Dal mio romanzo per bambini

Un estratto da pagina 61 a 64 di MAMMA MIA, HO INCONTRATO POESIA, romanzo per bambini, pubblicato da C1V Edizioni.

“…

Vidi che a metà ponte due guardie del Regno della Noia avevano bloccato il passaggio.

Gridai a Prosa di lanciare una delle nostre frecce:

“Attacca!”

Prosa rimase immobile.

“Avanti, che aspetti?” disse Eloquenza spaventata.

“Attacca con la I” gridai.

Prosa si abbassò e con un salto tirò fuori una delle più belle parole che poteva trovare in quel momento. Lanciò la parola APPUNTITA, enfatizzando l’accento sulla vocale I e questa si infilò con tutta la punta nella testa delle guardie che caddero con un tonfo rimbalzante.

“Avanti” dissi, mentre Prosa si guardava intorno recuperando tutte le punte andate fuori bersaglio.

All’apice del ponte c’erano dei tronchi d’albero per ostruire il passaggio.

Eloquenza cercò di spostarli con la forza, ma ovviamente i tronchi non si mossero nemmeno di un millimetro.

“E ora come facciamo?”

“Facciamo come ha detto Fantasia. Usiamo la forza delle vocali” risposi.

Prosa ebbe un’idea; disse che dovevamo urlare all’unisono la vocale A.

Eloquenza disse di no, figurarsi se così raffinata si metteva ad urlare.

Lo facemmo noi. Prendemmo fiato e urlammo la vocale A. La bocca si spalancò e un vento di fiato uscì dalle nostre bocche, ma solo quando anche Eloquenza si convinse di dare una mano, i tronchi si mossero rotolando verso la parte opposta, prendendo velocità appena raggiunta la discesa. Al di là furono investite un po’ di guardie del sovrano. Il più era fatto, ma all’inizio della discesa spie e guardie del Regno della Noia stavano attaccando.

“Avanti senza paura!” gridai mentre le gambe cominciavano a tremarmi. Se ne accorse Prosa che dandomi una pacca sulla spalla disse di non temere. Ringraziai e invitai Eloquenza all’uso della vocale U…”

Annunci

Vorrei saper scrivere

Posto anche qui uno scritto pubblicato l’ altro ieri sul mio blog: un po’ sogno, un po’ speranza, un gioco in rima.

Buona lettura!

Lucia

Vorrei saper scrivere davvero,
riuscire a farlo bene, non dico un capolavoro. Trasmettere emozioni con la parola scritta, saper dire qualcosa, anche restando zitta.
Possedere la magia di fare un po’ da specchio, così che si riconosca il lettor giovane e il più vecchio.
In qualcosa, mica tutto, un piccolo passaggio:
quel fremito del cuore, quel profumo, quel paesaggio.
Sarebbe bello donare, a chi non le ha trovate, parole per descriver il velo di certe giornate, il tonfo strano e inquieto di un cuore innamorato, il modo per spiegare un tempo che è sfuggito,
fornire le parole per dare luce a un dentro, che a volte è troppo buio e fa tanto spavento.
Imprese troppo grandi per la mia piccola penna, ma ai sogni non si mette mai alcuna transenna.
Allora ecco scrivo, di quel che io ho sentito, di cose che ho vissuto, ho visto o immaginato.
Se poi strappo un sorriso, una lacrima, una visione, son già molto felice; è la più bella recensione.

Lucia Lorenzon, 20 novembre 2017

Destino – 8

La settima parte è Qui

A quell’ora del mattino i garzoni del bistrot della piazza iniziavano a mettere ordine per i primi avventori del giorno. Holbesh e padre Martin, visibilmente stanchi in volto, se ne stavano sui gradoni della chiesa aspettando che almeno un tavolo fosse disponibile. Occhi sbarrati, nonostante il sonno arretrato, osservavano il lento risvegliarsi del borgo: un carro stipato di fieno provava a limitare l’ondeggiare pericoloso del carico sulle basole rovinate del viale principale. Poche facce, per lo più assonnate di ragazzi, si avviavano verso i campi poco fuori l’abitato. Sferragliando, la prima corriera della giornata transitò davanti i loro occhi, per fermarsi proprio accanto la cinta del sagrato. Holbesh richiamò l’attenzione del suo amico, indicando la piccola truppa di lavoranti che dai borghi vicini arrivavano di buon ora, per allestire bancarelle e portare mercanzie per il mercato.

«Vedi per caso qualcuno con un cellulare in mano?»

Sebastien accennò un no striminzito con la testa. Aveva in mente la sequenza ritrovata del suo numero nella rubrica del terminale di Holbesh e non aveva voglia di trovare ancora spiegazioni. Dopo aver subito quell’ennesimo shock si erano meccanicamente diretti fuori, per riprendere aria vera non filtrata dal sistema di condizionamento nel sottosuolo e assicurarsi che la loro idea di mondo coincidesse ancora con la realtà che avevano percepito sino a quel momento. In giro, nel borgo dove avevano vissuto per tutto quel tempo, sembrava che il tempo fosse stato portato indietro. Avevano tutti dimenticato cosa fosse uno smartphone, una connessione internet. Anche gli schermi del laboratorio erano temporalmente lontani da quell’epoca. Sebastien nel suo tentativo di capire aveva trascurato quelle tracce, le aveva considerate normalità, dimenticando che nel mondo estreno c’erano invece rari televisori a tubo catodico e telefoni in bachelite per lo più dislocati nei caffè e in pochissime case della borghesia.
Il cameriere più giovane fece segno che potevano accomodarsi sotto la tettoia. Ordinarono due caffè neri e qualcosa di dolce da mandare giù, poi prima che riuscisse a fare un passo verso l’interno del locale, Holbesh lo richiamò.

