Purgatorio

«Tutto bene signor Martèn?»
Lui scuote sempre la testa, con il fare tipico di chi con difficoltà vuol definire un qualche concetto. Né una parola, né un suono. Solo fatica.
Ogni giorno così, da trent’anni, in questo buco di porto: tanfo di piscio e di alghe marce, poche facce, sempre le stesse. Una è la mia, sono il custode Fernand, quello che su una vecchia bici sgangherata, in piedi sui pedali, va in giro a sorvegliare dio sa che cosa, ché qui nulla accade, da sempre. Ogni tanto una nave ormeggia, specie quando il mare fuori è in tempesta. Sta il tempo necessario a riparare e poi riprende subito la sua rotta, perché qui davvero non c’è nulla da fare o da vedere. Nulla. Non ci stanno neanche abbastanza puttane per sgranchirsi i pensieri o ubriachi per farci a botte.
Il signor Martén lo trovo sempre sul molo, seduto sulla prima bitta incrostata di ruggine e nonostante tutto ogni volta mi fermo sempre un attimo con lui.
«Tutto bene signor Martén?», chiedo più per assicurarmi che sia vivo che per ricevere una risposta, che tanto non è mai arrivata.
Cosa ci viene a fare ogni santo giorno giusto in questo punto lo sa solo lui e il diavolo, ché questo se non è l’inferno deve somigliarci proprio a una punizione divina. O almeno che ne so a un purgatorio, dove si sconta qualche malefatta in attesa di andare altrove. Dove? Che volete che ne sappia io, altrove. Forse lo sa la signora Clavert, una mezza pazza che passa il tempo a dare da mangiare ai gabbiani due bitte più in là. Una di quelle beghine da sacristia che magari di questi maneggi sa qualcosa, ma che dice solo mezze frasi che nessuno capisce.
Chiedi, «tutto bene signora Clavert?»
E lei, «sì, oggi io però…». Oppure «sì, ieri c’era lungo…» o «mah! Questo tempo… Questo colpo…» Robe così, tronche, mentre guarda i gabbiani che uno a uno si tuffano per ingollare acqua lurida e pezzi di pane ammollato. Ne porta con sé tanto, un pane nero che sembra impastato con il catrame. Deve essere il pane del diavolo, fatto con il fango degli inferi. Lo stiva dentro buste di carta sudicie, che a fine giornata ripiega con cura e porta via. Ogni giorno.
Ho visto poi che al mattino, quando arriva con le mani impegnate con il pane del diavolo, passa sempre un attimo dalla bitta di Martén e dice sempre qualcosa, mezze frasi come il suo solito immagino. E lui in qualche modo risponde, conversa a quanto appare dalla finestra del mio casotto, articola le labbra.
Devo dire che un paio di volte ho provato pure a passarci vicino facendo finta di niente, ma le parole, quelle che la Clavert sembra avvertire, sono vuote, solo movimenti della bocca senza suono, inutili. E lei, la Clavert, sorride e approva con la testa e risponde con le sue mezze frasi prive di senso. Roba che se non fossi sicuro di me crederei di essere io quello impazzito e loro in amabile conversazione.
Ieri la nave che è arrivata ha vomitato sul molo le solite facce sghembe di mare mosso e una donna che sembrava esserci capitata dentro per uno scherzo di pessimo gusto. Una bella donna, in un vestito nero elegante, capelli lunghi ambrati sistemati in una coda, scarpe dorate col tacco. La vedevi e pensavi, dio santo, che ci fa una donna così in questo lupanare. Sembra sbarcata da una nave da crociera invece che da quel mercantile fetido.
Ha subito chiesto con garbo un posto dove passare la notte. Lei! In questo mezzo inferno di noia e di tanfo un letto dove riposare? Ho detto che era caduta male, ma proprio male, perché io più che la branda sgangherata per il carpentiere non ho. Ed è lì proprio dietro la mia, non proprio una faccenda carina da offrire a una signora.
«Va bene la branda», ha detto, «sembri proprio una brava persona. Dormirò qualche ora e poi tornerò su. Mi fido.» Ha sorriso, mentre ondeggiando elegante sui tacchi entrava nel casotto.
Le donne! A dir il vero non sono mai a mio agio con loro, neanche quando le pago per farmi fare l’amore o qualcosa che ci somiglia. Figurarsi capire una che ti vuole dormire accanto e che non puoi neanche pagare. Già! Alle volte chiedo loro solo questo, stendermi vicino e sentirle respirare mentre dormono. Mi dicono tutti che sono un pazzo a pagare per questo, ma qui in questo purgatorio deve per forza esserci qualcuno che vuole dormire accanto a una puttana accanto e basta. A dirla tutta sarei anche entrato a stendermi a un certo punto, visto che ero stanco morto, ma vi dicevo che il disagio mi sovrasta quando non pago, così ho inventato altre mille cose da controllare e ricontrollare in giro, tra le bagnarole ormeggiate, finché non si è fatto buio e tutti, ma proprio tutti sono andati via.
