Il ritorno dal futuro – parte seconda

Ecco la seconda e ultima parte. La prima la trovate qui.

Buona lettura

30 gennaio 2054 – ore 9:00 A.M. fuso di Tucson – Deserto di Gila

Last Horizons è un uccello stanco dopo un lungo volo e si ferma immobile, mentre al suo interno gli astronauti si abbracciano festanti.

Subito l’euforia lascia il posto alla paura. L’essere tornati a casa non è sufficiente. Adesso comincia la parte difficile. Gli strumenti segnalano una temperatura di centoventidue gradi Fahrenheit all’esterno e sono appena le nove di mattina. Davvero insopportabile per chiunque. Gli edifici distano quasi ventuno miglia. Troppi da percorrere a piedi con quella temperatura che salirà col passare delle ore. Per fortuna la radioattività è nei limiti. Però altre spie indicano che per loro possono arrivare altri pericoli una volta all’aperto a causa degli inquinanti. Anidride carbonica in eccesso, biossido di azoto cento volte la norma e polveri sottili alle stelle.

Diradatasi la sabbia sollevata dall’astronave osservano sulla loro sinistra una rampa di lancio ripiegata su se stessa e in lontananza il complesso di edifici che è l’ultimo ricordo prima della partenza. Sulla destra l’hangar semi scoperchiato come se fosse avvenuta un’esplosione.

«Non possiamo avventurarci fino agli edifici con questo caldo» osserva Lin che sta già preoccupandosi di come mantenere la temperatura bassa all’interno.

«E se si usasse Micky, il rover?» suggerisce Samantha, mentre Lin attiva i pannelli solari per ricaricare di energia l’astronave.

È un cingolato che hanno usato su Marte e su Europa, un satellite di Giove. Può ospitare due persone di corporatura minuta ed è dotato di una pala meccanica per recuperare materiali oltre altre dotazioni.

«Ma è sempre stato guidato da remoto» spiega Dana, che però trova buona l’idea. «Nessuno di noi l’ha mai usato».

«Bisogna fare attenzione, quando usciamo» afferma Chioma che controlla la strumentazione. «I valori dell’ozono sono trenta volte quelli massimi. CO2 sono a livelli preoccupanti, come molti altri inquinanti».

Tutti si volgono verso di lui con gli sguardi pieni d’interrogativi.

«Dovete usare le tutte speciali, quelle delle passeggiate cosmiche» dice Dana, che sta già pensando al dopo, quando dovranno sbarcare. I piccoli non hanno l’attrezzatura per consentire di sopravvivere in quelle condizioni.

Si organizza la spedizione che dovrà esplorare l’astrodomo per capire come agire e se ci sono possibilità di raggiungere una città.

Samantha e James sono scelti per salire sul rover, perché sono quelli che hanno la corporatura più minuta. Stringendosi possono salire e guidare all’occorrenza quel robot semovente, usato per l’esplorazione di Marte e delle lune gioviane. Entrambi indossano una tuta che consente il massimo dei movimenti senza troppi impacci e con una dotazione di ossigeno per ventiquattro ore.

Fatto uscire dalla pancia dell’astronave comincia a muoversi con cautela, guidato da Pavlov dalla plancia di comando.

Solleva un filo di polvere mentre le ruote cingolate affondano nella gialla sabbia del deserto che ricopre la pista.

Dovrebbe impiegare un paio d’ore per raggiungere gli edifici che un tempo erano bianchi, mentre adesso appaiono ingrigiti per effetti ignoti.

Passano accanto alla rampa di lancio, che sembra un gigantesco animale ferito. Poco oltre l’enorme truck che veniva usato per trainarla in posizione è rovesciato su un fianco come se una gigantesca manata l’avesse colpito.

All’interno dell’astronave Dana e Pavlov discutono se sia possibile condurla vicino agli edifici, qualora siano agibili.

«Si potrebbe tentare, azionando i razzi direzionali, per farla retrocedere» spiega Pavlov, che senza distrarsi osserva sul monitor l’avanzata del rover. «Non è detto che ci si riesca, perché non è come pilotare un aereo».

Chioma e Lin trepidano osservando sullo schermo i loro compagni che lentamente si avvicinano al complesso di edifici del centro di controllo Serenity.

30 gennaio 2054 – ore 12 A.M. fuso di Tucson – Centro di Controllo

Samantha e James hanno filmato tutto quello che sta ai bordi della pista e adesso sono davanti all’ingresso principale del Centro di Controllo. La porta pare abbattuta. Non esiste più, mentre un’alta e spessa coltre di sabbia ha sommerso l’atrio. Se qualcuno nelle stanze interne volesse uscire, questo sarebbe impedito dal tappo costituito dalla sabbia.

«Qui è tutto bloccato» gracchia James parlando con Dana.

«Vedo. Manovrate la pala meccanica del rover per aprirvi un varco».

Samantha non è d’accordo perché servirebbe troppo tempo per togliere tutta la sabbia che ostruisce il passaggio. Esiste il rischio che poi rimanga senza energia sufficiente per tornare all’astronave.

«Ma la pala è inadatta a svolgere questo compito» spiega Samantha, osservandone l’altezza, perché in pratica arriva fin quasi al soffitto.

«Cosa pensi di fare?» chiede Dana leggermente seccata.

«Proverei a girare intorno al complesso. Ricordo che c’erano uscite di emergenza sul retro del complesso e, se non sono ostruite, forzarne una per entrare» afferma con calma Samantha, mentre James annuisce col capo in segni di condivisione.

Rimontati sul rover, trovano dietro l’edificio un paio di uscite di emergenza che sono quasi libere dalla sabbia. Basta poco per rimuovere quella che è appoggiata alla porta.

«Questa è in fessura!» esclama Samantha, girando la telecamera verso l’uscita d’emergenza posta centralmente.

In breve, azionando la pala, la liberano.

«Scendiamo» afferma James alzando il cupolino che li ha protetti fino a quell’istante.

«Fatte attenzione. Potrebbero esserci dei crotali lì dentro» si raccomanda Dana con la voce incrinata dalla tensione.

Non si sente tranquilla e cerca di non dimostrarlo. All’interno dell’astronave otto occhi seguono sul grande schermo le loro mosse.

James fa il gesto di OK con la mano, mentre afferra una potente torcia a led, imitato da Samantha. Tirano verso di loro un battente in modo da poter entrare, mentre illuminano l’interno. Il pavimento è ricoperto di sabbia mista a polvere e non presenta tracce umane. Le pareti sono grige, impolverate. Il soffitto appare senza luci e ragnatele. Tre serpenti fuggono veloci tra le gambe dei due astronauti, che sorpresi non reagiscono.

«Acc!» esclama Dana, che li ha riconosciuti. «Sono dei crotali».

James e Samantha non hanno avuto il tempo di aver paura o di reagire al loro passaggio.

«Che strano» borbotta James facendo mente locale all’episodio. «Di solito fanno squillare i loro campanellini per avvertire di stare alla larga ma non l’hanno fatto».

«Forse il cambio climatico o le radiazioni nucleari li hanno resi innocui» azzarda una spiegazione Samantha.

Anche l’assenza di ragnatele appare singolare. Sembra che siano stati sterminati tutti i ragni. Samantha corruga la fronte. In trentacinque anni di assenza sono cambiate molte cose e gli animali sono quelli che lo evidenziano, riflette Samantha senza esternarlo in modo esplicito.

Entrano perlustrando con le torce la vasta stanza che a prima vista pare non avere accessi verso l’interno. Sulla sinistra, appesa alla parete c’è la mappa del complesso. Sbiadita e fragile al tocco. Un ricordo del passato, quando per legge lo si doveva esporre.

«Memorizziamola nel visore» suggerisce Samantha. «Così l’abbiamo sempre a disposizione».

Sentono un grugnito di soddisfazione di Dana, che vede sullo schermo la mappa ingrandita. Può seguirli e dare istruzioni su cosa cercare.

«Ma sono segnate tre porte!» esclama stupito James. «Però non vedo tracce».

Samantha ride all’esternazione del compagno perché non è l’unica stranezza. Mancano interruttori e lampade. Dubita che non ci sia l’illuminazione. Trentacinque anni prima c’erano ma adesso sono scomparsi. L’interno appare diverso dai suoi ricordi. Mentre l’esterno non è stato modificato, la parte interna è stata svuotata e ricomposta in altro modo. Alla loro sinistra c’erano gli alloggiamenti e sulla destra i servizi. La mappa riporta una dislocazione diversa.

James continua a roteare la torcia nel tentativo di venire a capo dell’assenza delle porte, mentre Samantha esplora le pareti.

«Forse il soffitto è luminescente» azzarda James anche se il suo pensiero è di trovare la maniera di passare nelle altre sale.

