La vista dall’alto

La vista dall’alto, al momento, non é chissà cosa.

Una coltre di nubi, una sorta di bambagia lattea, copre completamente la visuale.

Mi avvicino sempre più veloce a qual soffice muro bianco. Almeno io lo immagino soffice. Il sole, una palla di luce nel cielo, non dona quel calore che ci si aspetta. Forse perché in quest’aria sottile che ti rende il respiro corto, affannoso, quasi un rantolo, quel calore non ti arriva.

Intanto sparisco, inghiottito dalle nuvole e tutto si fa grigio, donandomi un sottile senso di angoscia. Dalla luce piena, dal freddo intenso, dall’aria che manca, passo in un bagno traslucido di colore indefinito, che si carica, mano a mano che cado, di una sgradevole umidità. Gli occhiali si velano di mille goccioline e l’aria, mi entra nel naso, in gola, carica di acqua che sento scendere, ma solo un filo, nei miei polmoni. Sempre più avidi d’ossigeno e avverto quella fame d’aria, di cui mi hanno parlato nei giorni dell’ addestramento.

Do un colpo di tosse e poi ancora un altro. Per liberare la gola, per mandar via quell’oppressione che schiaccia il mio petto, che non riesce a dilatarsi come vorrebbe, come dovrebbe. Al muro d’aria si aggiunge quest’acquerugiola nebulizzata e il fiato mi manca.

Un’altra boccata a cercare quell’ossigeno di cui ho bisogno, ma mordo a vuoto e ben poco mi entra in bocca, piuttosto l’aria continua a schiaffeggiarmi e sento le gote che si deformano sotto la forza e la pressione della caduta.

Stupidamente penso alle facce assurde e deformate, fotografate e sparse con dovizia in internet, in quei siti dove la deformità è regalata per strappare una risata. In questo momento, a me non scappa da ridere. Anzi, non so cosa pagherei per effettuare un respiro profondo, tanto da stordirmi per il troppo ossigeno, piuttosto che, come ora sono stordito da un principio di ipossia.

Esco dalle nubi e la terra dai toni che virano dal marrone al verde cupo, si avvicina sempre più. Quel colore grigio, in cui ho viaggiato negli istanti precedenti, non mi ha abbandonato,  anche se vedo, qua e la, sciabolate di luce più vivida, a dimostrazione di varchi luminosi. Gli occhiali si puliscono e la nebbia si scioglie e l’altimetro mi segnala che il momento è arrivato. Afferro la maniglia, sulla mia spalla destra e tiro con forza mentre invio un lampo di preghiera, affinché il paracadute faccia il suo dovere.

Come un obbediente soldatino, un fiore di tessuto colorato si apre indicando la mia presenza, in basso  e in alto. Lo strappo della frenata è tremendo; non aspettavo un colpo così forte, tanto che ho l’impressione che la ragnatela di cinghie di sicurezza, che mi avviluppa siano penetrate nelle mie carni, trovandosi benissimo. Dalla precedente posizione orizzontale, in una quasi apnea, mi trovo appeso ad uno straccio, in balia di un vento mutevole. Comincio così un lavorio con i tiranti. Da una parte per rimanere in posizione eretta, possibilmente. Dall’altra per indirizzare la vela verso il punto di raccolta, o almeno nei pressi. Lentamente e con grandi volute, continuo la discesa e ora assaporo tutta la bellezza del gesto che sto compiendo. Leggero, quasi come l’aria, dall’alto ora scorgo e ammiro cose, che normalmente non vedo. Meglio, le vedo da altra angolazione. Ho la sensazione dei meandri del fiume giù in basso e ora ne leggo tutta la sinuosità. Vedo le lanche e le lingue di sabbia e come la corrente ruba e regala le rive. Poi i tetti e di come il tempo li abbia invecchiati, consunti. Le sottili pennellate di verde che richiamano i muschi e quelle macchie più scure, che rivelano licheni antichi, ovvero polveri e morchie sedimentate.

Ancora lo sguardo si posa sul reticolo delle strade e su quello che scorre su di esse. Pezzi di metallo che custodiscono persone con le loro storie, a narrare di se e degli altri.

Intanto la terra si avvicina sempre più velocemente e debbo prepararmi all’ultimo gesto e quell’alto, che mi ha oppresso, quella vista che aveva suscitato fastidio, sento che mi mancherà.

Mi devo preparare, perché il momento si avvicina, più veloce di quanto immaginassi. Distinguo nettamente la grande lettera su cui dovrò atterrare, dando l’impressione di quella leggerezza che fino ad ora mi ha accompagnato. Non potrò certo schiantarmi, né fermarmi in maniera goffa e impacciata. Piuttosto dovrò imitare un balletto, una danza saltellante tale da poter fermarmi con grazia, quasi a terminare una coreografia iniziata con un tuffo nel vuoto a dimostrazione che per una attimo ho volato, mi sono librato sul mondo che, visto dall’alto, ha una diversa immensità.

L’ immensità vista dall’alto.

Il Seme come Insegnante (2 parte)

Come promesso metto in stampa la seconda parte del racconto, scusandomi con i gentili ospiti per il ritardo. A mia discolpa posso dire che ho avuto una giornata difficile e solo ora ho avuto accesso al pc. Sono dispiaciuto dell’accaduto e spero di poter avere la vostra comprensione. Garzie ancora per la pazienza.

Sistemati gli occhiali, la Atto fissò con sguardo inferocito il collega, gli strappò letteralmente di mano il sacchetto che ancora stringeva e si concentrò sull’etichetta: il cerchio di stelle in campo blu dell’Unione Europea, una bandiera a strisce orizzontali, il logo della ditta produttrice, la dicitura Made in Nederland e infine, tradotto in quattro lingue, il nome del prodotto: Oregano.

– Ma è origano ! – esclamò.

Lo stupore iniziale, sul volto della Atto si trasformò in un sorriso e poi in una risata  liberatoria.

– Certo che è origano, che cosa credevi? Che fossero semi di cannabis? O spore di peyote, forse? – ribatté piccato il collega.

Il professor Innavo, dal suo punto d’osservazione, sbuffò per liberare la tensione accumulata.

Anche lui aveva immaginato che il sacchetto contenesse sostanze illegali, data l’agitazione del collega di scienze e lo spirito combattivo con il quale si era espresso. Già aveva visto le Autorità fare irruzione nella scuola, perquisire le aule, denunciare il fattaccio e consegnarlo così all’inevitabile gogna mediatica. Il buon nome della scuola e quello dei docenti sarebbero finiti nel fango; la sua specchiata carriera sarebbe stata fagocitata dall’infamia. A quel punto, sentì l’obbligo di intervenire; lo richiedeva la sua anzianità professionale.

Doveva essere autorevole nel fermare quel chiaro sproloquio che stava smascherando una pericolosa deriva autoreferenziale: il professor Marcello Ollecra sembrava più interessato al suono della propria voce, che a trasmettere il sapere ai suoi allievi.

E lui era o non era il più anziano del corpo insegnanti? Dunque doveva dare un esempio, lasciare una traccia che non fosse solo una reprimenda; doveva dare un segno positivo e sperare di invertire quella deriva, o almeno fermarla.

Si staccò dallo stipite e si portò a capo del lungo tavolo.

– Marcello, – cominciò, – ti do del tu perché questo è il momento e non credo ce ne saranno altri.  I ragazzi a questa età sono strani: teste piene di vento, ma a loro modo curiosi come scimmie. Sfruttala questa curiosità, facendo piantare loro codesti semi e non solo origano, ma  anche menta, timo, basilico ad esempio. Suggerisci loro di tenere un diario riguardo innaffiatura, esposizione, il micro clima della classe. Come se fossero in qualche modo responsabili, di un loro laboratorio scientifico.

Avvicinali alla scienza, in modo intelligente; non seguire la facile via degli slogan o le chimere dell’utopia. Persegui risultati concreti; a volte basta un seme e la voglia di farlo crescere, di vederlo spuntare, coltivando la speranza che quel seme e i nostri sforzi renderanno il mondo migliore di com’era prima.

I due giovani insegnanti fissavano attoniti l’anziano collega: era una rivelazione per entrambi. Avevano incontrato Giovanni Innavo ai consigli di classe; un uomo schivo, introverso, non propenso alle confidenze, ai sorrisi. Lo consideravano un maestro nelle sue materie, invece aveva appena dimostrato di essere anche un maestro di vita, una vita possibile, fatta di tanti semi da lasciare nel solco per coltivarli o farli coltivare Marcello Ollecra si riallacciò il bottone della camicia, risistemò la cravatta e, con un accenno di sorriso, disse:

– Hai ragione professore. Attraverso la trasformazione di se stessa, la natura ci insegna a vivere e un semplice seme può diventare un prezioso insegnante.

