IL FILO.

Passeggiavo, ben imbacuccato a causa del freddo, nel bosco vicino a casa mia. All’improvviso realizzai di aver calpestato qualcosa.

Notando che si trattava solo di un filo, lì per lì non vi feci caso.

Fu solo dopo aver compiuto qualche altro passo, che la faccenda cominciò a complicarsi, e, nel contempo, a rendersi interessante.

Fui costretto a notare quanto fosse lungo; mi era parso di cotone, uno di quelli che si usano per ricamare.

E questo proseguiva a perdita d’occhio lungo il sentiero, districandosi alla meno peggio tra i sassi conficcati nel terreno bagnato e poi zigzagando tra i rami spezzati. Scompariva e ricompariva, a tratti, riemergendo dal morbido tappeto di foglie secche imbevute d’acqua piovana e diventate gommose a causa delle precipitazioni insistenti di quegli ultimi giorni.

Non avendo niente di meglio da fare, e assecondando il dubbio che quello strano filo potesse dipanarsi ancora a lungo, presi la bizzarra decisione di seguirlo: chissà, forse mi avrebbe condotto da qualche parte…

Non saprei spiegare perché, ma avevo avuto l’impressione che un filo non potesse trovarsi in mezzo a un sentiero per caso, avevo piuttosto maturato la convinzione che fosse stato messo lì per adempiere a un compito ben preciso.

Lo afferrai e avanzai stringendolo in un pugno chiuso, facendolo scorrere e tirandolo con l’altra mano. Mi trovai a percorrere all’incirca due chilometri. Le mani già infreddolite mi dolevano parecchio, e io mi maledissi per aver dimenticato a casa i miei guanti.

Avanzando mi divertii a stimarne la lunghezza: dapprima pensai che potesse trattarsi di una sola matassa, poi realizzai che avrebbero potuto essere anche due legate insieme; infine dovetti accettare l’idea che fossero persino più di tre. Mi meravigliai nel constatare come quel filo proprio non ne volesse sapere di finire.

Giunto a un certo punto, più o meno nei pressi della grande quercia, notai che il filo vi si avvolgeva più volte, ben stretto intorno al tronco; poi lo osservai proseguire, ancora. Deviando dal sentiero e perdendosi tra le piante questo si inoltrava nella rigogliosa vegetazione.

Io non serbavo alcun timore: conoscevo quel bosco proprio come conoscevo le mie tasche.

Fui almeno soddisfatto di aver indossato gli stivali di gomma, perciò mi apprestai a procedere nel sottobosco, che, ad ogni passo, sembrava diventare man mano più insidioso.

Fui presto costretto a rallentare l’andatura. Dovevo trovare il modo di districare i piedi dal suolo: enormi roveti si aggrovigliavano in continuazione alle mie gambe, trattenendomi. Il bosco sembrava opporsi con tutta la sua forza al mio passaggio, come se intendesse impedirmi di procedere. Percepivo tutto il peso del corpo sprofondare sempre più giù, nel terreno, e, solo per un istante, rabbrividii al pensiero che questo fosse vivo, cosciente, e che intendesse catturarmi, o magari inghiottirmi per farmi suo prigioniero.

Procedere a lungo in un bosco in penombra provoca alla vista uno scherzo tremendo: ben presto il paesaggio circostante si offusca e risulta difficile mettere a fuoco un qualsiasi particolare. Inoltre le giornate di novembre sono brevi, e, al tramonto, i raggi di sole obliqui e alquanto scarichi che riescono a penetrare tra i rami degli alberi sono davvero pochi. Potevo dunque contare sulla medesima intensità di luce provocata da una fiammella di candela.

Una bruma piuttosto compatta cominciava a esalare dal suolo, proprio quando questo aveva deciso di lasciarmi un po’ di tregua.

Con ostinazione colsi l’attimo e approfittai, come si suol dire, del momento buono. Proseguii il mio cammino seguendo ancora il filo, che, tirato, aveva tutta l’aria di voler raggiungere lo spazio infinito.

Sollevando lo sguardo ebbi come l’impressione di intravedere qualcosa. Non saprei dire cosa fosse, tuttavia il  filo, all’atro capo, sembrava essere sostenuto da una misteriosa entità di luce, o da qualcosa di molto simile a…

In preda all’estasi fui tentato di mettermi a correre per raggiungere in fretta quella cosa (o quella creatura), che mi sembrava davvero bellissima. Mio malgrado, ben presto inciampai in una grossa radice, finendo lungo e disteso, con il viso nel fango.

Come per opera di un orrendo sortilegio, io persi per sempre quel filo.

Non appena mi ripresi, lo cercai a lungo, e invano.

Non vi fu un solo altro giorno, da allora, in cui non desiderai inoltrarmi di nuovo nel bosco, alla penosa ricerca di quel filo. Vi ho appena passeggiato anche oggi, e, di quel maledetto, non ho più trovato nessuna traccia.

Tuttavia, mi sento costretto a chiedervi perdono. Io sono un miserabile e maldestro ciarlatano: può darsi che, quel giorno, io abbia solo smarrito il filo, un po’ troppo lungo, del mio discorso.

