Baciami la nuca

Rieccomi, una poesia un tantino “hot” questa volta, spero vi piaccia.

Baciami la nuca,
bagnata di piacere,
dopo ore d’amore
senza pietà,
nè mia,
nè tua.
Ci siamo persi,
dentro noi,
sentenziato,
con passione furente,
la reciproca appartenenza,
un possesso senza paure.
Mi consegno,
ti consegni.
Fusi in un mondo
che ci ha come soli abitanti,
ma creatori di nuove visioni,
di nuovi sogni,
nuove realtà.
Siamo nostri, Amore;
ma ora baciami la nuca,
a lieve sigillo
di un per sempre.

Lucia Lorenzon, luglio 2017

  

Sogno Infranto

L’aria frizzantina dell’imbrunire era ancora piacevole.

Nonostante fosse già novembre, la gente del paese se ne stava ancora seduta all’uscio di casa, per godersi gli ultimi tiepidi giorni di quell’autunno così stranamente caldo. Il cielo andava man mano sfumando nel blu intenso, mentre il sole oramai basso all’orizzonte mostrava gli ultimi bagliori purpurei. Dal belvedere del paese si poteva ammirare la vallata che si estendeva a perdita d’occhio, frastagliata soltanto da piccoli promontori, sui quali se ne stavano arroccati minuscoli agglomerati di vecchie case. D’inverno, quando la neve si ammassava sui quei ripidi e stretti tornanti, era difficile spostarsi tra un paese all’altro e la gente rimaneva giorni e giorni senza potersi spostare, in completo isolamento.

Sul sagrato della chiesa i bambini giocavano a pallone, al bar gli uomini continuavano a chiacchierare allegramente mentre le donne erano affaccendate nella preparazione del pasto serale, l’orologio segnava le 18 in punto.

Giovanna scese di corsa le scale della canonica, il seminario prematrimoniale era appena terminato e aveva fretta di raggiungere sua madre che la stava aspettando per preparare i biscotti.

«Ciao Giovanna! Dove vai così di corsa…» le chiese Donna Luisa affacciata alla finestra.

«A casa, mamma mi aspetta!» rispose Giovanna continuando a correre.

«Ma Agostino, dove l’hai lasciato?» chiese ridendo l’anziana donna.

La ragazza lasciò quella domanda aleggiare nel vicolo, alzò una mano in segno di saluto e scomparve in fondo alla ripida e angusta discesa.

L’odore dei biscotti appena sfornati l’accolse già nell’androne, salì in fretta le scale pregustandone con la mente il sapore dolce.

«Mamma, ma hai già hai infornato!» chiese la ragazza entrando in cucina.

«Se stavo ad aspettare te!» rispose Maria, intenta a togliere i biscotti dalla teglia «Agostino? Se n’è andato a casa?»

«Oggi non è potuto venire alla riunione, sta a San Giorgio, per finire quel lavoro…»

«Immagino che Don Pietro si è arrabbiato»

«Un po’ sì… sono già due volte che vado da sola, ma i soldi ci servono, la settimana prossima portano la camera da letto… e poi Agostino si deve fare il vestito per la cerimonia!».

Sua madre sorridendo le porse un vassoio «Tieni, continua a metterli sopra, io inforno gli altri».

Giovanna rifletteva su come da un paio di mesi la sua vita fosse diventata piuttosto frenetica e che i preparativi per il matrimonio stavano diventando snervanti.

Agostino la scorsa estate le aveva detto che era arrivato il momento di mettere su famiglia. Lei lo aveva guardato sorpresa, non avevano mai affrontato l’argomento, anche se erano oramai quattro anni che erano fidanzati. Il lavoro procedeva bene, la sua ditta di ristrutturazioni si stava consolidando, in molti avevano iniziato a mettere mano alle vecchie case, dato che comprarne di nuove iniziava a essere molto oneroso. La parte nuova del paese si collocava molto più in basso, quasi a valle e nessuno voleva lasciare i propri parenti, specie se anziani e l’unica soluzione era quella di ristrutturare gli edifici antichi del centro storico. La ditta di Agostino aveva così iniziato ad allargarsi e ora contava circa otto dipendenti, tutte maestranze specializzate, e gli garantiva un guadagno discreto e un lavoro costante. Giovanna aveva conseguito la licenza media, ma ora aveva imparato a far di conto e dava una mano nel gestire la contabilità della ditta.

Sorrise a quel ricordo e a come l’aveva abbracciato stretto stretto, immaginando il futuro insieme a lui. Poi si la faccenda si era complicata e i preparativi per le nozze si erano rivelati estenuanti. Ricordava le discussioni sui parenti da invitare, la scelte delle bomboniere e la confezione del vestito. Lei aveva pensato a tutta l’organizzazione mentre Agostino si era dedicato, nel suo tempo libero, alla ristrutturazione di una piccola casa nel centro storico, che sua nonna gli aveva lasciato in eredità, dato che nessuno dei parenti era disposto a prendersene cura, talmente era dissestata.

Verso le 18.45 il suono del citofono la fece sobbalzare, chi poteva essere a quell’ora così insolita?

«Giovanna scendi, ti devo dire una cosa… anzi, prendi anche la borsa e il cappotto, dobbiamo fare un giro…» disse la voce maschile al citofono.

« Agostino, ma sai è quasi ora di cena? Perché non mi hai detto che passavi!»

«Dai scendi» insisteva il ragazzo «devi assolutamente vedere una cosa!»

Giovanna avvertì sua madre che stava uscendo di casa e che Agostino la voleva portare da qualche parte. La donna le raccomandò di tornare presto scuotendo la testa in segno di disappunto.

La ragazza raggiunse Agostino nell’androne. Lui la prese teneramente tra le braccia e la baciò con passione.

«Tra poco sarai tutta mia…» le sussurrò nell’orecchio.

Giovanna sentì il viso avvampare «quanto sei scemo!» esclamò imbarazzata «poi vediamo se mi sopporti per tutta la vita…» aggiunse divincolandosi dall’abbraccio.

«Dai facciamo due passi… » disse il ragazzo prendendola per mano e avviandosi lungo il vicolo stretto, quasi buio, illuminato soltanto da piccole lanterne all’angolo dei caseggiati di pietra antica.

«Stiamo andando nella casa nuova?» chiese Giovanna, riconoscendo il percorso.

«Certo, ho detto che ti volevo far vedere una cosa…».

I due giovani innamorati si ritrovarono sotto l’edificio, intonacato di fresco. La facciata era stata ristrutturata e ora il marrone chiaro si intervallava ad ampi squarci di pietra, lasciati appositamente, per ricordare le antiche origini del palazzetto. Il loro piccolo appartamento si trovava all’ultimo piano, dopo aver salito la stretta scala di pietra, si ritrovarono davanti al piccolo portoncino di mogano scuro, con la nuovissima targa dorata intarsiata dai loro nomi. Giovanna guardò il suo ragazzo e sorrise, mentre la curiosità iniziava a metterle fretta, non vedeva l’ora di scoprire ciò che Agostino le voleva mostrare.

«Chiudi gli occhi… » le disse conducendola per mano lungo il corridoio. La ragazza lo seguì a piccoli passi in direzione della sala da pranzo.

«Ora guarda!»

Giovanna aprì lentamente gli occhi, pregustando la sorpresa e li sgranò quando vide la credenza antica che aveva visto una settimana prima alla fiera del mobile.

«Ma tu sei matto!» esclamò «questa costa un occhio della testa! Non potevamo permettercela…»

«ma tu te ne eri innamorata, lo so… non negarlo… e io ho riscosso i soldi di quel lavoro… quindi, eccola, nella nostra sala!».

Giovanna gli buttò le braccia al collo, stringendolo forte, in preda a una emozione duplice, che da un lato la faceva sentire felicissima per quella sorpresa e dall’altro consapevole che si trattava di una spesa enorme, che forse non avrebbero dovuto affrontare.

«Grazie Amore mio… » disse «forse non era il caso… comunque oramai è nostra » disse sciogliendo l’abbraccio. Giovanna si avvicinò alla credenza, aprì i cassetti e le ante, pensando mentalmente a cosa avrebbe potuto metterci dentro. I due ragazzi trascorsero una ventina di minuti facendo progetti e fantasticando su quando sarebbero andati ad abitare nel loro nido d’amore.

«Amore ora è tardi, mi aspettano per la cena!» disse Giovanna dando uno sguardo all’orologio che segnava le 19.20.

«Va bene, andiamo…» rispose Agostino a malincuore. In fretta lasciarono l’appartamento e scesero in strada.

«Un momento… ho dimenticato le chiavi dell’auto sul tavolo… torno subito» così dicendo il ragazzo aprì di nuovo il portone, lasciando Giovanna in attesa.

Improvvisamente un sordo boato s’irradio nell’aria circostante, una vibrazione violentissima scosse la strada sotto i suoi piedi e la ragazza fu catapultata a parecchi metri dal portone dove pochi istanti prima era entrato Agostino.

Il buio profondo avvolse tutte le strade e le vecchie case di pietra iniziarono ad accartocciarsi come carta pesta. Giovanna sentiva il mondo crollarle letteralmente addosso, tentò di urlare ma la voce le morì nella gola arsa dalla polvere. La terra continuò a tremare per lunghi, interminabili istanti, mentre urla terrorizzate si confondevano nel roboante rumore delle macerie che s’andavano accumulando tutto intorno.

