Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – la primavera

Da una splendida immagine di Etiliyle ho ricavato questo piccolo racconto.

Dalla cima della montagna che ospita il bosco degli spiriti si può spaziare con la vista. Lo sa bene Sofia che in quel bosco vi sale tutte le volte che può. Lei studia a Ludi, la capitale della regione, per diventare un’agronoma, una professione oscura, perché per i venusiani l’ecologia significa tornare ai tempi delle candele.

Nel periodo estivo le è più facile con l’aiuto del bel tempo e delle giornate lunghe. D’inverno è coperto dalla neve e si limita a piccole passeggiate nella parte bassa del bosco. Però è durante la primavera che assapora il risveglio della natura. Anche l’autunno coi suoi colori e profumi le piace ma è la primavera il suo vero amore. Il verde timido delle foglie che spuntano sugli alberi. Lo smeraldo dei prati che si riempiono di pratoline e violette. È tutto un tripudio di colori tenui mai violenti come quelli autunnali che trasforma il bosco da bella dormiente a giovane fanciulla assetata di vita.

Oggi è a Venusia perché a Ludi l’Università è chiusa per uno sciopero dei professori. Ignora i motivi ma tutto sommato sta bene anche a casa a godersi una giornata tiepida che invita a uscire, a stare all’aria aperta.

Tobia, il suo meticcio, è in festa, perché sa già cosa succederà: una gita nel bosco degli spiriti. Finalmente libero di correre e abbaiare senza costrizioni.

Con passo cadenzato Sofia sale fino in cima, mentre il cane corre e si rotola sull’erba tenera che spunta nel sottobosco.

Arrivati nel punto più alto, la ragazza si siede, appoggiando le spalle al tronco di un giovane faggio, che con timidezza mostra le prime gemme, e osserva la pianura. Sulla destra luccicano le acque degli stagni, dove le anitre riposano in attesa di spiccare il volo finale verso il nord. Le canne palustri si muovono sotto il vento che spira da levante. Una danza lieve che affascina la vista di Sofia.

Tobia si avvicina, annusa la ragazza e corre via nel folto della macchia appena sotto di loro. È felice, sente che la natura si sta risvegliando dopo il letargo invernale, che quest’anno per fortuna è stato più breve del solito. La primavera ha anticipato e i primi balestrucci, le avanguardie del grosso che arriverà fra qualche settimana, volano nel cielo pulito.

Sotto, di fronte, si vede Venusia con i suoi tetti rossi, la strade che si snodano senza un senso geometrico e le piazze circondate dagli alberi. La visione dall’alto fa capire a Sofia quanto siano tortuosi i progetti umani, esattamente come le strade di Venusia.

Tuttavia è a sinistra che il suo sguardo indugia più a lungo. Lì ci sono i campi coltivati. Appezzamenti verdi interrotti da filari di vite che stanno ancora dormendo oppure dai fiori rosa dell’albicocco che spiccano sul ramo nudo. La campagna non dorme d’inverno ma riposa con un occhio chiuso e uno aperto, coccolandosi sotto la neve ma pronta a rispondere ai primi raggi del sole che scaldano.

Sofia si alza e con un fischio chiama Tobia, che accorre al suo richiamo.

«Dai pigrone» e ride, perché sa che non è vero. «È ora di tornare a casa. Domani torniamo».

Con passo lento seguita dal suo meticcio s’incammina verso Venusia.

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La storia di Micol – Micol e Arno – Parte 2

Questa è la seconda parte della storia di Micol e Arno. La prima parte la trovate qui.

Rosengarten – Attribuzione: Tinelot Wittermans licenza GNU Free Documentation License

 

Erano le otto di sera, quando Micol si alzò dal letto disfatto e cominciò a vestirsi con lentezza.

Arno tra le lenzuola stropicciate la osservava divertito con un sorriso ironico.

«Cosa stai facendo?» disse, allungando le braccia sopra la testa.

«Non vedi? Mi vesto» rispose Micol calma con tono piccato.

Una risatina di Arno accompagnò la risposta di Micol, che con cura si allacciava la camicetta.

«Non ne vedo la necessità» esclamò con tono divertito.

«A casa ci vado nuda?»

Arno si drizzò appoggiandosi alla testiera del letto con lo sguardo sorpreso.

«Pensavo che tu restassi anche per la notte».

Aveva pregustato ancora sesso, per di più senza l’impiccio del preservativo, ma adesso era mutato lo scenario con la possibile uscita di Micol.

