Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – la primavera

Da una splendida immagine di Etiliyle ho ricavato questo piccolo racconto.

Dalla cima della montagna che ospita il bosco degli spiriti si può spaziare con la vista. Lo sa bene Sofia che in quel bosco vi sale tutte le volte che può. Lei studia a Ludi, la capitale della regione, per diventare un’agronoma, una professione oscura, perché per i venusiani l’ecologia significa tornare ai tempi delle candele.

Nel periodo estivo le è più facile con l’aiuto del bel tempo e delle giornate lunghe. D’inverno è coperto dalla neve e si limita a piccole passeggiate nella parte bassa del bosco. Però è durante la primavera che assapora il risveglio della natura. Anche l’autunno coi suoi colori e profumi le piace ma è la primavera il suo vero amore. Il verde timido delle foglie che spuntano sugli alberi. Lo smeraldo dei prati che si riempiono di pratoline e violette. È tutto un tripudio di colori tenui mai violenti come quelli autunnali che trasforma il bosco da bella dormiente a giovane fanciulla assetata di vita.

Oggi è a Venusia perché a Ludi l’Università è chiusa per uno sciopero dei professori. Ignora i motivi ma tutto sommato sta bene anche a casa a godersi una giornata tiepida che invita a uscire, a stare all’aria aperta.

Tobia, il suo meticcio, è in festa, perché sa già cosa succederà: una gita nel bosco degli spiriti. Finalmente libero di correre e abbaiare senza costrizioni.

Con passo cadenzato Sofia sale fino in cima, mentre il cane corre e si rotola sull’erba tenera che spunta nel sottobosco.

Arrivati nel punto più alto, la ragazza si siede, appoggiando le spalle al tronco di un giovane faggio, che con timidezza mostra le prime gemme, e osserva la pianura. Sulla destra luccicano le acque degli stagni, dove le anitre riposano in attesa di spiccare il volo finale verso il nord. Le canne palustri si muovono sotto il vento che spira da levante. Una danza lieve che affascina la vista di Sofia.

Tobia si avvicina, annusa la ragazza e corre via nel folto della macchia appena sotto di loro. È felice, sente che la natura si sta risvegliando dopo il letargo invernale, che quest’anno per fortuna è stato più breve del solito. La primavera ha anticipato e i primi balestrucci, le avanguardie del grosso che arriverà fra qualche settimana, volano nel cielo pulito.

Sotto, di fronte, si vede Venusia con i suoi tetti rossi, la strade che si snodano senza un senso geometrico e le piazze circondate dagli alberi. La visione dall’alto fa capire a Sofia quanto siano tortuosi i progetti umani, esattamente come le strade di Venusia.

Tuttavia è a sinistra che il suo sguardo indugia più a lungo. Lì ci sono i campi coltivati. Appezzamenti verdi interrotti da filari di vite che stanno ancora dormendo oppure dai fiori rosa dell’albicocco che spiccano sul ramo nudo. La campagna non dorme d’inverno ma riposa con un occhio chiuso e uno aperto, coccolandosi sotto la neve ma pronta a rispondere ai primi raggi del sole che scaldano.

Sofia si alza e con un fischio chiama Tobia, che accorre al suo richiamo.

«Dai pigrone» e ride, perché sa che non è vero. «È ora di tornare a casa. Domani torniamo».

Con passo lento seguita dal suo meticcio s’incammina verso Venusia.

Annunci

La storia di Micol – Micol e Arno – Parte 2

Questa è la seconda parte della storia di Micol e Arno. La prima parte la trovate qui.

Rosengarten – Attribuzione: Tinelot Wittermans licenza GNU Free Documentation License

 

Erano le otto di sera, quando Micol si alzò dal letto disfatto e cominciò a vestirsi con lentezza.

Arno tra le lenzuola stropicciate la osservava divertito con un sorriso ironico.

«Cosa stai facendo?» disse, allungando le braccia sopra la testa.

«Non vedi? Mi vesto» rispose Micol calma con tono piccato.

Una risatina di Arno accompagnò la risposta di Micol, che con cura si allacciava la camicetta.

«Non ne vedo la necessità» esclamò con tono divertito.

«A casa ci vado nuda?»

Arno si drizzò appoggiandosi alla testiera del letto con lo sguardo sorpreso.

«Pensavo che tu restassi anche per la notte».

Aveva pregustato ancora sesso, per di più senza l’impiccio del preservativo, ma adesso era mutato lo scenario con la possibile uscita di Micol.

«Domani vado in ufficio» replicò Micol, indossando la gonna. Anzi non avrei nemmeno dovuto venire qui oggi pomeriggio, pensò amaramente, mentre infilava le ballerine e si preparava a uscire.

