no news, good news

no news, good news” questa frase può rendere ciò che può essere un’unità di terapia intensiva neonatale, perché è di questo che andrete a leggere.

Da dove partire? Partiamo dalle basi, l’autore! Per chi come me ha da sempre avuto un’attrattiva per ciò che può essere il mondo della psicologia, venire a conoscenza di questo libro e di quelli che sono gli studi dell’autore, Marcello Florita, è quasi una fortuna! Vi consiglio, se volete approfondire, di andare sul suo sito marcelloflorita.it

Ciò di cui vi vorrei parlare è “Come respira una piuma” un libro pubblicato in prima edizione nel 2016 da Ensemble a Roma, con il patrocinio di “Vivere Onlus” una delle associazioni italiane per la neonatologia.

Un romanzo caratteristico nel suo definirsi tale, in quanto prende forma e si delinea attraverso i pensieri dell’autore, nei mesi successivi che seguono una nascita gemellare.

Riflessioni, pensieri, immagini descritte, nozioni mediche e ricerche scientifiche.

Un babbo in “sala d’attesa”. Un padre “irregolare” che assieme alla propria compagna intraprende un viaggio di scoperta fatto di ansietà e preoccupazioni, gioie inaspettate e sperate, assieme ad altri genitori “irregolari” della TIN.

Un’esperienza genitoriale che agli inizi descrive come “negata” o meglio, fatta di mancanze.

Mancanza del contatto, di poter abbracciare il proprio figlio, poterlo sentire tuo, poterlo accarezzare e sentirne la pelle, il profumo.

L’autore in una breve intervista esprime come l’essere genitori all’interno di una TIN sia, in senso metaforico, come esseremigranti in un luogo non conosciuto, inserito all’interno di un’istituzione, un mondo da conoscere, da apprenderne il linguaggio con la quale famigliarizzare passo dopo passoconclude “finché non l’hai provato, non sai cosa possa significare”.

Si antepone un senso di limite, di distanza, tra il desiderio di essere genitore e tutto ciò che compone un reparto di TIN: incubatrici, monitor, tiralatte, C-pap. E poi ancora, lettini, fasciatoi, consegne infermieristiche ed orari di terapia…medici, infermiere e “zie”. Già, le zie!

Un racconto che spazia dall’onirico, sogni paragonati a “quadri impressionistici dai colori nitidi” a ciò che accompagna nel quotidiano, gli amici e i propri famigliari, le incombenze di un frigo da riempire e orari di lavoro da seguire.

Un quadro realistico di come possa essere definita “precariala realtà, la nostra realtà, fatta di incertezze, di “no news, good news”.

Così, durante un mese di Aprile di un anno differente, rielaboro quella che è stata la mia esperienza, consiglio questa lettura per più motivi.

Una coppia che vive una realtà non molto diversa, chi ricopre un ruolo professionale all’interno dell’ambiente ospedaliero, oppure, per una studentessa del terzo anno infermieristica, alle prese con la sua prima tesi.

Con l’augurio di far vostre queste parole “basta un termine, una parola indossata orgogliosamente e tutto ci può apparire in modo diverso, più digeribile e metabolizzabile”. Prima di iniziare i miei passi all’interno di questa unità non sapevo, non conoscevo e temevo. Talvolta la vicinanza fisica, tra le espressioni dei genitori accanto ai loro cuccioli e pratiche burocratiche di una cartella ospedaliera, è stata carta vetrata sotto le mani, ma inevitabile, come sapere che “così funziona, così è”. Per questo almeno, proverò nel mio, a promuovere un progetto di sensibilizzazione attraverso la mia tesi, verso ciò che “non puoi capire se non provi”, ma puoi conoscere per iniziare a capire.

Musa

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Confini Improbabili

Confini improbabili
sono quelli tra la mente ed il cuore
come la terra, concreta, dura, consistente
si accosta dolcemente al mare, fluttuante e inafferabile
è una linea sottile, che unisce due universi paralleli
seppur così distanti.

Il rumore del mare è come la voce del cuore
un richiamo irresistibile per la sua terra
che accoglie le sue onde
si lascia carezzare
si lascia modellare
improbabili amanti
come certi amori impossibili
che durano per sempre.

La Sintesi degli Opposti

Sono al centro,

nel mezzo, nel cuore del mio piccolo universo quotidiano.