«Domani vado in ufficio» replicò Micol, indossando la gonna. Anzi non avrei nemmeno dovuto venire qui oggi pomeriggio, pensò amaramente, mentre infilava le ballerine e si preparava a uscire.

Arno accennò a scendere dal letto nudo come se volesse fermarla.

«Dov’è il problema?» affermò mettendo i piedi sul pavimento. «Mi vesto e ti accompagno a prendere qualcosa per domani».

Poi fece una breve risata, aggiungendo: «Tanto per la notte non ti serve nulla».

Arno capì che la sua battuta non avrebbe sortito nessun effetto. Era stato fin troppo facile portarla a casa sua nel pomeriggio ma adesso non sarebbe riuscito a trattenerla per la notte. Aveva un’unica consolazione: raccontare agli amici che aveva fatto sesso con una vergine.

Micol scosse la testa senza rispondere, mentre con lo sguardo indugiava nella stanza per imprimersi ogni dettaglio. Il soffitto era affrescato con scene di caccia e tra le due finestre stava un camino dell’ottocento in marmo bianco. Il letto basso era moderno ma non stonava con l’armadio di quercia addossato alla parete.

Micol si girò verso Arno e con un cenno della mano lo salutò prima di uscire dalla camera e avviarsi verso la porta.

Arno provò a dire qualcosa che lei non udì o forse non volle sentire. Ricordò Ulisse che per resistere al richiamo delle sirene si era fatto legare all’albero. Micol invece per non tornare indietro si tappò le orecchie.

Arrivata in Waltherplatz si avviò di passo svelto in Silbergasse. Non voleva fare tardi, perché tra un po’ sarebbe calata la sera e non voleva percorrere la passeggiata del Talvera con le luci dei lampioni.

Si chiese per quale motivo senza opporre resistenza era finita a letto con Arno. “Non c’era nessuno stimolo” rifletté, mentre tornava indietro per prendere un taxi. Voleva recuperare la bicicletta lasciata al Lido di Bolzano.

Di Arno ignorava tutto. Non avrebbe saputo nemmeno rintracciare il palazzo. Quando aveva fatto la rampa di scale per raggiungere il piano nobile non si era neppure soffermata sulla targhetta di lucido ottone sopra il campanello. L’unico ricordo era che le lettere erano in gotico, in stile tirolese.

“Arno è sposato, convive o single?” si domandò, sapendo di non poter dare la risposta ma nemmeno le interessava conoscerla. Aveva fatto sesso nel pomeriggio e questo le era più che sufficiente. L’esperienza era chiusa. “Quanti anni ha?” Non gli aveva chiesto neppure quello. Troppi dubbi si accavallavano nella mente. “Certo è un bel ragazzo. Alto, biondo e occhi azzurro-grigio. Ma è il motivo per cui sono finita nel suo letto?” Scosse la testa, mentre pagava la corsa.

Recuperata la bicicletta si avviò verso casa ma continuava a ripensare alle sciocchezze commesse nel pomeriggio. Troppe, ammise.

Il sesso non l’aveva soddisfatta, anche perché era la prima volta. Un brivido percorse la sua schiena. L’aveva fatto senza nessuna protezione, perché Arno aveva detto che non era possibile. Lei non aveva fatto obiezioni ma adesso le era venuto il dubbio che potrebbe essere rimasta incinta. Erano passate due settimane da quando aveva avuto il suo ciclo. Proprio nel periodo fertile. Altra scemenza da aggiungere alle altre. Per le prossime due settimane sarebbe rimasta in ansia temendo che che non sarebbe arrivato. Incrociò le dita per scaramanzia.

Relegato questo pensiero in un angolo della mente sorrise, pensando che Arno ignorava tutto di lei a parte la confessione che era vergine. “Tanto l’avrebbe scoperto in fretta” rifletté, mentre rivedeva la sua faccia che era passata dalla sorpresa al divertito. Aveva sogghignato quando glielo aveva detto. Forse era la prima volta che gli capitava. Però non voleva ricordare quel momento, né le volte successive. Arno si era divertito ma lei molto meno.

«No» sussurrò, mentre metteva la bicicletta nella rastrelliera di casa. «Non è stata un’esperienza eccitante».

Entrata nell’appartamento, si era fatta una doccia per cancellare le sue tracce. Poi si era sistemata sulla poltrona per osservare il Rosengarten che sfumava nel buio.

Disegna la tua storia – la partenza

Niente immagine accattivante, sono una ricavata da Focus.it del tragitto che new Horizon ha compiuto in tredici anni.

Credit immage Focus.it

Ed ecco il racconto

Buona lettura.

