La macchina rossa

La vedevi spesso alla fine del turno. Lei varcava i tornelli, si fermava sul marciapiede in cerca dell’auto che per un periodo fu grigia opaca, poi sabbia, la penultima azzurra. Era il colore delle auto di seconda mano a scandire il fluire degli anni e lui alla guida l’aspettava fuori, alla fine del turno. Anni di chilometri lasciati alle spalle, tra casa e lavoro. E in estate lunghi nastri d’asfalto sotto le ruote gonfiate a due e tre; i panini sulle panche fuori dagli autogrill, il mare che appariva di colpo sull’orizzonte oltre le curve. Lo guardavano e la faccia che facevano era sempre la stessa, come se loro due il mare non l’avessero visto mai, sbalorditi come bambini a mano a mano che si avvicinava oltre il parabrezza impolverato.
Per qualche motivo li abbiamo visti sempre in due, loro da soli. Non so se ci fossero dei figli o se c’erano stati ma già troppo grandi da aver altro da fare. Lei attraversava con cautela e si sedeva accanto. Lui metteva in moto. Lei parlava, raccontava la sua giornata probabilmente. Lui ascoltava. Per qualche motivo mi commuove ripensare la scena. Sarà che gli uomini che ascoltano mi ricordano mio padre. Stanno concentrati sulla strada, con le loro facce serene, centellinano ogni movimento dei muscoli del volto, come se temessero di perdere le singole parole e confondere il senso del racconto. Io da piccolo pensavo che in fondo fosse un peso per loro ascoltare, una necessaria seccatura alla quale sottoporsi. Invece no, era fatica la loro, lavoro di nervi nel distillare il senso delle parole. Ho imparato tardi che chi ascolta tiene nota dell’inflessione, legge le emozioni sepolte nelle modulazioni della voce. Lei sedeva e raccontava, lui guidava e distillava per sé emozioni. Ed era bello vedere accadere tutto questo, rasserenava in qualche modo.
La faccenda della macchina rossa venne fuori in un giorno di pioggia. Era il modo di concedersi almeno un lusso prima del troppo tardi, prima del doversi rassegnare a non aver mai respirato il nuovo delle auto appena uscite dall’autosalone. Lì fradicia di acqua sembrava sfoggiare una livrea elegante per una recita familiare, ma nei giorni a venire, quando la tempesta si quietò, le nubi cupe rimasero intrappolate dentro la lamiera lucente in maniera impercettibile se volete, ma non per questo meno preoccupante. Come sempre lei arrivava al suo posto passeggero, finito il turno. E come sempre iniziava a raccontare. Tutto in apparenza uguale, ma se si aveva l’accortezza di distogliere lo sguardo dalle finiture in cromo, o si puntava lo sguardo sull’uomo alla guida si capiva, non si poteva non vedere. Lui non ascoltava più. Per carità in silenzio ci stava come prima; erano però i suoi impercettibili movimenti degli occhi a essere mutati. Lei raccontava. Lui scrutava ogni singolo pericolo, ascoltava ogni fruscio della meccanica, calcolava incessantemente consumi, numeri di giri del motore, saldi del conto, intervalli di tempo tra una scalata, una frenata brusca e la prossima rata.
Lei iniziò a chiedere un passaggio il mercoledì. Pare ci fosse un qualche impegno che dovette poi coinvolgere vari altri giorni della settimana o piuttosto i tagliandi e il bollo che iniziavano a pesare sul magro estratto conto, erodendo la frequenza dei pieni possibili. Alla fine si adeguò agli orari incerti dei mezzi pubblici, perché lui aveva deciso di dare una mano in più con un lavoro serale in un bar vicino e doveva recuperare il sonno sacrificato ai cambi d’olio. Diceva che lo rilassava la sera lavorare invece di starsene davanti alla tele e in più portava qualche soldo per l’estate. Solo che l’anno dopo le vacanze le passarono sulla sdraio del terrazzino. Meglio, le passò lei da sola sulla sdraio, perché si sa che con la bella stagione si lavora di più nei locali ed era arrivato il momento di cambiare le gomme.
Ogni sera lei tornava, cenavano velocemente, poi dalla sua sdraio lo vedeva percorrere la via di casa fino all’incrocio, a piedi, perché una passeggiata fa bene dopo cena. E poi l’auto era meglio lasciarla in cortile, al suo posto, in attesa di racimolare i soldi per riparare il paraurti anteriore, che penzolava legato con uno spago da quando l’avevano trovato divelto al posteggio per colpa di qualche disgraziato che non aveva lasciato tracce, impaurito forse dall’aumento dell’RCA. Che poi la strada non era tanta alla fine, ma c’era da attraversare la circonvallazione con le macchine che la notte avevano voglia di assecondare i guidatori eccitati da alcol e chimica.
Dalla sua sdraio lei tirava sempre più tardi per curiosare i condomini, elegantemente vestiti il sabato sera. Li vedeva tornare alle volte che era quasi l’alba e tante altre lui di ritorno dal bar la trovava assopita e con delicatezza la aiutava a stendersi con lui a letto. Sempre più spesso.
Quella volta era ferragosto, circa le undici del mattino. La notte era stata parecchio calda e dormire sulla sdraio molto piacevole, sebbene una progressiva inquietudine l’aveva svegliata di frequente per i rumori delle auto che transitavano sulla via. La luce del giorno l’aveva lasciata tranquilla per un po’, poi l’aveva destata delicatamente, minuto dopo minuto, quasi carezzandola di tepore. Lei aveva guardato intorno e nella stanza da letto. S’era poi lavata, con calma, aveva controllato ancora una volta fuori, poi aveva preso le chiavi dell’auto e una sbarra di metallo pesante che adoperava per chiudere il vasistas in alto.
Quella volta era ferragosto e la trovammo così, seduta sul cofano devastato. Tanto vetro e plastica ovunque a terra. La sbarra in un canto. In silenzio, zitta e senza più voglia di raccontare.

