Racconti impossibili – una storia di Canterbury – parte decima

Dopo un bel po’ di silenzio torna a parlare di sé frate Ethan e la sua indagine. Per chi volesse rinfrescarsi la memoria aggiungerò che il nostro frate dopo essere partito da Canterbury per indagare sui motivi per i quali Sir Percival non è più ammesso alla corte di King James, parte per Maidstone, la capitale del regno di Kent, per incontrare Glovine il bibliotecario cieco. Non è facile avvicinarlo ma si sa che gli scudi d’argento possono aprire tutte le porte.

Eccomi con la nuova parte di questo fueuilleton non troppo brillante. Se volete leggere anche le altre le trovate qui.

Un paese rinasce

 

Frate Ethan era euforico quando uscì dalla taverna dove aveva pranzato a base di pesce di fiume. “Un eccellente pranzo e un aggancio per vedere il bibliotecario cieco”. Gongolava e si avviò verso la locanda Al tabarro dove alloggiava. Era presto ma la giornata cruda nonostante si fosse a maggio gli consigliava la lettura della Bibbia accanto al fuoco.

Continuava a pensare a Maria Agnes e non procedeva nella lettura delle lettere di San Paolo ai romani. Era distratto dal pensiero d’incontrare Glovine.

Era sempre fermo sul capitolo uno della lettera ai Corinzi.

Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello, Sòstene, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!…

Non c’era verso di distoglierlo dal pensiero del prossimo incontro con Glovine. Si immaginava il bibliotecario come un ometto smilzo con radi capelli o forse pelato con la testa a uovo.

Sceso in sala per cenare notò l’assenza di Gwen. Avrebbe potuto chiedere a Robert perché non c’era ma non volle creare problemi. Aveva notato come l’oste seguisse con gli occhi le mosse della ragazza pronto a intervenire se indugiava troppo presso un tavolo. Se poi era il suo, lo sguardo era ancor più indagatore. “Probabilmente non sta bene”e si accomodò al solito posto d’angolo che gli permetteva la panoramica completa dell’intera sala.

Come un folletto comparve dal nulla una servetta dal viso sconosciuto. Forse si era distratto cercando con gli occhi Gwen senza accorgersi del suo arrivo. Frate Ethan inarcò il sopracciglio destro. Gli apparve strano che fosse nuova. Per qualche sera Gwen non l’aveva servito ma erano tutti volti noti. Questa era la prima volta che la vedeva. Si accorse solo in quel momento che anche le altre serve erano tutte nuove.

«Buona sera. Come vi chiamate?» Il frate voleva indagare sui motivi dell’assenza di Gwen senza dare troppo nell’occhio.

La nuova aveva una corporatura robusta e il volto rubizzo come quando si sta troppo vicino al fuoco. Al contrario di Gwen sembrava più matura dell’età che presupponeva avesse. Se Gwen dimostrava tutti i suoi sedici anni dal viso infantile butterato dai foruncoli al fisico da adolescente, la nuova ne aveva almeno una decina in più. Il viso era segnato da profonde rughe e il corpo era prosperoso.

«Paula, per servirvi» e fece un mezzo inchino.

«Sostituite Gwendaline?»

«Non saprei. Oggi è il primo giorni servizio. Cosa ordinate per cena?»

Frate Ethan stava per replicare quando comparve Robert silenzioso come un gatto.

«C’è qualcosa che non va?» Il tono era ruvido e dagli occhi trapelava una certa irritazione. Quel frate non gli garbava molto e l’avrebbe volentieri allontanato se non avesse pagato con degli scudi d’argento pernottamenti e cene. Era un periodo magro e le stanze erano praticamente vuote. Scacciò l’astio e tentò di assumere un atteggiamento più conciliante.

«Paula vi ha mancato di rispetto?»

Frate Ethan scosse il capo prima di negare con le parole. «No. Era pura curiosità non vedendo le solite facce».

«State parlando di Gwendaline?»

«No. Vedo altre facce nuove».

Robert emise una risata roca appena accennata. «Ho pensato di cambiare qualcosa. Voglio rinfrescare l’ambiente». Detto questo come era venuto se ne andò silenzioso.

«Gwendaline conosceva a memoria i miei gusti ma imparerete presto anche voi».

Frate Ethan ordinò in fretta una zuppa di cipolle con montone arrosto e verdure di stagione. Si appoggiò contrariato allo schienale. Doveva trovare il modo di contattare la ragazza, perché era l’unico legame con Maria Agnes. Chiuse gli occhi per concentrarsi sul come e il profumo della zuppa lo distolsero dai suoi pensieri.

Terminato velocemente il pasto si ritirò nella sua stanza. Leggere qualche passo della Bibbia prima di coricarsi, nemmeno parlarne. Sarebbe stata fatica inutile. Si mise accanto al fuoco a riflettere. Di Gwen non sapeva nulla a parte il nome e l’età. Chiedere in giro non ne valeva la pena. “A chi?” Si interrogò, perché a parte quell’odioso Robert non aveva altri contatti a Maidstone. “Un bel rebus” ammise a malincuore. L’unica speranza era che lei si facesse viva. “Ma come? Non sa scrivere. Quindi niente messaggi”.

Con tutti questi dubbi si coricò e sognò che Gwen fosse un folletto che non riusciva ad acchiappare.

La mattina seguente dopo le preghiere del mattutino e una rapida colazione a base di latte di capra e pane dolce si recò nella Cattedrale con la speranza che la ragazza fosse lì ad aspettarlo.

La chiesa Saint George era vuota a parte un officiante che teneva messa al nulla. Oltre al prete c’era solo lui. Frate Ethan fece una smorfia di disappunto. Aveva sperato che Gwen fosse lì ad aspettarlo vicino al confessionale. Se ne stava andando deluso del mancato incontro, quando udì la campanella dell’ora terza. “Forse ero troppo in anticipo. L’altra volta è arrivata più tardi” e si sistemò nel confessionale a pregare. Era immerso nel Confiteor, quando percepì un leggero rumore proveniente dalla grata che lo separava dal penitente. Aprì lo sportellino pronto a mandare via l’eventuale persona disposta a confessarsi.

Incontrò gli occhi blu di Gwen.

«Padre mi potete confessare?». La ragazza emise un leggero riso a sottolineare l’ironia della frase.

«Quanto avete peccato?» Frate Ethan stava al gioco di Gwen. «Volete andare in paradiso?»

«Sì. Domani all’ora terza nella cripta di Saint George».

Il frate sorrise. “Dunque Maria Agnes ha fretta d’incassare i suoi scudi d’argento”. Questo annuncio lo mise di buon umore.

«Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti.» e fece tintinnare un paio di scudi d’argento.

«Amen» rispose la ragazza.

Però Frate Ethan voleva togliersi l’ultima curiosità adesso che sapeva che domani avrebbe incontrato Glovine.

«In cosa avete peccato per farvi cacciare da Robert?»

«Non saprei» rispose con voce amareggiata. Quei pochi pezzi di rame le servivano come l’aria che respirava. Non sarebbe stato facile trovare qualcosa d’altro. «Ieri sera al vespro ci ha radunate nella sala e ci ha dato il benservito».

Il frate rifletté se era in caso di raddoppiare il pattuito. “Forse le faranno comodo”.

Uscito dal confessionale allungò alla ragazza dieci scudi d’argento. «Se siete disponibile, potete venire con me a Canterbury. Riflettete con calma. A dopodomani all’ora terza».

Frate Ethan reputò che fosse giunto il momento di tornare al castello di King James, anche riteneva improbabile che l’avrebbe ricevuto. Era anche l’occasione per controllare se la sua scorta avesse necessità di qualcosa. Si sentiva in colpa di averli abbandonati in tutti questi giorni.

Un bel sole ravvivò la giornata spazzando via il grigiore della mattinata.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili – una storia di Canterbury – parte nona

Eccomi con una nuova parte di questo fueuilleton non troppo brillante. Se volete leggere anche le altre le trovate qui.

Una notte magica San Giovanni

Un sorriso sbilenco, quasi un ghigno di perfidia, comparve sul volto del frate per un attimo prima di riprendere il solito aspetto.

Dunque questa è la famosa Maria Agnes” borbottò in maniera impercettibile, mentre la squadrava. Se l’era immaginata diversa. Piccola e minuta con i capelli raccolti a crocchia invece era un donnone grasso con il petto che faticava a restare nel corsetto. A ogni respiro al frate sembrò che scoppiasse ma invece tendeva ancor di più la stoffa restando al suo posto. Il mantello era di seconda mano, quello che le dame scartavano a inizio stagione per sostituirlo con uno nuovo e adeguato alla moda di quell’anno. Sicuramente era stato a suo tempo un discreto capo ma adesso mostrava l’usura del tempo.

Il frate rimase a osservarla per qualche attimo prima di riprendere a parlare.

«Lavorate con damigella Gwen?» Chiese con tono mellifluo, trattenendo a stento una risata.

Maria Agnes fece una smorfia tra il disgusto e l’offesa. Chiedendosi se questo frate fosse poi così importante.

«No» fu la risposta seccata. Avrebbe voluto non spiegare dove lavorava ma il silenzio del frate la indusse a precisare. «Sono la tutrice di maestro Glovine. Il maestro è cieco e io lo accudisco in ogni sua necessità».

Frate Ethan sgranò gli occhi per la sorpresa, come se ignorasse chi era Glovine.

«Un incarico di tutto rispetto. Ma chi è maestro Glovine?»

