Summer hymn

Pat dalla ringhiera del balconcino si sporse a guardare la montagna.
“Minaccia vento”, pensò. E si affrettò a rientrare le lenzuola ancora un po’ umide.
“Qui se arriva la bufera tira giù tutto”, si disse mentre le fronde del grande albero iniziavano a oscillare.

Rientrata in casa ripose il fagotto sulla cassapanca e continuò a sparecchiare il tavolo della cena. Era un piatto e un bicchiere, niente di più, ma se l’era lasciati per ultima cosa della giornata. A lavarli ci avrebbe pensato la mattina dopo però, come sempre aveva fatto in quella minuscola casa abbarbicata sul monte, oltre la curva del diavolo. La chiamavano così perché era un punto cieco, una traiettoria che vedevi all’ultimo. Non che ci fosse morto qualcuno, ma di auto e moto finite nel fosso a mollo all’acqua ne aveva aiutato a tirare fuori tante con il trattore.

Dalla madia Pat tirò fuori una bottiglia con una etichetta vecchia e scolorita.
“Pochissimo ancora fino a Natale”, rifletté osservando in trasparenza le tre dita di nocino dell’anno scorso residue. Si versò un po’ di liquore in una tazzina sbeccata e spostò la seggiola impagliata proprio davanti la persiana aperta.
Adesso l’albero sembrava danzare, spinto dal vento che continuava a salire.
“Chissà come sarebbe ballare con quell’albero”, si chiese. Quando era giovane le piacevano tanto le feste e c’erano di quelle sagre in estate che l’indomani ci volevano le bombe per alzarsi dal letto e andare a lavorare. Lei si metteva in ghingheri, con il vestito a fiori che s’era cucita da sola, e poi si buttava nella mischia provando a trovare qualcuno di nuovo. E di bei ragazzi che venivano dalla valle a prendersi il fresco ne conobbe. Qualche volta rimanevano anche la notte da lei, ma pochi tornavano poi a cercarla. Un paio in tanti anni. Non di più. Con uno addirittura iniziarono a parlare di chiesa e invitati, ma non se ne fece niente alla fine.
Pat prese un sorso dalla tazzina: “chissà poi perché andò così con quel tipo” pensò guardando le nuvole passare davanti alla mezza luna brillante in cielo. C’era questo in lei di buono, che dimenticava. Ma da sempre eh! Fin da bambina, non era una roba dell’età. Pat cancellava tutto quello che le dava dolore e fastidio. E andava avanti, ignorando per sempre quell’evento. Poi magari, come quella sera, si faceva delle domande alle quali non sapeva più che rispondere, ma era faccenda di un attimo, perché dopo un nanosecondo faceva spallucce e continuava i suoi pensieri.

La ragazza sbucò sul viottolo d’ingresso spingendo una bicicletta con la forcella palesemente storta. Che si trattasse di ragazza si capì solo quando Pat si decise a scendere giù a vedere, perché aveva i capelli cortissimi e i vestiti zuppi di fango.
«Che è stato?», chiese Pat mettendo una mano sul manubrio.
«Una macchina sulla curva, quasi mi metteva sotto.»
«E sei finita nel fosso!», disse girandosi verso la casa, «vieni dentro che almeno ti dai una sistemata.»
Arrivati sull’uscio la ragazza si fermò a guardare intorno.
«Che c’è, non ti piace l’architettura?», chiese sarcastica Pat.
«La bici», fece la ragazza.
«La bici cosa?»
«Dove la lascio?»
Pat fece un gestaccio ed entrò borbottando, mentre la ragazza accostava quel ferro ormai vecchio alla parete di biacca. Prima di entrare cavò via le scarpe incrostate di melma e si rimboccò i pantaloni verde militare.
Pat da su le urlò di salire e la ragazza a piedi nudi si inerpicò sulla scala gelida di pietra ruvida. Al primo piano nell’attesa Pat aveva tirato fuori dei vestiti suoi da lavoro e un telo ruvido da doccia, roba vecchiotta ma pulita.
«Lì a destra c’è il bagno. E non ti aspettare troppa acqua calda che ne ho già usata io e lo scaldabagno ci sta una vita a riscaldarne di nuova.»
La ragazza scomparve con il suo malloppo di vestiti per una buona mezz’ora e al suo ritorno, sulla tavola di legno apparecchiata con una tovaglia a quadri grossi, trovò del pane, un piatto con qualcosa al sugo dentro e una bottiglia d’acqua.
«Mangia», le disse Pat, «poi chiama a casa per farti venire a prendere.»
«È in Francia casa mia.»
«Francia? E che ci sei venuta a fare fin qui?», chiese Pat sgranando gli occhi.
«Lavoro. Sono ornitologa. E da queste parti passano le migrazioni a quanto so.»
«Il figlio di mia cugina faceva questo lavoro qui.»
«Fonseca? Il professore Fonseca?»
«Ecco lui! Mi pare che è morto due anni fa.»
«Tre anni. Era il mio relatore di tesi.»
«T’ha parlato lui di questo posto qui allora.»
«Già.»
«E dove contavi di dormire.»
«Ho una tenda sulla bici.»
«Avevi, una tenda», disse Pat pensando al disastro di fango del fosso. «Mangia ora», troncò sparendo dietro una porticina malmessa. Mugugnò anche altro, ma tanto incomprensibile da risultare solo rumore.
La ragazza prese qualcosa insieme a due sorsi d’acqua. Aveva male ancora al collo per la botta. E quella camiciona a quadri sembrava fatta di cartavetrata, graffiava e pungeva ogni volta che faceva un minimo movimento. Dalle persiane aperte si vedeva l’albero grande che quasi si piegava ad ogni folata di vento. In alto il cielo ripulito di nubi rivelava un punteggiare di stelle che apparivano fremere, quasi stessero anche loro per staccarsi alla prossima raffica di vento e venir giù. Forse d’una o due le sembrò addirittura di intravedere la scia luminosa della caduta. Pensò che in effetti avrebbe dovuto chiamare qualcuno per dire che stava bene, ma il suo cellulare se ne stava in bagno insieme ai vestiti infangati, spento e inservibile. E poi chi se ne fregava di chiamare e soprattutto chi avrebbe dovuto chiamare? Suo padre? Distoglierlo dai trend di borsa? E per dirgli cosa?
L’orologio alla parete batté dei colpi. Pat, riapparsa nella cucina, guardò il magro lavoro fatto col cibo dalla ragazza.
«Fame da lupi!», esclamò sarcastica, «vieni!»
La stanzetta era minuscola, appena capiente del letto, piccolo e corto, e di Pat in piedi; la ragazza dovette star fuori a ricevere istruzioni. In alto una finestrella gestibile con la canna lunga poggiata vicina al letto, dava pochissima aria e luce all’insieme.
«Con questo vento è meglio che ti stai buona qui ad aspettare domani.»
La ragazza fece segno di sì. Pat venne fuori dal bugigattolo per farle spazio.
«E domani prima dell’alba ti ci accompagno.»
«Dove?»
«Al lago. Sei venuta dalla Francia per gli uccelli o per fare il bagno nel fosso?»
Non è chiaro se la ragazza disse qualcosa, magari fu coperta dai mugugni di Pat nell’andar via, ma di certo ebbe a pensare che togliersi da dosso quella camicia di cartavetrata era la sensazione più piacevole che avesse percepita da un anno a quella parte. Il sonno la assalì molto presto, cullata dall’ullulato del vento oltre la finestrella. Sonno che fu bruscamente interrotto da uno strattone che le scosse anche il collo dolorante.
«Andiamo, che ci vuole tempo», le fece Pat con la figura di chi tutta la notte era rimasta sveglia nei suoi vestiti ad aspettare.
Con un po’ di sforzo la ragazza tornò a indossare gli abiti ruvidi della sera prima, trangugiò il caffè che Pat le aveva versato nella tazzina sbeccata e provando a non pensare alla sensazione sulla pelle iniziò la sua lunga strada verso il lago. Fuori la notte non era per nulla finita e senza un orologio a portata di mano non capiva affatto che ora fosse. L’aveva pure chiesta a Pat, ma aveva ottenuto un “è già tardi” e qualche mugugno incomprensibile. Camminarono così in silenzio per un tempo infinito, oltrepassarono la curva della morte e poi tagliarono per uno stretto sentiero intagliato tra rocce e vegetazione che sembrava girare tutto in tondo, inerpicandosi sulla montagna. Poi iniziarono a scendere verso una valle che diventò sempre più fitta di alberi immensi. Camminavano sotto le fronde con il cielo completamente nascosto alla loro vista, ma che riapparve di colpo quando la vegetazione lasciò spazio a una radura. Un anfiteatro di alberi con al centro uno specchio d’acqua, improvviso, sul degradare morbido di un prato umido di notte. Sulla costa opposta a loro, un nugolo di ombre immobili sull’acqua rivelava nel buio la presenza dello stormo.
Pat fece cenno di fermarsi, tese a terra un telo spesso e sussurrò “aspettiamo” sedendo. Fece lo stesso la ragazza ripensando alla macchina fotografica annegata con lo zaino nel fosso e così rimasero per un tempo indefinito. Forse furono secondi. Forse ore. Ma era tutto sospeso, era tutto una attesa fragile di un segnale. E ci si potrebbe sbagliare, ma il segnale a un tratto arrivò e fu un grosso rospo che saltato in acqua sulla costa destra, produsse piccole leggere increspature concentriche che riflessero il chiarore tenue della prima luce del giorno. Pat e la ragazza per qualche motivo lo compresero subito, scattando in piedi.
Il primo dello stormo a muoversi fu uno degli uccelli più esterni, zampate veloci sul pelo dell’acqua per poi alzarsi in un violento battito d’ali. E poi dietro uno, due, dieci, cento, mille altri battiti in un frastuono d’aria e di ombre che leggere planarono in un turbine ascensionale, presero quota volando in tondo sulle loro teste. Fino a cavalcare tutti il vento verso sud. L’ultimo dello stormo, rimasto poco indietro, sembrò osservarle dall’alto per controllare che avessero visto tutto bene. Poi aveva girato il becco e si era rapidamente riunito al gruppo. Fecero ancora due passaggi come a sincerarsi di non aver dimenticato nulla e nessuno; poi sparirono oltre il bosco, dietro le chiome che oscillavano leggere al vento del mattino.