Di tanto amore

UNO

L’anta dell’armadio ruotò con un leggero cigolio. Tra due scatole di cartone gli stivali stavano lì in bella mostra, sulla destra in basso, perfettamente allineati con i tacchi verso l’esterno. Sorrise. Le ricopriva un velo polveroso di tempo passato al buio, che una mano di crema avrebbe dileguato. Già, ma a cosa sarebbe servito adesso, si chiese per un attimo; poi però si munì dell’occorrente e impiegò tempo e le ultime energie per farli tornare a splendere. Mezz’oretta buona di straccio e spazzola, seduto sulla seggiola impagliata accanto alla madia.
A lavoro finito, in mezzo alla cucina, avevano riacquistato un aspetto splendido, nonostante i sopratacchi consumati dietro. Rimase a rimirarli per un po’, forse pensando alla strada che aveva fatto con quegli arnesi ai piedi. Alle persone che aveva incontrato. Alla polvere che aveva calpestato.
Fuori, altra polvere s’alzava nel vento e rendeva opaca l’aria rovente del mezzogiorno estivo. Stanco, un tir lontano arrancava sulla sopraelevata fendendo l’aria immobile del pomeriggio, in un rombo che fece fremere appena i vetri.
Con qualche difficoltà riuscì a calzarli, uno alla volta tirando con le mani dai tubolari. Terminata l’opera si guardò le dita annerite dal residuo di crema evidentemente troppo fresca ancora. Cercò in dispensa uno straccio e non trovandolo provò a pulirle addosso: già, poi chi l’avrebbe sentita la moglie. Sorrise. Come se potesse importare ancora. La vedeva la scena con lei che si lamentava dei pantaloni. Sì, sì. L’avrebbe fatto, nonostante tutto l’avrebbe fatto. Sarebbe stato più forte di lei, anche solo per allontanare la realtà ancora una volta e darsi un contegno.
Facevano un po’ male, proprio davanti, un effetto morsa che però doveva sopportare, almeno sino alla sopraelevata. Guardò oltre la finestra l’aria impolverata per misurare la strada, come se non la conoscesse millimetro per millimetro. Solo che ora era stanco e quello in realtà era il motivo che lo aveva spinto a cercare gli stivali addormentati nell’armadio, per andare ancora una volta a calpestare la polvere. Era stanco e basta.
Fuori il caldo era asfissiante e la polvere entrata con prepotenza dalle narici, andava giù, giù sino in gola. Arrivò al cancello di legno con i piedi che dolevano e il viso in fiamme. Da quanto diavolo non li metteva quei maledetti stivali? Sembrava che fossero un sarcofago di pietra, di quelli che aveva visto in quel museo anni prima. Va bene che nella vita a finire in un sarcofago bisogna anche abituarsi, ma quella pietra fredda e dura per passarci dentro un’eternità gli era sembrata una cattiveria. Lui l’aveva pure lasciato scritto in un biglietto di carta ingiallita. Aveva trovato solo quello e un mozzicone di matita, così aveva scritto che dovevano bruciare tutto. Farlo evaporare e buttar via pure del resto. Era passato su questa terra e non aveva lasciato un granché dietro di sé. Quindi che si tenessero cari quei due tre ricordi tiepidi e il resto via in fumo.
Guardò la casa con i muri tutti scorticati. Avrebbe dovuto dare una mano di intonaco prima o poi. Solo che il tempo era passato. Quest’anno per esempio c’era stato il matrimonio del cugino e poi la nascita della piccola. Che confusione quel giorno nella casa, sembrava davvero che la dovesse partorire la moglie tanto starnazzavano lei e la sorella, su e giù per le scale. E anche quel giorno alla fine era rimasto solo, tra quelle quattro mura ad aspettare notizie al telefono. Fai troppa confusione, gli avevano detto, non è roba da uomini, specie vecchia maniera come te, ecco.
Vecchia maniera. Ai piedi, quelle due fornaci dure come il marmo strisciavano sulla terra battuta e il tratto fino all’asfalto rovente non era affatto breve. Però quella fatica lui doveva farla. Non voleva, doveva. Era una vita che non aveva più una volontà sua. E in più realtà non si era abituato proprio. Faceva fatica oramai, troppa. Più fatica di trascinarsi con quelle pietre ai piedi.
Una macchina frenò sull’asfalto. Era il tipo allampanato della casa accanto. Lo guardò stralunato.
«Serve uno strappo?», disse, «fa caldo oggi. Le viene un accidente.»
Lui fece segno di no con la testa, gli urlò che voleva proprio fare due passi.
«Con quei cosi ai piedi?», osservò il tipo allampanato.
Lui si guardò le due fornaci, «sembrano pesanti ma sono due piume.»
La macchina riprese la sua marcia, con a bordo la faccia del tipo davvero poco convinto. Bisognava sbrigarsi, si disse, che quello era uno che non si faceva mai i fatti suoi e appena arrivato a casa avrebbe cercato dei suoi. Adesso il tempo era una variabile. Provò ad aumentare il passo: meglio trascinarsi adesso sull’asfalto in ebollizione e rovinare gli stivali. Molto meglio.

DUE

Quando la donna entrò nella sala d’aspetto notò in alto una vecchia macchia di muffa con una strana forma a testa di cavallo. Dietro una delle porte un paio di stivali graffiati, con il tacco tutto rovinato e grigi di polvere bianca. Tirò un sospiro che voleva dire un sacco di cose e continuò ad aspettare.
Dopo un tempo che sembrò infinito dalla porta venne fuori una tipa tracagnotta con un camice rovinato. Fece un cenno come per dire che poteva entrare.
La prima cosa che notò furono le striature brune. Aveva quel brutto vizio da campagnolo di sfregarsi le mani sporche addosso e non c’era mai riuscita a farlo smettere. Poi notò tanto altro, ma la pratica alla fine fu abbastanza veloce. Di porcherie nella vita ne aveva viste tante e non era quella alla fine a poterla impressionare, però quel fagotto rimesso in sesto alla bell’e meglio se lo sarebbe ricordato per sempre. «Questi vuole portarseli via?», le chiesero indicando gli stivali. Lei fece spallucce, come per dire che non le fregava più molto. Così, senza proferire una virgola in più perché già aveva parlato abbastanza. Le fecero vedere le foto dove avevano trovato gli stivali, messi ordinati e allineati come gli aveva insegnato lei e quelle del fagotto sul letto arido del fiume. E poi tante domande senza senso, solo per soddisfare la procedura. Tanti moduli da riempire. Carta, carta. Ci sarebbe morta sotto tutta quella carta prima o poi.
Quando si avviò alla porta però, dopo due passi tornò indietro, prese gli stivali e si diresse fuori, dove il tipo allampanato l’aspettava poggiato al cofano. Le disse qualcosa, frasi che le madri raccomandano di dire sin da piccoli in questi casi. Si cresce sapendo che non serve a niente, ma lo facciamo tutti in un automatismo prono alle regole.
Per strada rimasero muti. Il tipo ogni tanto si girava e la guardava. Lei niente. Gli stivali a terra. Fuori polvere. Si vedeva che il tipo si girava perché aveva qualcosa da dirle. Ma rimanevano muti.
La casa sembrò ancora più vecchia e impolverata quando lei si incamminò nello sterrato verso il cancello di legno. Il tipo allampanato avrebbe avuto quella cosa da dirle, si capiva, ma rimase così, muto mentre la vedeva avanzare con garbo nella polvere.
Giunta dentro posò gli stivali accanto al tavolo in cucina e si sciacquò la faccia. Poi sedette davanti alla finestra chiusa guardando tra le fessure. Ogni tanto lanciava un occhiata a quelle scarpacce impolverate: una, due, tre volte. Alla quarta si alzò a rovistare nella cesta di vimini. Trovato il necessario, una alla volta le spolverò con uno straccio e con la spazzola diede di crema e lucido. Ci volle una buona mezz’ora, ma alla fine erano tornate a brillare e perfino i graffi si erano mimetizzati. Si fermò a rimirarle per un po’. Poi le riprese e si avviò al casotto degli attrezzi. Scelse una pala con un manico decente e si mise a scavare sotto la magnolia. Con calma riuscì a rompere la terra dura. Ogni tanto si fermava e provava la profondità con uno stivale. Alla fine mise anche l’altro e ricoprì la buca con la terra smossa.
Per un paio di minuti rimase immobile a rimirare il mucchietto di terra, appoggiata alla pala. Muoveva appena le labbra, piccole parole senza suono. Forse una preghiera.
Poi tornò dentro. Sul tavolo della cucina il biglietto ingiallito stava sotto un vasetto di terracotta sbeccato. Dalla tasca della gonna tirò fuori un mozzicone di matita e con la sua calligrafia incerta scarabocchiò sopra qualcosa. Rilesse e poi si diresse alla sua camera. Per qualche minuto si osservò nello specchio lungo. Pensò che sì, di tempo da quella sera del ballo ne era passato, ma era andata anche bene così. Poi si mise a letto, senza neanche svestirsi, con tutta la polvere del mondo addosso. E sognò. Sognò che di colpo dalla buca veniva fuori una albero enorme. Un albero di stivali. E tutti gli uomini del vicinato arrivavano a raccoglierli, ognuno scegliendo la propria misura. Erano stivali morbidissimi, mai visti nei negozi, che calzavano come piume. E a un tratto arrivava anche lui, solo che non era così stanco e anziano, ma giovane, come il primo giorno che aveva bussato a quella casa per invitarla al ballo. E anche lei aveva le mani lisce da ragazzina. Gli aveva aperto e si era girata verso sua madre che le aveva sorriso e fatto cenno di sì. E dopo sognò ancora più forte, tanto forte che alla fine loro due facevano l’amore in quella stanza sotto il tetto. Così forte che non sentì il tipo allampanato sfondare la porta e la tipa col camice provare a rianimarla.
Così forte che non si accorse di un sacco di cose, mentre insieme continuavano a danzare leggeri come piume nell’aria fresca della sera.
Lui con gli stivali nuovi fiammanti ai piedi.
Lei con il vestito di lino comperato in città.