Gwen assisteva alle schermaglie dialettiche tra il frate e la donna, cercando di trattenere le risate ma sorrideva compiaciuta per l’abilità di Frate Ethan nel condurre la conversazione.

Maria Agnes stava per replicare ma il frate la precedette.

«Io vengo da Canterbury e, a parte King James, non conosco nessuno a Maidstone». Gettò con noncuranza il nome del re facendo intendere di avere rapporti stretti con lui.

«Dunque ignorate che maestro Glovine è il bibliotecario del nostro amato re?»

Frate Ethan scosse il capo in segno di diniego e fece tintinnare la borsa coi pezzi d’argento legata a mo’ di cintura sotto il saio.

Negli occhi cisposi della donna leggermente sporgenti spuntò una luce ascoltando quel rumore che amava tanto. E continuarono a brillare anche quando quel suono svanì nell’aria.

«Dunque ignorate che maestro Glovine vive in un palazzo tutto per sé immerso tra i suoi libri?» Ripeté con voce incredula che la fama del bibliotecario non avesse raggiunto Canterbury.

«Madonna» e fece una pausa per sottolineare che la riteneva di un rango più elevato che essere la semplice fantesca del bibliotecario.

Il frate aveva sollecitato la vanità della donna che sorrise mostrando una dentatura tutt’altro che perfetta per dimostrare che aveva apprezzato il complimento. Gwen si coprì la bocca per nascondere l’ilarità che suscitava in lei questa schermaglia. Frate Ethan poté notare che i denti della ragazza erano di certo migliori di quelli di Maria Agnes.

Adesso che aveva solleticato la vanagloria della donna, doveva agire sulla sua avidità per i pezzi d’argento che aveva fatto tintinnare.

«Madonna, un palazzo tutto suo? Allora è ricco maestro Glovine».

Maria Agnes rise mostrando i denti anneriti dalla poca pulizia. L’alito era pesante per le carie e il cattivo cibo. Frate Ethan trattene una smorfia di disgusto per l’afrore che usciva da quella bocca. Si mostrò attento a quello che diceva la donna.

«No! Lui custodisce la biblioteca del nostro amato re. La tiene in ordine e ogni tanto riceve qualche studioso venuto a consultare qualche libro»

Il frate finse ancor più attenzione alle parole della donna. Fece tintinnare di nuovo i pezzi d’argento, questa volta con maggior vigore. Aveva compreso che era un esca saporita e invitante per catturarla.

Doveva parlare assolutamente col bibliotecario cieco.

«Ma se è cieco come fa a tenere in ordine i volumi? Usa forse qualche tecnica segreta?»

Maria Agnes proruppe in una risata stridula che fece girare diversi passanti che casualmente transitavano lì.

«No, no! Non avete capito nulla. Maestro Glovine conosce a memoria tutti i libri e la loro dislocazione. Se sono in una posizione non raggiungibile chiede il mio intervento». Spiegò la donna con ampi gesti della mano.

«Mi dovrete scusare ma non comprendo in quale maniera possa gestire una biblioteca, specialmente quando arrivano nuovi tomi».

Maria Agnes assunse la posa della maestra che sale in cattedra per spiegare agli alunni la lezione.

«Io l’aiuto a sistemare i libri, seguendo le sue indicazioni. Madonna Alissa de Courtney legge le pagine quando maestro Glovine vuol conoscerne i contenuti. Io non so leggere né scrivere».

Frate Ethan allungò una mano sotto il saio per prendere qualche pezzo d’argento che lucicò sotto il debole sole che era spuntato tra le nuvole grige. Con un’abilità da giocoliere li fece sparire nell’altra mano.

Agli occhi avidi della donna non era sfuggita la mossa e si torse le mani, umettando con la lingua le labbra.

Gwen che seguiva i loro discorsi senza perdere una sillaba, comprese che la donna tra un po’ avrebbe avanzato la sua proposta.

«Mi sembra un uomo erudito e fuori del comune maestro Glovine. È un peccato non poter parlare con lui». Disse con tono distaccato frtae Ethan mentre ricomparivano i pezzi d’argento.

Maria Agnes continuò a umettarsi le labbra con gli occhi che brillavano per la cupidigia.

«Se volete conoscerlo…» e fece una pausa. «Potrei organizzare l’incontro, anche se il nostro amato re punisce questa trasgressione…».

Il frate sorrise e mostrò sul palmo della mano tre o quattro pezzi d’argento.

«Beh! Se ne aggiungete un altro paio, posso vedere di organizzare l’incontro. Sapete che rischio il posto se lo viene a sapere qualcuno».

Il frate rimase impassibile senza rispondere allungando i quattro pezzi d’argento alla donna. Poi quasi sibilando, aggiunse: «Altrettanti quando vedrò maestro Glovine».

Come un uccello rapace che afferra la preda, così Maria Agnes artigliò il denaro facendolo sparire nell’incava del seno. «Presto avrete mie notizie tramite la nostra Gwen» e si allontanò con la ragazza.

Frate Ethan sorrise sicuro che nel giro di un giorno avrebbe visto il bibliotecario cieco, che a quanto pareva sarebbe stato un preziosa miniera di informazioni.

Ormai era l’ora sesta e un certo languorino si stava facendo sentire. A passo deciso si recò Al cervo d’oro, che era diventato il posto preferito per pranzare.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili – Una storia di Canterbury – parte ottava

Prosegue il vostro martirio nel leggere questa ciofeca ma se volete leggere anche le altre le trovate qui.

Un paese rinasce

«Dunque un però ma la dice lunga o sono in errore?» Suggerì frate Ethan, facendo risuonare i pezzi d’argento, e aspettò paziente che parlasse. “È inavvicinabile ma non troppo a quanto pare”.

Gwen trasse un profondo respiro, aveva sperato di dare le informazioni un poco per volte e lucrare sulla curiosità del frate ma lui l’aveva messa con le spalle al muro: o tutto subito oppure niente scudi d’argento.

«C’è un modo per arrivare a Glovine» e fece una pausa.

Però il frate le sussurrò di sveltire il racconto, perché non era sua intenzione restare tutta la mattina nel confessionale.

Gwen narrò che a mezzogiorno una donna portava il pasto a Glovine ma era corruttibile per qualche pezzo d’argento. In passato l’avevano fatto.

«Ma se la scoprono?» Domandò curioso frate Ethan.

Gwen gettò all’indietro la testa e la chioma bionda riccioluta.

«Mary Agnes? È troppo furba per essere colta sul fatto» dichiarò ridendo la ragazza.

Il frate sgranò gli occhi per la sorpresa ed esplose con un come.

«Il palazzo ha diverse uscite secondarie e una segreta che parte dalla cripta della Cattedrale…».

«Ma non è così segreta visto che la conoscete anche voi» la interruppe il frate.

«Quando avevo quattordici anni, ho sostituita per quattro mesi Mary Agnes, che doveva sgravarsi. Così un giorno vidi comparire un cavaliere senza che fosse annunciato. Finsi di andarmene ma in realtà mi nascosi in attesa che ricomparisse. Volevo conoscere come aveva fatto a entrare. Dopo un bel po’ è tornato e furtivo ha aperto un grande armadio nel vestibolo ed è scomparso».

«Ma non avete avuto paura che vi scoprisse?»

Gwen rise sommessa per non dare nell’occhio, perché aveva sentito dei passi risuonare nel silenzio della Cattedrale. «No. Sono piccola e allora lo ero ancora di più. Nella penombra del corridoio non mi avrebbe notato nessuno a meno che non fosse inciampato nel mio corpo. Il vestibolo è ancora più buio e i nascondigli non mancano».

Frate Ethan sorrise nell’oscurità del confessionale. La ragazza era scaltra e sapeva il fatto suo. «Ma ditemi come avete individuato il passaggio segreto. Immagino che sia occultato bene».

Gwen mormorò un sì appena percettibile. «Ho l’orecchio fine e percepisco anche il minimo rumore. Dunque richiusa l’anta, lo sentii armeggiare finché non udii un click di una molla di apertura, lo scorrere di una porta ben oliata e infine un nuovo click. Poi silenzio».

Frate Ethan rimase in attesa che Gwen proseguisse la narrazione che riprese dopo alcuni istanti. Spiegò che aveva lasciato il tempo al misterioso cavaliere di uscire prima di cercare come aveva fatto.

«C’era una minuscola leva sul pavimento che ha sbloccato una parete del guardaroba. Però faceva buio che impediva di vedere. Mi sono procurata una torcia ne ho percorso un cunicolo umido finché non sono sbucata nella cripta della Cattedrale. Soddisfatta la mia curiosità, sono ritornata nel palazzo del bibliotecario».

Rimaneva da capire l’affermazione di Gwen sulla corruttibilità di Mary Agnes.

«Ogni tanto, quando sono libera, l’aiuto nel rigovernare le stanze del palazzo e la vedo trattare con cavalieri o dame. Lei è sempre a corto di denaro e deve saldare i debiti. Le piace vivere bene al di sopra delle sue possibilità».

Frate Ethan intuì di aver puntato bene sulla servetta, furba e svelta nel capire le situazioni.

«Quando potete presentarmi a Mary Agnes?» Domandò frettoloso il frate che desiderava di chiudere la questione al più presto.

Gwen emise un flebile risolino, che assomigliava a un sospiro d’amore. «Dovete pazientare».

Il frate sgranò gli occhi per la sorpresa. Se Mary Agnes poteva essere comprata con qualche pezzo d’argento, non capiva perché doveva attendere.