Ma in quei terribili istanti il suo pensiero fu solo per Agostino, che solo pochi istanti prima era sparito dietro quel portone…

Magico Guerriero

image

Non sa amare che te.
I suoi occhi non ti vedono ma il tuo alito scalda il suo viso nel buio.
Ti aggiri per la sua anima, conoscendola come nessuno.
Percorri il suo corpo con la sapienza di chi sa e la pazienza di chi ama.
Hai atteso che il desiderio seminato in lei fiorisse, per coglierlo.
E mille e mille volte rifiorirà per fartene dono.
Magico guerriero che porti in te un’antica tenerezza e, tenendola sempre stretta, hai sconfitto ogni drago per lei, e con lei, conducila nei tuoi, nei vostri sogni, laddove non ci sarà piú paura.
Laddove potrete vivere di desideri e amore. Impazzendo ogni volta che la vostra carne tornerà a farsi una.
Vinti dall’amore che, spietato e dolce, vi unisce.
Conducila laddove la malìa di cui siete vittime non ha potere.
Lei Luna, tu Sole, non vi è data possibilità di incontro. Vi sfiorate da lontano, in cieli serali, sperando alfine si sciolga l’incantesimo; non vi spaventa il tempo.
Ti farà dono di tutto ciò che è e tutto ciò che l’ hai fatta diventare.
Ma se cosí non sarà, magico guerriero, ti aspetterà  sempre, per una carezza all’imbrunire, e per la più travolgente delle passioni quando il sopraggiungere della notte vi porterà nei vostri luoghi, segreti al mondo.
Ti saprà amare come mai ha amato, perché tu cosí l’ami.
E al risveglio troverà sulla sua candida pelle tracce, a testimonianza di una notte d’amore. Lievi segni di esplorazioni dolci e audaci.
La sua mappa d’amore.
E di nuovo aspetterete l’imbrunire.
E di nuovo il sogno.
E sarà un eterno ritrovarsi e respirarsi per tornare poi ad affrontare quella vita che non vi vedrà mai accanto

Lucia Lorenzon

IL SEME DELL’AMORE

“Ti insegnerò i segreti del fuoco.”
Molti anni dopo si sarebbe ricordato di quelle parole. Quando ormai sarebbe stato troppo tardi per apprenderli.
Ma quel giorno il giovane scosse la testa. “Voglio imparare altre cose.”, disse.
“E così sia!”, replicò il vecchio. “Anche tu hai molto da donarmi, e io farò tesoro dei tuoi insegnamenti.”
Nella grotta le fiamme guizzavano simili a serpenti sinuosi. “Tu conosci ogni cosa.”, disse il giovane. Lo pensava veramente: lungo tutte le strade che aveva percorso, aveva sempre sentito parlare di lui e, conoscendolo di persona, si era reso conto che la sua sapienza non aveva limiti.
“Nessuno conosce ogni cosa. Non sarebbero sufficienti tre vite per arrivare a tanto: scoprire i segreti del mondo, entrare nel cuore delle persone, capire in anticipo cosa porterà il vento. Però, io conosco te e so chi sei. Questo mi basta per dichiararmi un uomo felice.”
Ci fu un lungo silenzio, nel quale entrambi si immersero. Si erano conosciuti tre giorni prima, ma era come se si frequentassero da una vita. Spesso non avevano bisogno di parlare; una magia nascosta conduceva i pensieri dell’uno all’altro, e ambedue erano consci di quanto importante fosse stato il loro incontro.
Il vecchio sapeva che un giorno lui sarebbe arrivato. Il giovane aveva affrontato un viaggio interminabile, senza un’idea precisa di cosa avrebbe potuto trovare in quella terra grande e sconosciuta. Ma in qualche modo immaginava che avrebbe incontrato una persona in grado di arricchire la sua conoscenza, sebbene essa fosse già incommensurabile. Lo guardò negli occhi, provando un grande affetto per quella figura scarna, segnata da un’esistenza in cui dolore e comprensione, saggezza e ricerca della verità gli avevano lasciato un solco profondo, nell’anima come nel corpo. Si era sottoposto a digiuni che avrebbero condotto alla morte anche il più forte fra i guerrieri, aveva accettato sfide durissime che se da un lato lo avevano provato irrimediabilmente, da quell’altro lo avevano innalzato sulle vette del sapere.
Conosceva la magia, ma non solo: era in grado di ignorare ogni tipo di sofferenza terrena per elevarsi nel cielo, quale puro spirito. Molti giuravano che era stato in due posti contemporaneamente, altri sostenevano di averlo visto sollevare un masso grande quasi come una montagna unicamente grazie alla forza del suo pensiero.
Il vecchio si alzò per alimentare il fuoco. Il giovane pensò che c’era una sola cosa che li divideva. E sapeva che nessuno dei due sarebbe riuscito a far cambiare idea all’altro. Non ne avevano ancora parlato apertamente, ma prima o poi sarebbe successo. Forse quando si sarebbero lasciati. O forse, si disse, avrebbero evitato l’argomento, dato che si sarebbe trattato di un discorso del tutto inutile. Ma, dentro di sé, invece, sentiva che sarebbe stato il vecchio a sollevare la questione.
Perché gli voleva bene.
Quando il giovane partì, il vecchio pensò che se il falco vuole volare nessuno è in grado di fermarlo. Guardò verso oriente. C’era aria di tempesta. Un cattivo presagio.

Il sole splendeva implacabile nel cielo privo di nubi, arroventando la sabbia del deserto. Yehosua ripensava al giorno in cui si era separato dal vecchio. Alla fine avevano affrontato l’argomento che non avrebbe mai potuto trovarli d’accordo. Il discorso del vecchio non era stato cinico; la sua saggezza non prevedeva il cinismo, dato che nel cuore provava la compassione infinita di chi sa scrutare fra le ombre delle anime perse. Però, le parole erano risuonate aspre. Probabilmente perché Yehosua non poteva accettarle: mettevano in dubbio tutto quello che aveva appreso, rinnegavano il senso della missione che si era prefisso. Capiva che il vecchio desiderava il suo bene, e che il suo intento era quello di metterlo in guardia; tuttavia la portata di quel messaggio lo sgomentava. “Non posso avere sbagliato tutto.”, si ripeté per l’ennesima volta. “Ho un compito da svolgere, e se lui avesse ragione sarebbe come aver attraversato un oceano invano, starebbe a significare che ciò che ho fatto, quello che ho cercato di insegnare, non avrebbe alcun valore, e questo non può essere vero.”
Poi si spinse oltre. Anche se, a puro titolo di ipotesi, il mondo fosse come lui l’aveva descritto, avrebbe proseguito ugualmente il suo cammino, a costo di veder svanire nella nebbia della delusione la luce della speranza che da sempre accompagnava i suoi passi. Non dubitava di se stesso, ma anche se lo avesse fatto, non si sarebbe fermato. Glielo impediva il suo compito, e se avesse dovuto sacrificare la sua vita per quel compito, ebbene non avrebbe esitato.
Un vento improvviso sollevò la sabbia, creando vortici incandescenti. Accadde un fenomeno inspiegabile: alla calura soffocante si sovrappose un manto di gelo, come se il deserto fosse diventato una distesa di ghiaccio.
Fu allora che Yehosua lo vide.
Dapprima si trovò circondato da una quantità di rettili e di scorpioni. Era una situazione raccapricciante, ma il suo cuore rimase saldo. Con calma oltrepassò quelle disgustose creature, diretto verso un’apparizione che non riusciva ancora a distinguere con chiarezza, ma che gli sembrava una figura avvolta nella luce. Man mano che procedeva, la luce crebbe d’intensità, fino a costringerlo a chiudere gli occhi. Quando li riaprì, la bufera si era placata, gli orrendi mostri erano scomparsi e una calma quasi innaturale regnava sul deserto. Anche la luce diminuì, svelando al suo sguardo un angelo bellissimo. Non avrebbe saputo trovare un altro modo per descriverlo. Yehosua non aveva mai visto in tutta la sua vita un essere di tale sconvolgente avvenenza. Sembrava racchiudere in sé tutta l’armonia del creato, e quando parlò la sua voce era limpida come l’acqua di un ruscello.
Yehosua sostenne il suo sguardo, che era fisso su di lui, benché non fosse facile perché la bianca veste che lo sconosciuto indossava risplendeva abbacinante ai raggi del sole.
“Ti offro il mondo.”, gli disse, e Yehosua abbe una rapida visione che racchiudeva tutte le meraviglie della Terra: mari accarezzati dalla brezza del sud, tramonti che incendiavano il cielo, grandi boschi ombrosi, montagne innevate, laghi cristallini, prati ricoperti di fiori, e poi donne di una leggiadria senza pari.
“Tutto questo sarà tuo.”
Yehosua scosse il capo, come a rifiutare quello che gli veniva prospettato.
La sua reazione suscitò un sorriso, che però non era di scherno. Yehosua ebbe l’impressione che la sua scelta non avesse stupito quel misterioso essere. Pensò anche che forse egli addirittura l’approvava, e che non si sarebbe aspettato nulla di diverso, e qualora la proposta fosse stata accettata sarebbe stata accolta con un senso di disdegno. Non erano pensieri chiari, lucidi; non nascevano da un ragionamento: rappresentavano una consapevolezza superiore, che andava oltre il linguaggio delle parole.
“Ti farò un altro dono. E in cambio di questo dono tu mi adorerai.”
Questa volta Yehosua vacillò. Ebbe la nitida visione del cuore degli uomini, e ciò che vide lo sgomentò. Gli tornò alla mente quello che gli aveva detto il vecchio, quando si erano separati. Con un tono di voce che racchiudeva una profonda tristezza lo aveva ammonito, sostenendo che non esisteva alcuna speranza di riscatto per l’umanità. Yehosua aveva scosso la testa sorridendo, e lo aveva incitato ad avere fiducia. Nell’uomo e in Dio. Poi si erano abbracciati e nel lungo percorso di ritorno Yehosua aveva spesso pensato a lui.
Condivideva la gran parte di ciò che il saggio gli aveva detto, ma non quell’ultima frase. Dio lo aveva mandato proprio per cambiare il cuore degli uomini, e quella era stata la grande speranza della sua vita.
Ma ora…
“Tu sei stato scacciato dal paradiso.”, proferì con calma, non appena si fu riavuto dall’angoscia di quella visione. Trasse un profondo respiro, e pensò che ciò che gli era stato mostrato era un inganno, il frutto di una magia cattiva. La consapevolezza del vecchio nasceva da convinzioni errate, ma quello che aveva visto adesso, quello che aveva sentito, era un sortilegio, e non gli era difficile capire chi fosse in grado di penetrare così a fondo in lui, al punto da sconvolgerlo per la malvagità evocata.
I suoi occhi sereni riflettevano la certezza di quella conclusione, e si sentiva più forte.
Perché era di fronte al suo Nemico. Il Nemico di sempre.
Ma la replica non si fece attendere. Nuove immagini, che racchiudevano morte e distruzione, che svelavano cupidigia ed egoismo, falsità e invidia. Era dunque questo l’uomo?
“Non fui scacciato.” L’essere luminoso rivolse un sorriso a Yehosua, che questa volta gli parve ironico. “Io non condividevo il progetto di Colui che ha creato l’uomo. L’uomo è nato per compiere il male, per cedere alle tentazioni delle carne e dello spirito, l’uomo è infingardo di natura, corrotto e corruttore. La sua esistenza è priva di senso, e crearlo si dimostrò un errore. Il mio nome è Samhazai e ti posso assicurare che tutto quello che hanno detto di me è sbagliato e ingiusto. Io credo nella purezza dello spirito, e l’uomo ne è totalmente sprovvisto. In quanto a te, mi adorerai perché io sono il portatore della luce, e so che è a questo che tu aneli. Con me sarai felice; dagli umani, invece, riceverai soltanto delusioni e sofferenza.”
Yehosua per un attimo fu ammaliato da quelle parole, per un momento pensò che Samhazai avesse ragione, e desiderò di diventare il suo seguace, il suo più fido discepolo. Non era forse il bene che egli cercava? E Samhazai rappresentava l’essenza stessa del bene. Da lui avrebbe ricevuto amore, a propria volta lo avrebbe amato; con lui avrebbe realizzato il senso della sua esistenza. Avrebbe appreso a cercare l’assoluto, e si sarebbe scordato della meschinità di chi per condizione è destinato all’effimero. Non ignorava che la sua sapienza era infinita, e la sua bellezza rifletteva ciò che egli era interiormente.
Ma fu solo un istante.
Non era quello il suo compito.
E Samhazai aveva molti nomi.
Lui lo conosceva come Helel; e altri lo avrebbero chiamato Lucifer.
Gli voltò le spalle, e si incamminò, ignorando il suo ultimo richiamo.

