IMPRENDITORE DI PROMESSE

Era un imprenditore e vendeva promesse. Il buon Dio gli aveva donato l’arte della parola, ma per la legge contorta del contrappasso, gli aveva tolto le mani che erano finite sotto la taglierina di una macchina vecchia e senza protezioni. Non si era dato per vinto e aveva deciso di mettersi in proprio. Qualche soldo gli era arrivato dall’invalidità, altri dalla causa intentata contro l’Azienda per cui aveva immolato le mani, altri ancora dalle offerte di qualche buonanima, quando aveva deciso di passare una settimana in piazza Duomo con una ciotola da mendicante e un cartello con la scritta A MANI DISGIUNTE, GRAZIE.

Ma ora che le cose giravano per il verso giusto e per scherzare diceva: “ci ho preso la mano!”, tra un bicchiere di vino e un pranzo portato alla bocca da protesi di ultima generazione, la disgrazia era un ricordo sbiadito.

“Buongiorno dottore”.

“Buongiorno signor Secchi, come sta?”

Massimo Secchi fece capire di stare bene e siccome aveva fretta di gustarsi quel pranzo uscito dalle mani di uno chef che aveva studiato direttamente da Dio, disse sbrigativamente:

“Di cosa ha bisogno?”

L’altro capì che c’era da fare in fretta e rispose senza preamboli:

“Mio figlio ha perso il lavoro, non avrà mica un posto nella sua azienda…”

“Lo mandi da me fra due ore”.

Lo disse così, come si dice alla moglie: sono in tangenziale, non c’è traffico, arrivo fra mezz’ora, e l’altro capì che aveva un posto di lavoro.

Chiamò il figlio:

“Alessandro, preparati! Massimo Secchi ti aspetta fra due ore in azienda”.

Fra due ore Massimo Secchi non era in azienda. La segretaria disse imbarazzata di “portare pazienza. Non è che non voglia incontrarla, è che è un po’ incasinato”.

Così il dottore chiamò il venditore di promesse.

“Scusi Secchi, ma cosa devo dire a mio figlio?”

“Di portare pazienza. Anzi, gli dica che lo chiamo domani.”

Ma domani Secchi non fece alcuna chiamata. E le cose andarono avanti così per parecchio tempo.

Porta pazienza, non è per cattiveria, sono soltanto incasinato, ieri sera mi ha preso un attacco di diarrea, sapessi cosa mi è successo, ho bisogno, presto ci sentiamo, ma in realtà nessuno si sentì mai.

Alessandro un giorno si spazientì e chiamò la segretaria di Secchi:

“Senta, solo una curiosità; ma il signor Secchi che cosa produce?”

La segretaria sembrò leggere la risposta:

“Ma come, non l’ha ancora capito? Produciamo e vendiamo promesse. Un ottimo business, anzi, il business del momento”

L’altro riagganciò.

Secchi nel frattempo si passava tra le mani una bella coscia di pollo caldo, anzi, la passava da una protesi all’altra.

(di Stefano Re)

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È PER COLPA DI UNA MANO

Da un’idea (più di un’idea!) di mio figlio Lorenzo, torno ad una vecchia passione: l’horror. (S.R)

Finalmente un po’ d’acqua!

Dicevano così i vecchi del posto, per lo più agricoltori, che di anno in anno avevano visto scomparire le stagioni, come se Dio si divertisse a cambiare il corso della natura.

Erano passati già tre mesi senza che piovesse, un po’ troppo per l’arsura della terra.

Ora quelle nuvole nere come antracite avevano riversato acqua sulle strade e sulle campagne, ma data la violenza delle precipitazioni, molte rogge erano esondate creando diversi grattacapi.

– Come facciamo? Ci bagneremo tutti – disse Paolo all’amico che stava armeggiando con un ombrello mezzo rotto.

– Usciamo lo stesso – recitò Andrea senza pensarci. – Non possiamo fare altrimenti.

