Prospettive

Io

Il mio gatto dice che sono cambiato. Non lo dice chiaramente ma lo fa capire col suo comportamento. Lo vedevo un po’ intimorito e titubante ogni volta che doveva venirmi vicino ma all’inizio non facevo caso a quella sua espressione interrogativa che mette sul suo muso quando c’è qualcosa che non va.
La cosa è andata avanti per giorni nella mia consueta indifferenza e la sua crescente ansia che lo costringeva a comportamenti furtivi e selvaggi per non incrociare il mio percorso durante il giorno.
Poi, una sera, al culmine di una giornata surreale che abbiamo trascorso in una solitaria compagnia, mi si avvicina e sbotta un miagolio liberatorio e furibondo: “Tu hai un altro gatto. L’ho capito, sai?”. Mi guarda con le lacrime feline pronte a inondare le vibrisse, impavido nel voler ascoltare la rivelazione ma ancora speranzoso, in cuor di micio, che i suoi timori fossero in fondo uno strano scherzo del momento, forse causati dall’età che avanza, forse dal cambio di dieta che il veterinario gli ha imposto per poter continuare a entrare e uscire dalla sua scatola preferita.
Ecco, si, dentro quello sguardo si poteva leggere tutto questo e io so leggere molto bene il mio gatto. Proprio per questo evito di esplodere in una risata liberatoria e lo guardo con un sorriso tenero e disarmante che lo disorienta immediatamente. Gli faccio il gesto di raggiungermi sul divano ma il suo orgoglio felino ha deciso che deve fare il duro ancora per un po’. E così gli chiedo adagio “Dimmi, hai per caso visto in casa un piccolo pacchetto fasciato con carta da regalo?”
Lui, a queste parole, ha un fremito come se lo avessi colto in fallo ma resiste e mi dice: “E se fosse? Lo sai che ho un debole per pacchi e confezioni…”.
“Si”, aggiungo io “ma questo lo avevo ben nascosto sopra l’armadio, coperto dal tappeto arrotolato”.
Inizio a notare una lieve crepa nella sua felina certezza causata dalla consapevolezza che l’armadio fosse ormai zona proibita per la sua età (del micio, non dell’armadio) e che non sapesse come giustificare la sua presenza lassù. Alla fine mi dice: “E’ in fondo colpa tua se mi sono dovuto arrampicare fin lassù per cercare la prova del tuo tradimento. E l’ho trovata!”
Si allontana e ritorna dopo poco con i resti del pacchetto sbrindellato, dal quale esce una parte del contenuto che mi incrimina. Me lo mette tra i piedi e con veemenza mi chiede: “E questo come lo giustifichi?”
Raccolgo il pacchetto e libero il contenuto dai suoi brandelli. Guardo il topo giocattolo, acquistato per tempo nel mio negozio preferito e poi osservo divertito il micio che ha ancora quell’espressione di sfida negli occhi e, porgendoglielo gli dico: “Buon compleanno George, non ti stancare troppo inseguendolo”.