Astrodome Serenity, deserto di Gila 6:00 AM, 30 gennaio 2019

Il sole sta sorgendo sopra le creste delle montagne che riparano l’ampia vallata, colorando di rosa il cielo che va schiarendo. Le ultime stelle sbiadiscono per effetto dell’illuminazione solare sempre più marcata.

La valle, incassata tra due rilievi alti mille metri, è solcata da una larga e lunga striscia grigia contornata dal giallo del deserto di Gila. Un agglomerato di edifici bianchi e bassi sorge lungo la pista sulla parte orientale.

In lontananza si scorge un immenso razzo che porta sul dorso qualcosa che assomiglia a un gabbiano con le ali distese.

La giornata promette bene: soleggiata dalla temperatura mite e senza una bava di vento. È l’ideale per la partenza.

Sulla pista enormi camion continuano a fare la spola tra la rampa di lancio e l’hangar dirimpetto agli edifici.

Nella breakfast room sei persone, tre uomini e tre donne, fanno la colazione a base di uova e bacon, formaggio e caffè o tè non zuccherato. I loro visi sono tesi al contrario dei giorni precedenti, quando chiassosi e sorridenti si preparavano per il nuovo giorno.

Dana, un’afroamericana, dalla carnagione scura, solleva il viso verso il grande schermo posto di fronte a lei. Le cifre scorrono all’indietro: cinque ore e 29 minuti, poi 28…

Non parla, sorseggia il tè verde. Non sopporta il caffè non zuccherato. La mascella è contratta, la mano trema in modo impercettibile. La tensione è visibile dal come osserva il grande schermo.

Di fianco a lei Pavlov, un russo biondo dagli occhi grigi, taglia l’omelette con formaggio con tratto deciso tenendo gli occhi sul piatto. Pare calmo ma dentro cova l’agitazione per l’imminente partenza. Svuota la mente da tutti i pensieri, si concentra sul piatto. Deve essere sereno, quando dopo il lancio deve prendere i comandi di Last Horizon per guidarla verso gli spazi interplanetari.

La missione prevede un viaggio di ben trentacinque anni fino all’ultima Thule nella fascia di Kuiper, che dista sei miliardi e mezzo di chilometri dalla terra oltre Plutone.

Samantha, un’italiana di ventisette anni, minuta dai capelli castano chiari tagliati a caschetto si alza. Ha terminato la colazione. Vuole sgranchirsi le gambe prima d’iniziare la vestizione. Ha deciso per il modello di Dava Newman, la ricercatrice del MIT, progettato appositamente per lei. Un modello futuribile, un vero azzardo vista la lunghezza dell’esplorazione spaziale, è la BioSuit, che aderisce come una seconda pelle sul suo corpo.

Gli altri hanno deciso per una tuta più convenzionale, MarkIII, che assomiglia a un veicolo spaziale, perché si entra e non s’indossa.

Un trillo di un campanello e la segnalazione sul grande schermo che mancano cinque ore alla partenza fa sobbalzare Lin, una cinesina dal corpo mascolino e dai capelli neri corvini.

James, l’australiano dal fisico atletico e dagli occhi azzurri, solleva lo sguardo verso l’alto, sbadiglia senza fare rumore mentre si alza dopo aver allontanato il piatto e le posate. Sembra annoiato ma invece è agitato internamente.

L’ultimo è Chioma, un imponente nigeriano della tribù igbò, ad avviarsi verso lo spogliatoio per raggiungere i compagni di viaggio, che alla spicciolata hanno cominciato il rito della vestizione. Un’attività che hanno provato e riprovato mille volte nelle settimane precedenti per prendere confidenza con un vestito che porteranno per molti anni.

Dopo essersi denudati passano sotto le docce detergenti per eliminare qualsiasi impurità dal loro corpo, prima d’indossare la tuta della partenza. È un’operazione lunga e complessa, che richiede un paio d’ore. Nel frattempo attivano le tecniche di rilassamento necessarie per affrontare la tensione prima del lancio all’interno del modulo dell’astronave e quello seguente alla partenza. È un momento delicato durante il quale ogni minimo errore si paga con la vita.

L’ingegnere responsabile delle attività carica nei quattro computer di bordo il software di gestione e backup. Controlla che tutto funzioni a dovere mentre i minuti scalano inesorabili. Viene ricontrollato tutto: carburante, dispositivi, sistemi di navigazione e di telecomunicazioni con meticolosa attenzione, mentre i sei astronauti prendono posto nei loro moduli allineati per due.

A sei minuti e trenta scatta il conto alla rovescia automatico.

