LA FUGA DEL NASO

Il bambino non soffiava mai il naso. Aveva sempre i mocci e spesso erano candelotti lunghi qualche decina di millimetro. La mamma e il papà glielo dicevano sempre, ma lui dimenticava a casa i fazzoletti e all’uscita dalla scuola sembrava avere nel naso dei minuscoli ragni. Ma la cosa peggiore è che un naso così sporco non lo si trovava nemmeno nella città vicino, e piano piano la notizia di questo naso così sporco si diffuse in tutte le città. Non che ci fossero viaggi organizzati per vederlo, ma la fama del bambino dal naso sporco cominciava ad essere oggetto d’attenzione delle più importanti testate giornalistiche (bambini, sapete cos’è una testata giornalistica? Non c’entra niente con quelle testate che si prendono contro le ante dei mobili… Ahi! Queste sono testate diverse; sono i giornali che leggono i grandi).
Un giorno il naso che si vergognava moltissimo d’essere sempre sporco e trasandato, cominciò a fare i capricci e nella notte decise di fuggire. Si staccò a fatica dalla faccia del bambino, anche perché i mocci l’avevano quasi incollato, e scappò a gambe levate. La mattina seguente il bambino si svegliò e al posto del naso c’erano sono dei capperoni giganti e schifosi.
“Mamma ho perso il naso!” La mamma si fece una risata, ma poi, quando incrociò la faccia del figlio si fece seria e quasi svenne. Chiamarono il papà, che disse:
“Te l’avevo detto che prima o poi sarebbe scappato”, cosa che invece non era mai uscita dalla sua bocca, ma si sa che a volte i genitori ripetono come detto solo ciò che è passato nella loro testa.
Ma la questione da risolvere rapidamente era ritrovare il naso del bambino, e la domanda più ovvia su dove fosse fuggito, cozzava con una realtà piuttosto nebbiosa. Così pensarono di rivolgersi ai giornali con una semplice petizione: “CARO NASO, TORNA PRESTO”.
Passarono pochi giorni che un signore incrociò il naso sulla panchina di un parco. Gli disse che lo stavano cercando, ma lui non ne voleva sapere di tornare. Decise di scrivere una lettera al bambino, chiedendogli di promettere che se fosse tornato, il bimbo avrebbe dovuto prendersi cura di lui. Ma la promessa restò vana e ancora oggi, se girate per il mondo, potreste incrociare il bambino senza naso (anche se il bambino è cresciuto ed è diventato vecchio e respira con due cannucce infilate in mezzo alla faccia). Ma la cosa più strana è che ci sono ancora troppi mocci che penzolano giù dai nasi dei bambini.

Dai su, corriamo veloci a soffiarci il naso!

(di Stefano Re, la storia è contenuta nella raccolta IL SOLE NEL BAULETTO, C1V Edizioni)

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CANE E GATTO

Erano come fratelli, ma erano cane e gatto.
Dormivano insieme, mangiavano insieme e insieme facevano arrabbiare i padroni.
Ma di giocare insieme, nemmeno l’ombra. Non ci riuscivano, non riuscivano neppure a trovare un gioco che li soddisfacesse entrambi. Il cane preferiva l’osso, un osso di gomma dura che ogni tanto gli lanciavano i padroni e mai avrebbe accettato un gioco da gatto; il gatto preferiva giocare con un gomitolo di lana che poco dopo si sfilacciava. Solo una volta il gatto si era avvicinato all’osso del cane, quasi per giocarci insieme, ma poi se ne era andato distratto da un topolino che correva rapido lungo la recinzione. E il cane ci era rimasto male. Anzi, il cane pretendeva che il gatto giocasse con lui lanciandogli l’osso.
“Ma non ci riesco” rispondeva il gatto. “Non ho mani e come posso afferrare l’osso per poi lanciarlo?”
Il cane non ci voleva sentire. Rispondeva: “Dagli un colpo con la zampa, e io lo recupero”, ma poi si arrabbiava perché il gatto non aveva abbastanza forza.
Così il tempo passava e nessuno dei due trovava una soluzione comune.
Ma quando si ruppe l’osso e i padroni trovarono difficoltà a sostituirlo con un altro, il cane si avvicinò al gomitolo del gatto. Giocò senza che l’amico se ne accorgesse, e continuò anche quando il gomitolo era ormai sfilacciato e il filo attorcigliato tra le gambe. Non riusciva a muoversi, ma rideva a crepapelle.
“Beh, non è poi così male giocare con un gomitolo” disse tra sé, mentre il gatto di nascosto lo ammirava soddisfatto.

