OLTRE IL MARE

Il mare suscita soltanto tristezza: a guardarlo vien voglia di piangere.

Il cuore è preso dallo sgomento dinanzi alla sterminata distesa di acque

e non c’è dove posare lo sguardo,

affaticato dall’uniformità di quello spettacolo senza fine.

Ivan Gončarov, Oblomov, 1859

 

 

 

Nella semioscurità della stiva l’aria era satura di tanfo nauseabondo, un miasma di vomito e residui organici le serravano la gola. Noijan seduta in un piccolo spazio cercava invano di trattenere il respiro mentre al suo fianco Salim giaceva addormentato, con la piccola testa appoggiata sulle sue gambe. Lei gli carezzava dolcemente i riccioli neri mentre la sua mente ritornò a quella che qualche giorno prima era stata la sua casa.

La strada polverosa dove si allineavano costruzioni basse e fatiscenti in fondo alla quale rivide sua madre immobile, vestita di nero con una mano alzata in segno di saluto. Fu questa l’ultima immagine impressa nel suo sguardo, l’ultimo ricordo prima del viaggio, prima del calvario, prima di quella paurosa odissea. Poi soltanto acqua intorno a lei, una distesa immensa, infinita. Noijan non aveva mai veduto il mare e la notte in cui partirono riuscì a scorgere una liquida distesa color pece, ostile e paurosa.

La giovane donna aveva perso cognizione del tempo, ore e ore erano trascorse, con le braccia e le gambe intorpidite, costretta in quella posizione dall’angusto spazio in cui erano stipate almeno un centinaio di persone. Corpi ammassati, arti ripiegati in posizioni innaturali, il caldo insopportabile, l’aria satura di sudore e lacrime. Gli stessi abiti da almeno quindici giorni, sporchi e laceri erano divenuti oramai come una seconda pelle. Quindici lunghi giorni senza alcun ristoro, senza un minimo di cura personale, Noijan si sentiva peggio una bestia selvaggia, priva della dignità a cui ha diritto ogni essere umano. La speranza, piccolo faro sperduto nell’oceano scuro, era l’unica flebile luce che guidava quel barcone fatiscente, traboccante di un popolo esiliante in cerca di un’esistenza migliore.

Il monotono rollio delle onde cullava quei corpi abbandonati al torpore dell’inedia. Ore senza mangiare nulla, solo un po’ d’acqua. Noijan avvertì lo stomaco vuoto contrarsi per i morsi della fame, ma si concentrò sui suoi ricordi, nient’altro che un appiglio al quale aggrapparsi per non impazzire.

Due mesi prima le fu proposto il viaggio della speranza. Tanti i dubbi, le paure, ma poi infine la decisione di partire. La corsa per procurarsi i soldi fu estenuante, una somma enorme. I parenti accorsero in suo aiuto, lei era così giovane e suo fratello ancora un bambino, forse una vita nuova era ancora possibile.

Noijan, in lingua siriana significa “nuova vita”, forse anche quello era un segno del destino. Quel nome era stato scelto per accoglierla nel mondo, come un buon auspicio e Noijan sentì il dovere di seguire il cammino designato dal suo stesso nome.

Salim aprì gli occhi.

«Non siamo ancora arrivati?» Chiese il bambino.

«No Salim, il viaggio sarà molto lungo, cerca di riposare». La ragazza prese con dolcezza la piccola mano del fratello, cercando di infondere una sicurezza che lei stessa stava perdendo.

«Ma io ho fame! Non c’è nulla da mangiare?» Noijan avvertì una stretta al cuore. Aveva ancora qualche biscotto riposto nella sacca, ma preferiva conservare il più a lungo l’esigua scorta.

«Salim, ti prometto che più tardi ti darò un biscotto, ora riposa…» Il bambino rassegnato richiuse gli occhi.

La ragazza tornò ai suoi ricordi.

Erano partiti da Al Qusayr con un vecchio pullman per raggiungere il Libano distante pochi chilometri, per poi attraversare la Giordania in direzione dell’Egitto. Poi di nuovo in viaggio verso la Libia, dove finalmente furono caricati sulla nave.

Si erano lasciati alle spalle una scia di sangue e di orrore, la piccola città era già stata distrutta dai bombardamenti. Gli Hezbollah avevano proseguito il loro assedio per molto tempo fino a quando gruppi ribelli uniti alla popolazione erano riusciti  a sfondare le linee. Fu allora che Noijan e i suoi compagni di sventura decisero di lasciare definitivamente il paese per imbarcarsi verso l’Europa. Durante la fuga videro colonne umane spostarsi attraverso i sentieri di campagna, senza una meta precisa, col solo intento di allontanarsi da quell’inferno. Donne, bambini e anziani marciavano in ordinata processione abbandonando chi era stato colpito dai raid aerei, oppure chi si era arreso alla stanchezza, convinto di non potercela fare.

Anche sua madre non aveva voluto lasciare la sua casa e questo pensiero era come un macigno sul cuore, forse un giorno sarebbe tornata per ritrovarla nello stesso punto in cui l’aveva lasciata. Piccole città di cemento si alternavano a sprazzi di campagna. Dappertutto le strade erano invase da soldati o ribelli armati. I kalashnikov erano come sciabole luccicanti, sulle spalle ricurve degli uomini che camminavano veloci e a testa bassa per schivare i colpi dei cecchini.

Ovunque desolazione e macerie. La sua terra, ridotta in polvere dall’odio, Noijan non riusciva ancora a comprendere il motivo di tutta quella violenza.

Da un giorno all’altro la sua vita fu travolta da quella lotta fratricida, il corso del suo destino bruscamente deviato. Si ritrovò esiliata nel mezzo di quella immensa distesa d’acqua, in balìa di una sorte incerta.

Trascorse ancora molto tempo, oppure forse qualche minuto, tutto intorno sembrava dilatarsi a dismisura, ogni minima percezione pareva assumere dimensioni sproporzionate.

