Disegna la tua storia – Un’immagine di Etiliyle – la strada

Oggi doveva pubblicare Marco Camalleri ma un grave lutto l’ha colpito e ha passato la mano.
A nome di tutto il gruppo gli siamo vicini.
Così vedendo una bella immagine, sono tutte belle 😀 , di Etiliyle è nato questo racconto che parla ancora di Venusia e i suoi abitanti.

https://etiliyle.files.wordpress.com/2018/12/etiliyle-luca-molinari-photo-camminare.jpg?w=685

La strada che collega Venusia al resto del mondo è bella in primavera e autunno, suggestiva d’inverno e pessima d’estate.

Si snoda su terra battuta tra due filari di alberi di fianco al fiume o meglio al rigagnolo d’acqua che l’accompagna verso Ludi. Il torrente scivola leggero tra sassi e canne palustri che si inchinano sotto il vento. D’inverno gela e una leggera crosta di ghiaccio ricopre e protegge il filo d’acqua che scorre di fianco alla strada.

La chioma degli alberi forma una galleria verde che in autunno si accende di mille colori e in primavera di verde smeraldo. D’estate protegge dal sole ma la polvere rossa della strada, che si solleva passando, s’infila dappertutto con subdola noncuranza.

Carolina, una bella ragazza di diciannove anni, la percorre in bicicletta quando si reca a Ludi all’Università col bel tempo oppure con il scuolabus se piove o nevica. D’inverno A Venusia nevica in modo copioso e non è facile percorrere la strada.

Carolina canta spensierata mentre pedala con vigore. Vive ancora coi suoi genitori nel piccolo appezzamento posto a levante di Venusia. La madre, Anna, tiene curato l’orto e ogni mattina si reca con la cesta di ortaggi freschi al mercato di Venusia. Il padre, Simone, cura il campo, qualche tornatura a frumento, e la vigna di uva nera.

Con loro vive Filippo, anche se tutte le mattine si reca a Ludi in fonderia. Gli altri fratelli vivono in città. Carlo è sposato con una bella bambina, Dorotea. Agnese fa l’infermiera nell’ospedale di Ludi.

Carlo le ha offerto una stanza nel suo appartamento per evitare che si faccia il tragitto da Venusia ma Carolina ha rifiutato.

«Mi piace alzarmi presto per andare all’Università» ha spiegato al fratello nel declinare l’offerta. «Lo facevo per andare al liceo e non mi costa fatica. E poi…».

Lascia sfumare quel ‘e poi’ che dice tutto o niente. In realtà non ama molto la cognata, Sara, una cittadina che non viene mai a Venusia. Se i suoi genitori vogliono vedere Dorotea, o vanno loro a Ludi oppure Carlo la porta a Venusia. Lei non ci mette piede, perché si ritiene superiore.

A mezzogiorno lei preferisce la mensa universitaria al pranzo da Carlo. Immagina che anche Sara la sopporti a stento, ricambiando il freddo di Carolina.

Ancora pochi chilometri e poi arriva a Ludi.

“Oggi ho una lezione tosta” pensa Carolina mentre infila la bicicletta nella rastrelliera davanti alla facoltà di lettere.

Jana come sempre la sta attendendo seduta sui gradini.

«Forza pigrona» la incita agitando la mano. «Troviamo posto solo in piccionaia».

Carolina ride e l’abbraccia, mentre insieme infilano di corsa l’ingresso.