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L’ultimo amore possibile

immagine dell’artista Loui Jover

Raccontami favole con gli occhi,
abbracciami col calore della tua voce,
insegnami il sogno
nascosto in un fiore,
o nel vanitoso specchiarsi dell’arcobaleno
in una goccia di rugiada.
Svelami i miei sconosciuti segreti,
illumina ogni residuo buio,
amandomi nella mia verità.
Toccami,
come fosse sempre l’ultimo tocco,
l’ultima notte del mondo,
l’ultimo amore possibile.
Giochiamo al domani che non c’è,
perchè ogni istante esploda di noi,
ogni attimo sia una scheggia
lanciata nell’eterno.
Quando domani verrà,
giochiamo ancora,
e ancora,
fino a che ci troveremo vecchi,
a sorridere di noi
e poi ancora,
ci incammineremo insieme,
oltre l’ultimo giorno,
l’ultima ora, l’ultimo respiro.
Ci incontreremo, poi, sempre,
tessere destinate accanto,
nel mosaico eterno dell’universo
E saremo sempre noi.

Lucia Lorenzon 12 marzo 2019

Se saprai..

Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno colpa.
Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio;

Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.

Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!

Se, Rudyard Kipling

…Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla..

La storia di Micol – Micol e Arno – Parte 2

Questa è la seconda parte della storia di Micol e Arno. La prima parte la trovate qui.

Rosengarten – Attribuzione: Tinelot Wittermans licenza GNU Free Documentation License

 

Erano le otto di sera, quando Micol si alzò dal letto disfatto e cominciò a vestirsi con lentezza.

Arno tra le lenzuola stropicciate la osservava divertito con un sorriso ironico.

«Cosa stai facendo?» disse, allungando le braccia sopra la testa.

«Non vedi? Mi vesto» rispose Micol calma con tono piccato.

Una risatina di Arno accompagnò la risposta di Micol, che con cura si allacciava la camicetta.

«Non ne vedo la necessità» esclamò con tono divertito.

«A casa ci vado nuda?»

Arno si drizzò appoggiandosi alla testiera del letto con lo sguardo sorpreso.

«Pensavo che tu restassi anche per la notte».

Aveva pregustato ancora sesso, per di più senza l’impiccio del preservativo, ma adesso era mutato lo scenario con la possibile uscita di Micol.

«Domani vado in ufficio» replicò Micol, indossando la gonna. Anzi non avrei nemmeno dovuto venire qui oggi pomeriggio, pensò amaramente, mentre infilava le ballerine e si preparava a uscire.

Arno accennò a scendere dal letto nudo come se volesse fermarla.

