Fede d’amore

Ripropongo dei versi scritti nel 2017 e già pubblicati nel mio blog personale, non credo di averli pubblicati qui e non avendo scritto in tempo nulla di nuovo, spero apprezzerete ugualmente.

Ho fatto del mio corpo
un tabernacolo
a custodia del tuo.
Ogni angolo violato
chiuso da maldestre cicatrici,
e annebbiati ricordi,
l’ho riaperto
per darlo a te.
Tutto è diventato tuo,
cancellando
ogni indecente prima.
La mia carne
profuma di te,
la mia anima di te racconta.
Ho ricordi nuovi
a partire da noi,
allargatasi a ridipingere
un passato dolente,
e radici di un futuro
che non avrà fine.
Abbiamo fatto del nostro amore
un’ incorruttibile fede,
che sente anche quando non vede
e di ogni amplesso
una laica preghiera,
un danza di ringraziamento
ad un dio che ci ha concepiti insieme.

Lucia Lorenzon, 8 marzo 2017

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La patente

Vorrei raccontarvi come si sono realmente svolti i fatti, prima che qualcuno li travisi o altri si mettano a dire “non è come sembra”. Vi posso assicurare che è esattamente come sembra, io c’ero e lo posso confermare.

Tutto si è svolto l’altra sera quando l’ho chiamato per complimentarmi per la patente restituita sana e salva e festeggiare la fine dei mesi di sofferenza, non sua ma di noi amici, costretti a sopportare le sue geremiadi e conti alla rovescia facendo sapere a tutti che lo studio dell’aritmetica applicato a Cape Canaveral non è stato invano.

Ad ogni modo, ci stavamo trastullando in facezie quando d’improvviso mi ha detto: “Dai, ti vengo a prendere e andiamo a festeggiare”. Ho naturalmente accettato con felicità, visto che ci si vede raramente; era l’occasione per una doppia festa e avevo proprio voglia di gustarmela.

Dopo circa mezz’ora arriva sotto casa, un po’ come succedeva nella nostra comune preistoria col vecchio cinquino; salgo e si parte. Ora, raccontata così, sembra quasi l’inizio di una zingarata da Amici Miei e, forse, lo spirito era proprio quello ma, visto il giorno infrasettimanale e il lavoro del giorno dopo, la meta bizzarra e gli ardori goliardici avrebbero dovuto aspettare.

La meta è il vecchio pub, voi sapete quale; un po’ fuori mano, tranquillo, le cose giuste da bere e il barista maledetto che sa esattamente cosa portarti senza dover chiedere. Ci troviamo così a fare i classici discorsi che partono dal giurassico fino a sorvolare le mete future, ormai raggiungibili grazie al prezioso documento riottenuto.

Si fa tardi ma non troppo e bravi bravi usciamo per tornare a casa con giudizio. Partenza tranquilla, marce alte e pochi giri del motore che fa le fusa. Strada deserta e silenziosa, ormai neanche più grilli o cicale a sottolineare il buio, il silenzio rotto dalle struggenti note della canzone di Joe Sentieri “Oh, mia bella mora, dammi una mezz’ora, mi de soto e ti de sora oh, no no no no no…”; prendiamo un paio di curve comode lasciandoci cullare dall’inerzia del mezzo, la mente vuota e soddisfatta quando: “Toh, delle luci, abbassa i fari”.

Neanche il tempo di dirlo che l’anabbagliante fa il suo dovere illuminando un’allegra paletta attaccata alla quale c’è una mano. Si, a ben guardare, oltre alla mano c’e’ anche una persona che indossa un abito scuro. Ma guarda questo come va in giro in una strada buia, poi finisce che qualcuno lo mette sotto…

“Buona sera, patente e libretto, prego”.