La tensione è palpabile sia a bordo di Last Horizon che nella torre di controllo.

«10, 9, 8,…,3,2,1 e decollo» scandisce il responsabile del lancio, quando al termine i motori di Saturn X si accendono. Il vettore si stacca da terra e con lentezza si dirige verso il cielo. Il computer di bordo prende il controllo del razzo calcolando la giusta angolazione per iniziare la sua corsa verso l’ignoto.

Dopo quaranta minuti vettore e astronave sono pronti per dirigersi verso la luna, la prima tappa della loro missione.

«Tutto ok?» gracchia la voce della torre di controllo.

«Sì» risponde laconica Dana, il comandante della missione Ultima Thule.

E l’astronave vola verso il buio cosmico.

 

Un Cristo senza cielo

Quella mattina, all’ora in cui si dice che i sogni siano veritieri, era stato visitato da suo padre. O, almeno, sapeva che doveva essere lui: lo sapeva di quell’ovvia certezza che, nei sogni, riesce a farci sembrare consueto ciò che non ci è mai capitato. Alto, altissimo, lo teneva per mano. Lui, però, non era un bambino; l’episodio si svolgeva nel presente.

Era a fianco del padre ma anche un po’ indietro, come se si stesse facendo trascinare, e non riusciva a vederlo in viso. Poi il padre aveva accennato a voltarsi – forse per sollecitarlo? – e lui era stato preso da un’eccitazione parossistica che però, e gli sembrava strano, non sapeva ricordare se fosse paura, angoscia, o gioia. A quel punto si era svegliato, con il cuore che batteva all’impazzata, senza aver potuto vedere neanche in sogno quel volto che non aveva mai conosciuto nella realtà.

Questo frammento gli era tornato alla memoria adesso, improvvisamente, senza un motivo che sapesse capire, mentre camminava lentamente lungo via Monferrato, tornando al lavoro dalla trattoria dove, per abitudine, consumava i pasti. Assorto nei propri pensieri, aveva sentito una voce minacciosa, un avvertimento urlato al megafono, ma senza coglierne le parole, senza rendersi conto che era rivolto a lui; eppure l’incongruità di quel suono, fuori luogo in quella via elegante e tranquilla, lottava per farsi strada verso la sua coscienza. Qualche giorno prima c’era stata in quei paraggi una troupe televisiva; forse stavano ancora girando e lui disturbava le riprese? Alzò gli occhi dal suolo e si guardò intorno. Alla sua sinistra c’era una delle vetrine della banca; sul manifesto che la occupava quasi per intero, il sorriso ebete di un giovane seduto sulla bitta di una barca a vela, in un’escursione che si intuiva costosa, faceva pubblicità alle carte revolving.

Nella striscia di vetrina lasciata libera dal manifesto comparve per un istante il viso di un bambino, incorniciato da capelli biondi. La bocca era quasi un rettangolo, tesa nella maschera di un pianto disperato; gli occhi spalancati guardavano di lato, in direzione di ciò che lo stava terrorizzando. Improvvisamente qualcuno, da dietro, colpì violentemente la testolina, che andò a sbattere contro il vetro macchiandolo di sangue. Per un attimo comparve una figura incappucciata che si muoveva nervosamente sullo sfondo.

«Fermo! Torni indietro!» urlò di nuovo nel megafono il comandante. Lui questa volta si girò in direzione della voce e vide, sul marciapiede opposto, parecchi poliziotti schierati, con le armi in pugno. Altri stavano transennando la strada.

Capita, in situazioni drammatiche, che i pensieri si succedano con una rapidità che normalmente non si sperimenta. Sono pensieri non formulati in parole; ricordi, idee collegate in modo misterioso che emergono improvvisamente in un complesso già organizzato, come se fosse stato lì, pronto sotto il pelo dell’acqua, da sempre.

Don Sandroni, il suo insegnante di religione alle scuole medie.

Mentre tutti i suoi compagni di classe approfittavano dell’ora di religione, e dello scarso rigore dell’insegnante, per dedicarsi alle più svariate attività – dal ripasso per l’interrogazione prevista all’ora successiva, al gioco del poker – lui intavolava spesso delle discussioni con don Sandroni, esponendogli i propri dubbi. Il prete non si scandalizzava, anzi: sembrava apprezzare che ci fosse almeno un allievo che lo prendeva sul serio, anche se per contrastarlo, e si sforzava di dare delle risposte. Che risposte fossero, non lo ricordava; sapeva solo che non gli sembravano soddisfacenti.

