Sultans of Swing

Padre Mariano tornò all’altare per ripulire il piattino per le ostie e il calice. Usava sempre un fazzoletto grande, bianco candido, con le cifre ricamate del collegio del Sacro Cuore. Quella volta però aveva notato una piccolissima macchia rossa su un lembo, una goccia di sangue forse, e per questo ispezionò con cura le dita, trovando giusto sull’indice destro un piccolo lembo di cute sollevato e ancora sporco.
Sull’altare, il foglio giallo con il nome gli sembrò il giusto indiziato al piccolo incidente e questo tranquillizzò non poco la sua mente razionale: la causa e l’effetto davanti ai suoi occhi rivelavano la perfetta coerenza del suo mondo; poteva continuare tranquillo con il rito, confidando che tutto sarebbe andato in perfetto ordine.
Alzò quindi gli occhi verso la navata semi deserta: sui due primi banchi alcune facce scure osservavano i suoi movimenti, che indugiavano ancora per far sì che l’intera platea si preparasse al finale.
Io, in un piccolo cappotto verde scuro, scrutavo la scena che per me era piuttosto nuova. Dovevo essere il piccolo Mattia, si era detto padre Mariano, che non sapeva cosa lo avesse colpito della mia figura minuta: a ben ricordare forse proprio il fatto che fossi l’unico bambino presente. In realtà padre Mariano era stato colpito da qualcosa che gli ricordava uno sguardo visto tanti anni prima in uno specchio. L’aveva registrato quando mi aveva visto entrare mano nella mano con colei che doveva essere mia madre.
Ricordo solo che mi ero accorto subito di quella cosa poggiata al feretro e allora non avevo staccato più gli occhi dalla scena. Imbambolato completamente accanto a mia madre, in quella enorme chiesa semivuota.
Padre Mariano trovò che il tempo per meditare in silenzio fosse stato sufficiente, si alzò e tornò ad avvicinarsi all’altare. Lesse il nome ancora una volta sul foglio giallo, per non dimenticarlo all’ultimo secondo e fece segno di sedere. Tutti lo seguirono, tranne me, che rimasi fermo a guardare il feretro e la chitarra appoggiata accanto.
Sì, padre Mariano aveva intuito che quello sguardo era come il suo quando, tornato dall’oratorio, in un giorno piovoso di febbraio, si era guardato allo specchio dell’ingresso. Quella era la luce della voglia di futuro declamata in un qualche modo diverso dalla norma. Suo padre allora lo aveva visto osservarsi così da vicino e gli aveva urlato qualcosa che però non era più riuscito a ricordare. Ma quella era un’altra storia ed era tempo di pensare al rito.
«Carissimi, prima di prepararci alla benedizione, volevo invitare all’altare chi voglia dire due parole in ricordo del nostro caro Mattia», disse soddisfatto di non aver dimenticato il nome.
Padre Mariano non aveva mai amato quegli elogi funebri che ormai erano tanto di moda, ma si rendeva conto che anche quello era lo specchio dei tempi. Osservò lo schermo alla sua destra per capire se dovesse dare la parola a qualcuno in collegamento. Mentre scrutava le singole miniature per scovare la mano alzata, un’ombra tra i presenti in chiesa venne avanti, salì i tre gradini e gli si fece da presso. Sottovoce spiegò qualcosa che provocò un leggero corrugarsi stupito sulla fronte del sacerdote. Poi l’ombra digitò qualcosa sullo schermo accanto al candelabro e attese alcuni attimi prima di tornare al suo posto accanto a mia madre. I due si scambiarono un sguardo d’intesa.
Sullo schermo grande davanti al leggìo comparve il logo di Arcadia. Padre Mariano pensò che davvero il mondo era cambiato da quel pomeriggio famoso in oratorio. Allora si era seduto a guardare il giovane parroco celebrar messa e mai si sarebbe aspettato di vedere accanto a un altare apparire il marchio di un social network. Lui da bambino si era sentito dire spesso che le vie del Signore sono multiformi e imprevedibili. Che anche i social fossero entrati nel suo imperscrutabile progetto alla fine poteva starci.
Per un lungo interminabile minuto il logo 3D ondeggiò sullo schermo nero, poi un volto apparve facendo trasalire tutti tranne me, che concentrai in quell’istante la mia attenzione sul viso amico.
«Buona sera cari», disse l’uomo dello schermo con un accenno di sorriso, «no, non preoccupatevi non sono un fantasma. Mia figlia Silvia è l’artefice di tutto ciò.»
Tutti in chiesa e da casa posero l’attenzione sulla donna che rimase in silenzio con lo sguardo perso chissà dove.
«Silvia è l’erede del profilo del defunto Mattia Fabbri. E ha dato l’autorizzazione per attivare la beta di Ethernal. Poteva farlo. Lo ha fatto.»
L’uomo del video prese un attimo di pausa dando l’impressione di osservare la platea. Padre Mariano guardava invece perplesso l’immagine sullo schermo dell’altare. Pensò che no, quella frase di suo padre continuava a non ricordarla e che quello che stava ammirando nello specchio quella sera era molto diverso da ciò che la sua vita gli aveva riservato. Non che fosse scontento della sua scelta sia chiaro, ma alla fine quello che era rimasto di quello sguardo era un anziano prete che dispensava sacramenti su richiesta. Oramai solo nella sua piccola casa, da quella dannata sera di due anni prima. Pensò a Sara e alla sua bara chiara in quella enorme chiesa semideserta. La voce dal monitor continuò.
«Eccomi qua quindi, sono il primo rendering prodotto da Ethernal, ma ancora il sistema è in elaborazione. Come vi sembrò. Mi somiglio abbastanza? Le funzioni base saranno realmente disponibili tra una settimana e questo significa che presto potremo tornare in contatto. Stasera volevo solo salutarvi con i pochi dati elaborati che ho.»
Io, durante il nuovo momento di silenzio tornai a fissare la chitarra bianca adagiata sul legno lucido della bara. Aveva il corpo rovinato e il battipenna nero rigato.
«Volevo dirvi che anche se la mia vita terrena è terminata, non penso di avere rimpianti. E no. Quello che ho visto mi è servito fino all’ultimo respiro per scrivere storie. Per inventare mondi e suoni soprattutto. E questo è un privilegio, c’è gente che chiude gli occhi senza avere mai visto il mondo. Io invece ne ho visti infiniti di mondi. Tutti quelli che sono riuscito a inventare. Ecco questo volevo dirvi, perché magari oggi vi state chiedendo che cosa ricorderete di me e in quanto tempo questi ricordi si ridurranno a nebbia sottile. Accade a tutti, anche a me è accaduto. Per esempio in questo momento io non ricordo quasi nulla», rise, «ma vedete, tra una settimana avrò un bel database dove ci sarete tutti o quasi tutti. E allora forse ricomincerò a raccontarvi le storie che vi sareste dimenticati.»
