Esiste un mondo

Non so mai valutare le mie poesie, non so se questa, dedicata ai bambini, è agli adulti ancor capaci di esserlo possa anche risultare un po’ infantile, lascio a voi il giudizio.

Esiste un mondo
dove diventano veri
i sogni dei bimbi,
dove si abita
in castelli di sabbia
adornati di conchiglie,
dove le pozzanghere riflettono il cielo
e lo schizzano ovunque,
dove volano fate e unicorni.
Puoi trovarci fiori arcobaleno
mari arancioni,
elefanti rosa,
balene tra le nubi.
Le stelle sorridono
a un gatto che dorme
appollaiato su uno spicchio di luna.
Laggiù c’è un albero di caramelle
più in là una fontana zampilla cioccolato.
Nulla è impossibile,
nessuno è infelice.
Esiste un mondo
di meraviglia e poesia,
dove i grandi
possono entrare solo con la fantasia.

Lucia Lorenzon 8 maggio 2019

Formula magica

Sangue di drago
il respiro di un mago,
di una fata
la risata,
di un folletto
Il suo berretto.
Gira e rigira nell’ aria la magia,
ora la catturo e diventerà mia.
Otterrò ogni cosa:
Il profumo di una rosa,
la bellezza di un diamante,
di qualunque persona
potrò leggere nella mente.
Gracidìo di rana,
mistero di bosco,
questa è una formula che solo io conosco.
Gira e rigira nell’ aria la magia
ora la catturo e diventerà mia:
di una strega il reggiseno
dell’ unicorno l’ arcobaleno.
La userò per dare a tutti
un momento un po’ sereno,
una fetta di allegria
anche dove è andata via.
No non voglio far malìe
nè cattiverie, naturalmente.
È solo uno scherzo,
(un poco divertente)
la formula di una magia,
che ha come potere
la sola fantasia.

Lucia Lorenzon 9 settembre 2018

Harry Potter e l’Amico Speciale. (Fanfiction)

Harry_Potter

Harry se ne stava seduto sul suo letto, mentre nella penombra della stanza guardava la foto dei suoi genitori. James Potter e Lily Evans lo salutavano e sorridevano, agitando le mani in segno di saluto.

Quell’immagine evocava in lui un sentimento di gioia misto a malinconia.

Non ricordava i loro volti, era troppo piccolo quando Voldemort aveva deciso di stravolgere la sua vita, privandolo dell’amore della sua famiglia. Dopo aver vissuto con gli zii, relegato in un angusto sottoscala e sottoposto alle infinite angherie di suo cugino Dursley era giunto a Hogwarts, la scuola di magia e stregoneria per i futuri maghi.

L’unico ricordo che aveva dei suoi genitori era proprio quella piccola foto animata e soltanto il loro grande amore era stato in grado di proteggerlo dalla furia del Signore Oscuro, salvandolo da una morte orribile. L’emozione era ogni volta intensa e lo trascinava in uno stato di profonda tristezza. Una piccola lacrima si impigliò rapida tra le ciglia, Harry si asciugò con il dorso della mano, cercando di reprimere il pianto.

«Harry, ma che fine hai fatto!» la voce di Hermione lo sorprese, con gli ancora occhi lucidi.

«Eccomi… arrivo!» Harry nascose la foto sotto il cuscino, cercando di assumere un aspetto normale.

«E’ più di mezz’ora che ti stiamo aspettando! Lo sai che Piton si arrabbierà moltissimo, non tollera assolutamente che si faccia tardi e … con noi in particolare… lo sai!»

«Già… lo so» disse Harry «e ancora non ho capito il motivo…» aggiunse mentre recuperava i grandi tomi per la lezione di Pozioni e Difesa contro le arti oscure. Ron li stava attendendo lungo il corridoio. Insieme scesero di corsa le grandi scale, la cui direzione cambiava continuamente.

Piton aveva già iniziato la spiegazione quando Harry e i suoi due amici entrarono di soppiatto nell’aula, cercando di non farsi notare.

«SIGNOR POTTER!» lo apostrofò subito il professore «anche oggi siete in ritardo… il nostro famoso, caro signor Potter…bene… dieci punti di penalizzazione per Griofondoro»

«Ma professor Pitono noi…» cercò di giustificarsi Harry

«BASTA! ora sedetevi e fate silenzio».

