Alla fine tutti i ricordi si azzerano….

Vecchio racconto ripescato tra i molti file del PC.

Copertina del libro

Tutti i ricordi alla fine si cancellano. E poi restano i sogni. A quel punto, ormai soli, è a essi che affidi il fardello della tua vita. Presto non ricorderò più niente, niente a parte quella storia che tornava tutte le sere appena mi addormentavo. E’ diventata il ricordo più intimo e remoto. Risale forse all’epoca dei miei quattro o cinque anni. Scesa la notte, il buio s’infittiva nella stanza; chiudevo gli occhi e tutto ricominciava. Ero un bambino molto piccolo e uscivo di casa. Prendevo la via che portava alla scuola o fino a i giardini. Tutto era deserto. Una grande calma meravigliosa si era posta sul mondo. Nella luce di un giorno che stava finendo, camminavo a lungo ma senza fatica. Godevo della mia straordinaria leggerezza e della facilità con cui passavo tra le cose. Attraverso la città; le facciate grigie degli edifici..

Incipit tratto da “Sarinagara” di Philippe Forest, Alet (trad. Gabriella Bosco) – pagg. 266 – 17€ – ©Editions Gallimard, Paris – ©Alet Edizioni

Questa lettura era il mondo fantastico di Roberto, che si crogiolava dalla mattina alla sera in mille pensieri strambi e sognanti.

Era un ragazzone alto e magro, che frequentava l’università, dove stava seduto con lo sguardo perso nel vuoto. Prendeva appunti non della lezione che non ascoltava, ma dei suoi pensieri che sgorgavano frizzanti come la sorgente del torrente di montagna.

Riempiva l’enorme quaderno a quadretti dalla copertina con il viso buffo di un cartone giapponese, di cui non ricordava il nome, perché gli piacevano i grandi occhi sgranati e la bocca spalancata.

La sua scrittura minuta scorreva veloce sulla carta e riempiva un foglio dopo l’altro tra la curiosità dei compagni che lo osservavano stupiti a scrivere storie fantastiche.

Il cielo era plumbeo e tendeva al grigio sporco tanto da confondersi sull’orizzonte con le case. I pochi alberi spelacchiati intristivano la visuale, ma io vedevo il sole splendere sopra di me. Ero etereo, diafano come l’aria che respiravo. I miei occhi vedevano quello che gli altri non percepivano visivamente, penetrando i loro corpi e le loro menti. Captavo i pensieri più reconditi, come se fossi in grado di leggere dentro. Però spesso parlavano con una lingua sconosciuta, che veniva da lontano. Io mi beavo nella mia ignoranza perché questo mi appagava internamente.

Che importanza aveva leggere le preoccupazioni di Agnese, che non sapeva come arrivare a fine mese? Oppure conoscere le pene di amore di Ilaria, che litigava in continuazione con Giuseppe? Era bello sapere che potevo farlo, ma non lo facevo!…

Roberto si chiedeva come aveva fatto ad arrivare all’università sempre immerso nell’aria rarefatta della ionosfera.

Quando a sei anni entrò nella scuola elementare delle suore, la sua testa era altrove, perché immaginava di poter passare ovunque, anche attraverso le porte chiuse.

«Roberto» diceva la suora maestra, «cosa stai scrivendo? Porta qua quel quaderno!»

E lui manco rispondeva, mentre continuava a scrivere. Alla fine dell’anno, la suora preside disse a sua madre: «Sarà intelligente, saprà anche scrivere, ma lui non è presente con la testa. Forse è meglio che lo iscriva alla scuola pubblica. Lì riuscirà benissimo».

Anna, la madre di Roberto, guardò rassegnata la suora preside, mentre pensava che rimaneva con il cucchiaio della minestra a mezz’aria per tutto il tempo del pranzo. Non sentiva le sue suppliche e della nonna. “Cosa possiamo fare?” rifletteva sconsolata per il suo atteggiamento. “Non riusciamo a farlo scendere sulla terra. Nella scuola pubblica riuscirà a non essere il dileggio dei compagni?” Poi rispose che contavano su loro, ma adesso avevano capito che era una battaglia perduta.

Non andò meglio nella elementare Montessori, dove fu la croce e la delizia del maestro e dei compagni. Però lui era abilissimo e sempre pronto nelle interrogazioni. Tutti erano a bocca aperta, perché Roberto sapeva scrivere e fare di conto meglio dei compagni. “Come fa a essere così bravo, se non ascolta, non partecipa alla vita di classe?” si domandava Bernagozzi, il maestro pelato e un po’ panciuto, che non sapeva se ridere o piangere.

Alla media Tasso fu ancora peggio, perché scriveva solo sul quaderno col cartone giapponese e faceva atto di presenza alle otto e un quarto al suono della campanella di entrata. Poi spariva nel suo mondo fantastico popolato di visioni coi volti familiari dei cartoni.

Certo sono nel mondo di Disney a cercare il cartone perduto. Paperino è simpatico, ma è troppo triste, perché perde sempre. Gastone mi sta antipatico perché la fortuna sorride sempre e solo con lui. Non riesco trovare un cartone simpatico e normale…

Giuditta, compagna di banco rossa di capelli e dalla lingua sciolta, aveva provato a distogliere Roberto dal suo mondo, parlando in continuazione e domandando cosa scrivesse.

«Muh!» era l’unico mugolio di risposta e lei di rimando: «Non parli? Sei muto? Eppure senti e hai scritto una montagna di fogli».

L’anno dopo Giuditta chiese e ottenne di andare in banco con Paolo, perché almeno quello parlava e la ascoltava.

I compagni erano terrorizzati al pensiero di finire in banco con lui, che biascicava solo «Buongiorno, ciao, mi chiamo Roberto, ho fame» e poche altre parole.

Stare acconto a lui nel banco era la morte civile e rischiavano di intristirsi troppo.

I compagni chiesero di essere esonerati e di stare lontano dall’appestato, perché l’avevano bollato in questo modo.

Anche la media Tasso fu lasciata alle spalle con l’esame di terza superato col massimo dei voti tra stupore e incredulità di tutti.

Era indeciso tra il liceo classico e lo scientifico, perché eccelleva in tutto, ma alla fine optò per il Roiti per la matematica.

Giuditta lo seguiva come un’ombra, anche se accuratamente evitava di pestare quella di Roberto. Era innamorata cotta di questo lungagnone dall’aria trasecolata che sapeva sempre tutto e non sbagliava un compito in classe. Le tentò tutte per farsi notare, ma forse sarebbe riuscita a commuovere il busto di Dante che troneggiava all’ingresso del liceo e non lui, che scriveva sempre in silenzio.

Eppure è un bel ragazzo!” pensò. “Però mi sembra tonto perché non mi degna di uno sguardo!”

Furono cinque anni di passione, poi alla fine convenne che non era il suo tipo e ripiegò su Fabrizio, un ragazzo meno interessante di Roberto, ma che era dotato di parola e sapeva pure baciare!

Susie e il sogno di fine anno – parte seconda

La prima parte la trovate qui.

Buona lettura.

tratto da https://www.britannica.com/place/West-Yorkshire

Dell’abitazione non era rimasto in piedi nessun asse e un corvo nero stava appollaiato su quelle macerie.

“Nemmeno da morto, quel furfante, mi è d’aiuto. Mi lascia del legno marcio che è crollato come un castello di carta. Del contenuto non è rimasto nulla. Né mobilio, né stoviglie. Solo un corvo nero”.

Si sedette affranta sul ciglio bagnato del viottolo e cominciò a riflettere sulla sua situazione, che non le appariva rosea.