Gwen intuì i pensieri del frate e precisò che era un momento di calma per Mary Agnes senza particolari assilli economici. «Tempo un paio di giorni, al massimo una settimana Mary Agnes dovrà procurarsi qualche soldo per colmare il debito contratto nel frattempo. Allora ve la presenterò per mettervi d’accordo».

Frate Ethan sospirò perché era Gwen a dettare i ritmi.

«Per me niente?» chiese la ragazza allungando il collo.

Avida la servetta” si disse il frate, prendendo quattro pezzi d’argento dalla borsa. Uscito dal confessionale senza notare la presenza di qualcuno, allungò il denaro.

«Solo questi?» mormorò contrariata la ragazza.

Frate Ethan scosse il capo. “Se vuole il resto, deve presentarmi Mary Agnes” e riprese a parlare sottovoce. «Avevamo pattuito tre scudi e ve ne ho dati quattro per le informazioni. Mi sembra equo lo scambio».

Gwen fece un sorriso storto. Aveva capito che non si fidava di lei e aveva ragione, perché avrebbe fatto la medesima cosa. Fece scivolare furtiva i quattro pezzi nel corsetto e si avviò per uscire.

Frate Ethan si avvicinò a un altare con la Madonna e il Bambin Gesù per recitare le preghiere che stamani se ne era dimenticato. Tenne d’occhio il portone d’ingresso, finché la figura minuta di Gwen non sparì dalla sua vista. “Tornare al Castello per fare anticamera?” si disse scuotendo il capo. Non era sua intenzione essere trattato come il più pezzente dei poveri. Quindi visto che era l’ora sesta, si diresse verso una locanda, Al Cervo d’oro, da cui usciva un delizioso profumo di montone arrosto. Non era l’unico odore invitante per frate Ethan, perché percepì anche quello di un timballo di carne e pesce di fiume.

Con passo deciso avvolto nel suo mantello pesante da viaggio si sedette a un tavolo d’angolo lontano dagli spifferi della porta e delle finestre. Per essere maggio faceva ancora freddo.

Aveva scelto bene la locanda perché sia il montone arrostito a puntino sia il timballo meritavano un applauso per il cuoco. Tutto questo era innaffiato con un vinello rosso veramente eccellente e al termine il frate gustò con soddisfazione confetti di anice glassati con lo zucchero e birra speziata al luppolo.

Decise di fare una passeggiata per Maidstone, assai più modesta rispetto a Canterbury. Almeno questo era il pensiero del frate ma intirizzito dal vento gelido che soffiava gagliardo decise di tornare alla sua stanza ‘Al tabarro’, che trovò riscaldata dal fuoco del camino.

Le giornate si erano allungate ma il cielo grigio come il piombo non le metteva in risalto. Acceso il lume si sistemò con la poltrona di vimini accanto al fuoco a leggere qualche salmo della Bibbia. Doveva farlo perché non aveva seguito i precetti del convento che imponeva preghiere al mattino appena alzato e quelle pomeridiane. Il vespro era arrivato ma lui ripensava al colloquio con la servetta. “Dunque Glovine è avvicinabile” rimuginò come un ruminante. “Anche lui ha un prezzo”.

Quando si fermava a cenare al termine del vespro nella locanda che lo ospitava sia il frate sia Gwen fingevano indifferenza. Frate Ethan però era impaziente di parlare con Glovine e le giornate si snodavano lente tra uno scroscio di pioggia e un pallido sole. A corte non ci aveva messo più piede, perché non intendeva umiliarsi rimanendo in attesa di una convocazione che non sarebbe avvenuta. Prima doveva parlare col bibliotecario cieco e poi avrebbe giocato le sue carte.

Ormai erano trascorsi dieci giorni senza novità. La noia era sovrana e il senso di inazione era troppo forte. La sera del dodicesimo giorno della sua permanenza a Maidstone avvenne la svolta. “Sembra un caso” rifletté allegro il frate. “Avevo deciso di partire domani ma il Signore ha dato ascolto alle mie preghiere”.

Era successo tutto senza preavviso. Gwen mentre gli serviva il solito dolcetto allo zenzero con vino speziato sussurrò: «Domani al solito posto» e si allontanò per non destare i sospetti di Robert.

Frate Ethan rimase impassibile, anche se dentro di lui era un tumulto di sensazioni contrastanti, perché finalmente poteva passare all’azione. Sorseggiò il vino caldo alla cannella e zenzero gustandolo con piacere. Tratteneva in bocca ogni sorsata per sentire in gola il gusto forte delle zenzero. Trovava che era ancora migliore rispetto alle altre sere. Pareva più gustoso e forte ma forse era solo il pensiero dell’indomani

Alzatosi dal tavolo per raggiungere la sua stanza avrebbe voluto che fosse già mattina pronto a uscire per recarsi nella Cattedrale. Però la sera e la notte erano ancora lunghe.

Albeggiava quando si vestì per raggiungere la Cattedrale dopo aver recitato le preghiere del primo mattino. Era smanioso di incontrare Gwen e conoscere Maria Agnes. Pochi viandanti mattinieri erano avvolti in pesanti mantelli per ripararsi dal freddo mentre Frate Ethan sentiva il calore dell’impazienza.

Si sistemò nel confessionale dell’ultimo incontro con Gwen e attese che la ragazza arrivasse. Il tempo pareva fermatosi tanto scorreva lento.

Stava per cedere allo sconforto, perché pensava che si fosse presa gioco di lui, quando udì un discreto bussare alla grata. Apertola la voce appena sussurrata di Gwen disse: «Oggi è il giorno buono. Ci vediamo al mercato».

Frate Ethan non riuscì a dire nulla perché sentì i passi leggeri della ragazza che si allontanavano.

Uscito dal confessionale, si chiese quale mercato fosse e dove si trovasse. “Se ce ne è più di uno come farò a individuarlo?”

Sul sagrato della chiese fermò un viandante per avere l’indicazione come raggiungere il mercato. Emise un sospiro, perché per sua buona sorta ce ne era solo uno: quello dove si vendeva frutta, verdura, carni e indumenti.

Non faticò a rintracciare Gwen che era accompagnata da un donna grassa e dall’aria sprezzante. Si atteggiava a gran dama nel vestire e nel muoversi ma frate Ethan aveva imparato a riconoscere le vere dame da chi cercava di scimmiottarle. Lei non l’avrebbe ingannato. Finse di trovarsi per caso vicino alla ragazza che lo salutò con deferenza. La donna sgranò gli occhi perché Gwen conosceva questo frate che le apparve subito una persona da tenere sul palmo di una mano.

«Chi è?» chiese curiosa.

Gwen aspettò un attimo prima rispondere che era un ospite importante della locanda dove lavorava come serva. Questo accese ulteriormente la curiosità di Maria Agnes.

Con fare umile la ragazza disse a bassa voce: «Questa signora desidera conoscervi».

Il frate represse la risata per non tradirsi. Gwen stava recitando alla perfezione. Con distacco, quasi a sufficienza, fece un inchino e chiese il nome della donna dopo aver detto il suo.

«Maria Agnes» rispose.

Il ghiaccio era rotto.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili – Una storia di Canterbury – parte settima

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Una notte magica San Giovanni

Il viaggio verso Maidstone non era cominciato sotto i migliori auspici. Dopo poche miglia si era rotto il mozzo destro della carrozza. Poi la strada era in pessime condizioni per la pioggia che era caduta copiosa nel mese di aprile, ma nemmeno maggio era stato più clemente. Il cielo era imbronciato e non prometteva nulla di buono.

Dopo sette giorni con molte soste e un’andatura rallentata dal fango e dalle piogge frate Ethan entrò nella capitale del regno.

Frate Ethan si presentò nel castello di King James e chiese udienza, mentre la sua scorta, un capitano e sei soldati, si acquartierava in uno spiazzo nei pressi.

Un valletto lo accolse con freddezza. «King James è impegnato» disse senza specificare quando si sarebbe liberato e avrebbe concesso di riceverlo.

Il frate disse laconico: «Aspetterò che King James sia disponibile».

Il valletto lo accompagnò in una stanza buia e con poco mobilio. Un piccolo tavolo di legno scadente, una sedia rustica e alquanto scomoda, una finestrella senza vetri che guardava un cortile interno e il camino spento. L’umidità esterna aveva ricoperto quei mobili di una patina lucida e bagnata. Il frate si strinse per bene nella mantella pesante da viaggio per proteggersi dal freddo umido della stanza, sistemandosi sulla sedia di ciliegio per nulla comoda.

Aspettò paziente che il valletto lo venisse a chiamare. All’ora sesta sperò di vedere qualcuno che lo invitasse a un banchetto ma la sua speranza rimase delusa. All’ora nona se ne andò tra l’indifferenza generale. Raggiunse la locanda ‘Al tabarro’, che gli avevano indicato come la migliore di Maidstone. Qui trovò il suo bagaglio e una ampia stanza confortevole, riscaldata dal fuoco nel camino.

Fatto un bagno caldo per togliere l’umidità accumulata nell’attesa, frate Ethan scese nella sala dove si mangiava. Aveva una fame da lupi, perché digiunava da quasi ventiquattro ore.

Una servetta svelta dallo sguardo furbo gli servì una fumante zuppa di verdure con pane nero di segale. Rinunciò al vino, perché odorava di aceto e si fece portare un boccale di birra scura. In breve tempo lasciò la scodella di stagno lucida come se fosse immacolata. Avrebbe fatto il bis ma ci rinunciò. “Un po’ di digiuno fa bene allo spirito e mortifica la carne”. Però non seppe dire di no a un pezzo di formaggio di capra stagionato e al vino caldo speziato per chiudere la cena.