George

Mi chiamo George, sono il Gatto Di Casa e il mio umano mi tradisce. L’ho scoperto per caso quando un giorno sono riuscito ad arrampicarmi fino in cima all’armadio con non poche difficoltà, penso al quarto o quinto tentativo di salto dopo aver rifatto i calcoli mille volte e rischiato le mie vite rimanenti in arditi tuffi carpiati verso il nulla. Devo dire che sono molto caparbio nel voler fare le cose che mi sono proibite; soprattutto quelle “vivamente sconsigliate” dal veterinario (che un botolo lo morda, quel dannato!). Comunque, alla fine, sono riuscito a salire sulla vetta e a restarvi immobile per una buona mezz’ora, giusto il tempo per riparare i danni provocati dalla salita e dai tentativi di raggiungerla (ecco, si, soprattutto dai tentativi).
Comunque ero nel luogo più alto della casa a godermi un panorama che solo gli alpinisti mi possono capire quando, effettuato l’ultimo passo con schiena curva e schiacciati dalla fatica, si ergono ritti a osservare l’infinito intorno a loro. Stavo appunto osservando il mio infinito quando noto dietro al fagotto del tappeto invernale un oggetto di colore inusuale per quei luoghi. Era troppo pulito per essere di casa da quelle parti e così sono partito alla scoperta del mistero. Mi avvicino e scopro un pacchetto di piccole dimensioni ma fasciato con una carta irresistibile che mi ha provocato un brivido di eccitazione che neanche Mildred, ai suoi tempi, era riuscita a farmi provare.
Pregusto il momento accoccolandomi vicino al pacchetto, anzi, intorno al pacchetto e decido in un momento di creatività, quale sarebbe stata l’unghietta che avrebbe aperto il primo varco in quella squisita confezione. “Ripppp…” che suono magico! La carta si lacera senza opporre resistenza, quasi fosse stata fatta apposta per quello scopo e lascia trasparire il contenuto, un qualcosa che sembra pezza o peluche e che, istintivamente, mi mette in allarme.
Il secondo, terzoquartoquinto graffio liberano il contenuto che mi appare ormai chiaro: un Topo Giocattolo. Uno di quei magnifici, irresistibili topi che noi felini amiamo rincorrere senza avere il patema di un incontro con un topo vero e le sue implicazioni psicologiche. Ma un topo nascosto in un luogo a me proibito vuol dire che non è per me! Ma allora…!! Tradimento!
Impiego un’altra buona mezz’ora a riprendere il controllo (la mezz’ora deve essere il mio tempo standard), che trascorro pensando a come scendere dall’armadio senza spiaccicarmi sul pavimento. Alla fine riesco nell’intento, trascinando con me il pacchetto destinato al Fedifrago, con l’intenzione di portarlo dove il mio umano non l’avrebbe mai trovato.
Passano così i giorni in cui lo osservo di nascosto per capire cosa si sia rotto nel nostro rapporto; in fondo l’ho sempre fatto giocare facendogli gli agguati mentre leggeva il giornale, rovesciando per terra la scatola di croccantini invitandolo a una caccia al tesoro per cercare quelli infrattati sotto i mobili e che io ero più bravo di lui a scovare; oppure quando gli nascondevo il mouse del computer (in fondo sono un gatto) e lo vedevo inventare felice nuove parole gridate a chissà chi mentre girava per casa.
Ma torniamo a noi, anzi, a lui, il Traditore. Si aggira per casa con quell’aria tranquilla e indifferente che sicuramente assume per nascondere il senso di colpa che sicuramente (spero) lo attanaglia. Vedo che mi guarda con aria interrogativa e questo non fa che aumentare le mie sicurezze.
Poi, una sera, non ce l’ho più fatta a vivere in questa situazione e ho deciso di affrontarlo e gli ho detto: “Tu hai un altro gatto, l’ho capito, sai?” L’ho detto quasi piangendo ma lui, per fortuna, non se ne è neanche accorto visto che sono troppo bravo a nascondere i miei pensieri dietro un muso imperscrutabile.
E succede l’irreparabile: mi sorride. Ecco, a questo non ero preparato; pensavo di fronteggiare una crisi di rabbia scatenata dalla vergogna oppure di una violenta negazione dell’evidenza, cose nelle quali gli umani sono esperti e invece no. Ha sorriso e mi ha anche chiamato a salire con lui sul divano! Stavo quasi per farlo ma la mia dignità felina è arrivata in tempo e mi ha salvato dal gesto inconsulto (oddio come avrei voluto farmi fare un grattino da Lui…) E invece no, sono corso nel mio nascondiglio per prelevare l’Oggetto e l’ho depositato con alterigia tra i suoi piedi mentre gli chiedevo: “E questo come lo giustifichi?”
Lui raccoglie il pacchetto sbrindellato, libera il contenuto osservando quel magnifico Topo; continua a osservarlo per un po’ sopra pensiero e alla fine me lo porge dicendo una frase che mi fa sprofondare nell’inferno dei gatti, tanto da diventare rosso rubizzo: “Buon compleanno George, non ti stancare troppo inseguendolo”.

La clinica “Il micio felice”.

“Questo gatto è grasso”. Il veterinario è di poche parole ma quando decide di usarle sa esprimere i concetti con una sintesi mirabile. Mentre continua a manipolare George che scambia le attenzioni del medico per una nuova tecnica coccolatoria, magari di provenienza orientale, ripete sopra pensiero.”Si, questo gatto è decisamente troppo grasso”. “E”, aggiunge, “è tutta colpa tua” dice tornando alla realtà guardandomi con espressione severa e accusatoria.
Da quando ti sei messo a cucinare, questo gatto è lievitato come un sofficino, sembra una cima genovese con le zampette. Devi assolutamente metterlo a dieta e fargli fare del movimento altrimenti, un giorno, entrerà in una delle sue scatole e non riuscirà più ad uscirne.
Poi rigira George dalla parte giusta, usando la coda come sistema per riconoscere il “didietro” di una sfera e lo depone (a fatica) nel trasportino che presto dovrà essere sostituito con un container.
Salutandomi mi dice a bassa voce: “Perché non gli compri uno di quei giochini nuovi, a forma di topo che gli girano intorno con fare irrispettoso, lo stuzzicano e scappano, facendosi inseguire per la casa. In questo modo George potrebbe nuovamente ricordarsi a cosa servono le zampe oltre a darsi le grattatine di circostanza. Vai nel negozio e fatti consigliare.”

La zampa, articoli per campioni col pelo.

