Un Cristo senza cielo

Quella mattina, all’ora in cui si dice che i sogni siano veritieri, era stato visitato da suo padre. O, almeno, sapeva che doveva essere lui: lo sapeva di quell’ovvia certezza che, nei sogni, riesce a farci sembrare consueto ciò che non ci è mai capitato. Alto, altissimo, lo teneva per mano. Lui, però, non era un bambino; l’episodio si svolgeva nel presente.

Era a fianco del padre ma anche un po’ indietro, come se si stesse facendo trascinare, e non riusciva a vederlo in viso. Poi il padre aveva accennato a voltarsi – forse per sollecitarlo? – e lui era stato preso da un’eccitazione parossistica che però, e gli sembrava strano, non sapeva ricordare se fosse paura, angoscia, o gioia. A quel punto si era svegliato, con il cuore che batteva all’impazzata, senza aver potuto vedere neanche in sogno quel volto che non aveva mai conosciuto nella realtà.

Questo frammento gli era tornato alla memoria adesso, improvvisamente, senza un motivo che sapesse capire, mentre camminava lentamente lungo via Monferrato, tornando al lavoro dalla trattoria dove, per abitudine, consumava i pasti. Assorto nei propri pensieri, aveva sentito una voce minacciosa, un avvertimento urlato al megafono, ma senza coglierne le parole, senza rendersi conto che era rivolto a lui; eppure l’incongruità di quel suono, fuori luogo in quella via elegante e tranquilla, lottava per farsi strada verso la sua coscienza. Qualche giorno prima c’era stata in quei paraggi una troupe televisiva; forse stavano ancora girando e lui disturbava le riprese? Alzò gli occhi dal suolo e si guardò intorno. Alla sua sinistra c’era una delle vetrine della banca; sul manifesto che la occupava quasi per intero, il sorriso ebete di un giovane seduto sulla bitta di una barca a vela, in un’escursione che si intuiva costosa, faceva pubblicità alle carte revolving.

Nella striscia di vetrina lasciata libera dal manifesto comparve per un istante il viso di un bambino, incorniciato da capelli biondi. La bocca era quasi un rettangolo, tesa nella maschera di un pianto disperato; gli occhi spalancati guardavano di lato, in direzione di ciò che lo stava terrorizzando. Improvvisamente qualcuno, da dietro, colpì violentemente la testolina, che andò a sbattere contro il vetro macchiandolo di sangue. Per un attimo comparve una figura incappucciata che si muoveva nervosamente sullo sfondo.

«Fermo! Torni indietro!» urlò di nuovo nel megafono il comandante. Lui questa volta si girò in direzione della voce e vide, sul marciapiede opposto, parecchi poliziotti schierati, con le armi in pugno. Altri stavano transennando la strada.

Capita, in situazioni drammatiche, che i pensieri si succedano con una rapidità che normalmente non si sperimenta. Sono pensieri non formulati in parole; ricordi, idee collegate in modo misterioso che emergono improvvisamente in un complesso già organizzato, come se fosse stato lì, pronto sotto il pelo dell’acqua, da sempre.

Don Sandroni, il suo insegnante di religione alle scuole medie.

Mentre tutti i suoi compagni di classe approfittavano dell’ora di religione, e dello scarso rigore dell’insegnante, per dedicarsi alle più svariate attività – dal ripasso per l’interrogazione prevista all’ora successiva, al gioco del poker – lui intavolava spesso delle discussioni con don Sandroni, esponendogli i propri dubbi. Il prete non si scandalizzava, anzi: sembrava apprezzare che ci fosse almeno un allievo che lo prendeva sul serio, anche se per contrastarlo, e si sforzava di dare delle risposte. Che risposte fossero, non lo ricordava; sapeva solo che non gli sembravano soddisfacenti.

