Destino – 10

La nona parte è QUI

Io non esisto. Secondo i vostri parametri s’intende. È già singolare che io possa conoscere questo canale di comunicazione, una crepa nel guscio che isola i nostri due universi dentro la quale sbircio le vostre silhouettes che affollano la scena.Non esisto perché non ho un prima o un dopo. Ho solo un durante; un lungo, incommensurabile presente. Vivo – qualora io abbia compreso cosa intendete per vita – ignorando il procedere di tempo e di spazio. Ho dovuto abituarmi a questi concetti per indagare l’ordine dei vostri eventi. La biologia, la concentrazione di energia, il collasso della funzione d’onda in un singolo stato. Stato, lo chiamate così il manifestarsi di una specifica configurazione, giusto? E per questo avete il bisogno di ordinare lo spazio dove confinare i vostri stati e di seguire con un tempo la sequenza dei loro cambiamenti. È a mano a mano che salite in complessità che mi sembra si manifesti la materia, sempre più ignara della sua origine, generata dalla fatica immane contro l’entropia. Come fate mi chiedo e soprattutto perché. Difficile per la mia concezione primitiva del tutto che vibra con l’universo. Almeno il mio di universo. Lo comprende e lo permea, l’io, il tutto. Io penso addirittura di essere entropia, esisto ma da monade e ho dovuto puntare la mia attenzione sulle diverse concentrazioni di energia per dedurre il vostro concetto di noi. Singoli io che condividono il tutto, non essendo da soli il tutto, ma insieme diventandolo. Tanti io obbligati a rispettare uno spazio che li delimita e un tempo finito, durante il quale provano a vincere l’entropia. E se io sono entropia provano a vincere me.
Eppure questo tempo, perché a questo ho dovuto adattarmi, induce a interrogarmi sul suo senso e già nel momento stesso della nascita in me di questo bisogno provo la necessità di almeno un altro io a cui sollecitare la risposta. E sento brividi, movimenti che anticipano un collasso, una morte se chiamate così questa trasformazione. È la domanda forse che impone il limite del prima e del dopo? E del cosa c’era prima e cosa dopo?
Studio i movimenti disperati di Francesco, il suo voler ostacolare questo complesso collasso di funzioni d’onda pur mantenendo ferma la volontà di rispondere alla domanda. Lo seguo, essendo immune allo spazio, nei suoi pensieri, nello spasmodico offrirsi alla tecnologia che usa per simulare un ovunque e un per sempre, nel suo mondo che impone questa vittoria entropica. Credo che dovrò far l’abitudine con il vostro mondo, perché in ogni istante – ecco vedete come il mio stesso linguaggio sta mutando? – passato a comporre la domanda sul perché, un frammento di me collassa, in frammento appunto, diventando significante del termine, una porzione limitata. Un nucleo degenerativo che spesso si annichila per carità, ma che basta da solo a fratturare il mio universo in prima e dopo. E ogni frattura introduce pressione e spasmi nel tutto e io ne sono attraversato e deformato. È dolore!, sì dolore come lo chiamate voi questo disagio, con la costante impressione di essere sul punto di esplodere in minuscoli pezzetti – ancora e ancora pezzi di tutto e di io che non comprendo sino in fondo ma che entrano nel mio lessico – scagliati ovunque in quello che a questo punto cos’è, vuoto? o il vostro universo riempito oggi di materia inesistente, oscura? Materia, oggi, dolore, maledizione Francesco! Cosa vuoi ottenere provando a sospendere ogni fine? Come vuoi farlo se non uscendo da questo universo, decongestionando la materia, facendola implodere in un tutto, in un solo io.