«Saresti così gentile da ricordarmi la data? Siamo un po’ assonnati quest’oggi io e il reverendo.»
«Certo! Cinque maggio, duemilaventi.»

Padre Martin ringraziò e sorrise. Holbesh rimase impassibile. Per cinque minuti buoni attesero così, guardandosi i polpastrelli delle mani adagiate sul tavolino di legno a doghe.

«Professore, il problema non è che questo non è il nostro duemilaventi. Il problema è che il nostro tempo sembra essere stato cancellato e invaso da questa strana replica di passato. E soprattutto che noi due non lo abbiamo mai notato sinora. Voglio dire, anche quando io mi barricavo in quel laboratorio la mia mente si rifiutava di vedere il controsenso. Che diavolo ci hanno fatto Holbesh?»
«Non è detto che siamo noi a non ricordare. Si ricorda qualcosa che è avvenuta nel proprio mondo. Ma questo potrebbe non essere il nostro mondo. Magari qui, in questo mondo dico, noi non siamo mai esistiti davvero. Siamo comparsi attraverso una porta tra due sistemi che si è aperta di colpo. Noi ci troviamo da questa parte ed è per questo che rimaniamo immuni dalla maledizione di questo borgo. Noi siamo di un’altra specie e il morbo non può attaccarci. Resta da capire il famoso governo che ci ha inviato qui inventando la favola della cura miracolosa da che parte stia.»
«E in che mondo sia il laboratorio. Potrebbe essere quella la porta che si è spalancata. E qualcuno ci ha dato le chiavi.»

Sebastien guardò il cameriere posare davanti a lui la tazza e la pasta ricoperta di zucchero impalpabile. Al centro del tavolo, sotto il portatovaglioli, aveva bloccato lo scontrino con il conto. Solo una parte della striscia di carta si poteva leggere con facilità, abbastanza però da far sussultare ancora Holbesh: sollevato il parallelepipedo di latta richiamò l’attenzione di Sebastien. Con un solo gesto del corpo si alzarono e scattarono verso il locale interno con il biglietto in mano. Dentro, dietro una vecchia cassa verde con i tasti grandi bianchi e neri, il signor de La Pucé leggeva il giornale e masticava la punta di un vecchio sigaro mezzo consumato.

«Cosa è questo disegno sullo scontrino?»

L’omone rivolse appena un’occhiata al quadrato e alla sua strana trama bianca e nera.

«Non ne ho idea proprio!»
«Come diavolo fate a non sapere cosa c’è stampato sui conti che portate ai tavoli.»
«Padre Martin, questo non è un mio conto. A dire il vero non abbiamo neanche il servizio ai tavoli.»
«Ma questo lo ha portato il cameriere con il caffè.»

Il de la Pucé girò lo sguardo verso il figlio bassino e tracagnotto che stava asciugando dei bicchieri dietro il bancone.

«Hai portato tu questo affare al tavolo?»

Il ragazzo lanciò un’occhiataccia per fare intendere che lui non ne sapeva niente.

«No, non lui, quello alto e giovane, con i capelli rasati di lato», urlò Sebastien.

Il titolare tolse il sigaro dalle labbra e lo poggiò vicino al giornale provando a dare un senso a quella scena.

«Reverendo non abbiamo nessun cameriere alto o giovane o con i capelli rasati. Siamo solo io e mio figlio qui, oltre a mia sorella e mia moglie che preparano lì dietro?»

Holbesh afferrò il giornale e scorse la pagina, poi con un ghigno nervoso la mise sotto il naso di Sebastien.

«Diciamo che è meglio per noi andare a dormire qualche ora, ci sono troppe porte aperte da queste parti. Non vorrei che troppi spifferi ci uccidano.»

La data sul giornale era di sessant’anni prima, coeva al clima che si respirava nel piccolo locale. Sullo scontrino in carta termica, sbiadito sui bordi, un QR code pareva invece giustificare la risposta del ragazzo svanito nel nulla.
In silenzio, percorsero il piccolo tratto sino alla porta della canonica e come se nulla fosse accaduto si salutarono con freddezza. Holbesh proseguì pensieroso per altri due isolati, ma con tutta evidenza quell’incubo privo di senso era destinato a tormentarlo ancora: un giovane, sull’uscio di una bottega lontana, lo salutò con la mano, prima di scomparire oltre la porta. Quasi di corsa Holbesh tornò indietro, verso la piazza e trafelato rientrò nel caffè del de la Pucé chiedendo di dare ancora una occhiata al giornale. Due minuti appena gli bastarono per tornare a bussare nervosamente alla porta della canonica, dalla quale preoccupata riemerse la faccia di Sebastien.

«Che altro è accaduto Holbesh? Non volete proprio farmi dormire oggi!»
«Pierre! Ho appena incontrato, Pierre!»