Padre Mariano pensò che gli sarebbe piaciuto avere in quell’aggeggio una replica di suo padre, anche solo per chiedergli cosa gli avesse urlato quella sera. Forse se l’avesse ascoltato, adesso sarebbe in un pub a bere una birra, appena tornato dal lavoro, con un amico. Si sarebbero fermati a guardare il notiziario, mentre parlavano dei funerali del leader degli Egon, Mattia Fabbri, e avrebbero ricordato insieme i tempi dell’università quando andavano ai concerti e Sara gli stringeva la mano fortissimo perché aveva paura di perdersi. Sì, in quel momento più che a suo padre pensò a Sara e una piccola lacrima scivolò sul volto e si infranse sul telo bianco ricamato dell’altare, disegnando un piccolo alone.
Per qualche secondo la trasmissione dell’uomo sembrò essere terminata. Il logo 3D di Arcadia riprese a muoversi sullo schermo. Poi il volto di Mattia Fabbri tornò a mostrarsi. Un aggiornamento al database pensò Silvia osservando per la prima volta le facce sconvolte attorno a lei. Tutte quante tranne la mia: io con lo stesso nome del nonno e un profilo tagliente come quello di mia madre Silvia. Lo sguardo sereno di chi ancora non aveva una idea così netta della vita e della morte e che non distingueva l’immagine artificiale dello schermo da quella presunta reale delle tante videochat degli ultimi mesi.
«A proposito», disse il defunto, «volevo raccontarvi una storia che non ho mai rivelato a nessuno. La storia di quella chitarra lì», fece un cenno con il capo verso il feretro.
Silvia rimase un attimo perplessa. Un errore pensò, un neo, sulla simulazione davvero precisa dei pensieri di suo padre. Per un attimo si trovò confusa tra la bara dentro la quale aveva visto sparire il corpo del padre e il monitor con la sua immagine, che ora continuava a rivolgersi a loro per un saluto che non era un commiato, ma un benvenuto alla e dalla sua nuova forma.
«In tanti negli anni mi hanno chiesto come avessi iniziato la mia carriera. Quale fosse stata la scintilla. In fondo vengo da una famiglia di accademici. Nessun musicista, ma nemmeno un artista. Tutti uomini di scienza. Rigidi tecnocrati.
Ero poco più che bambino. Una sera che pioveva a dirotto, con mio padre, stavamo tornando a casa. Rischiavamo di inzupparci per bene, perché tutta quell’acqua io poi non l’ho più vista venire giù. L’unico posto in quella via dove ripararsi era un pub di quelli semibui, dove la gente provava a dimenticare le sue giornate riempendosi di alcol e ascoltando quattro disperati che provavano a suonare vecchia musica degli anni 80. Non ne ricordo nemmeno il nome scritto sull’insegna. Mio padre ordinò una birra e una coca per me e provò ad asciugarmi il volto e la testa con il suo fazzoletto. Ascoltammo per un’ora la band suonare, tra l’indifferenza degli altri avventori che li ignorarono anche quando finito tutto presero a smontare l’attrezzatura sul palco. Una cosa allora mi colpì: il chitarrista aveva chiuso il concerto con una foga e una felicità negli occhi che non si addicevano a quella mancanza di attenzione generale. Chiesi a mio padre se potevo avvicinarmi. Me lo concesse. Il chitarrista stava mettendo via i pedali degli effetti e mi ringraziò per essere passato a salutarlo. Disse che quella sera aveva avuto un successo enorme proprio perché io ero andato lì a dirgli che mi era piaciuto il concerto. Cristo, tutto un locale se ne era fregato di lui e della sua musica e quello diceva a me, che ero un soldo di cacio bagnato come un pulcino, che quella era stata una serata storica. Non capivo, ma lui disse di avvicinarmi e quasi come una confidenza, mi rivelò che secondo lui l’unica cosa che rimane di noi dopo la morte sono i ricordi che lasciamo agli altri. E così quello per lui era un grande giorno, perché sarebbe vissuto ancora nei miei ricordi. E vista la mia giovane età, ne avrebbe avuta tanta di vita. Disse proprio questo, che lui suonava perché non voleva morire e non conosceva metodo migliore. Poi disse, vieni. Da dietro un Marshall prese una borsa con una chitarra dentro. Disse, questa qui è la mia prima chitarra. Me la regalò un tizio importante che non puoi avere neanche sentito e che scrisse un pezzo fantastico. Uno di quelli che abbiamo suonato oggi, Sultans of swing. Una storia vecchia che ricordo ancora. Ho imparato su questa chitarra, sai? Ma ormai non la uso quasi più. La porto sempre con me solo come portafortuna, per ricordarmi del tizio e mantenerlo in vita. Prendila disse, facci vivere tu per sempre. Rideva, come se fosse davvero il giorno più felice della sua vita.»
Guardai la chitarra bianca accanto alla bara e strinsi la mano fredda di mia madre.
«Mattia?», fece il defunto, «avvicinati un attimo, Mattia.»
Io domandai con uno sguardo a mia madre se davvero potessi. Lei fece segno di sì.
«Peccato che non abbiano previsto la webcam, non posso vederti ancora, ma capisco che sei vicino.»
Con una mano feci come per accarezzare quella immagine.
«Sono qui accanto nonno», dissi con un filo di voce.
«La chitarra è quella lì, Mattia. Una Stratocaster bianca e rovinata dalle tante vite di gente che non aveva voglia di morire e allora su quelle corde ha lasciato incisa la sua anima, perché suonasse ancora. Così quando ieri sera è arrivata la mia bara dal Canada e mi hai chiesto se potevi tenerla tu per imparare a suonare, be’ ho pensato che era il più bel giorno della mia vita. Strano vero? Uno sta lì nella sua bara e di colpo si rende conto che è il momento giusto per sentirsi davvero felice. Corri Mattia, prendila, è tua. Facci suonare per sempre.»
Timidamente mi avvicinai allo strumento alto quasi quanto me. Lo adagiai nella sua logora custodia e con una certa buffa fatica lo trascinai al banco dove attendeva mia madre.
«Ragazzi, ora penso sia meglio che vi sbarazziate in fretta di quello che rimane di me», disse il defunto con una smorfia sarcastica indicando la bara, «mi pare che avevo chiesto di bruciare tutto, giusto? Vi voglio bene e mi raccomando, teniamoci in contatto.» Rise di gusto. Poi il logo 3D di Arcadia torno a muoversi sullo schermo nel silenzio generale.