I tre ragazzi presero posto nei banchi senza aggiungere altro, mentre Draco Malfoy e i suoi amici di Serpeverde se la ridevano.

«Hermione la mezzo-sangue e Ron il povero straccione… degni compari di Harry Potter!» disse Draco al suo compagno di banco, indicando con disprezzo il trio ammutolito.

La lezione andò avanti per altre due ore, ma Harry era distratto, da un po’ di tempo aveva dei tremendi mal di testa, che gli impedivano di concentrarsi a dovere.

Quella notte, come tutte le precedenti, Harry si svegliò di soprassalto. I Dissennatori erano tornati a popolare i suoi incubi e gli erano parsi così reali che aveva creduto sul serio che gli avrebbero risucchiato via l’anima. Spalancò gli occhi nel buio più completo e avvertì il volto madido di sudore freddo e la cicatrice, regalo mortale di Tu-sai-chi, che iniziava a pulsare di nuovo, infliggendogli delle fitte lancinanti.

Il ragazzo richiuse gli occhi, nell’attesa che il dolore lo abbandonasse, poi quando li riaprì di nuovo, notò un bagliore provenire dalla poltrona accanto al caminetto spento. Con cautela si alzò dal letto e inforcando gli occhialini tondi si diresse verso la grande poltrona, di cui vedeva solo la parte posteriore. Il cuore pareva correre come un puledro impazzito, ma trovò ugualmente il coraggio di avvicinarsi. Avvertì un senso di calore intorpidirgli la testa e poi con grande sollievo si rese conto che l’emicrania era sparita. Girò intorno alla poltrona e si ritrovò di fronte a un ragazzino, più o meno della sua stessa età, vestito completamente di bianco.

«Ciao Harry, stai meglio?» disse lo sconosciuto seduto sulla poltrona. Harry si ritrasse, colpito dal bagliore che emanava quella figura.

«Non aver paura Harry, sono tuo amico» disse il ragazzino con voce suadente.

«Mio amico? Ma io non ti conosco… chi ti ha mandato? Il professor Silente?» chiese Harry diffidente.

«No, il Preside sa che sono venuto a trovarti, ma non mi ha mandato lui»

«Cosa vuoi da me?»

«Sono qui per aiutarti a superare le tue paure Harry… hai di nuovo sognato i Dissennatori vero?» gli domandò lo sconosciuto.

«Tu come fai a saperlo?» chiese sempre più incredulo Harry.

«Io sono tuo amico, conosco la tua storia e so molte cose di te… anche quelle che tu stesso non sai. Mi chiamo Jack.»

«Allora forse sei uno dei fantasmi che abitano qui nella scuola?»

«No Harry, sono solo un amico speciale… ti verrò a trovare spesso e faremo delle lunghe chiacchierate che ti aiuteranno a superare le tue paure». Harry rimase sconcertato da quelle parole e si convinse che quel ragazzino era stato mandato da Silente, il Preside della scuola di magia, per indurlo a parlare.

Da qualche mese infatti il ragazzo era in preda a un profondo sconforto e quelle fitte lancinanti alla testa lo facevano stare male, ma si trattava soprattutto di un malessere interiore, che lo stava allontanando dalle persone che aveva intorno e dai suoi amici di sempre.

La percezione di essere “diverso” si faceva man mano più nitida e il sentirsi un emarginato lo faceva a volte diventare anche aggressivo, per questo preferiva starsene per conto suo e non parlare con nessuno dei suoi incubi e del suo disagio.

«Io non… parlo dei miei problemi, neanche con i miei più cari amici…»

«Lo so Harry, ma con me puoi farlo, vedrai ti sentirai molto meglio!» lo esortò Jack.

