La Nivez di Spagna

Qui da noi c’è un sogno senza età, che ormai cammina assieme alla persona.
Si fanno buona compagnia.
Non importa se le spalle di supporto hanno perso senz’altro floridezza e poco hanno memoria di passati splendori.
E’ un innocente sogno un po’ spagnolo, di affabile signora d’altri tempi.
Suggerito dal nome, che taglia l’aria, in fondo, con coda sibilante.
Annunciato dal rosso delle labbra, dal guizzo dell’occhio ben segnato.
Poi coltivato come un vizio fino, nei capelli. Blu-corvini, incuranti del cenno bianco e contrariato delle tempie. Un ricciolo che scende a tradimento.

Ora il sogno si è accampato.
Ha preso casa fissa e se la sta arredando. In forma di vestito. Con le balze. A strati fitti fitti e colorati. Molto.

L’ho visto affiorare stamattina, rosso, dall’orlo di un cappotto, mentre pioveva grigio.
Un sogno sorridente con l’ombrello.
A ridare una speranza tutta à pois.

Saper invecchiare così, con un paio di nacchere nascoste nella tasca.

 

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Destino – 11

Il capo non si fece attendere molto, comparendo come al solito nella sua improbabile immagine alla Gandalf. Una visione che suscitava in lui sconcerto e ilarita sguaiata, una sorta di caricatura mal riuscita. Francesco lo osservò muoversi immateriale nel suo spazio con un certo fastidio, perché a distanza di anni non aveva ancora l’abitudine a quelle vere e proprie intrusioni nella sua area. Sorrise comunque, per non manifestare il suo vero stato d’animo mentre lo salutava.
«Dottor Martin!»
«Caro Francesco, ho visto i rendering del suo esperimento. A quanto pare ci siamo.»
«Pare proprio di sì. Questa volta ho utilizzato 36 unità di riscrittura e una potenza ridotta di un terzo rispetto alle ultime prove. Otto ore di attività nel cervello di Holbesh mi pare che abbiano modulato la sua percezione del presente.»
«Grazie per avermi citato come personaggio della sua messa in scena.»
Francesco provò inutilmente a capire se l’immagine sintetica davanti a sé suggerisse qualche risentimento per la sua idea di vestire i panni di padre Martin.
«Avevo solo bisogno di un nome per il mio personaggio, spero non le abbia dato fastidio.»
«Oh, ma si figuri è stato divertente partecipare al suo gioco, anche se in modo come dire, virtuale.»
La voce del dottor Martin enfatizzò con una punta di sarcasmo quell’ultimo termine che nella loro condizione doveva suonare piuttosto comico. Francesco e Sebastien Martin erano il prodotto della evoluzione forzata che il progetto Arcadia aveva generato. Cervelli umani privi di corpo connessi a potenti reti informatiche, esseri viventi fatti di materia neuronale ed elettronica, alla ricerca di un metodo per rendere immortale la loro nuova specie. Erano tutto fuorché reali in fondo, sebbene nel loro mondo non lo si considerasse un problema.
«Bisognerà comunque modificare le energie per queste riscritture veloci.»
«Ho visto Francesco, il ricordo del numero telefonico è apparso in otto minuti. Un po’ troppo per alcune applicazioni.»
«Quello è davvero il cellulare di Holbesh. Ho lanciato una simulazione della rete sinaptica per interpretare il dato. Sembra che sebbene oscurati alcuni ricordi tendano a ricomporsi. Sono frammenti, spesso sconnessi anche dallo scenario; ne ho rilevati diversi durante i vari esperimenti e ho testato l’incidenza di questo meccanismo. E poi c’è questo.»
Un sibilo preannunciò l’avvio della registrazione di una telefonata. La voce era quella di Holbesh che lo avvertiva che sarebbe rimasto a casa quel giorno. Un forte mal di testa e sogni confusi riferiti con una voce sofferente e impastata.
«Pierre, ho sognato anche Pierre. Ti ricordi di Pierre, vero? Sembrava fossi nel paesino dove siamo stati ieri e che fosse morto e poi resuscitato. Una sciocchezza Francesco, ma talmente vivida da darmi un senso di angoscia esagerata. Devo essermi stancato troppo.»
