Disegna la tua storia con Elena Ferro – Ciao mamma, ciao papà…

Elena Ferro bravissima blogger delle Volpi ha pubblicato un post con un racconto che nasce da un esercizio tratto da un testo di Alberto Siani “Corso di scrittura creativa. La grammatica dell’anima”. Uno degli esercizi proposti era di partire da un’immagine del grande Andrea Pazienza, fumettista italiano straordinario, scomparso troppo presto. Immagine che vi ripropongo.

Ovviamente la mia interpretazione è diversa da quella di Elena. Buona lettura.

Il postino suona due volte. La prima per dire che c’è posta e poi per sollecitare Amelia a venire a ritirare la busta.

«Arrivo, arrivo» urla Amelia che trova strano che il postino suoni due volte. È talmente raro ricevere posta che si chiede chi possa aver scritto a loro.

“Mia sorella Anna, no di certo” riflette ciabattando verso la porta. “Era di poche parole quando abitava con me e i nostri genitori. Figuriamoci ora che se ne è andata a Ludi. Non ci ha detto nemmeno che si è sposata e sono diventata zia di due gemelli”.

«Amelia c’è posta per te» fa il postino allungando una busta un po’ spiegazzata, quando compare sull’uscio.

«Chi scrive?» chiede stringendo gli occhi. Non riconosce la scrittura. Caratteri in stampatello e nemmeno troppo belli.

Gira la busta ma è bianca. Nessun mittente. Davanti c’è scritto

AMELIA E DARIO FREGONI

VIA DEI TIGLI, 16

VENUSIA

Amelia è curiosa di aprirla ma lo vuol fare con Dario, suo marito, perché c’è anche il suo nome sulla busta.

La posa sulla console nell’ingresso e aspetta il suo ritorno per il pranzo.

«È arrivata posta per noi» fa laconica senza muovere un muscolo facciale, mentre dentro di sé è un tumulto misto di curiosità e dubbi.

Dario osserva la busta, poi posa lo sguardo sulla moglie. Trova strano che non l’abbia aperta. Corruga la fronte e stringe le labbra, perché suppone che non contenga nulla di buono. Sente un formicolio sulle punte delle dita che lo induce a pensare male.

«Non l’hai ancora aperta» dice, mentre appende lo spolverino all’attaccapanni senza distogliere lo sguardo dalla moglie.

«Aspettavo te» afferma increspando le labbra.

Dario non capisce ma finge di aver compreso il messaggio dinAmelia. Prende il tagliacarte e apre la busta. Dal suo interno estrae un foglio a righe, come se fosse stato strappato da un quaderno di scuola.

Si rabbuia e senza dire una parola lo passa ad Amelia.

«Ciao mamma, ciao papà. Sono tornato per sempre, ho finito di scherzare, di drogarmi, di frequentare brutta gente. Sono qui per restare, per mangiare con voi, per chiedervi i soldi del cinema, per essere svegliato ogni mattina, perché mi compriate i vestiti che volete. Con le camice stirate. Le camice! Voglio la mia stanzetta e farmi degli amichetti nuovi e venire al mare con voi, solo se son buono!»

Comincia così la lettera che Bruno ha scritto ai suoi genitori, implorando il loro perdono, dopo essere scappato da Venusia inseguito dal demone della trasgressione.

«Vi ricordate? Era estate, eravamo in campagna e mi mettevate gli orecchini di ciliege…».

«E come no» sbotta Dario sbuffando. Ricorda sì quanto li ha fatti dannare prima di sparire.

Bruno è l’unico figlio e avrebbero sperato che diventasse dottore. “Invece…” sospira la donna con gli occhi lucidi nel leggere quell’appello accorato del figlio.

«Ti sei mozzata la lingua?» dice velenosamente Dario che, al pensiero di avere tra i piedi quel figlio che ha dato loro sono dispiaceri, lo fa incupire.

«No» ribatte con voce dolce Amelia.

«Sono cambiato. Riconosco di avervi dato più dispiaceri che soddisfazioni ma sento il bisogno di chiedervi perdono e di farmi accettare di nuovo a casa con voi. Domani mi metto in cammino ed entro tre giorni busso alla vostra porta…».

