IL VIAGGIO DELLA SPERANZA

????????????????????????????????????Nell’aria echeggiavano le grida giocose dei bambini, che si rincorrevano l’un l’altro intorno ai cumuli di macerie ammassate lungo la strada polverosa. Il sole oramai basso all’orizzonte emanava bagliori dorati e disegnava lunghissime ombre sulla terra arida. Una madre chiamava i suoi figli, mentre dalla torre alta, rimasta illesa dai bombardamenti, il canto del Muezzin annunciava la preghiera serale.

Aisha preparava le ultime cose, prima della partenza. Ammassati dentro angusti bagagli aveva riposto tutto ciò che sarebbe potuto servire lungo la traversata, ma forse non era abbastanza: qualche pezzo di pane bianco, acqua, cibo secco e biscotti. Quelli non dovevano mancare, sarebbero serviti per tenere buoni i bambini.

Venne suo marito, accompagnato dai parenti più stretti. Non potevano andare via senza dirsi addio, oppure magari, chissà, un improbabile arrivederci.

Aisha strinse forte a sé i suoceri e suo cognato e poi li guardò per lunghi istanti negli occhi, senza parlare. L’emozione forte le serrava la gola e le lacrime erano più veloci e urgenti di qualsiasi parola.

Poi venne il turno dei bambini. Salutarono i nonni e gli altri parenti, ma non capivano, non sapevano, dove sarebbero andati. Aisha aveva detto loro poco o niente, soltanto che dovevano partire per un lunghissimo viaggio. Loro avevano fatto domande, alle quali Aisha aveva risposto senza mai dire la verità fino in fondo.

La guerra, ecco il motivo per cui dovevano andarsene e questo i bambini lo capivano bene. La guerra era divenuta per loro una situazione quotidiana, con la quale convivere giorno e notte. Loro giocavano, nonostante tutto, malgrado le bombe, i colpi di fucile e le macerie che riempivano le strade. Ma la spensieratezza aveva lasciato man mano il posto alla paura e la serenità dell’infanzia si era dissolta nell’aridità di quella guerra che loro vedevano, ascoltavano ma non comprendevano.

Quando tutto fu pronto salirono sulla grande jeep dell’uomo che era venuti a prenderli. Man mano che l’auto procedeva verso le dune color ocra del deserto, le case diroccate sembravano sempre più piccole. Aisha ebbe la certezza che non avrebbe più rivisto il suo villaggio, le sue strade e neanche i suoi parenti. Abbracciò i suoi bambini e volse lo sguardo davanti a sé, dove sull’orizzonte cobalto erano già comparse le prime stelle.

Furono giorni di sofferenza e dolore. Dopo essersi uniti ad altri profughi il loro viaggio continuò per giorni e giorni, senza soste e senza riposo. Patirono il freddo e la fame e molti di loro furono lasciati lungo il tragitto. I bambini piangevano e urlavano, le donne soffrivano in silenzio, gli uomini cercavano di sopravvivere alla violenza di quelli che si erano rivelati dei crudeli aguzzini.

Attraversarono strade inondate da un caldo asfissiante, accompagnati dal tanfo di sudore e morte, dall’eco dei bombardamenti e dai colpi delle mitragliatrici. Interi villaggi distrutti sfilarono davanti ai loro sguardi attoniti, mentre la speranza lasciava il posto alla disperazione.

Poi giunsero infine a destinazione. Aisha e suoi bambini vennero lasciati lungo un tratto di spiaggia dove ammassati erano in attesa alcune centinaia di persone, mentre all’orizzonte una nave fatiscente si avvicinava piano alla costa. Furono fatti salire in fretta, alcuni con violenza, stipati come bestie per guadagnare più posto possibile.

Aisha riuscì a guadagnarsi un angolo dove poter stare insieme ai bambini, suo marito l’aveva perso di vista ormai da diverse ore. Gli scafisti separavano le famiglie, alcuni venivano caricati su barconi diversi.

La brezza notturna portava un po’ di sollievo in quel miasma insopportabile. Aisha stringeva i suoi bambini e sperava che quel supplizio avesse fine, il più presto possibile.

Ma quella distesa oscura, pareva trascinarli sempre più lontano, fin dove il confine non era più visibile e il cielo e la terra sembravano congiungersi formando un terribile mantello scuro, oltre il quale non sapeva cosa avrebbe trovato…

 

 

 

Caronte, occhi di bragia.