Francesco emerse dalla fase REM di colpo. Aveva in mente quella figura fatta di vuoto, una voce fuori campo che da diverso tempo lo tormentava durante il sonno. Emerse dall’ombra dell’ambiente dove si trovava, agitato e perplesso come ogni volta. Provò ad alzarsi, quasi dimenticando la sua condizione. Poi, spaventato ancora, si portò verso l’accesso alla grotta. Era sempre quello il suo rifugio quando le ombre, quelle ombre, lo assalivano. Il piccolo antro dalle pareti umide lo accolse, alla luce tremolante di una lanterna a lui poco visibile. Su una roccia sporgente si accomodò provando a respirare con calma per riprendere lucidità. In quel posto ci fuggiva sempre da ragazzino, quando gli scanazzati gli davano la caccia. Ci accedeva da una porticina nella corsia dei garage, sparendo in una fessura appena accennata su una parete di roccia coperta da rampicanti. Poteva passarci solo lui che chiamavano schieletro, proprio per la sua esile corporatura. Stava lì per il tempo necessario a far perdere le tracce, al sicuro, perché quei bulletti alla fine avevano una paura tremenda del buio nel sottosuolo. Lui no, al buio si era sempre affidato e a quell’antro, così simile alla camera minuscola in fondo al corridoio dove suo padre aveva incastrato a forza il letto e la scrivania. Lì Francesco, detto schieletro si rinchiudeva e lasciava libera la sua fantasia. Come ora, come allora. E difficile dire se l’antro nel sottosuolo fosse reale o semplicemente quel microambiente casalingo mutato dalla sua immaginazione. Difficile e inutile adesso che poteva decidere il reale e l’immaginario con due righe di codice. Al silenzio, con le gocce di acqua che ritmicamente scandivano il suo tempo, provò a concentrarsi sull’ultima versione del processo di riscrittura inversa. Aveva cambiato la storia e il tempo della narrazione di Holbesh e di tutti gli abitanti del borgo. Ma troppo lentamente e con buchi eccessivi. Guardò le connessioni riscritte e le densità di energia usate. Una, dieci, cento volte. Sembrava che il baco fosse evidente, sotto il suo sguardo, ma che la soluzione venisse celata da un pensiero, un processo in background che ostacolava la sua concentrazione. Doveva parlarne con il capo, il prima possibile e se era vero il suo dubbio, dovevano agire in fretta. Chiuse tutto e tornò fuori, nella luce asettica della sua cella. Una folata dell’impianto di condizionamento gli ricordò un identico sbuffo di vento lontano nel tempo. E insieme allo sbuffo, il volto imbambolato di sua madre, nell’ultimo suo giorno sul pianeta.

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Sconfiggimi (una mia video-poesia)

Ho pubblicato questi miei versi qualche giorno fa nel mio blog. Oggi ne ho fatto una video-poesia per Caffè Letterario. Versi che narrano di passione, con le parole e con le immagini usate, dell’ artista Loui Jover, (sotto lascerò un link per chi volesse sapere qualcosa di più di lui, a me piace molto).

Eccovi dunque la mia poesia, e il video.

Buona lettura e visione.

Dissacrami,
spogliami da ogni residuo di me,
da ogni ricordo d’altro.
Occupami,
invadimi;
lascia che diventi
unico tuo territorio,
di nessuno prima,
di nessuno dopo.
Non temo possesso,
lo anelo.
Mi cedo,
e concedo alla tua esplorazione,
ogni respiro
ogni grido.
Fammi perdere,
come unico nord
il tuo odore,
il calore del tuo fiato.
Perduta in te
ritrovo la mia essenza.
Sconfiggimi,
in questa battaglia d’amore
voglio solo morirti dentro.

Lucia Lorenzon, gennaio 2018

Loui Jover: https://www.thingsiliketoday.com/immagini-e-parole-loui-jover/

Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – la strada

https://etiliyle.files.wordpress.com/2017/12/20171211_1157291553667279.jpg?w=1150&h=647

immagine tratta dal blog Etiliyle

La strada partiva dalla periferia meridionale di Venusia e arrivava alla città più vicina, il capoluogo della regione. Una strada di campagna tra due muri di erbe alte che nascondevano la pianura. Uno sterrato polveroso d’estate e fangoso d’inverno. Lo stato della via era un chiaro indicatore com’era considerata Venusia. Sembrava che il paese fosse dimenticato da Dio e dagli uomini. Non era neppure segnato sulla carta geografica. Un punto invisibile. Le strade che arrivavano a Venusia non erano molte, perché nessuno avvertiva la necessità di andarci. Casomai era vero il viceversa: i venusiani la usavano per andare in città a respirare l’aria vivace e gaudente del capoluogo. Questa era quella più frequentata. L’altra quella del bosco, dalla parte opposta del paese, era praticata da poche persone. Dicevano i venusiani che portava male.

