Coraggio vigliacco…

Onde cullanti su navi sicure, schiuma danzante su biglie di acqua. Orizzonte di alba abbagliante. Rotta per un sud innafferato. Porto insicuro per pavidi uomini. Caldo zampillante per donne infelici. Gambe sudate per orgasmi inseguiti. Esotico cibo umido e terso. Fiumi di gente in acqua bollente. Foreste di verde che taglia il respiro. Armi gridanti di gelido niente Divise sporcate da fango non tuo. Occhi di altri posati sul passo. Pensieri lontani di reali sogni dal tuo mondo di coraggio vigliacco.

Deneb

foto credit © deneb

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Creatura ardita

Mi hai baciata,
dove nessuno l’aveva mai fatto,
su cicatrici che solo tu conosci.
Hai curato con umide labbra
pelle e pensieri.
Rigenato tessuti,
dove hai lasciato i tuoi semi,
colorati di sogno e poesia.
Hai curato il mio arso giardino
con acqua profumata d’amore;
sono spuntati fiori,
sono volate farfalle,
hanno cercato miele le api.
Tutto ciò che era sterile
tu hai reso fertile.
Il mio corpo
ora é la tua terra soffice,
è il maturo e polposo frutto
che mordi.
Sono il retrogusto della tua bocca
la pennellata verde nel tuo blu,
la nuova impudica donna che
ti dice sfacciatamente sì.
Ti offro nuove fantasie
nuovi orizzonti, nuovi quadri.
Ti racconto speranze mai avute.
Hai amato le crepe del mio deserto,
ne ho fatto un erboso tappeto
dove far l’amore con te.
E mentre ti accolgo dentro,
sussurro che t’aspettavo,
unica creatura innamorata e ardita,
che, penetrandomi, mi ha partorita.

Lucia Lorenzon, 11 settembre 2019 .

illustrazioni di https://instagram.com/ess_illustrator2?igshid=143nsk203fkn

In attesa

scaltra eloquenza

leggiadra speranza

tra fili d’erba bagnati

carezze

davanti ad una me stessa nuda

una pausa

non c’è stato limite di tempo

addosso altre consapevolezze

un passaggio che ha interrotto un mix mortale

soppessando

pensieri incoerenti

e

struggenti

malinconici

il corpo al riparo

altrove

semplicemente altrove

vivido e palpitante

calda.

In attesa di un tiepido inverno

Il rumore del silenzio…

Il silenzio ronzio ambrato dell aria.
Il silenzio che avvolge il giorno. Il silenzio della notte.
Il rumore inutile degli altri.
Solo nel silenzio della vita, passato guerriero silenzioso e mai urlante sotto una pioggia sorda di ricordi incessanti di silenzi cocenti sulla pelle…