di Stefano Re

TRA POSTURA E IMPOSTURA

“Da oggi lavoreremo sulla migliore postura”.

Furono bene o male queste le parole del maestro prima di cominciare la lezione di educazione fisica.

“Oggi abbiamo lavorato sulla migliore impostura”.

Furono bene o male queste le parole che Enrico pronunciò alla mamma all’uscita della scuola.

Non vi dico la faccia della madre quando il cervello decifrò il messaggio proveniente dalla bocca del figlio.

“Su cosa avete lavorato?” domandò la madre con un tono severo.

Enrico alzò lo sguardo verso quello della mamma:

“Sull’impostura”.

I telefoni delle mamme della classe cominciarono a squillare. La mamma di Enrico si ritrovò in prima fila nella crociata contro il maestro.

Le altre mamme buttarono benzina sul fuoco, anche perché altri figli avevano capito male.

“Sì mamma”, disse la figlia di Eleonora. “Abbiamo fatto tantissimi esercizi sull’impostura”.

In breve l’esercito delle madri preparava l’offensiva.

Un drappello di soldatesse si riunì davanti alla scuola chiedendo un colloquio con il direttore scolastico.

“Ma non avrete capito male?” cercò di giustificarsi l’alta carica della scuola, prendendo tempo.

“Vogliamo che il maestro sia allontanato dalla scuola per qualche giorno. Che imparasse a ragionare sulle proprie funzioni. E dire che l’educazione dovrebbe partire dalla scuola…”

“Dalla famiglia” insinuò il direttore prima di essere soverchiato da sguardi feroci.

Una mamma, presa dalla situazione, attaccò come un carro armato:

“E pensi, illustrissimo direttore, che da qualche tempo mio figlio racconta un sacco di bugie. Ovvio che se gli insegnate l’impostura!”

“Ah, se è per questo”, disse un’altra. “Se è per questo mia figlia ha cominciato con certi sotterfugi… Ogni giorno medita imbrogli e raggiri che nemmeno un adulto riuscirebbe ad escogitare.”

Fu convocato il maestro.

Il direttore scolastico provò ad indagare, prendendola alla larga, ma le mamme andarono subito al sodo:

“Lei ci vuole rovinare” dissero quasi all’unisono.

Il maestro basito cercò di capire.

“Ma le sembra il caso di insegnare l’impostura?”

Il maestro alzò le spalle senza rendersi conto del gesto, in fondo lui si sentiva estraneo, ma quel gesto aizzò l’esercito che con urla da gendarme si scagliò sul malcapitato.

“E quando avrei insegnato l’impostura?” disse sostenuto, cercando di giungere all’orecchio di qualcuna, visto che la maggior parte di loro sovrastava la sua voce.

Il silenzio si impose dopo una manciata di secondi, quasi come un riflesso condizionato. Per le grida non avevano sentito le ultime parole del maestro e quindi le soldatesse si erano zittite in attesa della replica. Il maestro abbassò la voce e ripeté le parole.

“Ieri” disse la mamma di Enrico. “Proprio ieri avete lavorato sull’impostura”

Il maestro scosse la testa quasi compiangendole, e poi disse:

“Si dà il caso che ieri abbia lavorato sulla postura”. Poi, tronfio, aggiunse:

“Ma voi, sapete o non sapete che lezioni hanno i vostri figli? Credo sia difficile nell’ora di ginnastica lavorare sull’impostura” e scoppiò a ridere.