«Cercano l’estate tutta la vita», disse Pat, «appena sentono che qui sta terminando ne cercano un’altra verso sud.»
La ragazza se ne stava con il naso all’insù. Pensava che avrebbe dovuto annotare cose e fare foto, ma non aveva come e soprattutto era contenta di non averci dovuto pensare.
«È ogni anno così?», chiese a Pat con un filo di voce.
«Sempre! Ma non è mai lo stesso giorno. E lo capisci dal vento. Quando arriva quel vento lì allora puoi stare certa che il mattino dopo andranno via. Li invidio sai?»
Adesso la voce di Pat era cambiata, aveva preso un che di melodioso che consolava.
«Perché vanno via?»
«No. Perché sanno quando è ora di tornare. Fuggire è facile. Basta mettere tutto in uno zaino e mollare tutto.»
«Come ho fatto io?», chiese la ragazza.
Pat fece una piccola smorfia, «il difficile è avere abbastanza palle per tornare dove sei fuggita. Gli uccelli sanno da sempre del vento e vanno in cerca dell’estate. Io invece questo fatto del vento l’ho capito che ero vecchia e non sono mai andata via, perché non sapevo che in ogni posto prima o poi arriva l’estate. Pure qui torna se sei andata via il giorno che il vento ti ha detto di andare. E allora anche questo posto può diventare un’altra storia. Non ti ci congeli per lunghi inverni sterili, da sola, in una casupola persa nel nulla. Ci passi l’estate. Come fanno loro.»
«Potresti andar via ora», disse la ragazza.
Pat sorrise, ed era un sorriso bello e dolce, niente di sarcastico.
«Ci vogliono le ali per volare via. E io ho solo due gambe vecchie che al più possono riportarmi a casa ora.»
In silenzio ripiegò il telo e senza quasi fare caso alla ragazza riprese il cammino già fatto. Per tutto il tragitto non si scambiarono più una parola, ascoltando i rumori della foresta al mattino che si risvegliava e i loro passi scrocchiare rami e foglie secche.
Arrivate alla casa la ragazza notò che la forcella adesso stava in una posizione più naturale e che stese in bell’ordine le sue cose ripulite dal fango erano quasi asciutte. Comprese che Pat ci aveva lavorato tutta la notte. Con calma, una alla volta, ripose ogni cosa nelle borse laterali della bici e una volta finito tornò dentro, che Pat stava preparando per il pranzo. Indossò nuovamente i vestiti suoi, provando una bella sensazione di sollievo rispetto alla ruvida consistenza della camicia a quadri.
Mangiarono in silenzio ognuna prigioniera nei suoi pensieri. Alla fine del pranzo la ragazza disse, «è ora di andare adesso.»
Pat assentì muta, poi chiese «torni in Francia?»
«Non subito, vado verso sud ora. In Francia tornerò in estate.»
Sorrise Pat a quelle parole e soprattutto quando a metà del viottolo la ragazza si girò a gridarle che si sarebbero riviste l’anno dopo, in estate.
La vide sparire dietro la siepe con l’andatura sbilenca della forcella storta. E seduta all’ombra del grande albero pensò che era tempo di dare una girata al nocino nuovo.
Chiuse gli occhi annusando l’aria impercettibilmente più fresca e s’assopì, sognando di un tal Alessandro. Quello che recitava le poesie di Neruda dopo aver fatto l’amore. Qual era quella che adesso sentiva tra i rumori del bosco?
Ecco, sì: Ode all’estate.

Oh estate
abbondante,
carro
di mele
mature,
bocca
di fragola
in mezzo al verde,
labbra
di susina selvatica,
strade
di morbida polvere
sopra
la polvere,
mezzogiorno,
tamburo
di rame rosso,
e a sera
riposa
il fuoco,
la brezza
fa ballare
il trifoglio, entra
nell’officina deserta;
sale
una stella
fresca
verso il cielo
cupo,
crepita
senza bruciare
la notte
dell’estate.

[P. Neruda]