Perché mai Cristo era arrivato proprio allora (che significava ‘pienezza dei tempi’?) e non, invece, all’inizio della Storia, anzi nella preistoria, ai giorni del primo uomo, in modo da dare a tutti la possibilità di salvezza? Che ne era dei giusti vissuti prima di Cristo? Perché mai avrebbero dovuto aspettare la Sua seconda venuta, perché mai non potevano andare subito in Paradiso? Era forse colpa loro se erano nati troppo presto? Ma, più grave ancora: che ne è di un giusto nato dopo Cristo, che però non riesce a rendersi conto che Lui è il Salvatore? Basta questo mancato riconoscimento a condannarlo, anche se per il resto si è comportato come un santo?

E come può un Padre buono pretendere che suo figlio, innocente, vada incontro alla morte, e una brutta morte, per concedere ad altri la salvezza? Perché ci deve essere questo scambio, perché deve essere pagato questo tributo di sangue? C’è una legge, una regola superiore a Dio, a cui anche Lui deve attenersi, che lo impone?

Poi il tempo era passato, lui era cresciuto e non aveva più pensato a quelle discussioni: neanche quando aveva, in molte occasioni, conosciuto il dolore.

«Via! Vada via di lì! Si al-lon-ta-ni!» Lui era arrivato alla porta di emergenza della banca, quella senza bussola. Stava gesticolando e urlando, ma la sua voce era stata coperta dal megafono. Il comandante, dall’altro lato della strada, riuscì a sentire solo le ultime parole: «… al suo posto».

La porta di emergenza si aprì. Il bambino biondo sgusciò fuori di corsa, e lui entrò.

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L’incontro

– Arrivo giusto giusto all’acqua e alla siringa. Dai, per una volta puoi anche fare uno strappo! – disse Riccardo porgendo le monete.

Dalla finestrella di trenta centimetri per quaranta nella porta blindata il farmacista rispose:

– Te l’ho già spiegato, non dipende da me, non sono io il proprietario. Se non ti faccio pagare il supplemento notturno, ce lo devo mettere io.

– Non farmene cercare una usata e prendere l’acqua dal rubinetto, fammi quest’elemosina, per favore.

– Oh, ma sono tre euro. La faccio a te, la faccio a quelli dopo di te, e domattina mi ritrovo ad aver lavorato tutta la notte per pagare i vostri supplementi.

Riccardo ebbe un’idea. Porse le monete che aveva in mano al cliente in coda dopo di lui.

– Signore, me le compra lei acqua e siringa? Così il suo supplemento notturno vale anche per me.

Il tizio ci mise un attimo a capire. Si sarebbe risolto l’intoppo che gli stava facendo perdere tempo, e senza che lui dovesse sborsare un soldo. Prese le monete cercando di non toccare la mano del ragazzo. Sembrava pulita, ma tutto il resto… Orecchino, tatuaggi; una specie di canottiera scollata, cascante, macchiata, gli lasciava scoperta buona parte del torace ed era infilata solo a metà in un paio di pantaloni che non si capiva come facessero a reggersi sui fianchi stretti, pelle e ossa.

– Lexotan.

– Ce l’ha la ricetta?

Sapeva benissimo di non averla ma fece egualmente il gesto di tastarsi le tasche della giacca.

– Non ce l’ho con me, ma…

– Va bene, non importa.

Il farmacista scomparve dietro al bancone e tornò, dopo un tempo che gli parve interminabile, con il suo Lexotan, una siringa da insulina e una fiala. Lui passò siringa e fiala al ragazzo con l’orecchino tenendole con la punta delle dita, sempre cercando di evitare il contatto. Un attimo dopo il ragazzo era sparito.

Diede un’occhiata all’orologio, prendendo nota mentalmente di non uscire più con quello d’oro in queste occasioni: con la gente che si incontra di notte, era un rischio.

La puttana all’angolo della strada gli sorrise. Carina, ma il capo si sarebbe già lamentato anche senza ulteriori ritardi. Tirò dritto.

* * *

Riccardo il foro per l’orecchino se l’era fatto fare assieme a Elena. Lei non ne aveva ancora, di fori: quello era il primo, proprio come per lui. Avevano comprato un paio di orecchini tondi, semplici (a quel tempo lavorava ancora e qualche soldo ce l’aveva) e se li erano fatti mettere proprio in quella farmacia. Non da quel farmacista antipatico del turno di notte: c’era una ragazza sorridente, quella volta. Il foro non era stato neanche troppo doloroso, temeva peggio. Un orecchino lui e uno Elena, uguali: così si vedeva che stavano insieme. Al posto dell’anello di fidanzamento.