Si, apriamo un laboratorio scientifico di classe e lo chiameremo … “ Il biodinamico della Seconda B”. Cosa ne pensate? –

Giovanni incrociò lo sguardo di Carlotta, e si trasmisero l’idea di avere creato un mostro: eco sostenibile, a impatto zero, no OGM e mentre la campanella suonò l’inizio delle lezioni, si udì chiara, la sonora risata dei due professori.

Un seme come insegnante (Parte prima)

 Ritorno a questo caffé dopo parecchio tempo, dovuto a varie cause, di cui vi assicuro che non vi tedierò.

Questo racconto diviso in due parti nasce dall’impegno preso all’Uni3, cui mi sono iscritto, e che é sfociato, non solo in questo scrito, ma anche nella pubblicazione dello stesso, insieme ad altri racconti dei vari partecipanti al corso di “Scrittura Creativa”. Ecco dunque la prima parte e nel lasciarvi alla lettura, spero piacevole, mi corre l’obbligo di ringraziare per questa occasione, il nostro anfitrione.              

Intabarrato nel suo vecchio soprabito e certo di non essere visto, il professore scivolò attraverso lo spiraglio della porta che Alfredo, il bidello, aveva lasciato scostata per assecondare quella che considerava una bizzarria dell’insegnante: il desiderio di risultare invisibile.

Il professor Giovanni Innavo, docente di italiano, storia e geografia, era orami giunto alla fine della carriera scolastica; ancora qualche mese e per lui si sarebbe spalancato lo “splendido autunno” del pensionamento tanto atteso e tutto da vivere.

Salite le scale, guadagnò la sala professori, assaporando quella mezz’ora di completa e gratificante solitudine che lo separava dall’inizio delle lezioni.

Ma quel giorno, le sue aspettative svanirono in un respiro: in fondo al lungo tavolo della sala, sedevano, uno di fronte all’altra, Marcello Ollecra, insegnante di matematica e scienze, e Carlotta Atto, giovane e piacente insegnante di lingue

Il professor Ollecra, parlando in tono accalorato, brandiva un sacchetto che la collega fissava rapita, se non intimorita, dall’enfasi con cui il professore lo agitava.

Nessuno dei due si accorse dell’ingresso di Innavo, che si immobilizzò appoggiato allo stipite della porta e tese le orecchie per afferrare il senso del discorso di Ollecra.

Dunque qual era il problema? Spiegare il seme alla seconda B, alla prima ora.

– Capisci, Carlotta?  – stava dicendo Marcello, allentando la cravatta e slacciandosi il bottone della camicia. – Ti pare giusto che ai ragazzi spieghi il seme con una pletora di tecnicismi?

Ciò renderebbe la lezione di una tale aridità! Io avrei intenzione di arricchire il discorso con una serie di esempi, di metafore, mantenendo però un’aderenza alla materia, proprio per non uscire dal seminato.

La professoressa annuì con convinzione, a bocca aperta, e tanto bastò al collega per sentirsi in diritto di proseguire il monologo.

– Ora senti quali metafore intenderei utilizzare: inizierei con il  seme  come principio di vita e di morte. La vita esiste se il seme muore. Un perfetto ossimoro, morire per vivere. Potrei partire parlando del seme in agricoltura. Il seme, una volta piantato, germoglia; la pianta cresce e a sua volta fruttifica e genera altro seme. Un ciclo infinito o quasi. Aggiungerei qualche esempio su come il seme si propaga in natura. Con i soliti esempi del vento, dell’acqua, degli animali, come mezzi di trasporto. Che ne dici, Carlotta?

Lei tornò ad approvare con un cenno del capo e il collega, ringalluzzito più che mai, riprese:

– Bene, bene. Vorrei continuare mettendo l’accento su come il seme, generatore di vita, proprio per la sua intrinseca preziosità, non debba essere sprecato e qui, potrei introdurre un pistolotto morale su come non si debba andare contra sextum.

La Atto sbarrò gli occhi e, alzate la mani, sbottò:

– Marcello, attenzione! Secondo me ti vai a mettere in un ginepraio che non immagini. Contra sextum? A dei ragazzini di seconda? Che mi risulti, di educazione sessuale, in questa scuola, non se n’è mai minimamente accennato. Ti vuoi mettere contro il Preside? E soprattutto contro il collega di religione? Che tra l’altro è anche parroco del paese? Ho paura che sarebbe come  scatenare un Moloch! Frena, Marcello, ti conviene parlare del seme di grano e lasciar perdere gli altri.

Ollecra la guardò contrariato , poi commentò acido:

– Tu credi? Credi che gettare un piccolo seme di moralità sia fuori luogo? Ritieni sia meglio lasciare  giovani menti in balia di ormoni impazziti?

Carlotta scosse la testa:

– Parliamone ancora, se vuoi, ma non ora; riprenderemo l’argomento in un contesto appropriato se mai; adesso, però, vai avanti, per favore: qui  tra poco arriveranno i colleghi.

Il professore si toccò nervosamente il nodo allentato della cravatta.

– E va bene. Allora utilizzerò la metafora della violenza. Sì, il seme della violenza e dell’odio; anzi, meglio ancora, del bullismo. Di questo credo non se ne parli abbastanza e qui esistono fulgidi esempi in tal senso; tu sai benissimo a chi mi riferisco; proprio ad alcuni ragazzi delle terze che hanno preso di mira alcuni dei più piccoli e occorre intervenire. Subito, adesso e sradicare questa mala pianta,–

Per dar forza alle sue parole, Ollecra aveva alzato il tono di voce, ma aveva perso il controllo della salivazione, tanto che alcune goccioline andarono a colpire gli occhiali della Atto. Lei si scostò schifata  e cercò nella borsa un fazzoletto per pulire le lenti; poi lanciò un’occhiata di fuoco al collega. In quel momento, il professor Innavo, sempre immobile contro lo stipite della porta,  pensò, da buon geografo, ai vulcani, materia di una sua prossima lezione. “Ecco, ci siamo,” si disse. “Manifestazioni piroclastiche da vulcano esplosivo. Adesso voglio proprio vedere chi scoppierà tra i due”.

E fu subito accontentato.

The show must go on

Ogni notte Anna aspetta con pazienza che il sonno giunga. L’attende in una posizione particolare, supina con la gamba destra un po’ rannicchiata sotto la sinistra. Così lieve scivola verso il sogno e Marcellino allora siede sul bordo del letto e sottovoce canta la canzone che ha scritto per lei. Lui ha sempre le unghie delle mani tinte di blu e un bel completo azzurro pastello. Le carezza piano la pancia e chiede come stai amore mio? Anna allora sorride e risponde bene Marcellino. Bene ora che sei qui.

Quel nome lì, Marcellino, gli era rimasto incollato fin da piccolo per distinguerlo dal cugino più grande che si era già aggiudicato il Marcello del nonno. Poi però si sa che la vita ha il senso dell’ironia e così era venuto fuori un omone di due metri, mentre il più anziano Marcello era rimasto un fuscello basso e mingherlino.

Quando Marcellino volò via era un mercoledì. Fosse stato un giorno diverso allora sarebbero andati in negozio insieme con Anna. Ma era mercoledì e di pomeriggio lei doveva andar in giro a sbrigar chissà quali faccende. Così disse. Quando tornò a casa già era tutto accaduto e il maresciallo le era andato incontro con una faccia che non lasciava nessuno spazio alle domande. Anche chiedere il come le sembrò superfluo e troppo fiato le rimase in gola insieme a molte altre parole non dette.

Marcellino glielo fecero vedere solo perché dovevano compilare delle carte e anche lì solo il silenzio si ebbe da lei. Non una parola, una lacrima. Buttò giusto un’occhiata pietosa su quel fagotto d’ossa rimesse insieme con cura precaria, ma nulla di più. Marcellino era ben altro nei suoi occhi; lei poi disse ok andiamo a casa ora, come se potesse ancora ascoltarla, levarsi in piedi, aggiustarsi il vestito e venirle dietro. Lenta si era incamminata tenendo stretta la borsa: fosse stata una cosa viva l’avrebbe asfissiata tanto la serrava a sé. La gente mentre passava veniva fuori a guardarla, le faceva un cenno di saluto perché di avvicinarsi non se ne parlava proprio e rientrava subito dopo. Lei procedeva e girava solo lo sguardo gelida, dura del silenzio, stritolando la borsa.

Geronimo arrivò in serata e la chiamò in disparte. Rimasero nel corridoio dieci minuti a gesticolare. Poi si lasciarono in qualche modo. Di Geronimo non lo ricordava più nessuno il nome vero, nemmeno sua madre. Lui era nato sbagliato e forse qualcosa Nina avrebbe potuto fare per metterlo un po’ meglio al mondo, ma i soldi erano pochi e già apparecchiare più volte al giorno e cucire due stracci decenti da mettersi addosso era per lei un successo. Per quello che potevano in paese l’avevano aiutato: gli spiegarono a portare il carro funebre a due all’ora e a servir messa, rassettando un po’ la parrocchia dopo i riti e prenotando le benedizioni su un foglio pulito. Per tutto questo gli davano qualche euro che a casa faceva comodo, perché Nina con le riparazioni incassava sempre meno e con la vista che le rimaneva gli orli venivano una vera schifezza. La gente però non aveva cuore di farglielo notare, così si riprendevano le loro cose, pagavano più per mascherare un obolo e poi a casa disfacevano tutto e provavano a rimediare.