– Ma abbiamo soltanto quello stupido ombrello!

– Meglio di niente.

Andrea e Paolo si erano conosciuti in prima media, in una calda mattina di settembre e si erano seduti uno a fianco all’altro, mentre le professoresse enunciavano le solite raccomandazioni di inizio anno.

Da lì era stato un crescendo di rapporto, di intese e sguardi di sottecchi, di avventure sempre più al limite della legalità.

Si erano iscritti ad un liceo scientifico di Milano e nei minuti di intervallo avevano conosciuto Ajar, un ragazzo italiano con simpatie per l‘oriente.

– Ma qual è il tuo vero nome? – gli avevano chiesto un giorno.

– Matteo, ma preferisco Ajar.

Ajar frequentava con i genitori un tempio buddhista; gli avevano insegnato quanto fosse necessaria la purificazione dell’anima, ma finiti quegli incontri spirituali preferiva passare le ore in un parco a nord della città, dove aveva conosciuto spacciatori che l’avevano avviato ad un buon giro di vendite.

Ajar li aspettava all’ingresso del parco. Erano in ritardo, una cosa che faceva imbestialire il ragazzo.

– Eccovi finalmente. E’ l’ultima volta che vi aspetto così a lungo.

– Pioveva troppo – disse Paolo.

– La pazienza non è la via dell’ascesi? – chiese Andrea col sorriso sulle labbra.

Ajar gli lanciò un’occhiataccia e si avviò.

Dopo dieci minuti di cammino tra le piante del parco, con la pioggia che picchiava sulla pelle pungendo come fittissimi aghi, e l’acqua delle pozzanghere che schizzava sui pantaloni, i tre arrivarono ad un ponte di legno che scavalcava un fosso che con un balzo nemmeno troppo impegnativo si sarebbe potuto tranquillamente saltare.

– Aspettatemi qui.

Ajar si allontanò di qualche metro e tra gli arbusti di un cespuglio tirò fuori un sacchetto con alcune pasticche azzurrine. Ne prese una e la passò ad Andrea:

– Portatela dove vi ho detto. Alle diciotto vi voglio qui con i soldi.

– Quant’è la nostra percentuale? – domandò Paolo.

– Troppe domande. Venite stasera e lo vedrete.

Paolo fece una smorfia fin troppo eloquente, poi diede di gomito ad Andrea e si incamminò.

Fu l’ultima volta che videro Ajar.

Con la pasticca in tasca, Andrea sembrava più nervoso del solito.

– Sei troppo agitato, Andrea! – lo rimproverò l’amico. – Così ci beccano.

– Non sono agitato – disse prima di tirare un bel respiro. – è che vorrei provarla.

– Ma sei scemo?

– Sono stanco di portare avanti e indietro le pasticche per quell’imbecille di indiano.

– Sai benissimo che è l’unico modo per fare qualche soldino. E basta prenderla una volta per dare seguito alle altre.

Fecero alcuni passi senza dire una parola, poi Andrea si arrestò.

– Io la provo!

Prese la pasticca in mano e la infilò in bocca.

Cadde immediatamente all’indietro tenendosi il collo, mentre Paolo cercava di capire cosa stesse succedendo.

Andrea aveva gli occhi rivoltati e dalla bocca sembrava uscisse un unghia simile a quelle di una strega.

– Che succede?  – urlò Paolo.

Andrea non riusciva a parlare e dimenava le gambe come se fosse preso da una crisi epilettica.

– Cos’hai in bocca? – gridò.

Si sentì uno schiocco secco, come di ramo spezzato e dalla bocca di Andrea uscirono piccoli pezzetti di osso mandibolare.

La bocca di Andrea si accartocciò su se stessa come quella dei vecchi appena tolgono la dentiera.

Gli occhi gli si affossarono nelle cavità oculari mentre il naso si staccò di netto come se qualcuno l’avesse tagliato con una lama invisibile.