Delle quattromila sovrane non ci sono tracce. Anzi sembrano più un ultimo dispetto di quel vecchio brigante di mio fratello. Quasi a voler sbeffeggiarmi per l’ennesima volta. Non so come rendere le quattro sterline chieste in prestito. Qui c’è solo legno marcio nemmeno adatto a bruciare nella stufa. I famosi attrezzi sono arrugginiti e inservibili. Vecchio taccagno mi perseguiti anche da morto”.

Detto questo si alzò infreddolita e si avvicinò alle macerie con aria afflitta e sconsolata.

«Non c’è nessuno in casa» udì di nuovo. Si guardò intorno ma vide solo quell’uccellaccio nero del malaugurio, che camminava sul pavimento di quella che una volta era la stanza da pranzo. «Eppure è la stessa voce di ieri sera» esclamò per darsi coraggio, mentre quel «Non c’è nessuno in casa» veniva ripetuto con monotona cadenza.

Stava per andarsene delusa ma ci ripensò. “Prendo l’unico oggetto rimasto e lo vendo al reverendo White per pareggiare il debito”. Si diresse verso il corvo per metterlo nella borsa, quando l’uccello spiccò il volo posandosi nel punto dove stava una sedia sfondata.

«Non c’è nessuno in casa» ripeté con la sua voce sgraziata e roca.

«Fermati, bestiaccia» intimò Susie avvicinandosi con circospezione per non farlo volare via di nuovo. Il volatile saltellò sul pavimento, reiterando «Non c’è nessuno in casa». Cominciò a beccare una piastrella lurida del pavimento, che aveva goduto migliori fortune in passato.

La donna rimase interdetta. “Cosa mi vuol dire, questa bestiaccia?” Mentre con gli zoccoli di legno passava sul punto dove si era fermato il corvo, la sentì risuonare fessa come se sotto ci fosse un vuoto. «Non c’è nessuno in casa» ripeté prima di dare colpi di becco su quella accanto. Batté con la nocca indolenzita dal gelo e udì lo stesso rumore rotto dell’altra. Si guardo intorno alla ricerca di un oggetto da usare per togliere le due piastrelle, trovando solo un vecchio coltello arrugginito.

Lavorando con le mani dure dal freddo sul bordo, sollevò le due piastrelle senza scorgere nulla sotto a parte del terriccio nero e fangoso.

«Cosa dovrei trovare?» affermò con la delusione dipinta sul volto, rivolgendosi all’uccello. «Non vedo nulla. Solo terra e fango».

«Non c’è nessuno in casa» e cominciò a razzolare con le zampe nell’apertura.

«Devo scavare?» domandò, usando le mani per togliere il terriccio. Dopo un po’ incontrò i bordi marci di quello che un tempo era stata una cassetta di legno, che si sbriciolò in un amen. Al suo interno c’erano dei dischetti neri come la pece e tutti appiccicosi. Ne estrasse uno, che pesava qualche oncia e lo guardò con curiosità. Toccandolo la mano, le rimase quel nero sulle dita mentre, dove era stato tolto lo sporco, luccicava di un colore giallo.

La donna stava per gettarlo dove l’aveva trovato delusa e intirizzita dal freddo della mattina, quando provò a strofinarlo con un cencio che affiorava tra le assi marce. Quello strato appiccicoso veniva via lasciando il posto all’effigie della regina Vittoria.

«Per Diana!» esclamò, osservando quel lucore dorato. «È una sovrana!» e cominciò a pulire anche gli altri dischetti, che mostrarono il profilo della regina.

Ne contò quattromila che ripose con cura nella borsa.

«Quel furfante di mio fratello ha risparmiato il penny della risposta per regalarmi queste sovrane» esclamò gioiosa, mentre accarezza le piume nere del corvo.

«Andiamo» gli disse. «Torniamo a casa» e ripresero la strada del ritorno.

Era il 30 dicembre quando entrò nella casa di Goole Fields con la borsa pesante per le monete d’oro e con il corvo, che ripeteva in continuazione «Non c’è nessuno in casa».

Il giorno dopo si recò in banca a depositare le sovrane. Tornata a casa, rilesse la lettera dei notai e scoprì che il corvo aveva un nome Georgie.

«Bene, Georgie. Ora so come ti chiami» esclamò contenta con un bel sorriso sulle labbra.

Qualche giorno dopo tornò nuovamente a Bishop Wilton per vedere se c’era qualcosa d’altro da prendere. Urtando quello che rimaneva di una vecchia credenza, fece affiorare una busta ingiallita dal tempo, gonfiata per l’esposizione all’umido del tempo e parzialmente rosicchiata dai topi. Susie la raccolse incuriosita e l’aprì a fatica per non ridurla in mille briciole. C’erano due fogli scritti a mano con molte parti illeggibili, perché l’inchiostro con l’umidità aveva sbavato. A fatica lesse le parti ancora integre e scoprì la storia di Georgie.

Jackie si era imbarcato su un veliero diretto verso le Indie. “Non sapevo che il vecchio manigoldo era stato anche un marinaio” pensò, interrompendo per un attimo la lettura. Sbarcato a Calcutta, aveva acquistato nella piazza del mercato per tre rupie il corvo da un vecchio cencioso e nero come l’uccello. «Ti porterà fortuna Georgie. Trattalo bene e non te ne pentirai. Quando muori, se lo donerai col cuore a un’altra persona, anche questa sarà benedetta dalla fortuna». Lesse queste parole sul foglio. Poco oltre lesse ‘quattromila sovrane’, mentre il resto era reso illeggibile dall’acqua.

«Ecco spiegato il motivo della presenza di Georgie in questa casa» disse, mentre accarezzava le piume nere del corvo, che continuava a ripetere con monotonia «Non c’è nessuno in casa».

Ritornata a Goole Fields, nei mesi seguenti fece sistemare la casa, dove visse fin in tarda età con il corvo Georgie senza problemi economici.

Sentendo approssimare la morte, chiamò John, il figlio del reverendo White, che era subentrato nella cura delle anime del villaggio al padre, per fare l’ultima confessione prima di morire. Gli raccontò delle sovrane, del corvo e della sua storia, prima di morire col sorriso sulle labbra. Il reverendo stava uscendo dall’abitazione, dopo aver impartito l’ultima benedizione alla vecchia Susie, quando udi «Non c’è nessuno in casa» ripetuto due volte. Si voltò stupito e vide stramazzare a terra stecchito il corvo Georgie. Non voleva credere ai suoi occhi. Entrambi se ne erano andati insieme.

Arrivato in parrocchia, trascrisse il racconto di Susie per non dimenticare nulla di questa storia singolare.

Molti anni più tardi Angela, la figlia del reverendo John White, trovò lo scritto del padre, che lesse con curiosità. Decise di andare a Bishop Wilton per verificare se era come aveva raccontato la donna. L’esito del sopralluogo non fu dato di sapere ma alcune voci dicono che tutto era rimasto come quella mattina del 29 dicembre 1908.

FINE

 

 

Susie e il sogno di fine anno – parte prima

tratto da https://www.conexaolusofona.org/corvo-indiano-ameaca-saude-de-mocambicanos/

Era un lunedì il 28 dicembre del 1908. La sera calava sul villaggio di Goole Fields nella contea dello Yorkshire. Susie Brighton, una donna ormai matura e sfiorita nella bellezza per i molti patimenti, si accingeva ad andare a letto nella sua casupola fredda e piena di spifferi gelati, posta ai margini del paese.