«Acqua! Acqua!» Un urlo improvviso spezzò il silenzio. Noijan spalancò gli occhi, tutti si risvegliarono dal profondo torpore. All’estremità della stiva un gruppo di persone si era alzato cercando di fuggire in direzione del boccaporto chiuso, ma era impossibile, ogni centimetro era ricoperto da un brulicante tappeto umano.

Salim si svegliò.

«Noijan che succede?» Chiese impaurito il bambino.

«Non lo so, stai giù, vieni, siediti accanto a me, aspettiamo»

«Presto, abbandoniamo la nave, stiamo imbarcando acqua!» Il grido di allarme creò un caos infernale. Alcuni uomini erano in piedi, le donne invece rimasero sedute, abbracciando i loro piccoli, alcuni di loro piangevano disperatamente. Noijan strinse suo fratello,  il terrore le invase ogni fibra del corpo. Poi avvertì la sensazione di umido. L’acqua aveva iniziato a insinuarsi tra le gambe, le scarpe da ginnastica erano intrise di liquido gelato. Cercò di alzarsi in piedi trascinando con sé Salim.

«Presto alzati ! alzati!» Urlò con la poca voce che le era rimasta. Il bambino era come impietrito, un sacco vuoto, che lei cercava disperatamente di sollevare. Nonostante avesse solo sei anni, Salim era alto e robusto, ma infine riuscì a prenderlo in braccio. Cercò di raggiungere la scala per salire in coperta, ma il percorso era ostruito quelli che per arrivare nello stesso punto travolgevano chiunque fosse sulla loro traiettoria. La sua mente fu offuscata dal panico, non riusciva più a connettere i pensieri, strinse più forte il corpo di suo fratello.

L’acqua già lambiva le ginocchia mentre indumenti e oggetti galleggiavano sulla superficie liquida. Il boccaporto fu spalancato e un fascio di luce illuminò una parte della stiva, gli uomini cercarono di arrampicarsi sulla scala in cima alla quale qualcuno tentò di tirarli per le braccia.

Ci fu un passamano con i bambini piccoli, nel tentativo di farli uscire da quella trappola. Gli esili corpi passavano di mano in mano fino in cima alla scaletta. Qualcuno le strappò dalle braccia Salim, lei istintivamente cercò di non mollare la stretta.

«Lascialo lascialo, così affogherà!» Le grida la riportarono a una dimensione razionale, realizzò quello che avevano intenzione di fare. Mollò la presa.

«Noijan! Non mi lasciare, non voglio, non voglio andare da solo!» Salim urlava con tutte le sue forze tentando di liberarsi dall’abbraccio, ma infine riuscirono a portarlo in coperta.

Noijan rimase immobile, con l’acqua che le circondava oramai le spalle, qualcuno tentò di spingerla verso l’uscita, nella testa le risuonava ancora la voce di suo fratello e un presentimento si fece largo scavando un pozzo nero in fondo al quale vi era solo la disperazione. Riuscì infine ad uscire fuori, la scena che le si aprì allo sguardo fu terrificante. Gli scafisti spingevano le persone affinché salissero sui barconi trainati dalla nave madre, quelli utilizzati per raggiungere la terra ferma. Alcuni uomini terrorizzati non riuscivano a muoversi e allora vennero gettati nel vortice d’acqua, ma molti di loro non sapevano nuotare. Donne e bambini disperati che si cercavano l’un altro. Invano, in quella confusione, riuscì a scorgere Salim. Fu travolta da una marea umana che la trascinò verso il parapetto da dove con una scala a pioli raggiunse un barcone ormeggiato alla fiancata della nave. Si ritrovò ammassata in mezzo a quella folla urlante, le mancò il respiro, il buio della notte entrò di colpo nei suoi occhi e nella sua mente.

La prima cosa che rivide al suo risveglio fu l’azzurro intenso del cielo. Poi lentamente percepì i suoni, le parole, il movimento frenetico intorno a lei e girando lo sguardo alla sua destra si rese conto di essere distesa su una sorta di lettiga, dall’altro lato alcune barche colorate erano attraccate al piccolo molo. Cercò di sollevarsi, ma i muscoli intorpiditi non rispondevano ai suoi comandi. Sul suo corpo una coperta argentata emanava sprazzi di luce. Poi distinse lamenti, pianti, figure indistinte che si aggiravano tra le lettighe. Alcuni avevano una divisa e una mascherina davanti alla bocca. Comprese di essere arrivata a destinazione. In quel momento ebbe la consapevolezza necessaria per ricordarsi ciò che era successo. Con uno scatto incredibile si alzò con il busto e iniziò a spostare lo sguardo alla ricerca di Salim. Si puntellò sui gomiti e tentò di mettersi in piedi, ma la stanchezza e il digiuno la costrinsero a desistere, era troppo debole e spossata. Le persone comunicavano tra loro in una lingua incomprensibile. Poi la vide, svettante sopra una costruzione bianca, una bandiera tricolore. Sì, finalmente era arrivata. Ma dov’è Salim. Questo ora era il suo unico pensiero. Accanto a lei giaceva una donna, sembrava addormentata. Le scosse leggermente il braccio e quella aprì gli occhi.

«Sto cercando mio fratello Salim, ma non vedo i bambini, dove sono?» La donna aveva la pelle del volto completamente disidratata e le labbra secche, disse qualcosa, ma Noijan non riuscì a comprendere. Cercò di avvicinarsi piegando il busto

«Li hanno portati via, in ospedale, ma non tutti. Ci sono stati dei morti…li ho visti, erano sulla spiaggia. Tanti bambini, in fila… per terra».

 La donna non riuscì ad aggiungere altro, lacrime sottili si insinuarono nelle profonde rughe del suo  volto, segnato dalla sofferenza e dal dolore.

