ApiediscalzI – musa

Ubriaca di sconfitta

Sobria di disincanto

Resta ancora con me

Aggrappata all’idea che sia possibile

Che tutto può cambiare

Immagine presa dai media su WordPress

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Goccia di fiamma

È la mia goccia di rugiada, vista fuori solitaria dall’interno

.. la mia più fragile e robusta speranza

Trasparente specchio di una vita di vissuti

Ti osservano sotto la lente di ingrandimento

Oppure dietro un caleidoscopico

Le parole si mettono in fila e le immagini scorrono a cortometraggi

La mia lei ha il mio nome e il mio viso

La mia più fragile e robusta speranza

… che sia tutto ciò che avevano detto non sarebbe stata.

La mia fiamma che scoppietta sotto le ceneri di un passato da dimenticare

La mia totale devozione e l’unica mia ragione

Tutto ciò per cui ho sempre lottato

Nel mio nome e nel mio credo

Nei confini di una limitata Vita

Potenzialmente libera

E

.. priva di catene.

Se saprai..

Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno colpa.
Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio;

Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.

Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!

Se, Rudyard Kipling

…Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla..

Prospettive

Avevo la solitudine in tasca

A volte l’ho lasciata fuori casa

Stavolta me la sono portata appresso

Come un gingillo da poco che tiri fuori

Per passatempo

Però,

Non lo era del tutto

Così oggi

Mi pesava un po’ di più

Così l’ho guardato come da lontano e poi l’ho visto farsi più vicino

Adesso mi sta accanto

E mi sovrastata

6 gennaio 2019

Tempo di cambiare;

cambiamento.

L’ho atteso da molto ed ora che ci siamo quasi, guardo indietro per provare le vertigini.

Potessi parlare al me stesso qualche anno fa, a dirla tutta, non saprei cosa dire.

Solitamente sento dire “direi questo, non cambierei nulla o cambierei tutto”

– nulla o poco meno –

Penso che resterei a guardarmi

in un silenzio reciproco tra passato e futuro;

un senso di “se così non fosse, se così non esistesse”

cambiamento.

Tempo di cambiare;

ho invertito la rotta diverse molte

altrettante;

