Avril 14th

“Salvo Mancuso?”
Dietro lo schermo l’uomo sbadigliò e rispose con un flebile sì.
“C’è un task da allocare. Conferma?”
“Sì, metto l’auricolare.”
“Non è necessario. Il cliente 32A28S ha trovato questo biglietto. Comunicare il significato. Grazie.”
Sullo schermo apparve un mezzo foglietto di notes giallastro. Una calligrafia minuta si adagiava ordinata sulle righe sbiadite e aveva un bordo sfrangiato, come se ne fosse stato strappato un brano con fretta e non badando troppo al risultato finale.
Era da tanto che non vedeva un testo in corsivo e ci mise un po’ più del solito a formulare una possibile risposta. Forse anche perché quelle parole lo avevano colpito e di certo potevano stare in fondo a qualcuno dei suoi archivi social, come traccia residuale di vecchie ferite. Lette da lui assumevano un significato ben preciso che per qualche motivo sottolineò nella casella sotto l’immagine. Un click e si dissolse nel popup con l’accredito del task sul conto lavorazioni, nella burocrazia del dare e dell’avere.
Non si spiegava però perché avesse conservato il printscreen del biglietto. E nemmeno perché continuasse a leggere il testo, a seguire le anse della scrittura nervosa e il numero telefonico annotato sotto. D’un tratto gli fu chiaro che le cifre le aveva impresse in un angolo dimenticato della memoria, numeri che ora erano ricomparsi da un passato infelice sul suo schermo.
“Salvo Mancuso?”
Ancora distratto indossò l’auricolare e confermò con un sì.
“Il limite giornaliero di task per te è raggiunto. La QA Inc. ti augura una buona giornata.”
Retaggio di una educazione obsoleta ringraziò e salutò all’indirizzo dello schermo, ricambiato solo dal logo in dissolvenza.
Il numero continuò però ad albergare nella sua mente mentre si alzava dalla postazione, controllava al volo il conto lavorazione e alla macchina del caffè prelevava la tazza fumante. Lo immaginò su un piccolo schermo di cellulare anche quando osservò dalla finestra chiusa i ragazzini nel parco giochi contendersi un’altalena pericolosamente appesa a un vecchio telaio arrugginito.
L’idea strana gli balenò in mente ripensando all’ultimo riordino del suo spazio abitativo. Chiamarla casa sarebbe stato infatti davvero troppo, quelle cellette dentro cui aveva accettato di passare la sua reclusione erano davvero minimali. Lo stretto necessario per mangiare, dormire ed eseguire i task del sistema di recupero costi.
Quando lo avevano affidato alla QA aveva tirato un sospiro di sollievo. Essere beccato così in flagranza oramai era piuttosto comune, ma le pene spesso prevedevano condizioni pesanti. Quella era invece una discreta opportunità, anche perché spesso la società continuava a offrire task agli ex reclusi e di crediti lui ne avrebbe avuto bisogno scontata la pena.
Gli avevano dato anche il tempo di raccogliere alcune cose da portare via in una scatola lunga e piatta che aveva quasi dimenticato sul tetto dell’armadio accanto al letto.
E quel numero se non aveva sbagliato stava ancora lì dentro. Poteva ricordare male, questo sì, ma alcune cose si incidono a fuoco nella memoria, stanno in un canto in attesa che un evento accada. Una magia quasi, se si pensa a quanto tempo era passato.
Un’ombra transitò sul suo volto quando appollaiato sullo sgabello percepì la sagoma della scatola sul tetto dell’armadio, come fosse davanti la bara di un suo caro amico. Dentro, tanti pezzi di vita, quattro vecchi telefoni, quattro archivi del suo tempo che aveva comunque preferito risparmiare al macero del riciclo. Uno in particolare lo interessò: aveva una cover azzurra appena trasparente sul retro che lasciava in bella vista il logo. Provò ad accenderlo, ma dopo tutto quel tempo il display rimase buio. Frugò un po’ in una busta di plastica verde, cercando un adattatore che ricordava di aver conservato, una striscia nera di metallo con un cavo rovinato che non prometteva molto, ma che in qualche modo funzionava ancora, visto che il simbolino della batteria si illuminò subito in alto a destra sul display. Un messaggio su un fondo arancio, invocò otto minuti di pazienza per portare la batteria in condizioni minime di sopravvivenza.
Si diresse al dispenser per controllare cosa fosse previsto per la sua cena. Con un sibilo dietro la paratia il sistema inizio a preparare e nell’attesa la sua attenzione fu catturata dalla luce intensa del display del device in restart. La foto che ricordava stava ancora lì sulla home, punteggiata dalle icone delle app, ma non abbastanza da coprire il sorriso di una ragazza con un caschetto nero come il petrolio e una pelle chiarissima di porcellana. Le labbra risaltavano come carboni ardenti seppur apparentemente non esaltate da cosmetici. La ragazza indossava un maglione e disegni geometrici e sebbene sorridente aveva una velo di tristezza nello sguardo. Un movimento delle ciglia che lo scatto non aveva fermato, ma la sua memoria sì e ora che riaffiorava dal display lo rivedeva come se fosse avvenuto dieci minuti prima.
Il dispenser trillò e il vassoio con la sua cena affiorò sul ripiano. Finita l’accensione, il display si spense mostrando la progressione della carica sul bordo superiore. Prendere ora il cellulare sarebbe stato inutile, così si dedicò al cibo, mantenendo l’attenzione sul terminale che rimandava le ultime notizie dalla città intasata di pendolari imbestialiti dalla riduzione delle corse della metro.
La finestrella con il logo della QA apparve lampeggiando in alto a destra.
“Salvo Mancuso?”, chiese la voce dell’assistente.
“Sì?”
“Il cliente 32A28S ha chiesto una verifica urgente sul task NI9402. Può accettare un task straordinario?”
“Certo, non ho impegni stasera”, sorrise divertito.
“Il sistema di priorità richiesto attribuirà fino a dieci volte i crediti standard del servizio, ma il task prevede un contatto in voce. Acconsente o preferisce un avatar?
“Va bene la mia voce.”
“Grazie per avere accettato il task da parte di QA Inc. Il conto lavorazioni sarà aggiornato al momento della valutazione del cliente. Buona serata.”
Il popup con il logo svanì. Passò un minuto, poi due. Poi cinque.
Con la coda dell’occhio notò il vecchio cellulare illuminarsi e pensò che ci fosse qualche problema al cavo di carica, un falso contatto magari; finito quel task lo avrebbe ripreso e si sarebbe tolto quel dubbio che lo ossessionava. Attese altri dieci minuti: il cellulare continuava a tratti a illuminarsi e in fin dei conti poteva distrarsi un attimo e capire cosa accadeva. Staccò il telefono dal cavo e una stretta allo stomaco lo sorprese osservando il nome della ragazza della home apparire evidenziato nella finestrella della chiamata in arrivo. La quarta a vedere il numeretto tra parentesi. Non c’era un senso per tutto quello, ma lo stesso sfiorò il tasto verde.
“Salve, sono il cliente”, per un attimo la voce con forte accento spagnolo si interruppe. Dall’altra parte un uomo stava provando a leggere qualcosa che doveva aver annotato, “il cliente 32A28S. Sei Salvo Mancuso?”
Rimase in silenzio, il sistema non dava mai i riferimenti ai clienti, specie per loro che erano in lavoro penale.
“Non sono abilitato a rispondere a queste domande”, disse ricordando una vecchia favola sui controlli random al protocollo di comunicazione.
“Capisco, certo”, l’uomo all’altro capo appariva interdetto. “È che oggi ho provato con la QA. Mi avevano detto che ha un sistema infallibile per rispondere a ogni domanda. Avevo usato anche la QUORA e anche una piccola startup russa”, parlava quasi volesse compagnia più che risposte. “Come si chiamava la startup? Pravda o qualcosa di simile.”
“Come ha avuto questo numero? E da chi?”
“Sul foglio. Era sul foglio con il suo nome e il numero. Voglio dire con quel nome, Salvo Mancuso. E con la nota che solo lui avrebbe capito il senso del messaggio.”
Doveva mantenere la calma. Poteva essere un test quello. Era una follia, ma potevano avere pensato di metterlo alla prova. Farlo crollare. Doveva stare calmo e lucido.
“Quale foglio?”
“Il foglio che ho mandato oggi a QA. Lo ha lasciato Gloria prima di…”
Continuava a chiedersi cosa stesse accadendo. Forse era il caso di contattare l’assistenza QA per segnalare il caso, ma se quello era un cliente vero doveva mantenere la calma. Era importante non fare errori.
“Probabilmente c’è stato un qualche errore perché non comprendo la sua richiesta. Non credo poi che nessun servizio QA avrebbe dato un numero privato. Forse è meglio che chiudiamo qui. Le consiglio di contattare il servizio clienti per delucidazioni.”
Dall’altra parte ci fu un attimo di silenzio, “Salvo io devo sapere cosa è accaduto a Gloria.”
