camerieri e caffè

Siamo in uno dei bar del centro più frequentati, clienti viziati, gente che si è messa dietro a fare il cameriere.
“Il suo caffè lungo signora” passa il primo di questi; lasciando la tazzina al centro del tavolino. Un pezzo di legno laccato nero che fa angolo. Appoggiato alla parete dove ha lasciato un impertinente segno. “Grazie” è una voce femminile, cliente fissa. “In caso desiderasse altro…” è una voce maschile dai toni cordiali. “No, sono apposto cosi”. La voce femminile si trasforma in occhi, occhi che hanno rivolto l’attenzione verso una coppia a distanza di qualche tavolo. Occhi che si trasformano in pensieri, se stessa. Pensieri che si trasformano in una quiete stanchezza.
Impossibile ignorare i segnali, stava nuovamente cambiando tutto. Una nuova fase di assestamento. Difficile fare previsioni. 
I camerieri ondeggiano tra i tavoli, sembra una coreografia senza sceneggiatura e regista. Pensieri che si trasformano in una linea rigida delle labbra “sposato? Avrà una famiglia? Figli? Divorziato?” Tutti noi abbiamo divorziato da un impegno importante almeno una volta. Porta alle labbra quel liquido aromatico amaro e dolce che sia. Perfino le cattive abitudini sono salutari.
Qualcosa cattura l’attenzione. Un uomo di media statura seduto affianco, davanti ad un paio di brioche ed un caffè doppio. Colazione da campioni?
Incuriosita finge di controllare dei messaggi sullo smarthphone, IG, whatsapp, facebook…
L’uomo se ne accorge e fissa lo sguardo per nulla intimidito. Afferrando con le dita della mano destra il bordo del tavolo.
Lei abbassa lo sguardo con fare annoiato, cercando chissà nelle pagine di internet. Passa qualche minuto. La coppia s’alza e lascia il resto sul tavolo, un bambino si lamenta del latte troppo caldo, un anziano fa cadere il quotidiano per terra, …
“E’ libero?” solleva lo sguardo, una brioche si presenta vicino al suo caffè. “E’ da qualche tempo che volevo chiederle di uscire, ma l’unico modo che ho trovato e aspettarla qua”
La voce femminile vince il momento che ha creato “sono una compagnia silenziosa”. Ora quel tavolo sembra più stretto e completo allo stesso tempo.  “Potrebbe andare bene anche così”
“Dopo di lei” fa, prima di dare un morso alla brioche.
Lei spegne lo smarthphone e lo ripone nella borsa accanto alla sedia, riprendendo a sorseggiare il suo caffè ormai tiepido. Il cioccolatino è ancora intatto.

NOCTURNAL GHOST

Come quasi sempre, la donna andò a letto prima dell’uomo. Scostò le tende alla finestra e contemplò i raggi di luna sul metallo della ringhiera. Luna piena di una notte calma e fredda. Si distese tra le lenzuola, pensierosa. Troppo silenzio in quella casa. Non le piaceva, lo detestava. Si rigirò nervosa sul materasso, mentre l’uomo continuava a ubriacarsi davanti alla tv in salotto. Il ticchettio delle lancette proveniente dal comodino scandiva un ossessivo ritmo nella sua mente. Poi provò un brivido per tutto il corpo. Un fruscio vicino, qualcuno si era appoggiato sul letto. Riconobbe la sua bambina. Anna. Quando lei entrava nella stanza matrimoniale, era una gioia per la donna. Niente più quel malinconico silenzio.
“Mamma…” La vocina risuonò innocente nell’oscurità.
“Dimmi, amore mio.”
“Ti sento triste.”
“Non sono triste. Ci sei tu qui con me.”
“Lo hai fatto?”
“Non ancora, bimba mia. Aspetto il momento giusto. Non è facile per me, lo sai.”
“E’ un uomo cattivo. E’ stato tanto cattivo con me. Come fai a vivere ancora con lui?” si lamentò la bambina.
“Lo so, Anna. Non temere.”
“Promettimi che lo farai… per non dimenticare quello che mi ha fatto. Ti prego. Fallo smettere. Per sempre.”
“Non preoccuparti, piccola. Te lo prometto. Lo farò per te.”
L’uomo spalancò bruscamente la porta. Trovò soltanto sua moglie rannicchiata e grugnì con disappunto.
“Che cazzo ti prende? Parli da sola?”
Lei non si mosse, facendo finta di dormire tranquilla. Lui la contemplò per un po’ e tornò a bere alla sua poltrona.
Un caldo alito di vento soffiò sulla sua guancia. Nel buio, le labbra della donna disegnarono un sorrisetto sornione.
“Buonanotte, mamma. Ti voglio bene.” disse la sagoma della bambina, prima di dissolversi.
“Anch’io, Anna.” mormorò la donna con gli occhi chiusi.