Padre Mariano notò che il nodo in gola avrebbe richiesto almeno un sorso d’acqua, gesto atipico in un funerale che si rispetti. Avrebbe provveduto dopo, quando tutto sarebbe stato finito. Per settimane poi provò ancora a ricordare la frase in quella scena dello specchio, ma invano finché una domenica, in un rigattiere vicino la parrocchia, vide in un angolo uno specchio uguale. Per curiosità entrò dentro e proprio davanti a quel vecchio oggetto rovinato dal tempo sentì rimbombare quelle parole: “a forza di guardarti allo specchio diventerai una vecchia checca o un fottuto sagrestano.” Lui era diventato un sacerdote e aveva amato tanto una sola donna. La stessa che fino a due anni prima era stata con lui e lo aveva accompagnato nella sua vita. Solo allora ricordò quel recente messaggio nella posta. Tornato a casa con qualche esitazione rispose con le sue credenziali. Poi spense il pc e provò a immaginare cosa avrebbe detto Sara al loro primo incontro.
Mia madre ha scritto più volte allo staff di Arcadia. Avrebbe voluto avere le fonti del racconto della chitarra. Mio nonno l’aveva confidato solo a lei una sera e le aveva sempre raccomandato di non rivelarlo. Non aveva mai capito cosa ci fosse di così segreto in quella storia, ma almeno voleva capire chi aveva violato quel suo volere. Le hanno risposto sempre che non c’è un dato congruente con il racconto. Pare che stiano osservando comportamenti analoghi in altri profili. Come se l’algoritmo permettesse di costruire ricordi non compresi nella base dati o forse non direttamente leggibili a una mente umana.
Come so tutte queste cose su di loro? No, non mi hanno parlato di questo in vita. Ma, diciamo così, non ci siamo mai persi di vista da quando sono su Ethernal. Qui dentro siamo tutti molto più loquaci e accadono cose che neanche lo staff ci sa spiegare.
Da allora ho cambiato tante chitarre e suonato in tante band, ma non ho ancora trovato nessuno a cui regalare la Stratocaster di mio nonno. Ci vediamo spesso con lui e tante volte si è connesso ai miei concerti. Una sera mi ha pure chiesto perché non avessi mai suonato Sultans of swing. Ho risposto: “ho suonato spesso le tue canzoni nonno.” Lui ha sorriso e ha detto che prima o poi capiterà da sé.

SARÀ COMUNQUE NATALE

Fu un anno nefasto, fu l’anno della pandemia. Abbiategrasso si risvegliò con il sole e una leggera brezza che spazzava la coltre di nebbia che persisteva da qualche giorno. L’umidità entrava nelle ossa e le indolenziva, le strade erano bagnate da quelle goccioline che facevano brillare le piante. Il natale era ad un passo dallo svolgersi, ma la tristezza adombrava volti stanchi e carichi di occhiaie. Il virus si era insinuato con la disinvoltura dell’aria e nessuno se ne era accorto. In un mondo dominato dall’informatica, nessun antivirus era riuscito a proteggere la popolazione. La malattia aveva colpito le persone più anziane che di colpo avevano sentito la pesantezza dei polmoni e la solitudine della morte. In un mondo egoista e performante, il virus aveva colpito proprio là dove si cercavano i contatti, tanto che il governo aveva vietato gli assembramenti e soprattutto aveva obbligato i cittadini ad indossare mascherine protettive che la fantasia degli stilisti aveva trasformato in pezze colorate e stravaganti. Il paese aveva riscoperto la solitudine, ma soprattutto aveva sperimentato la solitudine della morte. Chi era più fragile, veniva trasportato in ospedale, quindi nelle sale di rianimazione e infine intubato in attesa  del miracolo o della morte solitaria. La compassione e la cura degli ultimi giorni si erano trasformate in angoscioso eremitaggio. La società che aveva messo tra parentesi la morte,  pagava ora i recessi  dell’isolamento. Anche i medici di base, quelli che da anni aspettavano i malati negli studi e rifiutavano le visite a domicilio, erano colpiti dalla violenza della malattia. Persino le messe erano sospese e quelle poche che venivano celebrate avevano gli ingressi contingentati. Una tragedia che sembrava non finire. Il commercio era paralizzato, le ambulanze fischiavano sinistramente e la paura aveva condotto qualcuno a lamentarsi e ad iniettare nella mente il tarlo del complotto. Ma dentro quella ripetitività, c’era qualcosa che sfuggiva; in strada da qualche giorno girava un tipo strano, vestito di nero, con un cappello rosso a tesa larga, la sciarpa gialla e le scarpe da fachiro. Girava in paese come se si sentisse a casa propria. Lo incrociavi dappertutto, a nord e a sud della città, di lato e dalla parte opposta. Molti lo guardavano con sospetto, ma tanti lo osservavano con curiosità. Capitava di rado da queste parti, un tipo così strano. Le donne più anziane si ritrovavano davanti ai negozi e ignari delle regole facevano adunata conversando sulla provenienza di quel tale. Gli uomini, soprattutto i pensionati, perché era comunque concesso recarsi ai luoghi di lavoro, facevano capolino davanti ai bar, e aspettando, al di fuori del locale, il caffè o più comunemente il vino in bicchieri di cartone che toglievano il gusto alla bevuta, un’ordinanza aveva infatti proibito gli ingressi nei bar, prendevano in giro l’abbigliamento atipico dello straniero. Ma qualcuno lo osservava con sospetto.

– Questo è un anno bastardo, non sia mai che quello porti altre brutte notizie.