Ripensò a Helel quando fu davanti al quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.
Prima c’era stata quella notte terribile.
Fino ad allora Yehosua non aveva mai conosciuto la paura. Le sue parabole parlavano d’amore, di comprensione, e, sebbene il suo messaggio non fosse sempre recepito nel modo più corretto, l’amore escludeva per definizione qualsiasi forma di timore. La sua vita era stata serena, e anche negli ultimi giorni si era sentito sufficientemente forte per poter affrontare il destino che lo attendeva.
Ma quella notte conobbe l’angoscia, e la sua anima ne fu devastata.
Non lo avrebbe mai previsto, tuttavia le sue certezze incominciarono a vacillare. Il dubbio si insinuò nella sua mente. Si allontanò dai discepoli per pregare. Avrebbe accettato la volontà di Dio, ma se esisteva una sola possibilità di salvezza l’avrebbe colta. Si lasciò cadere al suolo, prostrandosi. Assaggiò il sapore della polvere e della disperazione. Tornò con il pensiero all’India, al vecchio e, seppur rammaricandosene, dovette convenire con se stesso che il saggio aveva avuto ragione, e lui torto. Poi si pentì di quei pensieri. La notte era silenziosa, non c’era vento e le stelle sembravano lontane, irraggiungibili. La paura lo stringeva come una morsa implacabile; il respiro si fece faticoso; le ombre erano simili a demoni ostili. Adesso la solitudine gli pesava.
Fece ritorno dai discepoli e vide che dormivano. Ne fu profondamente rattristato. Nemmeno in quell’ora tremenda riuscivano ad elevarsi dalla condizione meschina dell’uomo? Rimproverò Pietro, e si allontanò nuovamente da loro. Quando tornò ancora, provò una profonda compassione per la debolezza dei loro cuori, e questa volta fu lui a invitarli a dormire. Comprese infatti che avevano avvertito la sua disperazione, e abituati com’erano a vederlo compiere prodigi, ne erano rimasti allibiti e avevano cercato l’oblio nel sonno.
Il tempo passava, e nulla gli era di conforto.
Poi li sentì arrivare.
Pensò di nascondersi, ma sapeva che questa non era la volontà di Dio.
A un tratto si sentì afferrare da una mano.
Si voltò di scatto. Era Pietro. “Maestro, non devono prenderti!”
Yehosua avrebbe voluto dirgli che proprio lui sarebbe stato il primo a rinnegarlo; non ne aveva la certezza, ma lo sentiva dentro di sé, così come le piante avvertono l’avvicinarsi della tempesta. Ciò nonostante, non si oppose. Si lasciò guidare lontano da lì. Il suo discepolo lo incalzava, affinché si muovesse con maggiore rapidità; ma Yehosua lo rimproverò. “Un conto è allontanarsi dal destino, pur sapendo che è inutile, altro agire con viltà. Tu non mi vedrai mai fuggire. Sarebbe come rinnegare la missione che Dio mi ha affidato.”
Comunque, lo seguì nel folto del bosco.
“Presto! Maestro, presto!”, lo incalzava Pietro.
Presero un sentiero nascosto, dove nemmeno la luce della luna riusciva a penetrare. “Sei salvo!”, esclamò Pietro. Poi sentirono dei passi. Erano a pochi metri di distanza. Il bagliore delle torce giungeva fin loro. Svoltarono a destra, addentrandosi in un groviglio di alberi e di rami, che in quella notte sembravano mani adunche, pronte a ghermirli.
In quel momento, ma forse solo in quel momento, Yehosua pensò che Pietro avesse ragione, e che fosse giusto sfuggire i suoi nemici, non già per viltà, bensì per proseguire la sua missione. Aumentarono il passo, però sentirono distintamente il rumore che facevano gli inseguitori. Avevano individuato il loro percorso, e come cani da caccia non mollavano la presa. Infine, raggiunsero uno specchio d’acqua, illuminato dalla pallida luce delle stelle. “Tu puoi attraversarlo.”, disse Pietro. “Maestro, tu puoi fare questo ed altro!” Yehosua sapeva che era vero: se lo avesse voluto, avrebbe camminato su quella superficie, distanziando i suoi nemici. Si sarebbe salvato. Avrebbe potuto tornare in India e godere nuovamente del piacere che la vicinanza del vecchio gli dava. Perché sacrificarsi invano? Perché rassegnarsi a un destino che gli appariva palesemente ingiusto? Forse Dio gli aveva chiesta questa assurdità?
No.
Mosse un passo, e le acque sembrarono scostarsi per agevolargli il cammino. Pietro tirò un respiro di sollievo.
Sì.
Yehosua si fermò. E andò loro incontro per abbreviare l’agonia dell’attesa.
Adesso il quinto procuratore lo interrogava.
Yehosua gli leggeva nell’anima, e non trovò nulla di malvagio in lui. Era un uomo combattuto, spesso irresoluto, probabilmente non all’altezza del suo compito. Ma Yehosua capì che lo riteneva innocente.
“Tu ti consideri il re dei giudei?”, gli chiese. Era una domanda molto importante, dato che a Pilato non interessavano le questioni religiose; il suo compito consisteva nel mantenere l’ordine in una terra ostile e incline alla ribellione. Se il prigioniero avesse negato di aver cospirato contro Roma, ogni accusa sarebbe caduta e, per quanto lo riguardava, lo avrebbe liberato.
Yehosua rispose che aveva cercato solo di far conoscere la verità.
“Cos’è la verità?”, gli domandò il procuratore.
Proprio in quel momento arrivò Claudia, sua moglie. La donna vide la sofferenza di Yehosua e invitò il marito a lasciarlo andare; l’innato intuito femminile le suggeriva che quell’uomo era buono e non si era macchiato di alcuna colpa.
Ponzio Pilato ascoltò distrattamente la risposta: era scarsamente interessato alle questioni filosofiche; inoltre, soffriva di una terribile emicrania, forse congenita e sicuramente acuita dalla permanenza in quella terra abitata da un popolo riottoso che detestava. Non gli fu del tutto chiaro quello che gli disse Yehosua, ma in ogni caso fu più che sufficiente per confermargli che era innocente. Quando il prigioniero finì di parlare, si alzò per andare ad annunciare ai giudei che non aveva ravvisato la colpevolezza di Yehosua. Non aveva complottato contro l’impero, e le sue parole, sebbene fossero confuse e prive di senso comune, escludevano qualsiasi forma di reato.
Davanti all’insistenza dei sacerdoti, ebbe un moto di stizza. Non comprendeva le ragioni di quell’accanimento, ma non voleva neppure che la sua decisione fomentasse disordini. “E’ Pasqua.”, disse. “E l’usanza prevede che in occasione di questa festa sia liberato un prigioniero. Perciò…”
“Libera Barabba!”, fu la risposta di tutti.
Ponzio Pilato li guardò, perplesso. Barabba era un assassino: trovava inconcepibile che dovesse essere liberato. Se una persona era inoffensiva, quella era Yehosua.
Decise di sfidarli apertamente. “Chi volete che rilasci: Barabba o colui che chiamano il Cristo?” Era certo che davanti a una scelta tanto semplice, la risposta sarebbe stata favorevole a Yehosua.
“Barabba!”
Il procuratore era disgustato. Si voltò per lanciare uno sguardo a Claudia, lesse l’ansia sul bel viso di sua moglie, esitò per un istante, quindi con un sospiro si girò nuovamente.
Poi si fece portare un bacile d’acqua.