Il fuoco era spento da un paio d’ore, perché doveva centellinare carbone e legna. «Devono durare per altri dieci giorni, finché non riceverò il pagamento dei panni lavati» borbottò mentre si toglieva una maglia di lana grezza per indossare il camicione di cotone pesante per la notte. Era intenta in questa operazione delicata da svolgere in tutta fretta, quando sentì un bussare imperioso alla porta e vide scivolare all’interno una busta umida di neve. Aveva nevicato per tutto il giorno ma poi un vento gagliardo aveva scacciato tutte le nuvole dal cielo lasciando posto alle stelle, mentre la temperatura calava.

“Chi sarà colui che mi scrive sul finire di quest’anno orribile?” si disse mentre si avvicinava alla porta intirizzita dal freddo. Era rimasta con un paio di mutandoni di lana che graffiavano la pelle arrossata e screpolata dal gelo e una sottoveste piena di rammendi, che pareva uno stendardo dopo una battaglia campale. I piedi nudi infilati negli zoccoli di legno erano pieni di dolorosi geloni, che dolevano terribilmente. Per questo motivo non osava mettere le calze per il timore che aderissero alle pustole rosse e gialle, trasformando il calore in dolore.

Raccolse la busta, prima di indossare la camicia da notte, tremando dal freddo. Sistematasi sotto le ruvide lenzuola di canapa grezza, tenne accesa la candela per leggere lo scritto. Sul frontespizio spiccava il simbolo dello studio notarile Blegg&Monk della città di York. La cosa le apparve immediatamente insolita, perché non riceveva comunicazioni dai notai.

“Cosa vorranno da me?” si domandò curiosa, mentre rompeva il sigillo posto sul retro. “Non ho parente prossimi o lontani dai quali ereditare qualcosa. Semmai potrebbero esserci ingiunzioni di pagamenti”. Spiò il contenuto della busta: un foglio color avorio di carta spessa ed elegante scritto con bella calligrafia. “O almeno penso. Non so se mio fratello Jackie sia ancora in vita. Anche quest’anno gli mandato il solito biglietto di auguri ma taccagno com’è ha risparmiato il penny della regina Vittoria pur non rispondermi”.

Avvicinò la luce della candela per leggere meglio lo scritto, anche se l’operazione si preannunciava difficoltosa, perché faceva fatica a seguire i bei paroloni che erano abituati a usare.

Gentile Signora Brighton, abbiamo avuto il compito di annunciarle la dipartita di vostro fratello Jack Brighton in data …’

«Finalmente il vecchio Jackie ha deciso di andarsene» esclamò interrompendo la lettura. «Quel furfante taccagno mi ha nominata erede delle sue fortune. Una casa a Bishop Walton, degli attrezzi di lavoro, un corvo indiano …».

Fece una pausa prima di riprendere la lettura. “Che me ne farò di un uccello? Lo venderò subito ma a chi? Forse al reverendo White”. Un’altra sosta nella lettura. “… una vanga, una stalla, dei sostegni per … Ma questo elenco non finisce mai!”

Susie si stava spazientendo nel leggere quella lunga lista dettagliata di oggetti, che poco la interessavano, finché non arrivò alle righe finali. ‘… e la somma di quattromila sovrane. Vi preghiamo di venire al più presto presso il nostro studio in Main Street, 16 a York. Distinti saluti’ e due grandi svolazzi stavano sul fondo del foglio.

La donna ebbe un sobbalzo e rilesse le ultime righe ‘e la somma di quattromila sovrane‘, mentre un sorriso gli illuminò lo scarno viso. “Il vecchio furfante ha accumulato una bella fortuna! È stato in vita sua un gran taccagno! Ma ha accumulato una bella sommetta!” Ripiegata con cura la missiva, la mise sotto il guanciale di piume d’oca. In meno che non si dica si addormentò felice, come non le capitava dal primo giorno di vita. Un bel sonno senza tanti sogni come era abituata nelle notti precedenti la condusse fino all’ora di alzarsi.

La mattina seguente presa una piccola sporta con dentro alcuni indumenti si recò dal pastore del villaggio, il reverendo Peter White, per perorare un prestito di quattro sterline, prima di partire col treno verso York.

Alle prime ore del pomeriggio si presentò al cospetto dei notai, che la fecero accomodare nel loro studio riccamente arredato. Susie si sentiva impacciata di fronte ai due signori vestiti con ottimi panni di lana pregiata dal taglio impeccabile, mentre lei indossava un vestito e uno scialle consunto e logoro per il troppo uso.

«Signora Brighton» esordì uno dei due notai, che si era presentato senza che lei memorizzasse il nome. «Abbiamo verificato la lunga lista dettagliata del testamento di vostro fratello senza trovare traccia delle sovrane. Le consigliamo di recarsi nell’ufficio postale di Bishop Walton per chiedere se per caso siano depositate presso di loro le monete».

Susie sbiancò in viso a quell’annuncio, domandandosi come avrebbe restituito il debito al reverendo White. I due notai la congedarono senza aggiungere altro. La donna decise di proseguire il viaggio verso il villaggio del fratello, prendendo l’ultimo treno giornaliero che si fermava lì per verificare di persona cos’altro aveva ereditato in attesa che il giorno seguente il Post Office aprisse i battenti.

Era notte inoltrata quando scese dalla carrozza trovando solo un cane nell’atrio della stazione.

“E ora che faccio?” si domandò guardandosi intorno. “Non c’è anima viva in questo paese del quale ignoravo l’esistenza”. Stringendo al petto la borsa, come se fosse un bene preziosissimo, si avviò verso il centro del villaggio, dove finalmente incontrò un vecchio che fumava una pipa intagliata a mano fuori dall’uscio di casa.

«Buon uomo» lo apostrofò Susie, avvicinandosi.«Sapete dove si trova la casa di Jack Brighton?»

L’uomo strinse gli occhi acquosi per meglio inquadrare chi gli stava ponendo questa domanda.

«Certamente che lo so. È fuori dal paese” rispose dopo aver dato una lunga tirata. «Seguite quel sentiero fino al limitare del bosco. Sulla destra troverete la casa. Ma voi chi siete?» domandò curioso.

«Sono la sorella. Il buon Jackie …» e fece una sosta. «Il buon Jackie è passato a miglior vita e mi ha nominato sua erede».

Il vecchio si strinse nelle spalle e continuò a fumare, ignorando gli sguardi della donna, che non trovò di meglio che riprendere il cammino seguendo le indicazioni ricevute. Fortunatamente la serata era limpida, a parte un accenno di nebbiolina fumante che saliva dalla campagna. Il viottolo era a malapena illuminato da una mezza luna, ghiacciato e pericoloso, tanto che Susie più di una volta rischiò di trovarsi col fondoschiena per terra. Camminò per un tempo che le apparve infinito finché sulla destra non vide comparire una costruzione. Sgranò gli occhi: le apparve fatiscente.

«Quel vecchio taccagno mi ha lasciato quattro assi marce. Basta un colpo di vento per farle crollare» esclamò per rincuorarsi, mentre nuvole di alito gelato si condensavano in mille gocce di ghiaccio davanti alla sua bocca.

Si avvicinò alla porta che pareva stare sui cardini solo per miracolo e bussò con energia. «C’è qualcuno?» urlò a pieni polmoni. «Non c’è nessuno in casa. Non c’è nessuno in casa» udì di rimando attraverso le assi che chiudeva l’ingresso. Era una voce roca e quasi disumana quella che aveva percepito. Incredula ripeté la domanda, ottenendo la medesima risposta. Spaventata a morte, si allontanò il più velocemente possibile tornando sui suoi passi verso il villaggio, perché non comprendeva chi abitasse in quella casa che appariva disabitata.