«Dopo tutto quelli mi è successo… i pericoli che ho affrontato…certo ho avuto paura, ma stavolta si tratta di qualcosa di diverso… che non sono in grado di comprendere» disse Harry, cercando di focalizzare la sua attenzione su quanto voleva comunicare «…gli incubi, la cicatrice che mi provoca un dolore insopportabile… ho come la sensazione che qualcuno stia cercando di prendere il controllo della mia vita… e non so come reagire! » concluse, rendendosi consapevole che ora aveva ben chiaro quale fosse il vero dilemma. Così dicendo si sedette sul gradino del caminetto, guardando dritto in faccia il suo interlocutore. Il bagliore che circondava al figura di Jack gli infondeva un lieve torpore e lo faceva sentire tranquillo, rilassato. Poggiò la testa contro il muro di pietra e si lasciò andare verso un sonno ristoratore.

«Harry! Harry! Svegliati!» Harry sentì una voce gridare il suo nome e aprendo gli occhi si ritrovò davanti il faccione lentigginoso di Ron Weasley

«Ron… che succede… dove è andato Jack?» chiese il ragazzo con la voce impastata dal sonno.

«Jack? E chi sarebbe?… senti, lascia stare, avrai fatto qualche sogno strano» sentenziò Ron cercando di sollevandolo per un braccio.

«Dobbiamo assolutamente andare! Ti sei dimenticato della tua partita di Quiddich?»

«Accidenti la partita!» esclamò Harry e in preda al panico prese a vestirsi il più in fretta possibile.

«Che ore sono?» chiese all’amico.

«E’ tardi!»

Draco e suoi due tonti scagnozzi, si erano introdotti di nascosto nella stanza dove erano custoditi gli oggetti utilizzati durante la gara, per sostituire il boccino d’oro con una copia alla quale era stato fatto un potente incantesimo.

«Draco, ma sei sicuro che questo funzionerà?» chiese timoroso il più grasso dei due.

«Non dimenticare che mio padre è un potentissimo Mangiamorte, lui ha fatto l’incantesimo e il nostro piano non fallirà!»

Gli spettatori assiepati sugli spalti, urlavano in coro in nomi dei propri beniamini agitando le sciarpe con i colori delle case. Nel settore Ovest dominavano l’oro e il rosso fuoco, i colori di Grifondoro, mentre nel settore Est dominava l’argento e il verde dei Serpeverde.

La squadra, con in testa Harry, entrò a cavallo delle scope volanti. Un urlo gigantesco accolse i ragazzi avvolti nei loro mantelli rosso-oro, che volteggiarono in circolo diverse volte prima di prendere le rispettive posizioni.

La partita ebbe inizio, mentre l’incitamento del pubblico si faceva sempre più frenetico.

Improvvisamente Harry riuscì, dopo aver smarcato alcuni avversari, a raggiungere il boccino afferrandolo al volo. Non appena le sue dita si strinsero intorno alla piccola sfera dorata dalle ali iniziò a fluire un fluido rossastro che accecò il ragazzo facendogli perdere il controllo della sua scopa. Harry dopo aver tentato invano di atterrare si schiantò contro una delle torrette dello stadio. L’impatto lo lasciò esamine al suolo, mentre la folla ammutolì per lo stupore.

Harry si risvegliò dopo molte ore. Aveva i muscoli intorpiditi e un paio di costole fratturate.

«Ciao Harry, bentornato… come ti senti?» la voce di Silente lo raggiunse, mentre riusciva a vedere solo ombre sofocate.

«Che mi succede? Non ci vedo bene!» chiese impaurito il ragazzo.

«E’ l’effetto del fluido rosso che qualcuno ha introdotto nel boccino… ma non preoccuparti l’effetto svanirà presto e poi sei senza occhiali!» lo rassicurò il preside di Howg..

«Professore… mi dica la verità, è stato lei a mandare Jack?»

«Jack? Non mi pare di conoscere nessuno con questo nome…»

«Ma sì, quel ragazzino vestito di bianco che…  no anzi, dimentichi quello che ho appena detto» Harry si rese conto che quella storia non aveva senso, chi ci avrebbe mai creduto?

«Avanti Harry, dimmi di che si tratta». Lo sguardo di Silente era colmo di benevolenza e compassione per quel ragazzo così forte e fragile al tempo stesso, il Preside aveva perfettamente compreso il suo stato d’animo e cercava di farlo parlare.

«Professor Silente… io mi sono fatto molti nemici vero? A iniziare da Voldemort… ma anche nella scuola ci sono persone che mi vorrebbero vedere morto, perché sono “diverso” e molti mi temono e pensano che diventerò come il Signore Oscuro!»

