Il temporale

favola. il temporale

Il temporale non sapeva di essere un temporale. Per lui il tempo normale era quello, non immaginava che potesse esserci qualcosa di diverso oltre al vento, la pioggia e l’umidità.

Fin da piccolo, quando era una giovane perturbazione di collina, era abituato a soffiare e spostarsi seguendo il vento nelle sue infinite peregrinazioni; a volte tornava più e più volte a bagnare le stesse terre come se non avesse fatto bene il proprio lavoro la prima volta e da queste ripetizioni imparava e cresceva prendendo sicurezza nelle proprie capacità.

Un giorno scoprì il tuono e si spaventò; per parecchio tempo si limitò a fornire una semplice pioggerellina per paura che si ripetesse quella roboante esperienza ma il vento, che la sa lunga, gli spiegò che per diventare grandi occorreva superare la Prova del Tuono.

Lui non voleva, piccolo come era. La sola idea lo sconquassava fin nelle nuvolette più piccole strizzandole di lacrime.

Poi venne un pomeriggio d’estate. Tutto era pace e frinire di cicale, il rumore del silenzio era assordante, il caldo lo alimentava e lo faceva crescere come mai gli era capitato fino a quel momento.

Il vento amico capì che era arrivato il momento giusto e iniziò a soffiare gentilmente ma con fermezza un’aria fresca fresca proprio nel mezzo dei grandi cumuli bianchi, rendendoli a poco a poco grigi come i vecchi lupi.

I cumuli si guardarono l’un l’altro sorpresi per questa trasformazione e capirono di essere diventati grandi; era arrivato i momento che capita sempre nella vita di un piccolo temporale e il grigio si trasformò in nero in un lampo e il lampo in tuono e il tuono in un susseguirsi di rimbombi pervadendo la campagna.

Il temporale non ebbe il tempo di spaventarsi. All’inizio si tappò le orecchie con un batuffolo di nuvola ma poi prese gusto a tutto quell’inebriante fragore pensando: “sono io che faccio tutto questo!”

E poi un momento di silenzio, ma solo un attimo, in cui tutto si fermò. Poi fu la pioggia che divenne protagonista alleggerendo le fatiche delle nuvole squassate dal vento e furono le risate sincere di un giovane temporale che salutarono l’arrivo dell’arcobaleno, come un premio per essere stato bravo.

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IL GATTO TIRANNO

I gatti maschi, si sa, spesso non vanno d’accordo e se sono fratelli, presto se lo dimenticano.
E questa fu la fortuna del topino, che malgrado la sua rapidità, era finito nelle grinfie del gatto più forte dell’intero quartiere. Era un gatto siamese di dimensioni impressionanti, tanto che, per la
sua forza e per la sua cattiveria, era soprannominato: il tiranno.
Il topolino stava tra le zampe del gatto e aveva il cuore che gli batteva a mille e la paura che gli paralizzava i piccoli muscoli. Aveva perso ogni speranza e il suo forzato irrigidimento stava esasperando il gatto, che non aveva certo la voglia di starsene a giocare con un topo che non gli dava soddisfazione. Ogni tanto gli dava qualche spintarella con l’enorme zampa per indurlo al movimento, ma il topo era troppo spaventato per muoversi. Stava immobile, ma era attivo con il cervello, tanto che d’improvviso ebbe un’intuizione che quasi per magia gli permise di muovere almeno i muscoli facciali e porre una domanda: “Tiranno?” Il gatto rispose.
“Senti”, aggiunse il topo, “sai che tuo fratello Esposto, quando mi catturò, mi diede l’opportunità di tornare alla mia famiglia, di salutarla, con la promessa di tornare poi tra le sue grinfie?”
“Ma vedo che non l’hai fatto se sei ancora qui a raccontarmelo” rispose severo il siamese.
“Invece no”, rispose sicuro il topo. “Sono tornato da lui, perché lui mi ha dato un’opportunità grande e ad un gatto così galantuomo non si può disubbidire”. “E perché dunque sei ancora vivo?” domandò perplesso il tiranno. “Perché poi, per aver mantenuto la parola, mi ha fatto la grazia. Ah, lui sì che è un gatto nobile!” recitò il topolino. “Pensi che io non lo sia?” chiese il gattone. “Questo non lo posso ancora dire”, disse astutamente il topolino.
“Ti faccio anch’io la grazia”, sostenne il siamese, che non voleva essere da meno di suo fratello, che tra l’altro non gli stava nemmeno simpatico, soprattutto perché era amato da tutti per la sua gentilezza e per la sua simpatia. “Ma ti do pochi minuti per tornare qui tra le mie grinfie.”
Il topo fece un inchino, ringraziò e tornò a casa, ma sparì per sempre dalle grinfie del tiranno.

di Stefano Re