Incontri

La città cambia faccia di notte: silenziosa, dormiente, rilassata; è l’esatto opposto del tumulto caotico e stressante che la popola durante il giorno ma non è meno vera. Più sfumata forse, con i suoi contorni diluiti e i rumori attutiti. A Sara è sempre piaciuto gironzolare la notte, fin da adolescente ha imparato a calarsi giù dalla sua finestra per poter pedalare in lungo e in largo per le strade deserte e pensare, attività generalmente considerata inconsueta per una ragazzina; gli adolescenti dovrebbero preoccuparsi principalmente dei primi baci dati in un angolo con la paura mista ad emozione per il rischio di venire scoperti. Ma Sara non è come tutti, Sara è… semplicemente Sara. Pensa tanto, scrive di più e sogna durante il giorno ad occhi aperti mentre fissa un punto imprecisato del vuoto pieno di qualche bar. E’ durante una di queste meditazioni che un cameriere imbranato quasi le rovina il cappotto nuovo verde speranza; si chiama Leo e in quel bar lavora da pochi mesi; ha notato subito quella donna di poco più di trent’anni persa in sé stessa e ha passato giornate intere a pensare a come presentarsi e chiederle un po’ del suo magico tempo. Manco a farlo apposta, perché davvero non l’ha fatto apposta, l’occasione si è presentata da sola; è bastato un vassoio troppo carico e in precario equilibrio recuperato all’ultimo secondo con le stoviglie perfettamente al loro posto in barba ad ogni legge della fisica. Leo è mortificato per l’incidente e resta basito per un momento quando lei scoppia a ridere appena dopo aver ripreso colore; ha una risata leggera, primaverile. Gli chiede se stia bene, lui risponde di sì e le rivolge la stessa domanda cui lei risponde con un cenno del capo; una marea di riccioli biondi si agitano ribelli andando ad incastrarsi nella montatura degli occhiali che Sara porta da quando ha memoria. Leo si scusa ancora una volta e torna al suo lavoro senza avere il coraggio di chiedere quello che veramente gli interessa. Pazienza, pensa. In fondo non è mai stato un uomo coraggioso, non ha mai fatto la prima mossa e forse è proprio questo il motivo per cui si sente come se la vita gli stesse scivolando via tra quelle mani grandi e screpolate incapaci di afferrarla. Si gira verso il bancone e il cuore gli balza nel petto; Sara lo fissa dritto negli occhi e gli chiede semplicemente “domani quando finisci il turno?”. Lui risponde sì. Si salutano con un cenno della mano. Alla fine ci ha pensato la vita ad organizzare tutto.