Il cielo era livido. Il caldo atroce.
Il dolore insostenibile. Un dolore così grande che solo pochi giorni prima non avrebbe mai potuto pensare che esistesse. Dolore fisico. Dolore dell’anima. Un senso di delusione ma anche di pietà. Gli uomini erano così meschini, malvagi. Lui aveva predicato amore, aveva creduto in ciò che diceva, e le sue grandi parabole erano destinate al cuore di tutti. Ma esistono cuori di ghiaccio, insensibili alla sofferenza, cuori che forse non pulsano nemmeno, simili a macigni abbandonati nella sabbia del deserto.
Fu in quel momento che Yehosua comprese che il suo era stato un sogno. Un sogno bellissimo, ma illusorio. Una fiaba. Capì che quando parlava del Padre dava libero sfogo alla sua fantasia, tentava di trasformare una speranza in realtà. L’amore grande che provava si era trasformato in immaginazione. Perché avrebbe voluto che esistesse un Dio pronto ad accogliere fra le sue braccia tutte le persone buone del mondo. Ma sapeva che un Dio non c’era. Ignorava ciò che lo attendeva; improvvisamente immaginò un buio assoluto, privo di suoni, asettico, lontano oltre ogni tempo e ogni spazio.
Pensò al centurione che gli aveva dato una mistura di aceto e d’acqua perché si dissetasse, pensò a Maddalena, pensò ai suoi discepoli, pensò a tutti quelli che lo avevano ascoltato ed amato: avrebbe tanto voluto che ci fosse un paradiso per loro. Un luogo composto solo d’amore. Ma ora sapeva che li attendeva il vuoto. Ebbe una visione, forse dovuta allo strazio della carne e dell’animo. Fu qualcosa di terrificante, che gli procurò un’angoscia smisurata, che superava di gran lunga il suo destino personale, che costituiva la prova certa del suo fallimento. Vide la cattiveria imperante. Nel giro di pochi secondi, lunghi come l’eternità, vide la barbara ferocia che avrebbe dato vita a infinite guerre, sentì il suono di pianti e di invocazioni inascoltate, percepì distintamente la paura dei bambini. Era come se le cortine del tempo si fossero aperte improvvisamente, solo per lui; e sperò, sperò ardentemente che quello che gli appariva davanti agli occhi fosse un incubo causato dalla sofferenza, dalla stanchezza, dall’esaurimento di ogni sua risorsa. Ma sapeva invece che quanto gli veniva mostrato era vero. Vide nascere e svilupparsi una grande istituzione, nata dal suo insegnamento, e si rese conto che per secoli avrebbe tradito il suo messaggio, ricercando oro e potere, ciò che lui disprezzava. Ascoltò il crepitio delle fiamme che avvolgevano i corpi di donne innocenti, sentì l’odore della carne bruciata, scorse milioni di persone ridotte a scheletri che venivano sospinte in un lontano inferno.
Poi, un grande uccello di metallo che sorvolava una città. Uno strano ordigno che precipitava dal cielo. Un’intera popolazione annientata.
Avrebbe voluto urlare per lo sgomento, tuttavia gli mancavano le forze anche solo per parlare.
L’incontro con Samhazai era stato un sogno. Samhazai non esisteva, nello stesso modo in cui non esisteva il Padre. Probabilmente quel sogno era il frutto delle parole del vecchio saggio. Le aveva rifiutate, ma erano rimaste impresse nell’inconscio, e il clima infuocato del deserto le aveva riportate alla luce.
Dio lo aveva mandato proprio per cambiare il cuore degli uomini, e quella era stata la grande speranza della sua vita. Ora che aveva presente il senso del fallimento, ricordò quelle parole, e piangendo le fece sue. Poi gli sembrò di scorgere la splendente figura di Samhazai. Se ne stava in disparte, lontano dalla folla e il suo viso era cupo. Yehosua si chiese se provava compassione per la sua sorte. Sarebbe stato strano, dato che era il Signore del Male e avrebbe dovuto gioire della sua rovina. Nel deserto, Yehosua gli aveva voltato le spalle, rifiutando di adorarlo. Eppure quegli occhi non mentivano… esprimevano una profonda tristezza. Ma anche questa era un’illusione: se non c’era Dio, non poteva esserci nemmeno Samhazai.
All’improvviso si levò un grande vento, mentre una coltre di nubi nere oscurava il sole. Il corso dei suoi pensieri mutò.
Vide altre cose.
Un uomo che amava gli animali, che aveva rinunciato a ogni bene terreno per predicare l’amore. Il suo sguardo spaziò fino all’India, riportandolo in una terra che aveva amato. E scorse una figura avvolta in un manto di bontà che sfidava e sconfiggeva un grande impero unicamente grazie alla forza delle parole, al rifiuto della violenza. Vide infiniti atti di carità, uomini e donne generosi, una minoranza ma che spiccava come la più fulgida fra le luci sull’oscurità dilagante. E allora capì che non aveva fallito. Che il suo vero insegnamento sarebbe stato tramandato per opporsi all’egoismo e alla crudeltà. La barbarie non avrebbe vinto, fino a quando anche una sola persona sarebbe stata capace d’amare.
Chiuse gli occhi, colmi di lacrime. Era sfinito ma accolse la morte senza disperazione. Se aveva inventato un paradiso inesistente, era comunque riuscito a lasciare un seme.
Da quel seme sarebbe nata la pianta dell’amore. E nessuno, nessuno, sarebbe mai riuscito a distruggerla.

Favoletta crudele di San Valentino

25253349-silhouettes-d-un-couple-d-amoureux-dans-un-cafe-et-cadre-vintageC’era una volta una ragazza, tramite alcuni amici conobbe un ragazzo. Il ragazzo si innamorò follemente a prima vista della ragazza. Non le fece una corte spietata, provò solo a conoscerla meglio e più ci parlava più si innamorava. La sensazione che una cellula del suo cuore scoppiasse ogni volta che lei sorrideva. E anche lei, che non ci pensava a innamorarsi e a cuoricini e arcobaleni e unicorni, cominciava però a sentirsi attratta da lui, a volerlo sempre di più.

Tutti gli amici le dicevano che lui le moriva dietro e lei si ostinava a negare, a non voler vedere. Poi, un giorno, nel bel mezzo di una conversazione qualunque, lui la guardò serissimo negli occhi e le disse:

“Sei bellissima.”

Lei spalancò gli occhi, stupita.

“Mi piaci sin dalla prima volta che ti ho vista e ogni giorno di più. Non devi rispondere. Se non provi lo stesso mi farò da parte.”

La ragazza sentì una morsa nel petto. Una specie di disperazione, come se queste parole le avessero aperto una scatolina dentro di lei con dentro tutti i sentimenti che finora aveva ignorato. L’attrazione, l’affetto, il dolore all’idea che lui non faccia parte della sua vita.

E il ragazzo stava lì, con lo sguardo serio e grave, incapace di guardarla ulteriormente negli occhi. Allora lei sorrise, si alzò e lo baciò. E lui poteva essere morto e rinato mille volte in quei pochi secondi perché nulla aveva più senso, era in preda al tumulto contrastante delle sue emozioni.

E ogni giorno lui le ripeteva quanto era bella e ogni volta che facevano l’amore lui le ripeteva quanto era immensamente fantastica. E lei ogni volta si innamorava un po’ di più. Ma non erano tanto le parole di lui a farla precipitare nell’incantesimo dell’amore, era il modo in cui lui la guardava. Come si fa a resistere quando qualcuno ti guarda così, come Eva doveva aver guardato la mela dopo che il serpente l’aveva convinta che essa fosse la cosa più desiderabile di tutto il Paradiso.

Erano felici. Se litigavano poi facevano pace e dopo si amavano ancora di più. Se uno rideva l’altra rideva e viceversa. Due persone, ma un unico cuore che batteva per entrambi.

10422197_819961554706250_645194270257435480_nPer questo motivo, il giorno in cui lui la lasciò, lei rimase senza cuore, senza vita, senza nulla. Sola in un mondo divenuto improvvisamente sconosciuto e malvagio. Nessuno più che la guardava come fosse la mela più succosa di tutte.

La vita dà e poi toglie. L’amore non è condividere un cuore in due, ma tenersi il proprio mentre ci si prende cura per un po’ anche di quello di qualcun altro. Se entrambi si prendono per bene cura sia del proprio che dell’altrui cuore allora potrebbe durare fino alla morte, altrimenti finisce, ma almeno si ha ancora il proprio cuore ben saldo nel petto. La vita impartisce lezione che è bene imparare.