Padre Martin non riuscì ad aggiungere alcuna ulteriore espressione di stupore.

«E oggi non è il cinque Maggio, Sebastien. Siamo a Marzo.»
«Marzo», ripetè meccanicamente Padre Martin, «Marzo.»

Storie in pillole – I

Ho finito il tè!”

Il tono di Miriam era a metà tra il sorpreso e il disperato. Senza il tè la dispensa era per lei vuota e la sua routine stracciata. Alle 17.00 il bollitore doveva fischiare, l’acqua colorarsi e l’aroma diffondersi; ora si ritrovava senza niente, il suo rituale rannicchiato in un angolo, in attesa.

Il tè era ciò che per lei faceva di un posto casa, la famosa “casa dolce casa” dove i problemi sembrano non solo più piccoli ma anche facilmente risolvibili. Senza il tè, quell’amorevole calore andava perso.

Chiavi. Dove sono le chiavi.” borbottava mentre cercava frettolosamente in ogni anfratto della casa.

Borsa! Sono in borsa ovviamente.”

Le afferrò insieme alla patente e a pochi soldi. Non serviva la borsa, bisognava uscire leggeri per quella missione così importante.

La sagoma familiare del supermercato le parve un’oasi in mezzo al deserto; si fiondò dentro e, schivando vecchiette sfaccendate e lavoratori perennemente di fretta, lo raggiunse: lo scaffale del tè. Tè nero, verde, aromatizzato classico al bergamotto oppure con spezie dall’estremo oriente o aromi più mediterranei… Prese di tutto un po’, senza nemmeno guardare le confezioni.

Sempre meglio abbondare e non rischiare.” disse tra sé e sé.

Destino – 7

La sesta parte è QUI

Capita spesso, quando sei troppo concentrato sulla realtà per come credi sia, che un microscopico evento ti sposti di una frazione di grado l’angolo di visuale mutando di colpo il panorama. Per Holbesh forse fu il minuscolo riposizionarsi sulla poltrona, mentre Sebastien armeggiava sugli aggeggi illuminati dai led, un movimento minimo che dovette modificare la luce e i contorni della scena. Ciò che prima appariva simile a un quadro, una realtà bidimensionale semplice, ora diventava un corpo solido, in una prospettiva in fuga verso il fondo di quel grande padiglione. Una scenografia nuova per suggerire, finalmente, la sola domanda che in quel momento avesse davvero senso. Un risveglio anche troppo tardivo sintetizzato in un, «ma cos’è questo posto? Dove siamo?»
Sebastien non distolse l’attenzione dai tanti display che mostravano numeri e tracce grafiche.

«In laboratorio. Vi siete addormentato forse?»
«No, no. Questo lo so e sono ben sveglio. Ma cosa è davvero questo luogo?»

Si alzò in piedi, mentre lo strano finto prete provava a capire con la coda dell’occhio l’evoluzione del suo ragionare.

«Voglio dire, siamo scesi non so quanti metri sotto terra fino alla porta enorme di metallo. Abbiamo percorso in silenzio il corridoio con il tetto illuminato. Ho contato almeno venti porte chiuse. E questo ambiente enorme, le macchine, la luce diffusa. Cosa è tutto questo?»
«Il laboratorio, cosa pensate possa essere se non un laboratorio? Un cinema a luci rosse?»
«Sebastien, noi siamo in questo borgo maledetto da non più di due anni. E in due anni non ho visto uno, dico un singolo operaio in città. E voi siete arrivato anche dopo me e siete tutto il giorno in giro a rincorrere gonnelle.»
«Come voi se non sbaglio.»
«Già, come me padre Martin. E non credo che da soli avremmo potuto scavare un metro di questo…»

Con un ampio gesto indicò tutto intorno con lo sguardo spaesato che il risveglio improvviso gli aveva impresso in volto. Sebastien annotò qualcosa su un foglio. Poggiò la penna accanto a un becher pieno di un liquido giallastro e sedette sullo sgabello vicino scaricando il peso del busto sulle braccia adagiate sulle gambe.

«Potrei raccontarvi un sacco di storie Holbesh. Del fatto che questo centro infilato nella roccia ha la bellezza di dieci anni. Che prima del misfatto questo posto brulicava delle migliori menti della nazione e che io ero una di queste. Potrei dirvi che tre anni fa avevo abbandonato tutto questo per una donna e che questa donna mi ha svenduto a qualcuno per meno di venti denari, così, senza che io possa nemmeno ricordarne il motivo. Potrei dirvi che qui giù si cercava la ricetta dell’immortalità, che eravamo davvero a un passo. Riscrittura del genoma mio caro. Riprogrammazione controllato di ogni meccanismo biologico. Eravamo dei degli inferi, almeno fino a quando non mi sono risvegliato quasi senza memoria dentro la chiesa con questo abito addosso, mentre il laboratorio era definitivamente deserto.»
«Sebastien e come fate a sapere tutte queste cose se avevate perso la memoria? Pensate che abbia ancora voglia di credere alle vostre sciocchezze?»

L’uomo si alzò dallo sgabello e frugando in tasca fece tintinnare qualcosa di metallico: chiavi che sventolò sotto il naso di Holbesh.