Entro nel negozio e spiego al Commesso la situazione felina nella quale mi trovo. Lui ascolta con un’aria professionale che neanche il veterinario ha mai usato, annuendo e facendo battute complici dicendomi come lui abbia avuto simili esperienze personali. Immagino che un personaggio simile dica di aver avuto esperienze personali di ogni genere a chiunque si fosse confidato con lui ma immagino faccia parte del ruolo di venditore.
Io, come cliente, ho lasciato George a casa perché sarebbe stato imprudente portarlo in un luogo del genere; lo avrebbe preso per una sala giochi spettacolare, una Gardaland per mici, una personalissima Disneyworld fatta apposta per lui. Ho preferito non dargli troppe emozioni premature, in fondo tra pochi giorni sarà il suo decimo compleanno.
Il Commesso ritorna con un oggettino che depone sul tavolo e mi dice: “Il veterinario aveva ragione, oggi c’è uno spettacolare topo meccanico che si comporta come uno vero. Anzi, nel classico gioco del gatto col topo, lui riesce a invertire i ruoli e fare mille diavolerie per smuovere anche i mici più pigri.”
Quel Coso deve essere mio, decido e così esco con un pacchetto regalo, confezionato con una carta che, assicura il Commesso, è studiata apposta per attirare i gatti più indifferenti alle cose del mondo.

David.

Sono un topo. Da sempre, mi pare, poiché non ho ricordi precedenti la data del mio assemblaggio; Ho ricordi vividi che iniziano subito dopo la mia programmazione e amo pensare al momento in cui l’operatore mi ha attribuito il mio numero di serie, mi sono venuti i brividi quando ha eseguito tutti i test e stabilito che sono un Topo 2.0 in ottima forma e pronto per affrontare il mondo umano e felino. E’ stato con un momento di apprensione che ho vissuto il mio confezionamento; non ero preparato a questo ma, ho capito in seguito, sono stato spento e caduto nel sonno dei giusti finché non mi sono svegliato trovandomi in una bizzarra situazione.
La confezione deve essersi aperta e qualcosa deve aver azionato il mio interruttore risvegliandomi; c’erano molte aspettative sul Risveglio e si rincorrevano diverse storie tra i miei colleghi topi in attesa del confezionamento. C’era il mito del Buon Gatto Di Casa, sornione e pacioso, del Gatto Fantasma, timido e asociale che passava il suo tempo nascosto in luoghi segreti.
Tante cose mi sarei aspettato ma non un micio con un’aria arruffata, un’espressione affranta, sull’orlo di una crisi di nervi che alternava sentimenti di odio e di rimpianto. Subito faccio affidamento sulle istruzioni chiare e precise contenute nel manuale di psicologia felina che mi sono state fornite standard. Queste dicono espressamente: “In caso di situazioni incresciose e insolubili, fingiti morto”. Così ho fatto e il micio, dopo una buona mezz’ora si è apparentemente quietato.
Pensavo che fosse tutto finito ma invece no. Lui mi arraffa insieme alla confezione e si precipita giù da un’altezza così paurosa da produrmi un reset per le troppe emozioni. Mi risveglio con lui addosso e una zampa dolorante, eseguo un veloce check-up riscontrando che è tutto a posto e mi rassegno a questa nuova esistenza in un mondo apparentemente ostile.
Passano i giorni e li trascorro nel buio di un luogo dove arrivano solo suoni ovattati che non mi permettono di capire la situazione ma sono fiducioso, le mie batterie sono un portento, mi pongo in modalità di risparmio energetico e attendo.
Dopo una settimana, 12 ore, 34 minuti, 12 secondi e 4 decimi (non posso fare a meno di essere preciso) vengo ghermito da una furia e deposto tra due oggetti che identifico come scarpe umane. Bene, un passo avanti, finalmente. L’umano mi solleva e mi libera dell’imballaggio, e mio osserva: lo riconosco, è quello del negozio! E’ bello che qualcuno abbia preso in mano una situazione che, francamente, trovavo difficile da gestire. Mi depone per terra mentre dice qualcosa al micio.
Capisco che si chiama George e così, ormai preso dal mio ruolo, vado incontro al destino e dico: “Ciao George, giochiamo?”

 

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Immagine

Quando si guarda un’immagine, una fotografia, l’occhio va subito alla ricerca del soggetto, l’attenzione è rapita dall’azione congelata nello scatto; è un fatto istintivo e su ciò si basano tante regole di composizione che vengono insegnate nei corsi di fotografia.

Ultimamente però ho iniziato un po’ casualmente a guardare oltre ed intorno al soggetto; ho scoperto cose sorprendenti nella loro apparente normalità, cose che erano lì da sempre e che erano passate inosservate: le espressioni di persone in secondo piano, persone riflesse in uno specchio in cui si rivelavano in modo più intimo, meno studiato delle pose assunte nella ‘vera’ foto.

Inoltre l’ambiente, la disposizione del contorno, gli oggetti presenti, ci parlano di come è fatta la realtà: ho una foto, scattata a Bombay in casa di amici, in cui fino a poco fa credevo di essere il soggetto: sono al centro della scena, guardo l’obiettivo e tutto intorno vi è un contorno di persone, oggetti e attività.

