Un Cristo senza cielo

Quella mattina, all’ora in cui si dice che i sogni siano veritieri, era stato visitato da suo padre. O, almeno, sapeva che doveva essere lui: lo sapeva di quell’ovvia certezza che, nei sogni, riesce a farci sembrare consueto ciò che non ci è mai capitato. Alto, altissimo, lo teneva per mano. Lui, però, non era un bambino; l’episodio si svolgeva nel presente.

Era a fianco del padre ma anche un po’ indietro, come se si stesse facendo trascinare, e non riusciva a vederlo in viso. Poi il padre aveva accennato a voltarsi – forse per sollecitarlo? – e lui era stato preso da un’eccitazione parossistica che però, e gli sembrava strano, non sapeva ricordare se fosse paura, angoscia, o gioia. A quel punto si era svegliato, con il cuore che batteva all’impazzata, senza aver potuto vedere neanche in sogno quel volto che non aveva mai conosciuto nella realtà.

Questo frammento gli era tornato alla memoria adesso, improvvisamente, senza un motivo che sapesse capire, mentre camminava lentamente lungo via Monferrato, tornando al lavoro dalla trattoria dove, per abitudine, consumava i pasti. Assorto nei propri pensieri, aveva sentito una voce minacciosa, un avvertimento urlato al megafono, ma senza coglierne le parole, senza rendersi conto che era rivolto a lui; eppure l’incongruità di quel suono, fuori luogo in quella via elegante e tranquilla, lottava per farsi strada verso la sua coscienza. Qualche giorno prima c’era stata in quei paraggi una troupe televisiva; forse stavano ancora girando e lui disturbava le riprese? Alzò gli occhi dal suolo e si guardò intorno. Alla sua sinistra c’era una delle vetrine della banca; sul manifesto che la occupava quasi per intero, il sorriso ebete di un giovane seduto sulla bitta di una barca a vela, in un’escursione che si intuiva costosa, faceva pubblicità alle carte revolving.

Nella striscia di vetrina lasciata libera dal manifesto comparve per un istante il viso di un bambino, incorniciato da capelli biondi. La bocca era quasi un rettangolo, tesa nella maschera di un pianto disperato; gli occhi spalancati guardavano di lato, in direzione di ciò che lo stava terrorizzando. Improvvisamente qualcuno, da dietro, colpì violentemente la testolina, che andò a sbattere contro il vetro macchiandolo di sangue. Per un attimo comparve una figura incappucciata che si muoveva nervosamente sullo sfondo.

«Fermo! Torni indietro!» urlò di nuovo nel megafono il comandante. Lui questa volta si girò in direzione della voce e vide, sul marciapiede opposto, parecchi poliziotti schierati, con le armi in pugno. Altri stavano transennando la strada.

Capita, in situazioni drammatiche, che i pensieri si succedano con una rapidità che normalmente non si sperimenta. Sono pensieri non formulati in parole; ricordi, idee collegate in modo misterioso che emergono improvvisamente in un complesso già organizzato, come se fosse stato lì, pronto sotto il pelo dell’acqua, da sempre.

Don Sandroni, il suo insegnante di religione alle scuole medie.

Mentre tutti i suoi compagni di classe approfittavano dell’ora di religione, e dello scarso rigore dell’insegnante, per dedicarsi alle più svariate attività – dal ripasso per l’interrogazione prevista all’ora successiva, al gioco del poker – lui intavolava spesso delle discussioni con don Sandroni, esponendogli i propri dubbi. Il prete non si scandalizzava, anzi: sembrava apprezzare che ci fosse almeno un allievo che lo prendeva sul serio, anche se per contrastarlo, e si sforzava di dare delle risposte. Che risposte fossero, non lo ricordava; sapeva solo che non gli sembravano soddisfacenti.

Perché mai Cristo era arrivato proprio allora (che significava ‘pienezza dei tempi’?) e non, invece, all’inizio della Storia, anzi nella preistoria, ai giorni del primo uomo, in modo da dare a tutti la possibilità di salvezza? Che ne era dei giusti vissuti prima di Cristo? Perché mai avrebbero dovuto aspettare la Sua seconda venuta, perché mai non potevano andare subito in Paradiso? Era forse colpa loro se erano nati troppo presto? Ma, più grave ancora: che ne è di un giusto nato dopo Cristo, che però non riesce a rendersi conto che Lui è il Salvatore? Basta questo mancato riconoscimento a condannarlo, anche se per il resto si è comportato come un santo?