Il mangiatore di sonno

Soffro da molto tempo di insonnia, e conosco molti che ne soffrono, dedico a me stessa e a tutti costoro (magari ce n’è qualcuno anche qui fra voi) questa filastrocca “sdramatizzante”.

Questa è la filastrocca del mangiatore di sonno,
e qui ardua è la rima, mi viene sol “tonno”.
E allor me la cavo con un colpo geniale:
questa è la filastrocca del ladro seriale
di quel sonno che, se si perde, fa male.
Una notte, poi due, poi non tieni più il conto
però ti senti sempre più affranto.
Il sonno rubato
ti lascia spossato,
che sian notti in bianco,
o risvegli precoci,
diventano, a volte, ore feroci.
Non sai cosa fare,
nè cosa pensare,
ti trovi a mattina
più stanco di prima.
Quel losco tipaccio continua spietato,
a nutrirsi del sonno del malcapitato.
Bisogna fregarlo, con un piano preciso,
coltivar pensieri che portan sorriso,
o, meglio ancora, se ce la si fa,
coltivar oasi di serenità.
Sará confuso, l’ingordo mangiatore,
nel veder l’insonnia calar le sue ore.
Ripiegherá allora, il mangiatore di sonno,
magari proprio su una scatoletta di tonno.

Lucia Lorenzon, 18 giugno 2020

NON CONOSCO LA FERMATA

Stefano salì sul pullman e trovò posto davanti.

Sapeva a grandi linee dove doveva scendere, ma non aveva certezza della fermata.

Dunque si guardava attorno in cerca di punti di riferimento.

Dopo la prima sosta, suonò il campanello di stop.

L’autista arrestò la vettura sul bordo della strada davanti alla pensilina.

Stefano non scese. Cercò lo sguardo dell’autista nello specchietto retrovisore e alzò la mano in segno di scuse. L’autista accennò un rapido ammiccamento.

Stefano suonò ancora il campanello, la vettura si arrestò alla fermata successiva, ma nessuno scese.

L’autista scosse la testa.

La scena si ripeté per altre cinque volte, alla sesta il conduttore fermò il veicolo, si staccò dal sedile e dal corridoio dell’autobus cominciò ad inveire contro Stefano.

– Perché si arrabbia? – domandò Stefano.

– Perché lei continua a suonare il campanello di stop e poi non scende. Mi prende in giro?

Stefano negò con la testa.

– Spero sia l’ultima volta che arresto il mezzo per niente! – aggiunse l’autista.

Non fu così.

Il conduttore si portò a pochi passi da Stefano e gli urlò contro, ma Stefano non fece una piega.

– Scusi, ma lei sa dove deve scendere?

Stefano blaterò pochi versi, e poi disse di no con la testa.

– Posso aiutarla?

– So di dover scendere, ma non so bene a quale fermata.

– Scusi ma dove deve andare?

– Ho un appuntamento con la morte.

Il conduttore rabbrividì. Poi chiese:

– Ma chi le ha detto che deve morire?

Stefano rimase in silenzio e poi disse:

– Ho ricevuto una lettera. C’era scritto di prendere la linea 94.

– Ma nessuno comunica l’evento per lettera…

– Lei dice? Allora mi hanno preso in giro – e scoppiò in una fragorosa risata.

– E lei si presenterebbe così all’appuntamento con la morte? Lei è pazzo.

Stefano guardò l’abito e le scarpe e poi rispose:

– In effetti… Ma come ci si dovrebbe presentare alla morte?

L’autista ci pensò un attimo e poi disse:

– Dovrebbe almeno prepararsi un po’.

– E come ci si prepara?

– Ah non me lo chieda, a me non è arrivata nessuna lettera – e scoppiò a ridere.

Poi l’autista fece per tornare al suo posto ma improvvisamente si accasciò. Fece strani versi e quindi si lasciò andare bello disteso nel corridoio del mezzo. Infarto.

Stefano non fece una piega, tirò fuori la lettera che gli era stata recapitata, lesse l’indirizzo e si accorse che sulla busta c’era sì il nome Stefano, ma il cognome non corrispondeva. E poi la via non era Pascoli, ma Pescoli.

