NON C’E’ DUE SENZA TRE

Una brevissima storiella, semplice e senza pensieri. Ad agosto ci si vuole rilassare, o no? (S.Re)

Aveva deciso di puntare forte.
“Tutto sul due!” gridò per motivare la sua scelta.
La pallina cominciò a girare e rigirare finché con un piccolo balzo rotolò sul numero due.
“Vinto!” grido in preda all’entusiasmo.
“Fate le vostre puntate!” disse una voce abbastanza impostata.
“Tutto sul due!” gridò nuovamente.
La palla cominciò a girare mossa da una forza centripeta che l’ancorava alla roulette.
Poi lentamente fece tre balzi in avanti e si fermò sul numero due.
“Vinto!” gridò nuovamente estasiato.
“Basta ora, andiamo” gli disse una voce femminile e suadente.
“Tutto sul due!” gridò senza ascoltare nessuno.
La ruota cominciò a girare e la pallina sembrava volare aggrappata ad una forza che non le permetteva di scappare.
Poi fece un piccolo balzo e si fermò sul 23.

Il silenzio piombò in sala. Davvero, non c’è due senza tre!

di Stefano Re

LA LANCETTA CORTA

Il bambino con i capelli rossi era attratto dall’orologio. Non capiva ancora il funzionamento di quell’aggeggio, ma comunque ne era entusiasta. Gli sembrava strano che gli adulti facessero riferimento a quelle due lancette che tra l’altro erano venute anche male: una lunga e una corta.
Ma era il mistero di quel girare continuo delle lancette che lo entusiasmava. E poi i numeri, dall’uno al dodici, come se da lì in poi non esistessero altri numeri. Gli avevano detto che andavano all’infinito e poi qualcuno aveva deciso che in quel quadrante se ne utilizzassero solamente dodici. Il papà gli aveva spiegato che quei numeri indicavano le ore, ma non era stato in grado di spiegargli perché fossero solamente dodici.
“Comunque segnano la giornata”, aveva aggiunto. “Segnano il passare del tempo!”
“E perché ci sono due lancette?” gli aveva chiesto il bambino.
“In realtà sono tre, due grassottelle e una molto magra. Quella magra, la più veloce, segna i secondi, mentre la più lunga, ma cicciottella, segna i minuti e quella corta segna le ore”. Il figlio non aveva capito nulla, ma fissava quelle lancette come per carpirne il segreto.
Poi, chiese al papà di togliere il vetro che le proteggeva. Il papà acconsentì e fu allora che il tempo cominciò ad impazzire. Il bimbo con i capelli rossi spingeva la lancetta lunga, poi tirava indietro quella corta e poi giocava nuovamente con quella lunga, finché anche il sole non capì più nulla e cominciò a sorgere e a tramontare senza rispettare la sua corsa naturale. Gli animali impazzirono, mentre il traffico nelle strade non si capacitò di quale fosse realmente l’ora di punta. E impazzì anche lui. Fu il delirio del tempo, e fu allora che qualcuno anticipò l’uscita del quotidiano del giorno dopo, facendo arrabbiare i giornalai. Il titolo principale diceva: SCHIAVI DEL TEMPO.
Mentre il bambino si divertiva come un pazzo!

(di Stefano Re)

I DUE BRUCHI

Il bruco entrò nella mela e trovandola gustosa e morbida andò subito ad avvisare l’amico.
Il secondo bruco, abbastanza indolente nel cercarsi da mangiare, accettò fidandosi del primo.
Appena dentro cominciò a scavarsi una sottile fessura da parte a parte, sbucando sull’altro lato.
“Che fai?” gli chiese il primo bruco. “Così facendo ci scopriranno e qualcun altro cercherà di entrare”.
“E noi lo cacceremo fuori!” disse il secondo bruco che già si sentiva padrone della mela.
“Ma non è meglio fare finta di niente e stare qua dentro tranquilli?” cercò di insistere il primo bruco.
“Non ti capisco” disse il secondo scuotendo la testa. “E poi quanto pensi che durerà questa mela? Saranno cinque giorni che è caduta dall’albero.” “Ma è un posto sicuro”, sentenziò il bruco che si introdusse per primo. E aggiunse: “E’ da un po’ che la curo. E poi fidati che se solo usciamo da qui, diventiamo preda di uccellacci”.
“Sempre la solita paura di finire male” disse seccato il secondo bruco. “Stiamo qui, mangiamo e poi quando saremo al torsolo, penseremo al da farsi”.
Il primo bruco, che aveva il difetto di combattere poco, accontentandosi dell’opinione degli altri, annuì e lasciò all’altro l’ultima decisione.
Mangiarono, scorrazzarono da una parte all’altra della mela, finché dopo pochi giorni si ritrovarono scoperti e senza riparo. Sentirono un tiepido cinguettare e un leggero battito d’ali e tanta saliva che li accompagnava, come bolo, nello stomaco di un passerotto.