Se però mi escludo dalla fotografia, l’immagine che resta assume un significato diverso, più profondo; racconta la storia di una famiglia modesta ma dignitosa che secondo le tradizioni fa sedere l’ospite, ancorché per terra su stuoie, vicino ai piatti in cui è servito il cibo, al suo fianco sta il capo famiglia che intrattiene l’ospite, più defilato si accomoda il fratello. In ultimo piano c’è la moglie che, se non fosse stato per una mia richiesta di averla con noi, si sarebbe eclissata in cucina a mangiare da sola. I bambini erano un po’ accoccolati qua e là non avendo un posto preciso in questa gerarchia alimentare.

C’era ansia ed aspettativa in quella casa quando sono entrato; io mi consideravo un semplice viaggiatore e mi ritenevo straordinariamente fortunato ad aver ricevuto quell’invito a cena che mi consentiva di vivere il mio soggiorno in modo più ricco. Dopo aver scorrazzato per giorni per Bombay, parlando tra noi con il nostro inglese terribilmente diverso, uno imparato in Italia e l’altro storpiato da una pronuncia influenzata dall’Indi (spesso dicevamo la stessa cosa ma con suoni assolutamente diversi), è arrivato l’invito a cena: offerta proferita timidamente, la sua, ma che ho accettato con gioia.

Sua moglie deve averlo amorevolmente strapazzato per il pensiero di avere un occidentale in casa; si sarà detta: – E ora che cosa gli preparo?! Un pensiero comune a tutte le mogli del mondo. Io ho mangiato i loro piatti di un giorno di festa, con le mani e seduto per terra.

Ero al quarto piano di un condominio grigio senza ascensore, le scale strette e buie percorse, salendo, in mezzo a grida di bambini, musiche di film di Bollywood, profumi di spezie, telegiornali raccontati in una lingua sconosciuta ed armoniosa. L’appartamento, piccolo ed essenziale, mi ha accolto come un re e, nonostante la recente conoscenza, sono stato considerato come un amico vivendo una serata straordinaria.

Tutto ciò non può essere espresso in una fotografia ma, se togli il soggetto e guardi con il cuore, puoi vedere il mondo.

 

La patente

Vorrei raccontarvi come si sono realmente svolti i fatti, prima che qualcuno li travisi o altri si mettano a dire “non è come sembra”. Vi posso assicurare che è esattamente come sembra, io c’ero e lo posso confermare.

Tutto si è svolto l’altra sera quando l’ho chiamato per complimentarmi per la patente restituita sana e salva e festeggiare la fine dei mesi di sofferenza, non sua ma di noi amici, costretti a sopportare le sue geremiadi e conti alla rovescia facendo sapere a tutti che lo studio dell’aritmetica applicato a Cape Canaveral non è stato invano.

Ad ogni modo, ci stavamo trastullando in facezie quando d’improvviso mi ha detto: “Dai, ti vengo a prendere e andiamo a festeggiare”. Ho naturalmente accettato con felicità, visto che ci si vede raramente; era l’occasione per una doppia festa e avevo proprio voglia di gustarmela.

Dopo circa mezz’ora arriva sotto casa, un po’ come succedeva nella nostra comune preistoria col vecchio cinquino; salgo e si parte. Ora, raccontata così, sembra quasi l’inizio di una zingarata da Amici Miei e, forse, lo spirito era proprio quello ma, visto il giorno infrasettimanale e il lavoro del giorno dopo, la meta bizzarra e gli ardori goliardici avrebbero dovuto aspettare.

La meta è il vecchio pub, voi sapete quale; un po’ fuori mano, tranquillo, le cose giuste da bere e il barista maledetto che sa esattamente cosa portarti senza dover chiedere. Ci troviamo così a fare i classici discorsi che partono dal giurassico fino a sorvolare le mete future, ormai raggiungibili grazie al prezioso documento riottenuto.

Si fa tardi ma non troppo e bravi bravi usciamo per tornare a casa con giudizio. Partenza tranquilla, marce alte e pochi giri del motore che fa le fusa. Strada deserta e silenziosa, ormai neanche più grilli o cicale a sottolineare il buio, il silenzio rotto dalle struggenti note della canzone di Joe Sentieri “Oh, mia bella mora, dammi una mezz’ora, mi de soto e ti de sora oh, no no no no no…”; prendiamo un paio di curve comode lasciandoci cullare dall’inerzia del mezzo, la mente vuota e soddisfatta quando: “Toh, delle luci, abbassa i fari”.

Neanche il tempo di dirlo che l’anabbagliante fa il suo dovere illuminando un’allegra paletta attaccata alla quale c’è una mano. Si, a ben guardare, oltre alla mano c’e’ anche una persona che indossa un abito scuro. Ma guarda questo come va in giro in una strada buia, poi finisce che qualcuno lo mette sotto…

“Buona sera, patente e libretto, prego”.

Ecco. Se avete un’idea del concetto di gelo, questo sarà senza dubbio superato da quello provato in quell’istante. Il resto del copione immagino lo conosciate e non è servito a nulla dire “Guardi, signora guardia che si è trattato solo di un assaggio…”, anzi, il carabiniere che si sente chiamare “signora guardia” inizia a diventare sospettoso e dice al collega di portargli l’alcol test.