«Dov’è il problema?» affermò mettendo i piedi sul pavimento. «Mi vesto e ti accompagno a prendere qualcosa per domani».

Poi fece una breve risata, aggiungendo: «Tanto per la notte non ti serve nulla».

Arno capì che la sua battuta non avrebbe sortito nessun effetto. Era stato fin troppo facile portarla a casa sua nel pomeriggio ma adesso non sarebbe riuscito a trattenerla per la notte. Aveva un’unica consolazione: raccontare agli amici che aveva fatto sesso con una vergine.

Micol scosse la testa senza rispondere, mentre con lo sguardo indugiava nella stanza per imprimersi ogni dettaglio. Il soffitto era affrescato con scene di caccia e tra le due finestre stava un camino dell’ottocento in marmo bianco. Il letto basso era moderno ma non stonava con l’armadio di quercia addossato alla parete.

Micol si girò verso Arno e con un cenno della mano lo salutò prima di uscire dalla camera e avviarsi verso la porta.

Arno provò a dire qualcosa che lei non udì o forse non volle sentire. Ricordò Ulisse che per resistere al richiamo delle sirene si era fatto legare all’albero. Micol invece per non tornare indietro si tappò le orecchie.

Arrivata in Waltherplatz si avviò di passo svelto in Silbergasse. Non voleva fare tardi, perché tra un po’ sarebbe calata la sera e non voleva percorrere la passeggiata del Talvera con le luci dei lampioni.

Si chiese per quale motivo senza opporre resistenza era finita a letto con Arno. “Non c’era nessuno stimolo” rifletté, mentre tornava indietro per prendere un taxi. Voleva recuperare la bicicletta lasciata al Lido di Bolzano.

Di Arno ignorava tutto. Non avrebbe saputo nemmeno rintracciare il palazzo. Quando aveva fatto la rampa di scale per raggiungere il piano nobile non si era neppure soffermata sulla targhetta di lucido ottone sopra il campanello. L’unico ricordo era che le lettere erano in gotico, in stile tirolese.

“Arno è sposato, convive o single?” si domandò, sapendo di non poter dare la risposta ma nemmeno le interessava conoscerla. Aveva fatto sesso nel pomeriggio e questo le era più che sufficiente. L’esperienza era chiusa. “Quanti anni ha?” Non gli aveva chiesto neppure quello. Troppi dubbi si accavallavano nella mente. “Certo è un bel ragazzo. Alto, biondo e occhi azzurro-grigio. Ma è il motivo per cui sono finita nel suo letto?” Scosse la testa, mentre pagava la corsa.

Recuperata la bicicletta si avviò verso casa ma continuava a ripensare alle sciocchezze commesse nel pomeriggio. Troppe, ammise.

Il sesso non l’aveva soddisfatta, anche perché era la prima volta. Un brivido percorse la sua schiena. L’aveva fatto senza nessuna protezione, perché Arno aveva detto che non era possibile. Lei non aveva fatto obiezioni ma adesso le era venuto il dubbio che potrebbe essere rimasta incinta. Erano passate due settimane da quando aveva avuto il suo ciclo. Proprio nel periodo fertile. Altra scemenza da aggiungere alle altre. Per le prossime due settimane sarebbe rimasta in ansia temendo che che non sarebbe arrivato. Incrociò le dita per scaramanzia.

Relegato questo pensiero in un angolo della mente sorrise, pensando che Arno ignorava tutto di lei a parte la confessione che era vergine. “Tanto l’avrebbe scoperto in fretta” rifletté, mentre rivedeva la sua faccia che era passata dalla sorpresa al divertito. Aveva sogghignato quando glielo aveva detto. Forse era la prima volta che gli capitava. Però non voleva ricordare quel momento, né le volte successive. Arno si era divertito ma lei molto meno.

«No» sussurrò, mentre metteva la bicicletta nella rastrelliera di casa. «Non è stata un’esperienza eccitante».

Entrata nell’appartamento, si era fatta una doccia per cancellare le sue tracce. Poi si era sistemata sulla poltrona per osservare il Rosengarten che sfumava nel buio.

NON DIRLO A NESSUNO

La notizia lo sbalordì. Non stava nella pelle. Telefonò all’amico e gli chiese di raggiungerlo.

“Devo dirti una cosa”

La notizia lo sbalordì. Aveva appena vinto un milione di euro. Telefonò all’amico e gli disse di raggiungerlo.