Quando Elena era morta di overdose, per un istante aveva pensato di toglierglielo. Non serve a niente un orecchino nella bara, e forse il compro oro gliene avrebbe dato dieci euro. Poi però non ne fece nulla: gli piaceva l’idea che continuassero a restare legati, lei di là e lui di qua. Finché un giorno, non troppo lontano, si sarebbero ritrovati.

Spense l’accendino, tolse la siringa dal blister e aspirò fino all’ultima goccia dal cucchiaino ancora caldo.

* * *

– Ce ne hai messo di tempo.

– Ho dovuto convincere il farmacista a darmelo senza ricetta… e poi c’era anche un drogato di merda che rompeva le palle.

Il capo prese il Lexotan con malagrazia.

– Puoi andare.

Mentre tornava a casa, rifletté. Non gli piaceva essere trattato così. Lui aveva un compito ben preciso, e importante, ma il capo lo sfruttava anche come factotum. Lo chiamava a qualsiasi ora del giorno e della notte per chiedergli le cose più impensate. Il giorno prima gli aveva fatto sturare un lavandino.

Gli sarebbe piaciuto ribellarsi, e forse un giorno ci avrebbe anche provato, ma per il momento aveva troppa paura. Non aveva fatto una bella fine Filippo.

Si consolò pensando che Filippo, in fin dei conti, era un manovale senza intelligenza e senza importanza. Non un artista come lui, che era capace di far passare cinquanta chili di roba buona sotto il naso dei doganieri.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – La luna rossa

Splendida immagine tratta da Waldprok ed ecco che la cronaca da Venusia si arricchisce di un nuovo racconto.

Buona lettura

Tutto il mondo è in fibrillazione, perché dopo il 31 gennaio della doppia eclissi della luna blu e rossa, che i più vecchi non ricordavano, ce ne sarà una della durata incredibile di otto ore.

Però è Venusiolandia l’area dove il fenomeno della luna rossa sarà magnifico. A Venusia si sarebbero potute scattare immagini stupende, perché l’inquinamento luminoso è praticamente zero, perché le strade sono per lo più al buio. Al calar del sole tutti si chiudono in casa e le vie sono il dominio delle liti dei gatti.

I venusiani per la sera del 27 luglio si sono armati di cannocchiali, piccoli telescopi, macchine fotografiche, telefoni sistemandosi nel parco, sulla panchina o semplicemente alla finestra o sul balcone di casa.

Da Sghego hanno spostato i tavoli fuori dal tendone per ammirare lo spicchio di cielo dove il fenomeno sarà visibile. Mario, Ermete e gli altri accaniti giocatori non sembrano interessati all’eclissi.

«Porta sfiga» dice Ermete, mentre cala i due di bastoni a trionfo.

«Scimunito!» impreca Mario, il compagno. «Il tre è ancora fuori. Usa la testa invece di pensare alla luna rossa».

Ermete scrolla le spalle, mentre Berto sogghigna calando il tre facendo sua la mano.

«Prendi» dice Ermete, allungando le sue carte a Martino che in quella partita è il giocatore d’angolo. «Mi sono stancato. Faccio quattro passi per sgranchire le gambe».

Mentre Ermete si allontana per fumarsi una cicca in pace, Sandra e Lorenzo tenendosi per mano si avviano verso la Fortezza, dove lo spettacolo della luna rossa sarà superbo.

La Fortezza sta nel punto più alto della Montagna, proprio in cima fuori dal bosco degli spiriti ma si sa che i venusiani non amano mettere piede lì di giorno, figuriamoci di notte.

I due ragazzi sono stati preceduti da altri due venusiani che non credono che il bosco sia abitato da spiriti: Sofia e la piccola Elisa, che ha ottenuto il permesso di salire alla Fortezza in sua compagnia.

