SUL SENSO DELLA MORTE

Un mio vecchio articolo filosofico. Non è una storia, ma oggi ci sta. (S.Re)

Dall’esperienza quotidiana nasce la domanda sulla morte, una domanda che attraversa la nostra esistenza e che non può ridursi ad una riflessione legata alla festa di tutti i santi; una domanda sul senso. Ma è possibile porre una tale domanda quando ancora siamo in vita? Già Epicuro ne mostrava l’impossibilità logica quando diceva a Meceneo: “Quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo noi”. Per Gadamer il pensiero della morte “trasforma di già la morte in qualcosa che essa non è”. Ma come trascurare il fatto che la cultura dell’uomo nasca proprio dall’incontro con la morte? Come spiegava Vico, matrimoni e sepolture stanno all’inizio della civiltà, e come dice ancora Gadamer: “ Ciò che veramente distingue l’uomo da tutti gli esseri viventi che la natura ha prodotto è che egli seppellisce i suoi morti e alla tomba dedica i suoi sentimenti, i suoi pensieri, le forme e le immagini della sua arte”. Ecco allora che l’uomo non può esimersi dal porsi la domanda sul senso della morte, proprio perché sa di dover morire. L’uomo muore, l’animale perisce, perché non può distendersi nel pensiero del tempo, e come diceva Heidegger: “L’animale non ha la morte come morte né davanti a sé né dietro di sé”.
Sartre coglie una duplice modalità della coscienza di morte: da un lato una presenza intima, dall’altro un potere estraneo che supera la nostra libertà: la morte ci appartiene, ma non dipende dalle nostre scelte. Proprio per questa estraneità l’uomo tenta di rimuovere, o ignorare, la coscienza di morte. L’uomo d’oggi censura l’esperienza mortale incrementandone l’angoscia; cerca di allontanare la paura della morte ma così facendo non trova senso a quell’esperienza. È l’angoscia per l’indeterminato. Ecco allora quella che Heidegger chiama strategia della diversione: “Il mondo pubblico dell’essere assieme quotidiano “conosce” la morte come “caso di morte”. Questo o quel conoscente, vicino o lontano, muore. Degli sconosciuti muoiono ogni giorno e ogni ora”. Tradotto con un’espressione comune è il tipico “si muore”, che spersonalizza la morte a tal punto da renderla anonima. Una volta o l’altra si morirà, ma per ora si è ancora vivi. Il “si muore” diffonde la convinzione che la morte riguardi gli altri, e infatti quel “si” è paradossalmente “nessuno”. Ma se la morte tocca un nostro caro, tutto cambia. Non tiene più l’elusività del “si muore”: la morte dell’altro diventa in questo caso quella di una mia parte.
Scrisse Pirandello quando morì sua madre: “Ma io piango per altro, mamma! Piango perché tu non puoi più dare a me una realtà. È caduto a me, alla mia realtà, un sostegno, un conforto”. La morte dell’altro risulta quindi essere un’anticipazione della nostra. Landsberg faceva notare come nei canti popolari, ma del resto anche nella bibbia, sia presente il lamento funebre. Sono canti di disperazione, canti che condannano l’abbandono di chi ci lascia. È il luogo della precognizione della morte. L’esperienza della morte è rottura della nostra comunione con l’altro. Una comunione che vive grazie ad uno statuto di comunicazione, di constatazione comune. Siamo testimoni della vita dell’altro, di ciò che soltanto con lui poteva essere. La morte dell’altro ci abbandona ad un’assenza che limita il nostro stesso esserci. Ma forse l’angoscia più grande deriva dalla paura della morte come anticamera del nulla: l’essere per la morte, il nascere per morire, il finire nel nulla. Da ente a niente. In essa è contenuta l’esaltazione del finito, ma anche la riduzione assoluta della progettualità, della speranza per qualcos’altro. E questo è antitetico all’uomo stesso, visto che nella nostra vita programmiamo naturalmente. Diceva Platone: “Chi può sapere se il vivere non sia il morire e il morire non sia il vivere?” Ridurre l’esistenza all’essere per la morte, considerando questa come impossibilità alle nostre possibilità, è ridurre l’esperienza umana al nulla, e quindi all’assenza di senso. È la morte come apertura alla possibilità che permette all’uomo di entrare in comunione con l’essere, permette la possibilità di un senso. È la morte stessa a rivestirsi così di una positività che è positività per qualcosa.

di Stefano Re

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Disegna la tua storia

Propongo qui un esercizio di immaginazione suggerito da Scrivere creativo. Fornito un disegno si deve creare una storia.

Luigi non capiva perché si fosse lasciato convincere da Clara di presenziare al vernissage della Galleria Due Punti. Si inaugurava la mostra di un artista dal nome curioso, che lui non aveva voluto imparare.

L’arte moderna non gli piaceva o meglio non la comprendeva, ammesso che ci fosse stato qualcosa da immaginare nell’osservazione di quadri, sculture e disegni. Per lui erano sgorbi colorati che qualcuno spacciava per arte come il disegno, nemmeno a colori, che stava osservando.