Prima di alzarsi dal tavolo chiamò la servetta, perché era certo che sapeva tutto del bibliotecario cieco. Da dove nasceva questa certezza non lo sapeva ma il suo intuito glielo faceva supporre.

Lei si avvicinò titubante. Quel frate le inspirava fiducia ma sapeva che il padrone non voleva che si importunasse i clienti.

«Desiderate altro?» chiese incurvando la testa per osservare la porta della cucina.

«Sì. Un’informazione».

«Chiamo Robert, il padrone. Di certo lui saprà soddisfare la vostra curiosità» aggiunse con un filo di voce. Con la coda dell’occhio l’aveva visto uscire dalla cucina per servire al banco delle mescite.

«No. Mi siete sufficiente voi. È un’informazione di poco conto».

La servetta mostrava chiari atteggiamenti di insofferenza e di timore che il padrone la cacciasse via. Lei aveva bisogno di quei quattro soldi con cui Robert la pagava.

«Se mi ordinate qualcosa, posso ascoltarvi».

Frate Ethan si grattò la corta barbetta che adornava il mento. “La zuppa è ottima ma dopo formaggio e vino proprio non ci sta».

«Bene. Portatemi una generosa fetta del formaggio di capra di prima e un boccale di birra» ordinò a voce alta per distogliere l’attenzione dell’oste da loro e soggiunse a voce bassa: «Vorrei delle informazioni sul bibliotecario di King James».

La servetta fece un inchino, annuendo di aver compreso che cosa voleva sapere il frate.

«Il tempo di andare in cucina a prendere il formaggio». E si allontanò seguita dallo sguardo indagatore di Robert.

«Vi stava importunando?» chiese acido l’oste che si era avvicinato al tavolo.

Frate Ethan scosse il capo e fece un mezzo sorriso. «Tutt’altro. È una ragazza sveglia e molto educata. Voleva sapere se la cena era stata di mio gradimento. Come vedete ho fatto il bis del formaggio, davvero squisito».

Robert si allontanò richiamato dalla cucina, mentre la servetta tornava con formaggio e birra. «Ecco quanto avete ordinato» e sussurrando in modo impercettibile aggiunse «Al mattino sono libera. Se vi trovate all’ora terza sul sagrato di Saint George, vi posso dare tutte le informazioni».

Frate Ethan annuì e alta voce le fece i complimenti per il desinare.

Soddisfatto si ritirò nella sua stanza. Il giorno dopo avrebbe potuto conoscere qualcosa di più su questo misterioso bibliotecario.

Abituato ai ritmi del monastero al primo albore era già sveglio. Sorrise rimettendosi sotto le coperte. Il camino spento e la nottata insolitamente fredda per la stagione l’avevano convinto a restare al caldo in attesa della colazione.

All’ora terza dopo la colazione con una zuppa dolce d’avena e latte appena munto, frate Ethan si recò all’appuntamento con la servetta.

«Se entriamo nella cattedrale, possiamo trovare un posto defilato per parlare di Glovine» suggerì la servetta avviandosi verso una porta laterale.

Si sistemarono vicino a un confessionale immerso nella penombra e da tempo non usato, perché una sottile pattina di polvere era presente un po’ ovunque.

Dopo essersi sistemati su due sedie prelevate da una pila, la servetta prese l’iniziativa. «Ditemi cosa volete conoscere di Glovine. Vi avverto che è alquanto complicato avvicinarsi».

Il frate sorrise. Gli venne un’idea per rendere più riservato il loro incontro. «Mi siedo nel confessionale e voi nell’inginocchiatoio della postazione di sinistra, la più defilata. Vedo che c’è un sedile e la possibilità di tirare una tenda».

La servetta annuì perché l’idea era buona, facendolo sembrare l’incontro tra un cappellano e una penitente.

«Avete detto che si chiama Glovine».

Un sì appena bisbigliato confermò il nome.

«La biblioteca non è nel castello di King James. Dove si trova?»

La servetta sorrise, perché il frate era al corrente di questo dettaglio. «È nel Palazzo dietro l’abside della cattedrale ma raramente viene aperto il portone per far entrare degli estranei. Glovine ama il silenzio delle grandi sale e il profumo della pergamena dei libri che custodisce».

Adesso era il turno del frate a sorridere. “A quanto pare, la servetta è ben informata”.

«Come vi chiamate? Io sono frate Ethan».

«Gwendolyn ma tutti mi chiamano Gwen».

«Un nome curioso e insolito».

Gwen sorrise. “Questo frate la sa lunga” si disse. «Mio padre era gallese ed è arrivato qui come prigioniero molti anni fa. Poi ha incontrato Annie, mia madre, ed è rimasto».

Una ragazza un po’ selvatica ma di indole buona e sincera”. Era arrivato il momento di saperne di più di Glovine.

«Come si può avvicinare il bibliotecario?»

Gwen sospirò e narrò che era in pratica inavvicinabile a meno che King James lo autorizzasse a ricevere gli ospiti.

«Però…» e la ragazza si interruppe. Pensò che fosse meglio centellinare le informazioni.

Furba la ragazza. Le informazioni me le darà un pezzetto alla volta per ottenere qualche denaro d’argento”. Il frate rimase in silenzio come se volesse meditare su quel però.

«Facciamo così» affermò con voce decisa. «Io vi darò tre denari d’argento e diversi penny per quello che mi direte. Se lo giudicherò meritevoli d’interesse, aggiungerò qualche altro pezzo di danari» e fece tintinnare una borsa che era nascosta sotto il saio. Era sicuro che i denari d’argento le avrebbe sciolta la lingua piuttosto in fretta. “Tanto questi pezzi me li ha donati prima di partire Sir Percival per farne buon uso”. Represse una risata in attesa di conoscere cosa aveva da raccontargli la ragazza.

A Gwen luccicarono gli occhi, perché nei suoi sedici anni di vita di pezzi d’argento non li aveva mai visti.

Stay tuned for next Episode

Racconti impossibili – una storia di Canterbury – parte sesta

Prosegue la storia e voi direte uffa ma io insisto. Se leggete gli arretrati qui forse cambiate idea 😀

Frate Ethan percorse un corridoio rischiarato da grossi ceri per recarsi nello studio di sir Percival. Era irritato e tutto il discorso preparato durante la camminata era svanito. Recitò mentalmente diversi Actus contritionis per espiare le male parole pronunciata davanti al portone.

Gli abiti che indossava erano di lana grezza e prudevano non poco. Il frate resistette al prurito mentre si introduceva nello studio in rosso di Prince John, sistemandosi accanto al camino. Era ancora intirizzito per la pioggia presa durante la sosta davanti al portone.

Sentì la porta aprirsi: era il maestro della casa che gli porgeva una bevanda calda. Il caldo del fuoco e del vino speziato sciolse l’umido accumulato durante la camminata. Il sangue aveva ripreso a circolare e mani e naso divennero rossi.

“Sir Percival mi vuole innervosire perché tarda a venire”. Erano queste le sue riflessioni, quando finalmente Prince John fece la sua comparsa.

Lo guardò perplesso perché non intuiva i motivi della sua venuta. “Forse ha indagato sulla fallita tresca con la novizia?” Si sentiva in ansia per il timore che le parole del frate potessero metterlo in imbarazzo.

«Ho un bel po’ di notizie da Saint Church» esordì senza troppi preamboli.

Sir Percival sbiancò e si sedette sulla sua poltrona preferita come per evitare di cadere. Da lì poteva vedere in volto il suo confessore.

«Ho raccolto voci su…» Frate Ethan fece una pausa a effetto per tenere sulle spine Prince John. Doveva fargli pagare il dispetto di essere stato tenuto sotto la pioggia per un bel po’ di tempo davanti al portone sbarrato.

«Quali voci?» Fece sir Percival con un filo di voce. Immaginava che si riferisse all’episodio della novizia Alyssa e della madre badessa.

«Le voci girano in fretta. Si spettegola su tutto anche su questo» Il frate sfumò la voce in maniera ambigua.

«Se siete più chiaro, forse sono in grado di dare qualche spiegazione». Il volto era terreo e la voce incerta.

Frate Ethan sorrise, perché capì d’averlo in pugno. Quel lontano ricordo era troppo presente nella sua memoria affinché potesse essere messo nel dimenticatoio. Rimase in silenzio guardandolo fisso. “Ben vi sta per avermi mancato di rispetto” pensò prima di cominciare il discorso della sua andata alla corte di King James a Maidstone.

«Dunque vediamo da dove cominciare» disse, estraendo delle pelli di agnello dal corsetto di lana. Un ghigno di soddisfazione comparve sul suo volto. Srotolò sulle sue gambe le pelli, mentre Prince John allungava il collo nel tentativo di leggere cosa c’era scritto.

«Allora» riprese il frate, «voi avete avuto una tresca con…». Nuova pausa del frate come se cercasse un nome, mentre sapeva bene cosa doveva dire.

A sir Percival tremò visibilmente il labbro inferiore, che si contraeva con moto involontario, mentre il piede pestava con forza il pavimento.

«Ah! Ecco ci sono! Voi avete avuto una relazione con Lady Clarence, la vedova del duca di Sevenoaks» e alzò gli occhi verso di lui.