Samantha si ferma e chiede con tono dubbioso: «D’accordo. Ammettiamo che sia così. Ma la luce l’accendevano col pensiero?»

«Ci saranno interruttori a sfioramento. Anzi ne sono certo» dice James che continua la caccia infruttuosa alle porte. «Adesso è prioritario capire dove si trovano i passaggi per l’interno».

«Trovato!» esclama Samantha, mentre James la guarda come se la compagna avesse ricevuto un colpo di sole.

«Dove?»

«È una mezza parete semovente. Ci sono le guide sotto la sabbia» spiega Samantha spostando il sedimento che le ricopre.

James annuisce ma non è sufficiente. Si deve trovare il modo di spostarla, pensa osservandola da vicino. Non esistono maniglie o bottoni, mentre tasta la parete.

«Credo che funzionino avvertendo il calore umano e riconoscendo le persone» tenta una spiegazione Samantha. Trentacinque anni prima sarebbe futuribile ma adesso forse è realtà.

«Ok» ammette James. «Ma come possiamo svegliarle?»

In effetti le tute da astronave non aiutano e poi i loro visi non sono nel database delle persone fisiche. Devono trovare un altro modo per sbloccare la situazione.

30 gennaio 2054 – ore 12:30 A.M. fuso di Tucson – Last Horizons

All’interno dell’astronave Dana e gli altri seguono con trepidazione la missione di Samantha e James che pare approdare nel nulla.

L’idea di Dana però è riportare l’astronave dinnanzi al Centro di Controllo, sperando che i due compagni riescano a venire a capo di come penetrare nell’edificio. Ascolta Pavlov che suggerisce di utilizzare i retro razzi per retrocedere. Il suggerimento è convincente anche se non ha minimizzato i rischi. Ha detto che deve usarli con cautela per non finire fuori pista o contro qualcosa. Non ha mai sperimentato questa tecnica e l’astronave è un bestione pensato per solcare lo spazio cosmico e non una striscia di asfalto.

Dana gli dà carta bianca, perché vuol seguire le ricerche di Samantha e James.

Pavlov si siede ai comandi e accende i retro razzi con cautela aumentando la potenza. Last Horizons si muove da prima con lentezza poi prende velocità.

Pavlov ha un moto di soddisfazione negli occhi che brillano per essere riuscito a spostare l’astronave. I compagni nemmeno se ne sono accorti, perché la loro attenzione è concentrata su Samantha e James, che continuano le loro ricerche. Dosando la potenza dei razzi sposta Last Horizons miglia dopo miglia verso gli edifici che un tempo erano il Centro di Controllo Serenity.

Mentre Pavlov con abilità si avvicina verso gli edifici, Dana urla per la felicità: «Fantastico!»

Samantha mostra orgogliosa un minuscolo oggetto rettangolare che ha tolto da una cavità posta alla destra dell’uscita di emergenza. Tutti applaudono frenetici a esclusione di Pavlov, che concentrato sulle sue manovre, non ha seguito il ritrovamento.

James afferma entusiasta che è un vero gioiello. «Un mini computer» esclama, mostrando le sue potenzialità.

Una parete sporca per la polvere diventa per incanto uno schermo che fa impallidire i monitor oled a 4k per la nitidezza dell’immagine proiettata. Accende le luci, che fuoriescono dal soffitto. Apre le tre misteriose porte che silenziose si nascondono all’interno della parete divisoria.

Dana ha gli occhi sgranati per la sorpresa. Anche se sono passati trentacinque anni dalla partenza qualche bagliore di ricordi riaffiora nella sua mente e non collima con quello che sta osservando sullo schermo.

«Da dove cominciamo» chiede Samantha che a stento trattiene la gioia di essere riuscita a risolvere il mistero della stanza.

«Direi dalle cucine e dai magazzini» suggerisce Dana. «Dobbiamo capire che possibilità abbiamo di restare lì».

Nel mentre Pavlov conclude la manovra sistemando l’astronave quasi in corrispondenza dell’ingresso del Centro di Controllo. Dana gira lo sguardo verso parte superiore dell’edificio e rimane a bocca aperta. Le vetrate di Last Horizons permettono la visione di quello che sta sul tetto. Si aspetta antenne e parabole in quantità, come ricorda al momento della partenza, ma invece nota tre minuscoli dischi disposti a triangolo e uno strano oggetto che in apparenza sembrerebbe un elicottero.

«Pavlov» dice Dana puntando l’indice verso l’oggetto misterioso. «Cos’è quello?»

Il pilota osserva e poi sentenzia: «È un elicottero».

Dana scuote la testa, perché non ha parti in movimento. Non saprebbe come possa alzarsi. Stava per esternare i suoi dubbi quando un «oh!» si leva all’interno dell’astronave. L’oggetto si alza e compie qualche piccola evoluzione prima di appoggiarsi di nuovo sul tetto.

«Questo» afferma James mostrando quel minuscolo scatolino che tiene in mano. «Può manovrare l’elicottero come se fosse un drone».

«Elicottero?» mormora Dana sconcertata da tutti questi cambiamenti.

«Sì, elicottero» ribadisce James. «Sullo schermo appare la scritta helicopter».

«Cominciamo l’esplorazione delle cucine e dei magazzini» afferma Samantha che insieme a James varca la porta sulla sinistra dell’uscita di emergenza.

Percorso un corridoio sbucano in un vasto locale che dovevano essere le cucine del complesso.

30 gennaio 2054 – ore 14:30 A.M. fuso di Tucson – esplorazione

Si sente un coro di ‘oh!’ alla vista dell’ampia cucina. Addossato alla parete c’è un lungo mobile sovrastato centralmente da qualcosa che parrebbe una cappa aspirante. Il piano di cottura in apparenza non ci sarebbe ma il comando che James manovra con successo indica che nell’area centrale sotto la cappa ci sono i fuochi. L’oggetto delle meraviglie comanda l’accensione, lo spegnimento e ogni altra funzione relativa alla cottura degli alimenti. Al centro del locale ci sono dei tavoli con sopra stoviglie e pentole. Sembra che siano state abbandonate in gran furia da come sono disposte. I piatti appaiono più spessi del normale.

Samantha ne afferra uno, esclamando: «Ma sono leggerissimi!» per poi abbandonarlo sul tavolo, perché scottava senza essere incandescente.

James sogghigna divertito. Sullo schermo è apparsa la scritta ‘warm or cold?’ e lui ha selezionato ‘warm’.

Le sorprese non finiscono. Nell’acquaio zampillano getti orientabili con quella specie di telecomando manovrato da James. I pensili si aprono mostrando il loro contenuto, come i piani di lavoro fuoriescono dai mobili addossati alle pareti.

«Controllate se ci sono scorte di cibo» suggerisce Dana che freme per raggiungerli.

James seleziona ‘food’ mentre lo schermo mostra la loro dislocazione.

Samantha guarda schifata quello che il reparto frigorifero e le scansie mostrano. Cibi liofilizzati ma anche alghe, cavallette, vermi e altro. Il tutto ben conservato e con scadenze quasi di fine secolo.

Sembra un gioco che diverte molto James, quando Dana lancia un allarme.

«In lontananza c’è una nuvola di polvere che si avvicina. Mettete al riparo il rover».

«No. Quello resta fuori» afferma con decisione James, che aziona la chiusura dell’uscita di emergenza. «Se è in arrivo una tempesta di sabbia fa più comodo fuori. Se è altro, dentro o fuori non fa differenza».

Dana ordina a Pavlov di portarlo a ridosso del muro perimetrale in posizione più riparata.

Lin riporta all’interno i pannelli solari e chiude tutte le aperture. Chioma prova a controllare chi sta provocando quel polverone che si avvicina sempre più. La polvere è talmente densa che le onde radar non riescono a perforarlo.

In un attimo tutto si oscura mentre Last Horizons sembra scosso da una enorme mano. Le comunicazioni con James e Samantha si interrompono bruscamente.

Come è arrivato all’improvviso, così cessa senza una spiegazione plausibile. I quattro astronauti si guardano attoniti. Non è una tempesta di sabbia, perché non avrebbe senso che raggiunto l’edificio sia cessata di colpo. All’esterno non ci sono mezzi o persone.

«Dana» esclama Samantha con un tono sorpreso misto a paura. «Sopra la vostra testa c’è un enorme drone fermo immobile».

«C’è qualcuno a bordo?» chiede il comandante con un pizzico di apprensione.

«No. Nessuno. Quello che resta incognito è come possa restare fermo senza muovere la sabbia».

«Passate sulla banda 108, quella criptata» suggerisce Chioma che manovra il radar per osservare chi sta sopra di loro.

Lo schermo mostra uno strano oggetto dalle dimensioni ragguardevoli a forma di pipistrello. Poi lo vedono muovere verso hangar semi diroccato e appoggiarsi a terra.