L’ansia e il terrore presero dimora nel suo cuore di Noijan. Con i gesti cercò di attirare l’attenzione di un uomo in divisa, poco distante. Era un ragazzo molto giovane, dalla pelle scura, i capelli ricci e neri. Si chinò su di lei sorridendo. La ragazza provò a spiegare in inglese che voleva trovare suo fratello, che le era stato portato via sulla nave. Il miliare chiamò l’interprete il quale spiegò alla ragazza che alcuni bambini erano stati condotti in ospedale, ma di loro non si conosceva l’identità. Gli altri invece, quelli che non erano sopravvissuti giacevano non lontano, in un hangar, in attesa che qualcuno desse loro un’identità.

Era oramai l’imbrunire quando Noijan trovò la forza e soprattutto il coraggio di andare. Entrò nella grande sala, fredda e spoglia, dove allineati uno accanto all’altro, giacevano tanti sacchi scuri. Ogni volta che ne veniva aperto uno Noijan sentiva la terra mancarle sotto i piedi, il cuore scoppiare e infine un sollievo breve nel non riconoscere il viso di Salim. Giunse ai piedi dell’ultimo. Avrebbe voluto fuggire via, il cuore si fermò per un istante. L’uomo in divisa tirò giù la lampo, con le mani tremanti, egli comprese le emozioni che dilaniavano l’animo di Noijan. Il volto livido e gonfio di quel bambino che non era Salim la fece trasalire, una pena infinita ma al tempo stesso una gioia enorme nell’avere la certezza che suo fratello non era tra quei poveri innocenti.

Ma Noijan non trovò Salim neanche in ospedale.

Non lo trovò mai più.

Il mare, quella distesa infinita lo aveva rapito, l’aveva trascinato nei suoi abissi oscuri, per nasconderla al suo sguardo, per sottrarlo al suo caldo abbraccio. Acqua crudele e gelida, oltre la quale c’era la promessa di trovare un futuro migliore.

Noijan oltre il mare non trovò vita nuova, soltanto terrore e disperazione.

La fine del suo sogno.

 

Quando ho iniziato a scrivere questo racconto, circa un mese fa, non avrei mai immaginato… Questa è una di quelle tragiche situazioni in cui davvero la realtà supera tristemente la fantasia…

 

 

 

L’incontro

L’incontro

Silenziosa e delicata come una piccola bambola, la ragazzina sedeva sulla panchina di legno.  Mordicchiandosi l’unghia e facendo ballare le ginocchia per l’agitazione non contenuta, la giovane aspettava, persa nei propri sogni.
Dalla sua casa accanto al parco comunale, la vecchia signora guardava quel bocciolo compito che attendeva qualcosa o qualcuno, forse il suo stesso futuro.
Il voluminoso televisore rallegrava l’aria con ricette e chiacchiere ma l’anziana donna non riusciva a togliere gli occhi dalla solitaria figura vestita di azzurro.
I minuti si protraevano infiniti e quell’attesa, mostrata dall’ansia negli sguardi della ragazzetta, all’improvviso mise in apprensione la signora Eugenia.
Fu come se il tempo non potesse bastare.
Eludendo la sorveglianza della badante occupata in cucina, la donna si spinse nel vestibolo, desiderosa di alleviare quella pena sul quel viso minuto e triste.
Camminando con lentezza, appoggiandosi al bastone, suo fido compagno, Eugenia non stette ad ascoltare le fitte del suo povero cuore, non si curò delle proteste delle ginocchia deboli, né il brivido sulla sua pelle quasi centenaria, e con fatica uscì fuori.
Aggrappata alla ringhiera, ci volle molto tempo prima che riuscisse a riprendere l’equilibrio e ancora di più per raggiungere l’angolo di giardino che confinava con il parco e si affacciava sulla panchina che aveva visto tanta vita susseguirsi. Attenta a sollevare i piedi nelle pantofole accollate, curva con la schiena, cercando appiglio nel solido cespuglio di ginepro, l’anziana signora si fece avanti, simile a una lenta chiocciola che percorreva la via di un orto rigoglioso.
Quando giunse infine alla rete, si accorse con tristezza che la giovinetta aveva lasciato la sua postazione solitaria e stava percorrendo il sentiero di sassi bianchi. Con la borsa penzoloni, la gonna spiegazzata, la testa china e i capelli che brillavano nel sole, era il ritratto della desolazione.
Incapace di chiamarla a causa dello sconforto, l’anziana la guardò allontanarsi mentre gli occhi acquosi e velati si perdevano tra le lacrime.
Volgendo lo sguardo verso il suo giardino risvegliato da quella primavera che sembrava evocata dal passato, la signora Eugenia si rassegnò all’ineluttabilità della vita, che toglieva ciò che si voleva, per poi prolungare l’esistenza nell’assenza con crudeltà infinita.
Ripensò ai suoi famigliari morti da tanti anni, le parve di vedere sua madre china sul gomitolo, il padre nell’uniforme di guerra, il figlio maggiore seduto all’ombra assieme a suo marito nel completo di lino, ma le bastò scacciare le lacrime con l’indice ossuto per accorgersi che erano tutte fantasie da vecchia.
Raddrizzò un poco la schiena lasciandosi baciare dal sole, e si rese conto con certezza che sarebbe stata la sua ultima primavera e toccò le rose appena sbocciate lasciandosi avviluppare dal loro caldo profumo antico. Con cautela si appoggiò alla vecchia fontana di pietra che non zampillava acqua da innumerevoli anni, nella sua vasca erano cresciute erbacce che, anch’esse in fiore, le mostravano come la vita proseguisse imperterrita, anche quando non c’era più una mano gentile a curarsi di lei.
Le ortensie erano cresciute vicino al capanno, mostravano qualche bocciolo e le larghe foglie le ricordavano i pomeriggi lunghi d’estate, passati a leggere sulle sedie a sdraio di legno e tela, quando il mondo girava lento, sempre uguale e affidabile, non come quei tempi moderni dove la fretta era padrona.
Con rassegnazione nonna Eugenia fece scorrere lo sguardo sul giardino e fu certa che non avrebbe mai visto i girasoli aprirsi al sole, né avrebbe raccolto le more che crescevano lungo il muro. Se c’era spazio per un rimpianto, ci sarebbe stato quello di non vedere maturare il pero, o l’autunno colorare il castagno. La cascata di foglie non avrebbe rallegrato l’ottobre, così com’era stato per i petali degli alberi da frutto a maggio. Non sarebbero ripartiti gli uccelli migratori sotto il suo sguardo vigile, né il passerotto avrebbe beccato le briciole sul davanzale, trovando rifugio sotto la tettoia.
Ne era certa: la calura d’agosto non l’avrebbe trovata, al suo arrivo.
Esattamente come quel giovanotto che ora si passava le mani tra i capelli, volgendo il capo in tutte le direzioni, che non aveva trovato la ragazza bella ad attenderlo.
Il sorriso dolce di Eugenia si accentuò quando incrociò lo sguardo dell’innamorato infelice, uno dei giovani d’oggi con i baffi a manubrio come il suo povero papà. Rispose alla muta domanda del ragazzo alzando la mano secca e diafana, e con lo stesso indice che aveva scacciato le lacrime di nostalgia, gli aveva indicato la via bianca e assolata. Per di là, aveva articolato con voce gracchia.
Lanciandole un bacio in punta di dita, il ragazzo aveva imboccato la strada, correndo veloce.
Eugenia lo seguì finché fu in vista e poi si volse verso la casa, sorridendo a Helena e a tutti i suoi cari che la attendevano sotto il porticato.
“Adesso arrivo.”, disse.
E se ne andò.