«Non devi pensare questo Harry, tu sei diverso, tu sei sopravvissuto al male e il tuo destino è certamente un altro. Vedi, a volte noi abbiamo bisogno di ritrovare noi stessi e di cercare la forza di andare avanti dentro di noi… nessuno può aiutarci, darci una mano a superare i problemi… e questa forza tu l’hai trovata… il tuo amico Jack non è nient’altro che la proiezione della tua forza interiore, quella ti aiuta a capire te stesso, che facendoti prendere coscienza delle tue emozioni, ti indica la strada da percorrere per risolvere le questioni»

«Mi sta dicendo che Jack non esiste? Che è una parte di me? La parte migliore?»

«Esatto Harry, diciamo che hai trovato un amico, un alleato dentro te stesso e stai sicuro che non ti tradirà mai e se cercherai di essere sempre sincero con te stesso, saprai esserlo anche con gli altri… e gli altri ti accetteranno per quello che sei» così dicendo Silente gli mise nel palmo della mano una gelatina Tuttitigusti.

«Ora mangia una di queste Harry… sperando che sia al gusto di vomito!»

Il ragazzo la masticò avidamente.

«Gusto menta… stavolta mi è andata bene!»

VIAGGIO MENTALE

Scopri chi sei e non aver paura di esserlo

Mahatma Gandhi

 

viaggio mentaleNella stanza in penombra osservo il gioco di ombre e luci che si riflettono sulla parete nuda, accanto al letto. La luce fioca ha assunto una sfumatura rossastra, il disco solare ha raggiunto il limite estremo dell’orizzonte, scomparirà completamente tra qualche minuto. Tante volte ho osservato il tramonto, dalla finestra della mia stanza, assaporando ogni istante di questo momento così magico, ammirando le pennellate di colori incredibili con le quali il giorno morente tinge il cielo e il paesaggio intorno. Oggi no, oggi le imposte sono socchiuse, ho bisogno di un’atmosfera intima, per confluire tutta la mia concentrazione su quello che sto per fare.

Dal mio ritorno dal Nepal non ho fatto altro che pensarci. Seduta sul letto accarezzo il sacchetto di seta rosso che ho portato con me da quel lungo viaggio. Leggerissimo e morbido al tatto, chiuso con un laccetto color oro.

Lo apro con molta cura. Le piccole foglie verde smeraldo, lucenti e profumate, stanno ordinatamente sistemate sul fondo ed emanano un odore dolce che non ho mai sentito. Mi sdraio, raccolgo una piccola foglia e la metto sotto la lingua, come mi è stato spiegato, non serve masticarla. Occorre solo chiudere gli occhi e concentrare il pensiero.

La potentissima foglia di Butha consente di viaggiare nel tempo, di andare avanti o di tornare indietro, perché tutta la nostra vita è racchiusa nella mente. Questo mi ha spiegato Tahigir, il vegliardo che ho conosciuto sul monte Jasemba. La testa è come uno scrigno prezioso che racchiude il destino dell’uomo. Tutto è scritto, tutto è già stabilito…. ogni singolo istante della nostra esistenza è presente sin dalla nascita all’interno della coscienza umana. Se si vuole ricordare il passato lontano e conoscere il futuro basta solo “guardarsi” dentro.

La testa inizia a girare. Ho come la sensazione di sprofondare nei meandri oscuri della mia mente. Ho iniziato il “viaggio mentale” tra i circuiti del mio cervello, tra le sinapsi intricate che emanano sprazzi di luce incandescente, mi accorgo che sono impulsi che prendono consistenza: immagini, parole, suoni, rumori, odori, sensazioni di gioia, dolore, tristezza, rabbia, felicità… tutto si fonde scorrendo all’indietro come il nastro impazzito di un rewind, nel quale mi rivedo come protagonista di un film che conosco.

Stop. Prima tappa, faccio i conti col passato. Eccola di nuovo quella sensazione di disagio, ho appena compiuto quattordici anni e non sono più bambina, ma neanche ancora adulta. Mi sento fuori posto, eternamente in bilico. In un angolo ci sono le mie barbie, compagne di gioco fino a poco tempo fa.