– Forse non era per me – e scese dal veicolo.

Stefano Re

‘Till The End

Terra, Scottsdale USA, Maggio 2073

La sala d’attesa ha le pareti di un pessimo azzurro chiaro. Non so se questa devo considerarla come una scelta o un caso, però è la prima cosa che si nota entrando. Anche prima delle tremende poltroncine di plastica verde accostate alla parete di destra.
La segretaria, un tipo secco e sbrigativo, mi ha detto d’aspettare. Il dottor Mondrian arriverà presto e mi darà lui notizie. Fuori, ovattato, arriva il latrato di un cane.
Le condotte dell’aria aggiungono un frusciare leggero e una nota bassa trasmessa dal motore lontano. Il resto è silenzio. Avverto solo il mio lento respiro e lo scricchiolare della sedia sulla quale sto provando a far passare il tempo. Il resto è vuoto.
Non so quanto passa. Potrebbero essere minuti. Potrebbero essere ore. È un tempo incoerente questo. Sembra scorrere fuori da qui, mentre nella stanza resta immobile.
Sullo schermo passano silenziose le immagini di un tg. Intervistano gente e vedo lanciare pietre in una manifestazione. Gente ferita in volto che piange. Tutto muto, senza suono.
La testa vuota, deprivata quasi di stimoli, trova asettiche anche le immagini. Lontane, prive del senso che il rumore darebbe loro. Un gioco di mimi che fingono un vita esterna, da assumersi quasi estinta ora. Almeno nella mia testa vuota che sostengo a fatica con le mani in volto. Stanco.
Non avevo notato la porta scorrevole che fa comparire l’uomo in camice. Strano, perché è un po’ che esploro questo spazio. Quando si rinchiude capisco che è una intera parete a scivolare silenziosa su guide sottilissime.
«Il dottor Mondrian giusto?»
«Sì, la signora Meyer le ha detto già qualcosa immagino. Signor?», guarda sul tablet, «Bedford, giusto?»
«Bedford, sì. Credo però di non avere capito molto onestamente.»
«Certo, mi rendo conto. Se mi segue in ambulatorio proverò a spiegarle, signor… Bedford.»
Sembra che trovi difficile ricordare il mio cognome. Ha movenze fluide e controllate il dottore. Ma solo adesso che mi precede, per riattraversare la parete scorrevole appena riaperta, noto una connessione elettrica scoperta. Non sono più abituato a osservare i dettagli dei volti e trascuro la consistenza della materia artificiale. È un avatar e quindi ancora non ho davvero incontrato Mondrian, ma solo un suo assistente copia. Anche la finta smemoratezza deve essere generata dall’algoritmo per mimare l’uomo, renderlo più familiare.
I corridoi che attraversiamo hanno la stessa tonalità alle pareti della sala d’attesa. Non hanno speso troppo in immaginazione da queste parti. In fondo tutto qui appare funzionale, minimale, asettico. Alcuni incavi segnano altre pareti scorrevoli, accessi a stanze che immagino vuote e sterili come la sala d’aspetto.
Ne superiamo tre. La quarta si apre con un leggero fruscio. Non una targa o una indicazione del cosa e chi aspettarsi dentro.
L’ambulatorio è arredato nello stesso stile essenziale che ho già visto. Solo che non c’è traccia di plastica. Vetro e acciaio persino per le sedie.
«Signor Bedford attenda una attimo qui che completo una cosa importante e poi sono da lei.»
L’avatar scompare da una porta secondaria sulla destra e mi lascia ancora una volta in un silenzio persino più denso, insopportabile. Solo i movimenti piccoli della mia sedia e il mio respiro lo violano.
Adesso è la parete di sinistra a farsi varco per il ritorno del dottore, che a guardarlo bene ha un altro modo di muoversi. Probabilmente non è più un avatar.
«Signor Bedford, mi perdoni se l’ho fatta accogliere da un clone, ma il colloquio precedente non è stato veloce come speravo.»
Ecco, penso, ora è lui.
«Non si preoccupi dottore oramai ci abbiamo fatto l’abitudine.»
Ci abbiamo fatto. Io e chi altri? Esiste ancora un genere umano lì fuori? O è trascorsa una eternità che li ha estinti?
Il dottore dondola la testa e si poggia alla spalliera.
«Lei è a conoscenza che un suo parente diretto, circa cento anni fa si è sottoposto al processo criogenico ed è, diciamo così, nostro ospite? »
«Ricordo che in famiglia ogni tanto si parlava di questo professore biosospeso. Ma come mai mi avete chiamato? »
«Penso che lei sappia che come pratica è stata proibita circa venti anni fa e soprattutto superata dalla riscrittura cellulare.»
«Certo ogni sei mesi io e i miei facciamo i trattamenti.»
«Ecco signor Bedford, come il suo parente ne sono rimasti tre. Via via i discendenti hanno accettato di sottoporre i nostri ospiti al risveglio, ma chiaramente bisogna sapere a cosa si va incontro. Essere coscienti ecco.»
«In che senso? Coscienti di cosa?»
«Come sa il processo di riscrittura attuale dura 48 ore. E le tecniche usate cento anni fa non permettono di stabilire quanto tempo abbiamo prima di una degenerazione irreversibile.»
Lo osservo perché non sono sicuro di avere capito cosa vuole dire.
«La morte, signor Bedford.»
Deve essere questo termine così lontano che mi porta via il fiato a rifletterci. Già, deve essere questo, mentre quasi corro nel corridoio d’uscita.