Dal quel che rimase della bocca, uscì una mano con dita affusolate e nodose; le unghie lunghe bisticciavano tra loro tenendo un ritmo secco come il suono di nacchere per una danza funebre; al posto del polso c’era una faccina di bambino appena nato, e al centro della faccia una bocca disgustosa che emetteva suoni e parole gutturali:

– Questo succede a chi si droga se ti prende la mano! – disse prima di emettere un ghigno infernale.

Paolo non riuscì a muoversi. Era terrorizzato.

La mano, che era grande come una scarpa,  accelerò come un ragno e tentò di avvolgere con le dita le caviglie di Paolo. Il ragazzo si ritrasse appena in tempo, ma un unghia riuscì a tagliarlo proprio a ridosso del tendine d’Achille.

Paolo urlò mentre un rimbombo spaventoso fece tremare la terra.

– Il terremoto! – gridò qualcuno.

In effetti la terrà si aprì e la mano vi si gettò nelle viscere. Prima di scomparire del tutto urlò:

– Ricordati: la droga distrugge tutto quello che incontra, ma chi uccide realmente è la mano che vende!

Quindi la terra si richiuse; restò solamente il battito stentoreo della pioggia.

di Stefano Re

L’AUTO GIALLA

L’auto gialla era parcheggiata tra le altre nel sotterraneo del supermercato. L’avevano parcheggiata di mattina presto, quando c’era ancora abbondanza di posti. Poi il parcheggio si era via via riempito e in poco tempo tutti i posti erano stati occupati. E nonostante tutto si notava immediatamente; gialla come un limone, era come un pugno in pieno volto. E questo lo notavano anche le stesse auto, tanto che qualcuna la prendeva in giro:

“Ma non potevi farti mettere un vestito diverso?” le dicevano sogghignando.

Lei si difendeva come poteva, ma la cattiveria delle altre raggiungeva toni così esasperanti che a volte non poteva nascondere le lacrime.

“Siete gelose?” rispondeva tra un singhiozzo e l’altro.

Ma le altre scoppiavano in fragorose risate e aumentavano gli sfottò.

Un giorno qualcosa accadde. E accadde proprio in quel parcheggio sotterraneo. Anzi, accadde altrove, ma il racconto raggiunse in breve il parcheggio del supermercato.

“Avete sentito cosa è successo alla punto grigia che di solito parcheggia vicino alla colonna?”

“No, che è successo?”

“Non la trovano più”

“E’ stata rubata?”

“Macché! I proprietari l’hanno parcheggiata a Milano e adesso non si ricordano più dove!”

“Poi così grigia…” disse un’auto che sapeva essere diretta come poche. “Se fosse stata gialla…” e lo disse lanciando uno sguardo verso l’auto gialla parcheggiata lì a fianco. E tutte risero. E questa volta sorrise anche lei.

 

(di Stefano Re)

ALESSANDRO

Si diceva con insistenza che il paese fosse in pericolo. Uno stormo di uccelli giganti si avvicinava alla città. Erano uccelli mai visti prima, quasi mitologici, tanto che al posto delle zampe avevano piedi abnormi con unghie lunghissime. Qualcuno, per lo meno lo dicevano i vecchi saggi, raccontava dell’antico maleficio, quello lanciato da Ugoberto, il piccolo nano che il re aveva fatto arrestare perché, diceva, non era all’altezza degli altri servitori.

Intanto gli uccellacci si avvicinavano e già si percepiva il loro cinguettio straziante, come il fischio del gessetto che scivola sulla lavagna.

– Cosa fare? – si chiedevano i cittadini. – Qui nemmeno i cacciatori ci possono salvare.