L’arrivée du train

Madame Morphine scese rapidamente dalla carrozza che l’aveva condotta in Boulevard des Capucines. All’interno del Grand Cafè l’attendeva impaziente il suo amato Adrien. Una folla di persone era accalcata all’ingresso del locale, davanti a una locandina apposta sulle vetrate, che annunciava un grande avvenimento: il primo spettacolo cinematografico della storia.
Madame Morphine alquanto irritata da quell’inaspettato assembramento si fece a fatica spazio tra le folla, doveva al più presto rivedere Adrien. Erano le quattordici e trenta circa, nonostante l’ora avanzata l’aria era frizzantina e il cielo bianco lattice annunciava una imminente nevicata.
Giunse all’interno del locale. Signore elegantemente avvolte in sofisticati drappeggi sorseggiavano tazze fumanti di thè, gli uomini con le loro lunghe e lucide tube chiacchieravano animatamente. In un angolo, seduto al piccolo tavolino, Adrien se ne stava assorto e pensieroso, con aria affranta e malinconica.
«Adrien, eccomi!» esclamò Madame Morphine presentandosi di fronte al ragazzo.
«Giselle, finalmente!» Adrien si alzò di scatto, prese dolcemente la mano della donna, indugiando qualche istante di troppo e poi la sfiorò con le labbra.
La donna ritrasse repentinamente la mano, guardandosi intorno circospetta.
«Adrien… Non è prudente!» Il ragazzo deluso si lasciò cadere sulla sedia, con aria affranta rivolse alla donna la tanto attesa domanda.
«Allora avete deciso. Ho ricevuto stamattina il vostro biglietto. Ma non posso credere a quelle parole!». La voce di Adrien era spezzata dall’emozione, nel suo sguardo la sofferenza era palese e sincera.
«Mi dispiace Adrien, ma ci ho riflettuto a lungo… Non è possibile continuare ».
«Ma mia cara io vi amo! Come potete non credere al mio sentimento, ho abbandonato Lucile per voi e sapete bene quanto mi è costato. Ho mandato a monte il mio matrimonio, ho suscitato l’ostilità dei miei parenti e ora, non mi rimanete che voi!». Adrien punto lo sguardo dritto negli occhi umidi della donna, la quale abbassò il volto, per evitare di mostrare la sua grande emozione.
Con la mente ripercorse gli avvenimenti del giorno precedente, ricordando l’inaspettata visita di Monsieur La Croix, il padre del ragazzo.
«Madame, voi non sapete a che punto posso arrivare pur di porre fine a questa ignobile tresca! Mio figlio è giovane e imprudente, si è lasciato vincere dai sentimenti, lui crede di essere innamorato di voi. Ma tra qualche anno, quando copiose le rughe solcheranno il vostro bel volto e il grigiore dei capelli renderà visibile la differenza di età con Adrien, allora, mio figlio vi lascerà per cercare una donna più giovane, che possa dargli una discendenza. Vi consiglio dunque di lasciarlo andare, anche per evitarvi ulteriori dispiaceri». Il tono mellifluo dell’uomo le aveva lasciato una sensazione di disgusto e di rabbia.
«E se questo non è abbastanza, sappiate che farò visita anche al vostro ignaro consorte». Così dicendo Monsieur La Croix si era congedato, togliendosi ironicamente la tuba e omaggiandola con un profondo inchino mentre un malefico ghigno prendeva forma sulle sue sottilissime labbra.
Madame Morphine decise che non poteva rivelare al ragazzo di aver ricevuto quella sgradita visita, conosceva Adrien, si sarebbe ancor di più opposto al volere di suo padre. Ma quella conversazione l’aveva in effetti fatta riflettere. Dieci anni di differenza erano abbastanza, Adrien era poco più che ventenne e lei invece aveva superato la soglia dei trenta. Certamente era ancora una bellissima donna, ammirata e invidiata eppure, quelle affermazioni si erano insinuate nella mente, avevano seminato il dubbio e ora tutti i pensieri negativi si stavano ramificando senza sosta.
«Mi dispiace Adrien… Ma io non vi amo, ho riflettuto e ho capito che è stata solo un’infatuazione passeggera» dichiarò senza guardarlo negli occhi, fissando lo sguardo sui guanti di pizzo.
«No! Non è vero, non è possibile! Io lo so che mi amate, che mi desiderate! Vi prego riflettete un momento prima di decidere. La vostra è solo paura, ma noi supereremo insieme tutti gli ostacoli, ce ne andremo da Parigi, conosco un posto a…»
«Vi prego Adrien, ormai ho deciso. Non prolungate oltremodo questa sofferenza».
La donna guardò nuovamente il grande orologio posto sulla parete, era passata solo mezz’ora, ma sembrava un’eternità. Un gruppo di persone entrò con gran vociare dirigendosi verso i locali sotterranei. Lo spettacolo stava per aver inizio.
Adrien chinò il capo rassegnato. Non si curò delle lacrime che copiose sgorgavano senza sosta. Madame Morphine a stento trattenne anche lei il pianto imminente.
Un rapido ricordo le si affacciò alla mente, le apparve l’immagine di quella tiepida sera autunnale in cui al ricevimento del conte di Valois conobbe Adrien. Sotto braccio al suo consorte entrò nella sala piena di gente, ma subito incrociò lo sguardo vivace e limpido di quel giovane sconosciuto. Fu come colpita da un dardo infuocato. Avvertì l’ammirazione nel suo sguardo impertinente e sentì il volto andare in fiamme. Mai aveva provato una sensazione del genere. Il suo era stato un matrimonio combinato, suo marito più vecchio di vent’anni era stato un ottimo investimento economico per la sua famiglia. Non l’aveva mai amato e fortunatamente non gli aveva dato figli.
Lo sguardo limpido di Adrien l’aveva seguita per tutta la serata. Lo sentiva incollato addosso e le sue guance purpuree testimoniavano il suo imbarazzo ma anche il sottile piacere di sentirsi ammirata e desiderata.
Poi avvenne tutto il resto. La passione e l’amore, la tenerezza e la felicità. Sentimenti che non aveva mai provato, che aveva scoperto insieme al suo giovane amante.
Adrien si alzò di scatto, scuotendola dai suoi ricordi.
«Giselle, sappiate che vi amo e non vi dimenticherò mai, se non potrò avervi per me allora non ho più ragioni per continuare a vivere!» Così dicendo si precipitò di corsa verso l’uscita del locale.
«Adrien! Adrien!» tra gli sguardi incuriositi degli astanti Madame Morphine si alzò a sua volta lanciandosi all’inseguimento del ragazzo.
All’uscita del Cafè lo cercò disperatamente con lo sguardo tra la folla assiepata sul marciapiede e poi lo vide mentre si accingeva ad attraversare la strada.
«Adrien! Adrien!» Madame Morphine continuava a gridare il suo nome, tentando di farsi strada tra i passanti. Il ragazzo si voltò lanciando un ultimo sguardo alla sua amata non accorgendosi della carrozza che sopraggiungeva da un lato della strada.
«Adrien, attento!» Madame Morphine scorse la pariglia di cavalli sopraggiungere ad alta velocità, gridò con tutta la forza che aveva.
Adrien non udì quell’avvertimento, così immerso nella sua fuga disperata e si ritrovò improvvisamente a fare i conti con il suo tragico destino…

L’incontro

L’incontro

Silenziosa e delicata come una piccola bambola, la ragazzina sedeva sulla panchina di legno.  Mordicchiandosi l’unghia e facendo ballare le ginocchia per l’agitazione non contenuta, la giovane aspettava, persa nei propri sogni.
Dalla sua casa accanto al parco comunale, la vecchia signora guardava quel bocciolo compito che attendeva qualcosa o qualcuno, forse il suo stesso futuro.
Il voluminoso televisore rallegrava l’aria con ricette e chiacchiere ma l’anziana donna non riusciva a togliere gli occhi dalla solitaria figura vestita di azzurro.
I minuti si protraevano infiniti e quell’attesa, mostrata dall’ansia negli sguardi della ragazzetta, all’improvviso mise in apprensione la signora Eugenia.
Fu come se il tempo non potesse bastare.
Eludendo la sorveglianza della badante occupata in cucina, la donna si spinse nel vestibolo, desiderosa di alleviare quella pena sul quel viso minuto e triste.
Camminando con lentezza, appoggiandosi al bastone, suo fido compagno, Eugenia non stette ad ascoltare le fitte del suo povero cuore, non si curò delle proteste delle ginocchia deboli, né il brivido sulla sua pelle quasi centenaria, e con fatica uscì fuori.
Aggrappata alla ringhiera, ci volle molto tempo prima che riuscisse a riprendere l’equilibrio e ancora di più per raggiungere l’angolo di giardino che confinava con il parco e si affacciava sulla panchina che aveva visto tanta vita susseguirsi. Attenta a sollevare i piedi nelle pantofole accollate, curva con la schiena, cercando appiglio nel solido cespuglio di ginepro, l’anziana signora si fece avanti, simile a una lenta chiocciola che percorreva la via di un orto rigoglioso.
Quando giunse infine alla rete, si accorse con tristezza che la giovinetta aveva lasciato la sua postazione solitaria e stava percorrendo il sentiero di sassi bianchi. Con la borsa penzoloni, la gonna spiegazzata, la testa china e i capelli che brillavano nel sole, era il ritratto della desolazione.
Incapace di chiamarla a causa dello sconforto, l’anziana la guardò allontanarsi mentre gli occhi acquosi e velati si perdevano tra le lacrime.
Volgendo lo sguardo verso il suo giardino risvegliato da quella primavera che sembrava evocata dal passato, la signora Eugenia si rassegnò all’ineluttabilità della vita, che toglieva ciò che si voleva, per poi prolungare l’esistenza nell’assenza con crudeltà infinita.
Ripensò ai suoi famigliari morti da tanti anni, le parve di vedere sua madre china sul gomitolo, il padre nell’uniforme di guerra, il figlio maggiore seduto all’ombra assieme a suo marito nel completo di lino, ma le bastò scacciare le lacrime con l’indice ossuto per accorgersi che erano tutte fantasie da vecchia.
Raddrizzò un poco la schiena lasciandosi baciare dal sole, e si rese conto con certezza che sarebbe stata la sua ultima primavera e toccò le rose appena sbocciate lasciandosi avviluppare dal loro caldo profumo antico. Con cautela si appoggiò alla vecchia fontana di pietra che non zampillava acqua da innumerevoli anni, nella sua vasca erano cresciute erbacce che, anch’esse in fiore, le mostravano come la vita proseguisse imperterrita, anche quando non c’era più una mano gentile a curarsi di lei.
Le ortensie erano cresciute vicino al capanno, mostravano qualche bocciolo e le larghe foglie le ricordavano i pomeriggi lunghi d’estate, passati a leggere sulle sedie a sdraio di legno e tela, quando il mondo girava lento, sempre uguale e affidabile, non come quei tempi moderni dove la fretta era padrona.
Con rassegnazione nonna Eugenia fece scorrere lo sguardo sul giardino e fu certa che non avrebbe mai visto i girasoli aprirsi al sole, né avrebbe raccolto le more che crescevano lungo il muro. Se c’era spazio per un rimpianto, ci sarebbe stato quello di non vedere maturare il pero, o l’autunno colorare il castagno. La cascata di foglie non avrebbe rallegrato l’ottobre, così com’era stato per i petali degli alberi da frutto a maggio. Non sarebbero ripartiti gli uccelli migratori sotto il suo sguardo vigile, né il passerotto avrebbe beccato le briciole sul davanzale, trovando rifugio sotto la tettoia.
Ne era certa: la calura d’agosto non l’avrebbe trovata, al suo arrivo.
Esattamente come quel giovanotto che ora si passava le mani tra i capelli, volgendo il capo in tutte le direzioni, che non aveva trovato la ragazza bella ad attenderlo.
Il sorriso dolce di Eugenia si accentuò quando incrociò lo sguardo dell’innamorato infelice, uno dei giovani d’oggi con i baffi a manubrio come il suo povero papà. Rispose alla muta domanda del ragazzo alzando la mano secca e diafana, e con lo stesso indice che aveva scacciato le lacrime di nostalgia, gli aveva indicato la via bianca e assolata. Per di là, aveva articolato con voce gracchia.
Lanciandole un bacio in punta di dita, il ragazzo aveva imboccato la strada, correndo veloce.
Eugenia lo seguì finché fu in vista e poi si volse verso la casa, sorridendo a Helena e a tutti i suoi cari che la attendevano sotto il porticato.
“Adesso arrivo.”, disse.
E se ne andò.