Abbiamo chiamato nell’ordine: una madonna (forse più di una), un carro attrezzi e un taxi. La patente ha invece preso un’orbita  differente che la porterà a incontrare il mio amico non prima di sei mesi. Da parte mia, quando ho fatto il gesto di mettermi alla guida dell’auto, il carabiniere ha gentilmente messo la mano sulla fondina e mi ha detto: “Se lei guida, io l’arresto”. Ancora adesso non capisco come mai. Un’ultima cosa: alcuni amici che sono transitati li dopo poco, ci hanno raccontato di aver visto due carabinieri in evidente stato alterato, piegati in due dal ridere sventolando un nuovissimo documento di guida. Guarda tu che gente si incontra…

(Ogni riferimento a persone e cose è puramente voluto.)

 

 

Cinema

Solo ora riesco a raccontarvi un’esperienza di vita che ho vissuto ieri pomeriggio e che non avevo più provato da quando ero un ragazzino: sono andato al cinema alle quattro di pomeriggio in un giorno feriale qualsiasi. La decisione, imposta dalla mia metà e non sindacabile, fortunatamente si è concretizzata con la visione di un film che contavo di vedere, più comodamente spantegato sulla mia poltrona preferita, con auricolari e pieno controllo della situazione multimediale: L’ora più buia.

Fortunatamente il cinema era vicino a casa, in zona moderatamente parcheggiabile, distante da centri commerciali schiamazzanti o luoghi di coatto divertimento. Naturalmente, durante il tragitto da casa al cinema, sono stato fatto oggetto di mille raccomandazioni su come dovessi comportarmi bene, non inveire contro i vicini molesti, non strapazzare troppo gli inevitabili personaggi che si sarebbero frapposti tra gli occhi e lo schermo, non cercare febbrilmente il telecomando per adeguare il volume alle mie naturali esigenze di ascolto e altri consigli che mi imbarazzerebbe riferire.

Entrando in sala con circospezione noto che questa è già abbastanza piena ma non faccio caso alle persone perché sono distratto da una voce femminile che proviene dal fondo della platea e che racconta agli astanti alcune note storiche relative al film, in accordo con il fatto che, trattandosi di un cinema d’essai, non ci può essere proiezione senza che qualcuno ti spieghi cosa stai per vedere e, al termine, ti racconti cosa hai appena visto.

Fortunatamente, il prologo dura il tempo di trovare il posto giusto, studiando le strane geometrie ottiche che consentono allo sguardo di passare attraverso innumerevoli file di poltrone popolate da teste in movimento. Mi trattengo dall’uccidere due signore entrate a luci spente e tatticamente venute a sedersi davanti a me e preferisco optare per il piano B, sicuramente più legale e spostarmi di alcuni posti alla mia sinistra. Mi ritrovo quindi solo e al di fuori del controllo della gentile metà.

Nulla da dire sul film, era esattamente come me lo ero immaginato: da gustare dall’inizio alla fine. La cosa interessante però, avviene in occasione dell’intervallo; questo viene annunciato dalla proditoria interruzione del film, a metà di una scena, come se, improvvisamente, fosse mancata la corrente. Infatti, per qualche istante, tutta la sala resta in un buio impenetrabile, rotto forse da qualche segno di disagio dei presenti.

All’improvviso le luci, festanti e invadenti squarciano le tenebre e la voce della signora che ha introdotto lo spettacolo invita i presenti a gradire tè, pasticcini e altre spicciole golosità poste nel simpatico buffet in fondo alla platea. E’ in quel momento che scorgo una massa di personne agée dirigersi con urgenza negli occhi verso due distinte direzioni: il buffet e il bagno.

Guardarsi intorno e domandarsi “cosa ci faccio qui” è un attimo ma resto stoicamente al mio posto presidiando il fortino e dicendo a me stesso: “Non mi avranno!” (ancora per un po’).

 

Ma…

Ma

Ma…allora…

– Ma…allora è questo che pensi!

Appena sentita la frase ho capito di essere nei guai. Ci sono molti modi per rispondere o fuggire via. Quello che ultimamente mi è venuto meglio è dire:

– A volte si ma non ora.

Lei, aspettandosi una negazione, di fronte a questa parziale ammissione va in crisi e dallo sguardo confuso capisci che i suoi neuroni stanno discutendo animatamente.

Tu, naturalmente, eviti di installare sul viso un’aria angelica ma mantieni un profilo neutro come se ti avesse chiesto la brocca dell’acqua.

Poi però lei riprende il controllo di sé, si accorge della parziale ammissione (di colpa) e ribatte:

– Ma…allora questa cosa l’hai già pensata!

A questo punto, mai e poi mai chiedere “Ma cosa”. Sarebbe una disfatta. La mossa che mi ha dato notevoli soddisfazioni è rispondere:

– Si, non ricordi che eravamo entrambi d’accordo?

Bene. Dopo questa frase passeranno almeno due minuti di stordimento in cui lei inizierà a domandarsi di cosa stiamo parlando. Ma non può chiederlo senza rivelare che in realtà stava solo pensando che io pensassi, seguendo la regola aurea che dice: “Tutto quello che penso che pensi potrà essere usato contro di te”.