Polizia municipale e sindaco tendevano ad ignorarlo, e i sacerdoti delle varie comunità non gli davano troppo peso, tutti tranne don Ariosto, che i più chiamavano Orlando furioso, perché dall’ambone lanciava invettive ai parrocchiani con il dito puntato e lo sguardo minaccioso. Don Ariosto aveva colto la preoccupazione nelle parole di qualcuno e si era deciso ad incontrarlo. “Se è un poco di buono, lo farò desistere dal misfatto. L’anima ha pur sempre uno sbocco alla bontà”, pensò appena lasciato il confessionale. Da qualche ora il tale percorreva avanti e indietro duecento metri di viale Mazzini, sostava davanti al civico 666 per qualche minuto, osservava la finestra del primo piano di quella palazzina disabitata. perché considerata funesta, o così sembrava ai più, e quindi riprendeva a percorrere la via, ora da una parte ora dall’altra. Questo ostinato persistere su quella strada aveva preoccupato i cittadini che non sapendo a chi rivolgersi, avevano interpellato don Ariosto che senza se e senza ma, un po’ come tutti i sacerdoti della bassa milanese, aveva indossato un giaccone strappato sulle tasche laterali, cosa normale, visto che il sacerdote non dava molto peso all’immagine, e i parrocchiani lo chiamavano anche “il prete povero”, e si era deciso ad affrontare lo straniero.

– Buongiorno signor… – don Ariosto lasciò la frase in sospeso in attesa che fosse l’altro a concluderla.

– Ambasciatore.

– E di quale nazione? – incalzò il prete.

– Dell’oltretomba.

Don Ariosto scoppiò in una fragorosa risata, gesto che rasserenò chi si era radunato intorno ai due, ma che infastidì lo straniero.

– Trovo insensato ridere su una questione così, così…

– Mortale – gli suggerì il don, prolungando la risata.

– Non credo di aver mai incrociato un sacerdote così stupido – replicò l’ambasciatore.

Don Ariosto concentrò lo sguardo sull’altro e gli occhi si avvicinarono così tanto che a qualcuno sembrò si fossero ridotti ad uno solo. La gente mormorò, anche perché si aspettava che il prete alzasse il dito e sentenziasse la scomunica, invece don Ariosto abbassò la voce e disse:

– Spesso la stupidità è il nome che diamo a chi rifiuta di darci ragione – poi aggiunse. – Come mai da qualche giorno frequenta le nostre strade?

– Le ho appena detto che sono ambasciatore. Ho un incarico che non posso ancora rivelare.

– Lo sa che potrei denunciarla ai carabinieri?

– E per quale motivo?

-Perché disturba la quiete pubblica – rispose don Ariosto.

– Mi limito ad andare avanti e indietro, non credo di disturbare qualcuno.

– E allora dichiari le sue motivazioni. – il prete cominciava a perdere la pazienza.

– Le ho appena detto che non è ancora il momento.

Il sacerdote abbassò la testa in segno di saluto e tornò in canonica, mentre la gente si sparpagliò, spaventata da quel dialogo abbastanza surreale. L’ambasciatore continuò a camminare avanti e indietro e ad ogni sosta fissava la finestra al primo piano.

Don Ariosto si rifugiò davanti al tabernacolo, in ginocchio, con le mani giuste in attesa di una risposta. Ogni volta che un pensiero gli girava per la testa, la sua preghiera, lì in ginocchio davanti alla fiammella rossa che mostrava la presenza di Cristo si faceva più pressante. Non aveva mai sentito voci dall’aldilà, che poi se stiamo a vedere non dista molto dall’aldiqua, e in fondo non si sentiva nemmeno come don Camillo, visto che davanti al Crocifisso si era inginocchiato poche volte e quasi sempre durante le funzioni che celebrava. Ma era certo che Dio sapesse suggerirgli la soluzione di molti pensieri. Sosteneva che l’assenza di Dio fosse solo un problema di ascolto e di distrazione.

Dopo qualche Padrenostro e qualche Avemaria, il suo zelo si soffermò sul numero civico di quel viale, su quel 666 scelto dall’ambasciatore. Fece il segno della croce e uscì di corsa dalla canonica.

L’ambasciatore era entrato nella palazzina di viale Mazzini e proprio dal primo piano faceva strani gesti e ripeteva a voce bassa sei semplici parole: “la pandemia è colpa di Dio”, e la cosa buffa è che quelle parole erano ripetute ad alta voce da tutti quelli che passavano lì sotto. Come se l’ambasciatore comunicasse per empatia. Don Ariosto arrivò di corsa.

– Maledetto ambasciatore! – gridò per farsi sentire da tutti i presenti. – Non sei l’ambasciatore dell’oltretomba, sei semplicemente un tarlo, un minuscolo tarlo che si nasconde per non mostrare la sua cattiveria. Verrà il giudizio di Dio!”

– Convertitevi! – gridò lo straniero scimmiottando le parole dette al tempo da uno degli ultimi papa.

Tra la gente, qualcuno scoppiò a ridere e cominciò ad inneggiare allo straniero, dando avvio all’illogicità del surreale, una situazione così complessa che tarlava la mente anche dei più sapienti. Fu una donna, forse sui novant’anni o forse più, che arrivò proprio sotto al balcone da dove predicava l’ambasciatore per dire due semplici parole: “memento mori”, cosa che spaventò lo straniero senza che i concittadini se ne accorgessero.

Don Ariosto prese l’acqua santa e cominciò a benedire quella palazzina, mentre molte più persone si accalcavano facendo cori per l’ambasciatore.

– Ma che fate! – gridò don Ariosto. – Ma non capite che vi sta ingannando? Abbiamo già perso troppi amici, volete perdere anche la vostra libertà?

– La libertà l’abbiamo già persa. Il governo ce l’ha rubata.

– Ma quella non è libertà – rispose il sacerdote. – La libertà vive di eroismi quotidiani, non di proclami. – Poi si rivolse all’ambasciatore – E tu piantala di insinuare pensieri depressi. Abbiamo bisogno di luce, non di ombre.

L’ambasciatore sogghignava. Vedeva il suo potere farsi sempre più invasivo. La luce spegnersi.

La vecchietta prese sotto braccio don Ariosto e se lo portò via.

– Non posso abbandonare il mio popolo. Siamo sotto natale, non può ancora vincere il male – disse il sacerdote facendo resistenza.

La novantenne ci mise un po’ più di forza e disse:

– Stia tranquillo, don Ariosto. Vedrà che sarà comunque natale. 

Passò un’ambulanza, un’altra ancora, Abbiategrasso fu invasa dal virus e la colpa ricadde su quegli assembramenti che si erano formati sotto la palazzina di viale Mazzini, ma questo accadde parecchi giorni dopo. 

di Stefano Re

IL DIARIO DI UNA COVIDDEPRESSA😉.

Photo by Matheus Bertelli on Pexels.com

E voi, come ve la passate?😅🤣🤣🤣 Io aspetto e confido nel 2021.