l'incontro Blanca Mackenzie

Dove meno te l’aspetti

Le tombe affiancate dei fidanzatini con la stessa fotografia sui due rettangoli di ceramica, lui che abbraccia teneramente lei davanti a una torta di compleanno con le candeline, gli sguardi rivolti alla macchina fotografica; a lato lo stesso ingenuo epitaffio in corsivo, solo i nomi scambiati:

Dio oggi vi ha voluti con Sé

Giudi e Rico (Rico e Giudi sull’altra)

In Cielo vi ha uniti in Matrimonio

Per rendere partecipi gli Angeli

Del vostro Amore,

le tombe affiancate dei fidanzatini lo commuovevano ogni volta che ci passava davanti, gli facevano ronzare in testa per ore il verso Well, Juliet, I will lie with thee to-night, gli facevano venire agli occhi lacrime che cercava di respingere, di nascondere perché lo riempivano di imbarazzo, e non poteva fare a meno di fantasticare, di costruire una storia. Un incidente d’auto, forse proprio all’uscita da quella festa dove avevano spento diciotto candeline, una patente fresca messa alla prova, un po’ d’alcol nelle vene e le loro vite si erano spente come due candeline in più. O forse erano in aereo, ne cadono tanti, si legge spesso sul giornale. In aereo, come i suoi genitori.

* * *

Marco era abituato alla solitudine. Dopo l’incidente che l’aveva reso orfano a sette anni lo zio paterno non aveva potuto fare a meno di prenderselo in casa e di mantenerlo agli studi ma non era stato per lui né un padre né un amico. La tristezza irrimediabile che ci si porta nel cuore sovente indurisce all’esterno, rende cattivi, ma non nel suo caso. Era stato un bambino timido e sensibile che non sapeva giocare a pallone e non aveva amici; era diventato presto un giovane uomo timido e sensibile che non guardava la partita e non aveva amici. Non era mai stato un ragazzo, non si era mai tuffato nell’oceano che c’è al di là degli occhi di una donna né aveva mai provato lo struggimento di averli persi.

Così come molti la annegano nell’alcol, lui annegava la propria solitudine nell’arte, cui dedicava il tempo libero e i pochi guadagni saltando da un volo low-cost ad un ostello per la gioventù ad una squallida pensioncina, purché fossero vicini a musei, mostre, esposizioni. Un giorno, di ritorno dalla Tate Modern, nel suo pessimo albergo fu incuriosito da una locandina che pubblicizzava visite guidate al cimitero monumentale di Highgate.

Fu una rivelazione, non tanto per l’arte funeraria e le tombe di personaggi famosi quanto perché scoprì che l’ambiente del cimitero, la vicinanza dei morti, gli comunicavano una sensazione di calma e di profonda, impersonale serenità che non avrebbe mai immaginato e non sapeva capire. Forse il trovarsi di fronte all’eternità? Onorare indirettamente i genitori, i cui corpi erano dispersi e il cui ricordo era ormai quasi svanito? O forse riscattare la pochezza della sua vita, che era quasi umbra super terram né più e né meno di quella di chiunque altro, compresi santi, sapienti, ricchi, potenti, famosi? Chissà. Aveva rinunciato a spiegarselo, ma non a frequentare i cimiteri. Aveva preso un pastis da La Renaissance al Père-Lachaise, aveva accarezzato i versi sfuggenti di Valéry a Sète, aveva fantasticato del Golem, verità e morte, davanti alla tomba di Rabbi Loew a Praga.

In patria, dopo aver visitato tutti i cimiteri monumentali italiani, continuava a provare, quasi una forma di dipendenza, il bisogno di quella meravigliosa sensazione, quel nirvana, sciogliersi nel flusso universale e continuo delle cose, tranquillo, imperturbabile, eterno. Cominciò a frequentare regolarmente i cimiteri della sua città, nei fine settimana, senza fretta, soffermandosi a lungo ogni volta su poche lapidi in modo da lasciare sempre qualcosa per le visite successive, come quando ci si raziona un cibo prelibato o le pagine di un libro prediletto.

Gli era capitato qualche volta di scorgere in lontananza nei viali interni una figura femminile vestita di scuro, alta, slanciata, lunghi capelli neri, senza mai riuscire a coglierne il volto. Non poteva essere sicuro che fosse sempre la stessa persona ma a volte ne era convinto: c’era qualcosa di riconoscibile nei suoi movimenti, un incedere maestoso e lieve, un camminare sulle nuvole che gli sembrava unico. Altre volte, quando non la incontrava, gli veniva da pensare che fosse solo un’illusione, una creazione della sua fantasia di uomo che non voleva ammettere di sentirsi solo. Ma poi eccola di nuovo e la sua realtà, carne ed ossa, gli si imponeva con evidenza.

Capitò anche, una volta, che cercasse di seguirla. Avrebbe voluto avvicinarla, rivolgerle la parola, vedere finalmente il suo volto ma era troppo timido, si manteneva a distanza pensando a quel che avrebbe potuto dirle per non sembrare inopportuno. Prometteva a se stesso che appena avesse trovato le parole giuste avrebbe accelerato il passo, l’avrebbe affiancata, ma le parole giuste non si lasciavano trovare. La figura prese un viale laterale e lui la perse di vista; quando arrivò anche lui ad imboccare il viale non vide nessuno, solo un turbinìo di foglie secche che presto si adagiarono a terra con eleganza, e un vago sentore di tuberosa.

Quella notte un episodio infantile dimenticato tornò come incubo. Un luna park, un castello dei fantasmi, un trenino si tuffa nel buio, la paura gli fa stringere forte il braccio della mamma ma gli occhi restano spalancati, dita spettrali gli sfiorano il viso, sussurri, lamenti, risate perfide, improvvisamente una figura femminile in lontananza emerge dal buio, i lunghi capelli neri le scendono sulla schiena, il trenino ineluttabilmente si avvicina, di scatto la figura si gira ed è uno scheletro ghignante. Ciononostante la volta successiva, quando la vide di nuovo nei viali del cimitero, la figura misteriosa non aveva preso nulla di quel terrore notturno e niente aveva intaccato la serenità che lui continuava a provare.

* * *

Oltrepassate le tombe gemelle dei fidanzatini, qualcosa attirò la sua attenzione. Nel giardinetto attorno a un mausoleo familiare un gattino molto piccolo, magro, apriva la bocca emettendo un miagolio appena percettibile. Si fermò, si chinò, lo accarezzò. Sembrava affamato. Dallo zainetto prese il panino che portava d’abitudine per fare uno spuntino, ne tolse il prosciutto e lo offrì alla bestiola.

Mentre la guardava mangiare avidamente si sentì sfiorare un braccio e si voltò. Una donna alta, slanciata, vestita di scuro, con lunghi capelli neri attorno a un viso ovale stupendo gli stava sorridendo; una fragranza di tuberosa raggiunse le sue narici.

«Mi perdoni se la disturbo» disse con voce soffice e carica di timidezza. «Questo gattino dev’essere l’ultimo della cucciolata, qualcuno ha ucciso la madre, sono già riuscita a trovare una casa per tutti gli altri, ma questo… chissà dove si era nascosto».

Marco non credeva ai propri occhi. La donna proseguì, come a giustificarsi: «Ho seguito le vicende di questa cucciolata perché vengo qui spesso, lei non ci crederà ma passeggiare per questi viali mi dà una grande serenità».

«Penso di capirla» disse Marco rispondendo al sorriso, e aggiunse: «Questo gattino potrei prenderlo io».

«Davvero? Sarebbe meraviglioso!»

Aprì la borsetta, cercò un pezzo di carta e una penna, scrisse qualcosa.

«Questo è il mio numero di telefono, spero di non sembrarle troppo sfacciata ma mi farebbe piacere se potessi vedere ancora questa bestiola… se non le è troppo di disturbo».

«Farà molto piacere anche a me, invece».

Al ritorno passò nuovamente davanti alle tombe dei fidanzatini. Gli sembrò che dalle fotografie guardassero proprio lui, che gli sorridessero.

Lorelei

«Di’ un po’, Carlo, ma tu l’hai capito il principio di Hamilton con la variazione anche del tempo?»

L’autobus tardava più del solito e Luca stava rimuginando la lezione di meccanica relativistica.

Carlo rispose socchiudendo le palpebre, piegando la testa un po’ a sinistra, mandando all’ingiù gli angoli della bocca e alzando lievemente le spalle; una mimica che un estraneo avrebbe potuto interpretare come «ma che banalità mi stai chiedendo»; Luca invece, che lo conosceva bene, l’interpretò correttamente come un «ma chi se ne frega».

«Possibile che non ti interessi? È la chiave di volta per gestire tempo e spazio allo stesso modo. E per restare terra terra, l’esame dovremo pur darlo, e sembra roba piuttosto dura. Se cominciamo a perderci già all’inizio, come faremo?»

Carlo ripeté il gesto di prima, con la variante di piegare la testa a destra; poi si sporse dalla pensilina per vedere se l’autobus era in arrivo. Sbuffò, emettendo una nuvoletta nell’aria tersa e pungente di una delle prime giornate d’inverno.

«Hai ragione, è un punto chiave».