Arno accennò a scendere dal letto nudo come se volesse fermarla.

«Dov’è il problema?» affermò mettendo i piedi sul pavimento. «Mi vesto e ti accompagno a prendere qualcosa per domani».

Poi fece una breve risata, aggiungendo: «Tanto per la notte non ti serve nulla».

Arno capì che la sua battuta non avrebbe sortito nessun effetto. Era stato fin troppo facile portarla a casa sua nel pomeriggio ma adesso non sarebbe riuscito a trattenerla per la notte. Aveva un’unica consolazione: raccontare agli amici che aveva fatto sesso con una vergine.

Micol scosse la testa senza rispondere, mentre con lo sguardo indugiava nella stanza per imprimersi ogni dettaglio. Il soffitto era affrescato con scene di caccia e tra le due finestre stava un camino dell’ottocento in marmo bianco. Il letto basso era moderno ma non stonava con l’armadio di quercia addossato alla parete.

Micol si girò verso Arno e con un cenno della mano lo salutò prima di uscire dalla camera e avviarsi verso la porta.

Arno provò a dire qualcosa che lei non udì o forse non volle sentire. Ricordò Ulisse che per resistere al richiamo delle sirene si era fatto legare all’albero. Micol invece per non tornare indietro si tappò le orecchie.

Arrivata in Waltherplatz si avviò di passo svelto in Silbergasse. Non voleva fare tardi, perché tra un po’ sarebbe calata la sera e non voleva percorrere la passeggiata del Talvera con le luci dei lampioni.

Si chiese per quale motivo senza opporre resistenza era finita a letto con Arno. “Non c’era nessuno stimolo” rifletté, mentre tornava indietro per prendere un taxi. Voleva recuperare la bicicletta lasciata al Lido di Bolzano.

Di Arno ignorava tutto. Non avrebbe saputo nemmeno rintracciare il palazzo. Quando aveva fatto la rampa di scale per raggiungere il piano nobile non si era neppure soffermata sulla targhetta di lucido ottone sopra il campanello. L’unico ricordo era che le lettere erano in gotico, in stile tirolese.

“Arno è sposato, convive o single?” si domandò, sapendo di non poter dare la risposta ma nemmeno le interessava conoscerla. Aveva fatto sesso nel pomeriggio e questo le era più che sufficiente. L’esperienza era chiusa. “Quanti anni ha?” Non gli aveva chiesto neppure quello. Troppi dubbi si accavallavano nella mente. “Certo è un bel ragazzo. Alto, biondo e occhi azzurro-grigio. Ma è il motivo per cui sono finita nel suo letto?” Scosse la testa, mentre pagava la corsa.

Recuperata la bicicletta si avviò verso casa ma continuava a ripensare alle sciocchezze commesse nel pomeriggio. Troppe, ammise.

Il sesso non l’aveva soddisfatta, anche perché era la prima volta. Un brivido percorse la sua schiena. L’aveva fatto senza nessuna protezione, perché Arno aveva detto che non era possibile. Lei non aveva fatto obiezioni ma adesso le era venuto il dubbio che potrebbe essere rimasta incinta. Erano passate due settimane da quando aveva avuto il suo ciclo. Proprio nel periodo fertile. Altra scemenza da aggiungere alle altre. Per le prossime due settimane sarebbe rimasta in ansia temendo che che non sarebbe arrivato. Incrociò le dita per scaramanzia.

Relegato questo pensiero in un angolo della mente sorrise, pensando che Arno ignorava tutto di lei a parte la confessione che era vergine. “Tanto l’avrebbe scoperto in fretta” rifletté, mentre rivedeva la sua faccia che era passata dalla sorpresa al divertito. Aveva sogghignato quando glielo aveva detto. Forse era la prima volta che gli capitava. Però non voleva ricordare quel momento, né le volte successive. Arno si era divertito ma lei molto meno.

«No» sussurrò, mentre metteva la bicicletta nella rastrelliera di casa. «Non è stata un’esperienza eccitante».

Entrata nell’appartamento, si era fatta una doccia per cancellare le sue tracce. Poi si era sistemata sulla poltrona per osservare il Rosengarten che sfumava nel buio.

Disegna la tua storia – immagine di Waldprok – Il fungo

Da una bella immagine di Waldprok nasce questo miniracconto.

A Venusia, quando arriva settembre, inizia la stagione dei funghi. Quasi tutti i venusiani li cercano nei prati intorno agli stagni esposti a occidente. Qui crescono piccoli boschetti di pioppi e gelsi dove si possono raccogliere gli orecchioni. Nessuno pensa d’inoltrarsi nel bosco degli spiriti, perché hanno il terrore di risvegliare qualche anima che si aggira lì dentro e loro sono molto superstiziosi.