La mamma di Enrico sbiancò. Le altre scossero la testa e la guardarono come si guarda la più stupida del gruppo.

L’esercito si dileguò, salvo poi ricomporsi all’uscita della scuola, questa volta contro la mamma che aveva cominciato l’offensiva.

Tra postura e impostura nessuno ci aveva capito più niente.

di Stefano Re

SINE MISERICORDIA

Salì sul treno.

Aspettò che partisse.

Gli avevano detto di non prenderlo, ma lui testardo aveva preferito non ascoltare.

Che vuoi che sia, aveva detto tra sé, le occasioni vanno prese al volo.

Così arrivò a destinazione.

Scese.

Nessuno ad attenderlo.

Solo il controllore.

“Biglietto, grazie!”

Non lo aveva, era salito al volo su quel treno.

Provò a giustificarsi. Disse che non si aspettava una partenza così veloce. In fondo era ancora giovane.

Il controllore fu irremovibile e lo multò.

Non aveva soldi a sufficienza.

Il controllore chiamò i carabinieri, fu processato e  il giudice lo mandò in galera.

Per quanto? chiese lui.

Per sempre, disse il giudice.

Gli sembrava una pena troppo severa. Protestò.

Il giudice disse: qui non siamo certo misericordiosi.

Pianse, implorò ma non ci fu nulla da fare.

Senza misericordia non c’è giustizia, disse.

Poi rimpianse la scelta testarda di prendere quel treno.

Ma aveva alternative?

(Stefano Re)

 

Insipienza

Morì esattamente alle quattordici e cinquantotto di un normale venerdì santo, e questo lo mandò su tutte le furie.

“Bastavano due minuti, bastavano due minuti”, gridava mentre saliva verso l’aldilà.

“Mi faccia almeno il piacere di abbassare la voce” gli disse un angelo che lo aspettava sulla soglia dell’altro mondo.

“E lei chi è?” rispose l’altro prima di inveire e gridare che due minuti non avrebbero fatto del male a nessuno.

“E perché sarebbe dovuto morire due minuti dopo?” chiese l’angelo.

“E già, lei non capisce nulla. Due minuti dopo sarebbero state le tre del pomeriggio e sarei morto come quel tale che fu inchiodato su una croce”

“Lei è davvero un sant’uomo” disse l’angelo che non aveva ben chiaro chi fosse quel tale.

“Io ci sputo sulla mia santità”, disse l’altro. “Se fossi morto due minuti dopo, sarei stato ricordato esattamente come quel tale che si faceva chiamare Gesù Cristo. Capisce?” e ricominciò ad urlare.

L’angelo non aveva capito granché, ma comprendeva benissimo che quell’uomo non era stato certo registrato all’anagrafe dei buoni cervelli.

“Chi grida in questo modo?” disse una voce che si perdeva nei meandri dell’aldilà.

L’angelo disse che quella era la voce di Dio.

“Farabutto”, gridò l’uomo. “Non potevi aspettare due minuti?”

“Perché avrei dovuto?”

L’uomo cercò di dare una spiegazione, ma Dio non si lasciò circuire, e prima che quello cominciasse ad urlare di nuovo, lo spedì all’inferno.

Giù in basso non furono certo contenti di vederlo. Chiamarono immediatamente sua maestà il diavolo che sbuffando fumo da ogni orifizio, gli disse di avvicinarsi.

“Sa che qui non la vogliamo?”

“Due minuti, bastavano due minuti” riprese ad urlare l’uomo.

“Stia zitto!” tuonò il diavolo facendo smuovere ogni cosa che avesse consistenza. “Qui lei non è gradito, risalga e dica a Dio di trovarle una collocazione. Qui c’è soltanto gente che ha scelto contro Dio!”

Così l’uomo risalì e Dio si trovò una bella gatta da pelare.