Deneb

Senza Motivo

Mio padre metteva in moto la 128 quando la luce del giorno stava pian piano tornando al mondo. E così che ogni anno finiva l’estate, con il sole che sorgeva e la 128 che si allontanava dalla Favara.
Io e Luca, mio fratello, guardavamo scorrere gli alberi del lungo viale oltre i finestrini e provavamo a ricordare qualcosa di bello della città. Sapevamo che da lì a poco ci avrebbe richiamato da dietro le finestre lo scroscio improvviso d’acqua, il temporale che chiudeva ogni vacanza e riapriva le porte della scuola. C’era il diario da comprare all’Upim, l’ultimo pezzo di libro da leggere, il pullover di cotone per il primo fresco.
Tutti quanti alla spicciolata si ritiravano in città. L’ultimo, a fine agosto, era Mario. Ma lui tornava dal nord dove stavano i nonni. Un tipo strano Mario, sempre in silenzio per conto suo. Percorreva i lunghi corridoi della scuola attento a poggiare i piedi solo sui quadrati chiari. Faceva delle strane traiettorie per assecondare la trama di mattonelle e una volta glielo domandai pure perché facesse quello strano gioco. Lui accennò una smorfia col viso, a dire che boh, era così senza motivo, ed era andato via, seguendo le mattonelle chiare.
Il fatto del tramonto lo iniziò Luca, uno degli ultimi anni che passammo alla Favara. Una sorta di rito prima d’andare a cena, una preghiera silenziosa a un qualche dio muto. Ci fermavamo a guardare il sole spegnersi dietro le ultime case del borgo e c’era un momento preciso, una frazione d’istante che provocava un lievissimo increspare delle labbra di Luca, un contrarsi della mascella in una espressione dura, uno strizzare gli occhi per osservare oltre i tetti, per raccogliere quanta più luce possibile prima della sera. Anche a lui, come a Mario, domandai una volta il perché di quel rito. E allo stesso modo mi rispose con una smorfia, a dire boh, così senza motivo.
Gli anni allora passavano tra un ritorno a casa e un inizio di vacanza. Spesso uguali, mai tristi che ricordi. Tranne quello della malattia del nonno, con mio padre che tornava dalla città quando poteva e Luca che andava con lui perché aveva da fare delle cose. Io dopo il rito della sera mi chiedevo che diavolo c’era da fare in città in estate, io che non l’avevo mai vista la città in estate. La luce del sole si spegneva dietro le case, mia madre chiamava per cena da dentro, io ripetevo quella liturgia non sapendo nulla del suo significato. Sempre che ne avesse uno, s’intende.
Quando la prima pioggia scrosciò fuori, mio nonno volò via e Luca, con la mano sulla spalla di mio padre, ci disse che sarebbe andato in accademia. Un posto lontano da me, dove si diventava ufficiali. L’unica cosa che ricordo dopo è la pioggia fortissima e la luce diffusa che mi impedì di osservarlo bene quel tramonto strano.
Ci saranno stati tanti altri motivi, oltre ai brevi periodi di licenza di Luca, ma dopo quell’anno alla Favara non andammo più. Io la città la vidi svuotarsi e riempirsi tante volte, mentre ogni sera meccanicamente ripetevo l’omaggio al sole morente. Non pensavo a nulla e a nessuno. Guardavo la luce e poi tornavo alla vita consueta. In città c’erano anche altri e c’erano le ragazze amiche di una mia cugina. Una la ricordo ancora, Sara. A vederla così non diceva nulla, ma per mesi le dedicai una corte spietata, finché una volta non mi invitò al suo compleanno. Ci fosse stato Luca forse avrei chiesto qualcosa, un consiglio. Non me ne intendevo tanto di ragazze io, ma Luca era in giro con la nave scuola e non poteva nemmeno chiamare quando voleva. Per due giorni avevo ripassato tutta la parte, per non sbagliare nulla, ecco. Ma fu una specie di disastro, vissuto tra i vari angoli del salone affollato di ragazzini e il balconcino da dove non si vide neppure il tramonto.
Di ragazze poi ce ne furono altre e io, pur senza Luca, avevo iniziato a capire i movimenti da fare con il mio corpo insicuro. Avevo lasciato alle spalle gli angoli desolati delle feste affollate e frequentavo il centro del ballo, senza grande ignominia a dire il vero. Ogni sera dopo il tramonto, rigorosamente omaggiato quando si poteva, cenavo e spesso poi passavo a prendere Giulia. In qualcosa ricordava la famosa Sara, forse solo per la voce bassa che mi avrebbe tirato fuori dalle solitudini dentro le quali precipitavo.
Luca spesso era in missione, in posti lontani e violenti. Di tanto in tanto, mandava cartoline che sapevano di vacanza, ma che di vacanza per lui non erano. Quando due volte l’anno tornava in città aveva uno sguardo svagato, come se stesse ancora in mare e negli occhi avesse ancora un qualche orizzonte inesplorato. Parlava poco come suo solito e raccontava ancora meno, interessato solo al nostro di vissuto. Non si era mai fermato o forse le donne che aveva avuto non erano mai riuscite a fermarlo a terra. Io stavo invece per i fatti miei con Clelia. Avevamo preso un buco all’ultimo piano di un vecchio palazzo nobiliare al centro. E piano piano stavamo fondendo le nostre vite.
Ogni anno che passava Luca tornava e trovava qualcosa di invecchiato e di nuovo. Qualcosa di futuro e sempre meno passato. Io poi ho iniziato a lavorare davvero e anche Clelia e dal buco ci siamo trasferiti in un appartamento normale, di uno dei palazzoni residenziali lontani dal centro.
Ogni anno aumentava la tacita sensazione che molte storie stessero progressivamente esaurendosi e altre appena iniziando. Lorenzo, mio figlio, osservava la sua divisa con un certo timore e diffidente non comprendeva il sangue che lo legava a quello sconosciuto. Avrebbe capito dopo ovviamente, ma ci voleva tempo.
Poi le cose in qualche modo sono cambiate, di colpo quasi, e così la settimana scorsa quando l’ho chiamato per papà, ho sentito la sua voce rompersi un attimo e ricomporsi in un silenzio. La mia no, aveva avuto il tempo di consolidarsi in una tenera amarezza. Non so come mai la prima immagine che è affiorata è stata la 128 che filava su quel viale alberato. Ho ricordato Sara e Giulia e tutte le altre ragazze che avevo baciato. Sono andato fuori sul terrazzino e ho provato a trovare un qualche punto fermo al quale assicurarmi. In qualche modo stavo scivolando e volevo una appiglio. Le plumerie fiorite davano all’aria un profumo intenso d’estate. In lontananza il cielo arrossato dal tramonto sembrava voler dare tregua provvisoria dal caldo del giorno, ma era solo una sensazione passeggera destinata a smentirsi nella sera. Clelia è arrivata in silenzio e mi ha messo una mano sulla spalla, come faceva mio padre quando voleva proteggerci da qualcosa che in apparenza sapeva di bello, ma che nascondeva un dolore.
«Hai sentito Luca?»
«Sì. Dopodomani arriva.»
«Aspetteremo.»
«Aspetterò.»
«Anche stasera il tramonto?»
«Già.»
«Come mai?»
«Come mai cosa?»
«Il tramonto. Anche stasera.»
Ho fatto una smorfia con il viso poi ho detto: «boh! Così. Senza un motivo.»