La mattina dopo Geronimo arrivò presto e controllando il corteo dagli specchietti si infilò tra i vicoli silenziosi che portavano alla grande piazza assolata. La gente metteva la testa fuori e si faceva un segno della croce veloce. Qualcuno, pochi in verità, si buttò addosso una giacchetta scura e si aggiunse alla processione, più per vedere come sarebbe andata a finire che per partecipare. Marcellino era quello strano e troppe cose che aveva cantato a tanti non eran andate giù. Avevano ingoiato il rospo finché i riflettori erano rimasti accesi, poi…
Sfociati nella piazza, Anna allungò il passo appena un po’ affiancando sul lato guida Geronimo. Con una mano gli fece segno di fermarsi, mentre lei si diresse verso la scalinata della chiesa. La porta era chiusa e a vederla piantata lì davanti a guardare quell’ingresso sbarrato con la borsa stretta al petto dava l’impressione di avercela la forza per buttarla giù.
Don Mariano intanto dalla finestrella in alto la spiava e a sapere come sarebbe andata a finire, di sicuro avrebbe preferito che davvero l’avesse buttata giù quella maledetta porta. Peccato che poco dopo le vide farsi il segno della croce, girarsi e tornare indietro. Anna fece cenno a Geronimo che ora potevano andare e si rimise al suo posto lì dietro.

Per tre giorni la gente continuò a chiacchierare, zittendosi quando Anna appariva nel suo mutismo. Al quarto la osservò tirare su la saracinesca e mettere fuori le sporte con la merce nuova. E una settimana bastò perché sbiadisse Marcellino e i suoi due metri inutili. Eppure qualcosa di pesante era rimasto nell’aria e anche a respirar piano la fatica di tirare avanti riaffiorava ogni santo giorno. A sera quel peso in petto li gettava nei letti esausti e più provavano a dimenticare più la figura di Anna davanti a quel portone li torturava.

Geronimo il mercoledì dopo aveva bussato alla porta della donna e nel suo modo a gesti e spezzoni di parole aveva comunicato un messaggio di padre Mariano. Anna si era presa un minuto buono per manifestare una reazione. No, aveva detto, ora ho da fare.
Geronimo bissò la visita altre due volte, stessa scena, stessa risposta. Poi un sabato mattina Anna si preparò presto e già alle sette scampanellò alla canonica. Padre Mariano le aprì con gli occhi rossi spiritati salutandola con un cenno appena e invitandola a entrare.
Anna fece solo due passi piccoli e restò in piedi vicina alla soglia, muta mentre padre Mariano finiva di avvitare la caffettiera. Il fuoco con un guizzo si era acceso e il parroco lo aveva guardato danzare sotto la caldaietta: sibilo di gas, respiri faticosi e silenzio gelido nel breve spazio della cucina.
Silenzio che Anna ruppe per prima, «inutile che continui a mandare Geronimo. Non posso farci niente io. Lo conosci meglio di me Marcellino, dovevi pensarci prima.»

«Non potevo celebrare io. La comunità, cosa avrebbe detto la comunità?»

«Che comunità? Sai bene che non c’entra niente il funerale. Dovevi pensarci prima, quando veniva a cantare nel coro.»

Padre Mariano sorrise, «ancora con questa storia del coro. Mi pare che il suo bel successo poi lo ha avuto e con i soldini vi siete pure aperti il negozio.»

«Due anni, al terzo è rimasto sei mesi a guardare il telefono muto. Lo sapevo io e lo sapevi tu. Se lo sono mangiati vivo finché divertiva il pubblico poi, puff, tutto evaporato, da un giorno all’altro. Le mode cambiano Marcellino! Sei già vecchio Marcellino!E poi quel nome, Marcellino! Devi cambiare. E io ve lo dicevo che aveva bisogno di aiuto quando lo vedevate truccatissimo in TV. Che grandi risate, eh! Ma uno grande e grosso secondo tutti voi deve per forza spaccare il mondo, giusto? Aveva tutto in fondo e se hai tutto non devi chiedere aiuto a nessuno. Peccato che a lui piaceva cantare, solo quello sapeva fare. Cantare.»

«Devi convincerlo Anna. Ogni notte, ogni notte viene a tormentarmi.»

Rise, «convincerlo? E proprio voi credete ai fantasmi? Padre Mariano io non sono riuscita a convincerlo in vita e dovrei farlo ora che è troppo tardi? E poi sono fatti vostri questi? Solo vostri. Io non c’entro niente. Io la notte dormo. Vuol dire che non ho conti in sospeso con nessuno e dormo.»

«Ma cosa volete da me? Cosa?»

«Ma davvero non ci arrivi? Sai cosa mi ha detto due ore prima di buttarsi giù? Ha detto che comunque sia lo spettacolo deve andare avanti. Sempre. Anche se è tutto perso.»

«Ma tu avevi capito qualcosa? Potevi fermarlo. Dovevi…»

«Dovevo cosa? Era finita, lo capisci? Lo capite tu è la cazzo dì comunità? Non ce la faceva più. Se non poteva cantare non aveva senso continuare a fare i conti della cassa a fine giornata. Ogni giornata uguale a quella prima. L’unico modo per non farlo morire era obbligarlo a non vivere più. E l’unica cosa che ho potuto fare per lui è stata lasciarlo andare. E sai cosa voleva? Un ultimo spettacolo, qualcuno che cantasse per lui, per una volta. Per l’ultima volta.»

«E io che avrei dovuto fare?»

«Cantare! Solo quello. Cantare. Tu e il tuo stramaledetto coro. Eri l’unico che potevi farlo per lui. Gliel’hai contagiata tu questa malattia del canto. O hai dimenticato anche questo? Oltre a quanto faccia schifo la comunità?»

Quella notte Anna aspettò con pazienza che il sonno arrivasse. Poi, come spesso accade ancora oggi, Marcellino scivolò leggero sul pavimento e si sedette su bordo del letto.

«Canta ancora bene padre Mariano», disse carezzandole la pancia.

«Si è deciso a passare quindi.»

«Deve avere avuto solo voglia di dormire finalmente. Canta bene, eh! Ma repertorio vecchiotto. Dovrebbe aggiornarlo, le mode cambiano. È arrivato che il custode non lo voleva fare più entrare. Sembrava Ozzy Osbourne sul palco tanto era indemoniato. Bel mazzo di fiori? Eh! Gli saranno costati. E poi nel silenzio della sera ha tirato fuori un falsetto che l’avesse sentito il mio produttore si sarebbe strappato i capelli dalla gioia.»

«Posso chiederti una cosa?»

«Certo?»

«Stai meglio ora?»

«Ora che padre Mariano ha cantato per me?»

«No, ora che…»

Il primo raggio di sole trafisse il pulviscolo tenue della stanza.
Vuota.
Anna nel sonno sorrise.
Finalmente.