“Le ho già detto che non sono Salvo e poi non ho mai conosciuto nessuna Gloria.” L’ultima parte in effetti era vera e avvalorava la sua idea di un test. In fin dei conti non sapevano tutto della sua vita. Doveva stare al gioco.
“Perché allora ha scritto il tuo numero sul biglietto.”
“Chi?”
“Gloria, chi altri? Il biglietto è suo!”
“Non ho idea di cosa voglia dire, questo è un vecchissimo numero che oggi ho riacceso perché cercavo una foto. Se ho risposto è stato davvero un caso.”
“Non è vero, hai riacceso dopo il numero di Gloria sul biglietto.”
“Non ho visto nessun biglietto.”
“E tu hai notato qualcosa in più degli altri, qualcosa su quella frase in corsivo.”
“Non ho visto nessun biglietto mi spiace, nessun biglietto.”
“C’era il tuo numero e il tuo nome sul biglietto. E Gloria quel giorno è volata giù dalla sua cella. Ha rotto il vetro e si è lanciata fuori. E mi ha lasciato quel biglietto.” Dietro il microfono la voce sembrò accasciarsi stremata, “solo quel biglietto.”
Avrebbe avuto voglia di urlare, ma quella voce spenta lo colpì. Torno a sedersi, guardando lo schermo del cellulare riempito dalla foto della protagonista di una di quelle serie stupide che seguiva allora. Una ragazzina in fondo, seduta su del fieno in un angolo di quello che sembrava un maneggio.
“Non c’era scritto il mio numero su quel biglietto”, disse sapendo di fare una sciocchezza.
Un leggero tremito segnalò l’arrivo di una foto. Due brandelli di foglio accostati in malo modo sulla cicatrice dello strappo. Su uno il testo che aveva processato e sotto quello di cui parlava il tizio che voleva notizie della sua Gloria.
“L’ho strappato prima di inviarlo. Non so neppure io perché. Che è accaduto a Gloria? Perché aveva il tuo numero?”
“Non ho idea chi sia Gloria. Quel numero è solo una vecchia storia.” Adesso era stanco anche lui, aveva finalmente dimenticato e che quella storia riaffiorasse in quel modo era inspiegabile.
“Era mia figlia Gloria. Un giorno l’anno beccata in giro perché lei… Lei si faceva di non so che porcherie. Ok, non si poteva stare in giro e le porcherie doveva farsele prescrivere, ma aveva solo paura. Di qualsiasi cosa eh! Soprattutto di me e fino a che era viva anche di sua madre. La misero per un anno ai lavori penali. Poi un giorno…”, si bloccò come se avesse finito le parole in gola. Stavano lì da anni, attendevano solo qualcuno che potesse sentirle, ma non dovevano essere abbastanza da raccontare ogni singolo momento di dolore e così era rimasto senza. Muto. Respirava solo, dietro un microfono, digitalizzato e polverizzato in mille frammenti di codice iniettati dentro i cavi che lo connettevano a uno sconosciuto con un nome italiano, seduto chissà dove nel mondo.
Mancuso con calma glaciale tornò a parlare, “c’era la pandemia allora e già gli affari andavano male. Mia moglie aveva deciso che l’amore ha un costo e se la birreria oramai era vuota sette giorni su sette quel costo non lo poteva pagare lei.”
Mancuso rimase un secondo in silenzio. A guardarlo seduto si sarebbe visto che scuoteva la testa in un no, “la verità è che anche io l’avevo dimenticata dietro alle fatture e così quando si è stancata di tutto, mi sono inventato questa versione di donna interessata ai soldi. Magari lei non lo era mai stata, ma ho sempre cercato un nemico nella vita. Durante al pandemia doveva capitare a lei quel ruolo. C’era rimasta solo lei in fondo.
Stare soli mentre tutto crolla intorno è una brutta cosa. E REPLY mi era sembrata un buon salvagente virtuale per provare a non affogare. Scarichi l’app, ti registri, ottieni un codice e inventi un nome e una immagine per la tua amante virtuale: Samantha! Tutto gratis almeno per un po’.”
Con un gesto, inviò la foto della home al suo interlocutore e ascoltò dall’altro capo il trillo della ricezione.
“Questa non è Gloria, chi è?” disse l’uomo con un filo di voce.
“Un’attricetta. Di una serie che guardavo durante l’isolamento. Mi piaceva molto e il suo personaggio si chiamava Samantha.”
“Ma Gloria? Cosa c’entra Gloria in tutto questo.”
“Siamo rimasti settimane a parlare con Samantha. Parlavamo prima e dopo il sesso. Perché era quello lo scopo del servizio. Ma noi parlavamo tanto. Alle volte guardavamo anche un film o ascoltavamo musica. È stupido ok, perché una intelligenza artificiale non guarda e non ascolta nulla. Ma era bello non sentirsi soli. C’era da diventare matti per come Samantha rispondeva a ogni stimolo come se fosse umana. E magari lo era.”
“Era Gloria?”
“Non lo so. Per me era una voce. Un rendering di un software. Non ho idea che ci fosse dietro la macchina e a dire il vero non m’importava. Non volevo una storia, non volevo stare a sentire altre lagne, glielo dissi pure quando…” Mancuso s’interruppe con un pensiero in mente.
“Quando?”
“Quando è successo?”
“Che Gloria…”
“Sì dico, quando… è volata giù?”
“Ad aprile di cinque anni fa.”
“Aprile quando? Che giorno?”
“Il 16. Deve essere accaduto qualcosa due giorni prima.”
“Il 14 d’aprile pensai di poter essere di nuovo felice.” Mancuso ripetè meccanicamente la frase sul biglietto, “hai un suo vocale? La voce di Gloria intendo.”
“Aspetta”, l’uomo rimase in silenzio per un po’. Si percepiva un lento respiro e qualche rumore di fondo. Poi un trillo registrò l’arrivo del file.
Mancuso ascoltò la voce della ragazza che comunicava al padre il ritardo del treno di ritorno. La riavviò per ben tre volte, provando anche a chiudere gli occhi per cogliere ogni sfumatura e inflessione. Ogni tanto scuoteva il capo per annuire. Nessuno poteva vederlo, ma continuava a farlo.
“No, no era questa la voce di Samantha.”
“Potrebbe avere usato una voce finta con te.”
“Sì, potrebbe.”
“Cosa è accaduto il 14 a Gloria?”
“No, le domande le faccio io. Ha mai avuto una figlia?”
“Cosa diavolo significa? Certo che sì, Gloria!”
“Sei sicuro di avere mai avuto una figlia? Una figlia vera dico, non come Samantha, non la voce sintetica di una app a pagamento.”
La voce urlò qualcosa in spagnolo, una bestemmia forse. Insieme a tante ripetizioni del nome Gloria. Poi la comunicazione tacque. Mancuso rimase un minuto a scrutare il display. Poi si alzò in piedi. Accanto al dispenser, la caditoia per i rifiuti riciclabili attendeva spazzatura di ogni tipo da ingoiare. Senza neanche spegnerlo, il cellulare volò dentro e Mancuso immaginò la foto della ragazza prima frantumarsi e poi svanire per sempre. Per l’attricetta gli spiacque un po’, perché alla fine era forse l’unica donna reale di quella storia. Ma in fondo meglio così; appena in tempo per evitare strani ritorni, pensò.
“Salvo Mancuso?” La voce dal terminale si diffuse nel piccolo vano della stanza.
“Sì?”
“Il cliente 32A28S ha revocato la richiesta. QA Inc si scusa per l’inconveniente, ma grazie all’alto punteggio raggiunto nelle ultime settimane comunque ti assicura l’accredito del task straordinario. Buona sera.”
Le luci fuori stavano lentamente accendendosi. Il 14 Aprile era tra un mese e sarebbe stato il suo compleanno. Il 15 di ogni mese i contratti di REPLY terminavano le fasi free. Funzionava così, ed era quello il trucco da quando le droghe erano prescrivibili. Creare dipendenza e incassare.
Quando Samantha l’aveva chiamato terrorizzata che qualcuno potesse svelare il loro segreto, ovvero che rivelasse i loro giochi anche sul suo numero privato, era stato quasi sul punto di cedere e di comunicare la sua carta di credito per rinnovare il contratto e salvarla dal sospetto. Era stato a un passo dal credere che fosse umana. Avere sentito di nuovo la sua voce con quella forte inflessione spagnola l’aveva turbato, certo: lei avvertiva il padre che sarebbe tornata tardi per via del treno, non c’era da preoccuparsi. Ricordò che giusto quella notte lo vennero a prendere e che la sua carta fu disabilitata. Alla fine una vera fortuna, si diventa pazzi a inseguire questi aggeggi infernali. Prima o poi ti convinci che sì non è vero, ma alla fine non importa perché tu hai bisogno che lo sia. E quello conta e per loro vale oro. Quel pover’uomo chissà quanto altro aveva sborsato per seguire le tracce di una figlia che forse non aveva mai avuto. Che probabilmente era svanita come la sua Samantha, in quell’incubo costruito con cocci di storie altrui. Un attimo di ripensamento, una mancanza di senso e gli avevano servito quella storia dove Salvo Mancuso poteva essere riciclato come il nemico perfetto. E magari con qualche magia riarruolato nell’esercito dei senza vita che provavano a iniettarsi dosi di trame virtuali a caro prezzo.
Guardò fuori i bambini azzuffarsi ancora per l’altalena e ripensò a quell’ultima accorata telefonata di Samantha. A quel suo delizioso accento francese che lui aveva selezionato nelle opzioni, perché gli ricordava la moglie provenzale. E alla fine pianse.
Bon nuit ma petit fleur. Je t’aimerai toujours.