Tutti tranne il signor Martén e la signora Clavert, s’intende. E quelli se ne stavano lì: prima bitta, terza bitta. In mezzo io: seconda bitta, ruggine, tanfo di piscio e di alghe marce, gabbiani in lotta per il pane del diavolo e una sera dolce e tiepida che sembrava dipinta dopo la tempesta della mattina.
Sto bene, ho pensato, e non credevo si potesse star bene in questo posto qui, in questo nulla in bilico sul mare. La nave che aveva trovato riparo stava ormeggiata di fronte sul molo grande. La luna iniziava a prendersi la scena nel cielo e montava come su una crema color del catrame del pane della signora Clavert.
Guardavo tutto quel mare ovunque e un ticchettio lieve dietro le mie spalle rivelava qualcuno che giungeva da un punto che il signor Martén e la signora Clavert osservavano sorridendo. Un punto che non avevo voglia di girarmi a controllare. Ho pensato, pazienza per il disturbatore, andrà via presto. E poi, chi diavolo può avere interesse a dar fastidio a quest’ora. Un ladro? E di che? Che a rivoltarmi non ci ricaverebbe un soldo bucato. Chiunque sia può tornarsene a casa sua, visto che di sicuro ne avrà una a differenza di me che ho un casotto semioccupato da un donna bellissima che dorme.
«Io la notte la passo qui», ho detto ad alta voce a un tratto, ma solo per interrompere quel silenzio e anche con un certo stupore per il suo stesso suono.
«C’è posto anche per me?», ha chiesto il disturbatore. Era lei, la donna della nave.
«Non dormite?» e subito ho pensato che razza di domanda stupida era quella, visto che se ne stava proprio dietro in piedi, con grande evidenza sveglia.
Ha scosso la testa divertita, «non più.»
Le ho fatto un poco di spazio sulla bitta, tanto per farla poggiare. Sentivo il calore del suo corpo sul mio e il profumo intenso che aveva addosso lo percepivo netto, una fragranza speziata e persistente. Eccitante.
«È bello qui la sera.»
Bello? Questo buco maleodorante, bello? Ho pensato che davvero doveva essere ben strana. Doveva aver davvero visto ben poco del mondo. Meno di me che da quel buco non spno mai uscito. Meno anche del signor Martén che neanche parla più, se mai l’ha fatto.
Poi c’è stato qualcosa che è mutato. Un punto di vista, una luce, una sfumatura. Non so. Un suono, sì. Una rumore sordo, tipo clang! Come se da qualche parte un meccanismo sulla nave di fronte si fosse azionato e avesse cambiato di colpo lo scenario, come su un grande palcoscenico. Voglio dire a ben vedere era tutto uguale e spiccicato a prima del clang, ma tutto come dire, diverso.
E lei era di nuovo in piedi e mi chiedeva qualcosa di nebuloso, quasi usasse una lingua straniera: come scusa? Ballare? Cioè io, il custode Fernand, il guardiano di questa fogna maleodorante, ballare? Dio santo, ma ne stanno accadendo cose assurde tutte insieme. E la donna che scende dal mercantile, e la branda che le devo offrire per la notte, e la musica che d’un tratto arriva dalla nave! Musica? Da dove diavolo veniva quella musica? Dal mercantile arrugginito per davvero? O era una trovata di quella pazza della signora Clavert che sulla sua bitta continuava a ridere divertita. No, no. Era nell’aria tiepida della sera. Era l’aria tiepida della sera.
Ho chiesto, «che musica è?»
«Ha importanza? Cosa ti piacerebbe che fosse?»
«Un tango. I miei genitori venivano dall’Argentina. Non ho mai ascoltato un tango. E non sono mai stato in Argentina.»
«E tango sia!» ha detto ridendo e poi mi ha preso le mani e ha iniziato a girare intorno a me e io con lei. I miei piedi si muovevano, prendevano i suoi passi, la agganciavano, come se conoscessi quelle figure da sempre, disseppellite dal mio DNA sudamericano. E giravamo, lambendo il bordo estremo del molo, incuranti di sporgere ognuno un lembo di suola sempre più oltre, rischiando il bilico sull’acqua.
La signora Clavert rideva e diceva delle mezze frasi che scaldavano l’anima. Il signor Martén muoveva le labbra per dire «bene, bene» e io lo sentivo distintamente con una voce che non avevo udito mai. Per tutta la notte fino all’alba, fino a cadere stremati sul cemento ruvido del molo. Stremati e felici. Felici, già!
Quando è risalita sulla sua nave il sole era già alto e io ho avuto appena un attimo per salutarla.
«Posso chiederti il tuo nome?», ho detto.
«A…», un lungo silenzio, «a cosa serve sapere i veri nomi? Dammene uno tu se vuoi?»
È sfilata via la nave, verso la sua inevitabile rotta. La signora Clavert sorrideva. Il signor Martén annuiva. Io, il custode Fernad, pensavo a un bel nome di donna che iniziasse per A, pronto per andare altrove. Via da questo strano purgatorio.