Sono come un pendolo,

mi sposto lentamente da un’estremità all’altra,

in moto perpetuo senza sosta

posso dispensare

Amore, Felicità, Tenerezza e Passione.

posso infliggere

Odio, Infelicità, Durezza e Indifferenza.

ondeggio tra ciò che è Bene e ciò che è Male.

tra la Realtà e la Fantasia.

tra la Verità e la Menzogna.

Sono Buio e sono Luce.

Sono Acqua  che inonda,

sono Fuoco che riscalda.

Sono il Tutto

sono il Niente.

Sono come Tu mi definisci..

la Sintesi degli Opposti“.

Come gocce di pioggia…

Quante volte vi sarà capitato di guardare la pioggia cadere, infinite volte. Ma quante, vi siete soffermati ad osservare, attentamente, quelle minuscole gocce d’acqua, oppure avete seguito con lo sguardo il loro percorso sui vetri di una finestra o di una qualsiasi superficie trasparente. E’ davvero stupefacente accorgersi delle mille peripezie, delle traiettorie inaspettate che queste piccole perle d’acqua sono in grado di affrontare.

In un lungo pomeriggio invernale me ne stavo intenta nella lettura di un romanzo di avventura. La mia attenzione fu attratta però dal tamburellare della pioggia incessante sui vetri della grande finestra del soggiorno. Il fragore ovattato di un tuono in lontananza prefigurava l’avvicinarsi di una gran temporale. Pioveva da diverse ore ormai. Il cielo incolore rendeva il paesaggio slavato, come in una foto in bianco e nero. Le mille gocce si rincorrevano veloci su quel vetro opaco, le seguivo con lo sguardo per scoprire quale sorte il destino avesse riservato loro. Alcune si precipitavano dal cielo con una tale violenza da dividersi, in tanti minuscoli rivoli, che percorrevano brevi percorsi, in direzioni opposte. Altre gocce, più grandi resistevano all’impatto e s’andavano ingrossando, man mano che si univano alle altre gocce incontrate sul loro cammino. Diventavano enormi, resistevano a lungo, fino al limitare della finestra, dove però, inevitabilmente terminava la loro folle corsa.

Quest’immagine delle gocce di pioggia, del loro tortuoso percorso mi induceva a riflettere su quanta similitudine esistesse tra loro e la fragile vita degli uomini. Non siamo anche noi, forse, minuscole gocce, in balia di una sorte incerta, della forza impetuosa del vento, del rombo potente di un tuono di una vibrazione, di un qualsiasi evento improvviso che può travolgerci e cancellarci.

Siamo gocce, che incontrano altre gocce. Uniamo i nostri destini, ci separiamo forse, seguiamo traiettorie diverse. La nostra speranza è legata all’effimera durata di un temporale. Sappiamo che poi tornerà infine il bel tempo e che un tiepido raggio di sole illuminerà la nostra eterea essenza dissolvendo dolcemente le nostre vite passeggere…

L’OTTAVO CLIENTE

(dal diario di Ingrid)
Anche oggi è passato.
Siamo come cozze aggrappate agli scogli, ma fragili come le foglie di un bonsai.
Rincorriamo la gioia e poi la buttiamo per mancanza di fiducia.
Oggi sono stata con sette clienti. Otto per la precisione, anche se l’ultimo non mi ha pagata.
Faceva caldo questa sera. Non sopportavo l’odore di alcuni clienti.
Le zanzare mi hanno ridotta ad una macchia rossastra.
Ho guadagnato abbastanza per essere soddisfatta. Domani riposerò.
Il primo cliente non era niente male. Abbastanza giovane, moro e con un fisico allenato. Mi ha portata in hotel. È stato molto carino, mi ha offerto da bere e poi ha cominciato a parlare. Diceva cose interessanti, ma gli ho ricordato che eravamo lì per altro. Così s’è spogliato e abbiamo fatto l’amore. È durato poco, ma è stato intenso. Nel rivestirsi è scoppiato a piangere. Gli ho chiesto cosa avesse, ma lui stava in silenzio scuotendo il capo. Ho insistito e mi ha parlato di sua moglie. Singhiozzava. Mi ha detto che la moglie è morta circa un mese fa in un incidente stradale. Non avevo tempo per consolarlo, così ho detto di farsi coraggio, ché prima o poi ne avrebbe trovata un’altra. Mi ha guardato e ha scosso il capo. “Che Troia”, mi ha detto. L’ho insultato, poi mi ha riaccompagnata tra il caldo le zanzare.