Il nulla

Nebbia sale. Leggera.
Scivola opaca sul pelo dell’acqua, mosso appena dalla risacca del lago.
Di tanto in tanto una scia di barca s’infrange in piccole onde sulla spiaggia di ghiaia, annunciate dal rumore cupo di un motore.
Una donna siede sulla panchina, oltre la balaustra, e attende.
Cosa? Per adesso non si vede risposta. E non si notano indizi neanche a guardar bene la donna.
Non è giovane, ma è molto bella.
Ha un vestito leggero su una pelle ambrata, morbida.
Labbra tumide e lucide, come se avesse messo un filo di burro di cacao.
Eppure lei sembra assente dalla scena, come di figura avulsa dal resto, messa là per riempire uno spazio. Idea più che persona. Dubito anche che sia realmente lì. Forse è solo un ricordo che affiora nella nebbia e siede proprio dove pensavo di poter star io. Che sia così? Un miraggio? Un inganno?
Il bambino, con una giacca buffa a intagli bianchi e neri, si avvicina e si sistema accanto.
Due cigni appaiono, solcando lenti l’acqua e subito si dissolvono nella nebbia.
Il bambino li indica con un gridolino.
La donna sembra non vederli: è muta. È immobile. Attende.
Chi? Non il bambino a quanto pare.
Il piccolo cane, bianco e lanuto, trotterella verso la panchina. Si ferma d’un tratto a guardare l’ombra di uno stormo in cielo.
Non è della donna il cane.
Non è del bambino.
E infatti attraversa l’immagine da sinistra a destra sparendo nell’aria fumosa.
Il bambino guarda la donna come se da lei qualcosa s’attendesse. Ma lei non gira nemmeno la testa, fissa solo davanti a sé la nebbia.
L’uomo, probabile padrone del cane, s’avvicina con un passo pesante e stanco. È anziano e per riprendere fiato occupa un angolo della panchina, l’altro essendo spazio preso dalla donna.
L’uomo guarda il bambino e con delicatezza gli ravvia i capelli fini e neri. Poi s’alza e gli porge la mano segnata da miriadi di piccole rughe. Il bambino l’accetta, guarda ancora la donna e poi con l’uomo va via.
Io adesso m’avvicino, scrocchiando nervosamente le dita della mano. Seggo accanto a lei.
Nessuno a destra.
La donna a sinistra.
La nebbia densa intorno, tanto che la donna ora è un ombra. Un fantasma. È foschia mista a odori d’acqua di lago, che adesso inspiro a pieni polmoni.
Lontano il cane rumoreggia.
Davanti a me il nulla.
«Ciao», dico, «anche stasera nebbia.»
«Anche stasera», dice con un sussurro appena.
Adesso tra noi e il resto della scena non c’è differenza. Vaporizzati entrambi nell’aria densa che ci avvolge. Suoni, rumori attutiti. Piccoli lampi rapidi inaugurano la luce presto notturna dei lampioni.
«Ci si abitua?», domando provando a indovinare qualche forma nell’aria opaca.
«Alla nebbia?», risponde con un velo di malizia misto ad apatia.
«No, a non esistere.»
«Se credi che non esisto allora sei già a buon punto.»
Ora è solo silenzio. Anche le voci, i più lontani suoni, il muoversi dell’acqua. Tutto spento.
«Penso che possa essere una forma di esistenza questa», dico.
«Sei qui da poco e ti sembra tutto vero. Ma non lo è. Nemmeno la nebbia lo è.»
«Ma ne stiamo parlando. La vediamo la nebbia.»
La donna sorride, «la vediamo? Guardati intorno e dimmi cosa vedi allora.»
La osservo, «te per esempio, vedo te. E questa panchina. Non mi pare sia poco.»
«Praticamente nulla. Io sono nulla. La panchina è nulla.» Non gira mai il volto verso di me, non muove quasi la testa. «Non ti sei chiesto ancora perché solo tu mi puoi vedere?»
Tardo a rispondere, anche perché non so cosa dire: «semplicemente non sono i loro sogni», dico.
«Già, i loro sogni. E tu che ancora credi di sognare. E se fossi solo un figurante di un sogno di non si sa chi?» Ancora quella smorfia sarcastica sulle sue labbra morbide che vorrei ancora baciare.
Una papera starnazza lì vicino. Si ode il suono, ma non si vede altro che una leggera ombra. Piano piano tutto diventa ombra e suoni opachi. La panchina, la donna, tutto si scioglie nella nebbia. Poca luce giallastra illumina la scena e anche il mio corpo sembra dissolversi nel nulla.
Vedo, se così posso ancora dire, ma non percepisco nulla.
Sento suoni, che non hanno alcuna sorgente.
Che sia vero ciò che dice la donna? E se è così perché, che senso ha tutto questo.
Di colpo mi chiedo come mai non ricordi più nulla della mia infanzia. Devo averne avuto una. Vorrei chiederlo anche alla donna, ma la mia voce pare non sia più capace di bucare la nebbia e arrivare a lei. La sento vicina, più un calore lieve che una presenza. Penso al suo corpo. È bella, molto bella. Potrei addirittura supporre che accanto a me sia nuda. Come se non fosse questa una panchina, ma un’alcova. E noi due sdraiati a guardare il tetto rosa della sua stanza.
Rifletto: come è arrivato questo pensiero, questo calore intenso. La percepisco vicina ansimare, quasi preda di un orgasmo. Ma non sono io ad averla e non era così la scena prima che la luce diventasse chiara e abbagliante. Vorrei allungare una mano, toccarla, sentire la sua pelle fremere. Ma non ho mani: santo cielo, che diavolo è capitato alle mie mani, non posso averle perse senza sentire dolore. O è questo vuoto nel petto il dolore. Seppur strano non sono sicuro di sapere più cosa sia il dolore.
Forse ora sto urlando, ma non si sente più nulla.
Forse ora sto provando a sgranare gli occhi, ma in giro vedo solo una nebbia fitta e tanti piccoli punti chiaroscuri, opachi.
Forse ora è buio.
Apro gli occhi e per qualche minuto resto immobile osservando la parete vuota.
C’era un quadro fino a un anno fa. Poi il display si è rotto e l’assistenza se l’è ripreso per smaltirlo. Altri tre crediti al mese per uno nuovo meglio di no.
Il logo di Arcadia ruota lento, sospeso dentro i miei occhi. Brilla di una luce azzurrina fluorescente, fredda. Penso alla donna. È la terza volta in una settimana che me la scopo, ma devo darmi una calmata perché sul conto ho davvero poco e la fine del mese è lontana. La terza volta che dopo lei si siede su quella panchina a guardare il lago. E allora sembra davvero che abbia un’anima. Che non sia solo un gioco elettronico.
Staccò il piccolo connettore rosso dalla nuca e lo ripongo nel dock di carica. Adesso questo è di nuovo il mio alloggio. Guardo le pareti grigie con il solito senso di claustrofobia.
Appena metto da parte qualche credito ci starebbe una finestra da appendere, almeno ogni tanto ho qualcosa da vedere anche senza questo dannato connettore.
Mi alzo per versare del caffè. E ho sempre in testa la donna e quella camera vista lago dove ci incontriamo. Sul cellulare la notifica del servizio di escort e il messaggio di fine credito illuminano lo schermo. Leggo quasi sollevato, perché almeno per sette giorni dovrò stare lontano da questo incubo. Sette giorni e i crediti sociali verranno ricaricati. Altro giro di giostra.
Poso la tazza, poi mi sposto al centro della stanza. Alzo la testa. Luce diffusa e sprinkler a vista. Piccole file di buchi per l’aerazione. Il cielo che posso permettermi fino a fine mese.
Con lentezza rientro il piano della cucina, sposto la sedia e accanto alla parete grigia srotolo il futon.
Ho bisogno di stendermi ora.
Prendo la compressa azzurra.
Ho bisogno di dormire ora.
Ho bisogno di tornare lì, nel nulla.

Ops

Fulvia e Marcello stavano passeggiando lungo le alte scogliere di Dover. Quel viaggio era stato fortemente voluto da Fulvia, per ricucire il rapporto con il marito.

«Non mi pare questo il momento di fare una vacanza», aveva detto lui.

«Ti prego, una settimana sola. Non stiamo mai insieme. Tu sei sempre preso dal lavoro», aveva supplicato lei.

Alla fine, il viaggio era stato organizzato, ma ora Fulvia si domandava se fosse stata una buona idea. Marcello era sempre al telefono o a scrivere mail oppure a chattare e lei, spesso, andava al mare da sola. Era già il terzo giorno di vacanza quando chiese al marito di fare una passeggiata insieme.

«Te l’avevo detto che non era il momento di fare le ferie. Lo vedi che devo stare sempre al telefono per dare direttive ai miei dipendenti», aveva detto Marcello, infastidito.

Fulvia sapeva che i dipendenti avevano un solo nome: Monica. L’aveva scoperto un giorno per sbaglio, rispondendo al telefono del marito una volta che l’aveva dimenticato a casa.

«Almeno mezz’ora puoi staccare e fare una passeggiata con me?», lo implorò.

«E va bene! Ma poi lasciami in pace».

«Sì te lo prometto».

Mentre passeggiavano costeggiando le bianche scogliere, Fulvia chiese al marito se qualcosa non andasse tra di loro.

«Insomma, se lo vuoi proprio sapere, sono stufo di te. Amo un’altra donna e voglio andare a vivere con lei».

«È Monica?».

«Tu come lo sai? Hai sbirciato nel mio telefono?».

«Una volta ho risposto perché tu non c’eri e l’avevi lasciato a casa».

«Come ti sei permessa?».

«So quanto odi perdere le chiamate», rispose Fulvia, mentre lui cominciava a strattonarla. «Per favore! Non farmi male», gli disse, cercando di liberare il braccio.

Mentre tentava di sfuggire alla presa feroce del marito, diede una gomitata più forte, facendogli perdere l’equilibrio. Marcello, in bilico pericoloso sulla scogliera, precipitò rovinosamente in mare.

«Ops!», esclamò Fulvia, dandosi una sistemata alla manica sgualcita.

Volti astratti di donna

Dovevo pubblicare ieri, di nuovo non arrivo puntuale e di nuovo mi scuso con Gian Paolo. Vi lascio quattro miei nuovi lavori: volti astratti di donna.

La mia passione per la poesia, e la scrittura in genere, sta vivendo una pausa, in favore di disegno digitale e fotografia. Per cui procedo con queste proposte.

Lucia Lorenzon, 10 maggio 2021

SUL PARAPETTO

Salì sul parapetto del ponte e si aggrappò ad un cartello stradale per trovare l’equilibrio. Sotto c’erano trenta metri di vuoto e in basso si dipanava il letto in secca di un torrente di montagna. Era arrivato fino lì per farla finita, anche se la malattia non gli permetteva di comprendere fino in fondo da che cosa stesse realmente scappando. Non aveva grossi problemi, se non una multa di pochi euro da pagare, più l’onta per non essere stato capace di difendere le proprie scelte davanti al vigile che lo sanzionava per un arancio che la polizia municipale aveva visto rosso. In fondo lo stipendio da manager di una grande multinazionale americana non lo metteva in condizione di finire nella rete dell’Agenzia delle entrate. Si buttava semplicemente per un gesto eroico. Aveva una vita normale, ma mai gli era capitato di finire su un giornale, seppur minore, per qualcosa di eclatante. Questo era ciò che lo angustiava, questo era il motivo di una depressione che l’aveva condotto prima dal medico, poi da uno strizzacervelli e quindi in farmacia per acquistare farmaci atti alla ricaptazione della serotonina. Voleva lanciarsi per avere uno spazio sul giornale, per mettere in difficoltà qualche amico, così che per qualche giorno ci fosse qualcuno che si sentisse in colpa per non aver capito il suo stato d’animo. Distratti, in fondo aveva amici distratti. Ecco, forse lo angustiava la distrazione che vagava per il mondo trasformando animali sociali in individui egoisti e spesso egocentrati. Era la malattia del mondo, la malattia dell’anno duemilaventuno. Ma se poi nessuno si fosse posto domande? Sarebbe morto senza quelle righe che avrebbero messo in risalto una vita normale? Decise di scrivere due righe e si lasciarle sul ciglio della strada. Ma se poi il vento avesse spazzato via quel biglietto? Si sa che il destino si fa beffe delle nostre pianificazioni. Scese dal parapetto e si mise a pensare. Doveva uscire dalla vita nel modo migliore, doveva lasciare un segno. Ma come? Aspettò che gli venisse un’idea, ma più che l’idea si accorse che stava perdendo tempo, si accorse che era sul quel ponte da circa un’ora. Risalì sul parapetto e guardò in basso. Gli sovvenne la vertigine, e la testa per un attimo virò su se stessa offuscandogli la vista. Contò fino a tre, poi contò fino a dieci, quindi contò fino a cento e quando arrivò alla prima unità della secondo centinaio decise di scendere dal parapetto. Scrisse il biglietto: farla finita è un modo per apparire. Dunque trovò una pietra per fissare sull’asfalto lo scritto e salì di nuovo sul parapetto. Questa volta decise di non contare e col la forza del coraggio chiuse gli occhi e si lanciò nel vuoto.