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La macchina rossa

La vedevi spesso alla fine del turno. Lei varcava i tornelli, si fermava sul marciapiede in cerca dell’auto che per un periodo fu grigia opaca, poi sabbia, la penultima azzurra. Era il colore delle auto di seconda mano a scandire il fluire degli anni e lui alla guida l’aspettava fuori, alla fine del turno. Anni di chilometri lasciati alle spalle, tra casa e lavoro. E in estate lunghi nastri d’asfalto sotto le ruote gonfiate a due e tre; i panini sulle panche fuori dagli autogrill, il mare che appariva di colpo sull’orizzonte oltre le curve. Lo guardavano e la faccia che facevano era sempre la stessa, come se loro due il mare non l’avessero visto mai, sbalorditi come bambini a mano a mano che si avvicinava oltre il parabrezza impolverato.
Per qualche motivo li abbiamo visti sempre in due, loro da soli. Non so se ci fossero dei figli o se c’erano stati ma già troppo grandi da aver altro da fare. Lei attraversava con cautela e si sedeva accanto. Lui metteva in moto. Lei parlava, raccontava la sua giornata probabilmente. Lui ascoltava. Per qualche motivo mi commuove ripensare la scena. Sarà che gli uomini che ascoltano mi ricordano mio padre. Stanno concentrati sulla strada, con le loro facce serene, centellinano ogni movimento dei muscoli del volto, come se temessero di perdere le singole parole e confondere il senso del racconto. Io da piccolo pensavo che in fondo fosse un peso per loro ascoltare, una necessaria seccatura alla quale sottoporsi. Invece no, era fatica la loro, lavoro di nervi nel distillare il senso delle parole. Ho imparato tardi che chi ascolta tiene nota dell’inflessione, legge le emozioni sepolte nelle modulazioni della voce. Lei sedeva e raccontava, lui guidava e distillava per sé emozioni. Ed era bello vedere accadere tutto questo, rasserenava in qualche modo.
La faccenda della macchina rossa venne fuori in un giorno di pioggia. Era il modo di concedersi almeno un lusso prima del troppo tardi, prima del doversi rassegnare a non aver mai respirato il nuovo delle auto appena uscite dall’autosalone. Lì fradicia di acqua sembrava sfoggiare una livrea elegante per una recita familiare, ma nei giorni a venire, quando la tempesta si quietò, le nubi cupe rimasero intrappolate dentro la lamiera lucente in maniera impercettibile se volete, ma non per questo meno preoccupante. Come sempre lei arrivava al suo posto passeggero, finito il turno. E come sempre iniziava a raccontare. Tutto in apparenza uguale, ma se si aveva l’accortezza di distogliere lo sguardo dalle finiture in cromo, o si puntava lo sguardo sull’uomo alla guida si capiva, non si poteva non vedere. Lui non ascoltava più. Per carità in silenzio ci stava come prima; erano però i suoi impercettibili movimenti degli occhi a essere mutati. Lei raccontava. Lui scrutava ogni singolo pericolo, ascoltava ogni fruscio della meccanica, calcolava incessantemente consumi, numeri di giri del motore, saldi del conto, intervalli di tempo tra una scalata, una frenata brusca e la prossima rata.
Lei iniziò a chiedere un passaggio il mercoledì. Pare ci fosse un qualche impegno che dovette poi coinvolgere vari altri giorni della settimana o piuttosto i tagliandi e il bollo che iniziavano a pesare sul magro estratto conto, erodendo la frequenza dei pieni possibili. Alla fine si adeguò agli orari incerti dei mezzi pubblici, perché lui aveva deciso di dare una mano in più con un lavoro serale in un bar vicino e doveva recuperare il sonno sacrificato ai cambi d’olio. Diceva che lo rilassava la sera lavorare invece di starsene davanti alla tele e in più portava qualche soldo per l’estate. Solo che l’anno dopo le vacanze le passarono sulla sdraio del terrazzino. Meglio, le passò lei da sola sulla sdraio, perché si sa che con la bella stagione si lavora di più nei locali ed era arrivato il momento di cambiare le gomme.
Ogni sera lei tornava, cenavano velocemente, poi dalla sua sdraio lo vedeva percorrere la via di casa fino all’incrocio, a piedi, perché una passeggiata fa bene dopo cena. E poi l’auto era meglio lasciarla in cortile, al suo posto, in attesa di racimolare i soldi per riparare il paraurti anteriore, che penzolava legato con uno spago da quando l’avevano trovato divelto al posteggio per colpa di qualche disgraziato che non aveva lasciato tracce, impaurito forse dall’aumento dell’RCA. Che poi la strada non era tanta alla fine, ma c’era da attraversare la circonvallazione con le macchine che la notte avevano voglia di assecondare i guidatori eccitati da alcol e chimica.
Dalla sua sdraio lei tirava sempre più tardi per curiosare i condomini, elegantemente vestiti il sabato sera. Li vedeva tornare alle volte che era quasi l’alba e tante altre lui di ritorno dal bar la trovava assopita e con delicatezza la aiutava a stendersi con lui a letto. Sempre più spesso.
Quella volta era ferragosto, circa le undici del mattino. La notte era stata parecchio calda e dormire sulla sdraio molto piacevole, sebbene una progressiva inquietudine l’aveva svegliata di frequente per i rumori delle auto che transitavano sulla via. La luce del giorno l’aveva lasciata tranquilla per un po’, poi l’aveva destata delicatamente, minuto dopo minuto, quasi carezzandola di tepore. Lei aveva guardato intorno e nella stanza da letto. S’era poi lavata, con calma, aveva controllato ancora una volta fuori, poi aveva preso le chiavi dell’auto e una sbarra di metallo pesante che adoperava per chiudere il vasistas in alto.
Quella volta era ferragosto e la trovammo così, seduta sul cofano devastato. Tanto vetro e plastica ovunque a terra. La sbarra in un canto. In silenzio, zitta e senza più voglia di raccontare.