Convocò il diavolo e gli disse che lì non c’era posto per quel tale, mentre il diavolo irremovibile, confermò che nemmeno da loro c’era posto per quell’uomo.

“Non ha mai scelto di bestemmiarti, o comunque di combatterti” aggiunse il diavolo.

“Ma nemmeno ha mai fatto nulla per amare!” puntualizzò Dio.

“E quindi che facciamo?” domandò il diavolo che per la prima volta nella sua vita voleva accordarsi con Dio per non avere grattacapi.

Dio ci pensò un po’ su e poi disse: “Rimandiamolo sulla terra e ignoriamolo!”

Così quell’uomo fu rispedito da dove era arrivato. Non gli importava nulla di nulla, viveva come se bene e male non esistessero e aveva un unico pallino: morire nella stessa ora in cui era morto Gesù Cristo.

Gli chiesero come mai avesse quel desiderio e lui dopo averci pensato su, si passò una mano tra i capelli e rispose: “Perché la morte è la più grande buffonata di questo mondo, ma almeno  in quell’ora il mondo è cambiato. Poi che esistano il paradiso e l’inferno a me frega poco”.

Da allora molti presenti diventarono suoi discepoli.

Stefano Re

NON DIRLO A NESSUNO

La notizia lo sbalordì. Non stava nella pelle. Telefonò all’amico e gli chiese di raggiungerlo.

“Devo dirti una cosa”

La notizia lo sbalordì. Aveva appena vinto un milione di euro. Telefonò all’amico e gli disse di raggiungerlo.

“Vieni subito, ti devo raccontare una cosa.”

“Cosa?”

“Vieni subito!”

L’amico corse.

“Ho vinto un milione di euro!”

L’amico sbalordì.

“Mi raccomando però, non dirlo a nessuno”.

“E a chi dovrei dirlo? Se non ti fidi, dovevi tacere”

“Mi fido”

Quel pomeriggio però l’amico lo raccontò ad un caro conoscente. Si fece promettere che la cosa restasse tra loro.

“Sarò una tomba”, disse l’altro.

Invece raccontò tutto alla sorella che a sua volta raccontò il fatto ad un’amica.

“Non dirlo a nessuno. Altrimenti mi sputtaneranno”.

L’amica raccontò della vincita alla zia, che lo disse ad un’amica.

L’amica della zia era la mamma della ragazza del vincitore.

“Si dice in paese che qualcuno abbia vinto un milione di euro. Chissà chi è il fortunato”.

La figlia quella stessa sera uscì con il partner:

“Sai cosa mi hanno raccontato?”

Il ragazzo rimase ad ascoltare.

“Mi hanno detto che in paese c’è stata una super vincita, ma non dirlo a nessuno!”

Il fidanzato sbiancò e poi aggiunse:

“E a chi dovrei raccontarlo?”

(di Stefano Re)

 

 

IMPRENDITORE DI PROMESSE

Era un imprenditore e vendeva promesse. Il buon Dio gli aveva donato l’arte della parola, ma per la legge contorta del contrappasso, gli aveva tolto le mani che erano finite sotto la taglierina di una macchina vecchia e senza protezioni. Non si era dato per vinto e aveva deciso di mettersi in proprio. Qualche soldo gli era arrivato dall’invalidità, altri dalla causa intentata contro l’Azienda per cui aveva immolato le mani, altri ancora dalle offerte di qualche buonanima, quando aveva deciso di passare una settimana in piazza Duomo con una ciotola da mendicante e un cartello con la scritta A MANI DISGIUNTE, GRAZIE.

Ma ora che le cose giravano per il verso giusto e per scherzare diceva: “ci ho preso la mano!”, tra un bicchiere di vino e un pranzo portato alla bocca da protesi di ultima generazione, la disgrazia era un ricordo sbiadito.

“Buongiorno dottore”.

“Buongiorno signor Secchi, come sta?”