08/07

Ogni barca anela la sua riva
e la mia ha definito un tragitto
allungato dai ghirigori invernali
e soffocato nelle forche d’estate.

La barca non segue l’anomalia delle onde,
non cede alle tempeste di vento,
nè spreca le mappe consigliate,
ma resiste con la cura del timone.

Ogni riva attende quella barca
a cui offrirne il marchio
più resistente di qualsiasi ancora
preludio di un destino senza ritorno.

La riva si affida alla propria natura,
si illude alla vista di altri orizzonti
ma poi sceglie di divenire fortezza
e sboccia in un soffio di perle.
 
Incastriamoci. 

La Sera Che Il Vecchio Fu Felice

«No, no!»
Il vecchio osservava le piccole mani screpolate fare ombra e riparo agli occhi rosi dal sale.
«No, no!»
Sembrava un disco incantato, uno dei suoi tempi, di quando la musica la suonavano da quegli affari tondi, scuri come la pelle di quel marmocchio che non la smetteva di lamentarsi.
Alla fine riuscì a fendere la difesa minima del bimbo con una carezza leggera sulla testa. Una alla volta le mani, piccole e impaurite, si staccarono dal volto. Un lungo graffio sulla guancia s’era incrostato di sangue rappreso. Gli occhi arrossati provavano a guardare meglio quel nuovo nemico.
«Stai calmo», provò a dirgli, «don uorri». Non sapeva se era detto bene, ma riteneva fosse qualcosa di tranquillizzante in una lingua che somigliava all’inglese. O almeno lo sperava, da quello che lui capiva dalla radio: questi sono stranieri e tutti gli stranieri parlano inglese. Punto
Il bimbo sembrò quietarsi. Chissà che cosa ha capito, pensò il vecchio, ma se funziona ha funzionato. A quel punto doveva trovare da dove diavolo arrivava quell’esserino in quel posto assurdo. Spiagge vicine neanche a parlarne: la cosa più simile al mare che ricordava era una pozzanghera fangosa che giù in paese usavano per innaffiare le patate. Eppure quello era lì, bagnato fradicio come se fosse appena sbarcato da uno di quei gommoni che si vedevano nella TV dell’emporio di Nino.
Gli fece segno di seguirlo, allontanandosi di due passi, ma il bimbo niente, stava fermo come uno scimunito, seduto a terra. Guardava e non sembrava interessato ad andare da nessuna parte.
«Hai fame?», chiese ignorando la possibilità di una lingua diversa, e poi «mangiare?» accompagnandolo con le dita della destra racchiuse verso la bocca.
I gesti in questo piccolo mondo valgono cento parole, pensò il vecchio, perché il piccolo si sollevò finalmente da terra e in perfetto silenzio si mise a trotterellare dietro di lui. A vederlo in piedi si era accorto che non aveva le scarpe. Bella questa! Aveva pensato guardando i suoi vecchi arnesi ai piedi. Vuoi vedere che devo mettermi a cercarne pure per questo? Si era pure accorto che in uno dei piedini, il destro, mancava un dito. Non che fosse stato tagliato via, ma proprio doveva essere così dalla nascita perché sembrava tutto in ordine, tranne il numero di dita.
La baracca del vecchio stava proprio due metri dietro la curva che saliva verso la collina. Lui stava lì da quando la moglie l’aveva mollato, decidendo di tirare le cuoia di colpo. I figli, se poteva davvero chiamarli ancora così, s’erano mangiati tutto e l’avevano lasciato in mutande per strada. Perché lui una casa l’aveva! Oh sì; niente di faraonico s’intende, e aveva anche un piccolo pollaio e un cane: Fulmine detto Ful. Che fine avrà fatto quel mangiapane a tradimento? Pensò; avrà preferito qualcuno che gli ha assicurato una ciotola piena. Bell’amico dell’uomo, disse fra sé mentre provava a liberare la porta dal catenaccio arrugginito.
Il bimbo entrò guardandosi intorno. Non sembrava troppo interessato all’arredamento, se di mobili si poteva parlare. Da una scatola di latta il vecchio tirò fuori un pezzo di pane scuro, una crosta di formaggio e un residuo di salame pericolosamente virato al marroncino. Il piccolo guardò il cibo perplesso.
«Non sarai mica un baluba che non mangia maiale?»