Intorno a Venusia c’era una pianura piatta, interrotta solo dal bosco a settentrione e a oriente da un dosso con la Fortezza. Per il resto la visione si perdeva nei campi coltivati.

Quell’inverno era stato particolarmente secco. Poche piogge, ancor più rari i giorni di nebbia. Il fondo della strada era per lo più duro e secco ma senza la polvere estiva.

Pina la percorreva in bicicletta, portando sulle spalle una cesta con gli ortaggi invernali che aveva raccolto nella mattinata. Da quando i negozi erano aperti tutti i giorni, doveva portare in città la verdura fresca anche la domenica. Se per i negozianti era fastidioso, perché non potevano chiudere le loro botteghe, lasciando via libera alla concorrenza, per Pina era ancora più duro, perché nemmeno alla domenica poteva restarsene a casa.

Faceva quel tragitto con ogni tempo in bicicletta fuorché con la neve, perché andava a piedi in città con il suo carico di ortaggi. Ci metteva circa quaranta minuti a raggiungere la città, pedalando di buona lena, ed era faticoso col carico sulle spalle, specialmente quando la strada era fangosa e si appiccicava alle ruote come una sanguisuga.

Pina era una donna di mezz’età, secca e piccola. Il viso rugoso la faceva sembrare più vecchia ma l’energia e la forza fisica non le mancavano. Non poteva rinunciare a quei pochi soldi che ricavava dalla vendita dei suoi ortaggi. Erano tutto il suo sostentamento. Non si lamentava mai se il sole picchiava duro oppure la galaverna affrescava di bianco l’erba del ciglio della strada. Pedalava in silenzio avvolta nel suo mantello verde sia d’estate che d’inverno.

Era la prima domenica di gennaio e un sole pallido inondava la strada con la sua luce. Non mitigava molto l’aria della mattina, che pungeva il suo viso. Le guance erano rosse per freddo e dal naso colava un liquido bianco, che strofinava via col dorso della mano.

Arrivata quasi in città, la dove alla terra battuta si sostituiva l’asfalto, Pina vide una donna che si sbracciava come a chiedere aiuto. Frenò di brutto e accostò.

«Dio vi ringrazi» borbottò col fiato mozzo.

«Casa vi è successo, buona donna?» chiese cortese Pina, mentre lo sguardo spaziava intorno senza scorgere un minimo segnale di pericolo o di presenza umana.

«Nulla, nulla»

Pina sgranò gli occhi basita per il suo atteggiamento strano. “Sembra che corra un pericolo mortale ma afferma tutto il contrario” bisbigliò a labbra chiuse. Qualcosa doveva metterla sull’avviso che la risposta nascondesse un secondo fine ma lei era fiduciosa nella natura umana.

«Avete necessità di aiuto?» domandò cauta come se tastasse la consistenza della superficie ghiacciata dello stagno con un piede.

La donna scosse il capo, negando anche questa ipotesi.

Pina la guardò con un occhio semichiuso. “Qualcosa non torna” si disse, afferrando il manubrio della sua bicicletta.

Accennò a iniziare a pedalare, quando la donna pose una mano sul suo braccio per frenare la sua corsa.

«La prego, non andatevene» la implorò con tono supplichevole.

Pina non rispose e mise un piede per terra per tenersi in equilibrio. “Se ha bisogno di aiuto, dovrà trovare delle parole convincenti” rimuginò, sospirando rumorosamente.

«La prego» ripeté la donna con un filo di voce.

«La sto ascoltando» affermò Pina, guardandola in viso.

La donna che appariva vestita modestamente e in modo inadeguato alla stagione fece un passo in avanti, avvicinandosi a Pina che non percepiva il motivo per il quale era stata fermata.

«La vedo passare tutti i giorni e non ho mai avuto il coraggio di fermarla».

Pina cominciò a provare fastidio per tutto questo e se ne sarebbe andata se la curiosità non l’avesse frenata.

«Sì, è vero. Sono anni che faccio questa strada» disse senza aggiungere altro.

La donna sembrò pregarla con le mani giunte ma questo le dava molto fastidio. Con un cenno del capo le fece segno di sveltire le parole. Era già terribilmente in ritardo nelle consegne.