Dario allunga il collo e legge la data. Impallidisce: è di tre giorni prima. “Dunque tra poco lo sentirò bussare alla porta” riflette inquieto. “Che faccio? Lo caccio oppure lo accolgo come il figliol prodigo?”

Dario agita le mani per dire che è inutile proseguire la lettura.

«Ciao mamma, ciao papà! Sono tornato e per sempre» urla Bruno dall’uscio socchiuso.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – La nevicata

Sa questa splendida immagine di Etiliyle ho tratto l’ispirazione per questo nuovo racconto ambientato a Venusia. Lo so che la neve è un miraggio ma siamo d’inverno 😀

https://etiliyle.files.wordpress.com/2018/02/etiliyle-wordpress-com-luca-molinari-photo-etiliyle-blog-fotografia-pictures-poem-poems-poetry-poesy-pics-art-images-screenshot-share-e2809csnow-cold-winter-white-canon-eos-5.jpg?w=2000

Venusia non conosce mezze misure. Se c’è il sole, sembra un ferro incandescente e costringe la gente a mettersi al riparo, se non vuole andare arrosto. Se piove, la pioggia dura settimane e crescono i funghi in testa. Se c’è nebbia, beh! questa si può tagliare a fette per portarsi a casa roba spugnosa e maleodorante. Se nevica, un metro di coltre bianca non te lo leva nessuno.

Insomma, a parte in primavera e all’inizio dell’autunno, quando sembra che il tempo metta giudizio, nel restante periodo dell’anno è una gara agli eccessi.

Così tanto per non smentirsi l’inverno è sembrato ai venusiani che fosse arrivato un po’ precoce. Le piogge di ottobre sono state moderate, diversamente dal solito. Ha gocciolato per un paio di settimane ma nessun diluvio universale, come li aveva abituati negli anni precedenti. Poi qualche settimana di nebbia, ma niente di epocale. Sì, nebbia ma non particolarmente fitta. Ogni tanto qualche sprazzo di sole a bucare la coltre lattiginosa mai troppo spessa. In conclusione i venusiani si sono sfregate le mani perché questi due mesi stavano passando senza lasciare ricordi spiacevoli come negli anni precedenti.

Arrivati a metà novembre però li ha aspettati una sorpresa: cielo terso mai osservato in questo periodo e temperature da far concorrenza alla Siberia. I venusiani, tutti col naso rosso e congelato, camminavano a fatica per le strade ridotte a piste di pattinaggio. Gli abbracci e le pacche sulle spalle sono stati aboliti per il timore che chi li riceve possa andare in mille pezzi come un cristallo di Boemia.

I consumi di elettricità e di combustibile per il riscaldamento sono cresciuti rapidamente con andamento esponenziale. La legna per le stufe a pellet è diventata più ricercata dell’oro. A Ludi, vista l’assenza di rivendite a Venusia, non ne trovavi più. Tutto esaurito, mentre il mercato nero chiedeva cifre da capogiro per qualche metro cubo di legname. In conclusione i venusiani battevano i denti per il freddo.

Poi una sera sono arrivati nuvoloni bianchi come il latte da nord-est ma nulla ha fatto pensare alla sorpresa che ha colto i venusiani la mattina seguente. Venusia è bloccata. Nessuno riesce uscire dalla porta di casa. Mezzo metro di neve è la misura minima nei punti più fortunati. Per gli altri dagli ottanta ai cento centimetri si addensano sui portoni delle abitazioni. Di fatto bloccandoli.

Sofia guarda smarrita la coltre nevosa segnata solo dalle zampette di qualche passero affamato. Vorrebbe portare Tobia a fare il solito giretto dopo la notte passata nel chiuso della sua casa. Ha provato ad aprire la porta ma dalla fessura è entrato un rivolo di neve. A fatica, appoggiando tutto il suo corpo è riuscita a richiuderla. Dove la sera precedente aveva chiuso l’imposta non riesce ad aprirla. Ghiaccio e neve fanno da collante tipo super attack. I vetri non protetti dagli scuri sembrano fantastici merletti e pizzi bianchi.