l'incontro Blanca Mackenzie

Dove meno te l’aspetti

Le tombe affiancate dei fidanzatini con la stessa fotografia sui due rettangoli di ceramica, lui che abbraccia teneramente lei davanti a una torta di compleanno con le candeline, gli sguardi rivolti alla macchina fotografica; a lato lo stesso ingenuo epitaffio in corsivo, solo i nomi scambiati:

Dio oggi vi ha voluti con Sé

Giudi e Rico (Rico e Giudi sull’altra)

In Cielo vi ha uniti in Matrimonio

Per rendere partecipi gli Angeli

Del vostro Amore,

le tombe affiancate dei fidanzatini lo commuovevano ogni volta che ci passava davanti, gli facevano ronzare in testa per ore il verso Well, Juliet, I will lie with thee to-night, gli facevano venire agli occhi lacrime che cercava di respingere, di nascondere perché lo riempivano di imbarazzo, e non poteva fare a meno di fantasticare, di costruire una storia. Un incidente d’auto, forse proprio all’uscita da quella festa dove avevano spento diciotto candeline, una patente fresca messa alla prova, un po’ d’alcol nelle vene e le loro vite si erano spente come due candeline in più. O forse erano in aereo, ne cadono tanti, si legge spesso sul giornale. In aereo, come i suoi genitori.

* * *

Marco era abituato alla solitudine. Dopo l’incidente che l’aveva reso orfano a sette anni lo zio paterno non aveva potuto fare a meno di prenderselo in casa e di mantenerlo agli studi ma non era stato per lui né un padre né un amico. La tristezza irrimediabile che ci si porta nel cuore sovente indurisce all’esterno, rende cattivi, ma non nel suo caso. Era stato un bambino timido e sensibile che non sapeva giocare a pallone e non aveva amici; era diventato presto un giovane uomo timido e sensibile che non guardava la partita e non aveva amici. Non era mai stato un ragazzo, non si era mai tuffato nell’oceano che c’è al di là degli occhi di una donna né aveva mai provato lo struggimento di averli persi.

Così come molti la annegano nell’alcol, lui annegava la propria solitudine nell’arte, cui dedicava il tempo libero e i pochi guadagni saltando da un volo low-cost ad un ostello per la gioventù ad una squallida pensioncina, purché fossero vicini a musei, mostre, esposizioni. Un giorno, di ritorno dalla Tate Modern, nel suo pessimo albergo fu incuriosito da una locandina che pubblicizzava visite guidate al cimitero monumentale di Highgate.

Fu una rivelazione, non tanto per l’arte funeraria e le tombe di personaggi famosi quanto perché scoprì che l’ambiente del cimitero, la vicinanza dei morti, gli comunicavano una sensazione di calma e di profonda, impersonale serenità che non avrebbe mai immaginato e non sapeva capire. Forse il trovarsi di fronte all’eternità? Onorare indirettamente i genitori, i cui corpi erano dispersi e il cui ricordo era ormai quasi svanito? O forse riscattare la pochezza della sua vita, che era quasi umbra super terram né più e né meno di quella di chiunque altro, compresi santi, sapienti, ricchi, potenti, famosi? Chissà. Aveva rinunciato a spiegarselo, ma non a frequentare i cimiteri. Aveva preso un pastis da La Renaissance al Père-Lachaise, aveva accarezzato i versi sfuggenti di Valéry a Sète, aveva fantasticato del Golem, verità e morte, davanti alla tomba di Rabbi Loew a Praga.

In patria, dopo aver visitato tutti i cimiteri monumentali italiani, continuava a provare, quasi una forma di dipendenza, il bisogno di quella meravigliosa sensazione, quel nirvana, sciogliersi nel flusso universale e continuo delle cose, tranquillo, imperturbabile, eterno. Cominciò a frequentare regolarmente i cimiteri della sua città, nei fine settimana, senza fretta, soffermandosi a lungo ogni volta su poche lapidi in modo da lasciare sempre qualcosa per le visite successive, come quando ci si raziona un cibo prelibato o le pagine di un libro prediletto.

