L’innamorato della Luna

Ecco.
Una figurina nera e agile corre per i tetti. Una distesa di tetti in ardesia. Fino a poco prima infiammati dal tramonto. Dove va? Sale, passa da un cornicione all’altro. Fiuta l’aria, schiva i piccioni. Toh, un gabbiano. Via, via di qua, uccellaccio prepotente, ho fretta sai! Via! Oh, volato via! Bene!
Una figurina nera e agile continua a correre, lungo i tetti, lungo i cornicioni, fra le ardesie. Corre, corre, corre. Dove va? Salta di qua, gira di là. Cerca un posto. Si arrampica per i muretti. Sale su, in cima a un tetto, davanti al mare. Lì si acquatta e aspetta. Cosa rende così inquieto un sottile micio nero?
Oh, ecco, finalmente! La candida luce della Luna. Ecco il suo amore, la sua passione. La Dea d’argento era quallo che aspettava. Seduto, la testolina inclinata, la guarda e la rimira, con occhi innamorati.

E.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – La nevicata

Sa questa splendida immagine di Etiliyle ho tratto l’ispirazione per questo nuovo racconto ambientato a Venusia. Lo so che la neve è un miraggio ma siamo d’inverno 😀

https://etiliyle.files.wordpress.com/2018/02/etiliyle-wordpress-com-luca-molinari-photo-etiliyle-blog-fotografia-pictures-poem-poems-poetry-poesy-pics-art-images-screenshot-share-e2809csnow-cold-winter-white-canon-eos-5.jpg?w=2000

Venusia non conosce mezze misure. Se c’è il sole, sembra un ferro incandescente e costringe la gente a mettersi al riparo, se non vuole andare arrosto. Se piove, la pioggia dura settimane e crescono i funghi in testa. Se c’è nebbia, beh! questa si può tagliare a fette per portarsi a casa roba spugnosa e maleodorante. Se nevica, un metro di coltre bianca non te lo leva nessuno.

Insomma, a parte in primavera e all’inizio dell’autunno, quando sembra che il tempo metta giudizio, nel restante periodo dell’anno è una gara agli eccessi.

Così tanto per non smentirsi l’inverno è sembrato ai venusiani che fosse arrivato un po’ precoce. Le piogge di ottobre sono state moderate, diversamente dal solito. Ha gocciolato per un paio di settimane ma nessun diluvio universale, come li aveva abituati negli anni precedenti. Poi qualche settimana di nebbia, ma niente di epocale. Sì, nebbia ma non particolarmente fitta. Ogni tanto qualche sprazzo di sole a bucare la coltre lattiginosa mai troppo spessa. In conclusione i venusiani si sono sfregate le mani perché questi due mesi stavano passando senza lasciare ricordi spiacevoli come negli anni precedenti.

Arrivati a metà novembre però li ha aspettati una sorpresa: cielo terso mai osservato in questo periodo e temperature da far concorrenza alla Siberia. I venusiani, tutti col naso rosso e congelato, camminavano a fatica per le strade ridotte a piste di pattinaggio. Gli abbracci e le pacche sulle spalle sono stati aboliti per il timore che chi li riceve possa andare in mille pezzi come un cristallo di Boemia.

I consumi di elettricità e di combustibile per il riscaldamento sono cresciuti rapidamente con andamento esponenziale. La legna per le stufe a pellet è diventata più ricercata dell’oro. A Ludi, vista l’assenza di rivendite a Venusia, non ne trovavi più. Tutto esaurito, mentre il mercato nero chiedeva cifre da capogiro per qualche metro cubo di legname. In conclusione i venusiani battevano i denti per il freddo.

Poi una sera sono arrivati nuvoloni bianchi come il latte da nord-est ma nulla ha fatto pensare alla sorpresa che ha colto i venusiani la mattina seguente. Venusia è bloccata. Nessuno riesce uscire dalla porta di casa. Mezzo metro di neve è la misura minima nei punti più fortunati. Per gli altri dagli ottanta ai cento centimetri si addensano sui portoni delle abitazioni. Di fatto bloccandoli.