Il secondo cliente me lo ricordo per l’odore del suo alito. Mentre si faceva all’amore, dovevo continuamente scansarlo puntando forte i palmi delle mie mani sulle sue spalle robuste. Si avvicinava con il viso cercando di baciarmi; così ho deciso di dirglielo. Gli ho detto che l’alito era peggio di una discarica e che se non la smetteva di avvicinarsi, gli avrei conficcato due dita negli occhi. Mi ha guardata senza nemmeno fare una piega. Ha continuato a penetrarmi finché si è soddisfatto. Gli ho chiesto cosa provasse ad amare una puttana e lui ha risposto che non erano fatti miei. Mi pagava e questo doveva bastarmi. Poi ho insistito finché mi ha tirato uno schiaffo. Ho cercato di difendermi, ma la sua forza era davvero spropositata e così ho desistito e mi ha riaccompagnata tra le zanzare. Ero disgustata più per l’alito che per il suo schiaffo.

Cosa ho fatto di male per finire sulla strada? ma in fondo ci guadagno anche.

Il terzo cliente era davvero molto bello. Peccato che venga da me poche volte. Gli ho chiesto di sposarmi, ma lui ha risposto con una battuta. Ha detto che non saprebbe come mantenermi. Gli ho risposto di non preoccuparsi, perché un lavoro ce l’ho! Si è messo a ridere. Ho fatto spallucce. Mentre facevamo l’amore gli ho chiesto come mai portasse al collo una croce. Non mi ha risposto. Ho insistito. Mi ha detto che tutti abbiamo bisogno di credere in qualcosa. Gli ho detto che è superstizione. Mi ha risposto che forse lo è, e che comunque non sono fatti miei. Ho insistito. “Quell’uomo lì è morto in croce per salvarci”, gli ho detto. Lo so, ha risposto. Tu ci credi? M ha risposto di sì. Allora gli ho chiesto come mai venisse da me. Ha risposto che non sono io la sua coscienza.

Ad un certo punto si è presentata una pattuglia della polizia. Ho avuto paura. Ho dimostrato che sono in regola, che i miei documenti sono regolari. Mi hanno risposto che comunque devono controllare. Uno mi ha domandato se fossi bionda naturale. Ho risposto di sì. Mi ha chiesto quanto volesse per fare l’amore e se mi sono rifatta il seno. Gli ho risposto. Mi ha detto va bene. Gli ho fatto notare che l’amore fatto così è amore mercenario e che per un poliziotto prima di tutto c’è il rispetto delle regole. Ha risposto che le regole si fanno rispettare solo ai nemici, e che per gli amici si adattano. Ho abbozzato una smorfia di disapprovazione che lui non ha nemmeno colto. Si è abbassato i pantaloni e abbiamo fatto ciò per cui sono pagata. E se mi rifiutassi? gli ho chiesto. Mi ha detto che con la legge non si scherza, che basta poco per diventare nemici. È abuso di potere gli ho detto. Si è messo a ridere e se n’è andato. “Conta sopravvivere”, ha aggiunto.

Il quinto cliente di questa sera era una donna, una bella donna. Alta, mora, fisico statuario. Mi ha chiesto se la seguivo in motel. Sono salita sulla sua auto (credo una Mercedes) ed ha subito cominciato ad accarezzarmi le gambe. In stanza è stata molto discreta. Ha voluto che mi spogliassi e quando ero completamente nuda mi ha invitata a rivestirmi. Ho trovato il comportamento decisamente strano. Le ho chiesto spiegazioni. Mi ha risposto che non ne dà. Lei compra il tempo degli altri e ne fa ciò che vuole. Anzi, ha aggiunto che è stupido fare domande a chi compra il tuo tempo. Ho risposto che se il tempo è mio, posso fare tutte le domande che voglio. Mi ha detto che solo i soldi comprano il tempo e lei di soldi ne ha. Ho risposto di pagarmi e riportarmi tra le zanzare. Mi ha detto di no! Al che ho cominciato ad urlare e lei ha fatto per tirarmi un ceffone. Ho schivato il colpo e sono scappata fuori dalla stanza. Mi ha gridato di non fare scherzi e mi ha allungato un po’ di banconote. Ho fatto di necessità virtù e mi sono fatta riaccompagnare al mio posto. Prima di salutarmi mi ha chiesto scusa.