«Il drone è nostro» annuncia raggiante James. «Sono tornato indietro nel tempo quando ero un videogiocatore accanito. Con questo» e mostra un minuscolo scatolino «ho intercettato le frequenze e ne ho preso il controllo. Qualcuno deve averci visto e ha mandato un drone a controllare. Adesso è spento».

In cuffia sentono «hurrà» e altre esclamazioni di gioia.

«Siamo nel magazzino» avverte Samantha, facendo una panoramica del posto. «Ci sono strane vetture prive di ruote. Abbiamo trovato un contenitore con tantissime tute spaziali e altri indumenti anche per i cuccioli».

James aziona l’apertura di una porta e sale su modello a forma di sigaro. Un leggero sibilo annuncia che il motore è avviato.

«James non puoi lasciare Samantha sola» ordina Dana che si è raccomandata di stare sempre insieme.

«Ma faccio solo un giretto per capire come funziona».

«Sono il tuo comandante e non puoi disobbedire ai miei ordini» afferma perentoria. «Se proprio vuoi, potete caricare gli indumenti sull’auto e portarli all’astronave».

«Ok» dice laconico James, che aiuta Samantha a caricare tute e altri oggetti che possono tornare utili in seguito.

Nell’area tecnica trovano minicomputer che si piegano a libretto, schermi arrotolati e dispositivi di comunicazione grandi come scatole di svedesi.

Ovunque si avverte una sensazione di abbandono come se gli occupanti fossero fuggiti in fretta e furia, abbandonando l’edificio senza portare via nulla. Questi apparati sembrano privi di vita.

«Rientrate» ordina Dana. «Tra mezz’ora il sole cala dietro queste creste e ci sarà buoi. Rientrate col rover. L’esplorazione proseguirà domani. Chiudete le varie uscite».

A malincuore James e Samantha rispettano l’ordine. Salgono sull’auto.

Un sibilo e l’auto sfreccia fuori dall’edificio muovendosi a cinque metri da terra. Sale e scende rispetto alle ondulazioni del terreno. Si inclina come un aereo quando vira. Con dolcezza plana vicino alla scaletta dell’astronave sotto gli occhi curiosi dei compagni. Un braccio meccanico solleva l’auto fino al boccaporto dove saranno scaricati gli indumenti e gli altri oggetti. Nell’apposita area di decontaminazione si sterilizzeranno tute e persone.

James e Samantha dopo essersi cambiati si ritrovano nella sala del comando per il briefing della giornata.

Il cielo è nero coperto dalle nuvole di pulviscolo e la vallata è oscura, dove spicca il chiarore delle luci di Last Horizons.

Sono tornati a casa ma è come se stessero esplorando un mondo sconosciuto.

 

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Il ritorno dal futuro – parte prima

Questa è la prima parte del pezzo che intendevo scrivere per il gioco letterario “Futuro prossimo” che ci avrebbe proiettati nel 2054 sul blog di Morena Solo io e il silenzio 

Il problema è nato con il limite di seimila battute. Pazienza. Adesso lo potete leggere come era in origine.

Ultima Thule

1 gennaio 2041, ore 6 A.M. fuso Tucson, Arizona – Ultima Thule

Risate, ordini concitati, rumori di fondo sono il solito frastuono che precede ogni partenza, ma questa volte è diverso. Si torna a casa.

Nella sala di comando dell’astronave Last Horizons si è spento da pochi minuti l’eco delle ultime parole del Centro di Controllo Serenity nel deserto di Gila.

«Buon anno e buon viaggio. Ci vediamo a terra» ha detto George, il controllore terrestre. Da questo momento qualsiasi comunicazione col Centro di Controllo non sarebbe giunta in tempo per essere ascoltata perché avrebbe impiegato quasi sei ore per arrivare e loro tra poco più di un’ora saranno ibernati.

Per i sei occupanti di Last Horizons l’augurio per l’anno nuovo è scivolato via nell’indifferenza. Hanno perso la cognizione del tempo da quando ventidue anni prima sono partiti dal deserto di Gila per questa missione spaziale piena di incognite. Nessun equipaggio umano è stato nello spazio così a lungo, né ha sperimentato la tecnica dell’ibernazione che ha consentito loro d’invecchiare solo una decina di anni quando saranno di ritorno sulla terra.

Quello che hanno gradito maggiormente è stato il ‘buon viaggio’. Ne hanno bisogno perché devono affrontare il rientro ibernati. Per tutta la durata del ritorno l’astronave sarà guidata dai sistemi automatici senza nessun controllo umano. Qualsiasi errore non potrà essere corretto, nemmeno dal Centro di Controllo.

Dana, il comandante, impartisce le ultime disposizioni perché fra sei ore esatte l’astronave deve mettersi in moto. La finestra temporale è fissata per le ore dodici A.M. In quel istante l’astronave sotto la spinta dei motori del vettore e per l’assenza di forze gravitazionali sarà catapultata da un’enorme fionda verso la terra vincendo l’attrazione della fascia di Kuiper. È l’attimo utile per lasciarsi per sempre alle spalle questo agglomerato di asteroidi di ghiaccio. Fallito questo rimarrebbero prigionieri per sempre in questa remota porzione dello spazio cosmico.

Il countdown scandisce l’avvicinarsi del momento topico e tutto deve essere perfetto in quel istante. Strumenti e sincronismo di eventi.

Si respira tensione, mentre i tre cuccioli, nati nel tragitto tra Urano e Plutone, giocano ignari nella nursery.

James è il mago dei computer che ha curato come se fossero dei figli. Senza di loro si sarebbero già persi nello spazio cosmico. Controlla che tutto funzioni perfettamente. Prova il cronoprogramma affinché si attivi al momento giusto per il loro risveglio, qualora le comunicazioni con la terra siano interrotte. Verifica che comandi il pilota automatico a tenere la giusta rotta per non perdersi nel buio cosmico e regoli il distacco del vettore quando ha esaurito il suo compito.

A Pavlov tremano in modo impercettibile le mani quando attiva la guida automatica. Non può sbagliare, perché altrimenti non torneranno mai sulla terra. Emette un sospiro di sollievo osservando sullo schermo tutti gli ok in verde che segnalano i passaggi corretti delle funzioni dal manuale all’automatico.

Samantha oscura la serra che in questi anni ha fornito loro verdura fresca. Deve stare a riposo per tutto il viaggio di ritorno, pronta a produrre alimenti freschi al loro risveglio, perché ne avranno bisogno.

Lin verifica che le capsule, dove saranno ibernati, si chiudano ermeticamente e che il processo si svolga senza intoppi sia prima che al momento critico del risveglio. L’errore di qualche centesimo di grado Fahrenheit può essere fatale. Significa che non si risveglieranno più.

Chioma controlla che le funzioni vitali dell’astronave non presentino anomalie: i motori si accendano, ci sia carburante per spingere l’astronave verso la terra e il vettore si distacchi al termine della sua funzione.

Dana ricontrolla il funzionamento del sistema di comunicazioni che rimarrà inattivo per quasi tredici anni salvo l’invio di un bip a terra e la ricezione della risposta di conferma. Ogni altra funzione sarà interdetta per conservare energia per il rientro.

Lo schermo, posto in un angolo, lampeggia segnalando che è venuto il momento più delicato: quello dell’ibernazione. Il processo deve avvenire in modo graduale ed essere terminato prima delle dodici.

Le tre astronaute recuperano i piccoli che porteranno con loro nelle capsule pressurizzate. Sarà per loro un’esperienza densa di incognite. Mai prima i tre nanerottoli avevano trascorso un tempo così lungo ibernati. Il dubbio è se si sarebbero risvegliati e senza danni.

Dana con la piccola Mary in braccio impartisce l’ordine di entrare nelle postazioni assegnate a ogni astronauta. Quando tutti saranno dentro e con la mano segnaleranno ‘OK’, avvierà il processo e poi anche lei si preparerà al grande sonno che sarà avviato in automatico con la chiusura ermetica della sua capsula.

Alle dodici A.M. i motori ruggiscono e l’astronave si lancia verso la terra.

15 gennaio 2054, ore 12 A.M. fuso Tucson, Arizona

Un leggero chiarore filtra all’interno di Last Horizons che si sta avvicinando alla terra, mentre sulla plancia di comando si accendono per breve durata delle lucine verdi, rosse e gialle. Il grande schermo è buio e si illumina per qualche istante senza che nessuno veda le scritte.

Nelle sei capsule l’espressione degli astronauti è quella di chi sta sognando: distesa e rilassata. I movimenti del torace sono impercettibili, mentre il colorito del viso è ingrigito, segno di una circolazione sanguigna limitata. La temperatura corporea è di pochi gradi sopra lo zero, mentre le funzioni vitali sono ridotte al minimo: quel tanto da non provocare la morte cerebrale.

