6 Settembre

Oggi avrei dovuto pubblicare la seconda parte del racconto “Vacanze in Supramonte” ma, a causa di caldo e problemini vari, non sono riuscita a trovare la concentrazione necessaria per scrivere. Quindi anche oggi, come già fatto in passato, vi parlo un po’ della mia terra. Settimana scorsa ho giocato alla turista, erano anni che non lo facevo e sia il caso che l’istinto mi hanno riportato nel quartiere storico di Castello che mi ha fatto letteralmente da scuola e quasi da casa per sette-otto anni. Non scorderò mai il suo profumo stantio e umido, carico di storie e sentimenti, come la pelle degli anziani che trasuda saggezza e vita vissuta.

Mi sono emozionata nel passare davanti alla mia vecchia scuola, un ex monastero eretto IMG_20170828_180921nel 1539 e convertito in asilo già alla fine dell’Ottocento, e ho dovuto resistere alla tentazione di citofonare e chiedere di poter vagare di nuovo in quegli spazi che da piccola mi parevano immensi e pieni di mistero. Ahimè, non ho avuto il coraggio di farlo e mi sono pentita; comunque la buona notizia è che la scuola da lì non si sposta, magari approfitterò di questa certezza in un’altra occasione.

Una curiosità: la scuola è direttamente collegata alla chiesa di Santa Lucia. Dall’architettura semplice ma d’effetto, la chiesetta apre diverse volte ogni anno, compreso in occasione di Monumenti Aperti, giorno in cui a fare da guide sono, udite udite, piccoli scolari emozionati ed impazienti che stanno sul portone nella speranza che qualcuno entri. Anche io per tre anni ho fatto parte di quella schiera ansiosa e, insieme ad una grande conoscenza della chiesa e dell’istituto in questione, ho acquisito anche un trauma. Sì, sul serio. In terza elementare, per lo meno ai miei tempi,  alle miniguide toccava illustrare la storia di Santa Lucia che si concludeva con un lapidario “ella si strappò gli occhi” e sguardo tragico verso la statua della Santa con occhi su piatto. A dirlo così vien da ridere ma vi assicuro che la cosa è tutt’altro che comica. Va bene, scendiamo a patti. E’ tragicomica. Dell’interno della chiesa non ho foto, ma vi allego la descrizione della sua architettura per chi fosse interessato.

Una delle cose che mi ha sempre colpito di Castello è il suo essere costruito in bilico su IMG_20170828_165310una rocca, a 25 anni ho ancora paura che qualcuna delle costruzioni possa precipitare nel vuoto all’improvviso, considerato anche il generale stato di abbandono di molti edifici. Credo basti la foto qui accanto per avvertire un leggero senso di vertigine. La costruzione che vedete è la Cattedrale di Santa Maria Assunta e Santa Cecilia, nome lungo ma assolutamente meritato vista la sua bellezza. Ma della cattedrale vi parlerò un altro giorno, magari affiancando alla sua gloria la triste vicenda del Convento di Santa Caterina, precipitato nel vuoto in una notte di tempesta e le cui suore ancora vagano per le stradine del quartiere in compagnia di altri spiriti tormentati, perennemente in cerca di pace.

Ma queste sono altre storie.

P.s.: se siete interessati, potete trovare tante altre foto tra i contenuti del mio profilo Twitter. Curiosate liberamente! 🙂

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DIALOGHI

Ma sempre le stesse foto?”

(silenzio)

“Ti piace il mare?”

(silenzio)
“È dell’anno scorso?”

“Di quest’anno”

“Ma sei fissato… Ti piace il mare?”

(silenzio)
“Bisognerebbe cambiare il soggetto”

Ruppe il silenzio : “Ti piacciono i selfie?”

“Molto… mi immortalo con luoghi sempre diversi”

Alitò una nuvola bianca di fumo e poi disse: 

“A me sembra di vedere la solita faccia da culo”

 Finalmente hai cambiato soggetto…”
“Sì” “Cos’è?” ” Merda” “Di cane?” “Sì”

“Bisognerebbe multarli” “I cani?”