«Tobia» spiega al meticcio che mugola impaziente, perché vorrebbe uscire. La neve non lo spaventa, anzi lo rende felice. «Siamo bloccati. Non si può aprire la porte».

Il cane la guarda con gli occhi pieni di sorpresa. È la prima volta che la sua padroncina non lo porta fuori a fare la sgambata mattutina. Non comprende quello che Sofia gli vuole trasmettere. Lui sa solo una cosa: deve uscire per soddisfare i suoi bisogni corporali. Va verso la panca dove si trova pettorina e guinzaglio per far capire l’urgenza dell’uscita.

Sofia scuote il capo in segno di diniego. Aprire la porta ha un solo significato: far entrare una valanga di neve nel piccolo ingresso.

Fuori c’è un silenzio irreale. Non sente alcun rumore. Va in cucina per controllare le scorte di cibo. “Per qualche giorno resisto” pensa aprendo frigo e sportelli. Per la legna non importa. Userà qualche stufetta elettrica se Vunel, l’azienda di elettricità e gas, tiene botta.

Sofia sta facendo l’inventario di cosa ha e cosa manca sempre seguita da Tobia che uggiola disperato, quando sente dei rumori provenienti dall’esterno.

Si affretta a correre dalla porta, che qualcuno batte. La apre con cautela e intravede il faccione rubicondo di Daniele. Ha due guance rosse e gli occhi lucidi per il fretto, tiene una badile in mano.

«Sofia ho liberato il vialetto d’ingresso» mormora col fiato che congela.

«Entra che ti faccio un bel caffè corretto con la grappa» ribatte Sofia allegra, mentre Tobia sembra un razzo infilando l’uscio aperto.

I due ragazzi ridono perché il cane non smette di urinare nel mucchio di neve accatastato di fianco alla porta.

Disegna la tua storia con un’immagine di Marzia – i chiodi

Marzia di Alchimie mi ha proposto questa immagine e io ne ho ricavato una storia.

immagine inviata da Marzia

Buona lettura

Dora guarda quel cuscino un po’ sorpresa e un po’ divertita. Se non sapesse che mestiere svolge penserebbe a un rito voodoo. Sorride divertita, mentre canticchia un facile ritornello.

Tu portami via

Dalle ostilità dei giorni che verranno

Dai riflessi del passato perché torneranno

Dai sospiri lunghi per tradire il panico che provoca l’ipocondria

Dora conosce di questa canzone solo questi quattro versi, che ripete con monotona cadenza da stonata com’è. Qualcuno afferma che lei ha avuto una pessima educazione musicale. Sarà ma ascoltarla è un vero insulto alla musica, tanto che chi si sarebbe affacciata sulla soglia della stanza, avrebbe urlato: «Basta con questo piagnisteo!» È una vera tortura per le orecchie.

Però per fortuna sua e sfortuna nostra Dora continua imperterrita a canticchiare questo motivetto, che per lei è un momento di svago e di relax.

Smette di cantare, si fa per dire, e si alza e si stiracchia. Ha sete. Cantare le ha messo sete. Cerca la bottiglia dell’acqua che appare vuota. Dovrei andare in cucina, pensa allungando le braccia verso il soffitto. Però le viene in mente che ha finito la scorta. Dovrebbe scendere in cantina a recuperare una confezione.

Muove un passo verso la porta ma poi ritorna indietro. Si sposta di lato e riprende a cantare. In realtà più un lamento che musica. Stonata com’è sembra un ferro che sfrega su una superficie fessa.

Smette. La sete si fa forte. “Devo decidere” riflette con la mano sulla maniglia. «Tenermi il secco in gola oppure fare due rampe di scale per scendere in cantina».

Abbassa la maniglia e con passo deciso scende le due rampe di scale. Accende la luce e dietro una catasta di stracci vecchi recupera una confezione di sei bottiglie di acqua naturale.

Sembra che stia portando su un trofeo vinto dopo una lunga tenzone. Stappa una bottiglia e ne beve una generosa sorsata.