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«Sono capace anch’io di fare questo» borbottò Luigi, attirando gli sguardi di rimprovero di chi stava alle sue spalle.

Loro parevano in estasi nell’ammirare questo disegno al contrario di Luigi.

Clara lo tirò per una manica per allontanarlo da quel gruppo di persone che continuavano a seguirlo con gli occhi come per dire ‘ma che ci fai qui incompetente’.

Lui diede una scrollata di spalle, ignorando serenamente quei rimbrotti silenziosi che scivolavano via senza lasciare traccia.

«Gigi» sussurrò Clara dopo averlo trascinato in un angolo lontano da tutti. «Non farmi fare una figura di merda. Tu non sai…».

Luigi la guardò di traverso. “Figura di merda? Almeno fosse d’artista!” pensò, interrompendola.

«Quella sarebbe un’opera d’arte?» sbuffò indispettito, alzando un poco la voce. «Fatico a riconoscere che Botticelli abbia dipinto dei capolavori. Figuriamoci se credo a quel fallito che ha disegnato un albero spoglio e un puntino rosso».

Clara arrossì a quelle parole. L’ignoranza del compagno sull’argomento era abissale, pentendosi di aver insistito che l’accompagnasse.

«Quel disegno a pastello vale un milione di euro!» esclamò Clara, abbassando le braccia lungo il corpo in segno di resa. «È una prova d’autore di Piccadali, il più grande artista moderno. Le sue opere sono contese a pacchi di euro da gallerie e collezionisti!»

Lei aveva provato in tutte le maniere a trascinarlo per musei e gallerie d’arte ma adesso intuiva che era irrecuperabile.

Luigi esplose in una risata, attirando di nuovo gli sguardi malevoli dei presenti. Scuoté il capo in segno di sconcerto. “La gente è scema” pensò, avviandosi verso l’uscita. “Molte persone muoiono di fame e qualcuno spreca milioni per qualcosa che non suscita nessuna emozione”.

Arrivato all’ingresso fece un cenno di saluto a Clara.

«Ci vediamo a casa».

Destino – 7

La sesta parte è QUI

Capita spesso, quando sei troppo concentrato sulla realtà per come credi sia, che un microscopico evento ti sposti di una frazione di grado l’angolo di visuale mutando di colpo il panorama. Per Holbesh forse fu il minuscolo riposizionarsi sulla poltrona, mentre Sebastien armeggiava sugli aggeggi illuminati dai led, un movimento minimo che dovette modificare la luce e i contorni della scena. Ciò che prima appariva simile a un quadro, una realtà bidimensionale semplice, ora diventava un corpo solido, in una prospettiva in fuga verso il fondo di quel grande padiglione. Una scenografia nuova per suggerire, finalmente, la sola domanda che in quel momento avesse davvero senso. Un risveglio anche troppo tardivo sintetizzato in un, «ma cos’è questo posto? Dove siamo?»
Sebastien non distolse l’attenzione dai tanti display che mostravano numeri e tracce grafiche.

«In laboratorio. Vi siete addormentato forse?»
«No, no. Questo lo so e sono ben sveglio. Ma cosa è davvero questo luogo?»

Si alzò in piedi, mentre lo strano finto prete provava a capire con la coda dell’occhio l’evoluzione del suo ragionare.

«Voglio dire, siamo scesi non so quanti metri sotto terra fino alla porta enorme di metallo. Abbiamo percorso in silenzio il corridoio con il tetto illuminato. Ho contato almeno venti porte chiuse. E questo ambiente enorme, le macchine, la luce diffusa. Cosa è tutto questo?»
«Il laboratorio, cosa pensate possa essere se non un laboratorio? Un cinema a luci rosse?»
«Sebastien, noi siamo in questo borgo maledetto da non più di due anni. E in due anni non ho visto uno, dico un singolo operaio in città. E voi siete arrivato anche dopo me e siete tutto il giorno in giro a rincorrere gonnelle.»
«Come voi se non sbaglio.»
«Già, come me padre Martin. E non credo che da soli avremmo potuto scavare un metro di questo…»

Con un ampio gesto indicò tutto intorno con lo sguardo spaesato che il risveglio improvviso gli aveva impresso in volto. Sebastien annotò qualcosa su un foglio. Poggiò la penna accanto a un becher pieno di un liquido giallastro e sedette sullo sgabello vicino scaricando il peso del busto sulle braccia adagiate sulle gambe.

«Potrei raccontarvi un sacco di storie Holbesh. Del fatto che questo centro infilato nella roccia ha la bellezza di dieci anni. Che prima del misfatto questo posto brulicava delle migliori menti della nazione e che io ero una di queste. Potrei dirvi che tre anni fa avevo abbandonato tutto questo per una donna e che questa donna mi ha svenduto a qualcuno per meno di venti denari, così, senza che io possa nemmeno ricordarne il motivo. Potrei dirvi che qui giù si cercava la ricetta dell’immortalità, che eravamo davvero a un passo. Riscrittura del genoma mio caro. Riprogrammazione controllato di ogni meccanismo biologico. Eravamo dei degli inferi, almeno fino a quando non mi sono risvegliato quasi senza memoria dentro la chiesa con questo abito addosso, mentre il laboratorio era definitivamente deserto.»
«Sebastien e come fate a sapere tutte queste cose se avevate perso la memoria? Pensate che abbia ancora voglia di credere alle vostre sciocchezze?»

