rimase bella, fuori ma soprattutto dentro.
Conosceva bene il grande tormento che da sempre l’aveva attanagliata: l’impossibilità di dare alla luce un figlio e tutti i momenti di sconforto che assalivano Ada, anche improvvisamente. Quanta sopportazione e quanti sforzi furono necessari per mantenere salda la loro unione!
Si erano conosciuti ancora ragazzi durante la serale di ragioneria, scambiandosi sorrisi e bigliettini nascosti e subito dopo i primi baci. Alla spensieratezza e all’attrazione che muoveva le farfalle nello stomaco seguirono col tempo stima e rispetto, ammirazione e comprensione, bisogni e appagamento.

Mario decise di rialzarsi ma percepì stranamente il respiro ancora un po’ troppo affannoso. Riprese comunque a rilento il suo cammino.
La testa girava più del solito, forse aveva esagerato con il gin a colazione e ciò lo spinse a sollevare un po’ lo sguardo aspirando una bella boccata di ossigeno. Così scorse In lontananza le cime dei monti incoronate da un velo di neve ancora candida e scintillavano contrastando all’azzurro intenso sulla linea dell’orizzonte. Da quanto tempo non osservava più oltre il suo naso? Nonostante fosse stato colto da una strana debolezza non poté distogliere lo sguardo da quel panorama che gli si era improvvisamente rivelato in tutto il suo splendore.

Il respiro tornò istantaneamente affannoso e la vista gli si annebbiò. Si percepì leggero come una foglia e lacerato da un terribile dolore al petto. Si accasciò al suolo con un tonfo sordo tra i ciottoli e la sabbia del viale. Pochi passi ancora e avrebbe raggiunto la strada principale e asfaltata, probabilmente anche più trafficata.
Per una strana coincidenza un’ape gli si posò sul petto. Non se ne accorse nemmeno.
Quando lo caricarono sull’ambulanza qualcuno sussurrò: “ma è il vecchio ubriaco della casa grigia!” Tutti lo conoscevano di vista ma nessuno osava più avvicinarlo. Da quando perse la moglie era diventato burbero e sempre di malumore, nervoso e sul punto di scoppiare come una bomba a orologeria. E beveva, come una spugna. E era sporco, pareva un grosso ratto.

Si narra di una leggenda.

Pochi mesi dopo la vicenda, verso la fine dell’autunno, un gruppo di bambini si avvicinò a un’abitazione abbandonata. Come spesso accade, le case disabitate vengono volentieri prese di mira dai ragazzini che per trascorrere qualche ora all’insegna dell’adrenalinico divertimento e di qualche forte emozione, soltanto dopo essersi narrati paurose storie di fantasmi, stregoneria e altri racconti del genere, vi si inoltrano coraggiosamente, eccitati e magari ridacchiando.

Il caso volle che il ragazzino più alto si sollevò sulle punte dei pedi per osservare gli interni della casa stregata. Spiando così difficoltosamente dall’unico piccolo varco tra le edere arrampicate su quel vetro ormai del tutto opaco, giurò di aver scorto nella penombra un piccolo tavolino ricoperto dalla polvere, circondato da numerose scarpe vecchie e al quale era appoggiata una bottiglia vuota. Osservando meglio, di sbieco, gli apparvero due sagome illuminate da un flebile lumicino: forse una donna china che sembrava intenta a cucire e un omone, davvero grosso, molto grosso, che le stava accanto e le carezzava i lunghi capelli bianchi.
I discoli fuggirono a gambe levate e da quel giorno nessuno osò più oltrepassare quella recinzione pericolante col suo cancelletto sgangherato.

Occorsero svariati anni affinché l’abitazione fosse messa all’asta ma, per qualche strano motivo, ancora oggi risulta invenduta.
Tutti gli abitanti del piccolo paesino, proprio tutti, sono convinti che, ben nascosta tra le erbacce, la piccola casetta grigia sia ancora abitata dagli spiriti felici di Mario e Ada.

Il mio giardino.