Vi mando un abbraccio grande, e vi auguro con tutto il 💚 di trascorrere delle BUONE FESTE!

☆☆☆

Ho letto da qualche parte che il Covid si può riprendere.

Beh, se mi viene dovrò fargli una bella ramanzina🤣.

☆☆☆

Proprio adesso che c’ho preso gusto a scrivere, vuoi vedere che il Covid me lo fa perdere?

☆☆☆

E pensare che con i Tampax credevo d’aver già visto tutto…

☆☆☆

Anch’io a marzo ho fatto tanti panini.

Poi li abbiamo colorati, per giocarci a bocce.

☆☆☆

Oggi avevo un appuntamento in banca. Io soffro davvero il freddo. Indossavo il cappello, un pesante maglione a collo alto, il giaccone col cappuccio, la sciarpa, i guanti e -ovviamente- la mascherina.

Il cassiere si è buttato a terra quando ho infilato una mano in tasca.

☆☆☆

Sono depressa, talmente depressa che l’unica cosa che riesco ancora a scrivere è l’autocertificazione.

☆☆☆

In libreria abbiamo avuto un Natale stressante. Oggi, finalmente, la mia collega ha sorriso. È stata un’emozione davvero intensa: gli elastici della sua mascherina si sono tirati un sacco, e le hanno allargato persino le orecchie!

☆☆☆

Ah, quanto mi mancano le serate in discoteca!

Ripensandoci…

Non mi capita di andare a ballare da almeno quindici anni. Ecco perché.

☆☆☆

La vecchia e la statua

Cari lettori, oggi vi propongo un racconto breve che inviai a un quotidiano locale per un concorso letterario. Il brano fu inserito in un’antologia.

LA VECCHIA E LA STATUA
Racconto breve di Elena Andreotti

La vecchia – così la chiamavano i custodi – si era recata presto al cimitero, come, d’altronde, faceva da quando era morto il suo povero marito. Passava dal cancello principale, salutando garbatamente i custodi, con un lieve sorriso. In qualsiasi stagione e con qualunque clima, sempre vestita molto modestamente e sempre rigorosamente in nero, vi si recava almeno una volta a settimana. Silenziosamente scivolava leggera lungo i viali di cipressi, assorta in chissà quali e quanti ricordi e, forse, rimpianti. Mite, faceva un cenno di saluto a chiunque incontrasse, come se fosse in passeggiata. Non che incontrasse molta gente, non andava mai di domenica o in giornate e orari affollati.
Le piaceva percorrere quei viali quando erano deserti, per gustare meglio la pace e il silenzio, che ai morti sono dovuti.
Passava, prima di tutto, davanti al cimitero monumentale perché le piacevano molto le tombe e le cappelle realizzate in modo artistico. Anche al suo povero marito piacevano
e ammirava particolarmente le statue poste sulle tombe o a guardia degli ingressi; non gli angeli piangenti o certe garguglie sugli stipiti, no, suo marito ammirava le statue
che rappresentavano atleti stanchi e aveva sempre dichiarato di volerne una simile sulla sua tomba.
La povera vecchia aveva fatto dei sacrifici per farla realizzare, per qualche anno aveva rinunciato al superfluo, ma era riuscita nell’intento. Aveva scelto una ditta che produceva arredi funerari, specializzata nella produzione di statue e se ne era fatta realizzare una su commissione, dando precise direttive in merito. La statua era stata installata a fianco della lapide in marmo sotto cui giacevano le spoglie mortali di suo marito che, ora, poteva riposare in pace.
Dopo tanto sacrificio, però, era giusto che anche lei ne godesse, motivo per cui adesso, quando si recava al cimitero, si portava sempre dietro una scatola di biscotti novellini e, seduta sulla panchina di fronte alla tomba, sgranocchiava un biscotto dopo l’altro
ammirando il bel giovane di pietra.