“Vieni subito, ti devo raccontare una cosa.”

“Cosa?”

“Vieni subito!”

L’amico corse.

“Ho vinto un milione di euro!”

L’amico sbalordì.

“Mi raccomando però, non dirlo a nessuno”.

“E a chi dovrei dirlo? Se non ti fidi, dovevi tacere”

“Mi fido”

Quel pomeriggio però l’amico lo raccontò ad un caro conoscente. Si fece promettere che la cosa restasse tra loro.

“Sarò una tomba”, disse l’altro.

Invece raccontò tutto alla sorella che a sua volta raccontò il fatto ad un’amica.

“Non dirlo a nessuno. Altrimenti mi sputtaneranno”.

L’amica raccontò della vincita alla zia, che lo disse ad un’amica.

L’amica della zia era la mamma della ragazza del vincitore.

“Si dice in paese che qualcuno abbia vinto un milione di euro. Chissà chi è il fortunato”.

La figlia quella stessa sera uscì con il partner:

“Sai cosa mi hanno raccontato?”

Il ragazzo rimase ad ascoltare.

“Mi hanno detto che in paese c’è stata una super vincita, ma non dirlo a nessuno!”

Il fidanzato sbiancò e poi aggiunse:

“E a chi dovrei raccontarlo?”

(di Stefano Re)

 

 

NIENTE.

niente

Non succede niente.
Non ho nulla da fare, così non faccio niente.
Per riempire questo niente, io non trovo niente.
Perché qui, ora, non c’è proprio niente,
Ma il niente, in fondo, che cos’è? È solo niente.
Non è niente di bello, ma non è neanche niente di brutto.
E niente, credo che il niente di oggi sia sempre meglio di un niente MAI.

Disegna la tua storia – immagine di Waldprok – Il fungo

Da una bella immagine di Waldprok nasce questo miniracconto.

A Venusia, quando arriva settembre, inizia la stagione dei funghi. Quasi tutti i venusiani li cercano nei prati intorno agli stagni esposti a occidente. Qui crescono piccoli boschetti di pioppi e gelsi dove si possono raccogliere gli orecchioni. Nessuno pensa d’inoltrarsi nel bosco degli spiriti, perché hanno il terrore di risvegliare qualche anima che si aggira lì dentro e loro sono molto superstiziosi.

Tuttavia Sofia preferisce aggirarsi nel bosco degli spiriti perché lì si trovano più varietà di funghi commestibili ma anche di velenosi. La ragazza studia per diventare un agronomo ed è in grado di riconoscerli.

Così al sabato, quando l’università di Ludi chiude, mette gli scarponcini, si veste pesante e con Tobia si avvia su per i sentieri che portano all’interno del bosco degli spiriti. Lo fa con qualsiasi tempo: sia ci sia il sole, sia il cielo minacci pioggia. Se non c’è pericolo di temporale, in quel caso desiste, indossa una cerata gialla per ripararsi dell’umidità e dall’acqua che gronda dagli alberi.

Tobia, il suo meticcio, è libero di correre dove vuole senza la costrizione del guinzaglio o della museruola che è costretto a tenere quando si aggira per Venusia. I venusiani non amano gli animali e in particolare i cani e pretendono che siano al guinzaglio e non liberi di correre ovunque. La guardano di sbieco quando Sofia esce col suo meticcio per il paese ma lei non se ne cura.

È sabato, una giornata così così di fine settembre, quando Sofia arrivata nel bosco respira i suoi profumi, mentre Tobia abbaia felice per la libertà ritrovata. Il sentiero è scivoloso per le piogge cadute copiose durante la settimana. Le prime foglie sono cadute e si appiccano agli scarponcini di Sofia mescolate al fango del viottolo che si inerpica sui fianchi dell’altura.

L’umido del sottobosco nasconde il profumo dei funghi che spuntano tra l’erba delle radure. Sofia si affida all’esperienza e alla sua vista circolare per individuarli.

«Oh!» esclama fermandosi accanto ad alcuni minuscoli porcini, appena nati, che spuntano tra le foglie cadute dalla quercia.

Li accarezza come si fa coi bambini, inala l’odore gradevole. Non li raccoglie ma li lascia dove si trovano.