“No, i padroni” “Sei antico” “Perché?”

“Siamo nell’era Cinofelinocratica”

“Quindi?” “Quindi nulla, comandano loro”

“A me fa schifo” “Vedi che sei vecchio?” “Perché?”

“Perché questa è arte contemporanea”

“Si tuffano dalla boa?” “Sì”

“È tuo figlio?” “No, l’ho preso in prestito dal bagnino” 

“Il mio è quello bravo” “Bene”  

“Fa anche il triplo carpiato” “Bene”

“Gli ho fatto fare corsi su corsi” “Bene”

“E il tuo?” “Cosa nostra”

“Sì, ma che tuffo fa?”

“A bomba… ma sai come saltano i rompicoglioni?”

(S. Re)

l’ansia di Elisa

Risultati immagini per vista dall'alto

Questa volta è diverso, non ho più i capelli raccolti in una lunga treccia nera, ne ho il mio zaino rosso in spalla … è un altro tipo di viaggio.

Lasciata la mia piccola Viareggio, lasciata la mia amata Roma eccomi seduta accanto al finestrino dell’aereo cercando di scoprire con lo sguardo, le terre che si intravedono sotto una mare fantastico di nuvole, tra poco scenderò a Dubai.

Non ho lo zaino, non ho 30 anni, ma mi sento in trepidazione quasi ne avessi 20 …

Mi torna in mente un vecchio film con Sordi e la Cardinale .

Una volta si scrivevano lettere appassionate che arrivavano fino in Australia e poi c’erano le foto tessera, e poi c’era l’ incontro … adesso c’è il web con la sua faccia intrigante.

…e se non ti piacessi? Lo sai che ho “gli occhi a palla, il naso a ciabatta e le gambe a merlo” come diceva il mio ex marito?

…e se non ti piacessi? Lo sai che sullo space le mie foto sono modificate con un programmino e risulto molto meglio di quello che sono in realtà?

…e se non ti piacessi? Lo sai che non so nuotare? 

e se non ti piacessi … resterebbe la stima, la simpatia e il piacere di bere insieme un buon caffè …

Non sono affatto tranquilla, quando mi passo la mano tra i capelli è brutto segno … ma poi mi rassereno … ho trovato la chiave: essere soltanto me stessa.

E’ il momento di allacciarsi le cinture, l’aereo inizia le manovre per l’atterraggio … tra poco ti vedrò, ne sono felice … e tu  mi sorriderai …

Forse è solo una fuga ma non dal mio ex ma da me stessa e dalla mia vita

Elisa

Prendimi

Ancora per una volta versi “caldi”, o almeno questo il mio intento. Versi di passione.

Ultima domenica d’agosto…spero sia stata per voi una buona estate.

Buona lettura.

Prendimi,
non so essere altro da te,
nemmeno nel più lontano dei mondi.
Fammi sapere,
capire,
sentire di chi sono.
Prendimi,
sporcami
usami e fatti usare,
non ho mai paura di te.
Ci apparteniamo,
i nostri passi possono essere lontani,
le nostre mani mai;
I nostri occhi si guardano sempre.
Ti respiro dentro,
ti parlo in silenzio
Ti tocco dove nessuna mai.
La libertà è amarti,
senza limiti,
né perché.
Non può esserci nessun troppo,
dove l’Amore è maiuscolo.
Prendimi
e fatti gridare la felicità
mentre la tua essenza diventa mia.
Lucia Lorenzon, 27 agosto 2017



COSA SIAMO?