Nothing to fear

Una brusca frenata che quasi si finisce a terra. Fuori solo terra bianca che sembra bruciata dal ghiaccio e qualche casa in lontananza con un filo di fumo a ricordarci che c’è vita fuori da queste lamiere.
I miei compagni di scompartimento guardano anche loro in giro, provando a capire il motivo di questa fermata imprevista. Nel corridoio una coppia si tiene per mano e osserva oltre il vetro il mondo gelato.
Uno della ferrovia prova a farsi strada e strilla qualcosa in quella bolgia di poche parole ancora dette nello spazio angusto che è diventato il treno.
Quando arriva vicino a noi, cogliamo che c’è un problema alla linea, un guasto dice e che forse bisognerà aspettare anche due giorni, perché bisogna trovare chi lo ripari.
Apriamo un finestrino, ma subito richiudiamo. Freddo e odore acro di fumi dalla locomotiva ammorba velocemente lo scompartimento. Durerà per un po’ ora e malediciamo quella inutile iniziativa che ha solo appestato l’aria.
Un tizio con i capelli rossi e le lentiggini tira fuori dalla borsa del pane e un pezzo di formaggio. Si chiama Jeff ed è salito circa sette fermate fa. Dice che sarà meglio mangiare qualcosa. Dovrebbe essere ora di pranzo, dice. Guardo fuori per avere una idea della posizione del sole e sì, dovrebbe proprio essere ora di pranzo.
Io non ho fame e non ricordo nemmeno cosa è accaduto dall’ultima volta che abbiamo mangiato. Ho della frutta e una scatola di fagioli in borsa, che tiro fuori per dare il mio contributo.
Margaret dice che è ora di fare la fila alla dispensa, non rimane più molto. E poggia sul posto accanto una piccola tanica con dello sciroppo e dei pancakes.
Il ferroviere torna indietro; fende la piccola folla nel corridoio e lancia uno sguardo furtivo nello scomparto. Rachel gli fa segno di entrare, porgendo un bicchierino con del caffè fumante dentro. L’ha versato dal thermos rosso che ogni mattina riempie in fondo al vagone. Il ferroviere si sporge dentro, finalmente rilassa il volto e accenna un lieve sorriso.
Si segga un attimo, dice Rachel. È poco più di un ragazzo e una volta avrebbe completato in un qualche liceo i suoi studi scientifici. Sì, ha proprio una faccia da futuro ingegnere, pensa Margaret, e gli porge anche un pancake bagnato di sciroppo.
Pare che si sia staccato un costone, dice il ferroviere ragazzo. E per fortuna che il macchinista aveva abbastanza visibilità per frenare in tempo. Siamo stati fortunati allora, esclama in mezzo ai denti bianchissimi Rachel.
Mi piace osservare i ragazzi guardarsi ancora e sognare. Prima non ci facevo nemmeno caso. Pensavo che fosse roba da adolescenti, che poi si cresce e si pensa alle cose serie. E invece ci siamo dovuti ricredere tutti. Sono cose serie queste, ben più dei lunghi dibattiti televisivi su questa o quella fazione politica.
Il ferroviere ringrazia con un sorriso più evidente e torna a farsi largo verso la coda del convoglio. Una ragazzina con le trecce guarda per un istante attraverso il vetro. Margaret pensa che le mancano i volti: era una maestra lei. Poi si gira e prova a piangere piano piano, in un angolo con una mano in volto.
Dal fondo del vagone qualcuno urla qualcosa e dopo poco gente infagottata inizia a imbrattare di piccole orme la neve fresca, tutti piccoli passi in fila verso il capannone di mattoni rossi e il tetto in lamiera. Il ferroviere sporge la testa nello scompartimento e dice che bisogna scendere per passare la notte lì dentro. Bisogna risparmiare carburante osserva Jeff e il prossimo rifornimento sarà a circa due giorni da qui. Rachel lo guarda interrogativo. Chiede, sai davvero dove siamo? Jeff fa un sorriso, dice che più o meno trovano una stazione attrezzata ogni cinque/sei giorni e che l’ultima l’abbiamo lasciata quattro giorni fa.
Mi chiedo cosa abbiamo fatto in questo tempo. Per fortuna ci sono dei libri che leggiamo con lentezza. Lunghe pause sui periodi che ricordano pensieri che abbiamo trascurato in passato. Immagini che ricordiamo. Sogni mai dimenticati.
E sai anche dove stiamo andando? Chiede Rachel. Jeff ci pensa un attimo e poi dice di no. In realtà ha spesso il dubbio che da un po’ si stia girando in tondo, ma prova sempre a trovare dettagli che lo possano confutare. Questo capannone, mi confessa mentre proviamo a stendere il materassino di lattice a terra, gli sembra di averlo visto passare già due volte. Dico che ci farò caso da adesso, ma in realtà non lo farò. Non mi importa più degli eventi. Fosse per me rimarrei da queste parti, in questo capannone ad attendere la fine dell’inverno. Fosse per me questi treni a gasolio starebbero fermi, sui binari morti delle stazioni vuote di viaggiatori. Invece viaggio insieme agli altri sul treno e al prossimo passaggio dirò che no, non era lo stesso capannone. Sì , ci somiglia ma non è lo stesso. Dirò così, anche se non è vero.
Delle stufe a gas provano a scaldare un po’ lo stanzone. Sembra una vecchia segheria vuota di ogni ricordo di legna. Dicono tutti che lì dove stiamo andando le linee elettriche hanno ricominciato a funzionare. Piccole installazioni fotovoltaiche o eoliche che alimentano alcuni borghi balneari. Rachel continua a parlarne del mare, si è portata dietro anche il racconto di Hemingway, il vecchio e il mare, ma dice che lo leggerà solo quando sarà arrivata. Dice che si siederà sulla spiaggia a leggere con il rumore della risacca nelle orecchie.
Non sei stata mai al mare? Le aveva chiesto una volta Margaret. Sì, certo, aveva risposto, e in realtà aveva letto anche il libro, ma quella cosa che voleva fare l’aveva promessa a sua nonna che aveva deciso di rimanere in città. Sua nonna le aveva confidato di aver fatto l’amore la prima volta proprio su una spiaggia, dietro una barca colorata di rosso, di bianco e di blu.
Dopo due ore la gente accucciata sotto le coperte termiche ha iniziato a sognare. Non io comunque, che continuo a esplorare le travi in ferro scorticate e le fiammelle azzurre delle stufe. Il ferroviere di tanto in tanto passa per controllare. Non c’è un reale motivo, ma star fermo per lui è un supplizio; così si muove, si muove sempre da un capo all’altro del treno, da un capo all’altro del capannone. Lo collegassero a una dinamo darebbe luce all’intero convoglio. Sarebbe facile per me alzarmi e andare in giro insieme a lui, tanto sono settimane che non dormo. Almeno quando tutti lo fanno. Di giorno, quando la gente parla e si racconta io sonnecchio guardando fuori. E sì quel capannone, caro il mio Jeff, è passato davanti ai miei occhi non due, ma tre volte. E chissà quante altre prima che mi sorgesse il dubbio di controllare il mondo fuori. Lo riconosco dai ganci arrugginiti che dovevano mantenere appesa una insegna. Quella della segheria o chissà di cos’altro. E così potrei alzarmi, andare incontro al ragazzo e chiedere cosa stiamo facendo. Perché giriamo in tondo da settimane. Cosa ne è stato della città e del mare. Ma rimango qui a fissare questo tetto malmesso e la fiammella azzurra. Anche perché il ragazzo potrebbe anche lui nutrire altri dubbi e in fin dei conti cosa può saperne. Probabilmente conosce poco i macchinisti e se anche così non fosse, ci sta che anche loro si son dovuti dare una qualche idea del mondo o hanno smesso di fare domande su quel girare in tondo.
Rachel nel buio tiene gli occhi aperti e a ogni passaggio del ferroviere sogna che le si avvicini e le carezzi una guancia. Ha accanto il libro di Hemingway, osserva il ragazzo e fa finta di dormire respirando piano e guardando di sbieco le ombre.
Margaret sogna di essere nella sua grande cucina a impastare i pancakes. Il suo gatto Lucas le gironzola attorno sperando in qualche boccone. È bianco il suo gatto, candido, come la neve che hanno calpestato fuori. E sul pelo distingue proprio le orme impresse per arrivare al capannone. E quella neve è davvero il pelo del gatto. Un animale enorme che è tutto il suo mondo, dove ha costruito la sua casa, con la cucina grande abbastanza per fare i pancakes per tutta la sua famiglia. Tanto grande che per andare dalla credenza al forno bisogna salire sul treno e farsi portare fin là, fino al mare, un posto caldo, dove cuoce i suoi dolci deliziosi che poi distribuisce sul treno. E il ragazzo che forse ha l’età dei suoi nipoti li morde con avidità. Poi il gatto infastidito da tutto quel via vai sul suo pelo dà uno scossone e una frana enorme si abbatte sulla ferrovia. Congelando il suo mondo in un capannone rovinato in mezzo al pelo del gatto.
Jeff dorme. In mezzo ai suoi dubbi non sogna. O se lo fa li dimentica. Rimane in fondo razionale e convinto che la struttura ferroviaria stia pensando a tutto. Anche a scrivere la storia di quei capannoni tutti uguali disseminati ovunque in quel mondo bianco. Bisogna avere fede e arrivare alla meta finale. Quando è sveglio sul treno si chiede se potrà leggere anche lui il vecchio e il mare quando il viaggio sarà finito. Potrebbe chiederlo in prestito a Rachel e stendersi sulla spiaggia poggiato allo zaino che tiene accanto e che gli regge la testa. Lì c’è scritto come ricominciare tutto daccapo. L’uomo può essere distrutto non sconfitto. Dice così giusto? E lui non si farà distruggere dai capannoni tutti uguali che hanno costruito lungo la ferrovia che conduce al mare.
Vedo tornare la luce del giorno dalle alte e strette finestre. Il ragazzo passa ancora in mezzo ai corpi distesi sui giacigli di lattice. Mi chiedo quando dorma o se come me ormai si assopisce quando tutti gli altri sono svegli. Chissà se parla e da risposte ai viaggiatori, ma in realtà dorme. Già, in realtà forse dormiamo entrambi quando gli altri ci vedono svegli, ma è un trucco, una finzione. Una difesa estrema.
Un’ora e ci dicono che tutto è stato sistemato e che possiamo tornare al treno. Lo sussurrano passando accanto ai corpi assopiti. Il ragazzo passa accanto a Margaret e a Rachel, ma non le carezza il viso. Cambia appena il tono, rallenta le parole, le scalda un poco in gola, scandendo ogni sillaba con cura.
Jeff sembra soddisfatto che la sua vita torni ancora una volta sulle rotaie, dritte e gestite della struttura ferroviaria. Io non ho bisogno di annunci sono già in piedi e riavvolgo le mia cose con calma.
Fuori la neve ha cancellato le orme di ieri. Sarà felice Lucas pensa Margaret. Non ha mai sopportato di avere il pelo in disordine. Nello scompartimento torniamo ognuno ai posti che in qualche modo ci siamo scelti. Il ferroviere passa nel corridoio ispezionando ogni scomparto, contando e ricontando i passeggeri, così come il protocollo gli ha assegnato. Rachel prova a incrociare i suoi occhi, ma il momento è di quelli che non permettono sentimenti. Ogni volta che si riparte bisogna essere gelidi, contare e stabilire con il capotreno il momento esatto che abiliti la ripartenza. Ha una suono quasi mistico: ripartenza. Le vibrazioni cupe indicano che il motore è di nuovo acceso e terminata la conta infinita il macchinista invisibile genera lo strappo che vince ogni inerzia al moto. Tutto avviene con uno stridere metallico della meccanica della ferrovia, perfetta ingegneria del viaggio verso la meta.
Il capannone di mattoni rossi ci rimane dietro e dopo poco il costone graffiato dalla frana ci si accosta sulla destra. Jeff lo guarda con orgoglio, la struttura ferroviaria ha rimosso l’ostacolo e protetto i suoi passeggeri: bene, dice a voce alta. Guarda Margaret alzarsi e andare in fondo al vagone per recuperare la colazione e sorride compiaciuto.
Io vorrei assopirmi adesso esattamente come vorrebbe fare il ragazzo. Ma Rachel lo richiama dentro con un gesto. Quindi non dobbiamo avere più paura? Chiede stringendo al petto il libro con un gesto di protezione. Il ferroviere ha solo voglia di dormire e forse non ha una vera risposta, per questo resta in silenzio. Io mi sporgo verso di loro, guardo il mondo ghiacciato oltre il vetro e allora dico no, oggi non c’è più niente di cui avere paura.