Torna alle sue occupazioni e riprende il suo canto, mentre ogni tanto il suo occhio cade sul cuscino che sta immobile di fianco a lei.

«Devo decidermi» borbotta corrugando la fronte. Due linee partono tra le sopracciglia per inerpicarsi verso l’attaccatura dei capelli.

Una lampadina scende dal soffitto, un canterano della nonna sta addossato alla parete. Stracci ovunque e tanti fili per terra.

«Devo dare una ripulita alla stanza. Sembra un porcile» fa guardandosi intorno.

Depone sulle gambe quello che tiene in mano e si chiede perché quel portaspilli è diventato un portachiodi. Lo prende in mano e anziché togliere i chiodi getta tutto nel cestino, che sta accanto alla sua sedia.

Riprende ago e filo e ricomincia la sua nenia.

Disegna la tua storia con Marzia – Le chiavi

L’amica Marzia mi ha stuzzicato un’altra volta proponendomi un immagine intrigante. Ho accettato la nuova sfida che propongo qui.

Immagine fornita da Marzia

Buona lettura.

 A Ludi c’è un grande museo di opere moderne. Abbastanza famoso da attirare le attenzioni dei turisti, che arrivano a frotte da tutta la pianura di Ludilandia.

Loro non ci capiscono granché, perché le opere esposte sono talmente astruse da disorientare anche il più vispo dei venusiani, che sono notoriamente saccenti e dal palato sopraffino.

Carola dopo aver frequentato l’università per giovani artisti è stata assunta dal Museo degli Orrori, così lo chiamano i ludiani. In realtà ha un nome più pomposo Museo degli artisti emergenti. Però si sa come vanno a finire queste vicende. Qualcuno ha obiettato che anziché opere d’arte sono inenarrabili schifezze che fanno orrore tanto sono brutte. Il passo è stato breve quando si è citato questo museo. Così per tutti è diventato degli orrori. Ben pochi si ricordano del vero nome, ma quando accenni agli orrori, nessuno ha un dubbio: si riferisce al loro Museo. Così di bocca in bocca con il solito passaparola, è diventato il Museo più famoso di Ludilandia.

Nonostante a Ludi ci sia la Galleria dei Diamanti, dove sono esposti i dipinti più famosi di Botticelli, Leonardo da Vinci, Raffaello e altri virtuosi del pennello, al Museo degli Orrori c’è sempre la fila al botteghino. Tutti in coda a pagare il biglietto d’ingresso di cento ludo. Nessuno uscendo ha mai reclamato la restituzione dell’importo ma se ne sono andati via scuri in volto e biascicando parole che rasentano il turpiloquio.

A Venusia qualcuno si è chiesto cosa avesse di speciale questo Museo che le recensioni lo definiscono il peggiore di tutti con parole che potrebbero originare una denuncia penale per gli epiteti di cui sono conditi i commenti.

Sembra che la curiosità vinca sul ribrezzo.

Un giorno di luglio Sandra e Lorenzo decidono che è giunto il momento di visitare il Museo più gettonato di tutta Ludilandia per rendersi conto quanto corrispondano al vero gli orrori esposti. Si mettono d’accordo con Carola, che dopo la performance con Nicola in Piazza con la fontana senz’acqua è diventata famosa e richiesta a ogni festa di Venusia. Essere guidati all’interno del Museo da chi lo conosce bene permette di comprendere meglio gli orrori esposti.

«Certo che sì» esclama gioiosa Carola, lieta di accompagnare qualche concittadino nella visita del Museo. «Vi faccio volentieri da cicerone. Conosco a menadito tutte le opere esposte».

Sandra arriccia il naso, perché tutto questo entusiasmo le pare fuori luogo. “Se è il museo degli orrori” si dice, mentre col pullman si reca a Ludi. “Qualunque persona che non sia una masochista da internare si rifiuterebbe dal fare da guida”.

Lorenzo con il fido Igluck ultimo modello, che ha quattro obiettivi sul retro in grado di catturare il minuscolo granello di polvere, non sta più nella pelle di arrivare a Ludi per immortalare tutte le schifezze del Museo.