Dopo i due minuti è ragionevole immaginare che:

–          Non dica più nulla andandosene. (con aria altera)

–          Insista per dire che avevo frainteso quello che voleva dire. (ficcandosi nel ginepraio)

–          Concluda che “Tanto hai sempre ragione tu”, cercando di solleticare i miei sensi di colpa che sono notoriamente sempre in vacanza e neanche si accorgono della cosa.

La guerra continua.

P.s.      La formula introduttiva “Ma…allora”, comprensiva di pausa ad effetto, serve per dare uno spessore intellettuale al ragionamento, un modo per dire: “ci ho pensato (a lungo) e ho dedotto che:”. Un metodo, quindi, per collegare logicamente due fatti completamente slegati tra loro che neanche si conoscono, come fossero figli di sangue l’uno dell’altro. Questa sola locuzione riesce a infondere il senso di giustizia e ineluttabilità a tutto ciò che si sta per dire.

E’ una frase che ricorda la rucola di Aldo, Giovanni e Giacomo: infida e bastarda.

 

Dialoghi

Dialogo

Lei: “…….”

Lui: Nei tre puntini vedo sintetizzato un discorso del genere: Caro Tobia, noto con disappunto che queste tecnologie cui abbiamo vincolato l’anima, nel momento del bisogno “ci mollano” senza ritegno. La bieca tecnica non sa apprezzare un gustoso e sapido scambio di idee e, col suo fare nefasto, tarpa le ali di un dialogo che altrimenti potrebbe decollare libero.

Potenza evocativa dei puntini…

Lei: “.!….   ….. ..”

Lui: Noto che il primo puntino e’ lo stesso dei precedenti ma, si sa, è sempre la formula interlocutoria e di cortesia con cui si introduce un discorso. Qui la cosa si fa più complicata e personale, ma penso, con il dovuto tatto, di poterti rispondere. No, non ti preoccupare, non hai urtato la mia suscettibilità ponendomi una domanda così intima, però non me la sarei aspettata dopo una così breve conoscenza. Superato il primo sconcerto, mi sono detto che siamo abbastanza grandi per affrontare la cosa e tu sarai sicuramente in grado di valutare la portata delle mie parole. Ebbene si: Non mi piace il formaggio.

Lei: “!…., .. … . …..!”

Lui: Dopo aver raggiunto una simile intimità poche cose possono ormai stupirci, si tratta di una strada tutta in lieve discesa, dove le reciproche storie di vita diventano bruscolini se confrontate con il triste fatto che a un Topo non piace il formaggio.

Le lettere maiuscole qui si impongono perché si travalica il singolo episodio e viene coinvolto l’archetipo del Topo con annesse abitudini alimentari.

In letteratura esistono precedenti analoghi che però sono stati fatti passare in secondo piano per non traumatizzare i lettori e poi, mi domando: Quale gatta vorrebbe giocare con un topo affetto da una siffatta menomazione?

Lei: “………!”

Lui: Ecco, non pensavo a questo punto di vista. In effetti, se le cose stanno come mi stai dicendo, tutta la questione alimentare si ridimensiona. Ciò denota nella Gatta una capacità di comprensione inusitata e di fronte ad un tale comportamento, il Topo resta affascinato. Non sa ora se fuggire o restare, gli sembra che i soliti squittii di circostanza non rendano merito all’importanza del momento. Ebbene si, il Topo potrebbe anche prendere in considerazione l’offerta della Gatta anche se questo andasse contro tutto il suo buon senso da roditore. Però ormai il tarlo si è installato e ha cominciato a rodere…

Lei: “…..; …..,…..!”

Lui: Ritengo, suppongo, penso, sostengo, ribadisco, stigmatizzo, affermo, immagino, spero….si. Dico.

Lei: “?”

Lui: Ritengo (di si) Suppongo (che possa essere vero), Penso (oddio e se non lo fosse?), Ribadisco (ma certo che è così), Stigmatizzo (stizzito che non transigo sulle verità transitorie), Affermo (che la realtà si manifesterà da sola a chi vorrà vederla), Immagino (che dopo questo la Gatta rivedrà le proprie idee sul Topo), Spero (che invece il gioco continui)… si. Dico (mi piace giocare con te).

P.S. Ok, mi hai preso, questa volta hai vinto tu, ma se invece di tenermi in bocca mi lasciassi andare, riusciresti anche a rispondermi senza dover mugolare!