Ecco. Se avete un’idea del concetto di gelo, questo sarà senza dubbio superato da quello provato in quell’istante. Il resto del copione immagino lo conosciate e non è servito a nulla dire “Guardi, signora guardia che si è trattato solo di un assaggio…”, anzi, il carabiniere che si sente chiamare “signora guardia” inizia a diventare sospettoso e dice al collega di portargli l’alcol test.

Abbiamo chiamato nell’ordine: una madonna (forse più di una), un carro attrezzi e un taxi. La patente ha invece preso un’orbita  differente che la porterà a incontrare il mio amico non prima di sei mesi. Da parte mia, quando ho fatto il gesto di mettermi alla guida dell’auto, il carabiniere ha gentilmente messo la mano sulla fondina e mi ha detto: “Se lei guida, io l’arresto”. Ancora adesso non capisco come mai. Un’ultima cosa: alcuni amici che sono transitati li dopo poco, ci hanno raccontato di aver visto due carabinieri in evidente stato alterato, piegati in due dal ridere sventolando un nuovissimo documento di guida. Guarda tu che gente si incontra…

(Ogni riferimento a persone e cose è puramente voluto.)

 

 

CANE E GATTO

Erano come fratelli, ma erano cane e gatto.
Dormivano insieme, mangiavano insieme e insieme facevano arrabbiare i padroni.
Ma di giocare insieme, nemmeno l’ombra. Non ci riuscivano, non riuscivano neppure a trovare un gioco che li soddisfacesse entrambi. Il cane preferiva l’osso, un osso di gomma dura che ogni tanto gli lanciavano i padroni e mai avrebbe accettato un gioco da gatto; il gatto preferiva giocare con un gomitolo di lana che poco dopo si sfilacciava. Solo una volta il gatto si era avvicinato all’osso del cane, quasi per giocarci insieme, ma poi se ne era andato distratto da un topolino che correva rapido lungo la recinzione. E il cane ci era rimasto male. Anzi, il cane pretendeva che il gatto giocasse con lui lanciandogli l’osso.
“Ma non ci riesco” rispondeva il gatto. “Non ho mani e come posso afferrare l’osso per poi lanciarlo?”
Il cane non ci voleva sentire. Rispondeva: “Dagli un colpo con la zampa, e io lo recupero”, ma poi si arrabbiava perché il gatto non aveva abbastanza forza.
Così il tempo passava e nessuno dei due trovava una soluzione comune.
Ma quando si ruppe l’osso e i padroni trovarono difficoltà a sostituirlo con un altro, il cane si avvicinò al gomitolo del gatto. Giocò senza che l’amico se ne accorgesse, e continuò anche quando il gomitolo era ormai sfilacciato e il filo attorcigliato tra le gambe. Non riusciva a muoversi, ma rideva a crepapelle.
“Beh, non è poi così male giocare con un gomitolo” disse tra sé, mentre il gatto di nascosto lo ammirava soddisfatto.

di Stefano Re

UNA LUNGA STORIA.

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È attento a non far rumore. Spesso gli capita di assentarsi per giorni, ma ritornando la sente sempre più distante. Se tutto non fosse stato così complicato l’avrebbe già fatto. Lei dorme, eppure pare sussultare quando si adagia sul materasso.
Le spalline elastiche della sottoveste bianca disegnano un ricordo nitido nei chiaroscuri confusi della penombra.

Sedeva dando di spalle a un tavolo del bar Centrale. I capelli erano raccolti e indossava un vestito scollato che incorniciava delle scapole nude e ossute che sembravano esser state scolpite in un corpo da favola. Voltandosi lo vide, e subito si innamorò. Fino a quel momento invece, lui l’aveva solo sognata.
Oggi è bella come allora, tuttavia se si fosse girata per guardarlo, lui avrebbe finto di dormire.
Il ticchettio della sveglia affetta l’attesa in attimi, piccole dosi di infelicità. Anche l’ultimo pensiero esala con uno sbadiglio, il rubinetto perde e, in cortile, un cane ha smesso di abbaiare. Ora, può incombere dolce il sonno: eppure, non basta più.
Non basta più.