«Avevo solo queste in tasca, non ricordavo neanche il mio nome, solo qualcosa di vago sul mio mestiere e che aveva a che fare con la biochimica. Null’altro.»

Con uno scatto si diresse alla porta sul grande corridoio, «seguitemi!»
Holbesh avrebbe forse voluto completare il discorso prima di uscir da quel laboratorio, ma comprese che il seguito stava proprio fuori da lì. In silenzio percorsero un altro tratto, sino a una porta apparentemente forzata.

«Solo di questa non avevo la chiave. Strano, perché le altre celano poco o nulla di utile.»

Holbesh osservava dubbioso.

«Sono tutte aperte, finito qui potete andare ancora in giro a piacimento e controllare da solo. Ho lanciato in corso un processo piuttosto lungo in laboratorio. Diciamo sei ore di analisi e successiva elaborazione. Di tempo ne abbiamo. Ma dopo questa stanza dubito che vorrete visitare altro.»

L’ambiente non era grande, quasi tutto occupato da un tavolo oblungo di un materiale plastico. Alle pareti una grande scaffalatura metallica reggeva il peso di un numero importante di faldoni. In un angolo due terminali sembravano spenti. Sul tavolo una quantità di fogli stampati e appunti sparsi in un disordine assoluto, oltre a due fascicoli voluminosi rilegati con una costola rigida nera a pressione. Sebastien ne prese uno in mano e lo porse a Holbesh.

«Ecco qua! Sembra che qualcuno abbia avuto cura di annotare la mia vita passata. Non è stato semplice ritrovare tutto quello che mancava nella mia memoria, ma con pazienza sono riuscito a ricostruire abbastanza.»

Holbesh prese il volume e lo scorse velocemente sempre meno convinto della narrazione che stava ascoltando da una buona mezz’ora.

«Sebastien, voi continuate a raccontare di questo e di quello, meno di cosa ci stiamo a fare in questo posto e cosa succede o succedeva qui dentro prima del nostro arrivo?»

L’uomo con i palmi poggiati al tavolo lo osservò per alcuni istanti, poi mantenendo lo sguardo fisso sul ghigno interrogativo di Holbesh, agguantò il volume rimasto sul tavolo rivolgendolo verso l’interlocutore.

«Facciamo così, date prima un’occhiata a questo. L’ho ultimato proprio ieri sera, mentre voi vi deliziavate con figlia e matrigna. Fate con calma e chissà che non sia giusto io a dover rivolgere a voi la domanda che mi fate giusto oggi.»

Holbesh prese in mano il nuovo documento e mutò espressione. Sul frontespizio in grassetto il suo nome insieme a un cognome ignoto, il tutto preceduto da un incomprensibile Prof.

«Chi diavolo sarebbe Holbesh Mondriant?»

Sebastien con un gesto della mano girò le prime due pagine, scoprendo le stampe a colori di ritagli di riviste, foto di giornali e testate web.

«Dovreste riconoscere la vostra faccia professore.»

Holbesh non provò neanche a ribattere, scorse ancora le pagine zeppe di notizie, foto, informazioni, articoli scientifici con quel nome, il suo nome.

«Che vuol dire? Io non sono questo tizio qua. Io…»
«Io cosa? Chi? Avete davvero ricordi del carcere? Dico ricordi veri? Non robe sbiadite dagli incontri amorosi con le belle signore del borgo. Se vi concentrate appena la risposta è no. Vi siete ritrovato di colpo con le idee confuse ad accettare la proposta di due tizi del governo e poco più. Vi appare così normale tutto ciò? Del faldone non ho avuto modo di leggere ancora molto, ma a occhio e croce questo centro scavato sottoterra lo portava avanti il professor Mondriant, cioè voi per la cronaca, e uno staff di decine di scienziati. E io ero uno di questi.»
«Ma non ricordo nulla io.»
«Neanche io se vi può consolare, neanche io. Ma tutto quello che c’è da sapere per un motivo strano si trova in questa stanza e dobbiamo metterci d’impegno a leggerlo.»

Holbesh guardò sconsolato la montagna di carta che li attorniava. Poi ricordandosi dei terminali chiese se non potessero essere d’aiuto.

«Ricordassimo la password forse sì, senza sono meno utili di un ferro da stiro usurato.»

Per un’altra mezz’ora rimasero in silenzio ognuno nei propri pensieri. Holbesh dal canto suo continuava a scorrere le pagine convinto ancora di star vivendo un incubo. Il suo nome compariva ovunque e tracciava una figura molto diversa da quella che aveva interpretato sino a due ore prima. A un tratto la sua attenzione si fermò su una foto, una immagine di montagna di lui che carezzava un levriere altezzoso. Una figura che sembrò riaffiorare nei meandri della sua memoria stordita.

«Wittgenstein!»

Come un ossesso osservava il foglio e ripeteva quel nome in maniera meccanica.

«Wittgenstein!»

Un condotto segreto doveva essersi spalancato, spezzoni di immagini pallide che iniziavano a sgorgare e a ricorrersi. E come spiritato, di scatto, si portò verso uno dei terminali, lo accese sotto gli occhi sbarrati di Sebastien e iniziò a battere ferocemente sui tasti. Ci volle qualche minuto, ma sul monitor apparve la bacheca con le icone sovrapposte alla stessa foto di lui in montagna insieme al cane.

