scala reale – introduzione

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Siamo ai primi di Agosto, l’aria è pesante e calda. Quasi come un rituale mensile,  ho prenotato una stanza d’albergo, la numero ventisei.

L’appuntamento è per le ventuno di questa sera, tutto sembra essere nei programmi, perfino le pratiche burocratiche dell’ufficio. “Stasera che impegni hai?” fa capolinea Christopher con un mezzo sorriso; il mezzo sorriso di chi la sa lunga “vuoi dirmi i tuoi?”.

Sparisce oltre la vetrata, senza vederlo in viso, so che sta sogghignando, mentre percorre il corridoio che separa il suo ufficio dal mio.

La camera ventisei inizia ad avere qualcosa di famigliare, nel mio fantasticarci dentro, negli ultimi mesi.

Stasera.

Quando aprirò quella porta, che mi prefiguro, legno intaccato, apertura a doppia mandata, quel legno intagliato con il 26, finemente decorata con dettagli in oro. Il tappeto di tessuto pregiato con un’unica tonalità sul nocciola chiaro, lungo il corridoio che divide stanza per stanza. C’è una simmetria nell’arredamento che lo rende il mio preferito, oltre che essere in una zona poco trafficata della città.

-Oltre la prenotazione base, richiesi altre accortezze, chissà se le avranno rispettate come indicato- pensai fra me.

Sto fantasticando ancora, m’ accorgo che sono quasi le cinque del pomeriggio. La vita è curiosa da queste parti, siamo nella capitale italiana. Ci sarà qualcosa in più presso l’albergo, una chicca. E’ il favorito della zona per questo anche, una cena aziendale esclusiva, come la definì Christopher “-non vedrai tutti, di quelli presenti se ne sentiranno delle belle”-.

Ricordo che lo guardai stranita, quando mi consegnò il biglietto d’invito “-non credo prenderò parte-” dissi, cercando d’apparire quanto più possibile disinvolta

-“tu ci sarai, lo sappiamo entrambi” rispose placido.

-Sapeva?-

Sorvolai sul pensiero, ma è come se si fosse inserito nella tasca dei jeans, tanto da rallentarmi il passo, misurando il ticchettio del tacco a spillo sul pavimento lastricato di marmo, dell’ingresso aziendale.

Avvertìi qualche brivido lungo la schiena, soppesando le sue parole

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Zampillando

Credi che sia diverso ,

hai in mente qualcosa per te stesso

un doppio firmamento

due strade parallele che hai percorso a salti

zampillando da una parte all’altra

fino ad un punto di incontro,

mai l’avresti detto

passato e presente che si incontrano in un istante

non potevano starsene separate?

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cambiamento

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immagine tratta liberamente dal web

 

sto evitando gli sguardi, beh.. a dirla tutta me ne riguardo bene, da quelle espressioni sbigottite e delle volte di sorpresa, di incredulità. Mai in linea con quella precedente o successiva, cosa si raccontano gli altri che stanno attorno, quando non c’è molto da dire o da sapere, sembra abbiano trovato la chiave alle tue domande, ai tuoi dubbi, anche se tu, la diretta interessata, ne sei alla cerca già da prima; è curioso considerare, come quello che stiano pensando, in realtà appartenga più a loro che al soggetto a cui si rivolge il pensiero. Eppure se ne stanno a guardare, commentare, passano oltre, per poi ritornare… scambiano informazioni e non accertano la fonte.

Il pettegolezzo è comodo tanto quanto sedersi a fare aperitivo nel bar vicino casa. Le parole riempiono l’aria, le sedie si spostano, il movimento, la musica bassa, tutto là; nulla che vada per durare…

Al di là…

al di là di quel quarto d’ora passato per parlare dell’ultimo argomento, sarà un ricordo ben lontano, una volta a casa, perchè occupare il tempo con parole che non hanno il valore di essere dette?