Il sesto cliente era un signore sulla settantina. Si è presentato in giacca e cravatta sul suo bel macchinone pulito e ordinato. Mi ha chiesto se potevamo appartarci per parlare un po’. Ho risposto che bastava pagasse. Ha detto che non c’erano problemi. Mi ha domandato immediatamente perché non smettevo di lavorare sulla strada; ha aggiunto che mi avrebbe assunto nella sua villa come domestica e che mi avrebbe pagata bene, ma quando gli ho chiesto quanto, ho capito che non avrei mai guadagnato come guadagno con questo lavoro. Gli ho detto anche che dovevo pagare alcune persone che mi avevano permesso di arrivare in Italia, ma gli ho spiegato, soprattutto, che non accettavo, perché questo mestiere è come una droga; i soldi che guadagni con il sesso ti danno alla testa. Mi ha chiesto allora se sono ricca e ho dovuto rispondere che questo mestiere mi fa guadagnare abbastanza per fare la bella vita, e che per fare la bella vita è necessario spendere. Mi ha guardato stupito e poi ha allungato le mani rugose sul mio seno. Dopo mi ha riaccompagnata tra le zanzare.

Il settimo cliente un cliente è un cliente di vecchia data. Mi chiede sempre di fare la stessa cosa; in fondo mi piace fargliela e poi è davvero un bel ragazzo. Dice di essere sposato, ma anche di avere un’amante. Gli ho chiesto cosa prova ad andare con così tante donne; mi ha risposto che è questione di prestigio. Oggi, dice lui, oggi l’amore deve essere libero, è questo il segreto per far andare bene le cose con la propria moglie. Gli ho detto che per Blake il matrimonio è la prigione dell’amore, e lui ha annuito. Mi ha spiegato che per far durare il matrimonio è necessario tradire. Gli ho chiesto se la moglie lo tradisce, e lui ha risposto che senz’altro lo fa. Mi ha detto che è giusto che lei lo faccia. Tradire, dice lui è il segreto per stare insieme più a lungo. Non sono molto d’accordo, ma finché mi paga preferisco dargli ragione. Mi ha detto, una volta, che di me gli piace il fatto che siamo sempre d’accordo sulle questioni che riguardano l’amore e la vita di coppia. E da quel giorno gli do sempre ragione. Un amico che paga è più che un tesoro. Mi ha chiesto di uscire un giorno con lui e la moglie, ma io ho preferito declinare. Gli inviti sono il segreto di questo lavoro, ne sbagli uno e sei rovinata. Ma non credo che il mio rifiuto l’abbia rattristato; a lui della moglie importa poco, questo è ciò che penso. Quando mi ha salutata ci siamo anche baciati. È l’unico cliente da cui mi faccio baciare. Che labbra!

A volte vorrei smettere di fare questo lavoro, ma so che è una volontà passeggera. Solo il suicidio mi potrebbe davvero convincere.

L’ottavo cliente non mi ha pagata. Mi ha guardato negli occhi, mi ha chiamata per nome e poi mi ha chiesto di seguirlo, ma non ho accettato. Ho avuto paura. Mi ha detto di non avere paura, che la sua parola mi avrebbe liberata. Forse è un pazzo. Eppure nel suo sguardo c’era tanta serenità e tanta comprensione. Mi ha detto che nella sua casa avrei preceduto molte persone, ma io della sua casa non conosco nemmeno i piani. Mi ha chiesto se gli credevo, ma io ho risposto di no. Mi ha preso le mani e mi ha chiesto se amo la vita. Gli ho risposto di sì, e che della mia vita sono anche orgogliosa. Ho anche aggiunto che di questo lavoro un po’ mi vergogno, ma è Dio o chi per lui che ha deciso così. “Basta avere fiducia”, mi ha detto. Ho risposto che di fiducia ne ho avuta fin troppa e che sono un po’ stanca di averne ancora. Mi ha chiesto il perché e ho risposto che fidarsi è come chiedere a qualcuno di pigliarci a calci in culo. Ha sorriso. È stata la prima volta che un uomo mi ha guardata senza volermi possedere. Ha detto che mi amava come si ama una figlia, e che non era morto per nulla. La mia sofferenza, ha aggiunto, allietava la sua, ma dovevo prenderne coscienza e far sì che la mia vita tornasse ad essere piena di speranza. Come quando da piccola cercavo la mano di mia mamma. Sembrava un pazzo. “Non ti giudico”, ha aggiunto, “preferisco aspettarti”. A quel punto si è fermato un cliente ed è stato proprio in quell’istante che ho capito che quell’uomo potevo vederlo solo io. Ho mandato via il cliente e sono scoppiata in lacrime. L’ottavo cliente se ne stava andando; tornerò, ha aggiunto.