«Wittgenstein!», sembrava l’unica parola che fosse in grado di proferire, in continuazione, ridendo e contorcendosi per una fatica strana, mentre Sebastien lo osservava impietrito dalla sua postazione. Holbesh batteva sui tasti e si muoveva tra le cartelle come un ossesso, ma così come aveva iniziato, allo stesso modo improvviso si fermo, basito davanti a una tabella di nomi e cifre. Sebastien si avvicinò solo allora, provando a capire la scena.

«Sebastien, guarda questi numeri e i nomi accanto. C’è anche il tuo.»

Si guardarono  spaventati e solo dopo alcuni secondi Holbesh potè riesumare dalla gola una domanda adeguata, «ma in che anno siamo Sebastien?»

La vecchia dello stallo

Qui da noi c’era una vecchia minuta, dai modi gentili: capelli raccolti con l’onda, incarnato di cera giallina, caviglie un po’ grosse. Mai un tono più alto, mai una nota nervosa o una parola di troppo.
Restava padrona della casa dell’angolo e signora del muro che costeggiava la strada, con gli anelli di ferro scurito.
Le pietre grigie cintavano uno spazio di bocche scure e sterrate, tettoie aperte e antri senza porte. Chè un il marito, lì, dentro e fuori, ospitava come si deve carrozze, cavalli e carretti. In odore di cuoio, di corda e di fieno.

Ma il tempo che passa si mangia cose e persone.

La vecchia minuta reggeva, in deboli solitudini.
Ora, il giorno di mercato, camicetta bianca con spilla sul petto, davanti al portone apriva un banchetto: scatola di ferro, biscotti osvego, come scrigno di numeri.
Ospitava biciclette, nel vecchio stallo, senza più carrozze, cavalli e carretti. Senza più signori e contadini col cappello.
Biciclette.
Con bella maniera, ordinata e pensosa, da guardarobiera dell’Opera, le prendeva in consegna, decideva sicura uno spazio, legava con lo spago un numero al manubrio, e in perfetto italiano diceva : consegna prima dell’una, altrimenti…e le mani disegnavano un segno imperioso e assoluto, solfeggio di perfetta regia.

Chè si è regine di dentro.
E i modi restano.
Anche in mezzo alle ortiche.

 

Destino – 6

La quinta parte è QUI

Un mese, lungo e pensieroso per Holbesh e Sebastien. Un mese da quella sera maledetta, dalla corsa verso la piccola casa quasi fuori dal paese, inutile, per constatare che anche Pierre aveva seguito la strana sorte di tanti maschi del villaggio.Holbesh sulle rimostranze di Marie aveva negato la storia della cura, sostenendo che fosse tutta una follia d’amore del ragazzo. Pierre con evidenza non aveva mantenuto fede al giuramento di non parlare con nessuno della cura, forse per tranquillizzare Marie e convincerla a concedersi senza paura alcuna.

«Che cura volete che io possa avere, Marie? Mi sapete voi medico? Suvvia ragionate! Padre Martin, dite qualcosa anche voi!»

Sebastien aveva detto qualcosa tra i denti, ricordando che era chiaro come solo i visitatori esterni alla comunità erano immuni da quella strana sorte, che bisognava farsene una ragione, morigerare i costumi.
Un mese a chiedersi il motivo di quella morte, incrociandosi solo di rado per strada e avendo cura a non scambiar parola. Un mese con il paese sgomento, le locandiere in ambasce e la vedova Morel sempre più delusa dalla ridotta foga del bel forestiero. Non che gli incontri si fossero ridotti in numero, ma in qualità di certo. E non era colpa delle pratiche extra richieste dalla povera Genevieve, anch’ella stupita della poca baldanza e infastidita dalla presenza continua e ingombrante della figliastra, oramai scoperta nei suoi traffici, ma ahimè tremendamente triste. La bella locandiera aveva anche visto diradarsi il conforto della vedova d’Anton, più interessata alla perdizione eterna dentro la quale si era precipitato Sebastien, completamente in sua balìa da quella sera famosa.
Per fortuna che il caso volle interrompere quel rassegnato andazzo facendo scomparire improvvisamente i flaconi di compresse dall’alloggio di Holbesh. Accadde una sera al rientro da qualche baldoria sulle grazie abbondanti di Genevieve che gli venne di controllare. Un presentimento, visto che da tanto le aveva abbandonate, contando sulla loro inefficacia. Chi le aveva prese tra l’altro sapeva ben distinguere tra le vere compresse recapitate dai militari e il placebo da lui prodotto.
Quella notte, non provò neanche a prendere sonno. Aspettava, completamente vestito sul letto, guardando il soffitto e contando uno a uno i listelli di legno chiaro. Albeggiava quando un leggero grattare e due colpetti lo convinsero che l’attesa era finita.

«Holbesh!»

Con un leggero cigolio di cardini aprì il battente, scoprendo la faccia lugubre di Sebastien.