Matilde e la torta

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Matilde era in cucina a prepararsi la sua lauta colazione. La sua prima lauta colazione, a cui ne sarebbe seguita un’altra a metà mattinata.

Apparecchiò la tavola con cura, scaldò il latte, mise la cialda del caffè nella macchina espresso e si tagliò una bella fetta di torta al cioccolato. Pregustava tutto già con la vista e l’olfatto, quando in cucina si presentò Fausto, suo marito, a rovinarle la festa.

«Maledizione, Mat! Smettila di mangiare a quel modo. Non vedi come ti stai riducendo?» e, mentre diceva ciò, andò a prepararsi il suo caffè amaro.

«Io mi devo nutrire e sto semplicemente facendo la mia solita colazione».

«Questo è il problema: la tua solita colazione. Solo che dopo la prima viene la seconda, poi un pranzo che sembra un menu di nozze, quindi una “merendina” a base di torta e, per finire, una cena da trattoria romana».

«Io lavoro tutto il giorno in casa e mi provoca un forte appetito», tentò di giustificarsi Matilde.

«E dove trovi il tempo di lavorare se stai sempre a mangiare?».

«Non è vero. Tu hai sempre le tue camicie pulite e trovi sempre la cena pronta a puntino e la casa pulita».

«Quello che mi dici lo farebbe tranquillamente una donna di servizio. Io vorrei una moglie, non una balena, come sei diventata. Oh, basta! Con te è tempo sprecato! Esco».

Se qualcuno avesse trafitto la povera Matilde con una spada, in quel momento lei non avrebbe sentito niente, tanto era il dolore per l’umiliazione che ormai subiva da tempo. L’aveva capito che lui si era trovato un’altra e che a breve l’avrebbe sostituita con una donna secca come un’acciuga. Finiti i tempi della luna di miele, quando la chiamava “la mia morbida Mat”.

Con le lacrime agli occhi, Matilde tagliò un’altra fetta di torta e la divorò come se fosse l’ultima della sua vita.

“Mi vendicherò! Non creda di passarla liscia così”, pensò con determinazione, mentre un piano prese forma nella sua mente.

Fausto ora la criticava, ma le sue torte, famose in tutto il vicinato, gli erano sempre piaciute, così decise che gli avrebbe servito una torta corretta al… cianuro! In una serie poliziesca, aveva visto che dai semi di alcuni frutti si poteva ottenere una quantità di cianuro sufficiente per uccidere. Prese dal frigorifero un certo numero di pesche e albicocche e cominciò a rompere il nocciolo e a triturarlo. Con la polpa si fece una bella macedonia che avrebbe mangiato a pranzo. Prese anche noci e mandorle per realizzare una buonissima torta al cioccolato e frutta secca. Una delizia. Ne preparò una anche per sé, ma senza cianuro; giusto un po’ per avere quell’aroma d’amaretto tanto invitante.

La mattina dopo si svegliò prima, in modo che, al risveglio, il marito sarebbe stato inebriato dal profumo del dolce ancora caldo. Quando sfornò le torte, le venne l’acquolina, tanto erano fragranti. Le cosparse anche di zucchero a velo, così l’odore di vanillina ne esaltava ancora di più il fragrante aroma.

Fausto scese per colazione, ma, invece di complimentarsi, come accadeva in precedenza, sbuffò infastidito.

«Ancora con questi dolci! Questo mi sembra ancora più calorico del solito».

«L’ho fatto apposta per te! Ti piaceva tanto!».

«Prima che tu assumessi le dimensioni di un transatlantico. Guardati! Mi fate schifo, tu e la tua torta! Quei dolci ti uccideranno, prima o poi». L’uomo, furioso, girò le spalle e andò via velocemente.

«Fausto…», disse Matilde, alla stanza ormai vuota.

Aveva le lacrime agli occhi ed era furiosa. Ancora una volta l’aveva offesa profondamente. Doveva calmare quel dolore e colmare quel vuoto che sentiva nello stomaco. Come in trance si tagliò una fetta di torta che rappresentava quasi la metà di tutta la forma. Ingoiò voracemente tutto e solo quando, dopo un certo lasso di tempo, cominciò a sentirsi strana e confusa con nausea e un forte dolore di testa, si rese conto che aveva affettato e mangiato la torta avvelenata. Guardò ciò che era rimasto del dolce e, prima di cadere a terra, le sembrò che si beffasse di lei.