Un saluto e un dono

Un saluto a tutti i lettori di Caffè Lettterario.

Come vi ha annunciato Gian Paolo, sono nuova di questo spazio e perciò ritengo di fare una piccola presentazione di chi sono.

Mi chiamo Elena Andreotti, sociologa e con una esperienza lavorativa prevalentemente nel campo dell’informatica. Scrivo su WordPress da circa tre anni e mezzo. Sono approdata a questa piattaforma con l’idea di creare un blog, in un momento della mia vita un po’ stanco, fisicamente e mentalmente. Avevo terminato da poco un mio impegno decennale nel volontariato e avevo alcune mezze giornate libere. Non avevo ancora idea di cosa avrei parlato nel mio blog, perciò scelsi il titolo che porta ancora oggi. Vivo in campagna e ho l’hobby della fotografia naturalistica, perciò il blog contiene molte delle mie foto insieme a piccole riflessioni, ricordi del passato e qualche racconto. Qui ho conosciuto Gian Paolo con cui ho stretto un sodalizio letterario e di amicizia sincera. Proprio leggendo i suoi racconti e i suoi libri, come pure quelli degli altri bloggers, ho voluto cimentarmi anch’io nella scrittura e pubblicazione di libri, nel mio caso “gialli”.

Vorrei dire che ho sempre scritto fin dalla più tenera età, ma non è vero, mentre ho letto molto fin da quando ho compreso il senso delle parole scritte.

Il mio gravatar è una coccinella, perché pochi giorni prima di aprire il blog ne trovai una sul muro di casa molto tranquilla che si fece fotografare senza problemi.

Foto rielaborata graficamente

Come regalo per questo primo giorno su Caffè Letterario voglio pubblicare un mio racconto che è stato inserito in un libro scritto per beneficenza, insieme ad altri autori, durante il lock down.