E fu sera e fu mattina

E fu sera e fu mattina. Le cose avvengono solo di giorno e la notte la creazione si prende una pausa, salvo chi le pensa di notte per poi farle di giorno e interferire con i piani di dio che intanto era arrivato fresco fresco al secondo giorno dopo la faticaccia di aver fatto tutto al buio senza pensare di collegarsi all’Enel. Come spesso accade, mi trovavo da quelle parti a controllare i lavori e tutto quel tempo sprecato mi pareva un peccato. Lo dissi a dio, che non aveva ancora inventato la colpa e quindi non sapeva cosa fosse il peccato. Glielo dissi e al terzo giorno si illuminò dicendo “Fiat lux”. Si levò un coro di “già detto ieriiiii eri eri eri…” con tanto di eco. Non volevo infierire ma quella cosa del buio lasciato a se stesso mi tormentava e a nulla sono valse le parole di dio “vai in pace”. Io lo sapevo che non ci si doveva fidare di uno che parla in questo modo. Non aveva ancora inventato la guerra e già parlava di pace. Ma si può?

Comunque, avevo ragione io. La notte, lasciata allo sbando, generò il Male e ci fu poco da dire a dio “te lo avevo detto”. Se le cose si fanno a metà poi non ci si può lamentare che altri si prendano i propri spazi, soprattutto se inventi prima il libero arbitrio e poi i comandamenti. Si avverte un vuoto di potere e le persone intraprendenti se ne approfittano. Però è vero, non c’è più il dio di una volta e ora il mondo si fa in sette giorni, come se dio avesse detto: “ragazzi prendo ferie e mi faccio un mondo”, giusto così, per parlarne al ritorno con i colleghi. Ora ci troviamo con un’infinità di mondi low-cost e pochi buchi neri per fare pulizia.

E fu sera e fu mattina. Questa frase gli è venuta da dio e ce la dobbiamo tenere. Anche se, a pensarci bene, non ho ancora trovato un modo di dire che renda meglio il passare del tempo. Evidentemente anche lui qualcosa di buono l’ha fatta. Però, creare me dopo aver creato lui non mi convince ancora bene del tutto. Dice che ha voluto fare delle prove prima di concentrarsi sul modello giusto ma a questa cosa mica ci credo. Se sei dio non hai bisogno di fare prove, tu devi sapere già quello che vuoi, altrimenti casca l’asino e non sei dio.

E se, alla fine, visti i risultati, non fosse stato un dio a creare tutto quanto ma un qualsiasi specialista di mondi in pausa pranzo o un pensionato durante una partitella al dopolavoro ferroviario? Molte cose si spiegherebbero, anche il mio continuo delirare in questo modo.

Parlo troppo

Parlo troppoLa sera è intrigante tra una goccia e l’altra, poco traffico, qualche passante,
ci vorrebbe una musica giusta per accompagnare la guida attraverso il centro
al ritmo dei semafori lampeggianti,
sottolineata dai lampioni spenti, in angoli appartati,
ombrelli un po’ aperti e un po’ chiusi.
L’intimità dell’auto mi ripara dal silenzio esterno,
solo i pensieri rimbalzano all’interno tra i vetri.
Il respiro tranquillo dell’attesa ai semafori e le buche onnipresenti:
mi sconquasso e mi rilasso in una sequenza senza fine;
l’attesa, poi, ispira le parole in libertà,
frasi senza senso ma belle da dire perché non seguono regole.
Lilian, parlo troppo.
Lo so che ci sei li dietro nell’ombra da qualche parte,
lo sento da un pensiero espresso un po’ più forte;
gli altri pensieri si sono girati tutti per redarguire quel pensierino fuori dal coro.
I pensieri ordinati si stupiscono sempre dei pensieri arruffati,
forse ne sono gelosi.
Ma i pensieri che urlano fuori dal coro nascondono una voglia,
una bellezza nell’essere ideati ed espressi,
una realtà diversa e forse più interessante;
quei pensieri un po’ stonati diventeranno un giorno il ricordo dei momenti più belli
e l’intercalare “Lilian, parlo troppo” diventa parte dello sproloquio
e se ne sentirebbe la mancanza se non venisse fuori spontaneamente.
Lilian mi direbbe che sono matto
ma tu non glielo dire, che resti tra noi,
questo momento intimo riguarda solo noi due.
E ti sento respirare li dietro,
forse un sospiro che segue il pensiero stridente,
è il cuore che vuole parlare
e per non battere troppo forte chiede aiuto a chi sa far rumore, la bocca, i pensieri.
La sera e’ fatta apposta per le parole strane
questo è il regno del non senso rincorrendo il sentimento
questo è il regno della parola
questo è il sogno che ci lega
anche il silenzio alla fine è carico di messaggi rumorosi:
la pausa,
il senso,
Lilian, parlo troppo.
Ma ti parlo
e tu mi ascolti, e non riesci più a tirarmi giù, ti sollevo
sei leggera, vieni su bene sulle nuvole;
sì, è facile tirarti su, sei leggera come un sogno.
E’ curioso come le parole escano a ruota libera
così, sul momento, senza pensarle.
Non spaventarti, è una cosa bella se condivisa con te
Scopro le cose del cuore e penso a Bacci che si definisce “analfabeta dei sentimenti”,
non nel senso che non li provi,
ma perché ne è sopraffatto e non sa reagire nel modo giusto.
Ma forse anche questo è sbagliato perché non c’é un modo giusto,
ci deve essere solo un modo naturale, istintivo e spontaneo
che solo dopo scopri
e quando succede rimani senza parole per l’armonia che si e’ creata.
La risposta giusta non è quella che hai pensato ma quella che hai detto,
il gesto è quello che hai fatto e non immaginato,
nei sentimenti regna il mondo Zen,
il fascino dei Limerick irlandesi.
Lilian, parlo troppo e ti penso.