(di Stefano Re)

LA LUMACA E IL GUSCIO

La mamma guardava con tenerezza la piccola lumaca. Era una buona madre, dedita ai piccoli e premurosa su tutto. A volte esagerava con le paure, ma era un piccolo difetto che tutti le perdonavano. Aveva insegnato ai piccoli a ritrarsi velocemente e a non uscire dal guscio finché il pericolo fosse passato. E loro avevano imparato velocemente, anche se piano piano avevano perso coraggio e voglia di affrontare anche i pericoli meno rischiosi.
“Scappano sempre!” le disse un giorno la lumaca più anziana della comunità. “Devi insegnar loro a distinguere i pericoli, altrimenti saranno sempre spaventati”
E lei rispondeva: “Meglio così… L’importante è che siano al sicuro”
“Ma la sicurezza non è la fuga” aggiungeva l’anziana saggia. “Si è più sicuri a sapere cosa sia bene e cosa sia male…”
Ma la lumaca non le dava retta. Anzi, da un po’ di tempo si era fissata sull’estetica dei gusci. Siccome erano importanti non solo per difendersi, ma anche per la propria silhouette, cominciava a credere che quello della piccolina fosse particolarmente sciatto. Doveva fare qualcosa, doveva inventarsi quella novità che trasformasse la lumachina in una piccola principessa.
“Avrai un guscio tutto nuovo!” le disse.
“Ma mamma, a me piace questo!”
“Ma non vedi come sei disordinata con quel guscio troppo marrone e tutto rigato?”
“Ma mamma, tutte noi abbiano delle righine nere sul guscio”
“Beh, sarai la prima ad avere un guscio nuovo”
E così cominciò a girare tutti i negozi della piccola comunità di lumache, ma nessuno le diede una soluzione. Qualcuno le disse di rivolgersi alla lumaca artigiano, che suggerì:
“Nessuna possibilità, se non quella di fare un guscio nuovo”
“Ma deve essere bello” rispose mamma lumaca. “E magari rosso con le strisce verdi”.
L’artigiano si mise all’opera e fece un piccolo capolavoro.
“Guarda che bello!” disse la mamma alla piccolina.
“Ma mamma, io sto bene nel mio guscio.”
Mamma lumaca insistette, voleva che la figlia fosse una principessa.
“Fai come ti dico, indossa il guscio nuovo”.
La lumachina stremata disse sì. Il guscio era bellissimo, rosso come il fuoco. Tra tutte le lumache era la più bella, quella che appariva, quella che il corvo mangiò per prima.

(di Stefano Re)