Tuttavia Sofia preferisce aggirarsi nel bosco degli spiriti perché lì si trovano più varietà di funghi commestibili ma anche di velenosi. La ragazza studia per diventare un agronomo ed è in grado di riconoscerli.

Così al sabato, quando l’università di Ludi chiude, mette gli scarponcini, si veste pesante e con Tobia si avvia su per i sentieri che portano all’interno del bosco degli spiriti. Lo fa con qualsiasi tempo: sia ci sia il sole, sia il cielo minacci pioggia. Se non c’è pericolo di temporale, in quel caso desiste, indossa una cerata gialla per ripararsi dell’umidità e dall’acqua che gronda dagli alberi.

Tobia, il suo meticcio, è libero di correre dove vuole senza la costrizione del guinzaglio o della museruola che è costretto a tenere quando si aggira per Venusia. I venusiani non amano gli animali e in particolare i cani e pretendono che siano al guinzaglio e non liberi di correre ovunque. La guardano di sbieco quando Sofia esce col suo meticcio per il paese ma lei non se ne cura.

È sabato, una giornata così così di fine settembre, quando Sofia arrivata nel bosco respira i suoi profumi, mentre Tobia abbaia felice per la libertà ritrovata. Il sentiero è scivoloso per le piogge cadute copiose durante la settimana. Le prime foglie sono cadute e si appiccano agli scarponcini di Sofia mescolate al fango del viottolo che si inerpica sui fianchi dell’altura.

L’umido del sottobosco nasconde il profumo dei funghi che spuntano tra l’erba delle radure. Sofia si affida all’esperienza e alla sua vista circolare per individuarli.

«Oh!» esclama fermandosi accanto ad alcuni minuscoli porcini, appena nati, che spuntano tra le foglie cadute dalla quercia.

Li accarezza come si fa coi bambini, inala l’odore gradevole. Non li raccoglie ma li lascia dove si trovano.

«Sono troppo belli da vedere» afferma, osservando il cappello di un bruno dorato.

Fischietta per chiamare Tobia.

«Per oggi basta» mormora, mentre affronta il sentiero per discendere, seguita dal suo meticcio.

Disegna la tua storia – la partenza

Niente immagine accattivante, sono una ricavata da Focus.it del tragitto che new Horizon ha compiuto in tredici anni.

Credit immage Focus.it

Ed ecco il racconto

Buona lettura.

Astrodome Serenity, deserto di Gila 6:00 AM, 30 gennaio 2019

Il sole sta sorgendo sopra le creste delle montagne che riparano l’ampia vallata, colorando di rosa il cielo che va schiarendo. Le ultime stelle sbiadiscono per effetto dell’illuminazione solare sempre più marcata.

La valle, incassata tra due rilievi alti mille metri, è solcata da una larga e lunga striscia grigia contornata dal giallo del deserto di Gila. Un agglomerato di edifici bianchi e bassi sorge lungo la pista sulla parte orientale.

In lontananza si scorge un immenso razzo che porta sul dorso qualcosa che assomiglia a un gabbiano con le ali distese.

La giornata promette bene: soleggiata dalla temperatura mite e senza una bava di vento. È l’ideale per la partenza.

Sulla pista enormi camion continuano a fare la spola tra la rampa di lancio e l’hangar dirimpetto agli edifici.

Nella breakfast room sei persone, tre uomini e tre donne, fanno la colazione a base di uova e bacon, formaggio e caffè o tè non zuccherato. I loro visi sono tesi al contrario dei giorni precedenti, quando chiassosi e sorridenti si preparavano per il nuovo giorno.

Dana, un’afroamericana, dalla carnagione scura, solleva il viso verso il grande schermo posto di fronte a lei. Le cifre scorrono all’indietro: cinque ore e 29 minuti, poi 28…

Non parla, sorseggia il tè verde. Non sopporta il caffè non zuccherato. La mascella è contratta, la mano trema in modo impercettibile. La tensione è visibile dal come osserva il grande schermo.

Di fianco a lei Pavlov, un russo biondo dagli occhi grigi, taglia l’omelette con formaggio con tratto deciso tenendo gli occhi sul piatto. Pare calmo ma dentro cova l’agitazione per l’imminente partenza. Svuota la mente da tutti i pensieri, si concentra sul piatto. Deve essere sereno, quando dopo il lancio deve prendere i comandi di Last Horizon per guidarla verso gli spazi interplanetari.

La missione prevede un viaggio di ben trentacinque anni fino all’ultima Thule nella fascia di Kuiper, che dista sei miliardi e mezzo di chilometri dalla terra oltre Plutone.