Gli era capitato qualche volta di scorgere in lontananza nei viali interni una figura femminile vestita di scuro, alta, slanciata, lunghi capelli neri, senza mai riuscire a coglierne il volto. Non poteva essere sicuro che fosse sempre la stessa persona ma a volte ne era convinto: c’era qualcosa di riconoscibile nei suoi movimenti, un incedere maestoso e lieve, un camminare sulle nuvole che gli sembrava unico. Altre volte, quando non la incontrava, gli veniva da pensare che fosse solo un’illusione, una creazione della sua fantasia di uomo che non voleva ammettere di sentirsi solo. Ma poi eccola di nuovo e la sua realtà, carne ed ossa, gli si imponeva con evidenza.

Capitò anche, una volta, che cercasse di seguirla. Avrebbe voluto avvicinarla, rivolgerle la parola, vedere finalmente il suo volto ma era troppo timido, si manteneva a distanza pensando a quel che avrebbe potuto dirle per non sembrare inopportuno. Prometteva a se stesso che appena avesse trovato le parole giuste avrebbe accelerato il passo, l’avrebbe affiancata, ma le parole giuste non si lasciavano trovare. La figura prese un viale laterale e lui la perse di vista; quando arrivò anche lui ad imboccare il viale non vide nessuno, solo un turbinìo di foglie secche che presto si adagiarono a terra con eleganza, e un vago sentore di tuberosa.

Quella notte un episodio infantile dimenticato tornò come incubo. Un luna park, un castello dei fantasmi, un trenino si tuffa nel buio, la paura gli fa stringere forte il braccio della mamma ma gli occhi restano spalancati, dita spettrali gli sfiorano il viso, sussurri, lamenti, risate perfide, improvvisamente una figura femminile in lontananza emerge dal buio, i lunghi capelli neri le scendono sulla schiena, il trenino ineluttabilmente si avvicina, di scatto la figura si gira ed è uno scheletro ghignante. Ciononostante la volta successiva, quando la vide di nuovo nei viali del cimitero, la figura misteriosa non aveva preso nulla di quel terrore notturno e niente aveva intaccato la serenità che lui continuava a provare.

* * *

Oltrepassate le tombe gemelle dei fidanzatini, qualcosa attirò la sua attenzione. Nel giardinetto attorno a un mausoleo familiare un gattino molto piccolo, magro, apriva la bocca emettendo un miagolio appena percettibile. Si fermò, si chinò, lo accarezzò. Sembrava affamato. Dallo zainetto prese il panino che portava d’abitudine per fare uno spuntino, ne tolse il prosciutto e lo offrì alla bestiola.

Mentre la guardava mangiare avidamente si sentì sfiorare un braccio e si voltò. Una donna alta, slanciata, vestita di scuro, con lunghi capelli neri attorno a un viso ovale stupendo gli stava sorridendo; una fragranza di tuberosa raggiunse le sue narici.

«Mi perdoni se la disturbo» disse con voce soffice e carica di timidezza. «Questo gattino dev’essere l’ultimo della cucciolata, qualcuno ha ucciso la madre, sono già riuscita a trovare una casa per tutti gli altri, ma questo… chissà dove si era nascosto».

Marco non credeva ai propri occhi. La donna proseguì, come a giustificarsi: «Ho seguito le vicende di questa cucciolata perché vengo qui spesso, lei non ci crederà ma passeggiare per questi viali mi dà una grande serenità».

«Penso di capirla» disse Marco rispondendo al sorriso, e aggiunse: «Questo gattino potrei prenderlo io».

«Davvero? Sarebbe meraviglioso!»

Aprì la borsetta, cercò un pezzo di carta e una penna, scrisse qualcosa.

«Questo è il mio numero di telefono, spero di non sembrarle troppo sfacciata ma mi farebbe piacere se potessi vedere ancora questa bestiola… se non le è troppo di disturbo».

«Farà molto piacere anche a me, invece».

Al ritorno passò nuovamente davanti alle tombe dei fidanzatini. Gli sembrò che dalle fotografie guardassero proprio lui, che gli sorridessero.

Lorelei

«Di’ un po’, Carlo, ma tu l’hai capito il principio di Hamilton con la variazione anche del tempo?»

L’autobus tardava più del solito e Luca stava rimuginando la lezione di meccanica relativistica.

Carlo rispose socchiudendo le palpebre, piegando la testa un po’ a sinistra, mandando all’ingiù gli angoli della bocca e alzando lievemente le spalle; una mimica che un estraneo avrebbe potuto interpretare come «ma che banalità mi stai chiedendo»; Luca invece, che lo conosceva bene, l’interpretò correttamente come un «ma chi se ne frega».

«Possibile che non ti interessi? È la chiave di volta per gestire tempo e spazio allo stesso modo. E per restare terra terra, l’esame dovremo pur darlo, e sembra roba piuttosto dura. Se cominciamo a perderci già all’inizio, come faremo?»

Carlo ripeté il gesto di prima, con la variante di piegare la testa a destra; poi si sporse dalla pensilina per vedere se l’autobus era in arrivo. Sbuffò, emettendo una nuvoletta nell’aria tersa e pungente di una delle prime giornate d’inverno.

«Hai ragione, è un punto chiave».

Per un attimo Luca aveva creduto che fosse la voce di Carlo ma si era subito reso conto che Carlo non aveva una voce così roca, e comunque difficilmente avrebbe detto quelle parole. Non c’era nessun altro lì alla fermata; Luca ebbe un brivido e comiciò a guardarsi intorno.

La voce riprese: «Non è difficile; il contributo della variazione del tempo è nullo».

Ho sempre insegnato che tempo e spazio non esistono separatamente ma solo fusi insieme nello spazio-tempo. Ma se davvero il tempo fosse uguale allo spazio io adesso mi girerei, tornerei sui miei passi, camminerei, camminerei, camminerei fino ad arrivare da te, amore mio.

Da sotto un mucchio di cartoni ammassati in una rientranza del muro, che prima non aveva notato, stava spuntando una testa che sembrava quella di un selvaggio, con una gran massa di capelli arruffati, neri ma con molti spruzzi di canizie, e una enorme barba incolta, ispida e completamente bianca. La pelle del viso – quel poco che se ne vedeva – ad un primo sguardo poteva sembrare abbronzata, ma alcune macchie e striature rivelavano che doveva invece essere solo sporca.