La serata è limpida senza una nuvoletta, nemmeno una. Il cielo si riempe a poco a poco di stelle, come se qualcuno le accendesse con un interruttore.

«Cosa sono quelle tre stelle che sembrano quelle presepe?» chiede Elisa, seduta con Sofia sul torrione più alto della Fortezza.

La battuta ingenua della bambina fa sorridere nell’oscurità più buia Sofia, che ridacchia sommessamente. È vero che quei tre punti luminosi sembrano avere tanti raggi come le stelle del presepe. In realtà non sono tre stelle ma Marte, Giove e Saturno che per un curioso meccanismo sono vicini tra loro nel cielo.

«Elisa sono tre pianeti, molto distanti dalla terra ma risplendono come se una mano fatata abbia accesso tutte le loro luci» afferma Sofia, scorgendo nell’oscurità il profilo della bambina rivolto verso il cielo.

Mentre Sofia sta spiegando a Elisa cosa sono quei tre punti luminosi, sentono dei passi e delle voci ovattate che si avvicinano. Una torcia azionata da Lorenzo li illumina.

«Ci siete anche voi a gustarvi lo spettacolo della luna rossa!» afferma Lorenzo, sistemandosi con Sandra accanto a loro.

Lo spettacolo inizia.

 

Foglie

Qui c’è un vecchio grosso, rimasto solo nella casa degli ippocastani.

La moglie se n’è volata via di colpo e la televisione ha alzato il volume. 

A passettini cuciti con l’ago, il vecchio grosso ha dichiarato guerra alle foglie.

Ha cominciato a primavera, con quelle che non legano al ramo e cadono, grasse e arricciate come i bruchi o le rughe.

Ha continuato d’estate, con le ostie di robinia, disossate dal sole, gialle e sottili.

Adesso tien dietro alle foglie di ippocastano, che sono grandi e spesse: le spinge più in là, e si arrabbia con l’asfalto bagnato che incolla. 

E’ fatica smuovere le foglie senza una scopa, solo con il bastone.

E’ fatica, se il vento non vuole saperne di dare una mano.

Il vecchio insulta le foglie, le insegue e non ha tenerezza la voce.

Le vuole lontane, che non abbiano a toccare il muretto e la striscia di terra, vicina.

Marce. Marce. Le foglie marce hanno la morte in tasca”- dice.

Chi lo vede chiamare gorghi di aria e dondolare lento, pesante in mezzo alla strada, sa che non sono le foglie a fargli paura.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – La statua

Una statua sommersa nel verde ma Etiliyle l’ ha immortalata con uno scatto. Nuova storia di Venusia.

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Buona lettura

Immersa nel verde poco prima del bosco sta una statua che tutti ricordano sempre lì. Fa parte del paesaggio e se sparisse, se ne accorgerebbero tutti. Una volta era bianca, candida, adesso è piena di macchie verdi e chiazze grigio nere, i segni del tempo che scorre. È il punto di ritrovo di Sandra e Lorenzo. Da qui partono per le loro passeggiate verso la Fortezza, che si erge la dove termina il bosco.

I due innamorati non seguono la via più diretta: il sentiero che attraversa il bosco ma girano introno alla collina per salire nel tratto privo di alberi. Solo cespugli bassi, rovi e tante felci. Una passeggiata quasi quotidiana di un paio d’ore, prima che il sole cali sull’orizzonte.

Anche oggi è come nei giorni precedenti.

«Appuntamento alle cinque» ha detto Sandra il giorno prima, quando Lorenzo le ha dato il bacio della buonanotte sull’uscio di casa.

Alle cinque in punto né un minuto prima né dopo i due ragazzi si ritrovano presso la loro statua, la Venere col cestello. La chiamano così perché è il simbolo del loro amore.

Sandra arriva dalla destra, Lorenzo dalla sinistra, convergendo sulla loro icona.

«Non noti niente di diverso?» chiede Sandra, che si è accorta di un luccichio anomalo dietro la loro Venere.