Massimo Secchi fece capire di stare bene e siccome aveva fretta di gustarsi quel pranzo uscito dalle mani di uno chef che aveva studiato direttamente da Dio, disse sbrigativamente:

“Di cosa ha bisogno?”

L’altro capì che c’era da fare in fretta e rispose senza preamboli:

“Mio figlio ha perso il lavoro, non avrà mica un posto nella sua azienda…”

“Lo mandi da me fra due ore”.

Lo disse così, come si dice alla moglie: sono in tangenziale, non c’è traffico, arrivo fra mezz’ora, e l’altro capì che aveva un posto di lavoro.

Chiamò il figlio:

“Alessandro, preparati! Massimo Secchi ti aspetta fra due ore in azienda”.

Fra due ore Massimo Secchi non era in azienda. La segretaria disse imbarazzata di “portare pazienza. Non è che non voglia incontrarla, è che è un po’ incasinato”.

Così il dottore chiamò il venditore di promesse.

“Scusi Secchi, ma cosa devo dire a mio figlio?”

“Di portare pazienza. Anzi, gli dica che lo chiamo domani.”

Ma domani Secchi non fece alcuna chiamata. E le cose andarono avanti così per parecchio tempo.

Porta pazienza, non è per cattiveria, sono soltanto incasinato, ieri sera mi ha preso un attacco di diarrea, sapessi cosa mi è successo, ho bisogno, presto ci sentiamo, ma in realtà nessuno si sentì mai.

Alessandro un giorno si spazientì e chiamò la segretaria di Secchi:

“Senta, solo una curiosità; ma il signor Secchi che cosa produce?”

La segretaria sembrò leggere la risposta:

“Ma come, non l’ha ancora capito? Produciamo e vendiamo promesse. Un ottimo business, anzi, il business del momento”

L’altro riagganciò.

Secchi nel frattempo si passava tra le mani una bella coscia di pollo caldo, anzi, la passava da una protesi all’altra.

(di Stefano Re)

È PER COLPA DI UNA MANO

Da un’idea (più di un’idea!) di mio figlio Lorenzo, torno ad una vecchia passione: l’horror. (S.R)

Finalmente un po’ d’acqua!

Dicevano così i vecchi del posto, per lo più agricoltori, che di anno in anno avevano visto scomparire le stagioni, come se Dio si divertisse a cambiare il corso della natura.

Erano passati già tre mesi senza che piovesse, un po’ troppo per l’arsura della terra.

Ora quelle nuvole nere come antracite avevano riversato acqua sulle strade e sulle campagne, ma data la violenza delle precipitazioni, molte rogge erano esondate creando diversi grattacapi.

– Come facciamo? Ci bagneremo tutti – disse Paolo all’amico che stava armeggiando con un ombrello mezzo rotto.

– Usciamo lo stesso – recitò Andrea senza pensarci. – Non possiamo fare altrimenti.

– Ma abbiamo soltanto quello stupido ombrello!

– Meglio di niente.

Andrea e Paolo si erano conosciuti in prima media, in una calda mattina di settembre e si erano seduti uno a fianco all’altro, mentre le professoresse enunciavano le solite raccomandazioni di inizio anno.

Da lì era stato un crescendo di rapporto, di intese e sguardi di sottecchi, di avventure sempre più al limite della legalità.

Si erano iscritti ad un liceo scientifico di Milano e nei minuti di intervallo avevano conosciuto Ajar, un ragazzo italiano con simpatie per l‘oriente.

– Ma qual è il tuo vero nome? – gli avevano chiesto un giorno.

– Matteo, ma preferisco Ajar.

Ajar frequentava con i genitori un tempio buddhista; gli avevano insegnato quanto fosse necessaria la purificazione dell’anima, ma finiti quegli incontri spirituali preferiva passare le ore in un parco a nord della città, dove aveva conosciuto spacciatori che l’avevano avviato ad un buon giro di vendite.