«Lei conosce la meccanica relativistica?»

«Mistrelli, il vostro insegnante, è stato mio studente, e poi mio assistente, fino a pochi anni fa. E non ha mai saputo spiegare il principio di Hamilton».

La comparsa di questo strano personaggio era stata abbastanza insolita da catturare l’attenzione anche di Carlo, che si era voltato nella sua direzione e lo stava guardando con occhi spalancati per lo stupore.

Nel frattempo l’autobus era finalmente arrivato e si stava fermando davanti alla pensilina. Luca si ritrovò a dire: «Possiamo invitarla a pranzo con noi, professore?»

Il barbone non se lo fece ripetere e, con un’agilità insospettabile, balzò fuori dai cartoni, facendo mostra di un cappotto sporco, liso all’inverosimile e troppo grande per lui, chiuso da un unico bottone superstite; i polpacci erano nudi; ai piedi, senza calze, scarpe che dovevano essere state di gran lusso un bel po’ di tempo prima.

Carlo si chinò verso l’orecchio di Luca per sussurrargli: «Ma che cosa ti è saltato in mente di invitare questo sacco di pulci? Non vorrai mica portarlo a casa, andiamo alla Trattoria dello Studente».

Rinunciarono all’autobus e si incamminarono. Alla trattoria il barbone non era sconosciuto. Rodolfo, il gestore, invece di storcere il naso come Luca aveva temuto gli si era rivolto allegramente: «Ehi, Bruno, oggi sei riuscito a entrare dall’ingresso principale, vedo!»

Il rumore di fondo era elevato; i clienti più vicini si erano voltati a guardare con stupore, ma la maggioranza non s’era nemmeno accorta del loro ingresso e continuava tranquillamente a mangiare e a parlare. C’erano ancora due o tre tavoli liberi; Rodolfo li accompagnò strategicamente a quello vicino all’ingresso della toilette, che era seminascosto dietro un angolo del muro.

Carlo e Luca ordinarono spaghetti all’arrabbiata e Bruno si accodò. Mangiò silenziosamente, in maniera educata e composta, anche se con una certa fretta che tradiva la sua fame: fu il primo a terminare.

Quando anche i suoi commensali ebbero finito, con un gesto deciso Bruno spinse sul bordo i piatti per fare spazio al centro della tavola. Carlo ebbe i riflessi pronti e scattò indietro, facendo stridere la sedia sul pavimento, nel timore di spruzzi di sugo.

Bruno intinse il dito indice nel sugo del proprio piatto e comiciò a tracciare formule sulla tovaglia di carta.

\frac{d}{dt} \{ L-\sum_{i=1}^3 \frac{\partial L}{\partial \dot{x}_i} \dot{x}_i \} - \frac{\partial L}{\partial t}=0

«Questo è chiaro?»

Lo sguardo di Luca era terrorizzato, come se stesse sostenendo un esame: Bruno si rese conto che non era chiaro per nulla. Carlo, intanto, si stava perlustrando il maglione alla ricerca di eventuali macchie.

«Esplicito la derivata totale della lagrangiana rispetto al tempo».

\frac{\partial L}{\partial t} + \sum_i \frac{\partial L}{\partial x_i} \dot{x}_i + \sum_i \frac{\partial L}{\partial \dot{x}_i} \ddot{x}_i

Dopo una decina di minuti, nonostante Rodolfo avesse portato via i piatti, non c’era più un angolo di tovaglia libero da formule e Luca aveva capito, davvero, perché il contributo della variazione del tempo è nullo. Carlo riemerse dalla toilette dove si era rifugiato e, vedendo che Bruno non stava più scrivendo, si azzardò a riprendere posto.

«Ma questi sono solo dettagli, tecnicismi» stava dicendo Bruno. È più grave che Mistrelli non vi abbia parlato – sono certo che non l’ha fatto – della filosofia che sta dietro al principio di Hamilton. Vi dice niente questa frase: “Il migliore dei mondi possibili”?»

Luca, sempre in sindrome da esame, cercò freneticamente nella memoria ma non gli si accese nessuna lampadina. Fu Carlo, invece, a rispondere.

«Leibniz».

«Bravo. E poi Maupertuis. Lagrange. E infine Hamilton. Sempre più matematica, sempre meno filosofia. Ma tutto nasce dal desiderio di spiegare il male nel mondo».

– Lorena, questo è il migliore dei mondi possibili, lo sai perché?

– Ma no, Bruno, dimmelo: questa storia è nuova, non l’ho proprio mai sentita.

Lorena sorrideva ironicamente, ma si capiva che era compiaciuta da quel ritornello già ripetuto infinite volte.

– Perché qui vicino a me ci sei tu, la mia Lorelei.

– Sempre con questo nomignolo! Lo sai che non mi piace!

– Ah sì, tu sei la mia Lorelei, non dire di no, mi hai stregato, mi butterei nel fiume per te!

«La presenza del male nel mondo non si concilia con l’esistenza di un amor che move il sole e l’altre stelle, di un motore immobile perfetto di ogni perfezione, quindi anche onnipotente e infinitamente buono».

«Anselmo, Gödel» disse Carlo.

Bruno annuì con un cenno del capo. «Questo è un problema, anzi è il problema eterno della filosofia, ma non solo: della vita».

«Sì, ma… che cosa c’entra con il principio di Hamilton?» domandò Luca in un sussulto di coraggio.

«Ma come, non lo vedi? Il principio di Hamilton descrive la miglior traiettoria possibile. Il mondo evolve nel migliore dei modi possibili. Il male è un’illusione, perché semplicemente non potrebbe esserci nulla di meglio di quel che c’è».

«Posso cambiare la tovaglia?» Rodolfo sembrava timoroso, gli dispiaceva aver interrotto la discussione.

