6 gennaio 2019

Tempo di cambiare;

cambiamento.

L’ho atteso da molto ed ora che ci siamo quasi, guardo indietro per provare le vertigini.

Potessi parlare al me stesso qualche anno fa, a dirla tutta, non saprei cosa dire.

Solitamente sento dire “direi questo, non cambierei nulla o cambierei tutto”

– nulla o poco meno –

Penso che resterei a guardarmi

in un silenzio reciproco tra passato e futuro;

un senso di “se così non fosse, se così non esistesse”

cambiamento.

Tempo di cambiare;

ho invertito la rotta diverse molte

altrettante;

sono rimasto nel porto ad aspettare,

durante i miei soggiorni in acque torbide

non ho capito dove sto andando

non ho capito il motivo

non ho chiaro che cosa mi aspetta

non ho visto ciò che voglio vedere

forse il senso lo sto cercando e sta tutto in questo “non” che poi mi ha portato

– Qui

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11 novembre 2018

Seguo poco di quello che sceglie, qualcosa di morbido sotto la testa, un dolce torpore m’avvolge, sento un click che lascia la stanza alla luce del televisore. Al risveglio realizzo l’esito della serata guardando i bicchieri sul tavolo, guardo l’orologio in legno di cedro appeso al muro, sono le otto e mezzo del mattino, fortuna che oggi non devo recarmi in ufficio. Di Annie non c’è traccia, dove avrà passato la notte, se è rimasta fino al mattino. Una fitta dolorosa stringe il cuore, finisco con donne incasinate e senza speranza, stavolta ho sfiorato il tragicomico. Annie. Mi alzo dolorante, non passavo una notte sul divano da tempo, vado in direzione del bagno. Do un’occhiata in giro, per essere l’appartamento di un reduce ex marito è nell’ordinario, se non fosse per i piatti nel lavandino in acciaio e la gazzetta dello sport sulla penisola. Avevamo scelto insieme i colori dell’arredamento, tutto doveva accordarsi. Le mattonelle bianche con il beige del tavolo in legno, così come con il lavandino e il piano cottura in marmo. La posizione delle sedie mi rimanda ad una conclusione di serata del tutto inaspettata, sebbene non del tutto negativa, cosa l’ha spinta a venire fin al mio appartamento, dopo tutto il tempo che avevo passato nella sua galleria. Sapeva dove trovarmi per tutto questo tempo, curioso perfino per lei. Preso da questi pensieri noto solo in secondo tempo che la porta è socchiusa. La trovo intenta a sistemarsi i capelli. L’imbarazzo colora di un rosa acceso collo e viso “tranquilla, scusami tu” faccio per chiudere “no, entra , esco” la osservo, mi sono svegliato con una latente voglia di testare la sua libidine. Le passo accanto diretto all’altro lavandino del bagno. Nel passarle vicino sfioro in modo impercettibile con le dita la sua schiena che s’inarca leggermente, suggerisce che posso giocarmi la partita. Apro il rubinetto dell’acqua e sfilo la maglietta della sera prima, ha lasciato addosso tutta una serie di segni rossi, nottataccia. Lavandomi il viso vorrei avere l’angolazione giusta per spiare le sue reazioni, resterà al gioco o ritornerà in cucina? Nessuna reazione, ha accesso il phon per capelli, devo alzare la posta. Finito di lavarmi resto con il capo chino sul lavandino “mi passi l’asciugamano?” faccio per prenderlo e le sfioro il fianco “ci vuole una doccia, mi spiace essermi addormentato come un sasso, puoi scusarmi?”. Quando mi tiro su vedo che a stento si trattiene dal ridermi in faccia, il rosa che le aveva colorato il viso in un primo momento si è acceso di un rosso vivo. Mi tira a se per l’asciugamano, finiamo col fare l’amore in doccia. Ho addosso il getto dell’acqua tiepida, mentre le afferro i fianchi, la riscopro in tutto ciò che il suo quadro aveva raccontato. L’intensità dello sguardo, le labbra carnose, studiate nel dettaglio. Avevo imparato a menadito ogni piega per ogni centimetro di pelle immortalata su quel dipinto, tra quelle spennellate. Nel suo totale abbandono assaporavo la forza che aveva trattenuto e che mi si stava offrendo in tutta la sua energia. In anni di fedele matrimonio non mi ero sentito così vivo e consapevole della presenza di una donna. Non so bene quanto tempo sia passato, dopo un terzo apice ben raggiunto da entrambi è lei a spegnere il getto dell’acqua “mi hai tolto le forze” sospira in un filo di voce “mi sembrava il minimo da fare, visto