Dal mio romanzo per bambini

Un estratto da pagina 61 a 64 di MAMMA MIA, HO INCONTRATO POESIA, romanzo per bambini, pubblicato da C1V Edizioni.

“…

Vidi che a metà ponte due guardie del Regno della Noia avevano bloccato il passaggio.

Gridai a Prosa di lanciare una delle nostre frecce:

“Attacca!”

Prosa rimase immobile.

“Avanti, che aspetti?” disse Eloquenza spaventata.

“Attacca con la I” gridai.

Prosa si abbassò e con un salto tirò fuori una delle più belle parole che poteva trovare in quel momento. Lanciò la parola APPUNTITA, enfatizzando l’accento sulla vocale I e questa si infilò con tutta la punta nella testa delle guardie che caddero con un tonfo rimbalzante.

“Avanti” dissi, mentre Prosa si guardava intorno recuperando tutte le punte andate fuori bersaglio.

All’apice del ponte c’erano dei tronchi d’albero per ostruire il passaggio.

Eloquenza cercò di spostarli con la forza, ma ovviamente i tronchi non si mossero nemmeno di un millimetro.

“E ora come facciamo?”

“Facciamo come ha detto Fantasia. Usiamo la forza delle vocali” risposi.

Prosa ebbe un’idea; disse che dovevamo urlare all’unisono la vocale A.

Eloquenza disse di no, figurarsi se così raffinata si metteva ad urlare.

Lo facemmo noi. Prendemmo fiato e urlammo la vocale A. La bocca si spalancò e un vento di fiato uscì dalle nostre bocche, ma solo quando anche Eloquenza si convinse di dare una mano, i tronchi si mossero rotolando verso la parte opposta, prendendo velocità appena raggiunta la discesa. Al di là furono investite un po’ di guardie del sovrano. Il più era fatto, ma all’inizio della discesa spie e guardie del Regno della Noia stavano attaccando.

“Avanti senza paura!” gridai mentre le gambe cominciavano a tremarmi. Se ne accorse Prosa che dandomi una pacca sulla spalla disse di non temere. Ringraziai e invitai Eloquenza all’uso della vocale U…”

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SUL SENSO DELLA MORTE

Un mio vecchio articolo filosofico. Non è una storia, ma oggi ci sta. (S.Re)