Sonno

Manuel Vertega ne aveva abbastanza davvero. Fosse stato per lui sarebbe volato via con un salto nel vuoto dalla rocca di San Sebastian, per mettere la parola fine a… Già, fine a cosa? Diciamo almeno alla domanda che la moglie Virginia gli rivolgeva ogni giorno, anche solo con gli occhi. E anche Simon il suo medico e padre Veron: Manuel, ma cosa hai dentro che ti opprime in ogni singolo secondo della tua esistenza? Cosa?
Bravi pensava lui, sebbene desse loro ragione facendo finta di averla capita quella questione. Bravi, pensava, come se il problema non fosse proprio il non saper rispondere.
Dicevano, guarda hai una bella famiglia.
Dicevano, guarda hai un bel gruzzoletto in banca.
Dicevano e poi guarda i tuoi figli, Jose Maria e Veronica, che perle e che bellezze rare.
Bravi pensava lui, perfettamente d’accordo e si rintanava sempre più in fondo a quel pozzo senza fine, con il sorriso finto, il volto tirato. Un inferno.
La prima a trovarlo fu Virginia, quando un po’ disturbata dal suo torpore posò il caffè sul comodino e provò a strattonarlo. Lui dormiva. Si percepiva il respiro nitidamente, ma nulla sembrava svegliarlo. Così, ormai preoccupata, aveva chiamato Jose Maria, il figlio maggiore, che ancora in pigiama aveva provato egli stesso a destarlo con schiaffetti prima timidi, poi sempre meno delicati da arrossare senza alcun risultato il volto contratto dell’uomo.
L’ambulanza era arrivata dopo dodici minuti esatti, squassando il silenzio del cortile e facendo affacciar tanti curiosi. Come! Manuel? Ma se stava così bene. E che pena quando lo hanno portato via. Sembrava proprio addormentato. Sì! Addormentato.
Ecco, Manuel Vertega s’era davvero assopito, meglio, faceva in modo che questo si dovesse credere. In verità la sera prima s’era trovato da solo a guardarsi le mani. Non so in quanti avete visto le mani di Manuel Vertega e le meraviglie che ha realizzato con quelle mani. Ogni uomo, donna, bambino di San Sebastian le ha viste e sa che erano fatte per costruire, per la bellezza solida senza tempo. Manuel la sera prima s’era visto quelle mani indubbiamente belle e forti, le aveva viste per come erano, senza più grazia, perché la forza non la fanno i muscoli, la fa la vita che hai dentro.
E Manuel la sera prima aveva visto quella vita a brandelli, incapace di muoverle più quelle mani. Aveva sperimentato quanto quei momenti pesassero e che a chiedersi perché, a farsi tutte le domande del mondo, quelle dei dottori che provano a capire per intenderci, anche a farlo, quella vita non ne voleva più sapere di generare un sorriso. Era pesante aprirle e chiuderle quelle mani, ma più difficile era raccontare tutta questa fatica a Virginia. Perché per spiegare qualsiasi cosa hai necessità di avere capito, di esserti rialzato da terra, trovato la pietra che ti ha fatto da inciampo, pulito il sangue e medicato l’ematoma. Manuel invece non comprendeva, niente da fare, steso a terra vedeva solo gente chinarsi e chiedere spiegazioni. Per carità non erano gli altri a fallire l’aiuto, erano le sue mani troppo stanche per reggere il peso di un corpo morto e provvedere a rialzarlo.
D’un tratto aveva pensato al padre. Se quello che diceva padre Veron era vero adesso lui poteva scrutare i suoi pensieri e, poverino, poteva osservare quella vita marcire da dentro. Lo guardava quindi dalla sua condizione eterea e di sicuro si disperava di quelle mani ormai inerti, incredulo e impotente nel mondo del figlio. Forse provava pure a fare qualcosa, ma invano: l’avesse capito in vita di sicuro l’avrebbe raggiunto quella sera, l’avrebbe accarezzato come quando da bambino Manuel tornava con le ginocchia massacrate. Avrebbe detto alzati, dammi la mano Manuel, fammi sentire dove ti fa male. T’ho visto dentro Manuel ed è una pena lo so, ma alzati, ti reggo io, almeno per un tratto. Ma i morti si sa, non sanno più parlare e carezzare. Sono morti e l’unica cosa che venne in mente a Manuel fu di salire sulla rocca. Era già iniziata la sera e Virginia non avrebbe fatto tardi. Aveva percorso quasi correndo il tratto, breve, che lo separava dalla spianata, giungendo sul dirupo e da lì aveva guardato per lungo tempo in lontananza il mare. Ma perché punirla si disse. Perché? Sapeva rispondere? No. Perché punirla se alla fine era lui a non avere la risposta? Il dolore Manuel lo sapeva di cosa era fatto e quanto fosse pesante quando trabocca, perché infliggerlo in questo modo così incomprensibile? E poi c’era il fatto dell’amore che da solo non basta ok, ma non lo puoi, non lo devi bruciare in un attimo. Non è giusto, perché è qualcosa che non si divide in parti, esiste solo quand’è intero e sacrificarne un pezzo è uguale a uccidere il tutto e le persone che lo accolgono dentro.
Tornato a casa, aveva cenato in silenzio, non che fosse una novità, e poi si era deciso per il sonno. In fondo, si era detto, la morte non è un sonno eterno? Almeno il perdurare del respiro avrebbe mitigato la perdita, mimando la vita. Il sonno, che in ambulanza lo portò nella clinica sulla parte opposta alla rocca. Il sonno che per centoventotto lunghi giorni lo avvolse in un velo inerte di non vita apparente. Un inspiegabile fenomeno che medici di ogni parte del paese provarono a interpretare, analizzare, contrastare. Nessuno però che avesse una spiegazione, ché nessuna risultò plausibile, nulla di mai conosciuto, escludendo per come inevitabilmente si fece la volontà umana.
Accadde poi che in quei giorni in molti lo andarono a trovare e spesso, seduti sulla sponda del letto, davanti a quel corpo per tutti loro insensibile a ogni stimolo, sordo in apparenza, trovarono il modo di fare una cosa che colpì Manuel nel profondo. Finanche padre Veron, nel silenzio ovattato di quella piccola stanza, iniziò come tanti altri a parlare, a raccontare di sé e delle domande che da dentro premevano pur non pretendendo risposta, ma solo perdono. Lui, Manuel, in quel letto, in quella inerzia pietrificata diventava ogni giorno di più una icona preziosa per chiunque avesse bisogno di accendere una luce nella sua vita senza esser giudicato. L’amante perfetto, l’amico fidato, il padre disinteressato. Una teoria di uomini e donne in cerca di confessione, meglio, di qualcuno che non provasse alcuna vertigine sul bilico dei loro cuori a picco su un baratro buio.
E alla fine anche Virginia, centoventotto giorni dopo, una domenica sera, seduta sulla sponda, poggiata sulla mano sinistra, iniziò il suo monologo. Cosa disse non ci è dato di sapere e ben poco interessa davvero, ma per tanto la sua voce di donna cullò quel sonno. Erano finalmente lei e Manuel. Lei e quel suo grande baratro interiore, spalancato e inondato d’aria gelida, che a dir la verità faceva bene. Manuel è quella mano poggiata sul letto che carezzò e strinse. Dormiva Manuel, ma un piccolo sorriso gl’inarcò il labbro. Virginia guardò il tocco farsi legame con quella mano da costruttore di cose solide e vive nel mondo liquido che dolcemente evaporava dentro quella sterile casa di cura. Scostò le coperte e tolte le scarpe si stese accanto, poggiando la testa sul petto dell’uomo che dormendo la cullò a sua volta. Con tenerezza Virginia ascoltò quel ritmo sereno, mentre un sonno perfetto lentamente si impadronì di lei, vincendola accanto a Manuel sino al mattino dopo, quando io, desideroso di essere ascoltato per l’ultima volta, entrai nella stanza e per fortuna sorrisi.