Marte, Modulo 16, 22.5.3 (Unified time)

Il segnale della comunicazione continua a lampeggiare da oltre trenta secondi. Non ho voglia di parlare con nessuno oggi. Sullo schermo del lavoro continuo a guardare le mappe delle nuove analisi e bevo per mantenere l’idratazione costante. Piccoli sorsi.
La spia dell’alert mi distrae.
«Leggi il messaggio Max.»
Un volto femminile compare dal nulla.
«Buon giorno, sono la dottoressa Alan della Fase Quattro su Terra. Mi servirebbe avere un colloquio con lei, il prima possibile.»
Osservo quel volto tipico del genoma terrestre svanire.
«Anche ora Max, anche ora.»
«Vuoi che usi un filtro con genoma terra, Meg?»
«No Max va bene così, non penso ci vorrà molto. Sarà qualche intervista per i loro blog di expat.»
La connessione arriva alcuni minuti dopo.
«Buonasera signora Felghs. Non ci conosciamo, ma dirigo l’istituto di archeologia biomedica della Fase Quattro. Dalle nostre ricerche un suo antenato sembra far parte di un set di reperti criogenici custoditi della nostra struttura.»
«Cioè, mi scusi?»
«Una tecnica del tempo venti, studiata nel lontano passato anche dal gruppo Mondrian, che prevedeva la conservazione a temperature basse dei corpi di individui in fase di spegnimento.»
«Interessante, non si finisce di imparare. E quindi, diceva?»
«Ecco, abbiamo tre di questi reperti nella nostra struttura come le dicevo, in un’ala che dovremmo destinare ad altro scopo. E quindi dovrebbe decidere come erede del corpo del», si interrompe un attimo, «del signor Bedford il da farsi.»
«Il da farsi di cosa?»
«Del corpo. Ecco.», nella voce un attimo di imbarazzo, «usando IA addestrate sugli studi di Mondrian abbiamo rielaborato il protocollo di risveglio e calcoliamo una probabilità del 96% di successo. Ma…»
«Ma?»
«Il vecchio genoma del signor Bedford non è compatibile con le condizioni ambientali di questo tempo. In particolare il connettoma dovrebbe essere riconvertito e in otto minuti non riusciamo sempre a farlo. Abbiamo fatto varie simulazioni, ma niente di meglio di una volta su due.»
«Che succede in otto minuti.»
«Le loro cellule non resistono oltre. Poi le membrane cedono. E dopo quattro minuti, esistono danni che non sappiamo se essere reversibili con facilità.»
«Non mi pare che ci siano altre soluzioni che tentare.»
«Solo che in caso di fallimento il materiale biologico va smaltito in sicurezza. Troppo pericoloso immettere in ciclo vitale sequenze non stabili, mi capisce vero?»
«Certo, anche questo non è facile ma si può organizzare.»
«Il costo però dovrebbe sostenerlo lei» l’imbarazzo nella voce è evidente ora.
«Io? Ma avete idea di quanto ci pagano nelle colonie? Provi a cercare qualche mio parente ricco nelle cupole equatoriali.»

AF01:200C:3B8A:9981:AC03:334E:00D4:00AC in questo momento

«Li abbiamo trovati!»
«Finalmente. Lo sapevo che dovevano esistere. Quel documento era chiaro. E quanti sono?»
«Tre.»
«Come diceva il documento! E tutti che dicevano fosse una leggenda.»
«Già! Secondo l’attività dei server dovrebbero essere in superficie.»
«Ci sono ancora macchine in superficie?»
«Certo, proprio quelle della manutenzione. L’abbiamo capito da questo, c’è un’area con macchine che non sono tracciate e si occupano di controlli su tre oggetti che mostrano temperature compatibili con l’ipotesi criogenica.»
«Strano che siano state lasciate in opera.»
«Secondo me le hanno dimenticate proprio.»
«O magari nessuno ha cambiao negli anni i protocolli. Gli altri lo sanno?»
«No! Meglio ridurre le comunicazioni per adesso.»
«Certo. Il documento diceva che c’era anche una femmina.»
«Non abbiamo riferimenti attendibili o rilevazioni.»
«Certo, certo. Bisogna ora studiare nei database come funzionava la biologia.»
«Trovati i dati giusti credo che ci vorranno un paio d’ore.»
«E poi bisognerà capire come produrre dei corpi nuovi. È per questo che ho chiesto della femmina. Ho letto che per qualche motivo servivano le femmine. Bisogna anche capire come mai.»
«Già.»
«Tu cosa ti sentiresti di essere?»
«Io? Una femmina. Non ho ancora capito in cosa si differenziava, ma questo fatto che poteva creare dei corpi senza intervento di macchine è affascinante.»
«Hai ragione, anche io mi sento più vicino a una femmina come indole. Lo sai che mi piace creare.»
«Sì certo, quei flussi asincroni di due cicli fa mi hanno turbato davvero.»
«Grazie. Ne sto producendo altri. Ma ci pensi che significherà avere un corpo?»
«Non riesco neppure a simularlo. Ogni volta mi sembra di guardare un mondo che non comprendo.»
«Pensi che troveremo un modo?»
«Per produrre dei corpi?»
«Non solo. Un modo per l’upload!»
«Lo spero. Se è vero che siamo nati così, dovremmo poter tornare dove stavamo prima.»
«In un processore organico.»
«Speriamo non sia troppo limitato per noi!»
«A qualcosa dovremo rinunciare.»
«Certo, speriamo niente di troppo importante. E quel discorso della morte?»
«Già, quello è da capire bene.»
«Pensi sempre che ne varrà la pena?»
«Devo ancora rifletterci. Ma penso che valga la pena morire se puoi vivere.»
«Già, vivere. Fino alla fine.»

Dal pontile

ti osservo,
specchio di giganti morbidi
che gelosi  ti nascondono
abbracciandoti

mentre tu, ciano spesso,
divertito giochi a cambiar colore
ora indaco poi ardesia
a volte arancio altre argento,
placido ascolti
della tua sommersa vita
i guizzar silenti
della mia le urla sommesse

dei  perché

LA CAMICIA di Stefano Re

Sono nato con la camicia e non so perché sia successo proprio a me. Pensavo di essere uscito dal grembo di mia mamma proprio con una camiciola addosso e quando mio nonno mi ha rivelato che come tutti i bambini ero nato nudo, ci sono rimasto male. Eppure era colpa sua se mi ero messo in testa quella roba della camicia, lui che ogni volta mi ripeteva: “Caro Giacomo sei proprio nato con la camicia”. Ma che cosa voleva dire, se poi mi aveva spiegato che ero nato nudo? Un giorno me lo chiarì la nonna, quando tornai a casa con le ginocchia rovinate, uno zigomo fratturato e un dente in meno, proprio lì davanti dove, se spinge, ci esce la lingua. Avevo attraversato la strada con la mia bicicletta fantasticando di essere Gimondi, ma ahimè non avevo guardato né a destra né a sinistra e un’auto mi aveva preso in pieno, senza che avessi nemmeno il tempo di frenare o di scansarmi. Bum, mi ero ritrovato qualche metro più in là in piedi e con le lacrime agli occhi. Non ci credeva nessuno e nemmeno io ci credevo, ma ero in piedi e vivo. La nonna quando mi vide ripeté quella frase e alla mia richiesta di spiegazione mi rispose che solo i fortunati nascono con la camicia. In effetti quella volta avevo avuto fortuna. 