La donna continua a trascinare la figlia per la mano ossuta, mentre tiene con l’altro braccio il fratello, sfinito per la lunga camminata. Lo tiene come fosse un cencio, addormentato con la testa dondolante sul suo petto a lambirle la pelle, nella ricerca del seno ormai prosciugato dagli anni e dalle privazioni. Ha fretta, sente le gambe bruciarle. La notte è stata un calvario, una salita al Golgota, dove non si assiste a redenzione, ma il dolore continua, cambia forma, tramuta le sue intenzioni. I numerosi passi, gli affanni e le troppe ore in piedi contribuiscono a convincerla di stare facendo la scelta giusta, quella che la porterà insieme ai suoi figli alla svolta. La svolta… così ambita, così ricercata nell’ultimo anno, dopo la morte del marito, per mano nemica, in un campo freddo chissà dove nel bel mezzo del deserto.

Non pensare, non c’è tempo per lasciarsi andare. Allontana i sentimentalismi, le lacrime, i ricordi.
Devi correre, affretta il passo.
Non sentire la stanchezza, il disagio di scarpe consumate, di sabbia negli occhi, di pelle che brucia, di labbra asciutte, di sete.

Il mare è vicino adesso, si sente il sapore della salsedine, delle piccole goccioline che schizzano sui loro visi infuocati e portano ristoro, si sente il rumore delle onde e quello delle grida. La madre avvicina a sé la figlia, questo piccolo ossetto di dieci anni, che trema, sotto la spalla materna, come un uccellino glabro, il fiato corto, gli occhi, due pianeti confusi che orbitano ovunque.

Spingono, non avere paura, è solo per poco tempo.
E’ il prezzo per la salvezza, è solo il travaglio, che accompagna la vita che verrà, dopo lo strazio, la lacerazione della carne, la ferita.
Tutto si rimargina, rimane il segno, il ricordo, che puoi mettere da parte.

Gli uomini intorno sono sporchi, puzzano di sudore, di bava, di brama di soldi, di sangue ancora non versato o quello raffermo di lavoro sporco già passato, dimenticato. Quello che chiamano barcone è una bacinella, in cui sono intasate il triplo delle persone che potrebbero salire. Dondola, schiena ricurva ad ogni peso in più, bulimico di corpi. Ma la speranza non la fermi, supera le frontiere, fa incastrare membra a membra, un enorme puzzle umano di disperazione.

Fate salire anche noi, vi prego. Abbiamo fatto tanta strada. Ce lo meritiamo. Ecco i soldi, teneteli. E’ tutto ciò che ho, che avevo.

Gli uomini spingono la bambina, sollevano senza fatica quel corpo senza peso e lo fanno salire sull’imbarcazione. Poi si girano per prelevare madre e fratello, ma un individuo enorme fa un cenno. Pochi soldi, solo un altro corpo. La madre stacca il cencio dal suo corpo, per consegnarlo a Caronte. Almeno la nuova generazione vivrà e in qualche modo risorgerà. Ma no, il cencio è grigio, immobile, ciondolante senza il sostegno della madre esterrefatta, morta dentro per metà.

Sei andato via piccolo mio, prima di noi e senza di noi, non hai creduto in me. Il viaggio ti ha privato della vita oltre che della speranza. Ma quale vita si chiama così, se una madre non può neanche piangere, morire un attimo col proprio figlio? Cullarlo prima di cederlo alla crudele terra o all’indomabile mare?

Il bambino viene allontanato dalla madre, frettolosamente. I soldi adesso bastano, ma non bastano oceani di lacrime per descriverne lo strazio. Non c’è spazio per un corpicino nel barcone, per portarlo a diventar cenere in altra patria, neanche se potesse entrare di nuovo nel corpo materno. Nessun posto per la pietà. Non c’è tempo. Il barcone si muove, prende il largo.
La madre e la figlia.
I traghettatori.
I profughi, pezzi del puzzle.
Il mare.
Un piccolo corpo gettato nelle acque, che sono gelide anche se è caldo. Nessuna cerimonia, nessuna tomba, nessuna lapide, nessun nome. Solo memoria di madre, di sorella.
La madre e la figlia. L’ambita svolta, senza un pezzo di loro.
C’è la speranza in questo?
La terra… forse.

Se ci arriviamo.