il tuo…slancio?” azzarda un debole pugno, un gesto che mi fa pensare che non stia del tutto scherzando e che abbia bisogno di riprendersi “lascia che ti lavi la schiena, poi ti lascio in pace” lascia fare, passo il bagnoschiuma accennando un lieve massaggio, noto delle macchie che virano al violaceo al centro delle spalle, avrei molte domande da farle, ma conosco le risposte, avrebbe senso? Usciamo dal box della doccia, il ticchettio dell’orologio nel corridoio annuncia che è mezzogiorno. Ha indosso l’accappatoio rosa della mia ex moglie “come si chiama, lei?” chiede mentre glielo lego in vita “Giorgia, si chiama Giorgia” mi chiedo se non provi fastidio nel mettere i panni di un’altra donna, cosa gli può provocare stare tra le cose di una vita che non è la sua. Cerca questo, la vita di un’altra donna? Apro lo stipite della cucina “ti va un caffè?” annuisce pensierosa, sedendosi al tavolo della cucina, rivolta verso di me “dopo ieri sera pensavo che mi avresti chiesto di andarmene il mattino stesso” le sue parole mi colgono di sorpresa, non ha tutti i torti, forse inizialmente poteva essere così, metto su la moka sulla piastra del piano cottura, mi appoggio al bancone “forse Annie, dopo Giorgia non ho voglia di vedere un’altra donna girare per queste stanze, per questi ricordi” lascio vagare lo sguardo sulle pareti di un verde chiaro e sulle tende sfumate sul giallo “puoi capirmi? Ogni cosa qui è stata scelta con lei. Col senno di poi non avrei fatto determinate scelte”. Si appoggia allo schienale della sedia guardandomi seria “col senno di poi molti potrebbero dire la stessa cosa, questo vuol dire tutto e niente” ha del risentimento nella voce, ma qualcosa mi dice che non si riferisce solo a ciò che dico. Restiamo nei nostri pensieri per un po’, di fondo il ticchettio dell’orologio in corridoio “saresti stata un ottima compagna” mi guarda meravigliata “come potresti dirlo Gabriel? Mi conosci appena” passo una mano tra i capelli “che importanza ha, dopo anni di matrimonio posso dire che non ho mai capito veramente mia moglie, non sento più il bisogno di conoscere a fondo una persona. Un bisogno che provavo qualche tempo indietro. Siamo pozzi senza fondo, le cose vanno bene se restiamo a guardarci dall’alto, quando inizia la discesa non sai mai se qualcuno ci sarà per riprenderti da te stesso o se dovrai usare le unghie”. Vedo che si alza per venirmi incontro, mi abbandono al suo abbraccio che pare durare un’eternità, non avevo più bisogno di conoscere ogni cosa, bastava che avesse voglia di esserci, nonostante quel pozzo senza fondo che ognuno di noi è.Seguo poco di quello che sceglie, qualcosa di morbido sotto la testa, un dolce torpore m’avvolge, sento un click che lascia la stanza alla luce del televisore. Al risveglio realizzo l’esito della serata guardando i bicchieri sul tavolo, guardo l’orologio in legno di cedro appeso al muro, sono le otto e mezzo del mattino, fortuna che oggi non devo recarmi in ufficio. Di Annie non c’è traccia, dove avrà passato la notte, se è rimasta fino al mattino. Una fitta dolorosa stringe il cuore, finisco con donne incasinate e senza speranza, stavolta ho sfiorato il tragicomico. Annie. Mi alzo dolorante, non passavo una notte sul divano da tempo, vado in direzione del bagno. Do un’occhiata in giro, per essere l’appartamento di un reduce ex marito è nell’ordinario, se non fosse per i piatti nel lavandino in acciaio e la gazzetta dello sport sulla penisola. Avevamo scelto insieme i colori dell’arredamento, tutto doveva accordarsi. Le mattonelle bianche con il beige del tavolo in legno, così come con il lavandino e il piano cottura in marmo. La posizione delle sedie mi rimanda ad una conclusione di serata del tutto inaspettata, sebbene non del tutto negativa, cosa l’ha spinta a venire fin al mio appartamento, dopo tutto il tempo che avevo passato nella sua galleria. Sapeva dove trovarmi per tutto questo tempo, curioso perfino per lei. Preso da questi pensieri noto solo in secondo tempo che la porta è socchiusa. La trovo intenta a sistemarsi i capelli. L’imbarazzo colora di un rosa acceso collo e viso “tranquilla, scusami tu” faccio per chiudere “no, entra , esco” la osservo, mi sono svegliato con una latente voglia di testare la sua libidine. Le passo accanto diretto