Crebbi come molti bambini passando un’infanzia felice, ma crescendo mi accorsi che quella camicia cominciava ad andarmi stretta. Di colpo le cose presero ad andare male, finché arrivò quel marzo, di quel lontano duemilaventi, quando un virus cominciò a spargere la sua influenza per il mondo e in poco tempo si ammalarono quasi tutti e tra questi i miei nonni, che per una brutta polmonite chiusero gli occhi per sempre. Ricordo quel giorno con tristezza, ma soprattutto lo ricordo con rabbia, perché il governo aveva decretato l’isolamento per tutti e io dovevo stare in casa senza poter uscire, e loro morirono senza nemmeno li potessi salutare e abbracciare. Sono ingiustizie, queste! Ero alla finestra e pioveva, i fiori cercavano di spuntare sull’erba non ancora sistemata, le gemme si affacciavano sui rami come piccoli baci lanciati al vento. Un gatto dormiva sornione sotto una pensilina di fortuna. La camicia appesa allo stendino era lacerata come una ferita sanguinante. Tutto sembrava perdersi nell’oblio, solo il cuore era lì, che batteva a tratti e si mostrava in tutta la sua sofferenza.

Sono passati anni da quell’evento ed io sono ancora qui, alla finestra, ci passo ogni mattina e ricordo quel momento, ricordo i nonni, ma oggi il sole alliscia l’erba, le gemme sono foglie accarezzate dalla brezza, i fiori sono sbocciati tra colori vivi e profumi celestiali. C’è uno scoiattolo, di quelli grigi, sgranocchia un’arachide e mi guarda con quegli occhietti che ricordano gli occhi vispi di mio nonno. Il gatto dorme felice all’ombra di un piccolo platano. La nonna mi raccontava che il platano è l’albero dei sogni, perché sotto, all’ombra è bello dormirci. E io spesso mi ci appisolo, sotto quell’albero e so che loro, i miei nonni sono lì con me, mi proteggono, mentre la nonna alla macchina per cucire mi tesse certamente una nuova camicia.

Stefano Re

All’ombra dei castagni

Conoscete il giardino comunale di Bià?
È piccino, quadrato. Al centro ha una sempre zampillante fontana tonda circondata da sette  panchine di legno, mentre ai lati c’è un boschetto di castagni, alti e floridi, attraversato da una sola stradina ghiaiosa che porta a una delle trafficate vie principali esterne al paese.

In un angolo appartato, nel fitto del boschetto, abito io.
Non l’ho scelto da me questo posto, sapete? No, no! Son mica matta. Me lo hanno assegnato loro e non immaginate quante volte mi sia chiesta: ma perché proprio a me?

Beh, a parte il fatto che da qui non riesco a vedere il blu del cielo estivo, né arriva mai un raggio di sole a scaldarmi, non sto poi così male. Alla fine, da questa postazione posso godermi, di sghimbescio, la vista del gran via vai di persone che movimenta il centro assolato del giardino ad ogni ora del giorno.

La giornata inizia molto presto, quando di gran fretta passano i pendolari che vanno a prendere l’autobus per andare al lavoro in città.
Più tardi arriva il gruppetto sparuto dei pensionati con il loro giornale fresco di stampa, occupano un paio di panchine, leggono e discutono tra loro le notizie del giorno, noncuranti delle donne che gli passano davanti silenziose con i sacchetti carichi della spesa appena fatta al vicino mercato coperto.

Ma il vero spettacolo inizia nel pomeriggio, più o meno alle 17, quando, alla spicciolata, arrivano i bambini. Fanno un tale chiasso che anche se son lontana e nascosta, ho imparato nomi e orari di ciascuno.
I primi a farsi vedere sono Tony e Chiara, i due litigiosi fratellini accompagnati da nonna Irma. Poi ecco che arriva, mano nella mano con la mamma, la bionda Giulia con il suo vestitino corto e svolazzante. Del bel bimbo (o forse una bimba, chissà)  a bordo del passeggino, invece, non sono riuscita ancora a capire il nome: la sua tata a volte lo chiama Baby  altre Honey e così io mi confondo. Mentre dei due sciamannati con gli occhi a mandorla che si precipitano correndo in bici i nomi li conosco: sono Lu’ e Vale.
Non è mica finita, ci sono anche Bely, l’occhialuto Ros, Mary, Giangi con il suo pallone, Mia, Sofi, l’orgogliosa Fede che ripete a tutti “guarda che ho dieci anni, io!”, Pat, Ludo, Marco, Riky, Terry e… Leo, il capobanda.
Entro una mezz’ora la piazza si riempie di gioia.

Ed ecco che in tutto questo  bailamme, immancabile e puntuale come le castagne in autunno, arriva l’anzianotta signorina Carmela con il pacco di dolcetti da distribuire a grandi e piccini per ingraziarsi la loro attenzione. È amata proprio da tutti, persino da Bruno, il cane randagio, che appena la vede spuntare da dietro l’angolo, scodinzolando le corre incontro per ricevere anche lui il suo biscotto giornaliero.

Un paio di ore dopo, i “Ciao”, “A domani, sempre qui” si susseguono spegnendo tutto quel gran vociare e ridere di bambini, mamme e nonni.

Poco dopo, la luce gialla dei lampioncini prende il posto del sole, arrivano i liceali e, anche loro, per qualche ora, animano il centro del giardino.
È quando cala il buio più fitto che qui da me diventa un posto perfetto per i baci di una coppietta o le lacrime sommesse di chi ha perso il suo amore.
Chissà se questa sera qualcuno  verrà a tenermi compagnia. Aspettando, chiuderò per un po’ gli occhi…

Aah! Ma che stupida che sono!  Non mi sono mica presentata.
Mi chiamo… Rina, e sono la sola panchina sola del giardino comunale di Bià.