Perché mai Cristo era arrivato proprio allora (che significava ‘pienezza dei tempi’?) e non, invece, all’inizio della Storia, anzi nella preistoria, ai giorni del primo uomo, in modo da dare a tutti la possibilità di salvezza? Che ne era dei giusti vissuti prima di Cristo? Perché mai avrebbero dovuto aspettare la Sua seconda venuta, perché mai non potevano andare subito in Paradiso? Era forse colpa loro se erano nati troppo presto? Ma, più grave ancora: che ne è di un giusto nato dopo Cristo, che però non riesce a rendersi conto che Lui è il Salvatore? Basta questo mancato riconoscimento a condannarlo, anche se per il resto si è comportato come un santo?

E come può un Padre buono pretendere che suo figlio, innocente, vada incontro alla morte, e una brutta morte, per concedere ad altri la salvezza? Perché ci deve essere questo scambio, perché deve essere pagato questo tributo di sangue? C’è una legge, una regola superiore a Dio, a cui anche Lui deve attenersi, che lo impone?

Poi il tempo era passato, lui era cresciuto e non aveva più pensato a quelle discussioni: neanche quando aveva, in molte occasioni, conosciuto il dolore.

«Via! Vada via di lì! Si al-lon-ta-ni!» Lui era arrivato alla porta di emergenza della banca, quella senza bussola. Stava gesticolando e urlando, ma la sua voce era stata coperta dal megafono. Il comandante, dall’altro lato della strada, riuscì a sentire solo le ultime parole: «… al suo posto».

La porta di emergenza si aprì. Il bambino biondo sgusciò fuori di corsa, e lui entrò.

L’incontro

– Arrivo giusto giusto all’acqua e alla siringa. Dai, per una volta puoi anche fare uno strappo! – disse Riccardo porgendo le monete.

Dalla finestrella di trenta centimetri per quaranta nella porta blindata il farmacista rispose:

– Te l’ho già spiegato, non dipende da me, non sono io il proprietario. Se non ti faccio pagare il supplemento notturno, ce lo devo mettere io.

– Non farmene cercare una usata e prendere l’acqua dal rubinetto, fammi quest’elemosina, per favore.

– Oh, ma sono tre euro. La faccio a te, la faccio a quelli dopo di te, e domattina mi ritrovo ad aver lavorato tutta la notte per pagare i vostri supplementi.

Riccardo ebbe un’idea. Porse le monete che aveva in mano al cliente in coda dopo di lui.

– Signore, me le compra lei acqua e siringa? Così il suo supplemento notturno vale anche per me.

Il tizio ci mise un attimo a capire. Si sarebbe risolto l’intoppo che gli stava facendo perdere tempo, e senza che lui dovesse sborsare un soldo. Prese le monete cercando di non toccare la mano del ragazzo. Sembrava pulita, ma tutto il resto… Orecchino, tatuaggi; una specie di canottiera scollata, cascante, macchiata, gli lasciava scoperta buona parte del torace ed era infilata solo a metà in un paio di pantaloni che non si capiva come facessero a reggersi sui fianchi stretti, pelle e ossa.

– Lexotan.

– Ce l’ha la ricetta?

Sapeva benissimo di non averla ma fece egualmente il gesto di tastarsi le tasche della giacca.

– Non ce l’ho con me, ma…

– Va bene, non importa.

Il farmacista scomparve dietro al bancone e tornò, dopo un tempo che gli parve interminabile, con il suo Lexotan, una siringa da insulina e una fiala. Lui passò siringa e fiala al ragazzo con l’orecchino tenendole con la punta delle dita, sempre cercando di evitare il contatto. Un attimo dopo il ragazzo era sparito.

Diede un’occhiata all’orologio, prendendo nota mentalmente di non uscire più con quello d’oro in queste occasioni: con la gente che si incontra di notte, era un rischio.

La puttana all’angolo della strada gli sorrise. Carina, ma il capo si sarebbe già lamentato anche senza ulteriori ritardi. Tirò dritto.

* * *

Riccardo il foro per l’orecchino se l’era fatto fare assieme a Elena. Lei non ne aveva ancora, di fori: quello era il primo, proprio come per lui. Avevano comprato un paio di orecchini tondi, semplici (a quel tempo lavorava ancora e qualche soldo ce l’aveva) e se li erano fatti mettere proprio in quella farmacia. Non da quel farmacista antipatico del turno di notte: c’era una ragazza sorridente, quella volta. Il foro non era stato neanche troppo doloroso, temeva peggio. Un orecchino lui e uno Elena, uguali: così si vedeva che stavano insieme. Al posto dell’anello di fidanzamento.