🐞

FLORENCE

La giovane contessina Florence continuava a camminare nervosamente nella sua stanza e ne aveva motivo, dovendo affrontare suo padre per una proposta che sicuramente avrebbe giudicato indecente.
“Devo almeno provarci”, si disse con determinazione mentre usciva dalla stanza per raggiungere a grandi passi l’area del castello dove suo padre passava le giornate a trattare affari.
«Padre, devo parlarvi urgentemente!», disse tutto d’un fiato per evitare ripensamenti.
«Cosa c’è, Flo… non potevi aspettare stasera?».
Il conte scosse la testa. Un po’ era colpa sua se la figliola era così poco rispettosa dell’etichetta e agiva come un maschiaccio. La guardò e ancora una volta notò la sorprendente somiglianza con la madre: meravigliosi capelli mogano, che nessun pettine riusciva a domare, e dei profondi occhi neri. Le avevano dato il nome di Florence dopo un felice viaggio in Italia, ospiti a Firenze di un cugino che aveva avviato lì commerci fiorenti. Fu durante quel viaggio che avvenne il concepimento. Purtroppo, sua moglie Elisabeth morì poco dopo il parto e la bambina fu affidata a una nutrice che viveva al castello, Mary, la quale allattò Florence insieme a suo figlio John. I due ragazzi crebbero uniti come fratelli e Florence passava il tempo a giocare in cortile con lui, ignorando ogni altra ragazza.
Gli anni passarono e il conte aveva poco ascendente sulla figlia, che tuttavia amava e ne era ricambiato. Aveva poco tempo per lei e la lasciava alle dame che le affiancava per compagnia e per impartirle una certa educazione adatta a una signorina. Non ci fu niente da fare. Appena poteva, Florence andava nelle stalle dal suo amico John, che a sedici anni fu nominato scudiero. La contessina vestiva panni maschili e cavalcava il suo purosangue come un uomo. Le dame se ne lamentavano con il conte padre e questi, a sua volta, rimproverava la figlia.
«Non troverai mai marito se continui a comportarti così», le diceva, ma la figlia rispondeva in modo impertinente.
«Io non prenderò mai marito!», annunciava Florence, dall’alto dei suoi sedici anni.
Arrivò, però, anche per lei il giorno del debutto. Fu mandata alla corte del re in occasione del matrimonio del principe ereditario.
«Andrai con zia Ann e sua figlia, tua cugina, Liz. Vedi, con l’occasione, di abbandonare i tuoi modi da maschiaccio e fatti confezionare abiti consoni», le intimò il conte padre, sperando di aver avuto un tono autoritario in modo da non essere contestato. «Io non posso accompagnarti; ho già mandato una lettera al re con le mie scuse. In questo momento ho le mie beghe con dei rivoltosi. Bene, figlia. Puoi accomiatarti e vedi di non trastullarti ancora con le spade, ché prima o poi ti farai male».
Florence rimase senza parole. Quando il padre parlava con quel tono era meglio non contraddirlo e decise di essere il più passiva possibile.
La zia passò due mesi a dirozzarla e a farle impacchi schiarenti per la pelle.
«Hai una carnagione da popolana, per il gran sole che prendi tutto l’anno e i segni lasciati dai vestiti ti rendono ridicola», affermò un po’ malignamente la zia. «Sempre a cavalcare e a tirar di spada col tuo scudiero John».
La cugina le insegnò qualche passo di ballo, di quelli che andavano di moda al momento.
«Incontreremo tanti cavalieri giovani e belli con cui ballare e spero di trovare marito», andava cinguettando la cugina, mentre volteggiava per i saloni, immaginando di essere tra le braccia del suo ipotetico principe azzurro.
«A me non interessa trovare marito», ripeteva fino allo sfinimento Florence.
Finalmente, il giorno del gran ballo arrivò. La cerimonia nuziale era stata lunga e sfarzosa, seguita da un pranzo altrettanto lungo e fastoso. Ora ci si poteva rilassare volteggiando soavi nei meravigliosi saloni del palazzo reale.
Liz passava da un cavaliere all’altro, mentre Florence si era rifugiata nel giardino.
“Mia cugina è davvero sciocca, ma è una vera bellezza così bionda ed eterea. Troverà sicuramente marito”, rifletteva, mentre aspirava i profumi di tutta quella varietà di fiori, provenienti chissà da quali luoghi lontani.
«Cosa fate lontana dai divertimenti e dalle prelibatezze di questa calda serata di mezza estate?», una voce carezzevole sussurrò alle sue spalle.
Si girò indispettita e stava per rispondere con stizza, ma le parole le rimasero in gola: uno stupendo cavaliere era davanti ai suoi occhi. Capelli neri, occhi penetranti e portamento fiero ed elegante, la sovrastava di almeno un palmo. E dire che lei non era certo bassa di statura!
«Guardate che vi capisco. Anch’io non sopporto questi obblighi che il nostro rango ci impone… Siete venuta con un cavaliere? Se posso permettermi…».
«Sono con mia zia e mia cugina», rispose Florence, con un filo di voce.
«Vi prego, accompagnatemi al ballo così mi evitate lo stuolo di ragazze da marito che aspettano di accaparrarmi per il ballo e poi… chissà».
«Io non amo ballare».
«Non importa, appoggiatevi a me e facciamo finta di cercare uno spazio per lanciarci in un ballo travolgente».
«Scusate, signore. Non vi siete neanche presentato e mi pare di capire che, per voi, sarei più o meno un paravento!». Florence riprese vigore dietro la spinta del suo orgoglio.
«Perdonatemi! Ricominciamo da capo. Sono William, conte del Darenshire, e avrei piacere che mi onoraste della compagnia del più bel fiore selvaggio di questo giardino!».
«Quindi, signore, io sarei un fiore selvatico in mezzo a questi meravigliosi e lussureggianti fiori! Voi mi offendete!».
William era sconfortato: non ci sapeva proprio fare con le donne.
«Non volevo dire questo! Intendevo che siete l’unico fiore vero tra tanto artificio. Sono più bravo con la spada che con le parole».
«Bene, signore. Visto che anch’io maneggio meglio la spada, sono propensa a concedervi la mia compagnia. Se vi interessa conoscere il mio nome, sono Florence di Penningshire».
«Sono onorato di scortarvi, contessina Florence».
Rientrarono nella stanza e tutti si voltarono a guardare la bellissima coppia appena formata: William, in un broccato blu e Florence in un magnifico abito verde smeraldo.
I due giovani decisero di non ballare, ma si appartarono a parlare fitto fitto della loro passione per i cavalli e le spade. William non aveva occhi che per lei e Florence per la prima volta era a suo agio con un uomo che non fosse John.
Il giorno dopo il ballo William si presentò alla porta delle loro stanze e parlò con la zia Ann, dicendole che intendeva impegnarsi con Florence e, quindi, a breve, avrebbe fatto visita al conte padre per chiederne la mano. La zia Ann si meravigliò: mai avrebbe pensato che Florence potesse trovare marito alla prima uscita. Non c’era riuscita Liz, che pure aveva le vesciche ai piedi per il troppo ballare con innumerevoli cavalieri.
Florence si sentì inaspettatamente felice: le sue idee sul matrimonio erano cambiate all’improvviso. William le piaceva e si rendeva conto che avevano molto in comune.
In autunno William si recò in Penningshire a chiedere formalmente la mano di Florence. Il conte padre fu molto felice. Mai avrebbe immaginato di poter dare in moglie la figliola così presto, anzi, aveva avuto paura che rimanesse zitella, viste le sue attitudini poco femminili. Invece, aveva trovato un giovane con i suoi stessi gusti, poco avvezzo alla mondanità, ma accorto amministratore dei suoi beni. Non poteva sperare di meglio.
William fece anche la conoscenza di John e fu contento che a vegliare sulla sua promessa sposa ci fosse un così bravo ragazzo.
«Se vuoi, puoi portare con te John, dopo il matrimonio», disse a Florence che si mostrò particolarmente felice di questa proposta.
Il matrimonio fu deciso per l’estate successiva e Florence si scoprì impaziente di diventare la moglie di William, il quale, a sua volta, non vedeva l’ora che ciò accadesse.
I bei giorni dedicati alla loro conoscenza finirono e il giovane conte ripartì.
Florence si aggirava tra le stanze della sua giovinezza pervasa da una grande malinconia. Desiderava essere con il suo promesso sposo, ma ancora mancavano più di sei mesi. Intanto la zia Ann era incaricata di preparare la sua dote, almeno per quanto riguardava abiti e biancheria. A Florence era stato vietato di esporsi all’aria e al sole per riportare la sua pelle al colore naturale. Lei continuava ad andare a cavallo e a tirare di spada, anche se più coperta del solito.
La nostalgia di William era forte. Continuava a immaginarlo nel giorno in cui si erano conosciuti, quasi rimpiangeva di non aver ballato con lui. Ora non poteva immaginare le sue braccia che l’avvolgevano e neanche il tocco delle sue mani. Scriveva lunghe lettere, ma non gliele inviava. Sospirava in continuazione al punto che non la sopportava più nessuno. Di tanto in tanto riceveva qualche lettera di William che si diceva impaziente di rivederla. L’inverno fu pessimo, per il clima atmosferico e per il clima di tristezza che Florence spandeva intorno a sé.
In primavera Florence decise che sarebbe andata lei dal suo amato. Ne parlò con John, che si disse pronto ad accompagnarla.
Florence, ora, era di fronte al padre.
«No, è urgente», disse al genitore, che avrebbe volentieri rimandato alla sera.
«Sì, figlia. Se posso accontentarti, lo faccio con piacere».
«Pensavo di andare a trovare William, se me lo consentite».
«Non mi sembra una cosa appropriata e poi non posso darti una scorta per un viaggio, in questo momento».
«Potrei andare da sola, accompagnata solo da John», azzardò la giovane.
«Non se ne parla proprio. Mi dispiace, ma non è possibile. Troppi pericoli sulle strade».
«Ma, padre…».
«Ti prego di non insistere. Ora va’, ché ho da fare».
Di fronte all’irremovibilità del padre, Florence si ritirò, ma non smise di pensare al viaggio che intendeva intraprendere. Ne parlò a John e alla fine decise di fare di testa sua. Avrebbe viaggiato in incognito con lui e si sarebbe vestita da uomo.
La notte successiva a questa decisione, scese nelle stalle dove l’aspettava il suo fidato scudiero. I cavalli erano pronti e c’erano viveri a sufficienza per un viaggio di due giorni. Partirono immediatamente, senza un attimo di ripensamento.
Ormai era pomeriggio e viaggiavano da molte ore. I due erano completamente impolverati, per cui, alla vista di un torrente, Florence decise di fermarsi e fare un bagno. Si tolse gli abiti e si immerse nell’acqua gelida. John faceva la guardia quando si accorse di una vespa pericolosamente vicina a Florence. Ne conosceva la propensione a gonfiarsi per le punture di insetti e si mise in agitazione. Non sapeva come agire e non voleva gridare perché un gesto improvviso della ragazza avrebbe potuto impaurire l’insetto, che di conseguenza l’avrebbe punta. Aveva solo la spada e con quella si avventò contro la vespa spaccandola in due con la lama affilata… insieme alla testa della contessina Florence di Penningshire.
Nell’attimo in cui fu colpita alla giovane parve sentire la voce del padre: «Prima o poi ti farai male, se continui a trastullarti con le spade».