Come pensi che sarà il tuo futuro? Chiedo alla parte di me ancora adolescente. Ho un ricordo confuso su quello che avrei voluto fare.

Mi piacerebbe girare il mondo.

Risponde lei, con lo sguardo sognante. Certo, il sogno di tanti adolescenti. Partire, andare lontano alla ricerca della propria dimensione o semplicemente tentare di allontanarsi dai problemi quotidiani. Mi viene in mente mi madre. La rivedo sulla soglia della mia camera a rimproverarmi, a vomitarmi addosso parole. Ora si riaccende acuto quel senso di ribellione che guidava le mie reazioni. Sì, ora ricordo.

Che cosa pensi di fare per cambiare la tua situazione? Le chiedo. Voglio sapere se il mio comportamento ha effettivamente cambiato la mia vita, se le mie aspirazioni erano plausibili e se sono riuscita a concretizzarle.

Appena avrò diciotto anni andrò via di casa. Anzi, prima conseguirò il diploma di interprete, poi diventerò hostess e non tornerò più a casa.

Perfetto. Niente di tutto questo! Mi agito, sento il torpore nelle ossa, mi formicolano le gambe, vorrei muovermi, ma non ci riesco. Se questi erano i miei progetti mi rendo conto di aver fallito. Non sono andata via di casa fino al giorno in cui ho deciso di sposarmi.

Ora so perché l’ho fatto. Dopo il diploma non sono riuscita a trovare il lavoro che avrei desiderato e mi sono aggrappata al primo uomo di passaggio, al primo che è stato in grado di garantirmi la fuga. Ora sono intrappolata in questo rapporto da circa vent’anni, una sorta di gabbia d’oro dalla quale vorrei evadere, di nuovo. La mia vita come eterna fuga. Fuggo continuamente dalle mie responsabilità, dalla decisioni che continuo a delegare agli altri. Riuscirò un giorno a liberarmi?

Un salto nel vuoto, nel futuro. Sento il mio corpo perdere quota, come se scendesse ancora più in profondità. Sento le membra diventare sempre più pesanti, vorrei aprire gli occhi ma il mio corpo è come ibernato.

Il mio aspetto è mutato, vedo me stessa visibilmente invecchiata. La prima domanda è repentina, veloce, incalzante.

Dimmi com’è andata… cosa ne ho fatto della mia vita. La libertà… l’ho conquistata?

Quella sorta di ologramma mi sorride. Mi osservo dall’esterno ma al tempo stesso sono al suo interno, percepisco i suoi pensieri, le sue emozioni. Le risposte arrivano, immediate.

La libertà, un concetto così difficile da interpretare. Forse ora sono libera dai legami, Luca se ne è andato cinque anni fa. Ora a sessantasette anni mi godo la meritata pensione. Posso affermare di essere finalmente libera? Nonostante l’età non credo di aver acquisito quella famosa saggezza che porta con sé il trascorrere del tempo. Ho ancora quella insicurezza che avevo a quattordici anni, anzi, forse con il tempo è aumentata. Sono libera dai legami sociali, dalle incombenze del lavoro, decido della mia vita e dispongo delle mie cose, ma in fondo non mi sono mai liberata da me stessa, dal mio modo di essere. Un pesante fardello che trasporto sulle mie spalle fragili, un peso sempre più grande che mi porterò fino alla fine dei miei giorni.

L’immagine piano si dissolve, ora che ho avuto le mie risposte posso tornare alla realtà. Pian piano il corpo diviene leggero, provo a muovere le dita, riesco ad aprire gli occhi. La stanza ora è completamente buia. Mi sollevo e rimango seduta sulla sponda del letto, le membra ancora intorpidite, la mente ottenebrata dallo stordimento, l’animo turbato.

Raggiungo la finestra, spalanco le imposte. La luna ha compiuto il suo percorso, ora si staglia nel manto nero della notte. Respiro profondamente, l’aria sa di resina e aghi di pino.

Allora è vero che nella vita a volte è impossibile cambiare? Chissà se ha un senso cercare un percorso diverso, nell’illusione di sovvertire lo stato delle cose. Forse il destino di ciascuno è già scritto, l’insicurezza dell’adolescenza mi tiene ancora compagnia e sarà con me fino alla fine.