 

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Un bacio, per ogni bacio…

immagine di Frida Castelli

Una carezza
per ogni tua carezza,
per ogni volta che hai stretto
il mio viso tra le tue mani,
guardandomi con tenerezza,
per ogni volta che le tua mano
si è persa tra i miei capelli,
per ogni volta che il tuo dito
ha percorso, lieve, le mie cicatrici mal chiuse.
Un bacio,
per ogni tuo bacio,
per quelli sulle palpebre chiuse,
come di bambina,
e quelli sulle labbra aperte
ed avide delle tue,
per ogni centimetro che hai baciato,
baciato,
baciato,
baciato,
senza niente tralasciare, senza nulla trascurare,
senza farti dimenticare.
Una lacrima,
per ogni lacrima,
di commozione
di emozione,
di passione,
per quelle mie di tristezza e paura
e per quelle colme di sorpresa felicità.
Una parola,
per ogni parola
per ogni poesia,
ogni sogno, visione, colore, speranza,
per ogni buon senso ed ogni pazzia,
una parola per ogni canzone per te.
Un fiocco di neve,
per ogni fiocco di neve,
per farne collane, per farne ghirlande,
per farne ali trasparenti,
per raccontar di angeli e di fate,
per creare la fiaba che siamo,
che sempre più bella creeremo.
Un ti amo,
per ogni ti amo
e mille volte ti amo,
ti amo,
ti amo,
ti amo.
Una preghiera,
per ogni preghiera
in questa incorruttibile fede,
in questo cieco credo,
in questa incrollabile certezza:
l’Amore, il nostro.

Lucia Lorenzon, 12 dicembre 2018
immagine di Frida Castelli

9 Dicembre 2018

Continuo a rifare lo stesso sogno

scappavo da qualcosa che non riuscivo a vedere

temo che un giorno possa vincermi e lasciarmi nel nulla che continuo a …

reprimere

Ho lasciato vie di mezzo

sovvertito pensieri

ritrovato pezzi

rinnegato incubi

Credi ancora ci sia una strada unica per il Domani?

TOUCH & TASTE

Dovrò pronunciare il tuo nome.
Dovrò rinunciare alla categoria.
Dovrò saldare il conto.
Dovrò assicurarmi che l’acqua scorra dentro me.
Dovrò barattare l’alba con la notte.
Dovrò giocare a nascondino con il demonio.
Dovrò risarcire la vittima.
Dovrò fumare la pipa.
Dovrò sprecare la mia ansia.
Dovrò offuscare le gioie.
Dovrò limitare i limiti stessi.
Dovrò sapere di miti e leggende.
Dovrò suonare il blues di ubriachi.
Dovrò mangiare alle spalle degli stolti.
Dovrò tutto e niente.

Ebbro.
In vena.
Geniale.
Testardo.
Generoso.
Egoista.
Parsimonioso.
Prega per noi.
Perdonaci.
Scivola.
Non cadere.
Spara il colpo finale.
Fa silenzio.

Tocca & assapora.