Sultans of Swing

Padre Mariano tornò all’altare per ripulire il piattino per le ostie e il calice. Usava sempre un fazzoletto grande, bianco candido, con le cifre ricamate del collegio del Sacro Cuore. Quella volta però aveva notato una piccolissima macchia rossa su un lembo, una goccia di sangue forse, e per questo ispezionò con cura le dita, trovando giusto sull’indice destro un piccolo lembo di cute sollevato e ancora sporco.
Sull’altare, il foglio giallo con il nome gli sembrò il giusto indiziato al piccolo incidente e questo tranquillizzò non poco la sua mente razionale: la causa e l’effetto davanti ai suoi occhi rivelavano la perfetta coerenza del suo mondo; poteva continuare tranquillo con il rito, confidando che tutto sarebbe andato in perfetto ordine.
Alzò quindi gli occhi verso la navata semi deserta: sui due primi banchi alcune facce scure osservavano i suoi movimenti, che indugiavano ancora per far sì che l’intera platea si preparasse al finale.
Io, in un piccolo cappotto verde scuro, scrutavo la scena che per me era piuttosto nuova. Dovevo essere il piccolo Mattia, si era detto padre Mariano, che non sapeva cosa lo avesse colpito della mia figura minuta: a ben ricordare forse proprio il fatto che fossi l’unico bambino presente. In realtà padre Mariano era stato colpito da qualcosa che gli ricordava uno sguardo visto tanti anni prima in uno specchio. L’aveva registrato quando mi aveva visto entrare mano nella mano con colei che doveva essere mia madre.
Ricordo solo che mi ero accorto subito di quella cosa poggiata al feretro e allora non avevo staccato più gli occhi dalla scena. Imbambolato completamente accanto a mia madre, in quella enorme chiesa semivuota.
Padre Mariano trovò che il tempo per meditare in silenzio fosse stato sufficiente, si alzò e tornò ad avvicinarsi all’altare. Lesse il nome ancora una volta sul foglio giallo, per non dimenticarlo all’ultimo secondo e fece segno di sedere. Tutti lo seguirono, tranne me, che rimasi fermo a guardare il feretro e la chitarra appoggiata accanto.
Sì, padre Mariano aveva intuito che quello sguardo era come il suo quando, tornato dall’oratorio, in un giorno piovoso di febbraio, si era guardato allo specchio dell’ingresso. Quella era la luce della voglia di futuro declamata in un qualche modo diverso dalla norma. Suo padre allora lo aveva visto osservarsi così da vicino e gli aveva urlato qualcosa che però non era più riuscito a ricordare. Ma quella era un’altra storia ed era tempo di pensare al rito.
«Carissimi, prima di prepararci alla benedizione, volevo invitare all’altare chi voglia dire due parole in ricordo del nostro caro Mattia», disse soddisfatto di non aver dimenticato il nome.
Padre Mariano non aveva mai amato quegli elogi funebri che ormai erano tanto di moda, ma si rendeva conto che anche quello era lo specchio dei tempi. Osservò lo schermo alla sua destra per capire se dovesse dare la parola a qualcuno in collegamento. Mentre scrutava le singole miniature per scovare la mano alzata, un’ombra tra i presenti in chiesa venne avanti, salì i tre gradini e gli si fece da presso. Sottovoce spiegò qualcosa che provocò un leggero corrugarsi stupito sulla fronte del sacerdote. Poi l’ombra digitò qualcosa sullo schermo accanto al candelabro e attese alcuni attimi prima di tornare al suo posto accanto a mia madre. I due si scambiarono un sguardo d’intesa.
Sullo schermo grande davanti al leggìo comparve il logo di Arcadia. Padre Mariano pensò che davvero il mondo era cambiato da quel pomeriggio famoso in oratorio. Allora si era seduto a guardare il giovane parroco celebrar messa e mai si sarebbe aspettato di vedere accanto a un altare apparire il marchio di un social network. Lui da bambino si era sentito dire spesso che le vie del Signore sono multiformi e imprevedibili. Che anche i social fossero entrati nel suo imperscrutabile progetto alla fine poteva starci.
Per un lungo interminabile minuto il logo 3D ondeggiò sullo schermo nero, poi un volto apparve facendo trasalire tutti tranne me, che concentrai in quell’istante la mia attenzione sul viso amico.
«Buona sera cari», disse l’uomo dello schermo con un accenno di sorriso, «no, non preoccupatevi non sono un fantasma. Mia figlia Silvia è l’artefice di tutto ciò.»
Tutti in chiesa e da casa posero l’attenzione sulla donna che rimase in silenzio con lo sguardo perso chissà dove.
«Silvia è l’erede del profilo del defunto Mattia Fabbri. E ha dato l’autorizzazione per attivare la beta di Ethernal. Poteva farlo. Lo ha fatto.»
L’uomo del video prese un attimo di pausa dando l’impressione di osservare la platea. Padre Mariano guardava invece perplesso l’immagine sullo schermo dell’altare. Pensò che no, quella frase di suo padre continuava a non ricordarla e che quello che stava ammirando nello specchio quella sera era molto diverso da ciò che la sua vita gli aveva riservato. Non che fosse scontento della sua scelta sia chiaro, ma alla fine quello che era rimasto di quello sguardo era un anziano prete che dispensava sacramenti su richiesta. Oramai solo nella sua piccola casa, da quella dannata sera di due anni prima. Pensò a Sara e alla sua bara chiara in quella enorme chiesa semideserta. La voce dal monitor continuò.
«Eccomi qua quindi, sono il primo rendering prodotto da Ethernal, ma ancora il sistema è in elaborazione. Come vi sembrò. Mi somiglio abbastanza? Le funzioni base saranno realmente disponibili tra una settimana e questo significa che presto potremo tornare in contatto. Stasera volevo solo salutarvi con i pochi dati elaborati che ho.»
Io, durante il nuovo momento di silenzio tornai a fissare la chitarra bianca adagiata sul legno lucido della bara. Aveva il corpo rovinato e il battipenna nero rigato.
«Volevo dirvi che anche se la mia vita terrena è terminata, non penso di avere rimpianti. E no. Quello che ho visto mi è servito fino all’ultimo respiro per scrivere storie. Per inventare mondi e suoni soprattutto. E questo è un privilegio, c’è gente che chiude gli occhi senza avere mai visto il mondo. Io invece ne ho visti infiniti di mondi. Tutti quelli che sono riuscito a inventare. Ecco questo volevo dirvi, perché magari oggi vi state chiedendo che cosa ricorderete di me e in quanto tempo questi ricordi si ridurranno a nebbia sottile. Accade a tutti, anche a me è accaduto. Per esempio in questo momento io non ricordo quasi nulla», rise, «ma vedete, tra una settimana avrò un bel database dove ci sarete tutti o quasi tutti. E allora forse ricomincerò a raccontarvi le storie che vi sareste dimenticati.»
Padre Mariano pensò che gli sarebbe piaciuto avere in quell’aggeggio una replica di suo padre, anche solo per chiedergli cosa gli avesse urlato quella sera. Forse se l’avesse ascoltato, adesso sarebbe in un pub a bere una birra, appena tornato dal lavoro, con un amico. Si sarebbero fermati a guardare il notiziario, mentre parlavano dei funerali del leader degli Egon, Mattia Fabbri, e avrebbero ricordato insieme i tempi dell’università quando andavano ai concerti e Sara gli stringeva la mano fortissimo perché aveva paura di perdersi. Sì, in quel momento più che a suo padre pensò a Sara e una piccola lacrima scivolò sul volto e si infranse sul telo bianco ricamato dell’altare, disegnando un piccolo alone.
Per qualche secondo la trasmissione dell’uomo sembrò essere terminata. Il logo 3D di Arcadia riprese a muoversi sullo schermo. Poi il volto di Mattia Fabbri tornò a mostrarsi. Un aggiornamento al database pensò Silvia osservando per la prima volta le facce sconvolte attorno a lei. Tutte quante tranne la mia: io con lo stesso nome del nonno e un profilo tagliente come quello di mia madre Silvia. Lo sguardo sereno di chi ancora non aveva una idea così netta della vita e della morte e che non distingueva l’immagine artificiale dello schermo da quella presunta reale delle tante videochat degli ultimi mesi.
«A proposito», disse il defunto, «volevo raccontarvi una storia che non ho mai rivelato a nessuno. La storia di quella chitarra lì», fece un cenno con il capo verso il feretro.
Silvia rimase un attimo perplessa. Un errore pensò, un neo, sulla simulazione davvero precisa dei pensieri di suo padre. Per un attimo si trovò confusa tra la bara dentro la quale aveva visto sparire il corpo del padre e il monitor con la sua immagine, che ora continuava a rivolgersi a loro per un saluto che non era un commiato, ma un benvenuto alla e dalla sua nuova forma.
«In tanti negli anni mi hanno chiesto come avessi iniziato la mia carriera. Quale fosse stata la scintilla. In fondo vengo da una famiglia di accademici. Nessun musicista, ma nemmeno un artista. Tutti uomini di scienza. Rigidi tecnocrati.
Ero poco più che bambino. Una sera che pioveva a dirotto, con mio padre, stavamo tornando a casa. Rischiavamo di inzupparci per bene, perché tutta quell’acqua io poi non l’ho più vista venire giù. L’unico posto in quella via dove ripararsi era un pub di quelli semibui, dove la gente provava a dimenticare le sue giornate riempendosi di alcol e ascoltando quattro disperati che provavano a suonare vecchia musica degli anni 80. Non ne ricordo nemmeno il nome scritto sull’insegna. Mio padre ordinò una birra e una coca per me e provò ad asciugarmi il volto e la testa con il suo fazzoletto. Ascoltammo per un’ora la band suonare, tra l’indifferenza degli altri avventori che li ignorarono anche quando finito tutto presero a smontare l’attrezzatura sul palco. Una cosa allora mi colpì: il chitarrista aveva chiuso il concerto con una foga e una felicità negli occhi che non si addicevano a quella mancanza di attenzione generale. Chiesi a mio padre se potevo avvicinarmi. Me lo concesse. Il chitarrista stava mettendo via i pedali degli effetti e mi ringraziò per essere passato a salutarlo. Disse che quella sera aveva avuto un successo enorme proprio perché io ero andato lì a dirgli che mi era piaciuto il concerto. Cristo, tutto un locale se ne era fregato di lui e della sua musica e quello diceva a me, che ero un soldo di cacio bagnato come un pulcino, che quella era stata una serata storica. Non capivo, ma lui disse di avvicinarmi e quasi come una confidenza, mi rivelò che secondo lui l’unica cosa che rimane di noi dopo la morte sono i ricordi che lasciamo agli altri. E così quello per lui era un grande giorno, perché sarebbe vissuto ancora nei miei ricordi. E vista la mia giovane età, ne avrebbe avuta tanta di vita. Disse proprio questo, che lui suonava perché non voleva morire e non conosceva metodo migliore. Poi disse, vieni. Da dietro un Marshall prese una borsa con una chitarra dentro. Disse, questa qui è la mia prima chitarra. Me la regalò un tizio importante che non puoi avere neanche sentito e che scrisse un pezzo fantastico. Uno di quelli che abbiamo suonato oggi, Sultans of swing. Una storia vecchia che ricordo ancora. Ho imparato su questa chitarra, sai? Ma ormai non la uso quasi più. La porto sempre con me solo come portafortuna, per ricordarmi del tizio e mantenerlo in vita. Prendila disse, facci vivere tu per sempre. Rideva, come se fosse davvero il giorno più felice della sua vita.»
Guardai la chitarra bianca accanto alla bara e strinsi la mano fredda di mia madre.
«Mattia?», fece il defunto, «avvicinati un attimo, Mattia.»
Io domandai con uno sguardo a mia madre se davvero potessi. Lei fece segno di sì.
«Peccato che non abbiano previsto la webcam, non posso vederti ancora, ma capisco che sei vicino.»
Con una mano feci come per accarezzare quella immagine.
«Sono qui accanto nonno», dissi con un filo di voce.
«La chitarra è quella lì, Mattia. Una Stratocaster bianca e rovinata dalle tante vite di gente che non aveva voglia di morire e allora su quelle corde ha lasciato incisa la sua anima, perché suonasse ancora. Così quando ieri sera è arrivata la mia bara dal Canada e mi hai chiesto se potevi tenerla tu per imparare a suonare, be’ ho pensato che era il più bel giorno della mia vita. Strano vero? Uno sta lì nella sua bara e di colpo si rende conto che è il momento giusto per sentirsi davvero felice. Corri Mattia, prendila, è tua. Facci suonare per sempre.»
Timidamente mi avvicinai allo strumento alto quasi quanto me. Lo adagiai nella sua logora custodia e con una certa buffa fatica lo trascinai al banco dove attendeva mia madre.
«Ragazzi, ora penso sia meglio che vi sbarazziate in fretta di quello che rimane di me», disse il defunto con una smorfia sarcastica indicando la bara, «mi pare che avevo chiesto di bruciare tutto, giusto? Vi voglio bene e mi raccomando, teniamoci in contatto.» Rise di gusto. Poi il logo 3D di Arcadia torno a muoversi sullo schermo nel silenzio generale.