Mi scuso con tutti per il ritardo.
Ciao.

Cinema

Solo ora riesco a raccontarvi un’esperienza di vita che ho vissuto ieri pomeriggio e che non avevo più provato da quando ero un ragazzino: sono andato al cinema alle quattro di pomeriggio in un giorno feriale qualsiasi. La decisione, imposta dalla mia metà e non sindacabile, fortunatamente si è concretizzata con la visione di un film che contavo di vedere, più comodamente spantegato sulla mia poltrona preferita, con auricolari e pieno controllo della situazione multimediale: L’ora più buia.

Fortunatamente il cinema era vicino a casa, in zona moderatamente parcheggiabile, distante da centri commerciali schiamazzanti o luoghi di coatto divertimento. Naturalmente, durante il tragitto da casa al cinema, sono stato fatto oggetto di mille raccomandazioni su come dovessi comportarmi bene, non inveire contro i vicini molesti, non strapazzare troppo gli inevitabili personaggi che si sarebbero frapposti tra gli occhi e lo schermo, non cercare febbrilmente il telecomando per adeguare il volume alle mie naturali esigenze di ascolto e altri consigli che mi imbarazzerebbe riferire.

Entrando in sala con circospezione noto che questa è già abbastanza piena ma non faccio caso alle persone perché sono distratto da una voce femminile che proviene dal fondo della platea e che racconta agli astanti alcune note storiche relative al film, in accordo con il fatto che, trattandosi di un cinema d’essai, non ci può essere proiezione senza che qualcuno ti spieghi cosa stai per vedere e, al termine, ti racconti cosa hai appena visto.

Fortunatamente, il prologo dura il tempo di trovare il posto giusto, studiando le strane geometrie ottiche che consentono allo sguardo di passare attraverso innumerevoli file di poltrone popolate da teste in movimento. Mi trattengo dall’uccidere due signore entrate a luci spente e tatticamente venute a sedersi davanti a me e preferisco optare per il piano B, sicuramente più legale e spostarmi di alcuni posti alla mia sinistra. Mi ritrovo quindi solo e al di fuori del controllo della gentile metà.

Nulla da dire sul film, era esattamente come me lo ero immaginato: da gustare dall’inizio alla fine. La cosa interessante però, avviene in occasione dell’intervallo; questo viene annunciato dalla proditoria interruzione del film, a metà di una scena, come se, improvvisamente, fosse mancata la corrente. Infatti, per qualche istante, tutta la sala resta in un buio impenetrabile, rotto forse da qualche segno di disagio dei presenti.

All’improvviso le luci, festanti e invadenti squarciano le tenebre e la voce della signora che ha introdotto lo spettacolo invita i presenti a gradire tè, pasticcini e altre spicciole golosità poste nel simpatico buffet in fondo alla platea. E’ in quel momento che scorgo una massa di personne agée dirigersi con urgenza negli occhi verso due distinte direzioni: il buffet e il bagno.

Guardarsi intorno e domandarsi “cosa ci faccio qui” è un attimo ma resto stoicamente al mio posto presidiando il fortino e dicendo a me stesso: “Non mi avranno!” (ancora per un po’).

 