L’OMICIDIO

Fu condannato al 41 bis insieme ai boss delle mafie. In via definitiva. Per colpa di un giudice ormai prossimo alla pensione. Udienza conclusa, applausi e pacche sulle spalle del giudice. Lui con le manette che gli stringevano i polsi e gli astanti liberi di battere le mani come se fossero alla prima della Scala. Eppure non aveva fatto nulla di male, se non difendere un bambino dal tradimento più grande. Comunque era rimasto solo, anche l’avvocato se ne era andato. Appena letta la sentenza anche il legale aveva applaudito, un tradimento come non se ne vedevano dai tempi di Gesù Cristo. Spensero le luci nell’aula e lo condussero in cella, solo come un cane e con un secondino a guardarlo dalla grata e a muovere la testa sconsolato. Non per pietà, almeno non credo. Dopo qualche giorno è passato il cappellano, gli ha chiesto chi fosse, l’ha guardato dalla grata, ha sbuffato e ha fatto il segno della croce. Ti siano assolti i peccati, ha detto con un filo di voce, come se qualcuno potesse sentirlo. Il secondino ha scosso la testa, lo fanno tutti lì dentro, e poi ha alzato l’indice come ad intimargli qualcosa. Cosa? ha chiesto lui mentre il cappellano si allontanava, ma la guardia ha voltato la faccia dall’altra parte e se ne è andata. Il problema è che la cella non ha finestre, manca la luce. La cella ha quattro muri che fanno da perimetro, una porta in ferro e una grata da cui penetra una luce fioca rubata alle lampade del corridoio. Gli passano la cena dalla grata, tutto in barattoli di plastica. Non si mangia male, solo che lo cibano solamente di pappe per neonati, semolino, frutta sciroppata e insalata in sacchetti minuscoli. Olio, sale e aceto sono mescolati in un piccolo contenitore di ferro, tanto che spesso gli sembra di condire gli alimenti con la ruggine. Vedrai che presto sarai svezzato, così gli ha detto una guardia pensando di fare una battuta divertente. Ha chiesto una birra e gli hanno detto di no. Beve l’acqua del rubinetto che il secondino fa scendere dal bagno di servizio. Anch’essa in un barattolo di plastica. Sei un tipo pericoloso, accontentati, gli ha detto il direttore del carcere dopo una brevissima visita. Ha persino richiesto un incontro con un radicale, visto che hanno a cuore le disavventure dei disgraziati, ma gli hanno risposto che nessun radicale è disponibile. Ci sono le elezioni e sono tutti impegnati, gli hanno detto per placare la sua insistenza. Ovviamente non ha l’ora d’aria, e nemmeno una dama di compagnia come avviene spesso per i mafiosi. Deve stare lì dentro, rinchiuso come un cane, ogni tanto guarda la televisione e si sintonizza sempre su Striscia la Notizia, sperando che il buon Edoardo Stoppa possa fare un servizio su di lui e sul suo maltrattamento. Non è un cane di razza, certo, ma nemmeno un disgraziato da trattare in questo modo. Non avrà doveri, nel senso che chiuso là dentro è difficile averne, ma non ha nemmeno diritti, nemmeno quel minimo di diritti che riservano ai boss delle mafie. Forse era meglio sparare a qualcuno o buttarsi in traffici illeciti ed internazionali. Tu sai perché ti trovi qui dentro? gli ha chiesto un secondino, l’unico che non scuote la testa come gli altri. No, ha risposto. No? ha domandato lui enfatizzando il punto di domanda come fanno i bambini quando cominciano a leggere. Dovresti saperlo! ha aggiunto accentuando il punto esclamativo. Ma io non lo so davvero, ha risposto con la flemma di Gandhi. Sei stato tu o no ad uccidere Babbo Natale? Certo che sono stato io, ha risposto. E allora ti meriti il 41 bis. Fine della discussione. Ma io ho ucciso il tradimento, non Babbo Natale, ha aggiunto. La cosa strana è che nessuno gli ha chiesto il motivo che l’ha spinto all’omicidio. Nemmeno il giudice, e che viva sereno la sua fottuta pensione!, gli ha chiesto ragioni. Nessuno ha voluto sentirlo, hanno giudicato senza considerare nulla. Se solo qualcuno gli avesse domandato qualcosa, sicuramente non sarebbe finito in un carcere di massima sicurezza. è tornato anche il prete, quello dell’assoluzione rapida, e gli ha chiesto se volesse confessarsi. Ha risposto sì, giusto per scambiare due parole con qualcuno, e nemmeno in quell’occasione gli ha chiesto come mai l’avesse fatto. Gli ha chiesto lui perché non gli la facesse quella benedetta domanda e il prete ha risposto che a Dio non interessano le questioni pagane. E se avessi ucciso Gesù Bambino? Gli ha risposto che l’avevano già ammazzato i Giudei. Sì, ha risposto lui, ma l’hanno fatto quando aveva più di trent’anni, nessuno che l’avesse ucciso da bambino. E perché l’avresti dovuto uccidere tu? Per lo stesso motivo per cui ho fatto fuori quel barbone di Babbo Natale. A quel punto si aspettava la domanda e invece il prete ha fatto il segno di croce e l’ha assolto. Ma si rendono conto di quanta sofferenza c’è nelle famiglie quando i bambini scoprono che non è Babbo Natale a portare i regali? Chi pensa a quei poveri genitori? Lui. Solo lui ci ha pensato. Ricorda benissimo quella sera. Sentiva le urla del vicino di casa, un bimbo di nove anni a cui avevano appena detto che Babbo Natale non esiste. Gli avevano anche detto che Babbo Natale era il nonno travestito. I genitori cercavano di calmarlo, mentre il bimbo urlava e gridava loro tutta la sua rabbia. Così lui ha preso l’iniziativa. Si è intrufolato nella casa del bambino, ha aspettato nascosto dietro l’albero di natale e quando è apparso il nonno vestito di rosso gli ha intimato di alzare le mani e di non fare scherzi. Babbo Natale era basito. Anziché spaventarsi gli ha domandato cosa ci facesse lì. Ha risposto che non era corretto prendere in giro i bambini. Babbo Natale ha affermato che la sua era una semplice tradizione di famiglia e che nessuno prendeva in giro nessuno, semmai era un modo divertente per far felice il nipote. Era troppo. Che lo chiedesse al bambino se fosse davvero così felice! Tutti l’avevano tradito. L’avevano tradito i genitori, i fratelli maggiori, le maestre, le catechiste e persino la televisione con tutti quei panettoni che facevano da cuscino al culo di Babbo Natale. Ma non poteva calarsi con calma da quel fottutissimo camino? E poi che tradizione del cavolo era trovare i regali in casa e dire che li ha portati un uomo vestito di rosso? Cosa cambierebbe se i bambini sapessero che i doni glieli portano i genitori? Così gli ha messo le mani al collo e l’ha soffocato. Il nonno ha rantolato un poco ed è crollato sul pavimento. Soffocato come una candelina di compleanno. Quindi ha chiamato i carabinieri e ha denunciato l’assassinio. Fine della discussione. Fine della sua libertà. 41 bis.