I’d rather go blind

Il ragazzo guarda la figura oltre il cancello e sente che quello che deve accadere accadrà. È inutile che provi a muoversi o a fuggire, la figura è là e nessuno può convincerla a desistere dalla sua caccia.
Fa freddo ora, ma il ragazzo sa che non importa quanto dovrà ancora battere i denti, raggomitolato nel suo angolo. Aspetta e basta, fermo, respirando quel tanto che serve per tenerlo vivo. È tutta qui la strategia: meno il suo corpo si manifesta, più la possibilità di farla franca è alta.
Eppure era cominciato bene il mattino. La solita routine di un giorno qualsiasi: la signora Patrewskij lo aveva incontrato nel vialetto e il suo piccolo sorriso l’aveva accompagnato, mentre carezzava con il palmo il corrimano.
«Buongiorno signora Patrewskij.»
«Buongiorno caro, vai di fretta?»
«Farò tardi a scuola se non mi sbrigo.»
«Se quando torni nel pomeriggio hai voglia di una bella tazza di cioccolata calda, io sono a casa.»
La cioccolata della signora Patrewskij è una vera porcheria. E la casa della signora Patrewskij è un incubo. Eppure qualcosa in quella bicocca lo attira. Qualcosa che non sa ancora adesso ben spiegarsi.
Tornando da scuola, aveva gettato una occhiata verso il cancello della casa della donna: il muro della villetta era davvero rovinato e suo padre aveva ragione a temere che prima o poi quella stamberga sarebbe crollata su se stessa. Aveva girato due volte la catena della bicicletta attorno al palo del lampione e con animo allegro era entrato in casa.
L’ombra ora si allunga e si accorcia rivelando i movimenti della figura, che non sembrano finalizzati a cercare qualcuno, quantomeno lui. Sembra che aspetti e basta. La notizia in sé è buona, non fosse per quel freddo che lo avvolge, per quel buio che lo asfissia. Dalla casa di tanto in tanto si sente il vocio di una trasmissione TV, una di quelle che la signora Patrewskij si ostina a vedere a volume altissimo. Stanno intervistando qualcuno che da poco ha scoperto di essere stato tradito dalla moglie. Deve essere qualcuno di famoso e ha una voce gracchiante e lamentosa. Ogni tanto un applauso spezza l’aria. A un tratto forse piange.
«Sei stanco?», aveva chiesto la signora Patrewskij, mentre versava la brodaglia scura nella tazza sbeccata. «Hai una faccia sciupata in questo periodo. Non starai covando qualcosa? Te ne vai in giro con quella bicicletta e adesso comincia a far freddo. Dovresti coprirti meglio.»
Parlando l’aveva toccato su un braccio e lui aveva sentito un brivido salire sulla schiena, come quelli che ora gli tenevano compagnia in quell’angolo, soprattutto ora che l’ombra si avvicina fino a sfiorare il buio che lo contiene.
Il ragazzo prova a misurare la distanza tra lui e il cancello della sua casa. Troppi metri e troppa luce per fuggire inosservato. E anche la casa della signora Patrewskij non sembra un buon posto dove rifugiarsi. Adesso sente anche la voce di un uomo, ma non dalla TV. Sembra qualcuno nella stanza che parla a tono moderato. Non si colgono le singole parole, solo un fondo basso, sul rumore della TV.
«Ancora un po’?», aveva chiesto la signora Patrewskij sporgendosi verso il bricco ancora fumante. Il ragazzo avrebbe voluto dire qualcosa, ma era rimasto fermo a guardare quel movimento. Non che ci fosse qualcosa di strano o perverso in quello, solo una sensazione che dal basso ventre lo aveva turbato, un gesto morbido che lo aveva appena sfiorato, visto che la signora Patrewskij amava sedersi proprio accanto a lui sul grande divano ecrù. E questo non era passato inosservato, perché rivoltasi al ragazzo aveva accolto con un leggero sorriso quello sguardo che la esplorava in ogni suo più intimo pensiero.
Da alcuni minuti l’ombra sembra essersi allontanata dalla casa. Il ragazzo, nel suo nascondiglio, guarda con timore anche dietro le sue spalle. Se la figura dovesse sospettare qualcosa potrebbe fare il giro della piccola costruzione e arrivargli dietro, ma anche questa via almeno per adesso sembra sgombra.
Il ragazzo trasale, quando un gatto fa crepitare le foglie sotto il grande albero al confine tra le due case. Dalla TV risate rispondono ai discorsi di un qualche comico. Battute becere che il ragazzo non sente in realtà, ma capisce che la dinamica è quella. La voce bassa si è chetata o affievolita sotto il rumore.
Dire perché è scappato via da quella casa in quel modo rovinoso è difficile, soprattutto per noi che lo conosciamo. La stessa signora Patrewskij non si capacita, e di ragazzi lei ne ha visti. Soprattutto in quell’età che dal nulla li realizza uomini. Aveva visto i suoi figli, che giusto quella sera dormivano dal padre. Ma questo il ragazzo lo ignora, perché per tutti la signora Patrewskij è la vedova e i figli solo dei bambini cattivi, affidati spesso alle cure del collegio. Si sono comportati male dicevano, che deve fare la povera vedova, sola com’è in quel tugurio; e tanti di noi bambini hanno masticato il terrore di questa colonia penale per discoli, incubo dei sogni notturni dopo innocenti malefatte.
Lei guarda spesso dalle sue finestre quel mondo, che preferisce piangerla vedova invece che divorziata, e sorride esattamente come ha fatto guardando i movimenti timidi delle mani del ragazzo.
Adesso è quasi mezz’ora che non si avverte alcun rumore all’esterno e anche la figura sembra avere abbandonato il campo di battaglia. La immagina così questa sera, una lotta tra il bene e il male. E a lui è riservato il male, s’intende, perché le sue mani hanno indugiato troppo. O troppo poco. Per questo la figura sta cacciando la sua anima. Ma fortuna che il ragazzo ha fiutato nell’aria il pericolo in tempo e che con un balzo deciso, proprio mentre le sue mani cercavano il calore del corpo di donna, è riuscito a mettersi al sicuro.
Il ragazzo trema e si chiede al sicuro da cosa? Perché in verità non sa da cosa sia fuggito. E soprattutto non sa perché la signora Patrewskij ogni sera davanti alla TV piange. Non lo sa nessuno in realtà, perché la signora Patrevskij appartiene a quella moltitudine che nella nebbia ha perso ogni necessità di vita. Così nella sua casa che cade a pezzi, lei accoglie spesso la figura nelle sue stanze. E solo quando è davvero notte può guardare i fantasmi diventare carne e sangue.
La signora Patrewskij la vede con la coda dell’occhio l’ombra del ragazzo fuggire verso casa, piccola nuvola opaca oltre il vetro. È bella la signora Patrewskij, molto. E forse questo nella vita l’ha danneggiata. Fosse stata insignificante come la sorella allora il marito non l’avrebbe lasciata alla prima ruga. Fosse stata grassa come la madre, non avrebbe dovuto pagare le ombre per placare la sua sete di vita. Perché lei è bella, ingombra ogni vita vissuta e gli uomini l’hanno sempre voluta e mai hanno lasciato che lei li avesse. Il marito, i figli a loro modo, il padre del ragazzo che dietro le tende ricamate con cura dalla moglie, si interroga su cosa avviene lì fuori e che non potrà fare domande per non rischiare di scoperchiare la tomba della sua vita felice.
La signora Patrewskij è bella e il ragazzo lo sa. È l’unica cosa che potrebbe spiegare quel brivido e quella fuga. Ma lui non la vuole avere, per questo è fuggito. Non sa neppure cosa significhi bella, ma non la vuole. Vuole invece che qualcuno abbia lui. Vuole affondare in un abbraccio diverso da quello della madre. Vuole essere almeno per poco di qualcuno. Vuole essere usato forse, non per diventare ombra come suo padre, che dietro le tende vede le vite degli altri disfarsi come la casa della signora Patrewskij. Usato e gettato in un angolo ad aspettare che un’ombra se lo porti via, verso l’età adulta.
La signora Patrewskij guarda le immagini della TV in sottofondo. Guarda tutto quel mondo di ombre che le gira intorno e pensa a quel bacio, a quell’abbraccio caldo. Guarda sempre, guarda tutto e pensa che sarebbe stato meglio, per una volta, essere ciechi.

Cartoline di Natale

Siccome in questi ultimi mesi non riesco a scrivere, se non di cose estremamente personali, vi lascio alcuni miei disegni digitali a tema invernale/natalizio, visto che Gian Paolo lascia la possibilità di esprimere la propria creatività anche in modi diversi dalla scrittura.

Con l’occasione auguro a tutti voi di poter trovare, nonostante il periodo così difficile, un momento di serenità e di tener stretta la speranza di un tempo migliore.