02/06

Noi siamo nati nel ventre del suono
per diventare animali dell’ipocrisia
e per succhiare via il gelo della farsa
mescolandolo alla durezza di un’euforia.

Dove e quando
udirò i rintocchi
del mondo che mi spetta?

Voglio librarmi
tra gli angoli
dello spettacolo
col mio onore.

PAURA DELL’ACQUA

La mamma non sapeva più che fare. Litigavano. Mamma ippopotamo e suo figlio si prendevano a parole. Non riuscivano più a dialogare. Il piccolo ippopotamo aveva paura dell’acqua e ogni volta che la madre toccava l’argomento, il piccolo si barricava dietro a pianti e urla isteriche. La mamma non gliela dava vinta, tanto che le urla di entrambi diventavano strilla di pazzi.
“Tuffati in acqua. Non avere paura!” gridava la mamma.
Ma il piccolo era terrorizzato e non trovava il coraggio. Non sapendo più che fare, la mamma si rivolse ad un amico pesce, esperto psicologo:
“Come posso convincere mio figlio a tuffarsi? Più urlo più si arrabbia, e tutto peggiora”
“Comincia da una vasca. Se prima lo eserciti in poca acqua, poi non avrà paura di fare il bagno nel fiume. Se gli butti in acqua anche qualche giochino, vedrai che imparerà in fretta”.
La mamma ippopotamo ringraziò e così fece. Preparò la vasca da bagno con dentro dei piccoli giochi e chiamò il figlio.
Il piccolo, preso dalla voglia di giocare, entrò nella vasca e ci rimase per qualche ora.
“Mamma, se domani andiamo al fiume, possiamo portare i giochini?”
“Certo, se vuoi puoi portare anche i tuoi amici.”
“Che bello!” rispose il piccolo.
Così fecero.
Il fiume era molto pulito, non come le ultime volte. L’acqua era fredda, ma la voglia di giocare era tanta. Così il piccolo ippopotamo si tuffò, e con lui gli amici. Si divertirono fino a stancarsi, tanto che quella notte il piccolo dormì come un sasso e sognò di fare il bagno nel fiume, mentre la mamma lo osservava soddisfatta. Sembravano davvero madre e figlio.

(di Stefano Re)
(Questa storia è stata scritta a quattro mani. Le altre due sono di mio figlio Lorenzo)

L’uomo dei logaritmi.