Ora però comincia a stancarsi di stare rinchiuso lì dentro, fermo in pochi metri quadrati. E fra poco è il terzo natale che l’hanno imprigionato. Sono le undici della sera e fra un’ora è il 25 dicembre. C’è un silenzio tombale. Sa per certo che qualche secondino si scambierà gli auguri nella sala delle visite e qualche mafioso riceverà una cena come si deve, mentre lui attenderà la mezzanotte per poi coricarsi e dormire fino a domattina. Va beh, forse è meglio dormire già adesso.

Che strano rumore. Chi è? Secondino! (sta gridando per farsi sentire). Ehi, ma chi sei? Forse è meglio che non mi tocchi. Chi ti ha fatto entrare? No, non ci posso credere. Ma sei tu? Il Babbo Natale che ho soffocato? Ma non eri morto? Rispondi dai, non scuotere la testa come tutti gli altri? Cosa? Ma non puoi alzare la voce? Non sei morto? E allora che ci faccio qui? Certo, sarò anche un pollo, ma tu sei pazzo! Cosa? Ho ucciso il nonno e tu sei il vero babbo natale? Come posso crederti? Ma hai ragione, non sei di carne e ossa… Allora esisti! Beh, potevi dirlo prima, allora. Va bene, ho sbagliato, ho ucciso un innocente, ma io volevo fare la cosa più giusta. Beh su questo hai ragione. Sì è vero, ci pensa già la vita a rompere la magia dei giorni… lasciamola almeno ai bambini… Certo, lasciamogli anche i nonni. Giuro che non ne ammazzo più. D’accordo, d’accordo, tanto per me Natale è una magia che è già passata.

di Stefano Re

Ombre

C’è un odore bruciato, stasera: un odore di scorza d’albero, che scopri di castagna, invece.
Caldarrosta, su mezzi di fortuna.
Un bidone riconvertito, forse per vocazione, e dita che si scottano.
Le voci dei ragazzi arrivano dritte, non smerigliate dal vapore.
Ci sarebbe bisogno di un’armonica.
E poi… poi… questo stupore di confini ben stagliati: matita a punta fine, il freddo.
E le ombre lì, riconciliate, con lo scatto vivo di chi ha ritrovato il posto, dopo un viaggio.
Le ombre son venute a ripassare la forma delle cose.
Se l’eran persa, nella nebbia.