Dall’esperienza quotidiana nasce la domanda sulla morte, una domanda che attraversa la nostra esistenza e che non può ridursi ad una riflessione legata alla festa di tutti i santi; una domanda sul senso. Ma è possibile porre una tale domanda quando ancora siamo in vita? Già Epicuro ne mostrava l’impossibilità logica quando diceva a Meceneo: “Quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo noi”. Per Gadamer il pensiero della morte “trasforma di già la morte in qualcosa che essa non è”. Ma come trascurare il fatto che la cultura dell’uomo nasca proprio dall’incontro con la morte? Come spiegava Vico, matrimoni e sepolture stanno all’inizio della civiltà, e come dice ancora Gadamer: “ Ciò che veramente distingue l’uomo da tutti gli esseri viventi che la natura ha prodotto è che egli seppellisce i suoi morti e alla tomba dedica i suoi sentimenti, i suoi pensieri, le forme e le immagini della sua arte”. Ecco allora che l’uomo non può esimersi dal porsi la domanda sul senso della morte, proprio perché sa di dover morire. L’uomo muore, l’animale perisce, perché non può distendersi nel pensiero del tempo, e come diceva Heidegger: “L’animale non ha la morte come morte né davanti a sé né dietro di sé”.
Sartre coglie una duplice modalità della coscienza di morte: da un lato una presenza intima, dall’altro un potere estraneo che supera la nostra libertà: la morte ci appartiene, ma non dipende dalle nostre scelte. Proprio per questa estraneità l’uomo tenta di rimuovere, o ignorare, la coscienza di morte. L’uomo d’oggi censura l’esperienza mortale incrementandone l’angoscia; cerca di allontanare la paura della morte ma così facendo non trova senso a quell’esperienza. È l’angoscia per l’indeterminato. Ecco allora quella che Heidegger chiama strategia della diversione: “Il mondo pubblico dell’essere assieme quotidiano “conosce” la morte come “caso di morte”. Questo o quel conoscente, vicino o lontano, muore. Degli sconosciuti muoiono ogni giorno e ogni ora”. Tradotto con un’espressione comune è il tipico “si muore”, che spersonalizza la morte a tal punto da renderla anonima. Una volta o l’altra si morirà, ma per ora si è ancora vivi. Il “si muore” diffonde la convinzione che la morte riguardi gli altri, e infatti quel “si” è paradossalmente “nessuno”. Ma se la morte tocca un nostro caro, tutto cambia. Non tiene più l’elusività del “si muore”: la morte dell’altro diventa in questo caso quella di una mia parte.
Scrisse Pirandello quando morì sua madre: “Ma io piango per altro, mamma! Piango perché tu non puoi più dare a me una realtà. È caduto a me, alla mia realtà, un sostegno, un conforto”. La morte dell’altro risulta quindi essere un’anticipazione della nostra. Landsberg faceva notare come nei canti popolari, ma del resto anche nella bibbia, sia presente il lamento funebre. Sono canti di disperazione, canti che condannano l’abbandono di chi ci lascia. È il luogo della precognizione della morte. L’esperienza della morte è rottura della nostra comunione con l’altro. Una comunione che vive grazie ad uno statuto di comunicazione, di constatazione comune. Siamo testimoni della vita dell’altro, di ciò che soltanto con lui poteva essere. La morte dell’altro ci abbandona ad un’assenza che limita il nostro stesso esserci. Ma forse l’angoscia più grande deriva dalla paura della morte come anticamera del nulla: l’essere per la morte, il nascere per morire, il finire nel nulla. Da ente a niente. In essa è contenuta l’esaltazione del finito, ma anche la riduzione assoluta della progettualità, della speranza per qualcos’altro. E questo è antitetico all’uomo stesso, visto che nella nostra vita programmiamo naturalmente. Diceva Platone: “Chi può sapere se il vivere non sia il morire e il morire non sia il vivere?” Ridurre l’esistenza all’essere per la morte, considerando questa come impossibilità alle nostre possibilità, è ridurre l’esperienza umana al nulla, e quindi all’assenza di senso. È la morte come apertura alla possibilità che permette all’uomo di entrare in comunione con l’essere, permette la possibilità di un senso. È la morte stessa a rivestirsi così di una positività che è positività per qualcosa.

di Stefano Re

LIBERI

Il brutto della guerra è che ci si divide in buoni e cattivi e non si sa sempre chi siano i cattivi. Ciò che dispiace di più è proprio la divisione. Si diventa schiavi di questa divisione. Di colpo non si tollera più niente e tutto diventa motivo di scontro. Non c’è libertà.

Questa storia invece è avvenuta in tempo di pace, quando tutti stavano bene e tutti si sentivano liberi. Era il tempo dell’abbondanza e qualche spreco non faceva male a nessuno.

I bambini erano i più felici:

– Mamma mi compri quel gioco?

La risposta era sì.

– Mamma mi compri le scarpe nuove?

La risposta era sì.

I bambini erano così felici che non si rendevano conto di avere tutto ma di essere soli.

– Vieni da me a giocare? –  diceva uno ad un altro.

– Certo. A cosa giochiamo?

– Porta un videogioco, così tu giochi col tuo ed io col mio… così non litighiamo!

Infatti i bambini andavano d’accordo. Nessuno litigava.

Solo Francesco, un bambino delle elementari, si era accorto che qualcosa non quadrava.

Si sentiva costretto a fare sempre le solite cose: la scuola, i compiti, la televisione, lo sport e i videogiochi. Anche nel tempo libero non aveva tempo per essere libero.

Un giorno decise di cambiare e di impegnare il proprio tempo a non fare nulla.

– Mamma, oggi non faccio nulla. Resto immobile a pensare.

– E a cosa penserai? – domandò la mamma.

– Non lo so. Forse a me che non faccio niente.

– Ma così ti annoierai…

– E allora penserò a me e a te, così saremo in due ad annoiarci… Ti starò vicino, e anche se non faremo niente, saremo felici della nostra presenza. Finalmente liberi di stare assieme.

(Stefano Re)

DIALOGHI

Ma sempre le stesse foto?”

(silenzio)

“Ti piace il mare?”

(silenzio)
“È dell’anno scorso?”

“Di quest’anno”

“Ma sei fissato… Ti piace il mare?”

(silenzio)
“Bisognerebbe cambiare il soggetto”

Ruppe il silenzio : “Ti piacciono i selfie?”