Il bimbo non modificò di una virgola l’espressione, ma con circospezione afferrò il pane e cominciò a rosicchiare con calma. Poi si diede alla crosta di formaggio. Il salame no, quello non doveva fargli molta simpatia e dall’aspetto rancido di sicuro non aveva tutti i torti. Deve essere un baluba, pensò il vecchio, o come si chiamano questi qua. Rimaneva il fatto di cosa diavolo ci faceva dalle sue parti, ma erano anni che aveva smesso di farsi domande e non aveva voglia di rispondere. Da quando per la precisione la sua vecchia si era fatta trovare con gli occhi all’indietro sulla poltrona gialla del tinello. Gli erano finiti tutti in una volta i punti interrogativi.
Da uno stipetto sgangherato il vecchio tirò fuori due bottiglie di plastica stropicciata. L’acqua da bere la prendeva giù in paese alla fontanella poco oltre la chiesa. Il bimbo fece di segno di sì con la testa e disse qualcosa, chissà cosa e in quale lingua o dialetto. Ma insomma doveva aver sete. Un bicchiere di vetro lo possedeva ancora e lo riempì per metà, prima di avvicinarlo al piccolo, che per un po’ stette in silenzio, quasi perplesso che fosse proprio per lui, poi lo afferrò con entrambe le manine per bere piano piano il contenuto.
A quel punto c’era il fatto della notte, ché il bambino da qualche parte doveva dormire. Ah! E le scarpe, ma quello era veramente difficile. Per carità in quel posto per lui potevano dormirci in dieci, basta che nessuno si mettesse in testa di prendersi il suo letto. Lui quello solo aveva: il letto, l’unica cosa che gli avevano lasciato i suoi figli e non lo voleva toccato nemmeno da quel marmocchio. Al tempo se l’era proprio caricato sulle spalle e s’era fatto tutta la strada fino alla baracca, con le guardie che gli urlavano dietro perché dovevano sequestrare tutto, pure il letto.
Per le scarpe gli veniva in mente solo la parrocchia, ma le beghine spettegolavano che il prete lo avevano spedito lì per punizione, che gli piacevano i bambini, mentre lassù erano tutti vecchi e zitelle e se ne doveva stare buonino. No, non era il caso. Osservava il piedino con un dito in meno e no, meglio scalzo che mangiato. Rise, come se fosse comica la faccenda.
Il bimbo guardava fuori da quella che più che una finestra era uno squarcio tra le lamiere oscurato al bisogno da un pesante telo scuro. Stormi di rondini rumoreggiavano intorno ai nidi sparsi sui cornicioni del vecchio edificio di fronte, sgretolato dagli anni e dall’abbandono. Sembrava incantato a vederli così rumoreggiare, mentre il sole stava sparendo dentro la valle.
Il vecchio lo seguì in quella strana visione; erano anni che ogni stagione quegli uccelli facevano quel can can fuori e solo ora lui se ne era accorto. Iniziò a raccontare qualcosa con la sua voce roca, una storia antica o una filastrocca che si era nascosta bene nelle pieghe dei ricordi. Raccontava e guardava fuori pensando che tutto quello era stato lì per anni ed era bello. Quando il vecchio si girò nuovamente verso il bimbo, lo vide poggiato sulla spalliera, con la testa poggiata sulle braccia. Dormiva. Provò a sistemare un poco di stracci a terra per farne un giaciglio, ma dopo un po’ si disse che no, non andava quella storia. In fondo lui una cosa possedeva: il letto. E chi ci dormiva lo decideva lui. Punto. Così si avvicinò al bimbo e delicatamente lo prese in braccio dalla sedia di legno per adagiarlo sulle lenzuola chiazzate, coprendolo un po’ perché stava iniziando a rinfrescare. Poi si mise a rimirarlo: ricordava che tanto tempo prima anche i suoi figli dormivano così, perché magari poi diventi un bastardo nella vita, ma quando sei piccolo e dormi sei così, fragile e bello. E pensò che in fondo allora quando i suoi figli dormivano così e lui li guardava era felice.
Il vecchio tornò a rassettare la tavola. Con un occhio guardava il baluba piccolo e con l’altro la notte che calava. Si erano quietati gli uccelli e l’indomani mattina avrebbe chiesto alla moglie di Nino di prestargli la bici per arrivare in città. Ce le avranno delle scarpe da bimbo in città! È tutta gente ricca, laggiù. Vuoi che nessuno mi aiuti?
Quando si stese accanto fece scricchiolare la rete mezza arrugginita. Si sentiva una cosa strana vicina allo stomaco. Un affare tiepido che non era nuovo, tipo quello di quando dormivano i suoi figli piccoli e lui li guardava. Tipo quando allora li guardava dormire e si sentiva, sì, felice.