Per un attimo Luca aveva creduto che fosse la voce di Carlo ma si era subito reso conto che Carlo non aveva una voce così roca, e comunque difficilmente avrebbe detto quelle parole. Non c’era nessun altro lì alla fermata; Luca ebbe un brivido e comiciò a guardarsi intorno.

La voce riprese: «Non è difficile; il contributo della variazione del tempo è nullo».

Ho sempre insegnato che tempo e spazio non esistono separatamente ma solo fusi insieme nello spazio-tempo. Ma se davvero il tempo fosse uguale allo spazio io adesso mi girerei, tornerei sui miei passi, camminerei, camminerei, camminerei fino ad arrivare da te, amore mio.

Da sotto un mucchio di cartoni ammassati in una rientranza del muro, che prima non aveva notato, stava spuntando una testa che sembrava quella di un selvaggio, con una gran massa di capelli arruffati, neri ma con molti spruzzi di canizie, e una enorme barba incolta, ispida e completamente bianca. La pelle del viso – quel poco che se ne vedeva – ad un primo sguardo poteva sembrare abbronzata, ma alcune macchie e striature rivelavano che doveva invece essere solo sporca.

«Lei conosce la meccanica relativistica?»

«Mistrelli, il vostro insegnante, è stato mio studente, e poi mio assistente, fino a pochi anni fa. E non ha mai saputo spiegare il principio di Hamilton».

La comparsa di questo strano personaggio era stata abbastanza insolita da catturare l’attenzione anche di Carlo, che si era voltato nella sua direzione e lo stava guardando con occhi spalancati per lo stupore.

Nel frattempo l’autobus era finalmente arrivato e si stava fermando davanti alla pensilina. Luca si ritrovò a dire: «Possiamo invitarla a pranzo con noi, professore?»

Il barbone non se lo fece ripetere e, con un’agilità insospettabile, balzò fuori dai cartoni, facendo mostra di un cappotto sporco, liso all’inverosimile e troppo grande per lui, chiuso da un unico bottone superstite; i polpacci erano nudi; ai piedi, senza calze, scarpe che dovevano essere state di gran lusso un bel po’ di tempo prima.

Carlo si chinò verso l’orecchio di Luca per sussurrargli: «Ma che cosa ti è saltato in mente di invitare questo sacco di pulci? Non vorrai mica portarlo a casa, andiamo alla Trattoria dello Studente».

Rinunciarono all’autobus e si incamminarono. Alla trattoria il barbone non era sconosciuto. Rodolfo, il gestore, invece di storcere il naso come Luca aveva temuto gli si era rivolto allegramente: «Ehi, Bruno, oggi sei riuscito a entrare dall’ingresso principale, vedo!»

Il rumore di fondo era elevato; i clienti più vicini si erano voltati a guardare con stupore, ma la maggioranza non s’era nemmeno accorta del loro ingresso e continuava tranquillamente a mangiare e a parlare. C’erano ancora due o tre tavoli liberi; Rodolfo li accompagnò strategicamente a quello vicino all’ingresso della toilette, che era seminascosto dietro un angolo del muro.

Carlo e Luca ordinarono spaghetti all’arrabbiata e Bruno si accodò. Mangiò silenziosamente, in maniera educata e composta, anche se con una certa fretta che tradiva la sua fame: fu il primo a terminare.

Quando anche i suoi commensali ebbero finito, con un gesto deciso Bruno spinse sul bordo i piatti per fare spazio al centro della tavola. Carlo ebbe i riflessi pronti e scattò indietro, facendo stridere la sedia sul pavimento, nel timore di spruzzi di sugo.

Bruno intinse il dito indice nel sugo del proprio piatto e comiciò a tracciare formule sulla tovaglia di carta.

\frac{d}{dt} \{ L-\sum_{i=1}^3 \frac{\partial L}{\partial \dot{x}_i} \dot{x}_i \} - \frac{\partial L}{\partial t}=0

«Questo è chiaro?»

Lo sguardo di Luca era terrorizzato, come se stesse sostenendo un esame: Bruno si rese conto che non era chiaro per nulla. Carlo, intanto, si stava perlustrando il maglione alla ricerca di eventuali macchie.

«Esplicito la derivata totale della lagrangiana rispetto al tempo».

\frac{\partial L}{\partial t} + \sum_i \frac{\partial L}{\partial x_i} \dot{x}_i + \sum_i \frac{\partial L}{\partial \dot{x}_i} \ddot{x}_i

Dopo una decina di minuti, nonostante Rodolfo avesse portato via i piatti, non c’era più un angolo di tovaglia libero da formule e Luca aveva capito, davvero, perché il contributo della variazione del tempo è nullo. Carlo riemerse dalla toilette dove si era rifugiato e, vedendo che Bruno non stava più scrivendo, si azzardò a riprendere posto.

«Ma questi sono solo dettagli, tecnicismi» stava dicendo Bruno. È più grave che Mistrelli non vi abbia parlato – sono certo che non l’ha fatto – della filosofia che sta dietro al principio di Hamilton. Vi dice niente questa frase: “Il migliore dei mondi possibili”?»

Luca, sempre in sindrome da esame, cercò freneticamente nella memoria ma non gli si accese nessuna lampadina. Fu Carlo, invece, a rispondere.

«Leibniz».

«Bravo. E poi Maupertuis. Lagrange. E infine Hamilton. Sempre più matematica, sempre meno filosofia. Ma tutto nasce dal desiderio di spiegare il male nel mondo».

– Lorena, questo è il migliore dei mondi possibili, lo sai perché?

– Ma no, Bruno, dimmelo: questa storia è nuova, non l’ho proprio mai sentita.

Lorena sorrideva ironicamente, ma si capiva che era compiaciuta da quel ritornello già ripetuto infinite volte.

– Perché qui vicino a me ci sei tu, la mia Lorelei.

– Sempre con questo nomignolo! Lo sai che non mi piace!

– Ah sì, tu sei la mia Lorelei, non dire di no, mi hai stregato, mi butterei nel fiume per te!

«La presenza del male nel mondo non si concilia con l’esistenza di un amor che move il sole e l’altre stelle, di un motore immobile perfetto di ogni perfezione, quindi anche onnipotente e infinitamente buono».

«Anselmo, Gödel» disse Carlo.

Bruno annuì con un cenno del capo. «Questo è un problema, anzi è il problema eterno della filosofia, ma non solo: della vita».

«Sì, ma… che cosa c’entra con il principio di Hamilton?» domandò Luca in un sussulto di coraggio.

«Ma come, non lo vedi? Il principio di Hamilton descrive la miglior traiettoria possibile. Il mondo evolve nel migliore dei modi possibili. Il male è un’illusione, perché semplicemente non potrebbe esserci nulla di meglio di quel che c’è».

«Posso cambiare la tovaglia?» Rodolfo sembrava timoroso, gli dispiaceva aver interrotto la discussione.

Tra l’arrosto di vitello con patate e il dolce della casa, tra un bicchiere di rosso e l’altro, Bruno fece in tempo a dire tante altre cose, ma non raccontò nulla di sé.

Non disse della sua Lorelei, ammalata di una malattia a progressione lenta ma inesorabile, che necessitava di cure e di assistenza continua e si era lasciata irretire da una specie di santone conosciuto su internet: a carissimo prezzo le spediva dei rimedi assolutamente inutili, promettendole la guarigione.

Non disse che lui mai e poi mai le avrebbe tolto quest’ultima speranza.

Non disse del suo stipendio da professore, insufficiente a pagare tutte le spese, né che lui, proprio lui che era sempre stato severissimo, lo spauracchio degli studenti, aveva cominciato a vendere gli esami.

Non disse dello studente che l’aveva denunciato, né dell’espulsione per indegnità, né della galera.

Non disse che con la sua pensione pagava le rate di tutti i debiti che aveva contratto.

Quando uscirono dalla trattoria erano ormai le tre. Luca, in maniera molto goffa, tirò fuori dal portafogli un biglietto da cinquanta e lo porse a Bruno, balbettando «Mi permetta…»

Bruno rifiutò decisamente, portando avanti una mano quasi ad allontanare da sé il biglietto: «Non se ne parla, vi sono già grato per avermi invitato a pranzo».

«Ma perché?» Luca ritirò la mano protesa, ma non mise via il biglietto. «In fin dei conti ci ha tenuto una lezione…»

Bruno ricordò che c’era qualcosa che gli sarebbe servito comprare e decise di accettare. «Se proprio vuoi dammene dieci, cinquanta sono troppi».

Intascò la banconota nel lurido cappotto, ringraziò e se ne andò.

Luca e Carlo avevano lezione alle quattro. Tornando in facoltà, Luca commentò lo strano incontro.

«Che tipo, vero? Chissà come ha fatto a ridursi così. Ma non è affascinante questa storia del migliore dei mondi possibili? Non avevo idea che ci fosse tanta filosofia dietro a quelle formule».

«Sono tutte stronzate. Io la penso come Voltaire: se questo è il migliore dei mondi possibili, come potranno mai essere gli altri?»

* * *

Bruno stava camminando in fretta; sperava di arrivare in tempo allo spaccio di materiale militare usato dove, lo sapeva, con dieci euro avrebbe potuto comprare due coperte pesanti, di quelle per i cavalli, di lana grezza e ruvida, puzzolenti ma molto calde. Purtroppo, invece, lo trovò già chiuso. Provò a bussare, piano, poi più forte. Per lui era importante.

Dopo un po’ si aprì una finestra al primo piano. «Aoh, vecchio rimbambito, non lo sai che al venerdì si chiude prima? Vai a rompere i coglioni da qualche altra parte!»

A passo lento si incamminò verso il suo giaciglio. Quando arrivò, quasi tre ore dopo, vide che qualche compagno di sventura aveva approfittato della sua assenza per saccheggiare l’unica sua ricchezza: gli restavano solo tre cartoni.

Ormai era buio e l’aria era diventata decisamente fredda. Si coricò, cercando di coprirsi alla meglio. Era stanco per la lunga camminata e presto, nonostante i brividi, si addormentò.