Ci guardiamo senza darci una risposta, prefigurando un futuro migliore di quanto possiamo immaginare e poi non sappiamo venirne a capo, quando ciò che abbiamo attorno non è frutto delle nostre scelte…

siamo così umani nel perderci nelle nostre inconsapevolezze? Mi chiedo.

ne ho visti diversi e penso che altri passeranno accanto, in un continuo via vai che è la nostra quotidianità; sapere come andrà non ha preservato dall’errore, curioso? Non troppo. Non puoi essere quella che tenta di cambiare un sistema, quella che ha qualcosa in più, una marcia in più, stavolta meglio restarsene un po’ nel retroscena di un sipario già impostato.

Osservando attori recitare la parte, prendendo parte al programma per quanto concesso, fino a quando non sarà venuto il momento di farsi del tutto da parte.

C’è chi si rende conto che è un poco tutto costruito.

Saremo a bolla, ma poi per il resto del tempo, tutto ciò che è stato fatto e messo su misura fa comodo, risaputo. Bisogna anche sapersi mettere tranquilli; dicono? Forse;

Non c’è molto spazio per gli inquieti.

E’ un po’ la nostra condanna e la nostra fortuna, serve un bel movimento interiore per far partire un viaggio. Altrimenti non si è proprio così motivati a farsi carico delle proprie frustrazioni e portarsele a spasso per il mondo, in cerca di qualcosa che valga la pena sempre e comunque, ad ogni costo!

A dispetto di tutto, a dispetto di come potrebbe essere, c’è il cambio manuale, ma non c’è la fermata automatica,

…ai più importanti bivi della vita non c’è segnaletica.

Musa

 

no news, good news

no news, good news” questa frase può rendere ciò che può essere un’unità di terapia intensiva neonatale, perché è di questo che andrete a leggere.

Da dove partire? Partiamo dalle basi, l’autore! Per chi come me ha da sempre avuto un’attrattiva per ciò che può essere il mondo della psicologia, venire a conoscenza di questo libro e di quelli che sono gli studi dell’autore, Marcello Florita, è quasi una fortuna! Vi consiglio, se volete approfondire, di andare sul suo sito marcelloflorita.it

Ciò di cui vi vorrei parlare è “Come respira una piuma” un libro pubblicato in prima edizione nel 2016 da Ensemble a Roma, con il patrocinio di “Vivere Onlus” una delle associazioni italiane per la neonatologia.

Un romanzo caratteristico nel suo definirsi tale, in quanto prende forma e si delinea attraverso i pensieri dell’autore, nei mesi successivi che seguono una nascita gemellare.

Riflessioni, pensieri, immagini descritte, nozioni mediche e ricerche scientifiche.

Un babbo in “sala d’attesa”. Un padre “irregolare” che assieme alla propria compagna intraprende un viaggio di scoperta fatto di ansietà e preoccupazioni, gioie inaspettate e sperate, assieme ad altri genitori “irregolari” della TIN.

Un’esperienza genitoriale che agli inizi descrive come “negata” o meglio, fatta di mancanze.

Mancanza del contatto, di poter abbracciare il proprio figlio, poterlo sentire tuo, poterlo accarezzare e sentirne la pelle, il profumo.

L’autore in una breve intervista esprime come l’essere genitori all’interno di una TIN sia, in senso metaforico, come esseremigranti in un luogo non conosciuto, inserito all’interno di un’istituzione, un mondo da conoscere, da apprenderne il linguaggio con la quale famigliarizzare passo dopo passoconclude “finché non l’hai provato, non sai cosa possa significare”.

Si antepone un senso di limite, di distanza, tra il desiderio di essere genitore e tutto ciò che compone un reparto di TIN: incubatrici, monitor, tiralatte, C-pap. E poi ancora, lettini, fasciatoi, consegne infermieristiche ed orari di terapia…medici, infermiere e “zie”. Già, le zie!

Un racconto che spazia dall’onirico, sogni paragonati a “quadri impressionistici dai colori nitidi” a ciò che accompagna nel quotidiano, gli amici e i propri famigliari, le incombenze di un frigo da riempire e orari di lavoro da seguire.

Un quadro realistico di come possa essere definita “precariala realtà, la nostra realtà, fatta di incertezze, di “no news, good news”.