Sofia guarda smarrita la coltre nevosa segnata solo dalle zampette di qualche passero affamato. Vorrebbe portare Tobia a fare il solito giretto dopo la notte passata nel chiuso della sua casa. Ha provato ad aprire la porta ma dalla fessura è entrato un rivolo di neve. A fatica, appoggiando tutto il suo corpo è riuscita a richiuderla. Dove la sera precedente aveva chiuso l’imposta non riesce ad aprirla. Ghiaccio e neve fanno da collante tipo super attack. I vetri non protetti dagli scuri sembrano fantastici merletti e pizzi bianchi.

«Tobia» spiega al meticcio che mugola impaziente, perché vorrebbe uscire. La neve non lo spaventa, anzi lo rende felice. «Siamo bloccati. Non si può aprire la porte».

Il cane la guarda con gli occhi pieni di sorpresa. È la prima volta che la sua padroncina non lo porta fuori a fare la sgambata mattutina. Non comprende quello che Sofia gli vuole trasmettere. Lui sa solo una cosa: deve uscire per soddisfare i suoi bisogni corporali. Va verso la panca dove si trova pettorina e guinzaglio per far capire l’urgenza dell’uscita.

Sofia scuote il capo in segno di diniego. Aprire la porta ha un solo significato: far entrare una valanga di neve nel piccolo ingresso.

Fuori c’è un silenzio irreale. Non sente alcun rumore. Va in cucina per controllare le scorte di cibo. “Per qualche giorno resisto” pensa aprendo frigo e sportelli. Per la legna non importa. Userà qualche stufetta elettrica se Vunel, l’azienda di elettricità e gas, tiene botta.

Sofia sta facendo l’inventario di cosa ha e cosa manca sempre seguita da Tobia che uggiola disperato, quando sente dei rumori provenienti dall’esterno.

Si affretta a correre dalla porta, che qualcuno batte. La apre con cautela e intravede il faccione rubicondo di Daniele. Ha due guance rosse e gli occhi lucidi per il fretto, tiene una badile in mano.

«Sofia ho liberato il vialetto d’ingresso» mormora col fiato che congela.

«Entra che ti faccio un bel caffè corretto con la grappa» ribatte Sofia allegra, mentre Tobia sembra un razzo infilando l’uscio aperto.

I due ragazzi ridono perché il cane non smette di urinare nel mucchio di neve accatastato di fianco alla porta.

Disegna la tua storia con un’immagine di Etiliyle – Da Sghego

Le cronache da Venusia si arricchiscono di un nuovo capitolo tratto da un’immagine di Etiliyle,

Buona lettura.

A Venusia c’è un solo bar e una trattoria e zero alberghi. Se un improbabile turista, un vero sfigato a essere sinceri, capita qui, dovrebbe tornare di corsa a Ludi.

Non c’è nulla da vedere degno di essere visitato, a parte il Castello. Però si deve trovare un venusiano disponibile ad accompagnarlo lungo il sentiero che inerpica dentro il Bosco degli Spiriti. A parte un paio di giovani e alcuni bambini che non temono inoltrarsi, il resto della comunità non lo fa. Supposto che Sandra e Riccardo, che non temono il Bosco degli Spiriti, facciano da guida, dopo una bella scarpinata il Castello, o la Fortezza come la chiamano i venusiani, è di uno squallore che mette angoscia. Intorno erbacce, dentro stanze vuote e polverose. Insomma un turista direbbe: «Tutto qui?»

Nell’unica piazza di Venusia c’è una fontana vuota, meta di colombi e altri uccelli. A memoria di venusiano non è mai zampillato un filo d’acqua e la vasca si riempe di foglie portate dal vento. Nel parco, un giardino con poca erba e qualche sparuto albero, c’è una sola panchina, sempre occupata dagli innamorati.

Insomma in mezz’ora il turista avrebbe visto tutto quello che c’è da vedere. Non va meglio col mangiare e il bere. L’unico esercizio è Da Sghego nel centro del paese. Il tavolo posto all’esterno sotto la pergola è fissa dimora di quattro scioperati, la cui sola occupazione e fare interminabili partite a scopone che finiscono a insulti e sberleffi.