Tra l’arrosto di vitello con patate e il dolce della casa, tra un bicchiere di rosso e l’altro, Bruno fece in tempo a dire tante altre cose, ma non raccontò nulla di sé.

Non disse della sua Lorelei, ammalata di una malattia a progressione lenta ma inesorabile, che necessitava di cure e di assistenza continua e si era lasciata irretire da una specie di santone conosciuto su internet: a carissimo prezzo le spediva dei rimedi assolutamente inutili, promettendole la guarigione.

Non disse che lui mai e poi mai le avrebbe tolto quest’ultima speranza.

Non disse del suo stipendio da professore, insufficiente a pagare tutte le spese, né che lui, proprio lui che era sempre stato severissimo, lo spauracchio degli studenti, aveva cominciato a vendere gli esami.

Non disse dello studente che l’aveva denunciato, né dell’espulsione per indegnità, né della galera.

Non disse che con la sua pensione pagava le rate di tutti i debiti che aveva contratto.

Quando uscirono dalla trattoria erano ormai le tre. Luca, in maniera molto goffa, tirò fuori dal portafogli un biglietto da cinquanta e lo porse a Bruno, balbettando «Mi permetta…»

Bruno rifiutò decisamente, portando avanti una mano quasi ad allontanare da sé il biglietto: «Non se ne parla, vi sono già grato per avermi invitato a pranzo».

«Ma perché?» Luca ritirò la mano protesa, ma non mise via il biglietto. «In fin dei conti ci ha tenuto una lezione…»

Bruno ricordò che c’era qualcosa che gli sarebbe servito comprare e decise di accettare. «Se proprio vuoi dammene dieci, cinquanta sono troppi».

Intascò la banconota nel lurido cappotto, ringraziò e se ne andò.

Luca e Carlo avevano lezione alle quattro. Tornando in facoltà, Luca commentò lo strano incontro.

«Che tipo, vero? Chissà come ha fatto a ridursi così. Ma non è affascinante questa storia del migliore dei mondi possibili? Non avevo idea che ci fosse tanta filosofia dietro a quelle formule».

«Sono tutte stronzate. Io la penso come Voltaire: se questo è il migliore dei mondi possibili, come potranno mai essere gli altri?»

* * *

Bruno stava camminando in fretta; sperava di arrivare in tempo allo spaccio di materiale militare usato dove, lo sapeva, con dieci euro avrebbe potuto comprare due coperte pesanti, di quelle per i cavalli, di lana grezza e ruvida, puzzolenti ma molto calde. Purtroppo, invece, lo trovò già chiuso. Provò a bussare, piano, poi più forte. Per lui era importante.

Dopo un po’ si aprì una finestra al primo piano. «Aoh, vecchio rimbambito, non lo sai che al venerdì si chiude prima? Vai a rompere i coglioni da qualche altra parte!»

A passo lento si incamminò verso il suo giaciglio. Quando arrivò, quasi tre ore dopo, vide che qualche compagno di sventura aveva approfittato della sua assenza per saccheggiare l’unica sua ricchezza: gli restavano solo tre cartoni.

Ormai era buio e l’aria era diventata decisamente fredda. Si coricò, cercando di coprirsi alla meglio. Era stanco per la lunga camminata e presto, nonostante i brividi, si addormentò.

Nel sogno Lorelei era sana, giovane, e splendida nel suo bikini. Erano sulla spiaggia dove si erano conosciuti tanti anni prima. Il mare era calmo, il sole alto nel cielo sereno, faceva caldo. Lei lo tirava per una mano, saltellando per l’impazienza. Bruno si rese conto di essere anche lui in costume da bagno, e giovane, pulito, sbarbato, in forma. La sabbia scottava sotto i suoi piedi nudi.

«Dài, Bruno, dài, che cosa aspetti? Vieni con me: è questo il migliore dei mondi possibili

Bruno si lasciò tirare e la seguì.

La Verità

Racconto ispirato al testo della canzone di Povia: http://www.youtube.com/watch?v=3HqVho-Omi8&feature=youtu.be