Dopo qualche giorno di assenza dal lavoro, qualcuno decise di cercarlo, ma non trovandolo, si rivolse ai carabinieri e fece denuncia. Nel frattempo un tale trovò il biglietto. Mancava la firma. Chissà cosa vuol dire, pensò l’uomo prima di lanciare il foglietto giù dal ponte. La firma, si era dimenticato di firmare. Era uscito dalla vita dimenticando di lasciare il nome su quel foglietto. Ritrovarono il corpo sfigurato circa tre mesi dopo, ma non avendo familiari nessuno lo riconobbe. Gli amici l’avevano dato per disperso e sapendolo sereno, in fondo non aveva grossi problemi da far pensare il peggio, immaginarono fosse scappato in qualche paese caraibico per cominciare una vita nuova. Un giornale locale diede la notizia del ritrovamento di un corpo, spiegando che nessuno sapeva riconoscere di chi fosse.

Finì presto nel dimenticatoio, tra la distrazione cosmica di un mondo che presenta solo parapetti tra il prima e il dopo.

Stefano Re

Layla

La signora e il signor Londsdale trascorsero gli ultimi anni della loro lunga esistenza curando amorevolmente il loro giardino. Piantarono folti cespugli di bosso lungo tutto il confine, alberi frondosi e roseti colorati un po’ ovunque. Macchie odorose sfavillanti di verde intenso e cespugli fioriti si estesero poi su quella che battezzarono come la loro “provvidenziale collinetta”. Si trattava in realtà di un serie di piccoli massi e ciotoli che avevano iniziato ad accumulare vicino al casotto degli attrezzi, proprio accanto al costone di roccia che delimita a sud il grande parco verde. Il rilievo artificiale crebbe in fretta espandendosi in larghezza, sotto la smania creatrice dei due che lo colonizzarono anno dopo anno con piante infiltrate nei vuoti tra le pietre ricolmati di terriccio. A vederlo dopo anni di cura, tutto si sarebbe potuto pensare tranne che si fosse dinanzi a una artificiosa estensione dalla parete a strapiombo.
La coppia era divenuta nel tempo la protettrice del borgo intero, per la generosità che si era spesso manifestata negl’interventi alla trascurata edilizia pubblica locale. Esempi erano l’asilo completamente ristrutturato e la piccola ma fornita biblioteca comunale. E lo stesso ufficio del sindaco aveva ricevuto una bella rinfrescata e ammodernata negli impianti. Molta attenzione ebbe anche il parroco, nonostante la diversa confessione religiosa dei coniugi e soprattutto il pessimo carattere del prelato che potè così assicurare all’oratorio la giusta manutenzione nel tempo tanto trascurata.
Nel silenzio discreto oltre le persiane, spesso si ringraziavano i tanti piccoli ma sostanziali aiuti economici a famiglie stremate dalle cattive annate di pesca. Ma su questo, poco si seppe in realtà, perché il patto era tassativo: nessuna pubblicità e nessun riferimento diretto, pena l’esclusione dalla lista di beneficiati per sempre; mossa questa non proprio compresa dalla popolazione, non adusa a tal discreta beneficenza.
Il signor Scalici, il giardiniere fidatissimo di casa Londsdale, fu il primo quella mattina a trovarli in apparenza assopiti sulla panchina di ferro battuto e legno accanto al laghetto. Con cautela si era avvicinato e aveva provato a scuoterli per destarli, ma ciò che temeva si dimostrò vero purtroppo: quello era stato il loro ultimo giorno. Scalici era entrato da ragazzo al loro servizio, un anno esatto dopo l’acquisto della villa che i due avevano già da subito designato come ultima loro residenza.
Scalici e la signora Mannino, cuoca rinomata e sapiente, avevano poi chiamato i medici che ne avevano certificato il decesso e si erano occupati di ricomporre i due corpi esanimi nel grande letto di ferro battuto, l’uno accanto all’altra. Con un gesto amorevole la fidata governante era pure riuscita a far loro intrecciare le mani e a vederli con il loro viso sereno e quella posa tenera sembrava davvero che fossero ancora nel pieno dei sogni, dopo una notte d’amore, e che da un momento all’altro si sarebbero svegliati, chiedendosi del perché di tutto quel trambusto. Di certo si sarebbero stupiti di esser distesi ancora vestiti a festa, provando a ricordare di quali bagordi fossero reduci. Avrebbero riso della loro mente svampita e del bicchiere in più che li aveva portati a quella comica situazione. E quindi, chiesto i quotidiani da leggere, fatto le coccole a Quizzy la cockerina di due anni che li aspettava sul patio, avrebbero augurato il buongiorno con un sorriso radioso alla signora Mannino e al suo vassoio enorme di dolci fatti in casa da accompagnare con il caffè leggero della mattina. Ma niente, loro due rimanevano fermi e inanimati stringendosi per mano, finché il signor Maniscalco delle pompe funebri non reputò che era tempo di separarli nei loro ultimi avelli. La Mannino pianse mentre Scalici le teneva una mano sulla spalla: avrebbe voluto farlo anche lui, ma ritenne poco adatto a un uomo della sua età darsi a quelle manifestazioni sentimentali. Quizzy osservò tutto con circospezione provando a capire l’assenza prolungata di coccole e il motivo di tutta quella gente in giro. Non soddisfatta delle spiegazioni che la sua povera mente animale riuscì a decifrare, volse la sua attenzione sul pallido sole che riscaldava appena il prato e decise di stendersi lì, in attesa degli eventi.
Il figlio Karl arrivò la sera dopo con la sua giovane consorte e le due figlie piccole. Era atterrato dopo un viaggio non proprio semplice, trovando la faccia contrita di Mannino ad aspettarlo in aerostazione insieme alla sua vettura ormai a pieno titolo in lista per il registro delle auto storiche. Tenuta impeccabilmente s’intenda, ma piuttosto scomoda per la famigliola e i loro bagagli. Fortuna che il climatizzatore andava ancora bene e che la sofferenza di quelle due ore di viaggio si era conclusa con qualche rimostranza delle bimbe e un paio di sbuffate della signora. Karl era rimasto silenzioso e assente per tutto il tempo, giusto un saluto di circostanza a Mannino, ricambiato con eguale ricercato distacco. Sapeva infatti il giardiniere tuttofare di casa Londsdale, quanto per quel figlio ormai uomo fosse un sacrificio enorme tornare in quei luoghi. Tra lui e la famiglia si era aperta nel tempo una faglia incolmabile dopo quel trasferimento nella villa, ampliata poi nelle aule dei tribunali dalla contesa sull’eredità disposta dai coniugi verso un non meglio identificato Mr. Crowley, sino a quell’epilogo e alla chiamata della settimana prima del notaio Seminara. Karl aveva quindi solo anticipato quel viaggio e ancora non comprendeva l’astio che i suoi genitori avevano coltivato in tutti quegli anni verso di lui per tenerlo lontano da loro e da quella casa.
Già la casa: Karl non era mai arrivato a una giustificazione logica, ma quella villa aveva distrutto tutto il rapporto con la sua famiglia, l’aveva fatto fuggire lontano sperando davvero di non tornare mai più. Eppure proprio di quel luogo lui non voleva perdere il possesso, solo di quello e di null’altro del vasto patrimonio dei Londsdale. Rivoleva solo ciò di cui la cattiveria dei suoi aveva incessantemente provato a privarlo. C’erano due facce dei suoi genitori che si contendevano i suoi ricordi: quella amorevole del prima della villa, la vita lenta e attenta al prossimo nello Yorkshire e in realtà sperimentata per qualche anno anche in quel luogo. E poi quella feroce, solo a lui riservata fin da ragazzino, piena di limiti e punizioni per nulla giustificate, spinte per nulla velate a lasciar la casa il prima possibile.
La signora e il signor Londsdale nella loro lunga vita ebbero comunque momenti, diciamo così, di stanchezza di coppia e a dire il vero qualche giovane allievo fu visto più volte sgattaiolare fuori dalla camera da letto della signora Londsdale, dopo le lezioni di piano che impartiva nei noiosi pomeriggi nello Yorkshire. Anche il dottor Londsdale d’altronde usava sporadicamente ospitare nel suo studio medico qualche coppia annoiata, desiderosa di esibirsi per selezionati sguardi maliziosi durante sofisticati giochi erotici. Raramente, e solo con conoscenti di lunga data, si convinceva a unirsi ai corpi eccitati, non lesinando le sue attenzioni a nessun componente specifico della coppia. Due volte aveva anche portato con sé la bella moglie che, sebbene proclamasse di gradir poco le attenzioni femminili delle intervenute, in realtà era più preoccupata di ammettere che quella fosse una ben piacevole incombenza. La goccia che fece traboccare il vaso fu per lei scoprire che tra le buone conoscenze ammesse alle attenzioni attive del consorte, fossero annoverati la sorella Elizabeth e il di lei marito. Con una scusa quella volta si era quindi dileguata dallo studio, evitando di sottolineare nei giorni successivi lo sguardo deluso del cognato e del consorte che di sicuro avevano previsto un ben diverso finale per quell’incontro familiare. Non è noto sapere invece se tali pratiche fossero state mantenute dentro le stanze della villa. Si può solo riportare che alcune malelingue, poche a dire il vero e tutte fedeli frequentazioni del parroco, narravano di visite serali di coppie beneficiate dalle regalie dei Londsdale e ben assortite in termini di vigore fisico.