Se l’ipotetico turista, un autentico masochista, volesse bere non avrebbe molte scelte. All’interno, come all’esterno si serve vino, rigorosamente rosso. I venusiani non conoscono birra o alcoolici, proprio qui non si trovano. Aranciate, chinotto o altri liquidi, che non siano vino rosso e acqua, sono del tutto sconosciuti.

Il vino rosso è ottenuto dalle uve clinton e merlot, che si coltivano appena fuori dal paese insieme a vigne autoctone dai grappoli rossi e bianchi, che sono talmente aspri da essere schifati dai tordi. Si sa che sono ghiotti di frutti ma questi acini proprio non piacciono. È un vino dal colore violaceo, corposo e denso, tanto che lascia tracce intense nel bicchiere. Alcuni malignano che nello stomaco dei venusiani c’è un bello strato di sedimento, lasciato da questo vino. Nessuno ha mai controllato ma il dubbio rimane.

Per l’altro liquido, l’acqua, quella minerale è sconosciuta a Venusia. Per avere le bollicine si aggiunge una polverina a quella della risorgiva, usata come potabile. Qualcuno usa la Brioschi, ma la maggioranza l’Idrolitina o Idriz. I tre schieramenti si fronteggiano a colpi di bustine.

«La mia» dicono sventolando la Brioschi, «aiuta la digestione. Puoi mangiare un bue ma bere l’acqua effervescente con la Brioschi, digerisci tutto».

«No, è meglio l’Idrolitina del cavalier Gazzoni. Effervescente naturale».

«Ma vuoi mettere la Idriz? Centomila volte migliore» gridano i fan di questa polverina.

In conclusione o acqua pura di risorgiva o effervescente con queste bustine. Da Sghego trovi solo quella trattata con l’Idrolitina.

Definire bar Da Sghego è molto pretenzioso, perché è un’osteria o una bettola con l’uso di cucina. Sì, qui perché puoi anche mangiare. La specialità della casa è la porchetta e basta. Si può mangiare solo questa tra due fette di pane azimo. Scelte diverse non ce ne sono.

Per i venusiani va bene così, tanto difficilmente mangiano la porchetta di Sghego, per i turisti molto meno. Quindi se non arrivano, tirano un sospiro di sollievo. Il solo pensiero di un’invasione turistica come a Ludi fa venire l’orticaria a tutti.

Disegna la tua storia con un’immagine di Marzia – la visione onirica

Marzia mi ha mandato l’immagine seguente per la consueta sfida di scrivere qualcosa di (in)sensato.

inviata da marzia

Eccovi accontentati.

Buona lettura

Per Pietro era un sogno ricorrente che lo affascinava tutte le notti.

Era sempre lo stesso. In bianco e nero. Non finiva mai. Presentava sempre la medesima scena.

Così una notte dopo l’altra ricompariva non appena poneva la testa sul cuscino.

Non aveva un’idea perché lo facesse, né ricordava quando era iniziato questa sequenza. Eppure alla mattina si svegliava leggero col sorriso sulle labbra pronto iniziare la nuova giornata.

Per lui era un una specie di portafortuna, perché cominciava col piede giusto il nuovo giorno. Fischiettando scendeva dal letto e andava in cucina a prepararsi il caffè.

Pietro era single, non per volontà sua ma perché sembrava che calamitasse tutte le donne più strane del pianeta. Non una che apparisse normale ma forse chi non era normale era proprio lui.

Bassettino. Non arrivava al metro e settanta. Capello fulvo, non rosso ma arancione come Boris, quello della Brexit. Anche quando si pettinava, sembrava che avesse fatto a botte col barbiere. Pelo arruffato e dispettoso che incorniciava un viso tondo con un naso a patata. Aveva quarant’anni ma di compagna neppure una all’orizzonte e tendeva alla pinguedine nonostante gli sforzi di andare in palestra e piscina.

Anche stanotte aveva vissuto il solito sogno e questo lo rendeva euforico. La giornata sarebbe stata ottima.

Lavata la tazzina e messa la moka a gocciolare sul pensile, si era infilato i pantaloni chiari e la camicia di lino blu con la giacca color nocciola sulle spalle. Era settembre ma il clima mite, quasi estivo, lo spingeva a non indossare la giacca, che avrebbe messo non appena avesse varcato la porta dell’ufficio.