La Linea Gialla

Bernardo guarda sempre il viso delle cassiere nei supermercati. Non ha uno scopo, gli piace solo leggere le smorfie, mentre le merci sfilano sul nastro nero trasportatore. Loro stanno così, in silenzio, concentrate. Al più un “ha la carta?” E no che non ce l’ha. Lui, Bernardo, non capisce il senso di promettere fedeltà a un negozio, svelandosi ai database di questo o quel posto.
Sugli ultimi gradini della metro, mentre scende, pensa che questa volta non gli è stato chiesto nulla, che la cassiera aveva una faccia anziana stanca, seppur l’abbia già dimenticato quel volto, e rapido oltrepassa due ragazzini che giusto all’angolo si addestrano a baciarsi con la lingua.
La piattaforma è vuota, segno che il treno è passato da poco. Lo stridere di freni deve essere arrivato dai vagoni sulla parte opposta, che con un fremito stanno ora tornando a muoversi. Una ragazza con un piercing al naso lo osserva dal finestrino che sfila via. Bernardo la nota appena, mentre cammina a cavallo della linea gialla, invalicabile; un po’ di marciapiede ancora, poi il binario sprofondato nella fossa, che ogni tanto lui costeggia con le buste della spesa in mano, illudendosi di ragionar sulla cassiera, insignificante.
Un bambino e la madre che lo tiene per mano arrivano trafelati, illusi dal rumore del treno di fronte. Si fermano a dirsi qualcosa, poi si dirigono alla più vicina panchina.
Bernardo li osserva, mentre oltrepassa ancora la linea. Fa passi piccoli, per far durare il percorso, ma in fondo sa che ogni cosa è un attimo, quell’attimo.
Sulla piattaforma di fronte, una ragazza in jeans e chador legge uno di quei giornaletti gratuiti che, forse, lasciano in giro per evitare proprio a gente come Bernardo di ragionar troppo in bilico sulla linea gialla. Lui si guarda intorno per aggrapparsi a una copia, ma niente, devono aver dimenticato quel suo lato.
Il bambino ride, la madre indica qualcosa sui binari e ride anche lei. Bernardo guarda lo stesso punto ma non nota nulla. Una delle buste fa male a una mano, però non gli va di sedersi, vuole continuare ancora un po’, sulla linea gialla. La piattaforma intanto si sta ripopolando: due signore anziane con il carrello della spesa, un ragazzo mesciato biondo con la tuta della Juve, un prete con la tonaca. Ha una faccia conosciuta il sacerdote, deve essere uno di quelli di San Matteo. Bernardo la conosce quella chiesa, perché ama il silenzio e spesso il pomeriggio ci entra quando non c’è nessuno. Si siede sul banco in fondo e guarda in giro. Sì, sì, quel prete deve venir da lì e magari lo ha visto alle volte chiedere da quel banco qualcosa a Dio. Perché lui questo fa, entra, si siede e in silenzio prova a parlarci con Dio, anche se non è convinto se lo stia ad ascoltare. Dio, se ti vuole sentire, ti legge i pensieri. Dio, se esiste, lo capisce che Bernardo è in bilico sulla linea gialla. Dio, se lo vede, lo sa che quello non è camminare, è altro.
Gli fa male anche l’altra mano ora e il treno è in evidente ritardo. Il binario è vuoto, la piattaforma si riempie, il prete si sventola con il volantino di un centro commerciale. La mano destra formicola un po’: “passata di pomodoro e aceto”, aveva scritto Marta, sua moglie. Un tipetto minuto e frenetico di donna che ci tiene alla casa. Oh! Come ci tiene. E dovreste vederla disperarsi di questo e di quello. Di questo e di quello!
Strano come il treno sia in ritardo, voglio dire in questo mondo sotterraneo il tempo trascorre in momenti sempre prevedibili e il fatto che non sia ancora sbucato dal tunnel interrompe ogni certezza. Adagiato sulle rotaie un frammento di un giornale del partito di governo. Fiumi di caratteri vuoti, massimi principi primi in fretta dimenticati e negati, che catturano comunque lo sguardo che si sporge, come il suo corpo che si sporge oltre la linea gialla, il confine ultimo di sicurezza. L’anziana signora di fronte lo osserva perplessa, fiuta il pericolo forse. Lui si sporge, la mano fa male, la busta scivola via nella fossa in un rumore di vetri rotti. Una voce all’altoparlante gracchia qualcosa, mentre la passata colora di rosso il binario vicino e l’odore d’aceto investe i vicini che iniziano comunque a guadagnare l’uscita.
“Stia attento per dio!” Urla un tizio vestito della divisa della metro.
“Stia attento se non vuole fare la fine delle bottiglie, spappolato sui binari.”
Con calma Bernardo abbandona la piattaforma, spintonato un po’ dal ferroviere che ha portato giù, insieme alla voce gracchiante, la notizia che il treno non arriverà. Fuori, un paio di pullman bianchi attendono per portare via ognuno di loro. Pare che ci vorrà tempo per riattivare la linea, che un disgraziato sia caduto dalla piattaforma. O che si sia buttato giù, proprio sotto il treno sbucato dal tunnel due stazioni prima.
“Una tragedia, una tragedia.” Continua a ripetere una signora di mezza età seduta due posti avanti.
Bernardo pensa che adesso non ha neanche la passata o una buona scusa per Marta. Guarda la mano destra con ancora i segni della busta stampati. Un uomo anziano e magro dice che la gente sta troppo bene, perché non ha fatto la guerra e poi si butta sotto i treni perché non ha le palle per affrontare la vita. Alla radio il solito politico urla qualcosa. Una goccia di pioggia riga il vetro disegnando una linea netta. Bernardo chiude gli occhi, pensa al silenzio di San Matteo e che no, lui non l’ha fatta la guerra.