E’ un ritrovarsi nell’orma come un credito atteso dalla vita..
E andare.

Questione di memoria e di fiducia nel flauto della strada.

Sul far della sera il fico
ricordò l’animale
sentì la sua grinzosa scorza
pelle di pachiderma
memorizzò alcune lente orme
e cominciò ad andare.

(Liscano, Fondazioni)

Attesa

AttesaNon lo stavo veramente fissando, ad essere sinceri era un tipo repellente ma, come forse succede in questi casi, l’occhio torna a guardare l’orrore che lo ha colpito come la lingua fa col dente dolorante e, ogni volta, scopre cose che non avrebbe mai voluto vedere. Scommetto che il mio occhio me lo ha fatto apposta a soffermarsi sulla canottiera bianca anzi, bianco-sporco; lui sa quanto le detesti e poi quella catena d’oro, si, non una catenina ma proprio una catena, di quelle che se cadi in acqua dove non tocchi sei spacciato.

La seduta stravaccata sulla sedia sicuramente non aiutava a fare buona impressione ma il tocco di classe era dato sicuramente dalla copia di Tuttosport stropicciata ed esibita come un predicatore fa con la propria bibbia. D’improvviso il “tipo” emette un suono e ammetto di aver impiegato un po’ troppo tempo a capire che si trattava di parole e ancor più nel tentativo di individuare un senso facendo affidamento alle lingue note; per fortuna il suo vicino di sedia ha emesso un suono simile e, pare, risolutivo perché il “tipo” ha annuito soddisfatto.

E ora ci mancava anche la mosca affettuosa che mi ronza intorno con allegria tutta sua. Ma vai a fracassare le balle al “tipo” laido seduto davanti a me! Sicuramente troverai pelle olezzante di tuo gusto! Macché, non c’è verso. Proprio io dovevo imbattermi nell’unica mosca salutista della zona. E intanto, per fortuna, i numeri scorrono e l’attesa diminuisce; ho il 40 ma il tabellone, impietoso, segna il 36 o forse sto fissando il termometro?

Altra gente entra e fa la solita domanda: “Chi è l’ultimo?” Non si tratta di una domanda dai risvolti biblici e non ha neppure senso. Prendi il tuo dannato numero e siediti in silenzio che ne avrai da aspettare. L’umore inizia a risentire della promiscuità umana e anche i pensieri scoprono parole poco gentili.

        Ma lei viene qui spesso?

Cade un silenzio imbarazzato e tutti fanno finta che la domanda sia rivolta a qualcun altro.

        Mi pare di averla vista qui altre volte sa? E io non mi sbaglio.

L’ultimo arrivato ha fatto l’errore di guardare la donna negli occhi e lei, come una faina, lo ha catturato senza pietà.

        Di cosa è stato operato lei?

        Collo del femore…protesi…qualche mese fa…sono qui per un controllo

        Ma le hanno messo le viti? Perché guardi, senza viti c’è il rischio che non tenga, dia retta a me che ci sono passata. Un calvario.

        E come mai ora è qui, devono stringerle le viti allentate?

Il colpo di genio si manifesta sempre in modi e tempi inspiegabili ma apprezzato da tutti con un brusio di soddisfazione accompagnato dal rosso paonazzo della signora che, offesissima cambia posto. Uno a zero per le forze del bene.

Intanto il “tipo” repellente cincischia il suo biglietto e lo fa cadere. Noto distrattamente che ha il 37 prima che lo raccolga ed esca dalla stanza spostando rumorosamente la sedia.

Improvvisamente il tabellone prende vita e con un ticchettio seguito da un tintinnio per attirare l’attenzione, annuncia a tutti il nuovo numero estratto: il 37. Attimi di silenzio, nessuno si muove e il tabellone emette un nuovo suono, ora leggermente piccato perché il signor 37 non si è fatto vedere. Passa ancora un istante e la sentenza viene emessa dal tabellone che ora segna un 38 in modo inappellabile.