Fu deciso di chiudere le case, sigillando porte e finestre con assi di legno. Solo un tale, un certo Alessandro, sembrava tranquillo. Ogni giorno stava seduto al centro della piazza e guardava in alto, là dove il sole illumina e le stelle sorridono. Era un vecchio pazzo, così almeno dicevano in paese. Non faceva e non diceva nulla, ascoltava e basta. Non aveva sigillato neppure le porte e le finestre di casa. Semplicemente aspettava.

– Alessandro, quegli uccelli ti uccideranno! – gli dicevano, ma lui apriva le braccia come per dire: pazienza.

Quando lo stormo di uccellacci fu sopra la città, con tutti i cittadini chiusi in casa, soli e impauriti, l’unico in piazza era Alessandro che non fece altro che restare con gli occhi al cielo e tapparsi le orecchie per il rumore stentoreo provocato dallo sbattere delle ali.

Gli uccelli passarono senza fare alcun danno.

– Come facevi a sapere che quelli erano uccelli innocui? – chiesero ad Alessandro.

– Non lo sapevo, non potevo saperlo. A farmi paura sono le voci che alimentano le nostre paure. Le voci di gruppo, quelle che spengono ogni tipo di ragionevolezza. E rinchiudersi in casa non serve a proteggerci, ci protegge soltanto la fiducia in qualcuno che ci vuole bene.

E tornò a guardare il cielo.

(di Stefano Re)

PROMEMORIA

Lo chiamavano Promemoria, perché girava tra le vie del paese per ricordare a tutti cosa si dovesse fare. “Bisogna fare questo” diceva a tutti, mentre lui si limitava a fare il minimo necessario, perché a fare il resto, gli sembrava di fare lo schiavo.

Gli altri lo guardavano e facevano sì con la testa, anche se poi domandavano chi dovesse farlo, e nel dubbio lo facevano loro. Così Promemoria acquisì ufficialmente il suo soprannome, e la fama di chi in fondo non faceva nulla se non l’ordinario. “Povero me!”, diceva al volgere della sera. “Non ho un attimo di tregua. Non mi fermo neppure a mangiare, e tutti pretendono che faccia io quello che devono fare loro!”. Come se fosse normale decidere i compiti degli altri. Così piano piano creò la distanza con gli altri paesani, che cominciarono ad essere stanchi di quell’atteggiamento.

“Senti Promemoria, ma anziché dire sempre quello che c’è da fare, non sarebbe meglio che ci aiutassi a farlo?”

“Ma non ti vergogni di dirmi così? Io vi avviso di tutto e tu hai il coraggio di dirmi questo? Vergogna… come se non facessi niente!”

“Non dico che tu non faccia niente, in fondo fai benissimo l’ordinario, ma è lo straordinario che non ti si attacca alla pelle! Lo dici, ma poi non batti ciglia.”

Ma la conversazione finiva lì, perché chi ha mille scuse per non fare una cosa, si arrabatta solo per convincere gli altri a farla.

E un bel giorno in paese arrivò una splendida persona, giovane e propositiva, uno straniero, con un’idea sempre nuova per quello che faceva.

“Come ti chiami?”, gli chiesero.

“Problem Solving”

Solving cominciò a frequentare più gente possibile e insegnò modi nuovi per fare le cose. Insegnò tecniche vincenti per ricordarsi gli impegni e in breve tempo tutti si dimenticarono di Promemoria.

“Bisogna fare questo!” disse un giorno, quasi disperato e vittima dei suoi atteggiamenti.

“Già fatto” disse uno che gli passava di lato. “Ci vuole Problem Solving, se vuoi te lo presento”.

Ma Promemoria abbassò il capo e farfugliò qualcosa… dicono fosse la sua ultima lamentela.

(di Stefano Re)

PER PASSIONE

Venerdì pomeriggio.

“E’ morto?”

“Sì”

“Ma come è successo? L’ho visto l’altra settimana e stava bene…”

“L’hanno ammazzato”

“Ma se era un uomo buono…”

“Mica devi essere un uomo cattivo per morire…”

“Certo, ma ammazzato… Come è morto?”