Lavorava come analista in una multinazionale da diversi anni. A differenza di altri colleghi non aveva contatti con i clienti. Stava sempre rintanato nell’open space, che odiava per il continuo rumore di fondo degli altri occupanti la zona. Non aveva relazioni sociali coi colleghi. Un freddo ‘buon giorno’ alla mattina e un gelido ‘arrivederci’ alla sera, prima di uscire. Sapeva che gli altri impiegati sussurravano che lui era gay, perché non l’avevano mai visto con una donna e lì le donne abbondavano. Nell’open space ce ne erano almeno una dozzina. Tutte in età da marito. Alcune carine, altre libere, attorno alle quali gli uomini ronzavano come mosconi fastidiosi. Per Pietro erano delle galline stupide che chiocciolavano tutto il giorno.

Pietro ripensò all’Alberta, la vicina di casa, che aveva fatto la smorfiosa nella speranza di accalappiarlo, finché non le aveva detto che non intendeva avere rapporti con lei, nemmeno di semplice conoscenza. Per non parlare della Bea, conosciuta in chat su Meetic. Quando alla fine avevano deciso di vedersi, l’incontro era stato un fiasco. Lui incapace di fare un discorso più lungo di due parole, lei un fiume in piena che non stava zitta un secondo. Insomma meglio soli che male accompagnati, si disse salutandola.

«Arrivederci» disse Pietro, togliendo finalmente la giacca e avviandosi all’uscita tra l’indifferenza generale dei colleghi.

Appena svoltato a destra nel corridoio, sbatté con violenza contro un immenso poster dietro al quale stava una ragazza snella dai capelli che scivolavano sotto le spalle.

Il poster cadde per terra e Pietro per poco non fece altrettanto. Nel disegno in bianco e nero si vedeva la scena finale del suo sogno ricorrente. Un ragazzo e una ragazza che volteggiavano in un gorgo di sardine. “Ecco come prosegue!” esclamò in silenzio Pietro.

«Pietro» si presentò allungando la mano.

«Alice» rispose con un bel sorriso che mostrava i suoi denti bianchi, mentre la stringeva con vigore.

Pietro si chinò, raccolse il poster e prese sottobraccio Alice.

Insieme uscirono sulla strada.

Caleidoscopio

Caleidoscopi
Giorno di colori e densità diverse.
Stamattina mi sveglio col ghiaccio di certi stringimenti d’anima, che nascono da paure naviganti e spumose: quelle che durante la notte non se ne vanno, battono e ribattono.
Ti aspettano, quasi ti salutano, la mattina.
Piccoli condor da comodino.
Così, per il ghiaccio interiore, è un attimo diventare mattone: metamorfosi domestica e senza pretese.
Il mattone, opaco e corposo, sa dove andare: si colloca fra te e il mondo.
A fare il salto del mattone, pensieri e speranze si stancano subito e allora restano lì, in esilio: ciondolano.
Potendo, si prenderebbero un diversivo, invece macché.
Sul mattone c’è poca vita: stanno lì, aspettando una svolta del destino.
Il bianco grigiolino del ghiaccio interiore si sfilaccia in una tinta ibrida, screziata in tortora, che non è il colore della vita, è il colore della vivenza, quella che perde tutte le preposizioni. Modello basic.
Poi, vai.
Intanto il sole si commuove e saluta.
Vagamente cominci a pensare che è più economico lasciare da parte gli universi irritati inquinati intristiti: meglio farsi prendere dalle cose da fare.
Sposti il mattone e affronti l’arena.
Lì prevale il rosso, che accompagna equamente emozioni e ortiche trattenute, agitazioni da timidezze cementanti e sanissimi istinti di soppressione. Il rosso ha i toni aranciati del fuoco ma sa incupirsi e diventare violaceo.
Poi, torni.
E quando torni dal mondo, niente è mai come prima.
Le paure sono in pausa pranzo, i sacri furori (che convivono con gli alti doveri) escono un attimo.
Hai bisogno di trasparenze decantate e di vuoti appena velati di azzurro, come sanno essere certi vetri che conservano la memoria dell’acqua. Cerchi aquiloni di musica e di parole: ti acquieti sulle tinte della stanchezza buona, che non è spossatezza ma misura del già fatto.
E’ questo approdo l’indizio. Se cambiano i colori nel gioco delle biglie della giornata, nel trans-ire fra  densità e sfumature, un motivo ci sarà.
Io credo di avere capito: ci hanno inserito nel Segreto Caleidoscopio Galattico.
Siamo i vetrini colorati, i chicchi di melagrana, che ruotano sul piano opaco, a formare meravigliose figure sempre uguali, sempre diverse, combinazioni multiple e cangianti : architetture senza persistenza.
Siamo tracce di colore in movimento.
Ci muovono, ci cambiano, ci sbattono, ci spingono, ci trattengono, ci sfumano, in un vorticare senza fine, per la gioia di qualcuno. Simmetrie di specchi e di destini incrociati.
Ad ogni gentile rotazione del Caleidoscopio, noi urtiamo dolorosamente contro le pareti del mondo.
Hanno previsto ogni cosa.
“Soffre, signora? Rigidità alla spalla? …Artrosi…”.