Io però, continuo ad avere paura.
Mio Dio perché ci abbandoni?

(di Stefano Re)

Avventure di una Promoter alle prime armi

bambolavoodooGiorno 1:

Shorts minuscoli, infinitesimali, bianchi e trasparenti. Ovvio. Chiappe al vento e vedrete che la gente si ferma ad ascoltarci. Maglia sintetica, effetto sauna garantito, perché il sudore sotto il sole di luglio fa tendenza. Pettorina altamente infiammabile, tanto per essere sicuri dell’efficacia dell’effetto sauna, grazie. Cappellino rosso, così ci differenziamo dalle volontarie di Save the Children: che sia chiaro, noi siamo promotrici della telefonia fissa e di Internet velocissimissimo.

Siamo in mezzo alla strada, così tutti i passanti possono scannerizzarci il posteriore e impariamo a riconoscere la fauna locale:

Prima tipologia: il turista

-Scusi, vuole partecip…

-Sorry, I don’t speak italian/ Lo siento, no hablo italiano / Ich spreche kein italienisch

-Oh sorry…

Per noi tristemente inutili, ma sempre piuttosto gentili.

 

Seconda tipologia: il cafone

-Buongiorno, vuole…

-No (dito sventolato in faccia: sono odiosi) / No, grazie (meglio) / Ho fretta (ed entrano nel negozio a fare a shopping camminando alla velocità di un bradipo stordito: ok che ti rompo le scatole, ma almeno non dire cavolate che scema non sono)

La maggior parte dei casi

 

Terza tipologia: ragazzine che non hanno mai lavorato in vita loro, mantenute da papi

-Ciao, vorresti….

(sguardo sprezzante e tirano dritto)

Vi auguro la disoccupazione eterna.

 

Quarta tipologia: i perduti

-Scusi..

-Ah cara, mi sai dire dov’è questo negozio/quella via…

oppure:

-Ah ho visto la pubblicità di quella tariffa…

-No guardi, non ne ho idea, noi promuoviamo solo…

-Ah ok, vado in negozio, ciao.

Perdita di tempo.

 

Quinta tipologia: i cavalieri erranti

-Ehi ciao…

-Ciao, ma certo ti lascio la mia mail, il mio numero, il mio contatto twitter, facebook, google plus, instagram, tutto quello che vuoi, magari poi ci rivediamo, se hai bisogno di contatti ti porto i miei amici.

Grazie cari, grazie di esistere, rimanete marpioni, guardatemi il c**o finché volete e a voi tutto il karma positivo dell’universo. Tra loro stanno anche gli ex-promoter solidali che sanno quanto stressante sia fermare la gente per strada tutto il giorno.

 

Sesta tipologia: il viscido

-Buongiorno signore, noi stiamo promuovendo…

-Oh che begli occhi che hai, sei bellissima, che sorriso, mi dai il tuo numero? Vuoi venire a prendere un caffè?

Almeno lasciano il contatto, però è patetico, davvero, tirano delle pezze infinite, stanno lì re a raccontarti la loro vita, intercalando il discorso con apprezzamenti vari alla beltà della giovinezza. Sorridiamo per mezz’ora pregando non ci vogliano baciare e abbracciare, ma puntualmente un disgusto-bacio sulla guancia o un orrido-abbraccio ci tocca concederlo. Maledetta diplomazia.

 

Settima tipologia: i realmente interessati

Stanno lì, ascoltano la promozione, lasciano il contatto volentieri, sono gentili e sono rarissimi, una specie protetta…

 

Ottava tipologia: i cacciatori di gadget

Ti impezzano loro

-Cosa regalate?

-Cosa devo fare per avere i braccialetti

-Ma regalate i tablet?

-Regalate schede telefoniche?

-Cosa mi dai? Ne hai anche per nipoti, zii, figli, fratelli, cugini, nonni?