sono rimasto nel porto ad aspettare,

durante i miei soggiorni in acque torbide

non ho capito dove sto andando

non ho capito il motivo

non ho chiaro che cosa mi aspetta

non ho visto ciò che voglio vedere

forse il senso lo sto cercando e sta tutto in questo “non” che poi mi ha portato

– Qui

11 novembre 2018

Seguo poco di quello che sceglie, qualcosa di morbido sotto la testa, un dolce torpore m’avvolge, sento un click che lascia la stanza alla luce del televisore. Al risveglio realizzo l’esito della serata guardando i bicchieri sul tavolo, guardo l’orologio in legno di cedro appeso al muro, sono le otto e mezzo del mattino, fortuna che oggi non devo recarmi in ufficio. Di Annie non c’è traccia, dove avrà passato la notte, se è rimasta fino al mattino. Una fitta dolorosa stringe il cuore, finisco con donne incasinate e senza speranza, stavolta ho sfiorato il tragicomico. Annie. Mi alzo dolorante, non passavo una notte sul divano da tempo, vado in direzione del bagno. Do un’occhiata in giro, per essere l’appartamento di un reduce ex marito è nell’ordinario, se non fosse per i piatti nel lavandino in acciaio e la gazzetta dello sport sulla penisola. Avevamo scelto insieme i colori dell’arredamento, tutto doveva accordarsi. Le mattonelle bianche con il beige del tavolo in legno, così come con il lavandino e il piano cottura in marmo. La posizione delle sedie mi rimanda ad una conclusione di serata del tutto inaspettata, sebbene non del tutto negativa, cosa l’ha spinta a venire fin al mio appartamento, dopo tutto il tempo che avevo passato nella sua galleria. Sapeva dove trovarmi per tutto questo tempo, curioso perfino per lei. Preso da questi pensieri noto solo in secondo tempo che la porta è socchiusa. La trovo intenta a sistemarsi i capelli. L’imbarazzo colora di un rosa acceso collo e viso “tranquilla, scusami tu” faccio per chiudere “no, entra , esco” la osservo, mi sono svegliato con una latente voglia di testare la sua libidine. Le passo accanto diretto all’altro lavandino del bagno. Nel passarle vicino sfioro in modo impercettibile con le dita la sua schiena che s’inarca leggermente, suggerisce che posso giocarmi la partita. Apro il rubinetto dell’acqua e sfilo la maglietta della sera prima, ha lasciato addosso tutta una serie di segni rossi, nottataccia. Lavandomi il viso vorrei avere l’angolazione giusta per spiare le sue reazioni, resterà al gioco o ritornerà in cucina? Nessuna reazione, ha accesso il phon per capelli, devo alzare la posta. Finito di lavarmi resto con il capo chino sul lavandino “mi passi l’asciugamano?” faccio per prenderlo e le sfioro il fianco “ci vuole una doccia, mi spiace essermi addormentato come un sasso, puoi scusarmi?”. Quando mi tiro su vedo che a stento si trattiene dal ridermi in faccia, il rosa che le aveva colorato il viso in un primo momento si è acceso di un rosso vivo. Mi tira a se per l’asciugamano, finiamo col fare l’amore in doccia. Ho addosso il getto dell’acqua tiepida, mentre le afferro i fianchi, la riscopro in tutto ciò che il suo quadro aveva raccontato. L’intensità dello sguardo, le labbra carnose, studiate nel dettaglio. Avevo imparato a menadito ogni piega per ogni centimetro di pelle immortalata su quel dipinto, tra quelle spennellate. Nel suo totale abbandono assaporavo la forza che aveva trattenuto e che mi si stava offrendo in tutta la sua energia. In anni di fedele matrimonio non mi ero sentito così vivo e consapevole della presenza di una donna. Non so bene quanto tempo sia passato, dopo un terzo apice ben raggiunto da entrambi è lei a spegnere il getto dell’acqua “mi hai tolto le forze” sospira in un filo di voce “mi sembrava il minimo da fare, visto il tuo…slancio?” azzarda un debole pugno, un gesto che mi fa pensare che non stia del tutto scherzando e che abbia bisogno di riprendersi “lascia che ti lavi la schiena, poi ti lascio in pace” lascia fare, passo il bagnoschiuma accennando un lieve massaggio, noto delle macchie che virano al violaceo al centro delle spalle, avrei molte domande da farle, ma conosco le risposte, avrebbe senso? Usciamo