all’altro lavandino del bagno. Nel passarle vicino sfioro in modo impercettibile con le dita la sua schiena che s’inarca leggermente, suggerisce che posso giocarmi la partita. Apro il rubinetto dell’acqua e sfilo la maglietta della sera prima, ha lasciato addosso tutta una serie di segni rossi, nottataccia. Lavandomi il viso vorrei avere l’angolazione giusta per spiare le sue reazioni, resterà al gioco o ritornerà in cucina? Nessuna reazione, ha accesso il phon per capelli, devo alzare la posta. Finito di lavarmi resto con il capo chino sul lavandino “mi passi l’asciugamano?” faccio per prenderlo e le sfioro il fianco “ci vuole una doccia, mi spiace essermi addormentato come un sasso, puoi scusarmi?”. Quando mi tiro su vedo che a stento si trattiene dal ridermi in faccia, il rosa che le aveva colorato il viso in un primo momento si è acceso di un rosso vivo. Mi tira a se per l’asciugamano, finiamo col fare l’amore in doccia. Ho addosso il getto dell’acqua tiepida, mentre le afferro i fianchi, la riscopro in tutto ciò che il suo quadro aveva raccontato. L’intensità dello sguardo, le labbra carnose, studiate nel dettaglio. Avevo imparato a menadito ogni piega per ogni centimetro di pelle immortalata su quel dipinto, tra quelle spennellate. Nel suo totale abbandono assaporavo la forza che aveva trattenuto e che mi si stava offrendo in tutta la sua energia. In anni di fedele matrimonio non mi ero sentito così vivo e consapevole della presenza di una donna. Non so bene quanto tempo sia passato, dopo un terzo apice ben raggiunto da entrambi è lei a spegnere il getto dell’acqua “mi hai tolto le forze” sospira in un filo di voce “mi sembrava il minimo da fare, visto il tuo…slancio?” azzarda un debole pugno, un gesto che mi fa pensare che non stia del tutto scherzando e che abbia bisogno di riprendersi “lascia che ti lavi la schiena, poi ti lascio in pace” lascia fare, passo il bagnoschiuma accennando un lieve massaggio, noto delle macchie che virano al violaceo al centro delle spalle, avrei molte domande da farle, ma conosco le risposte, avrebbe senso? Usciamo dal box della doccia, il ticchettio dell’orologio nel corridoio annuncia che è mezzogiorno. Ha indosso l’accappatoio rosa della mia ex moglie “come si chiama, lei?” chiede mentre glielo lego in vita “Giorgia, si chiama Giorgia” mi chiedo se non provi fastidio nel mettere i panni di un’altra donna, cosa gli può provocare stare tra le cose di una vita che non è la sua. Cerca questo, la vita di un’altra donna? Apro lo stipite della cucina “ti va un caffè?” annuisce pensierosa, sedendosi al tavolo della cucina, rivolta verso di me “dopo ieri sera pensavo che mi avresti chiesto di andarmene il mattino stesso” le sue parole mi colgono di sorpresa, non ha tutti i torti, forse inizialmente poteva essere così, metto su la moka sulla piastra del piano cottura, mi appoggio al bancone “forse Annie, dopo Giorgia non ho voglia di vedere un’altra donna girare per queste stanze, per questi ricordi” lascio vagare lo sguardo sulle pareti di un verde chiaro e sulle tende sfumate sul giallo “puoi capirmi? Ogni cosa qui è stata scelta con lei. Col senno di poi non avrei fatto determinate scelte”. Si appoggia allo schienale della sedia guardandomi seria “col senno di poi molti potrebbero dire la stessa cosa, questo vuol dire tutto e niente” ha del risentimento nella voce, ma qualcosa mi dice che non si riferisce solo a ciò che dico. Restiamo nei nostri pensieri per un po’, di fondo il ticchettio dell’orologio in corridoio “saresti stata un ottima compagna” mi guarda meravigliata “come potresti dirlo Gabriel? Mi conosci appena” passo una mano tra i capelli “che importanza ha, dopo anni di matrimonio posso dire che non ho mai capito veramente mia moglie, non sento più il bisogno di conoscere a fondo una persona. Un bisogno che provavo qualche tempo indietro. Siamo pozzi senza fondo, le cose vanno bene se restiamo a guardarci dall’alto, quando inizia la discesa non sai mai se qualcuno ci sarà per riprenderti da te stesso o se dovrai usare le unghie”. Vedo che si alza per venirmi incontro, mi abbandono al suo abbraccio che pare durare un’eternità, non avevo più bisogno di conoscere ogni cosa, bastava che avesse voglia di esserci, nonostante quel pozzo senza fondo che ognuno di noi è.