Il sonoro si interruppe con un click metallico. Il dottor Martin sembrò contrariato.
«Residui?»
«Rievocati nelle successive sei ore. Alle volte ho notato che compaiono anche lesioni. Infiammazioni provocate dalla reazione immunitaria che tende a distruggere le unità. In questo momento solo 12 ne risultano ancora attive. E delle altre nessuna traccia.»
«Gli abitanti del borgo?»
«Nessun problema apparente. Ma ho usato solo degli inibitori. Di fatto siamo andati in giro e le frasi che ogni tanto ci scambiavamo con Holbesh non venivano semplicemente rilevate.»
«Ma Holbesh vedeva un’altra realtà?»
«Ero io a vedere la realtà del plot. Holbesh la ricordava soltanto.»
«Per il tempo di latenza?»
«Già! Troppo lungo ancora. Circa 8 minuti, essenzialmente per la riscrittura, perché la cancellazione del breve termine è trascurabile.»
«Migliorerà.»
Il dottor Martin fece ancora qualche domanda, ma irrilevante per l’attenzione di Francesco. C’era ancora vivido il ricordo del suo di sogno, quella attività onirica che periodicamente lo tormentava. Quella voce che parlava da un vuoto immane a lui sconosciuto. E soprattutto aveva in mente la domanda che era stato più volte sul punto di rivolgere al capo del progetto, la stessa che mentre l’immagine pacchiana del vecchio vestito di bianco svaniva nel nulla assumeva le dimensioni di una dubbio enorme. Cosa ne sarebbe stato della realtà quando la stirpe eletta degli umani in grado di mutare nella nuova forma di vita ibrida l’avrebbe riscritta per l’intera popolazione del pianeta. Il concetto stesso di reale era già stato surclassato dall’ombra microscopica della struttura metallica di Arcadia in orbita geostazionaria. Da lassù, per chi aveva letto qualcosa dell’intero progetto, sarebbe dovuta arrivare la soluzione al male di vivere terrestre. Tutti i loro cervelli viventi espiantati e immagazzinati in quell’involucro erano destinati però a svanire, a perdere definitivamente la loro fisicità, ad appannaggio di un eterno oggi, immobile, in perenne ricerca di un futuro inesistente. Loro dovevano eclissarsi per secoli probabilmente, rimanere invisibili per tornare come redentori dal cielo.
Era questo che dovevano considerare realtà, ma sarebbero stati davvero in vita senza i loro cugini di carne e sangue con i quali interagire? Oppure stavano proiettandosi in un buio cosmico colonizzato da suoni e voci simili a quelle del sogno? Era reale il mondo che stavano per offuscare o invece la sua proiezione onirica che il residuo organico neuronale partoriva durante le fasi REM indotte?
Francesco provò a visualizzare la terra, provò a ricordare qualcosa della sua vita pregressa. Ricordava tutto, ma non era in grado di raccontare più nulla di allora. Non aveva sensi davvero attivi, solo stimoli che macchine feroci regalavano alle sinapsi. In linea di principio li comandava lui quegli algoritmi, ne aveva il controllo totale, ma era vero tutto ciò? Non aveva più la risposta e claustrofobico era quel momento ogni volta, terrore irrazionale, panico che i sistemi di sedazione ancora attivi per lui provavano a lenire. Ascoltò il silenzio di quella pace chimica nuovamente avverarsi. Immaginò di chiudere gli occhi e di ascoltare il suo respiro, prima affannato, poi lento, poi rilassato. Il reale e il suo esatto contrario, questo doveva disimparare a discriminare. Questa era la sua necessaria evoluzione. Questo era davvero il sogno. Questo era adesso lui.

Sono arrossite le stelle…

Arrivo ormai a sera, e con un pezzo non inedito, ma già pubblicato sul mio blog, perché proprio non son riuscita a trovare il tempo di scrivere qualcosa di nuovo.

Un pezzo sull’ amore, su un amore, per augurare buon San Valentino a tutti coloro che si amano.

Magari a qualcuno questa festa da persino fastidio, ma io sono una romantica di quelle irrecuperabili. 😊❤

E allora Buon San Valentino sia!