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I merli si poggiano incerti e oscillando sui rami dell’ agrifoglio. Schiudono i loro becchi per rubare le tonde bacche mature, così tanto rosse da sembrare quasi finte.
Alcuni alberi scuri e spogli del mio giardino si stagliano aperti in controluce nel cielo terso e sereno quasi a volerlo sostenere. Un venticello mi solletica il naso e l’erba dorme il suo consueto letargo, umida e corta, dondolando cullata da un imprevisto tepore. La neve non l’ha ancora avvolta nella sua gelida coperta, al contrario l’aria pare piuttosto primaverile e il sole ospita tra i suoi fasci dorati e luminosi svariati voli, leggeri passaggi spensierati di insetti e altri giocosi uccelli e persino di una farfalla che, forse, ha sbagliato stagione.
La felce accanto al muro è rinsecchita tra il poco muschio, fine. Tuttavia i cespugli di rose offrono soltanto fusti mozzi e spini.
L’abete ha conservato la maggior parte dei suoi aghi e qualcuno ha pensato di addobbarlo a festa con ghirlande di fili elettrici che di sera si trasformano in lucciole vanitose e luccicanti che pretendono attenzioni.
I bambini sono stranamente silenziosi, nelle proprie case, persi nei giochi o con le teste chine dentro ai libri, o piuttosto tra i loro ingenui sogni.
Profumi buoni di cibo sgattaiolano dalle fessure delle finestre decorate da strati vaporosi di condense.
Ecco che qui ove tutto tace, persino la provinciale, oggi mi giungono chiare le campane e ora, forse per la prima volta, percepisco lo spirito del Natale: proprio adesso che tutto è finito.
Osservo i grossi sacchi dell’immondizia gonfi e tirati, trasparenti e abbandonati al ciglio della strada proprio accanto al cancellone di ferro battuto e contenenti carte colorate accartocciate e nastri di ogni colore.
Ogni giorno ci dona qualcosa che il domani renderà ricordo. Qualcosa che, a volte non ha forma, non ha incarto e mai sarà da buttare. Qualcosa che nessuno potrà portare via. Qualcosa che diverrà parte di noi.
Vita, si chiama vita.
Rapidamente svanisce ogni nota di malinconia.
Mi sento felice e pronta ad accogliere il nuovo anno.
Torno in casa richiudendo piano la porta-finestra mentre osservo il mio volto riflesso nel vetro. Sorride.

LA FORTUNA.

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“Una monetina, per favore… Su, ad un povero vecchio!”
Implorava quell’uomo brizzolato dagli occhi di ghiaccio da sotto una lunga barba spettinata e zeppa di grossi grumi collosi. Sedeva a terra accanto ad un muro, dietro alla sua coppola grigia e malandata che teneva rovesciata sull’asfalto a mo’ di cestino.
Ezio lo osservò di sfuggita ma, quando gli fu dinanzi, abbassò la testa. Suo malgrado notò delle macchie di unto che impregnavano i pantaloni marroni del mendicante visibilmente sbiaditi, in velluto a coste e nei quali erano annidate briciole, polvere e terriccio. Ezio provò un forte senso di schifo e come sempre tirò dritto. Mai più si sarebbe fatto fregare. Ancora ricordava quella volta in cui, anni prima, aveva donato alcune monetine ad un Senegalese che chiedeva l’elemosina nel parcheggio del supermercato e poi, nemmeno il tempo di caricare la spesa nell’auto, lo sorprese a conversare attraverso un nuovissimo “I Phone” maldestramente avvolto in un ampio fazzoletto bianco.

Ezio proseguì stizzito, svoltando a sinistra piuttosto indifferente alle illuminazioni natalizie e ai primi timidi decori appesi qua e là.
La città a quell’ora era semi-deserta. Entro qualche minuto tutte le commesse avrebbero conteggiato le casse, spento le luci e calato ognuna la propria serranda. Con il viso piuttosto stanco e contratto, gli occhi arrossati a causa dei troppi neon e lasciandosi dietro scie di profumi stantii e ormai quasi del tutto evaporati, avrebbero fatto ritorno alle loro rispettive dimore.