“Forse è qualcuno che si è installato in quelle quattro assi e mi vuole incutere terrore. È stata un’imprudenza la mia” rifletté forzando l’andatura. “Cerco un alloggio e torno con la luce”.

Rientrata in paese col cuore in gola e il fiatone grosso, vide un insegna Locanda del corvo nero. Entrò e prese una stanza per la notte, dove dormì tra incubi e sogni terribili, sentendo nelle orecchie quel orribile suono ‘Non c’è nessuno in casa’.

Sul far dell’alba, pagato il conto, riprese il viottolo verso la casa del fratello ma arrivata a cento yarde si fermò a bocca aperta.

…continua

Dal diario di uno scrittore – luglio 1962

Ho ripescato questo altro frammento mai pubblicato. Buona lettura.

bei tempi – foto personale

Avevo finito l’esame di maturità scientifica il 18 luglio del 1962 ed ero stremato per la grande calura e lo stress nervoso di quattro scritti tosti e otto orali non meno impegnativi. In quegli anni si portavano tutte le materie senza eccezione. Come da copione erano cambiate le regole a metà anno scolastico: anziché l’ultimo, come era stato in precedenza, il programma era costituito dagli ultimi tre. Naturalmente fu una corsa contro il tempo, perché riesumare e preparare anche i due precedenti non era uno scherzo.

Il caldo quell’anno cominciò a picchiare duro già ad aprile. A maggio sembrava di essere in agosto. Giugno e luglio furono tremendi. Si annaspava nell’afa umida di Ferrara, boccheggiando dopo le dieci di mattino fino alla sera alle otto. Così con altri tre compagni decidemmo di studiare nel mio giardino all’ombra di un grande sicomoro dalle sei alle undici e nel pomeriggio dalle cinque alle otto. Alle nove ero già a letto. Un’autentica maratona per essere pronti il primo luglio a cominciare con lo scritto d’italiano. Per gli orali tutti i maturandi del Liceo Scientifico erano stati divisi in due gruppi in stretto ordine alfabetico. Uno avrebbe iniziato con le materie letterarie (italiano, latino, storia e filosofia), l’altro quelle scientifiche (matematica, fisica, lingua straniera – tedesco o inglese -, scienze). Io ero l’ultimo del primo gruppo e ovviamente fui anche l’ultimo a finire. Qualcuno potrebbe pensare che avevo avuto fortuna sfacciata essere l’ultimo. In realtà mi sono macerato dalla tensione per due motivi: il primo non ho mai amato aspettare perché mi toglieva concentrazione, il secondo gli argomenti delle interrogazioni si restringevano sempre di più rischiando di beccare quelli più ostici.

Comunque per farla breve il 18 finì brillantemente scritti e orali, ottenendo la media del sette come esito finale. Ero soddisfatto perché avevo migliorato la media di ammissione che era appena sopra il sei. Inoltre tenendo presente che il top era l’otto, il mio sette era un’eccellenza.

Come premio mi concessi una vacanza di una settimana a Auronzo. Era la prima volta che andavo tutto solo via da casa. Erano altri tempi allora, perché i genitori ti tenevano al guinzaglio. Organizzai tutto in fretta: biglietto del treno per Calanzo, prenotazione di una stanza a Auronzo. A Calalzo i genitori di un amico mi avrebbero recuperato per portarmi nella località di soggiorno.

Eccitato, frastornato dalla fine degli esami ed emozionato dall’imminente viaggio sbagliai tutto. Dissi che sarei arrivato alle quattro del pomeriggio ma in realtà giunsi molto più tardi.

Ma procediamo con ordine.

Il 21 luglio, il giorno del mio compleanno, presi il treno a Ferrara col mio scarso bagaglio per scendere a Padova, dove poco dopo dovevo prendere la coincidenza per Calalzo. Però non avevo messo in conto la mia passione per la scrittura che mi tradì. Scrivevo in quell’epoca poesie perché di prosa non riuscivo a mettere insieme più di dieci righe arenandomi mestamente subito dopo. Solo dieci anni più tardi riuscì a mettere mano a un racconto ma non divaghiamo troppo su argomenti non pertinenti.

Dunque salito in treno mi immersi a scrivere e rileggere poesie estraniandomi dal mondo circostante. Quando ero concentrato, rumori e suoni, parole e persone sparivano dal mio orizzonte, svanivano come i sogni all’alba. La mia situazione era come se fossi in una bolla, isolato fisicamente e psicologicamente dal resto del mondo.

Cominciai a scrivere una serie di poesie ricordando il primo grande amore vecchio di un qualche anno, durato lo spazio di un’estate. Si chiamava Doriana, una ragazzina di tredici anni, secca come uno stecco e acerba come una mela verde. Avevo quattro anni di più. Grande amore? Forse no, grande infatuazione da parte sua, meno da parte mia. Io stravedevo per la sorella maggiore, mia coetanea, che invece non mi degnava di uno sguardo. Però tra alti e bassi passammo un’estate che non avrei dimenticato. Grandi litigi e dolci riconciliazioni erano quasi fatti quotidiani. Primi baci furtivi nel giardino al buio condivano quasi immancabilmente le nostre serate, che trascorrevo con lei nella sua casa. I genitori non ostacolavano la nostra storia e fingevano di non vederci abbracciati nell’oscurità. Però eravamo troppo diversi perché potesse durare. La giovane età, le inclinazioni differenti, le personalità poco disponibili furono un fardello troppo gravoso da portare e con l’autunno tutto finì.

Il dondolio ritmato del treno favorì il riemergere di questi ricordi.

Durante il viaggio ne scrissi una decina di poesie tutte dedicate a lei.

Il carattere scorbutico e a tratti più spine che rose mi avevano suggerito questa che la ritraeva come la vedevo col filtro dei ricordi.

Poesia n.ro 1

Tu sei selvaggia e spinosa,

tu sei indomita e fiera:

non t’appassire ora,

perché bella è per la vita ora.

Fiore di serra incolto,

fiore di campo disadorno

rifiorisci alla dolce aria

della fresca e odorosa Primavera.

Però la personalità decisa, graffiante, nonostante i soli tredici anni, era stata una spina nel fianco, un motivo di tante baruffe che poi si concludevano con una pace provvisoria. Un’autentica gattina pronta a graffiare e farsi coccolare.

Poesia n.ro 2

Quando tu graffi,

quando tu fai le fusa,

sei come una gatta,

che incanta.

Quando tieni il broncio,

quando sorridi,

sei come il sole

che gioca lassù fra le nubi.

Immerso nella scrittura e nel recuperare frammenti di memoria, la stazione di Padova passò senza che me ne accorgessi e io arrivai a Venezia dove la coincidenza per Calalzo era un paio d’ore dopo e con un viaggio molto più lungo. Allora non c’erano i telefonini per avvertire che sarei arrivato molto più tardi del preventivato ma le vecchie cabine rosse di Sip che funzionavano a gettoni.

«A chi avrei telefonato?» mi domandai inquieto senza trovare una risposta, mentre ero seduto in attesa del treno.

Per amore della scrittura rischiavo d’impantanarmi a Calalzo senza la certezza di trovare un mezzo per arrivare ad Auronzo. Con l’incoscienza dei miei diciannove anni decisi lo stesso di proseguire anche se avessi dovuto fare l’autostop per giungere a destinazione. Davo per scontato che le persone che mi aspettavano, non vedendomi, se ne sarebbero andate senza di me..