Il silenzio della sala è rotto dalle vibrazioni ovattate degli strumenti che governano l’astronave. Rumori ritmati e costanti: una sinfonia di sottofondo.

Il computer di bordo attiva il segnale di chiamata “Qui Last Horizons” sulla banda S, rimanendo in attesa dell’attivazione della comunicazione. Scattato il timeout, passa sulla banda Ku e poi sulle bande russe e cinesi. Nessuna risposta arriva dai vari centri di controllo contattati. È programmato per riprovare per altri cinque giorni di seguito, dopo di ché avvierà il crono programma che guiderà il risveglio degli astronauti in automatico. Da quel momento la vita degli astronauti è affidata al funzionamento del programma di emergenza.

Tutti i tentativi sono infruttuosi e quindi al sesto giorno inizia il ripristino delle condizioni vitali degli occupanti delle capsule. Il processo avviene con gradualità secondo un programma collaudato in precedenza. Rimane l’incognita del lungo sonno mai sperimentato prima se ha provocato danni ai loro fisici. Il timore è per i tre cuccioli che non hanno avuto la preparazione fisica dei genitori. Sono i primi nati nello spazio ma stanno crescendo bene anche in assenza della gravità terrestre.

La temperatura corporea si innalza con gradualità mentre il cuore stimolato da un elettrodo accelera i battiti pompando il sangue in circolo. Un leggero vapore acqueo imperla l’interno della capsula e gocciola lento verso il basso. È il segno che le attività corporee stanno tornando alla normalità.

Samantha col piccolo Davide apre gli occhi sbattendo le palpebre. È un risveglio dolce il suo. Preme il pulsante per comandare l’apertura, mentre il cucciolo frigna perché ha fame. Anche lei sente un languorino e desidera fare la colazione come al mattino dopo il sonno ristoratore della notte. Accarezza la testa riccioluta del figlio, riattivando le giunture prima di uscire dalla capsula.

A uno a uno anche gli altri si risvegliano col viso disteso e felici di rivedere i compagni. Sanno di essere vivi e ricordano solo l’Ultima Thule, quella specie di patata ghiacciata, che ha rappresentato l’ultima visione. Per il resto è buio completo.

Si sentono le voci allegre di tutti e il pianto sommesso dei piccoli che vorrebbero mangiare.

Chioma apre la cambusa per controllare le scorte di cibo e la loro conservazione. L’analizzatore non rivela nessuna anomalia. Preleva formaggio, tonno, caffè e tè liofilizzati. Dovranno accontentarsi di questo in attesa che la serra ricominci a produrre verdure fresche.

«Porca miseria!» esclama Dana controllando le comunicazioni. «Si sono interrotte tre anni fa».

Di colpo si fa silenzio e tutti si girano verso di lei col viso contratto. La gioia del risveglio è sparita, mentre adesso traspare l’angoscia di cosa riserverà il rientro.

«Ma forse si è guastato il modulo delle telecomunicazioni» obietta James che ha in braccio la piccola Mei che strilla per la fame. È il frutto dell’amore con Lin e si riconosce per il taglio a mandorla degli occhi simile a quello della madre.

«No» afferma Dana con tono sicuro. «Da quel momento giorno dopo giorno ha mandato il segnale senza ricevere mai una risposta».

Si guardano dubbiosi, mentre Pavlov esclama: «Chissà cosa è successo. Se non rispondono americani e russi, vuol dire che dobbiamo contare solo su di noi al rientro».

Mentalmente si prepara a guidare l’astronave all’atterraggio nel deserto di Gila. “Ma ci sarà ancora la pista?” si domanda il russo aggrottando la fronte. “Sarà agibile?” È un dubbio atroce questo che per il momento tiene dentro di sé. C’è già troppa tensione per aggiungerne altra.

Sul fatto che adesso siano soli, Lin annuisce convinta, perché nemmeno il centro di controllo spaziale cinese di Jiuquan risponde. Sorride, perché Pavlov ha dimenticato di citare la Cina oltre all’America e alla Russia.

«La situazione è seria» ammette Lin, prendendo in braccio la piccola Wei.

Questa preoccupazione guasta l’atmosfera festosa per il risveglio, mentre si sistemano intorno al tavolo per la colazione.

Si sente solo il lento masticare, mentre ogni tanto alzano lo sguardo verso lo schermo, che in un riquadro segnala sempre ‘timeout’. Sperano che l’indicazione cambi col nome del Centro di Controllo. Il radar mostra una terra avvolta in spesse nuvole, mentre l’immagine del terreno non promette nulla di buono. È troppo confusa per capire meglio le condizioni che troveranno al loro rientro. Di certo appare come bruciata da una gigantesca fiammata oppure ricoperta dal deserto. Lo spettrometro indica che la temperatura è elevata oltre il normale e ci sono altre tracce contraddittorie che dovranno essere approfondite nei giorni successivi.

«Forza ragazzi» urla Dana, avvertendo che il loro umore è basso. «Diamoci da fare per controllare tutto e prepararci alla discesa sulla terra. Manca solo una settimana e poi siamo a casa».

Samantha solleva il viso, mentre imbocca Davide con piccoli pezzi di tonno sbriciolati. Sgrana gli occhi perché non condivide l’ottimismo di Dana.

«Quale casa?» chiede poco convinta dall’affermazione del comandante.

Chioma, il padre di Davide, annuisce con la testa. Parlare di casa è un puro eufemismo. «Non sappiamo cosa troveremo laggiù. Se sarà possibile vivere o se siamo costretti a restare chiusi qui dentro» spiega il nigeriano confermando le perplessità della compagna.

Dana si guarda intorno. Deve risollevare il loro morale e spronarli all’azione.

«Avete ragione di dubitare sulla situazione che ci sarà una volta atterrati, ma dobbiamo reagire. Stiamo concludendo una missione che alla partenza pareva un suicidio» replica il comandante allungando Mary a Pavlov, il padre. «Eppure ce l’abbiamo fatta. Nessuno si è mai fatto prendere dal panico o dalla paura di non riuscire. A un passo del ritorno ci riempiamo di dubbi e di ansie?»

Nessuno fiata. Hanno gli sguardi bassi e alla spicciolata si alzano per attendere alle proprie mansioni. Dovranno farsi forza e superare il momento di scoramento. Lo spirito combattivo è finito sotto i tacchi.

Samantha si reca alla serra per controllare il suo stato. Se ci fossero problemi al loro rientro, questa deve assicurare verdure fresche al gruppo, finché non avessero trovato una soluzione al loro isolamento.

Chioma, portato il piccolo Davide nella nursery, ispeziona la cambusa. Vuol controllare le scorte e per quanto tempo possono durare. La prospettiva di vivere all’interno dell’astronave non è né remota né improbabile. “Ci sono razioni per quaranta giorni ancora” riflette, richiudendo lo scomparto. “Questo vuol dire che possiamo sopravvivere almeno per trenta giorni dopo l’atterraggio”.

Lin verifica che gli impianti di produzione dell’ossigeno e di smaltimento di CO2 funzionino senza intoppi. Sarebbe un bel guaio se presentassero dei problemi. Le scorte di energia sono basse ma garantiscono un buon margine anche per il dopo. A terra potrà attivare i pannelli solari per produrre quanto serve all’astronave.

«Abbiamo combustibile nucleare sufficiente per mantenere in vita le apparecchiature?» domanda James, preoccupato per i computer.

Lin annuisce in silenzio, anche se su due piedi non è in grado di quantificare la loro autonomia.

Pavlov si limita ad ascoltare. Il suo compito è di portarli a terra sani e salvi. Non ha competenze specialistiche come i compagni ma la sua funzione è molto delicata. Usare i comandi manualmente e guidare l’astronave come se fosse un gigantesco aereo.

28 gennaio 2054 – ore 12 A.M. fuso di Tucson

Dopo aver circumnavigato la Luna per avere l’effetto fionda nel rientro e risparmiare carburante, adesso si stanno immettendo a cinquecento chilometri di altezza in orbita attorno alla terra prima d’iniziare la discesa. Scenderanno di quota senza fretta in attesa di affrontare l’atmosfera terreste. Pavlov deve calcolare l’angolazione giusta per non finire arrosto. Si deve far aiutare dal computer e dall’esperienza di guida dei cargo spaziali verso la ISS.