Lorenzo stringe gli occhi non per il sole, che comunque c’è, ma per mettere a fuoco il punto segnalato dalla ragazza. Lui vede la statua, le erbe che ormai arrivano al busto ma non il luccichio che dice Sandra.

«Ma dove?» chiede il ragazzo che si è fermato per osservare meglio la loro statua.

«Ma lì» addita con l’indice destro un punto non ben definito della loro Venere.

Lorenzo riduce a una fessura i suoi occhi sperando di cogliere quello che Sandra indica in maniera perentoria.

La ragazza fa due passi avanti e poi si mette a ridere, mentre Lorenzo la guarda perplesso. Lui non vede nulla e non comprende l’ilarità di Sandra, che solleva come un trofeo un manubrio di bicicletta.

«Chissà come è finito qua» borbotta Lorenzo che non è riuscito a vederlo nonostante abbia perlustrato con gli occhi ogni centimetro della statua alla ricerca del luccichio.

«E ora cosa ne facciamo?» chiede il ragazzo, perché a lui proprio non interessa.

«Lo prendiamo con noi per metterlo nel cassonetto del ferro» replica Sandra, afferrandolo con la sinistra.

«Oggi la passeggiata ha un intruso» sospira Lorenzo, prendendola sotto braccio.

La donna sirena

Qui da noi ci sono donne sirena, con petto di rosatea e fianchi accoglienti.

La più bella era bruna.

Alle nespole d’inverno aveva rubato la pelle dorata: a guardarla ne sapevi la polpa nascosta.

Non chiamava, non cantava, ma, se rideva, se guardava e rideva di gola, non c’era male, non c’era dolore che restasse identico a prima.

Un riso di latte e di miele.

Lo sentì il suo ulisse, risalito dall’altra sponda del mare, fra le nebbie del fiume, vagabondo senza mappe e senza mestiere.

Lei lo lavò, lo vestì, lo prese nel letto, nella casa del caco esploso d’arancio.

Lui dipingeva su vecchi assi d’armadio: nel noce, nei muri, nella brina sui rami vedeva marine velate, trine di schiuma e conchiglie e conchiglie.

Con questa moneta pagava. E le case fiorirono di squame azzurrate, collezioni di sabbie, zaffiri d’onde e marosi…

Se ne andò, lo straniero, senza dire dove e perché.

A noi restò il mare sui muri e una donna sirena, senza latte né miele.

Perchè l’amore ha radici nell’aria.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – occhio magico

Da questa stupenda immagine di Waldprok nasce un mini racconto senza troppe pretese. Venusia e i suoi abitanti sono sempre lì ad accogliere i viandanti della lettura.

Buona lettura.

La sera si avvicina e nello stagno delle anatre si specchia il sole, spuntando da dietro le nuvole. Però le anatre non ci sono. Loro arriveranno a ottobre per riposare qualche giorno prima di riprendere il volo verso sud.

Pino ci viene quasi tutti i giorni nella speranza di vederle che pigramente si lasciano dondolare sull’acqua e poi come colpiti da qualcosa si tuffano con la testa sotto la superficie in maniera repentina. Lui rimane affascinato dalla velocità con cui compiono questa operazione.

Pino è un ragazzino di dieci anni, alto due soldi di cacio con lo sguardo vispo e allegro. Sembra insignificante ma in realtà è un motorino inesauribile come se la carica non finisse mai. I suoi genitori lo lasciano libero di muoversi dove vuole durante l’estate. A scuola è il migliore. Insuperabile in matematica, discreto in italiano. Quest’anno ha finito le elementari e il prossimo settembre andrà all’unica media di Venusia con un bel giudizio più che lusinghiero.

Questa sera, come le altre, Pino si trova sul bordo dello stagno all’ombra di un leccio centenario a osservare la sua superficie liscia senza nemmeno una piccola increspatura. Una leggera bava mitiga la calura e muove gli steli del prato, che sta soffrendo il caldo. Tiene fra i denti un filo d’erba che fa fischiare con abilità. Glielo ha insegnato il nonno prima di morire. Pino in certe giornate ne sente la mancanza. Per lui era una guida, una fonte di conoscenze spicciole che nessun maestro è in grado d’insegnare. Una lenta melodia accompagna questo momento di tristezza, mentre il globo giallo si inabissa lentamente nello stagno.