E come può un Padre buono pretendere che suo figlio, innocente, vada incontro alla morte, e una brutta morte, per concedere ad altri la salvezza? Perché ci deve essere questo scambio, perché deve essere pagato questo tributo di sangue? C’è una legge, una regola superiore a Dio, a cui anche Lui deve attenersi, che lo impone?

Poi il tempo era passato, lui era cresciuto e non aveva più pensato a quelle discussioni: neanche quando aveva, in molte occasioni, conosciuto il dolore.

«Via! Vada via di lì! Si al-lon-ta-ni!» Lui era arrivato alla porta di emergenza della banca, quella senza bussola. Stava gesticolando e urlando, ma la sua voce era stata coperta dal megafono. Il comandante, dall’altro lato della strada, riuscì a sentire solo le ultime parole: «… al suo posto».

La porta di emergenza si aprì. Il bambino biondo sgusciò fuori di corsa, e lui entrò.

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L’incontro

– Arrivo giusto giusto all’acqua e alla siringa. Dai, per una volta puoi anche fare uno strappo! – disse Riccardo porgendo le monete.

Dalla finestrella di trenta centimetri per quaranta nella porta blindata il farmacista rispose:

– Te l’ho già spiegato, non dipende da me, non sono io il proprietario. Se non ti faccio pagare il supplemento notturno, ce lo devo mettere io.

– Non farmene cercare una usata e prendere l’acqua dal rubinetto, fammi quest’elemosina, per favore.

– Oh, ma sono tre euro. La faccio a te, la faccio a quelli dopo di te, e domattina mi ritrovo ad aver lavorato tutta la notte per pagare i vostri supplementi.

Riccardo ebbe un’idea. Porse le monete che aveva in mano al cliente in coda dopo di lui.

– Signore, me le compra lei acqua e siringa? Così il suo supplemento notturno vale anche per me.

Il tizio ci mise un attimo a capire. Si sarebbe risolto l’intoppo che gli stava facendo perdere tempo, e senza che lui dovesse sborsare un soldo. Prese le monete cercando di non toccare la mano del ragazzo. Sembrava pulita, ma tutto il resto… Orecchino, tatuaggi; una specie di canottiera scollata, cascante, macchiata, gli lasciava scoperta buona parte del torace ed era infilata solo a metà in un paio di pantaloni che non si capiva come facessero a reggersi sui fianchi stretti, pelle e ossa.

– Lexotan.

– Ce l’ha la ricetta?

Sapeva benissimo di non averla ma fece egualmente il gesto di tastarsi le tasche della giacca.

– Non ce l’ho con me, ma…

– Va bene, non importa.

Il farmacista scomparve dietro al bancone e tornò, dopo un tempo che gli parve interminabile, con il suo Lexotan, una siringa da insulina e una fiala. Lui passò siringa e fiala al ragazzo con l’orecchino tenendole con la punta delle dita, sempre cercando di evitare il contatto. Un attimo dopo il ragazzo era sparito.

Diede un’occhiata all’orologio, prendendo nota mentalmente di non uscire più con quello d’oro in queste occasioni: con la gente che si incontra di notte, era un rischio.

La puttana all’angolo della strada gli sorrise. Carina, ma il capo si sarebbe già lamentato anche senza ulteriori ritardi. Tirò dritto.

* * *

Riccardo il foro per l’orecchino se l’era fatto fare assieme a Elena. Lei non ne aveva ancora, di fori: quello era il primo, proprio come per lui. Avevano comprato un paio di orecchini tondi, semplici (a quel tempo lavorava ancora e qualche soldo ce l’aveva) e se li erano fatti mettere proprio in quella farmacia. Non da quel farmacista antipatico del turno di notte: c’era una ragazza sorridente, quella volta. Il foro non era stato neanche troppo doloroso, temeva peggio. Un orecchino lui e uno Elena, uguali: così si vedeva che stavano insieme. Al posto dell’anello di fidanzamento.

Quando Elena era morta di overdose, per un istante aveva pensato di toglierglielo. Non serve a niente un orecchino nella bara, e forse il compro oro gliene avrebbe dato dieci euro. Poi però non ne fece nulla: gli piaceva l’idea che continuassero a restare legati, lei di là e lui di qua. Finché un giorno, non troppo lontano, si sarebbero ritrovati.