Lingua affilata, lama che affetta tagliando sentimenti, senza scrupolo, conditi con veleno che si espande con violenza nell’aria, nei polmoni, in scandite parole.
Occhi: come asteroidi senza orbita, pronti a esplodere e crollare a cocci, nel vuoto creato dalle menti affamate, voraci di spazio proprio e di solitudini, perfide e volgari, che causano un crack. Qualcosa è rotto, c’è sangue che zampilla, vivo e pulsante, dalle vene ancora gonfie dei polsi e della fronte. E i tamburi battono nelle tempie: sudore freddo, nodi alla gola che stringono e uccidono passati fragili, sgualciti dal tempo che è trascorso, e ha dimenticato un sorriso.
La morte prima della vera morte, il buio apocalittico di una fine surreale.
Deliri.
Si crepano e si infrangono i muri e le certezze, le speranze sono abbattute dagli spari di un fucile caricato di odio e a salve. In fila come maiali al macello, di cui, nell’aria, echeggiano gli ultimi e disperati grugniti.
Cuori strappati come da streghe con le mani sporche e abili, dove e come capita, senza sterilità nè preparazioni.
Essere della carne in scatola, nei supermercati o contenuti di sacchetti biodegradabili, in attesa, nei cassonetti.
Solo spazzatura: amabili resti isterici.
Composti di homo, humus, e terra.
E acqua: evaporando in uno spazio e un tempo infinito, e indefinito.f7f7831b-2d91-4691-8da8-ae049b74c36a_560_420

Confini Improbabili

Confini improbabili
sono quelli tra la mente ed il cuore
come la terra, concreta, dura, consistente
si accosta dolcemente al mare, fluttuante e inafferabile
è una linea sottile, che unisce due universi paralleli
seppur così distanti.

Il rumore del mare è come la voce del cuore
un richiamo irresistibile per la sua terra
che accoglie le sue onde
si lascia carezzare
si lascia modellare
improbabili amanti
come certi amori impossibili
che durano per sempre.

Destino – 5

La quarta parte è QUI

Nonostante le tante frenesie d’amore della giornata, Holbesh non riusciva a prendere sonno. Supino, mani dietro la nuca, osservava il tetto azzurrino della sua camera al Catalano al solo chiarore della luna piena che riempiva il mondo oltre la finestra spalancata. Nel breve corridoio di accesso all’ambiente un lievissimo fruscio e un muoversi d’ombra avrebbe dovuto inquietarlo, ma la sua anima era indurita, e per nulla inatteso sembrò il muoversi della nera figura di padre Martin sino al suo giaciglio. Immobile serrò gli occhi aspettando che prendesse posto sulla seggiola di lato alla sponda.

– Se siete venuto a confessarmi padre l’ora è tarda?

Sebastien ebbe un impercettibile sussulto. Solo un attimo per tradire un residuo di sorpresa.

– Pensavo riposaste.
– Difficile quando si hanno cattivi pensieri! Ma lo sapete bene voi, giusto?
– Già.
– Notizie dai nostri amici sbirri?
– Ricordate che lo sono anch’io Holbesh e se il governo non vi avesse dato questa possibilità…
– La conosco la storiellina Martin. Notizie?
– Nulla. Vi siete già stancato delle vostre donne? Sembravate contento fino a ieri sera.
– Quanto voi della vostra bella vedova.
– Touché.
– …
– Pare che la cura però funzioni. Quanti mesi è che siamo in questo posto maledetto?
– Stronzate. La cura non serve a niente.
– Mi pare che siamo vivi e vegeti.

Holbesh sollevò il busto e ruotando il corpo si mise seduto accanto al finto prete. Per un attimo osservò i piedi poggiati sul pavimento di legno come se cercasse nella loro forma un qualche motivo di riflessione. Poi allungò la mano verso la borsa che teneva poggiata accanto al comodino. Scavò un po’ e ne estrasse un flacone trasparente di vetro con una etichetta gialla, che lancio alla sagoma seduta di fianco.
Martin lo afferrò al volo osservando con un qualche interesse le compresse in trasparenza, soprattutto in funzione del fatto che il tappo era ancora perfettamente sigillato. In altri momenti avrebbe provato a indagare, a far finta di non capire, ma quella era una notte strana e inadatta alle tattiche.