Lucia

Stasera ti aspetto, ti aspetto lassù dove le stelle sono arrossite di noi.
Non le hai viste? Quell’accentuato tremolio, quella luce che giocava a far la pudica.
Ci stavano guardando, sai, chè, per quanto siano antiche, navigate e sagge, per quanto si siano viste scorrere sotto il mondo e i tempi, ormai abituate a tutto, piene zeppe di sogni, speranze, lacrime e desideri, mica se li aspettavano due come noi.
Chè l’ amore ancora può stupire.
Gli amori sono felici e disperati, durano un attimo o una vita. Sono veri, sono falsi, incarnano ogni aspetto degli esseri umani e di ciò che sanno essere. Grandi e meschini. Eroici e vili. Coraggiosi e pavidi, tutto sa essere un uomo.
E poi noi; certo lo so, ogni innamorato crede il suo amore il più grande, l’ eterno, l’invincibile, il predestinato.
Lo so, lo so…ma, Amore, noi siamo diversi davvero.
Siamo tutto noi.
Siamo oltre.
Siamo voragine e vertigine. Gelo e lava. Santità e peccato. Siamo padre, madre, e figli, e amanti di noi.
Siamo senza angoli. Trecentosessanta gradi di tutte le espressioni dell’ amore.
Non siamo cominciati, non finiremo. Siamo sempre stati. Saremo sempre.
Ci han riconosciuti lassù, esseri della loro stessa essenza. Parti di eterno e di cielo. Primi ed ultimi, accanto, sempre.
Ci han riconosciuti mentre ci guardavamo, come solo si guarda chi si appartiene da quando esiste il respiro dell’universo, dicendoci cose che solo loro potevano sentire, e capire.
Ci aspettano lassù, vieni, ci vogliono riguardare.
Le abbiamo emozionate sai.
E chi poteva, se non noi, emozionar le stelle?

“È lassù

brillano stelle

di uno strano colore,

rosso direi…

Sì, rosso,

arrossite di noi”

Lucia Lorenzon, 14 febbraio 2018

Storie in pillole – IV

Non trovo l’interruttore; la luce resterà quindi spenta ma non è un problema. Conosco bene questo posto e ne ricordo bene spigoli e gradini. E i mobili. Mobili scuri e pesanti carichi di cimeli vari, fotografie, libri e ricordi. Strano. Ricordo la posizione di tutto tranne l’interruttore. Forse non mi sono mai preoccupata di cercarlo nelle notti infinite, di rischiarare il buio reso appena meno nero del nero più nero dalla flebile luce che arriva dalle grandi finestre incorniciate da pesanti tende polverose. Chissà. La casa scricchiola, sempre. Quando c’è vento, piange. Davvero. Arriva un singhiozzare dalla soffitta, nessuno sa però chi ci sia lassù. Quella porta non si apre, nessuno è mai riuscito a sfondarla. Ci sarà qualcosa che la blocca, dicono. Quindi chiunque stia lassù, lì è condannato a restare. Oggi non c’è vento. Piove. Si avvicinano anche i tuoni. Vado in cucina, prendo un bicchiere e lo riempio d’acqua. Dalle scale che portano in cantina arriva uno scricchiolio nuovo. Dei passi regolari, leggeri. Spero non abbia bisogno di sapere dov’è l’interruttore.

L’INCONTRO DI BOXE

I due pugili si guardarono negli occhi. Era la sfida del secolo, la sfida a cui tutti avrebbero voluto assistere.

Ma laddove si svolgeva l’incontro nessuno era presente. Nessuno.

Tutti stavano davanti alla televisione, perché così avevano voluto gli sponsor.

E così la gente si era collegata sull’emittente nazionale, ed era divisa tra chi faceva il tifo per questo e chi per quel pugile.

L’incontro cominciò puntuale. I due stavano al centro del ring e si guardavano come due cani pronti a sbranarsi. L’arbitro teneva un ghigno sinistro e controllava che tutto funzionasse alla perfezione.

Dopo trenta secondi i pugni verso il volto dell’altro non si contavano più, e uno dei due pugili già barcollava sulle gambe, ma l’adrenalina lo teneva in piedi. E fu allora che partì un colpo sotto la cintola e l’arbitro si infuriò. Interruppe momentaneamente l’incontro e puntando il dito contro i due, cominciò ad imprecare. I pugili tolsero i guantoni, si diedero la mano e cominciarono a ballare come se fosse partito un lento in sottofondo. L’arbitro restò basito.