«Padre Martin vedo che anche per voi la notte è insonne. Posso fare qualcosa per consolarvi? Vi offrirei delle sane pillole governative, peccato che me le abbiano rubate tutte.»
«Zucchero Holbesh!»
«In che senso? Volete un energizzante? V’ha così tanto prosciugato la vostra simpatica vedova?»
«Non ho voglia di scherzare. Le ho prese io alcuni giorni fa le vostre pillole. Ed è da allora che faccio analisi giù in cantina. Ho un piccolo laboratorio sapete? In tempi normali sarei un microbiologo, anche bravo devo dire. Le pillole del governo sono zucchero e qualche additivo. Tutto qui, placebo.»

Holbesh sembrò quasi distendersi in volto. In fondo, seppur recondita, la colpa che sentiva dentro per la morte del povero Pierre si affacciava spesso di notte a tormentarlo. E a quanto pare le vere e le finte compresse ben poco avrebbero fatto per salvare la vita del giovane, sebbene sua rimaneva l’idea di condividere la cura con il ragazzo, incoraggiando le sue giuste pruderie.

«Fantastico Padre Martin, adesso bisogna capire solo perché noi siamo vivi e perché i vostri amici sbirri ci hanno rifilato caramelline per farci credere la fesseria della contaminazione ambientale.»
«E soprattutto che diavolo hanno fatto i miei amici sbirri, visto che sembrano anche loro introvabili.»
«Questo è già più grave giacché non abbiamo più idea di che fare con questa gente.»
«Dovremmo condurre qualche analisi noi, provare a capire da dove viene il morbo.»
«Non possiamo disseppellire i cadaveri Sebastien!»
«Non dico niente di tutto ciò, certo ci servirebbe un cadavere fresco.»
«Peccato che su di me non attacchi, altrimenti mi pregerei di farvi cavia.»
«Deve essere faticoso dover fare lo spiritoso a tutti i costi Holbesh. Vi userei con gioia quando fate così, ma abbiamo bisogno di altro.»
«Se iniziassimo a investigare sulle donne? Magari il morbo si trasmette tramite loro, potrebbe essere no? Iniziare da Marie che sappiamo essere stata letale da non troppo tempo.»
«Ho già pensato a lei e sono qua dopo aver completato le analisi su un po’ del suo sangue! Un piccolo incidente in canonica. Qualche giorno fa. Roba da niente! Provvidenziale direi.»
«E allora?»
«Niente! Non è che qui abbia strumentazioni sofisticate, ma a oggi nessuna stranezza.»
«Quindi un buco nell’acqua.»
«A meno che…»
«Cosa?»
«che non abbia sbagliato il fluido da analizzare.»
«Che intendete?»
«Che il morbo se esiste potrebbe annidarsi…»
«e trasmettersi durante gli amplessi!»
«Esatto! Servirebbe l’urina o altri liquidi vaginali, saliva, ecco.»
«Non guardate me che non saprei proprio come fare.»
«Figuratevi io che per la gente sono un prete!»
«Siamo al punto di partenza Sebastien.»
«Certo un cadavere sarebbe l’ideale. Anche se non è così detto che Marie…»
«Marie cosa?»
«Che Marie sia così impossibile da avvicinare ecco!»
«Che volete dire?»
«Ieri sera sono stato a trovare Genevieve che si dice preoccupata per la figliastra.»
«Volete che sia lei il vostro contatto? Potrebbe essere pericoloso. Senza la copertura del governo siamo soli qui e una notizia incauta potrebbe alimentare una rivolta.»
«Parlate voi che con la faccenda di Pierre stavate percorrendo giusto questa strada. Comunque no, non proprio.»
«E allora?»
«Diciamo che se nei vostri convegni si unisse anche Marie, non dovrebbe essere disagevole per voi…»
«Marie? Mio dio ma come vi vengono in mente simili sciocchezze? Come dovrei fare per convincerla poi, e proprio io?»
«No, a quello ho già pensato io. Vedete le donne di questo villaggio da secoli hanno una prerogativa, diceria forse, sebbene abbia toccato con mano che non sembri così tanto infondata. Ed è altrettanto vero che su questo tema ascoltano in qualche modo il clero. Ecco, datemi tempo e proverò a lavorar su questo. Nel frattempo mio caro amico provate a riposare. Dovete avere forze sufficienti in corpo se vogliamo venir a capo di questo arcano.»

E detto questo lo abbandonò ai suoi pensieri mentre il sole illuminava la valle oltre il fiume.
Trascorse una settimana senza nuove per Holbesh, ma alla sera del decimo giorno, carico di provette, tamponi e piccoli contenitori si trovò a percorrere dietro Padre Martin la navata destra di Santa Marta verso una porticina che, aperta, rivelava un corridoio lungo e discendente. Iniziava inestato nella muratura bruna della costruzione per diventare uno scavo nella roccia curvando varie volte a mano a mano che la quota scendeva e l’aria diveniva umida e asfissiante. Proseguirono in silenzio e concentrati per quasi dieci minuti, fino a una porta di fattura moderna, chiara, in metallo verniciato. Sebastien, armeggiò un poco con un affare che doveva azionare una serratura. Appariva impacciato, ma alla fine con uno scatto sordo il battente venne liberato mostrando la vera collocazione del laboratorio. Un lungo corridoio rivestito di lastre di materiale chiarissimo si rivelò davanti a loro. Luce fredda veniva diffusa da tubi continui sui lati alti delle pareti dove, con regolarità, porte di vetro smerigliato azzurre suggerivano altrettanti ambienti a destra e sinistra.
Sebastien entrò deciso nel terzo a destra, un lungo stanzone, con un unico bancone al centro, pieno di macchinari e microscopi, connessi alle prese nascoste alla base della struttura in metallo. Con un gesto della mano chiese la consegna del materiale portato da Holbesh che, con ordine, dispose sul bancone, trascrivendone il contenuto su un foglio di carta giallina.
«Di sicuro non vi sarete annoiato questa sera dalle locandiere, considerando quanti e quali umori di donna di avete procurato», disse con un ghigno sarcastico.
«Bene, adesso sedetevi pure comodo, mio caro Holbesh. Non sarà una notte breve per noi» e nel far questo gli indicò due poltrone color panna in fondo allo stanzone, vicine a un basso frigorifero nero.
Holbesh sprofondò dentro una di queste, stanco, mentre Sebastien, con una inusuale agilità operava sulle strumentazioni premendo sui tasti colorati comandi solo a lui noti.
 