Il signor 38, come se avesse visto un miraggio fissa incredulo il proprio numero e poi il tabellone e parte lesto come fosse a un gran premio prima che il tabellone, proditoriamente, avanzi con altri numeri. Entra nello studio appena in tempo per non sentire l’ululato del “tipo” repellente che rientra e si accorge di essere stato defraudato della propria posizione. Ora, non è necessario essere dei linguisti per capire le sue parole; il senso della sua indignazione era espresso chiaramente dalla postura da lottatore, dalle narici fumanti e dal colorito rubizzo.

L’ultimo arrivato, con incoscienza, gli suggerisce che ora deve prendere un altro numero, non sapendo quali rischi corre a dire questa cosa a un “tipo” come quello. Viene salvato dall’arrivo dei gendarmi, sotto forma di infermiera dalla stazza di una petroliera con i baffi un cipiglio da erinni che lo guarda dal basso all’alto e lo induce a sedersi buono “altrimenti ci pensa lei a calmarlo”.

E’ il mio turno ma quasi mi dispiace lasciare il teatro nel mezzo dello spettacolo. Magari mi farò raccontare il finale da qualche sventurato ancora in attesa.

PIOVE.

pioggia-acida

Scroscia la pioggia, gocce grandi poggiano, penetrano, scivolano. Palpitano le pozzanghere, si gonfiano i fiumi, si ingolfano i tombini, si inzuppano i campi, assorbe la terra, ribolle il lago, si agita il mare. Picchiettano i tetti, gorgogliano le grondaie, terrazze come specchi. Si riparano gli uccelli, dormono i gatti, si accucciano i cani abbassando le orecchie, le auto schizzano su strade lucide. Si nasconde la luna, si son spente anche le stelle, gli alberi si genuflettono e piangono, le foglie scappano via. Acqua veloce nel vento che sposta, che sbatte, che rabbrividisce, che spinge, che gioca, che ulula infilandosi tra gli antri, che sfiora, devasta, che punisce o carezza. Lampo, tuono, vibrazioni e energie, elettricità. Si ferisce di luce il cielo, poi si mostra più nero del nero. Sbattono le porte, si richiudono le persiane, i cortili sono deserti. C’è condensa sui vetri, poi sgocciola per terra. Acqua che lava, acqua che prende, acqua che porta. Si spera, si teme, si crede. Zitto, abbracciami, e guarda come piove!