“Molto… mi immortalo con luoghi sempre diversi”

Alitò una nuvola bianca di fumo e poi disse: 

“A me sembra di vedere la solita faccia da culo”

 Finalmente hai cambiato soggetto…”
“Sì” “Cos’è?” ” Merda” “Di cane?” “Sì”

“Bisognerebbe multarli” “I cani?”

“No, i padroni” “Sei antico” “Perché?”

“Siamo nell’era Cinofelinocratica”

“Quindi?” “Quindi nulla, comandano loro”

“A me fa schifo” “Vedi che sei vecchio?” “Perché?”

“Perché questa è arte contemporanea”

“Si tuffano dalla boa?” “Sì”

“È tuo figlio?” “No, l’ho preso in prestito dal bagnino” 

“Il mio è quello bravo” “Bene”  

“Fa anche il triplo carpiato” “Bene”

“Gli ho fatto fare corsi su corsi” “Bene”

“E il tuo?” “Cosa nostra”

“Sì, ma che tuffo fa?”

“A bomba… ma sai come saltano i rompicoglioni?”

(S. Re)

NON C’E’ DUE SENZA TRE

Una brevissima storiella, semplice e senza pensieri. Ad agosto ci si vuole rilassare, o no? (S.Re)

Aveva deciso di puntare forte.
“Tutto sul due!” gridò per motivare la sua scelta.
La pallina cominciò a girare e rigirare finché con un piccolo balzo rotolò sul numero due.
“Vinto!” grido in preda all’entusiasmo.
“Fate le vostre puntate!” disse una voce abbastanza impostata.
“Tutto sul due!” gridò nuovamente.
La palla cominciò a girare mossa da una forza centripeta che l’ancorava alla roulette.
Poi lentamente fece tre balzi in avanti e si fermò sul numero due.
“Vinto!” gridò nuovamente estasiato.
“Basta ora, andiamo” gli disse una voce femminile e suadente.
“Tutto sul due!” gridò senza ascoltare nessuno.
La ruota cominciò a girare e la pallina sembrava volare aggrappata ad una forza che non le permetteva di scappare.
Poi fece un piccolo balzo e si fermò sul 23.

Il silenzio piombò in sala. Davvero, non c’è due senza tre!

di Stefano Re

LA LANCETTA CORTA

Il bambino con i capelli rossi era attratto dall’orologio. Non capiva ancora il funzionamento di quell’aggeggio, ma comunque ne era entusiasta. Gli sembrava strano che gli adulti facessero riferimento a quelle due lancette che tra l’altro erano venute anche male: una lunga e una corta.
Ma era il mistero di quel girare continuo delle lancette che lo entusiasmava. E poi i numeri, dall’uno al dodici, come se da lì in poi non esistessero altri numeri. Gli avevano detto che andavano all’infinito e poi qualcuno aveva deciso che in quel quadrante se ne utilizzassero solamente dodici. Il papà gli aveva spiegato che quei numeri indicavano le ore, ma non era stato in grado di spiegargli perché fossero solamente dodici.
“Comunque segnano la giornata”, aveva aggiunto. “Segnano il passare del tempo!”
“E perché ci sono due lancette?” gli aveva chiesto il bambino.
“In realtà sono tre, due grassottelle e una molto magra. Quella magra, la più veloce, segna i secondi, mentre la più lunga, ma cicciottella, segna i minuti e quella corta segna le ore”. Il figlio non aveva capito nulla, ma fissava quelle lancette come per carpirne il segreto.
Poi, chiese al papà di togliere il vetro che le proteggeva. Il papà acconsentì e fu allora che il tempo cominciò ad impazzire. Il bimbo con i capelli rossi spingeva la lancetta lunga, poi tirava indietro quella corta e poi giocava nuovamente con quella lunga, finché anche il sole non capì più nulla e cominciò a sorgere e a tramontare senza rispettare la sua corsa naturale. Gli animali impazzirono, mentre il traffico nelle strade non si capacitò di quale fosse realmente l’ora di punta. E impazzì anche lui. Fu il delirio del tempo, e fu allora che qualcuno anticipò l’uscita del quotidiano del giorno dopo, facendo arrabbiare i giornalai. Il titolo principale diceva: SCHIAVI DEL TEMPO.
Mentre il bambino si divertiva come un pazzo!