IL LUPO E IL SERPENTE

Il lupo incrociò sulla sua strada una piccola biscia. L’annusò quel tanto da irritarla, e mentre l’annusava, il serpente tentò di rizzarsi, riuscendoci a fatica.
“Ma che fatica!” disse il lupo.
Il serpente non rispose.
“Sei ammalato?” chiese il lupo falsamente preoccupato.
“Sto cambiando pelle” rispose il serpente che dopo pochi giorni avrebbe indossato un vestito nuovo.
“E costa così caro cambiare pelle?”
“Certo, per noi serpenti è così. Devi sapere che tutto il nostro corpo si affievolisce, perché accumuliamo liquido linfatico che ci permetterà d’indossare l’abito nuovo. E poi ciascuno ha la sua pelle.”
Il lupo ascoltava, e intanto fingeva simpatia.
“E tu non perdi il pelo?” domandò la biscia.
“Certo!” disse il lupo. “Non vorrai che muoia di caldo in estate e di freddo in inverno.”
“Certo che no” rispose il serpente.
“Anche noi cambiamo vestito, ma con semplicità” aggiunse il lupo. “. E poi, non lo lasciamo in giro come voi.”
“Non saprei come raccoglierlo” disse il serpente.
“Non mi sembra una buona scusa” fece il lupo fiero di umiliare la biscia. E aggiunse: “Il mio pelo si disperde nell’ambiente che quasi non ti accorgi che esiste. Il vostro invece… che fastidio trovarselo tra le zampe!”
La biscia non sapeva rispondere, in fondo il lupo aveva ragione. Ogni volta che cambiava vestito, lasciava in giro quello vecchio.
“Ti vergogni, vero?” aggiunse il lupo vedendo la serpe in difficoltà.
La biscia non rispondeva, anzi, sentiva il desiderio d’essere altrove. E non aveva nemmeno le forze per difendersi.
D’improvvisamente si sentì uno sparo.
Il lupo cadde a terra ferito.
“Brutta pellaccia! Eccoti finalmente!” urlò un cacciatore che arrivò lì correndo.
Il lupo guardò mestamente la biscia e poi chiuse gli occhi, sapendo che il secondo sparo sarebbe stato mortale.

di Stefano Re

L’USCIERE SENZA I

Quando la maestra chiese agli alunni quale fosse il lavoro dei genitori, i bambini cominciarono ad alzare la mano per rispondere. Qualcuno gridò, mentre altri si alzarono in piedi nel tentativo d’essere i primi a parlare.

Ma la maestra zittì tutti con un colpo di tosse e un indice che fendeva l’aria segnando un preciso no. Poi disse:

“Me lo dovete scrivere!”

Così i bambini tirarono fuori il quaderno a righe con i margini ben marcati e scrissero in rosso la domanda: quale lavoro svolgono i tuoi genitori?

La risposta, perché così voleva la maestra, fu scritta in blu.

“Prima il lavoro della mamma o prima quello del papà?” domandò una bambina con una treccia lunga fino a metà schiena.

“Scrivete prima quello che preferite”.

Così i bambini cominciarono a scrivere; chi l’ingegnere, chi l’insegnante, chi l’idraulico, chi la maestra, chi l’infermiera, uno scrisse addirittura che la mamma faceva l’astronauta.

Un bambino con i capelli corti e la cresta ben ingellata, scrisse che il papà faceva l’uscere, ma lo scrisse senza “i”, così che la maestra quando corresse il compito fece un bel segnaccio con la matita rossa e aggiunse una grottesca “i” proprio sopra il mestiere del papà.

E siccome quel signore faceva l’usciere in quella scuola, la maestra informò immediatamente la preside.

“Abbiamo un usciere senza “i”?” domandò la preside sperando di aver capito male.

“Così ha scritto il figlio” rispose prontamente la maestra.

“Allora abbiamo un usciere fuori norma. Sia quindi sospeso dal servizio! Non si è mai visto un usciere cui scappano le “i”.

L’usciere, che poi era un bidello assunto per controllare che non scappasse alcun bambino dalla scuola, cercò di difendersi.

“Ma cosa ho fatto di male?” chiese a sua discolpa. “Rimproverate piuttosto mio figlio”.

“Nulla di male” disse la preside, “ma se a suo figlio è scappata la “i”, a lei che è persino più grande, cosa mai potrà scappare? Forse un bambino da sotto il naso? Dica a suo figlio di aggiungere la “i”, così almeno sarà un usciere a norma e potrà tornare di nuovo a lavorare con noi”.

di Stefano Re

L’APOSTROFO

 

L’articolo indeterminativo femminile UNA, femmina fino in fondo decise di pareggiarsi al maschile, anche perché quell’apostrofo era una noia. O la scrivevano per intero oppure che dimenticassero per sempre quell’apostrofo. Possibile che ogni volta, sia con il caldo che con il freddo, le dovevano affibbiare quell’accessorio che sembrava tanto una sciarpa? E poi era un accessorio di lana e quindi fuori moda. Fosse stato almeno di seta…

“Il mondo va avanti e noi dobbiamo sempre tenerci addosso quell’apostrofo?” diceva alle sorelle che come lei prospettavano la parità dei diritti.