«Sono troppo belli da vedere» afferma, osservando il cappello di un bruno dorato.

Fischietta per chiamare Tobia.

«Per oggi basta» mormora, mentre affronta il sentiero per discendere, seguita dal suo meticcio.

Parlo troppo

Parlo troppoLa sera è intrigante tra una goccia e l’altra, poco traffico, qualche passante,
ci vorrebbe una musica giusta per accompagnare la guida attraverso il centro
al ritmo dei semafori lampeggianti,
sottolineata dai lampioni spenti, in angoli appartati,
ombrelli un po’ aperti e un po’ chiusi.
L’intimità dell’auto mi ripara dal silenzio esterno,
solo i pensieri rimbalzano all’interno tra i vetri.
Il respiro tranquillo dell’attesa ai semafori e le buche onnipresenti:
mi sconquasso e mi rilasso in una sequenza senza fine;
l’attesa, poi, ispira le parole in libertà,
frasi senza senso ma belle da dire perché non seguono regole.
Lilian, parlo troppo.
Lo so che ci sei li dietro nell’ombra da qualche parte,
lo sento da un pensiero espresso un po’ più forte;
gli altri pensieri si sono girati tutti per redarguire quel pensierino fuori dal coro.
I pensieri ordinati si stupiscono sempre dei pensieri arruffati,
forse ne sono gelosi.
Ma i pensieri che urlano fuori dal coro nascondono una voglia,
una bellezza nell’essere ideati ed espressi,
una realtà diversa e forse più interessante;
quei pensieri un po’ stonati diventeranno un giorno il ricordo dei momenti più belli
e l’intercalare “Lilian, parlo troppo” diventa parte dello sproloquio
e se ne sentirebbe la mancanza se non venisse fuori spontaneamente.
Lilian mi direbbe che sono matto
ma tu non glielo dire, che resti tra noi,
questo momento intimo riguarda solo noi due.
E ti sento respirare li dietro,
forse un sospiro che segue il pensiero stridente,
è il cuore che vuole parlare
e per non battere troppo forte chiede aiuto a chi sa far rumore, la bocca, i pensieri.
La sera e’ fatta apposta per le parole strane
questo è il regno del non senso rincorrendo il sentimento
questo è il regno della parola
questo è il sogno che ci lega
anche il silenzio alla fine è carico di messaggi rumorosi:
la pausa,
il senso,
Lilian, parlo troppo.
Ma ti parlo
e tu mi ascolti, e non riesci più a tirarmi giù, ti sollevo
sei leggera, vieni su bene sulle nuvole;
sì, è facile tirarti su, sei leggera come un sogno.
E’ curioso come le parole escano a ruota libera
così, sul momento, senza pensarle.
Non spaventarti, è una cosa bella se condivisa con te
Scopro le cose del cuore e penso a Bacci che si definisce “analfabeta dei sentimenti”,
non nel senso che non li provi,
ma perché ne è sopraffatto e non sa reagire nel modo giusto.
Ma forse anche questo è sbagliato perché non c’é un modo giusto,
ci deve essere solo un modo naturale, istintivo e spontaneo
che solo dopo scopri
e quando succede rimani senza parole per l’armonia che si e’ creata.
La risposta giusta non è quella che hai pensato ma quella che hai detto,
il gesto è quello che hai fatto e non immaginato,
nei sentimenti regna il mondo Zen,
il fascino dei Limerick irlandesi.
Lilian, parlo troppo e ti penso.

 