Samantha, un’italiana di ventisette anni, minuta dai capelli castano chiari tagliati a caschetto si alza. Ha terminato la colazione. Vuole sgranchirsi le gambe prima d’iniziare la vestizione. Ha deciso per il modello di Dava Newman, la ricercatrice del MIT, progettato appositamente per lei. Un modello futuribile, un vero azzardo vista la lunghezza dell’esplorazione spaziale, è la BioSuit, che aderisce come una seconda pelle sul suo corpo.

Gli altri hanno deciso per una tuta più convenzionale, MarkIII, che assomiglia a un veicolo spaziale, perché si entra e non s’indossa.

Un trillo di un campanello e la segnalazione sul grande schermo che mancano cinque ore alla partenza fa sobbalzare Lin, una cinesina dal corpo mascolino e dai capelli neri corvini.

James, l’australiano dal fisico atletico e dagli occhi azzurri, solleva lo sguardo verso l’alto, sbadiglia senza fare rumore mentre si alza dopo aver allontanato il piatto e le posate. Sembra annoiato ma invece è agitato internamente.

L’ultimo è Chioma, un imponente nigeriano della tribù igbò, ad avviarsi verso lo spogliatoio per raggiungere i compagni di viaggio, che alla spicciolata hanno cominciato il rito della vestizione. Un’attività che hanno provato e riprovato mille volte nelle settimane precedenti per prendere confidenza con un vestito che porteranno per molti anni.

Dopo essersi denudati passano sotto le docce detergenti per eliminare qualsiasi impurità dal loro corpo, prima d’indossare la tuta della partenza. È un’operazione lunga e complessa, che richiede un paio d’ore. Nel frattempo attivano le tecniche di rilassamento necessarie per affrontare la tensione prima del lancio all’interno del modulo dell’astronave e quello seguente alla partenza. È un momento delicato durante il quale ogni minimo errore si paga con la vita.

L’ingegnere responsabile delle attività carica nei quattro computer di bordo il software di gestione e backup. Controlla che tutto funzioni a dovere mentre i minuti scalano inesorabili. Viene ricontrollato tutto: carburante, dispositivi, sistemi di navigazione e di telecomunicazioni con meticolosa attenzione, mentre i sei astronauti prendono posto nei loro moduli allineati per due.

A sei minuti e trenta scatta il conto alla rovescia automatico.

La tensione è palpabile sia a bordo di Last Horizon che nella torre di controllo.

«10, 9, 8,…,3,2,1 e decollo» scandisce il responsabile del lancio, quando al termine i motori di Saturn X si accendono. Il vettore si stacca da terra e con lentezza si dirige verso il cielo. Il computer di bordo prende il controllo del razzo calcolando la giusta angolazione per iniziare la sua corsa verso l’ignoto.

Dopo quaranta minuti vettore e astronave sono pronti per dirigersi verso la luna, la prima tappa della loro missione.

«Tutto ok?» gracchia la voce della torre di controllo.

«Sì» risponde laconica Dana, il comandante della missione Ultima Thule.

E l’astronave vola verso il buio cosmico.

 

Disegna la tua storia – Un’immagine di Etiliyle – la strada

Oggi doveva pubblicare Marco Camalleri ma un grave lutto l’ha colpito e ha passato la mano.
A nome di tutto il gruppo gli siamo vicini.
Così vedendo una bella immagine, sono tutte belle 😀 , di Etiliyle è nato questo racconto che parla ancora di Venusia e i suoi abitanti.

https://etiliyle.files.wordpress.com/2018/12/etiliyle-luca-molinari-photo-camminare.jpg?w=685

La strada che collega Venusia al resto del mondo è bella in primavera e autunno, suggestiva d’inverno e pessima d’estate.

Si snoda su terra battuta tra due filari di alberi di fianco al fiume o meglio al rigagnolo d’acqua che l’accompagna verso Ludi. Il torrente scivola leggero tra sassi e canne palustri che si inchinano sotto il vento. D’inverno gela e una leggera crosta di ghiaccio ricopre e protegge il filo d’acqua che scorre di fianco alla strada.

La chioma degli alberi forma una galleria verde che in autunno si accende di mille colori e in primavera di verde smeraldo. D’estate protegge dal sole ma la polvere rossa della strada, che si solleva passando, s’infila dappertutto con subdola noncuranza.

Carolina, una bella ragazza di diciannove anni, la percorre in bicicletta quando si reca a Ludi all’Università col bel tempo oppure con il scuolabus se piove o nevica. D’inverno A Venusia nevica in modo copioso e non è facile percorrere la strada.