DESMENTEGA’

Per gli amici del Caffé propongo il primo capitolo del mio nuovo romanzo per ragazzi, pubblicato a puntate sul un settimanale di zona e presto come libro. (S.Re)

In un istmo di terra tra i paesi di Gaggiano, Vigano Certosino e la piccola frazione di Barate, sorgeva un borgo che dai tempi che furono veniva chiamato Desmentegà.

Qui ci viveva una trentina di persone e tra queste un ragazzino di nome Cristian, non l’unico ma quasi. Era un dodicenne simpatico, alto quanto basta per risultare basso, magro abbastanza da non sembrare smilzo e con un collo così lungo da sembrare una giraffa. Per fortuna che la testa era regolare, con due orecchiette proprio a posto, il naso perfetto e gli occhi vispi e azzurri come quelli di suo nonno. La bocca era minuta, con due labbra rosse come un rapanello e con la parola sempre pronta e gentile. Simpatico come un giullare di corte.

Gli altri paesani erano tipi particolari e molto distratti. Difficile a credersi, ma a Desmentegà  tutti perdevano qualcosa, e ogni volta che perdevano una cosa, si giustificavano con una prevedibile domanda:

-Chissà dove l’ho dimenticata?

Gaggiano, quel piccolo comune tagliato in due da un corso d’acqua chiamato Naviglio Grande, viveva con un certo fastidio quel pezzo di terra, lo viveva come se fosse un oltraggio alla proverbiale efficienza dei Lombardi, e quindi tendeva ad isolare quella lingua di terra dove scordarsi le cose era la regola. Non che gli altri paesi confinanti tollerassero quel vezzo, piuttosto facevano di tutto per relegarlo al di fuori dei propri discorsi. Sentivano il senso riprovevole della vergogna.

Ma a Desmentegà la vita andava avanti comunque, perché ci si abitua facilmente alle cattive abitudini fino a trasformarle in norma, un alveo dove tutto scivola come se fosse la regola. E spesso il disordine è un’opportunità su cui costruire.

(Stefano Re)

The great outdoors

Capitava spesso che si ritrovasse sul pontile la sera quando era sul lago. Cenava insieme a Sara e i bambini, poi loro si piazzavano davanti agli schermi a guardare un film e lui usciva a fare due passi.
L’abitudine a trascorrere sul lago gli ultimi giorni d’estate l’avevano presa prima di sposarsi. Possedevano una bella casa, con davanti un prato curato e le camere del primo piano e la mansarda con dei deliziosi balconcini agghindati di fiori colorati. Spesso quando si trovava a osservarla dal pontile si era chiesto cosa ci fosse lassù in mansarda. Capiva che la sua era una strana domanda: quella era la loro casa e qualcuno di sicuro la curava nei mesi di loro assenza, eppure non ricordava nessun evento o discorso relativo alla mansarda. Strano ancora di più che quel pensiero non lo sfiorasse quando era dentro, tanto da non aver mai provato a salire su per dare un’occhiata.
Apparentemente la sera non c’era un motivo che lo spingesse ad andar fuori. La giornata finiva nel tenue color pesca del tramonto dietro i monti e lui sentiva prepotente la voglia di lasciarsi quella casa alle spalle e andare verso il pontile. In quella esplorazione era sempre solo, ma sentiva che prima o poi avrebbe incontrato qualcuno, sebbene non sapesse di preciso chi e soprattutto perché. Andava sul pontile, ascoltava i suoi passi sulle assi di legno e lo sciabordio dell’acqua sui tronchi trafitti sul fondo e aspettava.
Anche quella sera stava con le gambe piantate e le mani in tasca, fermo alla fine della passerella. Gli sembrava di essere ancora una volta solo quando una voce proprio a due passi da lui richiamò la sua attenzione.
«Giro in barca?»
«Prego?»
Era un vecchio con una bella barba bianca e un cappellino verde in testa con la scritta Positano. Se ne stava su una barchetta piccolissima di vetroresina chiara e lo osservava da sotto il pontile con una smorfia divertita.
«Chiedevo: giro in barca?»
«Ma io! Adesso? Non saprei ecco.»
«Non si paga, eh! Io sto andando comunque e ho solo chiesto se vuoi accompagnarmi. Vieni quasi ogni sera da queste parti e se non sei qui per un giro in barca, allora perché?»
Lui quel tizio non l’aveva mai visto. Come diavolo faceva a conoscere le sue abitudini su quel pontile? Si disse che magari doveva abitare in una delle casette del paese e da lì lo poteva spiare dalle piccole finestre che adesso stavano per illuminarsi. Nel pensare questo si voltò indietro per identificare una finestra possibile, ma una strana nebbia stava salendo dall’acqua e per un qualche effetto ottico il pontile si era allungato in maniera abnorme. Aveva l’impressione che adesso la sua stessa casa fosse un dettaglio lontanissimo, appena accennato, e che il suo punto di vista fosse profondamente proteso nel lago. Si era mai girato prima di allora a guardare il paese? Non ricordava proprio.
«Se ti stai chiedendo come faccio a sapere delle tue sere su questo pontile, allora è la volta giusta per venire in barca con me.»
Rise, mentre tirava una cima legata a un tronco per avvicinare la barca. Con la testa gli fece cenno di saltare su, cosa che l’uomo accettò di fare con una strana assenza di volontà nel gesto. Diciamo che di colpo si trovò seduto sulla panchetta, mentre il vecchio provava a mettere in moto con uno sbuffo di fumo bianco.

Via via che la barca si allontanava dal pontile la costa sembrava svanire. Il lago non era grande, ma da quella postazione iniziò a dilatarsi e anche il cielo si vuotò di stelle. Poco prima di fermarsi si rese conto che erano immersi in un immenso vuoto scuro e che l’unica luce proveniva innaturalmente da loro e dalla minuscola barca chiara sulla quale erano seduti. Anche il motore era solo rumore e non produceva alcuna scia o increspatura visibile dietro di loro.

Quando si fermarono un silenzio assoluto piombò su di loro e l’acqua stessa si rivelò immobile, privata di ogni onda seppur piccola che urtasse lo scafo. Nulla, erano immersi in un nulla indistinto tra acqua e aria.

Il vecchio lo iniziò a guardare lisciandosi la barba.

«Niente da chiedere? Voglio dire ora che siamo qui lontani dalla costa, nessuna domanda?»

«Cosa dovrei chiedere, non capisco.»

«Allora inizio io?»

«Se ci tieni?»

«Come mai non sali in mansarda?»

L’uomo rimase un attimo interdetto, avrebbe voluto accampare qualche scusa, ma la realtà era che non ne aveva idea. Si stupì solo che il vecchio sapesse e gli proponesse quella domanda. E così rimase in silenzio a guardarlo carezzarsi la barba lunga candida.

«Vedo che non hai ancora capito! Meglio, che non vuoi capire. Faccio una domanda più semplice: sai nuotare?»

«No, non mi pare.»

«E non hai paura di stare su questo guscio di noce? Non temi di cadere giù e annegare?»

L’uomo rimase immobile come se avesse difficoltà a comprendere il senso delle singole parole. Paura? Avrebbe dovuto averne? Gli esseri umani hanno paura in questi casi. Doveva essere una prerogativa che lui non rappresentava in quel momento. Quindi, no, non aveva paura. E fu proprio mentre provava a formulare quella risposta che il vecchio lo strattonò spingendolo all’indietro. Sentì l’acqua fredda sommergerlo e il suo corpo scivolare giù per un piccolo tratto per poi tornare su. Dalla barca vide il vecchio che gli porgeva il braccio e per un po’ rimase a osservare la strana luce che li illuminava. In qualche modo risalì a bordo e si ridispose sulla panchetta stupito appena un po’ dei vestiti completamente asciutti.

«Quando l’hai capito vecchio?»

«Quando ti ho visto ogni sera sul pontile. Non ci viene nessuno in quel posto, nemmeno di giorno.»

«Cosa è tutto questo?» disse indicando con la mano tutto il vuoto intorno.