C’era questo tizio, uno smilzo e lento nei movimenti che sembrava avesse paura di spostare troppo l’aria intorno a sé. Sulla trentina passata, un bel ragazzo direi. Entrava in negozio intorno alle diciotto; non sempre, diciamo una, due volte al mese. Entrava, salutava con un cenno del capo minuscolo e si metteva a esplorare gli scaffali in cerca di chissà cosa. Sembrava interessato a tutto, ma spesso si fermava a rimirare i manualetti di roba tecnica, libriccini della Hoepli con le copertine rovinate rosella o verdine. Parlava poco, solo una volta che ero proprio accanto a quello scaffale mi chiese se poteva prendere un libro, per vederlo. Dissi certo, si figuri. Erano delle tavole dei logaritmi, uno di quegli articoli che dovevi stare anni per trovare qualcuno interessato. Volumetti che li apri e dentro ci sono colonne su colonne di numeri, pagine e pagine sottili come veline, gialle di tempo, che sfogli di fatto ignorandone l’uso.
«Guardi!» – disse aprendo con cautela.
«Cosa?»
«I numeri.»
«E già, chissà a che servivano?»
«Io lo so!» – disse carezzando una pagina – «servivano a prevedere il futuro!»
«Il futuro?»
Sorrise, forse per la prima volta da quando lo vedevo in giro in libreria – «se ci si vuol far fregare si crede ai tarocchi, altrimenti il futuro si calcola. Si fanno ipotesi, si individuano le direzioni, le traiettorie. Il futuro è balistico, come i colpi di pistola.»
Girò pagina – «quando non c’erano tutti questi affari elettrici noi usavamo questi.»
«Noi? È un mago lei?» – dissi provando a scherzare un po’.
Fece una smorfia divertita – «no, tutto il contrario, credo solo nella matematica.»
«Un ingegnere?»
«Un geometra» – rispose chiudendo il libro – «solo un vecchio geometra d’altri tempi.»
Quella frase mi lasciò addosso un piccolo disagio, come se l’avere insistito a chieder del suo lavoro fosse stata una piccola violenza in quel microcosmo umano.
«Quanto costa?»
«Il libro?»
«Certo, il libro.»
«C’è dentro il prezzo» – dissi prendendo dalle sue mani il volume – «ecco, sarebbe dieci, ma visto che lei è cliente posso farle otto.» In verità era quello il suo primo acquisto, ma a forza di vederlo in giro tra gli scaffali pensai che alla fine fosse un buon cliente davvero.
Da quel giorno il tipo ha abbandonato le sue visite. Non saprei adesso dire quanto tempo sia trascorso. All’inizio ne ho notato l’assenza, poi invece il ricordo si è stemperato nello scorrere normale dell’attività. E così si sarebbe spento nell’oblio se proprio ieri, esattamente alle diciotto, non fosse riapparso. Rispetto al passato il suo aspetto era arruffato di chi è insonne da giorni e anche i movimenti erano scatti metallici nervosi. In mano aveva il libro dei logaritmi decisamente scompaginato e infarcito di fogli e foglietti scribacchiati a mano con una grafia caotica e rotonda. Ai libri esposti non ha dedicato uno sguardo, muovendosi deciso verso il tavolo scuro della cassa. Ho osservato per un po’ il suo tamburellare impaziente sul piano, non riconoscendo in lui la vecchia flemma che tanto avevo apprezzato e a dir il vero dubitando in fondo della sua stessa identità. Avevo però un cliente, anche importante, che per oltre dieci minuti mi ha trattenuto dall’avvicinarmi. Ha atteso quindi.
«Salve, quanto tempo!»
«Ho dovuto lavorare tanto su questa roba» – ha detto senza neanche guardare, scartabellando i fogli in cerca di uno in particolare, fitto fitto di numeri, segni e frecce. E lettere che si concatenavano in uno scritto finale nella sua grafia caratteristica.
«Alpino» – alla fine ha detto leggendo dal foglio – «Prospero Alpino, dovreste avere un libro del ’35. 1735.» Ha indicato poi il terminale, come a suggerirmi di cercare sul database. Ma a dir la verità non c’era alcun bisogno di cercare, il De praesagenda vita et morte aegrotantium era il primo libro davvero antico che era entrato in mio possesso. Lo avevo preso dalla casa di una vecchia signora che voleva liberarsi della biblioteca del defunto marito. Lo ricordo perché mi disse che, seppur antico, non voleva alcun compenso giacché ne sarebbe passato di tempo prima che qualcuno me lo avesse richiesto. Bisognava avere pazienza, disse, e sapere che quello era in fondo un dono, un portafortuna.
Meccanicamente ho preso la scala, collocandola sotto la libreria grande dietro il tavolo. Tre gradini e proprio lì sulla destra la copertina abbrunata dal tempo, il libro che depositai subito dopo sotto gli occhi spiritati dell’uomo. Sulla prima pagina interna ricordavo esserci un’annotazione, una dedica forse, la cui lettura ha illuminato e rasserenato il volto dell’uomo.
«Quanto costa il libro?»
«Settecento» – ho detto d’un fiato. In realtà, per qualche strano motivo, avevo sempre rifiutato di farne una qualsiasi valutazione e di conseguenza non avevo mai deciso un prezzo reale.
«Già, settecento.»
Quattordici banconote da cinquanta euro, una sull’altra, dopo poco erano allineate accanto al libro.
«Posso avere un penna?»
Mentre incassavo un po’ perplesso la cifra l’ho visto appuntare sulla pagina interna del libro qualcosa, sperimentando comunque una certa indignazione data l’età del volume.
Stavo così per incartare il libro, quando l’uomo mi ha fermato.
«Lo riponga in libreria adesso.»
«Ma è suo ora.»
«Non è mio, è un regalo. Qualcuno, una donna, verrà a reclamarlo prima o poi. Si fidi, la matematica non sbaglia mai.»
«Mai» – risuonò nella libreria ormai vuota, mentre la porta si richiudeva alle sue spalle e io imbambolato osservavo il volume sul tavolo.
Oggi, dopo aver tirato su la saracinesca, ho visto che sul tavolo c’erano ancora i fogli sparsi e le tavole dei logaritmi. Ho pensato che glieli ridarò quando tornerà a curiosare tra gli scaffali, se tornerà mai s’intende. Ho pensato che non avrei dovuto vendere il libro e soprattutto incassare quella cifra. Non era in fondo un portafortuna che la vecchia signora mi aveva donato?
Il libro comunque è nuovamente al suo posto. Attende.
Prima di riporlo l’ho aperto sulla prima pagina. La vecchia annotazione era come ricordavo una dedica:
“A donna Francesca Miraglia, in attesa del tempo per rivedervi. 4 Luglio 1835. Girolamo Fracastoro.”
E sotto con grafia pressoché uguale l’annotazione dell’uomo.
“Via S. Grassi 28 p.2. G.F. 8 dicembre 2018.”
Alle 18 in punto la porta del negozio ha emesso un cigolio alle mie spalle mentre sistemavo alcuni volumi. La signora appena entrata aveva dei bellissimi occhi scuri che dovevo aver incrociato già, ma non ricordavo proprio dove. Ha salutato con garbo e tirato fuori dalla borsa un busta molto antica, a giudicare dal colorito della carta.
«Magari le sembrerà assurdo, ecco, ma cinque anni fa mia mamma mi diede questa ricevuta. Da parte di mia nonna materna, buonanima, per ritirare un libro oggi.»
Ho preso il foglio per leggere. La carta intestata era la mia, così come la firma e il bollo circolare della libreria. Tutto in ordine tranne il ricordo di quella prenotazione di ventotto anni prima. Proprio il giorno dell’inaugurazione della libreria e giusto a nome della vecchia signora del libro famoso. Ma è evidente che se c’è un motivo per le cose, la balistica non può che essere applicata fino in fondo. Così ho preso la scala e ho iniziato a seguire pedissequamente la matematica folle dell’uomo dei logaritmi.
«Capisco che è una pazzia, dopo tutti questi anni. Ma mia nonna le fece promettere questa cosa e stanotte non riuscivo neanche a prendere sonno pensando alla busta. E…»
Il libro dell’uomo dei logaritmi era adesso davanti a lei, sul tavolo.
«Quello che cerca è questo! È su quello scaffale da ventotto anni. E non ci crederà ma l’aspettavo.»
La donna ha sgranato gli occhi illuminando di colpo i miei ricordi più cari. Come avevo potuto non collegare. È la matematica, signori. Uno più uno fa due, non c’è scampo. E quegli occhi li avevo conosciuti molto bene per anni.
La donna, aperto il volume, osservava la dedica passandoci delicatamente l’indice.
«Ma io mi chiamo Francesca Miraglia, assurdo!»
«Posso chiederle quando è nata signora?»
«8 luglio del ’90.»
«Non avevo dubbi!» – ho detto provando a frenare la commozione.
La donna forse non ha colto l’emozione dell’ultima mia frase, attratta com’era dalla seconda annotazione.
«E questo? Cosa è l’indirizzo?»
«Forse dovresti cercare Girolamo Fracastoro lì e fartelo spiegare.»
Ero alla fine passato al tu, ma non credo che questo la debba aver troppo stupita.
L’ho vista andar via con il libro sotto braccio e sì, ho pensato che davvero la matematica non sbaglia mai: anche il modo un po’ incerto di muoversi sui tacchi, anche quello, oltre agli occhi, era di mia mamma.