Carolina canta spensierata mentre pedala con vigore. Vive ancora coi suoi genitori nel piccolo appezzamento posto a levante di Venusia. La madre, Anna, tiene curato l’orto e ogni mattina si reca con la cesta di ortaggi freschi al mercato di Venusia. Il padre, Simone, cura il campo, qualche tornatura a frumento, e la vigna di uva nera.

Con loro vive Filippo, anche se tutte le mattine si reca a Ludi in fonderia. Gli altri fratelli vivono in città. Carlo è sposato con una bella bambina, Dorotea. Agnese fa l’infermiera nell’ospedale di Ludi.

Carlo le ha offerto una stanza nel suo appartamento per evitare che si faccia il tragitto da Venusia ma Carolina ha rifiutato.

«Mi piace alzarmi presto per andare all’Università» ha spiegato al fratello nel declinare l’offerta. «Lo facevo per andare al liceo e non mi costa fatica. E poi…».

Lascia sfumare quel ‘e poi’ che dice tutto o niente. In realtà non ama molto la cognata, Sara, una cittadina che non viene mai a Venusia. Se i suoi genitori vogliono vedere Dorotea, o vanno loro a Ludi oppure Carlo la porta a Venusia. Lei non ci mette piede, perché si ritiene superiore.

A mezzogiorno lei preferisce la mensa universitaria al pranzo da Carlo. Immagina che anche Sara la sopporti a stento, ricambiando il freddo di Carolina.

Ancora pochi chilometri e poi arriva a Ludi.

“Oggi ho una lezione tosta” pensa Carolina mentre infila la bicicletta nella rastrelliera davanti alla facoltà di lettere.

Jana come sempre la sta attendendo seduta sui gradini.

«Forza pigrona» la incita agitando la mano. «Troviamo posto solo in piccionaia».

Carolina ride e l’abbraccia, mentre insieme infilano di corsa l’ingresso.

 

Mini distacco – nro 1 – L’aria

Scrivere creativo e Intimodistacco propongono questo esercizio.

Questo tipo vuole sviluppare competenze di sceneggiatura, fantasia, creatività attraverso il mondo dell’illustrazione.

Essere in grado di creare una vignetta autoconclusiva non è facile, quindi serve esercitarsi.

Il gioco è molto semplice:

Inventa una vignetta sulla base dei seguenti ingredienti:

– Argomento: ARIA

– Personaggi:

1) IntimoDistacco (trovate il personaggio su Instagram dove trovate anche delle vignette di esempio)

https://www.instagram.com/p/Bn8akvgHxEm/?taken-by=intimodistacco

2) un vecchio.

3) Un cellulare

IMPORTANTE: CREARE UN FINALE D’EFFETTO

Questa è la vignetta scelta tra le molte

e questo è il mio svolgimento.

Buona lettura

Alice osservò la vignetta su Intimodistacco e prese la stilografica per buttare giù qualche pensiero per commentare.

“Cosa mi suggerisce?” si chiese, appoggiando la penna sul foglio bianco. Si grattò una guancia e chiuse gli occhi.

Fluttuò nell’aria, aggrappata a un palloncino, mentre osservava la terra che si allontanava. Nessuna paura si disegnò sul suo viso: era sufficiente non mollare il filo.

Sì” confermò Alice allegra. “Sono racchiusa in una scatola e volo nell’aria”.

Scoprì che non volava ma era all’interno di una scatola di cartone color marrone scuro. Una scatola da scarpe, per la precisione scarpe per il trekking.

Rise al pensiero di fare trekking, lei che era pigra come bradipo. Adesso era immersa nell’umidità della foresta pluviale brasiliana aggrappata a un albero che non conosceva ma che sporgeva sul fiume, dove l’acqua di colore verde scorreva con lentezza.

Un’imbarcazione a forma di canoa guidata da un vecchio dai capelli bianchi scendeva silenziosa sciabordando leggera. In effetti i capelli erano un bianco che tendevano al grigio tanto apparivano sporchi.

Alice strinse gli occhi vedere meglio. Era miope e senza occhiali non scorgeva nulla, solo ombre sfuocate. Rise ancora perché un bradipo con gli occhiali non esisteva in natura.

Il vecchio dalla pelle grinza e bruciata dal sole cantava una nenia, mentre vogava con decisione nel fiume. Alice non capiva le parole ma con la mano lo salutò quando la sua voce fu più vicina. Senza occhiali vedeva solo le ombre, purché fossero abbastanza vicine.

«Aho! Che fai sull’albero?» disse il vecchio sollevando la pagaia.

Alice resto basita. “Ma parla italiano il vecchio indios brasiliano” pensò rimanendo a bocca aperta.

«Chiudi la bocca o si riempe d’insetti» la canzonò il vecchio, che riprese a vogare con forza e a cantare uno stornello romano.