“In croce!”

“In croce?”

“Sì.”

“Che delusione… Dicevano fosse il liberatore”

“Magari lo era…”

“Non ho mail visto un liberatore morire in croce come un ladro qualsiasi”

“Non sappiamo cosa sia andato storto”.

“Ascolta, diceva di essere il figlio di dio… E poi muori su una croce di legno? Oro incenso e mirra e poi chiodi arrugginiti?”

“In effetti fa pensare…”

“Ci hanno preso in giro; come sempre succede. Tante promesse e poi la solita solfa… nulla di nuovo”

“Eppure questo sembrava diverso”.

“Diverso da cosa?”

“Diverso… Senti un attimo: ma come muore un liberatore?”

“Beh, non lo so. Comunque muore dopo che ha liberato.”

“Ma da cosa ci doveva liberare?”

“Dalla schiavitù di questi bastardi!”

“Però lui non l’ha mai detto. L’abbiamo immaginato noi…”

“E allora da cosa ci avrebbe dovuto liberare?”

“Non lo so… è questo il punto.”

 

Domenica mattina presto.

“E’ vivo!”

“Ma chi?”

“Il liberatore… Quello che è morto in croce…”

“Vivo?”

“Vivissimo. L’hanno visto. Ci sono le prove…”

“Allora non era morto. Mica può risorgere così come un dio…”

“Era morto, era morto!”

“E perché ne sei così certo?”

“Perché la guardia gli ha tirato una lancia per essere sicuro che fosse morto!”.

“Comunque c’è qualcosa di strano… è come se avesse vinto sulla morte.”

“Sembra…”

“Resta il fatto che non è un liberatore. Forse è un posseduto come dicevano”.

“Cioè?”

“Intendo che forse è un diavolo… o uno posseduto dal diavolo.”

“Forse è uno che ha fatto la sua vita come meglio gli è riuscito…”

“Ma ha fatto proseliti”

“Ma non l’ha mai voluto espressamente…”

“Come no; continuava a dire di seguirlo…”

“Di seguire suo padre…”

“Sì, ma chi era suo padre?”

“Un falegname. Un certo Giuseppe”

“è tutto molto strano…”

“Sai qual è la cosa più strana?”

“Dimmi”

“ è strano che ha deluso tutti, che è morto come un ladro, che non ha liberato nessuno, ma tutti comunque ne parlano”

“Sì, su questo hai ragione.”

“Secondo me era un profeta”

“Mah, può darsi. Però che tutti ne parlano è davvero strano…”

 

Un anno dopo

“Ti ricordi di quel tale che è morto in croce? Quel liberatore…”

“E chi lo dimentica…”

“Ne parlano ancora tutti… Che strano!”

(di Stefano Re)

IO LO CHIAMEREI AMORE

– Cos’è? – chiese al nonno senza nemmeno salutarlo.

– Un secchio.

– E dentro cosa c’è?

– Nulla – rispose il nonno.

– Riempiamolo, allora – disse il nipotino.

– E di cosa lo riempiamo?

– Di quello che vogliamo. Potremmo scavare una buca e buttarci dentro la terra.

– Ottima idea – disse il nonno.

Presero due badili, uno grande e uno piccolo e buttarono la terra nel secchio.

– Basta nonno. è pieno.

– Già – disse il nonno. – Ora cosa facciamo?

– Nulla, non ci sta più niente. Al massimo possiamo svuotarlo.

– Lo svuotiamo? – chiese il nonno.

– Se lo svuotiamo, avremo  fatto un lavoro inutile.

– Certo. Ma se lasciamo la terra nel secchio, il secchio non servirà più a nulla.

– Hai ragione nonno. Quindi cosa facciamo?

– Io lo svuoterei. In fondo un secchio serve per essere riempito e svuotato.