L’uomo si alzò dallo sgabello e frugando in tasca fece tintinnare qualcosa di metallico: chiavi che sventolò sotto il naso di Holbesh.

«Avevo solo queste in tasca, non ricordavo neanche il mio nome, solo qualcosa di vago sul mio mestiere e che aveva a che fare con la biochimica. Null’altro.»

Con uno scatto si diresse alla porta sul grande corridoio, «seguitemi!»
Holbesh avrebbe forse voluto completare il discorso prima di uscir da quel laboratorio, ma comprese che il seguito stava proprio fuori da lì. In silenzio percorsero un altro tratto, sino a una porta apparentemente forzata.

«Solo di questa non avevo la chiave. Strano, perché le altre celano poco o nulla di utile.»

Holbesh osservava dubbioso.

«Sono tutte aperte, finito qui potete andare ancora in giro a piacimento e controllare da solo. Ho lanciato in corso un processo piuttosto lungo in laboratorio. Diciamo sei ore di analisi e successiva elaborazione. Di tempo ne abbiamo. Ma dopo questa stanza dubito che vorrete visitare altro.»

L’ambiente non era grande, quasi tutto occupato da un tavolo oblungo di un materiale plastico. Alle pareti una grande scaffalatura metallica reggeva il peso di un numero importante di faldoni. In un angolo due terminali sembravano spenti. Sul tavolo una quantità di fogli stampati e appunti sparsi in un disordine assoluto, oltre a due fascicoli voluminosi rilegati con una costola rigida nera a pressione. Sebastien ne prese uno in mano e lo porse a Holbesh.

«Ecco qua! Sembra che qualcuno abbia avuto cura di annotare la mia vita passata. Non è stato semplice ritrovare tutto quello che mancava nella mia memoria, ma con pazienza sono riuscito a ricostruire abbastanza.»

Holbesh prese il volume e lo scorse velocemente sempre meno convinto della narrazione che stava ascoltando da una buona mezz’ora.

«Sebastien, voi continuate a raccontare di questo e di quello, meno di cosa ci stiamo a fare in questo posto e cosa succede o succedeva qui dentro prima del nostro arrivo?»

L’uomo con i palmi poggiati al tavolo lo osservò per alcuni istanti, poi mantenendo lo sguardo fisso sul ghigno interrogativo di Holbesh, agguantò il volume rimasto sul tavolo rivolgendolo verso l’interlocutore.

«Facciamo così, date prima un’occhiata a questo. L’ho ultimato proprio ieri sera, mentre voi vi deliziavate con figlia e matrigna. Fate con calma e chissà che non sia giusto io a dover rivolgere a voi la domanda che mi fate giusto oggi.»

Holbesh prese in mano il nuovo documento e mutò espressione. Sul frontespizio in grassetto il suo nome insieme a un cognome ignoto, il tutto preceduto da un incomprensibile Prof.

«Chi diavolo sarebbe Holbesh Mondriant?»

Sebastien con un gesto della mano girò le prime due pagine, scoprendo le stampe a colori di ritagli di riviste, foto di giornali e testate web.

«Dovreste riconoscere la vostra faccia professore.»

Holbesh non provò neanche a ribattere, scorse ancora le pagine zeppe di notizie, foto, informazioni, articoli scientifici con quel nome, il suo nome.

«Che vuol dire? Io non sono questo tizio qua. Io…»
«Io cosa? Chi? Avete davvero ricordi del carcere? Dico ricordi veri? Non robe sbiadite dagli incontri amorosi con le belle signore del borgo. Se vi concentrate appena la risposta è no. Vi siete ritrovato di colpo con le idee confuse ad accettare la proposta di due tizi del governo e poco più. Vi appare così normale tutto ciò? Del faldone non ho avuto modo di leggere ancora molto, ma a occhio e croce questo centro scavato sottoterra lo portava avanti il professor Mondriant, cioè voi per la cronaca, e uno staff di decine di scienziati. E io ero uno di questi.»
«Ma non ricordo nulla io.»
«Neanche io se vi può consolare, neanche io. Ma tutto quello che c’è da sapere per un motivo strano si trova in questa stanza e dobbiamo metterci d’impegno a leggerlo.»

Holbesh guardò sconsolato la montagna di carta che li attorniava. Poi ricordandosi dei terminali chiese se non potessero essere d’aiuto.

«Ricordassimo la password forse sì, senza sono meno utili di un ferro da stiro usurato.»

Per un’altra mezz’ora rimasero in silenzio ognuno nei propri pensieri. Holbesh dal canto suo continuava a scorrere le pagine convinto ancora di star vivendo un incubo. Il suo nome compariva ovunque e tracciava una figura molto diversa da quella che aveva interpretato sino a due ore prima. A un tratto la sua attenzione si fermò su una foto, una immagine di montagna di lui che carezzava un levriere altezzoso. Una figura che sembrò riaffiorare nei meandri della sua memoria stordita.