A casa la gente era infuriata. Com’era possibile che l’incontro del secolo, la gara delle gare, finisse in quel modo. Protestarono, chi in casa e chi telefonando al numero dell’emittente nazionale, che presa alla sprovvista decise di non rispondere. I due, sul ring, sembravano due ballerini alle olimpiadi.

Ma ciò che fece infuriare la gente fu quel non so che di irrisolto. Alla fine non c’era stata abbastanza violenza, non c’era stato un vincitore, ma soprattutto non c’era un vinto. Gli sponsor decisero di non pagare: lo spettacolo aveva deluso il pubblico.

E sul ring i due ballavano come se stessero danzando sulla luna, e sembravano anche felici.

di Stefano Re

Torre

La torre ha grosse aquile arcigne, sulla facciata, ma ha la testa piena di piccioni.
Non quelli che si danno dell’aria, con le zampe a stivale di piuma, mosse a scatti nervosi.
Neanche quelli gozzuti e dondolanti, lunghi di collo a corolla, nella stagione degli amori.
I piccioni torraioli nemmeno ricordano la gentilezza di certe colombine bianche bianche che indugiano sui loro passi per guardarsi intorno. Son piccioni quasi di terra, loro, con colori d’autunno e di nebbia.
Le zampe storte.
Camminano come i vecchi: avessero le braccia, le terrebbero dietro la schiena; portassero un maglione, l’avrebbero col collo alto e ghignoso, che stringe e fa tirare la testa a tartaruga, per via del soffoco.
Ci stavano Volando e sua moglie, sulla torre, insieme con gli uccelli, amici e scorta per l’inverno.
Alto e sornione, lui: le mani in tasca e certi occhi chiari…
Piccola e tonda, lei: grembiule pronto ad ogni cosa.
Due piccioni, con carriola al traino: piccole fascine di Po, a bruciare su, in alto.
Nel giro dalla piazza al fiume, in fila indiana, uno davanti, la seconda dietro, in compagnia della ligéra, che è l’arte del vivere con poco, di un orto preso in prestito a stagione.
Sulla torre, più vicini al vento, lei riparava ombrelli, lui, con l’ago, passava filo in un chicco di granturco: collane di esche per piccioni, sui merli della torre.
Sapeva aspettare che il grano viaggiasse nello stomaco, per tirare piano: “Ci vuole occhio”-diceva. ” E pasiensa“-aggiungeva lei.
D’inverno, con la stufa intubata verso una finestra, tagliavano la latta raccolta nell’estate, quella delle scatole grandi dei pomodori. Ne uscivano stelle e galline, mobili su bastoncini: girandole da vento, per chiamare la primavera.
E nessuno ricorda bene chi volò via per primo