Quando Elena era morta di overdose, per un istante aveva pensato di toglierglielo. Non serve a niente un orecchino nella bara, e forse il compro oro gliene avrebbe dato dieci euro. Poi però non ne fece nulla: gli piaceva l’idea che continuassero a restare legati, lei di là e lui di qua. Finché un giorno, non troppo lontano, si sarebbero ritrovati.

Spense l’accendino, tolse la siringa dal blister e aspirò fino all’ultima goccia dal cucchiaino ancora caldo.

* * *

– Ce ne hai messo di tempo.

– Ho dovuto convincere il farmacista a darmelo senza ricetta… e poi c’era anche un drogato di merda che rompeva le palle.

Il capo prese il Lexotan con malagrazia.

– Puoi andare.

Mentre tornava a casa, rifletté. Non gli piaceva essere trattato così. Lui aveva un compito ben preciso, e importante, ma il capo lo sfruttava anche come factotum. Lo chiamava a qualsiasi ora del giorno e della notte per chiedergli le cose più impensate. Il giorno prima gli aveva fatto sturare un lavandino.

Gli sarebbe piaciuto ribellarsi, e forse un giorno ci avrebbe anche provato, ma per il momento aveva troppa paura. Non aveva fatto una bella fine Filippo.

Si consolò pensando che Filippo, in fin dei conti, era un manovale senza intelligenza e senza importanza. Non un artista come lui, che era capace di far passare cinquanta chili di roba buona sotto il naso dei doganieri.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – La luna rossa

Splendida immagine tratta da Waldprok ed ecco che la cronaca da Venusia si arricchisce di un nuovo racconto.

Buona lettura

Tutto il mondo è in fibrillazione, perché dopo il 31 gennaio della doppia eclissi della luna blu e rossa, che i più vecchi non ricordavano, ce ne sarà una della durata incredibile di otto ore.

Però è Venusiolandia l’area dove il fenomeno della luna rossa sarà magnifico. A Venusia si sarebbero potute scattare immagini stupende, perché l’inquinamento luminoso è praticamente zero, perché le strade sono per lo più al buio. Al calar del sole tutti si chiudono in casa e le vie sono il dominio delle liti dei gatti.

I venusiani per la sera del 27 luglio si sono armati di cannocchiali, piccoli telescopi, macchine fotografiche, telefoni sistemandosi nel parco, sulla panchina o semplicemente alla finestra o sul balcone di casa.

Da Sghego hanno spostato i tavoli fuori dal tendone per ammirare lo spicchio di cielo dove il fenomeno sarà visibile. Mario, Ermete e gli altri accaniti giocatori non sembrano interessati all’eclissi.

«Porta sfiga» dice Ermete, mentre cala i due di bastoni a trionfo.

«Scimunito!» impreca Mario, il compagno. «Il tre è ancora fuori. Usa la testa invece di pensare alla luna rossa».

Ermete scrolla le spalle, mentre Berto sogghigna calando il tre facendo sua la mano.

«Prendi» dice Ermete, allungando le sue carte a Martino che in quella partita è il giocatore d’angolo. «Mi sono stancato. Faccio quattro passi per sgranchire le gambe».

Mentre Ermete si allontana per fumarsi una cicca in pace, Sandra e Lorenzo tenendosi per mano si avviano verso la Fortezza, dove lo spettacolo della luna rossa sarà superbo.

La Fortezza sta nel punto più alto della Montagna, proprio in cima fuori dal bosco degli spiriti ma si sa che i venusiani non amano mettere piede lì di giorno, figuriamoci di notte.

I due ragazzi sono stati preceduti da altri due venusiani che non credono che il bosco sia abitato da spiriti: Sofia e la piccola Elisa, che ha ottenuto il permesso di salire alla Fortezza in sua compagnia.

La serata è limpida senza una nuvoletta, nemmeno una. Il cielo si riempe a poco a poco di stelle, come se qualcuno le accendesse con un interruttore.

«Cosa sono quelle tre stelle che sembrano quelle presepe?» chiede Elisa, seduta con Sofia sul torrione più alto della Fortezza.

La battuta ingenua della bambina fa sorridere nell’oscurità più buia Sofia, che ridacchia sommessamente. È vero che quei tre punti luminosi sembrano avere tanti raggi come le stelle del presepe. In realtà non sono tre stelle ma Marte, Giove e Saturno che per un curioso meccanismo sono vicini tra loro nel cielo.