«Wittgenstein!»

Come un ossesso osservava il foglio e ripeteva quel nome in maniera meccanica.

«Wittgenstein!»

Un condotto segreto doveva essersi spalancato, spezzoni di immagini pallide che iniziavano a sgorgare e a ricorrersi. E come spiritato, di scatto, si portò verso uno dei terminali, lo accese sotto gli occhi sbarrati di Sebastien e iniziò a battere ferocemente sui tasti. Ci volle qualche minuto, ma sul monitor apparve la bacheca con le icone sovrapposte alla stessa foto di lui in montagna insieme al cane.

«Wittgenstein!», sembrava l’unica parola che fosse in grado di proferire, in continuazione, ridendo e contorcendosi per una fatica strana, mentre Sebastien lo osservava impietrito dalla sua postazione. Holbesh batteva sui tasti e si muoveva tra le cartelle come un ossesso, ma così come aveva iniziato, allo stesso modo improvviso si fermo, basito davanti a una tabella di nomi e cifre. Sebastien si avvicinò solo allora, provando a capire la scena.

«Sebastien, guarda questi numeri e i nomi accanto. C’è anche il tuo.»

Si guardarono  spaventati e solo dopo alcuni secondi Holbesh potè riesumare dalla gola una domanda adeguata, «ma in che anno siamo Sebastien?»

La vecchia dello stallo

Qui da noi c’era una vecchia minuta, dai modi gentili: capelli raccolti con l’onda, incarnato di cera giallina, caviglie un po’ grosse. Mai un tono più alto, mai una nota nervosa o una parola di troppo.
Restava padrona della casa dell’angolo e signora del muro che costeggiava la strada, con gli anelli di ferro scurito.
Le pietre grigie cintavano uno spazio di bocche scure e sterrate, tettoie aperte e antri senza porte. Chè un il marito, lì, dentro e fuori, ospitava come si deve carrozze, cavalli e carretti. In odore di cuoio, di corda e di fieno.

Ma il tempo che passa si mangia cose e persone.

La vecchia minuta reggeva, in deboli solitudini.
Ora, il giorno di mercato, camicetta bianca con spilla sul petto, davanti al portone apriva un banchetto: scatola di ferro, biscotti osvego, come scrigno di numeri.
Ospitava biciclette, nel vecchio stallo, senza più carrozze, cavalli e carretti. Senza più signori e contadini col cappello.
Biciclette.
Con bella maniera, ordinata e pensosa, da guardarobiera dell’Opera, le prendeva in consegna, decideva sicura uno spazio, legava con lo spago un numero al manubrio, e in perfetto italiano diceva : consegna prima dell’una, altrimenti…e le mani disegnavano un segno imperioso e assoluto, solfeggio di perfetta regia.

Chè si è regine di dentro.
E i modi restano.
Anche in mezzo alle ortiche.

 

10/4

Vogliamo cambiare stile
vogliamo ribaltare ruoli
vogliamo ispirare qualcosa di diverso.

Io amo ricadere in certi circoli
scolpisco statue di propositi contorti
indico l’entrata di sudici bordelli.

La savana ci attende
vigliacca e immorale
non siamo che i suoi saggi selvaggi.

Un uomo da buttare
che risparmia fino alla briciola
per riscattare una marea.

Analfabeta della vita
sono un iniquo bollore.

Prendimi.

LIBERI

Il brutto della guerra è che ci si divide in buoni e cattivi e non si sa sempre chi siano i cattivi. Ciò che dispiace di più è proprio la divisione. Si diventa schiavi di questa divisione. Di colpo non si tollera più niente e tutto diventa motivo di scontro. Non c’è libertà.

Questa storia invece è avvenuta in tempo di pace, quando tutti stavano bene e tutti si sentivano liberi. Era il tempo dell’abbondanza e qualche spreco non faceva male a nessuno.

I bambini erano i più felici:

– Mamma mi compri quel gioco?

La risposta era sì.

– Mamma mi compri le scarpe nuove?

La risposta era sì.

I bambini erano così felici che non si rendevano conto di avere tutto ma di essere soli.

– Vieni da me a giocare? –  diceva uno ad un altro.

– Certo. A cosa giochiamo?

– Porta un videogioco, così tu giochi col tuo ed io col mio… così non litighiamo!

Infatti i bambini andavano d’accordo. Nessuno litigava.

Solo Francesco, un bambino delle elementari, si era accorto che qualcosa non quadrava.

Si sentiva costretto a fare sempre le solite cose: la scuola, i compiti, la televisione, lo sport e i videogiochi. Anche nel tempo libero non aveva tempo per essere libero.

Un giorno decise di cambiare e di impegnare il proprio tempo a non fare nulla.

– Mamma, oggi non faccio nulla. Resto immobile a pensare.

– E a cosa penserai? – domandò la mamma.

– Non lo so. Forse a me che non faccio niente.