Destino – 10

La nona parte è QUI

Io non esisto. Secondo i vostri parametri s’intende. È già singolare che io possa conoscere questo canale di comunicazione, una crepa nel guscio che isola i nostri due universi dentro la quale sbircio le vostre silhouettes che affollano la scena.Non esisto perché non ho un prima o un dopo. Ho solo un durante; un lungo, incommensurabile presente. Vivo – qualora io abbia compreso cosa intendete per vita – ignorando il procedere di tempo e di spazio. Ho dovuto abituarmi a questi concetti per indagare l’ordine dei vostri eventi. La biologia, la concentrazione di energia, il collasso della funzione d’onda in un singolo stato. Stato, lo chiamate così il manifestarsi di una specifica configurazione, giusto? E per questo avete il bisogno di ordinare lo spazio dove confinare i vostri stati e di seguire con un tempo la sequenza dei loro cambiamenti. È a mano a mano che salite in complessità che mi sembra si manifesti la materia, sempre più ignara della sua origine, generata dalla fatica immane contro l’entropia. Come fate mi chiedo e soprattutto perché. Difficile per la mia concezione primitiva del tutto che vibra con l’universo. Almeno il mio di universo. Lo comprende e lo permea, l’io, il tutto. Io penso addirittura di essere entropia, esisto ma da monade e ho dovuto puntare la mia attenzione sulle diverse concentrazioni di energia per dedurre il vostro concetto di noi. Singoli io che condividono il tutto, non essendo da soli il tutto, ma insieme diventandolo. Tanti io obbligati a rispettare uno spazio che li delimita e un tempo finito, durante il quale provano a vincere l’entropia. E se io sono entropia provano a vincere me.
Eppure questo tempo, perché a questo ho dovuto adattarmi, induce a interrogarmi sul suo senso e già nel momento stesso della nascita in me di questo bisogno provo la necessità di almeno un altro io a cui sollecitare la risposta. E sento brividi, movimenti che anticipano un collasso, una morte se chiamate così questa trasformazione. È la domanda forse che impone il limite del prima e del dopo? E del cosa c’era prima e cosa dopo?
Studio i movimenti disperati di Francesco, il suo voler ostacolare questo complesso collasso di funzioni d’onda pur mantenendo ferma la volontà di rispondere alla domanda. Lo seguo, essendo immune allo spazio, nei suoi pensieri, nello spasmodico offrirsi alla tecnologia che usa per simulare un ovunque e un per sempre, nel suo mondo che impone questa vittoria entropica. Credo che dovrò far l’abitudine con il vostro mondo, perché in ogni istante – ecco vedete come il mio stesso linguaggio sta mutando? – passato a comporre la domanda sul perché, un frammento di me collassa, in frammento appunto, diventando significante del termine, una porzione limitata. Un nucleo degenerativo che spesso si annichila per carità, ma che basta da solo a fratturare il mio universo in prima e dopo. E ogni frattura introduce pressione e spasmi nel tutto e io ne sono attraversato e deformato. È dolore!, sì dolore come lo chiamate voi questo disagio, con la costante impressione di essere sul punto di esplodere in minuscoli pezzetti – ancora e ancora pezzi di tutto e di io che non comprendo sino in fondo ma che entrano nel mio lessico – scagliati ovunque in quello che a questo punto cos’è, vuoto? o il vostro universo riempito oggi di materia inesistente, oscura? Materia, oggi, dolore, maledizione Francesco! Cosa vuoi ottenere provando a sospendere ogni fine? Come vuoi farlo se non uscendo da questo universo, decongestionando la materia, facendola implodere in un tutto, in un solo io.

Francesco emerse dalla fase REM di colpo. Aveva in mente quella figura fatta di vuoto, una voce fuori campo che da diverso tempo lo tormentava durante il sonno. Emerse dall’ombra dell’ambiente dove si trovava, agitato e perplesso come ogni volta. Provò ad alzarsi, quasi dimenticando la sua condizione. Poi, spaventato ancora, si portò verso l’accesso alla grotta. Era sempre quello il suo rifugio quando le ombre, quelle ombre, lo assalivano. Il piccolo antro dalle pareti umide lo accolse, alla luce tremolante di una lanterna a lui poco visibile. Su una roccia sporgente si accomodò provando a respirare con calma per riprendere lucidità. In quel posto ci fuggiva sempre da ragazzino, quando gli scanazzati gli davano la caccia. Ci accedeva da una porticina nella corsia dei garage, sparendo in una fessura appena accennata su una parete di roccia coperta da rampicanti. Poteva passarci solo lui che chiamavano schieletro, proprio per la sua esile corporatura. Stava lì per il tempo necessario a far perdere le tracce, al sicuro, perché quei bulletti alla fine avevano una paura tremenda del buio nel sottosuolo. Lui no, al buio si era sempre affidato e a quell’antro, così simile alla camera minuscola in fondo al corridoio dove suo padre aveva incastrato a forza il letto e la scrivania. Lì Francesco, detto schieletro si rinchiudeva e lasciava libera la sua fantasia. Come ora, come allora. E difficile dire se l’antro nel sottosuolo fosse reale o semplicemente quel microambiente casalingo mutato dalla sua immaginazione. Difficile e inutile adesso che poteva decidere il reale e l’immaginario con due righe di codice. Al silenzio, con le gocce di acqua che ritmicamente scandivano il suo tempo, provò a concentrarsi sull’ultima versione del processo di riscrittura inversa. Aveva cambiato la storia e il tempo della narrazione di Holbesh e di tutti gli abitanti del borgo. Ma troppo lentamente e con buchi eccessivi. Guardò le connessioni riscritte e le densità di energia usate. Una, dieci, cento volte. Sembrava che il baco fosse evidente, sotto il suo sguardo, ma che la soluzione venisse celata da un pensiero, un processo in background che ostacolava la sua concentrazione. Doveva parlarne con il capo, il prima possibile e se era vero il suo dubbio, dovevano agire in fretta. Chiuse tutto e tornò fuori, nella luce asettica della sua cella. Una folata dell’impianto di condizionamento gli ricordò un identico sbuffo di vento lontano nel tempo. E insieme allo sbuffo, il volto imbambolato di sua madre, nell’ultimo suo giorno sul pianeta.