Vania

Vania guardò verso la spiaggia. Due minuti e sarebbe dovuto arrivare il segnale. Due minuti. Poi una rapida successione di piccoli lampi in direzione di una barca capovolta sulla sabbia.
Ai piedi Vania sentiva l’umido della sera, aveva le infradito va bene, ma lo stesso non voleva che si inzuppassero, così le tenne in mano per tutto il tragitto.
Dietro la barca, Zyrtek lo aspettava giocherellando con l’accendino del segnale.
«Ce ne hai messo di tempo!»
Vania fece una smorfia.
«Sempre convinto?»
Ancora una smorfia che doveva essere un sì.
«Che c’è hai perso la lingua forse?»
«Fa freddo!»
Zyrtek sorrise, si mise in piedi di colpo e gli fece segno di seguirlo.
Per un po’ continuarono sulla sabbia, poi tornarono sulla strada in direzione della casa. Vania si fermò un attimo sul muretto per pulirsi i piedi e calzare le infradito.
Zyrtek osservò le operazioni e alla fine gli fece un cenno verso la spiaggia.
«Guarda!»
S’era alzata la luna e il riflesso disegnava sulla superficie del mare una lunga scia argentata tremolante.
«È bellissimo Zyrtek!»
Il ragazzo fece un movimento con la test che doveva essere un sì. Poi tornò a muoversi verso la luce che traspariva dalle finestre. In silenzio come prima.
Quasi davanti alla porta tornò a girarsi, «i soldi, li hai portati giusto?»
Vania soffiò appena un sì, mentre si toccava una tasca.
«E mi raccomando se ti chiedono l’età devi dire diciotto e tieni cupa la voce.»
«Ok!»
«Se ti buttano fuori, non posso farci niente. Mi raccomando.»
Da dentro la casa arrivavano voci di uomini e di donne, oltre a una musica triste. Zyrtek bussò, provocando un breve silenzio. Scostata appena la porta apparve la faccia di un uomo che provava a capire chi fosse.
«Sono Zyrtek. Cercavo Mirèn.»
«E lui chi è?»
«Vania, un mio amico.»
«Non vogliamo bambini.»
«Ha diciotto anni.»
«Diciotto», forzò Vania sulle corde vocali con un risultato piuttosto comico.
Da dietro la porta comparve la faccia tracagnotta di una donna.
«Ah! Zyrtek. Sempre tardi arrivi. Sai che devi aspettare vero?» Era Mirèn, che dopo avere dato una occhiata anche a Vania, li fece entrare, provando a scansare lo sguardo sospettoso dell’uomo.
«Dovete aspettare il turno voi due. E dovrete arrangiarvi insieme, che già dovrei mandarvi via. I soldi li avete giustò?»
Zyrtek e Vania, mostrarono le banconote spiegazzate tirandole fuori dalle tasche. L’uomo alla vista del danaro si tranquillizzò, pur continuando a mantenere d’occhio i due, seduti in un divanetto in un angolo della stanza a osservare le facce asciutte dei vari clienti in attesa. Alcuni stavano come annoiati in un cantuccio, altri smadonnavano bevendo a lunghi sorsi dalle bottiglie. Vania guardava, provando a non chiudere gli occhi dal sonno; era caldo lì dentro e tutto il giorno era stato in giro a racimolare i soldi per la notte. Fuori s’era alzato il vento e ogni tanto spruzzi di pioggia intermittente imperlavano i vetri delle finestre. Doveva resistere.
Uno alla volta i clienti venivano portati su dalle donne della casa, Mirèn compresa, che sempre lanciava un occhio verso di loro per controllare che fossero ancora là. Per ore la stessa scena: una ragazza scendeva le scale reggendosi al passamano di legno con indosso una vestaglina semitrasparente. Sotto si vedeva che aveva solo un minuscolo paio di mutande e niente più. Guardava in sala e si avvicinava a uno dei clienti. Non un sorriso o un cenno amichevole, mentre lo accompagnava sopra. Nessuna reazione nemmeno quando alcuni iniziavano a metter loro le mani addosso. Una cosa era sicura comunque, la casa doveva avere una uscita diversa, perché da lì su scendevano solo le ragazze e degli uomini non si vedeva traccia.
Per ultimi rimasero loro due. L’uomo aveva continuato a trangugiare da una bottiglia tenendoli d’occhio con sospetto fino alla fine e Vania aveva resistito eroicamente al sonno.
Mirèn arrivò come da programma con una faccia stanchissima nella sua vestaglia sexy.
«Signori, sbrighiamoci che andiamo tutti a nanna!»
Vania barcollò un po’ muovendo verso la scala. Zyrtek lo avrebbe anche preso per mano, ma era meglio non rischiare, due maschi non lo fanno.
Prima di salire Mirèn si girò, verso l’uomo.