Così, durante un mese di Aprile di un anno differente, rielaboro quella che è stata la mia esperienza, consiglio questa lettura per più motivi.

Una coppia che vive una realtà non molto diversa, chi ricopre un ruolo professionale all’interno dell’ambiente ospedaliero, oppure, per una studentessa del terzo anno infermieristica, alle prese con la sua prima tesi.

Con l’augurio di far vostre queste parole “basta un termine, una parola indossata orgogliosamente e tutto ci può apparire in modo diverso, più digeribile e metabolizzabile”. Prima di iniziare i miei passi all’interno di questa unità non sapevo, non conoscevo e temevo. Talvolta la vicinanza fisica, tra le espressioni dei genitori accanto ai loro cuccioli e pratiche burocratiche di una cartella ospedaliera, è stata carta vetrata sotto le mani, ma inevitabile, come sapere che “così funziona, così è”. Per questo almeno, proverò nel mio, a promuovere un progetto di sensibilizzazione attraverso la mia tesi, verso ciò che “non puoi capire se non provi”, ma puoi conoscere per iniziare a capire.

Musa

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sono qui per caso, musa

Tutto sommato, a volte mi dico, tutto sommato… nel mucchio, talvolta non sai che vedere alla cieca nel mucchio. Uno spettatore esterno in fondo alla sala; che senza aver pagato il biglietto resta a vedere il prosequio. Un po’ ardua a fartene una ragione. Peggio di come viene descritta. Riesci a vederla meglio del “se così non fosse? Invece che essere la solita “se così non fosse, se così non esistesse”?

Qualcosa a tenerla poi, una parte fissa da qualche parte nel corpo che non si muove da un po’, a volta resto a guardarla, a fissarla, la mia àncora ferma.

Nulla che riesca a smuoverla “ho più valore del resto”.

Dev’essere questa presa di posizione, questo ricordarmi che ci può essre di meglio. Questo che ad oggi m’impedisce di naufragare in acque tobide. Come un allarme che scuote, quando m’ assopisco.

La parte divertente, o meglio, la parte che più gli dà luce e sapere che non ne sono stato l’artecife, è stato un regalo.

Ad oggi non mancano i momenti in cui distruggerei ciò che sto creando, per me stesso soltanto.

No, non mancano.

Vorrei poterli mandare a pezzi e poi lasciarli scivolare via, per la mia impotenza verso gli eventi, ma poi non so. Rinsavinisco, riprendo fiato, come si dice? Da qualche forma di malanno interiore che è quasi un’influenza di stagione, passa da sè e riscopro che “è come dovrebbe essere ed è, non come volevo, ma meglio di come lo immaginavo”

Sono qui per caso, smarrito e combattivo. Dov’è il mio pezzo di Vita?

luci della città

Uno spazio per due, come le parti di un letto. C’è della sofferenza verso questioni generali, schizzi di nervosismo, ma da qui si vedono le luci della città, … mentre il traffico scorre ormai altrove, mi chiedevo se? Se non fosse per il colore delle lenzuola e dei cuscini, pressoché tutto al suo posto, immaginavo. Vorrei chiedergli a cosa stia pensando, mentre faccio per tirare le tende, sento la porta chiudersi con una lentenzza calcolata, dietro le spalle, riducendo il rumore causato dalla spinta di chiusura della serratura. Avevi detto “solo mio”. Ritorniamo. Un po’ a noi stessi, l’impazienza che il momento impone, non preoccupa affondare i denti nella pelle, che possa anche far male. Non è stato un gioco, nemmeno quando poteva esserlo. Aspetto che sfili i jeans, un momento di dolcezza placa, baci. Diamine, … quel coso? Non provo il familiare imbarazzo nel chiedergli dove siano, me ne domando il motivo tra me. Con quella bustina impertinente tra le labbra, centimetri di pelle sotto i palmi, mani che indagano. Non importa del resto, posso solo desiderare di arrivare al…? Oltre le mani sul corpo che indugiano centimetro dopo centimetro, potrebbero rimanere dei segni. Il pensiero più indecente. Vorrei continuasse a fottermi, fino a non sentire altro, impregnando l’attenzione sul ritmo del suo respiro, sul contatto di pelle su pelle, umida e calda.