Buon Natale

Lucia Lorenzon, 9 dicembre 2020

Tutti i santi giorni

Guido rientrò in casa e depose le chiavi nella ciotola di ceramica colorata. Aveva evitato di accendere la luce dell’ingresso, ma la penombra era abbastanza per muoversi in quello spazio familiare.
Toni in cucina stava asciugando due piatti, lo vide entrare e fece un segno per dire “e allora?”
«Andata», disse guardandosi qualcosa di invisibile in una mano.
Toni rispose con un cenno minimo di ok e continuò a sfregare il piatto.
Respirarono in silenzio ancora un po’. Fermi nelle loro inerti posizioni.
Fu per primo Guido a turbare la stasi versandosi un bicchier d’acqua che non doveva aver alcuna voglia di bere. Lo fece solo perché non poteva star ancora fermo in quello spazio chiuso. Ne prese un sorso osservando con attenzione il disegno geometrico stampato sopra e imperlato di condensa. Poi lo lasciò sul ripiano ad attendere di essere vuotato nel lavabo.
Toni finito con le ultime stoviglie, si diresse al balconcino, posò le mani sulla ringhiera e guardò in direzione delle piante, a destra. Di tanto in tanto il lampione vicino faceva un piccolo lampo che ne preannunciava l’accensione. Qualche secondo ancora nell’ultimo chiarore lontano del giorno, oltre i palazzi di fronte. Poi la luce gialla si prese la scena, colorando un gatto maculato fermo lì sotto a leccarsi il pelo.
Toni sede’ sulla seggiola in vimini rovinato, s’aggiustò i lembi della vestaglina e poggiò la testa alla mano aperta. Chiuse gli occhi, per ascoltare le macchine transitare di sotto e sentire l’odore buono del basilico vicino.
Guido deluso dall’acqua si era dedicato all’ultima birra in frigo, armeggiando col manico di una forchetta per cavar via il tappo. Non trovava l’apribottiglia e non voleva disturbare i pensieri di Toni, solo che a quel giro anche lui sembrava incapace di articolare una qualsiasi azione costruttiva. Al terzo tentativo, con un certo dolore all’indice, c’era riuscito e in piedi accanto allo stipite della portafinestra provava a sorseggiare fingendosi interessato anche lui al suono delle auto.
«Dobbiamo prendere una pianta di basilico da Mimmo. Questa mi pare messa male.»
«Non è tempo», disse Toni senza neanche aprire gli occhi.
Guido prese un altro sorso e continuò a guardare fuori, «aspettiamo che torni allora.»
«Il tempo?»
«Sì. Il tempo.»
Si guardarono un attimo per scambiarsi una idea, un silenzio che parlava di una vita insieme, di notti insonni, compiti per le vacanze. Aerei.
«Mino», disse a un tratto Guido come a voler mandar giù un nodo in gola.
Toni aggrottò le ciglia, «cosa?»
«La pizzeria, si chiamava da Mino.»
«Ah!» sospirò appena Toni, «quella dove facevano quel gelato…»
«Nocciola.»
Sorrisero sbiaditi. Un uomo con una valigetta osservò dai due lati prima di attraversare all’incrocio. Già a quell’ora non c’era più nessuno in giro e l’asfalto suonava del suo scalpiccio. La birra era finita e Guido si rigirava la bottiglia vuota pensando che anche quella andava comprata la prossima volta al supermercato in fondo alla strada. A dire il vero iniziava a fare freschino, ma ancora per qualche settimana una birretta la sera l’avrebbe apprezzata.
Toni cambiò posizione sollevando la testa e fissando lo sguardo verso un punto lontano, uno preciso che nella sua mente doveva stare a nord. Non aveva importanza che questo fosse vero, serviva un riferimento cardinale al quale appendere un nome e una volta individuato lo accolse con un sonoro sospiro e un “mah”.
«Cosa?» chiese Guido.
«Niente.»
Guido alzò la testa al cielo per trovarci qualcosa, una stella, una nuvola, uno spicchio di luna da guardare. È ch’era buio pesto, ambrato dalla luce timida del lampione di fronte: buio e nessuna battuta intelligente su quella pizzeria da buttare lì in mezzo a loro due.
«Andrà tutto bene», disse mordendosi quasi la lingua.
Toni però non sembrò cogliere e fece un segno con la testa che andava interpretato. Poteva essere un sì o qualunque altra cosa, ma quella non era serata per porre e porsi domande; al più mandar giù una birra e tener d’occhio il cielo, provando a seguire una stella cadente fuori tempo massimo, esprimere un desiderio e aspettarne l’esito.
Però Toni era lì seduta a dieci centimetri e allora bisognava fare qualcosa, dire qualcosa. E quell’andrà tutto bene gli era sembrato adatto e giusto per quell’attimo; passato quello era però rimasto a mezz’aria, inadeguato.
«Sai cosa non capisco?», disse Toni non distogliendo lo sguardo da quel punto invisibile a nord.
«Cosa?»
«Che alla fine lavori una vita per questo. Inizi che sembra un gioco, poi piano piano ti accorgi che il tempo ti sfugge dalle mani. Lo vorresti fermare mentre hai così tante cose da fare, ma devi correre tra una lezione di chitarra e un saggio di fine anno. Sbuffi perché non vedi l’ora che tutto finisca, perché hai così tante cose da fare.»
Guido osservò il profilo di lei nella penombra della luce gialla del lampione. Non era una espressione triste, stava fissa come se non potesse abbandonare il legame con quel punto. Dava l’impressione che sarebbe bastato un attimo, un battito di ciglia per perdere il contatto per sempre. Superò quel loro ultimo silenzio con un leggerissimo sospiro, per prendere il fiato necessario a pensare di dire, “e poi una sera capisci che non era quasi nessuna importante di quelle cose, ma che comunque andavano fatte tutte. Perché generare significa perdere un pezzo di te per sempre, lanciarlo oltre il tempo, mentre il tempo lo vendi per altro.” Doveva averla letta da qualche parte quella cosa che gli rimbombava in testa mentre le carezzava i capelli mossi dalla leggerissima brezza. Eppure quella frase gli rimase in gola con l’ultima schiuma di birra e il ricordo di nocciola di Mimmo.
Toni si voltò a guardarlo, aveva un’aria stanca ma non tesa. Respirava lo stretto indispensabile per non fare rumore. Sorrise. Forse aveva letto i suoi pensieri o ne aveva tanti simili da inseguire.
«Ne avrei preso un sorso», disse guardando la bottiglia vuota.
Guido guardò l’etichetta sconsolato, «è l’ultima!»
«Fa nulla», disse Toni.
L’uomo con la valigetta tornò ad attraversare la strada. Guido lo riconobbe per la pelata brillante sotto la luce del lampione. Aveva un sacchetto di spazzatura che depositò di fronte questa volta e anche gli abiti adesso erano comodi e informali. Non tornò subito indietro, ma iniziò a passeggiare sul marciapiede perso nei suoi pensieri. Per un attimo alzò gli occhi verso Guido. Aveva gli occhi stanchi gli venne da pensare, non li vedeva da laggiù, ma di questo si convinse. Guido non sapeva come mai di questa conclusione, ma se quell’uomo fosse salito su gli avrebbe fatto notare questo, che aveva gli occhi stanchi.
«Hai gli occhi stanchi», disse Toni.
Guido, sbattè le palpebre. Adesso che ci pensava era tutto il giorno che sforzava la vista su Whatsapp. Organizzare le ultime cose, controllare i movimenti da casa in aeroporto e ritorno. Doveva avere gli occhi rossi come se avesse pianto. Guardò l’etichetta umida della bottiglia per trovare un appiglio.
«Sarà che non tengo più l’alcol», finse di guardare la gradazione per trovare risposte.
Toni rispose con una smorfia fintamente divertita.
L’uomo giù da basso si era dileguato verso la piazzetta con il suo dubbio in testa e i suoi pensieri in bilico su chissà quale desiderio inespresso. Passando accanto al gatto lo avevo guardato appena, ricambiato per lo stretto necessario dal felino, e aveva proseguito giocando con il ciondolo del portachiavi.
Le luci di un aereo bucarono il cielo e in sincronia Toni e Guido le osservarono sbiadire in silenzio. Anche l’uomo con la valigetta, poggiato alla spalliera di una panchina devastata, le vide muoversi e lampeggiando rapidamente scomparire dentro una nuvola buia che per un attimo si rivelò alla notte.
«Vado a letto», disse Toni alzandosi dalla seggiola. «Per il resto dei piatti ci pensi tu?»
Guido fece cenno di sÌ, mentre lei passando accanto lo sfiorò con una mano sulla spalla. Per un attimo ne percepì il calore del corpo, e il profumo intenso dei suoi capelli lavati di fresco. Come sempre guardò la vestaglina scoprirle un po’ il seno. Come sempre da chissà più quanto tempo.
Rimasto solo si poggiò alla ringhiera guardando la strada deserta e l’ombra dell’uomo con la valigetta rientrare verso casa. Giunto sotto il suo balcone alzò nuovamente lo sguardo verso di lui e Guido ebbe la netta sensazione che l’uomo avesse proprio gli occhi stanchi. Si chiese se avesse bevuto anche lui, sottolineando il pensiero con un sorriso.
L’uomo fece un cenno di saluto con la testa che Guido ricambiò, provando a immaginare il nome e la storia di quel tipo solitario con la calvizie pronunciata. E anche cosa portasse in quella valigetta che aveva visto poco prima. Poi, chinato lo sguardo sulla strada, l’uomo continuò il suo viaggio verso il portone di casa che lo inghiottì in un fragore metallico.
Guido ascoltò il silenzio ferito dai riverberi delle tv dalle case vicine. Guardò il basilico esalare uno degli ultimi effluvi della stagione e la luce del lampione svanire in un frantume di scintille minute; rabbuiato il gatto sul marciapiede sfuggì all’improvvisa tenebra portando la sua ombra distante. Guido depose la bottiglia nel bidone del vetro e pensò che l’unica cosa importante era che la primavera sarebbe tornata, insieme al basilico fresco e al gelato alla nocciola di Mino. E che fino a quel punto aveva avuto davvero una bella vita. Aveva ballato tante musiche, aveva letto tante favole, aveva bevuto da bicchieri bellissimi e guardato tante volte il tramonto sul mare. E aveva sentito cantare suo padre, accarezzato sua figlia quando aveva la febbre, abbracciato sua madre quando ne aveva avuto bisogno. E fatto l’amore con Toni così tante volte che anche adesso quello era l’unica cosa che gli andava di fare.
Così diede l’ultimo sguardo a quel punto a nord che significava qualcosa, rivolse un pensiero colpevole ai piatti nell’acquaio e si diresse verso la camera da letto.
Toni come al solito si sarebbe schernita e infastidita, ma la primavera bisognava aspettarla come si deve. E ricordare che esiste tutti i santi giorni.