«Elisa sono tre pianeti, molto distanti dalla terra ma risplendono come se una mano fatata abbia accesso tutte le loro luci» afferma Sofia, scorgendo nell’oscurità il profilo della bambina rivolto verso il cielo.

Mentre Sofia sta spiegando a Elisa cosa sono quei tre punti luminosi, sentono dei passi e delle voci ovattate che si avvicinano. Una torcia azionata da Lorenzo li illumina.

«Ci siete anche voi a gustarvi lo spettacolo della luna rossa!» afferma Lorenzo, sistemandosi con Sandra accanto a loro.

Lo spettacolo inizia.

 

Foglie

Qui c’è un vecchio grosso, rimasto solo nella casa degli ippocastani.

La moglie se n’è volata via di colpo e la televisione ha alzato il volume. 

A passettini cuciti con l’ago, il vecchio grosso ha dichiarato guerra alle foglie.

Ha cominciato a primavera, con quelle che non legano al ramo e cadono, grasse e arricciate come i bruchi o le rughe.

Ha continuato d’estate, con le ostie di robinia, disossate dal sole, gialle e sottili.

Adesso tien dietro alle foglie di ippocastano, che sono grandi e spesse: le spinge più in là, e si arrabbia con l’asfalto bagnato che incolla. 

E’ fatica smuovere le foglie senza una scopa, solo con il bastone.

E’ fatica, se il vento non vuole saperne di dare una mano.

Il vecchio insulta le foglie, le insegue e non ha tenerezza la voce.

Le vuole lontane, che non abbiano a toccare il muretto e la striscia di terra, vicina.

Marce. Marce. Le foglie marce hanno la morte in tasca”- dice.

Chi lo vede chiamare gorghi di aria e dondolare lento, pesante in mezzo alla strada, sa che non sono le foglie a fargli paura.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – La statua

Una statua sommersa nel verde ma Etiliyle l’ ha immortalata con uno scatto. Nuova storia di Venusia.

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Buona lettura

Immersa nel verde poco prima del bosco sta una statua che tutti ricordano sempre lì. Fa parte del paesaggio e se sparisse, se ne accorgerebbero tutti. Una volta era bianca, candida, adesso è piena di macchie verdi e chiazze grigio nere, i segni del tempo che scorre. È il punto di ritrovo di Sandra e Lorenzo. Da qui partono per le loro passeggiate verso la Fortezza, che si erge la dove termina il bosco.

I due innamorati non seguono la via più diretta: il sentiero che attraversa il bosco ma girano introno alla collina per salire nel tratto privo di alberi. Solo cespugli bassi, rovi e tante felci. Una passeggiata quasi quotidiana di un paio d’ore, prima che il sole cali sull’orizzonte.

Anche oggi è come nei giorni precedenti.

«Appuntamento alle cinque» ha detto Sandra il giorno prima, quando Lorenzo le ha dato il bacio della buonanotte sull’uscio di casa.

Alle cinque in punto né un minuto prima né dopo i due ragazzi si ritrovano presso la loro statua, la Venere col cestello. La chiamano così perché è il simbolo del loro amore.

Sandra arriva dalla destra, Lorenzo dalla sinistra, convergendo sulla loro icona.

«Non noti niente di diverso?» chiede Sandra, che si è accorta di un luccichio anomalo dietro la loro Venere.

Lorenzo stringe gli occhi non per il sole, che comunque c’è, ma per mettere a fuoco il punto segnalato dalla ragazza. Lui vede la statua, le erbe che ormai arrivano al busto ma non il luccichio che dice Sandra.

«Ma dove?» chiede il ragazzo che si è fermato per osservare meglio la loro statua.

«Ma lì» addita con l’indice destro un punto non ben definito della loro Venere.

Lorenzo riduce a una fessura i suoi occhi sperando di cogliere quello che Sandra indica in maniera perentoria.

La ragazza fa due passi avanti e poi si mette a ridere, mentre Lorenzo la guarda perplesso. Lui non vede nulla e non comprende l’ilarità di Sandra, che solleva come un trofeo un manubrio di bicicletta.

«Chissà come è finito qua» borbotta Lorenzo che non è riuscito a vederlo nonostante abbia perlustrato con gli occhi ogni centimetro della statua alla ricerca del luccichio.

«E ora cosa ne facciamo?» chiede il ragazzo, perché a lui proprio non interessa.

«Lo prendiamo con noi per metterlo nel cassonetto del ferro» replica Sandra, afferrandolo con la sinistra.

«Oggi la passeggiata ha un intruso» sospira Lorenzo, prendendola sotto braccio.