Apiediscalzi

Si sentiva in colpa per ciò che aveva attorno, con indosso un terribile senso di insoddisfazione e incapacità. Senza dirselo apertamente si definiva un malato cronico dentro una società a più patologie. Quanto avrebbe voluto capire, come fermare quel treno impazzito che era la sua Vita. Mentalmente si vedeva bene su un molo al porto, a guardare i gabbiani andare qui e là, ascoltare il suono delle partenze, cercare un faro con gli occhi. Aveva bisogno di sentire un vento fresco e freddo sul viso e addosso, una carezza leggera che lo aiutasse a respirare a pieni polmoni. Allentare la tensione in qualche modo. Sembrava non facesse mai abbastanza, che non arrivasse mai al dunque, al concreto, l’obiettivo. Possibile? Ciò che sentiva dagli altri portava poco conforto “vai così che vai bene”, “dai che sei bravo”, “c’è la puoi fare, ne sei capace”. Si domandava in quale modo contorto vedessero i suoi occhi stanchi e la camicia stropicciata, credevano che passasse la sere a fare baldoria? Respirare, quanto gli mancava. Buttare dentro aria era la tecnica della sopravvivenza, da quanto tempo non faceva qualcosa di divertente, da quanto voleva leggere quel libro, comprare quel CD, andare a teatro o al cinema. Frequentare dei corsi in palestra. Nulla, solo lavoro, suddito decerebrato del Dio Denaro. Una cosa l’aveva capita bene, se lo aveva scritto alla base del collo “il denaro non vale niente”. Soldi? Che siano cinquecento o mille, duemila, tremila. Somme discrete, cinquecentomila? Quanto vale conquistare la persona che ami. Alle persone superficiali ci pensa la vita? Beati gli ultimi che saranno i primi, si accettano altri moralismi da strapazzo. Nessuno di questi sembrerà rispondere a quanto vale la dignità di un uomo OGGI. Più o meno, all’incirca di una splendida macchina, villetta a schiera e di una vacanza. Dicono che col tempo ogni cosa prenda il suo posto, come pezzi sparsi di un puzzle da ricomporre.

Dando un’occhiata in giro si direbbe che non abbiano senso gli stessi pezzi.

12/01/2016

Apiediscalzi -;