La linea Venezia – Treviso – Belluno – Calalzo non era elettrificata ma era percorsa da un vecchio treno a vapore. Coi finestrini rigorosamente chiusi per non respirare la polvere di carbone che dispensava con grande generosità mi sembrava di essere in una fornace, tanto era il caldo all’interno del vagone. Dure panche di legno non invitavano a scrivere, anche perché la paura di sbagliare e di ritrovarmi chissà dove era troppo forte per estraniarmi dal mondo. Non avevo la certezza che quel vagone proseguisse per la destinazione finale, essendo prevista una sosta a Conegliano per il cambio del locomotore.

Osservai la pianura veneta riarsa dal sole mentre la mente continuava a vagare tra i ricordi di quell’estate che pareva lontana e sbiadita dal tempo. Mille nuove parole sgorgavano nella testa ma non avevo voglia di fissarle sulla carta, perché dovevo rimanere vigile e attento alle stazioni, agli annunci.

Erano quasi le nove di sera quando stanco, affamato scesi alla stazione di Calalzo, dove quei signori mi stavano aspettando pazientemente.

Ho sbagliato treno” dissi candidamente.

Questo era l’ultimo della giornata” risposero sorridenti.

La vacanza era cominciata ma le avventure non erano ancora finite.

Dal diario di uno scrittore – agosto 1963

È un vecchio racconto e lo ripropongo.

foto personale

Il clandestino che hai a bordo e segue ogni tuo viaggio, che non vedi, ma avverti sottocoperta, si aggira come una spia per la nave, sale e scende dai boccaporti, fruga in cambusa, s’intrufola in tutte le cabine, lascia impronte ovunque. Viaggiate insieme, per mari scarlatti, per isole verdi.

Mi sono abituata alla tua occulta presenza. Narratore o poeta. Non posso fare nulla. Tu guidi la nave dove vuoi. Ma chi è Lei?

Leggevo queste poche righe, lasciate da un anonimo commentatore, la Musa che mi seguiva silenziosa nelle mie scorribande sul web, e mi domandava «Chi è Lei?».

Richiesta inutile perché sapevo perfettamente chi era lei. Come non potevo conoscere chi era lei? Solo uno stolto avrebbe potuto pensare il contrario.

La mente ritornò indietro nel tempo, riavvolgendolo fino a quel periodo che mi riusciva solo scrivere versi senza affanni, mentre il resto era una sofferenza senza fine, un motivo di sforzi senza senso.

“Perché la Musa mi chiede ‘chi è Lei?’” rimbalzò di nuovo il quesito nella mente, mentre ricordavo quell’estate lontana.

“Ma non v’è dubbio, né incertezza su chi è Lei: è colei che da una vita mi accompagna nella buona e nella cattiva sorte”.

Erano giornate di agosto dove il caldo impedivano di svolgere qualsiasi fatica senza finire inzuppati di sudore mentre le zanzare punzecchiavano dolorosamente le braccia e le gambe scoperte. Il monotono ronzare, una fastidiosa musica, di quegli insetti pungenti accompagnava il rumore di un ventilatore, che vorticava incessante per mitigare l’afa.

Immobile nella calura, seduto alla scrivania aprì il quaderno dalla copertina rossa dai fogli mobili un po’ ingialliti dal tempo, sul quale cominciai a scrivere alcuni versi con la mia scrittura rotonda e elegante che col nero di china spiccava netta sulle linee azzurrine. Era il posto dove segretamente appuntavo le mie poesie un giorno dopo l’altro, raccogliendo i miei pensieri.

In quei giorni la mia attenzione era dedicata a lei che conoscevo da poco ma che mi aveva già stregato.

Hai gli occhi azzurri

di un azzurro meraviglioso

che invitano a ricordare.

Quanti ricordi si destano in me,

ricordi che mai potrò dimenticare,

perché mi consentono di vivere felice ora.

Il ricordo è un sogno

e come tale voglio viverlo!

Vorrei vivere per ricordare

tutti quei ricordi belli

e vorrei scacciare

tutti quei ricordi amari.

Ah! Se potessi.

Mettevo nero su bianco le sensazioni che avevo provato qualche mese prima e che mi avrebbero cambiato la vita.

Il flusso dei ricordi sgorgò prepotente e mi lasciai cullare da questi.

Era una calda giornata di giugno quando la vidi per la prima volta. Era il mio Clandestino delle righe iniziali, che poi tanto clandestino proprio non era. Immediatamente scoccò una scintilla, che nessuno dei due percepì in quel istante ma che accese il fuoco dentro di noi, ma continua ad ardere.

Ci eravamo conosciuti per interposta persona, che aveva fatto da messaggero. Come? Decantando le sue doti prima a me poi le mie a lei. Mi diceva che era una meravigliosa fanciulla dagli occhi azzurri. Una minuscola fatina che avrebbe meritato di essere conosciuta. A lei disse che ero un bellissimo ragazzo dallo sguardo magnetico.

«Ma le mie erano doti o solo adulazione? Non lo saprò mai».

Quello che ci unì fu un messaggio che arrivò tramite il telefono, perché noi eravamo incerti e dubbiosi su quello che ci proponeva. Era una presa in giro per burlarsi di noi oppure era sincero perché credeva che potesse nascere una relazione. Erano questi i dubbi che assalivano e frenavano a parlarci in maniera diretta.

Fu una telefonata di una mattina di giugno che ebbe il potere si sbloccare questa situazione al limite dell’assurdo. Iniziò titubante da parte mia. Mi piaceva guardare negli occhi la persona che colloquiava con me ma non si poteva, perché era nascosta dietro una cornetta del telefono. Così cominciammo a parlare dapprima sommessamente, poi sempre più fitto ad alta voce fino a diventare un suono squillante senza incertezze.

Dopo la prima ne arrivarono delle altre, perché allora era un epoca antica senza SMS e mail. Nei giorni seguenti lunghe chiacchierate erano tese a capire se era possibile avviare un discorso che stentava a decollare perché sentivamo solo la nostra voce ed avevamo timore che celasse un inganno.

Alla fine mi decisi: “Si, va bene. È quella che fa per me” e l’aspettai alle diciassette e trenta sul portone dove lavorava. Fu sorpresa, ma non troppo, così dava da intendere, quando mi vide con i pantaloni bianchi e la maglietta di un carota intenso.

Lei era vestita leggera con un abito azzurro a fiori bianchi e disse solo: «Ciao» mettendosi lieta al mio fianco.

Era dunque la mitica fatina tanto decantata? Era questo il pensiero che prendeva corpo dentro la mente. La risposta era positiva. Quegli occhi azzurri mi avevano incantato. Dunque il messaggero non aveva mentito.

Cosa ci dicemmo mentre sotto il sole di quel pomeriggio inoltrato andavamo per le strade deserte, incuranti del caldo e della luce accecante? Avrei voluto rammentare quel primo dialogo fatto di frasi insicure ed esitanti, che ci scambiammo tra pause e tentennamenti ma era del tutto inutile. Non l’avrei mai ricordato. Avevo presente solo gli occhi luccicanti che mi osservavano e mi scrutavano per carpirmi i sentimenti e le emozioni. Eravamo alla ricerca di scoperte che solo più tardi sarebbero diventate realtà senza che nessuno dei due avvertisse cosa passava nelle nostre menti in quegli istanti.

Eravamo impacciati e cauti nel esprimere quello che avvertivamo dentro di noi, mentre le parole stentavano di uscire come se avessimo paura di quello che avrebbe potuto succedere dopo questo incontro.

Sull’angolo di una strada una venditrice di lupini ci offrì due imbuti di carta gialla con dentro tanti piccoli semi bagnati e salati, che piluccammo tra una chiacchiera e l’altra. Passò il tempo fino al momento del distacco, che preannunciava un arrivederci a domani non detto ma trasmesso in silenzio.