Sonno

Manuel Vertega ne aveva abbastanza davvero. Fosse stato per lui sarebbe volato via con un salto nel vuoto dalla rocca di San Sebastian, per mettere la parola fine a… Già, fine a cosa? Diciamo almeno alla domanda che la moglie Virginia gli rivolgeva ogni giorno, anche solo con gli occhi. E anche Simon il suo medico e padre Veron: Manuel, ma cosa hai dentro che ti opprime in ogni singolo secondo della tua esistenza? Cosa?
Bravi pensava lui, sebbene desse loro ragione facendo finta di averla capita quella questione. Bravi, pensava, come se il problema non fosse proprio il non saper rispondere.
Dicevano, guarda hai una bella famiglia.
Dicevano, guarda hai un bel gruzzoletto in banca.
Dicevano e poi guarda i tuoi figli, Jose Maria e Veronica, che perle e che bellezze rare.
Bravi pensava lui, perfettamente d’accordo e si rintanava sempre più in fondo a quel pozzo senza fine, con il sorriso finto, il volto tirato. Un inferno.
La prima a trovarlo fu Virginia, quando un po’ disturbata dal suo torpore posò il caffè sul comodino e provò a strattonarlo. Lui dormiva. Si percepiva il respiro nitidamente, ma nulla sembrava svegliarlo. Così, ormai preoccupata, aveva chiamato Jose Maria, il figlio maggiore, che ancora in pigiama aveva provato egli stesso a destarlo con schiaffetti prima timidi, poi sempre meno delicati da arrossare senza alcun risultato il volto contratto dell’uomo.
L’ambulanza era arrivata dopo dodici minuti esatti, squassando il silenzio del cortile e facendo affacciar tanti curiosi. Come! Manuel? Ma se stava così bene. E che pena quando lo hanno portato via. Sembrava proprio addormentato. Sì! Addormentato.
Ecco, Manuel Vertega s’era davvero assopito, meglio, faceva in modo che questo si dovesse credere. In verità la sera prima s’era trovato da solo a guardarsi le mani. Non so in quanti avete visto le mani di Manuel Vertega e le meraviglie che ha realizzato con quelle mani. Ogni uomo, donna, bambino di San Sebastian le ha viste e sa che erano fatte per costruire, per la bellezza solida senza tempo. Manuel la sera prima s’era visto quelle mani indubbiamente belle e forti, le aveva viste per come erano, senza più grazia, perché la forza non la fanno i muscoli, la fa la vita che hai dentro.
E Manuel la sera prima aveva visto quella vita a brandelli, incapace di muoverle più quelle mani. Aveva sperimentato quanto quei momenti pesassero e che a chiedersi perché, a farsi tutte le domande del mondo, quelle dei dottori che provano a capire per intenderci, anche a farlo, quella vita non ne voleva più sapere di generare un sorriso. Era pesante aprirle e chiuderle quelle mani, ma più difficile era raccontare tutta questa fatica a Virginia. Perché per spiegare qualsiasi cosa hai necessità di avere capito, di esserti rialzato da terra, trovato la pietra che ti ha fatto da inciampo, pulito il sangue e medicato l’ematoma. Manuel invece non comprendeva, niente da fare, steso a terra vedeva solo gente chinarsi e chiedere spiegazioni. Per carità non erano gli altri a fallire l’aiuto, erano le sue mani troppo stanche per reggere il peso di un corpo morto e provvedere a rialzarlo.
D’un tratto aveva pensato al padre. Se quello che diceva padre Veron era vero adesso lui poteva scrutare i suoi pensieri e, poverino, poteva osservare quella vita marcire da dentro. Lo guardava quindi dalla sua condizione eterea e di sicuro si disperava di quelle mani ormai inerti, incredulo e impotente nel mondo del figlio. Forse provava pure a fare qualcosa, ma invano: l’avesse capito in vita di sicuro l’avrebbe raggiunto quella sera, l’avrebbe accarezzato come quando da bambino Manuel tornava con le ginocchia massacrate. Avrebbe detto alzati, dammi la mano Manuel, fammi sentire dove ti fa male. T’ho visto dentro Manuel ed è una pena lo so, ma alzati, ti reggo io, almeno per un tratto. Ma i morti si sa, non sanno più parlare e carezzare. Sono morti e l’unica cosa che venne in mente a Manuel fu di salire sulla rocca. Era già iniziata la sera e Virginia non avrebbe fatto tardi. Aveva percorso quasi correndo il tratto, breve, che lo separava dalla spianata, giungendo sul dirupo e da lì aveva guardato per lungo tempo in lontananza il mare. Ma perché punirla si disse. Perché? Sapeva rispondere? No. Perché punirla se alla fine era lui a non avere la risposta? Il dolore Manuel lo sapeva di cosa era fatto e quanto fosse pesante quando trabocca, perché infliggerlo in questo modo così incomprensibile? E poi c’era il fatto dell’amore che da solo non basta ok, ma non lo puoi, non lo devi bruciare in un attimo. Non è giusto, perché è qualcosa che non si divide in parti, esiste solo quand’è intero e sacrificarne un pezzo è uguale a uccidere il tutto e le persone che lo accolgono dentro.
Tornato a casa, aveva cenato in silenzio, non che fosse una novità, e poi si era deciso per il sonno. In fondo, si era detto, la morte non è un sonno eterno? Almeno il perdurare del respiro avrebbe mitigato la perdita, mimando la vita. Il sonno, che in ambulanza lo portò nella clinica sulla parte opposta alla rocca. Il sonno che per centoventotto lunghi giorni lo avvolse in un velo inerte di non vita apparente. Un inspiegabile fenomeno che medici di ogni parte del paese provarono a interpretare, analizzare, contrastare. Nessuno però che avesse una spiegazione, ché nessuna risultò plausibile, nulla di mai conosciuto, escludendo per come inevitabilmente si fece la volontà umana.
Accadde poi che in quei giorni in molti lo andarono a trovare e spesso, seduti sulla sponda del letto, davanti a quel corpo per tutti loro insensibile a ogni stimolo, sordo in apparenza, trovarono il modo di fare una cosa che colpì Manuel nel profondo. Finanche padre Veron, nel silenzio ovattato di quella piccola stanza, iniziò come tanti altri a parlare, a raccontare di sé e delle domande che da dentro premevano pur non pretendendo risposta, ma solo perdono. Lui, Manuel, in quel letto, in quella inerzia pietrificata diventava ogni giorno di più una icona preziosa per chiunque avesse bisogno di accendere una luce nella sua vita senza esser giudicato. L’amante perfetto, l’amico fidato, il padre disinteressato. Una teoria di uomini e donne in cerca di confessione, meglio, di qualcuno che non provasse alcuna vertigine sul bilico dei loro cuori a picco su un baratro buio.
E alla fine anche Virginia, centoventotto giorni dopo, una domenica sera, seduta sulla sponda, poggiata sulla mano sinistra, iniziò il suo monologo. Cosa disse non ci è dato di sapere e ben poco interessa davvero, ma per tanto la sua voce di donna cullò quel sonno. Erano finalmente lei e Manuel. Lei e quel suo grande baratro interiore, spalancato e inondato d’aria gelida, che a dir la verità faceva bene. Manuel è quella mano poggiata sul letto che carezzò e strinse. Dormiva Manuel, ma un piccolo sorriso gl’inarcò il labbro. Virginia guardò il tocco farsi legame con quella mano da costruttore di cose solide e vive nel mondo liquido che dolcemente evaporava dentro quella sterile casa di cura. Scostò le coperte e tolte le scarpe si stese accanto, poggiando la testa sul petto dell’uomo che dormendo la cullò a sua volta. Con tenerezza Virginia ascoltò quel ritmo sereno, mentre un sonno perfetto lentamente si impadronì di lei, vincendola accanto a Manuel sino al mattino dopo, quando io, desideroso di essere ascoltato per l’ultima volta, entrai nella stanza e per fortuna sorrisi.