Avevo il vuoto sotto i piedi

tutto sembrava amplificato

il rumore dei passi

il respiro corto

stavo scendendo le scale col pensiero di farmi un caffè

sentivo il cardiopalmo

un eco nella testa “se ne riparlerà”

pensavo

il gas era acceso,

ho preso la moka più piccola

nell’impazienza di farmi un caffè

ho riempito il vano al massimo della capienza

il rumore dei passi si faceva più forte

“se ne riparlerà”

sembra dovesse uscirmi dalla testa

l’ho sentita esplodere dall’interno

“se ne riparlerà”

osservavo l’acciaio dei pensili della cucina

distrattamente li ho messi in ordine

poi di nuovo

poi ancora

le tazze del caffè erano fuori posto

il tappetto era fuori posto

il colore delle tende mi dava fastidio

anche la tv accesa

l’ho spenta

ho tirato giù la tenda, rompendo un anello

ogni cosa era così maledettamente fuori posto

la disposizione dei cucchiai nel primo cassetto

osservavo il colore delle pareti

non mi piaceva

mi sentivo soffocare

il caffè usciva a fiotti dalla piccola moka che si ribellava

sbuffando

algida

urtai per sbaglio con il dorso della mano la tazzina rossa

l’ho vista cadere a terra senza preoccuparmi di prenderla

frazioni di attimi

ne ho presa un’altra

ho versato lentamente due dita di caffè

buttando la moka sotto l’acqua fredda e lasciando scorrere via quel poco che era rimasto

“se ne riparlerà”

ho bevuto un paio di sorsi senza zucchero

mi dava fastidio il sapore

sentivo il nodo alla gola che non riuscivo a sciogliere

“se ne riparlerà”

tutto sembrava maledettamente fuori posto

io stessa

lo ero

fuoriposto

Immagine tratta liberamente dal web

scostante ; –

onestamente

avrei voluto strapparmi di dosso diversi pezzi

al posto del vuoto

tornare indietro

e rifare

nell’impossibilità

scorgevo imperfezioni

onestamente

pregavo me stessa

mi scongiuravo davanti ad uno specchio

al limite del piacere

affinchè non mi abbandonassi :

sii viva

sis felix

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introduzione “scala reale”

Siamo ai primi di Agosto, l’aria addosso risulta pesante e afosa. Quasi come un rituale mensile, ho prenotato una stanza, numero 26.

L’appuntamento è per le ventuno di questa sera, tutto pare nei programmi, perfino le pratiche burocratiche dell’ufficio.

“Stasera che impegni hai?” fa capolinea Christopher con un mezzo sorriso

Un mezzo sorriso di chi la sa lunga “vuoi dirmi i tuoi forse?” sorrido a mia volta.

Sparisce oltre la vetrata dell’ufficio, senza vederlo in viso, immagino e so che sta sogghignando, mentre percorre i passi lungo il corridoio che separa il suo ufficio dal mio.

La camera 26 inizia ad avere qualcosa di famigliare, nel mio fantasticarci rispetto gli ultimi mesi.

Stasera.

Quando aprirò quella porta, che mi prefiguro, legno intaccato, apertura a doppia mandata, il legno intagliato con il 26, finemente decorata con dettagli in oro. Il tappeto di tessuto pregiato con un’unica tonalità sul nocciola chiaro. C’è una simmetria nell’arredamento che lo rende tra i miei preferiti, oltre che essere in una zona poco trafficata della città, ma ricercata.

Oltre la prenotazione base, richiesi altre accortezze, chissà se le avranno rispettate come indicato, pensai fra me.

M’ accorgo che sono quasi le cinque del pomeriggio. La vita è curiosa da queste parti, siamo nella capitale italiana. Ci sarà qualcosa in più presso l’albergo, una chicca. E’ il favorito della zona, una cena aziendale, come la definì Christopher

“Non vedrai tutti, anche perchè di quelli presenti se ne sentiranno delle belle, riguardati”

Ricordo che lo guardai stranita, quando mi consegnò il biglietto d’invito

“-non credo prenderò parte-” dissi, cercando d’apparire quanto più possibile disinvolta

“tu ci sarai, lo sappiamo entrambi” rispose placido.

-Sapeva?-

Sorvolai sul pensiero, ma come se si fosse inserito nella tasca dei jeans, mi rallentò il passo, misurando il ticchettio del tacco sul pavimento lastricato dell’ingresso aziendale.

Soppesando le parole di Christopher, avvertìi qualche brivido lungo la schiena, m’incamminavo verso l’uscita, poi smisi di pensarci… vada come vada, anche stavolta!

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immagine tratta liberamente dal web

Zampillando

Credi che sia diverso ,

hai in mente qualcosa per te stesso

un doppio firmamento

due strade parallele che hai percorso a salti

zampillando da una parte all’altra

fino ad un punto di incontro,

mai l’avresti detto

passato e presente che si incontrano in un istante

non potevano starsene separate?