Ajar li aspettava all’ingresso del parco. Erano in ritardo, una cosa che faceva imbestialire il ragazzo.

– Eccovi finalmente. E’ l’ultima volta che vi aspetto così a lungo.

– Pioveva troppo – disse Paolo.

– La pazienza non è la via dell’ascesi? – chiese Andrea col sorriso sulle labbra.

Ajar gli lanciò un’occhiataccia e si avviò.

Dopo dieci minuti di cammino tra le piante del parco, con la pioggia che picchiava sulla pelle pungendo come fittissimi aghi, e l’acqua delle pozzanghere che schizzava sui pantaloni, i tre arrivarono ad un ponte di legno che scavalcava un fosso che con un balzo nemmeno troppo impegnativo si sarebbe potuto tranquillamente saltare.

– Aspettatemi qui.

Ajar si allontanò di qualche metro e tra gli arbusti di un cespuglio tirò fuori un sacchetto con alcune pasticche azzurrine. Ne prese una e la passò ad Andrea:

– Portatela dove vi ho detto. Alle diciotto vi voglio qui con i soldi.

– Quant’è la nostra percentuale? – domandò Paolo.

– Troppe domande. Venite stasera e lo vedrete.

Paolo fece una smorfia fin troppo eloquente, poi diede di gomito ad Andrea e si incamminò.

Fu l’ultima volta che videro Ajar.

Con la pasticca in tasca, Andrea sembrava più nervoso del solito.

– Sei troppo agitato, Andrea! – lo rimproverò l’amico. – Così ci beccano.

– Non sono agitato – disse prima di tirare un bel respiro. – è che vorrei provarla.

– Ma sei scemo?

– Sono stanco di portare avanti e indietro le pasticche per quell’imbecille di indiano.

– Sai benissimo che è l’unico modo per fare qualche soldino. E basta prenderla una volta per dare seguito alle altre.

Fecero alcuni passi senza dire una parola, poi Andrea si arrestò.

– Io la provo!

Prese la pasticca in mano e la infilò in bocca.

Cadde immediatamente all’indietro tenendosi il collo, mentre Paolo cercava di capire cosa stesse succedendo.

Andrea aveva gli occhi rivoltati e dalla bocca sembrava uscisse un unghia simile a quelle di una strega.

– Che succede?  – urlò Paolo.

Andrea non riusciva a parlare e dimenava le gambe come se fosse preso da una crisi epilettica.

– Cos’hai in bocca? – gridò.

Si sentì uno schiocco secco, come di ramo spezzato e dalla bocca di Andrea uscirono piccoli pezzetti di osso mandibolare.

La bocca di Andrea si accartocciò su se stessa come quella dei vecchi appena tolgono la dentiera.

Gli occhi gli si affossarono nelle cavità oculari mentre il naso si staccò di netto come se qualcuno l’avesse tagliato con una lama invisibile.

Dal quel che rimase della bocca, uscì una mano con dita affusolate e nodose; le unghie lunghe bisticciavano tra loro tenendo un ritmo secco come il suono di nacchere per una danza funebre; al posto del polso c’era una faccina di bambino appena nato, e al centro della faccia una bocca disgustosa che emetteva suoni e parole gutturali:

– Questo succede a chi si droga se ti prende la mano! – disse prima di emettere un ghigno infernale.

Paolo non riuscì a muoversi. Era terrorizzato.

La mano, che era grande come una scarpa,  accelerò come un ragno e tentò di avvolgere con le dita le caviglie di Paolo. Il ragazzo si ritrasse appena in tempo, ma un unghia riuscì a tagliarlo proprio a ridosso del tendine d’Achille.

Paolo urlò mentre un rimbombo spaventoso fece tremare la terra.

– Il terremoto! – gridò qualcuno.

In effetti la terrà si aprì e la mano vi si gettò nelle viscere. Prima di scomparire del tutto urlò:

– Ricordati: la droga distrugge tutto quello che incontra, ma chi uccide realmente è la mano che vende!