– Da quando Holbesh?
– Tre mesi.
– Pensavo di essere il solo. Ora bisogna comunicare subito…
– Cosa? Che volevamo entrambi toglierci la vita e invece scopiamo da mesi in questo buco di posto e non accade nulla di grave?
– Che ne sapete voi di cosa volevo fare io? Magari la cura opera una immunizzazione…
– Siamo troppo simili Sebastien, solo imprigionati in sponde opposte dello stesso torrente in piena. Dubito molto che si tratti della protezione dovuta alla cura e comunque non siamo più due in questo paese, ma tre.
– Tre?
– Già, tre con Pierre.
– Pierre? Ma ho confessato proprio ieri Marie.

Holbesh tornò supino con un unico movimento, sorrise tra i denti per l’ultima frase ingenua di Martin.

– Credete davvero che si dica tutto al confessore? Pensavo foste più smaliziato padre Martin. Forse che voi al vostro benamato vescovo raccontate delle sortite in sagrestia della vostra bella vedova d’Anton?
– Non sarebbe proprio il caso e vi ricordo che comunque non sono un sacerdote!
– E Marie non è una verginella. Le ultime pasticche le ho date a lui, spiegandogli di non dire nulla in giro se teneva alla sua bella.
– Tanto bene non deve volergli Marie. Senza la cura avrebbe già pianto il ragazzo da un pezzo. Spero che quanto meno lei non sospetti nulla.
– L’ho dovuta informare invece e comunque anche per Pierre adesso è solo zucchero.
– Cosa?

Holbesh tornò seduto sulla sponda, gli occhi spalancati come in preda a isteria o droghe.

– Ho fatto un piccolo esperimento. Per un mese ho dato a Pierre il farmaco degli amici vostri e per un mese zucchero.
– Placebo.
– Esatto.
– Holbesh cosa volete dirmi che il pericolo è passato?
– E i fratelli Lefèvre?
– Già!

Padre Martin si alzò di scatto e nervoso si portò alla finestra. La luna dava il meglio di sé e la vallata brillava iridescente e tranquilla. Sembrava che nulla potesse turbare quel minuscolo angolo di mondo, eppure da anni morte e dolore vi albergavano disgregando i sentimenti e le vite di donne e uomini di quella piccola comunità.

– Sebastien, qualcosa che non va in questa strana storia c’è e non credo che i nostri amici del governo vogliano aiutarci. Avete idea di cosa sostengono avere inquinato la falda almeno?
– Dicono un agente patogeno in studio presso la base di…
– Dicono, dicono, dicono un sacco di balle Sebastien. Come quella delle radiazioni e della tempesta solare. La verità è che siamo solo cavie senza via di fuga.

Padre Martin si girò nuovamente verso l’uomo seduto sul letto, ma non ebbe il tempo di controbattere nulla perché un sordo tamburellare alla porta attirò la loro attenzione. Un sussurrare attutito dietro il battente rivelava l’impaziente presenza di Marie.
Padre Martin con uno scatto si rinchiuse dentro il bagno, lasciando un solo spiraglio per ascoltare il dialogo. Holbesh liberò la serratura e accolse la faccia stralunata della ragazza.

– Pierre. Sta male. È un’ora che si è accasciato in un angolo e sente la vista affievolirsi. Mi ha fatto chiamare dalla madre. Sembra grave.

Marie non riusciva a trattenere le lacrime e avrebbe di sicuro preteso una spiegazione. Holbesh con la coda dell’occhio guardò attraverso lo spiraglio il trasalire di Padre Martin. E pure loro ne avrebbero avuto bisogno in quel preciso momento, anche solo per capire se nel loro futuro c’era una vita o una morte, una liberazione o una fuga. Meccanicamente Holbesh prese la giacca e seguì la giovane. Padre Martin attese alcuni minuti, poi si tirò fuori dal suo nascondiglio e, in silenzio, si dileguò nel buio della notte ormai alla fine.