Sconfiggimi (una mia video-poesia)

Ho pubblicato questi miei versi qualche giorno fa nel mio blog. Oggi ne ho fatto una video-poesia per Caffè Letterario. Versi che narrano di passione, con le parole e con le immagini usate, dell’ artista Loui Jover, (sotto lascerò un link per chi volesse sapere qualcosa di più di lui, a me piace molto).

Eccovi dunque la mia poesia, e il video.

Buona lettura e visione.

Dissacrami,
spogliami da ogni residuo di me,
da ogni ricordo d’altro.
Occupami,
invadimi;
lascia che diventi
unico tuo territorio,
di nessuno prima,
di nessuno dopo.
Non temo possesso,
lo anelo.
Mi cedo,
e concedo alla tua esplorazione,
ogni respiro
ogni grido.
Fammi perdere,
come unico nord
il tuo odore,
il calore del tuo fiato.
Perduta in te
ritrovo la mia essenza.
Sconfiggimi,
in questa battaglia d’amore
voglio solo morirti dentro.

Lucia Lorenzon, gennaio 2018

Loui Jover: https://www.thingsiliketoday.com/immagini-e-parole-loui-jover/

Storie in pillole – III

“Come fai a leggere quella roba?” chiese Daniele.

“E’ interessante.” rispose Giulia.

“D’accordo ma… non ti inquieta? Non ti fa venire il voltastomaco?”

“Perché dovrebbe?”

“Beh, sono… serial killer. Cioè, non sono normali e nemmeno sani di mente.”

“E chi lo dice?”

“Mi sembra ovvio… voglio dire, uccidono la gente per divertimento.”

“Non è proprio così in realtà.”

“Ah no?”

“No. Per alcuni è, sì, divertimento, per altri una compulsione, per altri ancora una reazione ad un trauma.”

“Anche io ho subito traumi ma non vado ammazzare persone a caso.”

“E’ proprio questo il punto: perché loro lo fanno e tu, o io, no? Dove sta la differenza? Abbiamo questo “potenziale” orribile? La mente umana è incredibilmente complessa ed è proprio questa sua caratteristica a dare vita all’individuo e ai suoi comportamenti. Non voglio giustificare le loro azioni, ovviamente, ma le voglio capire. C’è dell’oscurità in ognuno di noi e mi chiedo: fin dove può arrivare?”

Daniele prese in mano il volume a lui più vicino.

“Che dici se inizio da questo?”

Destino – 9

Questo è l’ultimo post mio del 2017.
A tutti gli autori e ai lettori del Caffé Letterario auguri per queste feste e per il nuovo anno.

L’ottava parte è QUI

Seduti nel tinello della canonica i due uomini stavano in silenzio. Sebastien teneva in mano un bicchierino di cristallo con un liquore dentro. Sorseggiava e provava a riflettere sugli ultimi eventi. Holbesh osservava invece la stradina da dietro i vetri della finestrella. Di tanto in tanto facce per lo più conosciute attraversavano il suo campo visivo, ignare di essere scrutate. Una donna con una grande sporta di verdure si fermò davanti alla porticina di fronte alla canonica. Per alcuni istanti la vide frugarsi la tasca in cerca delle chiavi per aprirla. Fu in quel preciso movimento che percepì un richiamo verso qualcosa, una sensazione di già visto a un tratto divenuta folgore che sembrò abbattersi sulla scena. Holbesh scattò in piedi come se gli fosse apparso il diavolo in persona.

«Le chiavi Sebastien», urlò di colpo.
«Che chiavi?»
«Del laboratorio! Le hai ancora?»