– Allora svuotiamolo.

Il nipote rovesciò il secchio e fece cadere la terra.

– Potevamo svuotarlo nella buca, così non lasciavamo il buco nel terreno – disse il nonno.

– Giusto, non ci ho pensato. Allora riempiamo di nuovo il secchio e quando lo svuotiamo, lo facciamo nella buca.

Alla fine il secchio era vuoto e la buca riempita.

– Almeno ci siamo divertiti – disse il nipote.

– Vero.

– Possiamo dire di aver fatto un bel gioco.

– Certo – rispose il nonno.

– Solo che questo gioco non ha un nome.

– Sicuro? – domandò il nonno.

– Tu hai un nome per questo gioco?

– Io lo chiamerei amore.

– Amore? – domandò il nipote affascinato ma perplesso.

– Non ti piace? – domandò il nonno.

– Mah.

– In effetti…

– Quindi come lo chiamiamo?

– Non saprei – disse il nonno. – Facciamo che non lo chiamiamo.

Il nipote fece sì con la testa.

Il nonno gli accarezzò la guancia e disse che si era fatto tardi. Forse la nonna aveva già preparato il pranzo.

– Però questo gioco del secchio mi è piaciuto – aggiunse d’improvviso il bambino.

– Un po’ ripetitivo, non credi? – disse il nonno.

– Vero – rispose il bambino. – Pensa però a quanto è utile un secchio! Lo riempi e lo svuoti, ma se non ci fosse mancherebbe qualcosa.

– E sai cos’è la cosa buffa? – domandò il nonno.

– Sì – disse il bambino – La cosa buffa è che un secchio pieno è un secchio inutile – e sorrise.

– Un po’ come noi quando ci riempiamo di noi stessi.

E mano nella mano rientrarono in casa.

(di Stefano Re)

L’INCONTRO DI BOXE

I due pugili si guardarono negli occhi. Era la sfida del secolo, la sfida a cui tutti avrebbero voluto assistere.

Ma laddove si svolgeva l’incontro nessuno era presente. Nessuno.

Tutti stavano davanti alla televisione, perché così avevano voluto gli sponsor.

E così la gente si era collegata sull’emittente nazionale, ed era divisa tra chi faceva il tifo per questo e chi per quel pugile.

L’incontro cominciò puntuale. I due stavano al centro del ring e si guardavano come due cani pronti a sbranarsi. L’arbitro teneva un ghigno sinistro e controllava che tutto funzionasse alla perfezione.

Dopo trenta secondi i pugni verso il volto dell’altro non si contavano più, e uno dei due pugili già barcollava sulle gambe, ma l’adrenalina lo teneva in piedi. E fu allora che partì un colpo sotto la cintola e l’arbitro si infuriò. Interruppe momentaneamente l’incontro e puntando il dito contro i due, cominciò ad imprecare. I pugili tolsero i guantoni, si diedero la mano e cominciarono a ballare come se fosse partito un lento in sottofondo. L’arbitro restò basito.

A casa la gente era infuriata. Com’era possibile che l’incontro del secolo, la gara delle gare, finisse in quel modo. Protestarono, chi in casa e chi telefonando al numero dell’emittente nazionale, che presa alla sprovvista decise di non rispondere. I due, sul ring, sembravano due ballerini alle olimpiadi.

Ma ciò che fece infuriare la gente fu quel non so che di irrisolto. Alla fine non c’era stata abbastanza violenza, non c’era stato un vincitore, ma soprattutto non c’era un vinto. Gli sponsor decisero di non pagare: lo spettacolo aveva deluso il pubblico.

E sul ring i due ballavano come se stessero danzando sulla luna, e sembravano anche felici.

di Stefano Re

GAIA

Gaia, già da piccolina, era una bambina vivace e sempre allegra. Aveva un sogno, quello di essere una dea. Voleva diventare importante come Giove.