Alle sue spalle nel folto dei rami una capinera intona il suo canto.

Pino rimane in ascolto a bocca aperta e fa cadere il filo che teneva fra le labbra fra l’erba che cresce sul bordo dello stagno.

Le ombre si allungano nella sera e lo stagno si prepara alla notte. Pino a malincuore si alza per tornare a casa, mentre il sole è sparito dietro le nuvole che avvampano di rosso. Indugia ancora. Gli dispiace lasciare questo posto che ha conquistato la sua fantasia.

Ci sono piccoli velieri che navigano sull’acqua dalle vele colorate spinte dal vento che piega la canne palustri. Lasciano il piccolo porto ricavato in un’insenatura per andare verso l’ignoto. Sono migranti in cerca di fortuna in terre lontane e sconosciute. Sulla riva le moglie li salutano con le mani e i fazzoletti, mentre ricambiano sventolando i loro berretti. Poi tutto si svuota in un crescendo di luci sempre più flebili e di ombre più minacciose.

Pino si volta verso lo stagno prima di affrontare il sentiero diretto a Venusia. In parte corre sotto il tetto verde del bosco di lecci e l’ultimo tratto sotto il cielo che inscurisce.

Le prime case di Venusia si mostrano agli occhi di Pino, che affretta il passo. La mamma si raccomanda sempre di essere in casa prima che il sole sia tramontato del tutto e lui sa di essere in ritardo.

Un ultimo sguardo e poi sta tra le case basse e gli orti del paese che lo inghiottiscono dentro di sé.

Disegna la tua storia – un’immagine di Marzia – Un puf!

Marzia propone un indovinello ed io raccolgo la sfida. Ecco l’immagine

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ed ecco il racconto

Il ventisei di giugno a Venusia si festeggia SS. Giovanni e Paolo ed è festa grande.

La grande piazza, quella con la fontana senz’acqua, che in realtà è anche l’unica del paese, si riempe di bancarelle e stand colorati. Qualcuno propone il palo della cuccagna ma fare un buco nell’asfalto è come fare un buco nell’acqua. Allora si ripiega sulla giostra, quella di una volta, coi cavallini, i cigni e animali alati, ma il problema è un altro. La giostra gira vuota o quasi per mancanza della materia prima: i bambini. Niente giostra, nemmeno il palo della cuccagna. Ma cosa fare?

«Idea!» esclama Valentina, che vorrebbe essere la creativa del paese.

Tutti si voltano e aspettano la grandiosa e meravigliosa invenzione della sua mente vulcanica.

«Facciamo uno stand dove al posto dei barattoli mettiamo le immagini del borgomastro e dei consiglieri comunali».

Tutti scrollano le spalle, teste comprese. Pensavano a chi sa che cosa, invece un’idea piccola piccola.

«Chissà che gusto c’è tirare una palla sulla foto del borgomastro» spiega Ermete, che ha la lingua lunga e poco cervello. «Sarebbe più emozionante se ci fosse lui in persona».

Tutti scoppiano a ridere per la proposta provocatoria di Ermete, che mette il broncio perché lo stanno dileggiando.

Insomma l’organizzazione della festa è una bella occasione per litigare. Tutti contro tutti.

«Eureka!»

Tutti si girano verso Martino, che sembra annunciare il ritrovamento del tesoro nascosto due secoli fa in una casa di Venusia.

Martino resta in silenzio calamitando gli sguardi perplessi e curiosi degli avventori da Sghego. Si sente solo il ronzio di un’ape che per sbaglio è finita lì in mezzo agli organizzatori della festa.

«Mettiamo i tavoli di Sghego in piazza…».

«Perché dovremmo fare questa fatica. Si sta tanto bene qui sotto il glicine e la passiflora» rimbecca Berto, che manda giù una sorsata di raboso, seguito da un poderoso rutto.

«Che maleducato» urla Valentina, alzandosi in piedi.