Fede d’amore

Ripropongo dei versi scritti nel 2017 e già pubblicati nel mio blog personale, non credo di averli pubblicati qui e non avendo scritto in tempo nulla di nuovo, spero apprezzerete ugualmente.

Ho fatto del mio corpo
un tabernacolo
a custodia del tuo.
Ogni angolo violato
chiuso da maldestre cicatrici,
e annebbiati ricordi,
l’ho riaperto
per darlo a te.
Tutto è diventato tuo,
cancellando
ogni indecente prima.
La mia carne
profuma di te,
la mia anima di te racconta.
Ho ricordi nuovi
a partire da noi,
allargatasi a ridipingere
un passato dolente,
e radici di un futuro
che non avrà fine.
Abbiamo fatto del nostro amore
un’ incorruttibile fede,
che sente anche quando non vede
e di ogni amplesso
una laica preghiera,
un danza di ringraziamento
ad un dio che ci ha concepiti insieme.

Lucia Lorenzon, 8 marzo 2017

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CANE E GATTO

Erano come fratelli, ma erano cane e gatto.
Dormivano insieme, mangiavano insieme e insieme facevano arrabbiare i padroni.
Ma di giocare insieme, nemmeno l’ombra. Non ci riuscivano, non riuscivano neppure a trovare un gioco che li soddisfacesse entrambi. Il cane preferiva l’osso, un osso di gomma dura che ogni tanto gli lanciavano i padroni e mai avrebbe accettato un gioco da gatto; il gatto preferiva giocare con un gomitolo di lana che poco dopo si sfilacciava. Solo una volta il gatto si era avvicinato all’osso del cane, quasi per giocarci insieme, ma poi se ne era andato distratto da un topolino che correva rapido lungo la recinzione. E il cane ci era rimasto male. Anzi, il cane pretendeva che il gatto giocasse con lui lanciandogli l’osso.
“Ma non ci riesco” rispondeva il gatto. “Non ho mani e come posso afferrare l’osso per poi lanciarlo?”
Il cane non ci voleva sentire. Rispondeva: “Dagli un colpo con la zampa, e io lo recupero”, ma poi si arrabbiava perché il gatto non aveva abbastanza forza.
Così il tempo passava e nessuno dei due trovava una soluzione comune.
Ma quando si ruppe l’osso e i padroni trovarono difficoltà a sostituirlo con un altro, il cane si avvicinò al gomitolo del gatto. Giocò senza che l’amico se ne accorgesse, e continuò anche quando il gomitolo era ormai sfilacciato e il filo attorcigliato tra le gambe. Non riusciva a muoversi, ma rideva a crepapelle.
“Beh, non è poi così male giocare con un gomitolo” disse tra sé, mentre il gatto di nascosto lo ammirava soddisfatto.

di Stefano Re