LA LANCETTA CORTA

Il bambino con i capelli rossi era attratto dall’orologio. Non capiva ancora il funzionamento di quell’aggeggio, ma comunque ne era entusiasta. Gli sembrava strano che gli adulti facessero riferimento a quelle due lancette che tra l’altro erano venute anche male: una lunga e una corta.
Ma era il mistero di quel girare continuo delle lancette che lo entusiasmava. E poi i numeri, dall’uno al dodici, come se da lì in poi non esistessero altri numeri. Gli avevano detto che andavano all’infinito e poi qualcuno aveva deciso che in quel quadrante se ne utilizzassero solamente dodici. Il papà gli aveva spiegato che quei numeri indicavano le ore, ma non era stato in grado di spiegargli perché fossero solamente dodici.
“Comunque segnano la giornata”, aveva aggiunto. “Segnano il passare del tempo!”
“E perché ci sono due lancette?” gli aveva chiesto il bambino.
“In realtà sono tre, due grassottelle e una molto magra. Quella magra, la più veloce, segna i secondi, mentre la più lunga, ma cicciottella, segna i minuti e quella corta segna le ore”. Il figlio non aveva capito nulla, ma fissava quelle lancette come per carpirne il segreto.
Poi, chiese al papà di togliere il vetro che le proteggeva. Il papà acconsentì e fu allora che il tempo cominciò ad impazzire. Il bimbo con i capelli rossi spingeva la lancetta lunga, poi tirava indietro quella corta e poi giocava nuovamente con quella lunga, finché anche il sole non capì più nulla e cominciò a sorgere e a tramontare senza rispettare la sua corsa naturale. Gli animali impazzirono, mentre il traffico nelle strade non si capacitò di quale fosse realmente l’ora di punta. E impazzì anche lui. Fu il delirio del tempo, e fu allora che qualcuno anticipò l’uscita del quotidiano del giorno dopo, facendo arrabbiare i giornalai. Il titolo principale diceva: SCHIAVI DEL TEMPO.
Mentre il bambino si divertiva come un pazzo!

(di Stefano Re)

La Sintesi degli Opposti

Sono al centro,

nel mezzo, nel cuore del mio piccolo universo quotidiano.

Sono come un pendolo,

mi sposto lentamente da un’estremità all’altra,

in moto perpetuo senza sosta

posso dispensare

Amore, Felicità, Tenerezza e Passione.

posso infliggere

Odio, Infelicità, Durezza e Indifferenza.

ondeggio tra ciò che è Bene e ciò che è Male.

tra la Realtà e la Fantasia.

tra la Verità e la Menzogna.

Sono Buio e sono Luce.

Sono Acqua  che inonda,

sono Fuoco che riscalda.

Sono il Tutto

sono il Niente.

Sono come Tu mi definisci..

la Sintesi degli Opposti“.

Destino – 3

La seconda parte è QUI

Pierre, terminato il turno al banco frutta dell’emporio Carver, sgattaiolò provando a nettar le mani con uno straccio. Alla fontana della piazza completò l’opera, sciacquando anche la faccia impregnata di sonno. Dalle cinque del mattino sveglio e in moto per le faccende del mercato, adesso si trovava poca energia in corpo da spendere con la bella Marie. Ma si sa, tolti i vestiti di dosso e davanti alle grazie esposte della giovane amante, la gioventù avrebbe compensato qualunque fatica pregressa. Passando dinnanzi la chiesa ebbe un brivido: la statistica, seppur inclemente, non lo induceva a prendere sul serio le conseguenze, sebbene si rendesse conto di quanto fosse oltre che temerario stupido. La stessa Marie più volte l’aveva redarguito: solo sesso tra di loro, come per tante donne in paese. Solo quello, tutto il resto ahi loro doveva essere mantenuto lontano. E perfino segreto vista la perfidia della matrigna. 
Holbesh, nello stesso istante, vedeva su di sé volteggiar le due donne, che anche tra loro ogni tanto indulgevano in pratiche che rincuoravano il suo occhio oltre a lasciar un po’ riposare il suo povero dimenar d’uomo. Eppure tra un orgasmo e l’altro, in mente ben chiaro tornava il volto sereno della vedova Morel. Era un pensiero fisso e dolce che per fortuna ben l’aiutava a recuperar foga in quella spossante danza a tre.
Due isolati a fianco, più tardi, Marie con un lenzuolo a velarla appena, seduta sulla sponda del letto, protestava il suo disappunto.