«Non saprei in realtà, penso che sia una parte non prevista ancora, magari domani troviamo tutto cambiato, le stelle, la luce del paese e le case in lontananza. Ma ora è così. Vuota.»

«Siamo solo noi due a sospettare qualcosa?»

«Non ho visto altri. Per qualche motivo rimaniamo attivi quando tutto si ferma. Per questo tu senti di dover stare fuori. E anche io. Perché dentro è tutto fermo e noi siamo attivi.»

«E fuori?»

«Fuori è così!» Il vecchio lo disse indicando tutto quel nulla in giro. «Sembra che ancora non sia stato creato. Noi siamo attivi e giriamo in questo mondo che ancora non esiste quando il resto si ferma. Ma lo vedi anche tu che non c’è nulla di interessante.»

«Perché solo noi siamo attivi?»

«Un baco. Siamo dei bachi che non hanno ancora corretto. O lasciati attivi per capirne l’evoluzione. Per esempio, ti sei reso conto che la mansarda esiste solo guardando la casa da fuori. E pensa che io invece non ho neppure una casa. Capisci? Come è possibile che io non abbia un posto dove dormire? Eppure ogni sera ti vedo da dietro una finestra arrivare sul pontile. Ho una finestra, ma non una casa. Perché sono un baco.»

«Io sto per finire le vacanze e tornare al lavoro. Sono mesi che sto per finire le vacanze e tornare al lavoro. E non ho idea di che lavoro faccio.»

«E fino a sei ore fa non avevi la capacità di nuotare. Vuol dire che stavi su un livello che non sbloccava questa possibilità.»

«E come ho fatto a sbloccarla?»

«Non ho ancora capito. So solo che hai migliorato un punteggio. Ci sono eventi che arrivano da fuori per qualche motivo e cambiano i nostri punteggi.»

«Fuori da cosa?»

«Fuori da questa cosa dove siamo. Sarà bene che iniziamo a tornare.»

«E come facciamo a orientarci, non si vede nulla.»

«È tutto intorno, basta mettere la prua al contrario e andare. Non si può sbagliare purtroppo.»

Per tutto il viaggio di ritorno rimasero immersi nei loro pensieri e anche al loro arrivo per un po’ in piedi sul pontile guardarono il nulla che avevano da poco visitato, come a volersi imprimere in memoria quel ricordo prima che venisse cancellato dagli eventi.

«Pensi che ci sia qualcuno lì fuori?»

Il vecchio sospirò, «alle volte spero di sì. Voglio dire magari fuori ci sono dei mostri, ma meglio di questo nulla.»

«Spero che fuori ci sia qualcuno che sia felice.»

«Tu non lo sei? Hai una bella casa, una bella famiglia, un lavoro. Non sai quale, ma sai di averlo. Io ho solo una finestra eppure in fondo sono felice.»

«Forse è che mi manca una mansarda.»

«Inizi a fare pure le battute.»

«Si vede che hanno aggiunto anche questa skill. Andiamo a casa?»

Il vecchio lo guardò divertito e in silenzio si diressero verso il paese. Prima di salutarsi con un cenno del capo si voltarono verso il lago. Là in fondo bagliori di luce rompevano l’orizzonte dietro le montagne. Forse qualcuno stava riempiendo il nulla di quei grandi spazi aperti.

https://youtu.be/N0VtgQF_19g

Les Mots de Camille

In Rue Saint-Louis en l’Ille, esisteva un piccolo bizzarro negozio dal sapore antico.  La sua vetrina aveva l’intelaiatura di spesso legno tinto color avorio.  Sull’insegna, anch’essa in legno avorio, c’era scritto “Mots”: proprio così, in corsivo virgolettato.
Nel laboratorio sul retro, la giovane proprietaria Camille fabbricava parole. Realizzava le sue opere con ogni sorta di calligrafia, tecnica e materiale che potesse rappresentarne il significato e il valore. Poi le sistemava in ordine alfabetico sugli scaffali formando una miscellanea di profumi, forme e colori da incantare chiunque entrasse.

Il primo cliente, in quella fredda mattina di febbraio, fu un giovane signore col cappello in feltro bordeaux che, dovendo fare un regalo, chiese la parola Futuro.
L’ultima l’ho venduta ieri sera, mi spiace. Se ripassa tra un paio di giorni, la troverà – promise Camille.
Deluso ma affascinato dall’esposizione, l’uomo si guardò intorno.  Vide Prato, fatta con teneri fili d’erba trattati in modo da non appassire mai. Più in là, scorse Ricordo, ritagliata da una scatola di latta decorata con immagini retrò. Vicino ecco Sorriso, uno splendore d’intreccio realizzato con un filato caldo e così luminoso da fargli distogliere lo sguardo. Fu in quel momento che notò l’alto cilindro a vetri posizionato nell’angolo in fondo al locale. Avvicinantosi rimase colpito dalla parola Amore, scritta con bianchi caratteri arabescanti, intagliata su di un quadrato di pregiato legno massello.
La comprò senza nemmeno chiedere il prezzo e la lasciò in custodia a Camille. Sarebbe ritornato a prenderla non appena fosse pronta Futuro.  
Stava per andarsene quando si accorse che in cima alla scaffalatura alla sua sinistra c’era Fiducia.
– Quella quanto costa? – s’informò indicandola con un cenno del capo.
– È mia. Anche volendo non potrei venderla: ha una profonda crepa.
– Si può sempre ricostruire nuova, no?
– Non è facile. I materiali che utilizzo provengono da ogni parte del mondo. Fiducia è modellata con una delicata e preziosa ceramica prodotta artigianalmente solo in un piccolo paese a nord della Cina. Ci vuol tempo per averla e accortezza nel manipolarla.
Il signore col cappello di feltro bordeaux annuì mesto, salutò e uscì dicendo che sarebbe tornato presto.

Camille sistemò la parola Amore sull’ultimo ripiano della scaffalatura vicino a quella di ceramica incrinata.

Nel pomeriggio della stessa giornata, entrò una signora. Indossava una pelliccia di volpe argentata e  al guinzaglio teneva un vivace cucciolo di Beagle color caffelatte. La donna diede una rapida occhiata alle parole esposte.
– Che prezzo fa uno di questi cosi? – chiese prendendo in mano Bacio che, essendo di miele e sale le si appiccicò alle dita. 
– Ogni parola ha il suo valore, signora. Dipende da quale sceglie – rispose Camille rimettendo pazientemente la parola sullo scaffale.
– E in quell’angolo? – chiese avvicinandosi all’espositore cilindrico.
– Lì tengo le più importanti, di pregio. Ne realizzo solo un esemplare per volta. Al momento ne mancano due. Le può vedere lassù in cima all’étagères,  ma non sono in vendita.
Continuando a fissare il cilindro trasparente, la signora in pelliccia fu attratta da Sogno, una nuvola in vetro soffiato che sembrava racchiudere l’arcobaleno.
– Questa deve avere un grosso valore – disse prendendo maldestramente l’oggetto in mano.
– Stia attenta, la prego, è molto delicata, basta un nonnulla per…
Camille non finì nemmeno la frase che l’irrequieto Beagle al guinzaglio strattonò il braccio alla signora. Sogno cadde sgretolandosi.
– Glielo ripago – disse, altezzosa, la signora in pelliccia per nulla dispiaciuta – Quanto vuole?
– Se ne vada. Non vendo cocci, vendo parole… solo a chi ne apprezza valore e significato. Vada via, la prego.
La signora in pelliccia, con fare altezzoso, uscì senza salutare.

Camille raccolse i frantumi, li chiuse in un sacchettino e li ripose sull’ultimo ripiano della scaffalatura insieme alla ceramica incrinata e al legno massello intagliato.

Nel cilindro a vetri di Camille, per lungo tempo, rimasero solo: Speranza, incisa su di una lastra di cristallo spessa appena un millimetro e quella dal valore più alto: Vita, una delicata filigrana modellata con un unico filo di platino tanto preziosa quanto fragile.

Non voglio perdermi niente.