Pagato l’obolo, aspettano Carola all’ingresso del percorso museale. Visitano la sala del salmone in scatola, declinato in tutte le maniere. Da quelle che ti fanno l’occhiolino a quelle che sembrano pesci lessati. Non vi dico il tanfo che stordirebbe anche chi fosse provvisto di respiratore. Poi la sala delle cacche e così di sala in sala arrivano al clou: il giardino.

Beh! Definirlo giardino è un eufemismo. L’erba non cresce, alberi nemmeno l’ombra in compenso dal terreno che trasuda nebbia artificiale spuntano delle enormi chiavi che sembrano cadere da un momento all’altro sulle teste dei malcapitati visitatori.

Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – Da Sghego

Le cronache da Venusia si arricchiscono di un nuovo capitolo tratto da un’immagine di Etiliyle,

Buona lettura.

A Venusia c’è un solo bar e una trattoria e zero alberghi. Se un improbabile turista, un vero sfigato a essere sinceri, capita qui, dovrebbe tornare di corsa a Ludi.

Non c’è nulla da vedere degno di essere visitato, a parte il Castello. Però si deve trovare un venusiano disponibile ad accompagnarlo lungo il sentiero che inerpica dentro il Bosco degli Spiriti. A parte un paio di giovani e alcuni bambini che non temono inoltrarsi, il resto della comunità non lo fa. Supposto che Sandra e Riccardo, che non temono il Bosco degli Spiriti, facciano da guida, dopo una bella scarpinata il Castello, o la Fortezza come la chiamano i venusiani, è di uno squallore che mette angoscia. Intorno erbacce, dentro stanze vuote e polverose. Insomma un turista direbbe: «Tutto qui?»

Nell’unica piazza di Venusia c’è una fontana vuota, meta di colombi e altri uccelli. A memoria di venusiano non è mai zampillato un filo d’acqua e la vasca si riempe di foglie portate dal vento. Nel parco, un giardino con poca erba e qualche sparuto albero, c’è una sola panchina, sempre occupata dagli innamorati.

Insomma in mezz’ora il turista avrebbe visto tutto quello che c’è da vedere. Non va meglio col mangiare e il bere. L’unico esercizio è Da Sghego nel centro del paese. Il tavolo posto all’esterno sotto la pergola è fissa dimora di quattro scioperati, la cui sola occupazione e fare interminabili partite a scopone che finiscono a insulti e sberleffi.

Se l’ipotetico turista, un autentico masochista, volesse bere non avrebbe molte scelte. All’interno, come all’esterno si serve vino, rigorosamente rosso. I venusiani non conoscono birra o alcoolici, proprio qui non si trovano. Aranciate, chinotto o altri liquidi, che non siano vino rosso e acqua, sono del tutto sconosciuti.

Il vino rosso è ottenuto dalle uve clinton e merlot, che si coltivano appena fuori dal paese insieme a vigne autoctone dai grappoli rossi e bianchi, che sono talmente aspri da essere schifati dai tordi. Si sa che sono ghiotti di frutti ma questi acini proprio non piacciono. È un vino dal colore violaceo, corposo e denso, tanto che lascia tracce intense nel bicchiere. Alcuni malignano che nello stomaco dei venusiani c’è un bello strato di sedimento, lasciato da questo vino. Nessuno ha mai controllato ma il dubbio rimane.

Per l’altro liquido, l’acqua, quella minerale è sconosciuta a Venusia. Per avere le bollicine si aggiunge una polverina a quella della risorgiva, usata come potabile. Qualcuno usa la Brioschi, ma la maggioranza l’Idrolitina o Idriz. I tre schieramenti si fronteggiano a colpi di bustine.

«La mia» dicono sventolando la Brioschi, «aiuta la digestione. Puoi mangiare un bue ma bere l’acqua effervescente con la Brioschi, digerisci tutto».

«No, è meglio l’Idrolitina del cavalier Gazzoni. Effervescente naturale».