(di Stefano Re)

I DUE BRUCHI

Il bruco entrò nella mela e trovandola gustosa e morbida andò subito ad avvisare l’amico.
Il secondo bruco, abbastanza indolente nel cercarsi da mangiare, accettò fidandosi del primo.
Appena dentro cominciò a scavarsi una sottile fessura da parte a parte, sbucando sull’altro lato.
“Che fai?” gli chiese il primo bruco. “Così facendo ci scopriranno e qualcun altro cercherà di entrare”.
“E noi lo cacceremo fuori!” disse il secondo bruco che già si sentiva padrone della mela.
“Ma non è meglio fare finta di niente e stare qua dentro tranquilli?” cercò di insistere il primo bruco.
“Non ti capisco” disse il secondo scuotendo la testa. “E poi quanto pensi che durerà questa mela? Saranno cinque giorni che è caduta dall’albero.” “Ma è un posto sicuro”, sentenziò il bruco che si introdusse per primo. E aggiunse: “E’ da un po’ che la curo. E poi fidati che se solo usciamo da qui, diventiamo preda di uccellacci”.
“Sempre la solita paura di finire male” disse seccato il secondo bruco. “Stiamo qui, mangiamo e poi quando saremo al torsolo, penseremo al da farsi”.
Il primo bruco, che aveva il difetto di combattere poco, accontentandosi dell’opinione degli altri, annuì e lasciò all’altro l’ultima decisione.
Mangiarono, scorrazzarono da una parte all’altra della mela, finché dopo pochi giorni si ritrovarono scoperti e senza riparo. Sentirono un tiepido cinguettare e un leggero battito d’ali e tanta saliva che li accompagnava, come bolo, nello stomaco di un passerotto.

(di Stefano Re)

LA LUMACA E IL GUSCIO

La mamma guardava con tenerezza la piccola lumaca. Era una buona madre, dedita ai piccoli e premurosa su tutto. A volte esagerava con le paure, ma era un piccolo difetto che tutti le perdonavano. Aveva insegnato ai piccoli a ritrarsi velocemente e a non uscire dal guscio finché il pericolo fosse passato. E loro avevano imparato velocemente, anche se piano piano avevano perso coraggio e voglia di affrontare anche i pericoli meno rischiosi.
“Scappano sempre!” le disse un giorno la lumaca più anziana della comunità. “Devi insegnar loro a distinguere i pericoli, altrimenti saranno sempre spaventati”
E lei rispondeva: “Meglio così… L’importante è che siano al sicuro”
“Ma la sicurezza non è la fuga” aggiungeva l’anziana saggia. “Si è più sicuri a sapere cosa sia bene e cosa sia male…”
Ma la lumaca non le dava retta. Anzi, da un po’ di tempo si era fissata sull’estetica dei gusci. Siccome erano importanti non solo per difendersi, ma anche per la propria silhouette, cominciava a credere che quello della piccolina fosse particolarmente sciatto. Doveva fare qualcosa, doveva inventarsi quella novità che trasformasse la lumachina in una piccola principessa.
“Avrai un guscio tutto nuovo!” le disse.
“Ma mamma, a me piace questo!”
“Ma non vedi come sei disordinata con quel guscio troppo marrone e tutto rigato?”
“Ma mamma, tutte noi abbiano delle righine nere sul guscio”
“Beh, sarai la prima ad avere un guscio nuovo”
E così cominciò a girare tutti i negozi della piccola comunità di lumache, ma nessuno le diede una soluzione. Qualcuno le disse di rivolgersi alla lumaca artigiano, che suggerì:
“Nessuna possibilità, se non quella di fare un guscio nuovo”
“Ma deve essere bello” rispose mamma lumaca. “E magari rosso con le strisce verdi”.
L’artigiano si mise all’opera e fece un piccolo capolavoro.
“Guarda che bello!” disse la mamma alla piccolina.
“Ma mamma, io sto bene nel mio guscio.”
Mamma lumaca insistette, voleva che la figlia fosse una principessa.
“Fai come ti dico, indossa il guscio nuovo”.
La lumachina stremata disse sì. Il guscio era bellissimo, rosso come il fuoco. Tra tutte le lumache era la più bella, quella che appariva, quella che il corvo mangiò per prima.