6 Settembre

Oggi avrei dovuto pubblicare la seconda parte del racconto “Vacanze in Supramonte” ma, a causa di caldo e problemini vari, non sono riuscita a trovare la concentrazione necessaria per scrivere. Quindi anche oggi, come già fatto in passato, vi parlo un po’ della mia terra. Settimana scorsa ho giocato alla turista, erano anni che non lo facevo e sia il caso che l’istinto mi hanno riportato nel quartiere storico di Castello che mi ha fatto letteralmente da scuola e quasi da casa per sette-otto anni. Non scorderò mai il suo profumo stantio e umido, carico di storie e sentimenti, come la pelle degli anziani che trasuda saggezza e vita vissuta.

Mi sono emozionata nel passare davanti alla mia vecchia scuola, un ex monastero eretto IMG_20170828_180921nel 1539 e convertito in asilo già alla fine dell’Ottocento, e ho dovuto resistere alla tentazione di citofonare e chiedere di poter vagare di nuovo in quegli spazi che da piccola mi parevano immensi e pieni di mistero. Ahimè, non ho avuto il coraggio di farlo e mi sono pentita; comunque la buona notizia è che la scuola da lì non si sposta, magari approfitterò di questa certezza in un’altra occasione.

Una curiosità: la scuola è direttamente collegata alla chiesa di Santa Lucia. Dall’architettura semplice ma d’effetto, la chiesetta apre diverse volte ogni anno, compreso in occasione di Monumenti Aperti, giorno in cui a fare da guide sono, udite udite, piccoli scolari emozionati ed impazienti che stanno sul portone nella speranza che qualcuno entri. Anche io per tre anni ho fatto parte di quella schiera ansiosa e, insieme ad una grande conoscenza della chiesa e dell’istituto in questione, ho acquisito anche un trauma. Sì, sul serio. In terza elementare, per lo meno ai miei tempi,  alle miniguide toccava illustrare la storia di Santa Lucia che si concludeva con un lapidario “ella si strappò gli occhi” e sguardo tragico verso la statua della Santa con occhi su piatto. A dirlo così vien da ridere ma vi assicuro che la cosa è tutt’altro che comica. Va bene, scendiamo a patti. E’ tragicomica. Dell’interno della chiesa non ho foto, ma vi allego la descrizione della sua architettura per chi fosse interessato.

Una delle cose che mi ha sempre colpito di Castello è il suo essere costruito in bilico su IMG_20170828_165310una rocca, a 25 anni ho ancora paura che qualcuna delle costruzioni possa precipitare nel vuoto all’improvviso, considerato anche il generale stato di abbandono di molti edifici. Credo basti la foto qui accanto per avvertire un leggero senso di vertigine. La costruzione che vedete è la Cattedrale di Santa Maria Assunta e Santa Cecilia, nome lungo ma assolutamente meritato vista la sua bellezza. Ma della cattedrale vi parlerò un altro giorno, magari affiancando alla sua gloria la triste vicenda del Convento di Santa Caterina, precipitato nel vuoto in una notte di tempesta e le cui suore ancora vagano per le stradine del quartiere in compagnia di altri spiriti tormentati, perennemente in cerca di pace.

Ma queste sono altre storie.

P.s.: se siete interessati, potete trovare tante altre foto tra i contenuti del mio profilo Twitter. Curiosate liberamente! 🙂

Destino – 5

La quarta parte è QUI

Nonostante le tante frenesie d’amore della giornata, Holbesh non riusciva a prendere sonno. Supino, mani dietro la nuca, osservava il tetto azzurrino della sua camera al Catalano al solo chiarore della luna piena che riempiva il mondo oltre la finestra spalancata. Nel breve corridoio di accesso all’ambiente un lievissimo fruscio e un muoversi d’ombra avrebbe dovuto inquietarlo, ma la sua anima era indurita, e per nulla inatteso sembrò il muoversi della nera figura di padre Martin sino al suo giaciglio. Immobile serrò gli occhi aspettando che prendesse posto sulla seggiola di lato alla sponda.

– Se siete venuto a confessarmi padre l’ora è tarda?

Sebastien ebbe un impercettibile sussulto. Solo un attimo per tradire un residuo di sorpresa.