«Mi chiedevo» aggiunse qualche istante più tardi. Una nuova pausa ritardò le spiegazioni.

«Sì ma la prego di parlare più in fretta. Sono in ritardo nel mio giro delle consegne» affermò decisa Pina.

«Le stavo dicendo che lei è fortunata a possedere un orto» soggiunse facendosi più vicina per osservare il contenuto della gerla.

«E sì» confermò agitando le mani.

“Sta fresca se le regalo il contenuto della sporta!” ironizzò Pina.

«Oggi ho trovato il coraggio di domandarle…»

“Uffa” borbottò Pina che non aveva intenzione a lasciarsi coinvolgere in qualche gioco di parole.

«Le volevo domandare…». Una nuova sosta nelle parole creò una situazione di disagio.

Pina fece un sorriso per incoraggiarla a concludere il discorso. “Sto perdendo un sacco di tempo” pensò, perché per lei il tempo era denaro.

Non sentendo nulla la donna riprese a parlare.

«Le volevo chiedere se mi porta con lei in città. Ho sempre desiderato andarci senza mai averne il coraggio».

Storie in pillole – III

“Come fai a leggere quella roba?” chiese Daniele.

“E’ interessante.” rispose Giulia.

“D’accordo ma… non ti inquieta? Non ti fa venire il voltastomaco?”

“Perché dovrebbe?”

“Beh, sono… serial killer. Cioè, non sono normali e nemmeno sani di mente.”

“E chi lo dice?”

“Mi sembra ovvio… voglio dire, uccidono la gente per divertimento.”

“Non è proprio così in realtà.”

“Ah no?”

“No. Per alcuni è, sì, divertimento, per altri una compulsione, per altri ancora una reazione ad un trauma.”

“Anche io ho subito traumi ma non vado ammazzare persone a caso.”

“E’ proprio questo il punto: perché loro lo fanno e tu, o io, no? Dove sta la differenza? Abbiamo questo “potenziale” orribile? La mente umana è incredibilmente complessa ed è proprio questa sua caratteristica a dare vita all’individuo e ai suoi comportamenti. Non voglio giustificare le loro azioni, ovviamente, ma le voglio capire. C’è dell’oscurità in ognuno di noi e mi chiedo: fin dove può arrivare?”

Daniele prese in mano il volume a lui più vicino.

“Che dici se inizio da questo?”

GAIA

Gaia, già da piccolina, era una bambina vivace e sempre allegra. Aveva un sogno, quello di essere una dea. Voleva diventare importante come Giove.

– Ma non è possibile – le diceva la mamma. – Noi siamo esseri viventi e non divinità.

Ma Gaia non mollava il suo sogno.

– I bambini non abbandonano mai i propri sogni – rispondeva alla mamma.

La mamma sollevava le spalle come per non darle peso.

E così una sera, Gaia si addormentò convinta di realizzare il suo sogno.

Come le diceva sempre il nonno:

– A volte è sufficiente convincersi.

E infatti, verso le tre della notte, Gaia si ritrovò tra le stelle, in un luogo che non aveva mai visto prima. C’erano dei signori vestiti come antichi personaggi della Grecia. Bisticciavano.

– Io sono il padre degli dei – diceva uno con un barbone lungo così.

– Io sono il dio del mare – diceva un altro.

– E allora fatti un bel bagno e sparisci – rispondeva il primo.

– Io sono il dio del vento – diceva un terzo.

– Ancora qui? Cavalca il vento e vattene! – rispondeva quello del mare.

Insomma, ciascuno parlava anteponendo l’io alle parole, ma nessuno ascoltava gli altri e c’era una tale confusione che si vedevano solo facce tristi.

– Voglio tornare nella mia stanza – disse Gaia.

Fu subito accontentata, perché i desideri sono come i sogni, tornano sempre da dove sono partiti.

Il mattino seguente Gaia disse alla mamma:

– Mamma, ho incontrato gli dei e non voglio più essere una di loro… sono troppi e troppo tristi. E poi tutti vogliono essere migliori degli altri, e continuano a litigare…

La mamma fece sì con la testa, poi fece una carezza alla figlia e disse:

– Ho sempre creduto che gli uomini fossero più felici degli dei. In fondo, ce ne basta uno solo.

(di Stefano Re)

LA MESSA.