Ecco dove stava la forza del pensiero e la voglia di rivedersi.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – La nevicata

Sa questa splendida immagine di Etiliyle ho tratto l’ispirazione per questo nuovo racconto ambientato a Venusia. Lo so che la neve è un miraggio ma siamo d’inverno 😀

https://etiliyle.files.wordpress.com/2018/02/etiliyle-wordpress-com-luca-molinari-photo-etiliyle-blog-fotografia-pictures-poem-poems-poetry-poesy-pics-art-images-screenshot-share-e2809csnow-cold-winter-white-canon-eos-5.jpg?w=2000

Venusia non conosce mezze misure. Se c’è il sole, sembra un ferro incandescente e costringe la gente a mettersi al riparo, se non vuole andare arrosto. Se piove, la pioggia dura settimane e crescono i funghi in testa. Se c’è nebbia, beh! questa si può tagliare a fette per portarsi a casa roba spugnosa e maleodorante. Se nevica, un metro di coltre bianca non te lo leva nessuno.

Insomma, a parte in primavera e all’inizio dell’autunno, quando sembra che il tempo metta giudizio, nel restante periodo dell’anno è una gara agli eccessi.

Così tanto per non smentirsi l’inverno è sembrato ai venusiani che fosse arrivato un po’ precoce. Le piogge di ottobre sono state moderate, diversamente dal solito. Ha gocciolato per un paio di settimane ma nessun diluvio universale, come li aveva abituati negli anni precedenti. Poi qualche settimana di nebbia, ma niente di epocale. Sì, nebbia ma non particolarmente fitta. Ogni tanto qualche sprazzo di sole a bucare la coltre lattiginosa mai troppo spessa. In conclusione i venusiani si sono sfregate le mani perché questi due mesi stavano passando senza lasciare ricordi spiacevoli come negli anni precedenti.

Arrivati a metà novembre però li ha aspettati una sorpresa: cielo terso mai osservato in questo periodo e temperature da far concorrenza alla Siberia. I venusiani, tutti col naso rosso e congelato, camminavano a fatica per le strade ridotte a piste di pattinaggio. Gli abbracci e le pacche sulle spalle sono stati aboliti per il timore che chi li riceve possa andare in mille pezzi come un cristallo di Boemia.

I consumi di elettricità e di combustibile per il riscaldamento sono cresciuti rapidamente con andamento esponenziale. La legna per le stufe a pellet è diventata più ricercata dell’oro. A Ludi, vista l’assenza di rivendite a Venusia, non ne trovavi più. Tutto esaurito, mentre il mercato nero chiedeva cifre da capogiro per qualche metro cubo di legname. In conclusione i venusiani battevano i denti per il freddo.

Poi una sera sono arrivati nuvoloni bianchi come il latte da nord-est ma nulla ha fatto pensare alla sorpresa che ha colto i venusiani la mattina seguente. Venusia è bloccata. Nessuno riesce uscire dalla porta di casa. Mezzo metro di neve è la misura minima nei punti più fortunati. Per gli altri dagli ottanta ai cento centimetri si addensano sui portoni delle abitazioni. Di fatto bloccandoli.

Sofia guarda smarrita la coltre nevosa segnata solo dalle zampette di qualche passero affamato. Vorrebbe portare Tobia a fare il solito giretto dopo la notte passata nel chiuso della sua casa. Ha provato ad aprire la porta ma dalla fessura è entrato un rivolo di neve. A fatica, appoggiando tutto il suo corpo è riuscita a richiuderla. Dove la sera precedente aveva chiuso l’imposta non riesce ad aprirla. Ghiaccio e neve fanno da collante tipo super attack. I vetri non protetti dagli scuri sembrano fantastici merletti e pizzi bianchi.

«Tobia» spiega al meticcio che mugola impaziente, perché vorrebbe uscire. La neve non lo spaventa, anzi lo rende felice. «Siamo bloccati. Non si può aprire la porte».

Il cane la guarda con gli occhi pieni di sorpresa. È la prima volta che la sua padroncina non lo porta fuori a fare la sgambata mattutina. Non comprende quello che Sofia gli vuole trasmettere. Lui sa solo una cosa: deve uscire per soddisfare i suoi bisogni corporali. Va verso la panca dove si trova pettorina e guinzaglio per far capire l’urgenza dell’uscita.

Sofia scuote il capo in segno di diniego. Aprire la porta ha un solo significato: far entrare una valanga di neve nel piccolo ingresso.

Fuori c’è un silenzio irreale. Non sente alcun rumore. Va in cucina per controllare le scorte di cibo. “Per qualche giorno resisto” pensa aprendo frigo e sportelli. Per la legna non importa. Userà qualche stufetta elettrica se Vunel, l’azienda di elettricità e gas, tiene botta.

Sofia sta facendo l’inventario di cosa ha e cosa manca sempre seguita da Tobia che uggiola disperato, quando sente dei rumori provenienti dall’esterno.

Si affretta a correre dalla porta, che qualcuno batte. La apre con cautela e intravede il faccione rubicondo di Daniele. Ha due guance rosse e gli occhi lucidi per il fretto, tiene una badile in mano.

«Sofia ho liberato il vialetto d’ingresso» mormora col fiato che congela.

«Entra che ti faccio un bel caffè corretto con la grappa» ribatte Sofia allegra, mentre Tobia sembra un razzo infilando l’uscio aperto.

I due ragazzi ridono perché il cane non smette di urinare nel mucchio di neve accatastato di fianco alla porta.

E anche le favole non hanno un lieto fine.

tratta da un post di Lucia Lorenzon

Al contrario delle favole, non c’è il lieto fine. Perché? Non lo so. Ho deciso in questa maniera, ma forse perché non è una favola ma vita vissuta.

Giovanni e Aurora sono due persone sposate ma non si amano. Ma perché stanno insieme? Forse tutte le persone che stanno insieme si amano? Spesso litigano, a volte si sopportano e alla fine talvolta la loro unione fa naufragio. E quando il naufragio è drammatico, volano gli stracci, che non solo fanno male ma talvolta diventano peggio.

Dunque cominciamo il nostro viaggio nell’immaginario più o meno fantastico, cominciando un percorso che non ha fine, dove ognuno può immaginare un finale diverso.

Come andrà a finire?

Dopo la notte ho riflettuto su quanto ci siamo detti ieri sera e mi permetto di tratteggiare un quadro d’insieme della situazione, anche se sarà di sicuro lacunoso e inesatto, perché molti tasselli mancano. Forse li hai taciuti perché ti vergognavi ma non importa.

Per supplire farò ricorso al mio intuito, all’esperienza accumulata nel tempo, all’osservazione della vita quotidiana. Trattando una materia così complessa e difficile cercherò di essere il più attento possibile nel misurare le parole e chiederò la tua comprensione se sarò indelicato o indiscreto.

Quindi cominciamo col parlare di te e di tuo marito, di cui conosco poco o niente.

Hai detto che hai convissuto quattro anni e sei sposata da quindici, quindi hai iniziato la tua condizione di moglie-convivente quando avevi ventidue anni. Ipotizzando che la relazione stabile sia iniziata un anno prima, potrebbe significare che fino al ventunesimo anno hai avuto relazioni sentimentali e sessuali sporadiche oppure no. Posso sbagliarmi, ma mi hai confidato che il tuo futuro marito non sarebbe stato la prima e l’unica relazione della tua vita, quindi devo dedurre che avrai avuto altre storie in precedenza. Quante siano state importanti non lo so ma qualcuna ha lasciato il segno come sarà precisato più avanti. Su questo punto sei stata reticente ma posso comprenderti.