“Madre Natura” grafiche digitali di mia creazione

Torno oggi ad un post di immagini e non di scrittura, le mie visioni (e varie versioni) di una surreale e magica “MADRE NATURA“,

Ecco una carrellata di mie creazioni digitali.

immagine di LuciaLcreazioni: https://www.instagram.com/lucialcreazioni/

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9 Dicembre 2018

Continuo a rifare lo stesso sogno

scappavo da qualcosa che non riuscivo a vedere

temo che un giorno possa vincermi e lasciarmi nel nulla che continuo a …

reprimere

Ho lasciato vie di mezzo

sovvertito pensieri

ritrovato pezzi

rinnegato incubi

Credi ancora ci sia una strada unica per il Domani?

L’OMICIDIO

Fu condannato al 41 bis insieme ai boss delle mafie. In via definitiva. Per colpa di un giudice ormai prossimo alla pensione. Udienza conclusa, applausi e pacche sulle spalle del giudice. Lui con le manette che gli stringevano i polsi e gli astanti liberi di battere le mani come se fossero alla prima della Scala. Eppure non aveva fatto nulla di male, se non difendere un bambino dal tradimento più grande. Comunque era rimasto solo, anche l’avvocato se ne era andato. Appena letta la sentenza anche il legale aveva applaudito, un tradimento come non se ne vedevano dai tempi di Gesù Cristo. Spensero le luci nell’aula e lo condussero in cella, solo come un cane e con un secondino a guardarlo dalla grata e a muovere la testa sconsolato. Non per pietà, almeno non credo. Dopo qualche giorno è passato il cappellano, gli ha chiesto chi fosse, l’ha guardato dalla grata, ha sbuffato e ha fatto il segno della croce. Ti siano assolti i peccati, ha detto con un filo di voce, come se qualcuno potesse sentirlo. Il secondino ha scosso la testa, lo fanno tutti lì dentro, e poi ha alzato l’indice come ad intimargli qualcosa. Cosa? ha chiesto lui mentre il cappellano si allontanava, ma la guardia ha voltato la faccia dall’altra parte e se ne è andata. Il problema è che la cella non ha finestre, manca la luce. La cella ha quattro muri che fanno da perimetro, una porta in ferro e una grata da cui penetra una luce fioca rubata alle lampade del corridoio. Gli passano la cena dalla grata, tutto in barattoli di plastica. Non si mangia male, solo che lo cibano solamente di pappe per neonati, semolino, frutta sciroppata e insalata in sacchetti minuscoli. Olio, sale e aceto sono mescolati in un piccolo contenitore di ferro, tanto che spesso gli sembra di condire gli alimenti con la ruggine. Vedrai che presto sarai svezzato, così gli ha detto una guardia pensando di fare una battuta divertente. Ha chiesto una birra e gli hanno detto di no. Beve l’acqua del rubinetto che il secondino fa scendere dal bagno di servizio. Anch’essa in un barattolo di plastica. Sei un tipo pericoloso, accontentati, gli ha detto il direttore del carcere dopo una brevissima visita. Ha persino richiesto un incontro con un radicale, visto che hanno a cuore le disavventure dei disgraziati, ma gli hanno risposto che nessun radicale è disponibile. Ci sono le elezioni e sono tutti impegnati, gli hanno detto per placare la sua insistenza. Ovviamente non ha l’ora d’aria, e nemmeno una dama di compagnia come avviene spesso per i mafiosi. Deve stare lì dentro, rinchiuso come un cane, ogni tanto guarda la televisione e si sintonizza sempre su Striscia la Notizia, sperando che il buon Edoardo Stoppa possa fare un servizio su di lui e sul suo maltrattamento. Non è un cane di razza, certo, ma nemmeno un disgraziato da trattare in questo modo. Non avrà doveri, nel senso che chiuso là dentro è difficile averne, ma non ha nemmeno diritti, nemmeno quel minimo di diritti che riservano ai boss delle mafie. Forse era meglio sparare a qualcuno o buttarsi in traffici illeciti ed internazionali. Tu sai perché ti trovi qui dentro? gli ha chiesto un secondino, l’unico che non scuote la testa come gli altri. No, ha risposto. No? ha domandato lui enfatizzando il punto di domanda come fanno i bambini quando cominciano a leggere. Dovresti saperlo! ha aggiunto accentuando il punto esclamativo. Ma io non lo so davvero, ha risposto con la flemma di Gandhi. Sei stato tu o no ad uccidere Babbo Natale? Certo che sono stato io, ha risposto. E allora ti meriti il 41 bis. Fine della discussione. Ma io ho ucciso il tradimento, non Babbo Natale, ha aggiunto. La cosa strana è che nessuno gli ha chiesto il motivo che l’ha spinto all’omicidio. Nemmeno il giudice, e che viva sereno la sua fottuta pensione!, gli ha chiesto ragioni. Nessuno ha voluto sentirlo, hanno giudicato senza considerare nulla. Se solo qualcuno gli avesse domandato qualcosa, sicuramente non sarebbe finito in un carcere di massima sicurezza. è tornato anche il prete, quello dell’assoluzione rapida, e gli ha chiesto se volesse confessarsi. Ha risposto sì, giusto per scambiare due parole con qualcuno, e nemmeno in quell’occasione gli ha chiesto come mai l’avesse fatto. Gli ha chiesto lui perché non gli la facesse quella benedetta domanda e il prete ha risposto che a Dio non interessano le questioni pagane. E se avessi ucciso Gesù Bambino? Gli ha risposto che l’avevano già ammazzato i Giudei. Sì, ha risposto lui, ma l’hanno fatto quando aveva più di trent’anni, nessuno che l’avesse ucciso da bambino. E perché l’avresti dovuto uccidere tu? Per lo stesso motivo per cui ho fatto fuori quel barbone di Babbo Natale. A quel punto si aspettava la domanda e invece il prete ha fatto il segno di croce e l’ha assolto. Ma si rendono conto di quanta sofferenza c’è nelle famiglie quando i bambini scoprono che non è Babbo Natale a portare i regali? Chi pensa a quei poveri genitori? Lui. Solo lui ci ha pensato. Ricorda benissimo quella sera. Sentiva le urla del vicino di casa, un bimbo di nove anni a cui avevano appena detto che Babbo Natale non esiste. Gli avevano anche detto che Babbo Natale era il nonno travestito. I genitori cercavano di calmarlo, mentre il bimbo urlava e gridava loro tutta la sua rabbia. Così lui ha preso l’iniziativa. Si è intrufolato nella casa del bambino, ha aspettato nascosto dietro l’albero di natale e quando è apparso il nonno vestito di rosso gli ha intimato di alzare le mani e di non fare scherzi. Babbo Natale era basito. Anziché spaventarsi gli ha domandato cosa ci facesse lì. Ha risposto che non era corretto prendere in giro i bambini. Babbo Natale ha affermato che la sua era una semplice tradizione di famiglia e che nessuno prendeva in giro nessuno, semmai era un modo divertente per far felice il nipote. Era troppo. Che lo chiedesse al bambino se fosse davvero così felice! Tutti l’avevano tradito. L’avevano tradito i genitori, i fratelli maggiori, le maestre, le catechiste e persino la televisione con tutti quei panettoni che facevano da cuscino al culo di Babbo Natale. Ma non poteva calarsi con calma da quel fottutissimo camino? E poi che tradizione del cavolo era trovare i regali in casa e dire che li ha portati un uomo vestito di rosso? Cosa cambierebbe se i bambini sapessero che i doni glieli portano i genitori? Così gli ha messo le mani al collo e l’ha soffocato. Il nonno ha rantolato un poco ed è crollato sul pavimento. Soffocato come una candelina di compleanno. Quindi ha chiamato i carabinieri e ha denunciato l’assassinio. Fine della discussione. Fine della sua libertà. 41 bis.