– Ma così ti annoierai…

– E allora penserò a me e a te, così saremo in due ad annoiarci… Ti starò vicino, e anche se non faremo niente, saremo felici della nostra presenza. Finalmente liberi di stare assieme.

(Stefano Re)

UN DESTINO DA FARFALLA.

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Nella via echeggiano le note della Sinfonia n. 5 di Beethoven: ogni cosa pare che danzi in do minore. Alcune mosche eseguono dei tournants volteggiando nell’aria, e gli uccelli, con eleganti voli, improvvisano una coreografia. L’asfalto già bolle bersagliato com’è dai raggi del primo sole mattutino. Una brezza, afosa e pesante, culla le fronde di alcuni alberi. Cercando forse un po’ di refrigerio, una farfalla bianca si posa lieve su una tapparella, giù a metà, di un palazzo ristrutturato che si affaccia sulla via assolata. La musica proviene da lì.
I serramenti di legno sono spalancati. Giorgio è sdraiato sul letto, a pancia in giù. Indossa solo un paio di slip neri. Con il braccio piegato al gomito ad angolo retto e la mano chiusa a pugno sulla guancia, tiene il volto sollevato all’altezza del cuscino. È rilassato. Sfoglia una guida turistica dell’Indonesia. Questo mese di luglio, in particolare, è davvero tanto afoso. “Preparatevi a un caldo record!”, aveva annunciato il telegiornale del mattino.
Le ascelle di Giorgio sono madide di sudore, così come l’addome. Il copriletto sopra il materasso è ormai bagnato. Tenta di voltarsi un po’ su un fianco. Nella penombra nota dei piccoli filamenti bordeaux di tessuto, che si sono incollati sul suo petto emaciato: è rimasto troppo a lungo nella stessa posizione.
Le note di Beethoven, gravi e ben orchestrate, si diffondono a ritmo costante per tutta la stanza.
Dopo aver contemplato una fotografia, Giorgio socchiude gli occhi per pochi istanti. Sollecitato dalla melodia, si immagina a Bali. E’ immobile, eretto, sul ciglio del dirupo del promontorio di Tanah Lot. Il Tempio si erge nero, enorme, in controluce, occupando quasi tutto l’isolotto. Sullo sfondo, un tramonto colora il cielo e l’oceano con ogni possibile e esistente tonalità di rosa. L’aria tiepida lo investe con prepotenza, scompigliandogli un ciuffo di capelli ricaduto sulla fronte. Le onde del mare, alte, si frangono con violenza sugli scogli, quasi volessero inghiottirli. Ogni spinta genera una specie di vibrazione che Giorgio percepisce al di sotto dei suoi piedi e che si accorda, con una cadenza sincopata, ai bassi della sonata successiva e in sequenza: Au claire de lune.
Riapre gli occhi. Dalle fessure delle tapparelle filtrano segmenti di luce, che sembrano dipingere i muri e i pavimenti della camera da letto. Tutto è avvolto da un’aurea misteriosa, quasi surreale. Con un po’ di fantasia, con quel caldo, e grazie al coinvolgente sottofondo della musica classica, è facile fingere di trovarsi altrove. Ora è in una stanza di albergo e proprio a Bali.
Lo stereo, all’angolo opposto del locale, continua a diffondere melodie tanto armoniche quanto altalenanti nelle tonalità. Giorgio sfoglia le pagine e continua a sognare.
Quella guida turistica avrebbe ormai dovuto essere ridotta a brandelli! Quasi ogni giorno, in estate e in inverno e da una manciata d’anni a quella parte, quello è il suo passatempo preferito. E invece no, pare ancora nuova.
Sul basso comodino in noce, proprio accanto alla sveglia, sono posati due libri di Edward Morgan Forster, il suo autore preferito. Si trova in accordo con ogni riga letta, con qualsiasi suo pensiero, con ogni singolo concetto espresso dall’autore. Giorgio ha studiato ogni sua opera pagina per pagina, ha letto e riletto ogni suo lavoro almeno un centinaio di volte. Lo ammira, con sacralità, per quel suo modo di intendere l’arte e la letteratura, l’amore, i viaggi, e anche la vita.
Accanto ai libri di Forster c’è una cornice. È una fotografia scattata anni prima, nella quale appare con Giovanni: suo unico e migliore amico.
Giovanni c’è sempre stato. Giovanni non l’ha mai trascurato. Giovanni si è rivelato speciale dimostrando un affetto reale, sincero, e del tutto disinteressato.
Giovanni, insieme a Forster, e all’Indonesia, rappresenta tutto, tutto ciò che conta.

Giovanni e Giorgio, durante le scuole elementari, erano capitati nello stesso banco; d’allora non si persero più di vista.
Poi, Giovanni si era sposato. Questo fu il suo desiderio. Giovanni non avrebbe mai potuto comprenderlo fino in fondo: non in quell’ambito, non appieno. Perciò, da sempre, Giorgio aveva tenuto il silenzio su un certo aspetto della sua vita, cercando di non incrinare un tale e profondo rapporto di amicizia. Celare un segreto, alla lunga, può renderlo meno importante, meno pesante, quasi sminuito.