Ezio infilò una mano in tasca in cerca dell’accendino ma tastò qualcos’altro con i suoi polpastrelli rigidi per il freddo a causa di quei guanti neri che li lasciavano scoperti.
Il gratta e vinci che aveva acquistato quella stessa mattina vi era rimasto incastrato verticalmente occupandone tutto lo spazio e obbligando il tessuto a tirarsi. Dovette tirare ed aiutarsi con l’altra mano per estrarlo in quanto si era impigliato per gli angoli nella federa.
Solo in seguito poté finalmente accendersi la sigaretta.
La consumò quasi tutta con boccate lunghe e ravvicinate. Poi la lanciò a terra, schiacciandola.
Spinse la pesante porta a vetri che si schiuse con un fastidioso cigolio. Diede alcuni colpi di suola per educazione e per ripulirsi le scarpe e varcò la soglia.
“Ciao Ezio. Il solito?”
“Si grazie!” Rispose, appoggiando sul bancone il tagliando con il quale sapeva di aver vinto 3 Euro.
“E questo? Te ne do un altro?”
Ezio si limitò a fare di sì con la testa.
Gli fu servito un Campari Soda e alcune patatine classiche in una coppetta che la graziosa biondina spinse con le sue lunghe unghie laccate di rosso fin davanti al suo petto.
A seguire Serena strappò l’ultimo tagliando di una lunga fila che era appesa proprio lì davanti, in bella vista, ritirando rapidamente quello di Ezio. Lo grattò ancora un po’ per scoprire un codice e lo infilò in cassettone scorrevole insieme ad altri carteggi.
Ezio si tolse i guanti sorseggiando lentamente e con gusto il suo aperitivo.
Lo sguardo gli si soffermò su alcuni fiocchi rossi natalizi che roteavano appena oscillando appesi a leggeri e invisibili fili di nylon. E, come ipnotizzato, passivamente si lasciò stranamente travolgere dai ricordi. Solitamente riusciva ad allontanare sul nascere ogni pensiero malinconico relativo al suo passato ma quella sera, non ne fu capace.
Quelle decorazioni, come quel bar erano stati di sua proprietà per 10 lunghi anni. Tra quelle mura aveva vissuto intere giornate servendo i più disparati clienti: coppie, studenti, amanti, pochi turisti e tanti commercianti. Ricordò anni felici e anni duri.
Quando rilevò quell’attività era ancora un giovanotto piacente ma soprattutto entusiasta della vita e ottimista. Dopo un’esperienza come operaio di un’industria metalmeccanica si era azzardato a compiere quel passo. Inizialmente gli affari procedevano bene, 12 ore di lavoro gli fruttavano tre volte tanto rispetto allo stipendio da dipendente. Intraprese una relazione stabile con Mirna che troppo presto finì per lavorare dietro al bancone mentre Ezio si dedicava a ogni mansione necessaria, dalla pulizia ad ogni manutenzione e alla preparazione di ottimi tramezzini, la sua specialità.
Probabilmente fu proprio quella scelta, quella stretta convivenza lavorativa a logorare la coppia. Inizialmente davvero ogni giorno facevano l’amore su un tavolone di legno posto nel piccolo magazzino sul retro, mentre il locale era vuoto, oppure anche mentre era pieno, tra taniche di birra e bottiglie di vino. Col passare del tempo le troppe litigate spensero piano il desidero fino a sostituirlo completamente. Durante una pesante discussione, Mirna arrivò persino ad afferrare una bottiglia di Barbera scagliandola addosso ad Ezio e mancò poco, veramente poco, che gli fracassasse la testa.
La mattina seguente Mirna non lo raggiunse al bar. Quella fu l’ultima volta che la vide.
Fu poi necessario cambiare tutti gli elettrodomestici che, come in seguito ad una maledizione, si guastarono uno dopo l’altro e a causa di una modesta alluvione notturna Ezio dovette accollarsi anche la sostituzione del bancone. L’acqua piovana oltrepassò il marciapiede e si infiltrò assai prepotentemente da sotto la saracinesca.