Tirò fuori dal sacchetto le foglie, le lascio cadere, brillano alla luce della luna. Il viaggio per me è finito o forse chissà, sono ancora in tempo per decidere se accettare il destino, oppure lottare, incanalarmi in un tortuoso cammino e raggiungere finalmente la meta…

 

 

All’ospedale

LOgo ospedale

Mi sono seduta su una sedia di fronte alla reception e mi sono sentita estremamente a disagio. Il motivo non riesco a comprenderlo ma la sensazione dentro di me era palpabile. Forse perché l’orario delle visite inizia tra 30 minuti, forse… Il motivo del mio muovermi agitata e ansiosa sulla panca appare chiaro, nel momento in cui mia madre mi vede in attesa.

Si avvicina e mi chiede subito di Jake, il nostro cane. So che è preoccupata per lui e lo sarà ancor di più, quando le dirò che l’ho lasciato con la nostra vicina di casa.
“La signora Larry?” esclama fuori di sé in un accesso di collera furibonda. Non riesco nemmeno a replicare che riprende a sbraitare. “La signora Larry è pazza! Non lo sai? Lei strepita furiosamente coi ragazzi che giocano davanti alla sua casa. Jake non sarà minimamente al sicuro con lei! Non posso rimanere un minuto più a lungo in questo ospedale. Portami via immediatamente di qui”.

Come una promessa difficile da mantenere, le ho detto che sarebbero stati ‘solo un paio di giorni’ ma sapevo che le stavo mentendo spudoratamente. Mi sono sentita in colpa verso di lei e sto pronunciando alcune frasi di circostanza, quando da una porta laterale esce un’infermiera visibilmente contrariata.

“Signora, perché è qui e non nella sua stanza?” le dice con tono poco cortese, mentre l’afferra per un braccio con malagrazia. “Gli ammalati non possono uscire dal reparto!”

Poi spariscono inghiottite dalla porta, dalla quale era uscita, mentre mia madre, visibilmente contratta e furiosa, si dimena per tornare da me.

So che non l’avrei potuto aiutare nel suo proposito, perché deve restare ricoverata per un tempo più lungo dei pochi giorni che le avevo detto. Tuttavia Jake deve rimanere in custodia alla signora Larry. Non ci sono altre soluzioni possibili.
I miei pensieri sono interrotti da una presenza di una persona, che mi appare all’improvviso di fronte a me. E’ un bel giovane che non ha l’abbigliamento adatto per un ospedale. Una giacca sgualcita di alta sartoria, un paio di pantaloni di Armani elegantissimi. Una camicia bianca di seta con una vistosa cravatta gialla. Delle scarpe di vernice, più adatte a una cerimonia nuziale che in un posto per ammalati. Lo guardo un po’ basita, mentre lui si avvicina per domandarmi qualcosa.
“Sai quando inizia l’orario delle visite?” mi chiede con voce poco sicura.
“Tra mezz’ora” rispondo ancora un po’ turbata per la comparsa di mia madre.
“Oh!” esclama tra il sorpreso e il rassegnato. Si siede accanto a me, senza porsi la domanda se io voglia accettare la sua presenza. Comincia a parlare come se mi conoscesse da una vita. Questo mi infastidisce un po’. Non mi piace dare troppa confidenza agli sconosciuti.

“Questo è un buon ospedale?” mi domanda, guardandomi negli occhi.
“Presumo di sì. So che molta gente è guarita perfettamente qui. Almeno è quello che si racconta” gli dico con un leggero sentore di ridicolo nella mia voce.
“Te lo chiedo, perché mia moglie è ricoverata qui da un paio di giorni per un intervento chirurgico. C’è stato un incendio in casa nostra. Ero all’estero per un incontro d’affari. Appena mi hanno informato, ho preso il primo aereo ma viaggio è durato oltre due giorni” esclama tutto d’un fiato.
“Capisco” rispondo laconica. Non riuscivo a comprendere perché desse tutte queste informazioni a un’estranea. “Questa è la tipica maniera di scaricare su uno sconosciuto un sacco di notizie per condividere con lui ansie e tensioni” riflettei rapidamente senza dimostrare il mio disappunto.