«…e poi facciamo un torneo di rubamazzo. Chi perde…» continua Martino ignorando le varie interruzioni.

«Lava i piatti per dieci giorni» chiosa Ermete, suscitando l’ilarità generale.

«Insomma abbiamo capito. Facciamo come gli anni precedenti. Bancarelle, stand gastronomici, la processione dei due Santi e lo spettacolo pirotecnico per chiudere» dice Sghego con grembiule bianco legato in cintura.

Il ventisei giugno alle ventitré inizia lo spettacolo con tutta Venusia a naso in su.

Puf! Bot! Splash! E il cielo grigio si riempe di patetici sbuffi. Si erano dimenticati di mettere al riparo bombe, petardi, spolette, stelle, quando nel pomeriggio c’è stato il consueto acquazzone.

 

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – la fontana

Una bella immagine di Etiliyle e zac una pessima storia.

Etiliyle-Luca Molinari Photo-Calice

A Venusia c’è solo una grande piazza Al centro una fontana: marmo e cannelli di rame che dovrebbero zampillare acqua ma sono sempre a secco. È il posto delle grandi adunate, quelle faraoniche, si fa per dire, quando il borgomastro deve fare le comunicazioni a tutti i cittadini di Venusia. Anche se siamo nel nuovo millennio internet non esiste ma nemmeno quello delle cose. Facebook e altre diavolerie non sono note. Whatsapp? Cos’è? Insomma niente tecnologia per fare le comunicazioni a tutti i cittadini. Esiste solo la grande piazza con la fontana di Bustonero. Comunicazione immediata e senza sorprese.

Quando non è impegnata dal borgomastro, in verità assai di rado, è il terreno di giochi dei bambini venusiani. Non sono molti, perché anche qui le nascite avvengono col contagocce ma ci sono.

La piazz a è la loro pista per le corse in bicicletta o sugli skateboard. L’asfalto è ruvido e lascia segni dolorosi sulle gambe ma non demordono. Cadono, si rialzano e piagnucolano ma poi tornano a correre e cadere. Però anche altri giochi di strada si svolgono in quello spiazzo ardente nei mesi estivi.

Ad aprile quando le giornate sono soleggiate ma ancora fresche bambine e bambini occupano la piazza, cercando di convivere senza litigare come fanno i grandi, quando si ritrovano insieme.

Elisa capeggia la schiera delle femmine che si sistemano a sinistra della fontana. Pino invece è il capo dei maschi che non possono gareggiare con biciclette, e si accontentano di giocare coi tappi.

Elisa porta da casa i gessetti colorati per disegnare sull’asfalto il campo di gioco. Sette caselle e il cielo da raggiungere. Disegna una riga dietro la quale si sistemano.

“Un due tre… la peppina fa il caffè… fa il caffè di cioccolata… la peppina è malata”.

È la filastrocca che usa Elisa per contare chi deve iniziare il gioco. Viene lanciato il sassolino ma manca la prima casella. Subito Cecilia viene eliminata. Nuova conta. Questa volta il sassolino centra la casella. Roberta fa un salto col piede destro. Ondeggia pericolosamente ma resta in piedi. Lo raccoglie in equilibrio precario su la gamba destra. Lo lancia nella seconda casella con perizia ma la deve centrare col piede sinistro, tenendo sollevato il destro Un salto maldestro che la fa rovinare a terra. Il gioco prosegue finché esauste non si siedono sotto l’unica ombra della piazza. Quella sotto un alberello gracile ed esile che dovrebbe essere un tiglio. Osservano Pino e i suoi compagni che stanno facendo la corsa coi tappi corona, dove hanno racchiuso la figurina dei loro corridori preferiti.

«Hai tagliato la curva» urla Ernesto. «Devi tornare indietro».

«No! Ho solo toccato la riga» rimbecca acido Pietro.

Ernesto è rosso in viso per la collera, perché rischia di perdere il Giro di Venusia e lui a perdere non ci sta. Si fronteggiano minacciosamente pronti a litigare con le mani, quando Pino si interpone tra loro.