Siamo noi San Valentino

immagine di mia creazione : http://www.instagram.com/lucialcreazioni

Non sa di cioccolato, San Valentino,
non profuma di rose,
non è una dedica di miele,
né un cuore rosso.
Non è un giorno San Valentino,
non è santo,
non è una poesia rubata,
una canzone dedicata,
una candela accesa,
un peluche.
Sei tu che sai di me,
son io che so di te.
È un ti amo gridato in gola,
a labbra incollate.
È la tua mano che si attarda
a carezzare la mia nuca,
sudata d’ amore.
É la mia che ti esplora, audace.
È il tuo cappuccino tiepido,
è il mio orzo caldissimo.
Son io che ho sempre freddo,
sei tu che soffri il caldo.
È il rispettoso silenzio,
che dice “io sono sempre qui”.
É il fiume di parole
che non san tacere di niente.
Sono mille foto,
e mille sogni.
L’impudica intimità
di corpi, cuore, pensieri.
É indecenza e ritrosia,
fatica e meraviglia.
É la ruga del quotidiano
la cicatrice del tempo.
Il gioco e l’impegno.
L’inesausto stupore di due anime bimbe.
Il sospiro felice di chi si è ritrovato.
Sai tutto,
so tutto.
Ti amo così,
mi ami così.
É incorruttibile fede questo amore.
Il credo di ogni giorno.
Siamo noi San Valentino.

Lucia Lorenzon, 12 febbraio 2019