Uno strato di nuvole spesse, composte di detriti di vario genere, l’avvolgono e solo il radar è in grado di perforarle. Sembrano quelle generate oltre mille anni fa dall’esplosione del Krakatoa, quando per decenni le polveri rimasero in sospensione nell’aria oscurando il cielo. Però questa volta è diverso, perché la temperatura appare elevata, mentre allora si erano abbassate bruscamente. Un brutto segno, perché significa che l’effetto serra a raggiunto livelli notevoli. Le strumentazioni rivelano che lo strato di ozono è sparito o si è molto assottigliato perdendo la sua funzione di protezione alle radiazioni dell’ultravioletto. Questo vuol dire che dovranno indossare le tute spaziali quando usciranno dall’astronave.

Gli spettrometri indicano che la temperatura è di circa dodici gradi Fahrenheit più alta della norma, quando hanno lasciato la terra trentacinque anni prima. Segnala pure la presenza di radioattività diffusa su gran parte del globo terrestre. Il radar mostra immagini agghiaccianti: i poli scomparsi, gli oceani che ricoprono vaste aree dove un tempo c’erano le coste dei continenti.

Samantha osserva che dell’Italia sono rimaste poche porzioni: gli appennini e le aree più interne ed elevate. La pianura padana appare come un immenso mare interno. La Sicilia e la Sardegna sembrano frazionate in tante minuscole isole. Guarda quelle immagini sgomenta con gli occhi sgranati per il raccapriccio. La sua città sembra ingoiata dalle acque e con essa forse i suoi genitori, parenti e amici.

I boschi, che un tempo ricoprivano vaste aree terrestri, sono diventati cenere e tutto appare grigio.

Su Lin le immagini che trasmette il radar hanno l’effetto di un colpo basso. Acqua e distruzioni diffuse appaiono ai suoi occhi. La tundra siberiana sembra un immenso pantano fangoso senza un filo di neve.

Chioma scioccato apre la bocca perché sono spariti i boschi dalla Nigeria e dall’Africa equatoriale. Al loro posto c’è il nulla.

Dana vede solo le cime degli Appalachi e tutto intorno acqua. Di New York si notano le cime dei grattacieli più alti che spuntano dall’acqua grigia dell’Atlantico. Sono mani protese verso l’alto alla ricerca di aiuto.

«Pavlov» chiede il comandante mettendosi alle sue spalle. «Passa sul deserto di Gila per vedere se esiste ancora la pista di atterraggio».

Si sente scoraggiata ma deve fingere calma per non abbassare troppo l’umore dei compagni.

Il pilota annuisce e imposta la nuova orbita.

Incrocia le dita. Se fosse sparita o sommersa dalle acque sarebbe un bel guaio, si ritrova a pensare, perché non saprebbe dove atterrare.

Passano sull’astrodomo Serenity nel deserto di Gila ma sembra che la striscia di cemento esista ancora sotto uno spesso strato di polvere giallastra. È la sabbia del deserto che ha ricoperto tutto.

Tutti si abbracciano, perché nessuno aveva la certezza che fosse rimasta intatta.

Pavlov manovra Last Horizons con perizia e invita i compagni a sistemarsi sulle poltrone allacciando le cinture di sicurezza.

«Tra poche ore rientriamo nell’atmosfera terrestre» annuncia, verificando che l’angolo di rientro sia quello giusto.

Espande le grandi ali, fino a quel momento nascoste sui lati dell’astronave. Escono dal ventre le immense ruote che dovranno consentire l’atterraggio.

L’astronave ha piccolo sobbalzo quando tocca terra e comincia la sua corsa frenata dai retro razzi e da un immenso paracadute fino a fermarsi quasi in fondo alla pista. Lascia dietro di sé una nuvola giallastra che oscura qualsiasi cosa.

Caleidoscopio

Caleidoscopi
Giorno di colori e densità diverse.
Stamattina mi sveglio col ghiaccio di certi stringimenti d’anima, che nascono da paure naviganti e spumose: quelle che durante la notte non se ne vanno, battono e ribattono.
Ti aspettano, quasi ti salutano, la mattina.
Piccoli condor da comodino.
Così, per il ghiaccio interiore, è un attimo diventare mattone: metamorfosi domestica e senza pretese.
Il mattone, opaco e corposo, sa dove andare: si colloca fra te e il mondo.
A fare il salto del mattone, pensieri e speranze si stancano subito e allora restano lì, in esilio: ciondolano.
Potendo, si prenderebbero un diversivo, invece macché.
Sul mattone c’è poca vita: stanno lì, aspettando una svolta del destino.
Il bianco grigiolino del ghiaccio interiore si sfilaccia in una tinta ibrida, screziata in tortora, che non è il colore della vita, è il colore della vivenza, quella che perde tutte le preposizioni. Modello basic.
Poi, vai.
Intanto il sole si commuove e saluta.
Vagamente cominci a pensare che è più economico lasciare da parte gli universi irritati inquinati intristiti: meglio farsi prendere dalle cose da fare.
Sposti il mattone e affronti l’arena.
Lì prevale il rosso, che accompagna equamente emozioni e ortiche trattenute, agitazioni da timidezze cementanti e sanissimi istinti di soppressione. Il rosso ha i toni aranciati del fuoco ma sa incupirsi e diventare violaceo.
Poi, torni.
E quando torni dal mondo, niente è mai come prima.
Le paure sono in pausa pranzo, i sacri furori (che convivono con gli alti doveri) escono un attimo.
Hai bisogno di trasparenze decantate e di vuoti appena velati di azzurro, come sanno essere certi vetri che conservano la memoria dell’acqua. Cerchi aquiloni di musica e di parole: ti acquieti sulle tinte della stanchezza buona, che non è spossatezza ma misura del già fatto.
E’ questo approdo l’indizio. Se cambiano i colori nel gioco delle biglie della giornata, nel trans-ire fra  densità e sfumature, un motivo ci sarà.
Io credo di avere capito: ci hanno inserito nel Segreto Caleidoscopio Galattico.
Siamo i vetrini colorati, i chicchi di melagrana, che ruotano sul piano opaco, a formare meravigliose figure sempre uguali, sempre diverse, combinazioni multiple e cangianti : architetture senza persistenza.
Siamo tracce di colore in movimento.
Ci muovono, ci cambiano, ci sbattono, ci spingono, ci trattengono, ci sfumano, in un vorticare senza fine, per la gioia di qualcuno. Simmetrie di specchi e di destini incrociati.
Ad ogni gentile rotazione del Caleidoscopio, noi urtiamo dolorosamente contro le pareti del mondo.
Hanno previsto ogni cosa.
“Soffre, signora? Rigidità alla spalla? …Artrosi…”.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – la primavera

Da una splendida immagine di Etiliyle ho ricavato questo piccolo racconto.

Dalla cima della montagna che ospita il bosco degli spiriti si può spaziare con la vista. Lo sa bene Sofia che in quel bosco vi sale tutte le volte che può. Lei studia a Ludi, la capitale della regione, per diventare un’agronoma, una professione oscura, perché per i venusiani l’ecologia significa tornare ai tempi delle candele.

Nel periodo estivo le è più facile con l’aiuto del bel tempo e delle giornate lunghe. D’inverno è coperto dalla neve e si limita a piccole passeggiate nella parte bassa del bosco. Però è durante la primavera che assapora il risveglio della natura. Anche l’autunno coi suoi colori e profumi le piace ma è la primavera il suo vero amore. Il verde timido delle foglie che spuntano sugli alberi. Lo smeraldo dei prati che si riempiono di pratoline e violette. È tutto un tripudio di colori tenui mai violenti come quelli autunnali che trasforma il bosco da bella dormiente a giovane fanciulla assetata di vita.

Oggi è a Venusia perché a Ludi l’Università è chiusa per uno sciopero dei professori. Ignora i motivi ma tutto sommato sta bene anche a casa a godersi una giornata tiepida che invita a uscire, a stare all’aria aperta.

Tobia, il suo meticcio, è in festa, perché sa già cosa succederà: una gita nel bosco degli spiriti. Finalmente libero di correre e abbaiare senza costrizioni.

Con passo cadenzato Sofia sale fino in cima, mentre il cane corre e si rotola sull’erba tenera che spunta nel sottobosco.

Arrivati nel punto più alto, la ragazza si siede, appoggiando le spalle al tronco di un giovane faggio, che con timidezza mostra le prime gemme, e osserva la pianura. Sulla destra luccicano le acque degli stagni, dove le anitre riposano in attesa di spiccare il volo finale verso il nord. Le canne palustri si muovono sotto il vento che spira da levante. Una danza lieve che affascina la vista di Sofia.

Tobia si avvicina, annusa la ragazza e corre via nel folto della macchia appena sotto di loro. È felice, sente che la natura si sta risvegliando dopo il letargo invernale, che quest’anno per fortuna è stato più breve del solito. La primavera ha anticipato e i primi balestrucci, le avanguardie del grosso che arriverà fra qualche settimana, volano nel cielo pulito.