«Vi ho già spiegato che sono tutte falsità» affermò con veemenza, ricordando la confessione del giorno precedente.

Un sorriso ironico comparve sul volto del frate. “E chi ci crede?”. Sir Percival distese i lineamenti del viso e riacquistò il controllo della mente e del corpo, perché la visita non verteva sulla novizia Alyssa.

«Saranno falsità, ma le voci dicono che nove mesi esatti dal rientro a Sevenoaks è nato il futuro duca».

Prince John si rilassò ascoltando queste parole. “Non mi disturbano, perché sono mesi che queste voci girano. Ben diverso sarebbe se circolassero l dettagli del mio tentativo con la novizia”.

«Eppure giurano che il futuro duca vi assomigli molto. Stessi capelli rossicci, il mento squadrato e il naso leggermente storto» spiegò il frate fingendo di leggere le pelli d’agnello che teneva sulle gambe.

«Ammesso che sia vero ma non lo è, vi ho già spiegato tutto ieri. Il defunto duca di Sevenoaks, pace all’anima sua, per queste malignità mi ha tolto il saluto e fatto cadere in disgrazia presso la corte di King James».

«Allora ammettete la relazione tra voi e Lady Clarence?»

«No!» Era più un ringhio rabbioso che una negazione.

«D’accordo ma non scaldatevi per questo. Io volevo discutere con voi di come riabilitare la vostra reputazione e cancellare il sospetto avvelenamento del duca di Sevenoaks».

Sir Percival sorrise e col capo gli fece cenno di proseguire.

«Ho bisogno del vostro aiuto per andare a Maidstone per investigare e scoprire il colpevole».

Prince John annuì che era d’accordo sull’aiuto.

«Dovete convincere il priore Abbey a lasciarmi partire per la capitale del regno e voi darmi una scorta per arrivare sano e salvo a Maidstone».

Sir Percival spalancò gli occhi. “Per così poco ha montato un caos incredibile”. «Cosa dovrei dire al priore?»

«Beh! Potreste raccontargli una balla qualsiasi. Ad esempio una missione delicata presso la corte, perché voi non potete recarvi là».

Sir Percival annuì appoggiando il mento sul palmo della mano e stava per dire qualcosa, quando il frate aggiunse un’altra richiesta.

«Dovete farmi accompagnare per rientrare a Saint Church. Piove e fa freddo».

Qualcuno bussò alla porta. «Avanti!» urlò uno spazientito Sir Percival e comparve il maestro della casa con tonaca e mantello del frate, che depose presso il camino.

Dopo essersi cambiato, frate Ethan ritornò in carrozza a Canterbury sotto una pioggia gelida e battente.

Tre giorni più tardi il frate comodamente seduto su una carrozza scortato dai sei soldati partì per Maidstone.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili – una storia di Canterbury – quinta parte

Prosegue la storia col frate Ethan che … non dico altro. Le altre puntate le trovate qui.

Frate Ethan recitò quasi meccanicamente le preghiere del mattutino, perché aveva la mente rivolta altrove. Sbuffò al pensiero di mettersi al confessionale, prendere l’ostia consacrata e infine la colazione nel refettorio.

Tempo perso” borbottò, suscitando lo sguardo malevole del frate accanto a lui. Non aveva capito cosa aveva detto ma aveva rotto la sua concentrazione nel pregare.

Frate Ethan alzò le spalle in modo impercettibile per non creare un disputa che avrebbe prodotto solamente una perdita di tempo. “Dovrei tagliarmi la lingua a volte” pensò mentre recitava Actus fidei. Il tempo non passava mai e le lodi al Signore per il nuovo giorno non finivano più. Avrebbe voluto sbuffare per l’impazienza di correre al castello ma si trattenne.

La mattinata trascorse lenta e noiosa mentre preparava mentalmente il discorso da fare a Prince John. Ascoltò sbadatamente le confessioni di novizie e suore, che quasi non lo riconoscevano, abituate alle sue battute maliziose. Mangiato in fretta pane nero raffermo e una zuppa di cipolle, uscì dal convento.

La giornata era tutt’altro che ideale per un uomo a piedi. Una pioggia leggera bagnava ogni cosa e nonostante il cappuccio sul capo avvertiva nel corpo tutta l’umidità della giornata.

Salire a piedi fino a Devil’s Castle non era una passeggiata di salute. Il maniero stava sul cocuzzolo di una collina bassa appena fuori le mura di Canterbury, una posizione ideale per dominare la piana che si estendeva attorno alla città, capitale del principato di Sir Percival. Pur non troppo distante dalle mura la camminata, anche a passo svelto, non finiva mai.

La strada era sufficientemente larga per ospitare affiancate due carrozze oppure sei cavalleggeri armati. Ai suoi lati querce offrivano un comodo riparo dal sole estivo. Tanto polverosa d’estate, quanto fangosa era in autunno e primavera. Però ormai erano troppi i giorni pioggia e la via era difficoltosa anche per le carrozze o cavalieri. Per i viandanti era un incubo col rischio di scivolare a ogni passo.

Era la sesta ora quando frate Ethan bussò con energia al portone massiccio di quercia per farsi aprire. Borchie di rame servivano a tenere uniti diversi strati di legno ed era difficile abbatterlo anche con una testa d’ariete.

Il saio e il mantello erano ricoperti da uno spesso strato di fango come i calzari di cuoio. Erano gli effetti della camminata per giungere fino a lì.

Un soldato aprì uno spioncino quadrato per vedere chi voleva entrare.

«Sono frate Ethan» affermò stizzito. «Devo conferire con Sir Prince John Percival».

Lo spioncino si richiuse ma il portone non si aprì.

Il frate era furioso perché stava sotto la pioggia e fuori dal castello come un penitente. Una pozza di acqua fangosa si formò sotto di lui, mentre spazientito bussò con rinnovato vigore il portone. Di nuovo lo spioncino si aprì e il viso di un secondo soldato lo guardò stringendo gli occhi che mostravano stupore.

«Cosa avete? Non avete mai visto un frate infangato?» Berciò con tono irritato, mentre la sua pazienza lasciava il posto alla collera.

Anche questa volta lo spioncino si chiuse senza che il portone si aprisse.

Infuriato lanciò qualche maledizione verso di loro nominando il nome di Dio invano. Poi si raccolse in preghiera per essersi lasciato andare. Però doveva entrare e i soldati di guardia lo tenevano fuori alla pioggia che era aumentata d’intensità, mentre un vento freddo e gagliardo si insinua sotto la tonaca.

Il frate si guardò intorno alla ricerca di qualcosa. Trovò un robusto bastone abbandonato da qualcuno. Lo raccolse e con quello picchiò più volte sul portone mandando un rumore sordo.

Ancora un volta lo spioncino si aprì mostrando il viso di un giovane soldato. Con mossa fulminea frate Ethan afferrò l’elmo e lo tirò verso di sé. Il giovane rimasto sorpreso non reagì con prontezza e si trovò incastrato nello spioncino.

«Ci rimarrai lì finché questo portone non si aprirà» urlò con tutta la rabbia covata dentro.

«Ma signore chi è lei?» Il tono supplichevole del ragazzo fece ridere il frate prima di ripetere il suo nome.

«Sono il confessore di Prince Sir John Percival e se non aprite in fretta finirete nelle segrete del Castello».

«Cosa succede?» Una voce matura chiedeva informazioni sul trambusto.

Dopo un breve conciliabolo frate Ethan sentì un perentorio: «Aprite subito il portone».

Un rumore di chiavistelli e catenacci che venivano azionati indusse il frate a mollare la presa. In un batter d’occhi il giovane sparì e il portone si dischiuse.

Il capitano delle guardie trattenne una risata coprendosi la bocca alla vista del frate fradicio di pioggia e infangato come un maiale.

«Non potete presentarvi al cospetto di Prince John in questo stato. Entrate in questa stanza mentre vi procuro dei panni asciutti».

Frate Ethan intirizzito dal freddo e per la pioggia si accostò al camino, dove crepitava il fuoco. Un leggero vapore si levò dal mantello, mentre il fango tendeva a seccarsi sulle gambe e sulla tonaca. Si guardò intorno alla ricerca di un bacile e dell’acqua per darsi una rinfrescata.

«Ecco dei panni asciutti. Sir Prince è stato avvertito della vostra venuta. Alcuni servitori arriveranno tra poco con una portantina per condurvi al suo cospetto». Spiegò con tono umile nella speranza che non parlasse troppo male per averlo tenuto fuori del portone.

Il frate si diede una rapida rinfrescata prima di indossare dei panni caldi che cadevano un po’ troppo ampi.

«Questi» lo informò il capitano, indicando quello che il frate si era tolto. «Lasciateli qui. Non appena sano presentabili ve li porteremo asciutti e lindi.»

Doveva farsi perdonare per quello che avevano combinato i suoi uomini.

Poco dopo una portantina lo portò al cospetto di sir Percival.

Stay tuned for next Episode.

 

Racconti impossibili – Una storia di Canterbury – quarta parte.

Prosegue la storia impossibile e le altre puntate, per chi ne avesse perse qualcuna le trovate qui.

Una notte magica San Giovanni

 

Il giorno seguente Frate Ethan si sedette di nuovo alla scrivania con tutto l’occorrente per scrivere. Prima di addormentarsi aveva riflettuto sulla novizia Alyssa convenendo che era meglio accantonare i propositi di portarla nel suo giaciglio. Sarebbe stata un’impresa disperata con zero probabilità di riuscita.