Il gran finale

Troppe cose e il tempo che vola, mentre tu resti sempre la stessa, infondo non dispiace, sta diventando una questione di punti di vista. Situazioni, eventi, circostanze che tornano alle mente e di nuove, che poi di nuovo alla fine non hanno molto. Volti nuovi, ma vecchi pensieri. Con la sensazione che i giorni stiano scorrendo alla meno peggio, da che parte stavi, quando tutto poteva andare al meglio? Situazioni, eventi, circostanze che tornano alla mente e di nuove, che di nuovo hanno poco. Poi di nuovo i turni, il lavoro, macinare km a qualsiasi ora del giorno. Per cambiare strada, per perdersi. Ricordi che si fissano fin dentro le ossa e frasi che vorresti dimenticare, chi ha mai detto che il tempo può tutto? Discorsi che sembravano un copione di vecchia annata, un vino di qualità invecchiato male. Ubriacati ancora se puoi. Con la sensazione che i giorni stiano scorrendo alla meno peggio, da che parte stavi, quando tutto poteva andare al meglio?
Avevi dei pensieri, sì. E sai. Va quasi bene così. Situazioni, eventi, circostanze che tornano alle mente e di nuove, che poi di nuovo alla fine hanno poco.
Niente di imprevedibile, così è per tutti. Per non ricominciare, per non ripetere. Con la sensazione che i giorni stiano scorrendo alla meno peggio. Un compito di algebra che non ho completato. 
La sigaretta persa in macchina, il volume alto. La strada che è notte inoltrata. Finestrini abbassati, persa la voglia di parlare. La silente voglia di abbandonarsi al niente, ..il gran finale.

Vacanze in Supramonte

Vi propongo un altro esperimento. Non avendo fantasia, ho chiesto aiuto al popolo di Twitter e mi è venuta in soccorso Cris B. . Avevo chiesto un personaggio, un luogo e una cosa e questo (vedi foto) è ciò che mi arrivato, completo di alcune linee guida che non mi aspettavo ma che mi hanno lasciata piacevolmente sorpresa. Oggi posto la prima parte del racconto, al prossimo turno arriverà la seconda. Buona lettura!

Cattura

Matteo si aspettava un mese di mare. E invece no; si era ritrovato catapultato in Supramonte, Parco del Gennargentu, Barbagia, Sardegna, Italia, Europa, Terra.

Quando aveva capito che la strada non avrebbe fatto altro che salire, aveva iniziato a piangere disperato, ricordandosi all’improvviso di una conversazione sentita per caso in cui sua madre diceva “lo manderei a fare un giro in Supramonte! Col cavolo che torna!”. Ora, la madre non necessariamente si riferiva al figlio, questo Matteo l’aveva capito, ma in ogni caso gli era rimasto impresso il tono fatidico associato al cuore selvaggio di quella meta estiva perennemente bruciata. Il Supramonte è quello dei banditi, per intenderci, qui in Sardegna lo impariamo presto, e il bambino, pur essendo nato nel “continente”, era sardo fino al midollo. Nemmeno i genitori erano felici del cambio di programma, solitamente trascorrevano le vacanze nella casa al mare dei genitori di lei in cui c’era posto anche per i genitori di lui. Il destino però aveva voluto che una zia di lui, tale Tzia Bona, decidesse di morire proprio la sera prima della partenza, quindi la famiglia aveva dovuto cambiare destinazione: da Stintino a Orgosolo. C’era da aiutare i nonni con la defunta, il funerale, la sepoltura e i parenti. Soprattutto con i parenti. Ah, e con il caffè. Sì, perché qui ai funerali si beve caffè, ad ogni parente che arriva si mette su un’altra caffettiera e via! Un altro giro per tutti, manco fossero shottini. A fine giornata si sta tutti nevrotici come chi passa una giornata in un ingorgo cittadino. Ah, poi ci sono le caramelle per i bambini, quelle alla panna. Nonne e zie più o meno acquisite danno vita ad uno spaccio che non si vede manco nei quartieri malfamati di Cagliari. E guai a dire no, che sia no al caffè o alla caramella, se ti azzardi a rifiutare, ti inceneriscono con lo sguardo. Allora ti tocca rimediare dicendo che la caramella la mangi dopo e la metti in tasca, ma il caffè è un problema, ci devi ripensare subito e mandarlo giù tutto.