Padre Martin tirò fuori il mazzo ancora stupito dalla sua domanda.

«Andiamo!»
«Holbesh, che volete andarci a fare in laboratorio? Le misure non saranno ancora pronte.»
«Andiamo!»

Non era momento per altre domande e in un silenzio fitto, rotto solo dai passi sugli acciottolati si infilarono nei cunicoli sino alla grande porta di metallo. Dentro, il corridoio e le luci bianche continuavano a definire quello strano ambiente. Il laboratorio però era buio, nessuna macchina accesa, nessuna traccia di attività. Sebastien controllò i ripiani; nessuna traccia di flaconi, provette o campioni biologici. Tutto scomparso, evaporato e forse mai esistito. Holbesh osservava sconfortato la vana ricerca del suo compagno di sventure, incapace di darsi ancora spiegazioni logiche.

«Sebastien, non so che diavolo stia accadendo al nostro tempo, ma in questo posto i nostri campioni non sono ancora entrati.»

Uno sguardo ancora e insieme ebbero una stessa intuizione. Tornati nel corridoio si precipitarono nell’ultima stanza, nella speranza di trovare qualche risposta. Anche questa volta però la situazione sembrò solo complicarsi visto che i due terminali erano magicamente scomparsi. Al loro posto i tavolini vuoti e alcuni cavi di alimentazione penzoloni. Sul lungo tavolo volumi e fogli invece continuavano a ingombrare il piano, con l’unica aggiunta di un tablet spento che non attirò subito la loro attenzione.

«Sebastien, che cosa sta accadendo ancora? Il tempo sembra essere impazzito da queste parti. Pierre circola ancora vivo e vegeto. Probabilmente non è mai morto. E qui giù ci ha fatto visita qualcuno che non ha davvero gradito la nostra curiosità.»
«E lì fuori c’è gente che si diverte a distribuire scontrini con QR code.»

Holbesh attese un attimo che quell’ultima frase trovasse una decodifica nello strano quadro mentale che stava affannosamente costruendo. Mise una mano in tasca e tirò fuori il frammento di carta termica. Adesso serviva un altro piccolo sforzo. Bisognava capire perché era stato inserito nella loro giornata quel dato.
Sebastien intanto armeggiava con il tablet provando a sbloccarlo. Al terzo tentativo la home comparve sotto i suoi occhi, sovrapposta a uno sfondo di un dipinto coloratissimo. Doveva essere un mercato affollato ritratto mentre alcune figure si muovevano tra i banchi. Una donna di spalle con un vestito leggero, una busta della spesa in mano e un corpo generoso, un uomo scarno che le veniva di fronte, ambulanti intorno a guardare i due, probabilmente amanti segreti, in mezzo al putiferio di prodotti della terra e del mare.

«C’è un lettore di QR code in quell’affare?»

Sebastien provo a vedere tra le varie icone, poi fece segno di no.

«Dovrei scaricarlo da uno store, ma non c’è rete.»

Holbesh provò a pensare a una soluzione, ma dovette in qualche modo arrendersi.

«Dobbiamo andare via! Sebastien! Sebastien!»

Padre Martin era desolatamente assorto sullo schermo, sul quale passavano foto di un tempo che con tutta evidenza lo aveva interessato. Holbesh si avvicinò per guardare insieme a lui quei volti, quegli scatti di vita familiare: un cane che il Sebastien felice della foto teneva al guinzaglio, una donna che lo cingeva in un gesto amorevole, una bimba. Entrambi sembravano incapaci di proferire una parola, una sola che potesse rompere quel silenzio assoluto. Finché Sebastien non trovò la forza per costruire uno straccio di frase.

«La password. L’ho ricordata a un certo punto la password. Doveva essere mio questo tablet, Holbesh. Avevo una famiglia e un cane. Avevo una vita.»

Guardava le foto e con il dito correva e accarezzava quei volti che per lui non sarebbero dovuti essere nuovi.