Posto che gran parte dei fortunati era però gente sola e umile che nulla avrebbe potuto dare in cambio, men che meno in natura oltre al magro pescato del giorno, si potrebbe anche ricordare che alcune delle malelingue e finanche una delle coppie chiacchierate sentivano spesso il bisogno di ottenere conforti religiosi in orari tardi, trovando sempre un uscio nascosto da occhi indiscreti sul retro della canonica provvidenzialmente accostato.
Karl, giunto alla villa, si era sistemato con la sua famiglia in due stanzette mansardate, che dalla terrazza enorme sulla quale si aprivano assicuravano ampio spazio di giochi alle bimbe e una vista mozzafiato verso il mare e sul grande parco verde. Da lassù la “provvidenziale collinetta” colpì subito il giovane Londsdale. Dal giorno della sua partenza si era ancor più accresciuta e ricoperta di fusti e piante che oramai solo a un occhio consapevole potevano destar dubbi sulla sua origine naturale.
Terminata la pratica del rito funebre, officiato da un improbabile pastore recuperato in un paese non troppo vicino, Karl si diede all’esplorazione del parco, in attesa del notaio Seminara e delle sue preannunciate novità. Puntuale come sempre il buffo omino, alto quasi quanto la scrivania dietro cui sciorinava le carte della lunga contesa, comunicò che la signora aveva accettato di non trasferire la proprietà della villa a Mr. Crowley, purché Karl e i suoi eredi non modificassero nulla del parco. Pare infatti che di questo avesse terrore la coppia. Soprattutto che la “provvidenziale collinetta” tanto amata venisse perduta o demolita.
«È stata sua madre a convincere suo padre», disse quasi sottovoce il Seminara, «e a vigilare su questo saranno Mannino e Scalici.»
«Quindi non avremo il piacere di conoscere il signor Crowley neanche questa volta», osservò Karl mentre siglava l’accordo con un accenno di sorriso, «deve essere un uomo molto riservato a quanto pare.»
Il notaio emise un mugugno che doveva contenere una qualche affermazione mista a sollievo, radunò le carte, salutò con referenza e con una certa contentezza nel cuore si avviò fuori per dare il benestare al mandato per il suo onorario, fermo oramai da mesi in attesa di quella dannata firma.
Fu il giorno dopo che un taxi ruppe la monotonia del borgo e il fatto che a chiamarlo fosse stato Karl indispettì non poco Scalici.
«Ma se aveva voglia di andare in città potevo accompagnarla io. Con quello che costano i taxi da noi!», continuava a protestare nervosamente il giardiniere.
«Sono ricco adesso, Scalici. Si riposi invece, la vedo provato e mi rendo conto che il suo legame con i miei era davvero forte», rispose Karl richiudendo la portiera della vettura.
Andato via il taxi, Scalici ebbe poi da irritarsi ulteriormente perché ben due gomme della sua amata auto erano squarciate e giacevano sgonfie e accasciate sulla ghiaia del vialetto. Che avesse in progetto di seguire il nuovo padrone a debita distanza è un sospetto difficile da smentire, ma il trambusto quel giorno non terminò con quegli eventi, perché alle due in punto del pomeriggio un rumore di cingoli squarciò l’aria sonnolenta del dopo pranzo. La Mannino, con uno straccio in mano mise la testa fuori dalla tenda antimosche e rimase raggelata dalla enorme ruspa che stava scivolando fuori dal rimorchio grigio posteggiato appena oltre il cancello d’ingresso. Rovinosamente la cuoca rientrò alla ricerca del telefono, urtando una pila di piatti che con fragore terminarono la loro vita in grossi cocci sparsi ovunque. Allo Scalici occorse quasi un’ora e un paio di passaggi su motorini scalcagnati per tornare alla villa: la voce strozzata della Mannino al telefono lo aveva infatti raggiunto mentre contrattava due gomme in buone condizioni da sostituire alla sua auto. La scena al suo arrivo era surreale: il bulldozer addentava brani della collinetta, svellendo arbusti e sbavando terriccio e radici dai denti arrugginiti; scostati quanto basta da quel putiferio di meccanica e distruzione, la Mannino e il parroco gesticolavano e urlavano verso Karl ogni possibile oscenità, sovrastati però dal rumore della ferraglia ingorda. Scalici potè solo unirsi agli improperi e aspettare con l’occhio vigile l’arrivo del Seminara, da lui subito allertato. Dal terrazzo della villa, le due bimbe intanto sembravano godersi lo spettacolo inatteso con una salva di urletti che accompagnavano il ritmo dei morsi del mostro di metallo e le buffe ruzzolate a pancia all’aria di Quizzy, che alle piccole si era unita per la sua dose di coccole.
Dopo un’altra mezz’ora un ansimante Seminara arrivò nel suo gessato d’ordinanza, trafelato come reduce dalla maratona di New York. Con una rapida occhiata salutò un disperato Scalici e provò a farsi ascoltare dal Londsdale.
«Cosa diavolo state facendo? Avevate preso un impegno, facendo così perderete tutto! Tutto!», urlava con la sua voce stridula il notaio.
Karl lo degnò appena di uno sguardo di sbieco intento a osservare qualcosa in mezzo alla povere alzata dal demolitore. Aspettava un segnale che a un tratto lo precipitò verso la zona delle operazioni: con un gesto intimò alla macchina di fermarsi. Nell’improvviso silenzio le urla dei convenuti continuarono per qualche minuto, ma uno alla volta i quattro si ammutolirono davanti ai pezzi di legno che facevano capolino tra le pietre.
Con la mano Karl scostò un pò di terra da alcune tavole di legno sepolte, davanti a un incredulo Seminara e a un livido Scalici.
«Dieci anni. Avevo dieci anni e lassù in mansarda c’era la stanza dei giochi dei miei. Allora non lo capivo, ma non erano giochi da fare con qualcuno che potesse osservare. Poi per un problema di umidità dal tetto decisero di spostare tutto sul retro e gli scuri di legno pieno furono rimossi e sostituiti con le persiane. Me li ricordo per un pezzo accatastati vicino al casotto», parlava piano Karl accovacciato con gli occhi bassi, carezzando con il palmo il legno rovinato delle vecchie ante. Per qualche minuto sembrò non voler dir altro, muto in un silenzio surreale. Poi due divise da carabiniere attirarono l’attenzione di tutti. Karl si rimise in piedi e con un sorriso si rivolse ai quattro sconvolti personaggi che osservavano con sguardi preoccupati la scena.
«Ho invitato le forze dell’ordine. Spero non vi dispiaccia, perché vi vedo alquanto contrariati. Stiamo festeggiando una nostra vecchia amica in fondo, rallegratevi su!», rise nervoso dirigendo il suo sguardo all’indirizzo del parroco. «Padre Mariano! O preferite che mi rivolga a voi come reverendo Crowley?»
Il sacerdote fece appena per opporsi, ma Karl gli spense subito il fiato in gola. «Layla! La ricordate? Scommetto di sì. Quando ero piccolo e i miei avevano il loro da fare, Layla rimaneva la sera a occuparsi di me.»
Si voltò verso Scalici, «poco prima di squarciarvi le gomme, a proposito pago io la riparazione s’intende, stavo ripensando a quella volta che vi trovai insieme, mentre rassettavate gli attrezzi nel casotto. Doveva esservi caduto qualcosa nei pantaloni e
Layla stava aiutandovi a cercarci dentro. Eppure devo dire che fino a quando non sono tornato nella mansarda, non ho compreso quell’ossessione di mia madre per il parco.»
Si girò all’indirizzo del notaio questa volta, «strano, caro notaio! Mia madre forse voleva solo tenermi fuori da questo posto. Un gesto d’amore in fondo. Ed io che pensavo mi odiasse! Se no ricordo male la procuraste proprio voi quella giovane e bella babysitter ai miei. Arrivavate insieme in macchina, lei e la sua gentile consorte, che dio l’abbia in gloria! E Layla, ricordo bene? Poi voi vi dedicavate al vostro consueto intimo burraco settimanale e lei mi leggeva bellissime favole dai libri che ogni volta mi portavate in dono.»
«E voi? Mia cara signora Mannino!» A lei si rivolse con una piccola giravolta, «quanto eravate giovane e sprovveduta quando quella sera doveste prendere il suo posto. Crowley. L’avevo sentito quel cognome, ma non ricordavo più quando.»
Accanto alla cuoca il giardiniere sembrava cercare protezione, «Scalici! Quando quella sera lei venne a chiamare la sua devota signora Mannino, io fingevo di dormire per non continuare a dover seguire i suoi giochi stupidi. Solo due parole colsi dal vostro bisbiglio: incinta e un termine strano che ricordava guarda caso proprio Crowley. Diciamoci la verità la pronuncia inglese non è il vostro forte. Però, senza alcun nesso allora, per me bambino due eventi si susseguirono dopo che al mattino raccontai quello strano dialogo a mia madre. Che lei iniziò a cercare tutti i modi per cacciarmi di casa e che la “provvidenziale collinetta” crebbe di giorno in giorno.»
Sembrava che il gelo fosse sceso su quel giardino. Karl si rivolse prima ai due carabinieri, «prego, possiamo procedere a quanto pare.» E poi al triste drappello di sodali, «e anche voi miei cari, non avete voglia dopo tanti anni di salutare la nostra amata Layla e lo sfortunato figlio di Mr Crowley? Andiamo, in fondo adesso lui è il nuovo proprietario di villa Londsdale. Corretto notaio Seminara?»
Quizzy sulla terrazza uggiolava sonoramente, visto che ancora nessuno quel giorno aveva provveduto al suo pasto.