Tornando al piccolo Matteo, i giorni di lutto passarono lenti ma finalmente, una volta sepolta la povera donna, la casa dei nonni si fece più tranquilla e tutta la famiglia (genitori, nonni, zii, parenti, vicini e cani) optarono per una gita in Supramonte per prendere aria.

“Non voglio andare in Supramonte! Non voglio morire lì!”

“E mica ti ci lasciamo, tesoro! Torni a casa con noi!” gli disse la madre prendendolo per mano e strascinandolo verso l’auto mentre il padre quasi rotolava dalle risate.

Il Supramonte non era poi così male, constatò il bambino appena sceso dalla macchina. La foresta di Montes con i suoi lecci secolari gli si parava davanti in tutto il suo splendore. Si trovavano nell’area picnic vicino alla sorgente di Funtana Bona, a pochi metri da una foresteria che ospitava un piccolo museo naturalistico; in men che non si dica la tavola fu preparata e sommersa da xivedde di malloreddus conditi con sugo di salsiccia e di culurgiones inondati di pecorino stravecchio, poi taglieri di salumi e formaggi, compresa una forma di casu martzu di contrabbando, barattoli di olive in salamoia, quelle buone preparate in casa da Nonna Maria, l’olio buono di Tziu Tonino,salsiccia fresca da grigliare perché qui non solo mangiamo quella fresca, ma la facciamo pure essiccare, ché di salsiccia non ce n’è mai abbastanza. E da bere? Cannonau,Nepente e, per digerire, Fil’e Ferru, anche questo di contrabbando perché lo stesso Tziu Tonino di cui sopra diceva che “L’ho sempre fatto e mai sono morto!” Infatti uno non crepa fino a quando non crepa, no?

Dopo pranzo i grandi si dedicarono a pettegolezzi e pisolini mentre i bambini organizzarono una partita di calcetto improvvisando delle porte con dei rami trovati sul limitare del bosco. Guai ad andare oltre il primo albero! Gli adulti li avevano avvisati: se ci si perde in Supramonte, a casa non si torna più.

Ovviamente la palla non aveva niente di cui preoccuparsi, dato che una casa vera non l’aveva, per cui al primo tiro andò a piazzarsi dietro un arbusto oltre la seconda fascia d’alberi. Matteo, con tutto il coraggio che aveva in corpo, andò a recuperare il pallone e, proprio mentre lo stava tirando fuori dal cespuglio, si accorse che il vento portava un verso flebile non molto lontano. Lanciò il pallone al cugino ma non lo seguì quando questo si voltò per tornare a giocare; si diresse invece nella direzione opposta, addentrandosi nella foresta alla ricerca di quello che pareva un piccolo uccellino. Camminò per un po’ senza curarsi delle raccomandazioni di genitori e parenti che dalla mattina non avevano fatto altro che ripetere “Non allontanatevi troppo e, SOPRATTUTTO, non addentratevi nel bosco!”. In effetti gli sembrò di sentire qualcuno chiamare il suo nome ma fece finta di nulla e continuò la sua ricerca. La sua curiosità era troppa, irrefrenabile. Arrivò in una radura e trovò una piccola poiana di Sardegna caduta a terra; la raccolse con delicatezza e guardò in alto alla ricerca del nido. I rami erano fitti e non sapendo esattamente che cosa cercare, si girò sui suoi passi per portare la piccola malcapitata agli zii che sicuramente avrebbero saputo cosa fare. Camminò per quello che gli parve un tempo interminabile e ancora dell’area picnic non c’era traccia. Chiamò allora i cugini per nome, uno per uno, ma ancora niente. Sentì un fruscio alla sua destra e allora pensò che qualcuno gli stesse facendo uno scherzo per dargli una lezione, magari lo zio Luca che quelle zone le conosceva bene e sicuramente gli era venuto dietro appena si era accorto del suo ingresso nella foresta, ingresso non seguito da un’uscita.

“Puoi uscire fuori adesso! Mi dispiace.”

Niente.

Iniziò allora a sentire il panico crescere dentro il suo petto e si mise a correre di qua e di là, urlando a perdifiato e con il piccolo uccellino stretto al petto.