– Pensavo riposaste.
– Difficile quando si hanno cattivi pensieri! Ma lo sapete bene voi, giusto?
– Già.
– Notizie dai nostri amici sbirri?
– Ricordate che lo sono anch’io Holbesh e se il governo non vi avesse dato questa possibilità…
– La conosco la storiellina Martin. Notizie?
– Nulla. Vi siete già stancato delle vostre donne? Sembravate contento fino a ieri sera.
– Quanto voi della vostra bella vedova.
– Touché.
– …
– Pare che la cura però funzioni. Quanti mesi è che siamo in questo posto maledetto?
– Stronzate. La cura non serve a niente.
– Mi pare che siamo vivi e vegeti.

Holbesh sollevò il busto e ruotando il corpo si mise seduto accanto al finto prete. Per un attimo osservò i piedi poggiati sul pavimento di legno come se cercasse nella loro forma un qualche motivo di riflessione. Poi allungò la mano verso la borsa che teneva poggiata accanto al comodino. Scavò un po’ e ne estrasse un flacone trasparente di vetro con una etichetta gialla, che lancio alla sagoma seduta di fianco.
Martin lo afferrò al volo osservando con un qualche interesse le compresse in trasparenza, soprattutto in funzione del fatto che il tappo era ancora perfettamente sigillato. In altri momenti avrebbe provato a indagare, a far finta di non capire, ma quella era una notte strana e inadatta alle tattiche.

– Da quando Holbesh?
– Tre mesi.
– Pensavo di essere il solo. Ora bisogna comunicare subito…
– Cosa? Che volevamo entrambi toglierci la vita e invece scopiamo da mesi in questo buco di posto e non accade nulla di grave?
– Che ne sapete voi di cosa volevo fare io? Magari la cura opera una immunizzazione…
– Siamo troppo simili Sebastien, solo imprigionati in sponde opposte dello stesso torrente in piena. Dubito molto che si tratti della protezione dovuta alla cura e comunque non siamo più due in questo paese, ma tre.
– Tre?
– Già, tre con Pierre.
– Pierre? Ma ho confessato proprio ieri Marie.

Holbesh tornò supino con un unico movimento, sorrise tra i denti per l’ultima frase ingenua di Martin.

– Credete davvero che si dica tutto al confessore? Pensavo foste più smaliziato padre Martin. Forse che voi al vostro benamato vescovo raccontate delle sortite in sagrestia della vostra bella vedova d’Anton?
– Non sarebbe proprio il caso e vi ricordo che comunque non sono un sacerdote!
– E Marie non è una verginella. Le ultime pasticche le ho date a lui, spiegandogli di non dire nulla in giro se teneva alla sua bella.
– Tanto bene non deve volergli Marie. Senza la cura avrebbe già pianto il ragazzo da un pezzo. Spero che quanto meno lei non sospetti nulla.
– L’ho dovuta informare invece e comunque anche per Pierre adesso è solo zucchero.
– Cosa?

Holbesh tornò seduto sulla sponda, gli occhi spalancati come in preda a isteria o droghe.

– Ho fatto un piccolo esperimento. Per un mese ho dato a Pierre il farmaco degli amici vostri e per un mese zucchero.
– Placebo.
– Esatto.
– Holbesh cosa volete dirmi che il pericolo è passato?
– E i fratelli Lefèvre?
– Già!

Padre Martin si alzò di scatto e nervoso si portò alla finestra. La luna dava il meglio di sé e la vallata brillava iridescente e tranquilla. Sembrava che nulla potesse turbare quel minuscolo angolo di mondo, eppure da anni morte e dolore vi albergavano disgregando i sentimenti e le vite di donne e uomini di quella piccola comunità.

– Sebastien, qualcosa che non va in questa strana storia c’è e non credo che i nostri amici del governo vogliano aiutarci. Avete idea di cosa sostengono avere inquinato la falda almeno?
– Dicono un agente patogeno in studio presso la base di…
– Dicono, dicono, dicono un sacco di balle Sebastien. Come quella delle radiazioni e della tempesta solare. La verità è che siamo solo cavie senza via di fuga.

Padre Martin si girò nuovamente verso l’uomo seduto sul letto, ma non ebbe il tempo di controbattere nulla perché un sordo tamburellare alla porta attirò la loro attenzione. Un sussurrare attutito dietro il battente rivelava l’impaziente presenza di Marie.
Padre Martin con uno scatto si rinchiuse dentro il bagno, lasciando un solo spiraglio per ascoltare il dialogo. Holbesh liberò la serratura e accolse la faccia stralunata della ragazza.

– Pierre. Sta male. È un’ora che si è accasciato in un angolo e sente la vista affievolirsi. Mi ha fatto chiamare dalla madre. Sembra grave.

Marie non riusciva a trattenere le lacrime e avrebbe di sicuro preteso una spiegazione. Holbesh con la coda dell’occhio guardò attraverso lo spiraglio il trasalire di Padre Martin. E pure loro ne avrebbero avuto bisogno in quel preciso momento, anche solo per capire se nel loro futuro c’era una vita o una morte, una liberazione o una fuga. Meccanicamente Holbesh prese la giacca e seguì la giovane. Padre Martin attese alcuni minuti, poi si tirò fuori dal suo nascondiglio e, in silenzio, si dileguò nel buio della notte ormai alla fine.