«Pietro» afferma con calma il ragazzino. «Ernesto ha ragione. Quindi torna al punto di partenza».

Pietro sbuffa e getta con stizza il suo tappo lontano, mentre si allontana tutto arrabbiato.

«Sempre così finisce» sussurra Elisa sottovoce a Monica. «Tutte le volte il gioco finisce in un litigio».

Disegna la tua storia – un immagine di Waldprok – le scie

Da questa bella immagine di Waldprok nasce questa breve racconto

Ermete osserva tutti i giorni strane scie nel cielo. Una mano misteriosa con un pennarello bianco si diverte a striare l’azzurro limpido del cielo. Non disegni di animali fantastici come quel birbone che prende batuffoli di cotone e con mani da prestigiatore li impasta come draghi, navi e altre forme che strappano un ‘oh!’ di meraviglia.
Ermete non conosce quell’artista ma ne ammira i disegni. Righe diritte, righe slabbrate, righe storte e tutti i giorni delle nuove. Lui a naso in su e bocca aperta per lo stupore di vederle.
Seduto da Sghego con l’immancabile calice di raboso davanti da lui, osserva una serie di scie che s’incrociano dando vita a un curioso disegno che pare un petalo di margherita.
«Sono le scie chimiche» afferma Mario seduto allo stesso tavolo che sorbisce rumorosamente il suo bicchiere.
«Chimiche?»
«Sì, chimiche» ribatte infastidito il compagno di bevute. «Le disegnano per spiarci e condizionare la nostra vita».
Ermete rimane col calice a mezz’aria e la bocca aperta. “Spiarci? Chimiche?” si dice incredulo. “Ma cosa dice Mario?”
«Sei sicuro, Mario?» chiede Ermete che si è ripreso dalla sorpresa.
Lui annuisce con vigore con la testa, perché ha la bocca piena di vino. Qualche goccia cade sul tavolo. Deglutisce in maniera ineducata con un rutto sonoro alla fine.
«Ma dove vivi?» fa Mario, riempendo il bicchiere con altro raboso. «Lo sanno tutti che le scie chimiche ci spiano».
Ermete lo guarda come si può guardare uno che dice delle cretinate. “Ma chi è quello scemo che sale in cielo per spiare Venusia?” riflette armeggiando col calice semi pieno di vino. “E poi come farebbe?” Scuote il capo perché non gliela danno da bere una scemenza del genere.
«Lo stato vuole condizionare la nostra vita, spargendo agenti chimici che ci fanno ridere quando c’è da piangere e viceversa» spiega convinto Mario, ingollando il terzo bicchiere di raboso.
«Ma sei sicuro? Al governo non importa nulla di Venusia, che manco sa che esista» replica Ermete congestionato in viso perché sembra che si voglia burlare di lui.
Mario non risponde. Armeggia col telefono, finché non lo mostra a Ermete.
«Leggi, San Tommaso».
Ermete strizza gli occhi, perché senza occhiali non ci vede un tubo.
‘Le scie di condensazione si formano solo a temperature inferiori a −40°C a 8.000 metri di quota e con umidità relativa del 70%. Questa affermazione si basa sul modello teorico elaborato nel 1953 da H. Appleman. Lo Space Preservation Act sarebbe un’implicita ammissione dell’esistenza del fenomeno. HAARP sarebbe lo strumento di attuazione del piano. A essere irrorato sarebbe un miscuglio di bario, alluminio, silicio e altre sostanze, il cui scopo è quello di creare una sorta di sandwich elettroconduttivo, con finalità di controllo mentale.’
Ermete alza gli occhi sbattendo le palpebre. Non ci ha capito un accidente. “Space Preservation Act… cos’è? HAARP… boh! Sandwich elettroconduttivo… ma si mangia?” pensa ma non osa esternare i suoi dubbi, perché lo prenderebbe per ignorante.
«Allora hai letto?» chiede Mario soddisfatto.
Ermete inforca gli occhiali e solleva il viso contento.
«Certo che ho letto. C’è scritto: ‘questa è una fake news o una bufala del web’» replica finendo il vino nel calice.