dal box della doccia, il ticchettio dell’orologio nel corridoio annuncia che è mezzogiorno. Ha indosso l’accappatoio rosa della mia ex moglie “come si chiama, lei?” chiede mentre glielo lego in vita “Giorgia, si chiama Giorgia” mi chiedo se non provi fastidio nel mettere i panni di un’altra donna, cosa gli può provocare stare tra le cose di una vita che non è la sua. Cerca questo, la vita di un’altra donna? Apro lo stipite della cucina “ti va un caffè?” annuisce pensierosa, sedendosi al tavolo della cucina, rivolta verso di me “dopo ieri sera pensavo che mi avresti chiesto di andarmene il mattino stesso” le sue parole mi colgono di sorpresa, non ha tutti i torti, forse inizialmente poteva essere così, metto su la moka sulla piastra del piano cottura, mi appoggio al bancone “forse Annie, dopo Giorgia non ho voglia di vedere un’altra donna girare per queste stanze, per questi ricordi” lascio vagare lo sguardo sulle pareti di un verde chiaro e sulle tende sfumate sul giallo “puoi capirmi? Ogni cosa qui è stata scelta con lei. Col senno di poi non avrei fatto determinate scelte”. Si appoggia allo schienale della sedia guardandomi seria “col senno di poi molti potrebbero dire la stessa cosa, questo vuol dire tutto e niente” ha del risentimento nella voce, ma qualcosa mi dice che non si riferisce solo a ciò che dico. Restiamo nei nostri pensieri per un po’, di fondo il ticchettio dell’orologio in corridoio “saresti stata un ottima compagna” mi guarda meravigliata “come potresti dirlo Gabriel? Mi conosci appena” passo una mano tra i capelli “che importanza ha, dopo anni di matrimonio posso dire che non ho mai capito veramente mia moglie, non sento più il bisogno di conoscere a fondo una persona. Un bisogno che provavo qualche tempo indietro. Siamo pozzi senza fondo, le cose vanno bene se restiamo a guardarci dall’alto, quando inizia la discesa non sai mai se qualcuno ci sarà per riprenderti da te stesso o se dovrai usare le unghie”. Vedo che si alza per venirmi incontro, mi abbandono al suo abbraccio che pare durare un’eternità, non avevo più bisogno di conoscere ogni cosa, bastava che avesse voglia di esserci, nonostante quel pozzo senza fondo che ognuno di noi è.Seguo poco di quello che sceglie, qualcosa di morbido sotto la testa, un dolce torpore m’avvolge, sento un click che lascia la stanza alla luce del televisore. Al risveglio realizzo l’esito della serata guardando i bicchieri sul tavolo, guardo l’orologio in legno di cedro appeso al muro, sono le otto e mezzo del mattino, fortuna che oggi non devo recarmi in ufficio. Di Annie non c’è traccia, dove avrà passato la notte, se è rimasta fino al mattino. Una fitta dolorosa stringe il cuore, finisco con donne incasinate e senza speranza, stavolta ho sfiorato il tragicomico. Annie. Mi alzo dolorante, non passavo una notte sul divano da tempo, vado in direzione del bagno. Do un’occhiata in giro, per essere l’appartamento di un reduce ex marito è nell’ordinario, se non fosse per i piatti nel lavandino in acciaio e la gazzetta dello sport sulla penisola. Avevamo scelto insieme i colori dell’arredamento, tutto doveva accordarsi. Le mattonelle bianche con il beige del tavolo in legno, così come con il lavandino e il piano cottura in marmo. La posizione delle sedie mi rimanda ad una conclusione di serata del tutto inaspettata, sebbene non del tutto negativa, cosa l’ha spinta a venire fin al mio appartamento, dopo tutto il tempo che avevo passato nella sua galleria. Sapeva dove trovarmi per tutto questo tempo, curioso perfino per lei. Preso da questi pensieri noto solo in secondo tempo che la porta è socchiusa. La trovo intenta a sistemarsi i capelli. L’imbarazzo colora di un rosa acceso collo e viso “tranquilla, scusami tu” faccio per chiudere “no, entra , esco” la osservo, mi sono svegliato con una latente voglia di testare la sua libidine. Le passo accanto diretto all’altro lavandino del bagno. Nel passarle vicino sfioro in modo impercettibile con le dita la sua schiena che s’inarca leggermente, suggerisce che posso giocarmi la partita. Apro il rubinetto dell’acqua e sfilo la maglietta della sera prima, ha lasciato addosso tutta una serie di segni rossi, nottataccia. Lavandomi il viso vorrei avere l’angolazione giusta per spiare le sue reazioni, resterà al gioco o ritornerà in cucina? Nessuna reazione, ha accesso il phon per capelli, devo alzare la posta. Finito di lavarmi resto con il capo chino sul lavandino “mi passi l’asciugamano?” faccio per prenderlo e le sfioro il fianco “ci vuole una doccia, mi spiace essermi addormentato come un sasso, puoi scusarmi?”