Quindi la terra si richiuse; restò solamente il battito stentoreo della pioggia.

di Stefano Re

L’AUTO GIALLA

L’auto gialla era parcheggiata tra le altre nel sotterraneo del supermercato. L’avevano parcheggiata di mattina presto, quando c’era ancora abbondanza di posti. Poi il parcheggio si era via via riempito e in poco tempo tutti i posti erano stati occupati. E nonostante tutto si notava immediatamente; gialla come un limone, era come un pugno in pieno volto. E questo lo notavano anche le stesse auto, tanto che qualcuna la prendeva in giro:

“Ma non potevi farti mettere un vestito diverso?” le dicevano sogghignando.

Lei si difendeva come poteva, ma la cattiveria delle altre raggiungeva toni così esasperanti che a volte non poteva nascondere le lacrime.

“Siete gelose?” rispondeva tra un singhiozzo e l’altro.

Ma le altre scoppiavano in fragorose risate e aumentavano gli sfottò.

Un giorno qualcosa accadde. E accadde proprio in quel parcheggio sotterraneo. Anzi, accadde altrove, ma il racconto raggiunse in breve il parcheggio del supermercato.

“Avete sentito cosa è successo alla punto grigia che di solito parcheggia vicino alla colonna?”

“No, che è successo?”

“Non la trovano più”

“E’ stata rubata?”

“Macché! I proprietari l’hanno parcheggiata a Milano e adesso non si ricordano più dove!”

“Poi così grigia…” disse un’auto che sapeva essere diretta come poche. “Se fosse stata gialla…” e lo disse lanciando uno sguardo verso l’auto gialla parcheggiata lì a fianco. E tutte risero. E questa volta sorrise anche lei.

 

(di Stefano Re)

ALESSANDRO

Si diceva con insistenza che il paese fosse in pericolo. Uno stormo di uccelli giganti si avvicinava alla città. Erano uccelli mai visti prima, quasi mitologici, tanto che al posto delle zampe avevano piedi abnormi con unghie lunghissime. Qualcuno, per lo meno lo dicevano i vecchi saggi, raccontava dell’antico maleficio, quello lanciato da Ugoberto, il piccolo nano che il re aveva fatto arrestare perché, diceva, non era all’altezza degli altri servitori.

Intanto gli uccellacci si avvicinavano e già si percepiva il loro cinguettio straziante, come il fischio del gessetto che scivola sulla lavagna.

– Cosa fare? – si chiedevano i cittadini. – Qui nemmeno i cacciatori ci possono salvare.

Fu deciso di chiudere le case, sigillando porte e finestre con assi di legno. Solo un tale, un certo Alessandro, sembrava tranquillo. Ogni giorno stava seduto al centro della piazza e guardava in alto, là dove il sole illumina e le stelle sorridono. Era un vecchio pazzo, così almeno dicevano in paese. Non faceva e non diceva nulla, ascoltava e basta. Non aveva sigillato neppure le porte e le finestre di casa. Semplicemente aspettava.

– Alessandro, quegli uccelli ti uccideranno! – gli dicevano, ma lui apriva le braccia come per dire: pazienza.

Quando lo stormo di uccellacci fu sopra la città, con tutti i cittadini chiusi in casa, soli e impauriti, l’unico in piazza era Alessandro che non fece altro che restare con gli occhi al cielo e tapparsi le orecchie per il rumore stentoreo provocato dallo sbattere delle ali.

Gli uccelli passarono senza fare alcun danno.

– Come facevi a sapere che quelli erano uccelli innocui? – chiesero ad Alessandro.

– Non lo sapevo, non potevo saperlo. A farmi paura sono le voci che alimentano le nostre paure. Le voci di gruppo, quelle che spengono ogni tipo di ragionevolezza. E rinchiudersi in casa non serve a proteggerci, ci protegge soltanto la fiducia in qualcuno che ci vuole bene.

E tornò a guardare il cielo.

(di Stefano Re)