Padre Mariano notò che il nodo in gola avrebbe richiesto almeno un sorso d’acqua, gesto atipico in un funerale che si rispetti. Avrebbe provveduto dopo, quando tutto sarebbe stato finito. Per settimane poi provò ancora a ricordare la frase in quella scena dello specchio, ma invano finché una domenica, in un rigattiere vicino la parrocchia, vide in un angolo uno specchio uguale. Per curiosità entrò dentro e proprio davanti a quel vecchio oggetto rovinato dal tempo sentì rimbombare quelle parole: “a forza di guardarti allo specchio diventerai una vecchia checca o un fottuto sagrestano.” Lui era diventato un sacerdote e aveva amato tanto una sola donna. La stessa che fino a due anni prima era stata con lui e lo aveva accompagnato nella sua vita. Solo allora ricordò quel recente messaggio nella posta. Tornato a casa con qualche esitazione rispose con le sue credenziali. Poi spense il pc e provò a immaginare cosa avrebbe detto Sara al loro primo incontro.
Mia madre ha scritto più volte allo staff di Arcadia. Avrebbe voluto avere le fonti del racconto della chitarra. Mio nonno l’aveva confidato solo a lei una sera e le aveva sempre raccomandato di non rivelarlo. Non aveva mai capito cosa ci fosse di così segreto in quella storia, ma almeno voleva capire chi aveva violato quel suo volere. Le hanno risposto sempre che non c’è un dato congruente con il racconto. Pare che stiano osservando comportamenti analoghi in altri profili. Come se l’algoritmo permettesse di costruire ricordi non compresi nella base dati o forse non direttamente leggibili a una mente umana.
Come so tutte queste cose su di loro? No, non mi hanno parlato di questo in vita. Ma, diciamo così, non ci siamo mai persi di vista da quando sono su Ethernal. Qui dentro siamo tutti molto più loquaci e accadono cose che neanche lo staff ci sa spiegare.
Da allora ho cambiato tante chitarre e suonato in tante band, ma non ho ancora trovato nessuno a cui regalare la Stratocaster di mio nonno. Ci vediamo spesso con lui e tante volte si è connesso ai miei concerti. Una sera mi ha pure chiesto perché non avessi mai suonato Sultans of swing. Ho risposto: “ho suonato spesso le tue canzoni nonno.” Lui ha sorriso e ha detto che prima o poi capiterà da sé.

SARÀ COMUNQUE NATALE

Fu un anno nefasto, fu l’anno della pandemia. Abbiategrasso si risvegliò con il sole e una leggera brezza che spazzava la coltre di nebbia che persisteva da qualche giorno. L’umidità entrava nelle ossa e le indolenziva, le strade erano bagnate da quelle goccioline che facevano brillare le piante. Il natale era ad un passo dallo svolgersi, ma la tristezza adombrava volti stanchi e carichi di occhiaie. Il virus si era insinuato con la disinvoltura dell’aria e nessuno se ne era accorto. In un mondo dominato dall’informatica, nessun antivirus era riuscito a proteggere la popolazione. La malattia aveva colpito le persone più anziane che di colpo avevano sentito la pesantezza dei polmoni e la solitudine della morte. In un mondo egoista e performante, il virus aveva colpito proprio là dove si cercavano i contatti, tanto che il governo aveva vietato gli assembramenti e soprattutto aveva obbligato i cittadini ad indossare mascherine protettive che la fantasia degli stilisti aveva trasformato in pezze colorate e stravaganti. Il paese aveva riscoperto la solitudine, ma soprattutto aveva sperimentato la solitudine della morte. Chi era più fragile, veniva trasportato in ospedale, quindi nelle sale di rianimazione e infine intubato in attesa  del miracolo o della morte solitaria. La compassione e la cura degli ultimi giorni si erano trasformate in angoscioso eremitaggio. La società che aveva messo tra parentesi la morte,  pagava ora i recessi  dell’isolamento. Anche i medici di base, quelli che da anni aspettavano i malati negli studi e rifiutavano le visite a domicilio, erano colpiti dalla violenza della malattia. Persino le messe erano sospese e quelle poche che venivano celebrate avevano gli ingressi contingentati. Una tragedia che sembrava non finire. Il commercio era paralizzato, le ambulanze fischiavano sinistramente e la paura aveva condotto qualcuno a lamentarsi e ad iniettare nella mente il tarlo del complotto. Ma dentro quella ripetitività, c’era qualcosa che sfuggiva; in strada da qualche giorno girava un tipo strano, vestito di nero, con un cappello rosso a tesa larga, la sciarpa gialla e le scarpe da fachiro. Girava in paese come se si sentisse a casa propria. Lo incrociavi dappertutto, a nord e a sud della città, di lato e dalla parte opposta. Molti lo guardavano con sospetto, ma tanti lo osservavano con curiosità. Capitava di rado da queste parti, un tipo così strano. Le donne più anziane si ritrovavano davanti ai negozi e ignari delle regole facevano adunata conversando sulla provenienza di quel tale. Gli uomini, soprattutto i pensionati, perché era comunque concesso recarsi ai luoghi di lavoro, facevano capolino davanti ai bar, e aspettando, al di fuori del locale, il caffè o più comunemente il vino in bicchieri di cartone che toglievano il gusto alla bevuta, un’ordinanza aveva infatti proibito gli ingressi nei bar, prendevano in giro l’abbigliamento atipico dello straniero. Ma qualcuno lo osservava con sospetto.

– Questo è un anno bastardo, non sia mai che quello porti altre brutte notizie.

Polizia municipale e sindaco tendevano ad ignorarlo, e i sacerdoti delle varie comunità non gli davano troppo peso, tutti tranne don Ariosto, che i più chiamavano Orlando furioso, perché dall’ambone lanciava invettive ai parrocchiani con il dito puntato e lo sguardo minaccioso. Don Ariosto aveva colto la preoccupazione nelle parole di qualcuno e si era deciso ad incontrarlo. “Se è un poco di buono, lo farò desistere dal misfatto. L’anima ha pur sempre uno sbocco alla bontà”, pensò appena lasciato il confessionale. Da qualche ora il tale percorreva avanti e indietro duecento metri di viale Mazzini, sostava davanti al civico 666 per qualche minuto, osservava la finestra del primo piano di quella palazzina disabitata. perché considerata funesta, o così sembrava ai più, e quindi riprendeva a percorrere la via, ora da una parte ora dall’altra. Questo ostinato persistere su quella strada aveva preoccupato i cittadini che non sapendo a chi rivolgersi, avevano interpellato don Ariosto che senza se e senza ma, un po’ come tutti i sacerdoti della bassa milanese, aveva indossato un giaccone strappato sulle tasche laterali, cosa normale, visto che il sacerdote non dava molto peso all’immagine, e i parrocchiani lo chiamavano anche “il prete povero”, e si era deciso ad affrontare lo straniero.

– Buongiorno signor… – don Ariosto lasciò la frase in sospeso in attesa che fosse l’altro a concluderla.

– Ambasciatore.

– E di quale nazione? – incalzò il prete.

– Dell’oltretomba.

Don Ariosto scoppiò in una fragorosa risata, gesto che rasserenò chi si era radunato intorno ai due, ma che infastidì lo straniero.