Giunse anche il momento della crisi economica, il locale incassò così molto meno. I commessi preferivano portarsi il cibo da casa per consumarlo in negozio o da qualche altra parte e recarsi nel locale soltanto per il caffè. Di sole colazioni non si vive e chi ha un’attività di questo genere lo sa bene!
Così Ezio, a sua volta, si trovò costretto a cedere a Serena e a suo marito l’attività.
Il ricavato non fu comunque del tutto sufficiente a coprire tutti i mutui accesi nel corso degli ultimi anni della sua gestione. Economicamente Ezio ne subiva ancora qualche conseguenza.

Il bicchiere fu riappoggiato vuoto con un tonfo sul bancone.
Ezio aprì il suo portafoglio di pelle sgualcita, ne estrasse il compenso dovuto e si appartò con una moneta del resto in una mano e il nuovo gratta e vinci nell’altra, nei pressi di un tavolino tondo e posto in penombra nell’angolo del locale.
Ah se avesse vinto una bella cifra! Certamente si sarebbe immediatamente licenziato e poi avrebbe raggiunto per sempre qualche località tropicale, magari il Brasile.
Fu subito certo che non avrebbe sentito la mancanza di nulla né di nessuno. Era rimasto solo e la sua vita era ormai piuttosto noiosa; da tempo si sentiva invecchiato e per niente piacente, non aveva alcun interesse a frequentare le donne se non per qualche sporadica fisiologica scopata ogni tanto, anche a pagamento.

Cominciò così sovrappensiero a raschiare qualche casella argentata con la moneta, soffiando delicatamente per allontanare quella fine e fastidiosa polverina.
Prima riga:
100 Euro, 5 Euro, 10.000 Euro, 200.000 Euro.
Si guardò in giro, annoiato.
Passò alla seconda. Senza alcun ottimismo.
5 Euro, 10 Euro, 200.000 Euro…
Caspita! Si fermò per qualche secondo. Sospirò. Non si era mai ritenuto fortunato. Figuriamoci! Non gli sarebbe mai capitato di poter vincere.
Senza speranza procedette con l’ultima casella.
Un altro 200.000!?!
Così tanto?

Si udì un tonfo sordo. Una sedia si ribaltò finendo con lo schienale sul pavimento. Il tavolino traballò. Ezio allargò gli occhi, li strabuzzò. Tornò a fissare quel quadrato di cartone, i numeri si confondevano, trovò impossibile ricontrollare lucidamente. Le mani erano incontrollate in un tremolio. Il cuore gli agitava il sangue pompandolo intermittente con forza sovrumana fino alla testa. Lo stomaco si sollevò raggiungendo la gola. Sudore. Caldo. Freddo. Poi ancora caldo.
Ezio dovette aggrapparsi al tavolino, appoggiò la schiena al muro e scivolò piano piano a terra, finì seduto proprio accanto alla sedia rovesciata.
Impiegò qualche secondo a realizzare l’accaduto, poi sorrise, sorrise veramente.
Da svariati anni non provava più gioia, e quella, senza ombra di dubbio, era una vera gioia, una grande gioia, una gioia davvero immensa!

Serena accorse sospettosa e gli strappò dalle mani il tagliando vincente. Lo osservò. Avrebbe voluto festeggiare ma qualcosa la trattenne. Forse invidia.
Si limitò a sussurrare appena, con la voce rotta e un tono talmente spento da risultare del tutto fuori luogo:” Ezio, ma è magnifico hai vinto. E tanto.”
Poi, porgendogli il coupon aggiunse:” ti porto un bicchiere d’acqua, sei pallido. Non muoverti!”