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cambiamento

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immagine tratta liberamente dal web

 

sto evitando gli sguardi, beh.. a dirla tutta me ne riguardo bene, da quelle espressioni sbigottite e delle volte di sorpresa, di incredulità. Mai in linea con quella precedente o successiva, cosa si raccontano gli altri che stanno attorno, quando non c’è molto da dire o da sapere, sembra abbiano trovato la chiave alle tue domande, ai tuoi dubbi, anche se tu, la diretta interessata, ne sei alla cerca già da prima; è curioso considerare, come quello che stiano pensando, in realtà appartenga più a loro che al soggetto a cui si rivolge il pensiero. Eppure se ne stanno a guardare, commentare, passano oltre, per poi ritornare… scambiano informazioni e non accertano la fonte.

Il pettegolezzo è comodo tanto quanto sedersi a fare aperitivo nel bar vicino casa. Le parole riempiono l’aria, le sedie si spostano, il movimento, la musica bassa, tutto là; nulla che vada per durare…

Al di là…

al di là di quel quarto d’ora passato per parlare dell’ultimo argomento, sarà un ricordo ben lontano, una volta a casa, perchè occupare il tempo con parole che non hanno il valore di essere dette?

Ci guardiamo senza darci una risposta, prefigurando un futuro migliore di quanto possiamo immaginare e poi non sappiamo venirne a capo, quando ciò che abbiamo attorno non è frutto delle nostre scelte…

siamo così umani nel perderci nelle nostre inconsapevolezze? Mi chiedo.

ne ho visti diversi e penso che altri passeranno accanto, in un continuo via vai che è la nostra quotidianità; sapere come andrà non ha preservato dall’errore, curioso? Non troppo. Non puoi essere quella che tenta di cambiare un sistema, quella che ha qualcosa in più, una marcia in più, stavolta meglio restarsene un po’ nel retroscena di un sipario già impostato.

Osservando attori recitare la parte, prendendo parte al programma per quanto concesso, fino a quando non sarà venuto il momento di farsi del tutto da parte.

C’è chi si rende conto che è un poco tutto costruito.

Saremo a bolla, ma poi per il resto del tempo, tutto ciò che è stato fatto e messo su misura fa comodo, risaputo. Bisogna anche sapersi mettere tranquilli; dicono? Forse;

Non c’è molto spazio per gli inquieti.

E’ un po’ la nostra condanna e la nostra fortuna, serve un bel movimento interiore per far partire un viaggio. Altrimenti non si è proprio così motivati a farsi carico delle proprie frustrazioni e portarsele a spasso per il mondo, in cerca di qualcosa che valga la pena sempre e comunque, ad ogni costo!

A dispetto di tutto, a dispetto di come potrebbe essere, c’è il cambio manuale, ma non c’è la fermata automatica,

…ai più importanti bivi della vita non c’è segnaletica.

Musa

 

no news, good news

no news, good news” questa frase può rendere ciò che può essere un’unità di terapia intensiva neonatale, perché è di questo che andrete a leggere.

Da dove partire? Partiamo dalle basi, l’autore! Per chi come me ha da sempre avuto un’attrattiva per ciò che può essere il mondo della psicologia, venire a conoscenza di questo libro e di quelli che sono gli studi dell’autore, Marcello Florita, è quasi una fortuna! Vi consiglio, se volete approfondire, di andare sul suo sito marcelloflorita.it

Ciò di cui vi vorrei parlare è “Come respira una piuma” un libro pubblicato in prima edizione nel 2016 da Ensemble a Roma, con il patrocinio di “Vivere Onlus” una delle associazioni italiane per la neonatologia.

Un romanzo caratteristico nel suo definirsi tale, in quanto prende forma e si delinea attraverso i pensieri dell’autore, nei mesi successivi che seguono una nascita gemellare.

Riflessioni, pensieri, immagini descritte, nozioni mediche e ricerche scientifiche.