Sospesi.

Devo aver perso la cognizione del tempo come anche la percezione del corpo. Sospeso nel nulla tra fili che legano, passato e presente. Che silenzio, qualcuno sospira. Forse proprio dalle mie labbra. Il suo tocco, dita leggere che tracciano figure astratte, ripassa le sul viso, sul collo e sulle labbra. Occhi socchiusi, alla deriva del rifugio dei sensi…

fuoriposto

La solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa … non è un albero in mezzo a una pianura desolata, ma è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia.. e la radice. (…) Sarà che ti stanchi pure di lamentarti. Sarà che dici “okay, va bene così”;

In un certo tipo di Inferno moderno e tradizionale al contempo, a chi può importare sinceramente cosa andresti a fare, stavolta?

Tornare per la via di casa a radio bassa, un debole sottofondo. Da chi andrai stavolta, se non da te stesso?

Sarà un certo tipo di malessere, ma non vuoi più dare spiegazioni. L’incognita da risolvere. 90% il talento a disfare e 10% situazioni in cui ti ritrovi.

Riusciva bene fino a qualche tempo indietro: programmare. Ora ad un palmo dal naso, dubito perfino del mio essere e delle intezioni di chi mi affianca.

Come ogni mattina allo specchio a dipingersi addosso la medesima storia,Ci ripenso anche stavolta e rifletto.

Per poi ritornare al mio piccolo e fuoriposto luogo. Ricordando momenti, pensando. Distraendomi e concendendomi il lusso di stringermi tra coperte infreddolite. Lasciando che tutto il resto ed i suoi pesi, scivoli via di dosso.

Pensando sì, ad un’altra Vita. A qualcosa che funziona come dovrebbe o come la si vorrebbe, qualcosa di caldo, alla compagnia. Al caffè amaro e al dolce di una cucina che da sul balcone. Finalmente o quasi vicino al mio fuoriposto.

La pelle non mente, noi sì.

aperineve e una patatina

bene bene bene… allora con l’ultimo tipo? – ragazza convinta di essere ad un semplice aperitivo

l’ultimo tipo? un altro bla,bla,bla – ragazza convinta di non essere ad un semplice aperitivo

-arriva il barman con i due spritz, taglia la corda, ha fiutato il pericolo.

La ragazza non convinta ne beve un lungo sorso, inizia a spezzettare con i denti qualche patatina, sospira “l’ultimoo tipo?”

la ragazza convinta avverte il pericolo. Beve un lungo sorso a sua volta. Il silenzio degli innocenti è perfetto.

“L’ultimo tipo, eh? Vediamo…” altra patatina decapitata rumorosamente. Altro lungo sorso, ordina il secondo.

Arriva di nuovo il barman, appoggia con fare elegante il bicchiere colmo, taglia la corda, ha evidetemente realizzato il

pericolo.

“L’ultimo tipo? un altro bla, bla, bla. Un tipo così giusto, da non avere senso. Così presente, da sembrare assente. Così grande, da non vedere nulla. Così intellettuale, da non capire altrettanto. Una differenza iniziale che avrebbe dovuto essere una guida. Un continuo parlare, che avrebbe dovuto essere un appoggio. Il genere di incontri, che vorresti sempre, ma di cui ti accorgi che non vale niente. Un incrocio di sguardi, persi e presenti. Immersi in differenti sensi. L’uno un sesso senza direzione, l’altra un sentimento privo di azione. Se quando agiva c’era lo scopo, finiva sempre in un unico modo. E poi le sere a guardare oltre il finestrino, raccogliere racconti da svuotarsi l’anima, rendersi conto che si sta parlando da soli. Un dialogo ripetuto a regola d’arte, un copione che è sempre lo stesso, consumato e privo di senso. Un dolce fanciullo avanti coi tempi, ma che non ha ancora capito la differenza tra l’esserci e apparire. Avere l’idea, vagamente, che si sta assieme, solo di fronte al cameriere che chiede il conto dopo la cena. Pensare di avere ancora una chance col Destino, che se la ride il bastardone, convincersi che sia normale non sentirsi apprezzati. Perchè c’è crisi, anche per il rispetto. Lasciar scorrere qualche evento, sebbene valido allarme, convicersi del sbagliato, perchè il vero sarebbe troppo vero. Lasciare..lasciare?…lasciare! Quel suo voler cambiare le carte in tavola “non voglio perdere tempo, il mio” (ed io sono un tempo giusto?”) “so quello che voglio? (ed io sono desiderabile?) “voglio che tu sia presente” (ed io sono presente?) “credo nell’amore a prima vista” (ed io sono amore a prima vista?) “voglio una famiglia, ma non con te” (ed io sono un intermedio?) “ho dei progetti, ma riguardano me” (ed io sono il trampolino?) “ho bisogno di un aiuto” (ed io sono un pronto soccorso?)