Il più delle volte fanno solo perdere tempo

 

Nona tipologia: i troll

Ti tengono lì a parlare come un idiota, ti fanno spiegare tutto e ti guardano con sorrisetto sardonico (anzi sadico), annuiscono e chiedono ulteriori informazioni. Dopo un’ora che parli e hai la lingua secca e mal di gola o se ne vanno dicendo -No non mi interessa- (dovete soffrire tantissimo!!!) oppure lasciano un contatto finto convinti di essere dei simpaticissimi geni del male, soprattutto quando fanno firme dalla forma fallica o scarabocchi a caso (sì, siete davvero dei tenerissimi mattacchioni, spero finiate in un call-center nel reparto reclami.

 

Decima e ultima tipologia: gli haters:

Sono loro a puntare noi, si avvicinano come furie imbizzarite e cominciano a urlare. Odio il vostro operatore telefonico, ho una causa aperta da anni, mi è arrivata questa bolletta. Non possiamo fare altro che prendere dimessamente gli insulti e poi far notare che noi non abbiamo nulla a che fare con l’azienda, siamo assunte tramite un’agenzia esterna e che non siamo mai state abbonate a quell’operatore in tutta la nostra vita.

Gli insulti immeritati sono un ottimo modo per cominciare bene la giornata, non risparmiateci, davvero, ci piace, la nostra colazione dei campioni (tono acidoironico).

 

Giorno 2:

Chiappe più sode, gambe doloranti, ancora abbastanza entusiasmo.

 

Giorno 3:

Le risorse umane ci tampinano, hanno pretese, ci controllano, ci stressano, più otteniamo buoni risultati più vogliono. Ci succhierebbero anche il sangue se ciò li facesse guadagnare ulteriormente. Non dormono mai, chiamano e scrivono a tutte le ore del giorno e della notte per assicurarsi che come squali attacchiamo ogni passante inerme che incontriamo.

Non preoccupatevi, nessuno ci sfugge, aspettiamo a pelo d’acqua, siamo coccodrilli che aspettano che il branco di gnu venga ad abbeverarsi, siamo leoni che accerchiano le gazzelle spaventate. La città è la nostra giungla e nessuno è in salvo.

 

Giorno 4:

L’odio verso la gente è insopportabile. Ormai sono rimasti solo turisti inutili. Abbiamo impezzato tutto l’impezzabile. Ancora non cediamo allo sconforto, anche se la nostra vita sociale è azzerata e gli amici ci danno per disperse. Lavoriamo nei week-end e la sera siamo troppo stanche per esistere, non preoccupatevi però, ancora pochi giorni e sarà finita.

 

Giorno 5:

Desiderio di rinchiudersi in una grotta oscura, di ritirarsi nel deserto, di seppellirsi sotto il cucuzzolo di una montagna. Il prossimo che mi scannerizza il posteriore, che mi sventola il dito in faccia, che mi guarda con pietà o disprezzo, che mi tiene un’ora a parlare e poi non mi lascia il contatto giuro che lo mangio. Ho le chiappe d’acciaio a forza di camminare, l’abbronzatura da camionista, le abitudini alimentari completamente sballate e voglio dare fuoco a tutto. Sapevatelo.

 

Ora, questa storia non è ancora finita, ma qui la chiudo, prima voglio solo spiegarvi la morale. Innanzitutto non siate viscidi con le belle ragazze: gli approcci via facebook sono patetici e non è che se ho foto da promoter nel profilo allora hai il permesso di scrivermi alle otto del mattino; gli approcci per strada sono ancora peggio, sappiate che parliamo con chi ci prova perché siamo obbligate a farlo ma se provate a scroccare bacini in realtà desideriamo solo calciarvi tra le gambe; gli approcci da stalker sono anche peggio: vi vediamo quando ci seguite in giro per il centro, mettete i brividi e fate anche venire un poco di nausea!

La morale principale però è questa: quando incontrate ragazze disperate per strada abbigliate ridicolmente, abbiate per loro una parola gentile, aiutatele, non siate scortesi, stanno solo cercando di lavorare in questo mondo sommerso dalla crisi. Vi conviene anche perché ho intenzione di creare corsi di “Voodoo e Maledizioni Comparate” per Promoter stressate (uomo avvisato…)

Un appunto per chi si occupa di marketing: shorts bianchi?? davvero??? ma anche no cavolo, siete malati! E poi, promozioni a fine luglio??? sul serio?? cambiate spacciatore!! Grazie.

 

VanessaMedea