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I coniugi Maggi non rinunciano mai alla messa. Sempre in prima fila elargiscono sorrisi plastici alla comunità del piccolo paese di Besana. La signora Eurasia sfoggia di volta in volta dei tailleurs di Gucci o di Chanel. Ha labbra carnose dipinte di rosso cremisi e sempre tenute a culo di gallina. Martino indossa solo abiti di Pignatelli. Gli sguardi sono per loro, soprattutto all’offertorio: Martino è solito lanciare nel cestino un rotolone di banconote.
Quando giunge il momento dell’Eucarestia la nobildonna si accoda alla folla, sfilando con grazia reale e diffondendo il suo pregiato profumo. Benché presenti un’aria così umile, agli occhi più attenti non sfugge una indubbia parvenza di vanto.
Al termine della funzione i coniugi stazionano dinanzi al portone della chiesa e, con fare borghese, cortese ma distante, scambiano frasi di circostanza ricevendo in cambio sorrisi forzati, come a metà.
Martino è il direttore generale di una multinazionale, Eurasia è una giornalista. Benestanti sì, ma di buon cuore. Sono innumerevoli le iniziative benefiche sostenute dalla famiglia Maggi: in paese lo sanno tutti, anche i muri.
E quando nella piazza non rimane più nessuno, marito e moglie recuperano l’auto di famiglia: una Lamborghini grigia e lucida, parcheggiata sempre al solito posto, che nessuno osa occupare, nemmeno le rare volte in cui giungono in ritardo.
Martino ha costruito il suo successo con intelligenza. Lo stesso non si può dire di suo fratello. Enrico è sempre stato un disastro economico. A causa dei debiti ha ricevuto persino lo sfratto e ora gli sarebbe occorso un garante per poter stipulare un nuovo contratto d’affitto. Umiliandosi aveva chiesto aiuto a Martino che, ancora risentito per una vecchia questione, si era negato troncando poi ogni rapporto. “Mio fratello è inutile al mondo!”, era solito dichiarare.
Anche Enrico era in chiesa quella stessa mattina. Sedeva in ultima fila e pregava Dio affinché risolvesse i suoi problemi, ma, soprattutto, col cuore chiedeva il perdono per suo fratello Martino.

Destino – 9

Questo è l’ultimo post mio del 2017.
A tutti gli autori e ai lettori del Caffé Letterario auguri per queste feste e per il nuovo anno.

L’ottava parte è QUI

Seduti nel tinello della canonica i due uomini stavano in silenzio. Sebastien teneva in mano un bicchierino di cristallo con un liquore dentro. Sorseggiava e provava a riflettere sugli ultimi eventi. Holbesh osservava invece la stradina da dietro i vetri della finestrella. Di tanto in tanto facce per lo più conosciute attraversavano il suo campo visivo, ignare di essere scrutate. Una donna con una grande sporta di verdure si fermò davanti alla porticina di fronte alla canonica. Per alcuni istanti la vide frugarsi la tasca in cerca delle chiavi per aprirla. Fu in quel preciso movimento che percepì un richiamo verso qualcosa, una sensazione di già visto a un tratto divenuta folgore che sembrò abbattersi sulla scena. Holbesh scattò in piedi come se gli fosse apparso il diavolo in persona.

«Le chiavi Sebastien», urlò di colpo.
«Che chiavi?»
«Del laboratorio! Le hai ancora?»

Padre Martin tirò fuori il mazzo ancora stupito dalla sua domanda.

«Andiamo!»
«Holbesh, che volete andarci a fare in laboratorio? Le misure non saranno ancora pronte.»
«Andiamo!»

Non era momento per altre domande e in un silenzio fitto, rotto solo dai passi sugli acciottolati si infilarono nei cunicoli sino alla grande porta di metallo. Dentro, il corridoio e le luci bianche continuavano a definire quello strano ambiente. Il laboratorio però era buio, nessuna macchina accesa, nessuna traccia di attività. Sebastien controllò i ripiani; nessuna traccia di flaconi, provette o campioni biologici. Tutto scomparso, evaporato e forse mai esistito. Holbesh osservava sconfortato la vana ricerca del suo compagno di sventure, incapace di darsi ancora spiegazioni logiche.