Sotto, di fronte, si vede Venusia con i suoi tetti rossi, la strade che si snodano senza un senso geometrico e le piazze circondate dagli alberi. La visione dall’alto fa capire a Sofia quanto siano tortuosi i progetti umani, esattamente come le strade di Venusia.

Tuttavia è a sinistra che il suo sguardo indugia più a lungo. Lì ci sono i campi coltivati. Appezzamenti verdi interrotti da filari di vite che stanno ancora dormendo oppure dai fiori rosa dell’albicocco che spiccano sul ramo nudo. La campagna non dorme d’inverno ma riposa con un occhio chiuso e uno aperto, coccolandosi sotto la neve ma pronta a rispondere ai primi raggi del sole che scaldano.

Sofia si alza e con un fischio chiama Tobia, che accorre al suo richiamo.

«Dai pigrone» e ride, perché sa che non è vero. «È ora di tornare a casa. Domani torniamo».

Con passo lento seguita dal suo meticcio s’incammina verso Venusia.

La storia di Micol – Micol e Arno – Parte 2

Questa è la seconda parte della storia di Micol e Arno. La prima parte la trovate qui.

Rosengarten – Attribuzione: Tinelot Wittermans licenza GNU Free Documentation License

 

Erano le otto di sera, quando Micol si alzò dal letto disfatto e cominciò a vestirsi con lentezza.

Arno tra le lenzuola stropicciate la osservava divertito con un sorriso ironico.

«Cosa stai facendo?» disse, allungando le braccia sopra la testa.

«Non vedi? Mi vesto» rispose Micol calma con tono piccato.

Una risatina di Arno accompagnò la risposta di Micol, che con cura si allacciava la camicetta.

«Non ne vedo la necessità» esclamò con tono divertito.

«A casa ci vado nuda?»

Arno si drizzò appoggiandosi alla testiera del letto con lo sguardo sorpreso.

«Pensavo che tu restassi anche per la notte».

Aveva pregustato ancora sesso, per di più senza l’impiccio del preservativo, ma adesso era mutato lo scenario con la possibile uscita di Micol.

«Domani vado in ufficio» replicò Micol, indossando la gonna. Anzi non avrei nemmeno dovuto venire qui oggi pomeriggio, pensò amaramente, mentre infilava le ballerine e si preparava a uscire.

Arno accennò a scendere dal letto nudo come se volesse fermarla.

«Dov’è il problema?» affermò mettendo i piedi sul pavimento. «Mi vesto e ti accompagno a prendere qualcosa per domani».

Poi fece una breve risata, aggiungendo: «Tanto per la notte non ti serve nulla».

Arno capì che la sua battuta non avrebbe sortito nessun effetto. Era stato fin troppo facile portarla a casa sua nel pomeriggio ma adesso non sarebbe riuscito a trattenerla per la notte. Aveva un’unica consolazione: raccontare agli amici che aveva fatto sesso con una vergine.

Micol scosse la testa senza rispondere, mentre con lo sguardo indugiava nella stanza per imprimersi ogni dettaglio. Il soffitto era affrescato con scene di caccia e tra le due finestre stava un camino dell’ottocento in marmo bianco. Il letto basso era moderno ma non stonava con l’armadio di quercia addossato alla parete.

Micol si girò verso Arno e con un cenno della mano lo salutò prima di uscire dalla camera e avviarsi verso la porta.

Arno provò a dire qualcosa che lei non udì o forse non volle sentire. Ricordò Ulisse che per resistere al richiamo delle sirene si era fatto legare all’albero. Micol invece per non tornare indietro si tappò le orecchie.

Arrivata in Waltherplatz si avviò di passo svelto in Silbergasse. Non voleva fare tardi, perché tra un po’ sarebbe calata la sera e non voleva percorrere la passeggiata del Talvera con le luci dei lampioni.

Si chiese per quale motivo senza opporre resistenza era finita a letto con Arno. “Non c’era nessuno stimolo” rifletté, mentre tornava indietro per prendere un taxi. Voleva recuperare la bicicletta lasciata al Lido di Bolzano.

Di Arno ignorava tutto. Non avrebbe saputo nemmeno rintracciare il palazzo. Quando aveva fatto la rampa di scale per raggiungere il piano nobile non si era neppure soffermata sulla targhetta di lucido ottone sopra il campanello. L’unico ricordo era che le lettere erano in gotico, in stile tirolese.

“Arno è sposato, convive o single?” si domandò, sapendo di non poter dare la risposta ma nemmeno le interessava conoscerla. Aveva fatto sesso nel pomeriggio e questo le era più che sufficiente. L’esperienza era chiusa. “Quanti anni ha?” Non gli aveva chiesto neppure quello. Troppi dubbi si accavallavano nella mente. “Certo è un bel ragazzo. Alto, biondo e occhi azzurro-grigio. Ma è il motivo per cui sono finita nel suo letto?” Scosse la testa, mentre pagava la corsa.

Recuperata la bicicletta si avviò verso casa ma continuava a ripensare alle sciocchezze commesse nel pomeriggio. Troppe, ammise.

Il sesso non l’aveva soddisfatta, anche perché era la prima volta. Un brivido percorse la sua schiena. L’aveva fatto senza nessuna protezione, perché Arno aveva detto che non era possibile. Lei non aveva fatto obiezioni ma adesso le era venuto il dubbio che potrebbe essere rimasta incinta. Erano passate due settimane da quando aveva avuto il suo ciclo. Proprio nel periodo fertile. Altra scemenza da aggiungere alle altre. Per le prossime due settimane sarebbe rimasta in ansia temendo che che non sarebbe arrivato. Incrociò le dita per scaramanzia.

Relegato questo pensiero in un angolo della mente sorrise, pensando che Arno ignorava tutto di lei a parte la confessione che era vergine. “Tanto l’avrebbe scoperto in fretta” rifletté, mentre rivedeva la sua faccia che era passata dalla sorpresa al divertito. Aveva sogghignato quando glielo aveva detto. Forse era la prima volta che gli capitava. Però non voleva ricordare quel momento, né le volte successive. Arno si era divertito ma lei molto meno.

«No» sussurrò, mentre metteva la bicicletta nella rastrelliera di casa. «Non è stata un’esperienza eccitante».

Entrata nell’appartamento, si era fatta una doccia per cancellare le sue tracce. Poi si era sistemata sulla poltrona per osservare il Rosengarten che sfumava nel buio.

Disegna la tua storia – la partenza

Niente immagine accattivante, sono una ricavata da Focus.it del tragitto che new Horizon ha compiuto in tredici anni.

Credit immage Focus.it

Ed ecco il racconto

Buona lettura.

Astrodome Serenity, deserto di Gila 6:00 AM, 30 gennaio 2019

Il sole sta sorgendo sopra le creste delle montagne che riparano l’ampia vallata, colorando di rosa il cielo che va schiarendo. Le ultime stelle sbiadiscono per effetto dell’illuminazione solare sempre più marcata.

La valle, incassata tra due rilievi alti mille metri, è solcata da una larga e lunga striscia grigia contornata dal giallo del deserto di Gila. Un agglomerato di edifici bianchi e bassi sorge lungo la pista sulla parte orientale.

In lontananza si scorge un immenso razzo che porta sul dorso qualcosa che assomiglia a un gabbiano con le ali distese.

La giornata promette bene: soleggiata dalla temperatura mite e senza una bava di vento. È l’ideale per la partenza.

Sulla pista enormi camion continuano a fare la spola tra la rampa di lancio e l’hangar dirimpetto agli edifici.

Nella breakfast room sei persone, tre uomini e tre donne, fanno la colazione a base di uova e bacon, formaggio e caffè o tè non zuccherato. I loro visi sono tesi al contrario dei giorni precedenti, quando chiassosi e sorridenti si preparavano per il nuovo giorno.

Dana, un’afroamericana, dalla carnagione scura, solleva il viso verso il grande schermo posto di fronte a lei. Le cifre scorrono all’indietro: cinque ore e 29 minuti, poi 28…

Non parla, sorseggia il tè verde. Non sopporta il caffè non zuccherato. La mascella è contratta, la mano trema in modo impercettibile. La tensione è visibile dal come osserva il grande schermo.

Di fianco a lei Pavlov, un russo biondo dagli occhi grigi, taglia l’omelette con formaggio con tratto deciso tenendo gli occhi sul piatto. Pare calmo ma dentro cova l’agitazione per l’imminente partenza. Svuota la mente da tutti i pensieri, si concentra sul piatto. Deve essere sereno, quando dopo il lancio deve prendere i comandi di Last Horizon per guidarla verso gli spazi interplanetari.

La missione prevede un viaggio di ben trentacinque anni fino all’ultima Thule nella fascia di Kuiper, che dista sei miliardi e mezzo di chilometri dalla terra oltre Plutone.