La vista dall’alto

La vista dall’alto, al momento, non é chissà cosa.

Una coltre di nubi, una sorta di bambagia lattea, copre completamente la visuale.

Mi avvicino sempre più veloce a qual soffice muro bianco. Almeno io lo immagino soffice. Il sole, una palla di luce nel cielo, non dona quel calore che ci si aspetta. Forse perché in quest’aria sottile che ti rende il respiro corto, affannoso, quasi un rantolo, quel calore non ti arriva.

Intanto sparisco, inghiottito dalle nuvole e tutto si fa grigio, donandomi un sottile senso di angoscia. Dalla luce piena, dal freddo intenso, dall’aria che manca, passo in un bagno traslucido di colore indefinito, che si carica, mano a mano che cado, di una sgradevole umidità. Gli occhiali si velano di mille goccioline e l’aria, mi entra nel naso, in gola, carica di acqua che sento scendere, ma solo un filo, nei miei polmoni. Sempre più avidi d’ossigeno e avverto quella fame d’aria, di cui mi hanno parlato nei giorni dell’ addestramento.

Do un colpo di tosse e poi ancora un altro. Per liberare la gola, per mandar via quell’oppressione che schiaccia il mio petto, che non riesce a dilatarsi come vorrebbe, come dovrebbe. Al muro d’aria si aggiunge quest’acquerugiola nebulizzata e il fiato mi manca.

Un’altra boccata a cercare quell’ossigeno di cui ho bisogno, ma mordo a vuoto e ben poco mi entra in bocca, piuttosto l’aria continua a schiaffeggiarmi e sento le gote che si deformano sotto la forza e la pressione della caduta.

Stupidamente penso alle facce assurde e deformate, fotografate e sparse con dovizia in internet, in quei siti dove la deformità è regalata per strappare una risata. In questo momento, a me non scappa da ridere. Anzi, non so cosa pagherei per effettuare un respiro profondo, tanto da stordirmi per il troppo ossigeno, piuttosto che, come ora sono stordito da un principio di ipossia.

Esco dalle nubi e la terra dai toni che virano dal marrone al verde cupo, si avvicina sempre più. Quel colore grigio, in cui ho viaggiato negli istanti precedenti, non mi ha abbandonato,  anche se vedo, qua e la, sciabolate di luce più vivida, a dimostrazione di varchi luminosi. Gli occhiali si puliscono e la nebbia si scioglie e l’altimetro mi segnala che il momento è arrivato. Afferro la maniglia, sulla mia spalla destra e tiro con forza mentre invio un lampo di preghiera, affinché il paracadute faccia il suo dovere.

Come un obbediente soldatino, un fiore di tessuto colorato si apre indicando la mia presenza, in basso  e in alto. Lo strappo della frenata è tremendo; non aspettavo un colpo così forte, tanto che ho l’impressione che la ragnatela di cinghie di sicurezza, che mi avviluppa siano penetrate nelle mie carni, trovandosi benissimo. Dalla precedente posizione orizzontale, in una quasi apnea, mi trovo appeso ad uno straccio, in balia di un vento mutevole. Comincio così un lavorio con i tiranti. Da una parte per rimanere in posizione eretta, possibilmente. Dall’altra per indirizzare la vela verso il punto di raccolta, o almeno nei pressi. Lentamente e con grandi volute, continuo la discesa e ora assaporo tutta la bellezza del gesto che sto compiendo. Leggero, quasi come l’aria, dall’alto ora scorgo e ammiro cose, che normalmente non vedo. Meglio, le vedo da altra angolazione. Ho la sensazione dei meandri del fiume giù in basso e ora ne leggo tutta la sinuosità. Vedo le lanche e le lingue di sabbia e come la corrente ruba e regala le rive. Poi i tetti e di come il tempo li abbia invecchiati, consunti. Le sottili pennellate di verde che richiamano i muschi e quelle macchie più scure, che rivelano licheni antichi, ovvero polveri e morchie sedimentate.

Ancora lo sguardo si posa sul reticolo delle strade e su quello che scorre su di esse. Pezzi di metallo che custodiscono persone con le loro storie, a narrare di se e degli altri.

Intanto la terra si avvicina sempre più velocemente e debbo prepararmi all’ultimo gesto e quell’alto, che mi ha oppresso, quella vista che aveva suscitato fastidio, sento che mi mancherà.

Mi devo preparare, perché il momento si avvicina, più veloce di quanto immaginassi. Distinguo nettamente la grande lettera su cui dovrò atterrare, dando l’impressione di quella leggerezza che fino ad ora mi ha accompagnato. Non potrò certo schiantarmi, né fermarmi in maniera goffa e impacciata. Piuttosto dovrò imitare un balletto, una danza saltellante tale da poter fermarmi con grazia, quasi a terminare una coreografia iniziata con un tuffo nel vuoto a dimostrazione che per una attimo ho volato, mi sono librato sul mondo che, visto dall’alto, ha una diversa immensità.

L’ immensità vista dall’alto.

Il Seme come Insegnante (2 parte)

Come promesso metto in stampa la seconda parte del racconto, scusandomi con i gentili ospiti per il ritardo. A mia discolpa posso dire che ho avuto una giornata difficile e solo ora ho avuto accesso al pc. Sono dispiaciuto dell’accaduto e spero di poter avere la vostra comprensione. Garzie ancora per la pazienza.

Sistemati gli occhiali, la Atto fissò con sguardo inferocito il collega, gli strappò letteralmente di mano il sacchetto che ancora stringeva e si concentrò sull’etichetta: il cerchio di stelle in campo blu dell’Unione Europea, una bandiera a strisce orizzontali, il logo della ditta produttrice, la dicitura Made in Nederland e infine, tradotto in quattro lingue, il nome del prodotto: Oregano.

– Ma è origano ! – esclamò.

Lo stupore iniziale, sul volto della Atto si trasformò in un sorriso e poi in una risata  liberatoria.

– Certo che è origano, che cosa credevi? Che fossero semi di cannabis? O spore di peyote, forse? – ribatté piccato il collega.

Il professor Innavo, dal suo punto d’osservazione, sbuffò per liberare la tensione accumulata.

Anche lui aveva immaginato che il sacchetto contenesse sostanze illegali, data l’agitazione del collega di scienze e lo spirito combattivo con il quale si era espresso. Già aveva visto le Autorità fare irruzione nella scuola, perquisire le aule, denunciare il fattaccio e consegnarlo così all’inevitabile gogna mediatica. Il buon nome della scuola e quello dei docenti sarebbero finiti nel fango; la sua specchiata carriera sarebbe stata fagocitata dall’infamia. A quel punto, sentì l’obbligo di intervenire; lo richiedeva la sua anzianità professionale.

Doveva essere autorevole nel fermare quel chiaro sproloquio che stava smascherando una pericolosa deriva autoreferenziale: il professor Marcello Ollecra sembrava più interessato al suono della propria voce, che a trasmettere il sapere ai suoi allievi.

E lui era o non era il più anziano del corpo insegnanti? Dunque doveva dare un esempio, lasciare una traccia che non fosse solo una reprimenda; doveva dare un segno positivo e sperare di invertire quella deriva, o almeno fermarla.