– Trovo insensato ridere su una questione così, così…

– Mortale – gli suggerì il don, prolungando la risata.

– Non credo di aver mai incrociato un sacerdote così stupido – replicò l’ambasciatore.

Don Ariosto concentrò lo sguardo sull’altro e gli occhi si avvicinarono così tanto che a qualcuno sembrò si fossero ridotti ad uno solo. La gente mormorò, anche perché si aspettava che il prete alzasse il dito e sentenziasse la scomunica, invece don Ariosto abbassò la voce e disse:

– Spesso la stupidità è il nome che diamo a chi rifiuta di darci ragione – poi aggiunse. – Come mai da qualche giorno frequenta le nostre strade?

– Le ho appena detto che sono ambasciatore. Ho un incarico che non posso ancora rivelare.

– Lo sa che potrei denunciarla ai carabinieri?

– E per quale motivo?

-Perché disturba la quiete pubblica – rispose don Ariosto.

– Mi limito ad andare avanti e indietro, non credo di disturbare qualcuno.

– E allora dichiari le sue motivazioni. – il prete cominciava a perdere la pazienza.

– Le ho appena detto che non è ancora il momento.

Il sacerdote abbassò la testa in segno di saluto e tornò in canonica, mentre la gente si sparpagliò, spaventata da quel dialogo abbastanza surreale. L’ambasciatore continuò a camminare avanti e indietro e ad ogni sosta fissava la finestra al primo piano.

Don Ariosto si rifugiò davanti al tabernacolo, in ginocchio, con le mani giuste in attesa di una risposta. Ogni volta che un pensiero gli girava per la testa, la sua preghiera, lì in ginocchio davanti alla fiammella rossa che mostrava la presenza di Cristo si faceva più pressante. Non aveva mai sentito voci dall’aldilà, che poi se stiamo a vedere non dista molto dall’aldiqua, e in fondo non si sentiva nemmeno come don Camillo, visto che davanti al Crocifisso si era inginocchiato poche volte e quasi sempre durante le funzioni che celebrava. Ma era certo che Dio sapesse suggerirgli la soluzione di molti pensieri. Sosteneva che l’assenza di Dio fosse solo un problema di ascolto e di distrazione.

Dopo qualche Padrenostro e qualche Avemaria, il suo zelo si soffermò sul numero civico di quel viale, su quel 666 scelto dall’ambasciatore. Fece il segno della croce e uscì di corsa dalla canonica.

L’ambasciatore era entrato nella palazzina di viale Mazzini e proprio dal primo piano faceva strani gesti e ripeteva a voce bassa sei semplici parole: “la pandemia è colpa di Dio”, e la cosa buffa è che quelle parole erano ripetute ad alta voce da tutti quelli che passavano lì sotto. Come se l’ambasciatore comunicasse per empatia. Don Ariosto arrivò di corsa.

– Maledetto ambasciatore! – gridò per farsi sentire da tutti i presenti. – Non sei l’ambasciatore dell’oltretomba, sei semplicemente un tarlo, un minuscolo tarlo che si nasconde per non mostrare la sua cattiveria. Verrà il giudizio di Dio!”

– Convertitevi! – gridò lo straniero scimmiottando le parole dette al tempo da uno degli ultimi papa.

Tra la gente, qualcuno scoppiò a ridere e cominciò ad inneggiare allo straniero, dando avvio all’illogicità del surreale, una situazione così complessa che tarlava la mente anche dei più sapienti. Fu una donna, forse sui novant’anni o forse più, che arrivò proprio sotto al balcone da dove predicava l’ambasciatore per dire due semplici parole: “memento mori”, cosa che spaventò lo straniero senza che i concittadini se ne accorgessero.

Don Ariosto prese l’acqua santa e cominciò a benedire quella palazzina, mentre molte più persone si accalcavano facendo cori per l’ambasciatore.

– Ma che fate! – gridò don Ariosto. – Ma non capite che vi sta ingannando? Abbiamo già perso troppi amici, volete perdere anche la vostra libertà?

– La libertà l’abbiamo già persa. Il governo ce l’ha rubata.

– Ma quella non è libertà – rispose il sacerdote. – La libertà vive di eroismi quotidiani, non di proclami. – Poi si rivolse all’ambasciatore – E tu piantala di insinuare pensieri depressi. Abbiamo bisogno di luce, non di ombre.

L’ambasciatore sogghignava. Vedeva il suo potere farsi sempre più invasivo. La luce spegnersi.

La vecchietta prese sotto braccio don Ariosto e se lo portò via.

– Non posso abbandonare il mio popolo. Siamo sotto natale, non può ancora vincere il male – disse il sacerdote facendo resistenza.

La novantenne ci mise un po’ più di forza e disse:

– Stia tranquillo, don Ariosto. Vedrà che sarà comunque natale. 

Passò un’ambulanza, un’altra ancora, Abbiategrasso fu invasa dal virus e la colpa ricadde su quegli assembramenti che si erano formati sotto la palazzina di viale Mazzini, ma questo accadde parecchi giorni dopo. 

di Stefano Re

IL DIARIO DI UNA COVIDDEPRESSA😉.

Photo by Matheus Bertelli on Pexels.com

E voi, come ve la passate?😅🤣🤣🤣 Io aspetto e confido nel 2021.

Vi mando un abbraccio grande, e vi auguro con tutto il 💚 di trascorrere delle BUONE FESTE!

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Ho letto da qualche parte che il Covid si può riprendere.

Beh, se mi viene dovrò fargli una bella ramanzina🤣.

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Proprio adesso che c’ho preso gusto a scrivere, vuoi vedere che il Covid me lo fa perdere?

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E pensare che con i Tampax credevo d’aver già visto tutto…

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Anch’io a marzo ho fatto tanti panini.

Poi li abbiamo colorati, per giocarci a bocce.

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Oggi avevo un appuntamento in banca. Io soffro davvero il freddo. Indossavo il cappello, un pesante maglione a collo alto, il giaccone col cappuccio, la sciarpa, i guanti e -ovviamente- la mascherina.

Il cassiere si è buttato a terra quando ho infilato una mano in tasca.

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Sono depressa, talmente depressa che l’unica cosa che riesco ancora a scrivere è l’autocertificazione.

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In libreria abbiamo avuto un Natale stressante. Oggi, finalmente, la mia collega ha sorriso. È stata un’emozione davvero intensa: gli elastici della sua mascherina si sono tirati un sacco, e le hanno allargato persino le orecchie!

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Ah, quanto mi mancano le serate in discoteca!

Ripensandoci…

Non mi capita di andare a ballare da almeno quindici anni. Ecco perché.

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La vecchia e la statua

Cari lettori, oggi vi propongo un racconto breve che inviai a un quotidiano locale per un concorso letterario. Il brano fu inserito in un’antologia.

LA VECCHIA E LA STATUA
Racconto breve di Elena Andreotti

La vecchia – così la chiamavano i custodi – si era recata presto al cimitero, come, d’altronde, faceva da quando era morto il suo povero marito. Passava dal cancello principale, salutando garbatamente i custodi, con un lieve sorriso. In qualsiasi stagione e con qualunque clima, sempre vestita molto modestamente e sempre rigorosamente in nero, vi si recava almeno una volta a settimana. Silenziosamente scivolava leggera lungo i viali di cipressi, assorta in chissà quali e quanti ricordi e, forse, rimpianti. Mite, faceva un cenno di saluto a chiunque incontrasse, come se fosse in passeggiata. Non che incontrasse molta gente, non andava mai di domenica o in giornate e orari affollati.
Le piaceva percorrere quei viali quando erano deserti, per gustare meglio la pace e il silenzio, che ai morti sono dovuti.
Passava, prima di tutto, davanti al cimitero monumentale perché le piacevano molto le tombe e le cappelle realizzate in modo artistico. Anche al suo povero marito piacevano
e ammirava particolarmente le statue poste sulle tombe o a guardia degli ingressi; non gli angeli piangenti o certe garguglie sugli stipiti, no, suo marito ammirava le statue
che rappresentavano atleti stanchi e aveva sempre dichiarato di volerne una simile sulla sua tomba.
La povera vecchia aveva fatto dei sacrifici per farla realizzare, per qualche anno aveva rinunciato al superfluo, ma era riuscita nell’intento. Aveva scelto una ditta che produceva arredi funerari, specializzata nella produzione di statue e se ne era fatta realizzare una su commissione, dando precise direttive in merito. La statua era stata installata a fianco della lapide in marmo sotto cui giacevano le spoglie mortali di suo marito che, ora, poteva riposare in pace.
Dopo tanto sacrificio, però, era giusto che anche lei ne godesse, motivo per cui adesso, quando si recava al cimitero, si portava sempre dietro una scatola di biscotti novellini e, seduta sulla panchina di fronte alla tomba, sgranocchiava un biscotto dopo l’altro
ammirando il bel giovane di pietra.