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – la primavera

Da una splendida immagine di Etiliyle ho ricavato questo piccolo racconto.

Dalla cima della montagna che ospita il bosco degli spiriti si può spaziare con la vista. Lo sa bene Sofia che in quel bosco vi sale tutte le volte che può. Lei studia a Ludi, la capitale della regione, per diventare un’agronoma, una professione oscura, perché per i venusiani l’ecologia significa tornare ai tempi delle candele.

Nel periodo estivo le è più facile con l’aiuto del bel tempo e delle giornate lunghe. D’inverno è coperto dalla neve e si limita a piccole passeggiate nella parte bassa del bosco. Però è durante la primavera che assapora il risveglio della natura. Anche l’autunno coi suoi colori e profumi le piace ma è la primavera il suo vero amore. Il verde timido delle foglie che spuntano sugli alberi. Lo smeraldo dei prati che si riempiono di pratoline e violette. È tutto un tripudio di colori tenui mai violenti come quelli autunnali che trasforma il bosco da bella dormiente a giovane fanciulla assetata di vita.

Oggi è a Venusia perché a Ludi l’Università è chiusa per uno sciopero dei professori. Ignora i motivi ma tutto sommato sta bene anche a casa a godersi una giornata tiepida che invita a uscire, a stare all’aria aperta.

Tobia, il suo meticcio, è in festa, perché sa già cosa succederà: una gita nel bosco degli spiriti. Finalmente libero di correre e abbaiare senza costrizioni.

Con passo cadenzato Sofia sale fino in cima, mentre il cane corre e si rotola sull’erba tenera che spunta nel sottobosco.

Arrivati nel punto più alto, la ragazza si siede, appoggiando le spalle al tronco di un giovane faggio, che con timidezza mostra le prime gemme, e osserva la pianura. Sulla destra luccicano le acque degli stagni, dove le anitre riposano in attesa di spiccare il volo finale verso il nord. Le canne palustri si muovono sotto il vento che spira da levante. Una danza lieve che affascina la vista di Sofia.

Tobia si avvicina, annusa la ragazza e corre via nel folto della macchia appena sotto di loro. È felice, sente che la natura si sta risvegliando dopo il letargo invernale, che quest’anno per fortuna è stato più breve del solito. La primavera ha anticipato e i primi balestrucci, le avanguardie del grosso che arriverà fra qualche settimana, volano nel cielo pulito.

Sotto, di fronte, si vede Venusia con i suoi tetti rossi, la strade che si snodano senza un senso geometrico e le piazze circondate dagli alberi. La visione dall’alto fa capire a Sofia quanto siano tortuosi i progetti umani, esattamente come le strade di Venusia.

Tuttavia è a sinistra che il suo sguardo indugia più a lungo. Lì ci sono i campi coltivati. Appezzamenti verdi interrotti da filari di vite che stanno ancora dormendo oppure dai fiori rosa dell’albicocco che spiccano sul ramo nudo. La campagna non dorme d’inverno ma riposa con un occhio chiuso e uno aperto, coccolandosi sotto la neve ma pronta a rispondere ai primi raggi del sole che scaldano.