«Dobbiamo andare via da qui», disse Holbesh con una certa nuova dolcezza. 
«Dove?»
«Non ho idea, ma questo è un posto maledetto. Dobbiamo andare.»
«Come?»
«A piedi intanto. Non possiamo fidare in nessun aiuto.»
«Ho sonno Holbesh, non ho la forza per scappare ora.»
«Hai ragione, dobbiamo riposare un po’. Aspetteremo la sera, sarà più semplice fare perdere le nostre tracce.»
«Questa sera?»
«Sì, prima andiamo via, prima capiremo cosa sta accadendo.»
«Ne sei convinto?»
«No, ma è l’unica possibilità che vedo. Qui siamo in gabbia.»

Sebastien annuì e in silenzio ripercorsero a ritroso la strada verso la superficie. Attraversarono la chiesa sempre deserta e tornarono in canonica, sprofondando nei due lettini del secondo piano. Difficile dire se qualcuno dei due riuscì davvero a dormire. Di sicuro rimasero sdraiati, immersi nei loro cupi pensieri evitando di aprire altri discorsi. Holbesh provava anche un senso di colpa nei confronti della vedova Morel, ma anche quella donna era parte di quello strano mondo che dovevano in fretta abbandonare. Per qualche ora la stanchezza lo vinse, facendolo piombare in un sonno pesante interrotto dalla strana sensazione di essere osservato. E in effetti aperti gli occhi Sebastien lo guardava seduto ai piedi del letto. In mano aveva il mazzo di chiavi.

«Il laboratorio. Non c’è più il laboratorio. Neanche il cunicolo, il passaggio, la porta. Solo un muro solido. Nessun segno di varchi. Sparito tutto.»
«E ti stupisce ancora?»

Sebastien accennò un no con il capo, «volevo portare con me il tablet, il mio tablet. Tutto sparito Holbesh. Tutto.»

Fuori c’era ancora chiarore nonostante il sole stesse preparando il tramonto. All’ingresso trovarono i due zaini con le poche cose che avevano preparato per la fuga. Non si voltarono neanche una volta a guardare ciò che si lasciavano dietro, guadagnarono in fretta le ultime case del borgo e si diressero verso il ponte sulla vallata. Sotto, il fiume scorreva rapido in piccoli gorghi sulle rocce affioranti. Per un po’ camminarono in silenzio, ognuno nei sui pensieri, ognuno nel suo mondo scosso da quelle ultime ore. In un paio di ore, raggiunsero la vetta della collina e iniziarono a scendere sull’altro versante. In lontananza il ponte di un’autostrada occupava con i suoi piloni stretti e alti lo spazio tra i due versanti di un vallone. Ricominciarono a parlare delle loro cose, sempre più rilassati a mano a mano che la loro storia recente si allontanava, anche fisicamente, dietro le loro spalle. Una strada a stretti tornanti incrociò il loro percorso, indicando per un po’ il tragitto. Camminavano spediti, mostrando una certa familiarità del posto. Dopo due curve, in una piazzola che si protendeva a mo’ di belvedere sul dirupo, due auto attendevano coperte di brina.

«Siamo arrivati. Allora Holbesh come ti è parsa la nostra montagna? Certo non è quella della tua Polonia! Ma per oggi penso che possa bastare.»
«Da rifare, come si chiamava quel borgo dove abbiamo pranzato?»
«Verrazze!»
«Un posto davvero fuori dal tempo.»
«Già, fuori dal tempo. Vai piano Holbesh, mi raccomando e tornando a casa e salutami Sara.»
«A lunedì allora e non ti dimenticare di passarmi le foto su una chiavetta.»
«Mandami un messaggio così non lo dimentico, dai. A proposito, no è che conosci un certo padre Martin, Sebastien Martin.»
«Non mi viene nuovo il nome, ma non lo ricordo. Perché?»
«No niente un tipo strano che ti cercava venerdì al lavoro.»
«No proprio non ricordo ora. Se era importante tornerà.»

Francesco osservò Holbesh mettere in moto e iniziare la discesa verso valle, riflettendo sul giorno trascorso. Pensava che come primo esperimento sul campo poteva andare bene come resa ma non come velocità di scrittura. Aveva annotato inoltre un paio di imperfezioni sulle quali lavorare. Una zanzara ronzando si posò delicatamente sulla spalla. Era tempo di tornare ora. Guardò per un attimo l’auto muoversi lungo i tornanti, poi chiuse gli occhi e velocemente rientrò alla base.