– Perché Pierre ti ostini in questi discorsi? Perché? Non hai sentito in chiesa padre Martin redarguir noi tutte sull’accampar pretese per chicchessia uomo del paese o forestiero?
– Ma padre Martin potrebbe sbagliarsi, potrebbe esser solo un caso e non una…
– Caso? E mio padre e Morel. E il signor Chassisse, Veron, Peregrine. D’Anton!
– Ma rifletti, tua madre allora?
– Allora cosa? Cosa? Stai parlando di prima della guerra?
– E che cosa avrebbe dovuto causar di così astruso la guerra?
– Non è cosa che una locandiera o un garzone di bottega possono capire. Ma tant’è se vogliamo ancora stare insieme dobbiamo fare come tutte le mie amiche e parenti.

E dicendo questo fece scivolare maliziosamente il lenzuolo rivelandosi nuovamente a lui completamente nuda. Pierre dovette pensare che la vita ci regala istanti da cogliere e che per quei discorsi sicuramente c’era tempo. Così, anche lui pronto all’amore, si rituffò in tutto quel ben di dio che attendeva solo d’essere preso e ridotto ancora a corpo stremato e ansimante.
Da poche ore, mesta e preoccupata, la vedova Morel era rientrata e seduta sul piccolo patio davanti casa, rifletteva sugli stessi argomenti che torturavan l’anima di Pierre. Lei, da brava fedele osservante, credeva alle parole di padre Martin; eppure ripensando agli struggimenti di Holbesh, ai loro stupidi altalenanti incontri, si faceva assalire da dubbi e speranze. Certo ripensava al marito, spentosi improvvisamente in un bel giorno di primavera proprio mentre rientravano da una delle prediche più accorate del sacerdote. Ancora sentiva dentro di sé quel sentimento di colpa misto a rabbia. Quello era un destino per lei e per le tante rimaste a rifletter troppo sui fatti, guidate dalla ragione più che dal cuore, che s’eran opposte alla realtà, perdendo cari affetti e tranquillità. 
Già, anche lei doveva farsene una ragione, come Marie e le altre sue conterranee, accettando la sua condizione per accontentarsi delle gioie del sesso. E in mente sua, pensando adesso alla giornata appena trascorsa con Holbesh, già l’accontentarsi sembrò ben riduttivo.
A tarda notte Holbesh e Pierre, piuttosto acciaccati si incrociarono sulla piazzetta del santuario e con uno sguardo inequivocabile si confessarono tante cose. Rimasero un attimo come a voler condividere i loro pesanti fardelli. L’amore signori, l’amore che li distruggeva piano piano, giorno dopo giorno, insensatamente devoti a quello che per loro era solo un infausto destino.
Poi, così come erano apparsi nella oscurità della piazza, sparirono per strade opposte a guadagnar finalmente un letto, dove semplicemente riposare nelle poche ore ancora disponibili alla notte.
La vedova Morel, infreddolita e triste, rientrò anche lei per prender meglio sonno. Marie e la matrigna, guardandosi vicendevolmente dalle finestre buie, speravano che anche quella volta nessuna di loro avesse avuto consapevolezza dei maneggi amorosi dell’altra.
La vedova D’Anton, rientrando verso casa, fece improvvisamente una svolta a destra, infilandosi dritta dritta dentro una palazzina buia ma ad occhio e croce ancora insonne. A quanto pare per lei la notte sarebbe stata lunga e per nulla tranquilla.