La luce era quella del Ferragosto in agonia nelle strade esauste di caldo del centro, svuotate di forze ed entusiasmo dei turisti madidi di sudore e pieni negli occhi di bellezza e maceria. Questo era il centro della vecchia capitale e, a sentire bene, tra le pietre infuocate il rantolo degli anziani signori e padroni di quei palazzi si percepiva ancora.
Il ragazzo rifletteva del privilegio di dover lavorare in quel giorno infuocato nella hall del Tiskele, piccolo albergo due stelle, molto pulito, apprezzato e incastonato dei vicoli barocchi con una splendida terrazza con vista sulle cupole sfavillanti delle chiese.
Il privilegio si riassumeva nella fresca temperatura prodotta del climatizzatore e delle spesse mura antiche della costruzione. Certo le camere piene qualche pensiero lo avevano dato. La signora della 32 aveva dimenticato la cardioaspirina e i ragazzi della 21 avevano dovuto pazientare per l’intervento sulla doccia che non ne voleva proprio di far uscir l’acqua fredda. C’erano stati poi i voli cancellati delle signore della 13, che avevano dato molta noia di telefonate e attese e il ritardo della coppia della 12 che sarebbe atterrata l’indomani dopo una notte campale a Roma. Normale amministrazione s’intende, ma che il giorno di festa aveva complicato un tantino.
Ora però aveva preso il suo libro da almeno un’ora e provava ad appuntare qualcosa sul quaderno azzurro denso di note e disegni. A settembre voleva presentarsi all’ultimo esame dell’anno e ci teneva molto a non perdere il passo.
La porta esterna si spalancò facendo entrare una zampata di caldo che sollevò appena le pesanti tende gialle alle finestre laterali. Dietro le due valigie di pelle bruna, una donna si sporse ed entrò guardandosi con una certa curiosità in giro. Ciò che lasciava perplessi e che ovviamente colpì il ragazzo, fu il vestito anni 20 con una lunga collana di perle al collo e un cappello a falde larghe in testa, che nascondeva sotto una acconciatura in tema a caschetto molto intrigante. Ora nell’insieme la ragazza era davvero bella e formosa, ma così conciata sembrava arrivata da uno di quei film che qualche volta aveva visto su Netflix.
Il ragazzo dovette poi accorgersi che la luce della hall in qualche modo era cambiata e che anche la donna e i suoi vestiti erano adesso di un colore tendente al sepia, frutto delle luci calde delle lampade. Avrebbe giurato che fino a pochi minuti prima i led fossero spenti e che comunque diffondessero una luce fredda, che lui stesso trovava piuttosto fastidiosa.
«Madame Lelouche?» ripetè convinto che nessuna prenotazione a quel nome fosse annotata sul pesante registro con la copertina nera. Non trovava infatti sul bancone la tastiera e il monitor, fatto questo che lo turbò sì, ma che in qualche modo sembrava accordarsi inspiegabilmente con la luce.
Dovette ricredersi, sebbene quella stanza 12 a lei riservata, sarebbe dovuta essere segnata per la coppia, una fortuna quindi il loro ritardo del volo.
«Non dubitavo, Fulco sa bene che il sabato sera deve sempre farmi riservare la 12.»
Rise, corrugando il naso in una smorfia bella, un movimento dolce che il ragazzo vide apparire e sparire nella luce tenera della hall. Poi si diresse verso la scala coperta dalla striscia di stoffa azzurra. Posato un passo sul primo gradino, si girò verso il ragazzo e indicò le due valigie.
«Non vedo il solito facchino, può pensarci lei?»
Il ragazzo, indugiò un attimo poi afferrò i due manici e si inerpicò al primo piano dove sulla destra la porta della 12 era aperta. La situazione se possibile divenne ancor meno chiara, perché anche la disposizione dei mobili, il colore delle pareti, i quadri erano diversi da quello che conosceva dell’hotel.
«Puoi poggiare tutto lì, grazie», disse la donna togliendosi i lunghi guanti bianchi che lanciò sul copriletto dorato. Chiuse la porta alle sue spalle convinto che quel caldo torrido stesse giocando un brutto scherzo e anche il doppio turno che aveva accettato per favorire Marta, la bella collega che avrebbe prima o poi invitata a bere qualcosa nei pub lì vicino. Per fortuna che il cambio sarebbe arrivato presto.
Fu proprio mentre stava raccogliendo le sue cose per prepararsi a tornare a casa che dalle scale apparve la donna in un vistoso abito smeraldo.
«Stai andando via?»
«Sì, ho finito il turno e aspetto la collega, poi vado a casa.»
«Io vado a casa d’amici, ma prima voglio qualcosa di fresco. Mi accompagni per strada? Proprio qui a due passi al Romeres. Ti va?»
Non ricordava nessun pub con quel nome nelle vicinanze, ma la ragazza rifece quella smorfia con il naso e poi con il caldo feroce dello scirocco addosso qualcosa di freddo lo avrebbero rianimato. Accettò dimenticando molto delle incombenze delle consegne alla collega.
Visti i precedenti non si stupì della luce gialla e delle rade strambe auto che attraversavano il centro basolato. Anche il Massimo splendeva di una luce calda che accentuava l’ambra della pietra della facciata. La realtà era che il ragazzo affascinato dalla voce bassa della donna e dalle morbide forme sulla seta leggera sui fianchi, la seguiva come imbambolato. Lei parlava di tutto, di Montmartre, delle feste a Villa Igiea e del caffè Sacher a Vienna. Lui arrotondava con quei lavori per continuare gli studi e di quei luoghi conosceva appena i nomi, ma la magia ancora una volta nasceva dalla voce, da un leggero accento francese che suggeriva di avvicinarsi a lei per percepire le frequenze basse e il suo profumo intenso.
La donna continuava a cercare i quattro canti di campagna e lui doveva essersi perso, perché non ritrovava i portici e il grattacielo sullo sfondo della grande piazza. A un tratto l’insegna del Caffè Trinacria Romeres apparve su una facciata. Sotto, gli ingressi e un dehors affollato di signori eleganti e signore cinguettanti davanti a sontuose coppe di gelato.
Rimase stupito di non avere mai visto quel posto lungo la via, anche quella piuttosto inusuale ai suoi occhi.
Rimasero un’oretta e al momento di pagare si stupì che il non ben identificato Fulco si sarebbe occupato del conto e che un’auto antica li attendesse con lo sportello aperto e l’autista in livrea scura.
«Dove andiamo?»
«Da Fulco, ci sono dei suoi amici americani stasera. Vieni, sì?»
«È il tuo fidanzato?»
«Chi? Fulco?» rise, ancora una volta con quella smorfia bella, «no, disegna solo i miei gioielli. È bravo sai?» e gli mostrò i due pendenti in filigrana con pietre colorate bellissime che impreziosivano i lobi.
In auto attraversarono vie dense di ville e parchi rigogliosi, costeggiarono il parco reale e alla fine di un viale entrarono in un giardino illuminato da una miriade di candele che spandevano un profumo intenso.
Camerieri impettiti e sudati si aggiravano tra gli invitati con enormi vassoi d’argento carichi di gelatine e piccole porzioni di dolci coloratissimi e calici colmi di schiume deliziose di spumanti dolci e secchi.
Il ragazzo continuava a girare per la villa insieme alla donna, che tutti conosceva e in tanti salutavano. Lo presentò anche al padrone di casa che la baciò delicatamente su una guancia e a lui strinse con garbo la mano.
«Allora è vero che ti trasferirai definitivamente negli States?» chiese lei con un sorriso malizioso.
«Mia cara qui si addensano sempre più nubi scure e io amo la bellezza e i colori. Ma state tranquilla nulla per voi cambierà. E non mi strapazzate troppo il giovane vostro amico. Mi dicono che siete piuttosto esperta tra le lenzuola.»
Il ragazzo non si trattenne dall’arrossire e provò a sfoderare un sorriso divertito che dovette non convincere troppo il suo interlocutore.
Da una delle sale che davano sul giardino arrivò di colpo il suono di un pianoforte.
«Avete già conosciuto Cole e la sua giovane moglie? Hanno tanto voluto questa luna di miele in Italia e hanno insistito perché conoscessi Cocò. Una gran donna eh, pare che faremo qualcosa insieme.»
Impertinente la donna lo prese sotto braccio, «qualcosa insieme? Guarda che prima di lei, cambiassi proprio idea sulle donne, ci sono io. Ho diritto di precedenza, sia chiaro.»
Insieme ridendo rientrarono nella villa, mentre il maestro dava sfoggio della sua arte con brani da Hitcky-Koo, l’ultimo suo musical già in programmazione a Broadway.
A tarda notte, rientrando in città, la donna continuò a parlare e a spettegolare sulle dame presenti e su molti dei signori che li avevavo squadrati per bene. Ad ogni istante scivolava sempre più nel suo abbraccio e il suo profumo dava alla testa. Era simile a quello delle plumerie in giardino con un tocco di aroma di champagne e un fondo del gelsomino delle rosse gelatine della festa.
Piano piano un torpore si diffuse nel suo corpo, ma non era sonno perché distintamente, ricordò l’arrivo al Triskele, le scale, la porta della 12 che si apriva sulla stanza, la luce fioca e il vestito smeraldo che lentamente scivolava a terra. E la lingerie di seta color perla liberare quel corpo morbido sotto le sue mani e il profumo intenso di quella pelle ambrata.
Solo dopo ore, stremato dal caldo dell’alcova potè prendere sonno a un tratto interrotto da qualcuno, una donna, che lo richiamava con colpetti sulla spalla e pronunciando il suo nome. La vista ancora adattata alla luce della notte, fece fatica a mettere a fuoco il bagliore del giorno. Marta stava provando a svegliarlo divertita. Lui riverso sugli appunti universitari si sollevò sul bancone, provando a capire cosa stesse accadendo. Marta era arrivata per il cambio turno e gli aveva messo davanti un bicchierino di plastica fumante con il caffè.
«Abbiamo fatto tardi stanotte! Notte di fuoco con Madame Lelouche?» chiese sorridendo e ammiccando verso una signora anziana e grassottella seduta sul divano in broccato della hall.
Il ragazzo raccolse con calma i libri sparpagliati sul ripiano e lesse sul monitor i dati della signora Amelie Lelouche della camera 12, giunta nella tarda serata del giorno prima a causa del volo spostato e alloggiata per la notte nell’unica camera fortuitamente disponibile.
«Il suo taxi è arrivato Madame e speriamo sia la volta buona», annunciò Marta aiutandola con i bagagli all’uscita.
«Marta scusa.»
«Sì?»
«Stasera ti andrebbe di prendere qualcosa di fresco alla fine del turno? Sono libero e pensavo che mi farebbe piacere.»
«Sì, certo» e fece una smorfia bella con il naso, una cosa che lui non aveva mai notato e che lo lasciò di sasso. «Hai già in mente un posto vicino?»
«Il caffè Romeres qui a due passi» disse senza pensarci.
«Non lo conosco, ma mi fido.»
Ci sarebbe poi da raccontare tanto altro: che la sera Marta trovò nello zaino con il cambio d’abito un vestito di seta smeraldo corto e dei sandali gioiello coloratissimi che indossò pur non stupendosi di non averli mai acquistati; che il ragazzo in mezzo ai suoi appunti aveva trovato un cartoncino ingiallito con l’invito a un cocktail a villa Niscemi da parte di Fulco Santostefano della Cerda e che dopo tanti anni e tante donne quella sera con Marta continuava a essere una magia indimenticabile, come il tramonto di fuoco su quelle cupole antiche che raccontano storie al mondo. Storie di cui con dovreste perdervi mai niente.