Spense l’accendino, tolse la siringa dal blister e aspirò fino all’ultima goccia dal cucchiaino ancora caldo.

* * *

– Ce ne hai messo di tempo.

– Ho dovuto convincere il farmacista a darmelo senza ricetta… e poi c’era anche un drogato di merda che rompeva le palle.

Il capo prese il Lexotan con malagrazia.

– Puoi andare.

Mentre tornava a casa, rifletté. Non gli piaceva essere trattato così. Lui aveva un compito ben preciso, e importante, ma il capo lo sfruttava anche come factotum. Lo chiamava a qualsiasi ora del giorno e della notte per chiedergli le cose più impensate. Il giorno prima gli aveva fatto sturare un lavandino.

Gli sarebbe piaciuto ribellarsi, e forse un giorno ci avrebbe anche provato, ma per il momento aveva troppa paura. Non aveva fatto una bella fine Filippo.

Si consolò pensando che Filippo, in fin dei conti, era un manovale senza intelligenza e senza importanza. Non un artista come lui, che era capace di far passare cinquanta chili di roba buona sotto il naso dei doganieri.

Fumando una sigaretta

«Per lei no, Lorenzi. Lei è il migliore, non è vero? E allora le ho preparato questo, invece».

Le labbra sottili del professor Grenda, detto Scaccola, si erano lentamente tese ad alzare gli angoli della bocca in un sorriso appena accennato, ma chiaramente beffardo, mentre consegnava a Claudio Lorenzi, e a lui soltanto, la fotocopia di una pagina di Orazio, con le note cancellate. A tutti gli altri aveva dato un banalissimo brano del Vangelo.

È proprio uno stronzo, pensò Claudio. Aveva sperato che Grenda si sarebbe comportato da signore e avrebbe lasciato correre; dentro di sé, però, lo sapeva bene che non era possibile. La sua imitazione era stata non troppo cattiva, il che sarebbe stato forse perdonabile, ma troppo aderente al vero. Signori, voi non mi prestate l’attenzione che meriterei, e intanto si sfregava il naso con l’indice, e poi lo infilava improvvisamente in una narice e subito lo estraeva, come se la rapidità del gesto potesse renderlo invisibile a cinquanta occhi. Fingendo di guardare il registro scrutava invece la punta del dito, per poi pulirla subdolamente sotto la cattedra. Le risate sguaiate dei compagni dovevano essere state come stilettate per Grenda che, non visto, stava osservando il siparietto già da un po’. Peggio ancora, se se n’era accorto, il sorriso di Emanuela, rivolto a Claudio con ammirazione estatica. Proprio quell’Emanuela che Grenda portava in palmo di mano e di cui i maligni sussurravano che fosse – alla sua età – segretamente innamorato.

In hora saepe ducentos,

ut magnum, versos dictabat stans pede in uno

Claudio era bravo per davvero, e raccolse la sfida. Si lanciò in una traduzione svolazzante, non letterale, pur sapendo bene quanto Grenda ci tenesse all’aderenza al testo originale: proprio per infastidirlo. Fece di tutto, però, per rendere correttamente il significato, in modo da poter difendere a oltranza il proprio lavoro quando Grenda, inevitabilmente, avrebbe cercato di demolirlo. Ormai era un duello, insomma.

Spesso dettava duecento versi all’ora,

come fossero gran cosa, fumando una sigaretta

Attese la consegna della versione corretta non con la trepidazione di chi teme un insuccesso ma con l’impazienza di chi vuole scontrarsi con l’avversario. Grenda lo lasciò per ultimo. Sul frontespizio spiccava in rosso un grosso 6 sottolineato, come a voler evitare che potesse essere letto come 9 a foglio rovesciato.

Aveva sperato in un voto inferiore, in un’insufficienza, in modo che l’ingiustizia fosse più evidente e la lotta più facile. Sfogliò il compito: c’era un unico segno blu, ondulato, sotto alle tre parole fumando una sigaretta.

«Mi scusi, professore – cominciò – che cosa non le piace della mia traduzione di stans pede in uno

«È molto semplice, Lorenzi: non c’erano sigarette, allora; al massimo qualche pipa da oppio in terracotta».

«E questo che significa, professore? Ho fatto ricorso a un’immagine attuale per rendere il concetto più immediato al lettore di oggi. Che importanza ha se allora le sigarette non esistevano? A voler seguire fino in fondo la sua idea non bisognerebbe tradurre per nulla il Latino in Italiano, perché l’Italiano allora non esisteva».