«Puoi chiudere tutto a andare a dormire. Io finisco con loro e li faccio uscire.»
Il tipo annuì, diede l’ultimo sorso alla bottiglia e si dileguò. In fondo i due sembravano innocui: fatti loro l’età.
La stanza di Mirèn era piuttosto squallida e piena di spifferi dalle imposte, ma era riscaldata da una piccola stufa che brillava nella penombra.
«Aspettatemi un attimo», disse loro sparendo nello sgabuzzino che fungeva anche da bagno.
Dietro le persiane la bufera stava ancora salendo di forza e da lontano il mare s’imbiancava di spuma. La luna doveva essere tramontata o scomparsa dietro le nuvole che stavano sputando scrosci di pioggia. Ora che erano dentro tutto quel frastuono faceva anche piacere.
Dopo poco la donna tornò con delle lenzuola pulite.
«Aiutatemi un po’ a rifare questo letto. Fa schifo a quest’ora dopo tutto un giorno.»
In tre si indaffararono intorno al materasso per rimettere tutto in ordine. Mirèn fece una palla con le lenzuola tolte e si diresse nuovamente verso lo sgabuzzino. Non perse troppo tempo, ma quando rientrò infagottata in un pigiama grigio, i due si erano già infilati in un angolo sotto le coltri e dormivano stremati. Alla luce della stufa si vedevano i soli capelli e per un attimo si fermò a guardare la testolina di Vania. Pensò che suo figlio aveva più o meno la stessa età e delicatamente ne accarezzò la chioma, prima di stendersi nel suo angolo di letto sfinita come sempre. Lievemente il respirare ritmato dei due le fecero da calmante, cullandone i pensieri della sua casa lontana, sino al sonno
Al mattino Mirèn portò come sempre la cassettina con l’incasso del giorno prima all’uomo. Aveva negli occhi ancora i due che si allontanava dalla casa sul vialetto dietro il giardino, l’uscita secondaria dalla quale fuggivano via i clienti dopo avere consumato il loro finto amore mercenario. Addosso due enormi giacconi che qualche precipitosa fuga per scansar le coltellate del protettore aveva lasciato nella stanza squallida della donna. Avrebbero adesso aiutato i due ragazzi in quelle sere fredde, almeno per un po’. Vania, prima di svoltare la strada si era girato a salutarla con un sorriso da bambino. Lei no, non aveva mosso un muscolo, per abitudine o forse per le conseguenze delle botte sulla mandibola.
L’uomo contò una a una le banconote, annotando la cifra su un quaderno ingiallito. Sulla pagina, in cima, il nome della donna, uno dei tanti, con sotto una lunga serie di numeri e totali. Poi prese tre delle banconote e le consegnò a Mirèn. La sua paga del giorno. Due dei fogli di cartamoneta erano spiegazzati e sembravano proprio quelli di Vania e Zyrtek.
La donna li fece sparire in tasca.
«Mi pare che la cifra ci sia.»
L’uomo guardò l’ultimo totale sotto la linea, poi di nuovo la donna, «c’è. La cifra.»
Mirèn stese la destra, «i documenti!»
L’uomo annuì e dal cassetto tirò fuori un passaporto rovinato. Lei lo prese per controllare la foto, più per ricordarsi della sua faccia prima dell’inferno che per sfiducia. Poi, radunate le sue povere cose, lasciò la casa dall’ingresso principale. L’uomo, alla sua prima bottiglia del giorno, la osservò allontanarsi, stupito che un briciolo di felicità si manifestasse in  quello stomaco massacrato dall’alcol. Da lontano si vedevano ragazzini rincorrersi tra le pozzanghere. Lei pensò alla faccia delusa di Zyrtek e Vania che non l’avrebbero più trovata nella casa. Pensò al figlio nella casa dei nonni, sperduta tra boschi e desolazione. Poi, finalmente, non pensò più.

Ho

Ho solo un sacco di poesie,
di visioni e follie,
ho abbracci,
baci e dolcezze.
Ho sorrisi
e goffaggini buffe.
Ho viaggi mai fatti,
che affollano pensieri
di nuvole e sogni.
Ho occhi di muschio,
brulicanti di vita,
capelli che parlan
di fiabe del nord
e di suoni di arpe celtiche.
Ho scarabocchi,
colori e tante parole.
Ho sentieri ribelli,
dove mi inerpico e cado.
Ho ferite di spine
e ginocchia sbucciate
ma un anima certa di non volergesi indietro.
Ho bambole rotte,
un oceano di pianto
e felicità immense
a risarcire tutto.
Ho ferite mai chiuse
e speranze mai spente
Ho mani,
che stringono mani
che non lascerò,
occhi in cui perdermi
un cuore dove riposare,
e profumi amati che
son la mia casa.

Ho l’amore.

Lucia Lorenzon 13 novembre 2018