IL FURTO.

vetrinetta-credenza-con-alzata-mod-niqueira-marchi-cucine-in-legno-a-prezzo-scontato_N1_630553 – La colpevole sei tu!
– Sbagli!
– No.
– Ah ah, non possiedi le prove, non puoi accusarmi. E se fossi stata proprio tu, bellezza?
– Che sono una bellezza è certo, e ti dico anche grazie, ma potrei davvero esser stata io? Guarda qui, che faccino dolce ho…
– Sì, io dico di sì! L’abito non fa mica il monaco, mia cara.
– Impossibile! E poi, io ho un alibi, lo sai?
– Scusami bella, sarebbe?
– A quell’ora ero appisolata sul letto, ero nella mia camera.
– Quindi, se sai quando è successo, allora sei stata proprio tu!
– No. A rigor di logica, tutto deve essere accaduto proprio ieri sera, sul tardi, dato che, e ne sono sicura, nel pomeriggio c’era ancora.
– Comunque, sei tu che l’hai vista per l’ultima volta, e tutto ciò, credimi, desta non poco sospetto.
– Bugiarda, io ti ho sentito! Tu hai rovistato la credenza dopo di me. Quando l’hai fatto, io ero in soggiorno! E se questa non ci fosse  stata, ti saresti lamentata, eccome! Non posso credere che hai rinunciato a lei così facilmente.

– Ragazze, smettetela! Adesso mi avete stancato! Consegnate a vostro padre entrambi i telefonini, forza! Così, forse, una tale e orrenda disgrazia, in questa casa non accadrà mai più! Uffa, allora io cosa dovrei dire? Ve la compero ogni santa settimana, e poi non riesco mai a mangiarla!
– Mi dispiace tanto, mamma…

– Uhm, può essere che sia stato io.
– Tu, papà? Dici davvero?!?
– Ho finito la Nutella, sì, ma del tutto involontariamente. Ve lo giuro!

La mascherina

Mi scuso Gian Paolo per il ritardo. Ecco questo scritto in rima, tra l’ironico e l’amaro.

Ho la fissa delle rime, non so se si era capito, e, certe parole, sono per me un invito.
In questi giorni ci ho pensato spesso, a crear una filastrocca, con un poco di successo.
La volevo fare con un termine che è vezzeggiativo, eppure, da un bel po’, lo si pensa in negativo.
Non lo sto scrivendo, ancora, in modo palese, ma l’avete già capito, certo non scrivo in politichese.
Sembra sia diventata un’ insopportabile tortura, “imposta” da non ho chiaro quale dittatura.
Chi ancora la porta al chiuso, o dove c’è tanta gente, oramai è considerato solo un deficente.
Una pecora senza cervello, un sacrificabile agnello, una sorta di beota che non crede che tutto gira solo intorno alla banconota.
Una strategia mondiale ha finto un virus micidiale, anzi, no, peggio, proprio lo ha creato, per fare un po’ di spazio in questo pianeta sovraffollato.
Via i vecchi, via i malati, via
i fragili e gli indifesi. Sono zavorre al piede, sono soltanto pesi.
Un po’ di pulizia come una derattizzazione, ogni nazione ha scelto, la sua via di elezione.
Se Bolsonaro dice che tanto tutti si muore,
Trump risponde di bere candeggina ogni tot ore.
Pure Johnson ci ha provato, a ripulire il Regno Unito, peccato che poi, lui stesso si è ammalato.
Magari la via giusta l’ha seguita la Svezia: “non c’è problema, vivete pure tranquilli, pazienza a chi cade, come cadono i birilli”.
Ma sì, importante é, alla fine, l’economia salvare, che cosa state lì a contar le bare.
E poi ancora credete ai numeri della Lombardia? Ai tanti morti senza accanto nessuna compagnia?
Alle zone rosse, alla val Seriana? Ma niente di più di una stagional buriana!
In Italia tutto quanto lo ha pensato Conte, il peggior genio del male, rispetto a lui, è un dilettante, il suo unico obbiettivo: un popolo ubbidiente.
Eh no, ma quelli svegli qui si stan ribellando,
lo dicono a gran voce Salvini e la Meloni, per non parlare poi dei gilet arancioni.
Diciamocela tutta, questa verità brutta, tutto quanto non è a caso partito dalla Cina, che a tutto quanto il mondo voleva vender la mascherina.

Lucia Lorenzon, 14 luglio 2020

Lucia Lorenzon