«Ma vuoi mettere la Idriz? Centomila volte migliore» gridano i fan di questa polverina.

In conclusione o acqua pura di risorgiva o effervescente con queste bustine. Da Sghego trovi solo quella trattata con l’Idrolitina.

Definire bar Da Sghego è molto pretenzioso, perché è un’osteria o una bettola con l’uso di cucina. Sì, qui perché puoi anche mangiare. La specialità della casa è la porchetta e basta. Si può mangiare solo questa tra due fette di pane azimo. Scelte diverse non ce ne sono.

Per i venusiani va bene così, tanto difficilmente mangiano la porchetta di Sghego, per i turisti molto meno. Quindi se non arrivano, tirano un sospiro di sollievo. Il solo pensiero di un’invasione turistica come a Ludi fa venire l’orticaria a tutti.

Disegna la tua storia con un’immagine di Marzia – la visione onirica

Marzia mi ha mandato l’immagine seguente per la consueta sfida di scrivere qualcosa di (in)sensato.

inviata da marzia

Eccovi accontentati.

Buona lettura

Per Pietro era un sogno ricorrente che lo affascinava tutte le notti.

Era sempre lo stesso. In bianco e nero. Non finiva mai. Presentava sempre la medesima scena.

Così una notte dopo l’altra ricompariva non appena poneva la testa sul cuscino.

Non aveva un’idea perché lo facesse, né ricordava quando era iniziato questa sequenza. Eppure alla mattina si svegliava leggero col sorriso sulle labbra pronto iniziare la nuova giornata.

Per lui era un una specie di portafortuna, perché cominciava col piede giusto il nuovo giorno. Fischiettando scendeva dal letto e andava in cucina a prepararsi il caffè.

Pietro era single, non per volontà sua ma perché sembrava che calamitasse tutte le donne più strane del pianeta. Non una che apparisse normale ma forse chi non era normale era proprio lui.

Bassettino. Non arrivava al metro e settanta. Capello fulvo, non rosso ma arancione come Boris, quello della Brexit. Anche quando si pettinava, sembrava che avesse fatto a botte col barbiere. Pelo arruffato e dispettoso che incorniciava un viso tondo con un naso a patata. Aveva quarant’anni ma di compagna neppure una all’orizzonte e tendeva alla pinguedine nonostante gli sforzi di andare in palestra e piscina.

Anche stanotte aveva vissuto il solito sogno e questo lo rendeva euforico. La giornata sarebbe stata ottima.

Lavata la tazzina e messa la moka a gocciolare sul pensile, si era infilato i pantaloni chiari e la camicia di lino blu con la giacca color nocciola sulle spalle. Era settembre ma il clima mite, quasi estivo, lo spingeva a non indossare la giacca, che avrebbe messo non appena avesse varcato la porta dell’ufficio.

Lavorava come analista in una multinazionale da diversi anni. A differenza di altri colleghi non aveva contatti con i clienti. Stava sempre rintanato nell’open space, che odiava per il continuo rumore di fondo degli altri occupanti la zona. Non aveva relazioni sociali coi colleghi. Un freddo ‘buon giorno’ alla mattina e un gelido ‘arrivederci’ alla sera, prima di uscire. Sapeva che gli altri impiegati sussurravano che lui era gay, perché non l’avevano mai visto con una donna e lì le donne abbondavano. Nell’open space ce ne erano almeno una dozzina. Tutte in età da marito. Alcune carine, altre libere, attorno alle quali gli uomini ronzavano come mosconi fastidiosi. Per Pietro erano delle galline stupide che chiocciolavano tutto il giorno.

Pietro ripensò all’Alberta, la vicina di casa, che aveva fatto la smorfiosa nella speranza di accalappiarlo, finché non le aveva detto che non intendeva avere rapporti con lei, nemmeno di semplice conoscenza. Per non parlare della Bea, conosciuta in chat su Meetic. Quando alla fine avevano deciso di vedersi, l’incontro era stato un fiasco. Lui incapace di fare un discorso più lungo di due parole, lei un fiume in piena che non stava zitta un secondo. Insomma meglio soli che male accompagnati, si disse salutandola.