. Quando mi tiro su vedo che a stento si trattiene dal ridermi in faccia, il rosa che le aveva colorato il viso in un primo momento si è acceso di un rosso vivo. Mi tira a se per l’asciugamano, finiamo col fare l’amore in doccia. Ho addosso il getto dell’acqua tiepida, mentre le afferro i fianchi, la riscopro in tutto ciò che il suo quadro aveva raccontato. L’intensità dello sguardo, le labbra carnose, studiate nel dettaglio. Avevo imparato a menadito ogni piega per ogni centimetro di pelle immortalata su quel dipinto, tra quelle spennellate. Nel suo totale abbandono assaporavo la forza che aveva trattenuto e che mi si stava offrendo in tutta la sua energia. In anni di fedele matrimonio non mi ero sentito così vivo e consapevole della presenza di una donna. Non so bene quanto tempo sia passato, dopo un terzo apice ben raggiunto da entrambi è lei a spegnere il getto dell’acqua “mi hai tolto le forze” sospira in un filo di voce “mi sembrava il minimo da fare, visto il tuo…slancio?” azzarda un debole pugno, un gesto che mi fa pensare che non stia del tutto scherzando e che abbia bisogno di riprendersi “lascia che ti lavi la schiena, poi ti lascio in pace” lascia fare, passo il bagnoschiuma accennando un lieve massaggio, noto delle macchie che virano al violaceo al centro delle spalle, avrei molte domande da farle, ma conosco le risposte, avrebbe senso? Usciamo dal box della doccia, il ticchettio dell’orologio nel corridoio annuncia che è mezzogiorno. Ha indosso l’accappatoio rosa della mia ex moglie “come si chiama, lei?” chiede mentre glielo lego in vita “Giorgia, si chiama Giorgia” mi chiedo se non provi fastidio nel mettere i panni di un’altra donna, cosa gli può provocare stare tra le cose di una vita che non è la sua. Cerca questo, la vita di un’altra donna? Apro lo stipite della cucina “ti va un caffè?” annuisce pensierosa, sedendosi al tavolo della cucina, rivolta verso di me “dopo ieri sera pensavo che mi avresti chiesto di andarmene il mattino stesso” le sue parole mi colgono di sorpresa, non ha tutti i torti, forse inizialmente poteva essere così, metto su la moka sulla piastra del piano cottura, mi appoggio al bancone “forse Annie, dopo Giorgia non ho voglia di vedere un’altra donna girare per queste stanze, per questi ricordi” lascio vagare lo sguardo sulle pareti di un verde chiaro e sulle tende sfumate sul giallo “puoi capirmi? Ogni cosa qui è stata scelta con lei. Col senno di poi non avrei fatto determinate scelte”. Si appoggia allo schienale della sedia guardandomi seria “col senno di poi molti potrebbero dire la stessa cosa, questo vuol dire tutto e niente” ha del risentimento nella voce, ma qualcosa mi dice che non si riferisce solo a ciò che dico. Restiamo nei nostri pensieri per un po’, di fondo il ticchettio dell’orologio in corridoio “saresti stata un ottima compagna” mi guarda meravigliata “come potresti dirlo Gabriel? Mi conosci appena” passo una mano tra i capelli “che importanza ha, dopo anni di matrimonio posso dire che non ho mai capito veramente mia moglie, non sento più il bisogno di conoscere a fondo una persona. Un bisogno che provavo qualche tempo indietro. Siamo pozzi senza fondo, le cose vanno bene se restiamo a guardarci dall’alto, quando inizia la discesa non sai mai se qualcuno ci sarà per riprenderti da te stesso o se dovrai usare le unghie”. Vedo che si alza per venirmi incontro, mi abbandono al suo abbraccio che pare durare un’eternità, non avevo più bisogno di conoscere ogni cosa, bastava che avesse voglia di esserci, nonostante quel pozzo senza fondo che ognuno di noi è.