Nel sogno Lorelei era sana, giovane, e splendida nel suo bikini. Erano sulla spiaggia dove si erano conosciuti tanti anni prima. Il mare era calmo, il sole alto nel cielo sereno, faceva caldo. Lei lo tirava per una mano, saltellando per l’impazienza. Bruno si rese conto di essere anche lui in costume da bagno, e giovane, pulito, sbarbato, in forma. La sabbia scottava sotto i suoi piedi nudi.

«Dài, Bruno, dài, che cosa aspetti? Vieni con me: è questo il migliore dei mondi possibili

Bruno si lasciò tirare e la seguì.

EVERGREEN (Prima parte)

 

Aveva un problema, una questione esistenziale. Quello che per altre donne avrebbe potuto essere un privilegio per lei stava diventando un affare complicato. Alice aveva cinquanta anni, quella era purtroppo la sua età anagrafica, ma il tempo per lei sembrava essersi fermato, a tal punto che le persone rivolgendosi a lei usavano termini come “ragazza” o “signorina”. Questo fatto sicuramente da un lato le procurava un enorme piacere, dall’altro le stava coinvolgendo in una storia dagli aspetti imprevedibili

Rimirandosi allo specchio era pienamente soddisfatta di quello che vedeva, sulla fronte le rughe di espressione erano appena accennate,  zampe di gallina agli angoli degli occhi nemmeno l’ombra e nessuna macchia sul viso, labbra ancora turgide e sorriso smagliante. L’unica cosa che ingrigiva a vista d’occhio erano i suoi capelli, ma per quello c’era il rimedio, erano di un biondo cenere, erano lunghissimi, folti e lucenti le scendevano fino all’incurvatura del  fondoschiena.

Chi l’osservava dalla parte posteriore, aveva l’immagine di una ragazzina snella con la lunga chioma ondeggiante, dato che la maggior parte delle volte Alice indossava un abbigliamento molto informale, privilegiava jeans e scarpe da tennis. Il suo fisico esile ma atletico, forgiato da tante ore di palestra, le conferiva ancor più l’aspetto di un’ adolescente e quando dichiarava la sua età le persone rimanevano meravigliate o pensavano ad uno scherzo.

Alice aveva un figlio di vent’anni ma era tornata libera dopo il recente divorzio. Non aveva più avuto relazioni sentimentali, i suoi coetanei erano quasi tutti estremamente noiosi e pantofolai. Sembravano persone che, perso ogni entusiasmo nella vita, si dedicavano all’ozio più assoluto prediligendo il soggiorno di casa, la televisione ed il quotidiano sportivo, sacrosanti riti quotidiani, proprio come il suo ex marito. Le persone più giovani le incutevano un certo disagio, aveva timore che con il passare del tempo la sua bellezza sarebbe sfiorita e temeva il confronto e la vecchiaia le faceva paura. Dopo circa venti anni di tedioso matrimonio aveva deciso di chiudere quella storia che si trascinava con stanchezza e apatia. Il dopo era stato veramente una rinascita. Tagliati i ponti con il passato aveva iniziato a frequentare gente diversa, anche più giovane e aveva riscoperto piccoli piaceri oramai dimenticati. In palestra aveva conosciuto ragazzi sulla trentina che senza esitare un istante, si erano gettati a capofitto alla conquista della nuova avvenente ragazza, senza naturalmente sospettare la vera età di Alice. Lei si divertiva un mondo, quando rivelando il suo segreto osservava l’espressione esterrefatta dei suoi pretendenti che si ritiravano delusi con la coda fra le gambe, anche se a qualcuno la cosa non importava affatto. Ma lei non si sarebbe mai lasciata trascinare in una relazione del genere.

Dopo il divorzio aveva anche iniziato un’interessante attività come volontaria presso un’associazione culturale del posto dove abitava, occupandosi della gestione di mostre e convegni, specie del settore figurativo, essendo una grande appassionata di pittura e fotografia. Due pomeriggi alla settimana si recava in sede per il lavoro di ruotine ma nelle ultime settimane aveva intensificato la sua attività in quanto si doveva organizzare una mostra fotografica per il mese seguente. L’ambiente era molto giovanile, tanti studenti universitari e  gente con un lavoro precario. Per il progetto fu affiancata ad Alice una persona che potesse darle un ausilio, aiutarla nella gestione della parte inerente i contatti da stabilire con gli espositori dell’evento. Inizialmente fu Letizia ad occuparsene, ma la preparazione di un esame importante la obbligò  a recedere dall’incarico che fu affidato ad un ragazzo giovane e simpatico e oltretutto anche di bell’aspetto. Alice conosceva Ivano di vista, lui in genere si occupava di un altro settore e quando le fu comunicata la notizia ebbe un fremito, forse un presagio.

Quel pomeriggio lavoravano insieme già da diverse ore. Si sorprese ad osservarlo, di nascosto, mentre lui era di spalle o intento a scrivere al computer. Era davvero molto affascinante. La sua capigliatura era inusuale per la moda, tutti i ragazzi in genere portavano i capelli molto corti, lui invece sfoggiata riccioli lunghissimi, all’altezza del collo. I suoi occhi erano scuri, due opali lucenti, neri e profondi, nei quali Alice spesso si perdeva. Era molto preoccupata, aveva iniziato ad avvertire  strani sintomi, sensazioni sopite dal tempo, che non riusciva più neanche a catalogare. Poi comprese, o meglio, si costrinse a riflettere e alla fine giunse alla sospendente conclusione di essersi innamorata come una quindicenne.

-Alice, mi ascolti?- Il ragazzo la guardava con aria interrogativa mentre lei stava letteralmente con la testa fra le nuvole.

-Che dici?…ah, si…scusa, mi ero persa un attimo- rispose Alice cercando di rimediare alla sua distrazione, ma quel giorno non riusciva a concentrarsi, la presenza di lui la rendeva inconcludente, non vedeva l’ora di tornare a casa.

-Va bene, forse siamo stanchi, che ne dici di fare una pausa, magari ci andiamo a prendere un bel caffè!

-Un caffè? Oh, si, è quello che ci vuole!

Alice tirò un sospiro di sollievo, aveva bisogno di uscire, di respirare, di togliersi quel torpore di dosso e soprattutto di iniziare a ragionare sul da farsi. Non poteva chiedere di lavorare con un’altra persona, che giustificazione avrebbe dato, Ivano era efficiente e preparato e per lui quella sarebbe stata una buona occasione, perché penalizzarlo per una stupidaggine del genere. Si è questo quello che Alice si ostinava a pensare. Tutta questa sciocca storia era opera della sua mente fantasiosa, della sua indole troppo infantile, si sentiva un’eterna Peter pan, un’evergreen e come tale, almeno di testa, non sarebbe mai invecchiata. Già in passato aveva avuto non poche difficoltà a frequentare il giro di amicizie che si era creato insieme con il suo ex marito. Tutta gente di una certa età, i cui soli argomenti oramai erano l’attesa per la pensione e i problemi di salute. In palestra e all’associazione era entrato in contatto con un mondo diverso, giovane e propositivo, che sentiva molto più vicino al suo modo di essere. Però ora questo che le stava capitando stava superando il limite, giovane certo, ma non a tal punto di innamorarsi di un ragazzo di quindici anni più giovane.

Ma era successo, senza che ne avesse avuto il minimo sospetto, ci era cascata in pieno, come una adolescente alle prese con il primo amore. Fortunatamente Ivano non sembrava interessato a lei, era sempre molto gentile, educato inoltre conosceva la sua storia e la sua vera età. Non aveva impegni sentimentali, all’apparenza, era dedito completamente al suo lavoro di insegnante precario in una scuola superiore e all’attività dell’associazione. Alice fu catturata dai suoi modi gentili, dal suo aspetto romantico, che lo facevano apparire ai suoi occhi, un cavaliere errante di altri tempi. Un tipo fuori dal comune.

Una sera particolarmente fredda e piovosa Ivano si propose di accompagnarla a casa, dato che lei era venuta a piedi. Alice accettò, ma per educazione, si sentiva in forte imbarazzo, oramai non riusciva più a tenergli lo sguardo addosso e se poteva, evitava di stargli accanto. La sua presenza, l’odore che emanava la sua pelle gli evocavano desideri inconfessabili, sperava solo che il progetto si concludesse al più presto per potergli stare il più possibile alla larga.

Ivano fermò l’auto sotto casa, attese con il motore acceso che Alice si congedasse.

-Vuoi salire? Ti posso offrire una cena frugale, stasera sono sola, mio figlio è andato via per il week end. La frase era uscita da sola, incontrollata, si stupì essa stessa delle parole proferite e subito si pentì.

-Magari, mi farebbe davvero piacere!- rispose Ivano, compiaciuto per l’invito. Troppo tardi. Alice scese dall’auto con le gambe tremolanti e lo stomaco in subbuglio. Oramai i guaio era fatto. Ivano parcheggiò in due sole manovre e in un attimo le fu affianco. La donna, con la mente cercava di riprendere il controllo sui suoi pensieri e nel frattempo chiedeva a Ivano se avesse gusti particolari, facendo mente locale delle cose che aveva in frigo.

La serata trascorse in un baleno. Ivano era una persona solare, piacevolissima e sapeva raccontare. Le illustrò la sua vita, i suoi interessi, le parlò dei ragazzi della sua classe e dei loro problemi. Gli piaceva stare in loro compagnia, non considerava l’attività d’insegnante focalizzata solo sulla materia, ma secondo il suo modo di pensare il professore doveva essere una figura di riferimento anche per la crescita intellettuale e morale dei suoi studenti.

Alice ammirava quel ragazzo, ora non le piaceva solo fisicamente, era completamente irretita dal suo mondo, dai suoi pensieri da com’era fatto “dentro”.

Tra chiacchiere e risate fecero le ore piccole. Ivano si congedò. Sull’uscio di casa le diede la buonanotte poi con delicatezza le sorrise sfiorandole la guancia con bacio lieve. Attraversò il vialetto alberato e poi la sua figura si perse nel buio della notte…