No planet B

Vi propongo oggi in questo spazio mensile una carrellata di mie grafiche, create per partecipare ad un contest di grafiche per T-shirt sul tema del cambiamento climatico inquinamento, attenzione ambientale.

Il titolo del contest era appunto come il titolo che ho scelto per l’articolo “no Planet B” (non abbiamo un altro pianeta, un piano B, questo è l’unico che abbiamo.

Aggiungo a questa mia presentazione non versi miei, ma di Giorgio Caproni, versi che trovo quanto mai adatti.

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.

di Giorgio Caproni

Ed eccovi le mie grafiche, graditi i pareri, ovviamente, sia positivi che negativi (ricordate solo che faccio tutto da autodidatta)

grafica di Lucia Lorenzon

grafica di Lucia Lorenzon

grafica di Lucia Lorenzon

grafica di Lucia Lorenzon

grafica di Lucia Lorenzon

grafica di Lucia Lorenzon

grafica di Lucia Lorenzon

mi scuso per il momento “pubblicitario” ma se qualcuno fosse interessato tutte queste grafiche sono disponibili su t-shirt nel mio shop online (Gian Paolo, se non è consono questo messaggio finale ovviamente lo cancello) .

Cocci dorati

Ho riaccolto cocci e sembrava un po’ come i vasi cinesi

Di quelli che usano colate d’oro per riempire crepe

Non ne avevo forse abbastanza e non ne ero convinta, non avevo tecnica

E

Ho barattato metri di profondità per una personale sicurezza

non sento più il bisogno di riempire vuoti

Li lascio a se stessi, sbircio attraverso

Come un bambino con una lente di ingrandimento, che gioca con file di formiche , per poi lasciarle al loro corso

Un po’ come

Dopo aver analizzato ciò che di negativo …

..

strozzava il fiato

impari a lasciare andare e a non trattenere

Lasciando che i dolori scorrano fluidi e confluiscano nel posto che gli appartiene

Al passato

E così come ogni giorno

La stessa preghiera che mi ha forgiato nuova, ma sempre la stessa.

Musa 🌞

 

06/05

Ho perso di vista
alcune percezioni di casa,
ho smarrito il sentiero delle mie origini
perchè avrò rubato troppe storie altrui
e infine non è rimasto altro
che dei granelli di tempo e casualità.

Non respiro speranza
in assenza del tuo sguardo,
non prendo energia
se non esiste il tuo interesse,
non chiedo una sola notte
se non torni con il tuo domani.

E tu puoi girare un mondo
soltanto misurando l’ambizione
talmente fascinosa
da divenire persino mia.

Leggera
(sospeso)
senza fretta
(inquieto)

Noi rinsaldiamo il cuore avvincente
di quest’attesa ammantata di equilibri.