Le note di Beethoven continuano a scivolare, ora veloci, ora lente, forti o appena accennate. L’ascolto della musica classica culla gli stati d’animo, permette di esaltarli o di spegnerli, riesce in qualche modo a dominarli.

La famiglia di Giorgio, fino a qualche tempo prima, era benestante e questo gli aveva permesso di compiere numerosi viaggi, ovunque, nei più svariati luoghi reconditi del mondo. Mai, però, aveva potuto ammirare l’Indonesia. In seguito al fallimento, poi alla morte del padre, Giorgio e sua madre dovettero fare i conti con le difficoltà economiche e con la necessità di risparmiare il più possibile. Nonostante sin da ragazzo avesse avuto ogni possibilità e avesse potuto soddisfare ogni suo desiderio, non riuscì mai a ritenersi davvero felice. Questa insoddisfazione era sorta perché, con estrema facilità, sempre gli era riuscito di realizzare ogni ambizione materiale.
Nel tempo libero era solito restare, per ore e ore, con la testa china su libri, giornali, riviste. Oggi, seppur a malincuore, Giorgio ammetteva di aver trascorso troppo tempo a studiare: questa presa di coscienza aveva originato in lui la convinzione che se si vive all’oscuro, nell’ignoranza, si vive meglio.
Poi, all’improvviso, il destino gli aveva giocato un gran brutto scherzo.
Nonostante lui non fosse di indole selvaggia, aveva sempre cercato di difendere le sue idee in maniera educata e civile. Una volta, per uno screzio, senza volerlo, era arrivato alle mani. Aveva colpito duro un tizio che lo aveva offeso, con volgarità; con una rabbia cieca gli si era scagliato addosso, facendolo finire all’ospedale. In seguito se ne pentì, ma il pentimento serve sempre a poco, a niente. In altre occasioni, lavorando in proprio, aveva aggirato il pagamento di alcune tasse. A parte questi due inconvenienti, aveva tenuto sempre una condotta esemplare, sempre encomiabile e di più. Eppure, quel nefasto giorno, fu punito: fu travolto da un’auto che gli fece perdere, in maniera rovinosa, il controllo della sua.
Il compact disc di Beethoven ripartì dall’inizio avendo ormai eseguito tutte le tracce. E di nuovo sulle note della Sinfonia n. 5 di Beethoven, rivide la sua Volkswagen, come impazzita, roteare su se stessa. Quegli attimi si tramutarono in un’eternità. Cercò di governare il volante: niente da fare. Alla fine l’auto si impennò a ridosso del guardrail che separava i sensi di marcia, sparandola incontrollata lungo la strada. In quegli attimi Giorgio udì una voce – almeno così gli parve –, una voce maschile, lenta, dolce, confortante, che lo invitò a stare tranquillo. Era quella di Giovanni. Rivide i momenti salienti della sua vita, in successione rapida, l’uno dopo l’altro. Si rese conto di quanto avesse ricevuto dall’amico, e di quanto poco, per contro, gli avesse dato.
L’impatto fu un assordante accartocciarsi di lamiere. L’auto continuò la sua corsa, capovolta, con le ruote rivolte al cielo, mentre la cappotta grattava sull’asfalto, lasciando dietro di sé fasci di scintille che parevano fiamme.
Si ritrovò a testa in giù.
Dopo aver accusato una forte botta alla tempia, dolorante in tutte le parti del corpo, perse i sensi. Quando rinvenne, era ancora aggrappato al volante, come se questo fosse stato un’ancora di salvezza.

«Giorgio, desideri un caffè? », gli domanda la madre, a bassa voce, affacciandosi discreta all’uscio della stanza. Poi torna da dove è venuta, senza ottenere una risposta, lasciando la porta quasi del tutto aperta.

L’incidente lo aveva cambiato mettendo sottosopra, per intero, tutta la sua vita. Da quel brutto giorno si era ripromesso che non avrebbe più viaggiato. Non così, non nelle condizioni in cui si trovava. Non gli era rimasto nulla di tanto importante, nemmeno dopo tanti anni spesi a girare in lungo e in largo tutto il mondo. Saper restare fermo, or come ora, era una vera impresa, la più avventurosa, la più difficile,

Con il palmo della mano Giorgio tenta di asciugare la fronte sempre più bagnata per via dell’afa. Si tasta la brutta cicatrice, che deformandogli la testa, nascosta dai capelli, sente proseguire fin dietro, sulla nuca.
La sera dell’incidente avrebbe dovuto raggiungere Giovanni.
Erano già trascorsi cinque anni.

Giorgio, stanco della noia nella stessa misura in cui, in passato, si era stancato di viaggiare, tra sé e sé, pensa sia giunto il momento di reagire. Si sarebbe fatto coraggio, avrebbe proposto all’amico di accompagnarlo nel suo probabile ultimo viaggio a Bali.

La moglie di Giovanni avrebbe capito: più volte aveva dimostrato di essere una donna comprensiva.