 

Il temporale

favola. il temporale

Il temporale non sapeva di essere un temporale. Per lui il tempo normale era quello, non immaginava che potesse esserci qualcosa di diverso oltre al vento, la pioggia e l’umidità.

Fin da piccolo, quando era una giovane perturbazione di collina, era abituato a soffiare e spostarsi seguendo il vento nelle sue infinite peregrinazioni; a volte tornava più e più volte a bagnare le stesse terre come se non avesse fatto bene il proprio lavoro la prima volta e da queste ripetizioni imparava e cresceva prendendo sicurezza nelle proprie capacità.

Un giorno scoprì il tuono e si spaventò; per parecchio tempo si limitò a fornire una semplice pioggerellina per paura che si ripetesse quella roboante esperienza ma il vento, che la sa lunga, gli spiegò che per diventare grandi occorreva superare la Prova del Tuono.

Lui non voleva, piccolo come era. La sola idea lo sconquassava fin nelle nuvolette più piccole strizzandole di lacrime.

Poi venne un pomeriggio d’estate. Tutto era pace e frinire di cicale, il rumore del silenzio era assordante, il caldo lo alimentava e lo faceva crescere come mai gli era capitato fino a quel momento.

Il vento amico capì che era arrivato il momento giusto e iniziò a soffiare gentilmente ma con fermezza un’aria fresca fresca proprio nel mezzo dei grandi cumuli bianchi, rendendoli a poco a poco grigi come i vecchi lupi.

I cumuli si guardarono l’un l’altro sorpresi per questa trasformazione e capirono di essere diventati grandi; era arrivato i momento che capita sempre nella vita di un piccolo temporale e il grigio si trasformò in nero in un lampo e il lampo in tuono e il tuono in un susseguirsi di rimbombi pervadendo la campagna.

Il temporale non ebbe il tempo di spaventarsi. All’inizio si tappò le orecchie con un batuffolo di nuvola ma poi prese gusto a tutto quell’inebriante fragore pensando: “sono io che faccio tutto questo!”

E poi un momento di silenzio, ma solo un attimo, in cui tutto si fermò. Poi fu la pioggia che divenne protagonista alleggerendo le fatiche delle nuvole squassate dal vento e furono le risate sincere di un giovane temporale che salutarono l’arrivo dell’arcobaleno, come un premio per essere stato bravo.

Sogno impossibile

Era un sogno come tanti, con poche aspettative di essere ricordato; lui lo sapeva e se ne crucciava pensando a come sarebbe stato più intrigante entrare di soppiatto nella mente delle persone, nel momento in cui sono più vulnerabili e scorrazzare tra le idee instillando una sensazione qua, un pensiero là fino a creare un turbine che sarebbe poi diventato Il Sogno.

Nonostante i propri sforzi non capiva il motivo dei propri insuccessi; si sarebbe anche accontentato di partecipare allo show “Incubo per una notte” pur di provare la frizzante esperienza della fama e godere del brivido provocato invece no, i suoi ospiti, dopo la visita, si svegliavano con aria annoiata, per nulla influenzati dal suo lavoro notturno.

Le aveva provate tutte, era persino andato da un suo amico sogno, un analista di scuola freudiana estremamente competente in materia, che gli aveva detto di diffidare degli umani: questi scambiano i propri pensieri per sogni ma, in realtà, sono solo i loro ricordi scombinati che, la notte, scorrazzano liberi nella mente.

L’amico analista gli aveva dato, come ultima risorsa o, forse, per liberarsi un seccatore, un libretto che riportava un elenco dei sogni celebri, corredati da una semplice descrizione. “Come sarebbe bello se anche io fossi compreso in un elenco simile!”, si trovò a pensare. Invece, se proprio vogliamo, faccio parte dell’elenco dei sogni non ricordati.

Ma se, sognando un po’, esistesse un elenco dei sogni, io ne farei parte o no? Se mentre sogno immagino l’elenco dei sogni, al termine dell’opera il sogno nel quale l’ho concepita non sarebbe  compreso e quindi non avrei realizzato l’elenco di tutti i sogni. Esisterebbe quindi un sogno dei sogni che non contengono se stessi.

Decise allora di sottoporre il problema al suo ospite della sera, una tranquilla signora dall’aria gentile che, intorno alla mezzanotte decise che era arrivato il momento di spegnere il giorno.

La notte passò, forse solo perché il tempo non si accorge di noi ma, il giorno dopo, negli occhi della signora si potevano scorgere i segni di un tormento e nella mente un pensiero incalzante.

Finalmente il Sogno aveva trovato il giusto posto nell’Elenco sognato.