Sofia si alza e con un fischio chiama Tobia, che accorre al suo richiamo.

«Dai pigrone» e ride, perché sa che non è vero. «È ora di tornare a casa. Domani torniamo».

Con passo lento seguita dal suo meticcio s’incammina verso Venusia.

La ragazza del banco dei segni

Non le dispiaceva in fondo quel lavoro, di morbida cadenza.
Fare e disfare, sull’orlo del mattino e della sera. Come i disegni di polvere e colore.
Le scaglie del tempo su una lastra di legno, a galleggiare sopra i cavalletti: un’armata di perle  scappate chissà da quale filo, di stampe  rimaste senza muro, e poi tazzine con l’eco di altre luci. Sua Muffità di fogli e di velette. Nelle retrovie, piattini scompagnati. A fare resistenza e geometria.
Questo banco sa di poesia, le disse l’uomo, con l’aria borgesiana di chi sa vedere oltre il buio.
La ragazza lo guardò senza parlare, la stanchezza tutta concentrata nel cadere diritto dei capelli.
Già lo sapeva: i mercati sono della gente.
Le cose stanno lì per far da levatrici. Di parole e di sogni addormentati. Di ricordi e di piaceri coltivati.
Le cose tengono la brace sempre accesa dello sporgersi affamato sulla vita, quello che s’appiglia almeno a una rivista, agli auguri di una vecchia cartolina: mano d’inchiostro azzurro e innamorato. Da portare a casa, come una promessa.
Ma l’uomo no, non lo sentiva, il richiamo silenzioso delle cose: forse parlava con un suo pensiero.
Anche lei sa di poesia, aggiunse con voce un po’ più bassa, preso di sé, dentro ad un suo giro.
La luce stava per finire, gli oggetti dovevano tornare, senza confusione, ben fasciati di carta e di cartone. La ragazza sentì di doversi un po’ scoprire. Almeno il fondo di un sorriso.
Allora le dirò cos’è l’amore, continuò l’uomo, quasi chiudendo gli occhi.
La ragazza si alzò: ci sono parole che vanno assecondate come pitepitele dentro il bosco, con gesti che dicano qualcosa, ma la vecchia le porse la teiera, cosa costa , questa qui, che è  anche un po’ scheggiata…
Il tempo di volgere la testa e chiedere un attimo d’attesa, col cenno gentile della mano.
L’uomo non c’era più. Più. Solo la nebbia.

Disegna la tua storia – immagine di Waldprok – Il fungo

Da una bella immagine di Waldprok nasce questo miniracconto.

A Venusia, quando arriva settembre, inizia la stagione dei funghi. Quasi tutti i venusiani li cercano nei prati intorno agli stagni esposti a occidente. Qui crescono piccoli boschetti di pioppi e gelsi dove si possono raccogliere gli orecchioni. Nessuno pensa d’inoltrarsi nel bosco degli spiriti, perché hanno il terrore di risvegliare qualche anima che si aggira lì dentro e loro sono molto superstiziosi.

Tuttavia Sofia preferisce aggirarsi nel bosco degli spiriti perché lì si trovano più varietà di funghi commestibili ma anche di velenosi. La ragazza studia per diventare un agronomo ed è in grado di riconoscerli.

Così al sabato, quando l’università di Ludi chiude, mette gli scarponcini, si veste pesante e con Tobia si avvia su per i sentieri che portano all’interno del bosco degli spiriti. Lo fa con qualsiasi tempo: sia ci sia il sole, sia il cielo minacci pioggia. Se non c’è pericolo di temporale, in quel caso desiste, indossa una cerata gialla per ripararsi dell’umidità e dall’acqua che gronda dagli alberi.

Tobia, il suo meticcio, è libero di correre dove vuole senza la costrizione del guinzaglio o della museruola che è costretto a tenere quando si aggira per Venusia. I venusiani non amano gli animali e in particolare i cani e pretendono che siano al guinzaglio e non liberi di correre ovunque. La guardano di sbieco quando Sofia esce col suo meticcio per il paese ma lei non se ne cura.