“Sciopero. Facciamo tutte sciopero… e che andassero alla malora tutti quei moralisti e puritani della lingua perfetta!”

Così ogni volta che qualcuno scriveva l’articolo UNA al femminile, e vi aggiungeva l’apostrofo, di colpo questo spariva, perché tutti gli articoli indeterminativi femminili se lo scrollavano di dosso. A scuola fu il delirio. Le maestre tirarono fuori la matita rosso sangue, facendo segni così profondi, che al confronto le trincee sembravano un bassorilievo.

“Asinaccio, un’arancia vuole l’apostrofo!” gridava dalla cattedra la maestra mentre il povero alunno ragliava uno stentato: “Ma guardi che l’ho messo…”

Nelle aziende partivano mail così sgrammaticate che addirittura i grandi manager passavano per ignoranti perdendo rispetto e onorabilità, e nelle tipografie l’errore grammaticale era ormai la prassi.

Così intervenne l’Accademia della Crusca, e decise che basta, la forma corretta per gli aggettivi indeterminativi sarebbe stata quella senza apostrofo, sia che il nome fosse maschile sia che il nome fosse femminile. Esultarono gli studenti, che di colpo videro scomparire lo spauracchio dell’errore, ma disgrazia volle che sparì definitivamente la forma al femminile…

“Poco importa” disse qualcuno, “in fondo volevano la parità dei diritti”.

di Stefano Re

IL GATTO TIRANNO

I gatti maschi, si sa, spesso non vanno d’accordo e se sono fratelli, presto se lo dimenticano.
E questa fu la fortuna del topino, che malgrado la sua rapidità, era finito nelle grinfie del gatto più forte dell’intero quartiere. Era un gatto siamese di dimensioni impressionanti, tanto che, per la
sua forza e per la sua cattiveria, era soprannominato: il tiranno.
Il topolino stava tra le zampe del gatto e aveva il cuore che gli batteva a mille e la paura che gli paralizzava i piccoli muscoli. Aveva perso ogni speranza e il suo forzato irrigidimento stava esasperando il gatto, che non aveva certo la voglia di starsene a giocare con un topo che non gli dava soddisfazione. Ogni tanto gli dava qualche spintarella con l’enorme zampa per indurlo al movimento, ma il topo era troppo spaventato per muoversi. Stava immobile, ma era attivo con il cervello, tanto che d’improvviso ebbe un’intuizione che quasi per magia gli permise di muovere almeno i muscoli facciali e porre una domanda: “Tiranno?” Il gatto rispose.
“Senti”, aggiunse il topo, “sai che tuo fratello Esposto, quando mi catturò, mi diede l’opportunità di tornare alla mia famiglia, di salutarla, con la promessa di tornare poi tra le sue grinfie?”
“Ma vedo che non l’hai fatto se sei ancora qui a raccontarmelo” rispose severo il siamese.
“Invece no”, rispose sicuro il topo. “Sono tornato da lui, perché lui mi ha dato un’opportunità grande e ad un gatto così galantuomo non si può disubbidire”. “E perché dunque sei ancora vivo?” domandò perplesso il tiranno. “Perché poi, per aver mantenuto la parola, mi ha fatto la grazia. Ah, lui sì che è un gatto nobile!” recitò il topolino. “Pensi che io non lo sia?” chiese il gattone. “Questo non lo posso ancora dire”, disse astutamente il topolino.
“Ti faccio anch’io la grazia”, sostenne il siamese, che non voleva essere da meno di suo fratello, che tra l’altro non gli stava nemmeno simpatico, soprattutto perché era amato da tutti per la sua gentilezza e per la sua simpatia. “Ma ti do pochi minuti per tornare qui tra le mie grinfie.”
Il topo fece un inchino, ringraziò e tornò a casa, ma sparì per sempre dalle grinfie del tiranno.

di Stefano Re

LA METROPOLITANA

 