ed io sono desiderabile?

sì, ma anche un poster nell’officina del mio meccanico lo è

ed io sono presente?

troppo, perfino per uno come te

ed io sono amore a prima vista?

per nulla, a prima vista c’è solo la Nutella

ed io sono un intermedio?

rivolgiti ad un prete piuttosto

ed io sono il trampolino?

al massimo per una maxi vasca idro-massaggio

ed io sono un pronto soccorso?

nemmeno per me stessa

La ragazza non convinta finisce anche il secondo bicchiere “..le fini rivelano gli inizi”, si dimentica di tutto. Forse al quarto bicchiere? La ragazza convinta, si convince ulteriormente, pagherà il conto al prossimo.

 

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il sesso dei colori, estratto V parte

“Direttore, ha ricevuto la mia proposta per il concorso in fase di programmazione?” sollevo lo sguardo, Marc è sulla porta. “
L’ho guardato sì, l’idea di introdurre una fascia d’età per genere mi sembra logico, ma forse limita la partecipazione. Mentre noi puntiamo alla massa” Marc entra dentro socchiudendo la porta “la massa è un animale volubile” sorrido ironico “hai imparato il mio motto, visto che stai prendendo parte attiva al progetto penso di far bene a lasciarti il posto di Luis, stasera manderò alcune e-mail per coordinare i prossimi passi, il posto è tuo” Marc resta interdetto “capo, non vorrei fare qualcosa che renda l’aria in ufficio più tesa di quella che è” lo interrompo “dei rapporti in ufficio non m’importa, siamo qui per far fiorire l’editoria, Luis ha in mano questo progetto da due settimane e non è stato in grado di tirar fuori un ragno dal buco” Messaggio recepito?” spalanca gli occhi scuri e si massaggia dietro al collo  “va bene, l’indomani mattina ho altro materiale per il progetto” abbasso lo sguardo e ritorno al mio lavoro “va pure, lascia aperto”.
Do un’occhiata veloce all’orario, è mezzogiorno passato. Dovrei perlomeno mangiare qualcosa per passare il pomeriggio senza svenire sulla scrivania, lavorare intensamente è l’unico modo che fa scorrere le giornate in modo piacevole, almeno la pensavo così fino a quando non ho incontrato Annie. Potrei raggiungerla alla galleria nella pausa pranzo, rifletto. “Direttore, le idee che abbiamo steso nell’ultima riunione sono pronte per la prossima pubblicazione, procediamo?” Giulia fa capolinea. Giulia con una decina di libri in anteprima sulle braccia che le nascondono il viso “si procedete pure, vado in pausa e quindi non sarò in ufficio prima delle due, fermatevi anche voi, ne avrete bisogno, ottimo lavoro di squadra ragazzi” sparisce oltre il corridoio. Come fa a tenere quel peso, prima o poi la sentirò cadere in mezzo ad una cascata di pagine in bozza. Decido di raggiungerla alla galleria, spengo il MAC, fuori dalla finestra s’intravede una giornata di sole.
“Speravo di trovarti qui”
Annie è intenta ad osservare il ritratto, ci troviamo allo stesso punto dove quella sera mi diede lo schiaffo, la sera durante cui la barriera interposta si sgretolò ad ogni momento passato insieme. Curiosi i casi della vita, potrei rivedere davanti ai miei occhi una pellicola di ciò che è accaduto in questo posto. Un film in diretta dove siamo protagonisti indiscussi. “A ripensarci sento la guancia pulsare”. I nostri sguardi si scontrano nel silenzio, leggo del rammarico nel suo sguardo “cosa mi nascondi, Annie? Pensavo che avessi deciso di abbandonare la tua crisalide”. Si alza dal divanetto in pelle, s’avvicina tanto da poter sentire il suo respiro accanto al mio “le crisalidi sono per le farfalle pronte ad esplodere con le loro ali colorate. Dovresti dare un’occhiata nell’angolo a destra” aggiunge in secondo tempo cambiando il tono della voce. Faccio come dice, una piccola televisione pare, a guardarla bene invece è un bianco e nero dell’entrata della galleria “hai installato una telecamera? Da quando?”.