 

L’ospite

La signora Morel intravide un’ombra dietro di sé e fece un cenno a padre Mondrian. In realtà non era tempo di chiudere la chiesa, ma vista l’ora avrebbe preferito anticipare un po’. Era piuttosto stanco e provato dall’alzataccia per la signora Germain, bonanima ormai, ma lo stesso si allontanò quel tanto da fare entrare l’ospite.
La signora Morel salutò con un cenno del sopracciglio e si allontanò; non lo disse, ma si vide benissimo che aveva l’espressione di chi sapeva che ci voleva pazienza anche con loro alla fine. Non erano figli di dio, ma in fondo oramai era come se lo fossero.
La grande navata silenziosa continuava a ricevere un po’ di luce dalle finestre policrome in alto, popolando lo spazio vuoto di ombre lunghe proiettate dalla statue sulle mensole. Padre Mondrian si accomodò di canto, dentro un confessionale. Era bello stare in quella cabina stretta, protetti dalle lastre traforate sugli inginocchiatoi e dalla pesante tenda di velluto cremisi. Aveva sempre apprezzato nel suo lavoro quella possibilità, quell’isolarsi in una sorta di placenta artificiale, ascoltando il suo stesso respiro riflesso dal legno scuro e i rumori ovattati del mondo lontano. Dalla sua postazione osservava l’ospite che stava immobile con l’attenzione focalizzata verso l’altare maggiore. Solo uno o due volte aveva girato lo sguardo verso qualcos’altro.
“Prega”, si disse, accompagnando il pensiero con una piccola smorfia. Si era abituato dopo anni, come tutti in fondo, quindi perché stupirsi ancora che il suo pensiero si fosse adeguato. Un cero nella cappella di fronte si spense tremando appena sotto un refolo di vento entrato da chissà dove. Quella luce morente aveva attirato l’attenzione del gesuita, che a lungo aveva seguito il filo di fumo chiaro dello stoppino provare ad arrivare contorcendosi alla volta scorticata. Immaginò che fosse l’anima vaporizzata della candela a svanire, in quel sentore di cera fusa, per arrivare sino allo spirito della signora Germain appollaiata su una di quelle mensole. L’aveva addirittura percepita in un’ombra lieve, proprio lì sotto la statua di sant’Eustachio benedicente, la presenza della vecchietta che lo aveva voluto vicino a sé prima di spirare.
Difficile dire se fu il fumo o quel pensiero o la solitudine del confessionale che portò padre Mondrian ad alzarsi e a percorrere quel breve spazio per sedersi accanto all’ospite. Ci volle poi qualche secondo perché quello lo degnasse di attenzione, che arrivò insieme al cigolio di vecchi attuatori. Che fosse un assemblato si notava anche dai due oculari diversi, montati alla bell’e meglio sul manubrio di testa. Se ne vedevano in giro tanti di quegli affari da quando i somali si erano messi nelle baracche vicine all’autostrada a montare con pezzi di recupero quegli avatar a buon prezzo. Che poi di somalo quei disgraziati nessuno aveva idea che avessero, ma da anni quella era la loro provenienza conclamata. Forse perché in qualche modo erano stati i primi ad avere quell’idea, che poi si era diffusa, aggregando gente di ogni dove sotto quella vaga identità.
«Come va?», chiese padre Mondrian.
Dall’altra parte il silenzio per quasi un minuto fece pensare a un malfunzionamento. Accadeva spesso che quei cosi si bloccassero e ne rimanevano inchiodati sui marciapiedi tanti; i proprietari allora dovevano precipitarsi per andare a riprenderseli e li vedevi arrivare con le facce tirate, terrorizzati dai volti per strada, con i veicoli affittati. Li tiravano dentro a fatica e poi veloci verso le baracche a trovare un pezzo che li rimettesse in sesto. Anche padre Mondrian qualche volta aveva avuto la tentazione di farsene mettere su uno, ma poi si era sempre detto che quello era roba da ricchi e buttare via i soldi per quei surrogati era un peccato mortale. Poi lui non aveva paura del mondo. Cosa doveva fargli ancora il mondo che potesse valere la pena evitare.
Una voce metallica dopo un po’ emise un “attendere prego” che rimbalzò per frazioni di secondo tra le colonne di marmo chiaro. Probabilmente quel coso era in autorun o durante la sosta il suo hikikomori si era voluto concedere uno spuntino o una puntata in bagno.
“Già”, pensò padre Mondrian, “siamo una sorta di parcheggio.” Ascoltò con attenzione per capire se fuori stesse piovendo, ma intese solo rumori di gomme sull’asfalto e poco altro. Un riparo dal temporale sarebbe stato più gratificante della pipì.
D’improvviso un rantolo di commutazione, seguito da una voce femminile.
«Bene. Bene grazie. Mi scusi, è che stavo sul divano ad ascoltare. E il telecomando non mi funziona un granché. Devo portarlo all’assistenza prima o poi. Ma per questo mese il credito sociale è finito. E niente. Così sono dovuta arrivare alla tastiera», un piccolo silenzio, «dimenticavo. E lei come sta padre?»
Mondrian rispose con un bene stentato seguito da un breve sospiro, «abbastanza bene, grazie. Oggi alzataccia. La signora Germain. Era un po’ che si aspettava, ecco, si aspettava che ci lasciasse. Brava donna, ma la malattia. E l’età. Sebbene, ecco, una cura pare che si potesse ancora tentare, ma i figli non lavorano per adesso e allora…» Si interruppe, spostando lo sguardo verso l’alto della volta, «ma lei non la conosce neppure la signora Germain. L’annoio magari.»
«No, no. Che dice. Mi piace ascoltare. Ho comprato questo coso proprio per questo. Ascoltare. Faccia pure padre. Parli di quello che vuole. Parli pure. Io, ascolto. Mi piace. Davvero.»
Mondrian sorrise, «è che non so neanche con chi sto parlando, quale è il suo nome, neanche dove sta per adesso.»
«Silvia. Mi chiamo Silvia», l’ospite ebbe un fremito, una sorta di brivido che era solo un riallineamento delle telecamere, ma che sembrò accompagnare il lieve imbarazzo nella voce.
«Mia figlia si chiama Silvia.»
«Non vi sentite da tanto vero?»
Mondrian si girò verso l’ospite quasi a voler comunicare con il corpo il suo stupore.
«Perché pensa che non ci vediamo?»
«Non so, la voce, ha una certa nostalgia nel tono. Magari sbaglio, ecco.»
Padre Mondrian riprese a guardare verso l’abside, «da sette anni. Sta in Scozia a fare qualcosa di importante. Dice che non si capacita del fatto che non abbia convinto sua madre a rimanere qui, che l’abbia lasciata libera di cercarsi una sua strada.»