Seguirono alcuni minuti di silenzio nei quali Ezio dovette realizzare pienamente l’accaduto. Fortunatamente il locale era quasi vuoto. Soltanto due vecchietti ubriachi dall’altro lato della stanza avevano assistito alla scena ben nascosti dietro a alcune bottiglie di vino bianco quasi del tutto vuote.
Ezio si tirò su e cominciò a gridare:” ho vinto! Ho vinto! 200.000 Euro! Ho vinto! E vaiiiiiiiiiii! Cavolo, passerò presto a salutarvi, promesso! Io da questo paese me ne andrò presto!!!”
Serena lo osservava con gli occhioni spalancati, grandi e quasi in lacrime.
Preso dall’euforia Ezio non si accorse nemmeno dell’espressione della donna un poco mesta e per nulla solidale.
Ezio notò per la prima volta un quadretto della Coca Cola appeso al muro. Dato che riusciva a rifletterlo abbastanza bene vi si specchiò e con un gesto lento e preciso scostò dalla fronte i suoi capelli che gli parvero divenuti un po’ troppo lunghi, improvvisandoli in un ciuffo gonfio rivolto verso destra.
Si sfregò i palmi delle mani più volte, sulle gote, lisciandole e lasciandosi liberamente sopraffare da quella forte felicità che l’aveva già rinvigorito fin dentro alle ossa.
Rapidamente cercò un numero di telefono dalla sua rubrica, nel cellulare. Dopo un paio di squilli, quando dal di là rispose una voce grossolana, sbottò: “sono Ezio. Le comunico che da oggi e con effetto immediato io mi licenzio! Ne ho piene le scatole dei vostri turni!” Riappese con l’aria di chi si è davvero tolto una grande soddisfazione e pensò che quella fosse in assoluto la giornata più bella di tutti i suoi 50 anni di vita.
“Domani vado a riscuotere e ti porto qualcosa. Bella Serenella, te lo regalo io un bel viaggio, promesso! Ma tu non dirlo a nessuno, mi raccomando.”
E dando quasi l’impressione di saltellare, Ezio lasciò il locale.
Tornò a regnare il silenzio e, mentre la porta si richiuse, Serena si avvolse stretta nelle braccia per raggiunta da una folata di aria piuttosto fredda e sperando che, prima o poi, anche a lei potesse capitare un’esperienza così bella.
Si chinò per caricare i bicchieri in lavastoviglie percependone ancora il tepore dell’ultimo lavaggio di poco prima.

Ezio tornò rapidamente sui suoi passi notando con gli occhi di un bambino l’atmosfera natalizia che avvolgeva il suo paesello. Quello sì che sarebbe stato un bel Natale!
Non sentiva più il freddo, era diventato l’uomo più felice del mondo. Soltanto due isolati a piedi e avrebbe raggiunto il suo modesto appartamentino. Non avrebbe chiuso occhio, doveva radunare il necessario e prepararsi le valigie: l’indomani si sarebbe recato subito alla banca per riscuotere la grassa vincita.
Le gambe trotterellavano vivaci mentre teneva la testa alta verso il cielo stellato. Quella notte pareva davvero magica e nonostante fosse ancora in stato confusionale era certo di stare incredibilmente bene.

Percepì un terribile e improvviso dolore alla nuca e un contatto repentino con l’asfalto.
Non comprese cosa fosse potuto succedere e non riuscì nemmeno a pensarci.

Quando si risvegliò era tutto dolorante. Si accorse immediatamente di non indossare più la giacca a vento.
“Dov’è la mia giacca?”
Agitò le braccia e due infermieri cercarono di immobilizzarlo.
“Stia calmo! Ha un trauma cranico!”
“La mia giacca, voglio la mia giacca!” Gridò Ezio.
Uno dei due tizi uscì dal suo campo visivo e ricomparse qualche secondo dopo con il giubbotto che gli fu subito appoggiato al petto.
Con uno strattone Ezio liberò un braccio e frugò ansiosamente in una tasca, poi nell’altra. Niente! Il gratta e vinci era sparito. Le lacrime gli riempirono gli occhi e una rabbia indescrivibile lo travolse provocandogli crisi isteriche.
Qualcuno gli praticò a forza un’iniezione riaddormentandolo.

Non molto lontano, un uomo dagli occhi di ghiaccio stringeva ancora incredulo tra le sue mani un po’ sporche un pezzo di cartoncino quadrato.
Credete: una vera fortuna!