– Ma non è possibile – le diceva la mamma. – Noi siamo esseri viventi e non divinità.

Ma Gaia non mollava il suo sogno.

– I bambini non abbandonano mai i propri sogni – rispondeva alla mamma.

La mamma sollevava le spalle come per non darle peso.

E così una sera, Gaia si addormentò convinta di realizzare il suo sogno.

Come le diceva sempre il nonno:

– A volte è sufficiente convincersi.

E infatti, verso le tre della notte, Gaia si ritrovò tra le stelle, in un luogo che non aveva mai visto prima. C’erano dei signori vestiti come antichi personaggi della Grecia. Bisticciavano.

– Io sono il padre degli dei – diceva uno con un barbone lungo così.

– Io sono il dio del mare – diceva un altro.

– E allora fatti un bel bagno e sparisci – rispondeva il primo.

– Io sono il dio del vento – diceva un terzo.

– Ancora qui? Cavalca il vento e vattene! – rispondeva quello del mare.

Insomma, ciascuno parlava anteponendo l’io alle parole, ma nessuno ascoltava gli altri e c’era una tale confusione che si vedevano solo facce tristi.

– Voglio tornare nella mia stanza – disse Gaia.

Fu subito accontentata, perché i desideri sono come i sogni, tornano sempre da dove sono partiti.

Il mattino seguente Gaia disse alla mamma:

– Mamma, ho incontrato gli dei e non voglio più essere una di loro… sono troppi e troppo tristi. E poi tutti vogliono essere migliori degli altri, e continuano a litigare…

La mamma fece sì con la testa, poi fece una carezza alla figlia e disse:

– Ho sempre creduto che gli uomini fossero più felici degli dei. In fondo, ce ne basta uno solo.

(di Stefano Re)

Dal mio romanzo per bambini

Un estratto da pagina 61 a 64 di MAMMA MIA, HO INCONTRATO POESIA, romanzo per bambini, pubblicato da C1V Edizioni.

“…

Vidi che a metà ponte due guardie del Regno della Noia avevano bloccato il passaggio.

Gridai a Prosa di lanciare una delle nostre frecce:

“Attacca!”

Prosa rimase immobile.

“Avanti, che aspetti?” disse Eloquenza spaventata.

“Attacca con la I” gridai.

Prosa si abbassò e con un salto tirò fuori una delle più belle parole che poteva trovare in quel momento. Lanciò la parola APPUNTITA, enfatizzando l’accento sulla vocale I e questa si infilò con tutta la punta nella testa delle guardie che caddero con un tonfo rimbalzante.

“Avanti” dissi, mentre Prosa si guardava intorno recuperando tutte le punte andate fuori bersaglio.

All’apice del ponte c’erano dei tronchi d’albero per ostruire il passaggio.

Eloquenza cercò di spostarli con la forza, ma ovviamente i tronchi non si mossero nemmeno di un millimetro.

“E ora come facciamo?”

“Facciamo come ha detto Fantasia. Usiamo la forza delle vocali” risposi.

Prosa ebbe un’idea; disse che dovevamo urlare all’unisono la vocale A.

Eloquenza disse di no, figurarsi se così raffinata si metteva ad urlare.

Lo facemmo noi. Prendemmo fiato e urlammo la vocale A. La bocca si spalancò e un vento di fiato uscì dalle nostre bocche, ma solo quando anche Eloquenza si convinse di dare una mano, i tronchi si mossero rotolando verso la parte opposta, prendendo velocità appena raggiunta la discesa. Al di là furono investite un po’ di guardie del sovrano. Il più era fatto, ma all’inizio della discesa spie e guardie del Regno della Noia stavano attaccando.

“Avanti senza paura!” gridai mentre le gambe cominciavano a tremarmi. Se ne accorse Prosa che dandomi una pacca sulla spalla disse di non temere. Ringraziai e invitai Eloquenza all’uso della vocale U…”