Quindi era più utile dedicarsi a indagare sulla morte del duca di Sevenoak. Un’indagine sicuramente difficoltosa ma che avrebbe potuto metterlo in luce con King James. Srotolò le pelli di agnello su cui aveva appuntato alcuni fatti, decidendo di metter in fila i possibili mandanti con motivazioni e punti a favore.

Il primo mandante, Sir Percival, era anche l’unico accusato del riuscito avvelenamento, pur non essendolo formalmente. La motivazione poteva essere per le accuse che il duca gli aveva mosso ma Prince John l’aveva negato sempre con forza. Non ricordava che gli avesse mai detto durante le confessioni settimanali di aver avuto un rapporto carnale con Lady Clarence. “Non vuol dire nulla, perché chissà quanti altri peccati non ha confessato”. Però aveva un grosso punto a favore: era lontano dal regno di Kent da oltre un mese, perché combatteva nel Galles sotto le insegne di King James.

Il secondo possibile mandante era il conte di Rochester. Questo aveva una forte motivazione a ucciderlo: la perdita dell’isola di Sheppy, un punto strategico per i commerci. Con la morte del duca aveva avuto la possibilità di recuperarla sotto la sua contea. Frate Ethan mise un bel punto esclamativo accanto a questo nome.

Anche il duca di Crowley aveva un motivo altrettanto forte: tornare in possesso completo della foresta di Surrey Hill che era una fonte di notevoli introiti per il suo ducato. La perdita del possesso di metà bosco, oltre a falcidiare i guadagni l’aveva costretto a vendere il legname a prezzi inferiori, perché aveva un concorrente temibile. Il duca di Sevenoaks aveva usato motivi pretestuosi per ottenere la metà del bosco. Con la sua morte aveva recuperato anche la parte sottratta. “Direi che anche il duca di Crowley aveva più di un motivo per ucciderlo, oltre alle possibilità di farlo” si disse il frate, appoggiandosi allo schienale. Anche lui era un probabile sospetto.

Il conte di Tonbrigde aveva giurato di fargliela pagare per l’occupazione delle sue terre in modo del tutto illegale” rifletté il frate, grattandosi la corta barbetta. “Senza muovere il suo esercito è tornato in possesso di Tunbrigde Wells con la morte del duca”.

Più rifletteva, più era convinto dell’innocenza di Prince John. “È vero che si odiavano per le accuse di adulterio mosse al cognato ma alla fine non avrebbe tratto nessun vantaggio dalla sua morte. Anzi ne avrebbe ricavato un nocumento come è poi avvenuto con la sua messa al bando dalla corte del re. Quindi è quello con le motivazioni minori. Solo una vendetta personale? Uhm! Sarebbe stato uno sciocco e lui non lo è”.

Frate Ethan chiuse gli occhi come se volesse concentrarsi sul maggiore sospettato tra quel quartetto. In realtà meditava come raggiungere il bibliotecario cieco che gestiva i preziosi volumi di King James a Maidstone. Aveva sentito dire che era molto riservato ma anche informato su tutti i pettegolezzi di corte e non solo quelli. «Lui non ci vede, ma pare che l’udito sia finissimo» e frate Ethan rise alla sua battuta. Lui non aveva avuto modo di frequentarlo. Il frate sorrise a questo pensiero, perché si era allontanato da Saint Church pochissime volte per visitare qualche chiesa di campagna nei dintorni di Canterbury per aiutare il prevosto nelle confessioni. Non conosceva neppure la strada per raggiungere la capitale del regno di Kent.

«Mi perderei fatte poche iarde fuori dalle mura di Canterbury» borbottò allegro, pensando a chi gli poteva fare da guida. Ebbe un guizzo, un’idea e sorrise. «Certamente! Sir Percival mi avrebbe dato un suo uomo come guida. Ma come convincere il priore del convento a lasciarmi partire?»

Non gli veniva in mente nulla. Vuoto assoluto. Tre squilli di campane gli ricordarono le preghiere del mattutino ma gli risvegliò la mente. Adesso sapeva come. Messe da parte pelli di agnello e penna, si avviò verso la chiesa con l’allegria dipinta sulla faccia.

«Prince John mi fornirà l’accompagnatore e perorerà la mia istanza presso il priore». Detto questo si accodò agli altri frati per le recita del primo albore.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili – Una storia di Canterbury – terza parte.

Ci fosse riuscito a superare le prime due parti – qui le trovate a vostro rischio e pericolo. Adesso vi aspetta l’obbrobrio della terza parte di questo racconto nato dal prompt generato da Obbrobrio del duo Alessandro Cassano e Gaia Conventi di Giramenti. Un duo veramente spassoso.

 

Frate Ethan, tornato in Abbazia pensò come entrare in relazione con la novizia Elyssa. “Non è facile avvicinarla, visto che è guardata a vista dalla madre badessa”. Si grattò in testa e serrò gli occhi nel chiuso della sua cella, un quadrato di tre per tre iarde di Canterbury con una piccola feritoia per dare luce e aria alla stanza. Un pagliericcio e un inginocchiatoio completavano l’arredamento.

Il frate rielaborò le informazioni ricevute da Sir Percival. “Come diavolo ci sia riuscito non riesco a immaginarlo né ipotizzarlo. La novizia vive in una cella accanto alle stanze della madre badessa, ben separata dal resto delle suore e le giovani aspiranti alla vita monastica. Quali argomenti persuasivi abbia usato per convincerle mi piacerebbe conoscere”. Più si scervellava, meno trovava una risposta al suo quesito. Disse svogliatamente un paio di preghiere, tanto per dare fumo negli occhi agli altri frati, e andò a sistemarsi nel confessionale di Saint Church in attesa che qualche giovane suora o novizia venisse a confessarsi. Quelle più anziane e acide le liquidava in poco tempo con qualche Pater Noster e Confiteor. Era la carne fresca il suo obiettivo per scaldare il suo pagliericcio nella zona degli ospiti. “I peccati sono tutti uguale. Atti impuri” e il frate sorrise associando questo peccato alle usanze del convento di fare sesso tra loro. “Invidia… ma di cosa?” Non aveva mai capito che cosa potessero invidiare vista la vita monastica che conducevano. “Peccati di gola” e rise con tono sommesso. In effetti erano grasse come porcelle. “Ma va bene così. Almeno c’è un po’ di carne da stringere e non solo ossa”.

«Frate vorrei confessare i miei peccati» affermò con tono appena percettibile suor Emily che si appoggiò alla grata in attesa di sentire il suono della voce del confessore.

Lui sbuffò tossicchiando. “Cosa dovrà mai confessare questa suora incartapecorita?”

«In cosa avete peccato sorella Emily?» Frate Ethan usò un tono leggermente dolce, perché sapeva che era molto permalosa.

Suor Emily era tra le anziane del gruppo, vecchia e grinzosa come una buccia di limone, confessava tutti i giorni non si sa quali peccati.

Mentre la vecchia suora elencava una lunga lista di peccati commessi, frate Ethan si doveva trattenere dal mandarla al diavolo.

«Solo questi? Non avete dimenticato qualche altro peccato?» Domandò ironico, facendo imporporare la suora.

Sorella Emily farfugliò qualcosa e pensò che finiva sempre con quella frase facendola peccare di nuovo. L’atteggiamento del frate confessore la infastidiva ma non poteva confessare che era proprio lui il bersaglio delle sue invettive segrete.

«Ho avuto pensieri cattivi verso una persona buona e caritatevole» aggiunse chiudendo gli occhi.

Frate Ethan ridacchiò sommessamente cercando di non farsi udire dalla suora.

«Recitate cinque Pater Noster e dieci Confiteor per mondarvi dai vostri peccati. Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen».

Il frate avvertiva inquietudine e decise che meglio non confessare altre suore peccatrici. Si tolse la stola bianca, si alzò e infilate le mani nelle ampie maniche del saio si avviò verso la stanza che occupava nell’area degli ospiti.

Si sedette sulla poltrona di noce accanto al camino a riflettere. Per la novizia Alyssa era meglio lasciar perdere. “Troppi rischi per finire in bianco”. Questo avrebbe mortificato il suo ego di maschio. Però era un altro il pensiero che ronzava nella sua testa: era l’ultima affermazione di sir Percival. “Afferma che non è stato né il mandante né l’esecutore dell’avvelenamento del duca di Sevenoak. Logicamente la sua spiegazione è ineccepibile anche se il dubbio permane”. Decise che avrebbe fatto luce su questo controverso episodio. “Da domani” e si preparò a scendere nel refettorio.

Al rientro frate Ethan si sistemò sulla sedia davanti alla scrivania di quercia a capretta, disponendo sul piano una penna d’oca, inchiostro nero ferrogallico e diverse pelli di agnello. Voleva appuntare alcune informazioni prima che sparissero dalla sua mente. Di alcune ne aveva sentito parlare durante i suoi viaggi per la contea di Kent. Le aveva assunte come pettegolezzi ma adesso acquistavano un certo valore. Altre le aveva fornito sir Percival durante la sua visita a Devil’s Castle per confessare il principe. Però il grosso lo doveva scoprire da sé.

Che ci sia stata ruggine tra loro è provato dalle molte chiacchiere nate dal soggiorno di Lady Clarence, consorte del duca e cognata di Prince John, al castello per trovare Lady Mary, la sorella”. Un sorriso beffardo comparve sul viso del frate. Ricordava le accuse mosse dal duca al cognato di avere avuto una relazione con la moglie. Qualcuno aveva pettegolato che nove mesi dopo il ritorno di Lady Clarence era nato Geoff. Il frate appuntò questi due dettagli. “Verificare. Ma come?” Sorrise, perché conosceva bene Sir Percival, uno a cui piacevano molto le sottane ma molto abbottonato sulle sue scorribande amorose.