È sabato, una giornata così così di fine settembre, quando Sofia arrivata nel bosco respira i suoi profumi, mentre Tobia abbaia felice per la libertà ritrovata. Il sentiero è scivoloso per le piogge cadute copiose durante la settimana. Le prime foglie sono cadute e si appiccano agli scarponcini di Sofia mescolate al fango del viottolo che si inerpica sui fianchi dell’altura.

L’umido del sottobosco nasconde il profumo dei funghi che spuntano tra l’erba delle radure. Sofia si affida all’esperienza e alla sua vista circolare per individuarli.

«Oh!» esclama fermandosi accanto ad alcuni minuscoli porcini, appena nati, che spuntano tra le foglie cadute dalla quercia.

Li accarezza come si fa coi bambini, inala l’odore gradevole. Non li raccoglie ma li lascia dove si trovano.

«Sono troppo belli da vedere» afferma, osservando il cappello di un bruno dorato.

Fischietta per chiamare Tobia.

«Per oggi basta» mormora, mentre affronta il sentiero per discendere, seguita dal suo meticcio.

Disegna la tua storia – Un’immagine di Etiliyle – la strada

Oggi doveva pubblicare Marco Camalleri ma un grave lutto l’ha colpito e ha passato la mano.
A nome di tutto il gruppo gli siamo vicini.
Così vedendo una bella immagine, sono tutte belle 😀 , di Etiliyle è nato questo racconto che parla ancora di Venusia e i suoi abitanti.

https://etiliyle.files.wordpress.com/2018/12/etiliyle-luca-molinari-photo-camminare.jpg?w=685

La strada che collega Venusia al resto del mondo è bella in primavera e autunno, suggestiva d’inverno e pessima d’estate.

Si snoda su terra battuta tra due filari di alberi di fianco al fiume o meglio al rigagnolo d’acqua che l’accompagna verso Ludi. Il torrente scivola leggero tra sassi e canne palustri che si inchinano sotto il vento. D’inverno gela e una leggera crosta di ghiaccio ricopre e protegge il filo d’acqua che scorre di fianco alla strada.

La chioma degli alberi forma una galleria verde che in autunno si accende di mille colori e in primavera di verde smeraldo. D’estate protegge dal sole ma la polvere rossa della strada, che si solleva passando, s’infila dappertutto con subdola noncuranza.

Carolina, una bella ragazza di diciannove anni, la percorre in bicicletta quando si reca a Ludi all’Università col bel tempo oppure con il scuolabus se piove o nevica. D’inverno A Venusia nevica in modo copioso e non è facile percorrere la strada.

Carolina canta spensierata mentre pedala con vigore. Vive ancora coi suoi genitori nel piccolo appezzamento posto a levante di Venusia. La madre, Anna, tiene curato l’orto e ogni mattina si reca con la cesta di ortaggi freschi al mercato di Venusia. Il padre, Simone, cura il campo, qualche tornatura a frumento, e la vigna di uva nera.

Con loro vive Filippo, anche se tutte le mattine si reca a Ludi in fonderia. Gli altri fratelli vivono in città. Carlo è sposato con una bella bambina, Dorotea. Agnese fa l’infermiera nell’ospedale di Ludi.

Carlo le ha offerto una stanza nel suo appartamento per evitare che si faccia il tragitto da Venusia ma Carolina ha rifiutato.

«Mi piace alzarmi presto per andare all’Università» ha spiegato al fratello nel declinare l’offerta. «Lo facevo per andare al liceo e non mi costa fatica. E poi…».

Lascia sfumare quel ‘e poi’ che dice tutto o niente. In realtà non ama molto la cognata, Sara, una cittadina che non viene mai a Venusia. Se i suoi genitori vogliono vedere Dorotea, o vanno loro a Ludi oppure Carlo la porta a Venusia. Lei non ci mette piede, perché si ritiene superiore.

A mezzogiorno lei preferisce la mensa universitaria al pranzo da Carlo. Immagina che anche Sara la sopporti a stento, ricambiando il freddo di Carolina.

Ancora pochi chilometri e poi arriva a Ludi.

“Oggi ho una lezione tosta” pensa Carolina mentre infila la bicicletta nella rastrelliera davanti alla facoltà di lettere.

Jana come sempre la sta attendendo seduta sui gradini.