“Mi hanno informato che era un infortunio lieve, da nulla. Allora mi domando perché devono eseguire un intervento chirurgico?” comincia, iniziando la conversazione.
“Non sono sicura ma secondo me lei sta migliorando. Non ti preoccupare” cerco di rassicurarlo, anche se dubitavo alquanto delle mie parole.

“Non è stato sicuramente un incidente di poco conto, se necessita di paio di interventi” afferma con voce turbata.

A sentire quest’ultima affermazione il mio cervello va in tilt, perché avevo sparato una grossa cavolata, perché la diagnosi non era sicuramente valida. Non so come rimediare alla gaffe, quando un suono provvidenziale mi salva in corner.
E’ il suo telefono, che squilla.

“Ciao tesoro, mi dispiace ma non posso tornare a casa subito. Sono in ospedale. Torno presto. Va bene?”

Rimane un po’ in silenzio, prima di chiudere la conversazione. Non sono riuscita ad afferrare le parole di risposta. Mi domando chi poteva essere al telefono da essere chiamata affettuosamente ‘tesoro‘. Sono curiosa di sapere e la mia curiosità viene presto appagata.
“Era la mia bambina” mi dice, guardandomi fisso negli occhi.
“Quanti anni ha?” gli chiedo cercando di mascherare il mio interesse.
“Ha sei anni. Questa è la sua fotografia”.

Mi mostra l’immagine di una ragazzina carina, vestita come una principessa, seduta sulle ginocchia di una donna bellissima con i capelli color dell’oro, che cadono con grazia sulle sue spalle, e con due occhi nocciola brillanti e vivaci.

Osservo con attenzione quel viso di donna e non riesco immaginare cosa possa esserle successo. Mentre rifletto su questa foto, sento la sua voce piena di gioia.
“Se non hai fretta, potresti accompagnarmi da mia moglie e dirle ‘
ciao‘”.

La richiesta mi prende in contropiede e non riesco a rispondergli negativamente. Da mia madre ci andrò dopo. Dopotutto non sta male, ha necessità solo di un piccolo e banale intervento alla vena della gamba sinistra.
“Va bene” gli confermo con un cenno del capo.

“Grazie” replica mentre nota che la mezz’ora è già trascorsa. Mi prende una mano e mi aiuta ad alzarmi per raggiungere le porte dell’ascensore. Quando arriva, preme il pulsante col numero 3. Silenzioso sale, mentre il display indica 1, 2, 3. Si ferma al terzo piano. Usciamo dirigendoci verso una porta poco distante.

“Mi hanno detto che si trova nella stanza 333” mi dice indicandomi una targhetta posta di fianco a un porta bianca chiusa. Mi tiene sempre per mano come se avesse paura che io scappi. Entriamo. Sono morta a quella vista.
I suoi capelli d’oro cadono con grazia sulla sua spalla sinistra ma gli occhi nocciola non sono così brillanti come nella fotografia che mi ha appena mostrato. Il volto è talmente sfigurato, che è praticamente impossibile pensare che siano la stessa persona.
“Tesoro, sono qui” mormora, avvicinandosi al letto.
“Bene. Lei è il marito?” esclama un’infermiera, che era comparsa silenziosa alle nostre spalle. “Tra non molto la muoviamo per cambiarle reparto”.

Io ho un sussulto di paura, perché non mi aspettavo quella presenza imprevista. Mi osserva curiosa, forse domandandosi chi sono, visto che continuava a tenermi per mano.

Per la prima volta da quando l’ho incontrato, è silenzioso e pare non curarsi dell’informazione ricevuta. Non può essere diversamente. La visione avrebbe ammutolito chiunque, anche chi fosse stato preparato a quella vista.
“Tesoro, c’è qualcosa che non va in me?” domanda la donna, osservando i nostri volti terrei e sbiancati.
“No, assolutamente no. Come ti senti?” le domanda, cercando di modulare un tono premuroso.

La sua voce è ruvida, incerta, ben diversa da quella che avevo ascoltato pochi istanti prima.
“Mi sento strana” risponde lei, tentando di sorridere. Il volto della donna assume un bizzarro ghigno ben differente da un sorriso. L’uomo la guarda perplesso. Non sa cosa risponderle per rassicurarla.