(di Stefano Re)

IL LUPO E IL SERPENTE

Il lupo incrociò sulla sua strada una piccola biscia. L’annusò quel tanto da irritarla, e mentre l’annusava, il serpente tentò di rizzarsi, riuscendoci a fatica.
“Ma che fatica!” disse il lupo.
Il serpente non rispose.
“Sei ammalato?” chiese il lupo falsamente preoccupato.
“Sto cambiando pelle” rispose il serpente che dopo pochi giorni avrebbe indossato un vestito nuovo.
“E costa così caro cambiare pelle?”
“Certo, per noi serpenti è così. Devi sapere che tutto il nostro corpo si affievolisce, perché accumuliamo liquido linfatico che ci permetterà d’indossare l’abito nuovo. E poi ciascuno ha la sua pelle.”
Il lupo ascoltava, e intanto fingeva simpatia.
“E tu non perdi il pelo?” domandò la biscia.
“Certo!” disse il lupo. “Non vorrai che muoia di caldo in estate e di freddo in inverno.”
“Certo che no” rispose il serpente.
“Anche noi cambiamo vestito, ma con semplicità” aggiunse il lupo. “. E poi, non lo lasciamo in giro come voi.”
“Non saprei come raccoglierlo” disse il serpente.
“Non mi sembra una buona scusa” fece il lupo fiero di umiliare la biscia. E aggiunse: “Il mio pelo si disperde nell’ambiente che quasi non ti accorgi che esiste. Il vostro invece… che fastidio trovarselo tra le zampe!”
La biscia non sapeva rispondere, in fondo il lupo aveva ragione. Ogni volta che cambiava vestito, lasciava in giro quello vecchio.
“Ti vergogni, vero?” aggiunse il lupo vedendo la serpe in difficoltà.
La biscia non rispondeva, anzi, sentiva il desiderio d’essere altrove. E non aveva nemmeno le forze per difendersi.
D’improvvisamente si sentì uno sparo.
Il lupo cadde a terra ferito.
“Brutta pellaccia! Eccoti finalmente!” urlò un cacciatore che arrivò lì correndo.
Il lupo guardò mestamente la biscia e poi chiuse gli occhi, sapendo che il secondo sparo sarebbe stato mortale.

di Stefano Re

L’USCIERE SENZA I

Quando la maestra chiese agli alunni quale fosse il lavoro dei genitori, i bambini cominciarono ad alzare la mano per rispondere. Qualcuno gridò, mentre altri si alzarono in piedi nel tentativo d’essere i primi a parlare.

Ma la maestra zittì tutti con un colpo di tosse e un indice che fendeva l’aria segnando un preciso no. Poi disse:

“Me lo dovete scrivere!”

Così i bambini tirarono fuori il quaderno a righe con i margini ben marcati e scrissero in rosso la domanda: quale lavoro svolgono i tuoi genitori?

La risposta, perché così voleva la maestra, fu scritta in blu.

“Prima il lavoro della mamma o prima quello del papà?” domandò una bambina con una treccia lunga fino a metà schiena.

“Scrivete prima quello che preferite”.

Così i bambini cominciarono a scrivere; chi l’ingegnere, chi l’insegnante, chi l’idraulico, chi la maestra, chi l’infermiera, uno scrisse addirittura che la mamma faceva l’astronauta.

Un bambino con i capelli corti e la cresta ben ingellata, scrisse che il papà faceva l’uscere, ma lo scrisse senza “i”, così che la maestra quando corresse il compito fece un bel segnaccio con la matita rossa e aggiunse una grottesca “i” proprio sopra il mestiere del papà.

E siccome quel signore faceva l’usciere in quella scuola, la maestra informò immediatamente la preside.

“Abbiamo un usciere senza “i”?” domandò la preside sperando di aver capito male.

“Così ha scritto il figlio” rispose prontamente la maestra.

“Allora abbiamo un usciere fuori norma. Sia quindi sospeso dal servizio! Non si è mai visto un usciere cui scappano le “i”.

L’usciere, che poi era un bidello assunto per controllare che non scappasse alcun bambino dalla scuola, cercò di difendersi.

“Ma cosa ho fatto di male?” chiese a sua discolpa. “Rimproverate piuttosto mio figlio”.

“Nulla di male” disse la preside, “ma se a suo figlio è scappata la “i”, a lei che è persino più grande, cosa mai potrà scappare? Forse un bambino da sotto il naso? Dica a suo figlio di aggiungere la “i”, così almeno sarà un usciere a norma e potrà tornare di nuovo a lavorare con noi”.

di Stefano Re