«Sebastien, non so che diavolo stia accadendo al nostro tempo, ma in questo posto i nostri campioni non sono ancora entrati.»

Uno sguardo ancora e insieme ebbero una stessa intuizione. Tornati nel corridoio si precipitarono nell’ultima stanza, nella speranza di trovare qualche risposta. Anche questa volta però la situazione sembrò solo complicarsi visto che i due terminali erano magicamente scomparsi. Al loro posto i tavolini vuoti e alcuni cavi di alimentazione penzoloni. Sul lungo tavolo volumi e fogli invece continuavano a ingombrare il piano, con l’unica aggiunta di un tablet spento che non attirò subito la loro attenzione.

«Sebastien, che cosa sta accadendo ancora? Il tempo sembra essere impazzito da queste parti. Pierre circola ancora vivo e vegeto. Probabilmente non è mai morto. E qui giù ci ha fatto visita qualcuno che non ha davvero gradito la nostra curiosità.»
«E lì fuori c’è gente che si diverte a distribuire scontrini con QR code.»

Holbesh attese un attimo che quell’ultima frase trovasse una decodifica nello strano quadro mentale che stava affannosamente costruendo. Mise una mano in tasca e tirò fuori il frammento di carta termica. Adesso serviva un altro piccolo sforzo. Bisognava capire perché era stato inserito nella loro giornata quel dato.
Sebastien intanto armeggiava con il tablet provando a sbloccarlo. Al terzo tentativo la home comparve sotto i suoi occhi, sovrapposta a uno sfondo di un dipinto coloratissimo. Doveva essere un mercato affollato ritratto mentre alcune figure si muovevano tra i banchi. Una donna di spalle con un vestito leggero, una busta della spesa in mano e un corpo generoso, un uomo scarno che le veniva di fronte, ambulanti intorno a guardare i due, probabilmente amanti segreti, in mezzo al putiferio di prodotti della terra e del mare.

«C’è un lettore di QR code in quell’affare?»

Sebastien provo a vedere tra le varie icone, poi fece segno di no.

«Dovrei scaricarlo da uno store, ma non c’è rete.»

Holbesh provò a pensare a una soluzione, ma dovette in qualche modo arrendersi.

«Dobbiamo andare via! Sebastien! Sebastien!»

Padre Martin era desolatamente assorto sullo schermo, sul quale passavano foto di un tempo che con tutta evidenza lo aveva interessato. Holbesh si avvicinò per guardare insieme a lui quei volti, quegli scatti di vita familiare: un cane che il Sebastien felice della foto teneva al guinzaglio, una donna che lo cingeva in un gesto amorevole, una bimba. Entrambi sembravano incapaci di proferire una parola, una sola che potesse rompere quel silenzio assoluto. Finché Sebastien non trovò la forza per costruire uno straccio di frase.

«La password. L’ho ricordata a un certo punto la password. Doveva essere mio questo tablet, Holbesh. Avevo una famiglia e un cane. Avevo una vita.»

Guardava le foto e con il dito correva e accarezzava quei volti che per lui non sarebbero dovuti essere nuovi.

«Dobbiamo andare via da qui», disse Holbesh con una certa nuova dolcezza. 
«Dove?»
«Non ho idea, ma questo è un posto maledetto. Dobbiamo andare.»
«Come?»
«A piedi intanto. Non possiamo fidare in nessun aiuto.»
«Ho sonno Holbesh, non ho la forza per scappare ora.»
«Hai ragione, dobbiamo riposare un po’. Aspetteremo la sera, sarà più semplice fare perdere le nostre tracce.»
«Questa sera?»
«Sì, prima andiamo via, prima capiremo cosa sta accadendo.»
«Ne sei convinto?»
«No, ma è l’unica possibilità che vedo. Qui siamo in gabbia.»

Sebastien annuì e in silenzio ripercorsero a ritroso la strada verso la superficie. Attraversarono la chiesa sempre deserta e tornarono in canonica, sprofondando nei due lettini del secondo piano. Difficile dire se qualcuno dei due riuscì davvero a dormire. Di sicuro rimasero sdraiati, immersi nei loro cupi pensieri evitando di aprire altri discorsi. Holbesh provava anche un senso di colpa nei confronti della vedova Morel, ma anche quella donna era parte di quello strano mondo che dovevano in fretta abbandonare. Per qualche ora la stanchezza lo vinse, facendolo piombare in un sonno pesante interrotto dalla strana sensazione di essere osservato. E in effetti aperti gli occhi Sebastien lo guardava seduto ai piedi del letto. In mano aveva il mazzo di chiavi.