Grenda non si fece impressionare dall’aggressività dell’allievo e replicò con compostezza. «Sciocchezze, Lorenzi, e lei lo sa bene. Ma la sua traduzione è cattiva anche per un altro motivo. Ha sposato un’interpretazione che nasconde completamente l’ambiguità del testo originale».

«E cioè, professore? Quale altra interpretazione potrebbe esserci per le parole stans pede in uno, se non il fatto che Lucilio dettava i versi con facilità, senza fatica, senza impegnarsi, cioè proprio fumando una sigaretta

«Cum flueret lutulentus, che viene subito dopo, lei lo traduce siccome i suoi versi scorrevano torbidi, ma c’è un sottile doppio senso che le è completamente sfuggito». Gli angoli della bocca di Grenda accennarono per un attimo un sorriso appena percettibile. «È possibile che Orazio volesse paragonare i versi di Lucilio alla diarrea: copiosi, ma di pessima qualità». Dall’ultima fila di banchi comiciò a sentirsi qualche risatina soffocata. «Lucilio potrebbe essersi ritrovato su un solo piede, metaforicamente, perché aveva alzato una gamba per facilitarne l’uscita, e questo va perso nella sua traduzione».

Lo scoppio di risate di tutti i compagni – tranne Emanuela, che aveva un’espressione disgustata – fece capire a Claudio che il professor Grenda aveva vinto questa battaglia.

Il suono della campanella dell’intervallo aveva subito interrotto l’ilarità della classe e la vergogna di Claudio.

* * *

Dopo un’ora di matematica e una di storia dell’arte, che gli erano sembrate più pesanti del solito, finalmente fu il momento di uscire. Claudio, zaino sulle spalle, camminava a testa bassa lungo viale Martiri, che con lieve pendenza risaliva la collina. Tutti gli studenti erano già spariti in direzione del centro; solo a lui che abitava a Mongrande, un po’ fuori città, toccava scarpinare fino a piazza Berna per prendere l’87 sbarrato. Ma oggi non gli dispiaceva affatto: non avrebbe tollerato di fare la strada con qualche compagno, che avrebbe sicuramente parlato dello scontro con Grenda; preferiva digerire da solo la figuraccia.

Un improvviso stridore di pneumatici, seguito dal rumore sordo di un urto, gli fecero alzare la testa. A neanche cinquanta metri un’auto si allontanava a gran velocità, lasciando un uomo disteso sull’asfalto. Vestito grigio, borsa di pelle: sembrava proprio… ma certo, era lui. Gli era già capitato, qualche volta, di incontrare lì Grenda: se al mattino arrivava in ritardo e trovava chiuso il cancello del parcheggio insegnanti, gli toccava cercare un posto su per il viale.

Per un attimo, Claudio pensò di tornare indietro. Avrebbe avvertito a casa di non aspettarlo, avrebbe mangiato un panino e poi sarebbe andato a studiare da qualche amico in città, senza far parola di quel che aveva visto. Certo Scaccola avrebbe lasciato scoperta la cattedra per parecchio tempo; con un po’ di fortuna, per sempre.

Mentre queste idee gli passavano per la testa, la mano di Claudio andò automaticamente alla tasca posteriore dei jeans, dove teneva il cellulare. Chiamò il numero di emergenza senza fermarsi, anzi accelerando il passo.

Grenda era supino, le braccia allargate al suolo. Aveva gli occhi aperti e si lamentava debolmente; un filo di sangue gli colava dall’angolo della bocca. Claudio si liberò dello zaino e si inginocchiò al suo fianco.

«Ho chiamato soccorso, professore».

«Ah, sei tu, Lorenzi. Grazie. Non credevo…» La voce era ridotta a un filo.

Grenda cercò di muovere le braccia, forse voleva puntellarsi sui gomiti per sollevare il torso, ma dovette desistere con una smorfia di dolore.

«Stia fermo, è meglio che non cerchi di muoversi».

«Lorenzi, Lorenzi…»

Continuava a guardare il cielo; non era riuscito neanche a girare la testa.

«Sono qui».

«La sigaretta… era una buona idea».

«Non pensi a queste cose adesso, professore…» cominciò a dire Claudio; poi si accorse che Grenda aveva chiuso gli occhi.

La sirena dell’ambulanza si stava avvicinando.