Ora però comincia a stancarsi di stare rinchiuso lì dentro, fermo in pochi metri quadrati. E fra poco è il terzo natale che l’hanno imprigionato. Sono le undici della sera e fra un’ora è il 25 dicembre. C’è un silenzio tombale. Sa per certo che qualche secondino si scambierà gli auguri nella sala delle visite e qualche mafioso riceverà una cena come si deve, mentre lui attenderà la mezzanotte per poi coricarsi e dormire fino a domattina. Va beh, forse è meglio dormire già adesso.

Che strano rumore. Chi è? Secondino! (sta gridando per farsi sentire). Ehi, ma chi sei? Forse è meglio che non mi tocchi. Chi ti ha fatto entrare? No, non ci posso credere. Ma sei tu? Il Babbo Natale che ho soffocato? Ma non eri morto? Rispondi dai, non scuotere la testa come tutti gli altri? Cosa? Ma non puoi alzare la voce? Non sei morto? E allora che ci faccio qui? Certo, sarò anche un pollo, ma tu sei pazzo! Cosa? Ho ucciso il nonno e tu sei il vero babbo natale? Come posso crederti? Ma hai ragione, non sei di carne e ossa… Allora esisti! Beh, potevi dirlo prima, allora. Va bene, ho sbagliato, ho ucciso un innocente, ma io volevo fare la cosa più giusta. Beh su questo hai ragione. Sì è vero, ci pensa già la vita a rompere la magia dei giorni… lasciamola almeno ai bambini… Certo, lasciamogli anche i nonni. Giuro che non ne ammazzo più. D’accordo, d’accordo, tanto per me Natale è una magia che è già passata.

di Stefano Re

Ombre

C’è un odore bruciato, stasera: un odore di scorza d’albero, che scopri di castagna, invece.
Caldarrosta, su mezzi di fortuna.
Un bidone riconvertito, forse per vocazione, e dita che si scottano.
Le voci dei ragazzi arrivano dritte, non smerigliate dal vapore.
Ci sarebbe bisogno di un’armonica.
E poi… poi… questo stupore di confini ben stagliati: matita a punta fine, il freddo.
E le ombre lì, riconciliate, con lo scatto vivo di chi ha ritrovato il posto, dopo un viaggio.
Le ombre son venute a ripassare la forma delle cose.
Se l’eran persa, nella nebbia.

E’ un ritrovarsi nell’orma come un credito atteso dalla vita..
E andare.

Questione di memoria e di fiducia nel flauto della strada.

Sul far della sera il fico
ricordò l’animale
sentì la sua grinzosa scorza
pelle di pachiderma
memorizzò alcune lente orme
e cominciò ad andare.

(Liscano, Fondazioni)