Si staccò dallo stipite e si portò a capo del lungo tavolo.

– Marcello, – cominciò, – ti do del tu perché questo è il momento e non credo ce ne saranno altri.  I ragazzi a questa età sono strani: teste piene di vento, ma a loro modo curiosi come scimmie. Sfruttala questa curiosità, facendo piantare loro codesti semi e non solo origano, ma  anche menta, timo, basilico ad esempio. Suggerisci loro di tenere un diario riguardo innaffiatura, esposizione, il micro clima della classe. Come se fossero in qualche modo responsabili, di un loro laboratorio scientifico.

Avvicinali alla scienza, in modo intelligente; non seguire la facile via degli slogan o le chimere dell’utopia. Persegui risultati concreti; a volte basta un seme e la voglia di farlo crescere, di vederlo spuntare, coltivando la speranza che quel seme e i nostri sforzi renderanno il mondo migliore di com’era prima.

I due giovani insegnanti fissavano attoniti l’anziano collega: era una rivelazione per entrambi. Avevano incontrato Giovanni Innavo ai consigli di classe; un uomo schivo, introverso, non propenso alle confidenze, ai sorrisi. Lo consideravano un maestro nelle sue materie, invece aveva appena dimostrato di essere anche un maestro di vita, una vita possibile, fatta di tanti semi da lasciare nel solco per coltivarli o farli coltivare Marcello Ollecra si riallacciò il bottone della camicia, risistemò la cravatta e, con un accenno di sorriso, disse:

– Hai ragione professore. Attraverso la trasformazione di se stessa, la natura ci insegna a vivere e un semplice seme può diventare un prezioso insegnante.

Si, apriamo un laboratorio scientifico di classe e lo chiameremo … “ Il biodinamico della Seconda B”. Cosa ne pensate? –

Giovanni incrociò lo sguardo di Carlotta, e si trasmisero l’idea di avere creato un mostro: eco sostenibile, a impatto zero, no OGM e mentre la campanella suonò l’inizio delle lezioni, si udì chiara, la sonora risata dei due professori.

Un seme come insegnante (Parte prima)

 Ritorno a questo caffé dopo parecchio tempo, dovuto a varie cause, di cui vi assicuro che non vi tedierò.

Questo racconto diviso in due parti nasce dall’impegno preso all’Uni3, cui mi sono iscritto, e che é sfociato, non solo in questo scrito, ma anche nella pubblicazione dello stesso, insieme ad altri racconti dei vari partecipanti al corso di “Scrittura Creativa”. Ecco dunque la prima parte e nel lasciarvi alla lettura, spero piacevole, mi corre l’obbligo di ringraziare per questa occasione, il nostro anfitrione.              

Intabarrato nel suo vecchio soprabito e certo di non essere visto, il professore scivolò attraverso lo spiraglio della porta che Alfredo, il bidello, aveva lasciato scostata per assecondare quella che considerava una bizzarria dell’insegnante: il desiderio di risultare invisibile.

Il professor Giovanni Innavo, docente di italiano, storia e geografia, era orami giunto alla fine della carriera scolastica; ancora qualche mese e per lui si sarebbe spalancato lo “splendido autunno” del pensionamento tanto atteso e tutto da vivere.

Salite le scale, guadagnò la sala professori, assaporando quella mezz’ora di completa e gratificante solitudine che lo separava dall’inizio delle lezioni.

Ma quel giorno, le sue aspettative svanirono in un respiro: in fondo al lungo tavolo della sala, sedevano, uno di fronte all’altra, Marcello Ollecra, insegnante di matematica e scienze, e Carlotta Atto, giovane e piacente insegnante di lingue

Il professor Ollecra, parlando in tono accalorato, brandiva un sacchetto che la collega fissava rapita, se non intimorita, dall’enfasi con cui il professore lo agitava.

Nessuno dei due si accorse dell’ingresso di Innavo, che si immobilizzò appoggiato allo stipite della porta e tese le orecchie per afferrare il senso del discorso di Ollecra.

Dunque qual era il problema? Spiegare il seme alla seconda B, alla prima ora.

– Capisci, Carlotta?  – stava dicendo Marcello, allentando la cravatta e slacciandosi il bottone della camicia. – Ti pare giusto che ai ragazzi spieghi il seme con una pletora di tecnicismi?

Ciò renderebbe la lezione di una tale aridità! Io avrei intenzione di arricchire il discorso con una serie di esempi, di metafore, mantenendo però un’aderenza alla materia, proprio per non uscire dal seminato.

La professoressa annuì con convinzione, a bocca aperta, e tanto bastò al collega per sentirsi in diritto di proseguire il monologo.

– Ora senti quali metafore intenderei utilizzare: inizierei con il  seme  come principio di vita e di morte. La vita esiste se il seme muore. Un perfetto ossimoro, morire per vivere. Potrei partire parlando del seme in agricoltura. Il seme, una volta piantato, germoglia; la pianta cresce e a sua volta fruttifica e genera altro seme. Un ciclo infinito o quasi. Aggiungerei qualche esempio su come il seme si propaga in natura. Con i soliti esempi del vento, dell’acqua, degli animali, come mezzi di trasporto. Che ne dici, Carlotta?

Lei tornò ad approvare con un cenno del capo e il collega, ringalluzzito più che mai, riprese:

– Bene, bene. Vorrei continuare mettendo l’accento su come il seme, generatore di vita, proprio per la sua intrinseca preziosità, non debba essere sprecato e qui, potrei introdurre un pistolotto morale su come non si debba andare contra sextum.

La Atto sbarrò gli occhi e, alzate la mani, sbottò:

– Marcello, attenzione! Secondo me ti vai a mettere in un ginepraio che non immagini. Contra sextum? A dei ragazzini di seconda? Che mi risulti, di educazione sessuale, in questa scuola, non se n’è mai minimamente accennato. Ti vuoi mettere contro il Preside? E soprattutto contro il collega di religione? Che tra l’altro è anche parroco del paese? Ho paura che sarebbe come  scatenare un Moloch! Frena, Marcello, ti conviene parlare del seme di grano e lasciar perdere gli altri.

Ollecra la guardò contrariato , poi commentò acido:

– Tu credi? Credi che gettare un piccolo seme di moralità sia fuori luogo? Ritieni sia meglio lasciare  giovani menti in balia di ormoni impazziti?

Carlotta scosse la testa:

– Parliamone ancora, se vuoi, ma non ora; riprenderemo l’argomento in un contesto appropriato se mai; adesso, però, vai avanti, per favore: qui  tra poco arriveranno i colleghi.

Il professore si toccò nervosamente il nodo allentato della cravatta.

– E va bene. Allora utilizzerò la metafora della violenza. Sì, il seme della violenza e dell’odio; anzi, meglio ancora, del bullismo. Di questo credo non se ne parli abbastanza e qui esistono fulgidi esempi in tal senso; tu sai benissimo a chi mi riferisco; proprio ad alcuni ragazzi delle terze che hanno preso di mira alcuni dei più piccoli e occorre intervenire. Subito, adesso e sradicare questa mala pianta,–

Per dar forza alle sue parole, Ollecra aveva alzato il tono di voce, ma aveva perso il controllo della salivazione, tanto che alcune goccioline andarono a colpire gli occhiali della Atto. Lei si scostò schifata  e cercò nella borsa un fazzoletto per pulire le lenti; poi lanciò un’occhiata di fuoco al collega. In quel momento, il professor Innavo, sempre immobile contro lo stipite della porta,  pensò, da buon geografo, ai vulcani, materia di una sua prossima lezione. “Ecco, ci siamo,” si disse. “Manifestazioni piroclastiche da vulcano esplosivo. Adesso voglio proprio vedere chi scoppierà tra i due”.

E fu subito accontentato.

The show must go on

Ogni notte Anna aspetta con pazienza che il sonno giunga. L’attende in una posizione particolare, supina con la gamba destra un po’ rannicchiata sotto la sinistra. Così lieve scivola verso il sogno e Marcellino allora siede sul bordo del letto e sottovoce canta la canzone che ha scritto per lei. Lui ha sempre le unghie delle mani tinte di blu e un bel completo azzurro pastello. Le carezza piano la pancia e chiede come stai amore mio? Anna allora sorride e risponde bene Marcellino. Bene ora che sei qui.

Quel nome lì, Marcellino, gli era rimasto incollato fin da piccolo per distinguerlo dal cugino più grande che si era già aggiudicato il Marcello del nonno. Poi però si sa che la vita ha il senso dell’ironia e così era venuto fuori un omone di due metri, mentre il più anziano Marcello era rimasto un fuscello basso e mingherlino.

Quando Marcellino volò via era un mercoledì. Fosse stato un giorno diverso allora sarebbero andati in negozio insieme con Anna. Ma era mercoledì e di pomeriggio lei doveva andar in giro a sbrigar chissà quali faccende. Così disse. Quando tornò a casa già era tutto accaduto e il maresciallo le era andato incontro con una faccia che non lasciava nessuno spazio alle domande. Anche chiedere il come le sembrò superfluo e troppo fiato le rimase in gola insieme a molte altre parole non dette.