Una quercia

Una quercia. Centenaria. Solitaria, in mezzo a un prato. Così sembra.  Fra i suoi rami ciarlano le ghiandaie. Fra i suoi rami ciarlano le cinciallegre. Di che ciarlano? Del sole e della pioggia, della luna e del vento. Della vita e della morte, della gioia e del dolore.

Una quercia. Centenaria. Solitaria, in mezzo a un prato. Così sembra.  Fra i suoi rami ciarlano le cornacchie. Fra i suoi rami ciarlano i merli. Di che ciarlano? Del tuono e della folgore, dell’alba e del tramonto. Del principio e della fine, dell’odio e dell’amore.

Una quercia. Centenaria. Solitaria, in mezzo a un prato. Così sembra. Fra i suoi rami sussurra il segreto dell’esistenza.

E.

IRONIA CONTEMPORANEA

L’intervento del Presidente del Consiglio era fissato per le sei della sera, ma la burocrazia intestinale del capo del governo ritardò l’evacuazione con grande apprensione dei Ministri preoccupati dalle flatulenze del Premier, sempre più acide e insistenti. “Non si sarà beccato quella fastidiosa influenza gastrointestinale?” diceva il ministro della salute a quello dell’economia. “Speriamo di no! – rispondeva l’altro agitato dalla discesa vertiginosa della Borsa. – Prima parla e prima i mercati si riprenderanno”. Finalmente il discorso andò in onda a reti unificate.
“Cari cittadini, ci troviamo obbligati ad interventi drastici. Attiveremo il coprifuoco dalle ore sei del mattino alle ore ventiquattro della sera. Dalla mezzanotte fino alle cinque e cinquantanove minuti e cinquantanove secondi del mattino sarà vietato uscire di casa. Sono sicuro che capirete – poi fece una pausa, si contorse e si lasciò andare ad una mitragliata improvvida di flatulenze. – Questo è tutto”. La gente uscì sui balconi e cominciò a festeggiare l’inizio di una nuova vita: “Sentito che botti stasera?” La borsa ebbe un’impennata. C’era fiducia, anche il Presidente aveva dato fiato alle trombe.

Stefano Re