“da qualche settimana, se guardi bene ancora, puoi vedere di come offrono un’ampio sguardo sul via vai, ad esempio del via vai mattutino dei paesani”
Soppeso le sue parole “l’hai sempre saputo”.
“Più che saperlo ho solo capito e avuto modo di vedere. Ho installato le telecamere il periodo che hai iniziato a farti vedere più spesso da queste parti, non capivo cosa volessi, se eri un qualunque interessato ai quadri o forse un ladro da quattro soldi, visto come ti comportavi. Poi ho notato che non degnavi di attenzione nessun quadro eccetto questo. L’idee sono oscillate dal maniaco al ladro ossessivo, ho lasciato perdere il macabro ed ho pensato che fossi semplicemente interessato al quadro di mio marito”. Vedo che aspetta una mia reazione, la stringo ai fianchi come l’ultima volta insieme, sentendo la tensione crescere, non so bene se provare vergogna nell’accettare l’etichetta dello stalker.
“Tuo marito oltre che pittore e pure un povero cornuto. Se avessi avuto modo di capire che idee malsane avevi per la testa sul mio conto mi sarei comportato diversamente forse, ma vedo che non ti sei fatta problemi a venire a letto con me” la lascio andare, ma mi trattiene con un lungo bacio. Inteso, pieno, coinvolgente. Come i suoi colori, come il nero dei suoi capelli e la vitalità del rosso sulle labbra.
“Vorrei che fosse più semplice, diverso. Gestibile. Molla tutto e vieni a vivere da me” sgancio la bomba che da tempo aspettava di esplodere dal cervello alla bocca, detto nell’impulso suonava male, ma speravo che arrivasse la sincerità riposta nelle mie parole.
“Michele è tutto ciò che ho oltre la galleria. Un approdo sicuro, che coppia potremmo formare noi, all’infuori di tutto questo? Sei legato al lavoro molto più di quanto tu possa ammettere, mentre da parte mia sento che presto avrò bisogno di qualcuno che abbia una sincera voglia di starmi accanto”
Combatto tra gli impulsi, sento di poterla perdere tra le mie braccia. Con lei abbasso le difese, sgretolo le reticenze, il senso dell’etica e del dovere morale mancano di significato, lei che è una donna sposata, felicemente si potrebbe dire. Trattengo la delusione alle sue parole, un senso di solitudine si fa strada ed i ricordi di una settimana passata prendono tutto il retro gusto amaro della realtà “forse non ti è bastato vedermi ogni mattina, al solito orario, per vedere che vita fai le prime ore dopo esserti svegliata, per vedere, per capire”
“Non è questo, tu potresti bastarmi per altri momenti come questi, ma poi? Di me che resta, dopo un battito d’ali, arriverà un momento difficile e doloroso. Chi si prenderà cura di me se non sarò nelle forze di farlo?”
Allento la presa intorno la sua vita minuta “se non eri convinta di riporre fiducia in me avresti fatto bene a rimanere nella tua posizione, invece che accogliere una proposta che hai colto con piacere e di tua volontà”