Un babbo in “sala d’attesa”. Un padre “irregolare” che assieme alla propria compagna intraprende un viaggio di scoperta fatto di ansietà e preoccupazioni, gioie inaspettate e sperate, assieme ad altri genitori “irregolari” della TIN.

Un’esperienza genitoriale che agli inizi descrive come “negata” o meglio, fatta di mancanze.

Mancanza del contatto, di poter abbracciare il proprio figlio, poterlo sentire tuo, poterlo accarezzare e sentirne la pelle, il profumo.

L’autore in una breve intervista esprime come l’essere genitori all’interno di una TIN sia, in senso metaforico, come esseremigranti in un luogo non conosciuto, inserito all’interno di un’istituzione, un mondo da conoscere, da apprenderne il linguaggio con la quale famigliarizzare passo dopo passoconclude “finché non l’hai provato, non sai cosa possa significare”.

Si antepone un senso di limite, di distanza, tra il desiderio di essere genitore e tutto ciò che compone un reparto di TIN: incubatrici, monitor, tiralatte, C-pap. E poi ancora, lettini, fasciatoi, consegne infermieristiche ed orari di terapia…medici, infermiere e “zie”. Già, le zie!

Un racconto che spazia dall’onirico, sogni paragonati a “quadri impressionistici dai colori nitidi” a ciò che accompagna nel quotidiano, gli amici e i propri famigliari, le incombenze di un frigo da riempire e orari di lavoro da seguire.

Un quadro realistico di come possa essere definita “precariala realtà, la nostra realtà, fatta di incertezze, di “no news, good news”.

Così, durante un mese di Aprile di un anno differente, rielaboro quella che è stata la mia esperienza, consiglio questa lettura per più motivi.

Una coppia che vive una realtà non molto diversa, chi ricopre un ruolo professionale all’interno dell’ambiente ospedaliero, oppure, per una studentessa del terzo anno infermieristica, alle prese con la sua prima tesi.

Con l’augurio di far vostre queste parole “basta un termine, una parola indossata orgogliosamente e tutto ci può apparire in modo diverso, più digeribile e metabolizzabile”. Prima di iniziare i miei passi all’interno di questa unità non sapevo, non conoscevo e temevo. Talvolta la vicinanza fisica, tra le espressioni dei genitori accanto ai loro cuccioli e pratiche burocratiche di una cartella ospedaliera, è stata carta vetrata sotto le mani, ma inevitabile, come sapere che “così funziona, così è”. Per questo almeno, proverò nel mio, a promuovere un progetto di sensibilizzazione attraverso la mia tesi, verso ciò che “non puoi capire se non provi”, ma puoi conoscere per iniziare a capire.

Musa

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sono qui per caso, musa

Tutto sommato, a volte mi dico, tutto sommato… nel mucchio, talvolta non sai che vedere alla cieca nel mucchio. Uno spettatore esterno in fondo alla sala; che senza aver pagato il biglietto resta a vedere il prosequio. Un po’ ardua a fartene una ragione. Peggio di come viene descritta. Riesci a vederla meglio del “se così non fosse? Invece che essere la solita “se così non fosse, se così non esistesse”?

Qualcosa a tenerla poi, una parte fissa da qualche parte nel corpo che non si muove da un po’, a volta resto a guardarla, a fissarla, la mia àncora ferma.

Nulla che riesca a smuoverla “ho più valore del resto”.

Dev’essere questa presa di posizione, questo ricordarmi che ci può essre di meglio. Questo che ad oggi m’impedisce di naufragare in acque tobide. Come un allarme che scuote, quando m’ assopisco.

La parte divertente, o meglio, la parte che più gli dà luce e sapere che non ne sono stato l’artecife, è stato un regalo.

Ad oggi non mancano i momenti in cui distruggerei ciò che sto creando, per me stesso soltanto.

No, non mancano.

Vorrei poterli mandare a pezzi e poi lasciarli scivolare via, per la mia impotenza verso gli eventi, ma poi non so. Rinsavinisco, riprendo fiato, come si dice? Da qualche forma di malanno interiore che è quasi un’influenza di stagione, passa da sè e riscopro che “è come dovrebbe essere ed è, non come volevo, ma meglio di come lo immaginavo”

Sono qui per caso, smarrito e combattivo. Dov’è il mio pezzo di Vita?