Samantha, un’italiana di ventisette anni, minuta dai capelli castano chiari tagliati a caschetto si alza. Ha terminato la colazione. Vuole sgranchirsi le gambe prima d’iniziare la vestizione. Ha deciso per il modello di Dava Newman, la ricercatrice del MIT, progettato appositamente per lei. Un modello futuribile, un vero azzardo vista la lunghezza dell’esplorazione spaziale, è la BioSuit, che aderisce come una seconda pelle sul suo corpo.

Gli altri hanno deciso per una tuta più convenzionale, MarkIII, che assomiglia a un veicolo spaziale, perché si entra e non s’indossa.

Un trillo di un campanello e la segnalazione sul grande schermo che mancano cinque ore alla partenza fa sobbalzare Lin, una cinesina dal corpo mascolino e dai capelli neri corvini.

James, l’australiano dal fisico atletico e dagli occhi azzurri, solleva lo sguardo verso l’alto, sbadiglia senza fare rumore mentre si alza dopo aver allontanato il piatto e le posate. Sembra annoiato ma invece è agitato internamente.

L’ultimo è Chioma, un imponente nigeriano della tribù igbò, ad avviarsi verso lo spogliatoio per raggiungere i compagni di viaggio, che alla spicciolata hanno cominciato il rito della vestizione. Un’attività che hanno provato e riprovato mille volte nelle settimane precedenti per prendere confidenza con un vestito che porteranno per molti anni.

Dopo essersi denudati passano sotto le docce detergenti per eliminare qualsiasi impurità dal loro corpo, prima d’indossare la tuta della partenza. È un’operazione lunga e complessa, che richiede un paio d’ore. Nel frattempo attivano le tecniche di rilassamento necessarie per affrontare la tensione prima del lancio all’interno del modulo dell’astronave e quello seguente alla partenza. È un momento delicato durante il quale ogni minimo errore si paga con la vita.

L’ingegnere responsabile delle attività carica nei quattro computer di bordo il software di gestione e backup. Controlla che tutto funzioni a dovere mentre i minuti scalano inesorabili. Viene ricontrollato tutto: carburante, dispositivi, sistemi di navigazione e di telecomunicazioni con meticolosa attenzione, mentre i sei astronauti prendono posto nei loro moduli allineati per due.

A sei minuti e trenta scatta il conto alla rovescia automatico.

La tensione è palpabile sia a bordo di Last Horizon che nella torre di controllo.

«10, 9, 8,…,3,2,1 e decollo» scandisce il responsabile del lancio, quando al termine i motori di Saturn X si accendono. Il vettore si stacca da terra e con lentezza si dirige verso il cielo. Il computer di bordo prende il controllo del razzo calcolando la giusta angolazione per iniziare la sua corsa verso l’ignoto.

Dopo quaranta minuti vettore e astronave sono pronti per dirigersi verso la luna, la prima tappa della loro missione.

«Tutto ok?» gracchia la voce della torre di controllo.

«Sì» risponde laconica Dana, il comandante della missione Ultima Thule.

E l’astronave vola verso il buio cosmico.

 

Un Cristo senza cielo

Quella mattina, all’ora in cui si dice che i sogni siano veritieri, era stato visitato da suo padre. O, almeno, sapeva che doveva essere lui: lo sapeva di quell’ovvia certezza che, nei sogni, riesce a farci sembrare consueto ciò che non ci è mai capitato. Alto, altissimo, lo teneva per mano. Lui, però, non era un bambino; l’episodio si svolgeva nel presente.

Era a fianco del padre ma anche un po’ indietro, come se si stesse facendo trascinare, e non riusciva a vederlo in viso. Poi il padre aveva accennato a voltarsi – forse per sollecitarlo? – e lui era stato preso da un’eccitazione parossistica che però, e gli sembrava strano, non sapeva ricordare se fosse paura, angoscia, o gioia. A quel punto si era svegliato, con il cuore che batteva all’impazzata, senza aver potuto vedere neanche in sogno quel volto che non aveva mai conosciuto nella realtà.

Questo frammento gli era tornato alla memoria adesso, improvvisamente, senza un motivo che sapesse capire, mentre camminava lentamente lungo via Monferrato, tornando al lavoro dalla trattoria dove, per abitudine, consumava i pasti. Assorto nei propri pensieri, aveva sentito una voce minacciosa, un avvertimento urlato al megafono, ma senza coglierne le parole, senza rendersi conto che era rivolto a lui; eppure l’incongruità di quel suono, fuori luogo in quella via elegante e tranquilla, lottava per farsi strada verso la sua coscienza. Qualche giorno prima c’era stata in quei paraggi una troupe televisiva; forse stavano ancora girando e lui disturbava le riprese? Alzò gli occhi dal suolo e si guardò intorno. Alla sua sinistra c’era una delle vetrine della banca; sul manifesto che la occupava quasi per intero, il sorriso ebete di un giovane seduto sulla bitta di una barca a vela, in un’escursione che si intuiva costosa, faceva pubblicità alle carte revolving.

Nella striscia di vetrina lasciata libera dal manifesto comparve per un istante il viso di un bambino, incorniciato da capelli biondi. La bocca era quasi un rettangolo, tesa nella maschera di un pianto disperato; gli occhi spalancati guardavano di lato, in direzione di ciò che lo stava terrorizzando. Improvvisamente qualcuno, da dietro, colpì violentemente la testolina, che andò a sbattere contro il vetro macchiandolo di sangue. Per un attimo comparve una figura incappucciata che si muoveva nervosamente sullo sfondo.

«Fermo! Torni indietro!» urlò di nuovo nel megafono il comandante. Lui questa volta si girò in direzione della voce e vide, sul marciapiede opposto, parecchi poliziotti schierati, con le armi in pugno. Altri stavano transennando la strada.

Capita, in situazioni drammatiche, che i pensieri si succedano con una rapidità che normalmente non si sperimenta. Sono pensieri non formulati in parole; ricordi, idee collegate in modo misterioso che emergono improvvisamente in un complesso già organizzato, come se fosse stato lì, pronto sotto il pelo dell’acqua, da sempre.

Don Sandroni, il suo insegnante di religione alle scuole medie.

Mentre tutti i suoi compagni di classe approfittavano dell’ora di religione, e dello scarso rigore dell’insegnante, per dedicarsi alle più svariate attività – dal ripasso per l’interrogazione prevista all’ora successiva, al gioco del poker – lui intavolava spesso delle discussioni con don Sandroni, esponendogli i propri dubbi. Il prete non si scandalizzava, anzi: sembrava apprezzare che ci fosse almeno un allievo che lo prendeva sul serio, anche se per contrastarlo, e si sforzava di dare delle risposte. Che risposte fossero, non lo ricordava; sapeva solo che non gli sembravano soddisfacenti.

Perché mai Cristo era arrivato proprio allora (che significava ‘pienezza dei tempi’?) e non, invece, all’inizio della Storia, anzi nella preistoria, ai giorni del primo uomo, in modo da dare a tutti la possibilità di salvezza? Che ne era dei giusti vissuti prima di Cristo? Perché mai avrebbero dovuto aspettare la Sua seconda venuta, perché mai non potevano andare subito in Paradiso? Era forse colpa loro se erano nati troppo presto? Ma, più grave ancora: che ne è di un giusto nato dopo Cristo, che però non riesce a rendersi conto che Lui è il Salvatore? Basta questo mancato riconoscimento a condannarlo, anche se per il resto si è comportato come un santo?

E come può un Padre buono pretendere che suo figlio, innocente, vada incontro alla morte, e una brutta morte, per concedere ad altri la salvezza? Perché ci deve essere questo scambio, perché deve essere pagato questo tributo di sangue? C’è una legge, una regola superiore a Dio, a cui anche Lui deve attenersi, che lo impone?

Poi il tempo era passato, lui era cresciuto e non aveva più pensato a quelle discussioni: neanche quando aveva, in molte occasioni, conosciuto il dolore.

«Via! Vada via di lì! Si al-lon-ta-ni!» Lui era arrivato alla porta di emergenza della banca, quella senza bussola. Stava gesticolando e urlando, ma la sua voce era stata coperta dal megafono. Il comandante, dall’altro lato della strada, riuscì a sentire solo le ultime parole: «… al suo posto».

La porta di emergenza si aprì. Il bambino biondo sgusciò fuori di corsa, e lui entrò.

L’incontro

– Arrivo giusto giusto all’acqua e alla siringa. Dai, per una volta puoi anche fare uno strappo! – disse Riccardo porgendo le monete.

Dalla finestrella di trenta centimetri per quaranta nella porta blindata il farmacista rispose:

– Te l’ho già spiegato, non dipende da me, non sono io il proprietario. Se non ti faccio pagare il supplemento notturno, ce lo devo mettere io.