Giorgio si volta su un lato. Con il palmo della mano si ripulisce dai residui di tessuto del copriletto rimastigli incollati sulla pelle. Prima di riuscire ad afferrare lo schienale della carrozzella elettrica, arranca un paio di volte a vuoto. La accomoda parallela al letto e, con un abile colpo di reni, a fatica, quasi rotolando, riesce a balzare rigido su di essa. Preme il pulsante che avvia il suo motorino. Un ronzio meccanico si sovrappone, come in un disturbo, alla musica in sottofondo: adesso può finalmente lasciare la sua stanza e accedere al corridoio.
Le note di Beethoven continuano a colmare l’afoso vuoto della stanza di Giorgio. E la farfalla bianca lascia la tapparella. Vola via disegnando spirali leggere, giocando con il vento, attraversando strade su strade. Volteggia sopra immensi prati verdi, si spinge poi fino alle colline, rifugiandosi nel fitto di un bosco fresco e attraversato da un breve corso d’acqua.
Una volta rifocillata, si libra di nuovo nel cielo, fino a confondersi con la rara foschia all’orizzonte.

Destino – 6

La quinta parte è QUI

Un mese, lungo e pensieroso per Holbesh e Sebastien. Un mese da quella sera maledetta, dalla corsa verso la piccola casa quasi fuori dal paese, inutile, per constatare che anche Pierre aveva seguito la strana sorte di tanti maschi del villaggio.Holbesh sulle rimostranze di Marie aveva negato la storia della cura, sostenendo che fosse tutta una follia d’amore del ragazzo. Pierre con evidenza non aveva mantenuto fede al giuramento di non parlare con nessuno della cura, forse per tranquillizzare Marie e convincerla a concedersi senza paura alcuna.

«Che cura volete che io possa avere, Marie? Mi sapete voi medico? Suvvia ragionate! Padre Martin, dite qualcosa anche voi!»

Sebastien aveva detto qualcosa tra i denti, ricordando che era chiaro come solo i visitatori esterni alla comunità erano immuni da quella strana sorte, che bisognava farsene una ragione, morigerare i costumi.
Un mese a chiedersi il motivo di quella morte, incrociandosi solo di rado per strada e avendo cura a non scambiar parola. Un mese con il paese sgomento, le locandiere in ambasce e la vedova Morel sempre più delusa dalla ridotta foga del bel forestiero. Non che gli incontri si fossero ridotti in numero, ma in qualità di certo. E non era colpa delle pratiche extra richieste dalla povera Genevieve, anch’ella stupita della poca baldanza e infastidita dalla presenza continua e ingombrante della figliastra, oramai scoperta nei suoi traffici, ma ahimè tremendamente triste. La bella locandiera aveva anche visto diradarsi il conforto della vedova d’Anton, più interessata alla perdizione eterna dentro la quale si era precipitato Sebastien, completamente in sua balìa da quella sera famosa.
Per fortuna che il caso volle interrompere quel rassegnato andazzo facendo scomparire improvvisamente i flaconi di compresse dall’alloggio di Holbesh. Accadde una sera al rientro da qualche baldoria sulle grazie abbondanti di Genevieve che gli venne di controllare. Un presentimento, visto che da tanto le aveva abbandonate, contando sulla loro inefficacia. Chi le aveva prese tra l’altro sapeva ben distinguere tra le vere compresse recapitate dai militari e il placebo da lui prodotto.
Quella notte, non provò neanche a prendere sonno. Aspettava, completamente vestito sul letto, guardando il soffitto e contando uno a uno i listelli di legno chiaro. Albeggiava quando un leggero grattare e due colpetti lo convinsero che l’attesa era finita.

«Holbesh!»

Con un leggero cigolio di cardini aprì il battente, scoprendo la faccia lugubre di Sebastien.

«Padre Martin vedo che anche per voi la notte è insonne. Posso fare qualcosa per consolarvi? Vi offrirei delle sane pillole governative, peccato che me le abbiano rubate tutte.»
«Zucchero Holbesh!»
«In che senso? Volete un energizzante? V’ha così tanto prosciugato la vostra simpatica vedova?»
«Non ho voglia di scherzare. Le ho prese io alcuni giorni fa le vostre pillole. Ed è da allora che faccio analisi giù in cantina. Ho un piccolo laboratorio sapete? In tempi normali sarei un microbiologo, anche bravo devo dire. Le pillole del governo sono zucchero e qualche additivo. Tutto qui, placebo.»

Holbesh sembrò quasi distendersi in volto. In fondo, seppur recondita, la colpa che sentiva dentro per la morte del povero Pierre si affacciava spesso di notte a tormentarlo. E a quanto pare le vere e le finte compresse ben poco avrebbero fatto per salvare la vita del giovane, sebbene sua rimaneva l’idea di condividere la cura con il ragazzo, incoraggiando le sue giuste pruderie.