“Le hanno dato degli antidolorifici” lo informa con premura l’infermiera, che è rimasta accanto a noi, per rispondere alla domanda inespressa.
“Stai notando qualcosa di anomalo in me?” gli domanda preoccupata per il silenzio del marito.
Mi sono sentita morire dentro, perché il mondo è ingiusto!
“No tesoro, sei bella come sempre”.

L’isola felice delle mucche

Quel giorno, sull’isola felice delle mucche, il sole splendeva serafico. Le nuvole apparivano magicamente nel cielo azzurro splendente. L’aria incontaminata si nascondeva in mezzo all’erba verde della grande prateria con fare birichino. Da lontano, aguzzando la vista, si potevano avvistare le antiche e possenti statue mitologiche, che rappresentavano le gesta delle mucche sagge. Sin dal principio, esse avevano governato impavide quelle terre, rendendo assai felice e orgogliosa l’isola stessa. Poi però, per una disgrazia infondata, le mucche si diradarono nel nulla cosmico e al loro posto, anni più tardi, arrivarono in volo fin troppe oche selvatiche : le nemiche arcigne delle mucche. In un tempo indefinibile, le oche conquistarono l’intero territorio del sud-ovest, dettando legge a chiunque si presentasse dall’alto della costa. La loro particolarità insopportabile era quella di sfoggiare mille colori diversi durante l’anno. L’estate assumevano un color giallo coccodrillo, l’inverno invece, un color rosso papaia . Nessuna di loro però, fino a quel giorno, era a conoscenza che dall’altra parte dell’isola, a sconfinati chilometri di distanza, una mucca solitaria – l’ultima rimasta dopo un centinaio d’anni – pascolava placidamente, anch’ella ignara della presenza delle altre creature. Era chiaro che tra le due razze ci fosse una guerra aperta da immemorabili secoli. Così, quel giorno accadde un fatto casuale a dir poco elettrizzante: un’oca viola si spinse oltre il confine est, e quando notò la forma inconfondibile di una mucca a macchie nere, tornò indietro starnazzante, avvertendo il resto dell’intera popolazione: «Una mucca! Una mucca a nord-est!» urlò.
L’allarme risuonò per tutto il perimetro, segnato come confine. Le nemiche non dovevano e non potevano oltrepassarlo. La sagoma della mucca diventava sempre più nitido mentre si avvicinava a quella linea invisibile tracciata sul terreno che non poteva essere valicato. Le oche viola si disposero a difenderlo a costo di rimanere sotto gli zoccoli della loro nemica.
“Però è strano che si avvicini senza paura” disse l’oca Violetta, aguzzando la vista per inquadrare eventuali altri invasori.
“Perché?” le domandò l’oca Rossina, che era ancora giovane e inesperta.
“Lo sa che l’accoglienza non sarà amichevole. Eppure ha un comportamento strano”.
La mucca continuava tranquilla ad avvicinarsi alla linea proibita come se questa non fosse mai esistita.
“Ferma o siamo costretti a usare la forza!” intimò con voce stentorea Gander il Rosso, che comandava l’esercito delle oche, già schierato a difesa dei confini.
“Perché?” domandò la mucca Pezzata.
“Non siete gradite e poi siete le nostre nemiche” rispose il comandante, gonfiando il petto ed ergendosi per quanto consentiva il collo.
“Ma vengo in pace” replicò serafica e serena la Pezzata.
“Non importa. Fermati dove sei!”.
La mucca si fermò, brucò alcuni ciuffi d’erba particolarmente saporiti ed emise un sospiro.
Le guardò e decise di proseguire.
Le oche verdi, che rappresentavano il corpo scelto, aspettavano un grido e si sarebbero scagliate contro la Pezzata, che continuò a masticare con calma dei fili di erba medica.
Il confine invisibile, che vedevano solo I difensori, era sempre più vicino, mentre Gander il Rosso era sempre più agitato.
“Che faccio?” si disse, preoccupato. “E’ solo una mucca ma sarà sola oppure ce ne sono delle altre?”
La Pezzata le guardò con occhio bovino e con la coda scacciò alcuni fastidiosi tafani.
“Non vale la pena di fare amicizia con queste stupide oche” e si girò ritornando da dove era venuta.