Vaniglia

Non ci crederei, sono qui davanti che l’ascolto, ha qualcosa di distante, percepisco stia nascondendo qualcosa. Osservo il taglio delle sopracciglia, una scura linea netta. Il colore degli occhi, d’un tratto mi sento pervaso da un vago senso di disagio.
“Che cambiamento” sospiro.
“Nelle ultime settimane non ho avuto molto tempo di scriverti, stasera potremmo andare in quel locale? Vicino al negozio di fiori che fa angolo…”
Scorro gli occhi dal quadrato dell’orologio brillante al tacco alto “che cambiamento…”
Rivolge un largo sorriso “ci faremo compagnia” o quasi, continuo ad osservare “certo, come preferisci” ha qualcosa che impedisce di sentirmi a mio agio. “Ti chiamo poi, inizia a breve la riunione di consiglio” mi avvio verso la sala, sta sorridendo.
La testa vacilla, come dopo aver bevuto di troppo  “che cambiamento!”
Per qualche ora assorto dal lavoro. La progettazione di un nuovo brand mobilita diversi dei nostri colleghi. Il progetto dovrebbe essere, come tutti i nuovi progetti, innovativo, ricercato. Naturalmente a basso costo, la nuova sfida del dirigente dell’anno.
“Cosa ne pensi?”
La bozza scorre di mano in mano attorno al tavolo “di innovativo ha il colore verde” qualcuno dice ironico “potremmo ingrandire questi dettagli, far leva sui prodotti che intendiamo rivalorizzare sul mercato” aggiunge un altro.  “Potrebbe essere un punto di svolta!” il terzo; una frase che ho imparato in automatismo “col giusto impegno, si ottiene il massimo” ne sono convinto, essendo arrivato fino a sedermi a questo tavolo. Nel mentre, un paio di occhi dall’altra parte della vetrata incontrano i miei, cosa stava osservando?
Quanto cambiano le persone, i soldi.
“Credo che andrò a bere un sorso d’acqua” dico ai colleghi, c’è movimento oggi. Uscendo dalla seconda entrata, considero il fatto di volerla evitare di proposito.
“Vai di fretta?” riconosco la voce femminile, passandomi accanto. Il ticchettio dei tacchi mi provoca una certa sensazione. “E’ così, hai ottenuto la promozione” faccio; sorride compiaciuta “non è grandioso?”.
Faccio un gesto con la mano, siamo in una delle stanze inutilizzate del piano. Di chi è stata l’idea di mettere questa fontanella d’acqua, qui?!
“Ti trovo in forma, davvero” esprimo sincero.
“Periodo fortunato, non potrei chiedere di meglio” si osserva le unghie laccate di nero.
“Trovato la tua dolce metà?” un’altro dei suoi sorrisi
Bevo qualche sorso, riflettendo sulla risposta “sai com’è, se respira…”
“Oh, non credo. Non sei di questo genere”
“Hai ragione, ma sai. Le persone cambiato” accenno. Che abbia colto il nesso? Scuote la testa, lasciando ondeggiare i capelli. Mi arriva dritto al naso un odore intenso di vaniglia.
Fa un passo verso di me, tirandomi per un passante della cintura. Sorreggo la sguardo, ma infondo a quel paio di occhi scuri, non mi ritrovo.
“Non è il periodo”
Oltre al bianco delle pareti non so su quale dettaglio potrei soffermarmi per evitare il passo successivo. Da certe reti è difficile uscirne senza drastici tagli.
Alcune voci in corridoio risolvono la situazione.
C’è qualcosa nel suo modo di fare che lascia nell’incertezza. Si avvia verso il suo ufficio, resto ancora per qualche momento al mio posto, l’odore di vaniglia scomparso. L’unico lecito pensiero che vorrei non affiorasse alla coscienza; come si possa essere così commerciabili. Probabilmente, al giusto prezzo, avrei avuto anch’io una fetta della torta.

Ma se avessi ..se fossi

bivi-testo-narrativo

Come è strana la vita, a volte mi ritrovo a pensare a come delle scelte irrilevanti e tutto sommato stupide nell’economia di un percorso di vita s’impongano spesso all’attenzione con una importanza di esclusività che non hanno, reclamino un minuzioso soppesare i pro e i contro con una seriosità fuori luogo e un pragmatismo eccessivo; mentre in altre occasioni tutto venga deciso al volo, sui due piedi, senza pensarci una frazione di secondo in più , seguendo l’istinto , il lampo dell’impulso. Un percorso di vita è fatto di milioni di scelte analoghe, meditate o impulsive che siano. Qualche volta ti fanno rischiare soltanto eventi memorabili o un bell’incontro, qualche altra di perdere tempo e rimpiangere di aver scelto diversamente, qualche altra di sfiorare di perdere la vita ma la maggior parte delle volte di immergerti nella quotidianità.

Un sorriso può far sfumare i pensieri e portarti seguire il volo di una upupa che cerca il suo posto su un ramo per lanciare il suo verso.