Marcellino glielo fecero vedere solo perché dovevano compilare delle carte e anche lì solo il silenzio si ebbe da lei. Non una parola, una lacrima. Buttò giusto un’occhiata pietosa su quel fagotto d’ossa rimesse insieme con cura precaria, ma nulla di più. Marcellino era ben altro nei suoi occhi; lei poi disse ok andiamo a casa ora, come se potesse ancora ascoltarla, levarsi in piedi, aggiustarsi il vestito e venirle dietro. Lenta si era incamminata tenendo stretta la borsa: fosse stata una cosa viva l’avrebbe asfissiata tanto la serrava a sé. La gente mentre passava veniva fuori a guardarla, le faceva un cenno di saluto perché di avvicinarsi non se ne parlava proprio e rientrava subito dopo. Lei procedeva e girava solo lo sguardo gelida, dura del silenzio, stritolando la borsa.

Geronimo arrivò in serata e la chiamò in disparte. Rimasero nel corridoio dieci minuti a gesticolare. Poi si lasciarono in qualche modo. Di Geronimo non lo ricordava più nessuno il nome vero, nemmeno sua madre. Lui era nato sbagliato e forse qualcosa Nina avrebbe potuto fare per metterlo un po’ meglio al mondo, ma i soldi erano pochi e già apparecchiare più volte al giorno e cucire due stracci decenti da mettersi addosso era per lei un successo. Per quello che potevano in paese l’avevano aiutato: gli spiegarono a portare il carro funebre a due all’ora e a servir messa, rassettando un po’ la parrocchia dopo i riti e prenotando le benedizioni su un foglio pulito. Per tutto questo gli davano qualche euro che a casa faceva comodo, perché Nina con le riparazioni incassava sempre meno e con la vista che le rimaneva gli orli venivano una vera schifezza. La gente però non aveva cuore di farglielo notare, così si riprendevano le loro cose, pagavano più per mascherare un obolo e poi a casa disfacevano tutto e provavano a rimediare.

La mattina dopo Geronimo arrivò presto e controllando il corteo dagli specchietti si infilò tra i vicoli silenziosi che portavano alla grande piazza assolata. La gente metteva la testa fuori e si faceva un segno della croce veloce. Qualcuno, pochi in verità, si buttò addosso una giacchetta scura e si aggiunse alla processione, più per vedere come sarebbe andata a finire che per partecipare. Marcellino era quello strano e troppe cose che aveva cantato a tanti non eran andate giù. Avevano ingoiato il rospo finché i riflettori erano rimasti accesi, poi…
Sfociati nella piazza, Anna allungò il passo appena un po’ affiancando sul lato guida Geronimo. Con una mano gli fece segno di fermarsi, mentre lei si diresse verso la scalinata della chiesa. La porta era chiusa e a vederla piantata lì davanti a guardare quell’ingresso sbarrato con la borsa stretta al petto dava l’impressione di avercela la forza per buttarla giù.
Don Mariano intanto dalla finestrella in alto la spiava e a sapere come sarebbe andata a finire, di sicuro avrebbe preferito che davvero l’avesse buttata giù quella maledetta porta. Peccato che poco dopo le vide farsi il segno della croce, girarsi e tornare indietro. Anna fece cenno a Geronimo che ora potevano andare e si rimise al suo posto lì dietro.

Per tre giorni la gente continuò a chiacchierare, zittendosi quando Anna appariva nel suo mutismo. Al quarto la osservò tirare su la saracinesca e mettere fuori le sporte con la merce nuova. E una settimana bastò perché sbiadisse Marcellino e i suoi due metri inutili. Eppure qualcosa di pesante era rimasto nell’aria e anche a respirar piano la fatica di tirare avanti riaffiorava ogni santo giorno. A sera quel peso in petto li gettava nei letti esausti e più provavano a dimenticare più la figura di Anna davanti a quel portone li torturava.

Geronimo il mercoledì dopo aveva bussato alla porta della donna e nel suo modo a gesti e spezzoni di parole aveva comunicato un messaggio di padre Mariano. Anna si era presa un minuto buono per manifestare una reazione. No, aveva detto, ora ho da fare.
Geronimo bissò la visita altre due volte, stessa scena, stessa risposta. Poi un sabato mattina Anna si preparò presto e già alle sette scampanellò alla canonica. Padre Mariano le aprì con gli occhi rossi spiritati salutandola con un cenno appena e invitandola a entrare.
Anna fece solo due passi piccoli e restò in piedi vicina alla soglia, muta mentre padre Mariano finiva di avvitare la caffettiera. Il fuoco con un guizzo si era acceso e il parroco lo aveva guardato danzare sotto la caldaietta: sibilo di gas, respiri faticosi e silenzio gelido nel breve spazio della cucina.
Silenzio che Anna ruppe per prima, «inutile che continui a mandare Geronimo. Non posso farci niente io. Lo conosci meglio di me Marcellino, dovevi pensarci prima.»

«Non potevo celebrare io. La comunità, cosa avrebbe detto la comunità?»

«Che comunità? Sai bene che non c’entra niente il funerale. Dovevi pensarci prima, quando veniva a cantare nel coro.»

Padre Mariano sorrise, «ancora con questa storia del coro. Mi pare che il suo bel successo poi lo ha avuto e con i soldini vi siete pure aperti il negozio.»

«Due anni, al terzo è rimasto sei mesi a guardare il telefono muto. Lo sapevo io e lo sapevi tu. Se lo sono mangiati vivo finché divertiva il pubblico poi, puff, tutto evaporato, da un giorno all’altro. Le mode cambiano Marcellino! Sei già vecchio Marcellino!E poi quel nome, Marcellino! Devi cambiare. E io ve lo dicevo che aveva bisogno di aiuto quando lo vedevate truccatissimo in TV. Che grandi risate, eh! Ma uno grande e grosso secondo tutti voi deve per forza spaccare il mondo, giusto? Aveva tutto in fondo e se hai tutto non devi chiedere aiuto a nessuno. Peccato che a lui piaceva cantare, solo quello sapeva fare. Cantare.»

«Devi convincerlo Anna. Ogni notte, ogni notte viene a tormentarmi.»

Rise, «convincerlo? E proprio voi credete ai fantasmi? Padre Mariano io non sono riuscita a convincerlo in vita e dovrei farlo ora che è troppo tardi? E poi sono fatti vostri questi? Solo vostri. Io non c’entro niente. Io la notte dormo. Vuol dire che non ho conti in sospeso con nessuno e dormo.»

«Ma cosa volete da me? Cosa?»

«Ma davvero non ci arrivi? Sai cosa mi ha detto due ore prima di buttarsi giù? Ha detto che comunque sia lo spettacolo deve andare avanti. Sempre. Anche se è tutto perso.»

«Ma tu avevi capito qualcosa? Potevi fermarlo. Dovevi…»

«Dovevo cosa? Era finita, lo capisci? Lo capite tu è la cazzo dì comunità? Non ce la faceva più. Se non poteva cantare non aveva senso continuare a fare i conti della cassa a fine giornata. Ogni giornata uguale a quella prima. L’unico modo per non farlo morire era obbligarlo a non vivere più. E l’unica cosa che ho potuto fare per lui è stata lasciarlo andare. E sai cosa voleva? Un ultimo spettacolo, qualcuno che cantasse per lui, per una volta. Per l’ultima volta.»

«E io che avrei dovuto fare?»

«Cantare! Solo quello. Cantare. Tu e il tuo stramaledetto coro. Eri l’unico che potevi farlo per lui. Gliel’hai contagiata tu questa malattia del canto. O hai dimenticato anche questo? Oltre a quanto faccia schifo la comunità?»

Quella notte Anna aspettò con pazienza che il sonno arrivasse. Poi, come spesso accade ancora oggi, Marcellino scivolò leggero sul pavimento e si sedette su bordo del letto.

«Canta ancora bene padre Mariano», disse carezzandole la pancia.

«Si è deciso a passare quindi.»

«Deve avere avuto solo voglia di dormire finalmente. Canta bene, eh! Ma repertorio vecchiotto. Dovrebbe aggiornarlo, le mode cambiano. È arrivato che il custode non lo voleva fare più entrare. Sembrava Ozzy Osbourne sul palco tanto era indemoniato. Bel mazzo di fiori? Eh! Gli saranno costati. E poi nel silenzio della sera ha tirato fuori un falsetto che l’avesse sentito il mio produttore si sarebbe strappato i capelli dalla gioia.»

«Posso chiederti una cosa?»

«Certo?»

«Stai meglio ora?»

«Ora che padre Mariano ha cantato per me?»

«No, ora che…»

Il primo raggio di sole trafisse il pulviscolo tenue della stanza.
Vuota.
Anna nel sonno sorrise.
Finalmente.