Mentre il vecchio continuava a remare, Alice si ritrovò sospesa in aria aggrappata al suo palloncino rosso che dondolava tra una nuvola e l’altra. Era tornata la ragazzina di sempre. Capelli biondi sciolti sulle spalle, frangetta alla Valentina e occhi grigi azzurri.

L’avventura la teneva di buon umore e per nulla intimorita vedendo la terra da lassù. La vedeva perché sul naso portava i suoi occhiali con la montatura a tartaruga.

Si stava beando, quando uno scossone la riportò nella sua camera col letto a castello che divideva con la sorella, Sonia, il poster di Bono appeso alla porta e la pila disordinata di CD sparsi sul pavimento.

«Dormi? Non rispondi al cellulare?»

Era sua mamma che la fissava in piedi accanto alla scrivania, ingombra di fumetti.

Il cellulare squillava e Alice rispose con gli occhi sgranati per la sorpresa: «Dimmi».

«Allora sei uscita dalla scatola in cui hai rinchiuso la tua parte migliore?»

Sul display era comparso il volto di Intimodistacco.

Disegna la tua storia – miniesercizio 78 di Scrivere creativo

Scrivere Creativo propone periodicamente dei mini esercizi che servono a condensare in poche righe una storia. Questo tipo esercizio ha l’ambizione di sviluppare la fantasia dello scrivente attraverso un approccio visivo di tipo statico, appunto una fotografia.
L’aspetto di osservazione è fondamentale in quanto bisogna essere in grado di raccontare ciò che si vede a qualcuno che appunto non vede quel che guardate voi. E non è semplice farlo in modo originale e credibile.
Inoltre ci sono tre paletti, tre parametri definiti da rispettare. Infine ultima difficoltà un limite di parole, che obbliga a non dilungarsi in concetti relativamente inutili o ripetitivi.

In conclusione inventare una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:
– Una ruota
– Un bambino silenzioso
– Un sasso blu
e questa immagine

golf-3345509_1920

E adesso la storia

Pietro aveva il viso segnato dalle maglie della rete. Sul green i giocatori facevano vibrare l’aria, mentre lui sognava restando in silenzio. Non perdeva un movimento delle spalle e delle gambe. Il colpo secco con l’erba che volava, mentre il bianco della pallina compiva il volo per planare distante. I rumori si smorzavano, mentre la visuale diventava vuota e le voci dei giocatori e dei caddies si perdevano nell’aria. Un attimo e sul prato tornava il silenzio interrotto dalle grida delle gazze alla ricerca di qualcosa. In silenzio Pietro riprese la strada di casa, tenendo stretto il suo piccolo tesoro. Un uomo stava sacramentando accanto alla vecchia Panda senza una ruota. Per terra giaceva quella scorta arrugginita e per di più sgonfia. Pietro trattenne la risata, perché trovava comica la scena, ma non voleva incorrere nell’ira dell’uomo congestionato nel volto per la rabbia.

Nel cortile di casa Pietro prese un manico di scopa, depositò il suo tesoro sul piccolo monticello di terra simulando il tee un sasso rotondo e blu. Dondolò sulle gambe come aveva visto tante volte e zac un colpo violento al sasso che terminò lontano.

Pietro rimase sbigottito. Il vetro del vicino non c’era più.

Quella notte, nel bosco…

Quella notte, nel bosco Sofia emerse dai vapori che la terra faceva salire verso il cielo. Percorreva un sentiero nel buio della notte illuminando i passi con la torcia del telefono. Una luce spettrale che si muoveva oscillante con l’incedere della ragazza. Il rumore del suo respiro rompeva il silenzio che l’avvolgeva. Anche gli animali trattenevano il fiato come se temessero per la sua vita.

Lei andava nel bosco sopra la montagna di Venusia ogni volta che ritornava dall’università di Ludi, dove frequentava il corso di agraria. Era sua intenzione diventare agronoma, occuparsi del bosco e aiutare i contadini nel loro lavoro.

Però quel giorno si era attardata oltre il consueto e il buio l’aveva colta di sorpresa. Con Tobia, l’infaticabile amico a quattro zampe si era spinta in un punto del bosco che non aveva mai esplorato.

Una radura circondata da castagni secolari, contorti per contrastare il vento e mostrare il loro dolore, si era aperta in modo inaspettato alla sua vista, sbucando dall’intrico del sottobosco fatto di rovi fitti e pungenti col loro carico di frutti acerbi. Le felci nascondevano insidie e trabocchetti. Il profumo delle fragole selvatiche si mescolava con quello umido dei funghi.