Però ricordò le dispute tra il duca di Sevenoak e il conte di Rochester per il possesso dell’isola di Sheppey che King James assegnò al duca con grandi mugugni dell’altro contendente. Il conte non si rassegnò mai alla perdita dell’isola. “Di sicuro avrebbe avuto più di un motivo per avvelenare il duca. Forse più forte di quello di Sir Percival”.

Il frate appuntò anche questa disputa. “Ma non la sola. Anche il bosco di Surrey Hill è stato motivo di un’aspra controversia. Una ricca foresta contesa col duca di Crowley. Anche in questo caso King James ha mediato tra i due contendenti, dividendo la foresta in due parti. Però le scaramucce sono proseguite con accuse reciproche di rubare il legname degli alberi sulla linea di confine. L’inimicizia è stata molto forte, terminata solo con la morte del duca di Sevenoak”.

Spulciando tra i suoi ricordi, si rammentò di un’altra disputa per il bosco di Tunbrigde Wells. “Questa volta il duca non ha aspettato la mediazione di King James perché di forza se ne è impadronito. Il conte di Tonbrigde ha protestato a lungo presso il re senza ottenere giustizia”.

Il frate si chiese i motivi per cui il re lo proteggeva e poi accusò Sir Percival della morte del duca di Sevenoak. “L’unico modo è indagare a corte”. Però doveva avere un motivo per recarsi là.

Pulì con cura la penna, arrotolò le pelli dove aveva scritto i punti chiave della sua indagine e si stiracchiò. Le ombre della sera si allungavano nella stanza ed era tempo di accendere le candele. I sei rintocchi della campana gli ricordarono che doveva scendere per le lodi serali e i riti del vespro. Poi doveva sistemarsi nel confessionale per ascoltare i peccati di suore e novizie.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili. Una storia di Canterbury – seconda parte

Le altre puntate le trovate qui.

I tre cunicoli

Un paese rinasce

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pagina dell’autore

 

«Dunque ditemi. Vi volete confessare?»

Sir Percival accennò con la testa che era sua intenzione.

«E perché non siete venuto all’Abbazia?»

Frate Ethan si divertiva a tenere sulle spine Prince John con piccole stilettate che lasciavano il segno.

Sul volto di Sir Percival comparve una smorfia non di dolore ma di fastidio. Si impose di mantenere la calma senza cadere nei tranelli del frate. «Preferisco l’intimità di questa stanza».

Frate Ethan sorrise. Conosceva il suo pollo e pur essendo giovane sapeva come destreggiarsi con la nobiltà. In questo caso un po’ ammaccata. Aveva trent’anni ma era diventato il più ricercato confessore del regno di Kent.

Frate Ethan ritenne che era finito il tempo dei preamboli e dei colpi di fioretto. Adesso doveva usare la spada perché era venuto il momento di affrontare il motivo della confessione e affondare l’assalto. “Se prima si confessava una volta la settimana e poi ha evitato di venire a Saint Church per un anno, vuol dire che la questione è grossa”. Mentre pensava questo, sorrideva sornione.

«Ditemi Sir Percival, perché avete aspettato un anno per confessare i vostri peccati?»

Una domanda così diretta era un affondo che mise in difficoltà Prince John che balbettò qualcosa che il frate non comprese.

«Se parlate chiaramente posso assolvervi dai vostri peccati» precisò con tono ironico, infilando le mani nelle ampie maniche del saio. Se prima considerava una probabilità che avesse commesso un peccato capitale di difficile confessione, adesso ne aveva la certezza. “Non avrebbe aggrottato la fronte e farfugliato parole incomprensibili se la questione fosse semplice”.

«Ho peccato con pensieri impuri».

Frate Ethan trattenne una fragorosa risata che la risposta gli suggeriva. “Per così poco ha smesso di confessarsi? A chi la vuole dare da bere una panzana del genere?” Sul suo viso comparve un sorriso ironico e lo incalzò: «Volete specificare il tipo di pensieri impuri che avete avuto?»

Sir Percival farfugliò ancora qualcosa di poco comprensibile visibilmente imbarazzato.

Frate Ethan ritenne inutile ripetere la domanda, perché tra i balbettii di Prince John aveva intuito che era andato a letto con una giovane donzella. Quindi decise di affondare il colpo vedendolo in difficoltà. «Con chi vi siete accoppiato?»

Sir Percival divenne rosso. “Quel diavolo di frate come lo sa che avrei voluto accoppiarmi? Mi legge nel pensiero?”

Mentre di due uomini si fronteggiavano in queste schermaglie, Lady Mary origliava nascosta dietro un pesante tendaggio di velluto che la rendeva invisibile. Era curiosa di conoscere il peccato che il suo consorte aveva commesso. Sperò nascondendosi prima dell’arrivo del frate che non dovesse confessare l’arrivo di un nuovo bastardino. Però ascoltando quello che il confessore chiedeva in modo esplicito divenne nervosa. Avrebbe voluto uscire dal suo nascondiglio per accusare il consorte di averla tradita. Però si calmò, perché forse era un vecchio episodio di un anno prima che aveva sventato con l’aiuto di Clarence, la fidata dama di compagnia. Allora come adesso non aveva chiaro chi fosse la damigella che il consorte aveva tentato di portare nella loro camera da letto. Però quando era comparsa con la dama di compagnia in maniera del tutto inattesa, aveva provocato la fuga di due donne dal castello senza che lei le avesse riconosciute. Adesso avrebbe saputo i loro nomi. “Però parlano di una donzella ma io ne ho viste due”. Si fece più attenta per ascoltare quello che dicevano. Rimase immobile e respirò lentamente per non tradirsi.

«Suvvia Sir Percival o parla con chiarezza per essere assolto oppure me ne torno all’Abbazia alle mie preghiere» esclamò il frate spazientito da quel tergiversare inconcludente.

A Prince John non restò altra strada se non quella di spiegare il suo tentativo di portarsi a letto la novizia Alyssa con la complicità della madre badessa Agnes.

«Mi sembra una grave colpa quella di profanare una promessa sposa del Signore. Ma ditemi perché proprio lei e non un’altra?»

Frate Ethan era curioso di conoscere perché la scelta era caduta sulla piccola Alyssa, che lo aveva sempre evitato come confessore. Dai racconti delle altre novizie aveva convenuto che non era il caso di provarci. Era troppo timorata di Dio per cedere alle lusinghe del sesso. Inoltre era la cocca della madre badessa e ritenne opportuno non inimicarsela.

Lady Mary sorrise soddisfatta. “Dunque avevo intuito giusto cosa Sir John aveva avuto intenzione di fare”. Era compiaciuta per aver sventato i suoi piani. Non c’era più nulla d’interessante da ascoltare ma non poteva muoversi per non tradire la sua presenza. Sospirò lievemente e sperò che la confessione fosse giunta alla fine per poter sgattaiolare via e tornare alle sue occupazioni di ricamo.

Sir Percival rimase in silenzio perché l’assoluzione non era stata concessa. Dunque si rassegnò a spiegare i motivi. L’esposizione fu chiara e concisa, lasciando soddisfatto il frate ma facendo infuriare lady Mary che a stento non tradì la sua presenza, uscendo dai tendaggi.

Frate Ethan sorrise al pensiero della prossima preda. “Dunque è ancora vergine dopo quasi due anni di noviziato”. Si sfregò i palmi delle mani producendo un rumore secco. Conosceva bene le usanze del convento delle agostiniane. Chi entrava vergine, poco dopo non lo era più. “Come fanno quelle diavolesse di suore non l’ho mai capito durante la confessione delle novizie. Qualcuna ha accennato alle mani, altre hanno balbettato di oggetti non meglio identificati. Però il risultato finale è sempre lo stesso. Di novizie vergini ne ho trovate pochine. Questa Alyssa pare un’eccezione. Dovrò indagare”.

Arriva questa assoluzione?” Sir Percival iniziava a mostrare segni di nervosismo camminando senza posa per la stanza.

Il frate gli fece segno con la mano di non aver fretta e lo invitò a sedersi. «Vi vedo muovere agitato e questo mi innervosisce facendomi perdere la concentrazione della confessione. Avete altri peccati sulla coscienza?»

Sir Percival sbuffò e si sedette sulla sua poltrona preferita. “Se sapesse quanto mi sta innervosendo con le sue chiacchiere”.

«No, nient’altro».

«Eppure il nostro King James vi ha bandito da corte. Dicono che avete avvelenato un vostro nemico».

Prince John sgranò gli occhi. “Come si permette di insinuare queste falsità?” Fece un profondo respiro prima di replicare. «Col duca di Sevenoak non ero in buoni rapporti. Questo è noto e non lo nego. Però il duca si era fatto molti nemici più interessati a ucciderlo rispetto a me. In quel periodo stavo combattendo per le insegne di King James nel Galles. Quindi mi sarebbe stato difficile organizzare l’avvelenamento».

Frate Ethan ammise che il ragionamento non faceva una grinza. Era giunto il momento di assolverlo da peccato. «Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen». E gli impose di recitare cinque Pater Noster e cinque Confiteor. Poi si accomiatò con un duplice pensiero: come convincere la novizia Alyssa a giacere con lui e verificare la versione di Sir Percival sulla morte del duca di Sevenoak.