«Il laboratorio. Non c’è più il laboratorio. Neanche il cunicolo, il passaggio, la porta. Solo un muro solido. Nessun segno di varchi. Sparito tutto.»
«E ti stupisce ancora?»

Sebastien accennò un no con il capo, «volevo portare con me il tablet, il mio tablet. Tutto sparito Holbesh. Tutto.»

Fuori c’era ancora chiarore nonostante il sole stesse preparando il tramonto. All’ingresso trovarono i due zaini con le poche cose che avevano preparato per la fuga. Non si voltarono neanche una volta a guardare ciò che si lasciavano dietro, guadagnarono in fretta le ultime case del borgo e si diressero verso il ponte sulla vallata. Sotto, il fiume scorreva rapido in piccoli gorghi sulle rocce affioranti. Per un po’ camminarono in silenzio, ognuno nei sui pensieri, ognuno nel suo mondo scosso da quelle ultime ore. In un paio di ore, raggiunsero la vetta della collina e iniziarono a scendere sull’altro versante. In lontananza il ponte di un’autostrada occupava con i suoi piloni stretti e alti lo spazio tra i due versanti di un vallone. Ricominciarono a parlare delle loro cose, sempre più rilassati a mano a mano che la loro storia recente si allontanava, anche fisicamente, dietro le loro spalle. Una strada a stretti tornanti incrociò il loro percorso, indicando per un po’ il tragitto. Camminavano spediti, mostrando una certa familiarità del posto. Dopo due curve, in una piazzola che si protendeva a mo’ di belvedere sul dirupo, due auto attendevano coperte di brina.

«Siamo arrivati. Allora Holbesh come ti è parsa la nostra montagna? Certo non è quella della tua Polonia! Ma per oggi penso che possa bastare.»
«Da rifare, come si chiamava quel borgo dove abbiamo pranzato?»
«Verrazze!»
«Un posto davvero fuori dal tempo.»
«Già, fuori dal tempo. Vai piano Holbesh, mi raccomando e tornando a casa e salutami Sara.»
«A lunedì allora e non ti dimenticare di passarmi le foto su una chiavetta.»
«Mandami un messaggio così non lo dimentico, dai. A proposito, no è che conosci un certo padre Martin, Sebastien Martin.»
«Non mi viene nuovo il nome, ma non lo ricordo. Perché?»
«No niente un tipo strano che ti cercava venerdì al lavoro.»
«No proprio non ricordo ora. Se era importante tornerà.»

Francesco osservò Holbesh mettere in moto e iniziare la discesa verso valle, riflettendo sul giorno trascorso. Pensava che come primo esperimento sul campo poteva andare bene come resa ma non come velocità di scrittura. Aveva annotato inoltre un paio di imperfezioni sulle quali lavorare. Una zanzara ronzando si posò delicatamente sulla spalla. Era tempo di tornare ora. Guardò per un attimo l’auto muoversi lungo i tornanti, poi chiuse gli occhi e velocemente rientrò alla base.

 

Storie in pillole – II

Erano note straniere eppure stranamente familiari, una melodia dolce e aspra retaggio di una popolazione antica e austera, nata dalle radici fredde della Scandinavia.

Clio non riusciva a spiegarsi perché ma, quando sentiva quella musica, la sua mente andava subito al Nord, quello estremo delle aurore e del sole di mezzanotte che immaginava fatto di spazi sconfinati, silenzi e solitudini, caminetti accesi, neve e… “casa dolce casa”.

Accese il portatile e cercò immediatamente il primo volo disponibile per la Scandinavia, senza una meta precisa, lasciando che fosse il destino a decidere per lei: Isole Faroe, sperdute nell’oceano tra la Norvegia e l’Islanda.

Fece qualche telefonata, fece le valigie. Preparò una tazza di cioccolata bollente e si sedette sul divano, pensierosa.

“Lo sto facendo davvero…” disse tra sé e sé. “E’ il sogno di una vita e lo sto accogliendo. Finalmente.”