«Fantastico Padre Martin, adesso bisogna capire solo perché noi siamo vivi e perché i vostri amici sbirri ci hanno rifilato caramelline per farci credere la fesseria della contaminazione ambientale.»
«E soprattutto che diavolo hanno fatto i miei amici sbirri, visto che sembrano anche loro introvabili.»
«Questo è già più grave giacché non abbiamo più idea di che fare con questa gente.»
«Dovremmo condurre qualche analisi noi, provare a capire da dove viene il morbo.»
«Non possiamo disseppellire i cadaveri Sebastien!»
«Non dico niente di tutto ciò, certo ci servirebbe un cadavere fresco.»
«Peccato che su di me non attacchi, altrimenti mi pregerei di farvi cavia.»
«Deve essere faticoso dover fare lo spiritoso a tutti i costi Holbesh. Vi userei con gioia quando fate così, ma abbiamo bisogno di altro.»
«Se iniziassimo a investigare sulle donne? Magari il morbo si trasmette tramite loro, potrebbe essere no? Iniziare da Marie che sappiamo essere stata letale da non troppo tempo.»
«Ho già pensato a lei e sono qua dopo aver completato le analisi su un po’ del suo sangue! Un piccolo incidente in canonica. Qualche giorno fa. Roba da niente! Provvidenziale direi.»
«E allora?»
«Niente! Non è che qui abbia strumentazioni sofisticate, ma a oggi nessuna stranezza.»
«Quindi un buco nell’acqua.»
«A meno che…»
«Cosa?»
«che non abbia sbagliato il fluido da analizzare.»
«Che intendete?»
«Che il morbo se esiste potrebbe annidarsi…»
«e trasmettersi durante gli amplessi!»
«Esatto! Servirebbe l’urina o altri liquidi vaginali, saliva, ecco.»
«Non guardate me che non saprei proprio come fare.»
«Figuratevi io che per la gente sono un prete!»
«Siamo al punto di partenza Sebastien.»
«Certo un cadavere sarebbe l’ideale. Anche se non è così detto che Marie…»
«Marie cosa?»
«Che Marie sia così impossibile da avvicinare ecco!»
«Che volete dire?»
«Ieri sera sono stato a trovare Genevieve che si dice preoccupata per la figliastra.»
«Volete che sia lei il vostro contatto? Potrebbe essere pericoloso. Senza la copertura del governo siamo soli qui e una notizia incauta potrebbe alimentare una rivolta.»
«Parlate voi che con la faccenda di Pierre stavate percorrendo giusto questa strada. Comunque no, non proprio.»
«E allora?»
«Diciamo che se nei vostri convegni si unisse anche Marie, non dovrebbe essere disagevole per voi…»
«Marie? Mio dio ma come vi vengono in mente simili sciocchezze? Come dovrei fare per convincerla poi, e proprio io?»
«No, a quello ho già pensato io. Vedete le donne di questo villaggio da secoli hanno una prerogativa, diceria forse, sebbene abbia toccato con mano che non sembri così tanto infondata. Ed è altrettanto vero che su questo tema ascoltano in qualche modo il clero. Ecco, datemi tempo e proverò a lavorar su questo. Nel frattempo mio caro amico provate a riposare. Dovete avere forze sufficienti in corpo se vogliamo venir a capo di questo arcano.»

E detto questo lo abbandonò ai suoi pensieri mentre il sole illuminava la valle oltre il fiume.
Trascorse una settimana senza nuove per Holbesh, ma alla sera del decimo giorno, carico di provette, tamponi e piccoli contenitori si trovò a percorrere dietro Padre Martin la navata destra di Santa Marta verso una porticina che, aperta, rivelava un corridoio lungo e discendente. Iniziava inestato nella muratura bruna della costruzione per diventare uno scavo nella roccia curvando varie volte a mano a mano che la quota scendeva e l’aria diveniva umida e asfissiante. Proseguirono in silenzio e concentrati per quasi dieci minuti, fino a una porta di fattura moderna, chiara, in metallo verniciato. Sebastien, armeggiò un poco con un affare che doveva azionare una serratura. Appariva impacciato, ma alla fine con uno scatto sordo il battente venne liberato mostrando la vera collocazione del laboratorio. Un lungo corridoio rivestito di lastre di materiale chiarissimo si rivelò davanti a loro. Luce fredda veniva diffusa da tubi continui sui lati alti delle pareti dove, con regolarità, porte di vetro smerigliato azzurre suggerivano altrettanti ambienti a destra e sinistra.
Sebastien entrò deciso nel terzo a destra, un lungo stanzone, con un unico bancone al centro, pieno di macchinari e microscopi, connessi alle prese nascoste alla base della struttura in metallo. Con un gesto della mano chiese la consegna del materiale portato da Holbesh che, con ordine, dispose sul bancone, trascrivendone il contenuto su un foglio di carta giallina.
«Di sicuro non vi sarete annoiato questa sera dalle locandiere, considerando quanti e quali umori di donna di avete procurato», disse con un ghigno sarcastico.
«Bene, adesso sedetevi pure comodo, mio caro Holbesh. Non sarà una notte breve per noi» e nel far questo gli indicò due poltrone color panna in fondo allo stanzone, vicine a un basso frigorifero nero.
Holbesh sprofondò dentro una di queste, stanco, mentre Sebastien, con una inusuale agilità operava sulle strumentazioni premendo sui tasti colorati comandi solo a lui noti.