Prince John masticava amaro perché quel diabolico frate era riuscito a fargli dire molto di più di quello che aveva in mente. Si sedette sulla poltrona preferita a meditare sulle prossime mosse. “Quali?” e scrollò la testa perché ignorava quali fossero.

Mentre sir Percival rifletteva su se stesso, lady Mary fremeva per uscire dal suo nascondiglio. Sentiva le gambe e le braccia intorpidite per la scomoda posizione. “Speriamo che venga qualcuno a distrarre sir John”.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili: una storia di Canterbury – parte prima

Dopo aver pubblicato una storia nata in maniera strana. Ne propongo un’altra dove un generatore casuale di frasi propone titolo e trama. Ecco il testo

IL BOIA DELLA MORTE

Canterbury, Anno del Signore 1213. La confessione di un principe caduto in disgrazia conduce un arguto monaco a curiosare, inimicandosi la novizia di cui pretendeva di scaldare il letto. Chi è il colpevole di questo crimine criminale? Cosa nasconde il bibliotecario cieco che pare proprio quello di Umberto Eco?

Ho cambiato il titolo del racconto ma per il resto ho cercato si seguire la trama.

Canterbury, Anno di grazia 1213.

In quel anno del Signore la primavera tardava a Canterbury. Pioveva e faceva freddo. Le giornate grigie si alternavano ad altre grigie. Insomma era un grigiore che metteva malinconia.

Sir Prince John Percival, padrone di Devil’s Castle, ne aveva uno per capello. In realtà erano pochi i diavoli, visto che la testa aveva quattro sparuti pelucchi che in realtà non si potevano chiamare capelli e che si potevano contare sulle dita di una mano. Lui stava seduto sulla sua sedia preferita e appoggiava la testa sulle mani a coppa. Pensieroso guardava fuori dalla finestra aperta ma non vedeva nulla. Non era cieco ma semplicemente meditava sulle sue colpe.

«Devo chiamare frate Ethan» disse con tono lamentoso perché non si decideva a farlo da un anno. Era frenato dal dubbio di confessare le sue colpe e prendere una dura reprimenda dal frate, che conosceva come un paladino della fede e della purezza cristiana.

Sir John era nel suo studio in rosso per via dei tendaggi pesanti color cremisi. Il grande camino era acceso per mitigare i rigori della giornata, ma lui non pareva sentir freddo, perché teneva la grande finestra aperta. Molti preziosi libri rilegati in cuoio e con le iscrizioni dorate occupavano la grande libreria alla sua destra. Un morbido e prezioso tappetto orientale stava sotto la sua scrivania di noce.

Nel silenzio della stanza si udivano solo due rumori: il picchiettare della pioggia sulle tenere foglie del grande noce nel cortile del maniero e il crepitare del fuoco nel camino.

Sollevò il capo sentendo dei passi leggeri che si avvicinavano. Era Lady Mary, sua consorte.

«Sir Percival che avete? Sento lamentarvi. State male? Posso fare qualcosa per voi?» Il tono era amorevole ma sul volto c’era un ghigno che diceva ben altro: ‘ben vi sta e adesso patite le pene dell’inferno’.

Prince John scosse la testa e si arrabbiò con se stesso per essersi lasciato sfuggire quel nome. Milady sapeva che era il loro frate confessore e, se lui lo invocava, voleva dire che l’aveva combinata grossa. Ignorava la ragione ma di certo costava fatica al suo consorte chiamare il frate.

Lady Mary gli accarezzò il capo con tocco amorevole, chiudendo gli occhi per non tradirsi. Non voleva mostrare la sua soddisfazione perché il consorte era caduto in disgrazia dopo tutto il fiele che aveva dovuto trangugiare in vent’anni di matrimonio senza potersi ribellare.

«Mio diletto Sir Percival cosa posso fare per voi? Volete confessarvi con me perché possa alleviare le vostre pene?» insistette, divertendosi a mettere sale sulla piaga.

Prince John la guardò storto, digrignando i denti per non sbottare. “Solo a frate Ethan posso confessare le mie colpe” commentò in silenzio. Con gesto brusco della mano allontanò la consorte che ritenne opportuno uscire dalla stanza. Conosceva bene quel gesto foriero di sfuriate violente.

«Sì, una cosa potete fare» e fece una pausa mentre Lady Mary si girava lentamente verso di lui. «Mandate un servo a Saint Church, all’abbazia di Sant’Agostino. Chiedete che frate Ethan venga subito».

Lady Mary fece in breve inchino per confermare di aver capito l’ordine e che sarebbe eseguito con prontezza.

Prince John ruminava le sue colpe. Lui era un vassallo del re di Kent e non godeva più dei suoi favori. Da tempo era caduto in disgrazia sia socialmente sia economicamente. La siccità dell’anno prima aveva falcidiato tutti i raccolti e i suoi sudditi pativano la fame. “Sì, è la giusta punizione divina per aver messo gli occhi sulla novizia Alyssa, una promessa sposa del Signore”. Alyssa era la figlia minore del duca di Rochester. Una ragazza di diciotto anni, bionda come il grano maturo e dagli occhi blu come il cielo. La sua figura esile e flessuosa aveva attirato gli sguardi di molti signorotti di campagna pronti a contendersela colpi di fiorini d’oro. Tuttavia il conte era stato irremovibile: «Il convento delle agostiniane sarà la sua casa e il Signore il suo sposo ».

La povera Alyssa aveva abbassato il capo senza ribellarsi. Così il 25 dicembre del 1211 si era presentata alla madre badessa per iniziare il suo noviziato.

La bellezza di Alyssa di Rochester non era sfuggito allo sguardo rapace di Sir Percival che avrebbe voluto portarla nel suo castello ma c’era un ma. Questo era Lady Mary che non si sarebbe fatta da parte per lasciare il letto caldo alla giovane duchessa. “È vero che non ho saputo figliare ma John ci ha pensato con molte servette e io devo accudire diversi bastardini come se fossero figli miei”. Questo le pesava e doveva tacere. Se si fosse ribellata, il suo consorte avrebbe trovato il modo di ripudiarla e lei avrebbe patito la sorte di una reietta.

Prince John aveva tentato più volte di sbarazzarsi della presenza ingombrante di Lady Mary ma tutti i tentativi erano falliti. Nel 1212, anno bisesto ma tanto funesto, aveva tentato di giacere con la giovane Alyssa con la complicità della madre badessa ma era andata buca per colpa della consorte occhiuta e sospettosa. Adesso doveva confessare i suoi peccati a padre Ethan e questo gli costava molto. Era vero che era passato un anno con questi sensi di colpa che la furba consorte aveva sfruttato a suo vantaggio ma quando si recava a Saint Church per confessarsi, non ci arrivava mai. A metà strada invertiva il cavallo e si rifugiava nel suo castello. Adesso era giunto il momento giusto per confessare i peccati carnali commessi. Alla giovane Alyssa ci pensava sempre ma era diventata il suo incubo notturno e ogni mattina si svegliava sempre più stanco e privo di forze.

Dunque Sir Percival scuro in volto aspettava con impazienza l’arrivo del frate confessore per mettere fine alle notti insonni. Non più giovane e senza un erede né maschio né femmina avrebbe dovuto cedere il comando a uno dei fratelli a meno che… Scosse il capo, perché la sua era solo una fantasia. Ci aveva provato per oltre dieci anni ma Lady Mary non era mai restata incinta, nemmeno per sbaglio. Adesso era troppo vecchia per provarci ancora e si era sfogato su contadinelle timorose o servette procaci. Così aveva messo al mondo quattro bastardini, tutti maschi, ma senza prospettive future a meno che il re di Kent non avesse trasformato quei bastardini in figli legittimi. Sir Percival non ci credeva perché il re del Kent lo aveva bandito dalla sua corte, quando lui era stato sospettato dell’uccisione del duca di Stanavon. “È vero che ci ho pensato ma sono innocente. Quando è morto, tutti hanno pensato a me, perché conoscevano quando lo odiassi. Il re del Kent ha creduto ai miei accusatori e non alle prove di non aver commesso nulla. Non sono stato formalmente accusato e processato, perché sapevano che ero innocente e le loro prove non avrebbero retto al giudizio dei saggi. Sono stato emarginato ed è come se mi avessero condannato a morte”.

Il bussare alla porta lo distolse da questi pensieri. La voce del maestro della casa annunciò l’arrivo di un ospite: «Frate Ethan dell’Abbazia di Sant’Agostino» e lo introdusse nello studio di Prince John.

«Mi avete convocato al castello. In che modo posso servirvi?» Lo sguardo era furbo e la voce ironica. “Se mi avete fatto venire di fretta, questa volta deve confessare un peccato assai grave” rifletté il furbo frate. Era ancora giovane ma assai smaliziato. Con la scusa di confessare le giovani ragazze di Canterbury e del contado, ne abusava sessualmente. Loro conservavano in silenzio per la vergogna che provavano. Se poi fossero vergini, spiegava loro che fare sesso era peccato ma che lui avrebbe insegnato loro il segreto di farlo in nome del Signore.

Sir Percival lo guardò con l’occhio acquoso perché non sapeva da dove cominciare.

«Sir, sbaglio oppure è un anno che non vi confessate?» Lo incalzò sapendo di non essere smentito.

Prince John annuì ma rimase muto.

…..

Stay tuned for next Episode. On 23 agosto