«Forza pigrona» la incita agitando la mano. «Troviamo posto solo in piccionaia».

Carolina ride e l’abbraccia, mentre insieme infilano di corsa l’ingresso.

 

Mini distacco – nro 1 – L’aria

Scrivere creativo e Intimodistacco propongono questo esercizio.

Questo tipo vuole sviluppare competenze di sceneggiatura, fantasia, creatività attraverso il mondo dell’illustrazione.

Essere in grado di creare una vignetta autoconclusiva non è facile, quindi serve esercitarsi.

Il gioco è molto semplice:

Inventa una vignetta sulla base dei seguenti ingredienti:

– Argomento: ARIA

– Personaggi:

1) IntimoDistacco (trovate il personaggio su Instagram dove trovate anche delle vignette di esempio)

https://www.instagram.com/p/Bn8akvgHxEm/?taken-by=intimodistacco

2) un vecchio.

3) Un cellulare

IMPORTANTE: CREARE UN FINALE D’EFFETTO

Questa è la vignetta scelta tra le molte

e questo è il mio svolgimento.

Buona lettura

Alice osservò la vignetta su Intimodistacco e prese la stilografica per buttare giù qualche pensiero per commentare.

“Cosa mi suggerisce?” si chiese, appoggiando la penna sul foglio bianco. Si grattò una guancia e chiuse gli occhi.

Fluttuò nell’aria, aggrappata a un palloncino, mentre osservava la terra che si allontanava. Nessuna paura si disegnò sul suo viso: era sufficiente non mollare il filo.

Sì” confermò Alice allegra. “Sono racchiusa in una scatola e volo nell’aria”.

Scoprì che non volava ma era all’interno di una scatola di cartone color marrone scuro. Una scatola da scarpe, per la precisione scarpe per il trekking.

Rise al pensiero di fare trekking, lei che era pigra come bradipo. Adesso era immersa nell’umidità della foresta pluviale brasiliana aggrappata a un albero che non conosceva ma che sporgeva sul fiume, dove l’acqua di colore verde scorreva con lentezza.

Un’imbarcazione a forma di canoa guidata da un vecchio dai capelli bianchi scendeva silenziosa sciabordando leggera. In effetti i capelli erano un bianco che tendevano al grigio tanto apparivano sporchi.

Alice strinse gli occhi vedere meglio. Era miope e senza occhiali non scorgeva nulla, solo ombre sfuocate. Rise ancora perché un bradipo con gli occhiali non esisteva in natura.

Il vecchio dalla pelle grinza e bruciata dal sole cantava una nenia, mentre vogava con decisione nel fiume. Alice non capiva le parole ma con la mano lo salutò quando la sua voce fu più vicina. Senza occhiali vedeva solo le ombre, purché fossero abbastanza vicine.

«Aho! Che fai sull’albero?» disse il vecchio sollevando la pagaia.

Alice resto basita. “Ma parla italiano il vecchio indios brasiliano” pensò rimanendo a bocca aperta.

«Chiudi la bocca o si riempe d’insetti» la canzonò il vecchio, che riprese a vogare con forza e a cantare uno stornello romano.

Mentre il vecchio continuava a remare, Alice si ritrovò sospesa in aria aggrappata al suo palloncino rosso che dondolava tra una nuvola e l’altra. Era tornata la ragazzina di sempre. Capelli biondi sciolti sulle spalle, frangetta alla Valentina e occhi grigi azzurri.

L’avventura la teneva di buon umore e per nulla intimorita vedendo la terra da lassù. La vedeva perché sul naso portava i suoi occhiali con la montatura a tartaruga.

Si stava beando, quando uno scossone la riportò nella sua camera col letto a castello che divideva con la sorella, Sonia, il poster di Bono appeso alla porta e la pila disordinata di CD sparsi sul pavimento.

«Dormi? Non rispondi al cellulare?»

Era sua mamma che la fissava in piedi accanto alla scrivania, ingombra di fumetti.

Il cellulare squillava e Alice rispose con gli occhi sgranati per la sorpresa: «Dimmi».

«Allora sei uscita dalla scatola in cui hai rinchiuso la tua parte migliore?»

Sul display era comparso il volto di Intimodistacco.