Eivør – Trøllabundin

 

Visioni di donne

Torno a pubblicare delle immagini, delle mie creazioni digitali, la parte visiva della mia comunicazione, al di là delle parole. Un nuovo esperimento…visioni di donne surreali, sensuali, ma una sensualità che non vuole essere urlo, ma essenza, una mia idea di uno dei tanti aspetti del femminile del “femminino”.

Buona visione!

Aggiungo, chiamandomi Lucia, gli auguri a tutte coloro che portano questo nome e che oggi festeggiano il loro onomastico.

Tantissimi Auguri!

Lucia

aperineve e una patatina

bene bene bene… allora con l’ultimo tipo? – ragazza convinta di essere ad un semplice aperitivo

l’ultimo tipo? un altro bla,bla,bla – ragazza convinta di non essere ad un semplice aperitivo

-arriva il barman con i due spritz, taglia la corda, ha fiutato il pericolo.

La ragazza non convinta ne beve un lungo sorso, inizia a spezzettare con i denti qualche patatina, sospira “l’ultimoo tipo?”

la ragazza convinta avverte il pericolo. Beve un lungo sorso a sua volta. Il silenzio degli innocenti è perfetto.

“L’ultimo tipo, eh? Vediamo…” altra patatina decapitata rumorosamente. Altro lungo sorso, ordina il secondo.

Arriva di nuovo il barman, appoggia con fare elegante il bicchiere colmo, taglia la corda, ha evidetemente realizzato il

pericolo.

“L’ultimo tipo? un altro bla, bla, bla. Un tipo così giusto, da non avere senso. Così presente, da sembrare assente. Così grande, da non vedere nulla. Così intellettuale, da non capire altrettanto. Una differenza iniziale che avrebbe dovuto essere una guida. Un continuo parlare, che avrebbe dovuto essere un appoggio. Il genere di incontri, che vorresti sempre, ma di cui ti accorgi che non vale niente. Un incrocio di sguardi, persi e presenti. Immersi in differenti sensi. L’uno un sesso senza direzione, l’altra un sentimento privo di azione. Se quando agiva c’era lo scopo, finiva sempre in un unico modo. E poi le sere a guardare oltre il finestrino, raccogliere racconti da svuotarsi l’anima, rendersi conto che si sta parlando da soli. Un dialogo ripetuto a regola d’arte, un copione che è sempre lo stesso, consumato e privo di senso. Un dolce fanciullo avanti coi tempi, ma che non ha ancora capito la differenza tra l’esserci e apparire. Avere l’idea, vagamente, che si sta assieme, solo di fronte al cameriere che chiede il conto dopo la cena. Pensare di avere ancora una chance col Destino, che se la ride il bastardone, convincersi che sia normale non sentirsi apprezzati. Perchè c’è crisi, anche per il rispetto. Lasciar scorrere qualche evento, sebbene valido allarme, convicersi del sbagliato, perchè il vero sarebbe troppo vero. Lasciare..lasciare?…lasciare! Quel suo voler cambiare le carte in tavola “non voglio perdere tempo, il mio” (ed io sono un tempo giusto?”) “so quello che voglio? (ed io sono desiderabile?) “voglio che tu sia presente” (ed io sono presente?) “credo nell’amore a prima vista” (ed io sono amore a prima vista?) “voglio una famiglia, ma non con te” (ed io sono un intermedio?) “ho dei progetti, ma riguardano me” (ed io sono il trampolino?) “ho bisogno di un aiuto” (ed io sono un pronto soccorso?)

ed io sono desiderabile?

sì, ma anche un poster nell’officina del mio meccanico lo è

ed io sono presente?

troppo, perfino per uno come te

ed io sono amore a prima vista?

per nulla, a prima vista c’è solo la Nutella

ed io sono un intermedio?

rivolgiti ad un prete piuttosto

ed io sono il trampolino?

al massimo per una maxi vasca idro-massaggio

ed io sono un pronto soccorso?

nemmeno per me stessa

La ragazza non convinta finisce anche il secondo bicchiere “..le fini rivelano gli inizi”, si dimentica di tutto. Forse al quarto bicchiere? La ragazza convinta, si convince ulteriormente, pagherà il conto al prossimo.

 

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