La stanza è semibuia, solo un pallido chiarore filtra dalle tapparelle abbassate. Il ronzio elettrico dei macchinari è un sottofondo che non l’abbandona mai, nella flebo accanto al letto la goccia scandisce il tempo, un tempo sempre uguale a sé stesso, immobile e terribile.
Sua madre le siede accanto quasi in ogni momento, la immagina con quella sua espressione dolce, le parla, ma Lucia non può rispondere.
Quando si è condannati all’immobilità ci si muove col pensiero.
Quanto camminare!
Vagare senza meta nelle strade affollate, osservare lo scintillio delle vetrine, ascoltare il rumore del traffico.
Passeggiare tra i colori autunnali del parco, sul tappeto di foglie gialle e rosse, con quelle striature così particolari e quel tramestio di passi che tanto le piace.
Ma il dolce sussurro della madre la strappa dalle sue fantasie e la riporta bruscamente all’opacità della vita reale, in quel silenzio ovattato che odora di disinfettante.
L’infermiera dice qualcosa, sembra di stare in chiesa; tutti parlano sottovoce quasi che un suono troppo forte potrebbe nuocere a quell’equilibrio perpetuo, condanna senza fine.
Come vorrebbe dire a sua madre di aprire le finestre e lasciare entrare il sole!
Quale desiderio struggente di poter intravedere almeno uno spicchio di azzurro e le nuvole candide di zucchero filato. Ricorda che le piaceva sdraiarsi sull’erba e provare ad individuare nel cielo le forme di animali e di cose per seguirle con lo sguardo verso un punto indefinito, lontano e irraggiungibile.
Ora invece immagina il soffitto incolore e freddo della stanza.
Sua madre continua imperterrita a ricamare le sue iniziali, su quelle lenzuola che non userà mai. Con pazienza e dedizione quel filo colora lo spazio vuoto, di un bel colore azzurro, il suo preferito. Un lavoro faticoso che la donna ha iniziato quando lei era ancora piccola e ha continuato fino a ora riponendo la biancheria linda in un grosso baule. Nonostante le resistenze di Lucia, da sempre infatti lei aveva ribadito che non si sarebbe mai sposata, che invece avrebbe desiderato girare il mondo, inseguire quelle nuvole fin dove muore il sole.
Lucia avverte il calore della mano di sua madre sulla sua, come vorrebbe stringerla forte, disperatamente ci prova, ma è come se nulla nel suo corpo fosse collegato alla sua volontà, si sente un fantoccio inerme ed inutile.
Suo padre rimane sempre in un angolo della stanza, chiuso nel suo dolore silenzioso. I suoi pensieri tristi non hanno voce e la muta rassegnazione tiene stretto in una morsa il suo fragile cuore, che lentamente si frantuma.
Lucia si aggrappa ai suoi ricordi, come un naufrago disperato si aggrappa alla sua zattera per non affogare, mentre qualcosa di ostile cerca di trascinarla giù, nell’oscurità, nell’oblio, dove anche la mente si dissolve.
Ricordare è un’esigenza per non impazzire.
Tutti i sensi del suo corpo si sono trasformati come se non potendo più svolgere il proprio compito naturale si siano concentrati nella capacità di ricordare nitidamente e in modo spietatamente crudele tutto il passato.
Particolari insignificanti, parole e frasi, volti, emozioni e ancora luoghi, cose e perfino il gusto del cibo, gli odori, i profumi. Come in un mondo parallelo Lucia rivive la sua seconda vita, nel profondo della sua coscienza, si estranea completamente da ciò che la circonda per immergersi in questo gioco crudele che le fa male al cuore ma che la tiene ancora viva.
Era un fredda mattina di dicembre, le nuvole di un colore roseo tingevano il cielo cobalto, si era soffermata un attimo, col fiato sospeso per ammirare quello spettacolo sorprendente, preludio di un giorno davvero speciale.
I palazzi erano grigi e tetri alla luce giallognola dei lampioni, giganti dagli occhi ancora chiusi, immobili e silenziosi. Nella strada quasi deserta, il rumore ritmico dei suoi passi echeggiava forte e chiaro, pochi altri passanti si affrettavano e in quell’atmosfera rarefatta sembravano come fantasmi, figure sprofondate nei soprabiti, ognuno rifugiato nei propri pensieri.
Poi all’improvviso quei due fari, nella foschia, sopraggiunsero come occhi famelici di un predatore avventandosi sul suo fragile corpo.
Buio totale.
Frammenti di frasi, il pianto di una donna, l’odore di disinfettante, camici bianchi, corsie di ospedale e poi infine, il soffitto di quella stanza asettica, quella luce artificiale, quella maschera sul viso che la faceva respirare e poi di nuovo il buio, perenne.
Ogni tanto ascolta le sue canzoni preferite, quella musica ora è straziante ma anche i suoi occhi non riescono più a versare lacrime, vorrebbe urlare di smetterla, ma il suo udito è ancora vivo, e si perde in quelle note dense di immagini e di emozioni.
Ma ora ha deciso, non vale la pena di continuare a sperare, vuole spegnere il suo cuore, non vuole più soffrire e soprattutto provocare dolore ai suoi cari.
La morte crea un abisso incolmabile nell’animo delle persone care, tuttavia il tempo è capace di far rimarginare le ferite. Chi subisce una grave perdita deve tornare, se vuole sopravvivere, alla quotidianità. Deve a tutti i costi trovare una ragione per accettare il destino, per colmare una perdita che non sarà mai sostituita.
La non-vita è invece un tormento quotidiano, una speranza sempre più labile che consuma l’anima, che corrode dentro.
Si muore lentamente, ed è solo una lenta agonia per chi dorme sotto il mare.
Chi è spettatore impotente assiste a quell’inesorabile fine, ma l’egoismo di voler trattenere a tutti i costi quel corpo inerme con l’illusione che sia ancora una scintilla di coscienza, un cervello ancora in grado di pensare, di provare emozioni, induce le persone ad accanirsi, ad avvinghiarsi alla speranza.
Ma quale è la Verità.
Suo padre riflette. Il suo dramma rimane inespresso. Ma forse ha deciso. Il volto pallido di Lucia sembra chiedere una cosa.
Quella soltanto:
Mamma, papà per favore, aprite quella finestra e lasciatemi guardare il cielo, lasciatemi volare…-
Sua madre china sul suo ricamo non ascolta quel pensiero.
I suoi occhi sono limpidi, colmi di speranza, la sua mano si posa leggera sulla fronte di Lucia e scende lentamente ad accarezzarle il volto.
Poi istintivamente si dirige verso la finestra, e comincia a sollevare quel sipario scuro che tiene buia la stanza.
D’improvviso la luce esplode, inonda con un chiarore luminoso quegli occhi perennemente chiusi, ma è come se riuscissero a vedere finalmente anche un pezzo di cielo azzurro.
Lucia immagina, con lo sguardo del suo cuore, quel tepore sulle guance, ricorda quelle nuvole bianche rincorrersi nel cobalto profondo e sente l’anima abbandonare quel corpo inerme, liberarsi dal quel macigno immenso e lanciarsi alla rincorsa dei suoi sogni.
Suo padre ore le è accanto, ha ascoltato la sua preghiera silenziosa…

Addio Mammina, addio caro papà.

“Mamma, papà, un giorno ci rincontreremo,e ci stringeremo forte e faremo tante cose”.

Vi lascio finalmente, ora andate incontro alla vita che avete lasciato fuori, io ora sono felice!
Sono aria e sono pioggia, sono terra e sono fuoco.
Sono vita allo stato puro e sarò accanto a voi per l’eternità.-

“Quando sentirete un brivido che corre sulla vostra pelle è lì che io sarò presente la vostra bambina per sempre”.

“Ora posso amare,
ora ora, posso correre e giocare,
ora
volo sopra le parole, sopra tutte le persone
sopra quella convinzione di avere
la verità”.