Apiediscalzi

Si sentiva in colpa per ciò che aveva attorno, con indosso un terribile senso di insoddisfazione e incapacità. Senza dirselo apertamente si definiva un malato cronico dentro una società a più patologie. Quanto avrebbe voluto capire, come fermare quel treno impazzito che era la sua Vita. Mentalmente si vedeva bene su un molo al porto, a guardare i gabbiani andare qui e là, ascoltare il suono delle partenze, cercare un faro con gli occhi. Aveva bisogno di sentire un vento fresco e freddo sul viso e addosso, una carezza leggera che lo aiutasse a respirare a pieni polmoni. Allentare la tensione in qualche modo. Sembrava non facesse mai abbastanza, che non arrivasse mai al dunque, al concreto, l’obiettivo. Possibile? Ciò che sentiva dagli altri portava poco conforto “vai così che vai bene”, “dai che sei bravo”, “c’è la puoi fare, ne sei capace”. Si domandava in quale modo contorto vedessero i suoi occhi stanchi e la camicia stropicciata, credevano che passasse la sere a fare baldoria? Respirare, quanto gli mancava. Buttare dentro aria era la tecnica della sopravvivenza, da quanto tempo non faceva qualcosa di divertente, da quanto voleva leggere quel libro, comprare quel CD, andare a teatro o al cinema. Frequentare dei corsi in palestra. Nulla, solo lavoro, suddito decerebrato del Dio Denaro. Una cosa l’aveva capita bene, se lo aveva scritto alla base del collo “il denaro non vale niente”. Soldi? Che siano cinquecento o mille, duemila, tremila. Somme discrete, cinquecentomila? Quanto vale conquistare la persona che ami. Alle persone superficiali ci pensa la vita? Beati gli ultimi che saranno i primi, si accettano altri moralismi da strapazzo. Nessuno di questi sembrerà rispondere a quanto vale la dignità di un uomo OGGI. Più o meno, all’incirca di una splendida macchina, villetta a schiera e di una vacanza. Dicono che col tempo ogni cosa prenda il suo posto, come pezzi sparsi di un puzzle da ricomporre.

Dando un’occhiata in giro si direbbe che non abbiano senso gli stessi pezzi.

12/01/2016

Apiediscalzi -;

Avevo il vuoto sotto i piedi

tutto sembrava amplificato

il rumore dei passi

il respiro corto

stavo scendendo le scale col pensiero di farmi un caffè

sentivo il cardiopalmo

un eco nella testa “se ne riparlerà”

pensavo

il gas era acceso,

ho preso la moka più piccola

nell’impazienza di farmi un caffè

ho riempito il vano al massimo della capienza

il rumore dei passi si faceva più forte

“se ne riparlerà”

sembra dovesse uscirmi dalla testa

l’ho sentita esplodere dall’interno

“se ne riparlerà”

osservavo l’acciaio dei pensili della cucina

distrattamente li ho messi in ordine

poi di nuovo

poi ancora

le tazze del caffè erano fuori posto

il tappetto era fuori posto

il colore delle tende mi dava fastidio

anche la tv accesa

l’ho spenta

ho tirato giù la tenda, rompendo un anello

ogni cosa era così maledettamente fuori posto

la disposizione dei cucchiai nel primo cassetto

osservavo il colore delle pareti

non mi piaceva

mi sentivo soffocare

il caffè usciva a fiotti dalla piccola moka che si ribellava

sbuffando

algida

urtai per sbaglio con il dorso della mano la tazzina rossa

l’ho vista cadere a terra senza preoccuparmi di prenderla

frazioni di attimi

ne ho presa un’altra

ho versato lentamente due dita di caffè

buttando la moka sotto l’acqua fredda e lasciando scorrere via quel poco che era rimasto

“se ne riparlerà”

ho bevuto un paio di sorsi senza zucchero

mi dava fastidio il sapore

sentivo il nodo alla gola che non riuscivo a sciogliere

“se ne riparlerà”

tutto sembrava maledettamente fuori posto

io stessa

lo ero

fuoriposto

Immagine tratta liberamente dal web

scostante ; –

onestamente

avrei voluto strapparmi di dosso diversi pezzi

al posto del vuoto

tornare indietro

e rifare

nell’impossibilità

scorgevo imperfezioni

onestamente

pregavo me stessa

mi scongiuravo davanti ad uno specchio

al limite del piacere

affinchè non mi abbandonassi :

sii viva

sis felix

https://i0.wp.com/www.canaltcm.com/myfiles/decine/mARY2.jpg