– Non farmene cercare una usata e prendere l’acqua dal rubinetto, fammi quest’elemosina, per favore.

– Oh, ma sono tre euro. La faccio a te, la faccio a quelli dopo di te, e domattina mi ritrovo ad aver lavorato tutta la notte per pagare i vostri supplementi.

Riccardo ebbe un’idea. Porse le monete che aveva in mano al cliente in coda dopo di lui.

– Signore, me le compra lei acqua e siringa? Così il suo supplemento notturno vale anche per me.

Il tizio ci mise un attimo a capire. Si sarebbe risolto l’intoppo che gli stava facendo perdere tempo, e senza che lui dovesse sborsare un soldo. Prese le monete cercando di non toccare la mano del ragazzo. Sembrava pulita, ma tutto il resto… Orecchino, tatuaggi; una specie di canottiera scollata, cascante, macchiata, gli lasciava scoperta buona parte del torace ed era infilata solo a metà in un paio di pantaloni che non si capiva come facessero a reggersi sui fianchi stretti, pelle e ossa.

– Lexotan.

– Ce l’ha la ricetta?

Sapeva benissimo di non averla ma fece egualmente il gesto di tastarsi le tasche della giacca.

– Non ce l’ho con me, ma…

– Va bene, non importa.

Il farmacista scomparve dietro al bancone e tornò, dopo un tempo che gli parve interminabile, con il suo Lexotan, una siringa da insulina e una fiala. Lui passò siringa e fiala al ragazzo con l’orecchino tenendole con la punta delle dita, sempre cercando di evitare il contatto. Un attimo dopo il ragazzo era sparito.

Diede un’occhiata all’orologio, prendendo nota mentalmente di non uscire più con quello d’oro in queste occasioni: con la gente che si incontra di notte, era un rischio.

La puttana all’angolo della strada gli sorrise. Carina, ma il capo si sarebbe già lamentato anche senza ulteriori ritardi. Tirò dritto.

* * *

Riccardo il foro per l’orecchino se l’era fatto fare assieme a Elena. Lei non ne aveva ancora, di fori: quello era il primo, proprio come per lui. Avevano comprato un paio di orecchini tondi, semplici (a quel tempo lavorava ancora e qualche soldo ce l’aveva) e se li erano fatti mettere proprio in quella farmacia. Non da quel farmacista antipatico del turno di notte: c’era una ragazza sorridente, quella volta. Il foro non era stato neanche troppo doloroso, temeva peggio. Un orecchino lui e uno Elena, uguali: così si vedeva che stavano insieme. Al posto dell’anello di fidanzamento.

Quando Elena era morta di overdose, per un istante aveva pensato di toglierglielo. Non serve a niente un orecchino nella bara, e forse il compro oro gliene avrebbe dato dieci euro. Poi però non ne fece nulla: gli piaceva l’idea che continuassero a restare legati, lei di là e lui di qua. Finché un giorno, non troppo lontano, si sarebbero ritrovati.

Spense l’accendino, tolse la siringa dal blister e aspirò fino all’ultima goccia dal cucchiaino ancora caldo.

* * *

– Ce ne hai messo di tempo.

– Ho dovuto convincere il farmacista a darmelo senza ricetta… e poi c’era anche un drogato di merda che rompeva le palle.

Il capo prese il Lexotan con malagrazia.

– Puoi andare.

Mentre tornava a casa, rifletté. Non gli piaceva essere trattato così. Lui aveva un compito ben preciso, e importante, ma il capo lo sfruttava anche come factotum. Lo chiamava a qualsiasi ora del giorno e della notte per chiedergli le cose più impensate. Il giorno prima gli aveva fatto sturare un lavandino.

Gli sarebbe piaciuto ribellarsi, e forse un giorno ci avrebbe anche provato, ma per il momento aveva troppa paura. Non aveva fatto una bella fine Filippo.

Si consolò pensando che Filippo, in fin dei conti, era un manovale senza intelligenza e senza importanza. Non un artista come lui, che era capace di far passare cinquanta chili di roba buona sotto il naso dei doganieri.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – La luna rossa

Splendida immagine tratta da Waldprok ed ecco che la cronaca da Venusia si arricchisce di un nuovo racconto.

Buona lettura

Tutto il mondo è in fibrillazione, perché dopo il 31 gennaio della doppia eclissi della luna blu e rossa, che i più vecchi non ricordavano, ce ne sarà una della durata incredibile di otto ore.

Però è Venusiolandia l’area dove il fenomeno della luna rossa sarà magnifico. A Venusia si sarebbero potute scattare immagini stupende, perché l’inquinamento luminoso è praticamente zero, perché le strade sono per lo più al buio. Al calar del sole tutti si chiudono in casa e le vie sono il dominio delle liti dei gatti.

I venusiani per la sera del 27 luglio si sono armati di cannocchiali, piccoli telescopi, macchine fotografiche, telefoni sistemandosi nel parco, sulla panchina o semplicemente alla finestra o sul balcone di casa.

Da Sghego hanno spostato i tavoli fuori dal tendone per ammirare lo spicchio di cielo dove il fenomeno sarà visibile. Mario, Ermete e gli altri accaniti giocatori non sembrano interessati all’eclissi.

«Porta sfiga» dice Ermete, mentre cala i due di bastoni a trionfo.

«Scimunito!» impreca Mario, il compagno. «Il tre è ancora fuori. Usa la testa invece di pensare alla luna rossa».

Ermete scrolla le spalle, mentre Berto sogghigna calando il tre facendo sua la mano.

«Prendi» dice Ermete, allungando le sue carte a Martino che in quella partita è il giocatore d’angolo. «Mi sono stancato. Faccio quattro passi per sgranchire le gambe».

Mentre Ermete si allontana per fumarsi una cicca in pace, Sandra e Lorenzo tenendosi per mano si avviano verso la Fortezza, dove lo spettacolo della luna rossa sarà superbo.

La Fortezza sta nel punto più alto della Montagna, proprio in cima fuori dal bosco degli spiriti ma si sa che i venusiani non amano mettere piede lì di giorno, figuriamoci di notte.

I due ragazzi sono stati preceduti da altri due venusiani che non credono che il bosco sia abitato da spiriti: Sofia e la piccola Elisa, che ha ottenuto il permesso di salire alla Fortezza in sua compagnia.

La serata è limpida senza una nuvoletta, nemmeno una. Il cielo si riempe a poco a poco di stelle, come se qualcuno le accendesse con un interruttore.

«Cosa sono quelle tre stelle che sembrano quelle presepe?» chiede Elisa, seduta con Sofia sul torrione più alto della Fortezza.

La battuta ingenua della bambina fa sorridere nell’oscurità più buia Sofia, che ridacchia sommessamente. È vero che quei tre punti luminosi sembrano avere tanti raggi come le stelle del presepe. In realtà non sono tre stelle ma Marte, Giove e Saturno che per un curioso meccanismo sono vicini tra loro nel cielo.

«Elisa sono tre pianeti, molto distanti dalla terra ma risplendono come se una mano fatata abbia accesso tutte le loro luci» afferma Sofia, scorgendo nell’oscurità il profilo della bambina rivolto verso il cielo.

Mentre Sofia sta spiegando a Elisa cosa sono quei tre punti luminosi, sentono dei passi e delle voci ovattate che si avvicinano. Una torcia azionata da Lorenzo li illumina.

«Ci siete anche voi a gustarvi lo spettacolo della luna rossa!» afferma Lorenzo, sistemandosi con Sandra accanto a loro.

Lo spettacolo inizia.

 

Foglie

Qui c’è un vecchio grosso, rimasto solo nella casa degli ippocastani.

La moglie se n’è volata via di colpo e la televisione ha alzato il volume. 

A passettini cuciti con l’ago, il vecchio grosso ha dichiarato guerra alle foglie.

Ha cominciato a primavera, con quelle che non legano al ramo e cadono, grasse e arricciate come i bruchi o le rughe.

Ha continuato d’estate, con le ostie di robinia, disossate dal sole, gialle e sottili.

Adesso tien dietro alle foglie di ippocastano, che sono grandi e spesse: le spinge più in là, e si arrabbia con l’asfalto bagnato che incolla. 

E’ fatica smuovere le foglie senza una scopa, solo con il bastone.

E’ fatica, se il vento non vuole saperne di dare una mano.

Il vecchio insulta le foglie, le insegue e non ha tenerezza la voce.

Le vuole lontane, che non abbiano a toccare il muretto e la striscia di terra, vicina.

Marce. Marce. Le foglie marce hanno la morte in tasca”- dice.

Chi lo vede chiamare gorghi di aria e dondolare lento, pesante in mezzo alla strada, sa che non sono le foglie a fargli paura.