Poiché dopo quattro anni di convivenza avete deciso di sposarvi, devo desumere che avevate giudicato l’esperienza positivamente. Però secondo me anche dopo esservi sposati avete continuato a ragionare come se foste conviventi. Infatti hai detto che all’inizio non desideravi avere figli per motivi di lavoro e non ti sentivi pronta alla maternità. Aggiungo io che ognuno di voi conduceva la propria vita in modo indipendente a eccezione delle occasioni in cui avete avuto frequentazioni pubbliche. Forse avete fatto vacanze disgiunte, visto che le vostre professioni non coincidono in termini temporali nelle ferie.

Quando tu sei entrata nell’ottica della maternità, lui ha fatto quattro calcoli vedendo amici e conoscenti che avevano avuto dei figli. Per lui sarebbe stato un cambiamento di abitudini radicali che lo hanno spaventato, avrebbe dovuto cambiare stile di vita, sarebbe stato condizionato dalle responsabilità paterne. Da qui, secondo me, nasce il suo rifiuto. Ha prevalso l’egoismo sul rapporto di coppia. Nulla da stupirsi, perché si sente talvolta che alcuni mesi dopo la nascita del figlio la coppia si separa. Perché? Il padre era incapace di sopportare le responsabilità, le limitazioni che doveva subire, i cambiamenti al suo modo di pensare e di agire.

Questi fattori hanno inaridito il matrimonio, l’hanno svuotato di contenuti, hanno diradato i rapporti sessuali, forse avete anche cominciato a non dormire nello stesso letto. Sono quasi certo che lui ha cercato fuori dal matrimonio, quello che non trovava più all’interno.

Tu hai cominciato a sognare innamoramenti virtuali, finché non hai incontrato un tuo ex, trasformando il virtuale in reale e sei stata presa nel vortice dell’amore, che non avevi conosciuto o provato. O forse hai fantasticato su questa opportunità. Hai creduto nell’innamoramento, trasformando semplici fantasie in grandi sogni.

Però procediamo con ordine e metodo, se esiste.

In questo momento non provi nulla verso tuo marito. È probabile che lui ricambi lo stesso pensiero verso di te, anche se in apparenza sembrate agli occhi degli amici e conoscenti una coppia felice.

Provo a valutare questo mitico ex, che conosco solo attraverso i tuoi occhi. Quindi avevo intuito giusto che prima di cominciare la relazione con tuo marito ne hai avuta una importante o che ha lasciato un segno tangibile dentro di te. Forse è stato il primo con cui hai avuto un rapporto sessuale. Sono nel campo delle ipotesi. Mi piace fantasticare. Lasciarmi trasportare dall’intuito, dalla vena irrazionale che alberga in me.

Mi hai passato tre informazioni importanti e significative, secondo il mio punto di vista:

  1. lui era curioso di vedere come eri cambiata dopo vent’anni;

  2. ti ha accusata di usare violenza psicologica su di lui,

  3. ti manda messaggi pieni di doppi sensi, un po’ sdolcinati per uno sposato.

Vediamo di analizzarli uno alla volta, tenendo presente che è sposato e forse ha figli e dall’età indefinita ma non troppo. Il perché è nella ricostruzione che segue. Forse ha qualche anno più di te o qualcuno meno. È stato un tuo ex e non vi vedete da vent’anni. Dunque è stato l’ultimo uomo prima di conoscere quello che poi hai sposato. È nel pieno del vigore fisico. Un fattore non indifferente per un uomo. Bello? Brutto? Alto? Basso? Simpatica carogna o inguaribile romantico? Forse tutto questo oppure nulla di quanto ho immaginato. Ha importanza? No, nell’economia del ragionamento non conta nulla. Quello che importa per te è che lo trovi interessante, piacevole da frequentare e con qualcosa che complementi la tua esistenza attuale tanto che ti senti attratta da lui.

Lui dice di essere curioso, di vedere come sei cambiata dall’ultima volta che vi siete frequentati.

Una persona sposata non fa queste affermazioni se non nascondono uno scopo. Provo a intuire come uomo perché. Ha percepito che tu sei fragile, sei vulnerabile, perché il tuo matrimonio non funziona, perché cerchi fuori da questo delle sensazioni che non trovi al suo interno. Intuisce anche che tu difficilmente chiuderai il rapporto con tuo marito (le motivazioni te le spiegherò più avanti). Dunque una facile avventura extra con rapporti sessuali (scusa la franchezza, ma non ne posso fare a meno) tranquilli e sicuri. Forse qualche week end lontani da tutti insieme. Insomma niente di pericoloso per lui e il suo mondo.

Poi scopre che tu hai trasformato in amore questa avventura, che hai quarantuno anni e non tredici e non cerchi solo sesso e compagnia, ma pretendi qualcosa di più.

Allora prende paura e afferma che tu eserciti su di lui violenza psicologica per riportare nei binari da lui stabiliti la vostra relazione.

Giustamente tu ti offendi e litigate, interrompendola. Dico giustamente perché non sei una ragazzina, ma una donna matura. Lui capisce di trovarsi in un vicolo cieco: non vuole rompere il suo matrimonio ma non vuole allo stesso tempo perderti. Ipotizzo che lui si trovi bene con te in tutti i sensi.

Quindi ti manda messaggi sdolcinati, pieni di lusinghe sperando di riportare indietro il vostro rapporto come all’inizio: chiacchiere e un po’ di sesso tranquillo e sicuro. Lui ha capito che tu lo ami e gioca sui tuoi sentimenti per raggiungere il suo scopo. Quindi vorresti dimenticarlo, ma non riesci e stai male, molto male. Sei in un tunnel buio e senza luci in fondo. Questo ti crea dei problemi, che vorresti risolvere ma non sai come.

Non vuoi rompere il matrimonio per convenienza, perché non fa parte della tua personalità. Però se tuo ex rompesse il suo matrimonio, lo faresti anche tu. Ma questo il tuo ex non ha nessuna intenzione di farlo, quindi preferisci proseguire in un’unione arida e senza sbocchi.

Però mi hai chiesto aiuto per come uscire dall’impasse in cui ti trovi e quindi veniamo alle conclusioni.

Come deve reagire la nostra dolce Aurora e perché lo deve fare.

E mi aspetto, miei pazienti lettori che proviate a proseguire la storia.

Disegna la tua storia con un’immagine di Fabiana – La signora dietro il pizzo

Fabiana del blog Chi vuol essere lieto sia e gli altri nisba mi ha mandato questa immagine.

e io ho provato a ricavarne un mini racconto, ambientato come al solito a Venusia.

Buona lettura

A Venusia c’è una casa misteriosa ma non troppo. I venusiani la chiamano

la casa della signora dietro il pizzo’, perché la persona che vi abita ha un non so che di suggestivo e sfuggente, rimanendo nascosta da uno splendido merletto che fa da tenda al vetro. Raramente si avventura fuori e passa molto tempo dietro un pizzo lavorato che adorna la finestra.

Osserva il raro movimento della strada. Sorride quando un pettirosso si ferma sul davanzale a prendere le briciole di pane che lei mette tutti i giorni.

I venusiani sono personaggi un po’ speciali perché non rispettano le usanze normali. Però qualcuno si chiede quali siano e chi le ha codificate. Quindi fanno quello che passa loro per la testa.

Dunque la signora in questione passa molto tempo dietro una tenda di pizzo che non copre nulla ma rende la sua figura alquanto misteriosa.