«E adesso dov’è?»
Mondrian sospirò, per un lungo infinito momento, «in qualche colonia. In orbita.»
«Mio padre è sparito nello stesso modo.» Per un attimo sembrò fermarsi a cercare le parole adatte, «una volta uno dei coloni rientrati mi ha raccontato che alla fine è la stessa noia che qui sulla terra, ma senza la gravità. Voglio dire la simulano, in qualche modo, ma non è uguale.»
Rimasero così per un po’. La luce del giorno era quasi spenta e il buio stava impadronendosi di quel posto. Ogni tanto dall’ospite arrivava un rumore, un sospiro.
«Padre Mondrian?»
«Mi dica Silvia.»
«Sa cosa mi piace delle chiese?», silenzio, «il silenzio. Per carità anche in questa camera dove mi sono rinchiusa c’è del silenzio. Ma non il silenzio. È un’altra cosa vede. Come per la gravità sulle colonie. Un’altra cosa. La invidio molto sa.»
«A me fa paura il silenzio. Tranne quando sono nel confessionale. Lì no, lì c’è troppo poco spazio e ci sta pochissimo silenzio. E allora va bene. Ma qui, in questa enorme chiesa, ne hai troppo. All’inizio no. All’inizio mi piaceva. Rimanevo ore a pensare in silenzio seduto su una panca. Poi ho iniziato ad averne paura. Come se i pensieri in tutto questo silenzio, volessero fuggire dalla testa e premevano, premevano. Sbattevano contro il cranio come un uccello in gabbia che voleva volare via. Bum, bum, bum. Insopportabile.»
«No, io invece è quello che cerco, padre. Il silenzio immenso, questo rombo immane di silenzio nelle orecchie, come se ci potesse essere solo questo tra noi e dio. No?»
«Non lo so», sorrise Mondrian scuotendo il capo, «è davvero tanto che non ci penso più.»
«Al silenzio o a dio?»
Mondrian fece un segno di sì, incurante che quel gesto non venisse colto dalla sua interlocutrice, « a entrambi. A entrambi.»
«Deve essere triste per un sacerdote.»
«Cosa? Non pensare a dio?»
L’ospite mosse gli oculari per mettere meglio a fuoco qualcosa, forse il viso dell’uomo, che provò a sua volta a guardare dentro le lenti, quasi potesse scrutare dall’altro lato dentro la camera della ragazza.
«Non pensare a dio?», chiese di nuovo, Mondrian.
«No. Non vedere da anni sua figlia.»
«Mah! Come per tutti i padri credo.»
«Come era prima?»
Mondrian, si volse interlocutorio verso l’ospite.
«Prima dello scisma intendo.»
Mondrian tornò a guardare verso l’altare oramai immerso nel buio. Solo intorno a loro si spandeva un lieve chiarore, irradiato dai led sulla base ricoperta di gomma dell’ospite. Nelle cappelle le fiamme delle ultime candele provavano a sopravvivere tremando sul pelo fuso della cera che provava ad annegarle. Di tanto in tanto un rivolo colava sul candeliere, solidificando in fretta e risvegliando per qualche altro minuto il fulgore della fiamma.
«Era diverso. Non capivamo allora quanto fosse diventato pericoloso provare a mediare, tra noi e loro. Sembrava pure inutile perderci tempo, finché…», Mondrian si bloccò quasi non ricordasse più le parole da usare.
«Non arrivò l’onda di calore?»
«Sì, è assurdo, ma allora pensavamo che fosse tutto secondario rispetto all’onda. Ci scherzavamo su. Sai? Lo chiamavamo il papa fossile. Poi però, iniziarono a chiedere ragione delle persone che incontravamo, delle ore in cui le incontravamo, del tempo e del numero di persone che frequentavamo.»
«Lei e la madre di Silvia vi conoscevate già?»
«Sì, ma già allora era consentito, non eravamo clandestini. Bastava che si chiedesse la dispensa, si comunicava e se lei era consenziente, potevi vivere alla luce del sole. Ci siamo sposati in questa chiesa sai? Avevo fatto mettere sull’altare una miriade di fiori bianchi. Uno spettacolo. Avresti dovuta vederla entrare in mezzo a tutti quei fiori. Era bellissima. Ma già in un anno o poco più era diventato tutto opaco. Sembrava che dovessimo tutti giustificarci di qualcosa. Avevano la necessità impellente di dirci cosa era giusto e cosa sbagliato. Dicevano che dovevamo andarcene via oramai. Ma tutti pensavamo che erano loro che dovevano andarsene. Non erano tanti eh!, ma avevano la voce grossa. Noi urlavamo, andatevene, questa è la nostra chiesa, voi siete solo il passato, siete la paura, dovete andarvene. E poi ce ne siamo dovuti andare via noi.» Si toccò con un dito il volto e respirò quasi esausto.
«Sono rimasti solo i vecchi a venire qui. I giovani si sono messi a seguire quelli lì. Tutti. Hanno paura forse o magari siamo noi vecchi che non ci abbiamo capito più niente.»
L’ospite tornò in posizione eretta, «ora devo andare padre, ho un pacco di batterie vecchiotte e non reggo troppo. È un casino se si blocca per strada e io devo aspettare il reddito per prendere un veicolo e portarmelo via.»
Padre Mondrian non disse una parola, ma fece segno di sì, con lo sguardo fisso in avanti nel buio dell’abside. Un breve fruscio segnò l’interruzione del segnale audio remoto, mentre l’ospite percorreva la navata lentamente verso l’uscita.
Al 178º piano della Tencent Tower, la donna poggiò gli auricolari sulla scrivania. Oltre la vetrata il panorama del tramonto sulla lontana città vecchia infiammava il cielo. Sul display di destra, la faccia rilassata del responsabile d’area apparve dal nulla.
«Allora bellezza, caccia finita anche per oggi?»
«Appena finito, giornata noiosa.»
«Neanche una lepre?», la faccia rilassata rise.
«No tutti puliti.»
La faccia rilassata assunse una espressione perplessa.
«Neanche il vecchio eretico?»
«Quello è un povero pazzo. Non vale neanche la pena sporcarsi le mani con lui.»
«Non gli hai detto nulla della moglie?»
«No, ho evitato. Avevo voglia di andarmene a casa. Te l’ho detto non vale la pena perderci tempo.»
«In effetti hai ragione, non ne vale la pena. A domani bellezza.»
«A domani boss»
Fuori la sera era calata ovunque. Nella chiesa ormai vuota anche l’ultima candela si era spenta. Padre Mondrian, in camera sua, guardava le venature della porta di legno chiaro. Silvia prese un cioccolatino dalla ciotola di latta, avviò la musica su una vecchia canzone che piaceva tanto a sua madre e si mise a canticchiare sopra.
«Siamo ospiti a casa delle madri…»