Quel giorno Sofia era decisa a seguire un sentiero mai percorso, spinta dalla curiosità di esplorare quella parte di bosco che non conosceva. Salì piccoli pendii e ripide discese in vallette dove i raggi del sole stentavano a perforare la cappa verde che le sovrastava. Quando all’improvviso passò dalla semi oscurità del sottobosco alla luce della radura.

L’erba era moderatamente alta costellata qua e là da fiori colorati. Ranuncoli selvatici, scarpette della madonna e vasti appezzamenti bianchi di margherite.

«Oh!» esclamò sorpresa nell’osservare questo angolo di bosco. Non aveva mai immaginato di trovare tanti colori in così poco spazio.

Ne raccolse da comporre un mazzetto odoroso, mentre Tobia annusava ogni punti alla ricerca del passaggio di qualche selvatico. Mentre Sofia era concentrata nella scelta dello stelo da prendere, il cane non smetteva di correre da un punto all’altro della radura.

Come se qualcuno avesse spento l’interruttore della luce, l’oscurità calò di colpo riempiendo di grigio ogni cosa.

«Vieni, Tobia» chiamò il cane. «Si è fatto tardi. Dobbiamo tornare indietro».

Infilò un sentiero tra due castagni carichi di frutti ancora verdi, perché le sembrò di ricordare che erano arrivati da quella parte. Camminarono spediti, mentre la luce si affievoliva sempre di più. Però Sofia non ricordava di aver mai percorso quel sentiero, nemmeno prima, quando si era avventurata per quella pista inesplorata. Si era inerpicata su pendi e affrontato discese, ma adesso il tracciato era piano e le sembrò di girare intorno alla radura.

«Possibile che mi sia persa?» mormorò per darsi coraggio, mentre Tobia non si allontanava di un centimetro dalla sua gamba sinistra.

Trovava strano il suo comportamento, perché nelle era solito correre a destra e sinistra in un incessante moto. Pareva avesse timore di perdersi, di perdere il suo capobranco. La lingua a penzoloni, il respiro profondo erano il tratto distintivo del suo incedere: non un guaito, né un latrato.

Sofia avvertiva un peso sul petto che la faceva respirare male a bocca aperta per immettere più aria possibile nei polmoni. Sopra di lei il verde sempre più cupo del fogliame incombeva come la mannaia del boia sul collo del condannato. Si fermò per riprendere fiato e ragionare senza l’incubo della paura.

«Dove siamo?» domandò a Tobia che sollevò il capo, mentre intravvedeva solo i suoi contorni.

Sofia rise, una risata stridula figlia della paura, che strisciava dentro di lei. Prese il telefono e aprì l’app della bussola. Mosse qualche passo verso il punto in cui presumeva si trovasse Venusia. Indicava nord, ma il bosco degli spiriti era a settentrione rispetto il paese. Capì che stava andando nella direzione sbagliata.

«E tu, non mi correggi?» disse con tono di rimprovero verso Tobia che abbassò le orecchie, mentre ruotarono di centottanta gradi per andare verso sud in direzione di Venusia.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – lo scoiattolo

Un’altra bella immagine di Waldprok che ha immortalato uno splendido esemplare di scoiattolo rosso.

Buona lettura

Sofia lo ama e lo coccola ogni volta che va nel bosco. Lui è furbo. Se ne sta rintanato tra le foglie del larice, dove si è costruito una comoda e ben nascosta tana.

Passa molto tempo a cercare cibo come una brava formichina. Un lavoro incessante su e giù dal tronco, mentre le provviste crescono. Però è sempre attento a tutti i rumori per evitare i guai. Già una volta aveva rischiato di finire impagliato perché un estraneo un giorno si era presentato nel bosco armato da un bastone micidiale. Faceva un rumore assordante e sputava dei cilindri appuntiti. Quel giorno aveva visto l’amica tortora stramazzare al suolo immobile dopo che quello strano bastone aveva prodotto un frastuono incredibile che aveva rotto il silenzio del bosco.

Svelto aveva abbandonato il suo carico di ghiande per salire rapido nel suo nido. E aveva fatto bene, perché aveva sentito il tronco vibrare. Qualche giorno più tardi, dopo essere rimasto immobile e in silenzio nella sua tana, aveva notato che nel tronco c’era un foro sospetto. “Guarda un po’!” esclamò vedendo quel segno. “Se fossi rimasto lì con le mie provviste, non avrei potuto raccontare questa storia”.

Elisa l’ha battezzato Cip, ricordando un famoso cartoon di Walt Disney, dove due scoiattoli danno vita a grandi imprese per la gioia di bambini e adulti. Come Cip, curioso e furbo. Attivo nella fornitura di cibarie pescava anche dai cestini dei gitanti.