La bambina con i capelli rossi guardava fuori dal finestrino, mentre la metropolitana sfrecciava sotto terra. Con le mani sul vetro e il viso appoggiato, guardava le persone ferme sulla banchina opposta, e poi quelle che salivano e scendevano sulla sua carrozza, quindi cercava di osservare il buio quando il treno schizzava in galleria. Ma il buio, ahimè, era soltanto una massa nera e sfuggente; al massimo una lavagna che permetteva al vetro di trasformarsi in specchio e di riflettere il suo viso. Insomma, un gioco che la annoiò velocemente. E allora la bambina cominciò a leggere tutto quello che trovava; dai nomi delle fermate, fino agli avvisi di pericolo che campeggiavano sui lati delle porte o sopra i finestrini: VIETATO APPOGGIARSI, LASCIARE SCENDERE PRIMA DI SALIRE (e riusciva a leggerlo al contrario).
Ma ben presto si annoiò anche di leggere, e finì per fissare il vuoto dritto davanti a sé. Finché il suo sguardo si posò come una libellula sopra una scarpa col tacco, che copriva il piede di una donna sdraiata e che metteva in bella mostra una gamba liscia e ben depilata. “Ti piace quella scarpa?” chiese al papà. Il papà rispose di sì. “E cos’è?” aggiunse. Il papà spiegò che quello era il cartello pubblicitario di un centro di bellezza. La bimba si guardò i piedi. “Ma con quel tacco si può salire sul treno?”. Il papà disse di sì, “Basta tenersi bene”, aggiunse. “E se cadi?”. “Ti rialzi”, affermò il papà. La bambina fece no con la testa e tornò a guardare fuori dal finestrino mentre il treno correva lungo la galleria. Non capiva come si potesse salire con quelle scarpe rosse e quel tacco su un treno che non c’entrava niente con la bellezza. “Sulla metropolitana, al massimo, ci si annoia”, pensava.
Al massimo guardiamo la gente scendere e salire, e chi scende scompare e anche se c’è stato, pensò, basta un attimo per dimenticarlo.

di Stefano Re

IL BAMBINO E LA SEGGIOLA

Quando la maestra assegnò i posti, l’unico bambino che storse il naso fu Martin.

Martin era un bellissimo bambino, intelligente e vivace come la divinità romana da cui deriva il suo nome, ossia Marte. Marte, lo si sa, è il dio della guerra e Martin era davvero un guerriero, uno di quei piccoli guerrieri che affollano le classi delle nostre bellissime scuole italiane.

Proprio perché guerriero, Martin era sempre attento a quello che accadeva intorno a lui e pronto ad aiutare gli altri compagni. Insomma, era un guerriero buono.

Quel giorno però non accettò il posto assegnato. Diceva che la seggiola affiancata al banco aveva una gamba senza gommino e perciò zoppa da un lato.

La maestra gli disse di non preoccuparsi e che entro sera l’avrebbe fatta sistemare dal bidello.

Martin era poco convinto e quando cominciò la lezione, iniziò a dondolarsi sulla seggiola con il rischio di cadere. La maestra spiegava e lui ballava sulla gamba della sedia.

“Smettila Martin!” gridò la maestra. “Vuoi cadere?”

Martin si arrestò per qualche istante, poi riprese a danzare sulle punte della seggiola.

D’improvviso si sentì un frastuono, proprio mentre la maestra stava spiegando gli accenti e quel tonfo sembrò l’acuto dell’accento sulla U.

BUUUMMM!

Martin era caduto a terra e con lui la seggiola che fino a qualche istante prima sembrava danzasse sulle note di una musica rock. Ora sul pavimento Martin e la seggiola erano disarmati come un guerriero e il suo cavallo.

La maestra corse verso il bambino e si tranquillizzò quando si accorse che non si era fatto male.

“Le seggiole sono fatte per sedersi non per dondolarsi” spiegò la maestra.

Martin chiese scusa e fece una carezza alla maestra, poi mise a posto la sedia, accarezzò anche quella, e come un guerriero buono tornò ad ascoltare la lezione.

Era meglio dondolarsi sugli accenti che su una seggiola alquanto dispettosa.

 di Stefano Re