Nessuno ricorda quando è arrivata. Qualcuno dice con la nascita di Venusia, altri una decina d’anni prima. Pare ovvio che entrambe le ipotesi siano campate in aria. La prima dovrebbe essere vecchia come Matusalemme ma non lo è. I tratti sono ancora giovanili, i capelli biondi che coprono le orecchie sembrano fili di seta dorata. Insomma tutt’altro che vecchia come qualcuno la vuol dipingere. Oddio nemmeno giovanissima ma un’eccellente pantera grigia.

Però è giunta a Venusia ben prima di dieci anni, come qualcuno ipotizza. Diciamo tra i venti e trent’anni, quando ancora giovane si è trasferita con la madre da Ludi.

La madre se ne è andata poco dopo, lasciandola padrona di quella casa che è adesso le appare troppo grande per le sue esigenze. Adesso passano gli anni e lei si ritrova sola e con rari contatti col mondo esterno. Sandro, il proprietario del panificio, due volte alla settimana passa da lei per prendere le ordinazioni, che le recapita il giorno dopo. Forse è uno dei pochi che mette piede nella sua casa e che parla con lei.

Però non racconta a nessuno cosa si dicono. Qualcuno maligna ma è soltanto un pettegolo. Si sa che uno degli sport preferiti è quello di spettegolare. «Facciamo un po’ di gossip» afferma Mario, facendo l’occhiolino. «Tanto per fare qualcosa». E tutti giù a ridere.

Insomma la signora appare come un oggetto misterioso che poi tanto non lo è. È semplicemente una signora sola.

Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – La strada

Etiliyle sforna ogni giorno immagini entusiasmante e ogni tanto le prendo a prestito per costruire delle ministorie che hanno come sfondo Venusia e i suoi abitanti.

Buona lettura

Un viale alberato porta il raro turista nel centro di Venusia. L’acciottolato non è il miglior viatico per chi arriva da fuori. È talmente sconnesso e infido che nessun venusiano si sogna di passare nel centro della via. Si tiene prudente sui bordi dove c’è la terra battuta.

«Meglio il fango» dice sempre Ermete, che lo deve percorrere per raggiungere Sghego, «piuttosto che lo scivoloso ciottolo di fiume».

Questa è l’unica strada lastricata in questa maniera, le altre usano sanpietrini o piccole lastre d’ardesia. Eppure il colpo d’occhio è magnifico. Una fila di platani stanno ai suoi lati, che nel periodo estivo formano una cupola di verde. Un tunnel che ripara dal sole cocente dell’estate e mitiga la calura.

Quello che nessun venusiano sa è il motivo dell’uso del ciottolo di fiume, visto che di vie d’acqua nelle vicinanze non ce ne è nemmeno l’ombra. L’unica è un torrentello che accompagna il viandante verso Ludi. D’inverno ghiacciato, d’estate secco o quasi. Solo in primavera e autunno si sente il gorgoglio dell’acqua che scorre fra piccoli massi.

Nessuno a Venusia ricorda quando hanno lastricato questo viale e neppure conoscono la provenienza di questi ciottoli di fiume, scomodi per chi cammina a piedi, pericolosi per chi va in bicicletta. Di auto ce ne sono poche e nessuno si azzarda di passare di lì. A parte il rumore la macchina sembra tarantolata tra sobbalzi e vibrazioni del volante.

Il ciottolo sporge dalla terra per diversi centimetri e tra l’uno e l’altro c’è un bello spazio. Qualche venusiano ha proposto di levarli mettendo al suo posto sanpietrini oppure ricoprendo di macadam il fondo stradale. Non sarebbe stato l’optimum ma di certo migliore dell’attuale ciottolo di fiume. Però i venusiani piuttosto di lavorare per cambiare la pavimentazione hanno preferito lasciare tutto com’è.

Così questa magnifica strada alberata rimane silenziosa e percorsa da poche persone, perché quasi tutti preferiscono fare un giro vizioso per raggiungere il centro paese.

Disegna la tua storia con Marzia – Le chiavi

L’amica Marzia mi ha stuzzicato un’altra volta proponendomi un immagine intrigante. Ho accettato la nuova sfida che propongo qui.

Immagine fornita da Marzia

Buona lettura.

 A Ludi c’è un grande museo di opere moderne. Abbastanza famoso da attirare le attenzioni dei turisti, che arrivano a frotte da tutta la pianura di Ludilandia.

Loro non ci capiscono granché, perché le opere esposte sono talmente astruse da disorientare anche il più vispo dei venusiani, che sono notoriamente saccenti e dal palato sopraffino.

Carola dopo aver frequentato l’università per giovani artisti è stata assunta dal Museo degli Orrori, così lo chiamano i ludiani. In realtà ha un nome più pomposo Museo degli artisti emergenti. Però si sa come vanno a finire queste vicende. Qualcuno ha obiettato che anziché opere d’arte sono inenarrabili schifezze che fanno orrore tanto sono brutte. Il passo è stato breve quando si è citato questo museo. Così per tutti è diventato degli orrori. Ben pochi si ricordano del vero nome, ma quando accenni agli orrori, nessuno ha un dubbio: si riferisce al loro Museo. Così di bocca in bocca con il solito passaparola, è diventato il Museo più famoso di Ludilandia.

Nonostante a Ludi ci sia la Galleria dei Diamanti, dove sono esposti i dipinti più famosi di Botticelli, Leonardo da Vinci, Raffaello e altri virtuosi del pennello, al Museo degli Orrori c’è sempre la fila al botteghino. Tutti in coda a pagare il biglietto d’ingresso di cento ludo. Nessuno uscendo ha mai reclamato la restituzione dell’importo ma se ne sono andati via scuri in volto e biascicando parole che rasentano il turpiloquio.

A Venusia qualcuno si è chiesto cosa avesse di speciale questo Museo che le recensioni lo definiscono il peggiore di tutti con parole che potrebbero originare una denuncia penale per gli epiteti di cui sono conditi i commenti.

Sembra che la curiosità vinca sul ribrezzo.

Un giorno di luglio Sandra e Lorenzo decidono che è giunto il momento di visitare il Museo più gettonato di tutta Ludilandia per rendersi conto quanto corrispondano al vero gli orrori esposti. Si mettono d’accordo con Carola, che dopo la performance con Nicola in Piazza con la fontana senz’acqua è diventata famosa e richiesta a ogni festa di Venusia. Essere guidati all’interno del Museo da chi lo conosce bene permette di comprendere meglio gli orrori esposti.

«Certo che sì» esclama gioiosa Carola, lieta di accompagnare qualche concittadino nella visita del Museo. «Vi faccio volentieri da cicerone. Conosco a menadito tutte le opere esposte».

Sandra arriccia il naso, perché tutto questo entusiasmo le pare fuori luogo. “Se è il museo degli orrori” si dice, mentre col pullman si reca a Ludi. “Qualunque persona che non sia una masochista da internare si rifiuterebbe dal fare da guida”.

Lorenzo con il fido Igluck ultimo modello, che ha quattro obiettivi sul retro in grado di catturare il minuscolo granello di polvere, non sta più nella pelle di arrivare a Ludi per immortalare tutte le schifezze del Museo.

Pagato l’obolo, aspettano Carola all’ingresso del percorso museale. Visitano la sala del salmone in scatola, declinato in tutte le maniere. Da quelle che ti fanno l’occhiolino a quelle che sembrano pesci lessati. Non vi dico il tanfo che stordirebbe anche chi fosse provvisto di respiratore. Poi la sala delle cacche e così di sala in sala arrivano al clou: il giardino.

Beh! Definirlo giardino è un eufemismo. L’erba non cresce, alberi nemmeno l’ombra in compenso dal terreno che trasuda nebbia artificiale spuntano delle enormi chiavi che sembrano cadere da un momento all’altro sulle teste dei malcapitati visitatori.