All’inizio Cip era diffidente nei confronti di quella donna che lo chiamava con uno strano nome. Avrebbe voluto avvertirla che in realtà il suo nome è Ciop e non quella storpiatura con cui lo chiama. Però gli lascia ai piedi del suo larice tante leccornie, che vinta l’iniziale diffidenza aveva trovato di suo gradimento.

Dunque una mattina di settembre Sofia si avventura nel bosco avvolto da un alone plumbeo di nebbia bagnata e appiccicosa per la consueta passeggiata con Tobia. Ha con sé un sacchetto pieno di ghiande e di mandorle per il siìuoi amico Cip.

«Cip dove sei?» chiede ad alta voce, sbirciando tra il fogliame del larice nella speranza di cogliere quel musetto simpatico.

Non vede nulla e al suo richiamo lo scoiattolo non compare. Sofia alza le spalle, si stringe nella cerata gialla e si allontana lasciando ai piedi dell’albero il sacchetto.

Mentre si allontana, si gira più volte per osservare se il suo amichetto si fa vedere come il solito.

Alla fine delusa Sofia riprende la via di casa.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – La luna rossa

Splendida immagine tratta da Waldprok ed ecco che la cronaca da Venusia si arricchisce di un nuovo racconto.

Buona lettura

Tutto il mondo è in fibrillazione, perché dopo il 31 gennaio della doppia eclissi della luna blu e rossa, che i più vecchi non ricordavano, ce ne sarà una della durata incredibile di otto ore.

Però è Venusiolandia l’area dove il fenomeno della luna rossa sarà magnifico. A Venusia si sarebbero potute scattare immagini stupende, perché l’inquinamento luminoso è praticamente zero, perché le strade sono per lo più al buio. Al calar del sole tutti si chiudono in casa e le vie sono il dominio delle liti dei gatti.

I venusiani per la sera del 27 luglio si sono armati di cannocchiali, piccoli telescopi, macchine fotografiche, telefoni sistemandosi nel parco, sulla panchina o semplicemente alla finestra o sul balcone di casa.

Da Sghego hanno spostato i tavoli fuori dal tendone per ammirare lo spicchio di cielo dove il fenomeno sarà visibile. Mario, Ermete e gli altri accaniti giocatori non sembrano interessati all’eclissi.

«Porta sfiga» dice Ermete, mentre cala i due di bastoni a trionfo.

«Scimunito!» impreca Mario, il compagno. «Il tre è ancora fuori. Usa la testa invece di pensare alla luna rossa».

Ermete scrolla le spalle, mentre Berto sogghigna calando il tre facendo sua la mano.

«Prendi» dice Ermete, allungando le sue carte a Martino che in quella partita è il giocatore d’angolo. «Mi sono stancato. Faccio quattro passi per sgranchire le gambe».

Mentre Ermete si allontana per fumarsi una cicca in pace, Sandra e Lorenzo tenendosi per mano si avviano verso la Fortezza, dove lo spettacolo della luna rossa sarà superbo.

La Fortezza sta nel punto più alto della Montagna, proprio in cima fuori dal bosco degli spiriti ma si sa che i venusiani non amano mettere piede lì di giorno, figuriamoci di notte.

I due ragazzi sono stati preceduti da altri due venusiani che non credono che il bosco sia abitato da spiriti: Sofia e la piccola Elisa, che ha ottenuto il permesso di salire alla Fortezza in sua compagnia.

La serata è limpida senza una nuvoletta, nemmeno una. Il cielo si riempe a poco a poco di stelle, come se qualcuno le accendesse con un interruttore.

«Cosa sono quelle tre stelle che sembrano quelle presepe?» chiede Elisa, seduta con Sofia sul torrione più alto della Fortezza.

La battuta ingenua della bambina fa sorridere nell’oscurità più buia Sofia, che ridacchia sommessamente. È vero che quei tre punti luminosi sembrano avere tanti raggi come le stelle del presepe. In realtà non sono tre stelle ma Marte, Giove e Saturno che per un curioso meccanismo sono vicini tra loro nel cielo.

«Elisa sono tre pianeti, molto distanti dalla terra ma risplendono come se una mano fatata abbia accesso tutte le loro luci» afferma Sofia, scorgendo nell’oscurità il profilo della bambina rivolto verso il cielo.

Mentre Sofia sta spiegando a Elisa cosa sono quei tre punti luminosi, sentono dei passi e delle voci ovattate che si avvicinano. Una torcia azionata da Lorenzo li illumina.

«Ci siete anche voi a gustarvi lo spettacolo della luna rossa!» afferma Lorenzo, sistemandosi con Sandra accanto a loro.

Lo spettacolo inizia.