La donna sirena

Qui da noi ci sono donne sirena, con petto di rosatea e fianchi accoglienti.

La più bella era bruna.

Alle nespole d’inverno aveva rubato la pelle dorata: a guardarla ne sapevi la polpa nascosta.

Non chiamava, non cantava, ma, se rideva, se guardava e rideva di gola, non c’era male, non c’era dolore che restasse identico a prima.

Un riso di latte e di miele.

Lo sentì il suo ulisse, risalito dall’altra sponda del mare, fra le nebbie del fiume, vagabondo senza mappe e senza mestiere.

Lei lo lavò, lo vestì, lo prese nel letto, nella casa del caco esploso d’arancio.

Lui dipingeva su vecchi assi d’armadio: nel noce, nei muri, nella brina sui rami vedeva marine velate, trine di schiuma e conchiglie e conchiglie.

Con questa moneta pagava. E le case fiorirono di squame azzurrate, collezioni di sabbie, zaffiri d’onde e marosi…

Se ne andò, lo straniero, senza dire dove e perché.

A noi restò il mare sui muri e una donna sirena, senza latte né miele.

Perchè l’amore ha radici nell’aria.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – occhio magico

Da questa stupenda immagine di Waldprok nasce un mini racconto senza troppe pretese. Venusia e i suoi abitanti sono sempre lì ad accogliere i viandanti della lettura.

Buona lettura.

La sera si avvicina e nello stagno delle anatre si specchia il sole, spuntando da dietro le nuvole. Però le anatre non ci sono. Loro arriveranno a ottobre per riposare qualche giorno prima di riprendere il volo verso sud.

Pino ci viene quasi tutti i giorni nella speranza di vederle che pigramente si lasciano dondolare sull’acqua e poi come colpiti da qualcosa si tuffano con la testa sotto la superficie in maniera repentina. Lui rimane affascinato dalla velocità con cui compiono questa operazione.

Pino è un ragazzino di dieci anni, alto due soldi di cacio con lo sguardo vispo e allegro. Sembra insignificante ma in realtà è un motorino inesauribile come se la carica non finisse mai. I suoi genitori lo lasciano libero di muoversi dove vuole durante l’estate. A scuola è il migliore. Insuperabile in matematica, discreto in italiano. Quest’anno ha finito le elementari e il prossimo settembre andrà all’unica media di Venusia con un bel giudizio più che lusinghiero.

Questa sera, come le altre, Pino si trova sul bordo dello stagno all’ombra di un leccio centenario a osservare la sua superficie liscia senza nemmeno una piccola increspatura. Una leggera bava mitiga la calura e muove gli steli del prato, che sta soffrendo il caldo. Tiene fra i denti un filo d’erba che fa fischiare con abilità. Glielo ha insegnato il nonno prima di morire. Pino in certe giornate ne sente la mancanza. Per lui era una guida, una fonte di conoscenze spicciole che nessun maestro è in grado d’insegnare. Una lenta melodia accompagna questo momento di tristezza, mentre il globo giallo si inabissa lentamente nello stagno.

Alle sue spalle nel folto dei rami una capinera intona il suo canto.

Pino rimane in ascolto a bocca aperta e fa cadere il filo che teneva fra le labbra fra l’erba che cresce sul bordo dello stagno.

Le ombre si allungano nella sera e lo stagno si prepara alla notte. Pino a malincuore si alza per tornare a casa, mentre il sole è sparito dietro le nuvole che avvampano di rosso. Indugia ancora. Gli dispiace lasciare questo posto che ha conquistato la sua fantasia.

Ci sono piccoli velieri che navigano sull’acqua dalle vele colorate spinte dal vento che piega la canne palustri. Lasciano il piccolo porto ricavato in un’insenatura per andare verso l’ignoto. Sono migranti in cerca di fortuna in terre lontane e sconosciute. Sulla riva le moglie li salutano con le mani e i fazzoletti, mentre ricambiano sventolando i loro berretti. Poi tutto si svuota in un crescendo di luci sempre più flebili e di ombre più minacciose.

Pino si volta verso lo stagno prima di affrontare il sentiero diretto a Venusia. In parte corre sotto il tetto verde del bosco di lecci e l’ultimo tratto sotto il cielo che inscurisce.

Le prime case di Venusia si mostrano agli occhi di Pino, che affretta il passo. La mamma si raccomanda sempre di essere in casa prima che il sole sia tramontato del tutto e lui sa di essere in ritardo.

Un ultimo sguardo e poi sta tra le case basse e gli orti del paese che lo inghiottiscono dentro di sé.