«Arrivederci» disse Pietro, togliendo finalmente la giacca e avviandosi all’uscita tra l’indifferenza generale dei colleghi.

Appena svoltato a destra nel corridoio, sbatté con violenza contro un immenso poster dietro al quale stava una ragazza snella dai capelli che scivolavano sotto le spalle.

Il poster cadde per terra e Pietro per poco non fece altrettanto. Nel disegno in bianco e nero si vedeva la scena finale del suo sogno ricorrente. Un ragazzo e una ragazza che volteggiavano in un gorgo di sardine. “Ecco come prosegue!” esclamò in silenzio Pietro.

«Pietro» si presentò allungando la mano.

«Alice» rispose con un bel sorriso che mostrava i suoi denti bianchi, mentre la stringeva con vigore.

Pietro si chinò, raccolse il poster e prese sottobraccio Alice.

Insieme uscirono sulla strada.

Disegna la tua storia – nro 10 – Una provetta

Un vecchio esercizio di Scrivere creativo. Dato un disegno inventarsi una storia.

Ecco i risultati

Alessia era una giovane stagista che faceva pratica nel laboratorio di analisi Penzola & C. Naturalmente a lei capitavano tutti i casi più rognosi e quelli meno interessanti.

Sopportava, perché era l’ultima arrivata e poi sperava d’ingraziarsi Martino, il capoccia, per restare anche al termine dello stage.

Alessia aveva venticinque anni e aveva appena finito il dottorato in biologia. Doveva accumulare un po’ di esperienza di laboratorio per arricchire il suo curricola assai scarno. Conoscenza elementare dell’inglese, zero esperienze. Nessuno l’avrebbe presa in considerazione, salvo che non avesse avuto un padrino dalle spalle robuste per introdurla nel mondo del lavoro. Però quello mancava. Quindi quando il suo prof le propose di fare uno stage presso questo laboratorio, accettò con entusiasmo.

«Prenderai poco o nulla ma ti servirà come biglietto da visita» le aveva detto, congedandola.

«Anche gratis!» replicò Alessia felice di acchiappare questa opportunità.

Per sei mesi non avrebbe preso un soldo e i successivi sei la retribuivano con cinquecento euro sotto forma di rimborso spese.

“Meglio di niente” si disse, firmando quel documento che le apriva le porte dello stage.

Alberto, il suo capo e tutor, si divertiva a stuzzicarla e qualche volta allungava anche le mani. Alessia sopportava ma con grazia si sottraeva alle sue molestie. Anzi evitava con cura di rimanere sola con lui.

Avrebbe voluto mollargli un bel ceffone, quando la prima volta la toccò sul seno ma si limitò a un’occhiata di fuoco, esclamando: «Sono qui per lavorare».

Subito penso di voluto andare da Martino per lamentarsi del comportamento di Alberto ma preferì tacere. Desiderava troppo essere assunta in pianta stabile per arricchire il suo curricola in attesa di cercarsi un altro posto. Quindi aspettava con ansia la comunicazione che sarebbe rimasta anche al termine dei secondi sei mesi. Mancavano solo quattro settimane.

Quel lunedì mattina Alessia arrivò puntuale al laboratorio. Salutò Marzia e Elena e guardò sul suo tavolo quali attività avrebbe svolto nella giornata.

Prese in mano il foglio e sgranò gli occhi basita. Al posto del solito elenco c’era solo un disegno.

Non capiva cos’era. Si sedette in preda al nervosismo. “Quello stronzo di Alberto” pensò inviperita, “si sta prendendo gioco di me con un disegno volgare”.

Era solo uno sgorbio rosso ma il senso, almeno per Alessia, non si prestava a equivoci. Uno spermatozoo.

Divenne rossa per la collera. Sarebbe sbottata come un tappo di spumante, quando cominciò a contare fino a dieci per smaltire tutta la rabbia repressa che aveva in corpo.

Calmatasi, rise, attirando gli sguardi curiosi delle altre due colleghe.

«Oggi riposo» esclamò Alessia, gettando nel tritadocumenti il foglio.